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Personaggi
 
Contents
3.1 Personaggi
3.2 Uomini illustri
3.3 Legnano, l'ingegnere archeologo
3.4 Signori del Castello di Legnano
3.5 Il CASATO LAMPUGNANI
3.6 Sutermeister, una traccia profonda nella storia
3.7 Un uomo, una citta', un museo: G. Sutermeister ed il museo civico di Legnano
3.8 Caironi
3.9 I gloriosi pompieri aziendali
3.10 Piero Borsa, il ragionere-educatore al servizio
 
 
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3.1 Personaggi

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Personaggi
 
Legnano ancor prima della costruzione di S. Magno vantava ben ventisette famiglie nobiliari e tra queste, due si distinguevano : quella dei Vismara e dei Lampugnani. Tra i tanti rami dei nobili Lampugnani avvezzi da secoli all'agiatezza ed alla cultura, nacque intorno alla metà del 1400, una tradizione artistica pittorica che vide capostipite Melchiorre Lampugnani e si perpetuò, fino alla seconda metà del 1600 lasciando sia a Legnano che alle città lombarde vicine opere di squisita fattura.
Con un intervallo di circa 40 anni la loro tradizione artistica verrà raccolta (nel 1650) dalla famiglia dei pittori Belloti di Busto Arsizio. Alla fine del 1700 la pittura decorativa ad affresco raggiunge i massimi riconoscimenti coll'avvento del Tiepolo chiamato da Carlo III in Spagna a decorare il nuovo palazzo reale. Da noi in Lombardia il canonico Biagio Belloti, (definito il Tiepolo lombardo) decora la volta della chiesa S. Giovanni a Busto Arsizio. A Legnano i pittori Belloti, vengono spesso invitati a decorare le chiese (S. Ambrogio, S. Maria delle Grazie ecc.) e sono venerati dagli intenditori locali. Affrescatori e decoratori raffinati, anche i Belloti protrarranno la loro opera fino alla fine del 1700.
Nel 1780 il primo capostipite della famiglia dei pittori Turri, Antonio Maria, frequenti, lo studio dei Belloti e proseguì con figli e nipoti la tradizione artistica del legnanese fino ai giorni nostri.
Riportiamo di seguito alcune note biografiche dei piu' importanti artisti di queste famiglie.
Fu essenzialmente, come tutti i lombardi, un buon frescante e dalle poche raffigurazioni strappate o riprodotte, lo possiamo qualificare un foppesco sia per quello che riguarda i suoi fondi architettonici, sia per l'interpretazione delle figure umane. Risiedeva abitualmente nella casa sita a Milano (parrocchia di S. Protaso), ma aveva diverse proprietà a Legnano dove veniva di tanto in tanto. Tra queste quella che diventerà la casa dei pittori; ce lo diceva un suo affresco in facciata rispettato scrupolosamente dai successori Lampugnani.
Le sue opere sono quasi tutte scomparse: sappiamo che dipinse in casa di Isabella da Robecco, amante di Francesco Sforza in Piazza Camposanto a Milano.
Nel 1474 lavori, nel Castello di Milano, e nello stesso anno con altri pittori, decorò le volte delle cappelle delle reliquie a Pavia. Era uno dei più quotati della sua epoca; sull'esempio del pittore Gottardo Scotti (il creatore di un Monte dei Pegni per aiutare i suoi colleghi con altri tredici artisti si iscrisse all'Università dei pittori milanesi e ne fu nominato capo nel 1481. Da Gottardo Scotti ebbe in eredità il famoso volume di araldica che continuato da lui, fu donato poi al Comune di Milano .
A Legnano gli si possono attribuire: l'Annunciazione (ora esposta al museo di Legnano e molto deteriorata), la Circoncisione (ora al Louvre) e il trittico di S. Erasmo.
Molti sono gli affreschi quattrocenteschi dei quali c'è rimasta memoria ma sono di scarsa importanza e non si possono attribuire ne' a lui, ne' al Giangiacomo. In ogni caso egli è decisamente la figura artistica di maggior rilievo tra tutti i pittori Lampugnani che operarono a Milano e Legnano.
 
 
 
Il secondo artista della famiglia dei pittori Lampugnani è ancora strettamente legato allo stile in voga nella sua epoca ispirato al naturalismo chiaroscurale del Mantegna, uno stile cui darà il colpo di grazia Ludovico il Moro chiamando a Milano Leonardo (vedi l'affresco della Crocifissione di Montorfano). Le sue figure sono rigide e composte, come nella cappella detta di S. Agnese in S. Magno a Legnano e nei dipinti fatti fare nel 1517, di fronte all'altare maggiore, dalla famiglia Fumagalli.
Il suo capolavoro è la volta della chiesa di S. Magno della quale possiamo lodare la fantasia decorativa e grandiosità. Cancellati tutti i ritocchi si potrebbero attribuirgli i due grandi affreschi di Cislago (chiesa della Madonna della Neve): nel primo si vede il Padre Eterno e sotto la Madonna col bambino, ai lati S. Rocco e S. Sebastiano. Nel secondo la Madonna in orazione con due angioletti e sotto sei santi: S. Magno, S. Rocco, S. Antonio, S. Sebastiano ecc. sullo sfondo il Papa e l'Arcivescovo che dedicano la nuova chiesa.
A Prospiano, nella chiesa della Madonna dell'Albero il grande affresco della Crocifissione può, destare dubbi per la composizione affastellata e la decorazione completamente diverse da mettere in discussione la paternità assegnatagli dai critici del 1800.
Egli risiedeva in una casa appena fuori la Porta di Sotto in Via Magenta a Legnano. Questa antica dimora, inglobata nel 1700 dai Cornaggia nelle loro costruzioni, venne demolita nel 1950 per dar posto all'attuale palazzo INA. Della casa ci resta un magnifico camino scolpito con lo stemma del Giangiacomo.
Epigoni di quel manierismo vantato dal cieco Lomazzo, secondo la formula dei sette pilastri della pittura, li possiamo collocare senza prevenzione, tra i migliori pennelli (soprattutto nell'affresco) della prima metà del 600 Lombardo. Nativi della parrocchia di San Maurilio (Milano) figli di un notaio  trasferitosi a Legnano al servizio dei Vismara., ebbero la prima residenza nella casa magna attigua al convento delle monache Clarisse, (fondato da Gian Rodolfo Vismara) e poi nella casa detta dei "pittori" la cui facciata fu dipinta dal Francesco nel 1640 alla morte del fratello Giovanni e in onore di questo e del padre. Lavorano in collaborazione: a Varese S. Maria in prato, oratorio del Sacro Monte XII Cappella e Basilica del S. Monte; a Legnano chiesa della Madonnina, S. Ambrogio, S. Bernardino e chiesa della Purificazione; a Parabiago chiesa di S. Gervaso e Protaso, a Busto Arsizio chiesa di S. Giovanni, pala di S. Giorgio.
Poi ancora ad Angera, a Trecate, a Cerro Maggiore, a S. Giorgio per citare solo alcuni elenchi.
Francesco Lampugnani fu particolarmente apprezzato dagli ordini monastici e si ispirò al Luini e al Gaudenzio Ferrari pur non trascurando gli apporti moderni voluti nell'Accademia ambrosiana del Cardinale Federico diretta dai pittori Ceirano.  Procaccini e Daniele Crespi.
Molto bello è anche il grande mappamondo (m. 1,25 di diametro) che si trova nella Biblioteca Ambrosiana ed eseguito su incarico dell'arcivescovo Cesare Monti. Meno nota ma non meno apprezzabile fu l'opera di incisore di acqueforti svolta dal Francesco. Ci sono rimaste alcune opere rappresentanti gli arazzi sacri che erano in S. Magno (ora a Milano), nonché una stupenda carta geografica suddivisa in tre grandi incisioni delle quali una copia è ancora conservata al Castello Sforzesco di Milano mentre la copia più famosa andò distrutta nell'incendio della Farmacia di Brera.
Nacque il 18 ottobre 1769 da Carlo Ambrogio Turri e Maddalena Calini. Dimostrando molta propensione per il disegno fu presentato al canonico Biagio Belloti (1714-1789) del quale divenne entusiasta amministratore. In seguito al giudizio positivo del Belloti il Padre Ambrogio lo avviò all'Accademia di Brera ed intraprese lo studio della pittura nonostante una certa ritrosia da parte del padre.
Ebbe una notorietà diffusa ed eseguì lavori in tutta l'alta Italia. Come pittore si ispirò, alle mode della sua epoca ancora rococò, e si dedicò quasi esclusivamente all'arte sacra.
Molti suoi affreschi rimangono in Legnano, come quelli della chiesetta della Madonnina o in S. Bernardino o la Via Crucis nella chiesa della Madonna delle Grazie; altri purtroppo sono scomparsi come la Madonnina sulla casa in via Palestro, scioccamente distrutta, o la cappella al vecchio cimitero con un'Annunciazione della quale esistono i due bozzetti.
Nel 1829 espose nelle gallerie della Imperiale Regia Accademia di Belle Arti delle composizioni floreali dipinte ad encausto guadagnandosi il plauso delle giurie. Fu allievo di Domenico Asperi, Giocondo Albertolli e Giuliano Traballeri, dei quali proseguì l'opera e la tradizione con molto successo.
Altri suoi lavori restano nelle chiese di Rovellasca (S. Maria Assunta), di Sacconago (la via Crucis), di Castellanza (chiesa Prepositurale), di Legnano (affresco di S. Pietro Martire in S. Magno), di Arconate, di Besano. In tutti i suoi lavori rimase fedele al principio delle rigorose raffigurazioni in accordo con le interpretazioni derivate dalla pittura romantica della fine del Settecento.
Da Antonio Maria e Serafina Colombo nacque a  Legnano il 6 novembre 1803 (morì il 5-6-1882) Daniele Giuseppe Beniamino Turri; sposò, Maria Redaelli ved. Lampugnani ed ebbe cinque figli.
Cresciuto nell'atmosfera artistica di casa venne avviato agli studi di Brera nel 1820, ma abbandonò quasi subito l'Accademia sia per l'impegno continuo in aiuto al padre Antonio M. sia parchè si reputava già sufficientemente maturo per la professione. Come lavoro di licenza espose alla Imperiale Regia Accademia una Crocifissione di notevole pregio.
Eseguì una rilevante serie di affreschi tuttora esistenti come quelli nel camposanto di Arconate; nella chiesa parrocchiale di Besano; nella Lodolo di Tradate; nella chiesa di Bienate, con affreschi e quattro quadri ad olio sulla tazza del coro; nella chiesa Parrocchiale di Magnago. Inoltre sono presenti suoi lavori a Cardano al Campo, Prospiano, Coarezza,  Milano .
Lo aiutarono Jafet Turri (1804-1830) che fu richiamato alle armi e morì in Galizia, e per le decorazioni i fratelli Sem e Noè Turri. Pressoché autodidatta, buon colorista con un manierismo riassuntivo e piacevole, era molto richiesto per le decorazioni e le figure sacre nelle chiese, nei conventi o suoi mulini .
Attivissimo ed attento studioso ha lasciato una imponente collezione di schizzi e disegni che rappresentano quadri e affreschi antichi di tutte le chiese dei nostri paesi vicini e di Legnano.
Grazie a questi oggi possiamo ricostruire storicamente molte parti del nostro patrimonio artistico locale anche se scomparse.
Mosè Turri nacque da Beniamino e Maria Redaelli il 2 febbraio 1837 a Legnano e vi morì l'8 luglio 1903.
Dimostrò fin da ragazzo una mano felicissima nel disegno e venne avviato agli studi artistici a Brera dal 1850 al 1855. Suoi professori furono Angelo Brusa, Luigi Bisi e nella figura i pittori Sogni e Francisco  Hajez.
Espone a Milano nel 1872, a Genova all'esposizione Nazionale del 1872, a Firenze nel 1873, a Torino nel 1874 e 1878. I suoi quadri ad olio erano ricchi di soggetti animali e floreali e destarono l'ammirazione dei critici di quel tempo. Insieme all'architetto Emilio Alemagna affrontò innumerevoli lavori nelle case nobiliari milanesi sia come figurativista che come decoratore. Anche nel campo dell'arte sacra la sua opera si distinse per l'estrema abilità cromatica delle composizioni. Sono presenti suoi affreschi nelle chiese di Lomello, Cavaglio, Villa Cortese, Sacconago, Romentino, Tradate, Gorla Minore, Cerano, Marnate. In Legnano splendide sono le cappelle d'ingresso nel Santuario della Madonna delle Grazie, la volta della chiesa della Madonnina, la cappella a sinistra è dell'altare in S. Magno con una serie di pregevoli quadri ad olio. Lavorò anche per la casa reale ed eseguì il chiosco Torrazzi di Novara per i Visconti, come pure la loro casa di via Cerva in Milano. Lavorò a Villa Olmo di Como ed a gran parte degli affreschi del castello di Somma Lombardo. La sua opera si può, ancora ammirare anche nell'ambasciata di Madrid. Fu un ottimo disegnatore e fatto tesoro degli insegnamenti di Sogni e Hajez proseguì sulla loro strada dedicandosi, nella pittura ad olio, soprattutto agli animali. Di lui sono rimasti celebri quadri raffiguranti selvaggina. Suoi collaboratori furono i fratelli Daniele ed Elia, con i quali agi integrando le parti di decorazione a stucco e pittoriche eseguite da questi ultimi alle sue creazioni di scene ed ottenendo grazie a questa "bottega d'arte" risultati di grande pregio per l'amalgama tra decorazione pittorica ed a rilievo in stucco. Mosè Turri sposò Vittoria Zanetta ed ebbe da lei sei figli dei quali uno continuò la tradizione artistica della famiglia.
Figlio di Beniamino, fratello di Mosè Turri (senior) avviato fin da ragazzo ad aiutare il padre nei suoi lavori di arte sacra, non poté frequentare gli studi rimanendo sacrificato nel suo talento.
Era un ottimo colorista ed a lui venivano affidate le esecuzioni di ornamenti e composizioni di fiori.
Era anche un restauratore di grande esperienza e, soprattutto, buon interprete delle varie forme di pittura antica.
I suoi numerosissimi lavori sono presenti a fianco o costituiscono parte di quelli nominati sia per il padre Beniamino che per il fratello Mosè.
Come il fratello Daniele anche Elia Turri fu sempre presente nelle grandi realizzazioni artistiche nelle chiese, negli interni delle ville patrizie eseguite dalla famiglia Turri. Elia occupava della parte scultorea e delle decorazioni in gesso legate alla moda tardo barocca del suo tempo. Bellissimi sono gli altari scolpiti con putti e lesene nella chiesa delle Grazie in Legnano, nella chiesa della Madonnina, nelle ville Bernocchi, Dell'Acqua.
Suoi professori a Brera nel 1865 furono Claudio Bernocchi e Raffaele Casnedi.
Figlio di Mosè e Vittoria Zanetta, Gersam Turri nacque l'1 settembre del 1879 a Legnano, studiò a Brera dal 1893 al 1898 con i professori Pogliaghi, Carlo Ferrario, Gaetano Moretti, Vespasiano Bignami e Camillo Rapetti nonché come insegnante di pittura Cesare Tallone. Collaborò fino al 1910 nella bottega di famiglia con gli zii Daniele ed Elia. Quindi proseguì da solo creandosi un nutrito gruppo di decoratori in buona parte diplomati, che lo aiutarono nell'esecuzione di lavori talvolta difficili e molto grandi come dimensioni. Fu un conoscitore finissimo degli stili italiano e francese, da Luigi XIV a Luigi Filippo. Per la sua abilità decorativistica e competenza  artistica fu definito dai suoi colleghi contemporanei il "re del Barocco". Progettava e campionava le sue decorazioni, eseguiva personalmente la parte figurativa. Fu uno splendido manierista per istinto ed il suo  stile  è inconfondibile. Alla moda di allora nonché alla sua bravura sono dovute le preferenze accordategli dalle famiglie signorili del tempo . - Nel 1905 sposò Lodovica Giussani ed ebbe due figli. Alcuni suoi lavori sono: la chiesa di Appiano Gentile, la chiesa del S. Crocifisso a Como, la cupola ed il grandioso transetto, il tempio Voltiano di Como e il Palazzo del Broletto, Lomazzo chiesa e Palazzo Somaini, a Legnano le quindici cappelle del Santuario di S. Maria delle Grazie, la chiesetta dell'Orfanotrofio Gilardelli, la cappella di destra all'altare in S. Magno a Legnano, e le figure nei tondi sopra i pilastri nonché tutta la decorazione della parte inferiore della chiesa. A Milano affrescò in Via Durini la casa del maestro Toscanini. Inoltre le ville del conte Emanuele Castelbarco, Villa Stucchi e Villa Pirotta a Como. Dal 1916 al 1918 fu sotto le armi e si occupò di cartografia militare, nel 1919 decorò le case della contessa Luisa Bonacossa a Milano con altre venti abitazioni signorili, compreso il suo capolavoro in Via Cerva di proprietà Visconti, il famoso salone da ballo.
Fu anch'egli collaboratore di famosi architetti come il conte Alemagna, il professor Giorgio Portaluppi, l'architetto Federico Frigerio, l'architetto Perrone. Di lui hanno parlato giornali e riviste del tempo in più occasioni.
Una nota curiosa è quella che lo vede realizzatore insieme all'architetto Portaluppi in una serie di bellissime meridiane ancor oggi funzionanti e riportate sui più' noti testi in materia, compresa l'enciclopedia Treccani. Uno dei suoi ultimi lavori, eseguito per l'ambasciata italiana a Berlino, fu trafugato durante la guerra ed e' scomparso.
Nasce nel 1907 a Legnano da Gersam e Lodovica Giussani. Entra all'Accademia di Brera nel 1926 e studia con i professori Rapetti, Biagi, Alciati, Guidi ed Aldo Carpi. Durante gli studi ottenne due premi il Beltrame e il Briani per un concorso alla Permanente di Milano. Iniziò a lavorare a Cedrate alla Cappella Crespi a grafito. Aiutò il padre nella preparazione dei cartoni per la cupola del S. Crocifisso a Como, ed eseguì la cappella dei caduti a Carnago ed affreschi nelle scuole comunali dello stesso paese.
Lasciò l'Italia nel 1935 partendo per la guerra d'Africa, ritornò, nel 1937 con numerosi quadri e disegni ispirati all'ambiente d'arte africana ed espose gli stessi a Roma riportando menzioni di lode. Affrescò con diversi cicli di scene le chiese di Carnago, S. Fermo a Varese, Stimianico a Cernobbio, affrescò la chiesa del Buon Gesù ad Olgiate Olona e la Parrocchiale di Solbiate Olona. Sono suoi gli affreschi nelle scuole Canossiane di Busto Arsizio, Nerviano e S. Stefano.
Eseguì numerosissimi ritratti ad olio, Madonne, nature morte e chiaroscuro. Data la grande esperienza ereditata dalla famiglia ed avendo condiviso alcuni anni di lavoro con lo zio Daniele (restauratore) si occupò anch'egli di salvare molti antichi capolavori che gli vennero affidati come la chiesa di Binago, la Cattedrale di Treviglio, la chiesa di S. Magno a Legnano ecc. Con il padre Gersam e l'ingegner Sutermeister recuperò, in Legnano numerosissimi affreschi antichi operando, con interventi d'urgenza, strappi sui muri in abbattimento delle vecchie case signorili di Legnano. A questa sua opera si devono quasi tutti i preziosi affreschi ora conservati nel museo Sutermeister di Legnano.
Alla sua esperienza e ad un felice caso si deve oggi l'esistenza della stupenda chiesa di S. Maria Foris Portas a Castelseprio.
Nel 1939 infatti a causa di fatti di sangue avvenuti nell'edificio diroccato e incendiato, il parroco di Carnago, proprietario dei boschi e dello stabile, aveva deciso di abbattere le vecchie mura. Richiesto di una perizia tramite i parenti della futura moglie Angela Magnoni di Carnago, e recatosi nella chiesina, scoprì sotto gli intonaci incendiati uno stupendo ciclo di affreschi del VIII secolo e scongiurata la demolizione affidò alle cure della sovrintendenza un così cospicuo patrimonio artistico poi pienamente valorizzato dallo studioso Bognetti.
Mosè Turri sempre legato ai temi d'arte sacra, alla ritrattistica ed alla rappresentazione di nature morte, continua ancor oggi, anche se non più sulle volte delle chiese, la sua produzione, sempre preciso nel gesto ed attento alle forme del suo manierismo moderno .
Tra i cittadini illustri Legnano può certamente annoverare una famiglia di artigiani costruttori di organi da chiesa, famiglia che operò per più di cento anni dal 1770 al 1896, producendo strumenti di una musicalità squisita. Legnano li ha oggi dimenticati, anche se alcune loro opere nelle domeniche di festa allietano i nostri animi grazie ad "un eccezionale equilibrio discriminatorio nella definizione delle personalità foniche dei singoli registri. Il loro ripieno infatti si fonda su dei 'principali' che sanno contenere la loro peculiare natura robusta in modo tale da permettere alle file di 'ripieno' di estrinsecarsi liberamente nel delicato gioco degli armonici, così da creare un amalgama sonoro di cristallina trasparenza e permeato da una volontà di coesione di inimitabile naturalezza". (Stella e Vinay, I Carrera, Brescia 1973, p. 12). Questi abili artigiani pur non arrivando mai a godere di una "fama illustre" furono sinceramente ammirati e quasi invidiati da organari ben più famosi come gli Almasi, i Bianchini, i Maroni, i Boniforti, i Pedrali, i quali molto spesso non riuscivano ad ottenere organi altrettanto perfetti, anche parchè la committenza talvolta richiedeva loro collocazione ed estetismi neo-barocchi per gli strumenti a discapito della pulizia sonora. Oggi dei Carrera restano circa trentasei piccoli capolavori che sono sparsi per la Lombardia da Bollate a Como, a Milano, a Varese, a Saronno. Anche. a Legnano se ne conservano nella chiesa di S. Ambrogio, nel Santuario della Madonna delle Grazie, nella chiesa della Purificazione della Beata Vergine, unitamente ad un pregevole accrescimento dell'antico organo Antegnati in S. Magno.
Tutte queste delicate creazioni richiedono oggi seri provvedimenti di restauro, in quanto non hanno goduto di manutenzione per troppi anni.
 
GIOVANNI MARIA CARRERA (1750-1818) -- Nato da Stefano Carrera e Giovanna Montola, a Canegrate, si trasferì con la fabbrica, dopo il 1790, a Legnano, dove iniziò a formare quella bottega di organari che operò per oltre un secolo.
Di lui si conoscono poche note biografiche; è tuttavia il vero fondatore della casa organaria.
 
GEROLAMO CARRERA (1796-1863)   Nipote del capostipite Giovanni Maria, venne iniziato ai segreti della bottega artigiana alla morte dello zio e continuò, aiutato dai fratelli Giuseppe e Stefano Carrera, le tradizioni costruttive della famiglia. Egli arricchì con severo spirito critico l'arte dei Carrera, profondendovi la cultura acquisita nei suoi viaggi di studio in Italia ed all'estero. La caratteristica di "bottega d'arte" con lui emerge senza superbie personali ed i lavori vengono firmati sempre "Fratelli Carrera" proprio per rimarcare la preziosa opera di collaborazione esistente all'interno della famiglia.
 
ANTONIO DE SIMONI CARRERA (1826-1896)
Ultimo della famiglia Carrera ad occuparsi di quest'arte difficile e sottile, era nipote di Gerolamo. Nativo di Cerano venne presso gli zii ad apprendere i segreti del mestiere. Di segreti doveva trattarsi, stando ad uno scritto dell'organario Luigi Bernasconi che in occasione di un preventivo di restauro per l'organo prepositurale di Parabiago affermava: "l'intonazione e l'accordatura saranno eseguite in modo da lasciare inalterata l'intonazione propria degli strumenti Carrera ". A questo proposito la ditta Bernasconi faceva notare che essa sola possedeva il segreto per riuscire a questo risultato, segreto trasmessole volontariamente e spontaneamente dall'ultimo proprietario della ditta Carrera, il compianto Antonio De Simoni Carrera. (lettera dell'8-8-1912 al Prevosto di Parabiago  - Arc. parr.).
E' come si fosse chiuso un velo di silenzio sugli antichi strumenti lasciatici.
Chissà se le nostre orecchie moderne saranno ancora capaci di cogliere il profondo segreto nascosto nelle armonie che dalle antiche canne escono riempiendo le volte delle nostre chiese!
Tra i successori di Giovanni da Legnano una trattazione particolare merita quel gruppo di discendenti conosciuti come Editori da Legnano, i quali, in un certo senso, rappresentano una  continuità del giurista e scrittore, come diffusori di  cultura. Si sa che Giovanni, oltre che docente, fu sensibile mecenate ed ebbe la preoccupazione di perpetuare anche dopo la sua morte l'attenzione verso studenti poveri che desideravano intraprendere gli studi in diritto canonico o civile, in scienze e in medicina, in particolare privilegiando dapprima studenti di  Bologna, poi di Legnano e, in mancanza, di Milano e quindi dovunque residenti, parchè capaci e poveri. Si è già osservato come la parte del testamento che dispone un lascito a detti scopi avesse una singolare analogia con quella di un altro personaggio vissuto a Legnano, Bonvesin de la Riva, il quale con Giovanni può essere considerato tra i precursori dell'istituto delle borse di studio.
Tutto ciò comprova anche l'attaccamento di Giovanni alla sua terra d'origine, Legnano. Infatti, trasferendosi a Bologna, volle aggiungere al suo cognome Oldrendi l'indicazione da Legnano, con la quale  fu poi universalmente conosciuto. E questa denominazione rimase anche ai suoi successori legnanesi, mentre i suoi discendenti di Bologna si chiamarono, trasformando il cognome, Legnani. Il gruppo degli editori ebbe come capostipite un omonimo del nostro Giovanni. Derivò da un ramo collaterale del fratello Bianco e dal di lui figlio Contolo, nonno appunto del primo degli editori, figlio di Giacominone.
Giovanni, che chiameremo editore da Legnano, per distinguerlo dal suo avo, diede un grande impulso alla cultura attraverso una copiosa serie di pubblicazioni, in particolare diffuse nel Ducato milanese.
Questi testi ebbero notevole importanza parchè si inserirono in uno dei periodi storici, in cui maggiormente avvennero sconvolgimenti, mutamenti ed innovazioni nel campo del pensiero, nella sfera della morale, nella conoscenza del mondo, tanto in senso geografico che in senso fisico-naturalistico. Non si dimentichi neppure che l'editore da Legnano visse ed operò nel primo periodo di splendore rinascimentale che, nel campo dell'editoria ebbe un notevole impulso con l'invenzione di Gutemberg. al quale si deve l'introduzione della stampa con lettere mobili fuse in metallo.
Giovanni editore iniziò ad operare appunto pochi anni dopo la morte del grande tipografo tedesco.
Come il suo grande avo giureconsulto, Giovanni da Legnano, e i suoi figli dopo di lui, esplicarono l'importante ruolo di far stampare e diffondere le opere librarie nel Ducato di Milano, trovando negli Sforza illuminati promotori e mecenati, e quindi diramando in tutto il mondo, nel campo della cultura, il nome del paese che diede loro i natali.
La data del 23 ottobre 1480, costituisce un riferimento importante per Legnano, parchè in tale giorno uscì il primo libro fatto pubblicare da Giovanni editore, il primo di una lunga serie, che si potrarrà per 45 anni. Si tratta di un'opera impegnativa destinata comunque alla elite culturale di quei tempi, le Historiae Romanae decades di Tito Livio, fatte stampare dal tipografo Antonio Zarotto di Milano, con il quale il da Legnano iniziò così una lunga collaborazione interrotta soltanto nel 1487, quando decise di dedicare la sua attività di editore anche al suo omonimo ascendente Giovanni da Legnano, pubblicando il De represaliis, bello et duello cum additionibus.
Questo volume fu stampato da Cristoforo de' Cani di Pavia, forse parchè essendo opera di giurisprudenza da destinare in particolare all'Università pavese, l'editore aveva ceduto a qualche condizionamento locale.
Nello stesso anno un'altra opera del giurista fu edita dai da Legnano, il De duello, stampata nuovamente a Milano, ma presso l'editore tedesco Ulrico Scinzenzeler, d'ora in poi preferito, insieme ad altri stampatori, da Zarotto.
Si nota che la produzione del Da Legnano, e successivamente dei figli, si indirizzava a Pavia ed ad altre località, quando si trattava di pubblicare opere di diritto, mentre si rivolgeva a tipografi milanesi per quelle opere a carattere religioso, storico e divulgativo (queste ultime scritte per lo più in volgare) così come per volumi di letteratura latina, di filosofia e di grammatica. La scelta evidentemente era dettata anche da ragioni commerciali e dai collegamenti che l'editore legnanese aveva con la corte ducale.
I da Legnano erano sempre consci del loro ruolo di diffusori di cultura e curavano minuziosamente i volumi, cosa essenziale in quell'epoca meravigliosa del Rinascimento milanese, anche per una fastidiosa concorrenza da parte di altri editori spesso in gara col tempo pur di far uscire prima un'opera che si sapeva fosse in preparazione presso un'altra impresa editoriale. Uno dei tanti esempi è costituito dai Fasti di Ovidio. I tipografi Pachel e Scinzenzeler riuscirono infatti a battere nel tempo il da Legnano facendo uscire una loro edizione della stessa opera diciannove giorni prima, esattamente il 26 maggio 1483.
Ciò, nonostante le opere dell'editore da Legnano trovavano ugualmente una preferenza parchè molto curate con l'intervento frequente anche dello stesso editore nell'incipit e nella praefatio. Egli, colto e conoscitore dei classici, realizzò alcune opere col Filelfo e con altri noti lettori accademici che andavano per la maggiore a quei tempi Sempre come uomo di cultura il da Legnano aveva una propria organizzazione per lo smercio delle opere, una bottega con la stessa insegna della sigla libraria: un angelo ritto che regge in mano un medaglione tondo contenente al centro un monogramma di Cristo circondato dall'orifiamma lombarda, che si riscontra in alcune decorazioni di costruzioni rinascimentali lombarde. Anche a Legnano, ad esempio, la palazzina-maniero dei Lampugnani, oggi sede del museo civico, contiene appunto questo oramento all'esterno e nelle pareti interne dell'edificio.
Benché proprietari di un'officina calcografica situata in San Michele al Gallo a Milano i da Legnano non stampavano in proprio, ma curavano personalmente la vendita dei libri (non solo i loro, ma anche quelli inviati da altri centri di cultura italiana) appunto nella bottega sopra accennata che si trovava in località Broleto Novo. Che il da Legnano fosse considerato tra i fornitori ufficiali del Ducato di Milano è provato dall'intervento dello stesso duca il quale lo agevolava nella diffusione delle opere di sua edizione, e per il trasporto nelle altre città poste sotto il dominio della Signoria.
Già Galeazzo maria Sforza nel 1494 invio' un messaggio personale al suo oratore personale a Venezia Thadeo Vincemala per renderlo edotto che Jhannes Legnani, mercadante et cartharo milanese nostro deve portare balle due libri de Venetia, invitandolo a rendergli facili i movimenti di trasporto ( Registro Missive Ducali in Archivio di Stato Milano, n. 154, 114-115, 8 settembre 1494.) Nello stesso giorno il Duca fa partire per il Doge di Venezia un messaggio personale con il quale chiede le medesime facilitazioni (Registro Missive Ducali in Milano n. 154 1°, p. 116, 8 settembre 1494). Con questi appoggi l'opera editoriale e di divulgazione libraria dei Da Legnano ebbe il massimo fulgore e una rapidissima evoluzione. la bottega con l'insegna dell'Angelo era a Milano un punto di riferimento quasi obbligato e le opere dei Da Legnano non richiedevano eccessiva propaganda come erano costretti a fare invece altri editori.
Come curiosità citeremo quanto si leggeva sul frontespizio della Historia de la Rotta e presa del Moro, edito da un concorrente milanese, cioè' un richiamo sul frontespizio, che, accennava all'utile da ricavare per la vendita del libro, rivolto al lettore: "Voi havete la storia e mi tiro il quatrino".
Giovanni da Legnano operò, ininterrottamente, e con il successo che si e' detto, per circa un ventennio prima di interrompere bruscamente l'attivita', nel 1502, (secondo un'ipotesi formulata da Guido Sutermeister che agli editori da Legnano ha dedicato uno studio approfondito, in quanto colpito da una grave malattia (Guido Sutermeister, (Gli editori da Legnano, Societa' Arte e Storia Legnano, 1946 e, stesso autore, Memorie n. 12 - 1948 - Societa' e Arte e Storia di Legnano). Non e' da escludersi neppure che questa improvvisa battuta d'arresto delle edizioni dei da Legnano sia dovuta anche alle vicissitudini che ebbe la Signoria Sforzesca in quel periodo. Luigi XII, nel 1500, conquisto', il Ducato, come si sa, e lo tenne fino al 1511, quando l'esercito della Lega Santa costrinse il monarca francese a rinunciare a Milano e al Veneto e, dopo la battaglia di Novara (1513), a tornarsene in Francia.
Con la scomparsa di Giovanni da Legnano dalla scena editoriale lombarda non si fermo' la produzione, in quanto gli subentrarono nell'importante azienda i figli Giovanni Giacomo, Bernardino e Giovanni Antonio. Costoro, sotto il nome Fratelli da Legnano, con rinnovato vigore ripresero la produzione tipografica che prosegui fino al 1525 realizzando, in questo arco di tempo, 240 opere che si aggiunsero alle 118 del padre.
I nuovi conduttori dell'azienda dovettero pero', adeguarsi ai movimenti politici verificatisi in Milano, nei primi anni del XVI secolo.
I fratelli da Legnano entrarono nella scena editoriale, ideando un'opera di grande richiamo per quei tempi, in cui i fasti degli Sforza stavano decadendo con la prepotente conquista del Ducato da parte di Luigi XII. Sfruttando il momento psicologicamente favorevole per i cultori del passato e, in genere, per il colto pubblico milanese, decisero di stampare la prima Historia di Milano, scritta da Bernardino Corio nel 1499, curandola in modo particolare nella presentazione, nelle tavole di grandi e pregevoli silografie e nel frontespizio. L'opera ebbe il successo sperato.
Le mutate condizioni politiche ed anche una certa crisi economica che caratterizzo' il primo ventennio del secolo, consigliarono ai da Legnano di diversificare le loro edizioni. Accanto ad opere di classici latini e greci, tradotti e commentati con la collaborazione di eminenti umanisti del tempo come Valla Poliziano, Merula e Filelfo (quest'ultimo già' utilizzato dal padre), i fratelli da Legnano stamparono una lunga serie di libri a carattere giuridico. C'e' da osservare che dei tre fratelli, Giovanni Giacomo, che aveva ereditato dal padre una vasta cultura umanistica, si era dedicato allo studio delle opere del suo antenato e omonimo Giovanni da Legnano. La produzione editoriale pertanto si fece intensa in questo particolare settore, alternata comunque ad opere di carattere popolare e divulgativo, ivi compresi romanzi cavallereschi, resoconti di viaggi e di leggende agiografiche, nonche' edizioni di autori in volgare, dal Petrarca a Cecco d'Ascoli all'Ariosto. Scorrendo le schede dell'intera produzione dei da Legnano raccolte e pubblicate da Cesare Gallazzi, nel quinto centenario della stampa del loro primo libro, (Cesare Gallazzi L'editoria milanese nel primo cinquantennio della stampa: I "da Legnano " [1480-1525], Busto Arsizio 1980), troviamo, tra le diverse opere giuridiche, sette incunabuli con scritti del giurista Giovanni da Legnano. Ed esattamente: una riedizione del De bello (1503); poi ancora il De duello (inserito nel Tractatus de re militari ubi est tota materia duelli, a cura di Paride Dal Pozzo) stampato con data 1508 e uscito in ulteriori edizioni l'anno successivo e nel 1515 insieme ad un trattato di Bartolomeo Cepolla e Antonio Corsetti il Tractatus de pluritate beneficiorum (1515) ed infine il De ecclesiastico Interdicto.
Una delle opere piu' pregevoli dei fratelli da Legnano e' il Messale Ambrosiano, uno splendido incunabulo in pergamena con belle silografie a piena pagina.
Le illustrazioni sacre, come la stessa figura del Crocefisso, contenute nel Messale, dimostrarono come fosse mutata l'immagine e come si fosse verificata una evoluzione dalle forme legate all'arte medievale, con reminiscenze ancora gotiche e bizantine, a forme rinascimentali sempre piu' nuove. Questa edizione era stata fatta stampare nel 1522 dal prevosto Francesco Crespi de Robertis, primo rettore della chiesa di Santa Maria di Busto Arsizio, allora appena finita di costruire. C'e' da ritenere che i fratelli Legnani avessero assunto l'esecuzione di quest'opera di grande impegno per una ragione spirituale basata sui vicendevoli legami con Legnano e lo stesso prevosto di Santa Maria. E' anche noto infatti che i Bustesi avevano costruito la chiesa di Santa Maria sul disegno di quella bramanteggiante di San Magno a Legnano, finita appena cinque anni prima. Entrambe le basiliche restano testimonianze rinascimentali di grande valore architettonico.
Ma il fulgore e l'opulenza del Rinascimento lombardo si placarono e, a partire dagli anni Venti del XVI secolo, anche l'attivita' dei da Legnano decrebbe gradatamente, fino a spegnersi nel periodo, in cui imperversava in tutta la Lombardia la terribile peste. Il canto del cigno dei fratelli da Legnano si ebbe nel 1524 con la pubblicazione di una grande opera in terza edizione assoluta, l'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Questo capolavoro della letteratura di tutti i tempi, non tenendo conto di altre tre pubblicazioni uscite, due nel 1525 ed una nel 1533, segno' cosi' la fine della produzione libraria degli editori da Legnano, ripresa successivamente da alcuni discendenti dei diversi rami della famiglia, che operarono in Milano col medesimo nome, ma non piu' con la caratteristica insegna dell'Angelo.
Questo ritiro dei da Legnano, dovuto alla situazione precaria dell'intero Ducato milanese e di altre Signorie nell'Italia Settentrionale, chiuse anche un'epoca aurea dell'editoria rinascimentale. I da Legnano, nella loro dotta attivita' e nella scelta delle opere da stampare, avevano abbracciato ogni espressione e manifestazione di tutto lo scibile di autori coevi e non, da opere popolari di primario interesse, fino a quelle di formazione umanistica, di filosofia (con particolare preferenza agli argomenti giuridici anche in omaggio al loro noto avo), nonche' a quelle della grande letteratura. La scelta era stata fatta secondo le condizioni politiche e l'ambiente socio culturale, religioso in cui i libri dovevano essere diffusi. Percio' a queste opere già' di per se' di grande interesse, si deve attribuire anche la caratteristica di fedeli specchi del tempo, un compito storico di testimonianza nella evoluzione della stampa, un valore estetico ed anche un sustrato etnografico. Infatti, tra le edizioni pregevoli i da Legnano avevano inserito, anche negli ultimi tempi, una quarantina di volumi in volgare, di impostazione e veste economica popolare, proprio perche' intendevano essere diffusori di cultura a tutti i livelli.
Certamente la produzione editoriale dei da Legnano era coincisa con il primo periodo della silografia nel XV secolo e con lo splendore dell'arte e della cultura illustrativa di Leonardo e Bramante.
Le edizioni dei da Legnano restano nella storia dell'editoria forme compiute ed elette del Rinascimento, servendosi i Nostri dei grandi maestri silografi, miniatori ed incisori milanesi, mantovani, pavesi e bresciani. I da Legnano avevano saputo sfruttare assai abilmente l'arte illustrativa, specie nel primo periodo della loro opera di divulgazione della cultura.
Nel Quattrocento il libro, pur conservando, come e' naturale, le reminiscenze del codice miniato, aveva subito una crisi originaria per l'impossibilita' tecnica, tra l'altro, di usare nella stampa il colore, per cui, verso la fine del secolo, proprio quando i da Legnano erano sulla cresta dell'onda, si delineo' la tendenza a creare il libro illustrato o, perlomeno, decorato, che si affermo' e si impose appunto a incominciare dal Cinquecento.
Come siamo debitori all'Alto Medioevo e al XIV secolo dell'ansia di cultura giuridica, filosofica, scientifica e naturalistica che Giovanni da Legnano ha saputo esprimere in tutta la sua illuminata arte di giurista e di scrittore, cosi siamo in gran parte debitori al Rinascimento anche di quelle meraviglie di arte editoriale ed insieme figurativa che ci sono state tramandate proprio attraverso la ricca e varia produzione degli editori da Legnano.
 
 
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3.2 Uomini illustri

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Uomini illustri
 
La scelta di alcuni uomini illustri di Legnano, descritti in ordine cronologico, e' volutamente caduta su figure del passato, senza avere la pretesa di essere esaustiva. Sono stati lasciati da parte personaggi che pure hanno dato lustro alla citta' in epoche più vicine, non tanto per la mancanza di prospettiva storica che le vicende della loro esistenza possono avere assunta, quanto per una discreta sensibilità' nei confronti di coloro che furono protagonisti degli ultimi eventi e per il desiderio di non opacizzare il valore di un'azione o la profondità' di un'idea, collo schiumare di note transitorie calate nelle righe più o meno fitte di una pagina.
 
- Le notizie intorno a D. Guilielmus de Legnano, già' abate umiliato di Monte Lupario o Monlue', vicino a Milano e poi di S. Ambrogio sono dedotte dall'epigrafe scolpita sul coperchio della sua arca, nella chiesa di S. Satiro. Il testo riportato dal Puccinelli (Raccolta d'iscrizioni dopo lo zodiaco, cap. XIV, n. 26, Milano 1650) e da esso si può dedurre che l'abate, dai costumi severi, guido', i suoi monaci secondo castità' e onesta': fu doctor legis, costrui' diversi palazzi; orno' decorosamente il chiostro e la chiesa di S. Satiro, a Milano; restauro', diversi edifici religiosi; accumulo', grandi ricchezze docto moderamine, finche' le sue ossa riposarono nell'ottobre 1267.
 
-- Il diritto doveva essere proprio di casa presso la famiglia Legnani se, a travasarlo in prove dignitose, tra i membri del casato, uno dei primi fu Francesco, assunto a fama nel Medioevo, per essere stato uno dei dodici anziani del popolo milanese,. detti della "Provvisione".
 
Le sue qualità di illustre giureconsulto furono sfruttate per l'elaborazione del giuramento che Matteo Visconti pronunzio' nel 1289 "sopra la loggia degli Osii nel broletto nuovo, colle trombe, per giurare il capitanato del popolo": .. . ad bonum tranquillum et pacificum statum populi et communis Mediolani, acomnium amicorum ... vos domine capitanaee jurabitis regere populum Mediolani. Il testo completo del giuramento e' stato riportato da B. Corio (Storia di Milano, vol. I, Milano 1975, p. 646), uno dei primi studiosi di storia milanese, che abito' anche in casa Melzi, a Legnarello (ora corso Sempione, n. 157), in un'ampia abitazione arricchita da colonnati e dipinti dei sec. XV e XVI. L'opera del Corio fu stampata, nel 1503, dagli editori "da Legnano", discendenti da Giovanni, pure famoso doctor utriusque doctrinae.
 
-- Se fra tutte le citta' della terra una nomea universale celebra ed esalta la Lombardia per la fertilità delle sue pianure (De magnalibus Mediolani, introduzione); se fra. le citta' della Lombardia la fama magnifica Milano come la rosa e il giglio tra gli altri fiori, velut rosa vel lilium inter flores, non c'e' motivo per dubitare che, fra tanta eccellenza un posto preminente possa spettare tra gli abitanti, per la sua qualitas, anche a Bonvesin de la Riva, a cui appartengono le lodi sopra indicate.
Non possediamo notizie sicure sulla sua giovinezza, ne' sappiamo donde abbia tratto i natali, tanto che alcuni scrittori formulavano l'ipotesi addirittura di una derivazione da Riva di Trento o Riva, sul lago di Lugano, ma e' probabile che Bonvesin sia nato a Milano, intorno al 1230 circa; che abbia fatto l'insegnante di scuola media a Legnano, fino al 1230 circa, come asserisce mons. Paredi nella presentazione del De Magnalibus (Milano MCMLXVII), e in seguito si sia trasferito a Milano, a Porta Ticinese, con la moglie Benedicta (primo testamento), oppure Benghesia o Benghedisia (secondo testamento), morta la quale, sposo' Floramonte senza che l'una o l'altra avesse figli. Quindi, benché' il suo nome fosse spesso preceduto da un fra o frater, era un laico iscritto all'ordine degli Umiliati, come dice l'epitaffio riferito dal Giulini (Op. cit. Vol IV, pag. 742): Hic iacet F. Bonvicinus de ripa de ordine tertio humiliatorum doctor in grammatica qui constrixit hospitale de Legniano...
Tale iscrizione scolpita sulla tomba, si trovava nel chiostro della chiesa di San Francesco a Milano. Sempre secondo l'epigrafe, Bonvesin, se non fondo' personalmente l'ospedale di Sant'Erasmo a Legnano, ne fu certamente un largo benefattore. Sia nel testamento del 1304 che in quello del 1313, si parlava infatti di un affitto che i frati di detto nosocomio erano tenuti a pagargli, pur potendo fruire di un carro di vino quale ricompensa, per suffragare i defunti della famiglia.
Nonostante la dichiarata appartenenza all'ordine degli Umiliati, come dice l'epitaffio, notevoli furono gli sforzi fatti da A. Ratti, il futuro Pio XI, per quanto non confortati da risultati definitivi, per strappare il nostro autore da un ordine legato da interessi cospicui all'arte della lana e dall'archibugiata facile diretta a San Carlo Borromeo, per assegnarlo all'ordine dei Francescani, in un momento di soprassalto contro l'ortodossia.
Dotato di largo merito, Bonvesin ne distribui' gran parte di donazioni e in affari con amministrazioni pie ed ospedali. Dal 1296 fu iscritto all'ordine di San Giovanni di Gerusalemme e, a partire dal 1303, fu ispettore dell'ospedale Nuovo di donna Bona.
Fra le sue opere poetiche si distinguono, sul piano artistico, per vivacità e schiettezza, i Contrasti. Non meno interessanti, per originalità del tema, furono anche i poemetti volgari, in alcuni dei quali trattò leggende cristiane e discettò sulle più sottili raffinatezze del desco (Cinquanta cortesie da desco), in un'opera composta durante la permanenza a Legnano, come fu ricordato dal primo verso:
Fra Bonvesin dar Riva che sta in borgo Legnian.
Accanto a questo codice di buona creanza, capace di stuzzicare la curiosità del lettore con la testimonianza conviviale dei nostri antenati, non stona il Libro delle tre scritture, un'opera poetica che evidenzia le miserie dell'uomo, dalla nascita fino alla redenzione operata da Cristo.
L'intento di Bonvesin non era però tanto quello di effettuare considerazioni astratte, quanto di narrare, come fece nel Volgare delle Elemosine o meglio ancora nelle opere in latino come il De vita scholastica, assunta recentemente agli onori dell'inclusione nella collezione germanica Teubner, mentre minore fortuna ebbe il De menzsibus.
Il trattato più noto e in latino, e' naturalmente il De Magnalibus urbis Mediolani, a cui l'autore attese con anni di paziente ricerca, per offrire ai lettori un quadro esauriente di Milano e del territorio, com'era ai suoi tempi, attraverso la celebrazione dei fasti civili e religiosi della citta, diffondendosi in particolari preziosi sulla sua consistenza topografica, demografica, edilizia.
Ultimamente la critica sembra aver concentrato l'attenzione sugli aspetti linguistici della sua produzione e in particolare sul De cruce, mimetizzato tra i tesori della Biblioteca Ambrosiana, ma divulgato dall'editore Scheiwiller, sapientemente allineato lungo il filo della linea lombarda al di la' "delle paratie dei generi" (Contini, Novita' dell'antico Bonvesin, in Corriere della Sera, 16 dicembre 1979).
 
-- Si dice che il Medioevo rinascente, con le strutture della vita biologica, non meno che della sua vita mentale, abbia perso qualcuno dei colori troppo vividi e brillanti, di cui era stato ornato. Dobbiamo forse pensare per questo che il quadro sia stato troppo oscurato, fino ad opporre a una realistica visione le immagini più' cupe evocate un tempo, tratte da alcune grandi affermazioni nel campo del diritto, della religione, della vita spirituale, delle arti primitive? A mitigare tale impressione sembra che un contributo notevole venga dal giurista Giovanni da Legnano.
Di mente spietatamente critica, in grado di ricondurre alle giuste proporzioni le diverse proposizioni culturali, capace di spaccare in due la parola per estrapolarne il valore recondito, lo scrittore medioevale si sforzo' di individuare, nei loro rispettivi rapporti, le varie forme dell'attività' umana. Di fronte alle mutilazioni che l'insegnamento scolastico fece della storia, della storia dell'arte, dell'archeologia, della storia della letteratura (o meglio delle letterature, nel mondo del bilinguismo, in cui fiorirono, accanto al latino dei chierici le lingue volgari), della storia del diritto (o meglio sarebbe dire dei due diritti, perché il diritto canonico si andava organizzando di fronte all'insorgente diritto romano), Giovanni da Legnano fece suo quello che la civiltà medioevale avverti' più di ogni altra: la passione della globalità.
La data e il luogo della nascita di Giovanni, discendente dalla famiglia Oldrendi, che divenne poi Legnani, per i possedimenti in quel di Legnano, Legnarello e Cerro, sono rimasti finora avvolti nell'ombra, anche se non si può escludere l'origine legnanese o perlomeno milanese. Tale tesi e' confortata dal testamento dello studioso. In esso si dichiarava che Giovanni era il figlio del Conte de Oldrendis de Legnano Mediolanensis diocesis e tra l'altro si precisava disposizioni a favore della chiesetta di San martino a Legnano, mentre si disponevano provvedimenti a favore di studenti originari di Legnano, che volessero frequentare lo studio bolognese, nel cui spirito testamentario, nel 1983, in occasione del sesto centenario della morte dell'autore, fu costituita, a Legnano, la "Fondazione Famiglia Legnanese", per l'erogazione di borse di studio.
Dell'origine sopra accennata fanno fede inoltre i trattati sull'interdetto ecclesiastico, sulle ore canoniche, sulla censura, sulla pluralità dei benefici, sulla guerra, che indicano come autore Iohannes de Lignano Mediolanensis.
Scarse sono le notizie sul periodo trascorso, nei primi anno del 1300, a Milano, dall'autore, il cui nome era inserito nello "statuto della Scuola di San Giovanni sul Muro", del 1337. Oscuri sono pure i motivi che indussero lo scrittore ad allontanarsi da Milano, per stabilirsi a Bologna. Lì il "Da Legnano", esercitò un'intensa attività didattica e di scrittore, svolgendo anche la professione di avvocato, documentata da numerosi contratti e Consilia.
Particolarmente impegnativa fu pure la sua attività politica esplicata come ambasciatore in delicate missioni presso il Papato e, come legato pontificio, durante lo scisma d'Occidente, a cui dedico', una Epistula ad Cardinalem Petrum de Luna e due trattati di Urbano VI. Si può' dire, anche se ha dato il meglio di se stesso nel campo del diritto civile e canonico, che non ci sia stata branca dello scibile, nella quale l'autore non abbia sviluppato le straordinarie doti del suo eclettismo, come @ sintetizzato nell'epigrafe posta sul suo sarcofago, dalla filosofia (de amicitia) all'astronomia, dalla medicina alla matematica, e perfino all'astrologia, perché era convinto che l'uomo di legge, se fosse stato esperto di scienza, avrebbe soddisfatto esperienze anche di ordine pratico e non solamente accademico (Cfr. De cometa, La figura della grande costellazione, Somnium, Proemio al De Bello, De adventu Christi, De iuribus Ecclesiae).
Se il Legnani si accinse a predire l'avvenire, lo fece però solo per le eclissi e pochi altri fenomeni celesti, senza lasciarsi travolgere dalla follia astrologica.
Infatti per la dottrina rigorosa, per le idee al servizio della prassi, per il procedimento comparativo dialettico, con cui applicava le regole del diritto civile a quello pubblico e rifletteva l'autorità del Digesto nelle questioni politiche, informo' a Bologna la pubblicistica fino al termine del sec. XIV.
Non è necessario saccheggiare il repertorio della retorica, cui fecero largo ricorso i suoi ammiratori, per mettere maggiormente a fuoco la sua personalità@. Dei meriti si resero particolarmente conto i suoi concittadini, che lo crearono cittadino onorario e gli conferirono la nomina di Vicario equivalente a quella di Signore di Bologna. Anche quando rassegnò@, tale carica, Giovanni da Legnano fu sempre tra i primi cittadini, come componente del Consiglio dei Quattrocento, anche se non destinato a coprire a lungo tale compito, perché morì il 16 febbraio 1383, probabilmente colpito dalla peste. Gli furono decretate solenni esequie e il suo corpo fu sepolto nella chiesa di S. Domenico. Il mausoleo a lui dedicato, ancor visibile nel Museo Civico di Bologna, rappresenta uno dei più pregevoli monumenti scultorei dell'epoca.
Nel dare un giudizio sull'opera di Giovanni da Legnano, sembra non gli si possa negare animosità nell'affrontare i problemi terreni, energia nel tentativo di arrivare a soluzioni concrete. Può sembrare utopistica la sua tesi sul principato universale della Chiesa, proprio alla vigilia dello scoppio dello scisma, ma può essere intesa come espressione di un desiderio sentito, volto alla costruzione di un ordine basato sulla pacifica convivenza, di fronte a un impero in grave crisi. Se in sede critica e' naturale una certa diffidenza verso la sua tecnica espressiva, fatta spesso di luoghi comuni, di forme usuali, di ripetizioni, dobbiamo pero' vederla come qualche cosa di posteriore rispetto alla varietà della sua concretezza, all'interiorità della sua anima.
Al di là del panorama esauriente dell'impostazione dottrinale conta soprattutto l'introspezione del concetto di libertà@, nel tentativo di adattamento alle strutture di un particolare periodo; conta l'equilibrio di una certa volontà terapeutica, congiunto a un pragmatismo non indifferente, che parte da geniali proposizioni scientifiche, per tradurle in principi animatori di esperienze reali.
 
-- Non si sa quanto valga l'incontro di circostanze all'inizio di grandi destini o generazioni blasonate, ma é certo che la fortuna ama avvolgere le proprie sinuosità attorno a vitalità dirompenti, quali furono i "Vincemala", anche se il lettore smaliziato può, guardare con sospetto a un'apologia del genere. Si sa ad ogni modo che tutte le famiglie e non solo le più nobili hanno conosciuto momenti inquietanti, magneticamente occulti o stravaganti, come hanno vissuto momenti di splendore segnati dalla rabdomantica capacita di cogliere dal più minuto segnale messaggi di eventi favorevoli. A voler dare significato alle parole, concorse, in tal senso, la figura di Gian Rodolfo Vismara.
Discendente da antica famiglia compresa nella "Matricola" dei nobili milanesi rogata nel 1377, trascorse la sua esistenza in parte a Milano, nella parrocchia di S. Martino a Porta Nuova e in parte a Legnano, dove i suoi antenati possedevano un mulino già nel 1043. Nelle grazie dei Signori di Milano, la sua famiglia ricambiò la protezione con la donazione di terreni usati sia per la costruzione di un auditorium nella zona centrale di Milano, divenuto poi chiesa di S. Maria del Giardino; sia per l'erezione del convento servita di S. Maria del Paradiso. A tale scopo poté usufruire di una concessione ducale rilasciata il 19 marzo 1493, perché' potesse sfruttare una certa quantità d'acqua del fiume Olona, a favore dei monasteri in costruzione.
A Legnano il Vismara sfrutto' la vistosa eredita' paterna per assistere generosamente l'ospedale di S. Erasmo, di cui fu direttore grazie alla sua qualità di medico, ma senza retribuzione. Fondi, inoltre un convento di Francescani Minori detto di "S. Maria degli Angeli" sito in quello che attualmente é corso Garibaldi, non lontano dal maniero oggi sede del Museo Civico ed eresse il monastero delle Clarisse di S.Chiara, verso l'odierno corso Italia. Tale monastero fu soppresso nel 1782 dall'imperatore Giuseppe II.
 
-- Maestro di grammatica a Legnano, nel 1518, pare che qui sia stato sepolto. I suoi biografi amano ricordarlo come autore di un distico posto sopra il portale della canonica di Legnano: Pabula, vina, ceres, rivorum copia templum Legnanum illustrant multaque nobilitas. 1518 che esalta il carattere agricolo della città favorita dall'abbondanza dei corsi d'acqua e dalla presenza di numerose famiglie nobili. Gli si attribuiscono però, anche due versi incisi sull'alto della porta della chiesa di S. Maria in Busto Arsizio: Virgo, populus qui hanc lustro tibi condidit aedem fac vigeat felix totaque posteritas.
Non é certa la notizia, in base alla quale sarebbe stato il capostipite della famiglia Bossi.
 
-- La famiglia Cornaggia ebbe una notevole parte nella vita pubblica legnanese. Un Carlo Cornaggia si trova tra i firmatari dell'atto del 1649 col quale i cittadini legnanesi provvidero a riscattarsi dal feudo. Un altro marchese Cornaggia figura nel verbale del "concordato generale" del 28 novembre 1760, conservato nell'archivio storico comunale. Successivamente i marchesi Cornaggia risultano proprietari del Castello Visconteo di Legnano, trasformato in vasta proprietà agricola, che già comprendeva 18 mulini lungo l'Olona in gran parte acquistata dall'Amministrazione comunale insieme al castello.
Gabriele dei Marchesi Cornaggia-Medici, nato a Milano nel 1856 ed ivi morto nel 1908, fece parte per ben 23 anni del consiglio comunale di Legnano, e per 15 della giunta municipale; fu uno dei membri più attivi e ascoltati per competenza amministrativa e serenità di giudizio.
 
- Milano 1753 - Bellagio 1816) - Discendente di una antica famiglia spagnola, fu uomo politico e attivo nel periodo della repubblica Cisalpina e nel primo periodo del Regno d'Italia. Dopo la conquista napoleonica della Lombardia, Milano divenne il più' attivo centro del movimento giacobino italiano, al quale aderirono patrioti delle più' svariate classi sociali, oltre ad eminenti esponenti della nobiltà di quei tempi. Napoleone, preoccupato principalmente che il governo della città non cadesse nelle mani della parte più oltranzista del giacobismo, vi immise alcuni uomini moderati, che garantissero l'esecuzione delle sue volontà, come finanzieri, grossi proprietari terrieri e nobili milanesi. Tra questi il Conte Francesco Melzi d'Eril, che era considerato il capo dei moderati. Lo stesso Napoleone designò tra i redattori della Costituzione della Repubblica Cisalpina con Greppi, Taverna, Triulzi, anche i Melzi che divenne, nel 1802, vice presidente della stessa Repubblica. Francesco Melzi d'Eril, che aveva sposato Caterina Modignani, rafforzo' il possesso dei beni terrieri, case e palazzi patrizi a Legnano e, primo del suo casato, divenne così cittadino di Legnano (Luigi sartori, l'Opera Barbara Melzi, Legnano 1961).
Allo scoppio nel marzo 1799, della nuova guerra tra Francia e Austria si ebbero violenti moti antirepubblicani anche in Lombardia e nei tre mesi del riconquistato dominio degli austriaci, molti beni del Melzi d'Eril furono confiscati e lo stesso fu giudicato in contumacia, essendosi rifugiato a Saragozza. Al ritorno dei Francesi in Lombardia, il Melzi riebbe i suoi poteri e si dedicò, alla formazione di un esercito nazionale come garante dell'indipendenza.
Fondò col napoletano Vincenzo Cuoco anche "Il giornale italiano", al quale collaborarono intellettuali dell'epoca come Monti, Foscolo, Romagnosi e Berchet. La rivista ebbe solo tre anni di vita, anche se era diffusa in tutta Italia presso i ceti colti.
Alla caduta di Napoleone e all'avvento del Regno d'Italia il Melzi d'Eril fu nominato cancelliere guardasigilli della corona.
Una discendente di questo personaggio, figlia dell'omonimo conte Francesco, coniugato ad Isabella Salazar, fu Barbara Melzi, fondatrice dell'istituto ancor oggi esistente.
 
(1825-1899) Figlia del conte Francesco Melzi d'Eril, nobile di antica casata, e di Isabella Salazar, entrò come novizia canossiana nel convento di S. Michele alla Chiusa a Milano, ma, nel 1848, prima dell'arrivo a Milano dell'esercito piemontese in ritirata dopo Custoza, le novizie, e con esse Barbara, furono rinviate alle rispettive famiglie.
La sua vocazione religiosa era molto solida e Barbara Melzi che, nel 1849, aveva preso i voti di professione religiosa, cominciò a svolgere a Legnano la sua opera di carità e di insegnamento. Il padre, conte Francesco, per tenere la figlia a lui vicina, decise di realizzare una fondazione a Legnanello, dove donna Barbara potesse proseguire la sua vocazione di educatrice in conformità alle regole delle Canossiane di via Chiusa. Ottenuta l'approvazione dell'autorità ecclesiastica, il conte Melzi, il 1 agosto 1853, fece atto di donazione di tutti i suoi beni a favore della casa canossiana di Milano, che già aveva aperto a Legnanello una filiale, a condizione che venisse resa indipendente con l'istituzione dell'Opera Melzi. Il 3 aprile 1854, l'arcivescovo di Milano Bartolomeo Carlo dei conti Romilli concesse la inamovibilità dalla casa di Legnano di Donna Barbara e la indipendenza della casa stessa da quella di Milano e di altre fuori Milano.
L'Opera Melzi si estese poi da Legnarello a Tradate, dove il conte Melzi aveva lasciato altri beni alla figlia.
L'Istituto dell'Opera Barbara Melzi si ingrandì', sviluppando l'insegnamento privato femminile, con particolare attenzione per il magistero elementare e d'asilo .
Morta la Melzi il 13 dicembre 1899, l'eredità spirituale e materiale passò a Madre Gaetana Adamoli e, alla morte di questa (1902), il cardinale Andrea Ferrari, arcivescovo di Milano, nominò Madre Giulia Amigazzi nuova superiora, alla quale, nel 1942, successe Madre Giuditta Baio, attiva e fedele continuatrice dell'Opera Melzi.
Barbara Melzi, dotata di profonda cultura umanistica, ha lasciato oltre a memorie autografe, delicate poesie, velate da profonda malinconia.
La stessa arricchì anche la preziosa raccolta paterna di quadri, edizioni rare, manoscritti, monete e medaglie .
 
- Nato nel 1818, si distinse in tre diversi settori della vita cittadina. Pittore acquarellista ha lasciato una serie di pregevoli opere, in parte conservate al Museo Civico, che raffigura angoli della vecchia Legnano o aspetti di vita locale, tratteggiate con uno stile ed un gusto tipico degli impressionisti lombardi dell'Ottocento, con qualche elemento di sapore "naif", che li rende ancor più preziosi.
Fu anche patriota, partecipando con Ester Martini Cuttica e Saule Banfi ai moti del 1848 e riuscì a scampare la prigionia, in quanto considerato già allora benemerito dell'istruzione pubblica. Era infatti uno dei più noti insegnanti e storiografo.
Morì nel 1902 e in sua memoria venne murata una lapide nella casa natia situata all'inizio di via Milano, angolo corso Sempione.
 
-- Nell'albo del Risorgimento italiano anche Legnano ha iscritto nomi di rilievo. Per non parlare di Saule Banfi fervente patriota imprigionato nel 1848 dall'Austria e che, liberato, continuò, a prodigarsi, senza lasciarsi sorprendere, tanto da offrire il suo contributo, come chirurgo, sul campo di battaglia di Magenta, un posto di spicco e occupato da una straordinaria figura di donna: Ester Martini Cuttica, animosa cospiratrice legata da vincoli di amicizia a Mazzini, a Maurizio Chiesa, ai Cairoli. Discesa da antico e nobile casato, ella andò sposa a Rinaldo Cuttica pure originario di illustre famiglia, per quanto non dotata di grandi risorse economiche. Di squisita sensibilità, quale emerge dalle sue lettere, Ester Cuttica, fu madre esemplare, donna energica ed intraprendente, che non si limiò@ ad affidare i suoi sentimenti patriottici a pagine dalla sintassi contorta, ma non esitò, a rischiare la rispettabilità e la libertà personale, per la difesa quegli ideali risorgimentali.
Assidua collaboratrice dei patrioti lombardi, quando Mazzini, tramite Piolti de Bianchi, al quale era ta affidata la direzione del partito a Milano, e tramite Brizio, che aveva assunto il comando dele operazioni militari, sperando nella ribellione dei soldati ungheresi, che l'Austria aveva arruolato di forza, organizzò, un colpo di mano a Milano, Ester Cuttica non esitò ad aprire le porte della sua dimora di via Pontaccio ai cospiratori che volevano dare una fiera risposta alle forche austriache di Belfiore.
Per quanto il piano di insurrezione preparato dal Brizio contasse su 5000 uomini, il 6 febbraio 1853, solo poche centinaia di patrioti risposero ai segnali convenuti, sicchè l'Austria ne ebbe facilmente ragione, soffocando il tentativo con metodi di terrore. Fu allora che Ester Cuttica si adoperò per condurre personalmente fuori Milano il Brizio, nascondendolo nei suoi poderi di Legnano e fargli passare poi il Ticino.
Nè minore fu l'impegno dei coniugi Cuttica per la fuga del Piolti de Bianchi. Scoperta la trama, l'Austria arrestò la donna come responsabile del colpo e l'avviò alla fortezza di Mantova, dove la tenne segregata per quattro anni, senza però che i suoi carcerieri riuscissero a strapparle i nomi dei congiurati, nonostante le sofferenze, le torture e la minaccia di uccisione dei suoi figli amnistiata nel 1857, la gentildonna, sostenuti efficacemente quanti ritornavano dalle prigioni alle loro case, s'adoperò con un gesto di delicata galanteria per un'offerta di cento anelli raccolti tra le donne italiane, a Garibaldi, come segno di stima verso l'uomo, che tanto aveva contribuito al "patrio riscatto" ed era tutt'altro che insenibile ai "voti di emancipazione della donna" (Carteggio Cuttica - 109-160). Morì a Legnano nel 1898.
 
(1857 1931) -- Fu insegnante d'italiano nelle scuole superiori, scittore di opere varie. Oltre a scritti inediti, il Colombo lasciò una fantasia medioevale in dieci canti, "Il Cavaliere della morte", stampata nel 1900 in occasione dell'inaugurazione del monumento dello scultore Enrico Butti e dedicata appunto al guerriero della battaglia.
Lo stesso autore, nella prefazione, avverte che ha inteso raffigurare il guerriero morente come il simbolo, la personificazione del sacrificio.
Giacobbe Colombo lasciò alla Parrocchia del Santo Redentore di Legnanello una villa con terreno annesso, utilizzata attualmente dall'oratorio maschile e de nominata appunto "Casa Giacobbe".
 
-- La musica ha avuto a Legnano molti cultori fin dal tempo in cui le famiglie patrizie amavano arricchire le lunghe serate dei salotti con concerti vocali e strumentali, in alternanza alle feste sontuose che rompevano la monotonia di una vita mondana molto limitata, quale poteva offrire la provincia o un borgo come Legnano, meta, nell'Ottocento, di villeggiature estive o fine settimane dedicati alla caccia.
La tradizione musicale, è sempre rimasta viva anche nelle giovani generazioni, alimentata dalla tenacia di dirigenti del complesso bandistico cittadino, fondato nel 1880, da altri sodalizi come la "Gioventù Musicale" o da singoli insegnanti, cimentatisi come compositori.
In questo campo c'è un personaggio, legnanese di adozione, che ha dato lustro, con la sua arte, alla città, per avervi trascorso gran parte della sua vita, unendo all'insegnamento elementare anche l'attività di direttore d'orchestra e compositore. Nato ad Enna da una famiglia di musicisti, il 22 agosto 1874 diventò apprezzato violinista e buon esecutore di trombone tenore. Ben presto si fece notare anche come compositore di brani vari, tra cui alcune romanze che divennero popolari nella città siciliana.
Non era però, la musica che gli poteva riservare solidità economica e quindi, conseguito il diploma di insegnante elementare, per terminare gli studi al Conservatorio, iniziò, la sua peregrinazione che lo condusse a Legnano, avendo vinto un concorso per un posto in una scuola. Qui proseguì la sua attività di compositore, affiancandosi a quel "bouquet" di maestri italiani che tra l'Ottocento e il Novecento arricchirono pagine strumentali e sinfoniche della musica italiana. Tra i suoi capolavori due sinfonie, Quadri di vita veneziana, l'opera Zellia brani di musica sacra e da camera. A Legnano fondò nel 1931, un liceo musicale con l'aiuto finanziario degli industriali locali, organizzando anche alcuni riusciti spettacoli musicali al Teatro Legnano. Fu molto apprezzato come direttore d'orchestra, recandosi anche all'estero in tale veste. Morì a Legnano il 31 luglio 1932 per una grave malattia, ad appena 58 anni, e nel fulgore della sua maturità artistica.
 
-- Nato a Intra nel 1883, dopo aver studiato in Svizzera trovò lavoro presso la Franco Tosi viaggiando per alcuni anni quotidianamente tra Milano e Legnano. Qui si trasferì colla famiglia nel 1920 in via Cappellini, allora periferia estrema del paese.
Per conto della ditta si recò, più volte in Egitto e Medio Oriente, dov'ebbe modo di conoscere gli scavi archeologici che stavano riportando alla luce i documenti preziosi e grandiosi di quelle antiche civiltà a cui la nostra stessa vita civile discende.
Il fascino di queste ricerche lasciò in lui tale impronta e tanto fervore che, tornato a Legnano, si mise frugare nel nostro terreno, che mai non conobbe piramidi, nè faraoni nè le origini della scrittura e della scienza e che tuttavia racchiudeva (o ancora racchiude?) le testimonianze di un passato molto lontano e poi noi tanto prezioso. La passione, la pazienza e la perizia del Sutermeister hanno estratto da questo suolo tanti documenti che amplificarono l'arco dei secoli in cui sono rintracciabili le vicende della nostra storia. Prima di lui solo un paio di Legnanesi, quali furono Aristide Mantegazza e il maestro Giuseppe Pirovano, avevano dedicato la loro attenzione ai reperti che la zappa o l'aratro avevano estratto da sotto l'humus delle campagne legnanesi. Sutermeister, datosi con passione alla ricerca archeologica, sorvegliò scrupolosamente tutte le operazioni di scavo promosse dallo sviluppo edilizio del paese, intervenendo al primo sentore di un qualsiasi ritrovamento e sottopose a una metodica esplorazione tutta la superficie cittadina, portando alla luce e raccogliendo amorosamente una quantità di reperti che oggi arricchiscono il museo civico a lui intitolato.
Contemporaneamente andava affinando la sua preparazione storica, garantendosi la competenza scientifica necessaria ai suoi compiti.
La sua scoperta più prestigiosa è legata alla necropoli di Canegrate che richiamò l'attenzione dei maggiori studiosi ed oggi è presente in tutti i manuali di preistoria come documento di una cultura particolare anteriore a quella di Golasecca.
A lui dobbiamo la fondazione, la direzione e l'arricchimento del Museo. Ma anche la conoscenza dei periodi meno antichi della storia di Legnano ricevette da lui un largo impulso. I suoi studi sul Castello Visconteo, sulle fortificazioni ad esso anteriori sui conventi di Legnano e sulle vicende genealogiche delle famiglie più note sono consegnati nei fascicoli delle "Memorie, della Società Arte e Storia" da lui fondata e praticamente diretta fino alla morte avvenuta il 21 novembre 1966.
 
- Le prime fabbriche a carattere industriale succedute alle manifatture domestiche, che operavano fin dal XVIII secolo nel territorio di Legnano, sorsero col 1821.
In ordine cronologico il primato si deve allo svizzero CARLO MARTIN, che in quell'anno realizzò il primo stabilimento per la filatura del cotone. Seguì ERALDO KRUMM di Wittemberg (Germania), che aprì la seconda filatura di cotone. Nel 1828 sorse il terzo stabilimento tessile fondato dalla ditta Borgomaneri, Sperati e Bazzoni, passato poi in proprietà a COSTANZO CANTONI. Lo sviluppo però di quella che diventerà una delle piIù grosse manifatture tessili dell'Italia Settentrionale, il Cotonificio Cantoni, si deve a EUGENIO CANTONI, che assunse la direzione dell'azienda nel 1850, conducendola in breve tempo ad alto livello. Nel 1857 infatti l'intera maestranza degli opifici di Legnano e Castellanza si componeva di 464 operaI e in particolare lo stabilimento di Legnano, con 204 dipendenti, aveva una filatura, una tessitura, una tintoria e un reparto finissaggio. In quello stesso anno Eugenio Cantoni portò all'altare la figlia del segretario particolare di Gabinetto dell'imperatore d'Austria, la baronessina Amalia Genotte von Merkenfeld de Sauvignj. Questo matrimonio diede lustro ai Cantoni, ponendo Eugenio in una posizione di evidenza e prestigio nella provincia lombarda. Dal matrimonio nacquero tre figli, Arturo, che scelse la carriera militare; Costanzo, che prese il nome del nonno, e Giulia che si appassionò alla musica, divenendo compositrice. In riconoscimento delle sue benemerenze, con decreto reale del 1871, il Cantoni fu nominato barone. Dal 1864 egli fu comandante della Guardia Nazionale di Gallarate col grado di maggiore e in seguito consigliere dell'ordine dell'imperatore Francesco Giuseppe, per essere quindi nominato console generale d'Austria.
Morì il 15 marzo 1888.
Anche GIULIO THOMAS, nato a Milano nel 1851 da famiglia oriunda francese, merita di essere ricordato tra i pionieri dell'industria cotoniera. Il padre Achille impiantò a Legnano verso il 1870 un'industria per la tessitura del cotone, in località "Gabinella", e fu tra i primi ad applicare i telai meccanici e a utilizzare la forza a vapore per sopperire a quella idraulica tratta dalle acque dell'Olona. Si distinse pure come amministratore pubblico, disimpegnando vari incarichi. Promosse la fondazione dell'asilo infantile e della Società Operaia. La morte troncò la sua promettente esistenza a soli 44 anni.
Nel 1842 il dottor G. DONATO TRAVELLI aprì il quinto stabilimento di filatura di cotone e, nel 1879, i fratelli ENEA e FEBO BANFI, figli del benemerito patriota Saule Banfi, fondarono l'azienda che in seguito ad altri passaggi, divenne Cotonificio De Angeli Frua. In precedenza, e cioè nel 1871, i fratelli DELL'ACQUA, in unione ad altri, fondarono l'omonimo cotonificio, che ebbe una considerevole importanza per l'economia cittadina, prima del tracollo negli anni Sessanta.
RODOLFO BERNOCCHI, nel 1873 impiantò, un piccolo stabilimento di lavanderia e candeggio di tessuti in cotone, dal quale si svilupparono poi, per iniziativa dei figli ANTONIO e ANDREA BERNOCCHI i vasti stabilimenti di filatura e tessitura, con sede a Legnano e in altre località.
Dei Bernocchi restano a Legnano alcune opere sociali di rilievo, la maggiore delle quali l'Istituto Tecnico e Professionale, che prende appunto il nome dal fondatore Antonio Bernocchi, Senatore del regno.
L'ing. CARLO JUCKER, nato il 23 maggio 1878 a Reutte in Tirolo, da una famiglia svizzera, che già aveva avuto pionieri nell'industria cotoniera, rivestì nella storia del Cotonificio Cantoni un ruolo notevole come dirigente e tecnico di valore.
A lui si deve lo sviluppo degli stabilimenti di Legnano, Castellanza e Bellano negli anni a cavaliere tra il XIX e il XX secolo. Nel 1900 ricevette dall'allora presidente del Cotonificio ing. Cesare Saldini la direzione della filatura di Castellanza e, sette anni dopo, fu incaricato di riorganizzare lo stabilimento d: Legnano, per farne un opificio a livello europeo .
Fu il primo ad usare nello stabilimento "coloranti diretti" nel reparto tintoria, nel 1916, in un periodo, in cui la produzione di tessuti di cotone era molto richiesta. Al termine della prima guerra mondiale Carlo Jucker si dedicò ad opere sociali e alla realizzazione di case per lavoratori. Aiutò la costituzione della sezione legnanese dell'Associazione Mutilati e Invalidi di Guerra e di un "Centro sperimentale di rieducazione per mutilati e invalidi"; fondò, un asilo infantile e il Sanatorio "Regina Elena", inaugurato, nel 1924, dalla Regina Margherita. Fece costruire la villa nei pressi del reparto tintoria, per farne la sua dimora ed essere più vicino allo stabilimento e seguirne in modo attivo la produzione. Per interessamento di uno dei due figli, il dott. Riccardo Jucker, degno continuatore delle opere paterne, filantropiche e sociali, questa villa potè essere acquistata dalla Famiglia Legnanese, per divenire sede del sodalizio.
Prima di chiudere la sua intensa vita di lavoro, il 4 ottobre 1957, l'ing. Carlo Jucker riuscì a veder realizzata l'ultima sua coraggiosa opera, la modernissima tessitura in località "Olmina".
Da una piccola officina meccanica con annessa fonderia, nel 1878, nacque un'azienda denominata "Cantoni, Krumm & C", con lo scopo di eseguire riparazioni di macchine installate nelle numerose industrie, specie tessili, sorte nella zona.
Nel 1876 fu chiamato a dirigere l'officina l'ing. FRANCO TOSI il quale, con felice intuizione, si volse allo studio e costruzione di motrici alternate e a vapore, che in pochi anni si affermarono sul mercato in Italia e all'estero.
Divenuto socio dell'azienda, che mutò, la denominazione in "Officina Franco Tosi & C." nel 1894, l'ing. Tosi divenne esclusivo proprietario e l'officina assunse la nuova ragione sociale di "Franco Tosi". L'attività di questo pioniere dell'industria legnanese fu breve, ma intensa come la sua vita. Alle sue doti di industriale e cittadino, aggiunse l'opera di filantropo e di realizzatore di una serie di istituzioni per il tempo libero, di mutua assistenza, previdenza e istruzione professionale. Modesto e cortese nella vita e con i dipendenti, chiuse tragicamente la sua esistenza, il 25 novembre 1898, nel fiore degli anni, vittima dell'ira sanguinaria di uno sciagurato, del quale era anche stato benefattore.
Tra le varie industrie di Legnano una parte di rilievo ebbero, nel primo Novecento, le Officine Fial (Fabbrica Italiana Automobili Legnano), sorte nel 1902 per iniziativa dei fratelli GUGLIELMO, PAOLO e CARLO GHIOLDI, che già si dedicavano da alcuni anni alla produzione artigianale di motori agricoli, industriali e di motociclette. I Ghioldi, specie per l'intrapredenza e la genialità di Guglielmo, si distinsero nella creazione di originali apparecchiature meccaniche che restano una testimonianza dell'epoca "eroica" del settore motoristico italiano, tra queste una delle trebbiatrici più perfezionate e il primo triciclo per la nettezza urbana con un sistema molto pratico e razionale di sollevamento della spazzatura delle strade. Il prodotto dei fratelli Ghioldi che ebbe maggiore successo fu la vettura "Legnano A", realizzata nel 1905. Dotata di motore bicilindrico di 1135 cc. aveva l'albero di trasmissione cardanica, anzichè a catena e sviluppava una potenza di otto cavalli a 1100 giri, filando ad una velocità di 60 chilometri orari, favolosa per quei tempi.
Al termine della prima guerra mondiale Guglielmo Ghioldi si trasferì a Milano, per costruire con i fratelli Vaghi un'altra fabbrica di auto.
L'industria legnanese, appunto per lo spirito d'iniziativa e la tenacia dei suoi pionieri, riuscì ad imporsi velocemente agli albori del secolo XX, trasformando in breve tempo un'economia prevalentemente agricola in un'altra con un ruolo di tutto rispetto sullo scacchiere produttivo lombardo di quell'epoca eroica, in cui il progresso era basato proprio sulla disponibilità della manodopera e sull'intraprendenza di illuminati imprenditori.
 
 
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3.3 Legnano, l'ingegnere archeologo

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Legnano, l'ingegnere archeologo
 
Quanto deve l'Italia dei musei alla passione antiquaria dei privati? Difficile fare dei conti precisi, certo moltissimo, e gli esempi importanti si chiamano, per restare in ambito lombardo: Poldi Pezzoli a Milano, Carrara a Bergamo, Palazzo d'Arco a Mantova, l'ala Ponzone a Cremona, Museo delle Armi a Brescia.
E per i Legnanesi, appena dietro l'angolo, la Fondazione Pagani di castellanza. Fatto questo rapido giro di orizzonte, si puo' tornare a casa per trovare un' altra dimostrazione di mecenatismo tutto particolare, non cioe' di tipo sponsorio o ereditario ma interpretato in termini di iniziativa filantropica personale, diretta.
Accadeva infatti negli anni 20 di questo secolo che un severo ingegnere meccanico, Guido Sutermeister, arrivato a Legnano da Intra per lavorare alla Franco Tosi, dovesse spostarsi di frequente in Puglia e nelle zone dell'Antica Magna Grecia per collaudare le pompe costruite dallo stabilimento di piazza Monumento. l'anima tecnologica dell'ingegnere coabitava pero' con l'anima umanistica, nel senso che Sutermeister trovava la sua via di Damasco in direzione della ricerca archeologica alla quale finiva per dedicare molto del suo tempo libero.
Una snella pubblicazione comunale del maggio 1984 precisa che "le raccolte archeologiche del Museo Civico di Legnano sono il risultato di una assidua ricerca condotta dall'ingegner Guido Sutermeister negli anni 1925 - 1964, nel territorio della citta' e delle zone limitrofe. Grazie all'appassionato studioso, attorno al quale si si uni' ben presto un gruppo di sostenitori che diede vita alla società' Arte e Storia, si rese possibile nel 1928 la costruzione, con l'utilizzo dei resti originali, di un edificio che riprendeva la pianta della dimora quattrecentesca della famiglia dei Lampugnani, che divenne la sede del Museo cittadino".
 
Sutermeister, dopo ogni viaggio nel Sud, portava a Legnano pezzi archeologici ed in seguito ispettore onorario della Soprintendenza alle antichità' della Lombardia, si impegnava in intense campagne di scavo nel territorio, delle quali rimane testimonianza significativa nei materiali che hanno dato vita al museo legnanese.
L'edificio al numero 2 di via Mazzini, che ospita le raccolte di Sutermeister, e' il frutto di un exploit di tipica intraprendenza e concretezza legnanese. L'antico maniero dei Lampugnani (risalente al XV° secolo) era entrato nell'area del cotonificio Cantoni, dovendo cedere alle esigenze di sviluppo dello stabilimento (si trattava comunque di mensa).
Era il 1928: non tutto andava perduto di quel che rimaneva e infatti si utilizzavano alcune parti murarie per costruire la sede museale, riproponendone le linee quattrocentesche, trasferendole da via Cantoni in via Mazzini.
Le "talpe" Legnanesi, guidate da Sutermeister, scavavano un po' dappertutto nel circondario, approfittando anche delle occasioni offerte dagli scavi  altri, come nel caso dei lavori per la provinciale che unisce Castellanza con Busto Arsizio con Saranno: tra il 1926 e il 1928, a La Montagnola, località' Paradiso, Sutermeister trova il reliquato di una lunga scodella a forma di campana, riferibile alla cultura di Remedello, cioe' all'eneolitico finale (2000 - 1800 a.c.).
Ancor prima pero', nel 1925, l'ingegnere poteva esplorare un terreno ai margini di via Novara, tra le vie Giusti e Firenze, riportando alla luce un sepolcreto con 200 tombe ad incenerazione, databili I° secolo d.c. Tra il 1925 e il 1926, altri ritrovamenti di eta' augustea nel fondo Vignanti a San Giorgio su Legnano (1925), nel fondo Della Vedova a San Lorenzo di Parabiago (via Marco Polo 3, 1934), a Canegrate, nel 1946, fino ai sepolcri di eta' tardoromana ( IV° d.c.), trovati alla costa di San Giorgio (1925 - 1926), in via Leoncavallo, a Legnano e poi a Bienate.
Mettendo in ordine quel che aveva trovato o portato a Legnano, l'ingegner Sutermeister aveva privilegiato nella collocazione le località' di provenienza dei reperti. Diventato civico nel 1970, il museo veniva riordinato secondo criteri cronologici, indifferentemente dalla localizzazione del ritrovamento.Fra l'altro il patrimonio della raccolta legnanese si era arricchito, nello stesso 1970, delle scoperte dovute alle esplorazioni del gruppo subacquei di Legnano, guidato da Luraschi e Pontiggia, nel lago di Monate (Varese).
Fin dal 1864 erano stati individuati a Cadrezzate insediamento palafitticoli dell'eta' del bronzo con tre stazioni importanti: le ricerche, poco piu' di un secolo dopo, conducevano alla definizione di un abitato "molto rappresentativo e ricco di informazioni".
Al visitatore di presentano materiali selezionati e studiati. La collocazione e' avvenuta nella sala della loggetta e i reperti esposti cronologicamente in base ai contesti tombali ed alla provenienza: nella sala della Torre per i reperti di eta' romana, proposti seguendo la tipologia e l'uso.
Il museo racconta insomma la prima storia di Legnano e delle civiltà' contermini, della cultura di Remedello e quella di Canegrate, della Golasecca e La Tene' (celtica), del periodo romano agli stanziamenti longobardi.
Nel patrimonio museale c'e' anche una raccolta numismatica, esposta im mostra permanente: Del tutto fuori epoca, pero' sempre interessante, la presenza di un pittore come Gaetano Previati (1852 - 1920), ferrarese di nascita, vissuto a Milano e ispirato da soggetti epici trovati nella storia, come la Battaglia di Legnano del 1176. Tre sue tele si possono ammirare in una sala. Il museo offe spazi anche per mostre tematiche
 
 
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3.4 Signori del Castello di Legnano

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GENEALOGIA DEI LAMPUGNANI
Signori del Castello di Legnano
Da Memorie n. 8 Schema del Casato
 
                     1400                     1500                     1600
 
 
1.0       Oldrico Lampugnani
2.0              Oldrado Lampugnani
3.1                     Maffiolo Lampugnani
3.2                     Beltrame Lampugnani.
4.0                            Oldrado Lampugnani
5.1                                   Beltrade Lampugnani.
5.2                                   Beltbmolo Lampugnani
6.0                                          Gaspare Lampugnani
5.3                                   Antonio Lampugnani
5.4                                   Marco Lampugnani
6.1                                          Gio.Antonio Lampugnani
6.2                                          Oldrado Lampugnani
4.9                            Gaspare Lampugnani
3.3                     Uberto Lampugnani
4.1                            Maria Lampugnani
4.2                            Oldrado Lampugnani II°
5.5                                   Angela Lampugnani
5.6                                   Agostina Lampugnani
5.7                                   Giovannina Lampugnani
6.3                                          Ursina Guidina Lampugnani
5.8                                   Magdalena Lampugnani
4.3                            Giovanni Lampugnani
5.9                                   Cristoforo Lampugnani
4.4                            Franceschina Lampugnani
4.5                            Giustina Lampugnani
4.6                            Giorgio Lampugnani
4.7                            Pietro Lampugnani
5.10                                   Bernardo Lampugnani
5.11                                   Giov. Andrea Lampugnani
5.12                                   Battista Lampugnani
6.4                                          Gerolamo Lampugnani
6.5                                          Andrea Lampugnani
6.15                                          Giovanni Lampugnani
7.14                                                 Battista Lampugnani
7.15                                                 Margherita Lampugnani
5.13                                   Pringivalle Lampugnani
6.16                                          Pietro Giorgio Lampugnani
7.2                                                 Violunta Lampugnani
6.6                                          Margherita Lampugnani
6.7                                          Elisabetta Lampugnani
6.8                                          Gerolamo Lampugnani
7.3                                                 Princivalle Lampugnani
7.4                                                 Cesare Lampugnani
7.5                                                 Pietrogiacomo Lampugnani
7.6                                                 Perpetua Lampugnani
6.9                                          Susanna Lampugnani
6.10                                          Francesca Lampugnani
6.11                                          Laura  Lampugnani
4.8                            Maffiolo Lampugnani
5.14                                   Giorgio Lampugnani
5.15                                   Uberto Lampugnani
5.16                                   GIOVANNI ANDREA LAMPUGNANI
6.12                                          OLDRADO III° LAMPUGNANI
7.7                                                 Ferdinando I° Lampugnani
8.2                                                        Lucrezia Lampugnani
8.2.1                                                               Gerolamo Cusani
8.2.2                                                                      Flaminia Cusani
8.2.10                                                                      Gerolamo Stampa
8.2.3                                                               Giovanna Cusani
8.2.4                                                               Sorella di Giovanna Cusani
8.2.5                                                               Sorella di Giovanna Cusani
8.2.6                                                               Sorella di Giovanna Cusani
8.2.7                                                               Sorella di Giovanna Cusani
8.2.8                                                               Lelio Cusani
8.2.9                                                                      Agostino Cusani
8.2.11                                                                      Ottavio Cusani
8.2.12                                                                             Ferdinando Cusani
8.2.13                                                                             Frat. di Ferdinando Cusani
8.2.14                                                                      Gerolamo Cusani
8.3                                                        Ottavia Lampugnani
8.3.1                                                               Marco Antonio Del Verme
8.3.2                                                               Ercole Del Verme
8.3.3                                                                      Francesco Dal Verme
8.3.6                                                                             Ippolita Dal Verme
8.3.7                                                                                    Francesco Corio.
8.3.4                                                                      Giacomo Luigi Dal Verme
8.3.5                                                                      Pietro Dal Verme
8.3.8                                                                             Antonio Dal Verme
8.3.9                                                                                    Giacomo Dal Verme.
6.13                                          Nicola Lampugnani
7.8                                                 Isabella Lampugnani
7.9                                                 Cornelia Lampugnani
7.10                                                 Gaspare Lampugnani
7.11                                                 Camillo Lampugnani
8.4                                                        Ottaviano Lampugnani
7.12                                                 Alessandro I° Lampugnani.
8.5                                                        Isabella Lampugnani
8.5.1                                                               Conte Troilo
8.5.2                                                               Conte Federico
6.14                                          Cristoforo Lampugnani
7.13                                                 Giovanni Bernardino Lampugnani
8.6                                                        Violunta Lampugnani
8.7                                                        Prospero Lampugnani Jcc
9.0                                                               Cornelia Lampugnani
9.1                                                               Alessandro II° Lampugnani
10.0                                                                      Susanna Lampugnani
10.1                                                                      Giovanni Lampugnani
8.8                                                        Oldrado IV° Lampugnani
9.2                                                               Giovanni Battista Lampugnani
9.3                                                               Camillo Lampugnani
9.4                                                               Paola Catt.na Lampugnani
9.5                                                               Giulia Vittoria Lampugnani
9.6                                                               Paola Costanza Lampugnani
9.7                                                               Elena Margherita Lampugnani
9.8                                                               Paola Francesca Lampugnani
9.9                                                               Angela Faustina Lampugnani
9.10                                                               Pomponio Lampugnani.
9.11                                                               Ferdinando II° Lampuignano.
10.2                                                                      Oldrado Lampugnani
10.3                                                                      Camilla Lampugnani
10.4                                                                      Barbara Lampugnani
10.5                                                                      Giuseppe Lampugnani.
10.6                                                                      Francesco Maria I° Lampugnani
11.0                                                                             Ferdinando Maria III° Lampugnani
11.1                                                                             Oldrado IV Lampugnani
12.0                                                                                    Giovanni Andrea Lampugnani II°
12.1                                                                                    Francesco Maria II° Lampugnani
 
 
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3.5 Il CASATO LAMPUGNANI

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Il CASATO LAMPUGNANI
Ricavato dalla Tavola 25 di Memorie n.8
 
1.0              Oldrico Lampugnani
       1296       Podesta' di Novara nel 1296
 
2.0              Oldrado Lampugnani
       1350       Dottore Colleg.
 
3.1              Maffiolo Lampugnani
              Vescovo di Messina.
 
3.2              Beltrame Lampugnani
              1389-1410. Commerciante.
 
3.3              Uberto Lampugnani
               - JCC Lettore Universita' di Pavia - Maritato con Giovanna Omodea (1387-1399??)
 
4.0              Oldrado Lampugnani
       1425       Morto nel 1425
 
4.1              Maria Lampugnani
              Genealogia dei Casanova.
              Sposata con Castici
 
4.2              Oldrado Lampugnani II°
              Il magnifico capitano ebbe il castello nel 1437
       1460       mori'
 
4.3              Giovanni Lampugnani
 
4.4              Franceschina Lampugnani
              sposata nel 1412 Luigi Terzaghi
 
4.5              Giustina Lampugnani
              Sposata con Ambrogio Bozuli nel 1418
 
4.6              Giorgio Lampugnani
              J.C.C. a Pavia.
 
4.7              Pietro Lampugnani
              Sposato con Orsina Vistarini
              vissuto nel 1426
 
4.8              Maffiolo Lampugnani
       1410       ???
              Sposo' Giovanna Crivelli. Vivente nel 1419
 
4.9              Gaspare Lampugnani
              Apotecario, abitante nella parrocchia di San Protasio e monaco.
 
5.1              Beltrade Lampugnani
 
5.2              Beltbmolo Lampugnani.
              .- Sposato con Caterina Binaga nel 1425
 
5.3              Antonio Lampugnani-
                      Mercante 1457
 
5.4              Marco Lampugnani
                     - Commerciante
 
5.5              Angela Lampugnani
              morta nel 1448
              Sposata con Pietro Bartoli
 
5.6              Agostina Lampugnani
              Sposata con Giorgio Vistarini fratello di Orsini
 
5.7              Giovannina Lampugnani
              Moglie di Gerolamo Lampugnani
              Secondo marito Gia Simone
 
5.8              Magdalena Lampugnani
              Sposata con Ubicino Gambarana
 
5.9              Cristoforo Lampugnani
              Sposato con Belida del Carretto nel 1430
 
5.10              Bernardo Lampugnani
              Fu uno dei 900 nobili nel 1477
 
5.11              Giovanni Andrea Lampugnani
              Uccisore di Galeazzo Maria Sforza nel 1476
 
5.12              Battista Lampugnani
              Morto nel 1468
 
5.13              Pringivalle Lampugnani
              Sposato con Caterina Federica Spinola
 
5.14              Giorgio Lampugnani
              Vissuto nel 1464
 
5.15              Uberto Lampugnani
              Sposato una Franceschina Lampugnani
 
5.16       GIOVANNI ANDREA LAMPUGNANI
              sposato con Lucrezia Visconti  di Azzone Visconti - Vivevano in anno 1450
 
6.0              Gaspare Lampugnani
              .- Commerciante 1470-1476
 
6.1              Gio.Antonio Lampugnani
 
6.2              Oldrado Lampugnani
 
6.3              Ursina Guidina Lampugnani
              Maritata con Gaspare Visconti fratello di Azzone.
              Morta nel 1465 ??
 
6.4              Gerolamo Lampugnani
              Detto il Magno
              Morto nel 1530
 
6.5              Andrea Lampugnani
              Fu uno dei 900 nobili nel 1477
 
6.6              Margherita Lampugnani
              Sposata con Bernardino di Castel Seprio. Vissuta nel 1472
 
6.7              Elisabetta Lampugnani
              Sposata con Pietro Birago.
 
6.8              Gerolamo Lampugnani
              Testo' nel 1447
              Sposo' Margherita Pallavicina
 
6.9              Susanna Lampugnani
              Sposato con Guido Borrada???
 
6.10              Francesca Lampugnani
              Sposata con Giovanni Piola
 
6.11              Laura Lampugnani
              Moglie di Bartolomeo Landi. Vissuta nel 1472
 
6.12       OLDRADO III° LAMPUGNANI conte di Ripalta d'Adda; Governatore di Parma
       1507       Testo' col fidecommesso di cui si agita.
              Senatore nel 1509
              Mori' nel 1528
 
       1527       Codicillo' pel primogenito sul Castello di Legnano
       1528       Mori' lasciando il castello, 4 mulini, 2 sedimi e pertiche 2024 a Legnano, piu' un sedime da Nobile a Milano, dimostrati nel processo del 1550.
              m. Agnese Visconti colla dote di libbre 8000 come enunciato dalle DD.e OTTAVIA e LUCREZIA nipoti il 1549 agosto 2.
 
6.13              Nicola Lampugnani
              Prima moglie Lucrezia Saracina nel 1496
              Seconda moglie Too??? Saracina
 
6.14              CRISTOFORO LAMPUGNANI
              Sostituito nel testamento
              Sposato Lucrezia Landriana
              Provato nel processo del 1550.
 
6.15              Giovanni Lampugnani
       1531       Testo'
              Sposato con Lucia Tanta
 
6.16              Pietro Giorgio Lampugnani
              Sposato con Lucrezia Furghi
 
7.2              Violunta Lampugnani
              Moglie di un Visconti conte di Somma Lombardo . Abito' a Ferrara nel 1533
 
7.3              Princivalle Lampugnani
              Vissuto nel 1523.
 
7.4              Cesare Lampugnani
              vissuto nel 1517
 
7.5              Pietro Giacomo Lampugnani
              Sposato con Giustina Visconti.
 
7.6              Perpetua Lampugnani
              Monaca in Milano. Vissuta nel 1563
 
7.7              FERDINANDO I° LAMPUGNANI
              Ebbe l'eredita' paterna e mori' nel 1533
              Per i suoi debiti la dote della moglie e piu' furono alienate pertiche 667 e i beni immobili gia' dei Beni Paterni, come provato nel processo del 1550.
              Moglie BIANCA VISCONTI - Essa ebbe detti beni immobili e pertiche 667 come in detto processo del 1550 e si risposo'.
              Morto ante il 1542
              Sposo' Bianca Visconti di Antonio Francesco Visconti e Margherita Crivella
              Si risposo' poi con Gasp. Ant. Lama
 
7.8              Isabella Lampugnani
              Sposata con Conte Pietro Maria Rossi di San Secondo
 
7.9              Cornelia Lampugnani
              Primo marito Giovanni Pietro Pisa
              Secondo marito Gaspare Visconti
 
7.10              Gaspare Lampugnani.
       1549       Sostenne il fidecommesso di Oldrado III° assieme coi fratelli e detto Gio Bernardino.
       1552       24 aprile mori'.
              Fine della sua generazione.
 
7.11              Camillo Lampugnani
       1549       Pretese il castello come primogenito ed altri beni coi fratelli e con Gio Bernardino.
       1550       5 agosto mori'.
 
7.12              Alessandro I° Lampugnani . Conte.
       1549       Sostenne il fidecommesso di Oldrado III°.
       1553       Dopo morto il fratello ottenne sentenza sul castello di Legnano come maggiorenne ed ottenne altri beni, assieme a Gio Bernardino.
       1554       Ottenne il rilascio di detto Castello e meta' delle sue pertiche 627, dichiarate per l'altra meta' a detto Gio Bernardino.
       1577       27 giugno mori'.
              Sposato con Lucia Gambaloita.
 
7.13              Giovanni Bernardino Lampugnani
       1549       Agosto - Sostenne il fidecommesso d'Oldrado III° contro Lucrezia ed Ottavia figlie di Ferdinando I°.
       1549       25 novembre - Testo' sul fidecommesso.
       1553       Ottenne sentenza per detto fidecommesso di Oldrado III° insieme al Conte Alessandro I°.
       1554       Ottenne pure sentenza e rilascio provvisionale di meta' delle pertiche 627 dichiarate per altra meta' ad Alessandro I°
              Prima moglie Margherita Arcinboldi
              Seconda moglie Polissena Mariani.
 
7.14              Battista Lampugnani             
              Detto Giovanni battista. JCC di Milano. Vissuto nel 1508
              Ramo estinto
 
7.15              Margherita Lampugnani
              Sposata con Giovanni Giacomo Rusconi JCC . Vissuta nel 1531
 
8.2              LUCREZIA LAMPUGNANI
       1549       Chiamate, pel detto fidecommesso di Oldrado, da G. Bernardino con Camillo e i fratelli, possedevano dei detti beni di Oldrado III pertiche 1357, castello e 4 mulini a Legnano, con Sedime da Nobili a Milano, come da loro dichiarazione 1549 dicembre 4.
       1553       Venne fatta sentenza su detto fidecommesso.
       1554       In forza della sentenza, rilasciano ad Alessandro I provisionalmente il Castello e con G. Bernardino pertiche 627 a Legnano.
              Ritennero per concordato alla cessione della casa a Milano, i 4 mulini e pertiche 730 a Legnano che colle 667 pertiche alienate dal padre sono pertiche 1397
       1609       Setta Lucrezia invitata dai figli di Oldrado IV per surrogazione nella causa del fidecommesso di Oldrado III
 
              Sposata con Ottaviano Cusani J.C.C.
 
8.2.1              Gerolamo Cusani
 
8.2.2              Flaminia Cusani
       1638       Ante anno 1638 invitata per surrogazione della causa del fidecommesso Oldrado III° da Ferdinando II° e Conte Alessandro II°.
              Sposata con Giacobbe Maria Stampa.
 
8.2.3              Giovanna Cusani
              con le altre 4 sorelle ante anno 1638 invitate per surrogazione nella causa per fidecommesso di Oldrado III° dai figli di Oldrado IV° e Conte Alessandro II°
              Morta e finito la generazione di contesa
 
8.2.4              ?????  Cusani
              con le altre 4 sorelle ante anno 1638 invitate per surrogazione nella causa per fidecommesso di Oldrado III° dai figli di Oldrado IV° e Conte Alessandro II°
              Morta e finito la generazione di contesa
 
8.2.5              ?????  Cusani
              con le altre 4 sorelle ante anno 1638 invitate per surrogazione nella causa per fidecommesso di Oldrado III° dai figli di Oldrado IV° e Conte Alessandro II°
              Morta e finito la generazione di contesa
 
8.2.6              ?????  Cusani
              con le altre 4 sorelle ante anno 1638 invitate per surrogazione nella causa per fidecommesso di Oldrado III° dai figli di Oldrado IV° e Conte Alessandro II°
              Morta e finito la generazione di contesa
 
8.2.7              ?????  Cusani
              con le altre 4 sorelle ante anno 1638 invitate per surrogazione nella causa per fidecommesso di Oldrado III° dai figli di Oldrado IV° e Conte Alessandro II°
              Morta e finito la generazione di contesa
 
8.2.8              Lelio Cusani
 
8.2.9              Agostino Cusani
       1638       Ante anno 1638 invitato per surrogazione nella causa pel fidecommesso Oldrado III°, da Ferdinando II°, e pomponio col Conte Alessandro II°.
 
8.2.10              Gerolamo Stampa ( Marchese)
       1695       3 novembre Convenuto avanti il Senatore Ecc. dal Conte maria II° per rilascio di pertiche 54 circa a Legnano provenienti dal detto fidecommesso di Oldrado II°.
              Sposato con Donna Anna Visconti Stampa
 
8.2.11              Ottavio Cusani Marchese questore
 
8.2.12              Ferdinando Cusani ( Marchese e questore)
       1695       3 novembre, insieme con abate Gerolamo, zio, invitati avanti al Senato Ecc.mo dal Conte Francesco Maria pel rilascio di pertiche 100 circa a Legnano del fidecommesso di Oldrado III°.
 
8.2.13              Frat.lo di Ferdinando Cusani
       1695       3 novembre, insieme con abate Gerolamo, zio, invitati avanti al Senato Ecc.mo dal Conte Francesco Maria pel rilascio di pertiche 100 circa a Legnano del fidecommesso di Oldrado III°.
 
8.2.14              Gerolamo Cusani (abate)
       1695       3 novmbre, invitato coi nipoti dal Conte Francesco maria II° per rilascio di 100 pertiche circa a Legnano del fidecommesso di Oldrado III° avanti il Senato Ecc.mo.
 
8.3              OTTAVIA LAMPUGNANI
              Sposata con Francesco del Verme
 
8.3.1              MARCO ANTONIO DEL VERME
       1609       Invitato dai figli di OLDRADO IV e Conte Prospero per surrogazione in detta causa del fidecommesso di OLDRADO III e ante anno nuovamente invitato dai detti figli di OLDRADO IV e conte Alessandro II.
              Morto e finito la generazione di contesa
 
8.3.2              ERCOLE DAL VERME
       1638       Ante anno 1638 invitato per surrogazione in detta causa del fidecommesso OLDRADO III dai figli di OLDRADO IV e conte Alessandro II.
              Sposato con Monaca Corti
 
8.3.3              Francesco Del Verme
              Sposato con Isabella Visconti
 
8.3.4              Giacomo Luigi Dal Verme
              Diedero i beni di Legnano alla Contessa Ippolita Dal Verme Corio nipote.
 
8.3.5              Pietro Dal Verme
              Diedero i beni di Legnano alla Contessa Ippolita Dal Verme Corio nipote.
 
8.3.6              Ippolita Dal Verme
              Ebbe i beni di Legnano dai suoi zii Giacomo Luigi Dal Verme (8.3.4) e Pietro Dal Verme (8.3.5)
              Sposata con carlo Corio J.C.C.
 
8.3.7              Francesco Corio
       1695       3 novembre, avanti il Senato Ecc.mo invitato dal Conte Francesco Maria II° per il rilascio di 4 mulini e pertiche 500 ed altre terre a Legnano del fidecommesso di Oldrado III°.
 
8.3.8              Antonio Dal Verme
 
8.3.9              Giacomo Dal Verme
       1696        Assunse la difesa del Conte Corio e disse di rappresentare la detta Ottavia sua ascendente.
 
8.4              Ottaviano Lampugnani
       1550       3 settembre prosegui' la causa iniziata da suo padre contro Lucrezia ed Ottavia.
       1552       Mori' nel 1552
 
8.5              Isabella Lampugnani
       1577       Convenuta da Oldrado IV° e Conte Prospero fratelli, per il fidecommesso di Oldrado III° rilasio' castello e pertiche 312 circa che sono meta' delle dette pertiche 627 dichiarate al padre come sopra.
       1578       Verso fine anno mori'.
              Sposata con Pietro maria Rossi Conte di Santo Secondo
              Ebbe due figli Conte Troilo e Conte Federico. da Due diversi mariti
???????              Vedere libro memorie 8
 
8.5.1              Conte Troilo
       1591       20 dicembre Invitato dal conte Prospero e dai figli di Oldrado IV° defunto, patti' la sentenza del fidecommesso di Oldrado III° per il rilascio del Castello e pertiche 312.
 
8.5.2              Conte Federico
              Erede del Conte Troilo invitato dal Conte prospero e Alessandro II° padre e figlio e da Ferdinando III° e Pomponio fratelli per il rilascio come sopra.
       1605       Pati' sentenza pel rilascio del castello e pertiche 312 del fidecommesso di Oldrado III° la quale confermava la sentenza del 1591
 
8.6              Violunta Lampugnani
              Monaca nel convento di San Bernardino a Milano.
 
8.7              Prospero Lampugnani.
              Figlio di Polissena Marliani
       1577       - 1586 - Sostenno sul fidecommesso di Oldrado III° meta' delle pertiche 312 possedute da Isabella e Conte Troilo.
       1579       Locava pertiche 90 ex della meta' delle pertiche 627 del fidecommesso di Oldrado III° che gli giunsero in parte dopo la morte del padre.
       1591       19 novembre - Sopragiunta la morte del fratello domando' ancora il castello contro detto Conte Troilo citato.
       1591       20 dicembre - Ottenne sentenza per detto fidecommesso e rilascio' meta' di dette pertiche 312 salvo giudizio sul castello contro Ferdinando nipote.
       1594       Vendette all'Ospedale della Senavra pertiche 80 dei beni del fidecommesso Oldrado III°.
       1601       Ottenne ancora sentenza contro Conte Federico continuante la sentenza del 1591.
              Sposo' Susanna Pagana.
 
8.8              Oldrado IV° Lampugnani.
              Figlio di Margherita Arcinboldi
       1577       Tosto che fu maggiore domando' il fidecommesso di Oldrado III° sul castello e meta' delle pertiche 312 possedute da Isabella.
       1586       Proseguiva la richesta contro Conte Troilo figlio di Isabella.
       1591       12 settembre - Testo' sul fidecommesso e mori'.
       1591       23 dicembre - Faustina Cusana, la moglie, essendo tutrice dei figli Giovanni Battista e Pomponio istitui' procuratore Ferdinando II° suo figlio maggiore.
 
9.0              Corrnelia Lampugnani
              Sposata con Fr. da Rho
              Morta nel 1620
 
9.1              Alessandro II° Lampugnani. Conte
       1605       Con il padre e Ferdinando II° e con Pomponio ottenne sentenza contro Conte Federico pel rilascio di meta' di pertiche 312 del fidecommesso di Oldrado III°
       1644       Avvenne la morte sua senza figli maschi. In virtu' del disposto del fidecommesso Oldrado V con Ferdinando III° presero pertiche 143 a Legnano reperte nella sua eredita'
              Fine della sua genealogia.
 
9.2              Giovanni Battista Lampugnani
       1591       Insieme con il fratello ottenne sentenza pel rilascio di meta' delle pertiche 312 e mori' ante il 1605.
              Fine della genealogia.
 
9.3              Camillo Lampugnani
              Morto ante 1592
              Cameriere del Duca Carlo Emanuele di savoia poi nel 1580 Capitano dei Cavalli
 
9.4              Paola Caterina Lampugnani
              Monaca
 
9.5              Giulia Vittoria Lampugnani
              Monaca
 
9.6              Paola Costanza Lampugnani
              Monaca
 
9.7              Elena Margherita Lampugnani
              Monaca
 
9.8              Paola Francesca Lampugnani
              Monaca
 
9.9              Angela Faustina Lampugnani
              Monaca
 
9.10              Pomponio Lampugnani
       1591       - 1605 - Assieme ai fratelli ottenne sentenza pel fidecommesso di Oldrado III° e rilascio di meta' pertiche 312.
              Termine della sua genealogia.
 
9.11              Ferdinando II° Lampugnani.
       1591       - 1605. Ottenne sentenza contro Conte Troilo e Conte Federico per fidecommesso di Oldrado III° siccome primogenito ebbe rilascio del Castello e coi fratelli meta' delle pertiche 312 possedute dal detto Conte Troilo e l'altra meta' fu assegnata al Conte Prospero.
       1609       e ante 1638 invitava le eredi Lucrezia e Ottavia per surrogazione della causa del fidecommesso di Oldrado III°
       1638       Testo' nel 1638
              Sposo' Ludovica Arese
 
10.0              Susanna Lampugnani
              Sposata con Giovanni Battista Cittadino
 
10.1              Giovanni Lampugnani
              Morto nel 1622
 
10.2              Oldrado Lampugnani
              Monaco JCC nel 1624
 
10.3              Camilla Lampugnani
              Sposata con Giovanni Gattone
 
10.4              Barbara Lampugnani
              Sposata con Luigi meraviglia
 
10.5              Giuseppe Lampugnani. Conte.
       1644       In forza dell'ordine giudiziale ottenne coi figli del fratello pertiche 143 a Legnano repertate nell'eredita' del Conte Alessandro II° proveniente dal fidecommesso Oldrado III°.
       1658       a causa della sua morte i beni passarono ai nipoti.
              Fine della genealogia.
 
10.6              Francesco Maria I° Lampugnani. Capitano.
              Sposato con Francesca Vismara e tutrice dei figli nel 1644.
 
11.0              Ferdinando III° Lampugnani
              Fine della genealogia.
 
11.1              Oldrado IV Lampugnani. I.C.C.
       1644       Insieme con Giuseppe suo zio ottenne pertiche 143 di Legnano repertate nell'eredita' del Conte Alessandro II° come parenti prossimi chiamati nel fidecommesso di Oldrado III°.
       1568       Per la morte del Conte Giuseppe, zio, ottenne immissione nel possesso dei beni residuati giusto il fidecommesso di Oldrado III° e altri fidecommessi.
              Sposo' Lucrezia Cambiaghi figlia del ICC Francesco Cambiaghi.
 
12.0              Giovanni Andrea Lampugnani II°.
       1683       Fece ampia donazione fra vivi a favore del Conte Francesco Maria II° fratello, la quale fu pubblicata.
              Fine della sua genealogia.
 
12.1              Francesco Maria II° Lampugnani. Conte.
       1695       20 giugno - davanti ai Sigg. Giudici del Cavallo e Capitano di Giustizia anche come donatario del fratello, convenne i Sigg. Prada e poi i Sigg. castelli e contro essi ottenne sentenza 1696 del cui appello si agita ora innanzi al Senato Ecc.mo.
       1695       Convenne avanti il Senato detti Sigg. Conte Corio, marchese Cusani, Stampa ed altri pel rilascio dei beni di cui trattasi nel fidecommesso di Oldrado III° di cui si agita avanti il Senato.
              Tenne il castello fino al 1729
 
ALTRI NOMINATIVI
 
P1              Camillo Castelli. marchese e questore.
       1662       Compero' le 80 pertiche dell'Ospedale della Senavra cedute dal Conte Prospero (8.7)
 
P2              Francesco Castelli
              Marchese avvocato fiscale. Figlio di Camillo castelli (P1)
P3              Alessandro Castelli
              Conte .Figlio di Camillo Castelli (P1)
       1695       1 luglio. Invitati da Conte Francesco Maria II° avanti il Capitano di Giustizia pel rilascio di pertiche 18 incirca a Legnano gia' rilasciate a titolo del fidecommesso di Oldrado III° nel 1544, Vendute dal Conte Prospero nel 1594 all'Ospedale Senavra e da detto vendute al marchese Camillo nel 1662.
       1696       13 febbraio - patirono sentenza del Capitano di Giustizia per il rilascio di pertiche 18 a favore di detto Francesco maria II° della quale sentenza ed appello si agita davanti al Senato.
              La loro difesa assunse l'ospedale Senavra che per essi i Sigg. Castelli era responsabile.
 
P4              Giuseppe e fratelli Prada
              Acquistarono pertiche 55 a Legnano dai fratelli Castelli (P2) (P3) facenti parte delle 80 pertiche pervenute al Conte Prospero come sopra.
       1695       20 giugno avanti al Giudice del cavallo concenuti dal conte Francesco maria II° usci' sentenza.
       1696       Insieme coi Sig. Castelli (P2) (P3) avanti al Capo di Giustizia pel rilacio di detti benim al Conte Francesco maria II° del cuiappello si agita ed hanno regresso verso i detti Sigg. castelli.
 
 
OLDRADO LAMPUGNANI e il castello di Legnano
da Memorie N.° 2 pagina 55  Sutermeister
 
Mentre i Legnanesi si appassionano nella speranza che il Castello di Legnano abbia a passare in possesso del Comune onde ne venga curata la valorizzazione o almeno la conservazione, tratteremo la figura  del personaggio che sul castello innalzo' la sua insegna all'albore del secolo XV e rappresenta il piu' immediato capostipite di una gloriosa famiglia legnanese la cui fama ebbe vasta eco nel Ducato e in Italia.
Gia' gli antenati suoi dei quali possediamo la genealogia risalente sino all'852Franc. Nobili Arbore Lampugnani Parma 1697 in Arech. della Societra' Arte e Storia Legnano cioe' al piu' oscuro medioevo, passarono alla storia per azioni cavalleresche o per altre cariche politiche ed ecclesiastiche. Andrea fu Arcivescovo di Milano;Nobili cit.; Tettoni; Giulini; Storia di Milano Filippo confidente di Re Arduino; Guglielmo ed Alberto, consoli della Repubblica Milanese nel secolo XI; Tacio, cardinale; Guglielmo, Generale Ottone Visconti; Olderigo, Podesta' di Novara nel 1296:loc. cit. Garone I reggitori di NovaraAstolfo quale Abate di San'AmbrogioVedere in Sacristia di San Ambrogio in Milano Albero Genealogico dei Bbenedettini Clunianensi da cui risulta che dal 1300 al 1400 sette Lampugnani furono investiti dall'Abbazia di San Ambrogio. corono' Imperatore in Milano Enrico VII e via via, tanto che i Lampugnani poterono poi fregiare le loro insegne con l'Aquila, simbolo di "Vivcario Imperiale".
Ma vogliamo limitarci a colui che per primo possedette il castello nonche' la presenza in Legnano della famiglia Lampugnani sia confermata oltre un secolo prima.
Il padre di Oldrado, Uberto, era giureconsulto e lettore di diritto civile e teologico all'Universita' di Padova dal 1372 al 1382Vol. Cronistoria dell'Universita' di Pavia ivi stesso e poi a Pavia fino al 1395 ove era anche Consigliere dell'Ordine dei Giusperiti. Lo zio Maffiolo, originario di Milano a Porta Vercellina come l'Uberto, fu vescovo di Alatri, di Piacenza e poi Arcivescovo di Messina.De Sitoni de XScotia Patri Senat. Monumenta In San Pietro a Roma si conserva il suo sepolcro.Moriggia
Nato in un ambiente relativamente quieto e sereno, doveva invece rivivere in Oldrado lo spirito ardente di conquiste gloriose che nella stirpe era piu' volte scoppiato. Egli si rivela presto Cavaliere d'Armi, fiducioso di se' e poi raggiunge i piu' alti posti di governo sotto i Duchi del tempo.
Nel 1415 troviamo Oldrado che, al servizio di Filippo Maria Visconti, assegna a Gabrino Fondulo, Cavaliere di fama, il possesso feudale di CremonaOsio Doc. Dipl. II 49 Ma nel 1425 per incarico dello stesso DucaCorio Storia di Milano compie una scorribanda armata nel Cremonese e strappa Fondulo dal suo Castello perche' possa essere giudicato dal Duca che lo riteneva traditore.
Nel Ducato c'erano rumori di rivolta da parte dei Signorotti ed Oldrado e' mandato qua' e la' a fare la ronda ed ottenere sottomissioni per amore o per forza.
Nel 1422 Oldrado e' camerario Ducale e per il Duca procede alle trattative con il Papa Martino V pel matrimonio della sua nipote Caterina Colonna col Duca stesso.Osio Doc. Dipl. II 107  Il matrimonio non avvenne pero' ed il Duca sposo' Maria di Savoia nel 1427. Nel 1423 Oldrado svolge azione per rivendicare al Duca i beni di Valentina Visconti gia' moglie di Re Pietro di Gerusalemme e Cipro aveva lasciati in quelle terre.Loc. Cit. II 116 Nel gennaio 1425 Oldrado fa dono a Davide Cattaneis dei beni confiscati a taluni ribelli di Caravaggio.A.S. Mil. Reg. Visc. L'8 febbraio 1425 manda commissari alla Regina di Sicilia per stipulare una pace di 25 anni con il Duca. La firma ha luogo ad Aversa il 5 aprile Manaresi; Arch. Cancell. Visc. 2° II 789
Il 7 aprile Oldrado stesso si recaManaresi; Arch. Cancell. Visc. 2° II 791 alla Signoria di Venezia (che perennemente mirava a soppraffare il Duca) per importanti trattative. E' il momento della clamorosa defezione del Capitano Carmagnola dal suo servizio al Ducato per quello della Repubblica Veneta. Oldrado, ormai nemico del carmagnola mostra con questo viaggio tutta la sua consapevolezza della responsabilita' e l'ardire del suo coraggio. Era infatti frequente che l'Ambasciatore non facesse ritorno ai propri lari.
Dal giugno al dicembre di quest'anno Oldrado e' poi mandato nel Genovesato altro fronte del costante pericolo.Loc. Cit. Atti n. 932; 934; 937 ed altri
Il Duca possiede una flotta a Genova e Savona, e deve fortificare queste citta'. Oldrado si occupa particolarmente dei forti di Savona che agguerrisce con venti lombarde che si fa mandare da PaviaLoc. Cit. Atti n. 973 e da Castel-Leone gia' rocca del Carmagnola. E altre venti ne distribuisce in altre localita'Loc. Cit. Atti n. 1052Loc. Cit. Atti n. 932
In settembre i rumori di guerra da questo lato sono sedati ma il Duca raccomanda ad Oldrado di procedere egualmente al completamento dei fortilizi,Loc. Cit. Atti n. 1174 1 1214 e che si procuri il denaro sul postoLoc. Cit. Atti n. 1289
Una lettera del Duca ad Oldrado nel novembre del 1425 gli dice che, se i Veneziani lo inviteranno, egli lo mandera'Loc. Cit. Atti n. 11 novembre 1425con altri due commissari a trattare la tregua di pace a tre fra i Veneziani, il Re dei Romani e il Ducato.  E da altre lettere intuiamo che Oldrado a Genova lavora diplomaticamente per fare cio'.
Si approssima la fine di dicembre e il Ducato con animo squisito invita Oldrado a ritornare a Milano per passare il natale alla Corte Ducale.Loc. Cit. Atti n. 1617
Al principio del 1426 Oldrado e' mandato luogotenente a BresciaCorio Storia di Milano pag. 604 quando essa, divisa in fazioni, fa dedizione ai Veneziani per l'azione politico-militare del carmagnola. Oldrado fa giungere dalla Romagna l'esercito di Francesco Sforza che era la' in cerca di conquiste. La citta' era gia' in gran parte perduta pei Milanesi e non pote' essere mantenuta per le gelosie che sorsero fra Francesco Sforza e gli altri Capitani, che gia' la difendevano. Oldrado giura che piu' che mai vendetta al Carmagnola e incarica gli oratori del Duca presso la Serenissima di spiarne le mosse e fargli campagna avversa. Agostino de Ozula avverte infatti:Arch. Cancell. Visc. 2 II 78"Il Carmagnola  ha esposto piu' volte al Consiglio dei Veneziani come in unione ai Fiorentini si possa distruggere lo Stato di Milano ed assoggettarlo"
Continua intanto l'Oldrado la sua missione di inviato straordinario la' dove il bisogno lo richieda alternando tali periodi con permanenze al governo.
Il 29 marzo 1428 il Duca e' ammalato e dalla sua camera, detta all'OldradoOsio Doc. Diplom. II 365 una procura per mandare due delegati plenipotenziari a Napoli presso il Regno di Sicilia per trattative da farsi di la' col Papa Martino V.
Nell'ottobre Oldrado controfirma l'atto di donazione in dote della Terra di Varese a Maria Savoia seconda moglie del DucaLoc Cit. II 398
Oldrado aveva a Milano la sua bella abitazione a Porta VercellinaBenaglio Fam. Nobili. Milanesi dice Porta Orientale Parr. S. Giovanni sul Muro nel quartiere nobile ove abitavano parecchi altri Camerali Ducali. La dimora di Legnano benche' essa pure lussuosa non poteva servirgli che saltuariamente per svago. Ma terre e mulini erano annessiVedi test. in data 7 gennaio 1460e, fra una cura e l'altra del governo, Oldrado doveva amare il sollievo della sua campagna. Sin dal 1350 e' accertata l'esistenza in Cerro Maggiore del ramo collaterale dei Lampugnani di Cerro  dai quali uscirono i Cavalieri che molto ramificarono a Legnano e dei quali esistono le lapidi nella chiesetta della Madonnina.
Molti atti Ducali illustrano le incombenze di Oldrado; egli e' tesoriere perche' detiene la chiave del cassone "di San Pietro"Atti Canc. Visc. n. 893nel Castello di Pavia ove sono centinaia di migliaia di lire, provvede alle trattazioni coi delegati esteri che vengono dal Duca; fa "esaminare" i sospettati politici, ed ha i fondi segreti per azioni politiche.
Dal 1431 al 1434 egli e' di nuovo luogotenente a Genova.loc. cit. n. 1887 Nel giugno 1437 e' di nuovo in sede e riceve in donazione e soldo il feudo sulla Terra di Trecate,Arch. Duc. filza 46; Atti Cam. Duc. I n. 13-50grande ricompensa ai suoi servizi fedeli.
Viene costantemente mandato qua' e la' a regolare le situazioni difficili che via via i gelosi sollevavano contro il Ducato. Ed il Duca gli regolarizza le sue, autorizzandolo con un altro nobile, Hermes Visconti, a legittimare i loro rispettivi figli naturaliReg. Visc. III n. 178; il figlio naturale di Oldrado e' Giovannolo
Cosi' lo troviamo a fine giugno 1439  "nelle parti dell'Oltradda, dall'Oglio in qua, con piena autorita' quale fosse la mia stessa persona" ; scrive il Duca.Arch. canc. Visc. 2 I n. 238  Il 3 luglio e' al capitanato di Bellinzona;Arch. Cancell. Visc. 2 I n. 245il 14 luglio a Brescia;Loc. Cit. n. 416nel giugno 1440 e' alla difesa della Pieve di Incino d'Erba,Loc. Cit. n. 683il 28 giugno con Jacopo Visconti va oltr'Adda;Loc. Cit. n. 691 nel 1444 e' presso il Marchese di Ceva (Savoia)Ospedale Maggiore Mil. Test. Legnano Cart 93 3 94
Nel 1445, l'8 marzo, l'Oldrado fa istanza al DucaCorio: Storia di Milanoper fortificare il castello di Legnano. Il bellissimo torrione centrale con i ponti levatoi esisteva gia' da lunga data essendo stato costruito dai Visconti; egli chiede " Locum suum S.ti Georgii, Ducatus Urbis Huius nostrae, at libitum suum muro vel vallo muniri et fortificari et in validum fortalitium reduci,," cioe' di fortificare il castello costruendo un vallo ed il muro di ronda.
Oldrado aveva presentito cio' che fra poco doveva avvenire; Il Duca vecchio e cieco, mille gelosie e lotte fra Signorotti; le finanze esauste; la serpe di famiglia sua stessa, come ora vedremo.
Colla morte di Filippo Maria Visconti nel 1447 scoppia la Repubblica Ambrosiana e uno dei suoi caporioni del nuovo regime e' Giorgio Lampugnano, giovane fratello suo, laureato in legge da 2 anni.
Oldrado ne soffre ma da buon politico non si assenta; si fa dare un posticino modesto di capitano di una delle porte di Milano; naturalmente di Porta Vercellina. Ma resta fedele al vecchio regime e cosi' sosterra' in ogni modo l'avvento di Francesco Sforza, genero del Duca, il quale subito si mette in campo e laboriosamente conquista uno per uno i castelli Lombardi.
Nell'inverno del 1448 ad 1449, Francesco Sforza si porto' a Legnano che ebbe senza colpo ferireArch. Duc. f. 45 Atti n. 13 e 14 del 22 marzo 1450per una buona preparazione fatta dall'Oldrado. Da qui il futuro Duca fece punta su Busto che gli era ostile ma l'ebbe dopo poche scaramucce e prosegui' nella Brianza; poi di ritorno sottomise Galliate, Trecate e Cerano volgendo quindi a Novara.
Mentre lo Sforza investiva Vigevano nel 1449, un acerrimo nemico suo, Francesco Piccinino, faceva una diversione su Legnano, contro il Castello, allontanandosi poi per occupare la rocca di Castiglione Olona.
Ma il Francesco Sforza trionfo' su tutti e dopo il suo ingresso come Duca di Milano, l'Oldrado veniva premiato della sua attivita' ricevendo il titolo di Conte e la nomina di Consigliere ducale segreto.
L'Oldrado ha ormai sessanta anni e molta ricchezza. Non ha progenie non essendosi mai sposato. Il suo figlio spurio, Giovannolo, era morto verso il 1440 senza prole. Resteranno tuttavia sedici nipoti a disputarsi il futuro lascito.
Continua Oldrado i suoi servizi al Duca, quale delegato straordinario per le trattative e poi passa il meritato riposo nel Castello di legnano. E vuole attraverso le disposizioni testamentarie del 7 gennaio 1460 che iil castello resti perennemente alla famiglia Lampugnani succedendo per cpostipite maschio.
Oldrado venne deposto nella tomba erettagli nella Chiesa di Santa Maria del Carmine a Milano ove si conservano tutt'ora una bella lapide (tavola 6) ed il sacello sui quali sono i seguenti distici:
 
MISERERE FAMULO TUO OLDRADO DOMINI CONCERVET
EUM ET VIVIFICET EUM IN REQUIEM ETERNAM, AMEN.
DOMINE NON SECUNDUM PECCATA MEAS FACIA MICHI
NEQUE SECUNDUM 8sic) INIQUITATES MEAS RETRIBUAS MIHI
SED SECUNDUM MISERICORDIAM TUAM AMEN.
Quest'altra iscrizione letta dal Deccembrio (1447) non fu piu' vista dal Forcella, e manca oggi;
HIC JACET OLDRADUS QUEM LAMPUGNANO PROPAGO
EDIDIT, ET MULTIS FUIT HIS VIRTUTIS IMAGO.
DIVES OPUM, SED HONORE PRIOR, DOMINOQ VERENDUS,
QUEM COLVIT, FUERAT NULLI PIETATIS SECUNDUS;
SED MORS CONCTA DOMANS ANIMAM DECEDERE TERRIS
IUSSIT, ET IN COELUMRADIANTIBUS INTULIT ASTRIS.
 
A seguito della originale disposizione testamentaria di Oldrado, il castello con tutti i pingui beni annessi passo' via via in possesso di quel ramo dei Lampugnani che vantava un discendente maschio.
Cio' dette luogo ad interminabili contese fra coloro che avvendone largamente goduto il possesso ne venivano spossessati da un altro discendente maschio piu' prossimo, successivamente procreato. Avvenne anche sovente che colui che veniva spossessato aveva alienati e non poteva percio' piu' restituire la parte dei beni. Le cause non ebbero termine se non coll'estinzione, dopo circa 300 anni, di tutto il casato.
L'ultimo beneficiario, Francesco Maria Lampugnani Giusperito Collegiato e Conte di Freisa, del quale si vede lo stemma affrescato nell'interno del cortile sotto ad un balconcino, lasciava tutta la proprieta' nel 1729 all'Ospedale Maggiore di Milano. Ecco perche' negli archivi di tale istituto si trova una larga messe di documenti che interessano il Castello e le famiglie dei Lampugnani.
Ma tangibili momenti storici della discendenza dell'Oldrado e dell'altra famiglia collaterale che era praticamente padrona del Borgo di Legnanello (allora chiamato "Comune dei Lampugnani"; ed oggi ancora si chiama Via Lampugnani la via che vi conduce) sono largamente diffusi a Legnano.
Sono molti i camini in Molera (tavola 7) collo stemma della Famiglia, isolato o abbinato a quelli di altre nobili famiglie con cui si imparentavano; troviamo i Visconti, i Biraghi, i Vismara, i Carcano, Riva, Pusterla, ecc. rinunciando all'altra troppo lunga lista, che risulta dal completissimo albero genealogico della famiglia che ho costruito.
Della bellissima lapide (tavola 8) che l'Oldrado pose sulla torre centrale del castello, esiste a Legnano un altro esemplare nell'interno della casa Ex Renato Cuttica in via Alberto da Giussano n. 1. Questa rara scultura del rinascimento fu poi sconfinata dall'Ing. Cuttica, e la nostra Societa' attende, un atto liberale dei proprietari che abbiano a consentire di rimetterla nel ricostruito maniero dei Lampugnani cioe' al suo posto storico sui muri del Museo attuale.
Nella Chiesa della B. V. Immacolata detta la Chiesa della Madonnina, a Legnanello, graziosa costruzione che vantava una facciata dell'Arch. Richini del 1671 si trova la tomba del Cav. Gerosolimitano Capo Giuseppe Lampugnani, gia' nominato, ed ua lunga serie di lapidi di marmo nero che ricordano i suoi discendenti sino all'Attilio Lampugnani, Giudice delle Strade a Milano ( ossia assessore all'edilizia).
E' questo il rampo dei Lampugnani - Visconti, cosi' chiamato dacche' il Magnifico Gaspare Antonio della meta' del 1500 aveva sposato la nobile Bianca Visconti di Francesco. Ma anche questo rampo si estinse nel 1757 coll'Attilio il quale esso pure lascio' i suoi beni all'Ospedale Maggiore di Milano presso il quale e' conservato  il suo quadro in piena persona nella quadreria dei benefattori.
Abbiamo poi ancora oggi un segno della proprieta' dei Lampugnani del 1700 sulla casa di via Sempione 69 ora del cav. Dott. Bertazzoni in uno stemma della famiglia, non molto appariscente che trovasi come serraglia nell'arco esterno del portale di ingresso.
E questa casa rinchiudeva ancora nel 1926 un bellissimo quadro della fine del 1550 raffigurante il magnifico Gian Giacomo Lampugnani a mezzo busto, testa scoperta, vestito di scuro, spadino al fianco, collare di pizzo al collo ed un biglietto presentatore in mano con il proprio nome.
L'allora proprietario della casa, il Prof. G. Prandina vendendo la sua casa stessa al Dott. Cav. Bertazzoni si conservo' la proprieta' del quadro, che ci concesse di fotografare nella sua nuova dimora a Busto Arsizio.
Ma se e' vero che in questa casa di via Sempione 69 era nel 1700 ancora dei Lampugnani, (e lo era anche prima perche' si sa che il Capitano Gius. Lampugnani costrui' la chiesetta della Madonnina su un fondo ceduto dalla sua vicina proprieta', e' bene precisare che il Gian Giacomo Lampugnani abitava nella casa corrispondente all'attuale via Magenta 2 la quale era collegata da un voltoneUn acquarello del Pirovano esistente in museo ci tramanda una veduta.  al palazzo della mensa Arcivescovile (oggi Asilo). Da tale casa togliemmo nel 1927 un bellissimo camino ( fig. 2 tav 7)  al nome e dall'insegna del Protonotario Gian Giacomo Lampugnani, l'affrescatore di San Magno del 1508-1512, che ci dono' il marchese Don Marco Cornaggia con squisita comprensione del desiderio che gli esternammo alla vigilia dell'inaugurazione del maniero Lampugnani sede del Museo Civico.
Un altro quadro di persona della famiglia Lampugnani che trovavasi questa estate ancora "in sitio", e' quello di ua  giovane bellissima e pia dama vissuta intorno al 1600. Il quadro stesso ce ne da' il nome: CORNELIA LAMPUGNANI PATRITIA MEDIOLANENSE. e ce la mostra con una freschezza pura di una ventenne in abito quasi nero, con il velo sulla testa ed un crocefisso in mano. Tuttavia essa fu due volte sposa; prima al Senatore Francesco da Rho (1602 - 1611) poi ad un Borromeo da cui ebbe due figlie. Ma l'animo suo asceta la indusse a farsi monaca colle sue figlie ed entrava l'11 aprile 1620 nel Monastero San Filippo Neri a Milano ove mori' presto; il 13 luglio dello stesso anno. E' una figura la cui storia meriterebbe di essere un po' studiata. Le sue spoglie hanno pace nella chiesa di San Sepolcro in Milano ove alcune lapidi vantano la sua virtu'.
Incidentalmente sia detto che i nobili di Rho erano gia' stabili in legnano da piu' lunga data perche' un camino del secolo XV col loro stemma trovavasi acora infisso nella casa di via Gigante e fu da qualche tempo trasportato nella Villa del Rag. De martini nella piazza del Monumento.
Gia' troppo ho deviato dal programma di segnalare rapidamente i monumenti esistenti in legnano che si allacciano alla discendenza di Oldrado lampugnani; ne' tutti li ho elencati.
Importante fu la Casata ed abbondantissime ed interessanti sono per Legnano le notizie sue storiche ma lo spazio a disposizione non consente piu' vasta trattazione e devo fare qui il punto.
 
 
Il Borgo di Legnano nel quadro del Ducato di Milano
tratto da: Legnano nel Medio Evo di Marina Cattaneo
 
Legnano, secondo l'evoluzione che abbiamo tratteggiato nel capitolo precedente, era dunque divenuta, alla fine del secolo XIV, un luogo di soggiorno temporaneo per nobili famiglie milanesi, che vi avevano acquistato terre e case. A poco a poco, alcune di queste famiglie si stabilirono definitivamente nel borgo e tra di esse emerse in particolare quella dei Lampugnani, il cui prestigio a Legnano era un riflesso di quello acquisito da uno dei suoi membri alla corte Ducale. Questo stretto legame tra i Lampugnani e la corte fece si che il borgo restasse sempre fedele alle autorita' del Duca anche quando questa vacillo' e parve sul punto di eclissarsi.
La famiglia Lampugnani era da secoli alla ribalta della vita politica milanese e quella religiosa: infatti da essa erano usciti un arcivescovo di MilanoFilippo Lampugnani occupo' la cettedra arcivescovile dal 1196 al 1206.e una serie di abbati di S. AmbrogioTanto che il Giulini, op. cit. parte XI pag 344, penso' addirittura che la celebre abbazia fosse divenuta una specie di giuspadronato della famiglia Lampugnani.. In particolare alla fine del secolo XIV, il membro piu' illustre della casata era Ubertino, lettore di diritto canonico e civile in Pavia dal 1372 al 1381. Durante il governo di Gian Galeazzo, nel periodo in cui egli attendeva alla riforma dell'amministrazione, fu chiamato a collaborare con luiSutermeister - Il castello di Legnano in "Memorie della Societa' Arte e Storia" n. 8 - Legnano 1940, pag 29. e la sua fortuna crebbe ulteriormente dopo che, nel 1395, Gian Galeazzo ebbe ottenuto il titolo di primo Duca di Milano; nel 1397 Uberto fu nominato maestro generale delle entrateArchivio di Stato di Milano, Archivio Ducale, filza 46 n. 7., nel 1399 divenne giudice correttore delle frodi di natura fiscaleArchivio di stato di Milano, lettere Ducali, 1395-1409, fol. 491, regesto in Sutermeister Regesti e documenti sulla Famiglia Lampugnani raccolti da vari archivi, in "Memorie della Societa' Arte e Storia", Legnano 1940, pag. 74, n. 190. e, sempre nello stesso anno, risulta essere consigliere ducale e vicario generale ducaleArchivio di Stato di Milano, Arch. Ducale, registro B - fol. 99 regesto in Sutermeister Regesti, op. cit. pag 74 , n. 190.
Egli aveva gia' incominciato in questo periodo ad acquistare beni in Legnano, in particolare nel 1385 aveva acquisato da Giovanni da Lampugnano detto Bolliolo, figlio del fu Leone, e da suo figlio Margolo, abitanti in Legnano, 5 pertiche di terra, dalle coerenze indicato nel documentoArchivio dell'Ospedale Maggiore di Milano cartella 135, pergamena n. 4, regesto in Sutermeister, op. cit. pagh. 6 n. 4, deduciamo che Uberto vi aveva gia' acquistato una altra proprieta', confinante con la presente, che quest'ultima era situata tra Legnano e Rescaldina ed accanto ad essa si trovavano le altre proprieta' di altri due Lampugnani, Filippo e Leone. Cio' conferma l'ipotesi che un ramo della famiglia fosse gia' insediata nel borgo prima dell'avvento di Uberto e di suo figlio Oldrado, i quali furono attratti in questa localita' proprio dalla presenza di alcuni loro parenti.
Comunque sia, Uberto, che abitava ancora a Milano e precisamente nella parrocchia di San Maurizio di Porta Ticinese mori' alla fine del 1399 lasciando la moglie Giovanna Omodei, pavese, cinque figli, Maffiolo, Oldrado, Pietro, Giovanni, Giorgio e tre figlie. I figli di Uberto, cresciuti e vissuti sempre nell'ambiente della corte ducale ricoprirono quasi tutti le cariche di governo, tra di essi Oldrado ebbe una carriera particolarmente felice.
Nel 1402 morto Gian Galeazzo, il ducato fu diviso in due parti assegnate ai due figli del duca defunto Gian Maria e Filippo Maria; ma essendo essi entrambi minori, il governo aveva affidato alla loro madre Caterina in qualita' di reggente, coadiuvata dal consigliere Francesco Barbavara. In queste condizioni il solido stato costruito dal primo Duca  di Milano attraverso' un momento assai infelice: alle ribellioni delle citta' soggette alle guerre esterne si unirono le lotte tra i capitani di compagnie di ventura al servizio dei Visconti e le discordie tra le fazioni milanesi, che causarono sempre piu' frequenti tumulti in citta'. In questa difficile situazione Oldrado Lampugnani resto' costantemente al fianco di Filippo Maria, di cui era stato nominato istruttore politico-militareCodice Trivulziano n. 1817, in Sutermeister, regesti, op. cit. pag. 56 n. 104.
Quando, in seguito alla morte del fratello Giovanni maria, avvenuta nel 1412, Filippo Maria assunse il governo dello stato e ricomincio' la sua opera di ricostruzione, si trovo' in una situazione particolarmente difficile, dal momento che molte terre erano occupate dai signori e repubbliche confinanti e anche il suo diritto alla successione veniva contestato.Nonostante tutto cio', il giovane Duca rivelandosi subito un abile politico, riusci' in breve a riconquistare tutto cio' che era andato perduto e ad accrescere anzi la potenza del ducato e la considerazione di cui esso godeva presso gli altri stati.
La sua fortuna fu anche quella di Oldrado Lampugnani, che aveva avuto in questo burrascoso periodo funzioni di consigliere, Capitano e diplomaticoPetri Candidi Decembri, Vita Philippi Mariae Vicecomitis, RR. II: SS:, XX, col 997 e col 1015, il Decembrio conferma indirettamente l'importanza della posizione di oldrado alla corte di Filippo Maria, ricordando tra i consiglieri che piu' ingluenzarono la politica ducale.. Anche in seguito esplico' le stesse funzioni, alternando periodi di permanenza al governo, accanto al duca,  a missioni straordinarie, militari e diplomatiche, la' dove la necessita' lo richiedesse.  In particolare si occupava di mantenere la calma nei territori sottoposti a Filippo Maria e interveniva dove c'era pericolo di rivolte, per ottenere le sottomissioni, talvolta anche con la forza.  Il 7 aprile 1425 venne inviato per importanti trattative a VeneziaG. Sutermeister, Oldrado Lampugnani e il castello di legnano, in "Memorie della Societa' arte e storia" n2, Legnano, 1934, pag. 56 in un momento particolrmente delicato, vale a dire poco dopo la defezione del Conte di Carmagnola. Nel giugno dello stesso anno si trovava a Genova, impegnato a fortificare questa localita' e Savona, dove il duca teneva la propria flotta, e si faceva inviare da Paviaivi pag 57. lombarde.
Tra le incombenze di Oldrado vi era anche quella di tesoriereDeteneva la chiave del cassone "San Pietro" nel castello di pavia - Sutermeister, Oldrado, cit. pagg. 58-59., egli doveva inoltre provvedere alle trattative con i delegati esteri ed esaminare i sospettati politici. Dal 1431 al 1434 fu nuovamente luogotenente del Duca a Genovaibidem; successivamente esegui' altre missioni militari e diplomatiche in ogni parte del ducato e anche all'estero.
Durante questo periodo di gravi impegni politici continuo' tuttavia ad accrescere le sue proprieta' di Legnano: gia' prima della morte di suo padre, vale a dire prima del 1399, Oldrado aveva acquistato dai consorti Vismara di Dairago, una grande casa in Legnanello nella cosidetta "contrada di mezzo"  presso la chiesa, circondata da giardino e  assai vicino all'OlonaArchivio dell'Ospedale Maggiore di Milano, cartella 135, n. 11 in Sutermeister, Regesti, op. cit. pag 6, n. 6.. Nel 1419 sua madre, Giovannina Omodei, acquisto', da Porolla Lampugnani di Busto Arsizio figlia del fu Leone, un cassio situato tra il ponte carrato e i mulini sul fiumeArchivio dell'Ospedale Maggiore di Milano, cartella 135, n. 10, in Sutermeister, Regesti, op. cit. pag. 9, n. 15..
Continuarono gli acquisti di Oldrado: nel 1421, insieme al nipote Cristoforo, che durante le sue lunghe assenze gli fungeva da segretario e amministratore, compero' da Giorgio Terzago un piccolo sedime per ingrandire quello che gia' possedeva, l'anno successivo un terreno di 22 pertiche detto "prato della resega" dai consorti Vismara e sempre dagli stessi un mulino, situato presso il convento di Santa Caterina, in continuazione del terreno predettoArchivio dell'Ospedale Maggiore di Milano, cart 335, n. 13, n. 15 e n. 16 - Sutermeister, Regesti, op. cit. rispettivamente pag. 8 n. 13, pag 9 n. 15 e pag 10 n. 16.. In tutti questi atti il domicilio di Oldrado appare situato in Porta Vercellina, parrocchia di san Giovanni al Muro, vale a dire in quartiere nobile, dove avevano posto la loro abitazione molti altri funzionari ducali;  e' dunque probabile che la casa di Legnano gli servisse per i rari e brevi periodi di riposo.
Tuttavia l'acquisto piu' importante da parte di Oldrado avvenne l'8 ottobre 1426 dai consorti Crivelli, per mezzo del suo delegato Pietro Lampugnani, figlio del fu Rizzardo: si tratta di alcuni casolari e di una vasta estensione di terreni circostanti il castello di San Giorgio, per complessive 875 pertiche al prezzo di lire imperiali 8706Archivio dell'Ospedale Maggiore di Milano, cartella 135, atto n. 17, in Sutermeister, regesti, op. cit, pag 11 n. 17. Tanta disponibilita' di denaro e' facilmente spiegabile, se si pensa alle numerose incombenze politico-militari di Oldrado lampugnani, che sovente dovette entrare in possesso di beni e denaro confiscati e che forse gli furono concessi talvolta dal duca per pagare, con mezzo spiccio, le sue prestazioni.
Con questo acquisto il Lampugnani era gia' entrato in possesso di una parte dei sedimi circostanti la costruzione duecentesca del cosidetto "castello di San Giorgio", che non era propriamente un castello ma piuttosto una dimora di campagna;un'altra parte restava ai Crivelli, ma forse anch'essa almeno in una certa misura, passo' ai Lampugnani, grazie al matrimonio del fratello di Oldrado, Maffiolo, con Giovanna Crivelli. Comunque sia gli edifici erano tutti di proprieta' di Oldrado, quando 8 marzo 1445, questi ottenne dal duca Filippo Maria l'autorizzazione a fortificare il "locum suum Sancti Georgi"Archivio di Stato di Milano, cartella famiglia Lampugnani, in Sutermeister, op. cit. pag 86, n249. e vi apporto' delle modificazioni che vedremo nel capitolo successivo.
Tale castello serviva piu' che altro, come dimora estiva e punto di appoggio per le battute di caccia nei boschi circostanti il borgo; tuttavia essendo adatto a scopo di difesa rientrava in un sistema di fortificazioni che, disposte in un vasto perimetro attorno a Milano e affidate a famiglie di provata fedelta', proteggevano la citta' da incursioni nemiche.
Abbiamo fino a qui seguito le vicende di Oldrado, per dare l'esempio evidente della potenza economica e del prestigio raggiunto dalla famiglia Lampugnani nel borgo; tuttavia anche altri rami collaterali di questa famiglia godevano di entrate cospicue, e di grande autorita'. Seppure divisi in numerose ramificazioni, vivevano per la maggior parte nella zona di legnanello, che era considerata una specie di loro proprieta' familiare.Tuttora la strada principale che, attraversando l'Olona, porta a legnanello, porta il nome di "Via Lampugnani".
Un altro ramo viveva invece in contrada Muggiate, cioe' presso l'attuale chiesa di San Domenico, e da esso discesero numerosi pittori.In particolare Gia Giacomo, che, all'inizio del secolo XVI, fu architetto e affrescatore della nuova chiesa principale del borgo, dedicata a San magno.
Ma se i Lampugnani costituirono di gran lunga, in questo secolo e nei successivi, la famiglia principale di Legnano altre ve n'erano, altrettanto antiche e nobili. Il documento con cui Oldrado acquisto' le terre circostanti il futuro castellovedi note precedenti, divise in ben 46 voci di appezzamento di terreno, ci puo' dare un'idea della vastita' della proprieta' dei Crivelli, i quali, tuttavia, dimorando stabilmente in Milano, non sembravano aver  nutrito particolare interesse al nostro borgo, alla cui vita non presero parte in modo evidente, forse offuscati dalla potenza dei Lampugnani, forse in virtu' di un tacito accordo con loro.Viene fatto di avanzare questa ipotesi se si pensa alla massiccia vendita a favore di Oldrado lampugnani.
Un'altra famiglia che ebbe invece un certo peso nella vita, soprattutto religiosa, nel borgo e' quella dei Vismara: si tratta di una famiglia assai antica la cui esistenza ci e' nota dal 1057Giulini, op. cit. parte III, pag. 479 esegg.; questa famiglia compare nella matricola degli ordinari della Metropolitana, castiglio, op. cit., pag. 22, coll'indicazione per privilegium., ma che non sembra aver avuto peso eccessivo nella classe politica milanese. Le prime tracce della sua comparsa in Legnano risalgono, come abbiamo visto nel capitolo precedente, nella seconda meta' del secolo XIV°, tuttavia i beni di questa famiglia seppure cospicuicfr. eredita' del padre Gian Rodolfo Vismara, di cui si parla a lungo in Sutermeister, "La casa di Gian Rodolfo Vismara", op. cit., pag. 41, e segg. non sembrano poter competere con quelli dei Lampugnani e dei Crivelli. La famiglia Vismara abito' dapprima presso la chiesa di Santa Agnese, lungo l'Olona,All'incirca dove si trova oggi la Banca di legnano, la notizia viene dal Pirovano - Storia di legnano - manoscritto nell'archivio della Societa' Arte e Storia. poi nell'altra casa piu' grande, che si trova lungo l'attuale corso Italia fino all'angolo con l'attuale largo Seprio della quale tutto il quartiere prende nome di contrada dei Vismara.  Appunto una parte di questa casa fu donata dapprima da Bonifacio Vismara col suo testamento del 3 febbraio 1432Sembra che questo testamento e quello del figlio Giam Rodolfo Vismara siano stati visti dal Pozzo che ne parlo' con abbondanza di particolari nella sua opera del secolo XVII Storia delle chiese di Legnano, edito, senza indicazione del curatore, in "Memorie della Societa' Arte e Storia", n. 10, 1940 - 1, pag. 60 e segg. ad un monastero dei frati minori da erigere in Legnano. In seguito, essendo risultata nulla la prima disposizione, perche' il luogo non era parso adatto, venne donato dal figlio Gian Rodolfo, col suo testamento del 18 dicembre 1492  ad un monastero di Clarisse , anch'esso da erigersi. Per compiere poi il desiderio paterno, dono' al costituendo monastero di frati minori,  che ebbe poi titolo di Santa maria degli Angeli o piu' semplicemente sant'Angelo, 37 pertiche di terra fuori dal borgo in direzione di Castellanza, queta donazione deve essere avvenuta prima dell'anno 1469Breve di Papa paolo II, citato dal Pozzo, op.cit. pag. 60, in cui con breve papale si ottenne l'autorizzazione a costruire o 147014 agosto 1470, anch'esso citato dal Pozzo, in Galeazzo Maria fece al monastero la concessione di estrarre un rivo dall'Olona. Entrambi i monasteri furono poi ampiamente dotati dal suddetto Gian Rodolfo ; in particolare quello femminile, benche' il testatore non vi facesse alcun cenno, sembra essere divenuto un ricovero riservato in massima parte alle discendenti della famiglia Vismara, specie nei secoli in cui la monacazione, piu' o meno volontaria, delle fanciulle di discendenza nobile divenne un fenomeno di vasta diffusione.
Oltre a quelle cui abbiamo accennato, altre famiglie nobili ebbero rapporti col borgo di Legnano, piu' che altro dovuti a parentele, strette con le principali famiglie ivi residenti. Tra gli altri possiamo ricordare i Bossi la cui presenza in Legnano, pero', non e' accertata prima del secolo XVI° e che avrebbero posseduto una casaAl numero due dell'attuale Via Gigante, cfr. Sutermeister, Brani di storia e Arte di legnano in memorie n. 17 pag. 128 in contrada Muggiate, nella quale e' stata rinvenuto il loro stemma. Inoltre i Corio, che probabilmente si erano inparentati con i VismaraGli stemmi delle due gfamiglie compaiono uniti, accanto ad alcuni medaglioni con ritratti alterni maschili e fenminili, nella decorazione di casa Vismara in corso Italia Memoria n. 17 pag. 205 ebbero una casa in Legnanello gia' dal secolo XV°.
Non si trovavano invece piu' tracce degli Oldredi o Oldrendi, che tanta portenza avevano avuto nel borgo nel secolo precedente.Nel censimento del 1594, in censimento nominativo di legnano del 1594 con indici e genealogie Memorie n. 17 non campare alcun membro di questa famiglia. Tuttavia la ricorrenza del nome proprio Oldrado nella famiglia lampugnani farebbe pensare a qualche legame tra le due casate.
L'economia di Legnano in questo periodo, e probabilmente anche nei secoli precedenti, era basata sull'agricoltura: in particolare il tipo di coltura piu' diffusa, a quanto risulta dai documenti esaminati fin qui, appare essere quello della vite, specie lungo i declivi formati dalla valle Olona . Probabilmente anche le culture cerealicole erano abbastanza frequenti, soprattutto nei terreni piu' bassi vicino al fiume, almeno dove questi non si impaludavano troppo frequentemente.
Un'altra fonte di introito era data dai mulini, numerosissimi, in Legnano perche' a monte ed a valle del Borgo, favoriti dal decorso del fiume che, rapido sopra il borgo, si fa calmo poco dopo averlo attraversato.  A questi mulini, che appartenevano parte alla mensa arcivescovile, parte ai privati,  parte ai monasteri legnanesi, erano collegate seghe e altri srumenti che potevano dare luogo a una modesta attivita' artigianale.  Non sembra che tuttavia il borgo si distinguesse per una attivita' economica particolare che non fosse per la produzione di vino, mentre il mercato dei "buoi grassi", notissimo nei secoli successivi, non e' attualmente documentato prima del secolo XVII°, anche se talunoG. Cenzato, Legnano, in "Legnano" anno 2, 1594, pag 3 e segg.  ha voluto farlo risalire niente meno che all'epoca di Carlo Magno.
Dopo questa rapida panoramica della situazione economica sociale del nostro borgo nel secolo XV°, vedremo ora sommariamente quali avvenimenti politici abbiano caratterizzato la seconda meta' del secolo e in quale misura abbiano interessato Legnano.
Alla morte di Filippo Maria, avvenuat il 13 agosto 1447, mancano eredi legittimi, la situazione del ducato subi' un tracollo, mantre mutava la forma di governo col sorgere della Repubblica Ambrosiana. Benche' alcuni membri della famiglia Lampugnani, Giorgio Rolando e Princivalle, avessero aderito alla repubblica, Oldrado, troppo legato alla precedente forma di governo si mantenne in disparte. Quando nel 1448, Francesco Sforza, che aveva intrappreso la conquista del Ducato, si porto' nel nostro borgo, dopo aver preso Abbiategrasso, non incontro' alcuna resistenza e poco dopo anche Busto gli si arrese, probabilmente grazie alla preparazione operata dal Lampugnani. infatti il 19 aprile 1449 Oldrado fu dichiarato ribelle e probabilmente si ritiro' nel suo castello di Legnano, e assai opportunamente fortificato. Tuttavia poco tempo dopo Francesco Sforza, nel 1450, entro' in Milano e fu proclamato Duca di Milano, Oldrado, allora torno' al governo assieme ad altri membri della famiglia. Alla sua morte avvenuta il 7 gennaio 1460 tutte le proprieta' passarono al nipote Giovanni Andrea  che si fece confermare l'esenzione dalle gabelle di cui aveva goduto lo zio, come pure fecero i suoi fratelli, nonostante le proteste degli abitanti del borgo.  Tutto cio' dimostra di quanta autorita' godessoro ormai nel borgo i Lampugnani, grazie all'appoggio del governo ducale. Soltanto nel 1476, a causa dell'uccisione del duca Galeazzo Maria Sforza da parte di tre congiurati, tra cui un Lampugnani, tutta la casata visse un momento alquanto infelice, pur avendo tentato di dimostrare che l'uccisore del  duca non apparteneva legittimamente alla famiglia Lampugnani. Le ripercussioni furono abbastanza gravi e il prestigio di cui i Lampugnani godevano in Legnano decadde rapidamente a vantaggio di altre famiglie: Baldassarre Lampugnani che gestiva l'Ospedale di San Erasmo, all'inizio del 1447 dovette rinunciare al proprio mandato in favore di Gian Rodolfo Vismara. Ma ben presto i Lampugnani ripresero il loro posto in primo piano nel borgo e nell'amministrazione comunale.
Legnano aveva perso ormai qualsiasi caratteristica propria e sotto il dominio, piu' o meno velato dei Lampugnani, segui' per tutti i secoli successivi le vicende dello stato di Milano.
 
 
La ricostruzione topografica del borgo di legnano nel periodo Medioevale
tratto da: Legnano nel Medio Evo di Marina Cattaneo
 
Legnano fu, da epoca remotissima, come abbiamo visto, divisa in due parti: il borgo vero e proprio, alla destra dell'Olona, e Legnanello, alla sua sinistra. Le due sezioni dell'abitato di Legnano, conduceva ciascuna una vita autonoma, dal momento che il fiume, che le saparava, era, a quei tempi, assai impetuoso e spesso con le sue piene impediva qualsiasi collegamento.La situazione, secondo il Pozzo restava ancora tale ai tempi di San carlo, che dopo aver spostato la sede prepositurale da Parabiago a Legnano, assegno un coadiuatore alla chiesa di Santa Maria in legnanello, perche' gli abitanti di quella contrada potessero ascoltare la messa in tempo di piena del fiume.; inoltre anche nei momenti di calma la scarsita' di ponti, uno o forse due al massimo, rendeva assai limitata la possibilita' dei contatti.
In particolare Legnano si sviluppo' su una pianta a fuso, il cui asse centrale era costituito dalla via che, provenendo dalla costa di San Giorgio, vale a dire da Milano, attraversava il Borgo, proseguiva per Castellanza e risaliva la Valle OlonaAttuali Via Magenta e Garibaldi; la frazione di legnanello si sviluppo' invece tra quella che nel 1400 era detta "Strada Magna", cioe' l'attuale Sempione, e il fiume, che in quel punto forma  un arco piegando verso destra. Tra i due nuclei vi era una zona, compresa tra l'Olona, e l'Olonella, lasciata a coltura, sia perche' il carattere del fiume, come abbiamo accennato sopra, rendeva imprudente stabilirsivi, sia forse perche' essendo probabilmente di proprieta' della Mensa Arcivescovile, costituiva una specie di continuazione del piccolo brolo retrostante i suoi palazzi.
Esamineremo dapprima il borgo di legnano, che si sviluppo' maggiormente e costitui' sempre il centro della vita politica ed amministrativa di tutta la comunita'. Il centro del borgo era costituito dalla chiesa di San Salvatore e dal complesso dei palazzi arcivescovili e loro dipendenze.
Per quanto riguarda la chiesa di San Salvatore, ne sappiamo ben poco, pareSutermeister, Gia Giacomo Lampugnani, pittore Legnanese che sia crollata all'inizio del secolo XVI; l'unica parte supersite, fino al 1700 fu il campanile, che pero' a quell'epoca fu mozzato e sostituito da quello che si vede attualmente. E' ancora visibile la base del campanile antico, ma e' impossibile avvalendosi di questa sola testimonianza, farsi un'idea di come potesse essere la costruzione, che sorgeva all'incirca sull'area dell'attuale chiesa di San magno. E' comunque certo che esisteva almeno dal secolo XIII, essendo indicata nell'antico catalogo, piu' volte citato, a proposito della sepoltura di Leone da Perego
Il complesso dei palazzi arcivescovili appare assai articolato e di difficile ricostruzione. Sappiamo, come abbiamo visto in precedenza, che a Legnano esisteva un castello, fin dal secolo XI: probabilmente attorno ad esso e forse inglobandolo, sorsero gli edifici della mensa arcivescovile. Puo' essere che parte di questi edifici siano sorti prima di leone da Perego o durante il suo governo, ma non abbiamo alcun elemento atto a suffragare questa ipotesi: e' vero che l'arcivescovo soggiorno' in Legnano e vi mori' ma nulla vieta di credere che abbia abitato un edificio preesistente; d'altra parte il suo governo fu sempre talmente agitato, che riesce difficile pensare che questo arcivescovo si dedicasse ad abbellire le sue proprieta' con sontuosi palazzi.
Risale invece a quest'epoca, probabilmente ai mesi estivi del 1257, in cui l'arcivescovo si trovava malato in Legnano mentre attorno infuriava la lotta tra le avverse fazioni, la creazione di un vallo allagabile, che circondava il borgo. Di esso si e' trovato traccia durante gli scavi avvenuti nel 1954 e 1955, all'incirca sotto l'attuale Teatro della Galleria, parallelermente alla via Magenta e piu' a nord, in corso Garibaldi 4Braida, Corte e Curia Arcivescovile, senza indicazione dell'autore, in "memorie Societa' Arte e Storia" n. 15, 1955 pag. 57: collegando  idealmente questi punti e' possibile farsi un'idea dell'andamento di questo vallo.
All'epoca di Ottone Visconti risalgono invece probabilmente i palazzi arcivescovili che si trovano alla sinistra della via Magenta, infatti il catalogo citato alla morte di Ottone del 1925 ???? dice "... in augmentum quoque ... sui Archiepiscopatus possessione, et terras ipsius pulcherimmis edificiis decoravit; videlicet ... pretiosis etiam Burgum Legnani pallatiis..Catalogus del Giulini " A suffragio di questa ipotesi stanno due lapidi, una all'esterno dell'ingresso ai palazzi, l'altra all'interno del cortile entrambe recanti il simbolo dei Visconti in forme assai arcaiche, anzi la prima reca una strana immagine, vale a dire una testa sormontata da una croce che sembra collegata alla carica arcivescovile di Ottone.
Risale probabilmente all'epoca di Ottone, e forse agli anni successivi alla battaglia di Desio, la costruzione di un grosso muraglione che recingeva il borgo lungo il precedente fossato. In quest'epoca infatti l'arcivescovo, benche' fosse ormai saldamente insediato al potere, incontrava ancora parecchie resistenze specie da parte dei Torriani che sovente facevano scorrerie nel Seprio, in queste condizioni, come abbiamo visto, si serviva di Legnano come rifugio e base logistica: il vallo rappresentava dunque una difesa troppo debole per il borgo, inoltre toglieva acqua ai mulini, molti dei quali probabilmente appartenevano alla stessa mensa arcivescovile. Anche di questo muraglione si sono trovate le fondazioni, durante lo scavo del 1951: si trattava di una fondazione lunga 61 metri e parallela alla via Magenta a 36 metri di distanza; in alcuni punti fu possibile vedere l'impostazione dell'alzato, che indicava un muro di 60 cm. di spessore.
La qualita' della costruzione era ottima e accurata, il che farebbe pensare ad un'opera elevata con calma, forse contemporaneamente ai palazzi, e non sotto l'impulso di una necessita' di urgenza; l'attribuzione al secolo XIIIIl prof. Borroni della Sopraintendenza ai Monumenti di Lombardia analizzo' e dato' le fondazioni.appare accertata. Insieme alla base del muraglione vennero alla luce anche le fondazioni di un palazzetto, posto lungo il muro suddetto e risalente alla stessa epoca.
Ora che abbiamo stabilito a quali epoche attribuire gli elementi che ci sono pervenuti di questo complesso di costruzioni, cercheremo di stabilire l'aspetto che aveva Legnano, sulla base delle testimonianze, che abbiamo fin qui esaminato.
Innanzitutto la parte principale del borgo era circondata da un fossato non molto profondo ma allagabile, che si staccava dall'Olonella all'altezza circa dell'attuale piazza IV Novembre, descriveva un ampio cerchio e poi rientrava nell'Olonella tra le attuali vie Corridoni e Ratti. All'interno di questa prima opera di difesa c'era un muraglione che per il tratto centrale correva parallelo al fossato stesso, mentre dal lato sud si univa ad un edificio preesitente formando un angolo; il palazzetto suddetto fungeva da confine e difesa del borgo dal lato sud ed era collegato agli edifici che si trovavano dall'altro lato della attuale via Magenta mediante un arco sormontato da un passaggio coperto.Fu distrutto ai primi dell'ottocento perche' ostacolava il passaggio dei carri agricoli, il suo aspetto ci e' noto grazie ad una serie di acquarelli opera del pittore Pirovano. Questo arco costituiva probabilmente una delle due porte del borgo, dal momento che era nota ancora nell'ottocento come "porta di sotto"  e si trovava proprio nel punto in cui la via principale del borgo entrava in esso dal lato sud. Probabilmente questo passaggio coperto era in qualche nodo unito al cosidetto "Palazzo di Ottone Visconti" che pure faceva da confine nel lato sud. Dal lato nord non si sono trovate tracce del muraglione, ma e' probabile che esso continuasse ed andasse ad inserirsi nel gruppo di case che contornano la chiesa di S. Agnese. Non e' escluso che nel punto in cui questo muraglione incrociava la via che costituiva l'asse del borgo, si aprisse un'altra porta che dovrebbe essere la "porta di sopra" in contrapposizione a quella gia' citata. Tuttavia non abbiamo nessun elemento che comprovi questa ipotesi.
Dal lato orientale del borgo era gia' sufficientemente protetto dalla Olonella e piu' in la' dall'Olona. Il complesso degli edifici arcivescovili appare nettamente diviso in due sezioni: quella a sinistra dell'attuale via Magenta, gia' via porta di sotto, costituiva la parte residenziale ed era formata dal palazzetto di ingresso, di cui restano in piedi tre muri, come risulta da osservazioni compiute nelle case adiacenti e in cui si apriva un ampio arco sormontato da una lapidetta viscontea, e da due palazzi nobiliari, che sono tuttora conservati, ma hanno perso completamente la forma originaria, per i vari usi a cui sono stati adibiti.
Dall'altro lato della via Magenta troviamo una sezione formata da edifici che probabilmente avevano scopo utilitario: potevano servire per il ricovero di attrezzi agricoli e immagazzinare derrate alimentari e forse, in occasioni particolari, potevano offrire anche ricovero per i soldati.
Di esse abbiamo tracce precise solo in due casi: il palazzetto d'angolo preesistente all'opera di fortificazione e l'altro edificio parallelo al muraglione; di entrambi si sono scoperte le fondazioni durante gli scavi avvenuti intorno al 1950. Si puo' comunque formulare l'ipotesi che a questi edifici se ne aggiungessero altri, benche' sia impossibile trovare conferma a causa di sconvolgimenti edilizi subiti in questa zona nel corso dei secoli.
Indicati in questi termini i confini del borgo, essi risulterebbero, assai angusti, ma e' probabile che l'abitato si estendesse un poco al di fuori della cinta fortificata, specie dal lato nord, verso il quartiere di San Domenico, e dal lato ovest verso S. Ambrogio, ma non comunque dal lato est, dove si stendeva il sopracitato Olonella e Olona.
Oltre a San Salvatore vi erano certamente altre chiese nel borgo e nei pressi di esso: abbiamo su questo argomento due fonti principali: il "Liber Notitiae Sanctorum Mediolani" attribuito a Goffredo da Bussero, risalente all'incirca 1304 e la raccolta "Notitia cleri Mediolanensis" del 1389. Nel primo e' inoltre indicata la chiesa di San Salvatore, la chiesa di S. Agnese, che era situata, come abbiamo gia' visto, all'incirca presso l'attuale Banca di legnano e che fu distrutta nell'epoca della costruzione di San Magno; di erra restava in piedi nell'800 una parete decorata con un affresco rappresentante la Vergine con alcuni santi, cui era munito uno stemma Vismara: cio' ha fatto supporre che la chiesa sia divenuta un oratorio privato di questa famiglia che ando' a stabilirsi presso di essa. Nel predetto elenco compare anche una chiesa di San martino, chiesa campestre che si trovava nel punto in cui si congiungono le attuali via S. Martino e Bellingera; la costruzione presente risale pero' al secolo XV e deve essere stata eretta sulle rovine di una cappella preesistente. Le altre chiese qui indicate sono ancora quella di S. Maria, probabilmente collegata ad un monastero di Umiliati di cui parleremo in seguito, e quella di San Nazaro che pero' era a quell'epoca gia' scomparsa ed assolutamente impossibile collocare, come pure la cappelletta di S. Tommaso. Nell'altro documento del 1389 le chiese indicate erano le stesse, fatta eccezione per la chiesa di S. Agnese, che non compare piu', essendo forse fuori culto, e per quella di S. Ambrogio, che compare qui, a quanto ci risulta, per la prima volta: Vale a dire sarebbe stata costruita nel corso del secolo XIV e non potrebbe percio' avere accolto il corpo di leone da Perego morto nel 1257. Il problema della sepoltura dell'arcivescovo resta tuttora aperto, a meno che non si ammetta una traslazione dalla chiesa di S. Salvatore a quella di S. Ambrogio.
Diamo ora qualche accenno sulla frazione di Legnanello,  che come abbiamo visto conduceva una vita piuttosto appartata: appunto per questo motivo conduceva una vita piuttosto appartata: appunto per questo motivo ne sappiamo ben poco e possiamo supporre che non abbia avuto una parte di rilievo nella vita politica e sociale di Legnano, almeno finche' nel secolo XV, non divenne un quartiere dei potentissimi Lampugnani. Di esso sappiamo soltanto che nel secolo XIII, in questa frazione si trovava una chiesa dedicata a S: Maria, che compare nei due documenti sopracitatiLa chiesa di Santa maria era situata presso l'attuale trattoria della madonna, che si richiama all'ottocentesca osteria della Madonna, la quale a sua volta ha preso il nome della predetta chiesa. e che le poche case che lo componevano erano situate probabilmente piuttosto in alto presso la strada, distante dal fiume per i rischi che esso comportava. Poco lontano da questo gruppo di case si trovavano l'ospedale di S. Erasmo e il convento degli Umiliati intitolato a S. Caterina, di cui parleremo in seguito.
Esaminiamo ora i conventi di Legnano a noi noti, nei secoli XIII e XIV. Il primo che prenderemo in considerazione e' quello di Santa Maria del Priorato; una chiesa dedicata semplicemente a S. Maria compare nel 1304 nel sopracitato elenco del Liber Notitiae Sanctorum Mediolani. Si tratta probabilmente di quella cui sara' unito in seguito un convento di Umiliati; tuttavia le notizie che abbiamo di questo convento sono rare e piuttosto tarde: nella "Notitia Cleri Mediolanensi", anch'essa sopracitata, compaiono i Frates S. Mariae, primo accenno all'esistenza di un convento collegato alla chiesa, mentre da un estimo della fine del secolo XIV, emesso dal notaio Caldirari della Curia Arcivescovile, apprendiamo l'esistenza della "Domus Sancte fratis parlerii de Lignano",  possiamo cosi' stabilire che alla fine del secolo XIV esisteva in Legnano un convento di Umiliati annesso alla chiesa di S. Maria. A causa della dispersione dei documenti in seguito alla soppressione di quest'ordine nel secolo XIV, non ci e' dato per il momento, sapere di piu' e soprattutto sapere se fin dall'inizio alla chiesa fu annesso un convento. In ogni caso la chiesa era discosta poco dalle mura del borgo, ma a causa degli sconvolgimenti subiti da questa zona, anche nel momento in cui furono demolite le case nelle quali era stata inglobata, ben poco si era riuscito a scoprire e comunque non si ritrovo' nulla dell'edificio segnalato ai primi del TrecentoRelazione sui reperti al momento della demolizione della chiesa e convento, avvenuta nel 1954, in "La chiesa di Santa maria del Priorato" Qualche cosa di piu' si pote' riconoscere delle strutture quattrocentesche del convento e dell'ospedale, annessi alla chiesa, come vedremo in seguito.
C'era pure in legnano un altro convento di Umiliati, intitolato a Santa Caterina, presso l'Olona, poco discosto da Legnanello. Nella piu' volte citata "Notitia Cleri Mediolanensi" del 1398, compaiono oltre ai frati di S. Maria, altri "Frates Umiliati", ma nulla ci autorizza a credere che la loro chiesa fosse dedicata a S. Caterina; troviamo bensi' una chiesa di Santa Caterina le cui proprieta' confinavano con un mulino acquistato da Oldrado Lampugnani, ma solo nel secolo XV, mentre la prima esplicita menzione di un convento misto di Umiliati intitolato a Santa Caterina e' addirittura del secolo XVI.
Di conseguenza allo stato attuale delle nostre conoscenze il convento piu' antico del circondario di Legnano resta quello di San Giorgio, come risulta da un documento del 14 ottobre del 1261, col quale i canonici Agostiniani di questo convento attuarono una permuta con i fratelli Torriani e si trasferirono nella casa madre di San Primo in Milano. Cio' che interessa e' il fatto che i canonici suddetti decisero di trasferirsi perche', in seguito alle vessazioni subite, la loro chiesa era soggetta all'abbandono da trent'anni e piu'; cio' significa che il convento e la chiesa esistevano da molto prima del 1231, forse da primi del secolo XIII. Il convento stesso appare in questo documento possessore di vaste proprieta', situate per lo piu' nella pianura tra Legnano e Canegrate, che vengono cedute in blocco ai Torriani.
Non tutti i beni della chiesa dovevano pero' essere stati permutati, ne' la chiesa scomparsa, perche', secondo il catalogo sopracitato, l'arcivescovo Ottone dono' agli ordinari della Metropolitana di Milano, appunto la chiesa di San Giorgio di Legnano con le sue pertinenze.. et ecclesiam Sancti Georgii de Leniano cum suis pertinentiis, communi mense capituli Ecclesiae Mediolanensis, que minus sufficiens erat, pro cottidianis distributionibus concessit..." Catalogus del Giulini
Ma la fondazione legnanese piu' nota e' lo spedale di S. Erasmo, la cui storia appare strettamente legata, a quella del poeta Bonvesin della Riva. Egli, nato probabilmente verso il 1240 non si sa precisamente dove, abito' per un certo periodo nel borgo di legnano dove insegnava grammatica: lo dice egli stesso all'inizio della sua opera "De quinquaginta curialitatibus ad mensam..." " ... Fra' Bonvesin della Riva ke sta in borgo legnian ..". Era dunque frate, ma, essendosi sposato, doveva essere terziario, ma non si sa precisamente se Umiliato o Francescano. Durante la sua permanenza in Legnano, che era certamente finita prima del 1290, anno in cui viveva gia' in Milano, si interesso' particolarmente dello spedale e, nei suoi due testamenti datati 18 agosto 1304 e il secondo del 6 gennaio 1313, lascio' vari legati in natura e in denaro allo spedale di S. Erasmo. Si e' molto discusso per stabilire se fu proprio Bonvesin il fondatore dello spedale o se si limito' a restuaurarlo: in realta' e' improbabile che il celebre frate abbia veramente fondato l'ospizio, dal momento che, pur restando ad esso molto legato, non vi stabili' il proprio sepolcro, ne' lo elesse proprio erede universale. Lo spedale si occupava dell'assistenza agli anziani e disponeva, di vaste proprieta' per lo piu' coltivate a viti: i famosi colli di S. Erasmo, noti tuttora in Legnano con questo nome e retrostante l'ospizio, il quale si trovava e si trova tuttora poco lontano da Legnanello lungo la attuale strada del Sempione; l'edificio presente, tuttavia non ha conservato alcun ricordo dell'antico.
A sud del borgo, in una zona pianeggiante, vicina all'Olona sorse nel secolo XIII il cosidetto "castello di legnano" questo termine, con cui e' noto attualmente, e' molto impreciso dal momento che l'edificio suddetto non ebbe, per quanto ne sappiamo, fino al secolo XV alcun carattere di fortificazione e anche allora conservo' piuttosto l'aspetto di una dimora di campagna adattata a scopo di difesaCaso molto frequente nella Lombardia quattrocentescache non a quello di un castello vero e proprio, inoltre nei tempi piu' antichi viene sempre indicato come castello di San Giorgio. Proprio questo nome di cui non e' chiara l'origineTroppo vago un riferimento al santo guerriero, cui sarebbe stata dedicata la chiesetta del castello, che sorse comunque in epoca tarda, mentre e' da escludersi qualsiasi rapporto con il paese di San giorgio che, chiamato in un primo tempo Sotena, assunse il nome attuale dopo il 1393, dopo cioe' che vi fu costruita una chiesa dedicata a questo santo. Iapide ricorda la consacrazione della chiesa in Giulini parte IV pag. 374. ha indotto a cercare una relazione tra i castello e il piccolo convento di agostiniani che era anch'esso intitolato a San Giorgio e di cui abbiamo a piu' riprese parlato in precedenza. Si e' cosi' constatato, prendendo in esame le coerenze dei beni permutati coi Torriani, che questi coincidevano con il punto nel quale sorse il suddetto edificio. E' tuttaltro che improbabile che il nome della chiesa sia passato alle sue proprieta' e da quelle al castello: si tratta di un fatto abbastanza diffuso nel Medio Evo.
Ammesso dunque che i luoghi indicati nel documento relativo  al convento di San Giorgio coincidano con quelli ove sorse il "castello" , ne possiamo trarre alcune indicazioni: vale a dire al momento della permuta nel 1261, non esisteva ancora alcun edificio nel punto ove sorgeva la costruzione attuale, inoltre la proprieta' dei terreni e di conseguenza  anche degli edifici  che ivi sorsero, spettava ai Torriani. Abbiamo quindi stabilito che la costruzione non poteva nemmeno essere posteriore al 1273, quando in questa dimora di campagna furono ospitati i reali di Inghilterra Edoardo e Eleonora: a quest'epoca quindi la costruzione doveva aver raggiunto un certo sviluppo se pote' ospitare i  reali ed il loro seguito.
Esaminando la costruzione come ci si presenta allo stato attuale,Ho constatato personalmente che al piano superiore di questa costruzione si puo' controllare la strada della "Costa di San Giorgio" e quindi il traffico verso Milano.si puo' constatare che la parte piu' antica e' l'ala che si trova  alla destra di chi entra: essa e' costituita da un cassio, che doveva essere in origine essere piu' alto e fungere da torre di vendetta; ad esso furono aggiunte successivamente due ali laterali, di cui quella a sinistra di chi guardi il cassio dall'esterno ha conservato le forme  originarie ed e' composta da un'ampia caneva e da due piani, di cui quello inferiore e' leggermente elevato da terra,  mentre l'ala di destra ha subito numerosi rimaneggiamenti che rendono impossibile una precisa ricostruzione dell'edificio antico.  Nell'insieme quindi possiamo dire che doveva trattarsi di una dimora di campagna, abbastanza elegante e priva, per quanto ci risulta, di elementi di fortificazione.
Con tutta probabilita' la costruzione e la proprieta' dell'edificio vanno attribuite ai Torriani: abbiamo gia' visto che  a loro appartenevano le terre sulle quali esso sorse, inoltre i tempi di costruzione da noi indicati coincidono con quelli della massima potenza di questa famiglia in Milano. A riprova di quanto abbiamo gia' detto sta il fatto che quando i reali di Inghilterra pernottarono nella localita' di San Giorgio, furono proprio Francesco e Napo Torriani ad accompagnarli in quel luogo. Daltra parte sembrerebbe che, anche dopo l'avvento al potere dei Visconti, l'edificio restasse di proprieta'  dei Torriani, dal momento che Guido nel suo testamento, rogato nel 1312, lascio' questo castello a Francesco, Guido, Simone e Amorato. Di conseguenza appare del tutto infondato la tradizione, assai diffusa in Legnano, che fa risalire la costruzione del castello ad Ottone Visconti: infatti non una sola volta, ma in tutte le notizie a noi pervenute su quell'edificio, compare il suo nome o quello di un altro membro della famiglia Visconti.
Se mai, possiamo ritenere che un passaggio di proprieta' dall'una all'altra parte, se avvenne, possa essere messo in relazione ai numerosi bandi, con conseguenti confische di beni, che colpirono i Torriani nel corso del secolo XIV, ma e' soltanto una ipotesi per ora  non convalidata.
Accenneremo ora rapidamente ai mutamenti subiti dalla struttura urbanistica del borgo nel corso del secolo XV. Certamente l'abitato si era in parte dilatato per l'afflusso delle famiglie nobili cittadine che venivano a trascorrere qui il periodo estivo e si era arricchito  di abitazioni ampie ed eleganti. Tra queste abbiamo gia' accennato alla casa acquistata prima del 1399 da Oldrado Lampugnani: il documento in questione ci descrive accuratamente l'edificio e le sue dipendenze " ...Nominative de sedim uno Magno jacento in Burgo de Legnano, in contrada Legnanello, ducatus Mediolani, ubi dicitur Medioloci seu propre ecclesiam dictae contrade Legnanello. Quod sedimen est cum eddificiis, cameris, portis duabus, porticibus, solariis, lobis, curte, columbaro, cassina e duabus torcolaribus subditus ipsam cassinam et cum brolio appellato "Brajda", perticarum  sex circa, vel area de post ipso sedimen. Quibus sedimen et brolio coherent ab una parte strata magna ab alia  strada seu accessim per quan itur ad flumen Ollona et ab alia dictum flumen et ab alia Jacobi Casorii...".
Di conseguenza la proprieta' andava dall'attuale statale del Sempione al fiume e aveva un ingresso sulla stradetta laterale che scendeva al fiume: la casa era ampia e circondata  dal giardino. L'edificio, noto come il "Maniero di Lampugnani" , fu abitato piu' che da Oldrado, dal fratello Maffiolo, sposo di una Crivelli, infatti gli stemmi delle due famiglie uniti decoravano la sala al piano superiore. Rimasto in loco fino al 1927 fu a quell'epoca distrutto ad opera del comune  che lo fece ricostruire in altro luogo,  dove divenne sede del Museo Civico.
Quanto conservi dell'aspetto antico, dopo una simile operazione e' difficile dirlo.
Un'altra nobile casa appartenente ad un diverso ramo della famiglia Lampugnani, era situata fino a pochi anni fa in corso Garibaldi, a destra della chiesa di San DomenicoAttualmente qui sorge un palazzo moderno che, secondo un uso abbastanza diffuso in legnano, cerca di conservare le forme antiche della casa. Si trattava di una costruzione lunga e bassa con finestre ad arco ogivale in cotto, decorata in parte da affreschi; dietro la casa si stendeva un giardino che arrivava all'Olonella.
Nell'attuale corso Italia esisteva fino al 1934 la casa Vismara, che al momento della demolizione, ad opera del comune, rivelo' un ciclo di affreschi, che ne decoravano le pareti;  la proprieta' era formata da una casa per massari situata all'angolo di via Seprio, ora scomparso, dalla grande casa nobiliare e da n tratto di terreno a destra di essa. Questa casa passo' in parte al convento di Santa Chiara, in parte al notaio Luca Lampugnani, ed in parte resto' agli eredi Vismara.
Nel secolo XV i conventi principali di Legnano, oltre quelli gia' citati,Ricorderemo qui che del convento di Santa maria del priorato, in questo periodo sono noti i ruderi del piccolo chiostro, distrutto nel 1939 - Conventi di Umiliati e chiese pag. 64 - Mentre sono sopravvissuti, incorporati nel palazzo Cambiaghi del secolo XVIII, alcuni locali con affreschi del secoloXV che sembrano potersi attribuire ad un piccolo spedale di Umiliate, dipendente dal convento sopra indicato. furono quelli di S. Chiara e S. Angelo. Quest'ultimo intitolato piu' precisamente a S. Maria degli Angeli, sorgeva sull'area delle attuali scuole Mazzini, mentre la sua chiesa si trovava all'incirca all'altezza dell'attuale museo, rivolta verso la via che portava alla Castellanza. Il convento fondato come abbiamo visto da Gian Rodolfo Vismara, sorgeva dunque isolato lungo la suddetta strada in mezzo a sasti campi coltivati e  a vigneti delle colline presso San martino. Il convento e la chiesa sono andati distrutti nel corso dei secoli, ce ne restano piante del secolo XVIII e dei primi del XIX, ma e' difficile da esse farsi un'idea della costruzione originale, sebbene sia quasi certo che la chiesa almeno risalisse al secolo XV°.
Il monastero di Santa Chiara sorse, anch'esso per volonta' di Gian Rodolfo Vismara. Le parti piu' antiche erano due: la parte di casa Vismara, donata da Gian Rodolfo in cui si sono rinvenuti affreschi della fine del 1400 e la casa gia' del servitore Berto e assegnata, dopo la morte di questi, da Gian Rodolfo, all'abitazione del cappellano delle monache.
Anche questo convento di cui ci resta solo la pianta, la pianta e' andata completamente distrutto con la scomparsa della casa Vismara.
Per completare il quadro della legnano quattrocentesca daremo ora un cenno delle trasformazioni subite in questo secolo dal Castello di San Giorgio, dopo che Oldrado Lampugnani ebbe ottenuto nel 1445 dal Duca Filippo Maria il permesso di fortificarlo. Oldrado fece costruire il torrione rettangolare d'ingresso, di metri 9,2 per 14  e di metri 16,5 di altezza, munito di ponte levatoio e ballerina pedonale, terminante a merlatura ghibellina e sormontato dallo stemma marmoreo di Oldrado; inoltre fece costruire in parte l'ala destra, nella sezione di essa, cioe', che si trovava oltre il cassio. Fece circondare tutta la costruzione che occupa ora complessivamente una area di metri 75 per 70, da un vallo, poco profondo ma allagabile, e da un muraglione alto metri 5,20 dal fondo della fossa, sormontato da un altro muro, alto 3 metri, meno spesso del precedente, terminate a merlatura ghibellina e con cammino di ronda interno, poco piu' alto del piano interno del cortile. Ai quattro angoli della costruzione e a meta' dei due lati furono poi poste delle torri circolari, munite di feritoie all'altezza del cammino di ronda e di aperture sottotetto; di queste sei torri sono scomparse le due che si trovano agli angoli sud. Le altre costruzioni che si trovano attualmente all'interno della cinta murata, sono di epoche posteriori e prive di particolare interesse storico.
 
 
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3.6 Sutermeister, una traccia profonda nella storia

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Sutermeister, una traccia profonda nella storia
 
L’ingegnere con la passione dell’archeologia Sutermeister, una traccia profonda nella storia Guido Sutermeister: una vita per la storia.
La Società Arte e Storia, da lui fondata nel 1928, ha voluto onorarne la memoria, nel cinquantesimo della scomparsa, con una mostra – così intitolata – che illustra la vita e l’opera di un grande legnanese. Parlare di Sutermeister significa ripercorrere un pezzo di storia cittadina. Nato a Intra nel 1883, arriva a Legnano come ingegnere presso la Franco Tosi.
Viaggia per lavoro tra Legnano, Taranto (sede delle officine in cui la Tosi costruiva motori navali) e altre mete, tra le quali spesso l’Egitto. La sua passione archeologica si nutre di questi viaggi che lo mettono a contatto con testimonianze antiche di capitale importanza.
Gli anni Venti e Trenta del XX secolo sono fondamentali per la trasformazione della città che man mano abbandona il suo aspetto rurale per diventare una grande officina. Si allargano strade, si aprono nuove direttrici, le aziende già presenti hanno esigenza di ampliarsi e di costruire nuovi edifici. Tutto questo sconvolgimento del territorio fa emergere dal sottosuolo antiche testimonianze. Sutermeister si interessa agli scavi e al recupero dei reperti. La prima grande scoperta è la necropoli di via Novara, cui seguono molti altri ritrovamenti. Nell’agosto del 1925 la Giunta municipale istituisce, su proposta dell’assessore Alfonso Morganti, una “Commissione pel ritiro di oggetti archeologici”, assegnando “al Sig.Ing. Sutermeister la direzione e sovrintendenza di eventuali ricerche e scavi con personale da fornirsi dal Comune a mezzo dell’Ufficio Tecnico Comunale”. Da questo momento Guido Sutermeister inizia a concepire l’idea di un museo civico che raccolga le testimonianze del passato e comincia a cercare i materiali da collezionare. La sua vita è intensa: il lavoro (che spesso lo porta lontano da Legnano), la famiglia composta dalla signora Pina e dai figli Ida e Gianfranco, le ricerche sul campo, il recupero di materiali archeologici ai quali si affiancano oggetti diversi che meritano di essere conservati(attende al recupero di antichi affreschi nelle dimore ormai da abbattere, degli antichi e spesso monumentali camini che si trovavano nelle case più antiche e importanti,dei reperti di cui viene a conoscere l’esistenza sul territorio legnanese). Nel 1928 riceve la prima nomina di Ispettore onorario alle antichità, con l’obbligo di sorvegliare un ampio territorio (tale incarico, triennale, gli fu poi rinnovato per molti anni). Come si vede una vita piena di impegni che affronta con serietà ed efficienza, come si evince dalla ricca e varia documentazione conservata negli archivi della Società Arte e Storia. Il sogno del museo si realizza quando la Cantoni deve abbattere l’antico maniero Lampugnani di corso Sempione per erigere nuove costruzioni. Dopo un’intensa trattativa con la Soprintendenza, l’edificio viene abbattuto e ne viene recuperata la parte dei soffitti a cassettone e le colonne del portico che serviranno per la ricostruzione del palazzetto sull’area dell’antico convento di S. Angelo in corso Garibaldi. L’edificio viene rapidamente costruito dal Comune di Legnano nella forma attuale nel 1928 e la Società Arte e Storia, fondata nel medesimo anno, ne diventa gestore nella persona di Sutermeister che lo dirige per tutta la vita.
La Società pubblica le “Memorie”, che raccolgono testimonianza di ritrovamenti, scoperte archeologiche e notizie di carattere storico e artistico che riguardano il territorio legnanese.
Queste pubblicazioni sono molto importanti per la conoscenza del patrimonio presente sul territorio e spaziano dall’archeologia (famosa la memoria “Legnano romana”) all’editoria con la pubblicazione dell’elenco completo delle opere degli “Editori da Legnano,1470-1525”e molto altro.
Si devono fra l’altro ricordare i più importanti successi di Sutermeister in campo archeologico:
la scoperta della necropoli preistorica di Canegrate(sec. XIII a.C.), che ha dato il nome all’omonima cultura, e la preziosa Patera di Parabiago (II-IV sec. d.C., oggi fra i più preziosi reperti conservati nel Museo Archeologico di Milano). Uomo di ideali e di incredibili risorse, Guido Sutermeister ha lasciato una traccia indelebile nella sua città che ancora oggi ne onora la memoria. Il Museo da tempo ormai porta il suo nome e ne conserva gli scritti. La Società Arte e Storia ne ha raccolto l’eredità e ne continua l’attività in vari ambiti.
 
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3.7 Un uomo, una citta', un museo: G. Sutermeister ed il museo civico di Legnano

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Un uomo, una citta', un museo: G. Sutermeister ed il museo civico di Legnano
 
Nato a Intra nel 1884 entro' poco piu' che ventenne, a fare parte della gia' grande indistria meccanica "Franco Tosi" di Legnano. Per incarico della ditta dovette recarsi piu' volte in Egitto e nel Medio oriente dove ebbe occasione di conoscere i grandiosi monumenti del passato tanto lontano e i reperti pazientemente riportati alla luce da schiere di archeologi insigni. Nacque allora la sua passione per la storia e l'archeologia, ossia il desiderio di frugare nelle viscere della terra per ritrovare le reliquie di eta' remote e constatare come le lontane generazioni soddifacevano con strumenti e forme diverse gli eterni bisogni dell'uomo. Ma proprio a Legnano fin dallo scorso secolo erano affiorati dal suolo alcuni reperti romani e longobardi: indizi e prove sicure che anche il suolo legnanese custodiva testomonianze dei millenni passati. Ecco la vocazione scoperta in se stesso dal Sustermeister nel Medio oriente, trovava a portata di mano la possibilita' di esplicarsi in modo insperato, favorita anche dal rinnovamento edilizio della citta', che in vari punti sollevava lo strato fertile del terreno agricolo oppure demoliva le vecchie case per gettare le fondazioni di piu' moderni edifici. Proprio sul terreno dove ora il Museo, rivelo' al Sutermeister cimeli di notevole interesse, cosi' al numero 7 di corso Sempione e specialmente la necropoli romana di via Novara (ora Venegoni) con tanti corredi funebri dell'eta' augustea. Ma la scoperta piu' importante gliela riservava Canegrate con una vasta necropoli preromana, rivelatrice di una FACIES caratteristica della nostra preistoria. Anche per incarico della Sprintendenza regionale estese le sue ricerche sui paesi circonvicini (Parabiago, San Lorenzo, San Vittore, Gorla Minore) dove i romani antichi lasciarono tracce della loro robusta attivita'.
Ma per la ricostruzione del pasaato non bastava il lavoro di scavo e di riordino dei cimeli antichissimi, percio' la ricerca del Sustermeister si rivolse agli archivi e alle biblioteche publiche e private con risultati brillanti. Dagli archivi estrasse un quantita' di documenti pressoche' sconosciuti, che gli permisero di ricostruire la genealogia di illustri famiglie legnanesi, quali i Vismara, i Lampugnani, i Crivelli, i Corio, i da Legnano. Di questi ultimi, gia' legati per via di sangue con il celebre professore dell'univesita' bolognese - per il quale il poeta inglese Chaucer disse: "Legnano rivelo' al mondo il diritto" - sono celebri gli editori milanesi che fin dagli inizi dell'arte della stampa pubblicarono una lunga serie di incunaboli e cinquecentine. Di tali volumi Sustermeister redasse e pubblico' un catalogo ormai esaurito per le molte richieste pervenute anche dall'estero alla "Societa' Arte e Storia". Dobbiamo quindi a lui anche l'accrescimento delle nostre cognizioni sulla Legnano medievale e rinascimentale. In particolare sono da segnalare i suoi studi sui conventi legnanesi, sulla dimora fortificata dell'Arcivescovo milanese in Legnano, di cui vennero alla luce aspetti sconosciuti durante la costruzione dell'attuale galleria; sulla "Colombera", di cui e' gia' in corso il restauro; la trascrizione e la pubblicazione del censimento nominativo degli abitanti di Legnano, steso dal prevosto Specio nel 1594, e dalla "stoia delle chiese di Legnano" del prevosto Pozzo (sec. XVII).
Pe conservare il frutto di tanto lavoro di ricerca, scavi, di studi, occorrevano mezzi adeguati. Attorno al Sutermeister si riuni' presto un gruppo di ammiratori e sostenitori che formarono la "Societa' Arte e Storia", e le stesse autorita' comunali non gli negarono il loro appoggio. Quando in Corso Sempione parve inevitabile la demolizione dell'antica dimora dei Lampugnani, fu deciso di ricostruirla in fac-simile in corso Garibaldi, il nuovo vecchio edificio sembro' utilizzabile pr la sistemazione di cimeli gia' raccolti e divenne pertanto il Museo Civico. Nel 1928 fu stipulata una convenzione colla quale il Comune di Legnano affidava alla "Societa' Arte e Storia" la direzione del Museo. Da quel momento fino alla sua morte, il Sutermeister fu il direttore insostituibile del Museo, che col passare degli anni ando' arricchendosi di nuovi matriali e testimonianze di tutti i tempi della storia legnanese. La predetta societa' provvide anche a pubblicare una collana di "Memorie", che raccolse i contributi di vari studiosi, ma soprattutto di quelli dello stesso Sutermeister, di cui diamo in seguito l'elenco. Con questi mezzi, come su due vie parallele, svolse la sua attivita' fervida, intensa e feconda di risultati, fino alla sua morte avvenuata nel marzo del 1964 lasciando un vuoto incolmabile. la "Societa' Arte e Storia" dovette subito denunciare al Comune la decadenza della convenzione del 1928 per l'impossibilita'' di sostituire lo scomparso Direttore con una persona che continuasse l'opera colla stessa passione e lo stesso disinteresse, giacche' e' doveroso aggiungere che non ricevette mai compensi, ma dono' di tasca propria alle istituzioni predilette. A distanza di 30 anni vediamo con grande soddisfazione che il Museo ha continuato a ricevere dall'Amministrazione Comunale le cure necessarie per la sua conduzione e il suo sviluppo.  La "Societa' Arte e Storia", dopoun lungo periodo. in cui ha docuto ricorrere ad aiuti diversi per continuare la serie delle pubblicazioni storiche su Legnano, ha visto con vivo piacere formarsi una nuova "Associazione Amici del Museo" che fanno rivivere l'antico gruppo raccolto dal Sutermeister attorno a se'. Siamo sicuri che l'asociazione e societa' coopereranno con rinnovato fervore per continuare nel tempo l'opera dello scomparso Fondatore e maestro.
Fu per merito della sua esperienza di motori Diesel che Guido Sutermeister, ventiquattrenne ingegnere delle Officine Franco Tosi, soggiorno' fra il 1910 e el 1912, in Egitto. A contatto con il fascino delle piramidi germoglio' in lui quell'amore per l'antico che caratterizzo' molte delle sue esperienze culturali posteriori.
Dopo alcuni viaggi in Grecia e in Turchia, di grande importanza fu il lungo soggiorno a Taranto negli anni trenta, durante il quale divise il suo tempo fra il lavoro per la motorizzazione della costituenda flotta di sommergibili della Marina Italiana e gli scavi e i ritrovamenti in un territorio cosi' archeologicamente ricco come quello della Magna Grecia .
Tra i reperti rinvenuti in questo periodo si segnalano di particolare interesse: fra le ceramiche un'olla biansata con decorazione geometrica di colore bruno, una brocca con ansa a nastro sopraelevato e decorazione geometrica  dipinta in color rosso e bruno, due ciotole basse carenate con ansa  sopraelevata e decorazioni geometriche in vernice rossa e bruna, alcune lucerne, due piattelli tipo "genucilia" decorate con onde marine dipinte (una con testa femminile, l'altra con stella a quattro raggi), dei "kylikes" in vernice nera; alcuni documenti di coroplastica quali ex-voto, "oscilla", pesi da telaio; fra i bronzi alcune armille a spirale, un pendaglio circolare con bordo ondulato, fibule a doppia spirale, un arco serpeggiante ed una fibula siciliana a doppio occhiello.
Negli anni cinquanta, ormai in pensione, Sutermeister affianco', tra l'altro, il professor Ferrante Rittatore Vonwiller, al quale fu legato da profonda stima ed amicizia, in alcuni scavi nell'Italia centrale, in particolare ad Ischia di Castro.
Fra i reperti di questo periodo segnaliamo in particolare; una grande patera in vernice nera  decorata a rotella, una "Kylix" ionica, un calice frammentario in bucchero, coppe ad impasto di forma carenata, varie lucerne, una delle quali a teste di uccello ed una macina biconica di pietra lavica.
"Nel maggio 1925 nel fare uno scavo per ghiaia nel terreno coltivato ad orto, che nel retro della casa di via Novara 33 e' contiguo alla via Firenze ed alla via Giusti, si rinvennero dei vasi cinerari accompagnati da vasetti in terracotta e qualche moneta degli imperatori Augusto, Tiberio e Caligola. Non era la prima volta che in tale fondo si facevano ritrovamenti del genere perche' giusto un anno prima in un altro punto del cortile piu' a nord si e' ritrovata una grande anfora vinaria, (...) apprendemmo inoltre dal buon Colombo Luigi che anche quando nel 1912 costrui' la casa di abitazione attuale (...) e quando piu' tardi innalzo' il portico rustico che e' lungo la via Firenze, parecchi oggetti di terracotta, di vetro e di metallo erano venuti alla luce, ma egli era assolutamente ignaro dall'attribuire ai ritrovamenti una qualsiasi importanza."
Quindi l'Ing. Sutermeister intrapprese " degli scavi di assaggio nel giungo 1925, i quali resero evidente che si trattava di un vero campo di tumulazione poste a piccola profondita'. Le anfore, o perlomeno i loculi si seguivano a 1 metro di distanza l'un dall'altro e da qualche moneta da noi trovata si confermava l'epoca dell'Imperatore Augusto."
In seguito a tale eccezzionale scoperta, nel settembre dello stesso anno e nel luglio del 1926, grazie alla collaborazione del Signor Colombo Luigi, proprietario del terreno, Sutermeister esegui' uno scavo sistematico che porto' alla luce "  circa 100 loculi di cui una trentina intati e gli altri piu' o meno sconvolti. Gli scavi vennero condotti colla massima cautela aprendo una trincea lunga 4 metri e profonda fino a raggiungere in fondo dello strato della terra vegetale, circa un metro, al quale fu seguito da uno straterello di litta (10 - 12 cm.). La posizione del loculo veniva registrata riportando le misure ortogonali del luogo sulla piantina e un numero progressivo era assegnato ad ognuno. Si procedeva all'inventario degli oggetti segnalando a titolo documentario anche quelli che si dovettero abbandonare perche' molto avariati".
A scavi ultimati, la necropoli risulto' comprendere circa 200 tombe, tutte a cremazione, costituite da anfore segate a da grosse urne cinerarie coperte da tegolone, situata nella nuda terra e accompagnate da suppellettili funebri. Grazie all'attento lavoro di documentazione e' stato possibile riordinare e ricomporre intere associazioni tombali, si vedano le tombe 72A e 72B, tuttora conservate nel Museo. La suppellettile funebre comprende un numero cospicuo di oggetti, circa 200, i quali, associati tra loro, concorrono a formare corredi tombali significativi per la ricostruzione del grado sociale o dell'attivita' lavorativa del defunto. Tra il materiale recuperato vi sono una trentina di monete in bronzo, che coprono un arco cronologico di Augusto a Caligola (27 ac. - 37 dc); oggetti ornamentali in bronzo; vari anelli digitali a verga semplice, un anello con castone ed in particolare, nella tomba 181, un anello digitale con sigillo RcA inciso in senso speculare, bracciali con fili attorcigliati (tomba 90), una fibula a balestra (tomba 49), alcune fibbie e un campanellino (tomba 82).
Tra gli utensili in bronzo si segnalano oggetti da toeletta come un paio di pinzette depilatorie, mentre nella tomba 18 si ricorda un tubetto cilindrico con cappuccio, contenente lo strumento di un medico, uno specillo spezzato. Numerosi sono gli utensili in ferro: coltelli, raschiatoi di varie forme, cesoie a molla per la pastorizia, un falcetto e, nella tomba 176, oggetti di uso professionale, quali un compasso a punte da falegname, uno scalpello e numerosi chiodi di uso comune.
Nella tomba 34 si segnalano due specchi in lega metallica, mentre molto frequenti, fra gli oggetti in vetro soffiato, sono i balsamari di varie forme e colorazioni, alcuni di essi fusi per azione del fuoco.
Vi sono, inoltre, lucerne di terracotta con o senza decorazione impressa (t.30), un "Askos" (t.52), piccolo contenitore per liquidi di argilla e forma di colomba, utilizzato probabilmente come poppatoio oppure come porta profumi o come recipiente per versare l'olio nelle lucerne ((ANGERA ROMANA. Scavi nella necropoli 1970 - 1979. Roma 1985 pp.537-538. "diversamente dalla versione in vetro, forse pericolosa per un poppante, in quello di terracotta viene spontaneo riconoscere una specie di biberon, non deve escludersi del tutto l'eventualita' di un impiego come INFUNDIBULUM per l'olio di lucerna)).
Il vasellame fine da mensa comprende: alcune patere e una coppetta in ceramica arretina e in terra sigillata con bollo planta pedis o con marchio di fabbrica abbreviato, in cartiglio rettangolare, si veda ad esempio nella tomba 64 la bella coppetta in ceramica arretina con bollo AVILL (AVILLIUS) in cartiglio rettangolare e con iscrizione graffitica sul fondo esterno della vasca di certa fabbricazione arretina e databile intorno al 15 - 20 dc. ((l'impiego potrebbe connettersi alla cosmesi, verosimilmente femminile, come per le minuscole colombe in vetro porta profumi del I° sec. dc.)).
In ceramica a pareti sottili si ricordano alcune ollette con decorazione incisa a linee verticali incrociate, coppette a superficie sabbiata o con decorazione alla barbotine, bicchieri; in ceramica grezza: numerose urne cinerarie di grosse e piccole dimensioni, patere, bicchieri, olpai e fusarole, infine anfore segate, tegoloni, ed alcune ossa di alimenti: ossa di pollo e uno di capretto.
Dall'esame dei materiali di alcuni corredi tombali, quale la coppetta in ceramica arretina, (t.64), la lucerna (t.30), la colombina (t52) e delle monete (t.4) di Augusto e Claudio e' possibile attribuire alla necropoli una cronologia prevalente intorno al I° secolo dc.
Nella zona della chiesetta di Santa Colomba cioe' al margine nord di Canegrate, Sutermeister recupero' nel 1926 tre urne e alcuni bronzi, e successivamente nel 1952 altri "10 loculi di cremati costituiti da vasi cinerari di buona fattura e di diametro di 20 - 29 cm. deposti secondo la consuetudine della nostra zona in una buca del diametro di 50-60 cm. profonda fino a raggiungere lo strato alluvionale che e' di 60 cm. dal piano del campo. Nel vaso le ossa e sopra di esso qualche cosa per coprirne la bocca, e poi le ceneri, carboni e terra sino a richiudere il tutto".
Dopo l'intervallo della guerra, Sutermeister prese contatto con il professor Rittatore, con cui inizio' l'esplorazione del terreno circostante, riportando alla luce un centinaio di tombe, parte intatte, parte manomesse o solo indiziate da terra carboniosa con frammenti ceramici o frustoli di ossa carbonizzate. L'interesse della necropoli di Canegrate, come afferma il Rittatore, non e' dato solo dallo scavo sistematico condotto dallo stesso ed dal Sutermeister, ma soprattutto dal fatto che in questa localita', fu individuata una FACIES culturale che documenta l'insediamento del territorio di genti di origine transalpina, portatori della cosidetta "Cultura dei Campi d'Urne", che fiori' nell'Europa Centrale alla fine dell'eta' del Bronzo (XIII-X ac.)
Tali popolazioni, secondo una tesi ormai diffusa, sarebbero scese in Italia atraverso il passo di San Bernardino, e si sarebbero stanziate prima nella zona di Canegrate ed aree limitrofe, nel Canton Ticino e successivamente si sarebbero dirette verso il Ticino, facile via di comunicazione, attraverso il Po, con l'Adriatico e il mondo etrusco.
L'insediamento di queste genti, definite "proto-celti" e' infatti documentato nell'area di Somma Lombardo, brughiera della Malpensa e nell'area di Golasecca, Sesto calende, Castelletto Ticino, dove nel corso del I° eta' del ferro, svilupparono una vasta rete insediativa ancor oggi documentata dal ritrovamento di centinaia di tombe ascrivibili a questa FACIES culturale.
Le genti stanziatesi a Cenegrate furono portatrici di una KOINE' caratterizzata da elementi culturali nuovi quali il rito funebre con la pratica dell'incenerizione, la forma del vasellame e il repertorio decorativo.
Questa nuova KOINE' si affermo' in tutta Italia settentrionale, diversificandosi in sede regionale nel corso dell'I° eta' del ferro.
L'importanza quindi del rinvenimento della necropoli di Canegrate e' fondamentale per la conoscenza dinamica del popolamento nel corso della protostoria italiana.
"Il 16 aprile 1926, dopo non meno di 15 anni di tranquillo procedere dello scavo suddetto, fui chiamato dal Signor Vignati Luigi il quale aveva messo in luce tre tombe ad inumazione (t.107 108 109) composte da embrici colle dimensioni di 420x560 disposti a formare un cunicolo angolare lungo 2 metri. Sorvegliai allora il procedere ulteriore dello scavo rilevando esattamente ogni apparizione. Le tombe erano in gran parte rimosse come suole avvenire a causa della cultura  dei campi e delle piantagioni di gelsi, ma in numerosi luoghi i tegoloni e i vasi non erano stati raggiunti per la profondita' alle quali erano deposti, identificai cosi' 16 sepolture di inumati". Precedentemente agli scavi del 1926, secondo la testimonianza del Vignati Luigi, "durante le scavo che egli da oltre 30 anni conduceva allo scopo di estrarre ghiaia ha incontrato a varie riprese delle estensioni che contenevano tumulazioni sia del rito a cremazione sia del rito a inumazione", nella zona ad ovest della strada comunale che collega Legnano a San Giorgio; in questa zona erano stati compiuti ritrovamenti gia' nel 1818 durante la costruzione della strada stessa e successivamente nel 1900.
Queste tombe alla cappuccina costituite per lo piu' da 13 tegoloni siglati con un simbolo che Sutermeister intende come una lettera (omega) erano molto povere e talvolta completamente prive di suppellettili. All'interno delle tombe o appoggiati all'esterno dei tegoloni furono trovati: oggetti in bronzo e ferro (una mezza cesoia, falcettone pesante, falcetto, coltelli, fibbie) e in ceramica grezza (olpai, vasi, ciotole, ciotoline, piatti, una brocca, embrici, ecc.). Proseguendo lo scavo in direzione sud-est, Sutermeister noto' che altre sepolture recavano tracce tipiche del rito funeraio dell'incinerazione (presenza di carboni) e che esse avevano corredi piu' ricchi (lucerne, ciotole, piatti, brocche) accanto alla tomba 112 trovo' poi una moneta di bronzo dell'epoca di Costanzo Cloro (imperatore nel 292-306). Procedendo ancora verso sud-est, trovo' una quantita' di carboni accumulati che egli  ipotizzo' essere i resti di "sepolti in tempo di epidemia", in un'epoca in cui si praticava ancora la cremazione. In base al tipo di sepoltura e di corredo funerario e partendo dalla constatazione che il "costume pagano della suppellettile si era affievolito e anche spento con l'avanzata del cristianesimo", si ipotizzo' che la necropoli si fosse sviluppata nel tempo fin dal III° secolo dc. in direzione da sud a nord e, anche per la vicinanza relativa della moneta di bronzo, formulo' l'ipotesi che il cumulo di carboni fosse una sorta di "fossa comune" in cui vennero seppelliti i morti per "la peste che flagello' la penisola dal 252 al 266 dc sotto l'imperatore Gallieno".
"Nel fare la trincea per la posa dei tubi di fognatura in via Calatafimi, la via contigua al giardino del Museo, che scende in linea normale al decorso dell'Olona, si trovano alla profondita' di circa un metro, alcune ciotoline di corredo di fibule in bronzo; si scoprirono cosi' sei loculi inviolati ma non molto ricchi di cremati: ed uno evidentemente gia' toccato in parte". Da una accurata descrizione dei materiali e dalle strutture riportate alla luce, che si attribuisce ad epoca pre-romana, per la presenza di un "bicchiere a doppio tronco di cono, spatolato lucido esternamente", che scompare con la dominazione romana.
I ritrovamenti di via Calatafimi vengono pertanto datati alla seconda eta' del Ferro.
In seguito, i materiali recuperati furono presi in esame nelle studio analitico di R. De Marinis sul Golasecca IIIA per le associazioni topologiche.
La cultura di Golasecca nel terzo periodo (V sec. a.c.) raggiunse infatti la sua massima espansione territoriale suddividendosi in due gruppi: I Gruppo Leponzio, comprendente Canton Ticino, Val Mesolcina, Grigioni, e Val D'Ossola, e il II Gruppo di Como, comprendente Canton Ticino, zona a sud di Monteceneri, Lombardia occidentale e in Piemonte la provincia di Novara.
I ritrovamenti di Legnano sono ascrivibili a questo II Gruppo e sono costotuiti da tombe a cremazione con deposizione delle ceneri e delle ossa combuste entro urne in terracotta e piu' raramente in bronzo.
La scoperta dei manufatti golasecchiani anche nell'area di pianura che interessa il "legnanese" documenta l'estensione raggiunta dalla cultura di Golasecca nel corso del V° sec. a.c..
Tale fenomeno e' da mettersi in connessione con la grande espansione commerciale etrusca nell'Italia Settentrionale.
Gli Etruschi esportavano prodotti di lusso, vino, profumi, prodotti esotici destinati alla aristocrazia celtica dei paesi transalpini, attraverso la mediazione delle genti appartenenti alla Cultura di Golasecca, stanziatesi in importanti zone di passaggio.
"A ponente della via Umberto I°, nel podere cintato di Vignati Martino, nella primavera del 1925 avendo il proprietario iniziato a voltare il terreno di recente acquisto, per prepararlo alla coltura, trovava una bella anfora peduncolata deposta come cinerario contenente le ossa calcinate ed una sottilissima olpe a pera. L'anfora era stata segata in due parti prima dell'interramento e dopo la deposizione delle ceneri e degli oggetti era stata ricomposta mettendovi sopra la parte superiore a mo' di coperchio. Pero' la pressione della terra, con il tempo, mando' in frantumi la parte superiore che ebbimo poi cura di riparare alla meglio".
Il resoconto di Sutermeister relativo a quel suo primo intervento, continua con l'elenco degli oggetti raccolti sporadicamente e con la notizia del recupero di due sole deposizioni complete, in anfore segate, i suoi corredi comprendevano prevalentemente vasellame di uso comune, (ciotolina, anforetta, olpe, balsamario in vetro) ed utensili in ferro (raschiatoi, falcetti, cesoie, ecc.).
"Invece altrimenti si presenta un nuovo sepolcreto scoperto in Dicembre 1952 facendosi uno scavo per la costruzione della villetta di via Vittorio Veneto. La' ove sino a pochi anni addietro era aperta campagna, a sud sud-ovest dell'abitato di ieri, ove nulla sembrava poter esserci di particolare, improvvisamente appaiono parecchie ritrovaglie..."
Sutermeister esploro' una superficie di circa 175 mq. e riusci' ad individuare 23 sepolture.
"...ma il loro diradamento topografico fa capire che ben altro ne era il numero di origine poiche' le tombe risultavano deposte a 1,2 m. di interdistanza e lo spazio riconosciuto fu, come dissi di 175 mq. Senza voler darmi a sovravalutazioni dovendosi anche riflettere che qualche stradetta interna potesse dividere a gruppi le tombe e quindi sottrarre area, devo credere che almeno 50 tombe esistessero a suo tempo in questo limitato spazio della odierna rimozione".
I contesti tombali cosi' recuperati rientrano, con gli oggetti di corredo, nelle tipologie consuete per le sepolture a cremazione della prima eta' imperiale: deposizioni prevalentemente in anfore segate corredate di vasellame fine da mensa (ciotoline o patere in ceramica arretina, bicchieri in pareti sottili), vasellame grezzo da cucina, (ollette e casseruole, piatti-coperchio), balsamari in vetro, lucerne, coltelli, raschiatoi-rasoi in ferro, fusarole, chiodi, in qualche caso monete.
Vorrei segnalare pero' in particolare la presenza, nella t.1 anche di una coppetta frammentaria in vetro viola, decorata a costolature; nella t.3 di una moneta a firma Maecilio Tullo, triunviro monetale dell'8 a.c.; nella t12 di un bastoncino in vetro ritorto utilizzato per mescolare unguenti e cosmetici; nella t16, unica deposizione in cassetta di embrici, di oggetti di ornamento personale, quali un anello in bronzo e di una fibula ad arco con molla in ferro, nonche' nella t20 di un raffinatissimi balsamario in bronzo decorato da sottili solcature.
Particolarmente interessante risulta una patera in vernice nera attribuibile alla t2 che reca incisa in prossimita' del piede la scrittura greca "CLIIDONOS" per la quale, almeno allo stato attuale degli studi, non sono note analogie.
L'esame complessivo dei "reperti" della necropoli attesta all'inizio del sepolcreto attorno alla meta' del I° sec. a.c. e la sua continuita' sicuramente fino all'tea' augustea.
"Nella borgata di San Lorenzo di Parabiago avevo scavato fin dal 1927 sistematicamente un sepolcreto del I° sec. d.c. constatandovi la presenza di un centro particolarmente interessante per agiatezza superiore a quella dei centri viciniori. Magnifici specchi in lega incorrodibile, fialette, colombe in vetro, monete. Adesso invece al lato opposto della via del Sempione (cioe' a ponente) ed a 200 mt. a sud della via Corridoni ho avuto occasione di costatare la presenza di alcune sepolture repubblicane caratterizzate dalla presenza delle olpi a trottola, da alcune fibule in un sol bronzo ad arco serpeggiante, ed a due decine di vasi e patere che si differenziano sensibilmente dai tipi imperiali. Vi concorrono due coltelli in ferro il cui tipo non si differenzia da quello dell'impero".
E' l'inizio della relazione che Sustermeister pubblico' nel 1960, relativamente al ritrovamento da lui effettuato in un'area poco distante rispetto a quella del sepolcreto imperiale scavato circa 30 anni addietro.
Come era sua consuetudine, Sustermeister elenca puntualmente e descrive particolareggiatamente i materiali recuperati, ne mette in evidenza le caratteristiche fondamentali e le differenze rispetto ai reperti rinvenuti nel 1927, infine propone delle ipotesi circa l'uso che si sarebbe fatto di alcuni di essi. Si sofferma in particolare su vasi a trottola, su alcune patere che reputa significative, perche' recanti iscrizioni graffitiche, nonche' sulle fibule la cui forma e foggia costituiscono a suo avviso l'elemento determinante per una sicura classificazione cronologica a tutti i reperti al II° - I° sec. a.c.. Purtroppo anche per questi materiali di San Lorenzo ci si deve accontentare di esaminare cio' che ancora oggi si e' potuto recuperare in Museo, che non e' sicuramente tutto quello che elenco' e disegno' Sustermeister.
Un solo vaso a trottola dalla forma bassa e schiacciata, due ollette ovidi lisce ed altre due decorate con incisioni a zig zag, una grande ciotola con labbro a listello forse usata come bacile-mortaio.
Per quanto riguarda il vasellame fine da mensa imitante la ceramica campana con esemplari non verniciati (patere e coppe) si segnalano la pisside dal corpo stretto e slanciato e due patere con incisioni: le lettere "EM", in caratteri nord-etruschi, e la scritta "P.CATO". Non sono attualmente noti confronti pertinenti per queste iscrizioni; certo e' che proprio sui prodotti di fabbricazione locale imitanti le forme della ceramica campana si riscontrano i segni, le lettere, le scritte incise dell'area lombarda. E' pero' utile sottolineare il fatto che, in uno stesso contesto, siano presenti esemplari con iscrizioni di carattere "gallico" e "romano", testimonianza ulteriore del passaggio graduale dalla fase finale del  celtismo alla romanizzazione che conobbe vari episodi di coesistenza.
Il materiale metallico, attualmente reperibile, e' costituito da tre fibule in bronzo e da un grosso coltello in ferro la cui cronologia oscilla tra la prima e la senda meta' del I° sec. a.c..
"L'espandersi dell'edilizia e degli stabilimenti industriali intorno alle borgate dopo le due grandi guerre, fa si che solo di pochi decenni addietro erano nude e solo dedite all'agricoltura (e lo erano da secoli) vengono scavate per coprirle di fabbricati o da piu' profonde colture. Questo e' il caso del terreno segnalato nel mappale di San Vittore col numero 220 2 221 lungo la via del Sempione, che acquisito nel 1946 per erigervi il grande stabilimento tessile Carlo Mocchetti & C:, rinchiudeva un sepolcreto. Nulla era apparso durante la costruzione dello stabilimento e nella grandissima villa. Fu invece nel 1947 che sia nel costruire il muro di cinta a sud, sia nell'arare meccanicamente il terreno, apparirono le prime avvisaglie".
Dopo i primi ritrovamenti ad opera dei proprietari, si iniziarono gli scavi sistematici: "il terreno fu picchettato con equidistanti 5x5 ed ogni loculo venne esattanente riportato sulla carta".
Esaminando la disposizione delle tombe nella necropoli, si ipotizza "  lo svolgimento curioso del sepolcreto, in forma ad arco, si deve attribuire alla presenza a tal tempo di una strada in direzione Legnano-Cerro che nel salire il lieve pendio faceva tal arco".
Sulla base delle conoscenze attuali non e' pero' possibile accettare tale teoria come valida a tutti gli effetti.
Attualmente il materiale recuperato dalle sepolture si trova in parte presso il Museo Civico di Legnano e in parte presso i proprietari del fondo, in quanto all'epoca dello scavo la Soprintendenza aveva problemi organizzativi e decise di lasciare i reperti in affido ai padroni del terreno.
Furono rinvenute circa 100 tombe ad incinerazione per lo piu' costituite da anfore segate; solo una piccola parte ha il cinerario a fondo piano e bocca larga.
I corredi tombali, abbastanza simili tra loro, comprendono alcune monete: Claudio (41-54 d.c.), Vespasiano (59-69), Traiano (98-117); pochi oggetti ornamentali: anelli in bronzo e in ferro, uno dei quali a "serpente", un altro con castone ed altri ancora a verga semplice; armille frammentarie e in bronzo e ferro; una fibula ad arco in bronzo.
Numerosi, invece, gli utensili: lame di coltello, alcune delle quali con fori per l'immanicatura in legno, rasoi, raschiatori di varie forme e dimensioni, cesoie a molla usate per tosare le pecore, ed un gran numero di chiodi d'uso e forme diverse.
Frequenti anche i balsamari in vetro di color bianco e verdino, tubolari, globulari o piriformi, alcuni dei quali risultano deformati poiche' posti sul rogo. Tra gli altri oggetti in vetro si segnala una grande bottiglia in vetro a corpo rettangolare (t48), varie bottigliette rettangolari o ovali, generalmente monoansate, e due coppette.
Soprattutto dalle prime tombe scavate, siglate T000 "  perche' gli oggetti ricavati non venivano divisi tomba per tomba  " provengono le lucerne bollate COMUNIS - COMMUNIS - FORTIS - STROBIL - FRONTO - PHOETAPSI (firmalampen) ed altre lucerne decorate.
Pochi gli specchi in lega metallica: tre rotondi ed uno rettangolare.
Per quel che riguarda la ceramica, il vasellame fine da mensa comprende alcune patere e coppette in ceramica arretina e terra sigillata: tra le ceramiche a p areti sottili si ricordano ollette con decorazione incisa a linee verticali incrociate, coppette e bicchieri. La ceramica grezza annovera numerose urne cinerarie di grandi e piccole dimensioni, olle, patere, coppette, olpai di varie forme ed infine anfore segate, di cui una bollata (t23), embrici variamente siglati.
Tra i reperti particolarmente pregiati si segnalano uno stilo in avorio, un ago da lana, corallini fittili. Varie ossa di pollo e di capretto risultano interessanti in quanto preziose testimonianze delle abitudini alimentari romane.
L'esame delle monete rinvenute nei corredi e lo studio delle sigle su alcune patere arretine consente di datare il sepolcreto tra il I° e il II° sec. d.c..
"Nel novembre del 1927 in un fondo del contadino Bollati Michele di San Lorenzo di Parabiago, a 30 metri dalla via del Sempione, la quale correva a mezza costa sul primo terrazzo sinistro sulla lieve valle dell'Olona, durante gli scavi agricoli che il contadino aveva iniziato, rinvenni un gruppo di tre o quattro tombe pagane a cremazione che destarono  molto interesse.
Egli approfittando della stagione morta autunnale e desideroso di trovare "il tesoro" pose mano alla chetichella a piu' ampia ricerca ed in breve riusci' a mettere in luce una dozzina di anfore piu' o meno ben conservate. Esse erano accompagnate da una dotazione di vasetti in terracotta, attrezzi in ferro (coltelli, anelli, cesoie, chiodi), balsamari in vetro, coppette e specchi in metallo bianco, monete imperiali in bronzo. Purtroppo tutto quanto era stato precedentemente raccolto non era stato opportunamente classificato per tomba. Dal proseguimento degli scavi venne tenuta una pianta nella quale sono peraltro numerati solo quei loculi che si ritennero intatti e non solo parzialmente rimossi, poiche' moltissimi dei loculi preesistenti vennero riconosciuti dall'abbondante terra nera, recevano solo sporadici oggetti senza presenza di anfora cineraria o di cocci di essa.
La conclusione che traemmo dagli scavi fu che il gruppo di tombe scavate dal Bollati rappresentava il nucleo dei ricchi e che il resto del campo, con qualche eccezzione era la necropoli meno ricca sviluppatasi nel prosieguo di tempo con modificate condizioni sociali dell'ambiente che la alimentava. Molti loculi erano in origine assolutamente privi di oggetti.
Sutermeister fa poi seguire il "resoconto" dello scavo con l'elenco dettagliato del materiale raccolto.
Per la ceramica: 16 anfore cinerarie, 4 vasi cinerari a fondo piano, 38 olpai, 16 ciotole in ceramica grezza. 1 patera arretina con bollo e graffito, 10 patere di imitazione della terra sigillata, 2 lucerne, 5 fusarole, 9 embrici.
Oggetti in ferro: 3 grossi coltelli a lama larga, 6 attrezzi da fabbro fra cui un paio di tenaglie, 44 coltelli di varie dimensioni, cesoie, 13 raschiatoi, 3 rasoi, 20 anelli e finimenti da traino, 3 armille, uno stilo, un anello digitale e circa 250 chiodi d'uso e forme diverse.
In bronzo: 39 monete, 5 braccialetti, 5 anelli digitali, 3 anelli da cinturone, 2 cucchiaini, una pinzetta depilatoria, 3 bottoni, 1 ago.
In vetro: 12 balsamari e altri 6 fusi nel rogo, 1 bottiglietta piriforme.
Tra tutto il materiale "recuperato " destarono viva curiosita' due brocche ed una patera che recano iscrizioni graffitiche. Sulle brocche si legge  rispettivamente P.VII e SIIVVONIS e sulla patera che e' anche munita di piede con la marca di fabbrica C.T.P. si legge M. ATTIRIUS  . le due colombe in vetro per essere costruite prive di piede sono oggetto schiettamente destinato al rito funerario".
Interessante risulta anche il recupero di una deposizione in cassetta di embrici il cui corredo era costituito da piattini di metallo e da uno specchio circolare con decorazione "a giorno". "in uno dei loculi inizialmente scoperti dal Bollati, invece dell'anfora come cinerario eravi una cassetta cubica, composta da embrici con risvolto nella quale erano direttamente immesse le ceneri e la suppellettile funeraria. E' la particolarita' di questa cassetta era accompagnata da un'altra inconsuetudine: perche' nella suppellettile le ciotole fittili per alimenti erano rappresentate da una serie di 4 coppette in metallo. La tomba conteneva anche un bellissimo specchio; esso e' graziosamente ornato da un giro completo di piccoli fori a trapano e nel retro ha visibili cerchi concentrici frutto della lavorazione al tornio. Lo specchio ha pure la sua impugnatura dello stesso metallo.
L'esame del materiale recuperato ed in particolare lo studio delle monete consente di datare la necropoli nella prima meta' imperiale, I° sec. d.c..
Nel 1934 Sutermeister recupero' in un fondo ad est del paese (mappale 49 - 45 sito in via Marco Polo,3) circa 9 tombe a cremazione con deposizione del corredo, delle ossa e dei residui del rogo per lo piu' in buche scavate nella nuda terra. Una sola tomba era costituita da un'anfora cineraria ed un'altra da una cassetta cubica di embrici. Tra il materiale recuperato vi sono esemplari pregevoli per qualita' e fattura nonche' attrezzi da lavoro in metallo attestanti l'occupazione e il ceto sociale di alcuni dei defunti. Si segnalano in particolare nella tomba 300, comprendente oltre al materiale ceramico consueto, un braccialetto in bronzo ed uno stile di ferro usato per scrivere su tavolette; nonche' la tomba 301 con un ricco vasellame in ceramica in vernice nera, arretina, olpai parzialmente verniciati, balsamari in terracotta, bicchieri in pareti sottili dalla finissima lavorazione, uno dei quali decorato a rilievo e "firmato", vasellame d'uso comune, ed infine un compasso frammentario a punte, un martellino, vari strumenti in ferro utilizzati dai falegnami.
Amche per questo piccolo sepolcreto lo studio del materiale ed in particolare l'esame delle monete rinvenute nelle tombe consente una datazione abbastanza precisa all'eta' augustea.
"nel marzo del 1957 fu scavato un gruppo di tombe a titolo di accertamento del sepolcreto dei primi secoli dell'era di Cristo nel centro del campo aratorio perfettamente piano ove occasionalmente da parte del proprietario e coltivatore diretto sig. Elli Pietro venivano notati dei relitti di sepolture sparse. Mi diedi allora ad una verifica rapida del centro del campo in un punto non ancora dissodato e nei giorni 24 25 e 30 marzo 1957 si constato' la presenza di un fitto sepolcreto dei primi scoli della romanita'. La ricerca di questo primo periodo non avvenne calma come si esige in scavi sistematici e cio' perche' vi presero parte elementi volenterosi si, ma non addestrati a tali scavi. Occorre pero' anche notare che gia' per due stagioni precedenti di coltivazione, la aratura del campo era stata fatta con trattori meccanici" e quindi che " i sottostrati avevano subito non solo delle compressioni deleterie, ma anche degli spostamenti notevolissimi in vario senso rendendo molto difficile definire l'ubicazione orifinale dei cocci che raccoglievamo. Un lavoro postumo di riorganizzazione dei reperti permise di assegnare ad ogni fondo di vaso le sue parti e arrivare alla catalogazione ma con molte rinunce al restauro dei relitti".
Questa prima campagna di scavo porto' al rinvenimento di quattordici sepolture, con scarso corredo, di cui una costituita da un'anfora (t8), le altre da vasi cinerari, alcuni coperti da un embrice (t12 e t13 con embrice siglato, t14 con embrice non siglato); Sutermeister ritenne anche di aver individuato una "ustrina" (t15) (area in cui venivano cremati i cadaveri) a causa dell'ammassamento di carbone e di cenere di carbone di "legna" e di un "tronchetto di legno interamente carbonizzato e frantumatosi in tanti cilindretti".
La ricerca per definire la vastita' della necropoli fu ripresa nel marzo 1959, dopo il causale rinvenimento di reperti in direzione sud-ovest (t16 t21) e nord-ovest (t20) rispetto all'area scavata nel 1957. Furono ritrovate altre tre sepolture, con discreti corredi, non attibuibili con certezza all'una o all'altra tomba, data la loro vicinanza, da cui due a cassetta con embrici non siglati (t17 t18) e una anfora segata (t18).
Infine nel maggio 1960 venne alla luce, in seguito a smottamenti, un'altra sepoltura in vaso cinerario (t22) con discreto corredo.
Fra i reperti rinvenuti nella necropoli si segnalano per interesse una coppetta frammentaria in rame, una moneta Faustina (168 d.c.) e una fibula ad arco, entrambe in bronzo, un piattino, alcuni raschiatoi per pelli, rasoi, coltelli, frammenti di maniglia, chiavarde, chiodi, un ago a lama, lamine in ferro, balsamari in vetro e lucerne decorate (interessante quella con una biga "a due cavalli" con auriga e redini tese e frusta alzata), ceramica fine da mensa (coppetta in ceramica arretina con bollo AVRE, coppetta di imitazione arretina,) ceramica grezza (olpai, patere, bicchieri, coppe e coppette, vasi cinerari) fusarole, anfora embrici.
Dal momento che i reperti della necropoli hanno una superficie di diffusione abbastanza vasta, essendo stata rinvenuta gia' nel 1956 in posizione sud sud-est, rispetto all'area di scavo del 1957, una tomba alla cappuccina (tomba a inumazione, con scarsa suppellettile di offerta; 16 monetine in rame, quasi illeggibili, (L'esame di altre due monete, sottopostemi piu' tardi, le darebbero attribuire a Costanzo II e Magnenzio, ambo nella prima meta' del IV° sec.d.c.) pugnale in ferro, fibbia da cinturone, vasetti in ceramica), "si arguisce chela zona di sepoltura puo' estendersi a circa 2500 mq. dei quali solo 150 mq. sono esplorati".
"Allo stato d'oggi si puo' dire che il sepolcreto ha avuto il suo inizio al lato nord nord-est della via del Perello e si e' prolungato nel tempo verso sud sud-est arrivando fino alla tomba alla cappuccina (unica) contenente un pagano e quindi databile al III° o IV° sec. Questa visione potrebbe subire correzioni se si procedesse ad integrazione delle ricerche, come sarebbe desiderabile". (Nell'aprile 1988, in occasione della costruzione di alcune villette a schiera in via Leoncavallo angolo via Fogazzaro, sono stati effettuati dalla Soprintendenza alcuni scavi che ne dimostrano la densita' di tale necropoli. i cui materiali sono attualmente allo studio).
Dall'esame dei reperti la necropoli sembra databile fra il I° e II° sec. d.c..
"Possiediamo dal 1926 nel Museo di legnano un'ara in sarizzo offertaci da MIIAECI E RIVASIA filia di Diana, databile del I° secolo avanti Cristo raccolta a Gorla Minore nel giardino del curato, ma precedentemente giacente da tempo immemorabile in una vigna trovantesi poco discosta dallo stesso dolce pendio del 2° terrazzo erosivo sinistro dell'Olona, ma non si era mai avuto sentore di un sepolcreto locale. Questa lacuna si va colmando perche' sullo stesso dolce pendio, a circa 200 mt. dall'ex vigna predetta si e' scoperto un piccolo sepolcreto di cui vado a dire. Esso pero' dalle monete e delle suppellettile si rivela del I° sec. d.c..
La scoperta iniziale e' bensi' avvenuta l'anno scorso (1951) nello scavare la fondazione della villetta del sig. Pisani Giuseppe ma era rimasta ignorata perche' il luogo e' rimasto disabitato. Tuttavia vari oggetti erano stati posti in cantina".
Questi primi scavi avevano portato alla luce alcune tombe ad incinerazione il cui corredo era composto da anfora frammentate, attrezzi in ferro, suppellettili fittili fra cui vari reperti in buone condizioni.
"Nell'aprile del 1952, disponendosi il proprietario del suddetto fondo a rimuovere il terreno del giardino mi avviso' dei nuovi ritrovamenti che stava facendo ed allora procedetti al rilievo generale in piantina. Si notava tosto che per l'esigua profondita' del terreno di coltura, la maggioranza dei loculi era sconvolta da ritrovamenti fortuiti durante le coltivazioni, nell'andare dei tempi e senza che alcuno ne tramandasse la notizia storica.
In taluni posti, come cinerario, vi erano stati dei grandi vasi a fondo piano mentre altri loculi manca anche questo tipo di cinerario (sepolture di bambini o poveri?) e le ceneri furono deposte in vasetto di occasione ed anche su un semplice pezzotto di vaso come si vide altrove in queste zone.
Le poche monete trovate indicano un periodo che va da Claudio I°, 42-54 d.c. ad Antonino Pio 138-161 d.c."
Ulteriori ricerche permisero di trovare altre ventidue sepolture ed i resti delle grandi fosse di rogo.
Fra i materiali rinvenuti si segnalano come particolarmente interessanti: una patera arretina CAMURU in planta pedis, una ciotolina arretina con bollo ATIM in planta pedis, una lucernetta a canale (firmalampem) con bollo FORTIS sottostante in rilievo entro il coperchio del piede, una lucernetta con disco decorato e stampo con crescente lunare e pagnotta crociata; du corallini scanalati in pasta vitrea, due olpi in argilla rossastra, acuni balsamari in vetro con ventre globulare e piriforme ed una bottiglia, uno specchio circolare, alcune cesoie in ferro, rasoi, un grosso coltello a lama larga, alcune monete, uno stilo per scrivere sulla cera con paletto per la lisciatura.
In base all'esame del materiale la cronologia prevalente e' al II° sec. d.c.
Non sempre si determinano quelle situazioni ideali atte a consentire uno scavo archeologico ed il Sustermeister dovette ricorrere - talvolta - al puro recupero dettato dall'urgenza della salvaguardia dei reperti he, diversamente, sarebbero andati distrutti o comunque dispersi per mano di piu' o meno interessati cultori di "antichita'", con irreparabile perdita del contesto storico-scientifico. Vogliamo soffermarci unicamente sui piu' significativi di questi interventi:
 
Pontevecchio di magenta
 
Materiale relativo alla tomba rinvenuta nel 1933 in una cava di ghiaia, attribuita alla cultura del tardo La Tene (2° meta' I° sec. a.c.), nella fase di ormai transizione tra il periodo gallico e quello romano. Il corredo metallico e' rappresentato da "una spada con il fodero in ferro parzialmente conservato, una lancia a foglia di olivo, due coltelloni unitaglienti, quattro fibule a forma di certosa, alcuni frammenti di cesoia, un manico di situla, un rasoio laminare in ferro", mentre il corredo fittile consiste " in circa venti vasetti di varia forma dei quali parecchi molto rovinati ed utili solo come documentazione dei tipi"
 
Corbetta
 
"Nel fondo aratorio di Magugliani Natale, il coltivatore trovava da tempo frammenti fittili, vasi cinerari, e ferraglie sparsi su una estensione di 700 mq., ma tutto andava disperso". Solo nel 1930, a seguito dei nuovi e piu' consistenti ritrovamenti, venne informato Sustermeister. Il suo intervento valse ad acquisire alle raccolte del Museo corredi tombali di parte "di un esteso sepolcreto dell'epoca di Augusto ossia giusto l'epoca di Cristo".
Vennero raccolti: 2 olpi di terracotta, una ciotolina sottile, 3 lucernette figurate (una lepre, un guerriero, una scena amorosa veniale); un vaso alimentare; una patera in terra sigillata; una ciotolina o coppa avente un braciolo unico e l'esterno ornato da ordini di righe verticali; vari cocci documentari di vasetti e patere arretine sigillate. tra i ferri: mezza cesoia da tosatore; un rasoio con codoletto curvo; un raschiatoio trapezioidale per pelli; una chiavetta da stipo o cancello; sette chiodi rituali; un medio bronzo di M. Agrippa; altro medio bronzo; simile ma non leggibile salvo le lettere S.C.".
 
Ossona
 
"Col progredire dell'espansione edilizia verso punti periferici, nella via di Inveruno, nel dicembre 1957, si scopri' una sepoltura a cremazione, riferibile al I° sec. d.c..
Vennero raccolti: un coltellone, un chiodo, un piatto scodella, due olpi panciute (frammentarie), un piattone, una ciotola per alimenti".
 
Bienate
 
Furono individuate, nel settembre 1953, ma i primi ritrovamenti risalgono al 1923, nei lavori per la costruzione di una abitazione civile, diverse sepolture di epoca imperiale. Il Sustermeister acquisi': sedici monete inbronzo (il cui periodo coperto e' piuttosto ampio, riguardando una moneta l'imperatore Claudio I° (41-54 d.c.), altre gli imperatori Costanzo II° (337-361 d.c.) e Magnenzio (350-353 d.c.), cinque cesoie, due coltelli con manico, due frammenti di braccialetto e quattro di specchio metallico, un balsamario in vetro bianco iridescente, una patera arretina priva di piede, un piatto frammentario, un'olpe rossa, un vasetto ciotola in terra grigia poco cotta con tratteggio a lisca di pesce sulla pancia, un balsamario in cotto, una ciotolina di imitazione arretina ornate di teste di maschera e rosette quadrilobate, parte di fittili, tra cui i frammenti di un bicchiere con traccia di disegni ad archi.
 
Inveruno
 
Nel settembre del 1930, nel cosro di una costruzione del collettore fognario, vnne alla luce un sepolcreto romano e, non lungi, "un numero imprecisato di sepolture barbariche". Il matriale recuperato, relativo a corredo tombale maschile longobardo, permette ora di ammirare due umboni di scudo con parte dell'impugnatura, una spatha a lama piatta lunga 74 cm., una punta di lancia corta con codoli di attaccatura a sezione circolare e una splendida fiaschetta, dalla caratteristica forma a pera, decorata a stampiglia (VIII° sec. d.c.). Quest'ultima ebbe fra l'altro l'onore di esere esposta alla famosa mostra "I Longobardi e la Lombardia" tenutasi al Palazzo Reale a Milano nel 1978.
 
Parabiago
 
Non si puo' infine trascurare il recupero senz'altro piu' prestigioso, operato dal Sustermeister in collaborazione della professoressa Alda Levi Spinazzola, e ci riferiamo in modo specifico alla patera di argento rinvenuta nel 1907 durante i lavori di sterro per la costruzione di una villa nelle vicinanze della strada del Sempione, che in quel tratto costeggia il corso del fiume Olona, e sequestrata nel 1931 alla famiglia Gaio. Lo stupendo piatto, attribuito ora, per lo piu', alla fine del IV sec. d.c., in deposito presso le Civiche Raccolte Archeologiche di Milano, illustra il trionfo di Cibele ed Attis e testimonierebbe l'attardarsi in zona del culto di tale divinita'.
Non nascondiamo pero' che sulla datazione del pezzo non v'e' uniformita' di indirizzo. Il Sutermeister infatti l'assegno' "fra il I° e II° sec. d.c., mentre Antonio Frova la situa "tra la fine del I° e l'inizio del III° sec. d.c.".
 
 
 
La Cisalpina viene organizzata in provincia attorno alla meta' del I° sec a.c. e Cesare ne diviene per dieci anni (59-49 a.c.) governatore.
Con la conquista delle valli alpine, susseguentemente alla fondazione di AUGUSTA TAURINORUM (Torino) e AUGUSTA PRAETORIA (Aosta) e alle guerre vittoriose, cssa definitivamente con la pacificazione del territorio lo stato di provincia, grazie alla cittadinanza concessa da Cesare e riconfernata da Ottaviano.
L'Italia, concepita per la prima volta nella storia come estensione territoriale unitaria (restano escluse solo le isole), viene suddivisa in XI REGIONES, modellando significativamente tale ripartizione amministrativa sull'esempio di quanto era stato fatto ad opera dello stesso Augusto per la citta' di Roma, analogamente riparita in egual numero di REGIONES. Ad ogni regione vengono assegnati un numero e un nome, quest'ultimo generalmente legato al ricordo delle antiche popolazioni originariamente stanziate nella zona, nell'evidente intento di superare le differenze tra Nord e Sud, fra Romani e Italici, nobilitando cosi' le singole parti di un'Italia per la prima volta unificata.
Ma se questo e' vero per le Regioni d'Italia Centrale e Meridionale (II - APULIA, III - LUCANIA et BRUTILIUM, IV SAMNIUM, V PICENUM) cio' non vale per le zone abitate dai Galli, il cui nome viene deliberatamente cancellato, sia nell V REGIO (dove erano stanziati i Galli Senoni, si ricordi SENA GALLICA - Senigallia) he nella X - VENETIA ET HISTRIA, dove sono ricordati solo i Veneti, e, ancor piu' nettamente, nella VIII, l'AEMILIA, che sara' nota ufficialmente fino al II° sec. d.c. con il solo ordinale e soprattutto nella nostra regione, l'XI, la piu' celtizzata, definita soltanto geograficamente, TRANSPADANA. Questa cancellazione del ricordo dei Galli e' dovuta non certo alla volonta' di una deceltizzazione, ormai del tutto fuori luogo alla fine del I° sec. a.c., quanto piuttosto tende a rimuovere ogni ricordo dell'antico stato d provincia, mirando a stabilire un rapporto paritetico col Centro-Sud.
Pertanto, il territorio dell'Italia Settentrionale in genere e nella Transpadana Occidentale in particolare, cui la nostra zona apparteneva, ha visto in breve svolgere di tempo, soprattutto nel corso del I° sec a.c., il passaggio da terra di conquista quale era la regione pienamente integrata al resto dell'Italia. Tale processo e' stato reso possibile da tre elementi posti in reciproco rapporto fra loro, finalizzati ad ottenere la piena valorizzazione delle zona, fertile ricca di acqua; la realizzazione di una fitta rete di strade, la progressiva urbanizzazione e la suddivisione agraria del territorio, preceduta, ove necessario, da opere di bonifica e disboscamento (si ricordi che il terreno si presentava allora boscoso, particolarmente verso Uboldo e Saronno) in tanti lotti di terreno coltivabile.
Alla base del sistema vi sono dunque i principali centri ( nella nostra zona estremamante ridotti, limitandosi alla Mediolanum, Comum, Novaria e, piu' a sud Ticinum - Pavia) , collegati da strade, con duplice funzione militare e commerciale, che vengono ad attraversare tutta una serie di nuclei minori, eredita' del sistema locale abitativo celtico, articolato su una notevole quantita' di piccoli centri sparsi (per pagos), la cui presenza risulta attestata dalle fitte, piccole necropoli che gli scavi hanno rilevato.
I centri celtici vengono gradatamente romanizzati, anche con l'immigrazione di elementi centro-italici ed il terreno viene suddiviso in appezzamenti di estensione originariamente limitati (nelle colonie uno per capo famiglia) sui quali trovano posto fattorie di piccole dimensioni ("Domus rusticanae"), poi progressivamente trasformatisi per formare entita' poderali piu' ampie con vere e proprie "Villae rusticae").
L'elevato numero dei toponimi della nostra zona derivanti dal nome di antichi proprietari terrieri, romani o indigeni romanizzanti che fossero (ci si riferisce ai centri il cui nome termina per ANO, quali Pogliano, Nerviano, Legnano, e a  non pochi di quelli terminanti in AGO, quali Vanzago, Parabiago e Dairago, forma piu' vicina al sostrato lingistico celtico originario testimoniano esattamente questa situazione, dove il passaggio a nomi di citta' e' probabilmente indice di formazioni latifondistiche tardoantiche.
Tale fenomeno di suddivisione agraria, noto con il termine di centuriazione, teso a valorizzare appieno il territorio, era in stretto rapporto con la rete viaria, dal momento che i singoli appezzamenti erano divisi tra loro principalmente da strade di varia importanza, dalla grande arteria ai viottoli campestri.
Gli studi sulla ricostruzione del reticolato romano in questa zona sono estremamente limitati e resi problematici dal totale silenzio delle fonti antiche e dall'intenso sviluppo avuto nel territorio. Quello che e' comunque possibile affermare allo stato attuale delle conoscenze e' che la zona a Nord-Ovest di Mediolanum era centuriata. con una inclinazione di 26-27° NO, probabilmente legata allo scorrimento delle acqua; tracce evidenti dei resti della centuriazione appaiono con chiarezza dalle carte.
Se gli studi della situazione agraria sono ancora agli inizi, qualche dato piu' certo e' stato acquisito per quanto riguarda la ricostruzione dell'antico sistema stradale.
Le principali arterie romane della zona sicuramente attestate dalle fonti antiche o dalla toponomastica, quasi certamente realizzate con fondo semplicemente ricoperto di ghiaia e non lastricate, devono esere viste in stretta correlazione con la navigazione fluvio-lacuale, da cui erano integrate.
Esse sono le seguenti:
1) Milano-Novara, che passava per Quarto Cagnino, Quinto Romano, Settimo Milanese (topnimi indicanti la distanza in miglia romane da Milano) e Magenta, come e' dimostrato dal ritrovamento di un cippo miliare avvenuto a Robecco sul Naviglio; dopo aver attraversato il Ticino, limite geografico e amministrativo del territorio di Mediolanum, giungeva probabilmente a Trecate, ove e' attestato in periodo altomedievale un "Vadum Trecantinum".
2) Milano-Varese, attestata dal toponimo Quarto Oggiaro, che portava a Varese attraverso Garbagnate, Saronno, Cislago e Tradate.
3) Milano-Como, attestata dalla TABULA PEUTINGERIANA, per Paderno, Desio (da Decinum) e Cantu'.
La strada pero' piu' importante della nostra zona sistemata in eta' imperiale ma sorta su di un persorso commerciale piu' antico, era la MEDIOLANUM-VERBANUS, quella che, con varie modifiche, e' diventata l'odierna Strada Statale n. 33 del Sempione, che univa Milano ad Angera, ove pare attestata l'esistenza di una flottiglia lacuale e che parrebbe in eta' tardo romana aver assunto il nome di STATIONA, (Statio navium).
Questa strada (non ricordata nelle fonti antiche) il cui tracciato e' stato ricostruito in modo piuttosto convincente, pur qualche variante, sulla base dell'analisi ed interpretazione delle carte topografiche in scala 1:25000 dell'I.G.M., di carte piu' antiche, delle mappe catastali e delle fotografie aeree, faceva parte di un piu' vasto percorso che metteva in comunicazione Milano, attraverso il lago Maggiore, la Val d'Ossola e il Sempione, con il corso del Rodano, sfruttandone poi le correnti per mezzo della navigazione con zattere, analogamente a quanto avveniva per il Reno, raggiungibile attraverso la direttrice Como-Spluga o da Locarno.
L'importanza commerciale, piu' che militare, di questa strada non e' sempre stata pienamente riconosciuta, ma la frequentazione del percorso gia' nell'eta' del bronzo e del ferro e' mostrata dai ritrovamenti archeologici; inoltre occorre considerare che il materiale da costruzione, quale il serizzo alpino, (attestato anche da manufatti conservati in questo Museo) destinato al capoluogo, doveva seguire questo percorso, il piu' idoneo a tal fine, forse integrato da collegamenti via fiume se e' vero, come sembra, che Milano disponesse in eta' romana di un porto fluviale analogo a quello di Aquileia.
Uscita da Milano la strada, secondo una prima ipotesi di ricostruzione del tracciato, attraversava Pero, la zona presso il cimitero di Rho, Barbaiana, Garbatola e, passando fra San Lorenzo e Cantalupo, giungeva a San Vittore Olona e di li' a Legnano; oltrepassato l'Olona in localita' Gabinella (e occorrera' qui notare la stretta relazione esistente tra il percorso della strada, i ritrovamenti relativi a necropoli e le fondazioni murarie relative ad una struttura imprecisata, forse un castello o comunque un punto fortificato romano a guardia della valle Olona) la via giungeva a Castellanza da dove, attraverso la localita' Buon Gesu' proseguiva per Busto Arsizio e Gallarate, raggiungendo infine Sesto Calende e Angera.
Una seconda ipotesi di ricostruzione ritiene invece preferibile fare passare la strada, fermo restanto il tratto fino a Pero, ove c'era ancora nel 1752 un "Molendinum dictum alla strada regia" (tipico appellativo che ricorda la presenza di antichi assi viari romani) e Rho, per Castellazzo, nord di Nerviano, ove c'era un antico ospizio pr i viandanti presso il santuario della Colorina, chiesa di San Lorenzo; da questo punto il tracciato proposto ricalca il precedente tentativo di ricostruzione fino alla localita' Buon Gesu'.
In questo punto, circa al miglio XX da Milano, si trovava probabilmente una MUTATIO, stazione (poste solitamente a otto-dieci miglia di intervallo) ove era possibile cambiare i cavalli e situata in una posizione particolarmente adatta, all'inizio della SILVA LONGA, un'ampia zona boscosa il cui superamento rendeva opportuno avere cavalcature fresche.
Poco oltre, circa 3 Km. e mezzo, si trovava la cascina Migliata, testimoniata gia' nel XY sec nella forma Miliata, toponimo chiaramente riconducibile ad una pietra miliare che doveva esistere nei pressi.
La localita' Buon Gesu', ancora oggi un importante nodo stradale per l'incrocio di vari assi, gia' in eta' romana vedeva forse l'intersezione con l'ultimo collegamento di una certa importanza della zona, la via (III - IV sec. d.c.) che da Como, passando per il centro fortificato di SIBRIUM (Castelseprio), destinato a maggior fortuna nell'alto medioevo, giungeva a Novara, passando probabilmente per Turbigo; tale via, pero', poteva incrociare la nostra piu' a nord, verso Gallarate e da li' raggiungere Turbigo atraverso Lonate Pozzolo.
Il percorso dell'attuale Strada del Sempione n. 33 (forse dal neo latino Summo Plano) in parte, come si e' visto dalle ricostruzioni proposte, ricalca l'antica MEDIOLANUM - VERBANUS, in parte se ne discostava. Cosi', tra Rho  Legnano, gia' prima del Mille le VIAEVICINALES, ovvero le strade campestri secondarie che avevano collegato, con andamento parallelo in vari tratti l'arteria principale, i vari VICI, i centri rimasti tagliati fuori dal grande rettilineo, modificarono l'originario tracciato, in consegunza delle mutate esigenze e necessita'.
Evidentemente, del resto, gia' allora esistevano delle "bretelle", ossia dei collegamenti trasversali tra le strade piu' importanti, la MEDIOLANUM - VERBANUS e la MEDIOLANUM - NOVARA, sempre con funzione di collegamento e allacciamento agli assi viari principali pr quei centri che si trovavano in posizione intermedia; si veniva cosi' a creare una microviabilita' locale che sfugge ad ogni criterio di classificazione.
 
 
 
"Il restauro e' un intervento volto a rimettere in efficienza un prodotto dell'attivita' umana".
La possibilita' di trasmettere il patrimonio antico pervenuto fino a noi e' strettamante legata alla nostra capacita' di assicurarne al conservazione utilizzando le tecniche e i metodi ritenuti piu' opportuni al momento dell'intervento. Queste inevitabili "manomissioni" riflettono i valori culturali e le conoscenze scientifiche del periodo in cui si opera, sono giustificabili per garantire un ulteriore trasmissione dei resti antichi e variano con il cambiare dei tempi.
Nel corso della storia si e' verificato un mutamento radicale del raporto tra la societa' e il patrimonio archeologico esistente: dall'adattamento attuato dai romani delle loro stesse opere, ai nuovi valori culturali che si andavano evolvendo, al drastico riuso dei materiali effettuato nel medioevo ( che ha portato alla distruzione di gran parte dell'architettura precedente per riutilizzare marmi e pietre, che avevano ormai perso il loro valore simbolico nell'unita' dell'opera), fino ad arrivare all'altrettanto assurda concezione dell'integrita' dell'opera d'arte, ricostruita e mascherata in modo tale da costituire dei veri e propri falsi.
In questa complessita' del problema si inserisce la TEORIA DEL RESTAURO di Cesare Brandi, che costituisce un punto di riferimento teorico che supera la sensibilita' e la competenza tecnica del singolo restauratore, determinando le basi comuni ai vari interventi di restauro.
Anche la figura del resturatore come tecnico di un settore specifico e' un concetto relativamente nuovo e non ancora completamente diffuso.
Fino a qualche anno fa era uso, sopratutto nei piccoli centri, affidare il restauro del materiale archeologico direttamente al curatore o al custode del singolo museo, i quali, senza conoscenze specifiche, ma basandosi sul proprio intuito e capacita' personale, utilizzando spesso materiali non adatti, hanno contribuito ad aggravare il problema della conservazione di questi simboli della cultura materiale.
Nel caso degli oggetti conservati nel Museo di Legnano, la fantasia ha avuto un ruolo notevole per sopperire alle lacune tecniche: materiali di uso comune quali barattoli, reti metalliche e anche le bacchette di ombrello hanno trovato una nuova collocazione come strutture portanti di urne, grossi olpi e anfore. I manufatti riscostruiti e completati con gesso colorato perdevano l'importanza storica dovuta alla loro funzione d'uso e di rituali funerari, assumevano un nuovo valore puramente estetico con le integrazioni e ridipinture delle superfici che eliminavano ogni segno di lavorazione e d'uso, fondamentali come dati di documentazione.
Come testomonianza di questa ricerca dell'unita' estetica e' curioso evidenziare la corrispondenza del 1954 tra il sig. Lotti Turiddu di Ischia di Castro e Sustermeister:
"Per il vaso che ha in parte recuperato e che intende completare, potro' fornirle l'ansa che desiderava. Non e' la sua (poiche' in giardino non ho trovato altri frammenti) ma io conoscendone la forma tipica ne ho trovata un analoga per adattagliela".
Questo uso di adattare l parti di diversi vasi per costruirne uno completo e' stato riscontrato piu' volte, ma il caso piu' ecclatante e' comunque rappresentato da due urne della "cultura di Canegrate" ricostruite integralmente. Una volta smontate i frammenti originali sono risultati appartementi ad un'unica urna, esposta attualmente al Museo.
Un nuovo intevento si pone come obiettico di riportare, per quanto ancora possibile, ad una restituzione originaria della materia ed a una maggiore leggibilita', documentando pero' come parte della storia dell'oggetto le integrazioni e ridipinture che nascondevano la sua vera identita'.
Il problema della rimozione di qunto troviamo apposto erroneamente e' molto complesso e spesso pone la sensazione di una inutile devastazione, dovendo privilegiare o il lato estetico o la parte disciplinare di documentazione.
Si apre un dissidio tra immagine e materia superato soltanto dall'esigenza della conservazione che prevale come scopo ultimo da perseguire.
Alla luce di queste espeienze storiche una caratteristica fondamentale del restauro attuale e' la sua reversibilita', o comunque la possibilita' di reintervenire senza danneggiare il reperto.
Le metodologie di intervento da noi adottate che utilizzano le indicazioni dell'Istituto Centrale del Restauro di Roma, sono illustrate nei pannelli didattici della mostra.
 
 
 
 
Legnano Romana. Relazione degli scavi e dei ritrovamenti. Legnano 1928
Notizie archeologicge e storiche sui ritrovamenti fatti nella zona, in "memorie della Societa' Arte e storia", n.2, 1934
Il convento si Santa Chiara e la Casa Vismara, in "Memorie n.2 "
Oldrado Lampugnani e il Castello di Legnano, in "memorie n.2"
Notiziario dei ritrovamenti archeologici nella zona e ingressi al Museo Civico, in "memorie n.3"
La casa di Gian Rodolfo Vismara in Legnano sec. XV, in "memorie n.3"
Notizie archelogiche sui ritrovamenti nella zona, in "memorie n.4/5"
Quadro, la deposizione di Cristo acquisito al Museo Civico. Un camino antico di Parabiago, in "Memorie n.4/5"
La minaccia di vendita di un feudo delle terre di Legnano, in "Memorie n.4/5"
Il pittore Melchiorre Lampugnani e il codice araldico n. 1390 della Biblioteca Trivulziana, in "Memorie 4/5"
Una voce stonata contro la battaglia di Legnano, in "Memorie n. 7"
Il castello di Legnano, in "memorie n. 8", 1940
Regesti e documenti sulla famiglia Lampugnani racolti nei vari archivi. Epoca dal 1110 al 1528, in "memorie n. 9", 1940
Elementi di censo e di catasto della famiglia Lampugnani del 1530, in "Memorie n. 9"
Cronologia degli avvenimenti di Milano dal 1275 al 1527, in "Memorie n. 9"
Storia delle chiese di Legnano del prev. Agostino Pozzo. 1650, in "Memorie n.10" 1942
Notizie archelogiche della zona, in "memorie n. 11", 1945
Restauri della pala del Luini, in "memorie n.11"
Gli editori "Da Legnano" nel 1500 (prima parte), in "memorie n. 11"
Documenti e regesti di documenti sui Legnani, in "Memorie n. 11"
Gli editori "Da Legnano", 1470-1525, (seconda parte), in "Memorie n. 12" 1948
Notiziario dei recenti ritrovamenti archelogici nella zona di Legnano, in "Memorie n. 13", 1952
Conventi di Umiliati e Chiese. Braida, Corte e Curua Arcivescovile. - Fossato di difesa e muraglione, in "Memorie n. 15", 1955
Notizie archeologiche. Zona Legnanese - note storiche del Castello di legnano - Tutela paesaggio, in "memorie n. 16", 1956
Un censimento nominativo di Legnano nel 1594 con indici e genealogie. - Brani di storia ed Arte di Legnano a tale epoca con 110 illustrazioni e tavole, in "Memorie n. 17"
Tavola archeologica zona di Olgiate-Legnano-Parabiago. Relazione di scavi archeologici nella zona Legnanese. Pannelli artistici donati al Museo Civico Legnanese, - Relazione sui mulini idraulici lungo l'Olona, in "memorie n. 18", 1960
 
 
 
 
Legnano Romana - Relazione degli scavi e ritrovamenti antichi - G. Sutermeister - Legnano 1928
Angera Romana, scavi nella necropoli 1970 - 1979, AA.VV., Roma 1985
Scavi dell'Universita' degli studi di Milano nella necropoli romana di Angera (Campagne 1975-1978). Osservazioni preliminari - G.Sena Chiesa,
Corpus vasorum arretinorum. A catalogue of the signatures, Shapes and Cronology of Italian Sigillata, - a: OXE' , Bonn 1968
La ceramique aretine lisse. Fuilles de l'Ecole Francaise de Rome a Bolsena , - C. Goudineau - Paris 1968
Le monete del museo Civico di Legnano, N. Vismara - R.Martini (Guida all'esposizione) , - Milano 1988
La necropoli di Canegrate, - F.Rittatore Vonwiller - in "Sibrium" 1953
Appunti sul bronzo Medio, tardo e Finale in Lombardia - R. De Marinis - in "Atti I convegno archeologico Regionale" Brescia 1981
La civilta' del ferro in Lombardia, piemonte, Liguria - F. Rittatore Vonwiller - in "Popoli e civilta' dell'Italia Antica" - vol. IV, roma 1975
Legnano Romana - G. Sutermeister
Bullettino di Paletnologia Italiana - C. Caprino - 1943
Il periodo di Golasecca IIIa in Lombardia - R. De Marinis - in "studi Archeologici" Bergamo 1981
Un secondo sepolcreto di epoca imperiale a San Giorgio su Legnano - G. Sutermeister - in "Memorie Societa' Arte e Storia" - Legnano 1956
Sepolture del II e III sec. a.c. San Lorenzo di Nerviano - G. Sutermeister in "memorie Societa' Arte e Storia" n. 18 - Legnano 1960
La cultura La Tene in Lombardia - M. Tizzoni - in "Studi archeologici" I - Bergamo 1981
Il sepolcreto dei sec. I e II d.c. di Cerro - San Vittore, G. Sutermeister -  in "Memorie Societa' Arte e Storia n. 13" - Legnano 1952
 
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3.8 Caironi

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Caironi
 
«Mai più guerra, impariamo a mettere davanti a noi il prossimo». Il comm. Luigi Caironi, 93 anni appena compiuti, ha la mente lucida mentre racconta gli anni della sua prigionia. Davanti a lui il pubblico riunito a Palazzo da Perego per la serata "L'internamento militare italiano in Germania dopo l'8 settembre '43. Gli IMI di Legnano negli stalag tedeschi" a cura di Giancarlo Restelli e Renata Pasquetto, con l'organizzazione della sezione legnanese del'ANPI, presieduta da Luigi Botta.
Lo storico presidente della Famiglia Legnanese riuscì a sopravvivere dallo Stammlager II B di Hammerstein, portando a casa 30 uomini su 31 del suo plotone, e la sua testimonianza è risultata ancora più preziosa nella serata che ha preceduto la Giornata della Memoria che si celebra il 27 gennaio. Dopo l’annuncio dell’armistizio e una resistenza durata giorni, fu fatto prigioniero dai tedeschi, fu trasferito prima a Mantova e poi in carro bestiame in Pomerania, nello Stammlager II B di Hammerstein. Infine finì in un campo di concentramento a Varsavia. «Ho vissuto periodi disumani, trattato come una bestia ma se oggi sono qui a raccontarvi tutto questo è soprattutto grazie alla coesione che abbiamo avuto noi Italiani: sono riuscito a portare a casa il mio plotone e nessuno di noi ha mai pensato di aderire alla Repubblichina. Uno per tutti, tutti per uno: questo ci ha salvato». Nel corso della serata ha parlato anche uno studente sui deportati della Franco Tosi, Stefano Barlocchi, dell'istituto Bernocchi. Non c'è stato invece il tempo di parlare dei prigionieri legnanesi deportati in Texas e in altri lager; l'argomento sarà ripreso in altre sedi.
Di seguito la testimonianza di Luigi Caironi, raccolta dal professore Giancarlo Restelli e da Renata Pasquetto: Un Legnanese nei lager nazisti
Alla vigilia dell’8 settembre del ’43 Luigi Caironi (era nato nel 1923) si trovava a Guastalla nel 2° reggimento pontieri con l’obiettivo di difendere i ponti sul Po da un’eventuale avanzata anglo-americana.
Il suo reparto invece di sbandarsi come molti altri cercò di resistere alla reazione tedesca dopo l’annuncio dell’armistizio ma i rapporti di forze furono tali per cui la resa divenne inevitabile. Fatto prigioniero fu trasferito prima a Mantova e poi in carro bestiame in Pomerania, nello Stammlager II B di Hammerstein.
«Fummo abbandonati in un cortile coperto di neve, poi ci spogliarono per un’ispezione. Avevo ancora il portafoglio, la catenina d’oro, una penna col pennino d’oro e la mia pistola con otto colpi nel tamburo. Ero deciso a non farmi portare via la mia roba, così la nascosi nella neve. Se non ci avessero fatto muovere avrei recuperato tutto più tardi. Tenevo soprattutto alla pistola. L’ultimo colpo l’avrei tenuto per me, ma con gli altri sette avrei venduto cara la pelle. Mi andò bene e riuscii a recuperare tutta la mia roba. Nel nostro settore c’erano quattro capannoni con mille prigionieri ciascuno. Nel centro c’era una torretta con fari e mitragliatrici, su tre lati altrettante latrine. Da mangiare ci davano una minestra fatta di rape e di brodo di pecora».
Queste erano le condizioni di vita del campo di Hammerstein, simili a tente altre strutture concentrazionarie, ma Caironi riuscì in parte ad evitarle perchè grazie al suo discreto tedesco (imparato all’istituto Dell’Acqua) si fece passare per contadino e lavorò in una fattoria nei dintorni di Danzica dove potè avere un’alimentazione sicuramente migliore rispetto ai suoi compagni di prigionia. Racconta che la proprietaria era una baronessa amante dell’Italia e questo fu un ulteriore vantaggio pur nella sventura della prigionia e del lavoro coatto. Nel campo di Hammerstein fu condotto anche il legnanese Vittorio Jelo. Nei giorni dell’8 settembre si trovava a Piacenza e anche il suo reparto fu sopraffatto non prima di aver tentato la difesa armata.
Con questa parole Jelo descrive il campo e il suo arrivo: «Lì ci scaricarono in mezzo ad un campo recintato dove rimanemmo alcuni giorni all’addiaccio senza alcun aiuto. Alla fine di questi interminabili giorni fummo assegnati alle baracche circondate da cani lupo…».
Anche per Caironi arrivò il momento della liberazione con la fine della guerra ma con un’amara sorpresa. Dopo essere evaso dal campo fu intercettato da una pattuglia americana nei pressi di Kiel, una città portuale situata nell’estremo nord della Germania. Incredibilmente gli americani consegnarono lui e gli altri ai russi:
«Dopo due giorni fummo consegnati ai russi. Avrebbero dovuto riportarci in Italia, invece dal momento che avevano bisogno di manodopera ci deportarono in un campo di concentramento vicino a Varsavia. In questo nuovo campo restammo da aprile ad ottobre: all’inizio c’erano 7000 prigionieri, un po’ di tutte le nazionalità. Poi scoppiò un’epidemia di tifo e colera che durò 40 giorni, morirono quasi 4000 persone. Il campo era gestito dai “figli di Stalin”, ragazzotti di 16 o 17 anni rozzi e ignoranti. Ci consideravano traditori della nostra patria, ogni pretesto era buono per spararci addosso».
Ma Caironi riuscì a venirne fuori: «Un prete che parlava russo e tedesco si travestì da laico e corse a cercare aiuto. Ci vollero settimane, alla fine arrivò una pattuglia della Croce Rossa. I “figli di Stalin” fecero prigioniera anche quella pattuglia, quindi gli americani portarono i carri merci per rimpatriarci. Ma i russi li usarono per portare via tutto ciò che riuscirono ad arraffare. Alla fine arrivò l’esercito americano, che si fece garante del nostro rientro. Il 5 ottobre partimmo alla volta dell’Austria. Il 15 ero alla stazione di Legnano, dove rividi mio fratello. Pesavo 42 chili, in tasca avevo ancora il mio portafoglio e la mia pistola. Tutti i 22 ragazzi del Genio che erano sotto la mia responsabilità erano tornati in patria: 21 sulle loro gambe, uno su una barella della Croce Rossa. Alla fine si salvò anche lui».
 
Note
 
- Una sintesi della testimonianza di Caironi è stata pubblicata da L. Crespi, “La guerra, il lager e la liberazione raccontati da un testimone legnanese”, in “Polis Legnano”, ottobre-novembre 1999, pp. 27-29
 
- Le citazioni di Caironi si trovano in “Giorni di guerra. Legnano 1939-1945”, 2009, pp. 152, 166, 294
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3.9 I gloriosi pompieri aziendali

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I gloriosi pompieri aziendali
 
Fino agli anni 1930 Legnano non disponeva di un vero e proprio servizio di pompieri in quanto i principali stabilimenti industriali avevano istituito  a proprie spese un corpo di pompieri in grado di fare fronte ad ogni eventualita'. Questi corpi privati si prestavano a qualsiasi occorrenza entro l'abitato del territorio comunale ed avevano anche molti servizi di pronto intervento in occasione di calamita' capitate.
In particolare in due circostanze si distinsero i vigili del fuoco che allora operavano in Legnano e precisamente durante il terribile ciclone del 25 luglio 1910 che fece anche alcune vittime fra la popolazione. Numerosse case furono scoperchiate; un comignolo della Tosi fu abbattuto. Il tornado danneggio' anche e seriamente il tetto della basilica di San Magno. La via Girardelli era cosparsa di tegole e macerie.
In quella occasione cosi' come durante l'alluvione del 1917 con lo straripamento del fiume Olona le cui acque invasero strade e stabilimenti, i pompieri privati delle industrie legnanesi si prestarono con spirito altruistico ed abnegazione per recare soccorso anche alla popolazione civile.
Avevano un servizio pompieristico in proprio nei primi anni del 1900 il Cotonificio cantoni, il Cotonificio Dell'Acqua, la Societa' Bernocchi, la Societa' Franco Tosi.
Nell'archivio della Cantoni esiste un vecchio album con tante fotografie "storiche" ancora qualche istantanea che ritrae i vecchi vigili del fuoco aziendali accanto ai loro automezzi che oggi fanno sorridere ma che allora svolgevano un onorevole servizio.
Legnano oggi ha un efficientissimo distaccamento dei vigili del fuoco con autopompe modernissime in grado di raggiungere il luogo di chiamata ad una velocita' di 90 Km/h ed un parco mezzi ed attrezzature varie di tutto rispetto. Anche la tradizione pompieristica tramandata fino a noi dagli ardimentosi pompieri dei primi stabilimenti legnanesi si e' mantenuta ad un degno livello per la citta' dinamica ed operosa che e' Legnano.
 
 
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3.10 Piero Borsa, il ragionere-educatore al servizio

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Piero Borsa, il ragionere-educatore al servizio
delle parrocchie di S. Magno e S. Domenico parrocchiani di San Magno e San Domenico lo conoscevano per i suoi impegni nell’amministrazione contabile delle comunità e delle scuole materne.
Ma era stato, in età giovanile, di iniziative educative, a partire dal campeggio montano. di iniziative educative, a partire dal campeggio montano.
Piero Borsa, classe 1928, si è spento la sera di venerdì 10 luglio all’Ospedale di Legnano.
A ricordarlo sono state voci autorevoli, come mons. Adriano Caprioli e mons. Carlo Galli, già prevosti di Legnano. La “sua” Azione cattolica non ha fatto mancare un pensiero affettuoso, definendo Piero Borsa «una presenza costante e fedele al servizio della comunità cristiana legnanese, e in particolare delle parrocchie di San Domenico e di San Magno”.
Nato a Legnano, ragioniere presso la Cariplo, Borsa era entrato «da ragazzino nell’Azione cattolica di San Domenico.
Fra il 1953 e il 1961 assume – si legge nella nota dell’Ac – la responsabilità parrocchiale di presidente della Giac, Gioventù italiana di Azione cattolica. Catechista, tra i giovani educatori più brillanti cresciuti con il coadiutore-partigiano don Carlo Riva, Borsa è anche tra i promotori del campeggio parrocchiale, attivo sin dal 1947; quando verrà creato, nel 1957, il “Gruppo alpinistico Guido Raimondi” (intitolato al giovane di Ac disperso in Russia), ne assumerà la presidenza per un ventennio». In anni più recenti Borsa è stato presidente del Patronato scolastico - sezione di Legnano; negli anni ‘60, invece, con il supporto dell’allora sindaco Luigi Accorsi, era stato tra i fondatori del “Laboratorio Scuola Città di Legnano” destinato ad accogliere ragazzi diversamente abili.
Per i vari impegni svolti nelle parrocchie del centro città, «resi – afferma l’Ac – sempre nel pieno stile della matura responsabilità laicale, il 22 dicembre 2012 Piero Borsa riceve dall’arcivescovo di Milano, card. Angelo Scola, per concessione di Papa Benedetto XVI, la Croce di Cavaliere di San Silvestro Papa, quale “riconoscimento degli anni dedicati alle parrocchie di San Domenico e San Magno di Legnano”.
Anche Franco Monaco, deputato, cresciuto all’oratorio di San Domenico, ne ha segnalato alcuni tratti. «Piero Borsa, Pierino per gli amici, era uomo d’altri tempi, che usava salutare levandosi il cappello». Era «persona nota a Legnano nella sua doppia veste. Quella professionale:
fu cassiere della Cariplo di Legnano. […] Ma Borsa ha rappresentato una sorta di istituzione specie per i servizi da lui resi alla Chiesa legnanese. Io stesso, ancora ragazzo, lo ricordo quale autorevole presidente della mitica Gioventù maschile di Azione cattolica della parrocchia di San Domenico tra gli anni ‘50 e ‘60.
Educatore, catechista, laico di fiducia di don Carlo Riva».
Monaco aggiunge: «A Piero don Carlo affidò la responsabilità, che resse a lungo, di presidente del “Gruppo alpinistico Guido Raimondi” e del campeggio parrocchiale a lui intitolato.
Nell’ultimo tempo della sua vita attiva, prima che lo colpisse            la malattia, dedicò le sue energie e il suo impegno volontario a servizio dell’amministrazione della parrocchia di San Magno, cooperando prima con mons. Cantù, poi con mons. Caprioli, infine con mons. Galli. In sintesi, Piero Borsa è stato una di quelle figure di laici cristiani attivi e responsabili, forgiati dall’Azione cattolica di Giuseppe Lazzati, che non si sono mai tirati indietro, sui quali la Chiesa e le istituzioni civili sapevano di poter contare, per la loro serietà, la competenza e il generoso spirito di servizio».
Dal canto suo il vescovo mons.
Caprioli ha affermato: «Lo vedevo ogni mattina, il Piero Borsa, seduto al tavolo delle gabelle, cercato e conosciuto da tutti, creditori e debitori, e con tutti relazionarsi con semplicità di colomba e prudenza di serpente, esercitando la sua responsabilità di laico nella comunità cristiana, aperto alle necessità di una parrocchia in cambiamento, nel passaggio dei parroci e nell’affacciarsi di nuovi problemi, e nello stesso tempo serenamente attento a far crescere il clima di rispetto e di collaborazione.
E così anche questo evento di lutto – afferma ancora monsignor Caprioli – non poteva passare inosservato, come una questione privata.
La morte di un collaboratore per tanti anni a servizio della parrocchia è momento sì di famiglia per amici e conoscenti, ma di tutta la grande comunità di S. Magno e di S. Domenico, che si stringono in una grata memoria e corale preghiera, ispirate al suo esempio per il cammino che le attende».
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