2 lib1411-Legnano

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Legnano
Raccolta di notizie gia' pubblicate su la storia di Legnano
 
Lo scopo di questo lavoro e' di raccogliere tutto quanto e' gia' stato scritto su Legnano in modo informatico e in un solo documento.
Questo lavoro serve come documentazione personale e per questione di diritti non puo' essere divulgato a terzi senza le relative autorizzazioni
 
Contents
2.1 Preistoria La terra e l'uomo
2.2 Le origini
2.3 Le Origini
2.4 Le origini
2.5 I primi abitatori e le loro usanze
2.6 Il Dialetto
2.7 Origine del nome di Legnano
2.8 Il Duecento
2.9 Dal Medioevo al rinascimento
2.10 Il Cinquecento
2.11 La dominazione spagnola
2.12 Dominazione austriaca
2.13 Borgo agricolo
2.14 prima meta' del secolo XIII°
2.15 Legnano nell'alto Medioevo
2.16 Il Risorgimento
2.17 Dall'Ottocento al ventesimo secolo
2.18 l Mercato settimanale di Legnano e le sue vicende
2.19 Nel Sedicesimo secolo "1850 anime da Comunione"
2.20 Cenni storici
2.21 Raccolte storiche di Legnano
2.22 Censimento
2.23 Il museo della scuola elementare Carducci racconta un secolo di storia cittadina
2.24 Palio, Calcio e... Pompe Funebri all'Incantesimo della Nostalgia
2.25 Legnano nelle antiche rappresentazioni cartografiche
2.26 Dal "Velociu" al tram elettrico
2.27 La prima autostrada costruita nel mondo
 
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2.1 Preistoria La terra e l'uomo

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Preistoria La terra e l'uomo
 
Di alcune città e' possibile fissare l'origine se non in un anno preciso, almeno in un certo secolo. Non e' il caso nostro. Il nome Legnano, essendo latino, puo' indicare il periodo storico della sua formazione; ma un nome puo' essere applicato ad una realtà già esistente da gran tempo e sostituire quello primitivo a noi sconosciuto. Il museo cittadino infatti contiene un reperto, trovato in Legnanello, che si fa risalire a 2000 anni prima di Cristo, e attesta la presenza umana nel nostro territorio quattromila anni fa. Esso pero' non segna un inizio, ma probabilmente solo un momento di una continuità storica che si protende indietro nel tempo, in quella che solitamente si chiama, con frase stereotipa, la notte dei tempi.
La scienza geologica e archeologica ha pero' alquanto diradato le tenebre di quella notte e i suoi strumenti sono in grado di ricostruire a grandi linee l'evoluzione dell'ambiente geografico ed umano, in cui possiamo inquadrare un punto nello spazio, e del tempo.
Sappiano ad esempio con certezza che circa sessantacinque milioni di anni fa comincio' ad emergere dal mare la catena delle Alpi, lasciando ancora sommersa l'attuale pianura padana. Forse dopo un ulteriore sollevamento di cinquecento metri emerse anche il piede delle Prealpi su cui oggi siede Legnano, ma il suolo che ci sostiene, e' formato dalla sedimentazione dei detriti che, coll'erosione delle montagne, precipitarono sulla pianura durante il Quaternario.
Nel corso di migliaia di millenni sotto l'influsso degli spostamenti astronomici all'interno della nostra galassia, il variare della posizione dei pianeti e della stessa inclinazione dell'asse terrestre, il clima dovette subire profondi rivolgimenti.  Qualcuno pensa a cicli ricorrenti ogni centomila anni con alternanze di climi freddi e caldi che modificarono di volta in volta la flora e la fauna. Per avvicinarsi a noi dobbiamo ricordare l'azione determinante e grandiosa delle glaciazioni alpine dette GUNZ, Mindel, Riss, Wurm (precedute dalla Donau, cosidetta perche' studiata lungo il Danubio). In certi periodi, quasi un quarto delle terre emerse fu coperto da ghiaccio, L'acqua solidificata e sottratta al mare ne abbassava il livello. Tra una glaciazione e l'altra s'interponeva un intervallo (detto interglaciale), il cui clima tornato caldo scioglieva il ghiaccio e risollevava il livello marino. Durante i periodi freddi una grande crosta ghiacciata copriva le Alpi e coll'enorme peso della sua massa plastica rosicchiava il fondo e i fianchi delle valli spingendo in basso masse di detriti, formando gli anfiteatri morenici, in cui oggi si raccolgono le acque dei laghi prealpini. Ad esempio la sponda meridionale del lago di Comabbio si formo' con le morene del glaciale Gunz circa settecentomila anni fa: a Cassano Magnago troviamo i depositi del Mindel (trecentomila anni fa); le alture di Somma Lombardo sono morene del Riss (centoventimila anni fa).
Ma troviamo anche gli alti terrazzi formati dalle sedimentazioni degli interglaciali che si spingono a sud fino a Lonate Pozzolo e a Origgio, mentre i terrazzi inferiori abbracciano un vasto territorio tra Tradate e Gallarate, Busto e Legnano.
Noi non riusciamo ad immaginare l'esistenza di esseri umani durante i periodo glaciali. Le piu' antiche presenze umane sono segnalate nell'Africa Orientale e nella Cina Meridionale circa un milione e ottocentomila anni fa. In Europa, alla foce del Rodano, sulla Costa Azzurra e Riviera Ligure, dove il clima e' piu' mite, i cacciatori del Paleolitico sono presenti anche durante le glaciazioni. Vivevano preferibilmente nelle grotte, frequentate anche da animali come gli orsi in letargo e facilmente uccisi nel sonno, oppure sotto le sporgenze di pareti rocciose (dette ripari), ma anche si accampavano a cielo scoperto.
Non erano numerosi. Si calcola che ventimila anni fa fossero un milione, uno in media ogni dieci chilometri quadrati. Naturalmente si raccoglievano in gruppi e si spostavano continuamente seguendo le prede. Milioni di bisonti, di cavalli selvaggi e altri animali pascolavano nelle pianure. Immaginiamo ora la situazione sul nostro territorio. Nei periodi freddi il ghiaccio giungeva fino a pochi chilometri a settentrione. Quando esso si scioglieva, valanghe di acqua spazzavano il terreno. A Castellanza si apre la val Morea incassata fra due ripidi pendii formati dal ceppo, un conglomerato di ciotoli alpini in cui non pote' posarsi uno strato di sedimentazione, perche' l'acqua che colmava quell'incassatura, scorreva veloce e ripuliva le pareti di marogna. A Castellanza la fiumana si allargava rallentando sulla pianura, depositando ghiaia e grossi ciotoli rotondi, con cui sono stati costruiti i vecchi muri cittadini. Quanta strada hanno percorso e quanto tempo e quali forze enormi hanno smussato e levigato le loro già scabre superfici.  Il rallentamento e la diminuita velocità dell'acqua scavo' soltanto un piu' largo alveo tra le piu' basse sponde su cui oggi sorgono Legnanello e San Vittore da un lato, San Martino, San Giorgio e Canegrate dall'altro. Come avrebbero potuto vivere gli uomini in un ambiente naturale di tale violenza?. E se pur passarono di qui o si accamparono gruppi di cacciatori nei periodi caldi dell'interglaciale, le successive glaciazioni e alluvioni ne fecero sparire traccia.
Dobbiamo dunque arrivare a diecimila anni fa coll'esaurimento dell'ultima glaciazione (Wurm) per ammettere la possibilità di un insediamento umano nel teatro naturale in cui viviamo, rimasto da allora immutato nelle grandi linee. Le modificazioni riguardano la flora e la fauna. I grandi animali amanti del freddo, renne ed orsi, si saranno spostati a settentrione, come in tempi precedenti i leoni e i grandi elefanti si erano spostati a mezzogiorno, mentre i mastodonti ed i mammut si erano del tutto estinti. Alle conifere si erano aggiunte le querce, il nocciolo, l'olmo, il tiglio. E venne il tempo in cui tra i laghi e le paludi dell'attuale Varesotto sorsero i villaggi dei palafitticoli: l'Isolino del lago di Varese, il lago di Monate, La Lagozza di Besnate fiorirono a pochi chilometri di qui. L'insediamento allo sbocco dell'Olona sulla pianura non dovette essere molto posteriore, tenendo pero' presente che le distanze temporali della preistoria si misurano in decine di secoli, nei quali si registrano i passaggi di una facies ad un'altra.
Si registrano tali passaggi osservando il variare delle materie e delle forme degli strumenti fabbricati dall'uomo. Il distacco dall'animale e' segnato appunto dal superamento dello stato naturale,  ossia il sorgere di una cultura al di là della natura. L'animale ripete per istinto sempre gli stessi suoni: l'uomo modula la voce, crea il linguaggio, inventa la musica. L'animale si nutre con quanto gli offre la natura, l'uomo accende il fuoco e cuoce i cibi. Il primo strumento usato dall'uomo, assieme al bastone, fu probabilmente il sasso, prima intero, poi scheggiato. Le schegge vengono sempre meglio lavorate, diventano lame che tagliano e raschiano, punte che forano, incidono, uccidono animali e anche gli uomini. Dalle ossa delle vittime si ricavano altri strumenti, fra cui l'ago per cucire i vestiti e gli otri di pelle. Sul piano spirituale l'uomo inventa il culto dei morti, perche' pensa di prolungare la vita oltre la morte. I sepolcri prima sono isolati, poi si raggruppano in cimiteri. Si inventano riti magici e religiosi; in funzione magica e religiosa si scopre l'arte colle stupende pitture (La Cappella Sistina dell'arte quaternaria nella grotta di Altamira in Spagna), colle incisioni rupestri e le statuette della Dea Madre.
Siamo poi passati attraverso piu' di un milione di anni dal Paleolitico inferiore, medio, superiore, col probabile intervallo del Mesolitico, al Neolitico, quando avviene una nuova, decisiva scoperta, l'avvio ad un progresso tecnologico che con rapidità drammaticamente crescente in soli diecimila anni conduce l'uomo dalla pietra all'energia atomica, dalla ruota alla piroga al volo sulla Luna. La scoperta si chiama agricoltura che trasforma la società mutando i cacciatori in contadini, pastori, allevatori di bestiame, la tribu' in città. Si parte dalle terre calde e fertilissime bagnate dai grandi fiumi, Tigri, Eufrate, Nilo; poi la novità si espande lentamente per via di terra e di mare in Europa, passando per i Balcani, lungo il Danubio, oppure dall'Africa alla Spagna e alla Francia (usando sempre i nomi attuali). Tra gli aspetti piu' rivoluzionari e dinamici si registra l'accumulo della ricchezza, la formazione del capitale.
Hinc prima mali labes dirà poi Virgilio con altri poeti, pensando al peccato originale della distinzione tra mio e tuo, alla pacifica, felice e perduta eta' dell'oro, ma ignorando che da un milione di anni ominidi e uomini (homo sapiens) si sono scannati e mangiati letteralmente a vicenda. La caccia aveva impegnato le energie di ogni uomo per procacciare giorno per giorno il cibo per se' e per la famiglia. In ogni caverna o capanna tutti ripetevano le stesse operazioni. L'agricoltura invece riempie i granai di cereali, che assicurano nutrimento per tutti e per molto tempo senza il bisogno che ciascuno partecipi alla coltivazione della terra. Cosi' vi e' che puo' dedicarsi interamente a fabbricare ceramiche, a filare o a tessere la lana, a cercare di fondere e lavorare metalli. La necessita' di misurare i campi promuove lo sviluppo della geometria e del calcolo aritmetico. Nasce la scienza, si studia il cielo, si inventa la scrittura e chi vuole dedicarsi all'arte, alla poesia e alla musica puo' farlo aumentando il tesoro della cultura comune.
In un momento imprecisabile di questo grandioso sviluppo dobbiamo collocare i pochi frammenti del vaso campaniforme trovato a Legnanello. Essi ci riportano indietro di quattromila anni, ma ci autorizzano a credere che, da un tempo piu' lungo, gruppi di uomini erano gia' insediati sulle rive dell'Olona, provenendo naturalmente da famiglie residenti nei villaggi palafitticoli dei laghi varesini oppure dalla vicina Lagozza di Besnate, a loro volta oriunde dalla Francia Meridionale. La moltiplicazione dei centri abitati e' certamente il frutto di una esplosione demografica. Il milione di persone che si e' calcolato nel Paleolitico superiore, e' gia' decuplicato nel Neolitico, e nel terzo millennio a.c. i milioni sono trecento.
La forma a campana del nostro vaso suggerisce il nome di Remedello, villaggio a sud di Brescia, perche' li' fu trovata la piu' ampia testimonianza della cosidetta cultura del vaso campaniforme, ma vasi di questo tipo si sono trovati il molte localita', Sardegna compresa. Non si puo' dunque inserire con sicurezza un rapporto diretto coi commercianti di Remedello e nemmeno la scomparsa della cultura lagozziana a cui dovevano appartenere i "legnarellesi" del tempo.
Dopo circa ottocento anni ("circa" puo' intendere una vasta ampiezza) ai pochi frammenti di Legnanello succedono le duecento tombe di Canegrate, che presentano un'altra grande novita' nella evoluzione delle culture preistoriche: i morti non sono inumati, ma cremati. I reperti archelogici si identificano con il nome attuale delle localita' in cui vengono reperiti, il che non deve pero' circoscriverli entro gli attuali confini amministrativi.
Quali furono i rapporti tra i "legnanellesi" che abitavano al di la' dell'Olona e i "Canegratesi" che seppellivano i loro morti sul ciglio poco oltre la "Costa di San Giorgio"?. Non erano forse un solo gruppo di famiglie che vivevano e faticavano sulle rive del fiume, che forniva acqua e pesca, ma periodicamente li inondava costringendoli a portare piu' in alto, all'asciutto, le ceneri dei defunti?.
La quantita' dei reperti di Canegrate ha dato materia per analisi minuziose e ampie dissertazioni. Le urne biconiche sono state facilmente riconosciute come tipiche della cultura dei campi da urne che caratterizzavano l'ambiente culturale della regione europea sita tra la Vistola e le Alpi. La trasformazione sociale operata dall'agricoltura in Egitto e Medio Oriente da alcuni millenni e la lavorazione dei metalli, poi diffusa nelle isole dell'Egeo, avevano accumulato in quei paesi ingenti ricchezze.
La produzione superiore ai bisogni aveva favorito lo scambio commerciale con i prodotti di altri luoghi. Una delle sostanze ricercate per motivi magici, religiosi e medicinali fu l'ambra, rintracciabile a nord della Germania e in Polonia. Carovane di commercianti attraversavano i Balcani o risalivano l'Adriatico per raggiungere il mercato di Unetice, vicino all'attuale Praga, dove dal nord proveniva l'ambra scambiata con oggetti di bronzo, argento e oro. Il commercio di questi prodotti non si limitava alla via dell'ambra, ma si irradiava per ampi spazi. Commercianti erano anche i diffusori dei vasi campaniformi a Remedello, ma quelli del vaso biconico legato alla cremazione dei cadaveri nel campi di urne, arrivarono probabilmente a Canegrate - Legnano direttamente d'Oltralpe. Da est (Veneto?), da ovest (Francia) o da nord (Ticino)?. A favore della terza ipotesi si puo' richiamare l'attenzione sul fatto che la facies di Canegrate e' apparsa in varie localita' lungo il corso del Ticino, come, per limitarci alle vicinanze, a Castelletto Ticino, Albairate (Scamozzina), e Garlasco. Sono tempi di forti movimenti migratori coll'avvento anche di gruppi indoeuropei. e tale sarebbe quello di Canegrate, se fosse vera l'ipotesi (inaccertabile) della sua appartenenza ai Celti. Ad ogni modo dobbiamo credere che sia stato assorbito dalle altre popolazioni locali, cui forse trasferi' l'uso dell'incinerazione, assumendo pero' altri costumi non esclusa la lingua.
 
 
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2.2 Le origini

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Le origini
Legnano durante il sorgere e il consolidarsi della signoria viscontea
 
Abbiamo gia' visto ripetutamente nei capitoli precedenti che la particolare posizione di Legnano ne fece un punto importante del sistema difensivo milanese, finche' la situazione della citta' rimase incerta e le fazioni si avvicendavano al potere. Osserveremo ora come, con il consolidarsi a Milano di un governo signorile, in grado, ormai di controllare vasti territori e di imporre la propria volonta', Legnano sia divenuta, nel corso del secolo XIV, un semplice luogo di soggiorno per i nobili milanesi, sebbene non avesse perso del tutto la propria importanza militare, come vedremo.
Ottone Visconti, divenuto arcivescovo di Milano nel 1262, non aveva potuto prendere possesso dei propri beni a causa della ferma opposizione dei Torriani alla sua elezione. Unitosi al partito dei fuoriusciti e messosi a capo di esso nel 1276, tento' ripetutamente di abbattere il potere della fazione avversa, finche' nel 1277 si giunse al fatto risolutore. Essendo i Ottone entrato nella Martesana e puntando decisamente su Milano, i Torriani tentarono di fermarlo attestandosi a Desio, ma l'arcivescovo, che era stato canonico in quel borgo e vi aveva degli appoggi, riusci' a penetrarvi: parte dei Torriani restarono uccisi, altri prigionieri, mentre alcuni di loro, che al momento dell'agguato si trovavano a Cantu', rientrati precipitosamente a Milano, dovettero constatare che la loro autorita' era lesa irrimediabilmente e furono costretti a lasciare il paese. Il 21 gennaio 1277 Milano riconobbe Ottone e bandi' i Torriani.
Durante tutta questa lunga lotta la situazione del borgo di Legnano non era probabilmente mutata: nel catalogo delle famiglie nobili ammesse al rango degli ordinari della Metropolitana, redatto in un periodo imprecisato compreso tra il 1277 e il 1377, compaiono gli Oldrendi di Legnano, i quali avevano forse approfittato dello scarso controllo esercitato in questo periodo sui beni dipendenti dalla mensa arcivescovile per aumentare la propria autorita' sul borgo. In seguito, i loro rapporti con l'arcivescovo si faranno assai stretti e si giungera' ad una collaborazione assai fruttuosa per entrambi, come vedremo piu' avanti.
La situazione di Ottone non era pero' certamente tranquilla, dal momento che i Torriani, estromessi dal governo e banditi, non avevano abbandonato la speranza  di riacquistare cio' che avevano perduto, e, ottenuti numerosi appoggi, facevano numerose scorrerie nei territori attorno a Milano. La sfida aperta tra le due fazioni si ebbe nel 1285 quando Goffredo Torriani, dopo essere entrato a Bergamo e a Como, conquisto' Castelseprio: ben conosceva l'arcivescovo e i sentimenti del Seprio verso Milano e verso il partito dominante in esso, qualunque esso fosse, percio' riuni' tutto l'esercito a Legnano, dove rimase per otto giorni cioe' fino al 13 aprile.
Probabilmente lo stesso Ottone aveva innalzato, in quei tempi ancora torbidi per il suo governo, il muro che circondava il borgo, correndo lungo  il fosso scavato ai tempi di Leone da Perego; vi aveva inoltre costruito numerosi edifici, anche di una certa importanza. Tutto cio' rendeva Legnano adatta ai soggiorni di una certa durata e permetteva di utilizzarla come base logistica per le operazioni militari da svolgere nel vicino Seprio: infatti, essendo, come abbiamo detto ripetutamente, una porta sul territorio piu' prossimo a Milano, l'arcivescovo poteva da qui osservare le intenzioni del nemico e decidere se attaccarlo direttamente e bloccarlo prima che entrasse nel milanese. In questo caso l'arcivescovo opto' per la prima possibilita' e, uscito da Legnano, si trasferi' a Gallarate e di la' si avvio' a Castelseprio, ma circa un miglio fuori di Gallarate ricevette la notizia che i nemici erano usciti dalla rocca e si accampo' a Bassano,mentre i nemici rientravano in Castelseprio e ne miglioravano le fortificazioni.
L'arcivescovo allora, dimostrando ancora una volta quanto poco si fidasse del Seprio, si porto' immediatamente a Varese per tagliare i rifornimenti, che pero' nel frattempo erano gia' pervenuti, per opera di Guido da Castiglione, dalla vicina rocca omonima. Il maltempo che ostacolava le operazioni militari indusse le due parti a trattare la tregua, conclusa il 15 maggio con la consegna di Guido da Castiglione di Castelseprio e di Febo e Zanino della Torre come ostaggi, avvenuta il 18 maggio, dopodiche' i Torriani si recarono a Como e i  Visconti a Milano. Tuttavia al momento di concludere la pace il 21 maggio a Castiglione, le trattative si ruppero per le eccessive pretese di Ottone che voleva fare da arbitro unico negli accordi.
Dopo brevi scorrerie nei reciproci territori, sembrava che fosse tornata la calma, ma ben presto i Torriani  minacciarono Varese con l'intenzione di riprendersi Castelseprio. Nuovamente l'esercito milanese si sposto' a Legnano, da dove l'arcivescovo dopo aver invano tentato di ottenere pacificatamente Castelseprio da Guido da Castiglione gli lancio' u ultimatum di due giorni: per tutta risposta Guido consegno' la rocca ai Torriani e fu percio' bandito. L'esercito milanese si porto' a Gallarate, dove si riuni' il 12 ottobre con altri corpi provenienti da Milano; dopo una breve sosta dovuta al maltempo, assali' e saccheggio' il borgo di Castelseprio, ma non potendo prendere la rocca ed essendo impedito da ulteriori operazioni militari dalla piena dell'Olona, lascio' Castelseprio il 28 ottobre, di la' retrocesse su Fagnano e Busto Arsizio e in novembre rientro' a Milano.
Nel febbraio dell'anno successivo si fecero nuovi tentativi di pace; l'arcivescovo torno' nuovamente il 27 febbraio a  Legnano, che funziono' ancora una volta come punto di appoggio, e presso Legnano, probabilmente il castello di San Giorgio, costruito alcuni anni prima dai Torriani, si incontro' con Guido da Castiglione e Loterio Rusca. Le trattative, proseguite in Barlassina, si conclusero in Lomazzo il 30 marzo con la pace pubblicata il 3 aprile fra Lomazzo e Rodello, in base alla quale veniva revocato il bando ai Torriani, senza pero' permettere che rientrassero in Milano o nel suo contado.
Ottone tuttavia non ebbe pacefinche' mediante uno stratagemma, non riusci' il 28 marzo 1287 ad impadronirsi di Castelseprio e a farla radere al suolo, vietandone in perpetuo la ricostruzione. Eliminata questa minaccia, Ottone incomincio' a preparare il terreno per aprire la successione a suo nipote Matteo, che, dopo aver ricoperto cariche sempre piu' importanti, ottenne nel 1294 dal re dei romeni Adolfo di Nassau il titolo di vicario imperiale per la Lombardia, che gli fu riconfermato da Alberto d'Austria nel 1298. Frattanto l'8 ottobre 1295 era morto l'arcivescovo Ottone.
Ma nonostante tutto cio' il potere di Matteo Visconti era tutt'altro che solido: oltre alle guerre esterne e alle ribellioni delle citta' soggette, anche in Milano si ordivano congiure contro di lui. Il capo di una di esse, Pietro Visconti, scoperto ed imprigionato a Settezzano, godeva grande autorita' nel Seprio, forse perche' aveva sposato Antiochia, della famiglia dei Crivelli, che dalla sede originaria di Nerviano aveva probabilmente esteso il proprio potere anche su parte del Seprio
L'influenza di Antiochia Crivelli, che aveva provocato l'ennesima ribellione nel Seprio, un assalto delle citta' nemiche di Milano e tumulti in citta' provocarono congiuntamente il tracollo di Matteo, che dovette chiedere la pace e dimettere il capitanato il 13 o 14 giugno 1302. I Torriani rientrarono in Milano e i Visconti dovettero mettersi rapidamente in salvo, colpiti dal bando.
Milano rientrava cosi' nello schieramento delle forze anti-imperiali e filo-francesi e ne diveniva uno dei capisaldi.
Tutto cio' favoriva evidentemente i mercanti milanesi, che, per i loro commerci oltremontani, necessitavano di un buon accordo coi principi occidentali.  Attorno ai Torriani interpreti di queste aspirazioni si stringeva la classe dei fabbricanti, artigiani mercanti e banchieri. Ma la buona posizione politica della famiglia della Torre era minata dal latente dissidio tra Guido e il cugino Cassone, nuovo arcivescovo di Milano, che gia' nel 1303 si era ritirato nei propri castelli di Angera e Cassano. Nel maggio 1305 in seguito ad una congiura furono banditi da Milano alcuni nobili, tra cui Cressone Crivelli che, approfittando di una spedizione milanese con la lega Guelfa contro Brescia entro' in Nerviano, cercando invano di provocare una sollevazione e di impadronirsi di Rho e Legnano, ma all'arrivo dei milanesi dovette lasciare Nerviano, che fu data alle fiamme. Da cio' si puo' dedurre che i Crivelli godevano, o ritenevano di godere, autorita' nella zona di Nerviano e del Seprio; il progetto di impadronirsi di Legnano fa pensare ad u tentativo, attraverso il possesso di quel borgo, di fare insorgere il Seprio. Il fatto poi che i Crivelli dopo aver favorito l'avvento dei Torriani, mediante l'appoggio a Pietro Visconti e a sua moglie Antiochia, tentassero ora di scalzare il dominio, si spiega facilmente dal momento che proprio Pietro aveva da tempo cambiato partito ed era stato bandito assieme agli altri Visconti. Ma piu' dell'infelice tentativo di Cressone Crivelli, danneggio' Guido Torriani il dissidio con l'arcivescovo Cassone. Quando infatti Arrigo VII annuncio' la sua discesa in Italia, Guido si trovo' in posizione critica dal momento che,se egli voleva una ferma opposizione al sovrano, gli altri Guelfi erano incerti, soprattutto perche' l'imperatore si era precedentemente accordato con il papa. Quando poi gli inviati dei Guelfi alla corte di Arrigo si videro messi alla pari con Matteo, che si era frattanto presentato anch'esso all'imperatore, caddero tutte le loro speranze di guidare l'azione del sovrano secondo i propri desideri.
Frattanto l'arcivescovo Cassone, il cui dissidio con il cugino era ormai palese, si accordo' con Matteo; i patti consistevano nella rinuncia da parte di Matteo ad una eventuale signoria su Milano e nel rispetto dei beni dell'arcivescovo, tra cui compare Legnano. Arrigo VII giunto a Milano ordino' la pacificazione fra le fazioni, ma poco dopo, sembra che per un accordo intervenuto tra i figli dei capiparte Galeazzo Visconti e Francesco Torriani, scoppio' un tumulto contro l'imperatore, dal quale pero' Matteo riusci' a tenere fuori tutti i Visconti. Benche' la colpa ricadesse sui Torriani, anche i Visconti erano fortemente indiziati e il bando di Arrigo colpi' entrambe le famiglie. Tuttavia dopo breve tempo Matteo fu richiamato e nel campo imperiale sotto Brescia assediata, il 13 luglio 1311, ricevette il titolo di vicario imperiale per Milano e contado a tempo illimitato e revocabile solo alla restituzione della ingente somma prestata da Matteo all'imperatore.
Poco dopo in Pavia o in Genova raggiunsero Arrigo 12 nobili milanese, deputati della repubblica per accompagnarlo a Roma, e ricevettero da lui varie donazioni tra di essi, secondo il Giulini, c'era forse Lodrisio Visconti, figlio di Pietro e di Antiochia Crivelli, il quale avrebbe ottenuto dunque in questa occasione quella signoria su tutto il Seprio che sembra possedere in seguito. Sempre secondo il Giulini sarebbe stato lo stesso Matteo, timoroso dell'ambizione del cugino, a procurargli questa concessione, tuttavia considerata l'autorita' dei suoi genitori, come abbiamo visto, godevano nel Seprio, potrebbe trattarsi del semplice riconoscimento di uno stato di fatto.
Si erano frattanto guatati i rapporti fra Matteo e l'arcivescovo Cassone, che lascio' Milano e scomunico' l'antico alleato. La causa del dissidio e' probabilmente da ricercarsi nella somma versata da Matteo all'imperatore in cambio del vicariato: poiche' i Visconti in questo momento non avevano una grande disponibilita' finanziaria, e' probabile che si siano procurato il denaro necessario impegnando o vendendo i beni della mensa arcivescovile. Infatti nel documento di scomunica, riferito senza data dal Corio l'arcivescovo accusa Matteo, e i suoi parenti e i suoi fautori di aver occupato alcune terre dell'arcivescovado, di cui si fa un elenco dettagliato: Legnano non compresa tra esse, probabilmente resto' proprieta' della mensa e l'arcivescovo infatti vi abito' ancora in seguito, anche se la sua autorita' sul borgo era stata da tempo offuscata da quella dei Visconti.
Alle difficolta' create a Matteo all'arcivescovo, si uni' l'accordo tra i Torriani e Roberto d'Angio', stipulato il 5 novembre 1312 a Pavia e messo in atto l'anno successivo, quando un esercito guidato dai Torriani e dal maresciallo del re di Napoli, Tommaso Marzano conte di Squillace, entrato nel milanese dal lato di Pavia, dopo aver tentato invano di attaccare direttamente Milano, si porto' a Legnano dove pose il campo. Il borgo offriva evidentemente una protezione sicura e la possibilita' di alloggiare molte truppe: tutto cio' era dovuto probabilmente alle modifiche apportate al complesso degli edifici e delle fortificazioni da Ottone che, come abbiamo visto, se ne era servito spesso. Il fatto poi che Legnano, solitamente cosi' legata alla politica di Milano, offrisse ora ospitalita' ai suoi nemici, e' spiegabile considerando la potenza esercitata su tutta la zona dai Crivelli, che, al dire di Cermenate, appoggiavano i Guelfi.
In ogni caso, malgrado le insistenze dei Torriani che volevano si assalisse immediatamente Milano, il Maresciallo che comandava l'armata era titubante, perche' non riteneva abbastanza consistenti gli aiuti offerti dai nobili locali, finche' decise di abbandonare l'impresa. Secondo il Cermenate in questa ritirata ebbe una parte notevole l'ospite del Maresciallo, Sigisbaldo da Lampugnano, il frate dell'ordine militare della Beata Vergine Gloriosa o, secondo il nome piu' comune della congregazione, frate Godente, il quale, per proteggere le sue proprieta' e il borgo dai danni di una troppo prolungata permanenza delle truppe e anche perche' piu' incline ai Visconti che ai Torriani, convinse il maresciallo dell'opportunita' di allontanarsi prima che i milanesi accorressero. Vediamo dunque qui gia' insediato nel borgo una ramo della famiglia Lampugnani la cui influenza, gia' notevole ora, crescera' ulteriormente col passare del tempo.
Di fronte a questa ripresa, per altro assai inconsistente, della resistenza Guelfa, Matteo penso' di consolidare il proprio dominio e, convocata a Soncino nel dicembre 1318 una adunanza dei principali signori Ghibellini, ottenne in essa notevoli appoggi. Tutto cio' ovviamente non riusciva molto gradito al papa e di conseguenza, quando Matteo seppe che il re Roberto di Napoli si stava appunto recando ad incontrarlo in Avignone, cerco' di guadagnarsi le simpatie del pontefice riconoscendo come arcivescovo frate Aicardo, dell'ordine dei Minori che, eletto nel 1317 al momento della rinuncia di Cassone, non aveva ancora potuto prendere possesso del suo arcivescovado. Ma la rottura con il pontefice era ormai inevitabile, dal momento che un accordo con lui avrebbe necessariamente implicato la rinuncia da parte di Matteo alla Signoria su Milano a favore di Roberto d'Angio', re di Napoli. Per conseguenza si ebbero la scomunica di Matteo, l'interdetto su tutto il suo dominio e numerosi processi ecclesiastici contro di lui; infine nel 1322 il papa indisse addirittura una crociata contro i Visconti.
Di fronte all'inquietudine causata in Milano da questa situazione, Matteo dovette rassegnarsi ad intavolare trattative di pace, che implicavano la sua rinuncia alla signoria: Matteo depose bensi' il suo titolo, ma fece assegnare la successione a suo figlio Galeazzo. Nel giugno dell'anno 1322 Matteo mori' e il consiglio generale di Milano confermo' la carica a Galeazzo: la guerra di conseguenza riprese e Galeazzo, temendo per il proprio potere, non volle sentire piu' parlare di pace. Questa decisione riusci' sgradita a molti che auspicavano una conclusione della guerra, qualunque essa fosse; si apri' cosi' una netta frattura nel partito visconteo: Francesco da Garbagnate, Simone Crivelli e Lodrisio Visconti, tratti dalla loro parte i capi delle truppe straniere stipendiate da Milano, costrinsero Galeazzo a lasciare la citta'.
Tuttavia Lodrisio, che aveva preso parte alla congiura solo per fare i propri interessi personali, nella speranza cioe' di soppiantare Galeazzo, quando vide deluse le proprie aspettative, richiamo' il cugino mentre il Garbagnate e il Crivelli lasciavano Milano. Lodrisio, pero',  se non era riuscito in questa occasione a realizzare le sue mire, non le aveva certo abbandonate ed era pronto a cogliere l'occasione opportuna appena questa si fosse presentata. Per il momento comunque appariva in assoluta concordia con Galeazzo e i suoi fratelli: infatti quando nel 1323 proseguendo la guerra e facendosi i Torriani nuovamente minacciosi, molti nobili ghibellini, ostili a Galeazzo, pensarono bene di riconcigliarsi con lui, si recarono a Legnano, dove si trovava Lodrisio coi quattro fratelli del signore di Milano, ed ivi avvenne una generale riconciliazione. Il fatto stesso che i cinque Visconti si trovassero a Legnano che, come abbiamo visto era nell'area di influenza di Lodrisio e dei Crivelli suoi parenti e fautori, dimostra che Galeazzo e i suoi fratelli avevano ora piena fiducia in Lodrisio: se avessero o meno ragione di farlo lo vedremo in seguito. Continuava frattanto la guerra contro l'esercito pontificio e nuovamente Lodrisio, questa volta appoggiato da Marco, fratello di Galeazzo, che era insieme a lui il principale artefice delle vittorie militari di Galeazzo, avanzava pretese sulla signoria di Milano. La frattura si andava facendo sempre piu' insanabile e Galeazzo cercava di calmare Marco e Lodrisio concedendo loro molti beni, probabilmente attingendo al patrimonio ecclesiastico e approfittando del fatto che l'arcivescovo e quasi tutto il clero, in seguito della guerra col papato, avevano lasciato, lo stato visconteo. Lodrisio in particolare ottenne, secondo il Giulini, varie concessioni di giurisdizione nel Seprio: non e' impossibile che abbia ottenuto in questa occasione la conferma del suo potere su Legnano, che appunto era parte del patrimonio arcivescovile.
In seguito pero' quando Galeazzo prese ad intavolare trattative di pace col legato papale, incontro' nuovamente l'opposizione di Marco e Lodrisio, che forse temevano, in caso di pace con il pontefice, di dover restituire i beni ecclesiastici che detenevano abusivamente. Percio' essi appoggiarono la discesa di Ludovico il Bavaro nel 1327, il quale destitui' Galeazzo e lo fece prigioniero, ma, per l'unanime pressione dei ghibellini, fu poi costretto a liberarlo. Galeazzo tuttavia mori' poco dopo e gli successe il figlio Azzone, il quale nel 1329 con l'appoggio dello zio Giovanni si accordo' con il Bavaro che gli concesse il vicariato imperiale.
Nel dicembre del 1329 la situazione incerta in Germania costrinse Ludovico a lasciare l'Italia e Azzone, che aveva gia' ottenuto in settembre l'assoluzione papale, si schiero' apertamente col papa contro l'imperatore. Cio' frutto' a Giovanni Visconti nel 1332 la riconferma dell'amministrazione dei beni della mensa arcivescovile, che aveva gia' ottenuto da Ludovico il Bavaro, in cambio di una pensione annua allo arcivescovo Aicardo. Nelle abili mani di Giovanni la situazione della mensa cambio' radicalmente: egli rivendico' i suoi diritti e li fece valere con la forza della sua autonomia, recupero' i beni perduti e arricchi' di edifici l'arcivescovado di Milano e le terre che da lui dipendevano.
Forse proprio per questo motivo alcuni signori milanese, che probabilmente avevano dovuto restituire cio' che ormai consideravano di loro proprieta', congiurarono contro Azzone e furono da lui arrestati nel novembre del 1333. Tra di essi c'era un Crivelli, mentre Lodrisio, che probabilmente era a capo della congiura,lascio' Milano e dopo essere rimasto in esilio per alcuni anni, assoldo' nel 1339 l'esercito licenziato da Mastino della Scala in seguito alla pace con Venezia, e attraverso Brescia, Bergamo, Cernusco e Sesto di Monza si porto' a Legnano. Quivi giunto prese a riscuotere le tasse dovutegli dal Seprio: Legnano fungeva ancora una volta da base logistica e da quartiere generale, in questo caso pero' orientato in senso contrario a quello consueto. Cio' era dovuto al fatto che Lodrisio godeva grande autorita' in questa zona e forse aveva qualche titolo giuridico che giustificava il suo potere in questi luoghi: infatti si era portato subito a Legnano e vi aveva stabilito il campo, ben sapendo che non vi avrebbe incontrato alcuna resistenza, inoltre aveva ordinato che in questa localita' si recassero gli abitanti della zona per pagargli le imposte dovute.
Ma anche questo tentativo non ebbe un esito migliore dei precedenti, perche' l'esercito di Lodrisio, scontratosi con quello milanese a Parabiago, dove era penetrato furtivamente il 21 febbraio 1339, dopo un successo iniziale dovuto alla sorpresa, subi' una rotta totale, mentre Lodrisio stesso fu fatto prigioniero. Eliminato Lodrisio, Giovanni Visconti, che alla morte di frate Aicardo, avvenuta il 10 agosto 1339, era stato eletto arcivescovo, e a quella di Azzone, avvenuta sei giorni dopo, era stato chiamato a succedergli insieme con il fratello Luchino, pote' riaffermare in pieno la propria autorita' su questo borgo favorendo la famiglia Oldrendi o Oldradi, di cui si servi' per realizzare i propri disegni politici su Bologna. Infatti Giovanni, dopo essere stato confermato arcivescovo dal papa nel 1342, si era dedicato totalmente agli affari ecclesiastici, lasciando a Luchino quelli della Signoria, ma alla morte di questi, assegnata la propria successione ai tre nipoti Bernabo', Galeazzo II e Matteo II, figli di suo fratello Stefano, si diede a governare personalmente.
Nel 1350 ottenne da Giovanni de' Pepoli la signoria su Bologna in cambio di una ingente somma; giusto in quest'epoca giunse a Bologna il giurista Giovanni Oldrendi da Legnano, che compare in un mandato di pagamento del 1350 insieme a coloro che dovevano ricevere i pagamenti dal governo, non come lettori dello studio, ma per sevizi politici e amministrativi: probabilmente egli faceva parte di quel gruppo di fedeli dei Visconti che, inviati a Bologna per politico provvedimento, avevano preparato l'avvento dei signori di Milano. Il Legnano ebbe poi a Bologna una carriera sfavillante, sia come giurista che come uomo politico. Per quanto riguarda Giovanni Visconti, dopo aver incontrato l'opposizione della Santa Sede che rivendicava a se' Bologna, la restitui' nel 1352, al Sommo Pontefice e la riottenne da lui in vicariato, insieme con l'assoluzione dalla scomunica.
Giovanni mori' poco dopo, il 5 ottobre 1354 e la signoria passo' ai tre nipoti Galeazzo II, Bernabo' e matteo II, che mori' l'anno successivo.
La morte di Giovanni apri' anche il problema della successione alla cattedra arcivescovile: fu eletto Roberto Visconti, confermato anche dal pontefice. Cio' provoco' gravi danni al patrimonio della mensa, perche', finche' il potere ecclesiastico e quello civile avevano fatto capo entrambi a Giovanni Visconti, vi era stata una grande confusione di competenze e, al momento di operare la divisione, risulto' assai difficile stabilire quali beni e diritti spettassero all'arcivescovo e quali ai signori di Milano.
Cosi' i beni dell'arcivescovado diminuirono ulteriormente: furono perdute per sempre molte proprieta' e la stessa residenza dell'arcivescovo si ridusse ad una abitazione assai modesta, che non meritava neppure il titolo di palazzo.  Anche questa volta pero' Legnano, sulla quale Giovanni aveva riaffermato il proprio potere, resto' di proprieta' dell'arcivescovado. Infatti nel 1361, quando la peste stermino' gran parte della popolazione dell'Italia settentrionale, i signori di Milano si ritirarono nei loro castelli di campagna e l'arcivescovo a Legnano, dove mori'. Queste le testimonianze: il continuatore del Manipulus Florum del Fiamma sotto l'anno 1361 dice: " Die VIII Augusti Robertus Vicecomes Archiepiscopus Mediolani in Legnano moritur"; l'autore degli Annali Milanesi afferma "Isto anno Robertus Mediolani Archiepiscopus in Legnano moritur de mense Augusti".
Con la morte di questo arcivescovo si apri' per i beni della mensa un periodo assai infelice, perche', per la politica condotta dai due signor di Milano Bernabo' e Galeazzo II, quasi costantemente ostile al papato, i successori di Roberto, che furono, nel 1361, Guglielmo della Pusterla e, dieci anni piu' tardi, Simone da Borsano, non ebbero la possibilita' di prendere possesso del loro arcivescovado, mentre la politica dei Visconti, il cui potere si era fatto ormai solido, diveniva sempre piu' accentrata od esercitava un rigido controllo sulle terre del suo dominio. Da tempo ormai la Bulgaria era stata unita al Seprio e la Barzana alla Martesana e i due contadi principali avevano ciascuno un vicario, dotato di mero e misto imperio, con autorita' di giudicare tutte le cause civili e criminali senza alcuna limitazione. Quando poi a Galeazzo II successe il figlio Gian Galeazzo, nel 1378, egli dovette provvedere a limitare l'autorita' di questi vicari, che si stendeva ormai fino alle porte di Milano, per escludere dalla loro giurisdizione le terre attorno a Milano per un raggio di 10 miglia. Il borgo di Legnano aveva ormai perduti la sua importanza militare, mentre l'abbiamo visto ancora nel primo quarto del secolo XIV fungere da piazzaforte di confine a base logistica, volta a volta nelle operazioni militari contro il Seprio e contro Milano. Era nel contempo enormemente decaduta l'autorita' dell'arcivescovo, che conservava bensi' la proprieta' degli edifici e delle terre di Legnano, spettanti alla mensa, ma aveva ormai perduti qualsiasi potere civile sul borgo e se ne serviva solo come luogo di soggiorno. Legnano e' ormai entrata nell'orbita delle famiglie nobili milanesi, le quali investono i loro capitali acquistando terre nel contado e recandosi a trascorrere i periodi di riposo e di festa. Quest'uso si fara' diffusissimo per Legnano nel secolo successivo comincia gia' nel presente a prendere piede, specie nella seconda meta'. Ne troviamo un'eco nella scorreria di una compagnia militare inglese proveniente dal novarese, che, nel 1362, assali' Legnano, Nerviano, Vittuone, Castano e Sedriano.  Cio' avvenne secondo l'Azario nei primi giorni di gennaio e proprio in quei giorni festivi gli inglesi trovarono in tutti quei borghi famiglie nobili, che si erano recate a trascorrere le feste di fine anno in campagna. Inoltre negli statuti pubblicati da Gian Galeazzo nel 1396 si dice espressamente: "Quilibet civis vel capitaneus vel Vavassor habitator Mediolani possit ire ad Hbitandum in burgis, locis, vilis, cassinis,  et molendinis, in quibus habet possessiones suas, et ibi possit stare a Kalendis Maij usque ad Sanctum Martinum, absque eo quod teneatur solvere, et sustinere aliquod cum Nobilibus, vel cum Communitate tam nobilium quam vicinorum". Qui si indica chiaramente l'usanza dei nobili a recarsi a soggiornare nelle loro proprieta' di campagna dall'inizio di Maggio all'inizio di Novembre e li si esenta dal sostenere i carichi murali, distinguendoli nettamente da coloro che vivevano nel borgo tutto l'anno.
Ovviamente, trattandosi di famiglie nobili e potenti, la loro autorita' nel piccolo borgo si faceva in breve tempo grandissima anzi, col passare del tempo, era una sola di esse a dominare il borgo: cosi' in Legnano nel secolo XIV troviamo numerose famiglie nobili, ma nel secolo XV appare chiaro che i Lampugnani hanno ormai soppiantato tutte le altre, che, seppure non estromesse dal borgo, vivono ormai nell'ombra della famiglia dominante.
Nel secolo XIV la famiglia piu' potente sembra essere ancora quella degli Oldrendi: infatti Gerolamo, nonno di quel Giovanni Oldrendi di Legnano giurista a Bologna, e suo padre Conte, sono signori di Oldrendo, Legnano, Legnanello e Cerro. Dal testamento di Giovanni da Legnano in data 27 marzo 1376 si ricava che i suoi fratelli erano Princivallo e Bianco. Appunto Princivallo, ai figli di Bianco, gia' morto, e a sua nipote Caterina, figlia di suo cugino Nioto anche egli gia' morto, concede l'usofrutto di tutti i suoi beni a Legnano e Cerro, costituendo erede universale il figlio Battista. In un codicillo del 15 febbraio 1383 revoco' poi l'usufrutto gia' concesso e lo limito' agli alimenti. Quindi questo ramo degli Oldrendi, sebbene si fosse gia' stabilmente trasferito a Bologna, conservava ancora notevoli proprieta' nel suo luogo di origine.
Un'altra famiglia nobile che possedeva beni e autorita' nel borgo era quella dei crivelli, che vi aveva esteso il suo potere dalla sede originaria di Nerviano, seppure fosse rientrata un po' nell'ombra dopo l'insuccesso di Lodrisio Visconti a Parabiago. conservava tuttavia grandi proprieta', che vendera' in parte ai Lampugnani nel secolo successivo.
Un ramo dei Lampugnani stessi, diverso da quello che dominera' il borgo agli albori del 1400, doveva essersi stabilito a Legnano gia' dall'inizio di questo secolo, se crediamo al racconto del Cermenate circa il campo Guelfo in Legnano nel 1313: cio' sarebbe comprovato dal fatto che, quando Oldrado Lampugnani e la sua famiglia acquistarono beni nel borgo, alla fine del secolo XIV e all'inizio del secolo XV, tra i venditori vi furono alcuni discendenti da un ramo diverso dal suo.
In questo secolo XV si stabili' a Legnano anche un'altra nobile famiglia, quella dei Vismara o Vincemala, nota nel borgo piu' per la sua attivita' a favore delle fondazioni religiose che per il suo peso politico. Gia' nel 1334 un Pudeo o Tadeo Vismara, pagava all'arcivescovo di Milano un livello per le terre in Legnano, nel 1357 da un atto del 26 gennaio risulta che " Vincimala Jacobinus coheret cum bonis Archiepiscopi Mediolani in burgo Legnani et dictus Jacobinus possidet in dicto burgo unum molendinum". Giocabino era figlio del predetto Taddeo e dovette insieme ai suoi figli, accrescere notevolmente le sue proprieta' in Legnano, giacche' vedremo quanto esse fossero vaste nel secolo successivo.
Gli appartenenti alle famiglie citate vivevano per lo piu' a Milano, tranne forse qualche ramo secondario che si era stabilito a Legnano, e trascorrevano nel borgo solo la stagione estiva e i periodi festivi. Nel secolo successivo invece molti di loro si stabilirono definitivamente nel borgo e prenderanno parte attiva alla sua vita politica e sociale.
 
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2.3 Le Origini

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Le Origini
 
Legnano sorge a mezza strada Tra Milano e i Laghi, sulle rive dell'Olona, nel punto in cui la valle di questo fiume, dopo un lungo tratto nel quale si presenta stretta e ripida e nel quale tocca tra gli altri gli abitati di Castelseprio, Cairate, Fagnano, Solbiate, Olgiate e Castellanza e si allarga e si abbassa. Da tutto ciò si comprende facilmente quale ruolo la posizione geografica abbia avuto nello sviluppo di questo borgo. ) Da "Il territorio Insubre nella Eta' Romana" in Storia di Milano.) Infatti già in epoca preromana, essendo i traffici abbastanza vivaci da portare alla formazione nell'Europa centrale di un'unica cultura detta "La Tène", è presumibile che la valle dell'Olona fosse percorsa da una strada; questo fatto sarebbe confermato dal ritrovamento di tracce di borgate di epoca preistorica a Parabiago, Legnano e Castelseprio.
In particolare quindi Legnano risulterebbe abitata da epoca remotissima e del tutto appare infondata, di conseguenza, la tradizione secondo la quale il villaggio sarebbe stato fondato dal console Lucio Licinio Grasso, Governatore della Gallia Cisalpina, il quale, guerreggiando in Val d'Olona con Quinto Muzio Scevola, avrebbe fondato il borgo imponendogli il nome Forum Licinii. ) Da Legnano, in "Legnano").
Questa fantasiosa ipotesi, sempre secondo questa tradizione, sarebbe confermata dall'antico nome "Licinianum" che ricollegherebbe la fondazione, se non al console, per lo meno a qualcuno dei numerosi capitani che in questo esercito portavano il nome di Licinio.
Su questa ipotesi non si può certo essere d'accordo, dal momento che non e' suffragata da alcuna testimonianza: inoltre non risulta altrove il toponimo "Licinianum", secondo l'Olivieri ) Aggiunte al dizionario di toponomastica Lombarda in "Archicio Storico Lombardo", 1939, pag. 264) il nome più antico sarebbe Lemoniano o Leminiano. Tuttavia questo toponimo, che compare in alcune carte medioevali, e tra l'altro Ledegnano, anch'esso attribuito al nostro borgo, non sembrano avere alcuna relazione con esso, mentre nel documento più antico e noi pervenuto il nome di Legnano, nella variante di Legnanello, suona Lenianellum. Per quanto riguarda il nome quindi l'ipotesi piu' probabile resta quella secondo la quale esso deriverebbe da un nome di persona ) L'Olivieri a sostegno di questa ipotesi riporta l'esempio di Luminiano, anticamente Liminiano che deriva da Limenius, nome di persona.), probabilmente Laenius e Linius: si tratterebbe quindi di un aggettivo prediale sorto in eta' romana.
Quale sia l'origine del nome, e' comunque certo che in questo luogo si ebbe uno stanziamento in epoca molto antica, forse da parte di una  tribu' ligure rimasta isolata tra i boschi e sopravvissuta al generale insediamento gallico; questa ipotesi e' suffragata da substrati tipicamente liguri presenti nel dialetto locale.
Cio' nonostante si sono avuti nella zona di Legnano alcuni importanti ritrovamenti di  origine gallica: in particolare essi si riferiscono alla cosiddetta civiltà gallo-romana, cioè a quella civilta' nata dalla fusione dei Galli invasori con le popolazioni da loro sottomesse e successivamente con i Romani. ) A. Passerini.).
I ritrovamenti in questione sono elencati dall'Ing. Sutermeister ) da Legnano Romana, Legnano 1939) che presenzio' personalmente ala maggior parte degli scavi, e attualmente raccolti nel museo civico di Legnano.
I luoghi che hanno dato piu' cospicui ritrovamenti sono la zona del sagrato della chiesa quattrocentesca del monastero di Santa  Maria degli Angeli, ormai da tempo distrutta ) Si tratta di una tomba senza anfora cineraria e con corredo di ornamenti di epoca tipicamente gallica e di un' altra tomba con vaso cinerario e corredo di oggetti in bronzo.), la zona cosiddetta ) Tra l'altro n vaso gallico a .) e, a Canegrate, la zona a circa 100 metri dalla chiesetta di Santa Colomba ) Da ciò Sutermeister argomenta la continuità attraverso i secoli di una zona sacra a vari culti successivi.). Di altri ritrovamenti dello stesso tipo Sutermeister dà notizie che trae indirettamente da alcuni opuscoli e delle quali non si può trovare conferma essendo andati dispersi gli oggetti in questione. In particolare il Ricci ) La Necropoli di Legnano.) riferisce sul rinvenimento di una tomba di donna in una casa di Via Sempione ) Vi sarebbero stati rinvenuti un chiodo, una punta di lancia, una armilla ed altro.), mentre il Pirovano ) Memorie Postume di Legnano, 1883) ricorda i ritrovamenti fatti alla Cascina Ponzella e alla Cascina Buon Gesù.
Difficile dunque dire quale sia stato effettivamente il peso avuto dai Galli nella storia della nostra città. Certo e' che, in quest'epoca, gli stanziamenti nella nostra zona avvenivano lungo le rive dei laghi e lungo le paludi; forse nella stessa Legnano esisteva allora una palude che farebbe pensare al tipo di terra presso il Castello ) )  e l'insediamento sarebbe avvenuto dunque nelle terre piu' alte. Questa ipotesi sarebbe confermata dal fatto che, anche nei secoli successivi, la parte piu' bassa della valle, accanto al fiume, continuo' ad impaludarsi e dall'altro fatto significativo che i luoghi dei ritrovamenti di epoca gallica e romana corrispondono alla sommita' dei due modesti rilievi, che sovrastano l'Olona da un lato e dall'altro.
Con l'avvento dei romani venne mantenuto sostanzialmente il rozzo ordinamento gallico che era costituito dalle singole tribu' che, riunite, formavano cio' che i Romani chiamavano civitates e che erano dotate ciascuna di un proprio territorio, detto da Romani Pagus e suddiviso in vici cioe' villaggi.
Tuttavia le funzioni di questo schema di organizzazione furono limitate al campo religioso ed amministrativo. Probabilmente Legnano ebbe entro questo quadro la funzione di Vicus e fu assai forente, almeno a giudicare dalla tracce lasciate in essa dalla dominazione Romana.
Infatti i centri rurali piu' floridi in questo periodo sembra fossero proprio quelli a nord-ovest di Milano; in particolare lungo la valle dell'Olona si sussegue una serie di vici la cui importanza e' testimoniata dalla quantità e dalla qualità dei ritrovamenti: Parabiago ) Vi sono ritrovati un sepolcreto, con tombe risalenti anche al secolo I a.C. ed una lanx argentea con figurazioni del ciclo di Cibele e Attis.), Legnano e, più a nord, Sibrium che deve la sua prosperità al  fatto d trovarsi all'incrocio delle due vie della valle Olona e da Novara a Como, e che avrà un ruolo di primaria importanza nella storia di tutta la regione nei secoli successivi.
Ma tornando in particolare a Legnano, come abbiamo detto, le testimonianze della vita romana nel nostro villaggio sono degne di essere prese in considerazione.
Le zone di maggior interesse in questo senso si susseguono lungo le rive dell'Olona e precisamente, nel lato destro, da Castellanza a S. Giorgio e in quello sinistro, da Marnate a Legnano.
Più precisamente nel lato destro incontriamo una vasta necropoli nella zona della chiesetta di S. Martino ) Secondo i calcoli di Sutermeister, questa necropoli compresa grossomodo tra le vie Roma, Garibaldi, Milazzo e Bellingera, avrebbe un'estensione di circa 60.000 metri quadrati e si collegherebbe perciò a beneficio di 27.000 pertiche, concesso nel secolo XV al monastero di S. Maria degli Angeli e situato a nord del monastero stesso, cioè proprio in questa zona.), costituita per tre quarti da tombe cristiane e per un quarto da tombe tardo-pagane. Proseguendo incontriamo la celebre necropoli di via Novara, comprese tra le vie Novara, Firenze, Giusti: dalle monete ritrovate in queste tombe si può con una certa sicurezza datare l'intero complesso all'epoca dell'Impero da Augusto a Caligola (I sec. a.C. - 1 Sec. d.C.), a parte un piccolo gruppo di sepolture risalenti all'epoca di Licinio Costantino ( IV sec. d.C.).
 
Le suppellettili trovate in questa necropoli corrispondono all'uso generale della Lombardia, vale a dire c'e' abbondanza di vasetti e scarsita' di oggetti in bronzo, poche monete e solo in bronzo; mancano quasi totalmente le armi, mentre sono frequenti gli oggetti collegati in qualche modo all'agricoltura e alla pastoriziaQuesta necropoli presenta numerosi aspetti interessanti, tra cui una kisteriosa divisione interna tra nord-est a sud-ovest tra due settori, quello di levante a sepolture piu' modeste, l'altro assai ricco. Questa differenza non sembra giustificata secondo Sutermeister ne' dalla diversa epoca ne' a discriminazioni di natura economica-sociale..
Sempre proseguendo lungo il lato destro dell'Olona troviamo, presso l'attuale cimitero, la necropoli della cosiddetta "costa di San Giorgio", che si puo' datare all'incirca al secolo II° d.c. e comprende tombe ad inumazione e incenerizione, divise in due settoriLa presenza di una specie di fossa comune, un poco discosta dalle altre tombe, ha fatto pensare a Sutermeiister che la peste del 252 / 266 d.c. abbia colpito,, e in misura abbastanza considerevole, anche Legnano..
Tracce di tombe dell'epoca augustea sarebbero state scoperte anche a San Giorgio a ponente della via Umberto I° e in altri luoghi, ma se ne hanno notizie vaghe e indirette.
Dal lato opposto del fiume si sono avuti ritrovamenti dell'epoca augustea presso Marnate, andati dispersi; inoltre altre tracce di tombe si sono ritrovate nella zona detta "paradiso" e sepolture del basso impero a Legnanello, nella zona che porta il significativo nome tradizionale di "La Morta". Proseguendo lungo questo lato del fiume non si sono fatti altri ritrovamenti, perche' il declivio, anticamente abbastanza scosceso, e' stato poi corretto nel corso dei secoli per permettere la coltivazione: si tratta infatti della zona dei cosiddetti "colli di S. Erasmo" che, coltivati a viti dai tempi assai remoti, producevano un vino assai rinomato fino a qualche decennio fa.
Nella zona di legnano si sono ritrovate anche alcune are e precisamente un'ara dedicata a Diana, a Gorla Maggiore, a Vulcano e San Giorgio, e ad una divinita' imprecisata, a Rescaldina; inoltre a Legnano si e' ritrovato un cippo funerario, alla cascina San Bernardino, un cippo votivo a Vulcano ed un cippo di epoca imperiale, a Legnanello.
Da quanto si e' detto sopra, si possono trarre alcune considerazioni di carattere generale.
Una prima osservazione ci e' suggerita dal fatto che, come si diceva sopra, dall'esame delle numerose tombe rinvenute a Legnano e' risultata evidente l'abbondanza di oggetti legati all'agricoltura e ancora di piu' alla pastorizia, mentre mancano, invece, totalmente le armi.
Se ne puo' concludere che il nostro borgo in epoca romana non era un presidio militare fortificato, ma un centro rurale nel quale le condizioni del tempo rendevano piu' redditizio coltivare a cereali i terreni bassi e vicini alle abitazioni, i quali, essendo vicini al fiume, erano anche i piu' fertili, e lasciare a pascolo le terre piu' alte.
Non sembra peraltro che in legnano venisse esercitata una particolare attivita' industriale: l'artigianato, anche nei secoli successivi, fu sempre di entita' assai modesta e strettamente limitata alle necessita' locali. Forse si puo' congettuare, dalla frequenza con cui si ripetono certi marchi di  fabbrica, che il borgo abbia avuto in epoca romana delle fabbriche di terracotta, per lo piu' di qualita' semplice ma di un certo livello artistico.
Queste osservazioni si accordano col quadro generale della campagna milanese in questo torno di tempo: la base dell'economia e' sempre di carattere agricolo. Cio' sarebbe confermato anche dalla toponomastica della zona che, come nel caso di legnano, consente frequentemente di ravvisare un collegamento tra il nome del villaggio e quello di colui che vi possedeva un fondo; cio' sarebbe da attribuirsi al fatto che nel catasto romano la registrazione dei fondi avveniva sotto il nome del proprietarioQuesta osservazione confermerebbe la tesi dell'Olivieri che fa derivare il nome di Legnano da quello di una persona.. D'altra parte la frequenza di questi toponimi porterebbe ad escludere la presenza qui di grandi latifondi i quali sarebbero, in ogni caso, abbastanza improduttivi in una zona dove il terreno, fertile e pianeggiante, suggerirebbe gia' di per se' uno sfruttamento intensivo.
Circa le coltivazioni, sappiamo da Polibio e Strabone che questa zona dava straordinaria abbondanza di prodotti agricoli, in particolare frumento, rape, ortaggi vari in genere e soprattutto vino. Era praticato anche l'allevamento dei suini e degli ovini, che produceva lane pregiate, lavorate in loco e che era strutturato sulla base di tante piccole greggi e non assumeva la forma del pascolo estensivo.
La proprieta' della fertile terra di questa zona costituiva di per se' una certa ricchezza, ma le condizioni dell'agricoltura di quel tempo non erano tali da consentire un reddito abbastanza alto da permettere al proprietario di vivere in citta', disinteressandosi della coltivazione. Questo stretto legame fra il proprietario e la sua terra fu uno dei fattori di sviluppo dell'agricoltura locale e fece si che,  essendo questa zona assai intensamente popolata e ben sfruttata, risentisse meno delle altre del contraccolpo della crisi economica che colpi' lo stato romano nel periodo del tardo impero, benche' un certo impoverimento progressivo si avverta anche nella stessa Legnano, ad esempio nel corredo funerario, sia qualitativamente che quantitativamente.
Legnano comunque, come tutta la zona circostante, gravito' sempre su Milano e risenti' profondamente di tutte le modificazioni di carattere politico-economico, che nel corso dei secoli mutarono la struttura sociale della citta'.
Cosi' appunto quando la situazione militare del basso impero, minacciato da nord, porto' alla ribalta Milano, divenuta improvvisamente la chiave di volta di tutto il sistema difensivo, anche la campagna circostante risenti' della mutata situazione. Infatti quando la corte imperiale si trasferi' a Milano, si ebbe in quella citta' una notevole concentrazione di capitali, che trovo' il suo sbocco naturale, secondo la concezione romana, nell'investimento terriero. Si formano cosi' nuove, ma esiterei dire grandi, proprieta', nelle quali erano mutate soprattutto il rapporto fra il proprietario con le sue terre: trattandosi di grandi personaggi di corte, il centro dei loro interessi era Milano e nella sua campagna trascorrevano, al piu', periodi di riposo in sontuose ville.
Questa apparente prosperita' e' tuttavia un prodotto artificioso della presenza a Milano dell'apparato burocratico imperiale, che fa di questa citta' un'isola di ricchezza nella generale decadenza. In realta' la crisi economica che travaglia l'impero non tardera' a rivelarsi anche qui, non appena questa illusoria "estate del morti" avra' chiuso il suo corso e le invasioni barbariche avranno liquidato definitivamente gli ultimi resti dell'impero.
 
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2.4 Le origini

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Le origini
 
Tuttavia possiamo tentare di rifarci alle testimonianze costituite nella necropli di Canegrate: quasi duecento sepolture affiorate nel 1926 durante gli scavi che aveva disposto l'ing. Guido Sutemeister, uno dei piu' appassionati ricercatori di storia legnanese. Solo piu' tardi nel 1952, il prof. Rittatore pote' approfondire gli studi esplorando completamente la necropoli. I risultati di questa indagine paletnologica permisero di configurare la zona del territorio di Legnano con forme di vita pur primordiali ma abbastanza geniali e organizzate. I primi progenitori della cittadinanza legnanese, stando ai risultati degli studi che avevano preso avvio alla "civilta' di Canegrate" dovevano appartenere ad una tribu' ligure, che si era insediata in quella larga fascia di terreno incassata in mezzo a due zone collinari e solcata dal fiume Olona, anticamente chiamato Vepra, quindi Oleunda, e poi Orona. Qui i primi abitatori di legnano avevano impiantato le loro capanne sui rilievi piu' riparati e sicuri dalle periodiche inondazioni del fiume e poco oltre l'attuale "Costa di San Giorgio" avevano il loro cimitero.
Ed e' appunto la necropoli di Canegrate che ci offre la prima traccia storica di sicuro affidamento per costruire quale poteva essere l'attivita' e la natura dei nostri progenitori.
Indubbiamente erano agricoltori o pastori che traevano dalla terra e dal bestiame di che vivere. L'Olona doveva essere anche molto pescoso; ed ecco un altro facile alimento.
Cominciarono in un secondo tempo a lavorare la lana e a tessere i primi rozzi indumenti per ripararsi dal freddo e dalle intermperie.
Intorno a questo avvallamento naturale popolato vi erano boschi e brughiere. L'insediamento di questa tribu' celto-ligure doveva costituire una specie di isola in mezzo ad una zona non ancora esplorata ed arida. Il che spiegherebbe anche come questi abitatori abbiano conservato le loro tradizioni e il loro linguaggio. Ed e' un fatto che la diversita' del dialetto legnanese da quello di Gallarate e Saronno.
Tuttavia vi furono nel IV° secolo a.c. delle infiltrazioni galliche come e' dimostrato da alcune tombe tipiche dei galli che sono state ritrovate nei sepolcreti della zona con i relativi oggetti e attrezzi solitamente in uso tra le piu' potenti tribu', che erano guidate dal condottiero gallo BELLOVESO, sceso in Italia seicento anni prima di Cristo. Il fatto che le tribu' che si erano stanziate nella fascia legnanese dell'Olona avessero gia' una loro personalita' ed una civilta' tenace, e' proprio confermato dal mantenimento del primitivo dialetto ligure, non soffocato dall'influenza dei nuovi venuti.
Come ha annotato anche il prof. Augusto Marinoni, nel dialetto legnanese vi sono caratteristiche ben precise, come la conservazione delle vocali finali delle parole, quali: tempu, vegiu, laci, genti, cadute nei territori piu' influenzati: temp, vecc, lacc, gent, cartteristiche che si riscontrano tanto a Legnano ( ed anche nella confinante Busto Arsizio con ceppo comune nella popolazione) come a Genova e in tutta la Liguria.
Stando ai ritrovamenti e agli scavi fatti, non solo attorno alla necropoli di Canegrate, ma anche in altre zone dell'attuale citta' si e' potuto tracciare una mappa delle abitazioni dei primitivi abitatori della futura Legnano. Essa si estendeva lungo un tracciato che occupava un'area di circa un chilometro quadrato con case disposte ai lati collinosi del percorso dell'Olona e sull'altura di ponente (alla quale si accedeva all'incirca lungo l'asse dell'attuale via Lega) ora occupata da piazza Monumento e dal primo tratto della via XXIX Maggio.
Il territorio venne successivamente aggregato alla regione Insubria che aveva come capoluogo Castelseprio. Gli Insubri, fondatori di Milano, di tutto il Piemonte, della Lombardia e dell'Emilia, vennero profondamente gallicizzati anche nella lingua. La civilta' gallica, dopo questa aggregazione, si ramifico' anche nel territorio sul quale piu' tardi dovra' formarsi Legnano ed il tipo gallico, nelle caratteristiche somatiche, lo si puo' riscontrare in qualche vecchio ex contadino della zona: capo oblungo, fronte spaziosa, naso leggermente ricurvo verso il basso, mento promimente.
 
 
 
Nel 222 a.c. i romani soggiogarono queste popolazioni. Le terre vennero poi occupate nel 93 dal triumviro Lucio Licinio Grasso.
Inizia cosi' il periodo Imperiale-Romano, seguito dall'epoca delle dominazioni barbariche alle quali anche la zona della futura Legnano non dovette certo restare estranea.
I Longobardi vi si installarono in quanto avevano notato in questa plaga una certa raffinatezza di vita delle popolazioni e quindi prospettive future a loro favorevoli. Questo periodo di benessere che attravervavano le popolazioni legnanesi, si puo' dedurre della ricchezza degli ornamenti, oggetti ed armi affiorati in seguito a ricerche archeologiche.
Quanto al toponimo "Legnano" vi sono state in passato varie dispute di studiosi di toponomastica non tutti concordi sulla derivazione del nome della citta'. Le varie tesi (come quella che sosteneva fosse LADEGNANO il nome piu' antico) non erano suffragate da documenti probanti. La piu' accettabile, invece, e' quella del prof. Marinoni che perviene alla conclusione che il toponimo "Legnano" contiene il nome di un antico proprietario terriero. "Laenius", di eta' romana, ampliato non il suffisso, pure romano, -ano, fino a formare Laeniano o Laenianum.
Se le testimonianze della nostra preistoria si sono affidate a sepolcreti di Canegrate, i documenti archeologici che attestano la presenza romana a Legnano sono imponenti: centinaia di tombe romane sono affiorate un po' ovunque nel territorio sul quale si estende oggi la citta'. Anche gli oggetti rinvenuti nelle sepolture comprovano che la popolazione, pur continuando ad essere dedita all'agricoltura ed alla pastorizia, aveva gia' cominciato a trovare fin d'allora le prime applicazioni a carattere artigianale. Dalla tosatura delle pecore, alla filatura, alla tessitura della lana e quindi alla lavorazione delle pelli degli animali. Alcuni dei rozzi strumenti di lavoro rinvenuti nelle sepolture sono conservati nel Museo Civico e rafforzano tali testimonianze.
Da questo imponente complesso di reperti archelogici si rileva come Legnano ed il suo territorio in eta' romana fosse popoloso e le genti che vi operavano, sfoggiassero gia' una certa agiatezza. Anche il notevole numero di armi di varie foggie (alcune anche di forma inconsueta) farebbero pensare ad una attivita' primordiale artigianale di discreta genialita' nella fabbricazione di oggetti atti alla difesa e all'offesa.
Nel periodo della dominazione longobarda si svilupparono lungo il corso dell'Olona i mulini dei quali se ne trovano tracce fin dal IX° secolo. Notevole incremento diedero all'attivita' agricola gli arcivescovi di Milano che ebbero in feudo da Carlo Magno la zona di Legnano, e curarono in modo particolare appunto i mulini, dai quali evidentemente ricavavano notevoli utili.
 
 
 
L'agreste pace operosa che regnava tra le popolazioni della zona subi' delle scosse nel corso delle lotte tra i vari pretendenti alla investiture e i confini tra Stato e Chiesa.
Ecco che anche a Legnano si consolido' il principio della erezione di un Comune con una forma autonoma di governo, dove i cittadini provvedevano in proprio a difendere la liberta' contro i soprusi degli imperatori e dei loro nobili aggregati. Facevano parte di Legnano Rescaldina, San Giorgio e Castellanza.
In questo periodo vediamo sorgere il primo simbolo di unione tra i comuni lombardi, il Caroccio, che innalzava la croce quale simulacro di fede ma anche di unione tra le popolazioni, preoccupate di difendersi dalla baldanza e dalle angherie dell'imperatore Federico Barbarossa. La Lega dei Comuni lombardi non fu che il naturale sfogo nel tentativo di scrollare per sempre dai Comuni il giogo imperiale. La Battaglia di Legnano, che nel 1176 si inseri' quasi come un epilogo a questi primi moti di ribellione, rappresento' appunto il primo fatto d'armi che vedeva combattere fianco a fianco i cittadini di diversi comuni e che avevano lasciato da parte gli interessi e le egemonie individualistiche per affrontare il comune oppressore. E in questo clima si inquadra la disperata ed estrema difesa attorno al Carroccio che si concluse vittoriosamente il 29 maggio 1176 nelle campagne tra Legnano e Busto Arsizio.
Al periodo posteriore alla battaglia di Legnano si fanno risalire varie costruzioni agricole e palazzi fortificati e sontuosi che preludono ad un'epoca di splendore.
La Battaglia di Legnano e la successiva pace di Costanza offrirono un po' piu' tranquillita' anche alle popolazioni del legnanese. Il XII° e XIII° secolo furono caratterizzati da una rinascita intellettuale e spirituale. E' in questo periodo che vennero costruiti nuovi conventi, ospizi, opere di beneficenza e vennero abbellite le chiese e gli edifici.
 
 
 
Il periodo di maggiore prosperita' per il borgo di Legnano risale ai secoli XV° e XVI° quando cioe' molte famiglie nobili milanesi avevano consolidato i propri possessi adattando anche in loco sedi per i loro soggiorni estivi ed in questo periodo di splendore coincide appunto con la costruzione della basilica di San magno.
Ma la storia elargisce alternativamente gloria e decadenza, splendore e miseria, ed il secolo successivo segno' anche per Legnano come per tutta la Lombardia un infausto periodo: la peste e le guerre ridussero la popolazione addirittura dell'80% e causarono la miseria. La pellagra fu la sua prima comparsa e proprio a Legnano venne descritta compiutamente e vi furono specialisti in grado di curarla con notevole efficacia. Legnano ebbe il triste primato del primo pellagrosario che si ebbe nel convento di Santa Chiara (la costruzione che in parte ancora resta all'ex n. 5 di Corso Italia, nell'isolato tra largo Seprio e via Giolitti).
Tra il XIX° secolo Legnano era un borgo di circa 4000 anime, concentrato nei due nuclei abitati attorno alla basilica si San Magno con estensione verso Ovest e al di la' dell'Olona in quel di Legnanello.
L'abitazione dei contadini legnanesi aveva una forma ben individuata: un grande cortile rettangolare con il caseggiato verso la strada e la cascina sul lato opposto; agli altri due lati le stalle e i depositi, Fino ad ora l'economia del Borgo di Legnano si fondava sull'agricoltura e sulla attivita' dei molini, olche che sull'artigianato che, come abbiamo visto, ebbe gia' le prime espressioni nell'epoca romana.
Soltanto il commercio e l'artigianato, nel quale ultimo scaturirono poi le industrie che poi consolidarono l'agiatezza di Legnano in epoca piu' vicina alla nostra, frutto' all'economia locale qualche ricchezza che non usciva dalla cerchia del borgo. L'agricoltura dava infatti forti rendite ai proprietari terrieri che per lo piu' risiedevano a Milano o in altre citta' Lombarde. La storia piu' recente e, se vogliamo, un po' quella attuale, per quanto riguarda la conformazione economica e industriale di Legnano si e' sempre trascinata il retaggio di quella struttura, rimasta a caratteristica a differenza, ad esempio, di Busto o di Gallarate.
Gli imprenditori che hanno avuto grandi fortune nel periodo dell'industrializzazione, provenivano dall'esterno e continuarono a mantenere fuori dalle mura cittadine le loro residenze.
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2.5 I primi abitatori e le loro usanze

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I primi abitatori e le loro usanze
 
 
Si puo' ben affermare che non ci sia citta' d'Italia che non conservi vestigia delle imponenti costruzioni architettoniche ed artistiche delle quali i romani avevano a dovizia dotato il nostro bel suolo. Qua' e' un edificio, la' un'arena, un ponte, una statua, perenni fonti di orgoglio per gli odierni abitatori. Oppure sono minori opere dell'arte, capitelli, lapidi, cippi, che dei precursori perpetuano in tangibile ricordo.
Ma, all'infuori delle maggiori o minori vestigia, oggetti sempre d'ispirazione d'artisti, di meraviglia per il pubblico, ci sono in copia molto piu' abbondante di quanto non si pensi, altri ricordi ben meno appariscenti e poco noti, che indicano i vasti limiti di occupazione raggiunti dai nostri precedessori.
Nelle campagne ove il livello culturale e sociale era, similmente ad oggi, meno elevato, ove le comunita' composte da poche famiglie non potevano creare le grandi costruzioni architettoniche che sfidano i tempi furono altrove anche difesa naturale per la conservazione delle minori opere, la' nelle campagne, diciamo, ci sono altri ricordi che l'uomo ha inconsciamente affidato alla terra per la conservazione: sono le tombe.
E la terra che gli fu amica e per la quale visse traendo il frutto della sua fertilita' restituisce e restituira' i sacri pegni che rinchiude.
Se gli abitatori di questi luoghi comuni furono come anco oggi, preponderantemente umili contadini, hanno essi tuttavia cooperato alla grandezza di Roma con il fornirle i prodotti del suolo, gli uomini per le sue falangi conquistatrici, gli artisti o gli ingegni, gli amministratori o i condottieri.
Quei ricordi che essi inopinatamente ci hanno tramandato a mezzo di millenari giacigli e che ora esamineremo, sono dunque altrettanto sacri come le grandi opere artistiche che ammiriamo altrove; e' dunque un dovere, un bisogno di raccoglierli per la conservazione e non sono affatto scarsi di interessi.
La zona lombarda a Nord di Milano non ha, salvo qualche eccezione, dovizia di avanzi importanti di antiche romane costruzioni, ma pure un attento esame delle singole localita' ci mostra che la terra fu abitata palmo per palmo come pure lo fu molto prima da altri abitatori meno noti dei quali anche piu' raramente troviamo i tangibili segni; le tombe colla loro suppellettile funeraria.
Le via maestre da Milano ai laghi furono percorse certamente in ogni epoca dalla presenza dell'uomo nella zona. Egli si stabili' dapprima sulle paludi che abbondavano allora e sui bordi dei laghi.Si vuole che anche a Milano fosse in mezzo ad estese paludi e la sua origine rimonti all'epoca delle palafitte. Infatti fra le 26 interpretazioni etimologiche sul suo nome, constatiamo che 11 accennano alle "paludi" e "al luogo di mezzo" (in mezzo alle acque?). Vedere: Romussi, Milano e i suoi monumenti.Forse anche Legnano aveva allora la sua paludeLa creta accumulatesi nei terreni bassi attorno al castello, adiacenti al decorso dell'Olona, lascia adire a tale supposizione; ma vedasi piu' avanti. per quanto di tali abitatori non si sia ancora trovata traccia. da noi.
Besnate ( la Lagozza) e le rive occidentali del lago di Varese ci diedero nelle loro torbe molteplici oggetti di selce cioe' lame, coltelli, frecce, martelli che attestano dell'esistenza semplice che condussero i remotissimi abitatori delle capanne e delle palafitte.
E le palafitte stesse furono trovate abbondantemente nel lago di Varese e segnatamente all'Isola Virginia; sono gli avanzi dell'abitazione umana di un tempo, nel quale abitare sopra l'acqua gli era necessita' per garantirsi contro gli attacchi delle fiere.
Le prime testimonianze scritte dall'uomo le abbiamo nelle stele in carattere nord etrusco, stilate da destra a sinistra, che furono rinvenute in varie localita' come Vergiate, Como, Lugano, Locarno e si riferiscono a tombe di un popolo che abito' la zona fra il VII° e il VI° secolo ac..
La via da Pavia a Sesto Calende lungo il Ticino diede alla luce sovente tumulazioni dei successivi Galli composte di anfore con ricchi corredi di ornamenti in solo bronzo.
Il suolo ridente di queste nostre contrade fu dunque una costante attrattiva dell'uomo nei vari periodi della sua esistenza; esso nel suo bisogno di andare al nord le percorreva guidato dai fiumi che lo conducevano ai valichi montani. In quel tragitto, le lenti coorti  migratorie, degli elementi si staccavano, si allontanavano dalla via principale per andare a creare nuovi nuclei abitatori.
Ma dicevamo, un attento esame ci mostra che dappertutto avvenne l'espansione seguendo le leggi naturali che non cessano neppure oggi di avere la loro costante applicazione; e dappertutto si trovano oggi o si trovarono in passato le deboli tracce dell'esistenza umana attraverso tempi anche molto lontani.
Gli elementi sin qui raccolti a Legnano ci attestano la presenza dell'uomo soltanto a partire da 4-6 secoli prima di Cristo. Non raccogliemmo mai oggetti dell'eta' delle palafitte e comunque dell'eta' della pietra, ma non tarderemo a trovarne se pure cio' e' connesso a non lievi difficolta'.
I Galli, i Romani dell'epoca Repubblicana e quelli dei primi secoli dell'Impero Romano erano si sa di religione pagano e avevano l'uso di cremare i morti deponendo in un'urna sottoterra i residui del rogo.
I Romani dei secoli successivi a Cristo invece erano cristiani e seppellivano i loro morti con il rito dell'inumazione. Le loro sepolture sono costituite da tombe lunghe quanto la persona e create in vario modo, come vedremo.
Col rito pagano della cremazione era uso di offrire al morto cibo e bevande per la vita che credevasi dover esso condurre nell'al di la'. E si mettevano in un piattino o magari in bocca al morto stesso una o piu' monete onde esso potesse pagare Caronte per il traghetto sul fiume Stige. Si mettevano percio' nell'urna dei vasi di terracotta per cibi e bevande, e gli attrezzi personali del morto quasi ch'egli dovesse ancora servirsene poi. Sono il coltello, la cesoia per tosare, fibbie, anelli o nel caso di matrone, gli oggetti di lusso o da toeletta come braccialetti, anelli, fibule, specchi e pinzette.
I vasi di terracotta che si portavano in offerta erano talvolta cosi' numerosi che non trovando posto tutti nell'urna venivano collocati anche fuori vicino ad essa, dentro nello stesso loculo scavato per l'anfora,
Il loculo veniva infine riempito di carboni e terra del rogo e della terra dello stesso scavo.
Queste usanze differenti per ognuno dei popoli che ci precedettero, sono per noi preziose perche' ci offrono il mezzo per riconoscere a quali stirpi appartennero le tombe che si trovano e permettono di gettare sguardi nella vita che esse conducevano. Sono millenari segreti che la terra polverosa od umida, fertile o arida, rinserra e  via via ci restituisce per casi fortuiti o per sistematiche ricerche.
Il suolo di legnano contenne abbondantissime le tumulazioni romano pagane in vaso di terracotta e non meno quelli romano cristiane fatte a cassetta con embrici in terracotta. Ne vengono ancor oggi alla luce in occasione di scavi per fondazione ma piu' rare sono quelle dei Galli ed introvabili sin qui quelle dei popoli preistorici.
 
Il rito pagano della cremazione.
 
In vicinanza delle agglomerazioni maggiori, lungo la strada principale che esce dalle abitazioni, era stabilito un luogo per le sepolture, le necropoli preferibilmente su una vicina altura o su un dolce declivio.
Negli aggruppamenti minori o per gli abbienti, la tumulazione avveniva anche nel giardino delle loro stesse case cio' che ci spiega alcune urne isolate che si trovano qua' e la'.
Ma la legge prescrisse poi per ragione igienica che  "in urbe ne seppellito neve unito" percio' la maggioranza dei ritrovamenti le urne non sono isolate, ma sono raggruppate in necropoli, il che non puo' apparire a priori perche' per l'alternarsi delle secolari colture, molti loculi sono scomparsi negli sconvolgimenti che subi' il terreno, diradando le originarie tombe.
Nelle nostre campagne fu l'introduzione della coltura del gelso dal XII al XIII secolo che die' inizio alla distruzione lenta ma costante dei ricordi che ci interessano, inquantoche' per piantare i gelsi nuovi e per estirpare i vecchi si fanno delle buche nel terreno che arrivano alla profondita' di sino a un metro, giusto appunto come sono profonde le anfore dei pagani.
La coltivazione comune della terra coll'aratro invece non toccava tali vasi sino a tento che l'aratro era in legno. Il recente aratro in ferro che scava a maggiore profondita' arriva piu' sovente a decapitare le anfore piu' alte. Da questo quadro si vece come il celato materiale vada sicuramente assotigliandosi ed urge raccoglierlo la' dove ognora si trova.
Il morto, unto di grassi aromatici o balsami contenuti nei balsamarii, vestito degli abiti di festa ed avvolto in un drappo, veniva deposto dai parenti sulla catasta di legnaIn talune localita' il morto veniva adagiato in un0amaca o rete di amianto sotto al quale veniva consumato il rogo. Vediamo una tale rete ben conservata al Museo di Aquileia.e branchie di albero preparate su uno spiazzo (ustrinum)Trovammo anche a Legnano (necropoli di Via Novara) un ustrium, vedere la piantina.di un paio di metri di diametro, infossati nel terreno per 50-80 centimetri.
Ai piedi della catasta venivano dai parenti ed amici deposti alcuni balsamari che avessero recato per simbolica offerta. La legna era cosparsa di resina ed oli e i parenti volgendo il dorso alla catasta le appiccavano il fuoco ed attendevano quindi raccolti la consumazione del rogo.
Il giorno successivo si recano di nuovo sul luogo per raccogliere le ceneri, assistere alla loro introduzione nell'urna e alla deposizione nella buca gia' preparata.
Le buche erano del diametro di 50 a 70 centimetri di profondita', distanziate un metro una dall'altra in ordine sparso, cioe' non rigorosamente allineate. Nell'urna venivano dunque immesse le ceneri ovvero i frammenti maggiori delle ossa calcinate sul fuoco e sopra ad esse un piatto cogli attrezzi personali del morto ed a fianco o0 ancor sopra agli altri vasi che i parenti e amici avevano recato in offerta. Qualcuno degli amici graffiva sul vaso offerto il suo nome o le iniziali relative. Intorno all'anfora, fuori, venivano messi dei grossi ciotoli a mo' di protezione e sopra ad essi veniva buttata la terra nera residuata  dal rogo. I vasi che non avevano trovato posto nell'interno dell'anfora venivano deposti fuori sulla terra di riempimento nella quale i fedeli conficcavano colla punta in su dei grossi chiodi a titolo di portafortuna per il morto onde scongiurargli gli attacchi degli spiriti maligniVedere Rivista Arch. Comense.
La bocca del vaso veniva chiusa da un'embrico o dalla meta' superiore dell'anfora stessa, quando l'anfora era stata appositamente segata per servire alla bisogna,Nel museo si conserva un'anfora proveniente sa San Giorgio, dalla vai Umberto I°, che e' visibilmente segata per tre quarti alla periferia e poi spaccata a mano. Altre trovate a San Lorenzo sono tagliate a colpo di scalpello, mentre buon numero di quelle in via Novara a Legnano erano anfore gia' rottesi accidentalmente. Nel museo si conservano pure le anfore di Aquileia, nelle quali era uso frequente fare un foro laterale per la sola immissione di ceneri.e la fossa veniva poi ricolmata dell'altra terra creatasi collo scavo della buca.
I pagani avevano un culto profondo dei trapassati e delle loro spoglie mortali; non distruggevano neppure dopo molti secoli i loculi che consideravano perennamente sacri.
Cio' si spiega che perdutosi poi il ricordo della loro ubicazione pel trapasso al cristianesimo, essi si sono copiosamente conservati sino ai giorni nostri. E ci sono utili ora per conoscere la loro vita quasi ci parlino un muto linguaggio.
Dicemmo che nelle urne troviamo gli attrezzi personali dell'estinto. Il coltello da cucina della casalinga, il coltello pugnale del lavoratore, la cesoia a molla del pecoraio, il raschiatoio del lavoratore delle pelli, l'ago del sarto, lo specchio della signora e cosi' via.
Non si uso' presso i popoli delle nostre regioni di sacrificare al morto gli oggetti di ornamento in metalli preziosi. Mai trovammo oggetti d'oro o d'argento mentre le fibule, gli anelli da dito, i braccialetti offerti sono solo in bronzo o ferro. Gli anelli da dito che si trovano accusano sovente d'esser stati nel rogo cioe' non furono tolti dal dito prima della cremazione.
Tali oggetti di ornamento ricorrono del resto piuttosto raramente il che ci fa credere che erano poco usati, o era frequente l'uso di tenerli in famiglia come ricordo.
E' prossima la supposizione che i piu' abbienti portassero l'anello d'oro o d'argento e che esso perche' di valore venisse poi conservato dai parenti. Un esame del corredo di ogni singola tomba mostra che su 18 agiati, solo 10 hanno l'anello nella tomba e di questi solo 6 sono in ferro (4 con pietre e 2 senza) e gli altri 4 sono in bronzo. E l'anello degli altri 8??.
Leggiamo che l'anello in ferro, con pietra era piu' valutato che quello in bronzo, perche' il ferro all'epoca dei primi imperatori aveva perduto la caratteristica del prezioso che godette fino alla seconda epoca del bronzo quando per essere appena introdotto, lo si usava esclusivamente per gli ornamenti.
In talune tombe ricorrono i lacrimogeni con relativa abbondanza: sino a quattro in un'anfora: in altre non ce ne sono affatto. La supposizione e' prossima che le prime siano tombe di signore, le seconde di uomini. Si piange di piu' sul tumulo di una donna. Ed infatti il lacrimogeno ricorre piu' frequentemente col coltello da cucina che non con gli altri attrezzi di uso piu' mascolino. Pero' e' difficile stabilire fra le fialette di vetro quali erano lacrimogeni e quali balsamari cioe' destinati ad essenze oleose ed odorose colle quali il morto doveva venire unto.
Talvolta troviamo nell'urna delle piccole riproduzioni in terracotta delle urne stesse: Si tratta di una offerta di minima spesa  e chi la porto' non fu certo un adulto che potesse umiliarsi a regalare un tale trastullo. E' il bambino o il nipotino che commosso fece sacrificio al suo caro di tale oggettino che poteva ben servirgli come giocattolo.
Nelle urne si ripetono con molta regolarita' tre oggetti di suppellettile in terracotta: sono il piatto, il vasetto a bordo extroflesso e la brocca per il liquido con ansa e beccuccio.
Essi costituiscono l'offerta minima necessaria ad ogni morto, direi il corredo normale di una sepoltura, il quale e' intuitivo che fosse offerto dai parenti stretti del trapassato. Tali oggetti sono deposti immediatamente sulle ceneri come dicemmo e nel mito pagano servivano per l'offerta del cibo e della bevanda dei quali doveva nutrirsi nel lungo viaggio.
In alquanti casi trovammo sicuri indizi che degli alimenti erano stati deposti nei vasetti accessori e persino riconoscemmo che erano cibi cotti. Nelle collezioni del museo civico di Legnano si conservano ossicini di pollo e di capretto estratti dallo scrivente da tali ciotoline. Soventissimo a seconda dei luoghi, le ciotole, piatti e brocche compaiono in soprannumero e come dicemmo non trovando piu' posto van deposti fuori a contatto con l'urna stessa. Sono le offerte di molti amici intimi che mossi dalla credenza o dal rispetto umano concorsero ad alimentare l'estinto per piu' lungo viaggio. Ma dopo i parenti e gli intimi amici, ci sono altri gruppi di persone che pur debbono un tributo al morto ma non sono in famigliarita' di offrirgli gli alimenti od oggetto di utilita'.
Essi recheranno la lucernetta ad olio simbolo di quella lunga vita che precisamente e' mancata al morto, ma che l'affetto dell'offerente vorrebbe ancora perdurare, le ciotoline eleganti, leggiere, oggettini di lusso che indicano in chi offre piu' un bisogno di sdebitarsi di qualche favore ricevuto che non di dimostrare un affetto sentimentale.
Vediamo la schiera degli offerenti circondare il loculo aperto nel quale e' gia' introdotta l'urna e i residui del rogo. Ognuno reca in mano il suo oggetto e i parenti prima e gli amici poi, gareggiano per porgergli al "vespillo" onde essi vadano a toccare le ceneri, o almeno risultino vicino all'urna.
Egli depone prima il piatto vi ripone sopra gli attrezzi personali purificati dal fuoco e contorti o spezzati a dimostrare che anche il loro uso deve essere finito dopo la dipartita dell'affezionato detentore. Sopra la brocca od idria e di fianco una ciotola per alimento coprono facilmente il non grande spazio interno. Se nella ciotola erano realmente contenute delle cibarie, le si metteva sopra un piatto od altro onde la terra non vi penetrasse egualmente e noi tutto troviamo invaso da terra di infiltrazione apportata dalle acque nei periodi di allagamento annuale del sottosuolo.
L'obolo per Caronte era generalmente posto in una ciotolina, talvolta dentro, talvolta fuori dal cinerario. Trovammo in un sol caso una pignetta di tre monete sovrapposte mentre non sempre la moneta vi fu immessa e generalmente una sola eravi deposta.
Dei vasi offerti, ne venivano messi nell'interno dell'urna quanti ce ne stavano per coprire il piano delle ceneri, il quale raggiungeva l'altezza del massimo rigonfiamento dell'olla. Siccome l'urna era previamente contornata all'esterno con un po' di terra che la reggesse in piedi e questa e' terra nera del rogo mista a detriti carboniosi, le offerte che non avevano trovato posto nell'interno venivano ora messe fuori intorno adagiate sulla terra nera. E piu' fuori a mo' di protezione venivano messi dei giri di grossi ciotoli che circondando il tutto venivano quasi sempre a riempire la buca. Gli intersizi esterni venivano via via riempiti colla terra vergine della buca stessa, mentre quelli interni venivano colmati colla terra nera del rogo.
Mentre tale operazione procedeva per mano dell'affossatore, gli intervenuti buttavano nella fossa dei chiodi o ferri vasi che avevano analoghe funzioni. Era credenza popolare che tali offerte avessero la proprieta' di scacciare gli spiriti maligni d'attorno al morto nella sua nuova vita. Dei chiodi di trovavano non di rado anche nell'urna. Per esercitare la loro supposta funzione, essi dovevano essere conficcati punta in su nella terra; ma tale regola era poco conservata. Per analogia che corre, ci viene naturale di rievocare qui un'odierna credenza tedesca per la quale, verso la fine della grande guerra, i tedeschi accorrevano a conficcare dei chiodi nella statua di Hinderburg.
L'urna veniva poi coperta da un tegolone rettangolare di circa 54x45 cm. e spesso 3 a 3 cm. avente due risvolti sui due lati piu' lunghi, oggetto caratteristico perche' fu sempre trovato munito di una sigla interessante eseguita con un pettine d'osso o legno a soli 3 denti.
Vedremo piu' avanti che tale embrico ebbe anche un suo uso particolare per le tombe cristiane, ma qui in epoca romana esso era noto anche come tegolone del quale erano coperti i tetti delle case in muratura.
La sigla che si vede in fotografia aveva indubbiamente il significato dell'"omega" cioe' dell'ultima lettera dell'alfabeto greco con la quale si volle indicare l'uso particolare dei tegoloni per le tombe.
Negli scavi di Via Novara del primo secolo trovammo sui tegoloni la sigla 1° mentre su quelli dei secoli avanzati trovammo promiscue sigle I° e II°.
Su quelli della costa di San Giorgio dei tardi secoli trovammo pure le sigle I° e II° molto piu' vicine benche' mai nella stessa tomba.
Su quelli di San Lorenzo del I° secolo trovammo la sigla 3°.
Nella necropoli romana di Gallarate, nel podere dei fratelli Coarezza verso Arnate, gli embrici sono privi di sigla sebbene da speciali incastri che essi posseggono risulti evidente che essi erano appositamente costruiti per l'uso esclusivo delle tombe.
A Milano in Castello Sforzesco, ci sono degli embrici che posseggono analoghe sigle, ed altri con diciture incise a mano prima e dopo la cottura.
Gli embrici delle tombe di Savona sono identici a quelli di Via Novara, anche nella sigla che e' del tipo di sinistra. Cio' conferma lo scopo non solo rituale animistico mistico della sigla ed esclude l'ipotesi che essa fosse marca di fabbrica. Le differenze riscontrate stanno a dimostrare che la costumanza della sigla fosse ad libitum del figulino.
Le diciture incise dopo la cottura sono espressioni dei dolenti verso l'estinto, sono gli ultimi contatti spirituali fra i famigliari ed il trapassato; le troviamo qualche volta anche sui vasetti.
Pure la scelta del tipo di urna cineraria, non vigeva una costumanza rigidamente osservata. Nel 70% dei casi e' un'anfora vinaria che riceve le ceneri e la suppellettile; divideremo in due categorie queste anfore: quelle adoperate nuove per la bisogna e quelle gia' rotte, inservibili ormai per l'uso dei liquidi le quali trovano una conveniente utilizzazione. E sono queste le piu'. Ma anche le anfore nuove non potevano senz'altro servire per la sepoltura perche' il loro collo stretto non avrebbe permesso l'introduzione delle suppellettili sul letto di ceneri, ond'ecco che esse vennero segate o spaccate dopo averle intaccate tutto attorno con un bulino.  Aperte che sono in due meta', il bisogno impellente del rito di posarvi le suppellettili accompagnatorie ha il suo libero sfogo. L'anfora viene poi interrata in piedi con sovrapposta la meta' superiore a guisa di copertura vedere anche le anfore di San Lorenzo). E cosi' troviamo in terra l'anfora apparentemente intiera e riparabile.
Invece le anfora gia' inutilizzate per precedente rottura troviamo facilmente mancante qualche coccio. In altre localita', per esempio a Verona ed Aquileia, vedemmo anfore che furono adoperate nuove, senza segarle, introducendovi solo la cenere senza gli oggetti accessori che erano deposti fuori vicino.
Nel 30% dei casi, altri tipi di vasi furono adoperati per le sepolture. Sono vasi a fondo piano, sono pentole curiose, sono perfino grandi ciotole del tipo per alimenti, sono brocche per liquido previamente decapitate.
Qualche povero morto fu deposto su un semplice coccio di anfora.
Questa variabilita' dei modi di tumulazione e' ai nostri occhi ricca di significato e ci permette di penetrare con sguardo indiscreto nell'umilta' di talune cerimonie mentre ci rendno evidente la relativa agiatezza di altre.
Risulto' chiaro che la famiglia di un ricco significava un'anfora nuova, quella di un povero trovava il sacrificio duro e ricorreva alle economia. Cosi' si spiega che un adulto potesse essere deposto in una brocca; o in un vasetto di alimenti; un bambino su un solo coccio di anfora, grande non piu' di due palmi di mano.
Vedremo poi che alla Costa di San Giorgio e a San Lorenzo un  numero notevole di tumulazioni nel tardo paganesimo avvenne senza il minimo uso di suppellettile ne' di anfore.
Nella terra si riconobbero ivi le buche di tumulazione e a piccola distanza fra di loro, riempite della terra nera del rogo, ma non un coccio, non un chiodo, non un segno della pieta' di patenti ed amici. Un senso di tristezza ci accompagna in tali luoghi di dolore non alleviato da una parola amica. Chi puo' penetrare nel mistero di tali tumulazioni? Epidemie? Condannati? Morti in tempo di Guerra?.
 
 
 
IL RITO CRISTIANO DELLA INUMAZIONE
 
Coll'avvento del cristianesimo per opera degli apostoli di Cristo e sei suoi seguaci i martiri delle catacombe, il modo di tumulazione ando' mutandosi. I cristiani usavano l'inumazione della salma percio' col proseguire del tempo scompare la cremazione per dare luogo all'inumazione.
Con l'editto di Costantino Magno che nel 323 dopo Cristo promulgava il cristianesimo religione di stato la cremazione e' in contrasto colla legge e deve scomparire. Scompare il rito, ma sono rispettati i i luoghi sacri delle generazioni passate che noi ancor oggi troviamo qua' e la'.
Nelle nuove epoche dunque non piu' urne cinerarie colle ossa e ceneri del morto, ma tombe fatte in vario modo e sempre colla lunghezza normale della persona. Le tombe contengono lo scheletro disteso del morto.
Ma come ogni cosa umana l'abitudine e' difficile da sradicare ed un congruo tempo occorre per spegnere le usanze e sostituirle ad altre, cosi' nelle tombe cristiane perdurera' per un certo tempo l'usanza delle suppellettili funerarie pagane composta come dicemmo dei vasetti di terracotta e degli attrezzi personali del morto. Negli scavi della Costa di San Giorgio di epoca tarda cioe' del III° e IV° secolo, si constata chiaramente questo sfasamento di riti e lo spegnersi successivo delle usanze pagane.
La sepoltura cristiana dei primi secoli e' formata a Legnano, come in tutta la pianura fra Milano e e le prealpi, dalla cassa detta a "alla capuccina", lunga circa due metri e costituita da tegoloni di forma rettangolare aventi circa 43x56 cm. e 13 di spessore con due labbri a risvolto.
Tre tegoloni adagiati sul piano della fossa formavano un letto sul quale si deponeva il morto; ai due lati si accostavano quattro tegoloni per parte in posizione semiverticale che formando un triangolo sopra ad esso si incontravano fra di loro al vertice. Ad ogni estremita' u altro tegolone messo verticalmente chiudeva il foro triangolare. E cosi' sono 13 tegoloni per ogni tomba di adulto. Senza dubbio la triste nomea del n. 13 ha la sua origine nella circostanza che i 13 tegoloni fanno la cassa del morto. Ogni giunta di tegoloni veniva coperta all'esterno da tegole a canale, le tegole dette "romane" anche oggidi', lunghe 50 cm. che differenziano da quelle odierne solo perche' piu' lunghe e molto piu' convesse, cioe' a semicerchio quasi completo.
Molti ciotoli contornavano anche qui i tegoloni a mo di protezione e la suppellettile offerta veniva adagiata in contatto con le falde della cassa o presso il suo vertice man mano che la fossa veniva riempita di terra dello scavo.
Il coltello o gli attrezzi personali erano deposti sul corpo del morto ed al suo fianco nell'interno della stessa fossa. Pochissimi vasi accompagnavano la tomba.
Queste tombe si seguivano ad uno o due metri di distanza l'una dall'altra ed il loro orientamento era all'incirca da Nord a Sud.
Coll'andare del tempo la suppellettile si fece scarsa e poi scomparve del tutto. Piu' tardi anche la cassa di terracotta non venne piu' usata e si passo' certamente alla cassa di legno, ma nessuna delle tombe del territorio nostro, nelle quali la tumulazione era avvenuta senza i tegoloni fu possibile accertare la presenza della cassa di legno. Invece appare sicuro in molti casi che la tumulazione avvenne nella fossa senza alcuna protezione per il morto salvo forse un solo drappo o lenzuolo, un mezzo di occultazione della salma che era gia' in uso presso i pagani per il trasporto dalla casa al luogo del rogo, e che e' oggi ancora in uso nei popoli arabi ed altri.
Col cessare di ogni oggetto nella tumulazione, le tombe dei piu' non destano alcun interesse per noi; esse non ci recano piu' le espressioni del rito compiuto, non ci fanno piu' rivivere quell'attimo fugace di affetti e tristezze che costitui' il saluto al trapassato. Polvere era e polvere ritorno'.
Caduta la tangibile espressione dell'affetto e sacrificio dei dolenti, si comprende facilmente come col rito cristiano si spegnesse il culto della conservazione secolare delle spoglie mortali. Esso rimane ancora un privilegio per le persone elette le quali anche in tarde epoche furono deposte in tombe rettangolari in muratura coperte da una volta di mattoni o da beole (quale fu una trovata fra Legnano e Castellanza che descriveremo piu' avanti) oppure avelli scolpiti nel sasso massiccio e ricoperti da pesante coperchio pure di pietra. Non di rado gli avelli portavano una dedica incisa nel sasso come ad esempio quello trovato a San Lorenzo che illustreremo piu' avanti. Queste perenni sepolture erano fatte piu' frequentemente ai personaggi o guerrieri i quali vi venivano immessi in cappa e spada.
Cosi' pare che fosse anche la sepoltura trovata a San Giorgio in via Umberto I° della quale riferiro' cogli scavi di San Giorgio stesso.
 
 
 
VECCHIE RICERCHE E RITROVAMENTI IN LEGNANO
 
Il Professor Serafino Ricci, in uno ospucoletto di 15 pagine intitolato "La necropoli di Legnano" presentava nel 1901 le fotografie di vari interessanti ritrovamenti fatti in Legnano in localita' alquanto discoste fra di loro e riguardanti epoche varie dalla Gallica alla Medioevale.
Riprodurremmo tali notizie e le relative fotografie poiche' l'opuscolo e' esaurito e difficile riuscirebbe a rintracciarne qualche copia.
E' vero che esso portava un titolo un po' al di la' di quanto realmente poteva desumersi dai ritrovamenti enunciati, ma dobbiamo essere veramente grati al prof. Serafino Ricci relatore, ed al defunto Sig Aristide Mantegazza che ne fu l'informatore oltre che l'appassionato raccoglitore degli oggetti illustrati. Ma diciamolo subito che purtroppo gli oggetti la' ricordati sono oggi smarriti perche' nessuno penso' di radunarli sotto la tutela di chi ha cura della cosa pubblica; forse pochi potranno ritornare a Legnano.
La parte saliente dell'opuscoletto e' costituita dal ritrovamento di un'olla di terracotta fatto nella casa che il Sig. Borsani Cristoforo eresse in via Sempione (oggi casa del Comm. Fabio Vignati) e dalla disanima che l'autore fa del contenuto dell'olla stessa.
L'olla ando' in frantumi come purtroppo suole accadere quando il ritrovamento e' fatto accidentalmente. Il Sig. Mantegazza accorso pote' raccogliere gli oggetti di bro0nzo ma non l'anfora ne' un vasetto in terracotta che vi era contenuto. L'anfora era come si intuisce l'ossario di un cremato, anzi dai bronzi ritrovati si arguisce che trattasi di una donna e che l'epoca risale ad almeno tre secoli avanti CristoPurtroppo gli oggetti che si vedono in figura paiono passati nel 1902 al Museo Archeologico di Torino, ne' ivi sono rintracciabili in mezzo ad altri di provenienza non classificata
Nel centro un anello scendimpetto con raggiera a globetti, un dischetto sottile con foro, avanzo di un tintinnambulo composto da due dischi a emivalva che contenevano una pallina mobile tintinnante, Un braccialetto o collare con secchiolini tintinnambuli. Un'armilla; una catenella composta da anelli a maglia tonda. Varie fibule del periodo della Tene'. Vari secchiolini tintinnanbuli isolati. Alcuni anelli digitali.
Tutti questi oggetti sono cosi' tipici che classificano la sepoltura ad epoca preromana e ci riportano alla seconda eta' del ferro corrispondente al periodo di Golasecca e la Tene' II°. Il Prof. Castelfranco ritiene piu' esattamente di fissare l'epoca fra 400 e 300 anni avanti Cristo.
I vari fittili riprodotti intorno ai bronzi della figura non appartengono alla tomba dei bronzi ma sono di altre provenienze da Legnano e suo territorio e hanno carattere preromano quelli piu' rozzi, di pasta impura essicata al sole, e carattere gallico gli altri meno rozzi.
Il confronto con i fittili di OrnavasssoBianchetti Ferrero " I sepolcreti di Ornavassoe delle necropoli della Valsassina illustrati dal Castelfranco ci pongono in grado di riconoscere degli elementi liguri o celtici prima, gallici poi, e ci permettono di fissarci anche per essi sulla seconda eta' del ferro nel periodo di transizione tra l'elemento etnico dei Liguro-Galli e dei Galli-Romani.
La figura 11 invece contiene oggetti in bronzo, terracotta e ferro propriamente romani e di solito reperibile nelle necropoli romane, come i cucchiai, le armille ed altri oggetti in bronzo e le ampolline lacrimatoie e i balsamari in vetro e lucerne fittili. Altri oggetti sono di carattere Gallico come alcuni degli utensili in ferro. Si notino due fibule frammentose tipo La Tene'Atti della societa' Archeologica e Belle Arti di Torino per Lomello e Ornavassoche occorrono spesso nelle antichita' Lomelline e di Ornavasso e che bene si accordano con alcuni oggetti in ferro della stessa tavola e figura 12.
In quel miscuglio di oggetti di varie eta' che furono scelti fra i piu' caratteristici e che non potevansi altrimenti distribuire anche pel modo in cui erano gia' disposti, si trovano nella fig. 11 accanto alle chiavi, a fibbie, a utensili romani e di tempo tardo un chiodo gallico, una punta di lancia, un'armilla, oggetti che mi convincono della presenza copiosa a Legnano dell'elemento Gallico al quale accennava come ho detto il CastelfrancoDi questi oggetti non si conosce la provenienza esatta salvo che essi sono della nostra citta'; solo pel lacrimogeno piatto a mo' di borraccia asserisce la Signora Mantegazza che proviene dalla casa Legnani di via Ponte Carrato (oggi via Corridoni).
Cosi' pure ad elemento Gallico pare accennino alcune delle spade e le cesoie, mentre al elemento barbarico cioe' molto piu' tardo e di stirpe diversa pare accennino invece l'umbone di scudo ed altre armi della stessa figura, nonche' una specie di targhetta da cintura lavorata di cui si vede un frammento sotto l'armilla in ferro della figura 11.
Questi oggetti hanno intima analogia con quelli rinvenuti a Testone (odierna Moncalieri) esposti nella sezione piemontese del Regio Museo delle Antichita' di Torino.
Gli oggetti delle altre figure dell'opuscoletto appartengono piu' propriamente a periodo vario, come ognun vede, e servono a confermare la notizia di una necropoli gallo-romana e poi romano-barbarica a Legnano, cioe' la continuazione dell'esistenza della necropoli nella citta' e nel territorio, e la conferma di cio' che era stato rinvenuto nel 1886 dal Castelfranco, molto piu' che i ritrovamenti non provengono dal medesimo luogo. Infatti gli oggetti rappresentati non furono ritrovati in occasione di lavori  della ferrovia Milano-Arona, ma alcuni in occasione degli scavi per la grande vasca dello stabilimento Dell'Acqua nel 1887 (molti oggetti in ferro), altri nell'anno 1894 in seguito a scavi fortuiti in via Garibaldi.
L'anno dopo 11895 altri oggetti furono rinvenuti negli scavi per aprire cantine in casa Agosti in corso GaribaldiFu nel costruire la fondazione di un alto camino che a 5 metri di profondita' si trovarono un umbone di scudo, gli speroni e una spada, tutto di epoca barbarica. Gli oggetti furono portati a Milano in casa del Sig. Dell'Acqua, via Settala 45, ma oggi non si trovano piu'. In questo luogo sorgeva il convento di Santa Caterina dal quale alla sua ultima distruzione del 1924 si staccarono alcuni affreschi.     Ove esisteva l'osteria della Stella, di proprieta' di Lampugnani al n. 7 di via Garibaldi si trovo' l'umbone di scudo della figura e di alcune spade, ma oggi non possiamo piu' particolarmente designarli. Essi pare che siano passati al Museo di Torino, ma la' non si possono piu' distinguere da altri non essendo classificati.  Si tratta invece della casa in corso Vittorio Emanuele 17, angolo Alberto da Giussano, che e' la casa dell'ex sindaco Agosti (oggi casa Cittera) e il Sig. Aristide Mantegazza, sempre solerte raccoglitore, ritiro' i cocci dell'anfora che era gia' spezzata e gli oggetti che conteneva... ma oggi non c'e' piu' a Legnano.
Queste le notizie che nel 1901 scriveva il Prof. Serafino Ricci sui ritrovamenti antichi in Legnano; ma come si vede mancano alcune indicazioni dei luoghi.
Il maestro Pirovano Giuseppe, segretario della Congregazione di Carita' nelle sue "Memorie postume su Legnano" datate 1883 (egli aveva precedentemente scritto altre brevi memorie su Legnano), riferisce alcuni luoghi di ritrovamento con queste pagine:
".... Nelle vicinanze della borgata con ci fu dato di ritrovare antichita' romane,  ma bensi' tanto da una parte che dall'altra delle due coste che la nascondono alla distanza di mezzo chilometro, se ne trovavano a sufficienza, ne' e' fuori dubbio che i campi della Ponzella possano ancora fornircene...Ponzella (anticamente Poncena, vedi questo nome ripetuto piu' volte nei registri dell'ospizio di S. Erasmo del 1471) . In questa localita' piu' volte si ritrovarono vasi cinerari, sepolcreti e lucernette nonche' monete di Aureliano 270-275 d.c., Probo 276-282 dd.c., Massimino 286-305 d.c., nota del Pirovano stesso.
Delle reliquie romane trovate nei nostri campi, fanno fede oltre  quelle dei vari particolari possessori, la bella raccolta fattasi da Don Giuseppe BrambillaDalle indagini da me fatte per ritrovare tale collezione, risulto' che essa sicuramente ando' distrutta (non dispersa) per vandalismo del detentore, ereditario, verso il 1900.di Castellanza, consistente in anfore, vasi cinerari, speroni, fibule e altri oggetti dell'epoca, ritrovati nei suoi poderi posti nel territorio di Legnano e di altri su quello di Castellanza.
Facendosi un nuovo tronco della strada provinciale del Sempione che dal nuovo ponte dell'Olona, lasciando Castegnate in disparte e attraversando Castellanza sul piu' alto della sua costa per la Cascina Buon Gesu', detta popolarmente delle Corde perche' qui facevansi corde, fattosi un taglio di terreno per mettere piu' a dritto il tronco che ascende,Si tratta evidentemente del punto ove la via 29 Maggio si innesta nella via del Sempione, all'estremo nord di legnano.fui io presente allo scoprimento delle due belle anfore cinerarie, che vennero comperate dall'Ing. Introini di Busto Arsizio.
Piu' oltre di questa localita', andando per la costa verso Olgiate,Si fecero poi dei ritrovamenti modesti in localita' Fiorenza e quelli piu' ricchi dal cavo di sabbia che e' fra il cimitero di Castellanza e la Cascina del Buon Gesu' dai quali traemmo la fotografia di un elegantissimo poculus presso l'Ing. Prandoni.non abbiamo altre notizie in proposito, quantunque questo comune sia antico come vedremo in seguito.
Delle antichita' legnanesi delle quali siamo possessoriPresso gli eredi Pirovano non si pote' nulla rintracciare.accenneremo a monete romane quale quelle che ci danno schiarimenti di colonie romane qui stanziate e di cui ci ricordiamo non solo i vasi cinerari ma acnhe la terra che raccolse le ceneri dei corpi abbruciati entro la quale raccolsimo un sasso eguale quasi nella sua struttura lamellare alla lignite con traccia di opalino formato dall'ardenza del fuoco. In generale i zappatori di terreno tanto piu' negli scavi di ghiaia per le strade, allorche' vi trovavano qualche vaso, anfora o sepolcreto, amanti piu' della scoperta di un tesoro che delle rispettabili antichita', queste cadono a pezzi sotto ai colpi dell'impavida zappa a pronta soddisfazione dell'ingorda avarizia di chi la maneggia. In tal modo vanno dispersi i frantumi dei quali riesce il piu' delle volte ad un conoscitore di difficile argomento di conoscere l'origine storica e la configurazione dell'infranto oggetto.
Il contadino qualche volta nello scavo fosse per piantagione di gelsi, scopre qualche vaso o sepolcreto ma di cio' osservato non esservi di che possa interessarlo si serve del vaso per qualche ordinario uso proprio e il mattone romano che serviva di coperchio se non e' spezzato prima che veda la superficie, viene adoperato come sedile.
Circa alle citate monete antiche, crediamo opportuno di non nuovamente trascriverle essendo queste palesate gia' nell'Omaggio della Societa' Lombarda al VII centenario della Battaglia di LegnanoVolumetto esaurito ma visibile a Brera a nell'Accademia.e brevi cenni storici della Battaglia di legnano - Busto Arsizio - Tipografia Volonterio, da noi fatto stampare per l'accennato centenario a corredo di quanto venne omesso nel capitolo Legnano dal suddetto Omaggio.
Del periodo dei Longobardi pure abbiamo scoperte da ricordare; per esempio:
" nel 1868 ai 3 di marzo scavandosi la creta nel prato di San magno, verso Levante fu ritrovata una tomba coperta da un vergine banco di creta che dalla sua base sollevavasi all'altezza di metri 1,5, contenete un polveroso scheletro reso annichilito dall'infiltrazione cretacea che ne investi' il contenuto fino alla citata altezza, al di sopra del tumulo di un metro".
Ci domandiamo quanti anni ci sono voluti per formare quel banco a furia di torbidio delle acque? Quel banco di creta non contava la misura della cotecca del prato ed era a un fondo piuttosto solido e non pantanoso. Noi non possiamo convincerci che quel tumulo composto di embrici della dimensione di 40x55 cm. e di buona cottura da fornace, fosse posto in un fango; attesoche' lo trovammo appoggiato su un solido terreno e la creta presentava la sua vergine compagine, da escludere  totalmente la mano dell'uomo.Il Pirovano cade nell'errore di credere che la tomba sia stata posta sul nudo terreno e che il tempo a mezzo di allagamenti avesse deposto la creta per lo spessore di 1,5 metri sopra di esso. Come concilia del resto egli la deposizione di tombe in questo luogo ove a dir suo in epoca romana esisteva un lago?. Gli e' che se non un lago certo una zona di allagamento annuale del fiume Olona esisteva intorno al castello di Legnano, ma in epoca ben piu' lontana, preistorica, alla quale va ascritto il deposito della creta, proveniente dai terreni cretacea dell'Alto Varesotto; depositi di creta che troviamo del resto non solo qua ma anche molto piu' sotto, fino ad oltre Milano e danno il lavoro alle numerose fornaci che vi si trovano. Come vedemmo gia' prima, le tombe romano--cristiane a cassetta venivano poste a circa un metro di profondita', ma seguendo un criterio gia' constatato per le tombe pagane, tale profondita' subiva variazioni piu' o meno a seconda del terreno alluvionale (ciotoli e sabbia) era piu' o meno profondo. La regola appare essere "le tombe siano deposte colla loro base direttamente sul terreno permeabile", il che si fonda su principi di igiene. Il Sig. Francesco Dell'Acqua mi disse che in tale prato furono trovate piu' volte delle tombe formate da tegoloni disposti a triangolo con ossa dentro e vasetti, ma nulla si salvo' all'infuori di qualche moneta che peraltro non potemmo vedere e quindi erano tombe del III IV secolo d.c.Questi embrici si collegavano assieme nei lati e nel coperchio, con gli appositi risvolti e marcati da una sigla che la ricordiamo nelle pietre della chiesa di S. Ambrogio a Milano.
Nel ripostovi scheletro rimasero solo le corone dei denti d'uomo piuttosto giovane e qualche rimasuglio di femore. Se le zappe dei fornaciari non avessero rotta quella creta internatasi (sotto gli embrici) si sarebbe potuto stabilire dall'investitura rimasta a modo di stampo, la grandezza e forse la forma di quel sepolcro ma di cio' nulla, se non che' l'ocria tinta di un lungo spadone, che' pur esso corroso; cio' non di meno possiamo attestarne la lunghezza di metri 1,05; larghezza verso l'elsa di cm 5; grossezza cm. 2 dipartendo dal manico che manca del tutto per indicarlo di ferro, non avendo la creta nessun segno di ruggine; per il che lo supponiamo che fosse d'osso o di legno.
La lunghezza e grossezza di questo spadone assai dimostrano essere arma adoperata a due maniIl Pirovano ha misurato lo spessore di 2 cm. sul pezzo enormemente ingrossato dall'arruginimento; pero' lo spessore originale non poteva superare 6-8 mm. anche se molto grossa.
Da qualcheduno tale sepolcro si volle attribuire ad un avanzo della battaglia di legnano, da altri da quella di Parabiago; ma ne' l'una ne' l'altra induzione ci fornisce abbastanza prove a credere veritiere, da che supponiamo che i guerrieri di quei secoli portavano celata ed usbergo maneando invece nello scoperto tumulo totalmente ogni indizio di corrosa armatura od impronta che ne indicasse colla ruggine l'esistenza di tali oggetti, come si verifico' nel 11818, facendosi la strada comunale da Legnano a San Giorgio; sulla colma di questa ritrovossi un mortuario avello con scheletro ed armatura, che fu portata via (ben inteso venduto dai zappatori) al Dottor Gaspare Bossi notaio legnanese.
Nel 1851 nel prato Pellegrini si rinvenne una cisterna o tombino continuato verso settentrione del Castello contenente qualche palla grossa di cannone e dei calci di fucile.
In uno scavo di ghiaia fatta nel 1863 in vicinanza della filatura (in oggi Bianchi Cuttica) fu rinvenuto uno scheletro di cavallo e poco lungi uno umano con monete d'argento dei Cantoni di Unterwalden, Uppenzell, ecc, coll'impronta di San martino patrono di quei cantoni svizzeri. Tutte queste scoperte ci guidarono alla storia dei loro tempi, imperroche' se quella di San Giorgio ci porta alla battaglia di Federico Barbarossa anche per la quantita' delle ossa ritrovate poco piu' in la' del corazzato guerriero e per il nome che aveva il villaggio di San Giorgio Sottero, quasi ad indicare con tal nome la localita' dei sepolti battaglieri, ben totalmente opposte sono le scoperte del 1851 e del 1863 che chiaramente ricordano l'ammutinamento dei polacchi, ecc.
Ora ritornando al tumulo di San magno noi siamo pienamante convinti essere quello di un guerriero Longobardo attesoche quei popoli discesero in Italia non forniti di armi certamente come i popoli civilizzati ma semplicemente armati di una mazza e alabarda ed i piu' di un lungo spadone che per grossezza quasi serviva piu' di colpo che di taglio non avendo quella tempera che rese in seguito tanto celebri le fabbriche di Milano.  A causa della mancanza di tempera infatti lo spadone si corrose assumendo una struttura lamellare a sfoglie. A farci piu' identici nel nostro esposto. concorrono pure varie monete di quei tempi che faremo conoscere al lettore:
" nel suddetto prato consumandosi la creta si trovo' pure due monete una d'oro e l'altra di rame". La primaIn possesso del fisico Dott. Ferrario a Gallarate ed ora di suo figlio Scipione a Samarate.appartiene a Tiberio II° (578-582 dopo Cristo) cioe' ad un'epoca in cui le arti e la scienza della lingua latina erano all'estremo della decadenza per il che le monete di quell'epoca erano quasi tutte spropositate dando ai numismatici un difficile compito a decifrarle. Nel retro di questa prima moneta si legge Victoria Augustorum Conob.
La seconda e' una moneta bizantinaVenne descritta dal Sig. Vigore, giudice del mandamento di Busto Arsizio, appassionato cultore di numismatica.cuprea del diametro di 25 millimetri nel cui diritto presentasi il mezzo busto di Leone VI visto di fronte, con diadema orientale adorno di tenie, sormontato da una piccola croce; l'ampio suo paludamento scende in larghe pieghe da destra a sinistra del petto, in giro la leggenda: Leon Basileus Romeon. Nel retro senza tipo la leggenda + Leon ENOEO BASILEUS ROMEON. (Leone VI detto il filosofo fu imperatore di oriente dal 886 al 911 dopo Cristo).
Fra le tante monete ritrovate, meritano particolare menzione quelle d'argento rinvenute in un'anfora sepolta nella creta del prato detto di San Magno dietro al castello, sulla destra del ramo dell'Olona che per un tratto fiancheggia la strada per San Vittore.
Erano numerosissime monetine coniate ai tempi della repubblica romana, riferentesi agli anni 485 della fondazione di Roma ossia 753 (?) anni avanti la venuta di Cristo. Queste monete ben conservate sono di famiglia portante le figure di Castore e Polluce a cavallo e la parola Rome sotto alle loro cavalcature; le altre invece avevano un leone; tutte queste monete portavano sul retro una testa di donna, taluna con cimiero e ali all'orecchioFu un ritrovamento eccezzionale ricchezza e soprattutto molto interessante per noi. Era un vero tesoro personale nascosto; uno di quei ritrovamenti quali accadono di rado ( (ed oggi sono passati 44 anni) ma pur accendono la fantasia e le smanie degli sterratori al danno dell'archeologia.. Di tali monete ce ne sono 28 al Castello Sforzesco a Milano, pervenuteci a mezzo del pittore Bertini, ed una ventina o piu' ne possiede l'ing. Roberto Dell'Acqua a Milano delle quali ce ne cedette una che porta nel diritto: Testa di Diana e nel rovescio: Gallius Lupercus colla legenda: MASSA. Le altre moltissime sono passate a mani ignote a noi e vedremmo volentieri che venissero portate al Museo. Si tratta di monete galliche coniate nella stessa Lombardia fra il 2° e il 1° secolo avanti Cristo, gia' sotto la dominazione della Repubblica Romana. Infatti nel gruzzolo si trovavano anche monete consolari romane coll'effigie di Roma con elmo alato sul diritto e due dioscuri a cavallo in corso sfrenata con la dicitura ROMA nell'esefra, quali ne conserva il ing. Dell'Acqua. E' cosa singolare che in epoca politicamente romana si coniassero ancora molte monete galliche, ma e' un fatto accertato e non esclusivo in quell'epoca. Tale moneta era benvisa dal popolo nel quale le tradizioni ataviche non erano ancora del tutto estinte. Alla moneta gallica o Massaliota che dir si voglia veniva attribuito un alto grado di fido che la faceva desiderare, un po' come oggi noi tratteremo piu' volentieri la moneta aurea anziche' la moneta cartacea o di nichelio. Cosi' si spiega che in periodo politico Romano si aveva la coniazione delle monete galliche. Non sono falsificazioni ma imitazioni ufficiali.
Uno scheletro che ci riporta ad epoca preistorica venne ritrovato il 22 marzo 1871 in un vergine strato di sabbia, frapposto a due di conglomerata ghiaia, alla profondita' di 3 metri sotto le fondamenta di una casa del 1200. Lo scrivente conserva di questo scheletro la mandibola inferiore e un pezzo di femoreNon c'e' piu' oggi.
Scrive poi il Pirovano nel suo diario: "4 settembre 1885: alla cascina San Bernardino si scopre un'ala romana. Ne e' avvisata la societa' Archeologica - 5 settembre: invitatolo scrivente a portarsi a San Bernardino come sopra, ne fu dato di constatarne un'altra, e un pezzo di frammento lapidarioLe cosidette are sono due cippi i quali appunto ci racconta il Rag. Figini che furono ritirati dalla cascina San Bernardino non senza difficolta' per le pretese di possesso accampate da un contadino. Il frammento lapidario e' smarrito; sara' al Castello a Milano?. (26 bis) Vi e' una ragione per credere che questa via era in quella direzione Ponente-Levante per accedere alle scuole Mazzini della I° epoca e ancor oggi (1962), cioe' un avanzo del sepolcreto gallico che io potei scavare piu' sotto nel 1937 ma nella sola via Calatafimi, com'e' noto dalle mie relazioni.
 
14 febbraio 1888: Innalzandosi una fabbrica nel primo cortile del palazzo arcivescovile in via Magenta, con al di sotto una ghiacciaia, si rinvenne un fondamento d'antica origine avente la larghezza di metri 2 ed uno di altezza, nell'eguale costruzione del vecchio campanile di San Salvatore (ora San Magno) - 15 settembre 1889: nella via fattasi al centro del fondo dell'ex convento di San Angelo si rinvennero vari cocci di vasi cinerari e di stoviglie antiche che vi subirono gia' un rivolgimento di terra". (26 bis)
Questo dunque cio' che ci racconta il Pirovano che benche' poco erudito ci da' una serie di indicazioni precise che troveranno conferma dai ritrovamenti da noi stessi fatti dal 1925 in avanti nelle stesse localita' ed in varie altre e dalle informazioni assunte presso persone anziane allo scopo di integrare il lavoro del Pirovano possibilmente senza soluzione di continuita' nel tempo.
Un'altra importante notizia ci da' il Prof. Castelfranco, gia' direttore del Museo Archeologico di Milano, che scrisse nel 1886:
"Durante i lavori di costruzione della ferrovia Minano-Arona si trovarono vicino a Legnano molte tombe con ferri, vasi, ampolline di vetro, braccialetti di ferro di epoca romana e gallo-romana. Gli oggetti furono a me consegnati dall'Ing. Miani dirigente dei lavori". Di essi oggi null'altro ci resta che una parziale riproduzione in una rivista di archeologia dell'epoca malgrado che tutta la collezione personale del prof. Castelfranco da lui donata  al Castello Sforzesco sia la raccolta; gli oggetti di Legnano non ci sono, ne' e' conosciuta la localita'. Che l'indicazione del Prof. Castelfranco "vicino a Legnano" debba intendersi nel senso piu' stretto, cioe' di "molto vicino" e' logico, se si pensa che la professione esige di precisare quanto piu' si puo' i luoghi dei ritrovamenti.
 
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2.6 Il Dialetto

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Il Dialetto
 
Duemila anni prima di Cristo, data approssimativa del più  antico reperto legnanese, l'Italia nord occidentale (gli attuali Piemonte, Liguria, Lombardia) era abitata da popolazioni di origine ligure, mentre la parte orientale era abitata dai Veneti. Queste sono indicazioni generali che coprono una realtà  linguistica in massima parte a noi sconosciuta. Del ligure sono rimaste poche tracce della toponomastica, faticosamente analizzate e ricostruite dai linguisti che le classificano come preindoeuropee almeno nello strato più  antico. Già  nel corso del secondo millennio la valle del Po è percorsa da vari gruppi etnici penetrati dall'Oltralpe e può  darsi che fra essi non mancassero gli indoeuropei, certamente presenti nell'Italia centro meridionale. A proposito delle urne biconiche di Canegrate si è parlato di Celti, ma il loro maggiore studioso, Ferdinando Rittatore, scriveva nel 1961: "Caduta ormai la vecchia teoria cara agli studiosi del secolo scorso sull'appartenenza dei popoli incineratori agli invasori indoeuropei .. è prevalsa l'idea che i riti diversi non sempre indichino diversità  di origine, ma possono essere acquisiti anche mediante pacifici scambi. Il problema dell'origine dei popoli italici si è fatto cosi' ancor più  difficile".
Celti o non Celti, sta di fatto che molti secoli prima di Canegrate, certamente imparentato colle vicinissime popolazioni di Besnate e del Varesotto, tutte di stampo ligure, ed è difficile credere che vi fosse una netta separazione tra chi abitava al di la' del fiume e chi seppelliva i morti di qua. E ovvio pensare, quanto mai,  a fusione culturale. Bisogna inoltre distinguere le eventuali infiltrazioni celtiche attorno al mille a.c. dalla vera e propria invasione gallica del IV sec. a.c. che muto' l'assetto politico, culturale e linguistico dell'Italia Settentrionale.
Quando si parla di ligure o celtico non si deve pensare a una parlata identica su territori molto vasti. La lingua è uno strumento di comunicazione che diventa uguale solo tra chi comunica intensamente con tale strumento. L'unificazione linguistica di un territorio è il frutto delle correnti di scambio culturale tra i vari centri abitati. All'interno di ciascun centro la lingua è in continua evoluzione, generazione dopo generazione, e le singole innovazioni si diffondono con diverso successo attraverso i contatti tra centro e centro. Non si può  credere che scambi commerciali e culturali fossero nei territori di allora cosi' intensi da rendere comune per tutti uno stesso identico linguaggio. E ovvio che pur partendo da una base comune la lingua parlata in ogni centro abitato fosse individualmente caratterizzata da varietà  particolari, come avverrà  in seguito in misura anche superiore nella diversificazione del comune latino nelle infinite varietà  dialettali e locali.
La vera unificazione linguistica è stata invece realizzata dai romani senza imposizione violente, ma con una organizzazione capillare su tutto il territorio. Grandi costruzioni di strade su cui scorreva un grande volume di traffici, organizzatori di valide strutture amministrative e infine portatori di una cultura enormemente progredita, essi crearono le premesse, perché  tutte le popolazioni locali potessero nel corso di alcuni secoli acquisire una cultura comune.
A poco a poco Celti, Liguri, Veneti, Etruschi ecc. dimenticarono i nomi con cui i loro antenati chiamavano il padre, la madre e cosi  via e tutti dissero pater, mater ecc. Come sempre avviene quando si impara una lingua straniera e si attraversa un periodo di bilinguismo, le due lingue intragiscono fra loro. Le abitudini articolatorie con cui si pronunciano i suoni della lingua locale si applicano ai suoni della lingua importata, che assume cosi' un colorito particolare. E' ciò  che avviene oggi in ogni parte d'Italia. In certe regioni, ad esempio, i dialetti locali non conoscono la pronuncia di o chiusa e perciò  dicono ancora, lavoro colla o aperta; la curva melodica del fraseggio è diversa da luogo a luogo. Pur quando si legge la medesima pagina stampata, l'andamento ritmico e il colorito vocale è cosi' diverso, che spesso è facile riconoscere la provenienza regionale di chi parla la stessa lingua italiana.
Anche il latino dunque dovette suonare diversamente in bocca ligure o celtica o etrusca, e tale diversità  non può  non aver condizionato una diversa evoluzione linguistica nei secoli successivi. Fin che l'organizzazione civile romana fu salda, tutte le popolazione che avevano sentito la necessita' e scoperto i vantaggi di sostituire il latino alle loro antiche parlate, continuarono a vivere in un ambiente linguistico comune. l'abitante della penisola iberica o dell'Africa settentrionale o della Gallia o della Dacia, giungendo a Roma poteva scambiare il discorso coi Romani di Roma, facendosi intendere pur con diverse inflessioni della pronuncia. Quando pero' l'Impero e la sua organizzazione civile furono distrutti, e le grandi strade furono disertate, e la popolazione enormemente ridotta nel numero e negli averi, e l'unica via di sopravvivenza fu la coltivazione della terra nel chiuso della curtis autarchica, il territorio fu punteggiato da piccoli centri abitati, dove poche famiglie in poche case lavoravano la terra, curando il bestiame con scarsi contatti con i vicini. l'analfabetismo, le diminuite necessita' culturali, le scarse occasioni di colloquio fra persone sparse nei campi ridussero il lessico della lingua latina e poche centinaia di parole. L'isolamento accentuato dalla diffidenza verso gli altri centri, l'attaccamento alla piccolissima patria rendono indipendente l'evoluzione linguistica nella cerchia delle poche famiglie che partecipano alla comunicazione orale, impedendo la diffusione delle innovazioni instaurate nella fonetica, nella morfologia, nel lessico. La grande unita' linguistica realizzata da Roma si frantuma nel polverio dei dialetti neolatini sempre più' divergenti tra loro in funzione del tempo e dello spazio. Sarebbe assurdo pensare che ogni centro abitato sia come un'isola nell'oceano e lo stesso isolamento più' o meno forte a secondo dei tempi, ma le innovazioni linguistiche che prima si dilatavano su tutto il territorio romanizzato conservando l'unita' dello strumento di comunicazione, durante lo stesso impero e specialmente verso e dopo la sua fine, si espandono in ambiti geografici sempre più' ristretti.
Facciamo un esempio; il concetto di "bello" si esprime dapprima in latino con puelcher, di cui non si ha traccia nelle parlate neolatine, perché' fu sostituito da formosus, che deve essersi diffuso in tutto l'Impero; è conservato infatti nello spagnolo hermoso e nel rumeno frumos. Ma anche questo fu poi sostituito da bellus che si diffuse in un tempo in cui le regioni dell'Impero cominciarono ad isolarsi, e per questo si fermo' davanti ai Pirenei e ai Balcani restando vivo solo in Italia e Gallia.
Se consideriamo ora l'Italia Settentrionale troviamo certi fenomeni comuni a tutto il territorio, altri invece circoscritti in spazi minori che a loro volta i linguisti circorscrivono con linee dette isoglosse. Una di queste linee congiunge La Spezia con Rimini spezzando in due parti l'intero territorio latinizzato. A nord e a ovest di setta linea le consonanti sorde per esempio p, t ,c se sono semplici e poste tra due vocali si sonorizzano diventando b, d, g, ; se sono doppie o lunghe si scempiano (brevi). Sempre per esemplificare: andata diventa andada e poi andaa; mica diviene miga e poi mia ; invece currere diventa curi ecc. Trascurando infiniti altri fenomeni, dobbiamo occuparci solo di pochi che più' interessano il nostro dialetto
Si constata che dove il latino si è sovrapposto al celtico, esso ha ricevuto da quest'ultimo la tendenza di contrarre le parole colla scomparsa delle vocali non accentate e di intere sillabe. Si pensi al francese, dove i quattro suoni della parola acqua si sono ridotti a un quinto suono o (eau). A Bologna il latino Hospitale si è ridotto a un monosillabo sbdel. Questo fenomeno pero' non tocca il Veneto o la Liguria, ma è più' intenso in Piemonte e in Emilia Romagna. Infatti è la cetizzazione del territorio dovette essere più' o meno intensa in relazione alla maggiore o minore concentrazione di Celti nei vari territori. In Lombardia il fenomeno è presente ma con minore intensità'. Scompaiono le vocali non accentate alla fine di parola, ma non cosi' frequentemente all'interno. Si confronti il piemontese finestra col lombardo finestra, l'emiliano sbdel col lombardo uspedal. Consideriamo ora alcune parole legnanesi, come ogi, uregi, teciu, vegiu, orbu, gobu e confrontiamole colle corrispondenti milanesi occ, urecc, tecc, vecc, orp, gop (la consonante doppia indica semplicemente che la vocale è breve) per constatare a Milano la scomparsa (apocope) della vocale finale, il che comporta una trasformazione del ritmo stesso della parlata. Questo fenomeno non è solo milanese, ma è generalizzato, oltre che in Piemonte, Emilia Romagna, anche in tutta la Lombardia con esclusione di Legnano, Busto Arsizio e un gruppo di paesi circostanti tra le due citta'. Formano come un'isola a cavallo del fiume Olona da Cairate a Parabiago (nord sud) e da Cantalupo a Castano (est ovest) in mezzo ad un vasto territorio. Un'isola dunque che nella evoluzione linguistica si è fermata ad una fase più' arcaica e una situazione che si trova in tutta la Liguria. Ci sembra del tutto legittimo dedurre che tale situazione risulta da una celtizzazione meno intensa rispetto alla stessa Lombardia. La presenza gallica non si può' negare sia per la  condizione generale del territorio invaso dai Galli, sia per alcuni reperti archeologici, ma si potrà' dire che la presenza gallica in questo tratto dell'Olona non fu tale da trasformare decisamente l'ambiente ligure. In altre parole la tribù' di stirpe ligure attestata dal principio del secondo millennio a Legnanello, ebbe la forza di conservare il proprio linguaggio e i propri costumi cosi' da assorbire i nuovi arrivati senza esserne sopraffatta. Le tribù' liguri più' tenaci si arroccarono sui monti della regione che ancor oggi conserva il loro nome. Allo stesso modo una tribù' dello stesso popolo incuneata tra i boschi e le brughiere che isolavano e proteggevano un tratto dell'Olona, poté' sottrarsi parzialmente alla forza trasformatrice della cultura gallica. E quando si lascio' ben più' profondamente trasformare dalla civiltà' di Roma al punto di scordare la sua lingua ancestrale, il passaggio dal ligure al latino non ebbe risultati identici a quello dei gallofoni: il ritmo rimase più' disteso e i vocaboli non subirono le stesse contrazioni imposte dal celtico. Esistono naturalmente delle gradazioni. Anche a Legnano e nei paesi racchiusi dalla stessa isoglossa, cadono le vocali atone finali quando sono precedute da consonanti liquide, nasali o da s sonora. Si dice infatti nas, diaul, bun ; e non è da escludere che questo cedimento sia dovuto alla pressione delle parlate circostanti.
Quando avvenne la caduta delle atoni finali e quindi il distacco del nostro territorio dalla restante Lombardia lungo l'isoglossa tracciata nella nostra cartina???. Gli studiosi a questo proposito non sono di accordo. Premesso che in Francia il fenomeno cade nel secolo VIII, noi abbiamo la possibilità' di sfruttare alcuni riferimenti storici e geografici. Il percorso meridionale dell'isoglossa coincide con il confine meridionale del contado del Seprio, indicato nel trattato di Reggio (1185), ossia da Padregnano (Castano) a Cerro Maggiore. In secondo luogo il territorio compreso nella isoglossa comprende tre pievi ecclesiastiche: Olgiate, Dairago, e Parabiago. La formazione delle pievi è molto antica ma il loro consolidamento nell'Italia settentrionale avviene in eta' franco carolingia, formando distretti entro nei quali il sacerdozio plebano ha forma collegiale, l'amministrazione dei beni è condominiale, sotto la giurisdizione del capopieve. Si sa inoltre che i maggiorenti d'ogni villaggio si recavano periodicamente e si incontravano presso il capopieve. Questo legame religioso che strinse tutta la popolazione della pieve, ha un riflesso linguistico nella somiglianza dei pur diversi dialetti. Il contado del Seprio è di origine longobarda, ma anch'esso riceve la sua conferma da Carlo Magno che pone alla sua testa un Conte. Queste connessioni e distinzioni politico religiose ci fanno pensare che l'isoglossa suddetta si sia formata entro il secolo IX.
La componente ligure è presente in altro fenomeno certamente posteriore: la scomparsa della consonante semplice r intervocalica, primaria o secondaria (ossia derivata da -l-, come ara da ala ) che è un fenomeno ben noto e tipico del genovese. "lavorare; che ora è; Olona" si dicono a Legnano e in tutta la pieve di Parabiago laura, che ura l'è, urona. invece nelle due pievi di Olgiate e Dairago  si dice laua, che ua l'è, uona, come a Genova. Che il fenomeno sia posteriore è dimostrato dal fatto che la seconda isoglossa lascia fuori di sè due aree laterali, Castano e Vanzaghello da una parte, la pieve di Parabiago dall'altra. inoltre supera il confine della prima isoglossa spingendosi fino a Cuggiono. La frattura del vecchio territorio unitario è una diretta conseguenza dell'espansione milanese che ha fatto di Legnano un suo caposaldo sottraendolo al Seprio legato all'Impero, come dimostrano le stesse vicende della Battaglia di Legnano. Cuggiono invece, prima estranea alla famiglia, diciamo, ligure, venne raggiunta dalla novità' r dileguata perché' la crescente importanza di Busto Arsizio (detta Busti grandu) fa sentire il suo influsso fino a Cuggiono, dove appunto non si dice nè uregi, come a Legnano, nè uegi, come a Busto, ma uecc.
Non è questa la sede per una analisi di tutti gli aspetti del dialetto legnanese. Ricorderemo ancora una sola caratteristica, l'avversione alla nasalizzazione delle vocali, che da' invece un colorito insolito piuttosto francese al dialetto di Milano. Il latino bonum ridotto a bon, a Milano ha perduto la consonante n che ha lasciato il ricordo di sè attribuendo alla vocale precedente, mutata in u, una risonanza nasale bu. Il legnanese invece rafforza la consonante e dice bum. Non induciamo con altri esempi ed altri fenomeni per aggiungere solo qualche considerazione generale.
Il dialetto legnanese è il prodotto di una cultura contadina rimasta piuttosto storica per secoli prima di essere investita dalla rivoluzione industriale e alla profonda trasformazione dell'attuale società'. Era un dialetto dal ritmo lento, con prevalenza di vocali chiuse (perfino la vocale a tonica si oscura verso o, che è pure fenomeno piemontese). Fino a cinquanta anni fa i contadini legnanesi rispettavano il fenomeno della metafonesi sostituendo con la i la vocale tonica del plurale: un vegiu e du vigi, è cosi' teciu-tici, leciu-lici ecc.. Il fenomeno ora è scomparso, ma nemmeno allora tutti i legnanesi parlavano come i contadini. I Signori proprietari di terre che abitavano a Milano e saltuariamente a Legnano, parlavano milanese oppure un legnanese ripulito dei tratti più' pesanti. Tra i due poli opposti delle due parlate contadina e signorile esistevano tante sfumature quanto erano i rapporti dei signori colla classe più' colta. La diffusione dell'analfabetismo limitava grandemente l'influsso dell'italiano letterario. Persino le persone in grado di leggere e scrivere usavano un italiano ibrido. Il parroco di Canegrate per redigere il Stato delle anime .. sporto per mano di me, scrive: Alla cassina del Baggino loco di Canegrate gh'è .. Altrettanto faceva il Prevosto Gianni alla fine del secolo scorso predicando dal pulpito della parrocchiale: Dio disse, sia fatta la luce e la luce fu, colla u lombarda (si vedano anche i documenti dei secoli XV, XVI pubblicati).
Lo sviluppo industriale ha sostituito il contadino con l'operaio producendo una accellerazione del ritmo verbale conseguente all'accellerazione del ritmo mentale necessario per seguire il moto veloce della macchina. La compagnia dialettale Legnanese ha raccolto a teatro molti successi, ha rappresentato il mondo e il linguaggio operaio. Anche questo è un mondo ormai scomparso. L'enorme crescita culturale, la scomparsa dell'analfabetismo, la massiccia immigrazione  da ogni parte d'Italia ha reso quasi impossibile l'uso del dialetto. Se un tempo si pensava in dialetto e si traduceva, parlando in italiano, oggi si pensa in italiano. Non solo la scuola e la carta stampata, sopratutto il televisore, divenuto un membro di ogni famiglia, impartisce ogni giorno lezioni di lingua. I pochi anziani che si ostinano a parlare dialetto, non insegnano ai figli nemmeno il loro legnanese ormai depurato dal contatto continuo colla lingua nazionale che ha fatto scomparire i vocaboli più' antichi e caratteristici, sostituito da facili italianismi. La situazione suscita comprensibili rimpianti, ma è irreversibile.
 
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2.7 Origine del nome di Legnano

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Feudi e comuni
Origine del nome di Legnano
 
Il regno longobardo cesso' di esistere nel 774, quando Carlo Magno, chiamato in Italia dalla Chiesa, sconfisse a Pavia il re Desiderio. I Longobardi avevano distribuito i territori ai loro duchi, i quali favorirono un sistema economico fondato sulla curtis, un centro di chiusa autarchia che consumava quanto produceva.
Il lavoro dei campi era affidato ai servi della gleba, legati alla terra, e all'interno della corte esistevano anche artigiani per costruire e riparare gli strumenti di lavoro. E' un sistema che non solo impoverisce il commercio, ma isola spiritualmente gli uomini limitando fortemente i contatti e gli scambi tra paese e paese, con gravi conseguenze anche sul piano linguistico.
 
Carlo Magno sostitui' i duchi con i suoi conti e la fortezza di Castelseprio, costruita dai Longobardi, divenne la capitale di un contado del Seprio, comprendente Legnano. Anche il sistema feudale di Carlo Magno favoriva la costituzione di organismi economici chiusi. Il Capitolare de villis da lui emanato nell'812, definiva le strutture del sistema curtense, stabilendo che ogni corte doveva avere un certo numero di fabbri, calzolai, orefici,ecc.Probabilmente il nome della vicina Villa Cortese(aggiungiamo Villa Stanza) conserva il ricordo di simili istituzioni anche nella nostra zona.
Col passare del tempo pero' e' la citta', non la campagna, a manifestare una impetuosa crescita economica e demografica. Li' i lavoratori liberi operano al di fuori dei vincoli feudali e curtensi. I bisogni alimentari della citta' stabiliscono un flusso commerciale colla campagna e quando una nuova invasione barbarica devasta la Lombardia e gli Ungheri sconfiggono Berengario, marchese del Friuli, e altri feudatari, Milano resta sicura dentro le robuste mura di cui l'ha munita l'arcivescovo Ansperto. Nei momenti di maggior pericolo i contadini si rifugiano dentro la citta'. La protezione della popolazione agricola era affidata ai maggiori organismi monastici e sappiamo che i Legnanesi erano sotto la protezione dei monaci di S.Ambrogio di Milano. E' interessante notare come il piu' antico documento in cui appare il nome di Legnano si riferisca appunto ai monaci di S.Ambrogio. Esso e' contenuto nel Codice Diplomatico Longobardo al numero LIV e riguarda una cessione fatta in data 23 ottobre del 789 da Pietro, arcivescovo di Milano, al monastero di S.Ambrogio: cutem proprietatis nostre in leunianello, cioe' Legnanello, la parte di Legnano separata dall'Olona.
Sull'etimologia di questo nome si e' molto discusso. Trascurando le interpretazioni fantasiose o cervellotiche, quali limen lanum oppure lignum anus(a cui probabilmente si ispirano gli inventori dello stemma cittadino), bisogna dire che Legnano non e' un toponimo unico. Esistono anche Legnago, Legnaro, Lignano, Lignana, Lignan e Lignod(Aosta).
E' ancor piu' diffuso in Francia, dove, per fare solo qualche esempio, si trova Lignan e molti Ligny, che nei documenti medievali sono denominati in vario modo, tra cui (i numeri indicano le date dei documenti) Lignanum 977, Liniacum 647, Lennacum 1119 (nn-sta per -gn-), Legnianum 1157. Questi nomi sono normalmente degli aggettivi prediali, che denotano un territorio di un certo proprietario. L'aggettivo si forma col nome latino del proprietario a cui si aggiunge un suffisso -anum, se l'ambiente e' completamente romanizzato, -acum, se l'ambiente risente ancora del gallico o celtico. Nell'Italia Settentrionale -anum, divenuto -ano, si riduce a -an, mentre -acum, divenuto -aco, si muta in -ago e poi in -ag con a lunga. In Francia Settentrionale invece mentre -anum diviene -an(cfr. Lignan), -acum per una piu' complessa evoluzione si riduce a -i(scritto -y).
Legnano e Legnago sono dunque due toponimi con una base eguale e due diversi suffissi. La base e' il nome latino del proprietario della terra (ltifondo?) che prese il nome da lui. Morto il proprietario se ne tramanda il nome nei secoli, inglobato nel toponimo e sottoposto alle leggi dell'evoluzione fonetica.
Quando vissero questi signori delle terre? Certamente non prima della romanizzazione del territorio, ma l'arco del tempo possibile e' molto mpio. Durante l'Impero Romano? alla fine? All'inizio del Medioevo? Teniamo presente che il documento piu' antico, in Francia , e' del 647.
Sulla forma precisa di quel nome gli studiosi francesi oscillano tra Linius, che deriverebbe da Linus, e Laenius. Propendiamo per quest'ultimo della cui esistenza siamo certi, mentre Linius e' soltanto ipotizzato. Resta da spiegare la vocale -u di Leunianello. Ricordiamo innanzitutto che il documento del 789 ci e' pervenuto in una copia posteriore e ricordiamo ancora la voce Lennacum di un documento francese del 1119. Partiamo dalla base Laenianum sapendo che gia' nel primo secolo d.C. il dittongo ae si pronunciava e, quindi Lenianum. Poi le consonanti n ed l seguite da i e da un'altra vocale non si pronuciarono piu' colla punta della lingua contro i denti (o alveoli), ma col dorso della lingua schiacciato contro il palato anteriore, assorbendo la i; suoni che prima non esistevano in latino.I notai e gli scrivani che dovevano registrare questi (e altri) nuovi suoni, si trovarono in difficolta' e adottarono (per la n palatale) diverse soluzioni, come nn, oppure gn (analogamente gli per la l). La seconda fini' col trionfare, ma e' naturale che nei documenti piu' antichi si trovi anche la prima. E' del tutto verosimile che del documento originale del 789 fosse scritto Lennianello, che il copista piu' tardo, non abituato a quella grafia, lesse e trascrisse Leunianello.
Nel discorso etimologico su Legnano si e' voluto da qualche studioso inserire arbitrariamente la testimonianza di alcuni documenti notarili dei secoli IX e X, dove in qualita' di testimoni, si citano tre persone, Adalberto, Reginaldo, Lupone de Lemoniano, o Leminiano o Lemeniano, senza pero' accertare un qualsiasi rapporto con Legnano. Si tratta di un cognome legato a una localita' indeterminata. Anche uno studioso competente, Giovanni Flechia, fa risalire Legnano a Laenius, ma in altro luogo si lascia ingannare da una falsa spiegazione del Bombognini che parla di un Ladegnano - Ledegnano mai esistiti, e ammette l'ipotesi di un Latinius-Latinianum, che ci condurrebbe fuori strada. Aggiungiamo ancora che la pronuncia dialettale conobbe, almeno fino a qualche decennio fa, un'alternativa tra un piu' colto Legnan e un piu' contadinesco Lignan (identico al citato toponio francese). La cosa non sorprende se pensiamo ad altri doppioni, come tela-tila, sera-sira, cera-scira, ecc.
Anche per Legnanello esistevano varie pronunce: Legnanèl e' una pronuncia piu' recente influenzata dall'italiano; piu' genuina la pronuncia Legnarèl, ma ancora piu' schietta e originale la pronuncia Rignarèl, dove compare la i di Lignan e dove le due r possono avere una duplice spiegazione: la prima r sostituisce l come avviene in scara, ara(scala, ala) ecc., la seconda si assimila alla prima (spiegazione meno probabile: la seconda r nasce da una dissimilazione tra n apicale e n palatale; la prima si assimila alla seconda).
Il documento del 789 che ci ha costretti ad inserire un escursus etimologico, contiene due indicazioni alquanto vaghe. La prima riguarda il signor Laenius, proprietario del territorio. Latifondo? La stretta vicinanza di altre localita' sembra ridurre fortemente lo spazio legnanese rendendo inapplicabile il termine latifondo, se non ammettessimo che i vari toponimi circonvicini (S.Giorgio, S.Vittore,S.Lorenzo ecc.) siano alquanto piu' recenti. In altre parole la proprieta' del signor Laenius doveva essere molto piu' ampia dell'attuale Legnano. Attorno al nucleo del piu' antico e vasto Lenianum sorgono a distanza di secoli altri nuclei abitati della cui autonomia amministrativa nulla sappiamo. E' chiaro che S.Vittore, S.Giorgio, S.Lorenzo, toponimi derivati dai nomi di chiese dedicate a quei santi, risalgono al Medioevo, come del resto Rescalda, Rescaldina, Cerro, Cantalupo, mentre Laenianum potrebbe risalire perfino a prima di Cristo.
La seconda indicazione problematica e' contenuta nel termine curtem come parte di Legnanello. Abbiamo gia' ricordato il sistema curtense a proposito di Villa Cortese. La curtis e' longobarda, mentre villa risale all'eta' franca. Ma il termine ha conosciuto un'ampia evoluzione semantica. Dapprima fu "sinonimo amministrativo del pagus romano, poi suddivisione della judiciaria o finis longobardica e del comitatus franco...piu' tardi tuttavia si uso' in altri significati; infatti nel sec. IX curtis designo' peramplas rusticas domus et integras quandoque villas cum adnexis latifundis e poi ancora ampi poderi con case e talora castello e chiesa". Dunque la corte di Legnanello doveva avere un'ampia estensione, non sappiamo se fornita anche di chiesa e ancor meno probabilmente di castello o piccola fortificazione.
Abbiamo constatato certi legami tra Legnano e Milano facenti capo all'arcivescovo e ai monaci o ai canonici di S.Ambrogio, ma in seguito diverra' normale che famiglie milanesi posseggano beni a Legnano. La floridezza della metropoli richiede per i bisogni alimentari di fruire della produzione agricola della campagna. Anche questo concorre allo sviluppo di un'attivita' commerciale e di una classe mercantile di cives negotiatores che investono i loro profitti nei terreni e si affiancano ai possessi ereditari della classe feudale. Possedere terreni in citta' o in campagna vale quanto un titolo nobiliare, e poiche' l'espansione della ricchezza produce il fenomeno dell'urbanesimo, non ci si meraviglia se alcune famiglie legnanesi si trasferiscono in citta'.
Si forma cosi' un ceto di ricchi proprietari nobili, di origine feudale o mercantile, che hanno case a Milano,  case e terreni a Legnano, che spostano la loro dimora secondo le stagioni e le circostanze, Da queste famiglie usciranno in seguito personaggi di rilievo nell'ambito culturale e politico.
Pur appartenendo al contado del Seprio, Legnano ha legami cosi' stretti con Milano da essere obbligata a seguirne, almeno di riflesso le vicende. Nella metropoli va crescendo il potere politico dell'arcivescovo, che non e' solo un ecclesiastico, e' un capo civile e militare; incorona re e imperatori, tiene testa al pontefice e quando il papato e' in crisi, fa di Milano una seconda Roma, Se Ansperto ha fortificato la citta' cosi' da tener lontani gli Ungheri all'inizio del secolo X, Ariberto da Intimiano nella prima meta' del secolo XI si assicura un vero principato mirando addirittura a costituire uno stato dalle Alpi al Po. Prima di morire pero' egli conosce un duro contrasto nella sommossa del popolo capeggiato dal nobile Lanzone, che lo costringe a uscire dalla citta'. La rivolta rientra, ma e' soltanto il preludio delle gravi agitazioni sociali e religiose che nella seconda eta' del secolo faranno capo alla Pataria, una guerra popolare contro il clero simoniaco e concubinario. Come prima da Lanzone, il popolo e' ancora guidato da nobili ed ecclesistici. Si invoca un ritorno alla Chiesa primitiva, con un clero casto e fedele al Sermone della Montagna. Cosi' predica Anselmo da Baggio, gia' candidato alla successione di Ariberto, ma il vero successore per allontanarlo lo fa nominare vescovo di Lucca. Anselmo (che poi diverra' papa Alessandro II), partendo affida il suo compito a un sacerdote, Arialdo da Cucciago, che ha studiato all'universita' di Parigi e a un altro prete di nobile origine, Landolfo Cotta, al quale poco dopo si affianca il fratello erlembaldo, uomo d'arme. Landolfo predica a Milano, Arialdo gira nelle campagne verso Varese. Non si sbaglia pensando che lo abbia fatto anche a Legnano, dove i Cotta avevano un fortilizio. Sapendo che Arialdo riusci' a infiammare tutta la campagna contro l'arcivescovo Guido da Velate, dobbiamo credere che anche i Legnanesi fossero con lui. Dopo un'aspra lotta a base di sommosse e di scomuniche Arialdo in viaggio verso Roma e' sorpreso a Piacenza dai nemici. Sfugge, si ripara a Pavia, quindi Erlembaldo gli trova rifugio nel suo castello a Legnano. Ma vi e' chi lo tradisce. Lo portano sul lago Maggiore (Isola Bella?) e lo uccidono. Abbiamo con questo la certezza dell'esistenza a Legnano di un castello, che il Giulini chiama S.Giorgio, ossia il castello attuale sull'Olona,  che fu cominciato a costruire molto tempo dopo. Durante gli scavi per la costruzione del palazzo della attuale Galleria INA vennero alla luce i robusti muraglioni di una fortificazione che si estendeva fino all'area dell'attuale Asilo infantile, di fianco alla chiesa allora dedicata a S.Salvatore. Qui dunque doveva essere situato il castello dei Cotta, che funziono' egregiamente prima del Castello Visconteo.   
 
 
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2.8 Il Duecento

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Il Duecento
 
Fra Bonvesin Dra Riva ke sta in borgo legnan. Con questo verso Legnano fa il suo ingresso nella storia della letteratura italiana. L'autore non e' legnanese. Era nato a Milano probabilmente dove ora c'e' la Ripa di Porta Ticinese e dove allora aveva la sua casa. Insegnava la grammatica cioe' il latino, la lingua fondamentale della cultura, in cui si scrivevano i libri e documenti di ogni genere, anche se cominciava a diffondersi l'uso del volgare per servire la massa crescente di persone, specialmente i cives negotiatiores, considerati illetterati perche' del latino avevano tale ignoranza o soltanto una vaga e iniziale conoscenza. Parlando del Dialetto abbiano ricordato la frammentazione del latino in tanti linguaggi locali, dovuta all'isolamento delle comunita' in minuscoli villaggi unicamente dediti all'agricoltura, solitamente opposti tra loro, scarsamente comunicanti e con una attivita' culturale assai ridotta. Nel giro di alcuni secoli la vita delle popolazioni, specialmente cittadine, e' profondamente mutata. La circolazione delle idee riprende vigorosamente.
Il latino continua ad essere lo strumento universale della cultura, ma e' accessibile soltanto ad una minoranza di letterati. La grande massa della popolazione generalmente analfabeta, e' pero' investita in qualche modo dalla intensificata attivita' culturale, che conduce a contatti e rapporti con persone di diverso linguaggio. Basti pensare ai predicatori che girano di paese in paese (come patarino Arialdo), ai giullari che frequentano le fiere e mercati, ai mercanti che varcano mari e monti, ai crociati che attraversano il continente dirigendosi ai porti di imbarco. Le stesse canzoni o popolari, o di gesta o anche piu' raffinate per il loro fascino musicale si espandono in varie regioni, trasmettono testi che vengono adattati ibridamente a lingue diverse, esercitando comunque una funzione stimolante. Vi sono ancora gli uomini politici, i funzionari,  che si scambiano messaggi fra paesi lontani. Chi scrive ha frequentato in varia misura la scuola di grammatica fondata sul latino. La lingua dotta, anche per chi usa il volgare, fornisce schemi periodali, strutture sintattiche, vocaboli astratti, che risolvono gran parte dei problemi espressivi. Il dialetto e' solitamente quello dei centri maggiori e piegandosi o adattandosi alle strutture del latino si muove verso schemi comuni con un processo di avvicinamento, se non proprio di unificazione totale. Diversa e' dunque la lingua volgare scritta in Sicilia o Toscana o Italia Settentrionale, dove pero' non si forma una vera coine', un codice identico per il Veneto, il Piemonte o la Lombardia, ma i tratti comuni fra che scrive in queste regioni sono piu' numerosi che con quelli di regioni piu' lontane.
Di tutti gli scrittori settentrionali Bonvesin e' il maggiore. Ha scritto molte opere in volgare (circa diecimila versi), ma anche in latino, come il "demagnalibus urbis mediolani". L'opera che ha composto, o cominciato a comporre a Legnano, pur essendo in volgare ha un titolo in latino "De quinquaginta curialitatibus ad mensam", dette anche "cortesie da desco". Rappresenta un segno di evoluzione dei costumi. La crescita culturale investe anche le norme di comportamento. Dai modi rozzi di chi affronta quotidianamente un grave sforzo fisico per strappare alla terra i mezzi per sopravvivere, alle varieta' delle occupazioni in una societa' piu' ricca e raffinata, si afferma un ideale di vita piu' gentile. Per questo il maestro di grammatica si preoccupa di insegnare il galateo alle nuove generazioni, ossia ai suoi scolari, che dovevano essere i figli dell'alta borghesia. Per esemplificare il contrasto tra i modi rozzi e i modi cortesi citiamo solo pochi versi:
    zascun cortes donzello
    ke s' vol mocar al desco, coi drap se faza bello.
    Ki mangia on ki ministra, no s'de' mocar col die
    le toe man sian nete, ni li die entre orege ni'l man sul co' di' mette.
Traducibile con: Ogni giovane cortese che deve soffiarsi il naso a tavola, si pulisca con il fazzoletto. Chi mangia o serve a tavola non deve pulirsi il naso colle dita.. Le tue mani siano pulite, ne devi mettere le dita ne le mani sulla testa.
 
Nel verso che abbiamo posto in apertura del capitolo, il dialetto si manifesta subito con la preposizione articolata dra, che rappresenta de la. L'articolo ha subito la rotacizzazione di l, ancora presente in varie parlate lombarde (ra me mama, ur me pa).
La caduta della vocale e ubbidisce anche a ragioni metriche del verso alessandrino. Pero' si ritiene che la vocale o finale di borgo sia stata aggiunta dal copista e che debba essere soppressa per evitare l'ipermetria del verso. Dunque Ke sta in borg Legnan, un monosillabo conforme al dialetto milanese, mentre a Legnano il vocabolo era certamente bisillabo. come lo e' oggi (burgu).
A Legnano, il Bonvesin dovrebbe essere venuto in qualita' di frate Umiliato (un ordine che non esigeva il celibato e Bonvesin si sposo' due volte), circa il 1270. A lui si deve con ogni probabilita'  l'istituzione dell'ospedale di san Erasmo, che svolse nel corso dei secoli un lavoro prezioso per il borgo e i villaggi vicini, ma anche come ricettacolo degli infanti esposti. Era molto devoto alla Madonna ed il suo epitaffio dice che egli fu il primo a fare suonare le campane dell'Ave Maria a Milano et in comitatu. Con lui dunque le campane della chiesa di San Salvatore cominciarono i loro rintocchi in onore di Maria tre volte al giorno o, come dice il Manzoni, quando sorge e quando cade il die - e quando il sole a mezzo corso il parte.
Legnano dunque non e' una terra (villaggio), e' un borgo, appellativo riservato ai paesi dotati di un mercato e di una fortificazione. Oltre al castello ove si era rifugiato Arialdo, esisteva un mercato. Tale privilegio in un tempo che non possiamo determinare, cadde in disuso. Infatti il 20 giugno 1499 Nobili, contadini et hommes habitatores burgi de Legnano rivolsero una supplica al Duca di Milano, ricordando che a Legnano per antiqua tempora se solea fare uno certo mercato che per le grandi guerre e dissipazioni, e' venuto in disuetudine, e poiche' il borgo e' molto restaurato, i suddetti abitanti chiedono che il mercato sia ripreso. Pochi mesi dopo il Duca veniva sconfitto dai Francesi e non poteva occuparsi del nostro mercato. Piu' tardi, nel 1627 i Legnanesi si rivolsero al governo spagnolo e per ristorarsi in qualche parte dei danni patiti e che tuttavia patiscono in occasione dei lungi e frequenti alloggiamenti de' soldati, chiedono l'istituzione di un pubblico mercato in ciascuno giorno di giovedi'. Alla richiesta si oppongono quelli di Saronno, Gallarate e Busto Arsizio per timore concorrenziale e solo nel 1795 viene concesso di riprendere l'antica consuetudine che aveva dato a Legnano il diritto di essere un borgo.
Nel corso del secolo XIII il castello dei Cotta assume una importanza notevole durante le lotte intestine di Milano. Nei due precedenti secoli il governo vescovile della citta' si e' ben consolidato coll'appoggio delle tre classi sociali: i capitanei, i valvassori e i cives, ossia la nobilta' e l'alta borghesia. Il Vescovo e' assistito da consoli in funzione di consiglieri eletti dalle varie classi: uno stato di cose che fu definito come una repubblica sotto la Signoria dell'Arcivescovo. Nella lunga lotta per riaffermare i diritti dell'Impero il Barbarossa, pur sconfitto a Legnano, e' riuscito con la pace di Costanza a minare la supremazia vescovile, riconoscendo la legittimita' della magistratura consolare. Tutta la citta' ha ora il diritto di eleggere i propri consoli. Le classi popolari avanzano, rendendo pero' instabile il governo, che deve ricorrere alla nomina di un podesta'. Se i negozianti e gli ex feudatari si uniscono in una associazione detta "MOTTA", il popolo si inquadra nella "credenza di san Ambrogio", la nobilta' feudale si stringe all'Arcivescovo, e si serve pure di squadracce come scudo o offesa verso il popolo. Sono le premesse di una guerra civile, che molte volte nel corso della storia va a sfociare nella dittatura.
 
L'arcivescovo che piu' animosamente combatte' per restaurare il governo aristocratico, fu Leone da Perego, eletto nel 1241. I suoi rapporti con Legnano sono ben registrati nella "Memoria n. 20" della Societa' Arte e Storia (Marina Cattaneo, Legnano nel Medioevo, Legnano 1975,). Nel 1254 Leone inizia una serie di movimenti tra Milano e le varie localita', tra cui Legnano, dove il 10 settembre emette una sentenza. Probabilmente - pensa giustamente la Cattaneo - intendeva rientrare a Milano, ma la torbida situazione nel capoluogo lo induce a ritirarsi nel castello di Angera. La funzione di Legnano e' chiara. Per l'arcivescovo e' il primo rifugio fortificato, da cui puo' sorvegliare da presso la situazione politica milanese. Crescendo il pericolo e' pronto il rifugio piu' sicuro, ma piu' lontano nella rocca di Angera.
A Legnano, l'arcivescovo torno' nel 1257, per il riaccendersi delle lotte cittadine, quando la fazione popolare sceglieva come suo capo Martino della Torre. Questi, nel mese di agosto, con un gruppo di armati, passando ovviamente da Legnano, raggiunse Fagnano per assediare i nobili milanesi riuniti in quel castello. Leone invece raccoglie intanto nel Seprio un piccolo esercito che respinge Martino a Solbiate, Olgiate Olona, Legnano, Canegrate. La tregua di Parabiago (29 agosto) attenua la tensione fra aristocratici e popolari. Leone e' a Legnano, ammalato, e li' muore il 14 ottobre. E' sepolto viliter in ecclesia San Salvatoris.
Il fortilizio legnanese continuo' ad esercitare le sue funzioni nel proseguimento della lotta tra le fazioni milanesi. Il partito aristocratico elesse a suo capo Paolo da Soresina, ma quando lo sospettarono di tradimento, lo imprigionarono a Legnano, che evidentemente era nelle mani della fazione nobiliare (1259).
Due anni dopo Martino della Torre invade i beni vescovili e quindi dobbiamo credere anche Legnano. Infatti sono i Torriani ad acquistare, mediante permute, il convento di San Giorgio con ampi terreni (oggi occupati dal castello Visconteo) dai canonici agostiniani che, abbandonato il convento, si ritirano a Milano.
Nel 1262 viene eletto un nuovo arcivescovo nella persona di Ottone Visconti. Ormai la lotta politica si fa sempre piu' personale.
Non si combatte piu' per un ideale politico, come ai tempi della Lega Lombarda, ne' religioso come ai tempi della Pataria. Sono i Torriani contro i Visconti, e questi usciranno vittoriosi dalla lotta per il primato. I primi sono sconfitti a Desio nel 1276 e l'anno dopo banditi da Milano. Occupano Castelseprio nel 1285. Ottone allora corre a Legnano e nel giro di una settimana vi raduna l'esercito e lo conduce verso Castelseprio, deviando pero' verso Varese, intavolando trattative per un accordo. I Torriani infatti abbandonano Castelseprio nelle mani di Guido Castiglione. In autunno Ottone porta nuovamente a Legnano l'esercito e muove su Castelseprio. Saccheggia il borgo, ma la rocca non cede. Nel febbraio successivo Ottone riceve a Legnano Guido da Castiglione per inutili trattative. Ma il 28 marzo 1287 Ottone con l'astuzia occupa la fortezza di Castelseprio e la rade al suolo.
Dall'insieme di questi eventi si constata facilmente come Legnano pur appartenendo al contado del Seprio sia stata sottratta ad esso dai Milanesi, che ne fecero la loro porta di ingresso del loro territorio. Lo dimostrano le vicende stesse della battaglia di Legnano, ma gia' il documento del 789, in cui appare per la prima volta il nome della nostra citta', rivela come da tempo l'arcivescovo milanese avesse qui i suoi possedimenti. Il castello dei Cotta appare come un rifugio per i milanesi in pericolo. L'episodio di Arialdo e' di breve durata, ma con Leone da Perego e Ottone Visconti, Legnano e' un centro di operazioni politiche e militari.
Nel frattempo Legnano e' divenuto un comune rustico, di cui conosciamo alcune strutture grazie a due documenti parzialmente sopravvissuti e abbastanza recentemente scoperti. Il primo e' del 1258 e contiene la parte finale di un testo con cui si approvano gli statuti comunali per un anno o piu' secondo il volere del Consiglio. Vi appaiono i nomi di quattro consoli, vicari dell'arcivescovo, e di nove consiglieri, due dei quali appartengono  alla piu' illustre famiglia legnanese, gli Oldrendi, che poi, trasferiti a Milano, si chiameranno "da Legnano" o "Legnani".
Il secondo documento e' del 1268, contiene l'elenco completo dei diciannove componenti del consiglio comunale del borgo e riguarda l'esazione di una imposta comunale detta con la parola longobarda "fodro", succeduta alla "annoa militare" dei Romani. Consisteva dapprima nel diritto dell'Imperatore o dei funzionari imperiali a ricevere gratuitamente il foraggio dei cavalli, poi fu tramutata in un tributo monetario, finche' i comuni se ne appropriarono facendone una propria imposta, sempre a carattere militare.
Puo' darsi che a Legnano fosse collegate coll'esistenza di una fortificazione. Non dovette durare molto dopo il 1268, perche' nel corso del secolo il fodro cesso' di esistere.
 
 
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2.9 Dal Medioevo al rinascimento

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Dal Medioevo al rinascimento
 
Il presente discorso, piu' che costituire un approdo alla storia rinascimentale o cautelarsi dietro la neutra indicazione di Trecento o Quattrocento, preferisce centrare I'attenzione sul periodo che meglio va sotto I'etichetta di Basso Medioevo. Lo scopo non e' quello presuntuoso di scorporare un contributo di storia locale, ma di trarre da un inestricabile groviglio di istituzioni politiche fornite di capacita' giurisdizionale ormai incrinate nel loro monolitismo, quegli scampoli di notizie che possono non tanto appagare il mito delle memorie patrie, quanto verificare il manifestarsi cosciente e creativo delle categorie umane, come si andavano concretando dal basso, di fronte al potere esercitato dall'alto.
In una periferia dunque che mirava a svestirsi del suo abito medioevale, per guadagnarsi posizioni centrali. Gli interessi nascosti erano numerosi e vari i canali, in cui inserirli per la concretizzazione, dalla lingua, come elemento chiave per esprimere il consenso o il dissenso, alla verifica degli stereotipi morali che la Comunita' cercava di manifestare nel pantheon dei suoi vizi; allo studio di tutti quei meccanismi che sarebbe troppo lungo enumerare, ma che testimoniano il conformismo prodotto dal potere, da ricercarsi nei tentativi sommessi di liberazione degli emarginati, nella loro cultura di periferia, in grado di turbare I'andare lento, ma processuale del potere urbano. Da qui il perenne contrasto tra citta' e campagna, tra un pullulare di reazioni che mobilitarono anche la Chiesa, quella cittadina come quella rurale, nello sforzo di riorganizzazione del potere, con I'ausilio del culto dei santi, delle processioni, della creazione di santuari, delle rogazioni, delle litanie, delle indulgenze prima, delle Visite pastorali poi, ma anche con il trapasso dell'autorita' dominante, a volte dovuta alla pressante contingenza, dalla citta' alla campagna.
Fu cosi' che I'arcivescovo milanese Leone da Perego, coinvolto nella lotta civile scoppiata tra i nobili e la popolazione guidata da Martino Torriani, per  evitare il peggio, si rifugio' con i canonici a Legnano, dove fece erigere un palazzo, in cui pose la sua dimora abituale e dove mori' nel 1257, dopo aver proferito sentenze e aver amministrato sia gli affari suoi che quelli della diocesi. Anche il vescovo di Como. nel 1292, per non essere travolto dai disordini scoppiati nella sua citta', trovo' rifugio nel palazzo arcivescovile di Legnano, finche' Matteo Visconti ando' a prelevarlo, scortando il porporato fino alla sua citta', che lo ricevette con gli onori dovuti.
II fatto dunque che I'epoca considerata sia quella, in cui il potere ha posto radici, mette in moto, intorno al nucleo preso in esame, una serie variopinta di valori, che il ricercatore e' tentato di rispolverare. Ad esempio, le sedi naturali dei vescovi sopra accennati; il fatto che lo stesso arcivescovo Ottone Visconti, morto l'8 agosto 1295, abbia arricchito Legnano di preziosi palazzi: preciosis etiam burgum Legniani palaciis (Monumenta Germaniae Historica. VIII, Hannoverae MDCCCLXVIII 108); la constatazione che il vescovo Francesco di Parma, dal palazzo arcivescovile di Legnano abbia concesso, il 3 aprile 1297, quaranta giorni di indulgenza a chi avesse contribuito con elemosine al completamento della chiesa di S. Pietro, in Saronno, iniziata dai Frati Minori, pongono I'accento non solo su problemi di carattere religioso locale, ma addirittura di natura architettonica, che sarebbe curioso indagare.
E' pur vero che la ricerca locale chiama in causa questioni erudite minori, le cosiddette "microstorie" Violante, La storia locale, Bologna 1982. p. 122) condite spesso col grigiore della prosa quotidiana e riconducibili. ad esempio. sia alla precisazione di una data. sia all'identificazoone di un personaggio, ma non esclude necessariamente la cucitura del particolare a un tessuto dalla trama piu' ricca. La specificita' di ambito geografico non elimina la riconduzione ad interessi piu' vasti.
Pertanto Legnano, nel 1305, si trovo' in non lievi difficolta', a causa di Cressone Crivelli che, cacciato da Milano, perche' coinvolto in una congiura, con un migliaio di fanti, si impadroni' di Nerviano, cercando di occupare Rho e Legnano, anche se il tentativo non fu coronato da successo. Le preoccupazioni per I'attuale nostra citta' non erano pero' finite, perche' quando Matteo Visconti, nel 1313, fu proclamato Signore di Milano, dovette vedersela coi Torriani appoggiati dagli Angioini del re Roberto. La vicenda e' descritta vivacemente da Giovanni da Cermenate nella sua Historia. Il comandante delle truppe angioine si era proprio accampato a Legnano, ma dopo aver sostato a lungo, di fronte alla mancata insurrezione della popolazione, preferi' spostare le sue truppe al di la' del Ticinello, convinto probabilmente dell'opportunita' dell'operazione, da Sigibaldo Lampugnani, preoccupato di difendere le sue proprieta', ma anche piu' incline ai Visconti che non ai Torriani. L'allontanamento momentaneo del pericolo non attenuo' l'importanza strategica del borgo, che funziono' spesso da quartiere generale e la situazione si ripete nel 1339. A Legnano infatti era convenuto Lodrisio Visconti animato dal disegno di spodestare Azzone e il fratello Luchino, per impadronirsi di Milano. Da uomo astuto quale egli era ed esperto nelle armi, considerans quos pecunia costas suorum invnserat (Galvano Fiamma. Opusculum de rebus gestis, XL, 10, Bologna MCMXXXVIII), sfruttando la possibilita' di esigere dalla popolazione tributi dovutigli per precedenti diritti goduti e soddisfare cosi l'avidita' dei suoi soldati e dei trecento "stipendiari" provenienti da Verona, si scontro' con I'esercito milanese, in prossimita' di Parabiago. Dopo un inizio favorevole, la sorte del combattimento volse pero' contro di lui, che fu fatto prigioniero. Alla sua sconfitta, i mercenari chiamati "barbute" da Pietro Azario (Liber gestorum in Lombardia, XII, 20, Bologna MCMXXVI), che erano per lo piu' Inglesi raggruppati nella Societas Anglorum al servizio del conte Lando, furono assoldati in un primo momento da Galeazzo Visconti, ma finirono per scostarsi da lui e, memori probabilmente del bottino fatto precedentemente, nonostante i divieti loro imposti, il 4 gennaio 1343, attaccarono Legnano, Nerviano, Castano, Vittuone, Sedriano e altre cascine in prossimita' di Milano. Anche se non oltraggiarono le donne, come si preoccupa di informare il cronista, forse per la sosta limitata, le depredarono dei loro ornamenti di valore, mentre trassero numerosi prigionieri tra i nobili sorpresi nottetempo intenti a banchettare e a giocare a scacchi: ob festivitates vacantes ludentes ad tabulas et schachos noctis tempore.
Non si misura certamente l'importanza del tema delle truppe mercenarie da questo episodio particolare, ne' la soluzione del problema e' riconducibile ai fili della storia generale, alla quale puo' offrire un contributo parziale pero' I'analisi del negoziato intercorso fra le citta' toscane e il Conte di Virtu', per difendersi dalle compagnie di ventura (Seregni G., Un disegno federale di Bernabo' Visconti, in Archivio Storico Lombardo 1911, pp. 181-182). L'accordo fu siglato a Legnano, il 31 agosto 1385, fra' Gian Galeazzo, Firenze, Bologna, con facolta' di accesso al patto anche per Lucca. Lo scopo era quello di tutelarsi contro gli avventurieri, dopo I'esperienza degli attacchi da loro ripetutamente portati alla pace delle genti.
Si realizzo' cosi' il piano concepito da Bernabo' Visconti, solo dopo la sua tragica morte avvenuta, a quanto pare, per avvelenamento. Gian Galeazzo riprese le idee dello zio, la smodata ambizione del quale non ando' esente da avvedutezza di mente e grandezza d'animo, anche se la realta' delle cose non ne avrebbe rispettato i desiderata.
Pare eccessivo parlare di un sentimento di italianita' per un'operazione del genere, ma non costituisce uno spreco di fatica sottolineare I'importanza annessa alla nostra localita' scelta per la stipulazione dell'accordo sopra accennato. Non e' assolutamente il caso di far leva su richiami di motivo turistico per un borgo o una corte che, in base agli Statuti delle strade ed acque del Contado di Milano emanati, nel 1346. aveva un sistema viario di braccia MCCCCXXVIIII (1 braccio =mt. 0.59) e la cui canonica vantava un reddito di L. 13, soldi 8 e denari 8, nel 1398, mentre i cappellani erano cosi iscritti a ruolo:
 
capella S. Marie de Legnano     L. 1 s. 13 d. 17
capella S. Ambrosii de Legnano  L. 1 s. 13 d.  7
cagella S. Martino de Legnano   L. 1 s. 13 d.  7
 
(Notitia cleri Mediolanensis de anno 1391 circa ipsius immunitatem, in Archivio Storico Lombardo 1900, p. 258). Semmai la scelta fu dovuta alla posizione strategica assunta dalla nostra localita' piazzata sulla strada consolare del Verbano, il cui percorso andava dalla vecchia piazza d'armi di Milano ad I Iapidem (gia' corrispondente alla zona della fiera campionaria) fino a Sesto Calende. ad XXXVI lapidem, con Legnano al XV lapidem (Palestra, Strade romane nella Lombardia Ambrosiana, Milano 1984).
E poiche' si e' parlato dei Visconti, conviene dire che da un loro ramo, ed esattamente da quello di Pogliano, discese quel Roberto Visconti che fu designato come successore dell'arcivescovo Giovanni, Signore di Milano e ingiustamente considerato come una figura scialba, perche' sottomessa al volere di Matteo, Bernabo' e Galeazzo, i fratelli che collegialmente controllarono la Signoria milanese alla morte dello zio.
Le recenti ricerche effettuate da A. Palestra (Roberto Visconti, Milano 1971, p. 5 e sgg.) avvalorano invece una diversa figura del prelato, il quale. come piu' grande proprietario della Lombardia, rappresento' una forza non solo morale di straordinaria importanza, fin oltre la meta del sec. XIV, anche in Legnano. Dal carteggio scambiato coi suoi amministratori risulta che I'arcivescovo era il dominus loci, cio' esercitava un vero e proprio dominio temporale su una zona geografica, i cui punti piu' importanti erano Angera, Bellano. Brebbia, Bormio, Cannobbio, Castano. Galliate, Legnano cum cassinis Ravellis, Reschaldine et Reschaldi (Lettera n. 164. 17 marzo 1360), Sesto Calende, Teglio. Varenna, la Valsassina, la Valsolda e il Vergante, cioe' la costa occidentale del Lago Maggiore. Per I'amministrazione Roberto Visconti si serviva di un rector o, con maggior proprieta', di un potestas per Legnano e Castano, come si legge in una lettera del 9 febbraio 1355. L'importanza dell'ufficio dipendeva naturalmente dal borgo amministrato e c'e' da pensare che la mano del rector si posasse con pesantezza quando si trattava di distribuire e applicare la giustizia usque ad condempnationem. fino alla condanna dei reprobi (Lettera 11 aprile). L'epistolario rimasto c'illumina su tutta la vasta organizzazione delle proprieta' arcivescovili, sulle istituzioni locali, sugli ordinamenti della popolazione, sulle attribuzioni e competenze dei funzionari, sia per quanto atteneva gli affari civili, sia per la tutela dei frutti, dei redditi e dei proventi, la cui riscossione l'investito podesta', quale era Pietro Visconti, nel 1355, doveva assicurare al suo Signore.
Tali lettere, sotto un certo profilo, riflettono sinteticamente il contenuto di veri e propri statuti, in cui consules de homines burgi nostri Legnani costituivano l'intera Comunita' con la propria organizzazione.
Da questi pochi esempi, necessariamente ridotti per I'economia del lavoro, si puo' dedurre che Roberto Visconti fosse tempestivamente informato delle eventuali contravvenzioni alle sue disposizioni e che egli opportunamente intervenisse per fermare abusi, risolvere controversie e ripristinare la sua autorita' in un microcosmo provinciale, dove pulsava non solo il lavoro dei campi, ma incominciava a trasparire una certa attivita' commerciale; dove la popolazione rurale guardava con fiducia alle proprieta' arcivescovili amministrate con una certa larghezza di vedute, secondo un rapporto tra Comunita' locale e autorita' religiosa diverso da quello che si sarebbe potuto instaurare con un sovrano assoluto, magari illuminato. in un momento in cui la vita politica si stava liberando dalle istituzioni medioevali, per avviarsi verso la forma delle Signorie rinascimentali.
 
Non sembra il caso di parlare, nel sec. XV. di Signoria per Legnano, che ha sempre rifiutato qualsiasi infeudazione, ma piuttosto di un prevalente controllo esercitato dai nuclei piu' rappresentativi. destinati piu' tardi a costituire i cosiddetti "Comunetti", ossia i Visconti, i Vismara, le Monache di S. Chiara, i Lampugnani. Diamo per scontata come falsa la attribuzione voluta dal Corio, per ragioni encomiastiche (Storia di Milano, vol. I. Milano 1975) della discendenza viscontea da Alione, Signore di Angera, a cui il pontefice Gelasio I avrebbe concesso, nel 493, l'amministrazione di questo contado assieme a Treviglio, corte di Rho e Legnano. Non possiamo pero' disconoscere che Oldrado Lampugnani pote coprire, in Legnano, un ruolo determinante. nel 1400, grazie alla bonta' dei rapporti mantenuti in particolare con Filippo Maria Visconti, come dimostrano le vicende connesse al rafforzamento del castello di S. Giorgio, i servizi politici e militari resi al Signore di Milano, che fruttarono rendite cospicue tali da assicurare al nobile legnanese il controllo di vaste proprieta' fondiarie, nell'intricato groviglio di interessi che si agitarono intorno alla casata dei Visconti prima, e degli Sforza poi. Fu intorno al 1448 che Legnano risenti' dell'atmosfera agitata dall'offensiva scatenata da Francesco Sforza, per impadronirsi del Ducato milanese. Espugnata Abbiategrasso, le truppe ausiliarie guidate da Matteo Campana, al servizio di Francesco Sforza, si spostarono verso Legnano e ivi piazzarono I'accampamento: hospitiisque per proxima aedificia copiis singillatim dispertitis (In libros Iohannis Simonetae de rebus gestis Francisci 1, Sfortiae Mediolanensium ducis, a. 1448 in Rerum Italiaarum Scriptores. vol. XXl. Bologna 1959. col. 500). Con I'aiuto di Oldrado Lampugnani. lo Sforza pote' accingersi all'espugnazione della vicina Busto Arsizio, i cui abitanti spaventati gli inviarono messi, implorandone la clemenza. Dichiarato ribelle dai "Milanesi", il Lampugnani dovette quindi rinchiudersi nel suo castello di Legnano, ma una volta conclusa la tregua tra Milano e lo Sforza, pote' riguadagnare le posizioni.
 
E poiche' si e' accennato a Busto Arsizio, converra' dire che i rapporti con quella citta' non erano allora propriamente idilliaci, come si legge in una petizione del 19 maggio 1455 (Archivio di Stato di Milano, e d'ora in poi A.S.M. Archivio Sforzesco, cart. 665). In seguito alle disposizioni emanate da Filippo Maria Visconti e alla subordinazione giuridica da Busto Arsizio, gli homeni di Legnano, col Consiglio, non volevano assolutamente discutere le proprie ragioni nella localita' loro ordinata.
Per i postulanti era troppo molesto e dannoso andare a litigare a Busto, dove non avevano la possibilita' di trovare dottori o procuratori che curassero i loro interessi. Per di piu' correvano il pericolo di "essere malmenati da quelli Borgesani, che stando a casa sua superchiano gli altri". Da qui la richiesta dei protestatari di allargare la giurisdizione di Gallarate, cui si sarebbe potuto accedere facilmente che non al luogo ordinato, per gli inconvenienti lamentati.
Se il documento sopra riportato puo' essere testimonianza di un'animosita' pia che facile a riscontrarsi nei rapporti di vicinato, e destinato a perpetuarsi, come potrebbe essere avvalorato dai focosi successivi incontri tra le rappresentative calcistiche delle due citta', e' anche indice di una vivace conflittualita' che solo in parte la coltura di uva vernacciola o moscatella poteva giustificare. Accanto a questa e' presumibile supporre anche I'esistenza di una produzione cerealicola favorita sia dal facile assorbimento dei mercati vicini, sia da un'attivita' molitoria non indifferente, cui si aggiungeva un sia pur limitato smercio commerciale. Sono elementi che potrebbero trascinare facilmente all'entusiasmo e far pensare a Legnano come a un piccolo Eden, se non sapessimo che diverse zone dell'allora pieve di Olgiate Olona, di cui Faceva parte il nostro borgo, erano infestate da malviventi, i quali trovavano facili nascondigli nella cosiddetta "Selva lunga" compresa tra Gallarate e Legnano e attraversata dalla strada romana che portava al Lago Maggiore. I motivi di turbativa erano notevoli e tali da indurre. nel 1471, il duca Galeazzo  Maria Sforza a nominare Capitano del Seprio Antoniazzo di Casate "con potere di spada e piena autorita" perche' procedesse con la massima energia contro quanti infestavano il territorio (A.S.M., Comuni. cart 21).
Questi brevi cenni di carattere socio-economico non possono pero' far dimenticare la presenza di altre famiglie che contarono a Legnano, come i Vismara, in grado di interessare largamente I'ambiente religioso, che allo scorcio del 1400, vantava oltre alle chiese, oggetto di indagine da parte dell'arch. Marco Turri, I'ospizio di S. Erasmo; il convento di S. Caterina, fondato nel 1398, situato in prossimita' dell'attuale lstituto Tecnico Dell'Acqua e soppresso nel 1569; il convento di S. Maria del Priorato retto dai ' frati Agostiniani e chiuso nel 1569, nelle vicinanze  dell'attuale cinema Galleria; il convento femminile Agostiniano della Trasfigurazione, in via Lega, abolito nel 1569; il convento dei Frati Minori osservanti. detto di S. Angelo, eretto nel 1468. chiuso nel 1785, sede oggi delle Scuole Mazzini e quello delle monache di S. Chiara, in zona largo Seprio. Quest'ultimo convento fatto erigere intorno al 1492 da Gian Rodolfo Vismara, accanto al palazzo conosciuto come casa Vismara, ebbe prima il patrocinio della famiglia omonima e poi dei Lampugnani, di cui accolse le fanciulle divenute monache per vocazione (Sutermeister, Il convento di S. Chiara e la casa Vismara, in Memorie della Societa' Arch e Storia. n. 2. Legnano 1934). A un primo chiostro per le converse, nel 1700, se ne aggiunse un altro per le novizie e il complesso fu arricchito da una chiesetta ancora segnata con una crocetta nella mappa del 1799. Il convento si serviva. per i propri scopi, dell'acqua derivata da una roggia dei frati francescani. che passava attraverso le proprieta' dei Taverna e costitui' fonte di tante controversie tra gli usufruttuari.
 
Ampia descrizione del convento e' possibile trovare sempre nell'opuscolo sopra accennato del Sutermeister, anche se le notizie sono desunte da un'opera di P. M. Sevesi (Le Clarisse di Milano, Milano 1930).
Da essa risulta che il Vismara forni' chiesa e convento di S. Chiara di tutto I'arredamento necessario e si preoccupo' di assicurare alle monache I'ospitalita' nei monasteri milanesi. in caso di incursione nel Seprio.
Le suore vissero per circa tre secoli nel rispetto assoluto delle regole di S. Chiara e quindi in condizioni iniziali di poverta' tale da essere costrette a questuare e da richiedere l'intervento di S. Carlo, che visito' il loro monastero nel 1570 e detto' norme per il miglioramento delle loro condizioni di vita, in seguito perfezionate con nuove costituzioni emanate dal Generale dell'Ordine e sostenute dalla generosita' degli abitanti, in modo da concedere alle monache di effettuare acquisti e permute di terreni, fino a concedere prestiti, all'inizio del 1700.
Non sembra, secondo il Sutermeister, che la popolazione monacale fosse numerosa. Nel 1600 le monache erano una ventina; al momento della soppressione del monastero erano venticinque, ragione per la quale il numero di sessanta indicato nel corso della visita pastorale effettuata a Legnano da parte del cardinale Pozzobonelli, nel 1700, teneva conto probabilmente di monache velate, converse ed educande nel loro complesso.
Il convento fu soppresso da Giuseppe II, nel 1782.
l Governo confisco' tutti i beni immobili e mobili, questi ultimi depositati presso il Banco di S. Ambrogio. Le monache in parte ritornarono alla loro dimora originaria, in parte affluirono ai monasteri di  Busto Arsizio, di Cairate, e di Lonate Pozzolo.
 
 
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2.10 Il Cinquecento

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Il Cinquecento
 
Alle soglie dell'eta moderna la dinastia degli Sforza si avvio' alla decadenza. Il 10 aprile 1500 Ludovico Maria Sforza, detto il Moro, fu deposto e, in sua vece, il cardinale d'Amboise entro' in Milano come governatore, in nome di Luigi XII, re di Francia. In questo contesto storico cosi' burrascoso, che vide alternarsi alle redini dello Stato di Milano, di volta in volta, gli Sforza e i Francesi, si inserisce il ricordo di una testimonianza a carattere religioso, di importanza particolare per la storia di Legnano: la costruzione della chiesa di S. Magno, iniziata, nel 1504, sulle vestigia di una antica chiesa, come testimoniato dalla nomina della precedente cappellania dedicata a S. Giovanni Battista e agli Apostoli Giacomo e Filippo, resasi vacante e della quale era stato investito Gabriele Fusano col giuspatronato di casa Vismara, nel 1473. (Archivio Storico Civico di Milano e d'ora in poi A.S.C.M. Fondo Belgioso, cart. 195, pergamena 23 agosto 1473).
Questo inizio di secolo favorevole e propiziatorio, sul piano religioso, per il borgo di Legnano, fu pero' ben presto sconvolto dal diffondersi di una spessa coltre di nuvole che ne rabbuio' l'orizzonte. Mentre Luigi XII ondeggiava nell'esame di alcune soluzioni possibili nella guerra di predominio in Italia, secondo il Guicciardini (Storia d'Italia, Milano 1975, X, 8), gli Svizzeri, stimolati dal pontefice Giulio II e, spinti dal cardinale Schiner, cominciarono a scendere in Lombardia, non appena ebbero riordinato l'esercito e senza attendere la stagione propizia. Cosi', mentre a Milano si diffondeva una grande paura, essi raggiunsero, l'ultimo giorno del novembre 1511 Varese e da li', senza incontrare difficolta', toccarono Gallarate, la saccheggiarono e la bruciarono, secondo una lettera indirizzata dal Bibbiena al cardinale Medici (Moncallero, Epistolario di Bernardo Dovizi de Bibbiena, vol. I, Firenze 1953, pp. 416 -422), mentre Gastone di Foix, con Gian Giacomo e Teodoro Trivulzio, accampatosi a Legnano, non attese gli Svizzeri, ma preferi' sgomberare la nostra localita' e ripiegare su Milano, abbandonandola alla discrezione degli avversari. E' comprensibile quale trattamento sia stato riservato al borgo dalle soldatesche, anche se e' prudente non ricamare eccessivamente le informazioni fornite in proposito dal Guicciardini antipapalista o dal Prato (Storia diMilano in continuazione del Corio dall'anno 1499 al 1519 in Archivio Storico Italiano, vol. III, Firenze 1842), i quali descrissero la parte truce degli avvenimenti che interessarono la Lombardia, dal 1490 al 1530, ma non furono certamente a completa conoscenza di tutta la documentazione allora seppellita negli archivi d'oltralpe e in grado di far luce sull'effettiva responsabilita' dello Schiner, come si dedusse piu' tardi, nella scia degli studi effettuati, nel 1898, da Achille Ratti sulle lettere papali e da A. Buchi, nel 1925, sul cardinale in questione. Meglio attendere la menzione allora di Alberto Lampugnani, tesoriere della Fabbrica di S. Magno e uomo degno di reputazione, sull'incendio scoppiato nel borgo (Bettinelli, Legnano nella storia, Milano 1900, p. 17).
Le preoccupazioni per la popolazione di Legnano non erano dunque terminate, perche' essa dovette prima sopportare nuovi oneri finanziari imposti da Massimiliano Sforza pressato dall'avidita' degli Svizzeri e poi il condizionamento determinato dal ritorno dei Francesi di Francesco I. Mentre le redini del nuovo governo erano rette da luogotenenti vari vale la pena di accennare a due fatti, il primo dei quali interesse l'opinione pubblica, il secondo incise profondamente sul tessuto della Popolazione. Nel 1517 la superstizione tra il popolo era cosi' grande che, essendo in quell'anno caduta una grossa tempesta, si ritenne di attribuirne la causa all'azione delle maliarde.
Piu' drammatica fu invece l'influenza prodotta dalla peste del 1529, che si riprodusse con violenza nel 1540. Per la verita' non e' possibile stabilire con esattezza quante vittime tra la popolazione abbia mietuto la falce della peste, il cui contagio aveva gia intaccato la gente, a piu' riprese, negli anni precedenti.
Se i vuoti prodotti furono notevoli, certamente si puo' supporre che le perdite subite dai centri agricoli fossero, in proporzione, inferiori a quelle della citta', nonostante gli elementi contrastanti in nostro possesso. Servono, per la conoscenza, i dati offerti dagli archivi che rappresentano le fonti piu' ricche e le fondamenta piu' solide della realta' storica. Senza di loro un popolo non avrebbe volto e identita', anche se e' pur sempre opportuno accostardi ad essi con un occhio smaliziato, per un rigoroso controllo della docuementazione .
Pertanto, per avere un'idea il piu' vicino al vero circa la composizione e la consistenza della popolazione legnanese, nella prima meta' del 1500 bisogna risalire al censimento iniziato nel Ducato milanese da Francesco II e integrato da Carlo V, dopo che l'imperatore spagnolo prese le redini dello Stato milanese, alla morte dello Sforza. L'accertamento e' importante perche' dovrebbe ragguagliarci sul numero delle famiglie allora esistenti, sulle classi sociali, sulle principali colture in atto, sulla distribuzione della proprieta', anche se i risultati globali offerti risultano incompleti. Dall'esame dei fondi Censo p.a. e Gride dell'Archivio di Stato di Milano risulta che, al 15 settembre 1530, i gentilomini piu' rappresentativi residenti a Legnano, i quali non pagavano carichi a Milano erano i Lampugnani abitanti per lo piu' a Legnarello, tra i quali primeggiavano Gaspare Antonio dito el gineto; Barbara; Geronimo, rettore de la giesa magior in Legnano; Francesco, capelano in la suprascritta giesa, il magistro da schola con dui donzenanti forestieri et uno da Milano et altro da Gorla minor.
Di rilievo era pure la posizione dei Vismara, dei Visconti, dei Crivelli, dei Maino, dei Caimi, del notaio Francesco Rotta. Tra i gentilomini, che pagavano i carichi a Milano e abitavano a Legnano, prevaleva ancora il magnifico m.Jo. Bernardo da Lampugnano, con la consorte e il fattore; gli eredi di Geronimo Aliprandi, gli eredi Solari, Iacopo Corio, Francesco Maria Casati. Ne' puo' essere dimenticato il riferimento a Ferrando da Lampugnano che abita in el castello di santo Giorgio (A.S.M., Censo p.a., cart. 13 a). Per quanto concerne gli accennati comparti d'estimo, si puo' dire che fossero importanti per il raggiungimento delle prove di nobilta' originaria, da produre al momento della comparitio richiesta qualche secolo piu' tardi, all'epoca dell'imperatrice Maria Teresa, anche se la valutazione dei nobiles non puo' far dimenticare quella altrettanto importante dei cives abitanti nel territorio sottomesso alla citta'.
E' ai primi comunque che sono legate le vicende del castello, nel periodo preso in esame.
CENSIMENTO DELLA POPOLAZIONE A META' SECOLO.
Per una verifica dello status della popolazione giova il censimento ordinato dall'autorita' ed attuato verso il principio del 1549. La situazione di Legnano era allora controllata in buona parte dalle famiglie gia prese in esame, accanto alle quali E' da ricordare pero', per la funzione importante esercitata e di solito non citata tra le fonti piu'l conosciute, quella di Francesco Girami, per una conoscenza approfondita della quale rimandiamo al lavoro di E. Gianazza (Momenti di un incontro: Banco Lariano 1983 - Como 1983).
I Girami di cui sopra, discendenti da antica e nobile famiglia, avevano acquistato, nel 1538, dall' imperatore spagnolo, tra varie giurisdizioni, oltre ai feudi di Brebbia e della Fraccia Superiore anche diversi censi del sale, tra cui quello di Legnano: Communitas et homines Burgi Legnani ducatus Mediolani pro stariis centum quadraginta quinque census salis (A.S.M., Feudi Camerali p.a. , cart. 25l). La comunita' di Legnano pagava dunque a Francesco Girami, Signore di Barbaiana e di numerose altre terre, il censo del sale, che era obbligata ad acquistare, secondo lo strumento rogato da Giuliano Pessina il 14 ottobre 1538, anche se in seguito i figli eredi del Girami dichiararono che egli agiva come procuratore del conte Vitaliano Visconti Borromeo.
Dall'osservazione del materiale trattato ai fini del censimento e dal confronto con i dati relativi alla popolazione di alcune pievi, si ricava tuttavia la sensazione che il quadro offerto sia frammentario e lacunoso, tanto piu' che per alcune localita' si registra una vera e propria decimazione della popolazione, giustificata parzialmente dal dilagare della peste, ma non nella misura eclatante riportata.
Omettendo  dunque i tentativi per arrivare a un calcolo esatto della popolazione, in base ai dati offerti, si dovrebbe ammettere che gli abitanti di Legnano ammontassero, nel 1545, a 576 bocche con 184 focolari, con una media del 3,13%, secondo la verifica della cartella 13 b (A.S.M., Censo p.a.), in contrasto non solo con quanto affermato dal Larsimon Pergameni (Censimenti milanesi di Carlo V, in Archivio Storico Lombardo 1949, pp. 168-209), che parla di 608 bocche e 189 famiglie, ma pure coi dati registrati circa cinquant'anni dopo.
Se altri elementi interessanti sono forniti dallo sgualcito quinternetto conservato in archivio, questi riguardano i principali prodotti coltivati a Legnano:
miglio, frumento, melgone, fagioli, panico e uva; ma anche la figliolanza delle famiglie, che non era cosi' numerosa come si potrebbe pensare, secondo una diceria corrente. Infatti sui "focolari" presi in considerazione, solo quello di Ambrogio Bilizono vantava dieci figli; nove ne allevava Giovanni Tadino, mentre altri tre gruppi crescevano otto rampolli. Ottantotto famiglie e quindi la maggioranza, avevano due figli ciascuna ed una non ne allevava nessuno. Inoltre poiche' le indicazioni offerte dai commissari proposti al censimento riguardavano solo le "bocche" e le biade, mancavano indicazioni relative all'azione svolta dai singoli. Naturalmente, trattandosi di un comune rurale, l'attivita' dominante consisteva nella lavorazione dei campi, i cui appezzamenti variavano secondo le condizioni del coltivatore e del cui perticato possiamo farci un'idea approssimativa, poiche' mancano le indicazioni relative ai nobili, in base agli indici catastali del 1558 (A.S.C.M., Localita' foresi, cart. 35). Da questi si deduce che l'estensione dei terreni lavorati di Legnano con Legnarello, fatta salva l'eccezione indicata, ammontava a pt. 24020 circa, alle quali bisogna aggiungere circa pt. 2482 possedute dagli Enti religiosi, con le monache di S. Chiara in testa, proprietarie di pt. 574.
In tale ambito, se i dati a nostra disposizione sono incerti, pur tenendo presente la precarieta' di vita della popolazione rurale, la piu' facile ad essere coartata dalla nobilta' vanitosa dei suoi privilegi, non si far meno di sottolineare col Sella (L'economia barda sotto la dominazione spagnola, Bologna 1982, p. 181 e sgg.) che la campagna lombarda, Legnano compresa, conservo' una discreta carica di attivita', grazie al mantenimento di pratiche colturali, in fase di evoluzione e alla relativa subordinazione alle corporazioni cittadine. Le colture cerealicole, la vite e il gelso offrirono la maggior possibilita' di impiego ai contadini, i quali, con il tradizionale attaccamento alla terra, non esitarono ad affrontare lavori massacranti per intensificare la produzione.
Il risultato fu un'economia sommersa, che consenti' di rimediare agli ostacoli delle requisizioni e delle imposizioni fiscali, anche se non e' facile dipingere un quadro chiaro della situazione allora esistente in Legnano, perche' sono disponibili solo scampoli di informazioni inadeguate per avere una visione ampia della realta'. Inoltre paradossalmente fu proprio il fisco ad incentivare l'impegno dei contadini. Dal momento che esso si basava sulla stima del perticato colpito, indipendentemente dalla destinazione a coltura o dal rendimento della stessa, l'agricoltore fu indotto a trarre il maggior reddito possibile. Infatti una delle preoccupazioni maggiori delle autorita' spagnole, austriache e francesi dominanti nel nostro paese fu sempre quella di accertare, per ragioni fiscali l'esistenza dei focolari nelle singole localita'.
L'enumerazione dei capi famiglia fu infatti un elemento fondamentale degli estimi per la distribuzione del carico d'imposta, che aveva come base il ceppo famigliare, alla cui unita' coltivatrice imponeva il pagamento del tributo, generalmente riparrito in ragione di una certa somma di denaro.
Da qui la necessita' di avere indicazioni sulla strutturazione della popolazione di Legnano distribuitain nove Comuni: Otto dei censiti in luogo, ed uno chiamato comunetto, per quelli che non avevano nome distinto, conforme al maggior censimento; comune dominante era il maggiormente censito, comune Vismara, comune delle Monache, comune di Camillo Prata, comune Visconti, comune Morosinetto e consorti e ilComunetto. Tali indicazioni fornite dal Bettinelli (Op. cit., p. 38 e sgg.) e derivate dal Pirovano, ci consentono inoltre di sapere che ognuno degli enti sopraccennati era rappresentato dai proprietari piu' in vista, i quali concorrevano alla nomina di un Sindaco che era coadiuvato da due deputati e da un cursore nella reggenza di ogni Comune.
Per avere pero', elementi piu' sicuri sulla reale consistenza della popolazione legnanese bisogna risalire all'epoca di S. Carlo Borromeo e successivamente al censimento del 1594.
 
Nella seconda meta' del 1500, S. Carlo fu pIU' di una volta a Legnano. Stando al racconto del prevosto Pozzi, sembra che nel corso di uno di questi rapidi soggiorni, mentre si attendeva alla riedificazione della chiesa di S. Ambrogio, sotto una volta sia stato trovato, depostO nel tronco di un albero, il cadavere dell'arcivescovo Leone da Perego, che, profugo da Milano sconvolta dalle lotte di predominio sorte tra i nobili, si rifugio' a Legnano, dove mori', secondo Tristano Calco, nel 1257; secondo Galvano Fiamma nel 1263 e dove fu sepolto. Sempre secondo il racconto del cronista, all'indomani del ritrovamento, il corpo di Leone da Perego spari'. Si diffuse quindi una voce popolare, secondo la quale S. Carlo Borromeo, riconosciuto il cadavere, l'avrebbe fatto sparire, per dargli piu' adeguata sepoltura, ma anche per evitare gli eccessi di un certo culto tributato alla sua tomba.
Si verifico' praticamente una situazione analoga a quella, in cui fu protagonista S. Nico o Nicone, a Besozzo, nel 1567.
Carlo Borromeo, nel corso di una visita pastorale li' effettuata, saputo dove si conservavano le spoglie del santo eremita, fece fare uno scavo, per riportare alla luce i resti e dare loro una sepoltura piu' adeguata sotto l'altare maggiore deIIa chiesa, da cui furono traslati, nel 1685, in un'altra restaurata ed entro in un'urna piu' ricca.
La tradizione sviluppata attorno al corpo di Leone da Perego ha favorito la formulazione di illazioni da parte degli studiosi piu' o meno accreditati, tramandata fino all'epoca moderna. Pertanto, per fare cessare le varie dicerie ricorrenti intorno alla salma di Leone da Perego, nel 1933, il cardinale Schuster commise il compito di effettuare indagini approfondite a una commissione costituita dai mons. Galli, Saba e Castiglioni. Il risultato emerso dai loro studi garanti che Leone da Perego, alla sua morte era stato sepolto, senza grandi onori, nella chiesa di S. Ambrogio. Da qui la salma ritrovata prima del 1566, e quindi anteriormente all'intervento del cardinale Borromeo, fu trasportata nella nuova basilica di S. Magno. Il trasferimento del corpo non si poteva congiungere al ripristino totale dell'edificio sacro a S.Ambrogio, avvenuto dopo il 1592. Si doveva quindi dedurre che l'ipotetica sottrazione attribuita a S.Carlo era solo un parto della fantasia di alcuni scrittori e che la salma era da ritenersi riposta in un luogo sconosciuto della chiesa di S. Magno.
 
A seguito della Visita pastorale effettuata a Parabiago l'8 ottobre 1583, (Archivio Spirituale Diocesi di Milano, ed ora in pi A.S.D.M.. Visite Pastorali, Sez. X, Vol. V), grazie alle facolta' concesse dal Concilio di Trento, della cui legislazione fu scrupoloso esecutorel, in virtu' anche dell'autorizzazione conferitagli dal papa Gregorio XIII, con Brevi del 28 giugno, 11 luglio e 4 novembre 1573, S. Carlo Borromeo, il 7 agosto 1584, decise per la soppressione della Prepositurale di Parabiago e per il suo trasferimento a Legnano. Le ragione del mutamento furono varie. Benche' a Parabiago esistessero cinque canonici dotati di prebenda: don Antonio Mozzoni, don Ottavio Ermano, don Giovanni Battista Pusterla, don Cipriano Tarillo, don Briosco, nessuno di loro risiedeva nel paese assistito dal solo prevosto. D'altra parte la Prepositurale non aveva case sufficienti ad ospitare un adeguato numero di canonici ne' esse si potevano costruire per l'esiguita' dei redditi disponibili, insufficienti ad assicurare una dignitosa sopravvivenza.
A distanza di tre miglia da Parabiago vi e' pero' Legnano, giudicato un borgo satis insigne, con numerosa popolazione, per di piu' dotato della chiesa di S. Magno considerata magnifice speciosa per l'ampiezza della costruzione e la ricchezza degli ornamenti, nonche' fornita di buoni redditi. A cio'si aggiunga la presenza, in Legnano, di numerose cappellanie sia titolari che mercenarie, i cui rispettivi patroni non chiedevano di meglio che la trasformazione in canonicati prebendati. Pertanto il cardinale Borromeo divise, separo'e smembro'i redditi provenienti ai cinque canonici, soppresse tre canonicati e in particolare quelli cui spettava il diritto di raccogliere le decime, costituendo per loro un beneficio coadiutorale.
La chiesa dei SS. Gervaso e Protaso di Parabiago fu costituita in nuova parrocchia assistita oltre che dal parroco anche da un coadiutore, con annessa prebenda scholasticaria e l'onere di istruire almeno cento chierici e adolescenti poveri. Il coadiutore fu alloggiato nella vecchia casa vicino alla chiesa, mentre il curato si trasferi' in quella canonicale, la cui costruzione era iniziata da poco. Percio' la difficolta' di trovare nuove case per l'abitazione dei canonici, unita alla preoccupazione di non avere preti residenti sul posto e che lavorassero per il bene delle anime, indusse l'arcivescovo di Milano a trasportare la Prepositurale da Parabiago a Legnano, in analogia a quanto fatto con Brebbia, con Castelseprio, localita' dalle quali la pieve fu trasferita rispettivamente a Besozzo e a Carnago, cosi' come Busto Arsizio, staccata da Olgiate Olona, divenne capo pieve il 4 aprile 1583. Effettuato il trasferimento a Legnano, fu inserito il chiericato di S. Martino, cioe' una specie di borsa di studio esistente nel territorio e vacante per la morte del rev. Matteo Mascaroni, con relative pertinenze e redditi ammontanti a L. 300. I due canonicati gla esistenti presso la chiesa S. Magno furono trasformati in coadiutorali, di cui uno presso la stessa, con un beneficio di L. 330 annue, l'altro presso S. Maria, nella contrada di Legnarello, in modo da soddisfare le esigenze spirituali degli abitanti spesso impossibilitati ad accedere alle sacre funzioni di Legnano, a causa delle inondazioni del fiume Olona. Il canonicato gia' del rev. Ermano fu trasformato in teologale, con l'assegnazione dei beni della chiesa di S. Lorenzo dipendente dalla Cura di Parabiago, piu' oneri ed onori, derivanti da testamento di Agostino Lampugnani .
Un quarto canonicato, gia' del sac. Tarillo, fu congiunto alla cappellania di S. Giovanni Battista esistente nella Prepositurale di Legnano, con un beneficio di L. 300 annue e l'onere di celebrare cinque messe alla settimana, in onore della famiglia Vismara, sotto il cui patronato fu messo.
di quello che si trovava nella chiesa di S. Ambrogio, a Milano, con annesso beneficio e obbligo di celebrare una Messa feriale settimanale.
Naturalmente la traslazione suscito' un profondo senso di orgoglio nella popolazione di Legnano, ma di grande risentimento in quella di Parabiago, che si senti' colpita, per non dire spogliata di dignita' colla depauperazione del prevosto. Da qui la protesta elevata e sostenuta anche dopo la morte di S. Carlo Borromeo, perche' la localita' fosse reintegrata nelle antiche prerogative, ripristinate solo dopo tre secoli, per opera del cardinale Carlo G. Gaysruck, con decreto del 12 luglio 1845 (Archivio parrocchiale di Parabiago, Beneficio coadiutorale, cart . 1 e A.S.D.M., Visite pastorali, Sez. X, vol. XVIII).
Per quanto riguarda poi la trasmissione delle prerogative di capo pieve da Parabiago a Legnano, si deve tenere presente che cio' non comporti, una acquisizione analoga da parte della nostra citta' sul piano civile. Legnano infatti continuo' a far parte come circoscrizione amministrativa della pieve di Olgiate Olona, esistente ab antiquissimo, anche se appare fuori misura farne risalire l'origine a epoca anteriore al sec. VII, come accenna il Bondioli (Storia di Busto Arsiaio, vol. I, Varese MCMXXXVII, pp. 31-33). Meglio risalire col Giulini (Memorie della citta' e campagna di Milano, Milano 1857, vol. VII, p. 307) al sec. XII, per la pieve di Olgiate Olona, originariamente costituita dalla Comunita' in oggetto piu' quelle di Cislago, Gorla Maggiore, Gorla Minore, Castenate,' Fagnano, Cairate, Marnate, Legnano, Legnarello, per non parlare dell'aggregazione successiva di Cascina Masina, Castellanza, Nizzolina, Prospiano, Rescalda, Rescaldina con Ravello, Sacconago con la Cascina Borghetto, Solbiate Olona, ancora inserita, al 10 giugno 1757, secondo il prospetto del compartimento territoriale di Milano.
L''appartenenza di Legnano alla pieve di Olgiate si spiega con la netta separazione tra affari temporali (in temporalibus) e affari spirituali (in spiritualibus) voluta dall'autorita' civile e con la presenza della Cancelleria, probabilmente fin dall'epoca dei Visconti, ad Olgiate Olona.
Qui infatti risiedeva il cancelliere Annibale Mazza trasferito, con una retribuzione annua di L. 2000, alla nuova Cancelleria istituita a Legnano, con Editto governativo de11'8 marzo 1785, dall'imperatore Giuseppe II, il quale si reco' in visita alla nostra citta' nel 1784 e volle gratificarla con un'onoranza particolare, anche se nei bilanci del 1794  Legnano era indicata come ancora appartenente alla pieve di Olgiate Olona, distretto XXX (A.S.M., Censo p.a., cart. 1 329) .
 
Alla fine del 1500 un censimento di carattere religioso della popolazione di Legnano fu steso dal prevosto G.B. Specio, per conto dell'autorita' arcivescovile. Redatto, nel 1594, su 85 pagine e conservato originariamente nell'archivio della Curia milanese (A.S.D.M., Pieve di Legnano, Sez. X, vol. VI), esso indicava a fianco di ogni nominativo se era stato battezzato, cresimato, comunicato. Il documento illustrato dal Sutermeister (Memorie ecc., Legnano 1959, n. 17) e dallo Strobino (Il primo censimento demografico di Legnano, 1 marzo 1594, in Legnano, 1956) risulta importante non solo dal punto di vista religioso, ma anche statistico, per l'abbondanza dei dati forniti, ai fini della classazione della popolazione, sotto il profilo fiscale, specie quando si trattava di nobili che, avendo proprieta' dislocate a Legnano, per esse dovevano pagare le imposte al "referendario" locale, salvo casi di esenzione fiscale. Le contrade costituenti il borgo, sia pure senza corrispondenza a divisioni amministrative erano:
 
Gaminella                        7 case
Galvagni                        11 case
Mugia'                          45 case
Contrada Vismara                 9 case
Osteria Grande                   8 case
Ambrosini                       11 case
Pozzo Vagetto                   25 case
Sopra la Piazza                 52 case
Legnarello                      41 case
Casato                           4 case
Cascina del del Mino             6 case
Canascia                         2 case
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Totale                         221 case
 
Mancano dal computo le contrade Ponzella, Mazzafame, S. Bernardino. Le case distinte nelle categorie da nobili, pisonanti, massari, molinari, erano per lo piu' abitate da famiglie che avevano questi cognomi ricorrenti con frequenza: Bollini, Borsani, Caimi, Cavalieri, Crespi, Galli, Lampugnani, Lattuada, Maestri, Mantegazza, Masanzana, Oldrini, Piantanida, Salmoiraghi, Vismara.
Secondo i calcoli effettuati dall'ing. Strobino (Op. cit.), la popolazione era costituita da 2368 persone, ma tenendo conto della mancata indicazione degli abitanti dislocati nei tre quartieri non inclusi nel censimento, nonche' del clero,si puo' supporre che si aggirasse intorno a 2500 anime, che diventeranno 2948 nel 1620 e si manterranno su questa cifra per parecchi anni. Le famiglie assommavano invece a 470.
Il maggior addensamento si registrava nelle case piu' umili dei pigionanti e dei massari, il minore in quelle dei nobili, che vivevano in condizioni migliori e disponevano di spaziosi locali ricchi di fregi artistici, di ampi camini e decorosi affreschi.
Ogni famiglia era costituita in media da cinque elementi, tra i quali potevano rientrare pero', anche gli estranei come i domestici, in netto contrasto con la teoria dei nuclei famigliari numerosi del passato e in probabile diminuzione a causa delle perdite provocate dalla peste del 1576, in un borgo dal prevalente carattere agricolo, statico nella sua conformazione sociale avviato all'esplosione demografica solo parallelermente allo sviluppo industriale in atto all'inizio del sec. XX, allorche', con censimento del 1901, s accertera' una popolazione di 18.285 abitanti.
L'eta' media calcolata dall'ing. Strobino era di anni ; 5, 27 nel 1594, salita a 32,50 nel 1951, col miglioramento delle condizioni igieniche.
 
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2.11 La dominazione spagnola

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La dominazione spagnola
 
Nel corso del sec. XVII la vita di Legnano inserita nel Ducato di Milano fu caratterizzata dall'influsso della dominazione spagnola, della quale, per molto tempo, e' stato offerto un quadro dalle tinte oscure. Non occorre pero', esagerare e far coincidere il vero aspetto del predominio spagnolo con una desolante decadenza, come hanno fatto molti economisti del 1700. Non si vogliono giustificare leggi assurde ed autoritarie fatte per non essere osservate, ma non si puo' disconoscere il tentativo di arrivare alla costituzione di uno stato moderno compreso tra il sec. XVI e il XVII e che Milano si trovi, sulla via di questo progetto, teso alla eliminazione di privilegi corporativistici, tali da strozzare lo Stato e costringerlo a una condizione di costante debolezza (Visconti, Storia diMilano, Milano 1967, p. 453). E questo valga non per esaltare la Spagna, ma per dare al quadro la giusta prospettiva.
Quanto alle strutture dello Stato di Milano, esse erano stabilite dalle Novae Constitutiones fissate da Carlo V, nel 1541, e rimaste in vigore fino al 1786.
Grazie ad esse l'organizzazione centrale dello Stato lombardo risiedeva in Milano, trasformata in un centro amministrativo e consumistico, mentre la campagna, se non era un paradiso, costituiva, con le sue terre, un comodo rifugio per i nobili al riparo dalle preoccupazlonl cittadine oltre che un'ottimo investimento, di fronte ai quali giocava un ruolo non indifferente la folla anonima dei contadini, dei mezzadri, dei fittavoli, degli artigiani, in grado di far rifluire) i capitali della stagnante economia della citta' a delle zone rurali, innervata dalla loro volonta'e vivacizzata dalla loro sagacia.
La popolazione del borgo di Legnano appariva dunque, all'inizio del 1600, articolata, nel suo assetto costituzionale, nei Comuni dei nobili e dei salariati da loro dipendenti, abitanti in cascine sparse per il territorio, perche' l'abitato era legato allo sviluppo della proprieta fondiaria, ai metodi di conduzione e ai modi di sfruttamento del terreno, che richiedevano una costante presenza dell'uomo. Tale distribuzione si protrasse praticamente fino alle riforme teresiane e fu spesso causa di notevoli contrasti sul piano dei reciproci diritti. Ne abbiamo una testinionianza valida attraverso una tendenza di definizione di privilegi, che fu emanata dal Senato milanese il 13 novembre 1603:
Pro nobilibus Burgi Legnani super regulis orterum cum Communitate praescriptis per Sertatum Excellentissimum (A.S.M., Certso p.a., cart. 1329).
In seguito a controversie sorte tra i nobili e la Comunita' di Legnano o piuttosto alcuni vecchi sindaci che si attribuivano l'immunita' dagli oneri fatti ricadere sui poveri e ignari coloni dei nobili, sentite le reciproche preghiere avanzate dalle parti, perche' gli oneri fossero regolamentati, il Senato addivenne a un Serzatus Cortsultum. In base a questo stabili' che si creassero nuovi sindaci, ma che non si potessero scegliere tra quanti erano debitori della Comunita', ne' i loro figli o fratelli conviventi, per evitare scandali. Per eliminare future discordie, si diede incarico al senatore Rovida di stabilire delle regole per la divisione degli oneri. Gli amministratori della Comunita' dovevano inoltre rendere conto ogni anno dell'operato, perche' i poveri, gli orfani e le vedove non risultassero oppressi dai potenti. I nobili, senza pregigdizio dei coloni e dei massari, avevano il diritto stabilire regole, ma non potevano, in caso di alloggiamento dei militari, gravare su beni dei cittadini oltre l'ottava parte del lavoro dei loro possessi.
Percio' l'eventuale distribuzione eccedente la detta parte e incidente sui massari, costituiva un aggravio illecito, che comportava l'obbligo alla compensazione e alla restituzione di quanto versato oltre la misura.
Questo disposto del Senato trovava un precedente in una serie di provvedimenti gia' presi per Saronno, Varese e Monza. Pertanto il delegato del Senato milanese, vista la distribuzione degli oneri fatta nel borgo di Legnano, udite le parti e i loro procuratori, sentiti i nobili Taverna, Lampugnani, Vismara, Crivelli, Bossi, Fumagalli, de Rubeis, il prevosto Specio e Greco Donato, ordino', di fare la distribuzione sia degli oneri ordinari che di quelli straordinari e delle altre spese tra nobili e Comunita'.
Pertanto il perito Francesco Landriano designato allo scopo, redasse due comparti, in uno dei quali erano indicati i nobili, nell'altro i capita e le bocche degli abitanti della Comunita', con i loro beni rurali.
I massari dei nobili, a loro piacere, potevano essere descritti per capo, bocche e beni sul rotulo dei nobili, se disposti a pagare con la porzione di oneri.
Le spese straordinarie sopportate, ogni anno, nell'ambito della Comunita' per pagare il "causidico", il Cancelliere, i sindaci, l'addetto all'orologio, la riattivazione delle strade, erano di L. 800. Rimanevano all'universita' dei rurali due redditi della Comunita', di cui uno di L. 205,9 per il prelievo del sale, l'altro di L. 99,11 per il dazio della macina .
In sostanza, come risultato dell'operazione, gli esperti compilarono quattro fascicoli, nel primo dei quali erano indicati i nomi di tutti gli abitanti del Comune, compreso Legnarello e pertinenze, col numero delle bocche e soldi d'estimo per ciascuno; nel seobndo, il perticato rurale del Comune; nel terzo i nobili separati dai rurali, con la quantita' del loro perticato rurale e relativa stima; nel quarto, i censi pagati ogni anno dalla Comunita', con i nobili abitanti a Milano che, per i loro beni rurali, non concorrevano al pagamento dei carichi predetti.
Accanto ai nobili si trovavano pure i particolari, ai quali si pagava il dazio dell'imbottato che, nel contado di Milano era anteriore al 1300; e l'onoranza di un bue, cioe' una tassa dell'epoca feudale pagata in genere per i beni allodiali e consistente in una prestazione in natura. A carico della Comunita' risultata un onere complessivo di staia 280, di cui 263 ai rurali 14 ai nobili 2 alla osteria e prestino di S. Antonio a Legnarello e il resto alla cascina della "Poncella".
Poiche' era stato dichiarato che le spese straordinarie erano di L. 800 e che ai rurali rimanevano due redditi rispettivamente di L. 99 e di L. 205,9 per complessive L. 305, le restanti L. 495 furono ripartite tra le due parti, in proporzione alla rata di sale che ciascuno era tenuto a pagare, secondo una gabella esistente in Lombardia gia' nel 1300, fissata in ragione del numero delle bocche, della condizione e della facolta' di ogni famiglia, esentata dal pagamento solo quando la sostanza posseduta non oltrepassava L. 1 di estimo.
   Percio' dovevano pagare:
 
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Nobili                              L.  24.19.10
                                    L. 465. 2.11
Osteria di Legnarello               L.   3.10. 9
Cascina della 'Poncella'                 1. 6. 6
                                    L. 495.-- .--
 
Il carico di L. 143,7 relativo all'onoranza del bue grasso, pagata a Pietro Giacomo Lampugnani, era cosi' stabilita:
 
Nobili di Legnano              L.   7.44. 6
Comune di Legnano              L. 134.14. 6
Osteria di Legnarello
Cascina 'Poncella'
                               L. 143. 7. --
 
  La tassa di L. 313 dovuta per l'imbottato era invece cosi divisa:
 
Nobili di Legnano               L..  15.16. 1
Comune dei Rurali               L.. 294. 2. 6
Osteria di Legnarello           L..   2. 4. 8
Cascina 'Poncella'              L.    . 16.9
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                                L.  313
 
In base a questa distribuzione, i nobili non poterono piu' accampare di essere gravati nel sostenere l'onere di alloggiamento dei soldati, ne' di spese straordinarie, se non per la rata ad essi addebitata, conformemente al primo deliberato senatoriale del 12 febbraio 1604, ribadito, in quarta sede, il 23 giugno 1605.
Sancita la partizione degli oneri e in vista di una possibile infeudazione, il Magistrato delle Entrate Regie Ducali e dei Beni Patrimoniali dello Stato di Milano, predispose un accertamento delle "terre" e della popolazione legnanese.
Questa riceveva nel frattempo una Visita pastorale da parte del cardinale Federico Borromeo che, nel 1617, celebro' la Messa nella chiesa collegiata e amministro' la Cresima a molte anime del borgo e della pieve di Legnano (A.S.D.M., Visite pastorali, Sez.
xb vol. XVIII). Dagli atti conservati nell'Archivio della diocesi milanese risulta che la Cura si estendeva a tremila anime, per le quali era insufficiente un solo sacerdote: da qui le disposizioni emanate, nel 1618, pe la aggiunta di due coadiutori: sed cum cura ipsa contineat animas numero tres mille quibus unicus Sacerdos minime satisfacere posset additi sunt duo coadiutores (vol. VII). Documento dunque interessante dal punto di vista religioso, valido per la verifica sulla Scuola del SS. Sacramento, che vantava 388 iscritti tra uomini e donne ed era retta da dieci deputati; sulla Scuola del Rosario con 723 aderenti, ma non meno determinante per l'accertamento della popolazione.
Naturalmente di proporzioni piu' ampia fu la documentazione prodotta e allegata alla proposta di comperare il feudo, il 16 novembre 1620 (A.S.M., Feudi Camerali p.a., cart. 220). Obbedendo a inte-ssi fiscali, allo scopo di assicurare nuove entrate alle casse dello Stato, l'autorita' spagnola decise di vendere i luoghi e le terre non ancora infeudati, eccettuate le citta'. Percio' fu emesso il bando per la libera vendita delle terre di Legnano e Legnarello con relative pertinenze, accessibili anche ai forestieri e donne compresi, con facolta' di disporre in successione ordinaria de maschi, al prezzo base di L. 32.000 per rispetto del feudo et giurisdizioni oltre al prezzo di ducati castigliani 4000 per chi volesse appoggiarvi sopra il titolo di marchese. Furono avanzate due offerte interessanti al Magistrato Camerale: una da parte di G.B. Piantanida l'altra da parte di C. Visconti, il cui nome ricorre, con frequenza in questi spregiudicati blitz per l'acquisto di terre abitate. Il primo, della parrocchia di S. Eufemia di Milano propose di acquistare il feudo di Legnano e Legnarello al prezzo di L. 33.000, con l'aggiunta di ducati 4000 per il titolo suddetto. Pur di riuscire nell'intento, il Piantanida allego', all'offerta una curiosa documentazione sull'ascendenza nobiliare dei suoi antenati sui vincoli di parentela coi Lattuada, cogli Arconati; sui beni posseduti a Milano, Cuggiono, Figino, Lonato e relativi redditi; sul tenore di vita che contemplava il possesso di tredici cavalli, numerose armi da caccia, paggi, camerieri, livree, gioielli per il valore di 1500 scudi.
Cesare Visconti si dichiaro' invece disposto ad acquistare il feudo di Legnano e ogni altra cosa ad esso spettante, col titolo di marchese per se' e il figlio maschio da designare e discendenti maschi, al prezzo di L. 60.000 imperiali.
Di fronte a queste proposte, il Governatore del Ducato milanese predispose l'assunzione di una serie di informazioni sulla struttura effettiva di Legnano e Legnarello per havere l'intiera cognitione della qualita' d'esta terra. Dagli allegati risulta che Legnano, situata nella provincia del Seprio, godeva di un ottimo clima, aveva sotto di se' la contrada di Legnarello e cinque cascine; disponeva di una casa fabbricata a forma di castello con fossato e ponti posseduta dal dott. Ferrante Lampugnani. Il borgo aveva in sua proprieta' una casa della Comunita', in parte affittata a L. 120 annue e in parte adibita a riunioni dei pubblici amministratori. Nel giorno dei Morti, la gente delle zone circostanti accorreva alla omonima fiera per comperare bovi grassi, pelliccie, panno, tele. Tale fiera, secondo il Bombognini (Op. cit., p. 36) aveva un'origine lontana, risultando dalle carte dell'Archivio comunale di Busto Arsizio che la concessione da parte di Carlo V di una fiera simile, nel giorno di S. Luca, non ebbe effetto, perche' non sanzionata dal Senato, troppo vicina e pregiudizievole a quella di Legnano.
Sul fiume Olona che correva tra Legnano e Legnarello, insistevano sette mulini, uno dei quali del cardinale Borromeo, l'altro del cardinale Montalto. Poco distante dalla "terra" si ergeva l'ospedale di S.Erasmo con un'entrata di trecento scudi annui, destinato all'accoglienza dei vecchi e di altre persone non in grado di lavorare.
Funzione di assistenza esercitava pure la Scuola della Misericordia, la cui entrata di cento scudi era distribuita ai poveri. Le chiese di Legnano erano nove: accanto alla Collegiata retta da un prevosto con un'entrata di L. 1000 annue e assistito da cinque canonici, si distinguevano le chiese di S. Maria di Legnarello; di S. Maria del Priorato; di S. Ambrogio  e con l'annessa Scuola dei Disciplini' di S. Angelo con il monastero dei frati zoccolanti, che dava ospitalita' e diciotto persone; di S. Chiara con un monastero ospitante trentacinque monache .
Fuori del borgo si trovavano le chiese di S. Maria delle Grazie; di S. Caterina; di S. Maria della Purificazione con la Scuola del SS. Sacramento; di S. Erasmo con annesso ospedale; di S. Martino; di S. Giorgio; di S. Bernardino. Gli abitanti del borgo, Legnarello compresa, ammontavano a 2948, di cui 1959 da comunione. I focolari o famiglie erano 474, di cui gentiluomini, 233 da rurali, cioe' mercanti, artigiani 154 formati da cittadini, 12 da contadini; 75 da persone che lavoravano beni ecclesiastici.
Gli abitanti, fatta eccezione per i nobili, contavano, tra le loro fila, dieci mercanti di panno, tela e canapa; tre tintori, cinque proprietari di piccoli empori per la vendita di generi alimentari, sei calzolai, sette sarti, tre barbieri, sette zoccolai, quattro maniscalchi, due venditori di spezie, cinque pasticcieri, sei falegnami, un cappellaio, tre macellai, cinque maestri insegnavano a leggere, a scrivere e musica, un medico "fisico" e un chirurgo, i quali ultimi non  percepivano nessun salario da parte della Comunita'. Tre erano le osterie e due i bettolini. Il territorio aveva un'estensione di Dt. 22994 tv. 2:
 
pertiche     1 5343   tavole     23   civili
pertiche      3065    tavole      8   rurali
pertiche      4584    tavole     19   ecclesiastiche
 
pertiche     22994    tavole     2
 
distinte in vigne, campi, prati, boschi. I terreni producevano ogni sorta di frutti, tranne riso, tanto da essere eccedenti al fabbisogno della Comunita' e da poter essere venduti sui mercati di Milano e Como.
Il prodotto prevalente era pero', l'uva "vernazzola" e moscatella.
Il borgo non era mai stato infeudato, non aveva mai avuto Podesta', era soggetto per l' amministrazione della giustizia al Vicario del Seprio e ai giudici milanesi, disponeva comunque di due notai pubblici, che rogavano atti e di un usciere per le notifiche.
La R. Camera riscuoteva dalla Comunita' annualmente, come censo ordinario, L. 422.15.3. Non esistevano altre entrate feudali, poiche' i dazi sul grano e sulla carne erano riscossi da Ferrante Lampugnani e in parte dagli eredi Vismara, mentre per l'imbottato non si pagava nessun dazio, fatta eccezione per una convenzione pattuita tra privati e nari a L. 314 annue. La Comunita' prelevava staia 280 annue di sale (l staio = lt. 18,27).
Il quadro della situazione sembrava (dunque apparentemente sereno, se non fosse stato turbato da rumori di guerra e dalla peste. I primi furono sollevati dalle ostilita' scatenate dal duca di Savoia, Carlo Emanuele I, impegnato nella guerra per la successione del Monferrato e per la Valtellina. Per affrontare e risolvere positivamente la situazione, fu necessario assoldare uomini e inviarli in Sardegna. Tra questi si trovavano G. Battista e Aurelio Lampugnani nominati capitani, che assistettero, nell'isola, agli scavi per il reperimento dei corpi di alcuni martiri e poterono avere alcune reliquie che, una volta autenticate da Luigi Bossi, teologo della Metropolitana milanese, furono consegnate, nel 1628, al prevosto don Agostino Pozzi.
Questi diede incarico a due abili intagliatori G. B. Salmoiraghi e G. P. Rossetti di preparare dei reliquari per la conservazione e gia' pensava di celebrare il possesso con una solenne cerimonia, quando essa dovette essere differita, nel 1634, a causa della carestia e del passaggio delle milizie e della peste.
Una prima ondata di milizie di passaggio, assoldata per la guerra del Monferrato, si registro' nel 1628 e non pare abbia recato eccessive molestie.
Fu invece nel 1629 che il Comune dovette venire a patti con gli ufficiali comandanti circa 1500 soldati tedeschi perche' rimanessero ai bordi del paese, nel timore che diffondessero il contagio. Senonche' i militari, vistisi privati della posslbilita' di compiere saccheggi, si vendicarono, abbattendo numerosi vitigni.
Non era pero' finita, perche' il settembre dello stesso anno, truppe mercenarie polacche si ribellarono al loro comandante Serbelloni, si avvicinarono paurosamente a Legnano, che risparmiarono solo dietro versamento di una somma pari a duemila scudi. L'anno piu' interessante pero', a detta di Strobino, (Soldatesche Alemanne e Spagnole a Legnano al tempo dei Promessi Sposi, in Legnano, n. 2, 1956) fu il 1630.
Per l'alloggiamento e il mantenimento di un reggimento di fanteria alemanna comandata dal colonnello Aldringar, forte di circa 21.000 uomini e 2375 cavalli, rimasti sul posto ventitre giorni, a cui si aggiunsero altri passaggi prima della fine dell'anno, il Comune dovette sopportare oneri non indifferenti, che si ritorsero in enormi aggravi per la popolazione.
Fertile terra di pascolo doveva essere dunque Legnano, nella prima meta' del 1600. Quando mancavano i militari, ci si mettevano pure le donne: una tnrppa de donne n. 800 li quali donne li dassero brente 6 1/2 di vino, che, girando per le strade del borgo, il 21 agosto 1630, ai tradizionali simboli del femminismo preferivano l'ostentazione o meglio la pretesa di abbondanti libagioni. Di fronte a ottocento donne sciamannate, c'e' da pensare che la popolazione potesse anche sopportare ulteriori incursioni nel 1631 e 1632.
A complicare la situazione resa disastrosa dalle conseguenze militari prodotte dalle spese relative, si aggiunse lo scoppio della peste, che miete' numerose vittime e paralizzo' l'attivita' economica della zona. Mentre i morti si seppellivano in luoghi appartati, gli ammalati erano portati in altri isolati detti "lazzaretti".
Per la gente e non solo di Legnano fu una mazzata:
le robe bruciate, la disoccupazione forzata, la superstizione popolare aumentata unitamente alle pratiche devote, accresciuti gli scontri con le autorita' politiche sanitarie, su tutto gravava l'insospettabile orrore del lazzaretto. Ne e' motivo di merito, ma di umanita' ricordare che esso a Legnano, ancora nel 1730, risultava posto sotto una collina, sulla quale sorgeva la casa del nobile Francesco Maria Lampugnani (A.S.M., Acquisti e doni, cart. 44). Dei pregi e, in particolare dell'eco ivi esistente, a somiglianza di villa Simonetta a Milano, il proprietario amo', lasciarci gradevole ricordo condito in eleganti distici, che pareggiavano la sua collina allo ameno colle Parnaso.
 
   In collinis mei prope domum meam a nobili
in Legnanensi opido Iaudem Carmina Pindi felicitas.
 
Parnasum nunquam repugnas conscendere collem
      Omnia si nescis gaudia pindus habet
     Hic tibi laeniet Castalis unda sussurro
       Et curas currens laeniet unda tuas
     Si lubet in laetis istis spatiabere pratis
   Haec tibi praebebit fertilis haerba thorum,
 
    Hic pendent onerati fructibucs arbore rami
     Promptas in dextras advenientque tuas.
   Arboribus volucres istic dominantur in istis
     euotidieque simul hic Philomena canit,
Hic semper si vox clamat responditur Echo
     Si quis Calliopem silva reclamat opem.
 
  Est pulcrum aspicere ingegnosos tangere vates
     Invictam Citharam laeta et arva manu
   Pars vatum lunam, pars lucida sidera cantat
     Pars vatum laudes cantat Apollo tuas,
   Hic spirent venti dum sol se condit in undis
       Hic ore infausto mollior aura videt
  Nox et hijems longeque viae saevique labores
      His blandis loci, et dolor omnis abest
                Franciscus Maria Lampugnanus
 
La peste per altro non soppraggiunse in un periodo di prosperita', ma dopo una grave carestia dovuta alle guerre che si erano abbattute sul Ducato milanese e ne avevano notevolmente alterato il trend economico. All'occultamento dei generi di prima necessita' segui' il rialzo di prezzo degli aridi. Il frumento costava L. 126 la soma (1 soma   kg. 100), la segale L. 102, sicche', per la fabbricazione del pane, si dovette anche ricorrere a un impasto di crusca, miglio e saggina, il tutto legato a fiori di lino.
I documenti di questo periodo parlano di grave crisi dei ceti agricoli, ma anche dei nobili, anche se poi la vita riprese lentamente il suo andare faticoso, finche' l'apparente bonaccia fu turbata, sei anni dopo lo scoppio della peste, dal riaccendersi delle ostilita' belliche sullo scacchiere europeo.
I Francesi, avuto libero accesso in Italia da parte di Vittorio Amedeo di Savoia, ripresero la guerra contro la Spagna, costretta a una posizione guardinga dalle vittorie riportate in Germania da Gustavo Adolfo alleato della Francia e dal pericolo costituito dal re protestante di Svezia intenzionato a passare in Italia, per colpire Filippo IV. Stando cosi' le cose, l'esercito francese invase lo Stato di Milano e minaccio', con una serie di saccheggi, anche Legnano, la quale trovo' un valido aiuto materiale da parte di Giuseppe Lampugnani che, catturati molti prigionieri nei
boschi e inviatili al marchese Leganes, governatore di Milano, pote' liberare il nostro borgo. Correvano gli anni, in cui Legnano riceveva la Visita pastorale del cardinale Cesare Monti, entrato nella chiesa di S. Magno il 5 maggio 1638 (A.S.D.M., Visite pastorali, Sez. X, vol. XVI), ma erano anche quelli, in cui il Lampugnani sopra accennato si presentava agli occhi della popolazione come un novello Don Rodrigo, asserragliato nel suo maniero avvolto dalla difesa di un nugolo di bravi e circondato dal terrore dei suoi villici finche' fu bandito con una grida del 28 febbraio 1647, alla quale il nobile non diede ascolto, perche' continuo' ad abitare nel suo palazzo, fino a quando fu ucciso, per sbaglio, da uno sgherro. L'appoggio dato a Legnano dal Lampugnani non fu di natura tale da distogliere gli Spagnoli dall'antico progetto di infeudare le terre, a maggior ragione, quando per provvedere alle necessita' dell'esercito e racimolare denaro, si dovette ancora battere cassa. Furono dunque esposte le cedole, cioe' gli avvisi negli uffici piil importanti di Milano e delle province dello Stato, nonche' sulle porte della chiesa principale di Legnano: si invitava in sostanza qualunque persona a concorrere all'asta delle terre in vendita, che erano 34 nel Ducato di Milano, 4 nel Novarese, 3 nel Comasco, 2 nel Lodigiano, 1 nell'Alessandrino, 1 nel Tortonese, 28 nel Cremonese, 2 nel Pavese. I membri della Comunita' pero' non erano intenzionati ad arrendersi facilmente, specialmente i possidenti restii ad un'investitura a favore di un feudatario al quale avrebbero dovuto rendere un omaggio non solo di natura onorifica, ma fiscale, mentre i contadini non avevano nessuna forza economica capace di far sentire la loro voce. Si arrivo' dunque a una Convocatio straordinaria, l'8 agosto 1640 in domo eiusdem Commurzitatis, alla presenza di 158 persone, per decidere sulla questione (A.S.C.M., Fondo Belgioioso, cart. 218), ma altre preoccupazioni sembravano gravare sul borgo, quelle derivate da tremende tempestate che danneggiarono le terre di Legnano, Dairago, Borsano, Villa Cortese. Il danno accertato eccedeva di gran lunga la meta' dell'entrata e cavata che si doveva trarre dai frutti del territorio Gli abitanti della zona chiesero quindi la remissione della meta' del debito dovuto e spettante al Ducato (A.S.M., Censo p.a., cart. 1330). Ottenuto qualche sollievo dal danno apportato dalle tempeste, la Comunita' legnanese pote' applicare tutti gli sforzi, ad evitare l'infeudazione. Per sfuggire a questo vincolo, le terre del Ducato potevano diventare "demaniali", cioe' redimere la propria liberta', pagando allo Stato una cifra corrispondente ai due terzi di quella che un particolare o privato era disposto ad offrire, e usufruendo della possibilita' di prelazione prevista dai Librifeudorum a favore delle Comunita', che stavano per essere infeudate, purche' avessero esercitato il diritto stabilito, per mantenersi libere, entro un anno dalla vendita pattuita.
Governanti e popolo decisero dunque di partecipare per la vendita di Legnano e di riguadagnare la liberta'. Dopo lunga e minuziosa discussione, fu chiaro ai giudici milanesi che non si poteva negare la redenzione delle terre ai Legnanesi, i quali riuscirono a riscattare l'infeudazione al prezzo di L. 26.13.4 per ciascuno dei 258 focolari calcolati in essere. La cifra di L. 6680, di cui fu garante Baldassarre Lampugnani, fu versata il 17 settembre 1649 nelle mani dell'esattore Francesco Bandoni. Lo strumento definitivo fu rogato da Ludovico Lampugnani il 9 marzo 1652.
In base ad esso, si stabili che Legnano sarebbe rimasta sempre sottoposta all'immediato dominio della Maesta', il duca di Milano: semper et perpetuis temporibus sint et remaneant atque conserventur sub immediato Dominio atque Iurisdictioni (sic) Maiestatis Regiae Domini nostri Ducis Mediolani. . . (A.S.M. , Feudi Camerali p.a., cart. 290).
Il tema dell'infeudazione meriterebbe indubbiamente un'analisi piu' approfondita di quanto non consenta la presente ricerca, in modo da cogliere, nel microcosmo legnanese, il segreto significato del macrocosmo, come dice il Violante nella prefazione alla Storia locale da lui curata, in analogia all'indagine sviluppata dallo scienziato, che si sforza di trovare nella cellula la ragione d'essere di tutto l'organismo.
Se e' intenso il desiderio di poter far rientrare l'indagine in un ambito specifico, e' pur vero pero' che essa varia col variare delle epoche storiche, sicche' diversa diventa la collocazione del fenomeno storico entro un'area piu' o meno ampia. Necessariamente, se si prende come punto di riferimento una localita' nella successione cronologica, la discontinuita' e' inevitabile, cosi' come i rientri o le uscite temporanee.
Poiche' la ricerca deve interessare la gente locale, pur senza disconoscere la capacita' a cogliere contributi particolari,e' evidente che possa procedere a strappi, senza voler rinunciare a far conoscere a chi voglia liberarsi dallo sfumato dell'immaginazione, come il sec. XVII si chiuda per Legnano, come si e' aperto, cioe' con un'altra controversia vertente tra il prevosto del borgo e i Deputati dei Luoghi Pii. La questione si chiuse nel 1672, con un ulteriore intervento del Senato, che stabili' le norme per l'elezione dei Deputati, i quali dovevano godere di una condotta irreprensibilodere di una condotta irreprensibile; del Priore del Capitolo, da nominarsi per un anno, con suffragio segreto; dell'Assistente Regio, precluso da interventi negli affari del Capitolo.
Altre norme furono fissate per la questua, per la distribuzione delle elem e; del Priore del Capitolo, da nominarsi per un anno, con suffragio segreto; dell'Assistente Regio, precluso da interventi negli affari del Capitolo.
Altre norme furono fissate per la questua, per la distribuzione delle elemosine e delle doti (A.S.M., Acquisti e doni, cart. 44).
 
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2.12 Dominazione austriaca

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La dominazione Austriaca
 
Per buona parte del 1700 il nucleo fondamentale dell'amministrazione austriaca nel Ducato milanese fu la Comunità, a volte costituita da un solo Comune e di proporzioni cosi ridotte da essere unita ad altre di dimensioni più rispettabili. Qualora ciò non fosse stato possibile, si doveva conservare lo stato di separazione goduto, relativamente al pagamento delle imposte, con obbligo dei "possessori" del Comune di nominare un Sindaco.
Come attestano i documenti dei funzionari austriaci, le altre Comunità erano rette dagli Estimati o proprietari di terre non esenti, con esclusione dei "personalisti", cioè di coloro che vivevano in campagna senza essere proprietari e pagavano le imposte ad personam. Essi costituivano un "Convocato" che, a sua volta, eleggeva un Esecutivo formato da tre deputati. Questi nominavano il Sindaco e l'esattore.
Al di sopra dell'amministrazione comunale stava la pieve, che comprendeva al minimo una Comunità, al massimo una quarantina. Una o più pievi potevano costituire il distretto di un Cancelliere, il quale rappresentava il Governo di fronte alla Comunità ed era quindi autorità di rilievo nel sistema amministrativo austriaco, perché presiedeva i "Convocati", li poteva sciogliere in caso di irregolarità, verificava la validità delle elezioni, la regolarità nella stesura dei bilanci, provvedeva alla custodia dei documenti ufficiali, mappe catastali comprese, manteneva rapporti epistolari con le autorità superiori, denunciava abusi e trasgressioni.
Soppiantata la Spagna nel controllo della Lombardia, all'inizio del 1700, l'Austria iniziò un'egemonia destinata a durare fino al 1850, salvo la parentesi napoleonica. A conquista effettuata, l'Austria si rese conto della importanza strategica della nostra regione, che divenne il posto di guardia avanzata, dal quale sorvegliare tutta la politica italiana, colla collaborazione dei più raffinati palati della cultura illuministica locale, quasi a voler dare l'impressione di una certa autonomia. In realtà d'autoritarismo dominante è sempre il caso di parlare, se si tiene conto della pressione fiscale esercitata dall'Austria, dell'aumento dei prezzi, del perenne stato di guerra. Vita difficile dunque a Milano e logicamente anche in provincia, anche se oggi è cambiato il giudizio degli storici, pronti a vedere la dominazione dell'imperatrice Maria Teresa come un modello di buona amministrazione, di alta civiltà e perfino di tolleranza per le minoranze.
Orbene una delle prime preoccupazioni delle autorità austriache, dopo anni di guerra che avevano premuto enormemente sulle casse dello Stato, ponendo l'erario in condizioni insopportabili fu quella di arrivare a un inventario di tutti i beni immobili del Ducato, a un censimento della popolazione e a un accertamento delle principali attività economiche, ad una riforma radicale del catasto già predisposta da Carlo V, re di Spagna, ma non in forma razionale.
Già il 4 marzo. 1704, il Magistrato Ordinario dello Stato di Milano invitava la Comunità di Legnano al pagamento dei debiti retrodatati da esigersi negli anni 1696-1697, pari a L. 4570.14 .S.M. , Censo p. a., cart. 1329). In caso di mancato pagamento dell'imposta da corrispondersi in due rate, si sarebbe proceduto, senza avviso, all'esecuzione contro la Comunità, i suoi esattori, i Sindaci, i Reggenti e i Deputati tenuti al pagamento, con le spese del caso. Non sappiamo quale sia stata la soluzione della contesa regolata da un Senato-consulto, ma era già un'avvisaglia della gigantesca operazione che l'autorità austriaca avviò, a partire dal 1706 e che era destinata a protrarsi fino al 1850: la stesura di grandi mappe e di sommarioni per la registrazione dei terreni. Dopo diversi esperimenti e varie valutazioni, si decise di adottare come criterio di stima quello della tavoletta pretoriana, un particolare goniometro, cosi chiamato dal suo inventore Iohannes Praetorius. Perciò, con una serie di notifiche emesse nel 1719, i proprietari furono obbligati a denunciare coi relativi redditi, i terreni classati come "beni di prima stazione" le case, le botteghe, i mulini considerati "beni di seconda stazione". Affluì così alla Giunta del Censimento una congerie enorme di documenti, accompagnati da contestazioni non solo per gli strumenti tecnici adottati, ma anche per gli equivoci in cui i visitatori erano incorsi per la redazione delle mappe, che si proponevano l'individuazione delle varie proprietà distinte in base all'ubicazione, ai confini, alle colture praticate, alla dimensione, alla vicinanza ai corsi d'acqua, alla intersecazione di vie.
Perciò, nel 1723, fu effettuata, per opera di Carlo Ronzio, la misura generale dei fondi nella pieve di Olgiate Olona, che ascendevano a 137111.20 pertiche, con 17477 "moroni", mentre quelli di Legnano con Legnarello toccavano 5418 "moroni" e 26422.13 pertiche, cosi distribuiti :
 
Aratorio                Pt.                6023      
Aratorio avitato        Pt.               1 4700      
Prato asciutto          Pt.                  54      
Prato adacquatorio      Pt.                1698      
Ronco                   Pt.                  81      
Bosco forte             Pt.                 515      
Bosco castanile         Pt.                 514      
Bosco dolce             Pt.               11 . 1 1      
Bosco misto             Pt.            25 . 12 . 1/2      
Brughiera boscata       Pt.                 591      
Brughiera               Pt.            1354.1/2.1/2      
Pascolo                 Pt.               51.1      
Zerbo                   Pt.            31.1/2.1/2      
 
(A.S.M., Censo p.a., cart. 432).
 
Effettuata la misura dei fondi, la R. Giunta affrontò il problema delle valutazioni e procedette agli accertamenti, calcolando la rendita, dopo aver dedotto per gli appezzamenti vari di terreno, le spese di produzione e le perdite procurate dagli agenti atmosferici. Quindi poiché i reclami per gli accertamenti non cessavano, le autorità inquirenti procedettero a una revisione generale delle stime, nel 1731.
Tale operazione fu interrotta dallo scoppio della guerra di successione polacca, nel 1738, nel corso della quale andarono persi numerosi documenti consegnati dalle Comunità. Una volta ristabilita la tranquillità, l'imperatrice Maria Teresa, il 9 luglio 1749, formò, una nuova Giunta per il Censimento. Un anno dopo Pompeo Neri, responsabile dell'ordinamento censuario, presentò una relazione sull'andamento delle operazioni e dei risultati acquisiti, in base a quarantacinque quesiti posti alle "Città Province, Comunità e Università dello Stato di Milano", per appurare la qualità, la quantità e l'esazione dei carichi, secondo le differenti pratiche di ciascun luogo.
Lo scopo del questionario era quello di verificare se la terra esaminata fosse infeudata o no; quale fosse la popolazione; a quale giudice fosse sottoposta la Comunità, quali fossero il tipo di perticato esistente, i redditi, i debiti, i crediti ecc. è indubbio che gli interrogativi presenti nel documento proposto dalle autorità austriache movessero da ragioni fiscali, ragione per la quale le risposte poterono a volte essere reticenti e sconvolgenti nella formulazione, a causa dell'ignoranza degli interessati, su questioni di carattere giuridico. Tuttavia si può dire che la gran parte dei Comuni maggiori rispose al quesiti, offrendo un quadro significativo del compartimento territoriale, da cui risultò che tra le Comunità più importanti l'infeudazione non era uniformemente diffusa, che nel Ducato di Milano comprendente 896 Comunità forensi, distribuite in 59 pievi, solo 42 risultavano redente, tra cui appunto Legnano.
In base alle ricerche effettuate intorno ai quarantacinque quesiti di Maria Teresa, risultava dunque che Legnano si era redenta anticamente dal feudo, pagava ogni anno L. 229 all'uopo e dipendeva giuridicamente dal Vicario del Seprio, al quale non pagava nessun salario. La Comunità non aveva sotto di sé altri Comuni, ma piuttosto era divisa in nove Comunetti, cioè Comune Dominante, Trotti, Lampugnani, Morosino grande, Morosinetto, Visconti, RR.M. Monache di Legnano, Vismara, Personale, perpetuando così una situazione già in atto durante la dominazione spagnola. Legnano non aveva Consiglio, ma era regolata da otto Sindaci e da due Consoli. Il Cancelliere percepiva un salario di L. 442 annue compreso carta, libri e scritture. La Comunità dal canto suo, non aveva in Milano mè procuratore, mè agente, sopperendo, all'occasione, gli Estimati. (A.S.M., Catasto, cart. 3037); era tassata in 280 staia di sale, ripartite tra i Comuni in proporzione, dopo la assegnazione effettuata dalla R. Camera, non sappiamo su quale fondamento.
Nei registri non si distingueva molto bene, secondo il quesito n. 13, il perticato civile dal rurale, essendosi solo notato in ciascun Comune il perticato registrato in soldi d'estimo, nonostante la diligenza usata. In base poi al quesito n. 20, il numero delle "anime", che si ritrovavano nel Comune, era di 2120.
Interessante è pure la risposta data al quesito n. 23.
Da essa si deduce che in Legnano esistevano due mercanti di panno, due macellai, un'osteria grossa, un prestino di pane bianco, due bettolini, sedici molinari, un'osteria in Legnarello, due cartari, quattro zoccolari, otto oliarii, dieci calzolai, cinque sarti, cinque cervellari, tre confettori, una posteria, due chirurghi, uno speziale, sedici tessitori di tela di puoca consideratione, sei ferrari, due armaioli, due tintori, due postari che vendevano ferro, due fondegari, due fabricatori di pasta, due offellari, due fornasari, sette prestini di mistura, i quali non pagavano altro che il carico personale, analogamente a quanti lavoravano la terra.
Da altre risposte si deduce che i beni ecclesiastici, oltre la cosiddetta porzione colonica, non erano soliti contribuire per la parte dominicale. Il Comune, dal canto suo, non possedeva cosa alcuna, non avendo mè entrate mè rendite; teneva i debiti descritti nei relativi reparti. Nel momento in cui si stendevano i bilanci, gli esattori si assumevano la responsabilità per l'esazione delle imposte arretrate. Similmente la Comunità nutriva qualche pretesa di credito verso la Provincia, come abbuono per le spese incontrate nel corso delle guerre passate e sperava di essere alleggerita dai carichi dai quali trovavasi alquanto aggravata, più di quanto comportassero le sue possibilità.
Pertanto in base alle risposte fornite ai quarantacinque quesiti, risultava che la tangente contributiva toccante alla Comunità di Legnano e pagata dai Comunetti infrascritti, che godevano di particolari privilegi e autonomie, era la seguente, per gli anni sottoindicati .
 
manca la tabella
 
 
In base alle risposte date ai quarantacinque quesiti e alle relazioni dei Deputati dell'Ufficio dei Processi comunali fu ricavata la stima, approvata la tavola proposta e si procedette alla pubblicazione sicché i periti poterono passare alla formazione del catasto. Sul piano generale le risposte ai quesiti proposti dalle autorità austriache evidenziarono ancora una volta l'irrazionale distribuzione dei carichi legati al censimento del 1564, per quanto riguardava non solo la tassazione reale delle terre, ma pure quella personale sugli individui abitanti in campagna, senza essere proprietari dei fondi, per non parlare di quella mercimoniale, che colpiva il settore terziario.
Da qui la necessità di un nuovo ordinamento fiscale, che abolisse il vecchio repertorio delle voci impositive e preludesse a quel sistema che la Regia Camera inauguri, nel 1760, in base al quale il tributo dovuto dai proprietari terrieri fu proporzionato al rendimento immediato dei fondi, rapportato al momento del loro censimento. Secondo le disposizioni emanate con l'indicazione dei beni di prima e seconda stazione, si assicurò la perequazione dei carichi, si stabilì l'importo che ogni contribuente doveva pagare in rapporto alle tre imposte, cioè personale, mercimoniale e della casa di ordinaria abitazione. Si ebbero pertanto i bilanci indicati (A.S.M., Censo p.a. , cart. 1329).
 
manca la tabella
 
A integrazione dei dati sopra ricordati può essere interessante sapere che il Sindaco, nel 1762, aveva come stipendio L. 60, il Cancelliere L. 350, il medico L. 500, il console L. 50, il campanaro di Legnano L. 65, con l'obbligo di regolare l'orologio, il campanaro di Legnarello L. 18, il prevosto di Legnano L. 18,1. Nel 1800 il parroco aveva come congrua L. 441.2.6, il Sindaco comunale, come stipendio
Questi dati non avevano la pretesa di invadere il campo dell'inconoscibile mè di penetrare nell'essenza delle cose, secondo le ambizioni degli antichi filosofi, ma di raccogliere e di ordinare elementi, sui quali fondare ogni vera conoscenza. Si apriva l'era dei formulari, delle tabelle, delle cifre incolonnate, L. 60, il medico L. 900, il chirurgo L. 600, il console sagrestano di Legnarello L. 18, il Deputato del personale L. 8.
Altrettanto importante quanto i bilanci fu il censimento della popolazione di Legnano, in base al quale fu possibile stabilire la tassa personale e mercimoniale, come si può rilevare dalla tabella allegata (A.S.M., Censo p.a., cart. 1329) che dovevano servire a far quadrare l'arte del buon governo, a creare consonanze tra i mezzi usati e il fine da raggiungere.
 
Manca tabella
 
Iniziava lo sviluppo di una nuova scienza, la demografia, la quale apriva la prospettiva di sottoporre alle leggi del numero e delle misure precise le esigenze del complesso sociale. L'accertamento della popolazione e delle sue occupazioni costituiva inoltre un elemento primario nella formulazione degli obiettivi futuri e nella scelta delle attività economiche, per gli incaricati ad esse preposti.
 
Per Legnano, verso la fine del sec. XVIII, non si può, parlare che di coltivazioni intensive, di colture prevalentemente cereali, come frumento e segale; ma anche di colture arboree della vite e del gelso, esercitate in aziende a conduzione familiare e legate al nuovo tipo di contratto che si andava diffondendo: quello della mezzadria, dettato dall'incremento nell'allevamento del baco da seta. Grazie alla compartecipazione agli utili, il proprietario era in grado di stimolare l'interesse del coltivatore per un tipo di lavorazione, che richiedeva molte ore di fatica.
Da qui l'attenzione continua dedicata all'insistenza dei "moroni" sui fondi, con il Magistrato ducale addetto all'agricoltura sempre vigile a cogliere quanto potesse soddisfare l'esigenza fiscale.
Quanto all' attività di ordine commerciale, essa è testimoniata ancora una volta dai documenti d'archivio, dai quali è possibile ricavare la consistenza dei commercianti, il cui ruolo mercimoniale di L. 300 rimase immutato dal 1771 al 1784, secondo la tabella la riportata sotto (A.S.M., Censo p.a., cart. 1330).
A comprova di tale attività commerciale sta poi la creazione del mercato settimanale concesso nel 1795, esattamente un anno dopo che i Francesi avevano spogliato la chiesa di S. Magno di tutta l'argenteria. I Legnanesi presentarono all'autorità competente la richiesta di ottenere un mercato settimanale il 20 giugno 1499, a Ludovico il Moro, poi a Filippo IV, nel 1627, e infine nel 1795. I contadini di Legnano chiesero a Ludovico il Moro di poter effettuare mercato al venerdi, in analogia a quanto concesso a Busto Arsizio e a Gallarate, secondo le antiche consuetudini venute meno per gli sconvolgimenti prodotti dalle guerre. Le situazioni precarie attraversate e probabilmente le pressioni esercitate dai paesi viciniori produssero però, effetto negativo. (A.S.M.,
Commercio p.a., cart. 191).
La seconda supplica fu indirizzata al re di Spagna, Filippo IV e da questi girata al Governatore di Milano. Si chiedeva di poter tenere mercato il giovedi.
Solo nel 1637 la burocrazia spagnola prese in esame la richiesta e, pressata dalle opposizioni di Busto Arsizio e di Gallarate, cui si aggiunse pure quella di Saronno in lizza concorrenziale, rispose negativamente. La terza richiesta firmata dai Deputati dell'Estimo legnanese fu inoltrata il 31 dicembre 1794. Visto l'accoglimento sfavorevole di questa domanda, i Legnanesi ne avanzarono un'altra il 10 aprile 1795 e, nel mese di ottobre dello stesso anno, ottennero di poter tenere mercato, ogni settimana, al martedi (Strobino, Il mercato di Legnano, in Memorie n. 2, Legnano 1934, pp. 36-54).
Non si può, chiudere però l'analisi della situazione legnanese nel 1700, senza accennare anche a quella religiosa.
 
Anno            Commercianti           Ruolo
 
1771                 79                L. 300
1772                 81                L. 300
1773                 86                L. 300
1774                 82                L. 300
1775                 82                L. 300
1776                 78                L. 300
1777                 82                L. 300
1778                 78                L. 300
1779                 75                L. 300
1780                 72                L. 300
1781                 77                L. 300
1782                 78                L. 300
1783                 83                L. 300
1784                 84                L. 300
 
 
 
 
 
 
Dati significativi sulla situazione religiosa di Legnano sono offerti dalla Visita pastorale effettuata in città, il 10 maggio 1761, dal cardinale Pozzobonelli che, rimasto per quarant'anni alla guida della diocesi milanese, arrivò, anche alle più piccole e impervie zone della Lombardia. Poiché costante fu la preoccupazione di S. Carlo di prescrivere, nel corso delle Visite, la verifica dello status animarum o censimento della parrocchia, sembra evidente l'importanza di una fonte del genere, indispensabile per la ricostruzione della storia di un borgo.
Gli Acta visitationis Legnanesis eiusque plebis compresi in un volume di 1592 pagine (A.S.D.M., Sez. X, vol. XXVIII) risultano stesi in latino, in una nitida calligrafia, toccano non solo le istituzioni religiose di Legnano capo-pieve, ma tutto il patrimonio spirituale della popolazione.
Il card. Pozzobonelli entrò nella chiesa prepositurale e collegiata di S. Magno, sotto un baldacchino sorretto dai principali possessores locali, accompagnato da don Giuseppe Marini, vescovo di Tagaste  e da don Benedetto Erba, decano della chiesa metropolitana e Visitatore della pieve.
Dal resoconto risulta che la chiesa di S. Magno iniziò, ad essere costruita nel 1504, fu completata nel 1513 e consacrata il 15 dicembre 1529, per opera del vescovo Francesco Ladino ed ebbe il "cupolino" nel  1731.
Alla verifica degli altari delle suppellettili, dei paramenti, delle reliquie, delle indulgenze, dei codici parrocchiali, dei redditi del Beneficio, dei beni della Scuola dei poveri, segue la rassegna del clero locale composto da ventiquattro persone e guidato dal prevosto G.M. Piantanida.
Un accenno particolare all'ospedale di S. Erasmo.
In esso si raccoglievano i bambini abbandonati ed erano nutrite quindici donne anziane. Il Luogo Pio era amministrato tramite il Capitolo della Fabbrica di S. Magno e possedeva: tre case da massaro, di cui una in Cerro Maggiore; pt. 404 di vigne distribuite nel territorio di Legnano e altre pt. 3 1 5 dette il "Bosco dei pini"  Il tutto era affittato a Giuseppe Ottolini per l'affitto annuo di L. 750.
Gli abitanti ammontavano a 3000 persone, di cui 2000 ammesse a "Comunione". Due erano i conventi esistenti sul posto, quello dei Frati Minori e quello di S. Chiara.
Il ponderoso documento si chiude con l'elenco degli "Oratori" esistenti, ognuno dei quali evidenziato nei minimi particolari secondo l'elenco unito:
-- Oratorio della P purificazione della SS. Vergine Maria, a Legnarello
-- Oratorio della Natività della SS. Vergine Maria, a Legnarello, con sepolcri e iscrizioni dedicate alle famiglie Lampugnani, Odescalchi, Arconati
-- Oratorio di S. Erasmo
-- Oratorio degli Angeli Custodi, a Legnarello
-- Oratorio di S. Gregorio
-- Oratorio di S. Maria del Priorato
-- Oratorio di S. Ambrogio
-- Oratorio dei Re Magi, alla cascina "Olmina"
-- Oratorio di S. Bernardino
-- Oratorio di S. Martino
-- Oratorio di Gesù Nazareno, alla cascina "Ponzella", eretto nel 1728 dal "causidico" Carlo Francesco Fassio
-- Oratorio di S. Maria Maddalena, alla cascina "Ponzella", eretto nel 1724 da C.F. Fassio
-- Oratorio di S. Caterina, oltre il fiume Olona
-- Oratorio della Vergine delle Grazie, la cui prima pietra fu posta dal prevosto G.B. Specio, il 4 ottobre 1611.
 
 
 
Le Segnalazioni più antiche intorno alla pellagra risalgono salgono a Gaspare Casal, che la riconobbe e la curò, nelle Asturie, in Spagna, intorno al 1717, col nome di mal de la rose, ritenendola però, una specie di lebbra.
Seguirono altre indicazioni, in Francia, nel 1755 per opera del Thiery; in Romania in Grecia e in altri paesi. In Italia le pubblicazioni di Frapelli e Zanetti, nel 1771 e nel 1778 attribuirono la causa del male al sole, mentre Ghirardini incolpava le graminacee. Regnava in effetti nel campo medico, in tal senso, una generale confusione.
Le preoccupazioni e gli interventi dei vari governi risultarono però, inadeguati alla gravità della malattia e non seguirono le innovazioni suggerite dall'evoluzione scientifica. Accettando la tesi del Casal, la Spagna si limitò a far ricoverare i colpiti da pellagra, in normali lebbrosari, per evitare la diffusione del contagio, mentre la Repubblica di Venezia, all'avanguardia nell'adottare provvedimenti di natura igienica, rimase completamente indifferente al male attribuito al continuo consumo di graminacee guaste e di origine turca.
In realtà la pellagra, meglio conosciuta con la dizione dialettale di "pelagra" si diffuse, nel 1700, in concomitanza colla propagazione della coltura del mais e col suo eccessivo consumo. Quindi il fenomeno era strettamente connesso colle condizioni sociali dei ceti rurali e poteva chiaramente indicarsi come un male tipico della miseria se si tiene conto delle modalità di pagamento dell'affitto in grano, da parte del contadino. Il suo reddito era infatti sempre più condizionato dalla relativa quantità di granoturco ottenuta colla coltivazione di modesti appezzamenti di terreno non assoggettati al pagamento del canone;
dalla compartecipazione all'allevamento del baco da seta o alla coltura della vite tali da consentire la copertura di debiti precedentemente contratti per sanare il "deficit" alimentare. Quanto si poteva risparmiare di frumento e di vino, era cambiato in tanto "formentone", che costituiva l'alimento principale.
Da qui l'interesse di diverse Società scientifiche e Amministrazioni ospedaliere che invitarono, sia pure inutilmente, con la promessa di premi, gli studiosi alla riflessione sulle cause della malattia, per la divulgazione di eventuali rimedi.
Alla fine il Governo del Ducato milanese, di fronte alle accresciute miserie, si decise all'apertura di un ospedale apposito, dove fossero effettuate ricerche specifiche e si iniziassero cure sistematiche per la risoluzione del male. In un primo momento, con un rapporto del febbraio 1784, steso dal consigliere Cicognini, direttore della Facoltà di medicina a Pavia, si pensi, alla utilizzazione del Convento dei Cistercensi di Parabiago. Poi, con una lettera del 22 aprile 1784 indirizzata dal Kaunitz, Gran Cancelliere di Stato, fu sancita l'erezione dell'ospedale a Legnano, nel soppresso Convento delle Clarisse di S. Chiara e la decisione fu avallata da Giuseppe II, durante il suo soggiorno in Milano.
L'8 maggio il plenipotenziario Wilzech diede incarico al conte Ambrogio Cavenago di apportare le modifiche all'ex monastero, coll'aiuto dell'allora prevosto di Legnano, don Francesco Lavazza. Si procedette quindi all'adattamento, per uso dell'ospedale, di quella parte del Convento che meglio si prestava allo scopo, secondo le descrizioni rilasciate da Gaetano Strambio jr., nipote ed omonimo del Direttore. Particolare attenzione fu dedicata all'allestimento dei bagni ritenuti come il rimedio più efficace per la cura della pellagra, con la costruzione di una grande vasca in pietra arenaria situata nell'orto. Per l'acqua ci si valse di un antico privilegio concesso al monastero da Gian Galeazzo Maria Sforza Visconti".
 
Quando la "paterna clemenza" di Giuseppe II istituì l'ospedale, per assistere gli infelici pellagrosi, a curare gli ammalati fu chiamato il dott. Gaetano Strambio, che aveva già effettuato ricerche e studiato la natura del male prima a Carnago e poi a Trezzo d'Adda dove esercitava la professione di medico condotto. Nei suoi esperimenti lo Strambio si preoccupò dell'influenza del vitto, del clima, delle abitudini, per arrivare a conclusioni insolite. Egli infatti intuì che la pellagra non era una malattia puramente stagionale, come potevano lasciar sospettare le manifestazioni cutanee da essa derivate, perché permanevano altri fatti morbosi che interessavano il sistema nervoso e l'apparato digerente. I risultati delle osservazioni, tradotti in alcune pubblicazioni, persuasero della inutilità di tutti i medicamenti fino allora applicati e dell'opportunità di un progressivo miglioramento del tenore di vita.
Dopo una serie di adattamenti compiuti con meravigliosa prontezza, superate le difficoltà derivate dalle disastrose condizioni in cui le Clarisse avevano lasciato il loro monastero, approntate le tabelle, predisposti gli assistenti, il pellagrosario fu inaugurato, con modesta solennità, il 29 maggio 1784. Non fu necessaria nessuna pubblicità all'istituzione, perché già all'apertura dell'ospedale si presentarono cinquanta ammalati, solo la metà dei quali poté essere alloggiata in quaranta letti a disposizione, per il timore di dover rifiutare altri pellagrosi che venissero in seguito da zone più lontane.
Il dott. Strambio iniziò la sua attività col fervore di un apostolo, anche se la sua missione aveva delle prospettive tutt'altro che rosee, in un ambiente dove era visto come un intruso e dove aveva assunto l'incarico senza uno stipendio fisso, costretto anzi a implorare di tanto in tanto qualche "sussidio interinale" per affrontare carichi di famiglia e attendere agli studi necessari, in continuo contrasto con l'autorità ecclesiastica o meglio con don Lavazza successo al Cavenago nell' amministrazione dell'ospedale.
Per opera dello Strambio gli ammalati trassero tuttavia un notevole beneficio; le loro sofferenze cessarono o diminuirono, la scienza si accrebbe di nuove verità e lo stesso imperatore, dopo due quadrimestri di attività, gratificò il medico con cento zecchini, decretando contemporaneamente l'ingrandimento dell'ospedale di Legnano.
 
L'opportunità di allargare il pellagrosario si presentò a Giuseppe II nel 1785 quando, in occasione di un soggiorno in Lombardia poté visitare l'ospedale di Legnano. Dopo l'intervento dell'imperatore, una "Sovrana Risoluzione" stabilì che i letti del pellagrosario fossero portati a cento, ma che ogni ospedale provinciale ne tenesse, all'uopo, a disposizione dieci e quello di Milano venti, in modo da trovare attraverso un'ulteriore sperimentazione, "uno specifico contro l'abominevole malattia".
I soldi incamerati dai conventi soppressi non furono però sufficienti per sopperire alle necessità previste e il Governo pertanto non concesse che fosse superato il numero dei quaranta pellagrosi ammessi all'ospedale, anche se questo funzionava con regolarità. Basti dire, in base a documenti rimasti che la spesa per il vitto di un ammalato ammontava a quattordici soldi giornalieri, per salire a ventitré con le medicine e l'assistenza, in modo che l'esborso per l'intera istituzione non superava L. 900 mensili. Era un modo dignitoso di sbarcare il lunario.
Purtroppo, nel corso di tale attività, una serie di guai e fastidi turbò l'opera dello Strambio, come si deduce dalle lettere scambiate col Cavenago, a causa di contrasti sorti con l'autorità religiosa locale. Ben presto i rapporti tra il direttore medico e l'Amministratore degenerarono.
 
Ai primi del 1788, don Lavazza, prevosto di Legnano, indirizzò una fiera requisitoria formale al Consiglio di Governo contro lo Strambio, accusato di trascuratezza nei metodi di cura, dai quali derivava una grave mortalità.
Se a ciò si aggiungono le difficoltà soprattutto di carattere economico, che minacciavano la sopravvivenza del pellagrosario di Legnano, per la cui definitiva sistemazione non si trovavano capitali adeguati, si comprende come il Consiglio di Governo, con dispaccio del 26 maggio 1788, decretasse la soppressione dell'ente. Si decise quindi lo sgombero dell'ospedale di Legnano: i pochi pellagrosi rimasti furono divisi tra i nosocomi di Milano e di Monza. L'ex monastero di S. Chiara fu venduto all'asta pubblica.
 
Dal 1784 al dicembre 1788 si spesero per il pellagrosario  di Legnano L. 89.000 milanesi, tutto compreso.
Lo Strambio fu assunto, al primo gennaio 1789, dall'Ospedale Maggiore di Milano. Ottenne, nel 1791, una gratificazione di 150 zecchini, a tacitazione di tutti i suoi diritti e uno stipendio di L. 1800. Eletto direttore medico nel 1810, fu nominato, un anno dopo, direttore dell'Ospedale Maggiore di Milano. Durò in carica tre anni e, alla scadenza, fu creato Prefetto del Dipartimento dell'Olona. Rassegnate le dimissioni nel 1817, chiuse la sua esistenza il 3 maggio 1831, universalmente compianto come una delle figure più significative della Milano ottocentesca.
L'antico convento delle Clarisse di Santa Chiara, che ospitò il pellagrosario, era ubicato in Legnano tra l'attuale Largo Seprio e la via Giolitti, con fronte su corso Italia, il cui primo tratto, all'epoca, si denominava via del monastero. Dell'edificio esistono ancora i resti del chiostro delle monache in un cortile, al numero civico 41 di corso Italia.
 
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2.13 Borgo agricolo

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Dal borgo agricolo allo sviluppo del primo ottocento
 
AIl'epoca della dominazione napoleonica nel Milanese, negli anni cioe' seguenti le grandi imprese del generale Bonaparte, che vinti i Piemontesi e gli Austriaci fu accolto da trionfatore a Milano, dove proclamo' la liberta' e I'indipendenza (15 maggio 1796). Legnano era un grosso centro agricolo.
Aveva case, botteghe e cascine situate in due distinti nuclei, sulla sponda destra (contrada granda) e su quella sinistra (Legnarello) del fiume Olona, che costituiva la spina dorsale del borgo. Favorita dalla notorieta' per le glorie passate e per la ricchezza della sua agricoltura fin dall'epoca medievale e incrementata successivamente nel periodo feudale, Legnano si avvantaggio' anche per i suoi traffici grazie alle vie di comunicazione che la toccavano. Lo stesso Bonaparte, facendo collegare Milano a Parigi, attraverso il Passo del Sempione, sul tragitto Rho-Legnano-Gallarate-Arona, contribui' ad accrescere I'importanza di questo borgo, seconga stazione diposta del postiglione giornaliero. "Passaa Legnan e Castelanza se va drizz in Franza", diceva un motto popolare di quell'epoca, molto indicativo della posizione strategica che aveva questo centro. Nell'aprile 1805, Napoleone pretese il giuramento di fedelta' da parte di tutta I'Amministrazione pubblica, che gli fu reso da Legnano e Legnarello, nella forma indicata.
Per Legnano: 15 aprile 1805 - Noi sottoscritti municipali. Agente e Censore di questo Comune di Legnano con Legnarello giuriamo ubbidienza a]le Costituzioni, e fedelta' al Re (sic).  Firme: Gaetano Albino sostituto del signor Marchese Carlo Cornaggia Medici primo Municipale Giovanni Battista Pennati sostituto del signor Conte Giovanni Cesare Giulini De Bernardi amministratore municipale Giovanni Novara Cursore De Giovanni cancelliere er Legnarello: 15 aprile 1805 - Io sottoscritto Cancelliere del Distretto XXX Censuario, Dipartimento d'OIona giuro obbedienza alle Costituzioni, e Fedelta' al Re Firma: Piefro De Giovanni Cancelliere (A.S.M.. Potenze Sovrane, cart. 162).
In seguito. Napoleone I transito' per Legnano alla vigilia della sua incoronazione a re d'Italia (26 maggio 1805). L'avvenimento risulta da una circolare, trasmessa il 25 aprile. dal Prefetto del Dipartimento d'Olona, Longo, alle amministrazioni municipali (Arch.  com. di Legnano. cart. 19). Con essa erano fissate le prescrizioni e le modalita' dell'accoglimento di S.M.  l'lmperatore de' Francesi e resa d'onori tanto civili che militari, riserva della presentazione delle chiavi e di tutto cio' che relativo al comando e alla parola d'ordine. In quell'occasione I'artefice della Repubblica Cisalpina era accompagnato dall'Imperatrice Giuseppina Beauharnais. Come si e visto, esaminando gli eventi dell'amministrazione austriaca nel Ducato di Milano, l'economia del borgo legnanese era essenzialmente agricola, con qualche debole influenza dovuta all'eco delle riforme "illuministiche" giunta fin qui. Ben diciassette mulini ad energia idraulica sfruttavano appunto la rivorum copia celebrata nel distico del Bossi in S. Magno. Le campagne della fertile piana irrigata con le acque del fiume Olona. con le sue ramificazioni e le numerose rogge.
L'allevamento del bestiame e I'artigianato costituivano i cespiti del modesto benessere della popolazione, che abitava le case di ringhera o le corti. piccoli fortilizi agricoli con le porte carraie, le stalle allineate, i fienili sovrapposti e gli edifici civili ripartiti tra i nuclei familiari di un'unica grande famiglia patriarcale che le teneva a mezzadria o a "colonia" lombarda sotto la responsabilita' del vecchio patriarca (il ragio'), con i fondi coltivati a frumento. meliga. orzo o foraggi che si estendevano dal nucleo abitato alle cascine periferiche Le colline dominanti il corso del fiume erano ricoperte da rigogliosi vigneti e frutteti. E' di questa epoca la costruzione del Cavo Diotti, per irrigare campi non raggiungibili con I'Olona. I gelsi lungo le rogge. Ai lati dei viottoli o al centro delle costruzioni agricole. erano la espressione di una piu' recente ricchezza in connubio tra il substrato rurale e un sempre piu' ricorrente lavoro manifatturiero. A carattere artigianale. di filatura della seta. Il frazionamento delle aziende agricole, con i conseguenti bassi redditi che offriva, non tali da soddisfare il fabbisogno delle famiglie. spingeva ad integrare infatti il lavoro dei campi, svolto in prevalenza dagli uomini, con altre attivita', alle quali si alternavano. durante il giorno. le donne di casa. A sera i contadini legnanesi si trasformavano in filatori o tessitori di cotone, di lana e di seta, oppure in tintori. Le pezze erano tinte in caldaie di rame con il colorante sciolto in acqua bollente: sopra la caldaia era collocata un'aspa che l'operaio faceva funzionare a mano. Dopo che il tessuto aveva assorbito il colorante, veniva lavato nelle acque dell'Olona, su cui erano installate apposite impalcature di legno. All'inizio dell'Ottocento si usavano ancora sostanze coloranti di origine vegetale, soppiantate solo negli ultimi decenni del secolo dai coloranti sintetici (Piero Dagradi. Panornma storico dell'Altomilanese. vol. II. Busto Arsizio 1971. pp. 22-23).
Secondo informazioni trascritte dal Pirovano e riportate dal segretario comunale del primo Novecento, Gian Battista Raimondi, in un volumetto edito nel 1913, risulta che all'epoca napoleonica i Cornacchia e i Prata (o Prada), impiantatisi nel borgo fin dal XVII secolo, avevano assunto una notevole importanza a Legnano. Essi davano a filare e a tessere il cotone, da loro per primi introdotto in paese, non solo agli abitanti locali. ma anche a quelli degli altri comuni limitrofi. Sempre secondo il Pirovano, il commercio del cotone esercitato dai Cornacchia e dai Prata si estendeva a Livorno, Marsiglia, Cipro e Smirne e cio' prova I'importanza dell'azienda. che trafficava anche in prodotti di conceria e pellami dipinti.
Gia' nel 1807, in un rapporto ufficiale inviato dal municipio al governo. risultavano esistenti in Legnano svariate filature di seta e cotone ed altre aziende minori. tutte esercitate nella primitiva forma casalinga.
In una dichiarazione dell'8 aprile 1823 diretta alla Deputazione del Comune di Legnano, a firma di certo Enrico Schoch, originario di Zurigo, e per conto della "Filatura di cotone a macchine idrauliche" si fornivano le generalita' di tre imprenditori esercenti I'attivita tessile in Legnano: Enrico Schoch, Francesco Dapples, Giovanni Schoch, tutti di origine svizzera.
Erano elencati inoltre sette dipendenti con le rispettive qualifiche: Eraldo Krum. fabbro ferraio; Enrico Egli, tornitore; Enrico Keller, assistente; Giuseppe Gosti, Giovanni Grassi, Carlo Falcili e Antonio Sbertoli, filatori. (Arch. com. cart. 151).
Un altro documento. firmato dalla Deputazione Comunale di Legnano, datato 1824, riporta I'elenco dei primi venti commercianti o imprenditori con stabilimento rilevante d'industria in Legnano. Figuravano due mercanti generici, cinque conciatori di pelli, ;Due venditori di tele, un commerciante all'ingrosso dello stesso settore, due filatori di seta, due pizzicamoli, due commercianti di cotone, un commerciante di salsamenterie, un altro di legna e un terzo di legno; infine un esercente I'attivita' di ferrarezza (ferramenta).
Queste prime attivita' manifatturiere, che avevano dvuto inizio nei due secoli precedenti, favorirono, nella prima meta' dell'Ottocento, il sorgere di officine per fabbricare macchine utensili, telai, caldaie ed accessori vari, nucleo iniziale di una concentrazione di industrie destinate ad espandersi in pieno secolo.
La stessa presenza di manodopera artigiana. gia' specializzatasi in campo tessile, contribui' alla localizzazione nel territorio di Legnano dei grossi complessi di filatura, tessitura e tintoria e quindi dell'industria meccanica.
Nei primi quarant'anni del secolo, con la crescita delle attivita' commerciali e artigiane, si raddoppia, anche la popolazione del borgo. Da un atto ufficiale del governo napoleonico del giugno 1805 risulta che la popolazione di Legnano in quell'anno ammontava a 2784 abitanti. salita a 4536 nel 1840 e a 6349 nel 1861. Il documento era allegato al decreto napoleonico che in quella stessa data riconosceva a Legnano una rappresentanza comunale costituita dal Consiglio comunale e dalla Municipalita'. Nei comuni di terza classe, che come Legnano non superavano i tremila abitanti, il Consiglio comunale era composto di 15 membri. nominati dal prefetto del Dipartimento (Previncia), per quattro quinti tra i possidenti e per un quinto tra i non possidenti di eta' superiore ai 35 anni ed esercitanti un'arte, una professione o un mestiere e paganti la tassa personale. Questi consigli comunali erano convocati ed assistiti dal regio' consigliere del Distretto o Cantone. La Municipalita' era invece composta da un podesta' e da sei o quattro savi, (nei comuni di terza classe, erano soltanto due elsi chiamavano anziani, con a capo un sindaco. Questi era nominato dal prefetto, mentre gli anziani erano eletti dal consiglio comunale tra i venticinque piu' ricchi o notabili del Comune. Gli uni nominata dal re ed aveva la qualifica difunzionario dello Stato. Legnano in quel tempo era capoluogo del Cantone IV. inserito nel Distretto IV (Gallarate) del Dipartimento di Olona, che aveva la sua sede in Milano.
Nel primo decennio del secolo figurava, negli atti ufficiali, regio cancelliere del Cantone: Annibale Mazza. Il Cantone comprendeva un territorio di 17 comuni con una popolazione complessiva di 12.727 abitanti.
E cioe' Legnano, Cairate, Cascina Masina, Castegnate, Castellanza, Cislago, Fagnano con Bergoro, Gorla Maggiore, Gorla Minore, Marnate, Nizzolina, Olgiate Olona, Prospiano, Rescalda, Rescaldina con Rello, Sacconago con Cascina Borghetto e Solbiate Olona. Alla successiva caduta di Napoleone e con il conseguente ritorno della Lombardia sotto il dominio austriaco, furono dettate nuove norme per le amministrazioni comunali, con le quali in sostanza furono Ripristinate le disposizioni contenute nelle riforme di Maria Teresa. Cio' avvenne con I'Imperial Decreto del 12 febbraio 1816. Nello stesso anno. ando' in vigore il nuovo compartimento territoriale della Lombardia, che aboli' tanto la suddivisione francese come quella austriaca precedente. Legnano cesso' di essere cosi' capoluogo di Cantone e fu aggregato all Distretto XV di Busto Arsizio. In quell'occasione I'archivio cantonale fu spogliato dai suoi principali documenti, che passarono cosi' all'archivio comunale di Busto Arsizio (G.B. Raimondi. Legnano. Busto Arsizio 1913).
Bisogno' poi attendere la formazione del regno d'Italia, come e' meglio precisato nel capitolo dedicato ai sindaci e ai parroci, perche' il Comune di Legnano riavesse il suo ordinamento autonomo.
Torniamo pero' alle vicende legate all'evoluzione del borgo agricolo di Legnano nei primi decenni del secolo. Come si e' detto, la spina dorsale dell'economia legnanese restava pur sempre I'agricoltura affiancata dalle nuove attivita' emergenti. Qual era la consistenza dei raccolti agricoli di Legnano a quei tempi? In questo prospetto dei raccolti dell'anno 1805 (Arch. com.. cart. 21) si rileva anche quanto mancava a coprire il fabbisogno della comunita'
Nel 1814 la situazione del raccolto di cereali era notevolmente migliorata, tanto che in un prospetto risultavano mancanti al fabbisogno della popolazione soltanto 500 moggia di frumentone.
Per curiosita' annotiamo che, con un avviso pubblico del sindaco di Legnano, veniva fissato il prezzo del pane di frumento. che doveva essere bello, buono, ben cotto e ben  condizionato e da vendersi, fino a nuovo ordine. a Peso e non a numero e in pngnotte an una libbra e mezza Iibbra. Il prezzo, in moneta italiana, doveva essere rispettivamente di 34 e 17 centesimi. Spesso la Municipalita' era costretta ad intervenire per dettare norme in materia di pascoli e di tutela dei fondi e per dirimere accese dispute tra molinari e agricoltori utenti di rogge irrigue, specie in mesi di magra, appunto perche' ciascun mugnaio cercava il piu' possibile di tirare I'acqua al proprio mulino. Gli agricoltori, per essere tutelati, si riunirono in un Consorzio, il quale. nel 1818, acquisto' dal Governo i diritti demaniali sul Fiume Olona per 8 mila scudi. Que- sto Consorzio e' lo stesso che aveva ottenuto in precedenza diritti di derivazioni irrigue ed esiste tuttora con il nome di "Consorzio fiume Olona".
Di tutte queste dispute esiste un'ampia documentazione tanto nell'archivio comunale che nell'archivio del Consorzio, corredata da atti giudiziari, avvisi pubblici e grida delle autorita' superiori costituite. Essendo il Comune, come si e visto, amministrato da grossi proprietari o esponenti della borghesia piu' abbiente, scarsa tutela avevano i singoli agricoltori, piccoli proprietari; da qui la tendenza di questi ultimi ad aggiungere nuove attivita' ausiliarie. Questa figura del contadino-tessitore. filatore o tintore sviluppo' anche a Legnano i commerci, facendo sorgere I'esigenza di aggiungere ai mercati di bestiame e prodotti agricoli, anche fiere di manufatti e oggetti di artigianato in genere. Alla prima meta del secolo risalgono infatti le pressanti richieste e perorazioni della Municipalita' legnanese, per ottenere il ripristino dell'annuale Fiera dei morti, nel periodo delle festivita' di Ognissanti e della commemorazione dei defunti.
Le ostilita' e le pressioni negative a livello politico erano principalmente esercitate dai vicini centri di Saronno, Busto Arsi- zio e Gallarate, le cui autorita' comunali vedevano nella rassegna fieristica di Legnano una temibile concorrenza per la possibile costituzione di un nuovo polo di attrazione commerciale, proprio in un comune che dimostrava intraprendenza e laboriosita'. Legnano infine ebbe partita vinta nel 1806. Un altro segno dei riconoscimenti ufficiali all'importanza di Legnano in questo periodo fu I'istituzione di una seconda ricevitoria postale autonoma nel territorio di Legnanello, avvenuta nel 1850. La prima era stata aperta in paese nel 1826.
Il nuovo ufficio resto' aperto soltanto sei mesi, dall'aprile all'ottobre, in quanto fu meglio organizzato il servizio della regia ricevitoria postale principale, che trovi, sede sull'allora stradone per Legnanello (oggi viale Matteotti), una ubicazione ritenuta idonea per la vicinanza col Sempione, I'arteria lungo la quale si svolgeva il servita da diligenza a cavalli.
Tra le altre curiosita' ricavate dal materiale documentaristico dell'archivio comunale, relativo alla prima meta' dell'Ottocento, risulta che le greggi e gli animali domestici erano stati messi in pericolo da un'invasione di feroci lupi che infestavano i boschi, alla periferia del Comune.
Pertanto il Sindaco di Legnano. con un avviso in data 27 giugno 1812, chiamo' a raccolta tutti gli abili cacciatori, per organizzare una vasta battuta. Nell'ordinanza si precisava che ai cacciatori sarebbe stata revocata immediatamente la licenza di porto d'armi se non avessero risposto alla precettazione senza un ragionevole motivo. Un'altra preoccupazione delle autorita' fu il proliferare dei figli illegittimi e il governatore di Sua Maesta', conte di Saurau, fece pervenire a tutte le autorita' delle province di Lombardia una circolare datata 8 marzo 1816, nella quale vietava che i figli generati illegittimamente potessero essere adottati dai loro genitori. Il provvedimento fu determinato dal ricorso di un uomo ammogliato che - come si legge nella circolare - si era rivolto all'autorita' per essere autorizzato ad adottare due figli generati con altra donna durante I'assenza della propria moglie e battezzati col suo nome. (Arch. com. di Legnano, cart. 50). La salute pubblica, nella prima meta' del secolo, non era sufficientemente tutelata se le statistiche delI'epoca registravano una mortalita' media annuale del 43,67%, con una punta massima del 51.33% tra il 1833 e il 1842. La mortalita' di quel periodo comprese le ben 150 vittime di un'epidemia di colera, registrata nell'estate 1836. Le epidemie ricorsero anche nel 1849 con 25 morti e nel 1854 con 200 morti.
Nel 1887 comparve invece. sempre in forma epidemica. il vaiolo, che in due anni fece registrare 186 casi con 22 morti e costo' al Comune la cifra di 30 mila lire, cospicua per quei tempi. Purtroppo I'assistenza sanitaria, non essendovi ancora un ospedale in paese, era assai scarsa e le strutture comunali potevano disporre soltanto di un medico e di un chirurgo (con lo stipendio annuo di 900 e 600 lire rispettivamente) fino al 1860, quando si aggiunse una levatrice condotta. Saranno poi lo sviluppo delle attivita' industriali e il conseguente maggiore benessere della popolazione e le piu' floride condizioni finanziarie del Comune a favorire un'organizzazione sanitaria piu' idonea alle esigenze del paese, per arrivare, nel 1903, alla costruzione del primo padiglione dell'ospedale, grazie alla munificenza di industriali legnanesi.
 
 
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2.14 prima meta' del secolo XIII°

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Il Comune di legnano nel quadro delle lotte sociali milanesi della prima meta' del secolo XIII°
 
Con la pace di Costanza e il trattato di Reggio, Milano consegui' le basi giuridiche del suo potere sul proprio territorio, restavano tuttavia aperti gravi problemi di natura politica ed economica che portarono alla formazione di due schieramenti che si scontrarono sovente nel corso del secolo XIII. Il primo di questi schieramenti era costituito dalle famiglie capitaneali, strette attorno all'arcivescovo e collegate al popolo grasso, l'altro dai militi minori riuniti nella societa' detta "la credenza di Sant'Ambrogio".
I primi scontri aperti tra queste due fazioni si ebbero nel 1221, quando, per un contrasto tra i comune e l'arcivescovo, la situazione si fece cosi' tesa che l'arcivescovo stesso fu bandito e successivamente anche i Capitani e i Valvassori dovettero lasciare la citta'. In questa occasione essi posero a capo del loro, partito Ottone da Mandello, mentre a capo dell'altro fu eletto Ardigoto Marcellino di famiglia consolare non feudale . Le discordie, placatesi momentaneamente, scoppiarono nuovamente nel 1224, con l'elezione dei nuovi capiparte:  per la Motta e la Credenza ancora Ardigoto Marcellino, per i Capitani e Valvassori di Milano Guido da Landriano, per quelli del Seprio Obizzone da Pusterla, per quelli della Martesana Enrico da Cernusco, per i mercanti Busnardo Incoardo. In seguito a questi torbidi l'arcivescovo lascio' nuovamente Milano, affidando il governo ecclesiastico al suo vicario Girardo da Bascape', ordinario della Metropolitana, e si ritiro' nel castello di Brebbia. Ma di fronte al profilarsi di nuove minacce, vale a dire la guerra contro Federico II°, si trovo' un punto di accordo tra le fazioni mediante un trattatoLe maggiori conquiste ottenute dalla Motta e dalla Credenza in questa occasione furono la partecipazione al collegio degli Ordinari della Metropolitana e dei Decumani e una piu' equa ripartizione del peso delle imposte e del debito pubblico. Tuttavia non fu possibile forzare eccessivamente la mano, perche', nella guerra contro Federico II°, il comune di Milano si trovava a fianco del papato e doveva quindi usare nei confronti del proprio arcivescovo particolari riguardi e cautele. stretto dal podesta' Aveno da Cisate l'8 giugno 1225 e pubblicato il 10 dello stesso mese. Le parti erano momentaneamente pacificate, ma le cause di fondo della contesa non erano state eliminate e riesploderanno puntualmente alla morte del nemico comune, Federico II°.
Mentre la citta' subiva queste violente scosse, anche nella campagna avveniva una rivoluzione, meno evidente, ma gravida di conseguenze altrettanto significative.
L'enorme sviluppo commerciale ed industriale di Milano aveva profondamente influenzato la campagna circostante: le conseguenze furono il passaggio da una economia di assistenza ad una economia di mercato e l'aumento del prezzo della terra e della produttivita'. D'altro canto l'avvento dell'economia monetaria aveva profondamente mutato i rapporti tra i proprietari terrieri ed i coltivatori: dal rapporto interpersonale regolato unilateralmente dal concedente si era passati ai contratti di fitto e di locazione; il servo era divenuto cosi' un soggetto di diritti e cominciava ad avere coscienza di cio'. A questa tendenza generale all'emancipazione si erano unite, nel periodo della guerra contro il Barbarossa, la necessita' da parte della citta' e quindi dei proprietari terrieri, di avere ben disposti i contadini e la dispersione dei documenti e titoli di proprieta'. I rustici da parte loro avevano saputo approfittare dell'occasione favorevole, vendendo ad alto prezzo i loro prodotti in tempo di carestia e acquistando per poco terre dai proprietari che si trovavano in difficolta' economiche a causa della guerra e delle devastazioni, mentre avanzavano nuove pretese sulle terre da essi coltivate. Tutto questo vasto movimento di liberazione della campagna dai propri antichi signori aveva dato origine, gia' dalla meta' del secolo XII, alle prime comunita' rurali, spesso in lotta con i propri domini, i quali impugnavano la validita' delle alienazioni e cvercavano in ogni modo di riacquistare i diritti perduti. In questa contesa la citta' interveniva per sottolineare il proprio ruolo di arbitra fra le contese che si sviluppassero nel proprio territorio e favoriva i rustici per indebolire, anche con questo mezzo, tutte le giurisdizioni che non fossero la propria.
Legnano segui' probabilmente questo tipo di evoluzione, seppure infrenata dall'autorita' dell'arcivescovo, che era ancora assai forte come possiamo rilevare dal Liber Consuetudinum del 1216 , da cui risulta che l'arcivescovo aveva consuetudini proprie osservate solo nelle sue terre; per esempio quella del giudizio mediante ferro roventeFranceschini - Ivi, pag. 195, Giulini, che a Milano era proibito ormai da molto tempo.Un altro diritto dei signor nelle proprie terre era quello riguardante il castello: il signore aveva il diritto di costringere le persone soggette alla propria giurisdizione a rifare il castello, il muro, il fossato o il bastione, mantenere nel castello un portinaio e le guardie e incastellare i loro frutti. Esse non sono pero' tenute a ricostruire le case del signore e cio' che fosse stato da lui distrutto. Tutto cio' dimostra che questo complesso di diritti non faceva ormai piu' capo al dominus in quanto tale, ma piuttosto al castello visto come edificio di pubblica utilita' e dotato esso stesso di personalita' giuridica.
Quando all'inizio del secolo XIII, scoppio' apertamente la lotta delle fazioni in Milano, molti borghi approfittarono delle difficolta' del momento per accrescere il proprio grado di autonomia; infatti, nella concordia stipulata nel 1225 dal Podesta' Aveno da Cisate, si parla di borghi e ville che eleggevano da se' i propri magistrati, senza tenere conto dei diritti dei propri signori laici od ecclesiastici, e si ordina che questi magistrati siano rimossi e non si elegga mai piu' alcuno in danno del dominus che ha l'honor et dirictus sul luogo. Cio' era un effetto della ristabilita concordia con i nobili, di cui si tutelavano i diritti, e della posizione autorevole assunta dall'arcivescovo in seguito della guerra contro Federico II°.
Aveva cominciato a farsi luce in Legnano una famiglia, che troveremo piu' tardi a capo del Comune: si tratta della famiglia Oldradi che per il momento e' indicata semplicemente come da Legniano e ricopre da tempo cariche di notevole importanza. Il primo membro compare in un documento del 5 dicembre 1173 ed e' indicato come Obizzone da Legniano, milanese"Gli atti del Comune di Milano fino all'anno MCCXVI" a cura di C. Manaresi - Milano, 1919, documento del 5 dicembre 1173 pag. 127: il che dimostra che con le parole "de Legniano" non si indica l'abitazione ma l'appartenenza ad una sua famiglia che aveva il dominio in quel luogo,  mentre d'altro canto la famiglia Oldradi o Oldrendi uso', anche nei secoli successivi, assai spesso anche il semplice cognome di "Legniano" come vedremo piu' avanti. Alle soglie del secolo XIII compaiono a piu' riprese altri membri della famiglia; nel 1208 un Rogerius de Legniano Canevarius major del monastero do Morimendo ( 11 gennaio 1210), nel 1210 un Guglielmo da Legnano, delegato del podesta' in una causa riguardante il monastero di Morimondo, nel 1215 un Conradus da Legniano, che e' tra i sottoscrittori del parto di allenza con Vercelli. (5 marzo 1215).
A Milano frattanto viene eletto arcivescovo nel 1241 Leone da Perego,Secondo il Fiamma, Leone, incaricato a causa delle discordie, di scegliere il successore dell'Arcivescovo Guglielmo da Rizolio, morto il 28 marzo 1241, elesse se stesso. La realta', secondo il Giulini, fu assai diversa, infatti da un breve papale del 9 gennaio 1244, risulta che, avendo il capitolo della metropolitana incaricato della scelta del nuovo arcivescovo il legato papale Gregorio da Montelongo, questi elesse il 15 giugno 1241 appunto leone; col suo breve il Papa invita il legato ad accertare l'idoneita' dell'eletto e, nel caso abbia i requisiti necessari, lo autorizza a procedere alla consacrazione, che fu quindi del tutto regolare. di famiglia di Valvassori, frate minore, che aveva attivamente preso parte alla lotta contro Federico II°.
Al termine di questa guerra restavano aperti, come abbiamo detto, i problemi di fondo che avevano travagliato il primo quarto di secolo, mentre l'uomo assunto alla dignita' arcivescovile, avendo di essa un'idea assai alta ed essendo deciso a riportarla all'antico splendore, non era certo il piu' adatto a placare gli animi.
Per questo motivo Fiamma sostiene che frate Leone divenuto Arcivescovo, totalmente cambiato, si mise a capo della fazione nobiliare e fomento' anziche' sedare le discordie. Un primo segno della latente contesa si ebbe bell'anno 1254, per motivi poco chiari: Il Fiamma accennando al fatto dice semplicemente " ... isto anno populus Mediolani cum parte nobilium pugnavit..." Si tratta di una notizia molto vaga ma confermata da alcuni documenti visti dal Giulini, che ci mostrano in quell'anno l'arcivescovo assente da Milano; il 13 gennaio egli si trovava ancora in Milano, da cui spedi' una lettera all'abate di S. Abbondio di Como, il 5 marzo emano' da un luogo imprecisato una sentenza a favore dei canonici di S. Ambrogio e S. Nazaro; il 9 luglio si trovava nel monastero di Civate, da dove scrisse al suo vicario generale Giovanni da Alzate; il 10 settembre era a Legnano, dove emano' una sentenza riguardo la controversia tra l'abate e il preposito di S. Ambrogio; da Legnano passo' ad Angera dove il 16 e 24 ottobre emano' due sentenze analoghe. Probabilmente l'arcivescovo si era trasferito da Civate a Legnano pensando di poter rientrare in citta', poi pero' la situazione si fece di nuovo tesa e da Legnano l'arcivescovo si trasferi' nel forte castello di Angera. Risulta quindi chiara l'importanza di Legnano nei momenti torbidi di Milano, proprio per il fatto che trovandosi a mezza strada tra Milano e i castelli sul lago Maggiore consentiva di mantenersi aperte le due alternative e di mettere in atto manovre politiche e favore del proprio partito in Milano; inoltre offriva, grazie alle sue fortificazioni, anche una certa protezione. Ecco la predilezione di Leone per questo borgo, nel quale cerco' spesso rifugio; e' tuttavia infondata, come vedremo in seguito, la tradizione che lo vuole fondatore di un sontuoso palazzo in Legnano, mentre piu' probabilmente si limito' ad abitare le costruzioni preesistenti.
Nel 1256 la situazione a Milano era di nuovo tesa, infatti erano stati eletti nuovi capi-parte, Paolo da Soresina per il partito nobiliare, Martino della Torre per l'altro, e avendo il Podesta' lasciato la citta' diretto a Roma a ricoprire la carica di senatore, scoppiarono tumulti per l'elezione del suo successore.
L'arcivescovo lascio' di nuovo la citta' e il 1 ottobre si trovava a Lesa,. Ancora nell'anno 1257 in febbraio e in marzo egli era fuori citta' e si era stabilito di nuovo in Legnano, come risulta dai documenti esaminati dal Giulini, relativi al problema dell'elezione della badessa di San Michele di Borgonuovo.
Secondo il Corio l'arcivescovo con il suo partito lascio' Milano in luglio, ma probabilmente in quel mese furono soltanto i nobili ad abbandonare la citta' per raggiungerlo in Legnano e organizzare la propria resistenza. La causa immediata di questa ennesima discordia fu, secondo il Fiamma, l'uccisione di un popolano da parte di un nobile avvenuta a Marnate, ma secondo un antico catalogo degli Arcivescovi di Milano, la cui opinione e' ripresa anche dal Corio, il motivo di fondo fu il desiderio dell'arcivescovo di riportare la chiesa Milanese all'antico splendore e, nella fattispecie, il rifiuto di annettere i popolani al rango di ordinari della Metropolitana. Particolarmente illuminanti riguardo a questo problema e alla figura di Leone da Perego le parole del catalogo sopracitato: " .. qui forbannitus cum Ordinariis Mediolanensis ecclesiae fuit ab ispis popularibus pro eo quod ipse e ordinati predicti aliquos de ipsis populalirbus,titulare in clericis ipsius ecclesiae noluerint..." e piu' avanti parlando dell'arcivescovo " vir strenuus et constants libertatem et honorem Mediolanensis ecclesiae defendit usque ad obitum suum..."
In ogni caso il partito nobiliare, riunitosi all'arcivescovo, si diede da fare per raccogliere aiuti e trovo' ovviamente ben disposti il Seprio e Como, pronti a trar vantaggio da qualsiasi partito per arginare la potenza milanese. Estremamente accorata era stata quindi la decisione dell'arcivescovo di portarsi subito a Legnano allo scoppiare dei primi tumulti: infatti quando ormai fu chiaro che non si poteva piu' sperare in un mutamento della situazione in citta' e anche i nobili dovettero abbandonarla, egli si trasferi' subito nel Seprio, mentre l'esercito del partito popolare guidato da Martino della Torre, uscito da Milano l'8 agosto, si porto' all'assedio di Fagnano; riuscendo vano questo tentativo si diede a devastare alcune terre vicine, mentre i nobili chiusi in Fagnano tentarono una sortita senza pero' che si giungesse ad uno scontro. L'arcivescovo allora, raccolto un esercito nel Seprio, entro' l'11  agosto in Varese senza incontrare opposizione alcuna, Martino Torriani approfitto' della sua assenza per attaccare Castelseprio e, uscitone il presidio nobiliare, ne nacque una zuffa. La situazione, ancora incerta, fu risolta dall'arrivo dei rinforzi dalla Martesana e da Como che costrinsero i popolani a ripiegare su Solbiate e Olgiate e a retrocedere ulteriormente verso Milano, incalzati dai due lati dell'Olona dai nobili milanese e dai comaschi, che si spostarono rispettivamente a Legnano e a Canegrate i primi, a Gorla e poi a Legnano i secondiGli itinerari seguiti mi fanno supporre che le strade sui due lati della vallo Olona si riunissero poi a Legnano per proseguire in una unica strada verso Milano.. Il 24 agosto la situazione era mo0lto tesa, con i nobili accampati a Canegrate e il popolari a Nerviano, da dove Martino aveva chiamato il carroccio preparandosi alla battaglia; ma grazie all'intervento dei Legati di Brescia, Bergamo, Crema, Novara, Pavia, Lucca e del Conte Egidio di Cortenueva, si pote' evitare uno scontro diretto: il 28 e 29  agosto a Parabiago, localita' equidistante dai due campi, fu stabilita una tregua pubblicata il 30 dello stesso mese, in seguito alla quale tutti rientrarono in Milano.
L'arcivescovo pero' non aveva probabilmente seguito il sue esercito ed essendo malato si era ritirato in Legnano, dove, per provvedere alla sua sicurezza personale in quel momento assai incerta,  i capitani e i valvassori fecero circondare il borgo con una grande fossa di cui come vedremo si sono ritrovate le tracce.
Poco dopo la stipulazione della tregua, il 14 ottobre, Leone mori' appunto a Legnano e vi fu sepolto. Circa la data della morte abbiamo la testimonianza sicura nel catalogo sopracitatoCatalogus, Pag 108 che dice ".. obiit vero MCCVII quarto decimo die octobris...", affermazione ripetuta anche dal CorioCorio Vol I° Pag 495. Dissente soltanto il Fiamma che prolunga la vita di Leone fino al 1263 e con cui caddero nell'inganno il Muratori, il Eassi, L'Oltrocchi e altri; Ma il Giulini dimostro' che l'arcivescovo era gia' morto prima del 1258, quando nella pace di S. Ambrogio si parla della sua "recolenda memoria".. Con altrettanta precisione sappiamo che fu sepolto a Legnano in modo estremamente modesto: il suddetto catalogo dice: ""..Sepultus vero est in eclesia Salvatoris in loco de Lignano..", il Fiamma "Isto tempore Leo de Perego Archiepiscopus Mediolanensis Legniano moritur, et ibidem viliter tumulatur", gli Annales Mediolanensis "Isto tempore frater Leo de Perego Archiepicospus Mediolani moritur exul, et in legniano posto portam Ecclesiae viliter sepeliturs..." Circa il luogo preciso della sepoltura, il problema e' complesso, giacche', anche se il catalogo  parla espressamente di San Salvatore, il corpo che si ritiene essere quello di Leone fu rinvenuto, come narra il Prevosto Pozzo, dentro un tronco di albero scavato, sotto una volta del muro poco alta da terra, nella piccola chiesa di S. Ambrogio, durante dei lavori di trasformazione, avvenuti al tempo di San Carlo Borromeo; dopodiche' il corpo scomparve, sebbene fosse rimasta nel borgo la convinzione diffusa che fosse stato traslato in San MagnoNon e' impossibile che Leone sia stato effettivamente sepolto in San Ambrogio, dal momento che la tradizione, secondo cui questa chiesa fu costruita nel 1339, risale al Pirovano, scrittore locale ottocentesco, le cui affermazioni sono in genere, quanto meno avventate. Daltra parte il catalogo degli arcivescovi ci indica San Salvatore, ma puo' darsi si sia trattato di un errore dal momento che l'autore, non conoscendo i luoghi, attribui' la sepoltura alla chiesa principale del borgo. Per quanto riguarda la traslazione in San Magno e' assai probabile: il fatto e' che si sia subito perduto l'indicazione del luogo della nuova sepoltura, e' forse da ricollegarsi, secondo il Giulini alla scarsa considerazione che San Carlo nutriva per l'operato del suo precedessore, come risulta nel catalogo degli arcivescovi, scritto per suo ordine dal Galesini; egli avrebbe voluto cosi' evitare che in Legnano si instaurasse il culto di quell'arcivescovo che gia' stava prendendo piede nel borgo; il Giulini stesso asserisce di aver veduto nella chiesa dei frati minori di Legnano una immagine di Leone con l'aureola e la B di beato davanti al nome. D'altra parte appare improbabile che San Carlo abbia traslato il corpo fuori di Legnano dal momento che non se ne ha alcuna notizia.
La morte di Leone avveniva in un momento particolarmente difficile, giacche' la pace di San Ambrogio, stretta il 4 aprile 1258 in conseguenza della tregua di Parabiago, non duro' che fino alla fine di giugno, quando il partito nobiliare lascio' nuovamente Milano e scelse come proprio capo Paolo da Soresina, benche' sospetto, per aver dato in moglie la propria sorella a Martino della Torre. Anche questa la questione si chiuse con un ennesimo accordo e le cose restarono come prima: impossibile in questa situazione trovare un accordo tra gli ordinari per l'elezione del nuovo arcivescovo, in vece del quale reggeva la diocesi di Azzone, arciprete della Metropolitrana. La situazione si aggravo' ulteriormente negli anni successivi, quando la fazione popolare, rimasta padrona di Milano all'inizio del 1259, al momento della scelta del proprio capo si spezzo' in due: La Motta, vedendo bocciato il proprio candidato Azzolino Marcellino, che mori' poco dopo, a favore di Martino Torriani, ruppe l'antica alleanza e si uni' al partito nobiliare. Quest'ultimo, dopo una breve quanto illusoria pacificazione, essendo Martino Torriani padrone di Milano, si lego' ad Ezzelino da Romano, ma lo abbandono' appena questi fu sconfitto e fatto prigioniero dagli alleati milanesi. Dopo la morte di Ezzelino, i nobili cacciati anche da Lodi, sospettando della fedelta' di Paolo da Soresina, per la sua parentela con i Torriani, lo imprigionarono a Legnano, che appare quindi in quest'anno 1259 ancora saldamente in mano al partito nobiliare. Paolo, liberatosi rientro' in Milano e si accordo' con martino mentre il governo di Milano veniva affidato per 5 anni al Marchese Pelavicino il quale, per il suo atteggiamento ostile all'ortodossia cattolica, rese i Torriani sospetti alla S. Sede.
Nel 1261 l'ostilita' della curia romana nei confronti di Milano si aggravo' per effetto di una grave offesa recata dal Torriani al cardinale Ottaviano degli Ubaldini, legato papale in Francia. Egli lasciando la citta' condusse seco Ottone Visconti e l'anno successivo, quando la scelta dell'arcivescovo di Milano, per effetto del mancato accordo, passo' nelle mani del pontefice, fece conferire appunto a Ottone questa dignita', a scapito dei due pretendenti, Francesco da Settala e Raimondo Torriani, che fu eletto in conpenso Vescovo di Como.
Per reazione martino della Torre occupo' i beni del vescovo, tra cui certamente Legnano, dove i Torriani trovarono il modo di accrescere il proprio potere anche sfruttando la difficolta' che attraversavano in quei momenti gli enti religiosi. Gia' da tempo infatti il Comune di Milano aveva imposto, per sopperire alle spese di guerra, il frodo anche agli enti religiosi e avendo incontrato da parte loro forte resistenza, aveva percio' limitato, nel 1256, il frodo ai beni ecclesiastici acquistati negli ultimi 5 anni o da acquistarsi in seguito. Si colpiva osi' l'ascesa degli enti religiosi, ma anche ai contadini che lavoravano le loro terre, causando nuove discordie tra vicini e atti contro le proprieta'. Con la morte di Leone e le discordie susseguenti la situazione peggioro' e i canonici Agostiniani del convento di San Giorgio presso Legnano, decisero di abbandonare il luogo e trasferirsi nella Casa Madre di San Primo in MilanoC. Marcora - Un frammento degli statuti di Legnano del 1258 - 1268 trovato in un codice dell'Ambrosiana - " Memorie della Societa' Arte e Storia". Legnano, n. 16 1956 pagg. 68,69.
Attuarono percio' un cambio con i beni presso la chiesa di San Primo, nel sobborgo della Pusterla Nuova in Milano, e in Limido, sotto il titolo di San Martino, spettanti ai fratelli Raimondo, Napo e Francesco della Torre e al loro nipote Enrico,Giulini - Perche' Castello di San Giorgio - "Memorie della Societa' Arte e Storia" n. 16 1956 pag 60,61cedendo loro i vasti possedimenti nei dintorni di Legnano. Probabilmente furono proprio i Torriani a costruire sulle terre acquistate mediante questa permuta, il cassioEsso costituisce la parte centrale dell'attuale ala destra del cstello ed e' chiaramente individuabile.che e' attualmente incorporato nel cosidetto castello di Legnano e che serviva ottimamente per controllare i movimenti che avvenivano sulla strada per Milano lungo la Costa di San Giorgio: cio' sarebbe a dimostrare una volta di piu' quanto fosse importante nei momenti di pericolo per Milano il controllo di questo borgo.
Frattanto a Legnano continuava la sua scesa la famiglia Oldradi o Oldrendi, che aveva assunto un posto di primo piano anche nel quadro delle istituzioni comunali. Cio' risulta da alcuni frammenti di documenti riguardanti LegnanoCome risquardo del codice I 115 inf. dell'Ambrosiana, risalente al secolo XV, e' stato rinvenuto un foglio pergamenaceo scritto in doppia colonna, ciascuna di 22 righe, di scrittura del secolo XIV; esso costituiva probabilmente la pagina di un mastro pergamenaceo del comune di Legnano in cui venivano conservate le delibere della comunita'; cfr. C. Marcora, "Memorie della Societa' Arte e Storia" n. 16, 1956, pagg. 66: il primo di essi e' la parte terminale di una approvazione degli statuti comunali e ci presenta il collegio dei consoli al completo: "... fuerunt aprovata et laudata et confirmata in anno currente millesimo duecentesimo sexagesimo. Primo per Ottonem Tallonum et Mainfredum de Bonatia et Tomazium Gutinazium et Albertum Tallonum consules et vicarios archiepiscopatus mediolani habentis et distructum il predicto burgo et territorio de consensu et voluntade Guillielmi de Ponte et Jacobi de castro Seprio et Jacobi Ferrari et Ambrosi Arimperti et Alberti Belloi et Oliverii Holdrendi et Andeloj Hodrendi et jacobi Servidei et Amboxi Liprandi omnium electorum per comune dicti burgi afd predicta facienda et ordinanda qui consules cum predictis electis concorditer dixerunt et ordinaverunt quod omnia supradicta statuta in quolibet capitullo observetur per quemlibet vicinum burgi de Legnano hinc ad annum unum et plus ad voluntatem totius conscilij dicti comunis vel maioris partis et que statuta fuerent completa die lune octavo die ante Kalendas februarii". Compaiono qui quattro consoli, Ottone Tallono, Mainfredo de Bonatia, Tommaso Gutinazio,e Alberto Tallono, che sono espressamente indicati anche come vicari dell'arcivescovo, il quale ha il discrictus su Legnano e il suo territorio. Nell'approvazione degli statuti hanno appunto la precedenza i quattro consoli, i quali pero' devono ottenere l'approvazione e il consenso di un collegio di 9 persone, tra ci i membri della famiglia Oldradi, elette dal comune di Legnano appunto per questo scopo; vale a dire l'autorita' che deriva ai consoli dal fatto di essere anche vicari  dell'arcivescovo, sembra essere alquanto mitigata da quella del comune, che traeva vantaggio dalla progressiva diminuzione di potere del proprio dominus per aumentare la propri autonomia, particolarmente in questo periodo confuso di vacanza della sede arcivescovile.
Il secondo documento riguarda l'imposizione e l'esazione del frodo da parte del consiglio del comune di Legnano "Millesimo CCLVIII die veneris XVII die februarij totum conscilium burgi de Leniano silicet Castellus Albiollo et Levachae Holdrendi et Rugerius Ferrari et Ambroxi Tallonus et Ambroxis Liprandi et Ollivierus Ravergi et matheus Bellous et Oldrdus de Masenago et Otto Tllonus et Ollivierus Hodrendi et Giullemus de Ponte et Marchixius Terugi et Arnoldus de Retenate et Jacobus Servideo et Jacobus del Castelseprio et Petrus Folcis et Aventollus Sertor et Maifresus de Banatia et Arnoldus  Arimperti. Fuerent in concordia et ordinaverunt et statuerunt quod potesta teneatur per sacramentun exigendi fodrum a quolibet homine tam masculum quam fiminam cui vel quibusi impositum vel incissum fueret per comune dicti burgim seu per cosiclim vel pre maiorem partem. Item staturemtun et ordinaverunt per totum suprscriptumconscilium de voluntade vixinanantie quod si aliquis homo de predicto burgo vel eius territorio fecerit seu haberit et tenuerit illud de quo pro quo comune burgi predistum condempnaretur sustinuerit vel habuerit aliqyod dempnum vel dispendium vel cendempnatione aliqua quod ille homo vel femina cuius ocaxione evenerit teneatur et debeat restituere totumdampnumet condempnationem et expensas predicto comuni suis expensis et dampnis et si recussaverit facere ut supra legitur quod comune et consules et podestas qui erit pro temporibus teneatur et debeat eun desconvenzare et facere preconizare per burgum. Et non debeat reverteri in convenentia donec non solverit totum dampnum et dispendium et expensa que et quas  facte fuerint et salute per ipsum comune ipsa ocaxione" A questo documento sefue una data: ""in nomine domini MCCLXIII die veneris sexto decimo die mensis Novembris indictione Duodecima ", e qui termina il foglio, percio' questa data potrebbe essere la conclusione del documento suddetto o l'inizio di un documento successivo.Risulta impossibile stabilirlo, dl momento che il foglio pergamenaceo - in fotocopia in "Memoria della Societa' Arte e Storia" n. 16 tavola II - sembrerebbe che la data suddetta sia l'inizio di un nuovo documento ma non bisogna dimenticare che si tratta di una copia. Cosi' pure la datazione all'inizio del documento contiene un errore, poiche' il 27 febbraio 1258 non era un venerdi ma una domenica, ma anche in questo caso non e' possibile stabilire se l'errore vada attribuito all'originale o al copista.
Comunque sia resta il fatto che le disposizioni indicate vanno effettivamente attribuite all'anno 1258 e le difficolta' e le resistenze, che evidentemente si pensava di incontrare nella riscossione del tributo, concordano perfettamente col quadro che abbiamo tracciato piu' sopra a proposito del convento di San Giorgio. Anche il consiglio del comune compare, nel documento sopra indicato, nella sua composizione del 1258:  oltre ai nomi delle principali famiglie del borgo, ricaviamo la notizia che anche in quest'anno partecipavano alla pubblica amministrazione due membri della famiglia degli Oldradi o Oldrendi, che, insieme a quella dei Talloni, sembra essere la piu' importante del borgo, e che a capo del comune c'era un podesta'.
La struttura del comune di Legnano appare in conclusione abbastanza chiara e assai simile a quella di tutti i comuni rurali. I poteri comunali sono affidati ad un consiglio di 19 membri,Essendo il comune l'espressione del concorso dei singoli in una azione comune, il pricipio supremo dell'organizzazione e' appunto il consiglio, come fomte di ogni competenza.che, mediante un collegio di persone  cio' delegate, redige ed approva gli statuti,  la cui durata di un anno, ma puo' essere prorogata per decisione del consiglio stesso a maggioranza semplice. Organi del potere esecutivo sono i consoli o il podesta' che sembrano alternarsi o addirittura coesistereNel 1260 abbiamo visto che erano in carica 4 consoli, nel 1258 un podesta' e in quest'anno appunto si prevede la possibilita della presenza dell'una e dell'altra magistratura: si dice "infatti che le decisioni prese poste in atto da "... comune et consules et podesta qui erit, temporibus..". In entrambi i casi, l'elezione avveniva probabilmente in loco, secondo la prassi generale, e veniva poi ratificata dal Dominus: infatti i poteri di questi ufficiali avevano una doppia base giuridica derivante dal mandato comunale e dalla conferma dominicale. L'importanza reciproca dei due fattori vario', certo, sensibilmente a seconda delle vicende politiche, dal momento che il dominus del borgo non era un qualsiasi signore feudale, ma l'arcivescovo di Milano, il cui potere politico, totalmente inesistente in alcune particolari circostanze, si faceva di volta in volta grandissimo, non appena la situazione si volgeva a suo favore.
Le competenze dell'amministrazione comunalee erano probabilmente limitate agli affari interni del borgo, alla polizia campestre e ai compiti di difesa del comune, collegati all'esistenza nel borgo di elementi di fortificazione.
Se il comune godette di una certa indipendenza durante le lunghe lotte che opposero i due grandi schieramenti politici cittadini, con l'avvento della signori Viscontea certamente il controllo da parte della citta' si fece piu' attento e forse proprio con il suo appoggio la famiglia Oldradi o Oldrendi, raggiunse quel posto di preminenza nel borgo che la vediamo occupare verso la fine di questo secoloNella Matricola Nobilium familiarm del 1277 compaiono gli "Oldrendis de Legnano" unica famiglia nobile del borgo, alcuni membri della quale abitavano probabilmente nel borgo stesso, gli altri in Milano, in C. Castiglioni - Gli ordinari della Metropolitana attraverso i Secoli, in "Memorie della Diocesi di Milano", vol. I°, pag. 20e in quello successivoIn una curiosa prova dell'influenza esercitata da questa famiglia sul borgo, si ha confrontando l'attuale stemma cittadino con il suo stemma gentilizio, quale compare nel 1383 a Bologna - Atti e memorie della Regia Depurtazione di Storia Patria per le provincie della Romagna, terza serie, vol XIX, 1901 pag. 80. Chiaramente l'attuale stemma comunale formato da un leone rampante nella banda superiore e da un rametto di corallo in quella inferiore, e' una derivazione di quello degli Oldradi, formato da un leopardo nella banda superiore e da un identico rametto di corallo in quella inferiore.
 
 
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2.15 Legnano nell'alto Medioevo

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Legnano nell'alto Medioevo
 
Abbiamo visto che Legnano durante tutto l'arco del dominio romano fu sempre in sostanza un piccolo borgo a base agricola, privo di un peso militare rilevante: lo stesso vale per il primo periodo degli stanziamenti barbarici. Impossibile stabilire, data l'assoluta mancanza di documentazione, quale incidenza abbia avuto sulla vita del Borgo i primi stanziamenti barbarici: tuttavia dai reperti archeologici, che ancora una volta ci vengono in aiuto, si sarebbe portati a supporre che l'insediamento di queste popolazioni sia avvenuto di preferenza piuttosto nell'attuale Castellanza che non in Legnano. Infatti esistevano all'altezza dell'attuale Via Dandolo, che forma il confine tra i due Comuni, elementi di fortificazione (1) che probabilmente si estensevano fino al ciglio di un dirupo a picco sulla valle Olona, punto ideale per controllare lo sbocco sulla valle stessa; appunto in questa zona si sono fatti alcuni ritrovamenti di epoca barbarica (2): se ne potrebbe quindi dedurre che i nuovi arrivati si siano serviti della fortificazione preesistente e vi abbiano stabilito un piccolo presidio militare (3).
In generale si puo' comunque dire che anche lo stanziamento longopbardo, la situazione di Legnano non subi' mutamenti sostanziali, se non forse nella scomparsa della superstite classe dei ricchi proprietari romani, forse distrutta dalle prime stragi, forse rifugiata nelle rare e decadenti citta' murate o confusa nella generale miseria (4)
Il Bognetti intravvede una tracia di un possibile ordinamento longobardo generale della campagna nella coincidenza tra pieve, che,anche ove non indica col pagus, resta pur sempre una circoscrizione molto antica, sala e fara: nel senso cioe' che in ogni pieve sono presenti una sola fara ed una sola sala; cio' farebbe pensare a un presidio stabile, costituito dalla fara, accentrato attorno ad una fortificazione (6), cui viene versato il terzo dei prodotti ammassato nella sala.
Questa rudimentale organizzazione o almeno il suo completamento ed il suo consolidamento sarebbe da attribuirsi secondo il Bognetti al terzo re, Autari, durante il periodo di trgua coi Bizantini, vale a dire alla seconda meta' del secolo VI.
Questo l'ordinamento generale della campagna nel quadro del dominio longobardo, quale parte vi avesse il nostro borgo e' impossibile dire; si sa soltanto che a Legnano non fu mai, fino ad epoca assai tarda, neppure contro di una pieve. Tuttavia bisogna tener presente che nel quadro generale dell'economia di questo periodo la campagna fu sempre in primo piano, infatti quando, all'inizio  del secolo VIII, cominciano a riapparire le carte private, esse provengono per la maggior parte proprio dalla cmapagna e lo stesso autore del ritmo in lode di Milano del secolo VIII e' colpito non tanto dall'attivita' artigianale della citta' quanto all'abbondanza dei prodotti agricoli che vi affluiscono.
E' probable inoltre che in questo periodo le stragi e le confische, operate dai re longobardi in seguito alle ribellioni, abbiano portato ad una piu' equa distribuzione delle terre, favorendo lo sfruttamento piu' razionale e la creazione di un certo margine di ricchezza che consentiva di operare bonifiche e creare nuovi mezzi di produzione, necessaria premessa per una successiva fioritura economica.
Non si puo' pero' parlare, secondo il Bognetti, per questa zono di un vero e proprio sistema curtense, per lo meno nel senso della grande proprieta' continua: si tratta per lo piu' di complessi assai articolati che vanno dai laghi alla pianura e che tendono a darsi spontaneamente un equilibrio interno; cosi' mentre il lago produce vino e olio e le terre che lo sovrastano forniscono il pascolo estivo, la media pianura produce cereali e le terre basse verso i fiumi integrano il fabbisogno stagionale del pascolo.
Nel quadro di questo sistema si potrebbe collocare anche Legnano, secondo quanto risulta dal primo (7) documento pervenutoci dalla sua storia, risalente al 23 ottobre 789. Si tratta di una permuta operata dall'arcivescovo Pietro, il quale aveva poco prima fondato il monastero di S. Ambrogio, a favore del monastero stesso cui concede tutte le rendite della basilica godutre fino a quelo momento dal suo custode, il diacono Forte (8), il quale ricevea titolo di cambio i beni dell'arcivescovo di Legnanello.
Il documento (9) nella sua parte che ciinteressa dice precisamente:
"Statuimus etiam eidem abbati suisque successoribus uti universis rebus atque substantiis ad ipsam ecclesiam, que hactenus cella vocabatur, pertinentibus queque in posterum a Christi fidelibus inibi conferendis sicut usque hactenus a Forte diacono filio nostro possessum est in integrum. Quam nos ab ibso cum rebus supradictis per commutationem suscepimus dans ei vicem curtem proprietatis nostre in Leunianello seu et in aliis locis ubicumque habere ex parentum successione videor ad commodum ad mutandi et concambiandi modum...".
Da questo stralcio si possono trarre alcune deduzioni: innanzitutto sembrerebbe che Leunianello, cior' Legnanello fosse il centro di una curtis i cui beni erano sparsi un po' dovunque, come farebbe pensare la frase " et aliis locis ubicumque", appunto secondo lo schema tracciato piu' sopra.
In secondo luogo si tratta qui di beni personali dell'arcivescovo derivatigli da una eredita' familiare: lo dice esplicitamente il documento: "habere ex parentum successione videor".
Sarebbe quindi interessante sapere quale fosse la famiglia dell'arcivescovo proprietaria di tutti questi beni: secondo una tradizione totalmente infondata si tratterebbe della famiglia legnanese degli Oldradi; in realta' di questo arcivescovo, sucessore di Tommase ed eletto, secondo gli antichi cataloghi, nel gennaio o nel marzo del 784, si sa assai poco. Il Bognetti propende per  l'ipotesi che si tratti di un transalpino dal momento che Alcuino lo ricorda come proprio ispiratore e padre spirituale e non pare che le sue visite in Italia siano state tante e tali da creare un simile legame: cio' sarebbe indirettamente confermato dal fatto che Pietro, non appena divenuto arcivescovo, fondo' immediatamente un monastero benedettino nel luogo piu' augusto della sua sede. Si avrebbe di conseguenza presso legnano l'insediamento di una famiglia di ceppo transalpino.
Per quanto riguarda piu' strettamente il nostro borgo, in questo documento compare gia' chiaramente la struttura urbanistica caratteristica di tutti i secoli successivi e cioe' la divisione in un nucleo centrale sul lato destro dell'Olona, attorno all'antica chiesa del Salvatore, dove poi sorgevano i palazzi arcivescovili, che costituisce il proprio borgo di legnano, e in un altro nucleo piu' piccolo sulla sinistra del fiume, Legnanello, cui si riferisce il documento sopracitato. I due nuclei rimasero per molti secoli nettamente divisi dall'Olona, dal momento che era impossibile abitare le terre piu' basse e vicine al fiume, che sovente si impaludavano.
In questo periodo anche l'economia sente l'influsso dell'invasione franca, non tanto nel cambiamento della struttura della proprieta' terriera, che resta sostanzialmente la stessa, quanto nell'allargarsi dell'orizzonte strettamente nazionalistico dei Longobardi e di conseguenza nell'aprirsi delle frontiere, con benefici influssi sul commercio, pur a quell'epoca ancora assai ridotto. Per conseguenza ripresero importanza le strade, specie quella della valle Olona che attraverso il Seprio portava ai laghi e ai passi alpini, e Legnano dovette certo risentire beneficamente di questa nuova situazione. Dopo questa concessione al diacono Forte, non si sa precisamente che cosa sia avvenuto a Legnano; e' lecito tuttavia supporre che l'arcivescovo di Milano, il cui potere andava sempre piu' estendendosi e stabilizzandosi,  cercasse in ogni modo di attuare una penetrazione nel vasto territorio che faceva a capo Milano, anche se non aveva nessun titolo giuridico per farlo.
Questa lenta opera di penetrazione dara' i suoi frutti circa un secolo piu' tardi, come vedremo piu' avanti.
Forse nel secolo X, in relazione agli attacchi degli Ungari, sorse in Legnano il primo nucleo di quel castello la cui presenza appare accertata nel secolo successivo. Infatti le incursioni Ungare, avevano determinato una fioritura di castelli, per lo piu' di tipo piuttosto semplice, dotati cioe' di una torre e di una cinta murata, nei quali gli abitanti si rifugiovano e incastellavano i loro prodotti.
Quesot fatto determino' il sorgere di nuovi rapporti giuridici (11), dal momento che il diritto regio di incastellare, esercitato tramite militi ed enti immunitari che, al piu', si accordavano coi liberi proprietari del luogo per avere il loro aiuto, porto' da una parte a premere sulle classi inferiori cercando di fare dichiarare servi o aldi coloro che lavoravano dietro libero contratto, provocando cosi' la loro reazione e favorendo il crearsi di una coscienza collettiva, dall'altra al prosperare di famiglie di militi minori all'ombra del castello a loro affidato.
La situazione apparentemente calma subi' una nuova scossa sul finire del secolo quando l'arcivescovo per salvarsi da una difficile situazione infeudo' le terre della chiesa, in dispregio dei canoni e leggi regie, causando da un alto un maggior sfruttamento dei rustici, le cui esigenze andavano mutando anche a causa del forte incremento demografico in atto, dall'altro incertezza ed ostilita' di fronte alla potenza dell'arcivescovo, sempre crescente grazie alla politica delgli Ottoni, da parte di quei militi minori di cui abbiamo detto sopra, che si trovavano in balia dei militi maggiori, pronti alla loro morte a privare la loro famiglia del beneficio per concederlo ai propri fideles.
Siano giunti cosi' alle soglie di quel secolo XI che vedra' giungere al pettine tutti i nodi creati dalla politica precedente. Sulle prime e' l'arcivescovo a raccogliere i frutti della propria abile politica (12), infatti nella lotta tra Arduino d'Ivrea ed Enrico II, appoggio' apertamente quest'ultimo e ne trasse sensibili vantaggi.
Che in qiesta lotta siano coinvolti anche i conti del Seprio risulta da un passo di Galvano Fiamma (13), cge, pur non essendo solitamente attendibile, trova in questo caso la sua conferma nel "Liber Notitiae Sanctorum Medionani" e precisamente nella "Memoria Sancti Gemuli" (14). In esso si narra infatti la storia di due conti del Seprio Ugo e Bebengerio, figli del conte Sigifredo, i quali violenti e rapaci, odiavano l'imperatore e l'arcivescovo, finche' questi con l'approvazione dell'imperatore stesso si approrio' dei loro beni.
Cio' potrebbe essere confermato indirettamente dal fatto che nel 1014 l'imperatore tornando in Germania lascio' come suoi messi con giurisdizione sui tre contadi di Seprio, Milano e Pavia, Amizio, figlio di Erlembardi e suo figlio chiamato anch'esso Erlembardo, i quali erano "Milites Sancti Ambrosii" cioe' vassalli dell'arcivescovo (15); essi sono probabilmente gli antenati dei capi patari Landolfo e Erlembardo Cotta.
Il fatto stesso che l'imperatore qualificasse apertamente nel proprio diploma i due messi come "Milites Sancti Ambrosii" implicava da parte sua un sottointeso riconoscimento della loro dipendenza dall'arcivescovo, se a cio' si aggiunge che l'imperatore era assente, in Germania, e l'arcivescovo presente e deciso a non farsi sfuggire l'occasione, si comprendera' faclmente come gia' prima di una eventuale concessione sovrana Arnolfo fosse riuscito a corrodere i diritti regi del Seprio. D'altra parte una co0ncessione sovrana, che spiegherebbe l'appartenenza all'arcivescovo di molti beni del Seprio e, nel nostro caso, di Legnano stessa, non appare stanto strana se si pensa che l'imperatore avvalendosi del capitolo I dell'Editto di Rotari, fece una analoga cncessione al vescovo di Como. (16).
Poiche' successivamente troveremo i Cotta, discendenti dei due messi regi, proprietari del Castello di Legnano, viene fatto di supporre che l'arcivescovo una volta ottenuti questi beni ne abbia infeudato una parte ai Cotta stessi, ottenendo egli la difesa dei suoi diritti su questi beni,  da parte di persone che erano gia' legato a luida rapporti di vassallaggio e che avevano su quelle terre anche un poitere di derivazione regia, ed essi una nuova base giuridica della propria autorita'.
Nonostante questo nuovo aumento di potere dell'arcivescovo la situazione di Milano era tuttaltro che tranquilla: nella prima meta' del secolo scoppio' dapprima la lotta tra feudatari maggiori e minori e poi fra costoro uniti e i cives; l'accordo intervenuto alla fine aveva scontentato molti perche' ammettendo al governo della citta' e i cives di maggior peso, ne aveva escluso completamente tutti gli altri ceti cittadini minori, vale a dire mercanti e artigiani nonche' il popolo minuto, i medi e piccoli proprietari del contado e i rustici gia' in fermento per le conseguenze degli avvenimenti del secolo precedente.
Infatti da una parte il medio e piccolo ceto campagnolo cominciava ad avere una certa consapevolezza della propria forza unitaria (17), dall'altra i rustici influenzati dall'insegnamento di sette ereticali assai diffuse che predicavano, tra l'altro, la comunione dei beni, vedevano in un movimento di riforma religiosa una sorta di palingenesi sociale che avrebbe finalmente mutato la loro condisione.
L'alleanza di questi ceti costitui' la base sociale della "Pataria"; in essa tuttavia insieme con il disagio sociale e politico, confluivano dei motivi di ordine sociale e politico, confluivano dei motici di ordine schiettamente spirituale, vale a dire l'esistenza di un ritorno del clero alla poverta' e purezza evangelica, l'opposizione alla dispersione del patrimonio della chiesa nelle mani dei feudatari laici, conseguenza necesaria della posizione assunta dall'arcivescovo e il desiderio di un intervento laico, che si supponeva piu' disinteressato nel movimento di riforma.
Appaiono dunque, per quanto abbiamo detto sopra, chiari i motivi per cui l'esigenza di riforma fu largamente sentita dalle plebi rurali, non dimentichiamo che Arialdo comincio' la sua predicazione proprio a Varese, le quali pareteciparono poi attivamente alla lotta che ne fu la conseguenza e successivamente, deluse nelle loro aspettative, espressero il loro dissenso con rivolte e rivendicazioni e prepararono un terreno assai favorevole al movimento degli Umiliati.
Legnano fu, come in altri borghi, probabilmente toccata da queste istanze religiose e sociali, ma si trovo' anche a recitare una parte di primo piano nella fine del capo Pataro Arialdo (18): costui costretto a lasciare la citta', che era stata per dieci anni teatro della sua predicazione nonche' di gravi fatti di sangue, dopo un vano tentatico di recarsi a Roma, venne condotto da Erlembardo Cotta, suo devoto seguace e compagno, nel proprio castello che si trovava per l'appunto in legnanop, Andrea di Strumi (19) che ha narrato la fine di Arialdo dice semplicemente: "Scientes loca undique obsessa ad quoddam castrum fidelis Herlembardi sunt reversi", ma secondo landolfo seniore (20) e l'autore indicato dal Giulini come l'Anonimo e dal Puricelli come Landolfo iunior (21), questo castello si trovava a Legnano; rifugiatosi qui e trasferitosi poi presso un sacerdote suo amico, fu da questi tradito e consegnato all'arcivescovo.
La èpresenza di un castello dei Cotta a Legnano si spiegherebbe avanzando l'ipotesi di una prima costruzione abbastanza semplice, risalente al tempo delle invasioni degli ungari, che passata poi ai successori dei due messi regi Amizzo e Erlembardo subi' ad opera loro alcune modificazioni che ne fecero un vero e proprio castello; tale infatti doveva essere per poter ospitare Arialdo, Erlembardo e certamente anche alcuni dei loro piu' fedeli sguaci e collaboratori e per potere, nel caso fossero stati scoperti, offrire una certa garanzia di difesa dalle truppe dell'arcivescovo.
I motivi che spinsero i Cotta a munire Legnano di una vera e propria opera fortificata si puo' facilmente intuire se si pensa che questo borgo, come vedremo piu' avanti, si trovava proprio sul confine del contado del Seprio, che aveva dato gia' bastanti prove, e piu' ne dara' in seguito, della propria predisposizione a parteggiare contro Milano ogni volta che si apriva qualche contesa, magari appoggiando il partito dei fuoriusciti dalla citta'. Infatti in un'epoca di poco successiva e probabilmente per gli stessi motivi, vediamo fortificata anche la vicina localita' di Cerro anche'essa sul confine (22). Inoltre Legnano rappresento', allora e nei secoli successivi, una specie di porta del Milanese che consentiva ai nemici esterni superato questo ostacolo, di puntare sulla citta' senza incontrare gravi resistenze e costituiva per i fuoriusciti un sicuro rifugio dove attendere lo sviluppo degli avvenimenti in Milano, manteendosi sempre aperta in caso negativo la possibilita' di una fuga dalla parte del Seprio.
Cio' spiega perche' questo piccolo borgo di per se stesso insignificante si sia trovato tante volte coinvolto nelle grandi lotte politiche milanesi.
Per quanto riguarda la localizzazione del castello, il campo e' aperto alle ipotesi piu' varie, in quanto non ne sono state rinvenute tracce considerevoli. Il Giulini semplicisticamente lo identifica con il castello di San Giorgio (23), che, sorto comunque in epoca assai piu' tarda, non fu mai una vera opera fortificata ma piuttosto una dimora di campagna.
Personalmente propenderei per l'ipotesi che questo castello si trovasse nel centro del borgo e che sia stato poi inglobato nelle costruzioni che nel secolo XIII circondavano i palazzi dell'arcivescovo: non si vede perche' l'arcivescovo, attendendo a fortificare il borgo, avrebbe dovuto trascurare di utilizzare una costruzione preesistente; d'altra parte gli infiniti rivolgimenti edilizi subiti da quest'area spiegherebbe l'inesistenza di tracce apprezzabili. Allo stato attuale, l'ipotesi piu' probabile porterebbe a ricollegare il castello dei Cotta con alcune tracce di fondazioni assai spesse rinvenute nell'attuale via 25 aprile contigue al muraglione che recingeva nel secolo XIII i palazzi della curia arcivescovile (24), ma preesistenti rispetto ad esso.
In ogni caso la proprieta' dei Cotta non si trova piu' alcuna traccia in epoca successiva, mentre nella prima meta' del secolo XII il controllo diretto dell'arcivescovo sul borgo, tramite i suoi monasteri milanesi, era fortemente aumentato; infatti nel 1148 vi possedeva dei beni il monastero Maggiore.
Cio' risulta da un privilegio (25) indirizzato  da papa Eugenio III a "Margaritae abbatisse Sancti Mauritii Monasteri eiusque sororibus" e datato Brescia 29 luglio 1148, con il quale si confermano alcuni beni e diritti di questo monastero, tra cui alcuni beni di natura imprecisata in "Legniano".
Tutto cio' starebbe ad indicare una tendenza sempre piu' spiccata dell'arcivescovo ad intervenire di volta in volta piu' direttamente nel borgo, probabilmente per la sua importante posizione, che lo portera' tra breve alla ribalta nella lotta contro il Barbarossa, finche' si arrivera', come vedremo, nel secolo seguente, ad un dominio diretto dell'arcivescovo su Legnano, rifugio,come abbiamo detto, e, in caso di necessita', porta aperta sul Seprio verso i forti castelli arcivescovili del lago Maggiore.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
NOTE:
 
1)        Il muraglione, risalente forse ad epoca romana, e' affiorato nel corso degli scavi ed e' ancora visibile, incorporato in una casa.
2)        Si tratta di seportura in terra nuda oppure in cassette di legno, con armi e vasetti di fattura tipicamente barbara.
3)        Anche in legnano si sono avuti ritrovamenti di questo genere, ma si tratta di esempi troppo sporadici per poterne trarre anche una semplice congettura.
4)        Ne sarebbe prova il passaggio, chiaro nell'Editto di Rotari del 643, dal termine classico di domus che indica la casa in muratura a quello di casa indicante in senso classico la capanna rustica: cio' dimostra che era scomparsa la classe alta che poteva conservare l'uso della casa in muratura, mentre i Longobardi conservavano la tradizione germanica della capanna in legno e paglia.
6)        In genere non si dovrebbe trattare di un castello, ma di una costruzione piu' modesta, come ad esempio una torre.
7)        Secondo il Corio, legnano comparirebbe tra le corte donate nel 493 ad un certo Alione, signore di Angera e di altre terre presso il Verbano, da Galasio I°, che nomino' il suddetto personaggio conte d'Italia. Ovviamente e' impossibile accertare tale affermazione sia perche' e' quanto meno assai improbabile l'esistenza di un documento di quest'epoca, sia perche' alcuni termini in esso contenuto appario relativi ad un'eta' di molti secoli posteriore: valga come esempio la menzione delle lire di Terzoli. Tuttavia a parte l'epocae i nomi degli interessati che ricad0ono decisamente nel favoloso, appare, specie nell'elenco delle terre donate e di altri prvilegi concessi, una certa precisione che farebbe supporre che il Corio abbia effettivamente visto un documento, di quale epoca ed in relazione a chi e' impossibile dirlo.
8)        Infatti occorre tenere presente che in quest'epoca tutte le Chiese di Milano erano officiate dall'arcivescovo e dal clero maggiore nelle varie solennita' e avevano per custode un diacono, finche' alcune di esse non furono affidate ad un monastero che vi sviluppo' accanto ad esse, come in questo caso.
9)       Porro Lambertenghi - Codex Diplomaticus Longobardie, Historie Patriae Monumenta, Tomus XIII, Torino 1873, n. LXIV.
11)       G.P. Bognetti - Terrore e sicurezza sotto re nostrani e sotto re stranieri in Storia di Milano - Vol 2
12)       G.L. Barni - Dal Governo dei vescovi a quello dei cittadini, in storia di Milano Vol. III
13)       G. Fiama - Manipulus florum
14)       Liber Notitiae Sanctorum medionani a cura di M. Magistretti e U. Monneret De Villard , Milano 1917
15)        Diplomata Heinrici II
16)        Diplomata Heinrici II L'impoeratore gli dono' la corte di barzano' nella martesana tolta ai due conti del Seprio.
17)       Sono di questo periodo i primi cenni di boni homines che in rappresentanza di una comunita' prendono decisioni e assumono impegni il che presuppone oltre ad una consapevolezza unitaria anche una certa autonomia; abbiamo l'esempio di Arogno dove nel gennaio 1010 alcuni boni homines prendono impegni in nome della comunita' davanmti agli inviati dell'arcivescovo e del monastero di S. Ambrogio (C. Giardina - i boni homines in Italia, in "rivista di storia del Diritto Italiano", V - 1932 - Bologna)
18)        Giulini
19)       Andreae, vita et passio Sancti Martiti Arialdi mediolanensi
20)               Landulphi Senioris, Medialanensi historia.
21)               Landulphi Iuniores, Historia mediolanensi
22)       Testamento di Lanfranco decumano della chiesa di S. maria Jemale che lascia al monastero e canonica diS. Ambrogio di Milano alcuni fondi situati nel castello di Cerro; datato aprile 1094. in Atti privati milanesi e Comaschi del sec. XI a cura di Manaresi e Santori che pero' legge erroneamente Landolfo anziche' lanfranco.
23)       Noto piu' semplicemente come Castello di legnano, sorge poco fuori dalla citta' presso l'Olona in direzione di Canegrate.
24)       Brani di Storia ed Arti di Legnano - memoria n. 17 pag 157
25)       Antiquates Medii Evi
 
 
 
 
Bibliografia
 
a)        M. Bertolone, Lombardia Romana, Milano 1939, pag 48)
b)       G.P. Bognetti, Milano longobarda, in Storia di Milano vol2° - 1954, pag 69 e seguenti.
c)        Porro Lambertenghi - Codex Diplomaticus Longobardie, Historie Patriae Monumenta, Tomus XIII, Torino 1873, n. LXIV.
d)        B. Corio  - Storia di Milano
e)        G. Giulini - Memorie spettanti alla storia, al governo e alla descrizione della citta' e campagna di Milano nei secoli bassi, Milano 1760.
 
 
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2.16 Il Risorgimento

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Il Risorgimento
 
Gli anni successivi all'occupazione francese del 1796 furono caratterizzati da grosse difficolta'. Ci furono generali cambiamenti delle strutture politiche, ritocchi e trasformazioni non trascurabili effettuati dalle autorita' austriache, che determinarono un generale senso di incertezza e contraddistinsero il periodo compreso tra la fine del sec. XVIII e il Congresso di Vienna, a causa di una serie  di prepotenze militari, di confische di vario genere, di disordine amministrativo (Ciasca R., L 'evoIuzione economica della Lombardia dagli inizi delsec. XIX al 1860, Milano 1923, pp. 346-7) e di insicurezza per le persone di ogni classe sociale e per i loro beni.
L'Amministrazione provinciale di Milano concesse sussidi anche ai contadini di Legnano, borgo dalla spiccata tendenza agricola, poiche' l'avvento dell'industria tessile era ancora lontano, ma essi non furono che palliativi inadeguati a compensare i fittavoli dalle sopraffazioni dovute alle violenze compiute dai militari e dai loro comandanti, per i quali era norma comune appropriarsi di carri, bestiame, vettovaglie.
Tuttavia il rialzo dei prezzi subito dai generi di prima necessita' non compromise l'apparato agricolo, che riusci' a far fronte alla nuova realta' segnata dalle progressive espropriazioni della proprietà immobiliare appartenente all'autorità religiosa, già in atto Don Giuseppe II. Fu proprio quest'ultimo a dare il suo assenso alla decisione del Kaunitz di ubicare il pellagrosario nell'ex convento di S. Chiara.
Il disagio prodotto fu comunque notevole e primi a sentire le conseguenze dei nuovi provvedimenti
volti all'applicazione dei principi di liberta', uguaglianza e fratellanza divulgati dalla Rivoluzione francese, nonostante le deroghe concesse in fatto di maggiorascato, primogenitura e fedecommesso, furono i nobili, chiamati a difendere le proprietà fondiarie.
Trassero invece vantaggio gli amministratori commercianti, i banchieri che si affacciavano alla ribalta con l'arma della speculazione, sia pur pronti ad indossare le vesti del pioniere per la riattivazione nel campo agricolo, di fronte al ripiegamento nobiliare .
Solo quando la direzione dell ' amministrazione pubblica passò nelle mani della magistratura italiana, che potè valersi della solida preparazione di Francesco Melzi d'Eril, a partire dal 1802, incomincò, a serpeggiare la fiducia. Oltre ai diversi provvedimenti che assicuravano la ripresa agricola con la legittimazione concessa ai privati, di proprietà fondiarie già dei religiosi, Legnano deve al Melzi la fondazione dell'Istituto canossiano "Barbara Melzi"  ben lieta che il nobile si facesse suo cittadino, dopo aver acquisito edifici e cospicue proprietà a Legnarello.
La storia pubblica di Francesco Melzi si intreccia dunque con le vicende della Repubblica Cisalpina e con quelle del Regno napoleonico, in Italia, dopo che il generale Bonaparte ebbe riportato una serie di vittorie sui Piemontesi e sugli Austriaci.
Nei territori occupati fu subito istituita la Guardia Nazionale. A Legnano furono arruolati nel terzo battaglione della terza legione, 848 uomini di truppa e 2 ufficiali eletti dal popolo: i tenenti Giuseppe Bossi e Santino Vismara (Archivio Comunale di Legnano, cart. IS).
La costituzione della Repubblica Cisalpina divisa in tredici compartimenti con capitale Milano, vide Legnano, sede di cantone, far parte del Distretto di Gallarate, inserito nel Dipartimento dell'Olona.
A Legnano si svilupparono, come del resto in tutta la Lombardia, forze contrastanti divise fra i sostenitori del ritorno degli Austriaci e quelli dei Francesi, questi ultimi divisi, a loro volta, fra i moderati (seguaci del conte Melzi), che godevano dell'appoggio del Bonaparte e i giacobini che, malvisti, fornivano uomini alla Legione Lombarda e idee di unità ed indipendenza, sulle colonne di alcuni giornali.
Anche a Legnano, e in tutta la Repubblica, furono soppressi alcuni conventi, modificate le imposte e il vincolo matrimoniale mentre il registro di stato civile fu affidato al Comune. Questa situazione però, non durò a lungo, poichè, mentre Napoleone si trovava in Egitto, le forze austrorusse del generale Suvarov sbaragliarono i Francesi a Cassano d'Adda, riconquistando i territori lombardi, cosicchè il 28 aprile 1799 potevano entrare in una Milano precipitosamente abbandonata dai capi del governo cisalpino .
I nuovi venuti sciolsero la Guardia Nazionale, ripristinarono la censura sulla stampa, imposero il coprifuoco, proibirono le adunanze politiche e confiscarono i beni degli esponenti della Repubblica (anche quelli legnanesi del Melzi, fuggito in Spagna), mentre torme di contadini, davano la caccia in tutto il Milanese ai repubblicani. Non fu certo per rispondere all'appello inviatogli da Saragozza dal conte Melzi che Napoleone (ormai primo console) rivalicò, le Alpi ed entrò vittorioso in Milano, il 2 Giugno 1800.
 
 
Il 29 dicembre 1801, il Melzi si recò a Lione con una folta delegazione di Italiani per approvare la Costituzione della Repubblica Italiana, che nacque ufficialmente nel febbraio 1802. Presidente ne era lo stesso Bonaparte, vice presidente Francesco Melzi .
Il Melzi comincò, subito ad eliminare ogni residuo focolaio di giacobinismo; nel solo Dipartimento dell'Olona furono cacciati oltre i tre quarti degli impiegati e funzionari dello stato. Fu proprio tra i giacobini fuorilegge che cominciarono a nascere quelle società segrete che tanta parte ebbero poi nel Risorgimento .
Il malcontento perb non era solo fra gli Austriacanti e i giacobini. Pessima accoglienza ebbe fra le popolazioni l'istituzione della leva obbligatoria, decisa dal Melzi, che provocò tumulti e fughe in massa, anche se l'arruolamento di decine di migliaia di lombardi (tra quelli in servizio attivo e quelli della riserva) permise la partenza dal territorio della repubblica dei soldati francesi, nient'affatto ben visti dalle popolazioni anche se si presentavano in veste di liberatori.
Non si può dire che il periodo della Repubblica e quello immediatamente successivo (quando Napoleone divenne Imperatore dei Francesi e cinse la Corona ferrea di Re d'Italia) sia stato fecondo per il Legnanese, date le spese di guerra e le continue leve di cittadini per l'Armata. Malgrado che giovani generazioni imprenditoriali si affacciassero alla ribalta, favorite dalla vendita dei beni della Chiesa la produzione industriale languiva e la tecnica regrediva.
Tra le opere pubbliche più rilevanti di quel periodo va ricordato il Cavo Diotti, un canale artificiale scavato a Legnano nel 1806, che, partendo dall'Olona a Castellanza, manteneva le acque a un livello più alto, per irrigare campi e vigne ubicati in zone elevate di Legnanello e S. Erasmo.
Con la campagna di Russia iniziò il declino dell'astro napoleonico e quindi la fine del Regno d'Italia.
Il Melzi fu tra i principali fautori dell'offerta della Corona ad Eugenio Beauharnais ma, quando già il Senato aveva nominato una delegazione incaricata di recarsi a Mantova dal Vicerè, dalle campagne giunsero turbe di contadini (assoldate e sobillate dagli austriacanti) che invasero la sede del Senato e assaltarono le case dei bonapartisti più rappresentativi, fra le quali quella di Milano dei Melzi d'Eril.
Tumulti si ebbero un po' dovunque, anche nel Legnanese e a Busto Arsizio; in quest'ultimo Comune la folla, capeggiata da un carrettiere, distrusse le liste della coscrizione militare.
Il 30 aprile 1814 le avanguardie austriache del generale Neiperg entrarono in Milano, il 13 maggio il maresciallo Bellegarde prendeva possesso della Lombardia, in nome dell'imperatore Francesco I.
Durante la dominazione austriaca si svilupparono le società segrete e si ebbero cospirazioni e moti insurrezionali. A Legnano, come altrove, molti cittadini si resero conto della assoluta necessità di un distacco dall'Austria e del superamento della divisione dell'Italia in tanti stati. Di ciò si ebbe la prova negli episodi del '48, per la attiva partecipazione di legnanesi .
Il 3 gennaio di quell'anno a Milano iniziò la protesta, con la guerra del fumo. Nei mesi seguenti non solo l'Italia, ma l'intera Europa (Austria compresa) fù sconvolta da una serie di moti e insurrezioni.
Milano insorse il 18 marzo, dando avvio alle epiche cinque giornate e scacciando i soldati del maresciallo Radetzky.
Anche i Legnanesi insorsero e costituirono bande improvvisate e con armamento di fortuna. Il 23 marzo Carlo Alberto varcò il Ticino, raccogliendo sotto le sue insegne volontari di tutta l'Italia.
Il 12 maggio 1848 ebbero inizio le operazlonl per il plebiscito indetto dal Governo Provvisorio, ai fini dell'annessione immediata della Lombardia al Piemonte. Tali operazioni, a cui il clero rese un segnalato servizio, si conclusero il 29 maggio, giorno sacro alla memoria della battaglia di Legnano. In ogni parrocchia delle otto province allora libere si formarono sezioni elettorali presiedute dal parroco assistito da due commissari scelti tra la popolazione e delegati dall'autorità comunale. Nella casa parrocchiale di Legnano furono allestiti due registri per raccogliere le firme di chi voleva l'annessione immediata e di chi desiderava rinviare ogni decisione alla fine della guerra. Potevano votare solo i maschi che avevano compiuto il 21' anno d'età, mentre gli analfabeti facevano il segno della croce a conferma della loro identità autenticata dai delegati, che pure firmavano ogni pagina dei registri, in analogia a quanto succede oggi.
Il risultato generale fu di 561 mila voti per l'annessione immediata e di 681 per il differimento della decisione .
Non possiamo dire se e quanti furono i Legnanesi che in seguito combatterono con l'esercito piemontese o con i Cacciatori di Garibaldi, ma sicuramente molti si arruolarono nella Guardia Nazionale e in agosto (dopo la sfortunata battaglia di Custoza del 24 luglio 1848) si opposero con gli altri in armi al rientro degli Austriaci in Milano, combattendo valorosamente a Porta Tosa.
Il 30 settembre a Legnano gli Austriaci proclamarono lo stato d'assedio e iniziarono le persecuzioni contro i liberali. Il dottor Saule Banfi, medico comunale, subì l'arresto e poi l'esilio. Molte armi furono sequestrate durante le perquisizioni. Il 1O marzo 1849, in conseguenza delle sommosse dell'anno precedente, Radetzky fece affiggere anche in tutto il Legnanese un proclama col quale invitava i disertori a tornare ai rispettivi reparti, assicurando il perdono se ciò fosse avvenuto entro il 30 aprile (Archivio Comunale di Legnano, cartella 89).
Ma, solo dieci giorni dopo, Carlo Alberto varcava per la seconda volta il Ticino. Battuto, dovette prendere la via dell'esilio. Gli anni successivi videro in Lombardia una grande attività cospirativa e fughe di patrioti verso il Piemonte. Nella casa milanese di via Pontaccio della patriota legnanese Ester Martini Cuttica si riunivano i congiurati, capitanati da Piolti de' Bianchi e dal Brizio e autori della rivolta del 6 febbraio 1853. Lo stesso Piolti de' Bianchi rimase nascosto presso i Cuttica, a Legnano, prima di riparare in Piemonte.
Il 26 aprile 1859 Camillo Benso di Cavour respinse l'ultimatum austriaco che invitava il Piemonte a disarmare. L'Austria dichiarò così guerra allo Stato sabaudo. Il 4 giugno i Franco-Piemontesi guidati dal generale Mac Mahon sbaragliarono gli Austriaci a Magenta .
Medico sul campo di battaglia troviamo, al comando di un reparto sanitario, quel Saule Banfi che era stato esiliato nel 1848.
Gli scontri interessarono anche il territorio compreso tra il Ticino e l'Olona a nord di Magenta, dove era dislocata la brigata austriaca del generale Benedeck, che faceva parte del contingente del generale Urban. All'indomani della battaglia di Magenta, il 5 giugno, il generale Urban dispose che la brigata del generale Benedeck lasciasse la posizione di attacco a Busto Garolfo, si recasse a Legnanello via Legnano, si accampasse a Legnanello e occupasse Legna nofronteggiando il Ticino. (L. Giampaolo, vicende varesine del marzo 1849 alla proclamazione del Regno d'Italia e la seconda campagna di Garibaldi nel Varesotto, Varese 1959 p. 427).
Il giorno successivo la brigata lasciò Legnano ma, essendosi i Legnanesi dimostrati ostili, il comandante, per evitare disordini e atti di sabotaggio, ritenne opportuno prendere come ostaggio il prevosto di S. Magno, Antonio Ponzoni. Molti Legnanesi si accodarono al reparto gridando: mola, mola! (l'ostaggio).
Il prevosto fu rilasciato incolume solo ai confini del territorio comunale.
La divisione del generale Urban era la stessa che era stata continuamente battuta dai Cacciatori delle Alpi di Garibaldi. Mancano documenti probanti sul numero dei Legnanesi che risposero all'appello lanciato da Garibaldi al primo metter piede sul suolo Lombardo, ma senz'altro si arruolò il legnanese Luigi Fazzini, perchè sappiamo che cadde nella battaglia di S. Fermo ed è quindi da annoverare tra i martiri del Risorgimento. Con l'entrata  dei Franco-Piemontesi in Milano e la tremenda giornata di Solferino e S. Martino, la Lombardia si liberò definitivamente della dominazione austriaca.
Nel novembre del 1859 apparve sui muri di Legnano un manifesto per la raccolta delle offerte per l'acquisto di un milione di fucili necessari a costituire la Potenza Italiana, una sottoscrizione lanciata su scala nazionale da Giuseppe Garibaldi. (Archivio Comunale di Legnano).
L'invito era giunto alla Deputazione Comunale di Legnano tramite la Camera di Commercio di Milano, in quanto era particolarmente rivolto al Ceto Mercantile e Industriale di Legnano perchè è dovere di tutti cooperare al santo scopo, ma è precipuo dovere dei Commercianti e Industriali, ne' quali e' concentrata la ricchezza per la massima parte del paese.
Alla sottoscrizione risposero infatti Legnanesi di tutti i ceti, dai grandi industriali agli operai. In due liste di sottoscrittori si notano i nomi di Saule Banfi, del filatore di cotone Eraldo Krumm, uno dei pionieri dell'industria legnanese, di commercianti, osti, prestinai, pellettai, farmacisti, postari. Sono inoltre presenti alunni e alunne delle scuole e gli operai dello stabilimento Cantoni, a dimostrazione che lo spirito risorgimentale non conosceva barriere di classe.
Furono raccolte fra i Legnanesi 351 lire e 43 centesimi, una cifra di tutto rispetto, dati i tempi non certo floridi .
Non uguale fortuna ebbe due anni dopo la Sottoscrizione volontaria della Spada d'onore, Sciabola e Revolver Carabina e Sussidi per la Guera al Generale Garibaldi. Malgrado il sindaco, avvocato Calini, fosse d'accordo, la Giunta comunale non approvò la proposta, che non fu dunque divulgata fra i cittadini .
Il 16 giugno 1862 Garibaldi venne in visita a Legnano, accompagnato dai fidi Menotti, Missori e dai fratelli Benedetto ed Enrico Cairoli, figli di Adelaide, grande amica di Ester Cuttica. Dal balcone di casa Bossi (che sorgeva ove ha oggi sede la Banca di Legnano, all'angolo tra l'attuale corso Garibaldi e via Crispi) Garibaldi lanciò, l'idea di costruire un monumento, a ricordo della vittoria del 1176.
L'idea fu raccolta dalla Societa Archeologica Milanese e dai cittadini di Legnano. Fu organizzata una sottoscrizione nazionale per mettere insieme la somma necessaria e furono incaricati l'architetto Achille Sfrontini e lo scultore Egidio Pozzi, il primo di disegnare il basamento e l'altro di fondere la statua di un guerriero.
Le cose però andarono per le lunghe, per una serie di polemiche sorte sui giornali e per la volontà dei Milanesi di erigere invece il monumento a Milano, tanto che a pochi giorni dal 29 maggio 1876, settimo centenario, era pronto solo il piedistallo. Utilizzando il bozzetto ed il calco del Pozzi, fu costruito un guerriero di cartapesta verniciata in color bronzo. Sembra che quasi nessuna delle quarantamila persone giunte da tutta l'Italia si fosse accorta della finzione. Alle prime piogge la finta statua si dissolse completamente. Bisognerà aspettare il 29 giugno del 1900, per vedere l'inaugurazione del monumento attuale, opera dello scultore Enrico Butti.
Tornando al 1862 due mesi dopo la sua visita legnanese, Garibaldi tentò di dirigersi su Roma, (nel 1860 con i Mille vi era anche il diciottenne Renato Cuttica, figlio dell'eroina), ma il 29 agosto fu ferito all'Aspromonte e i suoi seguaci furono dispersi dall'esercito nazionale. In seguito allo sdegno e all'emozione che questo avvenimento suscitò a Legnano, il Consiglio comunale volle ricordare la visita di Garibaldi decidendo di sostituire con Corsia Garibaldi le vecchie denominazioni di Contrada Maggiore e Contrada S. Domenico, nel tratto in cui era ubicata la casa, dalla quale l'eroe aveva salutato i Legnanesi.
Vent'anni dopo su quell'edificio fu murata una lapide che ricordava l'avvenimento. Quando la casa fu demolita la lapide fu portata al Museo Civico ed al suo posto, sul muro della nuova costruzione, è stata poi murata una seconda lapide a cura della Societa Arte e Storia di Legnano e della Banca di Legnano.
Il legame di Garibaldi con Legnano durò nel tempo. Nel gennaio 1879, diciassette anni dopo la sua storica visita (anche Mazzini, perseguitato come sempre dalle autorità sabaude, aveva segretamente visitato i mazziniani di Legnano, attratto dal ricordo della battaglia), Garibaldi accettò la presidenza onoraria della Società di Tiro a Segno, appena fondata da Renato Cuttica il quale nel frattempo, dopo aver indossato la camicia rossa anche nel Trentino (1866) e a Mentana (1867), era divenuto un apprezzato politico locale e ingegnere capo del Comune.
Garibaldi accettò la carica con una lettera in cui fra l'altro affermava: La carabina persuade piu' delle parole i nemicil della Patria, la quale forse avrà bisogno del vostro forte braccio. Addestratevi e siate degni d'Italia.
Queste parole, che riecheggiano quelle con cui Garibaldi aveva lanciato la sottoscrizione per un milione di fucili, chiudono in un certo senso il periodo risorgimentale della nostra città.
 
 
 
 
Sono otto i militari legnanesi iscritti nel registro dei combattenti nelle guerre del Risorgimento conservato al Museo del Risorgimento di Milano.
Legnano ebbe anche un caduto tra i partecipanti alla battaglia di S. Fermo, Luigi Fazzini, ma altri ancora, oltre a questi registrati e ufficialmente conosciuti, presero parte alle campagne per l'indipendenza d'Italia, non solo militari ma anche civili che operarono attivamente in appoggio alle forze armate, perchè il Risorgimento fu anche un moto di popolo.
Al Museo Civico di Legnano è conservata una divisa di garibaldino, trovata in una vecchia abitazione ed appartenuta ad un legnanese, di cui non si conosce il nome.
Ecco l'elenco dei combattenti inseriti nell'albo della gloria al già citato  Museo di Milano.
 
Matricola    Cognome e nome                       Grado       Corpo                          Campagne
 
349          Clementi Antonio Pietro di Giulio    soldato      7' reggimento granatieri            1866
21658        Glori Giovanni                       soldato     10' reggimento fanteria              1866
18844        Lupo Gregorio di Antonio             soldato      9' reggimento fanteria              1866
17234        Mereghetti Luigi di Carlo            soldato     10' reggimento fanteria           1860-61
780          Monticelli Michele di Giuseppe       caporale    68' reggimento fanteria              1866
20804        Ranaboldo Giuseppe di Giovanni       soldato      6' reggimento fanteria              1866
17185        Vignati Angelo di Antonio            soldato     10' reggimento fanteria           1860-61
246          Zerbone Luigi Maria di Alessandro    soldato     26' reggimento fanteria           1860-61
 
 
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2.17 Dall'Ottocento al ventesimo secolo

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Dall'Ottocento al ventesimo secolo
 
La prima fase dell'industrializzazione di Legnano si può collocare in un arco di tempo corrispondente all'incirca al periodo compreso tra il 1820 e il 1880: il fatto che il borgo vantasse tradizioni di artigianato e di manifattura domestica ebbe un peso particolare per la localizzazione dell'industria tessile, in un certo modo predisposta dalle forme pre-industriali di lavorazione casalinga della seta e del cotone , di cui abbiamo già fatto cenno. Questa prima fase seguì quindi il modello di distribuzione industriale tendente all'installazione di industrie leggere in zone di concentrazione di popolazione, dove preesistevano attività artigianali e manifatturiere fondate su un'organizzazione produttiva di tipo precapitalistico, basata sullo sfruttamento di una manodopera poco qualificata, quale quella femminile e minorile. D'altra parte il processo di meccanizzazione ed ammodernamento tecnologico avvenuto in queste industrie, specie dopo la metà del secolo si può considerare la causa primaria della nascita di un'industria meccanica, che caratterizzò la seconda fase della rivoluzione industriale del borgo.
Le filature sorte a Legnano, per le loro caratteristiche, potevano collocarsi a pieno diritto tra le principali indwstrie cotoniere lombarde, e tra di esse la più rappresentativa per organizzazione e tecnologia era la Cantoni, come risulta da un documento del 1876, conservato presso l'Archivio Comunale di Legnano, che riassume alcuni dati significativi sugli stabilimenti tessili del borgo e che si può, comparare ai dati emergenti dall'inchiesta industriale del 1870-74.
Tra le industrie tessili legnanesi solo la Cantoni univa la filatura alla tessitura, comprendendo anche un notevole numero di telai meccanici, vantando inoltre, unitamente al Cotonificio di Eraldo Krumm, il maggior numero di cavalli vapore, quando appunto una massiccia integrazione della forza idraulica con quella a vapore era una necessità sempre sentita, soprattutto per annullare gli effetti negativi della interruzione del ciclo produttivo e della ridotta utilizzazione degli impianti.
L'introduzione della macchina a vapore e quella del telaio meccanico (o più in generale di macchine più grandi, più potenti e perfette per la tessitura) si condizionavano strettamente a vicenda: le macchine, però, comportavano la necessità di disporre di una bene organizzata attrezzatura tecnica per manutenzione e rapidità nelle riparazioni.
Ancora una volta in questo campo il precursore fu il Cantoni, che, entrato in partecipazione nelle officine di Luigi Krumm, costituì nel 1874 la Cantoni-Krumm, organizzandola appunto per la costruzione e la riparazione di macchinari tessili; successivamente, ad essi aggiunse una produzione pi ampia nel campo meccanico in genere. Nel 1876 Eugenio Cantoni assunse l'ing. Franco Tosi, allora ventiseienne, appena rientrato da un periodo di tirocinio presso la Società Decker di Kanustadt in Germania, quale direttore della sua azienda. Questi divenne socio, nel 1882, allorchè nacque la Franco Tosi & C. società è in accomandita semplice, che aveva Tosi quale gerente e Cantoni socio accomandatario.
Con le Officine Tosi, Legnano si avviò, ad acquistare una nuova fisionomia, distinguendosi ulteriormente da Busto Arsizio e Gallarate, divenendo il centro di progettazione e costruzione di un'industria meccanica che consentirà più agevoli sviluppi anche nell'industria tessile tradizionale e darà vita a sua volta a molti altri complessi industriali. Il primo esemplare di macchina a vapore, costruito dalle officine della futura Tosi fu destinato al Cotonificio Cantoni di Castellanza. L'azienda aveva infatti creato una sezione specializzata nella costruzione di motrici a vapore da 40-50 HP.
E' utile ricordare che questi anni di pieno sviluppo industriale furono anni di crisi per l'agricoltura, come risulta da alcuni documenti conservati presso l'Archivio Comunale di Legnano: nel 1880 il Sindaco comunicava alla Sotto-prefettura: Data la siccità tutti i contadini ebbero uno scarsissimo ed insufficiente raccolto di granturco che è quasi l'unica loro risorsa, talchè i più fortunati si calcola che possono avere il vitto per circa tre mesi. (Arch. com. Legnano, c. 194 f. 107/13).
Molti altri contadini trovarono quindi lavoro nelle fabbriche e spesso abbandonarono l'agricoltura, che non costituiva più un grosso cespite di ricchezza. In una lettera al sindaco di Nerviano, che aveva proposto l'attuazione di una linea tranviaria sulla strada del Sempione, il sindaco Dell'Acqua interpretava la nuova situazione del Comune, rispondendo positivamente alla proposta che avrebbe portato vantaggi a Legnano, "poichè concludeva -- la natura di questo borgo è eminentemente industriale e commerciale". (Arch. com. Legnano, c. 174 f. 171/11).
Particolarmente degna di nota a questo proposito fu l'attivazione della strada ferrata infrastruttura di primaria importanza per l'insedianento industriale, sollecitata tra l'altro dal ceto dirigente locale, consapevole dell'importanza economica che il comune andava acquistando. Nel periodo 1885-1915, infatti, siamo di fronte ad una completa trasformazione industriale dell'antico borgo: nel campo dell'industria meccanica, sorta come complementare di quella tessile, si assiste ad un proliferare di piccoli stabilimenti ed officine, intorno alla Franco Tosi, colosso del settore, mentre i complessi tessili, tra cui emerge il Cotonificio Cantoni, portano a compimento il processo di ristrutturazione con la completa meccanizzazione degli impianti.
Nel 1866 si trasferirono a Legnano le Officine F.lli Bombaglio, che erano sorte a Marnate intorno al 1840 come laboratorio per la costruzione e la riparazione dei mulini. A Legnano divennero una delle principali ditte produttrici di turbine idrauliche, trasmissioni, impianti di oleifici, macchine per la lavorazione del legno, pompe centrifughe e presse idrauliche; nel 1913 l'officina con la relativa fonderia si estendeva sopra un'area di mq. 24.000 di cui 7.000 coperti. Da cinque anni Andrea Pensotti, capo reparto della Tosi, si era messo in proprio  con una fonderia, a cui aggiunse poi un'officina meccanica situata nei pressi della ferrovia. Lo stabilimento, che si trasferà poi nel quartiere sorto a nord-ovest di Legnano, specializzandosi nella produzione di caldaie esportate in tutto il mondo, divenne il quarto complesso legnanese in ordine d'importanza.
Da un lato si verificò a Legnano un processo di addensamento industriale, tipico del periodo della rivoluzione industriale, per cui le strutture territoriali caratterizzate da una forte concentrazione di capitali e di uomini assunsero la funzione di centro di attrazione dei fattori produttivi. Dall'altro, però, uno degli aspetti dello sviluppo industriale dell'antico borgo fu proprio il sorgere, specialmente nel campo della fonderia e della meccanica, di piccole industrie a carattere complementare dovute spesso all'iniziativa di ex-dipendenti delle grandi aziende, divenuti a loro volta imprenditori.
Sembra utile a questo punto riportare un prospetto statistico delle imprese legnanesi nel 1890, da cui si rileva anche la nascita di nuove tessiture di cotone, quali la Carlo Gadda, la Dell'Acqua & C., con sede principale a Busto Arsizio, e la costituzione di una Società del Gas, che aveva effettivamente cominciato il suo servizio nel 1880 (Arch. com. Legnano, c. 240 f. 266/16).
Con l'adozione di meccanismi che richiedevano prestazioni molto semplici di controllo e manutenzione, il grado di sviluppo raggiunto nel settore tessile favori l'impiego massiccio di manodopera femminile e minorile, come risulta dalla statistica riportata.
 
                Impresa                                                Totale            F/motrice
                                      +15 anni            --15 anni
 
 
                                           M                F        M        F
 
   Cantoni: filatura tessile             356      342       8       80       786      60 C. idr. 203 HP
   Aspes: saponificio                      2                                   2
   Banfi: tessitura cotone                29      389               60       478                 400 HP
   Landini: conciatura pelli               6                                   6
.  Cittera: falegname                                       3                  3
   Monti: conciatura pelli                12                                  12                  10 HP
   Gadda: tessitura meccanica              4       15                3        22                  45 HP
   Dell'Acqua: conciatura pelli            9                                   9
   Dell'Acqua: tessitura cotone           20      166               36       222                  60 HP
   G. Bernocchi: tintoria                 57                2                 59                  60 HP
   R. Bernocchi: tintoria                 33        1       2        1        37                 30 HP
   R. Borghi: filatura cotone             68      100       4       15      1 87       50c. IDR. 150 HP
   R. Butti: filatura cotone              74       61      30       21      1 86
   Bombaglio: officine meccaniche          6                7                 13                  10 HP
   Scossiroli: fabbrica stufe              8                4                 12
   Società del gas                         7                                   7
   Thomas: filatura cotone                42       69       8        33      150
   Ronchetti: filatura seta                4      120                54      178                   4 HP
   A. Pensotti: fonderia                                   14                 33                   3 HP
   Dell'Acqua & C.: tessitura cotone      10      159       3        34      206                  12 HP
   Inhoff: filatura seta                   5      176                78      259                  8 HP
   Dell'Acqua: tintoria                   64        7       3         2       76                  80 HP
   Kramer: filatura seta                  11      316       1       124      453         2c. IDR. 53 HP
   Dell'Acqua: laterizi                   30                                  30
   Panighini: tessitura cotone            10                                  10
   F. Tosi                               591               16                605          non precisato
 
L'esame di qualche dato aziendale mette in evidenza come questo fenomeno fosse piuttosto elevato soprattutto in mansioni sussidiarie, mentre agli uomini veniva riservata l'assistenza tecnica più qualificata; la manodopera maschile era impiegata per la maggior parte nelle neonate officine di meccanica.
All'inizio degli anni Ottanta si verificarono nelle industrie legnanesi i primi scioperi e sorsero anche alcune società operaie: questo fenomeno si inserisce nel quadro più vasto di agitazioni, che preludevano al sorgere di un movimento operaio in tutta la zona industrializzata settentrionale negli anni 1880-1890.
E' del 1878 la prima inchiesta sugli scioperi, che rompevano una tradizione di rapporti di "cooperazione" tra padroni ed operai, tradottasi nella formazione di enti assistenziali, spesso con fili moralistici: la complessità dei rapporti di classe che si veniva instaurando con la diffusione della rivoluzione industriale era un sintomo del carattere capitalistico che andava assumendo l'industria legnanese.
 
 
 
Negli ultimi anni del XIX secolo i riflessi delle lotte tra la borghesia e la classe operaia si ebbero anche nell'Altomilanese. In una zona in cui l'industria era in piena espansione, si inserirono, accanto alle lotte sindacali, le lotte politiche alimentate dai socialisti e dai radicali che si opponevano ai conservatori e ai moderati, facenti capo al comasco Paolo Carcano, ex garibaldino, che aveva preso parte attiva alle campagne del 1860, del 1866 e dell'anno successivo.
La formazione del Governo guidato dal marchese Antonio di Rudini e i suoi prlml provvedimenti antidemocratici (scioglimento delle organizzazioni operaie, domicilio coatto per i sovversivi, tentativi di adozione del voto plurimo per i ricchi e repressioni con le armi contro i lavoratori che chiedevano pane alimentarono ondate di proteste anche a Milano e provincia. Nel maggio 1898, quando di Rudini ordinò, l'uso del cannone a mitraglia contro gli operai e i popolani milanesi, durante una sommossa, e si ebbero 200 vittime, tutti i settori industriali del Legnanese furono sconvolti da scioperi e agitazioni contro i metodi sangumosi e repressivi del generale Fiorenzo Bava Beccaris, incaricato dell'ordine pubblico a Milano. Seguì, il 7 maggio 1898, la proclamazione dello stato d'assedio a Milano e provincia.
A Legnano furono eseguite perquisizioni con l'arresto di alcuni esponenti socialisti, ma fortunatamente non accaddero fatti luttuosi. Tutte le fabbriche dell'Altomilanese erano da alcuni anni in crisi per la grave recessione economica, che investiva l'intera penisola, e la situazione si mantenne fluida e critica fino ai primi anni del Novecento.
In questo tormentato periodo si registrano due altri episodi significativi per la storia di Legnano.
Il 29 giugno 1900 fu inaugurato il monumento, dello scultore Butti, celebrativo della battaglia di Legnano con la statua del guerriero divenuto poi l'emblema della città. Il monumento, oltre che da Garibaldi, era stato auspicato da Felice Cavallotti, uomo politico repubblicano, giornalista e scrittore, che a Legnano contava molti seguaci ed amici.
Quando, nel 1898, nel clima infuocato delle sommosse popolari, Cavallotti fu ucciso, battendosi in duello, da un altro giornalista, Ferruccio Macola, suo avversario politico, a Legnano si costituì un comitato e fu aperta una sottoscrizione popolare per onorarne la memoria, con una lapide commemorativa e con un busto dello scrittore. Tale lapide venne collocata ed inaugurata il 10 luglio 1904 in piazza San Magno, di fianco al Municipio, allora denominata piazza Umberto I°, in memoria del re assassinato a Monza da un anarchico, un mese dopo l'inaugurazione del monumento alla battaglia di Legnano.
Sempre in tema di inauguravoni, ricordiamo in questo periodo, ed esattamente il 28 novembre 1909, quella del nuovo palazzo degli uffici comunali, opera dell'architetto Aristide Malinverni, più tardi completato con un'ulteriore ala.
Nei primi anni del secolo nuovi stabilimenti entrarono a far parte del panorama industriale legnanese, come si può riscontrare dai dati raccolti presso l'Archivio comunale di Legnano: tra gli opifici censiti erano degni di nota la Società in accomandita per azioni F. Vignati & C. (tessitura cotone), la Manifattura di Legnano, fondata nel 1903 dai fratelli Banfi, insieme ad un altro imprenditore legnanese e che contava già 903 dipendenti nel 1908, la Società in accomandita per azioni E. Mottana & C. per l'industria del candeggio, tintoria e mercerizzazione dei tessuti di cotone, che aveva rilevato lo stabilimento fondato molti anni prima alla "Gabinella" da Giuseppe Bernocchi, mentre tra le officine meccaniche si distinguevano la Wolsit e la FIAL dei fratelli Ghioldi, due aziende impiantate allo scopo di costruire automobili, motori per autoriparazioni e addirittura aeroplani. Non si possono infine dimenticare le Elettrochimiche Rossi (fondate nel 1907), uniche in Europa a produrre l'acido nitrico dall'azoto atmosferico a tutte le concentrazioni, fino alle più alte, per l'industria degli esplosivi.
 
 
 
Nel 1911 ricaviamo una panoramica generale dell'industria legnanese dal I° censimento industriale i cui dati riassuntivi erano i seguenti: Industrie aventi fino a 10 operai a n° 161 con un total)e di 574 operai, industrie aventi da 10 a 25 operai n. 14 con un totale di 223 operai, industrie aventi più di 25 operai n. 35 con un totale di 9369 operai. Si raggiungeva quindi un totale di 210 industrie con un complesso di 10. 165 operai, esclusi gli artigiani e coloro che esercitavano le cosiddette industrie casalinghe.
L'industria del cotone impiegava 150.500 fusi e 6.397 telai meccanici. Tutte le industrie, complessivamente, impiegavano quale forza motrice il vapore per 850 HP e l'energia elettrica per Kw/anno 17.700 circa, oltre ad un modesto sfruttamento delle acque dell'Olona, degradato a funzione di collettore per gli scarichi dei residui di lavorazione. Erano allora in attività 15 motori azionati con forza idraulica e 9 macchine a vapore; i motori elettrici, statisticamente rilevabili, erano 500. Prevaleva nettamente l'industria tessile, che, pur contando appena 32 aziende, occupava da sola 6.750 operai, in media 210 per azienda, rivelando la sua struttura in grossi opifici, dai quali dipendevano anche le miriadi di telai in case private. A sua volta l'industria meccanica aveva acquistato una notevole consistenza con 2.165 operai distribuiti in 49 officine, ma la media di 53 addetti per ogni azienda, manifesta come la meccanica, oltre che in alcuni grossi complessi, fosse ripartita in piccole imprese familiari, sempre però, assai più grandi di quelle bustesi, che contavano appena 12 operai per azienda. Dai dati di questo censimento si deduce che Legnano era al quinto posto tra i maggiori centri industriali italiani per numero di occupati, nel ramo tessile dopo Milano (29.388 addetti Torino (20.455 addetti), Monza (11.071 addetti), Napoli (9.809 addetti) mentre,. sulla base del numero complessivo degli addetti industriali, occupava il diciassettesimo posto, preceduta dalle più grandi città. La percentuale, nella popolazione, di addetti all'industria era del 42,5 % , come risulta da questa tabella compilata in base a dati dell'Archivio comunale:
 
Se consideriamo l'incidenza della popolazione industriale su quella totale presente nei singoli Comuni alla data del Censimento demografico del 1911 vediamo che Legnano era al nono posto, preceduta oltre che da alcuni centri 'monoindustriali' che costituivano casi tipici, da Sesto S. Giovanni Gallarate (47 %) e Borgosesia (44,6%) ed era l'unico Comune con venti centri più industrializzati dove sia l'industria tessile che quella meccanica avessero un ruolo essenziale nella localizzazione industriale.
Il prospetto industrie-addetti del 1914, reperibile presso l'Archivio comunale (cart. 392 f. 286/23), offre un panorama dell'industria legnanese e dimostra una diversificazione della produzione e un articolarsi del processo produttivo in settori differenti, sconosciuto alla prima fase d'industrializzazione e segno manifesto di un livello economico più avanzato.
 
 
Anno                 N. Industrie         Addetti           Popolazione    % add. ind. sulla pop.
 
 
1887                      26              1855               6471                         28.7
1891                      56              4204              11068                          38
1911                     210             10165              24971                         42.5
                                                                                                                                            1
 
 
 
 
La prima conseguenza della concentrazione industriale, manifestatasi come abbiamo visto, nel trentennio 1885-1915, si ebbe coll'esplosione demografica, che portò il Comune al primo posto in Italia per l'elevatissimo tasso d'incremento della popolazione. Per il periodo in questione è possibile rielaborare alcuni dati significativi sulla base della documentazione esistente presso l'archivio comunale: vediamo quindi come si è manifestato l'incremento demografico, in assoluto e in percentuale, nel periodo di maggior espansiane industriale, considerando i valori relativi ad ogni quinquennio.
 
Anno         Popolazione Incremento
 
1880             7041
1885             8441        + 1400         19.8
1890           1 0643        + 2200         26.0
1895           1 2928        + 2285         21.4
1900            17394        + 4466         34.5
1905            22494        + 5100         29.3
1910            26716        + 4212         18.7
1915S           28757        + 2041          7.6
 
L'espansione industriale attrasse la manodopera delle zone circostanti e si determinò, cosi una corrente migratoria che si mantenne in ambito regionale o addirittura provinciale, dato che in genere la forza centripeta delle aree in via di sviluppo si manifesta più intensa nelle zone limitrofe, secondo la dinamica che si esprime soprattutto in movimenti su brevi distanze. Quest'ipotesi è suffragata anche da un documento risalente ai primi anni del Novecento, in cui il Sindaco manifesta la carenza di abitazioni nel borgo e fa riferimento alla notevole immigrazione di operai, asserendo che essi provengono in egual misura dai Comuni circostanti e dalle province vicine (Arch. com. Legnano cart. 415 f. 30/27).
A questa carenza rimedieranno in parte alcune grosse industrie locali, che nel primo decennio del secolo intrapresero anche la costruzione di grandi fabbricati aziendali. Tra questi il Cotonificio Cantoni che realizzò il reparto della tessitura destinato a comprendere un migliaio di telai.
Alla fine del 1908 l'Italia fu funestata dagli spaventosi terremoti di Reggio Calabria e di Messina con migliaia di morti e distruzioni immani. Nella sola città siciliana si ebbero 30 mila morti e 70 mila in provincia. Le ripercussioni di questa calamità perdurarono anche l'anno successivo, provocando, con la stasi negli affari, una grave recessione economica che toccò da vicino le industrie legnanesi.
Purtroppo anche il panorama politico internazionale non faceva sperare nulla di buono e l'Italia dovette legarsi alla Germania e all'Austria nella Triplice Alleanza per garantirsi una relativa tranquillità.
Ciò, non evitò, comunque che l'Italia si imbarcasse in una guerra coloniale, la conquista della Libia, e nella guerra contro la Turchia, nel settembre 1911.
L'anno precedente Legnano era stata funestata da una grave calamità. Il 23 luglio infatti un tremendo ciclone si abbattè sull'intero Altomilanese e in città si ebbero quattro morti e molti feriti. Gravissimi danni riportarono case private ed alcuni edifici pubblici, tra i quali l'Ospedale Civile, che ebbe asportata una parte del tetto del padiglione inaugurato nel 1903.
Furono demolite ciminiere di stabilimenti e sradicati una dozzina di enormi platani secolari lungo la roggia S. Caterina di proprietà dei fratelli Dell'Acqua.
Al censimento generale dell'11 giugno 1911 la popolazione segnò un notevole calo, in parte dovuto al perdurare della crisi industriale che aveva spinto molte famiglie ad emigrare. I residenti risultarono circa 25 mila. Lo stesso censimento accertò l'esistenza di 5336 abitazioni civili per un totale di circa 15 mila vani, nonchè di 257 locali adibiti ad uso di ufficio o magazzino. I locali vuoti erano 684, dato quest'ultimo significativo a comprova dell'emigrazione di cui
si è accennato, ma anche un segno dell'inversione di tendenza, rispetto alla carenza di alloggi nei primi anni del secolo.
 
 
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2.18 l Mercato settimanale di Legnano e le sue vicende

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Il Mercato settimanale di Legnano e le sue vicende
 
In esecuzione del programma di opere pubbliche approntato dalla amministrazione comunale sono state recentemente iniziati i lavori per la nuova piazza del mercato; tra breve la nostra citta' sara' in grado di offrire adeguata sede ai mercati settimanali del martedi' e della domenica e vedra' contemporaneamente migliorata l'estetica edilizia di una zona centrale che, a dir vero, avra' sino ad oggi conservato le non invidiabili caratteristiche della grossa borgata rurale. Si e' voluto porre cosi' fine alle peregrinazioni  del mercato da una piazza all'altra, dalla via x alla via y e non e' quindi mancato il compiacimento della cittadinanza per la soluzione di un problema che da tempo si agitava. Certo, la cronistoria degli spostamenti subiti dal mercato, negli ultimi anni segnatamente, non palesa il palese il menomo interesse ne' per il pubblico, ne' per il paziente raccoglitore di notizie locali da tramandare ai tempi venturi e non ha sicuramente bisogno di essere scritta per i posteri, del mercato come istituzione e' invece, a parer nostro, interessante far cenno, perche' i documenti relativi consentono di mettere in luce, se non tratti ignorati della storia locale, situazioni particolari, contingenti del nostro borgo, le quali, possono destare, sia pure per pochi istanti, la curiosita' dei dinamici e fattivi legnanesi di oggi. Abbiamo rovistato tra le carte dell'Archivio di Stato di Milano nella secreta speranza di rinvenire attraverso i documenti riguardanti il mercato, nuove testimonianze storiche locali; e se il nostro scopo e' stato raggiunto solo parzialmente abbiamo potuto dal tra parte apprendere singolari notizie circa i rapporti del borgo di Legnano con le comunita' vicine in un periodo storico particolarmente importante:
L'indagine come spesso accade nelle ricerche di archivio, ha allora, per fortuna nostra e dei cortesi lettori, mutato contenuto e direzione; che se avessimo dovuto attenerci strettamente al tema propostoci saremmo stati costretti o a riportare interminabili documenti protocollari od a contenere l'esposizione dei fatti in due righe o poco piu'.
In questa alternativa, abbiamo preferito scegliere la via di mezzo, e , approfittando del diversivo offerto da documenti seicenteschi, illustrare con misura gli avvenimenti resi noti, in sottile trama, dalle carte dell'Archivio di Stato Milanese.
 
La storia del mercato di Legnano potrebbe, come accennato pocanzi, compendiarsi in poche righe. e, valga il vero, i Legnanesi presentarono, stando ai documenti a nostra disposizione, richiesta di un mercato settimanale per tre volte nello spazio di circa tre secoli, e precisamente una prima volta nel 1499 a Ludovico il Moro, una seconda nel 1627 a Filippo IV° re di Spagna e una terza volta nel 1795. Solo l'ultima domanda ebbe esito positivo con la concessione del mercato mentre le precedenti per cause varie non condussero a risultati concreti. Forse anche il lettore piu' alieno dalle disquisizioni storiche non sarebbe eccessivamente soddisfatto di questa succinta esposizione, ed e' percio' che ci permettiamo di dare dei fatti, nelle note che seguono, un'immagine meno scheletrica e ad ogni modo piu' rispondente alla realta'.
 
Il documento che d'archivio di via Senato in Archivio Sforzesco carteggio generale cartella 627) offre alla nostra considerazione e' una supplica ( piu' precisamente: una copia della supplica autentica) indirizzata dagli uomini, nobili e contadini, del Borgo di Legnano al Duca di Milano, allora Ludovico il Moro, per ottenere la facolta' di fare una volta alla settimana il mercato; porta la data del 20 giugno 1499 ed e' scritta nell'italiano, non ancora divezzato dal latino, caratteristico del tempo. Noi trascriviamo integralmente avvertendo che la punteggiatura e' nostra, come pure alcune lettere o parole ( poste fra parentesi assegnate punto interrogativo ) che ci e' sembrato potessero fedelmente corrispondere a quelle del testo, molte volte oscuro, e , in alcuni punti, indecifrabile.
Ill.me et ex.me Princeps: supplicano ala V.E.tia li V.ri fideli servitori, nobili, contadini, et omnes Habitatores dicti burgi de Legnano del Ducato V.ro de Milano che alias per antiqua tempora se soleva fare uno certo merchato specialiter (?) ebdomedo como se fa a Galarate e a Busto Arsisio et in le altre terre et burgi de merchati; ma per le grande guerre et dissipatio et facti per tempora diu elapsa e' venuto in dissuatitudine non fare merchato: Hora il.me Princpes il predicto borgo e' molto restaurato cossi de statij(?) come de persone et facendo il merchato Indies se ...... de bene in melius, et fara'..... Utilo al dicto borgo, ma piu' assai a V.(Ex.tia?) per li datij et merchati li quali darrano(?) molto bene per il grando concorso de homeni in dicto borgo facendo il merchato come speriamo.
Per tanto humilitier(?) suplicano predicti nominati del dicto burgo de Lignano che V.Ex.tia per sue littere..... et ..... se digna concedere facultate larga et ampla como..... havere li altri borgi che fanno merchato; che in novo se possa fare uno giorno de la septimana zoe il venerdi Ateso che circum a milia 25, no se ne fa alcuno; et questo suplicano credendo chel sia mente de V.S. Ill.ma atexa utilitatem et honore de quelli et similiter della terra vostra predicta, alo quale ....... Ex.tia de Vi.Si.(?) predicti nominati se recommandano per infinite fiate. 
 
Dalla lettura del documento si apprende che a Legnano si faceva gia' in antico (alias per antiqua tempora) un mercato settimanale caduto poi in disuso in seguito a guerre e sconvolgimenti pure avvenuti in tempi assai lontani (facti per tempora diu elapsa) e che all'epoca della richiesta la situazione del paese poteva ritenersi soddisfacente (il predicto borgo e' molto restaurato(?) cossi de statij(?) come de persone) e tale da fare sperare dall'introduzione del mercato un costante e graduale (indies) sviluppo dell'economia locale con conseguente vantaggio del fisco.
Quale l'accoglienza riservata alla supplica? Nessun documento viene a far luce su questo punto. D'altronde il momento storico in cui cadde la domanda non era certo favorevole all'evasione delle piccole pratiche locali; basti il dire in quel torno di tempo la Lombardia era invasa dalle truppe di Luigi XII Re di Francia e che Ludovico il Moro, Duca di Milano (ufficialmente dal 1494 e praticamente dal 1480) si era gia' rifugiato nel Tirolo, da dove apprestava un esercito che doveva servirgli per la riconquista del ducato. E' noto che l'anno seguente, Ludovico il Moro, fu sconfitto a Novara (l'esercito mercenario si vendette al nemico) e rinchiuso nel Castello di La Roches, doveva morire nell'anno 1510; cosi' finiva la vita di colui che aveva per primo invitato lo straniero ad invadere la nostra Patria. Dati i tempi non stupirebbe che la richiesta legnanese non sia stata presa in considerazione, ne e' escluso che le comunita' di Busto e Gallarate abbiano fatto pressioni per impedire la concessione del mercato di Legnano; in assenza di testimonianze sicure ci sembrano queste ipotesi plausibili per spiegare il mancato accoglimento del memoriale, per quanto sia possibile che l'eventuale scoperta di un documento possa un domani dare altrimenti ragione del fatto.
 
E veniamo alla seconda parte della nostra storia. Siamo nel 1627 e il Ducato di Milano, da lungo tempo ormai aggiogato al carro di Madrid, e' sotto il dominio di Sua Maesta' Cattolica Filippo IV, Re delle Spagne. I legnanesi hanno indirizzato un memoriale a Sua Maesta' in cui espongono le non liete condizioni della loro terra e supplicano sia loro concesso, a sollievo delle gravi ed urgenti necessita', un mercato settimanale nel giorno di giovedi'. Filippo IV, com'e' naturale, passa la domanda al Governatore di Milano (Don Gonzalo Fernandez de Cordova) con l'ordine di subordinare l'eventuale decisione al parere dei Magistrati Ordinario e Straordinario e delle parti interessate. Non vogliamo guastare con un riassunto l'originalita' del documento (stampato su quella che doveva essere la Gazzetta Ufficiale del tempo) e lo riportiamo integralmente (Archivio di Stato di Milano - Commercio - Fiere Mercati - Comuni, parte antica, 191).
 
Illstr. Magistratus Reg. Duc. Redd. Extraord. bonorumque patrimonalium Status Milani, coram quo lecta fnerunt litterae Excellentiss. D. huius Dominis Guberntoris, in quibus infertae sunt litterae S.R.M. datae ad preces Agen. Burgi Legnani capite plebis Ducati Mediolani, tenoris seguentis vez:
PHILIPPUS IV Dei gratia Hispaniarum Rex et Mediolani Dux, etc. etc.
Gonzalo Fernandez de Corrdoua, del Consiglio di Guerra di sua Maesta', Suo Capitano Generale, e Governatore dello Stato di Milano, ecc.
Magnifi, Spectab., e Egregij nobis dilectiss.,
La Maesta' del Re nostro Signore ci ha scritio la lettera del tenor seguente.
EL REY.Illustre Don Gonzalo Fernandez de Cordoua, mi Maestre de Campo General y Lugartenente General de mi Estado de Milan. Por parte del Burgo de Legnano me ha' sido presentato un memorial del tenor que se sigue. Signore, Fra l'altre Terre del Ducato di Milano vi e' il Borgo di Legnano, discosto da essa citta sedeci miglia, li huomini dello quale sono sempre stati deuotissimi e fedelissimi vassalli di V.M. Reale; nella qual Terra si patiscono molte cose appartenenti al vitto e vestito, ancorche' per grandezza, e altre qualita' sia alquanto insigne, la onde per proucedere a' suoi bisogni, e anco per ristorarsi in qualche parte delli danni patiti, e che tuttavia patiscono in occasione de lunghi e frequenti alloggiamenti de Soldati, desideriano si facesse in essa Terra un pubblico mercato in ciascun giorno di Giovedi', di ciascuna settimana, la qual cosa sarebbe di beneficio pubblico, ne' sarebbe per apportar danno ad alcun, maggiormente che in detto giorno non si suol fare altro mercato in altra terra per molte miglia all'intorno in modo che, meritatamente si puo' con verita' affirmare non trattarsi d'alcun pregiudicio della Citta', ne' d'altri, ma si ben di negotio che apportera' commodo e utile a tutti, e percio' essi huomini ricorrono alla M.V. humilmente supplicandola resti seruita concedere alli supplicanti la detta facolta' di poter far detto mercato come sopra, la qual cosa sperano dalla clemenza e benignita' di V.M. ottenere. Y visto os encargo y mando me informeis con vostro pareçer, y el de los Magistrado Ordinario y Extraordinario, y citadas las partes interessadas en la concession deste  mercado de loque cerca deste pretension se ofreciere, para que visto mande proucer loque pareçiere mas conueniente. Dat. en Madrid a' onze de Junio de mil y seiscientos y veintes y siete anos
Signat. YO EL REY. Con senal del Presidente. Vidit Marchio Thesaurarius Generalis Vidit Caimus Regens, Vidit Valuenzela Regens.Vidit Branchling Regens.Vidit De  Neapolis Regens. Pedro de Hoff'Huerta. In prouisionum Mediolani 50.fol.56. A Tergo. Al Ilustre Don Gonzalo Fernandez de Cordoua su Maestre de Campo General y Lugartenente General de su Estado de Milan. Per compimento della quale vi ordiniamo che eseguiate quanto Sua Maesta' comanda. Nostro Signore vi conservi. In Milano a' 9 di Dicembre 1627.
Signat. Gonzalo Fernandez de Cordoua. Vidit Ferrer.Et subscript. Platonus. A tergo Magnif. Spectab. e Egregi Presidi et Magistris Redd. Extraord. Status Mediolani nobis dilectis. ecc.
1628. 14 Genaro
S'intimi alle Terre circostanti a detto luoco di Legnano, nelle quali si fa' mercato, et alli Datiari Camerali, accio' rispondino se hanno cosa in contrario, et hauute le risposte si mandino al Fisco, accio' dica l Suo parere.
 
Il documento ora trascritto ha certamente richiamato l'attenzione dei nostri lettori e per il periodo storico cui appartiene e per le illustri firme che, in calce, compaiono solenni e altisonanti. A legger quella filza di nomi, siamo tenteti di dire col leguleio manzoniano: "Ce n'e' della roba eh! E vedete qui le sottoscrizioni: Gonzalo Fernandez de Cordoua; e piu' in giu': Platonus: e qui ancora: Vidit Ferrer; non ci manca niente.,,,,
 
Si noti pero' che gli altri documenti allegati di qquello a cui e' parola non portano la data del 1627 o del 1628, ma del 1637, cioe' di dieci ani appresso. La lunga parentesi non e' difficile da spiegare: e noi abbiamo  a tale scopo  la singolare fortuna di invitare alla lettura delle immortali pagine dei Promessi Spesi. Dal 1627 per alcuni anni dopo, le invasioni di milizie mercenarie, i saccheggi, le guerre, le carestie, la peste fanno del Milanese una terra oppressa e sconvolta dalla fame, dalla miseria, dallo spopolamento. Ed e' possibile immaginare che in tali dolorosi frangenti la burocrazia spagnola, gia' lenta e pesante in tempi normali, abbia potuto prendere in considerazione la richiesta di un mercato settimanale pervenutala da un borgo del contado? Evidentemente no, e non lo si potrebbe a ragione pretendere.
Il fatto e' che solo nel 1637, anzi il 21 luglio 1637, la pratica e' ripresa in esame come attesta il documento che segue:
 
D'ordine dell'Ill.mo  Magistrato Straordinario del Stato di Milano cosi' istando li Console, et Sindici della Comunita' di legnano si auisano le infrascritte Comunita' che nel termine di giorni tre doppo l'intimazione del presente debbano hauer replicato cosa intendano replicare alla risposta di Legnano dietro la contraddittione fatta in nome della detta infrascritta comunita' fino l'anno 1628 prossimo passato nella causa del mercato ricercato da essi di Legnano ....
In Milano adi' 21 luglio 1637.
 
In esecuzione dell'ordine del magistrato Straordinario le comunita' interessate in tal affare (di grande rilevanza per quei tempi in cui i mercati rappresentavano il principale sbocco dei prodotti dell'agricoltura e della manifattura) si fanno dovere e premura di rispondere con dettagliati memoriali.  E sarebbe facile, anche se i documenti non fossero pervenuti sino a noi, indovinare il tenore delle risposte di Busto, Gallarate, Saronno. I rapporti che correvano fra Legnano i suoi borghi vicini non eran certo, ne' potevano essere di buon vicinato: il campanilismo ad oltranza veniva esasperato dalle tristissime condizioni economiche, sociali e morali di quel tempo, si che trattandosi di difendere un privilegio, una prerogativa qualsisi o di impedire l'estensione al altra comunita', tutte le armi venivano impugnate e maneggiate con estremo vigore allo sccopo di impedire il crearsi di una nuova situazione, che avrebbe facilmente portato alla rottura dell'equilibrio economico, gia' stabilito ed assiso su basi rese solide dal tempo, a tutto favore delle comunita' fruenti del beneficio. Tale era il caso di Busto, Gallarate e Saronno di fronte a Legnano, sino allora sprovvisto di mercato; il sorgere di un concorrente doveva impedirsi ad ogni costo, doveva ostacolarsi con ogni energia; e un indice della misura con cui era sentita tale necessita' e' offerto dai memoriali delle comunita' menzionate, le quali tutte, con una concordia forse rara a verificarsi in altre occasioni, si scagliano gagliardamente sul nemico comune e con argomentazioni uniformi tentano di impedirne la vittoria.
 
Nell'incartamento troviamo per primo il memoriale di Saronno, la cui introduzione di conclude con una recisa affermazione a sfavore della richiesta Legnanese; Per tanto essi Console, et huomini di Serono dicono che per niuna ragione si deve concedere la richiesta faculta' di far mercato in detto luogo di Legnano.   Non seguiamo, passo passo, nella sua monotonia  l'esposto dei Saronnesi; in sostanza la loro tesi e' la seguente: a Saronno esiste da tempo memorabile un mercato settimanale che ha sempre egregiamente servito ai paesi circonvicini, tra cui Legnano, distante non piu' di sei miglia. Ora se Legnano ha sempre goduto et gode di questa commodita' perche' non vuole continuare ad usufruirne? E' strano come questo argomento, di nessun valore polemico, si trovi ripetuto, in singolare identita' di forma, anche nelle risposte di Busto e Gallarate. Gli avversari di Legnano, vogliono invertire le parti e hanno tutta l'aria di dire: non e' una bella comodita' per voi Legnanesi fare nei giorni di mercato a Gallarate, Busto e Saronno, quattro o sei miglia di strada per portare le vostre merci e rifornirvi di quanto vi abbisogna? Non vi basta? Cosa volete di piu'? Forse che il mercato si porti a casa vostra?  Quale diritto accampate per giustificare le vostre assurde richieste? E via di questo passo. Ma proseguiamo. Dicono ancora quelli di Saronno: non coniuene per migliorare la condizioni d'uno resti dannificata quello dell'altro. Imperoche' e' cosa piu' che chiara, che a' che si leua l'utile, o' commodita' di qualche cosa, tal patisse danno.
E occorreva forse una sentenza lapalissiana, come quella ora riportata per persuadere i governanti Spagnoli?.
Ma non basta nell'assunto dei saronnesi, poche' ne la ragion dedotta da essi huomini di Legnano, cioe', che la detta loro terra per l'alloggiamento de soldati ... ha patito (?)  ... che percio' se li abbi a conceder supplicato perche' se tal ragione militasse ogni terra del Stato pourrebbe pretender tal facolta' per i danni patiti da ciascuna. E di cio' non si puo' dar torto a quelli di Saronno; i documenti del tempo offrono numerose testimonianze, che costituiscono atti di accusa indiretti, ma non percio' meno probatorii, al governo spagnolo di Milano, sordo ad ogni lamento che movesse dai poveri e stremati sudditi, avido solo di ricchezze estorte  con la violenza, noncurante in sommo grado del benessere e delle prosperita' dei popoli soggetti.
I saronnesi allegano in ultimo una ragione legale: obstano gli ordini che non si possa fare mercato in luoghi per dieci miglia intorno all'altro, e talche' essendo la terra di Legnano lontana da Serono se non sei miglia et essendosi seruita sin'adesso della commodita' del mercato di Seronno puo' ancora perseurare il seruirsi della medesimi commodita' per l'auenire. Ma i Legnanesi non stanno inoperosi: nella loro replica deridono e definiscon priva di motivi sostanziosi e validi la risposta di Saronno la quale  si poteua del tutto omettere come quella che in sostanza non contiene cosa alcuna di momento non essendo abreuiato la mano al Re nostro Signore di compartire parte della sua gratia alla terra di Legnano. Per quanto concerne la condizione di una distanza minima di dieci miglia sancite dalla legge, ribattono i Legnanesi: non esser uero per che si uede osservato tutto il contrario, et se cio' fosse, non si sariano fatti i mercati nelle terre sopranominate, tanto poco in molte altre ancora che non sono distante l'una dall'altra piu' di quattro o sei miglia....
Ed eccoci ora al piu' tenace oppositore Busto Arsizio o Busto Grande. Premesse le dibite ragioni ecc. ecc. dicono dunque essi rispondenti con ogni debita riuerenza et sommisssione, per quanto tocca al loro interesse, non douersi essaudire la dimanda di detta Comunita' di Legnano come pur troppo pregiudicevole ( tutto che si dicano quei di Legnano)  a quella di Busto, et ale altre circonuicine cioe' Serono et Gallarate non distanti d a detta di Legnano piu' d  tre o quattro miglia rispettiuamente nei quali si fanno ogni settimana simil mercato e percio' non potersi consid4erare alcun dnanno di detta terra di Legnano non concedendoseli la dimanda come sarebbe di dette altre, tanto piu' che, oltre l'hauerla quella passata sin qui senza tal mercato, puonno ancora senz'altro dubbio gl'habitatori d'essa, et altre cincuicine per l'auenire ualiersi delle commodita' dei mercati suddetti, che iui d'intorno si fanno come fanno sopra, come hanno anche fatto per il passato.  Ma non contenti di allegare la solita ragione della commodita' (che i Legnanesi non sono in alcun modo disponibili a comprendere), gli uomini di Busto Grande escono in una massima che ha anche il sapore di una vaga minaccia: E pertanto e perche' in ogni modo e' cosa piu' che notoria che le nouita' sogliono partorir disordine.
Si e' affermato che una sentenza , un detto, un proverbio possono rivelare un secolo  nel suo contenuto spirituale; nel caso nostro la massima posta dai bustesi, quasi a suggello delle loro argomentazioni, offre un'immagine reale della mentalita' retrograda radicata profondamente nei popoli soggetti alla esosa tirannide spagnola: Certo i bustesi non avranno emesso quella sentenza cosi' squisitamente seicentesca, per la voglia di filosofare; l'intento economico edonistico vi trapela chiaramente e si rende piu' manifesto alla fine del memoriale quando si supplica di non fare alcuno pregiudicio a detta terra di Busto Grande  et sue raggioni et privilegi come seguirebbe senz'altro in concedere a detta Legnano la ricercata licenza. Nella risposta di legnano si ribatte in linea di massima il principio della distanza, osserbando che se esso realmente fosse osservato e applicato secondo l'interpretazione volutamente unilaterale dei bustesi non haurebbe la Comunita' di Busto riportata la faculta' di poter fare il suo mercato stando la poca distanza che interviene fra la terra di Galarate et quella di Busto. E fin qui il ragionamento corre: infatti se le leggi esistenti venissero fedelmente osservate: nella fattispecie, se le grida emanate a getto continuo dai Governatori milanesi fossero nello Stato veramente esecutive ( e la storia ci apprende in qual misura la realta' rispondesse alla supposizione!) non sarebbe stato possibile il sorgere di due mercati vicini (stando alle leggi spagnole, si intende, poiche' la supplica di Legnano del 1499 sappiamo gia' che i mercati di Busto e di Gallarate coesistevano e da tempi ben piu' remoti). Ma dove i Legnanesi errano compromettendo forse l'esito della loro causa, e' nell'asserire che Busto sia piu' vicino a Gallarate che  a Legnano.
Tale affermazione chiaramente espressa nel corso della pendenza, puo' oggi destare sorpresa, non essendo dubbio che la distanza tra Busto e Gallarate e' maggiore di quella di Busto e Legnano.
E' inutile soffermarsi  sulle ragioni dell'atteggiamento dei Legnanesi; forse a quei tempi  la mancanza di esatte e frequenti misurazioni topografiche poteva generare qualche dubbio; forse ancora i legnanesi approfittando dell'incertezza in materia, avranno creduto di introdurre, in tal modo, un elemento favorevole alla loro richiesta.
Sta di fatto che essi esprimono nella forma piu' recisa ed esplicita, il loro fermo convincimento in materia dicendo: la quale (distanza tra Gallarate e Busto)  in fatto e' molto minore di quella che e' tra legnano e Busto in modo che con il proprio esempio ha molto ben praticato et conosciuto (intendasi la comunita' di Busto) che la distanza predetta non e' di alcun impedimento. In buona fede o con lo scopo di accapparrarsi ogni possibile argomento a sostegno delle loro tesi, i legnanesi intendono con l'ultimo inciso (in modo che ...) impostare la questione nei seguenti termini: premesse tutte le ragioni sulla invalidita' delle disposizioni relative alla distanza: che esistano o non esistano leggi in proposito, e che queste vengano interpretate in un modo piuttosto che in un altro, il fatto e', signori bustesi, che vicino, molto vicino a voi e precisamente a Gallarate si fa un mercato settimanale: ora, con quale diritto volete impedire che in una localita' che dista dalla vostra piu' di quanto  non sia distante Gallarate, che sorga un mercato?. Ragionamento perfetto se il fatto della distanza, com'era prospettata dai legnanesi, avesse trovato rispondenza nella realta': ma essendo questa assai diversa e' facile inferire che in tutta la costruzione difensiva  andava certamente a scapito delle premesse generali, esattissime, e quindi non contribuiva a risolvere in senso favorevole a Legnano, la questione del mercato.
Era naturale che quelli di Busto. nel sentire le risposte dei Legnanesi, alzassero ancora la voce; avevano facili gli argomenti (tra cui quello della distanza) e li animava alla disputa le tradizionale amicizia (?) con gli abitanti del borgo vicino. E la replica e' bellicosa sin dalle prime battute:  Poteano al sicuro gl'Agenti della communita' di Legnano  sparagnare di lagnarsi  delli Agenti di Busto col uolerli addurre in odio la uicinanza di detta terra  di Busto a quelli di Gallarate et che quella non ostante habbi detta communita'  di Busto otteenuto facolta' di fare il suo mercato pretendendo farsi percio' essi di Legnano di uoler addurre ab exemplo che non li debba ostare la poca distanza fra esse terre per impedirli  la concessione del da loro preteso mercato. Poiche'  prescindendo dalla distanza, ad ogni modo non doueuano, ne' deuono detti di Legnano ne' a loro spetta di uoler sapere i fatti di detta terra di Busto, ne' che cosa sia seguito tra Busto et Gallarate  circa questo particolare.. Il tono si fa vivace. I Bustesi, con abile tattica, non solo prospettano i loro interessi, ma si fanno paladini e difensori dei diritti delle comunita' circonvicine, e nientemeno di quelle del Regio Fisco,  insinuando che oltre all'interesse e pregiudicio di essa terra et altre cincounvicine oue si fanno simili mercati, ui e' ancora l'interesse publico cioe' del medemo Regio Fisco al quale ne seguiria senza dubio pregiuicio notabile et insieme all'impresario, quando si concedesse a detta terra di Legnano la facolta' di far detto mercato poi che a puoco a puoco s'andera aprendo la strada  ad altre terre benche' mediocri di procurar simili mercati, oue spacciandosi merce senza pagamento de' soliti dati et gabelle il Fisco ne uerra' a setir notabile danno... Anche  nella conclusione il Regio Fisco e' menzionato:  Supplicano di nuovo i detti di Busto e S. M. et i suoi Ministri et a che spetta a uoler degnarsi di dar ripulso a detti Agenti di Legnano,  a non permetter che si faccia pregiudicio alcuna a detta terra di Busto et sue ragioni et puilegi ne meno al Regio Fisco... Mentre i Legnanesi stanno preparando la controreplica, occupiamoci brevemente di Gallarate ( di Rho non esiste nel carteggio il memoriale per quanto anche tale comunita' fosse citata in causa) Il borgo di Gallarate infeudato al Conte Gaspare d'Altaemps (siamo al 30 luglio 1637)  a mezzo dei suoi agenti comunica non douersi di ragion attendere la pretentione di quelli di Legnano per esser la detta terra di Legnano discosta solo otto miglia da Gallarate si che possono comodamente (poteva forse mancare il motivo della "commodita'"??" al detto nercato prouedersi di quelle cose che fanno bisogno. Poiche' e' ammissibile si aggiunge che un emrcato di solito et possesso immemorabile come quello di Gallarate venga danneggiato dal sorgere di un altro mercato in localita' vicina cioe' di Legnano dove non si e' mai fatto un mercato. Questa asserzione ci conferma che l'istanza del 1499 e le eventuali successive non furono accolte dai diversi Governi e che solo nel 1795 come tra poco vedremo,  la sospirata erezione del mercato pote' finalmente avere luogo. (Cosi' del resto anche il Comm. Raimondi, nella sua monografia a pag 40  : in Legnano ha luogo ogni martedi' ha luogo un mercato di bestiame e merci la cui istituzione venne concessa per la prima volta con decreto della Reale Conferenza Governativa del 2 ottobre 1795 ....) Prima di terminare i Gallaratesi  dicono di non doversi tenere conto del preteso ordine di Sua maesta' perche' quello e' sempre conditionato cioe' che non sij pregiudictio del terzo, come e' cosa inubitata. Tanto indubitata che si potrebbe dire, che se la legge trovasse un limite insuperabile nel danno eventuale arrecato al terzo con la sua applicazione, non vi sarebbero a tutt'oggi forme di societa' giuridicamente costituite e ordinate, ne' quindi la civilta' avrebbe potuto muovere i suoi primi passi ed effermarsi. Ma vale la pena di commentare i fiori giuridici dei nostri buoni avi del seicento?.
Il fervore della lotta tra Busto Arsizio e Legnano attrae nuovamente la nostra attenzione: e' pronta la controreplica Legnanese. Inizio anche qui fragoroso: Poteuano et doueuano quelli di Busto sparagnare del tutto la replica da lor fatta, quando non hauendo altre ragioni di quelle hanno apportate. Perche' quando al particolare della distanza (ci siamo) delli luochi e' cosa tanto chiara, notoria et manifesta, che non ha bisogno di altra proua, ne' hanno quelli di Busto con la loro parola torbidarla,ne tan poco snervar in parte alcuna la forza dell'argomento fatto da quelli di legnano controreplicanti. Ed ecco che la politica degli avversari viene svelata e messa a nudo; Del che (continua il memoriale) accorgendosi essi medesimi si sforzano di rappresentare (con poca prudenza pero') non solo la propria causa; ma quella degli altri ancora, non audendosi che' bastanza in questo particolare e' stato prouisto dalla S. N. con hauer dato ordine che si sentissero li datiari li quali (e qui una stilettata in piena regola) nel rappresentare le loro ragioni non haueranno ponto bisogno del consiglio dei bustesi; alli quali datiari a suo luogo, et tempèo se sara' bisogno si dara' la conueiente risposta con far uedere che il detto mercato sara' per apportargli beneficio, et non danno,propositione che restera' tanto piu' chiara, et confirmata quando si considerera', che per altri mercati introdotti non siano sminuite: ma si bene auantaggiate le rendite delli datij... Quest'ultima affermazione esprime in realta' un principio economico esatto; principio che, se allora non venne compreso, forse anche dall'impresario delle gabelle, fu esplicitamente ammesso dal magistrato Politico Camerale del 1795, e decise le autorita' competenti per la concessione del mercato.
E quale fu il parere del daziari camerali? Il tempo limitato a nostra disposizione non ci ha consentito di decifrare pazientemente un documento allegato nel carteggio, e stilato in latino notarile ( quindi in forma assai abbreviata e per conseguenza difficilmente comprensibile). Ci sembra tuttavia di intravvedere una risposta recisamente negativa.
La conclusione e' ad ogni modo questa: Legnano non ottenne nel 1637 il mercato richiesto per la seconda volta (secondo i documenti citati; ma non e' per nulla esclusa che altre  istanze siano state presentate dal 1499 al 1637; come pure dal 1637 al 1795.
Facciamo ora un salto di 157 anni e portiamoci alla fine di dicembre del 1794. I Deputati dell'Estimo, gli esimati, e il Sindaco inoltrano istanza alla Reale Conferenza Governativa per ottenere la concessione di un mercato settimanale. La supplica, datata 31 dicembre 1794, porta 66 firme tra cui quella del marchese Carlo Cristoforo Cornaggia Medici, del Conte Francesco Maria Melzi, del Conte Carlo Lucini, del Canonico Gaspare Lampugnani, ordinario della metropolitana e del Regio cancelliere Annibale Mazza, ed e' del seguente tenore:
Nel borgo di Legnano si tiene annualmente una fiera di bestiame e di altri generi, il giorno due di novembre. Fuori di questa occasionenon ha il detto borgo alcun altro mezzo con cui alimentare il locale commercio,  e gli abitanti sono obbligati a ricorrere ad altri luoghi dello Stato tanto per smerciare i propri generi e manifatture quanto per provvedere di quelli che loro mancano.
Utile quindi e necessario sarebbe alla prosperita' degli abitanti del Borgo di legnano e delle molte terre circonvicine l'istituzione nel Borgo stesso di un settimanale mercato, quale non potrebbe per verun conto pregiudicare ai gia' preesistenti nei borghi di altri limitrofi distretti attesa la rispettiva loro distanza ed ove per la fissazione della giornata si intendesse quella del Martedi', in cui non v'anno altri mercati per tutto l'adiacente circondario.
Al solo fine di procurare i possibili vantaggi  e risorse all'agricoltura e alla languente marcatura del preaccennato Borgo sono determinati i qui sottoscritti Deputati dell'Estimo et Estimati umilissimi servitori della Reale Conferenza Governativa di avanzare come fanno alla medesima le loro piu' fervide suppliche affinche' in vista delle premesse circostanze locali venga accordata per tutti i martedi' dell'anno la concessione di un mercato in luogo umanimamente desiderato dalla Comunita', la quale comecche' disposta a sostenere tutte le occorrenti spese nella ferma persuasione di ritrarre un abbondante compenso ha gia' manifestata la sua adesione per concorrere anche al pagamento di chi per non esservi in luogo una ricevitoria di finanzia dovrebbe venir destinatoi ad assistere alla custodia, ed esazione dei Regi diritti, punto non dubitando che le saranno altresi' concesse le facilitazioni daziarie accordate agli altri mercati rispetto alla bestie bovineche ritornassero dal mercato invendute, salve in questo pèroposito tutte le modalita' e condizioni che piacesse alla Superiore autorita' di prescrivere per sempreppiu' cautelare l'esercizio delle funzioni daziarie: e siccome i ricorrenti sonpo nella massima fiducia  di conseguire quanto implorano in nome della Comunita'  ed il comodo ed utile della medesima non meno che della terra attigua cosi' osano pure di supplicare la prelodata Reale Conferenza Governativa a volersi degnare di abilitare il Magistrato Politico Camerale a dare le opportune disposizioni per l'istituzione del mercato di cui si tratta previa  le occorrenti informazioni e concerti da prendersi, onde possa anche la Comunita' stessa disporre tutto cio', che puo' da lei dipendere per dare principio al mercato il piu' presto che sara' possibile.
Ma non era ancora terminata la lunga Via Crucis dei legnanesi: Il Magistrato Politico Camerale e l'Intendente di finanza dovevano dare il loro parere alla Reale Conferenza Governativa; la supplica doveva passare attraverso la trafila di investigazioni burocratiche precise, minute, circostanziate. Una nota apposta in calce al documento dal Conte Kevenhuller, presidente della sudetta Conferenza, in data 2 gennaio 1795 dice: Al magistrato politico Camerale qualora trovi meritevole di riguardo la presente istanza informi con le sue occorrenze: Ed una altra nota a firma Maneina, del Magistrato Politico Camerale, ci avverte dell'esito negativo della pratica: Attese le circostanze non puo' per ora assecondarsi l'istanza dal Magistrato Politico Camerale. Quali erano queste circostanze?. Dall'esame del carteggio si deduce che Il Magistrato Politico Camerale, come pure l'Intendenza di Finanza, avevano espresso parere sfavorevole all'accoglimento della domanda di Legnano perche' mancando in luogo una ricevitoria  di finanza, non si reputava opportuno, pur nella previsione di intenso traffico, fare sostenere alla comunita' la spesa  di un incaricato alla riscossione daziaria. Gli abitanti del borgo di Legnano sentita la risposta, non si diedero per vinti e presentarono il 10 aprile 1795 una seconda istanza ripetendo la domanda del mercato e rinunciando a qualsiasi facilitazione daziaria.
Sopra precedente istanza diretta ad ottenere la concessione di un settimanale mercato nel borgo di Legnano, pieve di Olgiate Olona, coi privilegij accordati in egual circostanza ad altre Comunita' dello Stato, riportano gli Deputati dell'Estimo ed Estimato gl'ingiunto Decreto in virtu' del quale risulta bensi' differito ma non escluso l'addomandato provvedimento.
Pressentano in oggi gli Supplicanti che il R.M.P.C.  non abbi creduto conveniente annuire allo stabilimento di esso mercato inquantoche' la centrale di lui situazione non rendeva praticvabili le ispezioni di Finanza per l'indennita' dei Reali Diritti al caso delle facilitazioni daziarie, cui aspirano e che d'altronde fosse meno utile alla Comunita' di legnanol'assumere a suo carico le spese occorrenti al divisato oggetto.
L'intenzione pero' dei ricorrenti Deputati ed Estimato essendo sempre stata, ed anche in presente limitata a promuover soltanto coll'erezione del proprio mercato e il commercio dei generi ed articoli di manifattura di quella numerosa popolazione, alla rissorsa e fertilita' dell'agricoltura, ed alla languente mercatura, senza far uso dei privilegi che avevano richiesti nella gia' premessa loro rimmostranza verrebbero per tal modo rimossi gli ostacoli che potesse la medesima avere incontrato e la concessione di cui si tratta, oltre all'essere del tutto innocua ai preesistenti mercati dei limitrofi Borghi riuscirebbe comoda piuttosto e vantaggiosa a chiunque suole  frequentarli, quallora venisse prescie4lta per il nuovo mercato  di Legnano la giornata del martedi' di cui non v'hanno altri Mercati nell'adiacente circondario, non che di utile all'interesse degli attigui Comuni.
Rinnovano quindi li Deputati dell'Estimo, ed Estimati le loro piu' vive istanze per la desiderata istituzione colle di sopra suggerite viste, nella giusta lusinga di conseguire un grazioso rescritto, che realizzi anche a favore del Boprgo di legnano quelle Sovrane benefiche dichiarazioni, delle quali hanno recentementeapproffittato in parita' di circostanze diverse altre comunita' dello Stato, ed implorano a tal effetto, che il R.M.P.C. voglia compartire quelle provvide dispozizioni che credera' opportune a regolari a render esaudita la presente loro domanda.
In seguito alla esplicita rinuncia dei privilegi daziari  la via poteve dirsi spianata: Il Magistrato Politico Camerale e l'Intendenza di Finanza non hanno piu', come si rileva dai documenti protocollari, osservazioni da muovere  e accompagnano quindi la seconda istanza alla Reale Conferenza con favorevoli rilievi. Il 4 saettembre 1795 il presidente di quest'ultima firma la deliberazione cosi' concepita: Ora che viene proposto il giorno di martedi (in realta' la proposta del martedi' come giorno di mercato, compare, come si e' visto, anche nella prima istanza; ma, tant'e', per mascherare un po' il prevalente motivo fiscale, una lieve inesattezza poteva ritenersi giustificata) e che non si ricerca alcuna facilitazione daziaria,  la Reale Conferenza Governativa convenendo nel sentimento del Regio Magistrato Politico Camerale approva, che abbia effetto la domandata erezione  del settimanale mercato nel suddetto Borgo. E finalmente la concessione  del mercato viene resa pubblica ragione il 2 ottobre con il seguente
 
AVVISO
La Real Conferenza Governativa dietro favorevole sentimento del Regio Magistrato Politico Camerale si e' degnata accondiscendere all'istanza dei Deputati all'estimo della Comunita' di Legnano con approvare e concedere che abbia effetto l'addomandata istituzione di un mercato settimanale in quel Borgo, che terrassi in ogni Martedi' dell'anno e che cominciera' con il giorno di martedi 13 del corrente mese di ottobre, senza che sia pero' accordata a tale mercatoveruna facilitazione Daziaria: ben inteso che qualora il detto giornofosse festivo, debba trasportarsi il Mercato nel giorno di lavoro immediatamente successivo.
In esecuzione è pertanto de' venerati Ordini del Prefato R.M.P.C. si rende nota al pubblico col presente avviso l'accennata graziosa Superiore Concessione, onde possa ciascuno ciascuno nei summentovati giorni approfittarne.
Dalla Regia Intendenza Provinciale di Milano li' 2 ottobre 1795
Gaetano Conte della Somaglia
Regio Intendente
 
Giunti alla fine della nostra storia non ci sembra opportuno fare cenno alle ulteriori vicende del mercato, le quali non presentano alcun interesse. Dice infatti il Comm. Raimondi nella sua nota monografica su Legnano ... "la cui istituzione (del mercato) venne concessa la prima volta con Decreto della Reale Conferenza Governativa del 2 ottobre 1795 e riconfermata poi dopo lunghe alternative di abbandono e di ripresa, dal Consiglio Comunale con deliberazione del 18 agosto 1906..."
Ed ora in due parole la conclusione. Puo' darsi che il nostro apprezzamento sia inquinato da una sottile vena di campanilismo, e che l'amore per Legnano renda unilaterale il nostro giudizio; ma ci sembra che la cronistoria del mercato, cosi' come e' stata esposta sulla base di documenti ufficiali, riveli chiaramente una ingiustizia a lungo perpretata ai danni el nostro borgo. Legnano in ogni tempo come nucleo emografico come centro agricolo e commerciale non fu mai in sensibili condizioni di inferiorita' rispetto ai borghi circonvicini, Busto, Gallarate, Saronno e Rho; eppure per un complesso di varie circostanze non ebbe la fortuna di appropriarsi di un efficientissimo strumento economico, di assicurarsi un fattore primo per lo sviluppo ed il potenziamento dellapropria economia.
Ma oggi non comprendiamo forse l'importanza di un mercato nei tempi trascorsi, quando le oconomie locali vivevano isolate le une dalle altre, quando scarsi e malsicuri erano i mezzi di comunicazione e di trasporto, e  antiquate formule di politica economica informavano l'azione  dei governi. Noi sorridiamo vedendo svolgersi, intorno alla richiesta di un mercato, lotte, diatribe, e ludi cartacei che presentano per la loro vivacita' una singolare rassomiglianza con le moderne competizioni sportive; e non ci rendiamo conto di quale fonte di risorse potesse rappresentare per un borgo del contado, un mercato. Attualmente ben altri problemi che non il mercato agitano la vita della nostra Citta': e noi auspichiamo che tenendo presente la modesta ma istruttiva storia del mercato, Legnano non si lasci superare nel fervore di rinnovamento che, in Regime Fascista fa' di ogni citta' d'Italia un sonante cantiere di opere, ma sia sempre all'avanguardia, segnacolo vibrante di operosita' e di progresso.
 
 
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2.19 Nel Sedicesimo secolo "1850 anime da Comunione"

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Nel Sedicesimo secolo "1850 anime da Comunione"
 
Quanti furono nelle varie epoche gli abitanti e quale andamento segui' nei secoli scorsi l'espansione demografica di legnano?
Dobbiamo andare per deduzione partendo da epoche remote ed almeno fino alla seconda meta' del '500, allorquando cioe' possiamo trovare il conforto di documenti storici.
Ricerche archeologiche impegnate ed approfondite da parte di appassionati studiosi hanno trovato nella necropoli legnanese significative testimonianze del contributo dato dai piu' antichi abitatori di questa plaga alla civilta' preromana e romana.
L'ingegner Guido Sutermeister appunto basandosi su calcoli ricavati dai sepolcreti man mano riportati alla luce indicava con aprrossimazione che in epoca romana gli abitanti che vissero lungo le due sponde dell'Olona dovevano essere in numero superiore a mille.
Anche se ci sembra un calcolo troppo ottimistico (a meno che non si fossero verificate massicce migrazioni nei quattro o cinque millenni successivi) teniamo comunque per buoni, come base di partenza, questi dati. ma seguiamo l'evoluzione demografica non piu' sulla scorta di relitti di antiche civilta' ma con dati piu' certi, tratti da documenti autentici.
Il primo censimento riguardante Legnano e' quello fatto nei primi anni del 1500 che assegna al Borgo "1500 anime da comunione", il che equivale ad una popolazione di circa 23000 persone. Abbiamo un altro riferimento nel 1584, a quando cioe' San Carlo Borromeo avendo in animo di istituire la prepositura, incarico' il suo segretario Monsignor Giussani di ragguagliarlo sul numero dei fedeli. E questi annota nelle sue memorie (volume II°, pagine 175) che "questo borgo di Legnano ha non meno di 500 famiglie con piu' di 2000 anime da comunione", potevano essere dunque a quell'epoca circa 3000 abitanti. La cifra ci viene confermata anche da Giuseppe Pirovano che si riferisce a due anni dopo e cioe' nel 1586. Nella parte storica dell'archivio comunale esiste un documento in copia, rilegato a fascicolo, che reca la data del 9 marzo 1651 e il titolo di "Redenzione alla infeduazione concessa al borgo di Legnano con Legnanello e le sue giurisdizioni".
La "Cedola" venne redatta nel 1649 ma resa esecutiva due anni dopo. 
Ogni "Redenzione" dall'infeduamento era preceduta da rigorose indagini dalle autorita' regie sulle condizioni economiche e sulla capacita' contributiva degli abitanti.
La indagine ricognitiva allo scopo di stabilire la situazione del borgo incluso nel Ducato di Milano venne affidata dal Governo spagnolo nel 1620, ad un suo funzionario, Orazio Mainoldi, questore della Regia Camera delle Entrate Straordinarie e Beni Patrimoniali del Ducato. Da questo documento conservato presso l'archivio di stato di Milano possiamo avere una esatta visione delle condizioni sociali e dell'importanza economica, demografica ed agricola di Legnano in quell'epoca.
I dati sono molto attendibili in quanto il carteggio era stato fatto in vista della cessione in feudo del borgo che doveva essere messo, come si direbbe in termini attuali, all'asta. La formalita' prevedeva la esposizione per due volte delle "cedole" per la vendita e quindi avrebbe dovuto aver luogo il pubblico incanto.
In quell'occasione sappiamo che i legnanesi compiendo un notevole sforzo finanziario comune, riscattando la liberta' mediante una raccolta di denaro nell'ambito delle stesse famiglie, pagando loro stessi il corrispettivo al Governo spagnolo.
Ma trascriviamo integralmente il carteggio che il questore Orazio Mainoldo redasse con il caratteristico linguaggio in uso nel seicento:
 
Ill.mo et Ecc.mo Signore
"Avendo noi sotto li 27 di marzo prossimo passato, per ordine li 16 di giugno prossimo passato fatto oblazione di comprar il feudo alcune terre di questo Stato, conforme alla procura fatta da Sua Maesta' in Vostra Eccellenza, fu da Giovan Battista Piantanida sotto li 16 di giugno prossimo passato fatto oblatione di comperar il feudo il borgo di Legnano et Legnarello, con la sua giurisdittione, et entrata di censo del sale,  et con titolo di marchese, per quali offerse pagare lire trentatre mille per il feudo, giurisdittione, et entrata in censo; et ducati quattro mille Castigliani per il titolo di Marchese, qual oblatione perche' ci parve assai utile l'accettassimo, et insieme delegassimo il Questore Horatio Mainoldo nostro Colliga, accio' andasse in fatto, visitasse detta terra di Legnano et Legnarello et pigliasse quelle informazioni che gli fossero parse necessarie, per havere l'intera cognitione della qualita' di essa terra: il che ha egli eseguito et cen'ha fatto relatione, dalla quale risulta:
Che detta Terra, ovvero borgo di Legnano e' situata nella Provincia del Seprio, di questo Ducato et in buonissim'aria, vicino al quale circa un tiro d'archibugio vi e' la Contrada di Legnarello, sotto lo stesso Comune di Legnano, et e' sopra la strada regale, per la quale si va da Milano a Gallarate, et al Lago Maggiore, et e' distante da Milano sedici miglia, da Como pur sedici miglia, da Gallarate otto e da Busto grande quattro.
Ha sotto di se' la detta Terra, o' sia Contrada di Legnarello, et cinque cassine.
Non confina con alcun principe straniero, ne' con alcun fiume eccetto che col fiume Olona, qual scorre nel mezzo tra Legnano et Legnarello. Non c'e' cinta di mura, ne' fossa.
Non ha Castello, fortezza, ne rocca; vi e' ben una casa fabbricata a forma di castello, con fossa, et ponti levatori, qual'e' del Dottore Ferrante Lampugnano.
Non ha palazzo ne' carceri, ne' alcun altro loco pubblico, eccetto che tre piazze et una casa qual'e' della Comunita', la quale si affitta parte, et parte si tiene per uso del Comune, per congregarsi e far li Sindaci, et Officiali et a trattare li negotij pubblici.
Non e' terra insigne.
Vi e' poi una fiera ogn'anno nel giorno della Commemorazione dei Morti, al quale concorrono gente assai delle parti vicine, a coprare bovi grassi, pelliccie, panno et tele et altre cose assai; ma il maggior nervo della fiera e' dei bovi grassi, quali per la maggior parte sono comperati da Macellari di Milano.
Ha diciassette molini sopra il fiume Olona, uno dei quali e' del Signor Cardinale Borromeo, un'altro del signor Cardinale Montaldo, et gli altri sono de diversi proprietari.
Ha un'ospitale sotto il titolo di Sant'Erasmo, poco discosto dalla terra, nel quale si ricevono poveri vecchi, et altre persone che non possono lavorare, qual'ha' entrata di trecento scudi l'anno; et ha' anche un altro luoco pio detto della Scuola della Misericordia, qual'ha' l'entrata circa cento scudi l'anno che si dispensano a poveri della terra (omissis).
Le anime di questo borgo, et la sua giurisdittione, compresa la sudeta contrada di Legnarello et cassine sono in tutto duemila novecento quarant'otto (2948) delle quali vene sono mille novecento cinquanta nove (1959) da Communione. Et i fochi sono quattro cento settanta quattro (474), de' quali ne sono cento cinquanta quattro (154) de' cittadini, dodeci de gentil'huomini che abitano continuamente in detto Borgo, due cento trentatre (233) di gente rurale, cioe' mercanti, artigiani, et contadini che lavorano beni proprij, o' di detti mercanti, et settanta cinque persone che abitano case, o lavorano beni ecclesistici.
Gli abitanti (eccettuati gli suddetti gentil'huomini) sono mercanti, artigiani, massari, e braccianti, fra i quali vi sono dei mercanti di panno, quali vendono anche tele, et canevi, ed uno di essi fa la tentoria, vi sono poi altri tre tentori, et altri otto che vendono tele et canevi, uno che vende del ferro; Vi sono cinque postari, che vendono cose mangiative, nove mercanti d'oglio di linosa et di noce, sei calzolari, sette sarti, tre barbieri, quattro marescalchi, sette che fanno zoccoli, dei speciali, cinque ofellari, sei legnamari, un capellaro, doi che lavorano filisello, tre Beccarie, tre Hostarie grosse, et tre Bettolini, cinque maestri che insegnano a leggere, scrivere, grammatica et Musica; et gli altri son massari e brazzanti, che attendono a lavorare la terra. Vi abita poi anco continuamente un medico fisico et un chirurgo, quali non hanno nessun sussidio dalla Comunita'.
Il territorio e' di pertiche ventidue mille novecento quaranta quattro (22.944) e tavole due, parte vigna, parte campo, parte prati, et parte brughera, et alcuni pochi boschi, dei quali ve ne sono pertiche mille trecento quarantatre (1343) et tavole 23 catastrate alli libri del perticato civile, et pertiche quindici mille trecento quarantatre (15.343) et tavole otto catastrate al rurale, pertiche quattro mille cinquecento ottanta quattro (4584) e tavole decinove sono eccllesiastici.
Producono quei terreni di ogni sorta de frutti, eccetto che riso, ma particolarmente producono grandi quantita' de vini, stando che il territorio e' per la maggior parte avidato. Et li frutti che producono sopravanzano al bisogno della terra, qual sopravanzo lo conducono a Milano, e anco quel poco di grano a Como.
Vagliano i terreni, computati li buoni,et cattivi insieme cento lire la pertica, ma li prati vagliono centocinquanta lire et sotto sopra si affittano a otto lire la pertica, non computando pero' le brughere, le quali si danno per dote delle possessioni.
Detto borgo non e' stato mai infeudato, ne ha', o avuto Podesta' particolare, fiscale, notari, o sbirri, ma e' soggetto per l'amministrazione della giustizia al Vicario del Seprio, et alli Giudici della Citta' di Milano, vi habitano pero' dei notari pubblici, quali rogano istrumenti, et un fante,qual serve a fare intimationi.
La Regia Camera suol scuoder ogn'anno da detta Comunita' lire duecento dodeci, soldi undeci e danari undeci per il censo ordinario, et lire due cento dieci, soldi tre e danari quattro per l'augumento di detto censo, che in tutto fanno la somma di 422.153. Ne altra entrata v'e' che potesse farsi feudale, perche' li datij del prestino, et della scannatura della carne sono parte di Ferrante Lampugnano et parte dellij eredi di Piero Paolo Vismara, et sull'imbotato non si paga datio alcuno, ma invece di quello si paga una conventione di lire trecento quattordici l'anno a diversi particulari; et del vino non si paga datio alcuno, ma ogni uno ne puo' vender senza datio pagar.
Detta Comunita' ha d'entrata lire novant'otto che si scuodono sopra il datio della Macina di Milano. et ha anche la seddetta casa, parte della quale e' affittata cento vinti lire l'anno, et dell'altra parte se ne servono per congregarsi a trattar li nogotij publici.
Non e' tassata su alcuni Cavalli di tassa. Leva duecento ottanta stare di sale.
Qual relatione sentita nel nostro tribunale, venissimi in parere di dar a Vostro Eccellenza parte d'ogni cosa, e fratanto, per avanzar tempo, ordinassero che si esponessero le seconde cedole per la vendita di detto feudo per vedere se compariva altr'oblatione, le quali cedole essendo esposte, et anco publicato l'incanto, e' nuovamente comparso il feudatario Cesare Visconte, quale ha offerto per detto feudo con la entrata sudetta di censo, et augumento, et con titolo di Marchese per se' et per quello suo figliolo maschio che sara' da lui nominato, lire sessantamille in tutto, la qual oblatione per essere avvantaggiosa, et utile assai, e' stata da noi accettata, et havendo anco sopra di essa fatto publicare per alcuni giorni l'incanto non e' comparsa altr'oblazione migliore. Et percio' hora rappresentiamo a V.E. tutto il seguito di questo particolare, affinche' resti servita commandare quello che gli pare che si faccia. Et all'E.V. humilmente inchinandosi, la preghiamo da N.S. il colmo di ogni bene.
In Milano, alli 16 di novembre 1620.
Di Vostra Eccellenza, humilissimi servitori.
Il presidente et Maestri delle R.D. Entrate Straordinarie et Beni patrimoniali dello Stato di Milano".
 
In questo documento si racavano dati certi per stabilire che l'intero territorio contava 258 fuochi, cioe' nuclei familiari, sparsi in 22994 pertiche e due tavole, corrispondenti a 1505 ettari. Al censitore non comporto' di sgnare oltre si "fuochi" il numero degli abitanti. Ma il confronto ci viene pero' offerto dal censimento del 1594, ripreso meticolosamente da un manoscritto originale esistente nella Biblioteca Ambrosiana, steso dal primo prevosto di Legnano Giovanni Battista Specio.  In esso si indica un totale di 224 case ma nel censimento mancano le cascine Ponzella, Mazzafame e San Bernardino. Comunque, all'elencazione dei componenti di ogni famiglia, si ricava un numero di abitanti vicino ai 3000. Una cinquantina d'anni dopo la popolazione diminui' notevolmente anche a causa della peste del 1630.
Altri documenti ufficiali citati dallo storico Bettinelli ci dicono che nel 1783 Legnano aveva 2774 abitanti.
La dilatazione demografica e' stata dinamica specialmente in corrispondenza di periodi particolarmente felici della storia legnanese. Lo sviluppo industriale a partire dal 1880 in avanti agisce da richiamo per masse consistenti di individui. Successivamente l'intensita' e' minore di quanto si attenua il bisogno di manodopera e la popolazione locale vi provvede con il suo naturale ritmo di accrescimento. L'espansione demografica e l'incremento migratorio riprendono negli anni che seguono la seconda guerra mondiale e il periodo di boom economico. Poi l'andamento si stabilizza attorno a valori eguali ad altri importanti comuni della Lombardia con caratteristiche ambientali simiili a quelle di Legnano.
Dalla tabella che segue possiamo osservare l'incremento della popolazione negli ultimi due secoli:
 
La popolazione dal 1800 al 1974
1800 - 2780
1805 - 2784
1840 - 4535
1860 - 6335
1865 - 6505
1870 - 6593
1875 - 6648
1880 - 7041
1885 - 8441
1890 - 10643
1895 - 12928
1900 - 17394
1905 - 22494
1910 - 26716
1915 - 28757
1920 - 29805
1925 - 29362
1930 - 31154
1935 - 31019
1940 - 34054
1945 - 34571
1950 - 36254
1955 - 39154
1960 - 41366
1965 - 44784
1970 - 44370
1974 - 47971  al 31 agosto
 
 
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2.20 Cenni storici

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Cenni storici
 
Le sponde Legnanesi dell'Olona furono popolate in preistoria da genti genericamente definite liguri: della cultura di Canegrate, alla quale e' ascritta la vasta necropoli del XIII° secolo a.c., e della successiva golasecchiana.
Scarsa penetrazione vi ebbe l'invasione dei celto-galli, scesi da oltr'Alpe tra il V° VI° secolo a.c.: protetta dai boschi, la zona tra Legnano e Busto meglio conservo' la sua etnia, come sembrava provato dal persistere di assonanze liguri nel locale dialetto.
Alla romanita' risale il toponimo Legnano: certo da Laennius, nome del proprietario del fondo.
Popolatosi per gradi, in eta' imperiale Leunianum fu vicus di qualche rilievo, a giudicare dai sepolcri scavati in varie zone cittadine e viciniori: i cui corredi (ved. Museo) attestano organizzazione del lavoro e discreta qualita' di vita.
Declinato l'impero d'Occidente, il distretto del Seprio ( con la plaga (Regione) Legnanese ) fu conteso fra i Goti e i Bizantini. Invaso dai longobardi dopo il 568, nel 774 passo' ai Franchi di Carlo Magno, restauratori dell'idea imperiale. Furono i Carolingi a conferire le terre della zona ( con i redditizi mulini mossi dalle acque dell'Olona a quei tempi limpide e pescose ) agli arcivescovi di Milano.
Legnanello ( a sinistra del fiume, oggi parte integrante della citta') e' citata per la prima volta in un documento del 789: atto con cui l'Arcivescovo Pietro cedeva al Monastero di San Ambrogio terre ereditate in luogo. Il borgo - sottoposto alla chiesa plebana di Parabiago - si trovava al confine del Seprio con Milano: tale posizione influi' sulla sua importanza verso la fine del X° secolo, quando si andarono delineando contrasti tra la nobilta' feudale di campagna e le classi medie del capoluogo.
Nel 1066 il diacono Arialdo - fustigatore del clero concubinario e corrotto e portavoce della nuova borghesia cittadina contro nobili e curia filo-imperiali - fu costretto a fuggire da Milano. Trovo' riparo a Legnano, nel palazzo del suo partigiano Erlembardo Cotta: ma venne catturato e condotto in quel d'Angera, a morte per mano dei sicari del vescovo Guido.
Il crescente progresso economico in Lombardia premio' infine le classi mercantili, che si organizzarono nel comuni, organismi anelanti all'autonomia del potere imperiale.
Il piu' forte di essi, Milano, diede inizio ad un attivo espansionismo a danno dei vicini, usurpando senza scrupoli le regalie (prerogative, imposte ) dell'imperatore. Ad esso si lego' Legnano, abbandonando il Seprio, la cui nobilta' parteggiava per l'impero.
Federico I di Svevia il Barbarossa - nel tentativo di rafforzare la sua sovranita' fruendo nel contempo delle strutture italiche in pieno sviluppo - intrapprese una decisa lotta contro Milano ed alleati. Nel 1160, per ridurre alla fame l'ostinata ribelle, ne devasto' le campagne, comprese quelle Legnanesi; due anni piu' tardi giunse ad espugnarla e ne fece atterrare le difese.
Papa Alessandro III° - anch'egli in contrasto con Federico per secolare antagonismo di potere - incoraggio' allora la costituzione di una Lega di citta' venete e lombarde, i cui aderenti formarono un comune esercito giurando irriducibile ostilita' allo svevo.
Nel 1176 barbarossa fu sconfitto a Legnano. L'evento preoccupo' l'imperatore e rafforzo' Milano, ma l'anno successivo la curia romana - che temeva l'eccessiva potenza dei comuni - venne a patti con il Barbarossa; ne segui' una tregua di sei anni. Infine il trattato di Costanza ( 1183 ) sanci' la pace, con il riconoscimento dei comuni e di alcuni diritti dagli stessi acquisiti; ferma restando la sottomissione all'impero (del resto mai contestata) con giuramento di fedelta', pagamento di determinate imposte, investitura sovrana dei consoli eletti.
Il 29-5-1176 Barbarossa con poche migliaia di armati marciava da Como alleata verso la fedele Pavia. A Legnano erano le forze della lega con il Carroccio: un carro trainato da tre paia di buoi bianchi, ideato a Milano dal battagliero arcivescovo Ariberto d'Intimiano (XI° secolo) successivamente adottato da quasi tutti i comuni italici.
Simbolo della collettivita' comunale, il carroccio era una macchina tattica, con gonfalone inalberato e martinella (campana) per orientare i combattenti, presidi di sostegno materiale (farmaci, vettovaglie energetiche) e morale (crecefisso, prete officiante).
Un reparto di cavalleria lombarda intercetto' a Borsano l'avanguardia imperiale e l'attacco', ma dovette ripiegare. Tedeschi e comaschi, inseguendolo, raggiunsero il Carroccio ( nei pressi della chiesetta di San Martino, in fondo all'attuale corso XXIX maggio).
La cavalleria del Barbarossa non risparmio' gli attacchi, ma i militi della Lega, in quadrato, resistettero con tenacia; intanto i cavalieri in ritirata, rinforzati da freschi contingenti, erano tornati in campo. Il loro attacco al fianco divise in due l'esercito imperiale: i tedeschi sbandarono verso il Ticino con gravi perdite; lo stesso Federico - entrato coraggiosamente in battaglia - riusci' a malapena a salvarsi e a raggiungere Pavia, perdendo armi e insegne.
Una tradizione - dal cronista Milanese Galvano Fiamma (XIV secolo) - attibuisce la vittoria alla Compagnia della Morte: formazione volontaria di poche centinaia di cavalieri decisi a tutto, guidata da Alberto da Giussano. Intorno a tale personaggio (del quale in realta' neppure e' certa la partecipazione alla battaglia) fiori' nell'800 romantico e patriottico un'epoca suggestiva ma storicamente poco convincente (Carducci, Pascoli). Anche il senso della lega venne alterato: la precaria, utilitaristica alleanza dei comuni fu considerata atto di cosciente unita' nazionale contro lo straniero. Si enfatizzo' l'importanza della vittoria (netta, ma affatto risolutiva!), e non solo da parte italiana (ved. Hegel).
Per il 7° centenario in citta' fu improvvisato un monumento: di gesso e cartapesta color bronzo, su alto basamento, trasse in inganno il pubblico, ma fortunatamente - brutto e poco pertinente, come lo mostrano le fotografie - non resse alle prime intemperie.
Ben diverso l'attuale (in piazza omonima) certo tra i piu' felici del Butti, 1990: un bronzeo guerriero in maglia, elmo e scudo, la spada levata in segno di vittoria. Sul basamento in granito grigio, altri bronzi in rilievo: il carroccio e i monaci soccorrono i feriti dopo la battaglia.
Ogni ultima domenica di maggio si celebra in citta' la sagra del carroccio, con un carosello di circa 1500 comparse a piedi e a cavallo in costumi medievali fedelmente allestiti. Segue la corsa ippica nello stadio, tra le otto contrade: per la conquista del palio, un crecefisso in rame sbalzato, copia di quello donato da Ariberto al nascente comune di Milano. L'interessante manifestazione - istituita nel 1933 - ripristinata nel dopoguerra - non manca mai di attirare folle di appassionati e curiosi.
Verso meta' 1200 l'Arcivescovo Leone da Perego tento' l'avventura della signoria personale a Milano, appoggiandosi all'aristocrazia contro i popolari; scacciato dai Torriani si rifugio' a Legnano, dove teneva una dimora estiva nei pressi della chiesa di San Salvatore (Oggi San magno). Ivi confluirono le forze dei nobili con lui fuoriusciti, intenzionate a battersi per la rivincita: ma l'ottantenne prelato venne a morte improvvisa.
In quell'epoca il giovane canonico Ottone Visconti, uomo di fiducia di leone, fortifico' a Legnano un nucleo del castello: in seguito, divenuto a sua volta Arcivescovo, si appoggio' anch'egli alla parte nobiliare per contendere il potere ai Torriani.
Dimorava nel borgo il frate laico umiliato Bonvesin della Riva ( 1240 - 1313 ). Considerato il piu' importante letterato milanese del suo tempo, aveva preso nome dalla ripa di Porta Ticinese, dove teneva casa e scuola. Egli stesso fa cenno alla sua permanenza a Legnano, nel poemetto "le cinquanta cortesie da desco"
I Visconti finirono con il prevalere sugli antagonisti Torriani: nel '300 affermarono definitivamente una signoria ereditaria, sotto la quale Legnano segui' le vicende del milanese.
Nel 1450 Francesco Sforza si impadroni' del Ducato. La signoria sforzesca duro' tutto il secolo; quindi per oltre 30 anni il milanese fu al centro di aspre guerre tra Francia e Carlo V d'Austria e di Spagna
Prevalsero gli Ispano-Imperiali.
Integrato nei possedimenti asburgici, nel 1596 il ducato venne assegnato a Filippo II di Spagna, che lo resse tramite governatori.
Il '500 fu per Legnano un periodo di splendore: gia' luogo di soggiorno estivo dei notabili milanesi, si era ingrandita attorno alla chiesa di San salvatore, ricostruita e dedicata a San magno; il borgo era vivace, attivo, con campi fertili, vigneti, frutteti. Nel 1584 San Carlo lo stacco' da Parabiago facendolo capo-pieve: contava 2083 abitanti.
Il secolo successivo porto' decadenza, per guerre e carestie che danneggiarono i domini lombardi di Spagna. Nel 1630 anche Legnano fu spopolata da una grave epidemia di peste; nel 1649 il paese trovo' la somma necessaria per evitare una sgradita infeudazione decisa dal governo.
Nel primo '700 subentrarono gli austriaci: la cui amministrazione piu' moderna ed efficiente, contrassegnata da riforme illuminate di Maria Teresa e di Giuseppe II°, sollevo' l'economia lombarda.
Durante il ventennio napoleonico, Legnano con il dipartimento dell'Olona fece dapprima parte della Repubblica Cisalpina, poi italiana; infine del Regno d'Italia (1805).
Al declino di Bonaparte tornarono gli austriaci, bene accolti dalla popolazione contraria alle spese di guerra ed alle continue leve militari francesi.
Nel 1821 l'indistriale svizzero Carlo Martin impianto' a Legnano la prima filanda di cotone. Nel 1859 - al termine della seconda guerra contro l'Austria - Legnano ( con il centro autonomo di Legnanello) fu aggregata all'Italia unita.
Sorsero altre fabbriche, ubicate sulle sponde dell'Olona per trarre forza motrice dalla corrente. Nel 1861 vi passo' il primo treno a vapore della ferrovia MI-VA.
Il primo '900 porto' un rapido sviluppo, grazie alle nuove industrie tessili e metallurgiche fondate dai Krumm, dai Bernocchi, dai Dell'Acqua e da altri imprenditori. Con le fabbriche si estesero i quartieri, vennero istituite scuole professionali, il lavoro diffuse un certo benessere.
intorno agli anni '20 vi si affermo' il fascismo, debolmente contrastato da opposizioni di sinistra alimentate negli ambienti operai. Nel 1942 Legnano ebbe titolo di citta'; vi fece visita ufficiale Benito Mussolini, che ritornera' trionfalmente 10 anni dopo.
Nell'ultimo conflitto due legnanesi ottennero la medaglia d'oro: Roul Achilli e il giovane Carlo Borsani (fascista, cieco di guerra, aderi' alla repubblica Sociale e fini' assassinato a Milano nei giorni della liberazione).
Anche la Resistenza ebbe le sue vicende ed i suoi protagonisti (scioperi nelle fabbriche fin dal '43; uccisioni, deportazioni, attacco finale delle Brigate Garibaldi e Carroccio agli ultimi preside fascisti).
Il processo di industrializzazione - in crescendo fra le due guerre - riprese dopo il 1945, conferendo a legnano quel volto progredito ed operoso che la distingue.
La citta' e' oggi un centro industriale, artigianale e terziario di 49.000 abitanti, percorso dall'animatissima arteria del Sempione. Dista 27 chilometri da Milano ed e' praticamente inurbata con i centri vicini.
In Viale Toselli. In origine forse cenobio (Comunita' di religiosi) Agostiniano, ebbe un primo nucleo fortificato verso il 1230 da Ottone Visconti, allora fiduciario di Leone da Perego. Nel 1257 fu acquisito da Martino della Torre; nel 1273 ospito' re Edoardo I d'Inghilterra reduce della terrasanta; quattro anni dopo fu ripreso da Ottone, ormai signore di Milano. I successori lo tennero a scopi difensivi, pr la sua posizione su un'isoletta formata dalla biforcazione dell'Olona.
Filippo Maria Visconti nel 1437 lo dono' al fedele capitano Oldrado II da Lampugnano: che lo muni' di mura merlate, vallo, 6 torri cilindriche, e porto' l'ingresso da Ovest a Nord, dove innalzo' il torrione con ponte levatoio.
Occupato dallo Sforza, subi' in seguito un incendio da parte di Teodoro Trivulzio, condottiero al servizio dei francesi sul finire del '400.
Rimase sempre ai Lampugnani, che non cessarono di apliarlo ed abbellirlo, utilizzandolo come dimora. Nel 1729 Francesco Maria - non avendo eredi - lo lascio' all'ospedale maggiore di Milano; da cui nel 1795 l'acquisto' il mercante cotoniero Cristoforo Cornaggia marchese di Castellanza. I nuovi padroni lo tennero come casa di campagna.
Da fine '800 alloggio dei coloni della vasta tenuta circostante, divenne fatiscente, quasi un rudere (ad eccezzione della chiesetta interna di San Giorgio, del torrione di ingresso e dei 4 superstiti laterali).
Acquistato dal Comune nel 1973, e' da anni in progetto di restauro. Affreschi del '500 sono stati rimessi in luce nel salone delle feste; si e' scoperto un impianto di riscaldamento a canaletti sotto il pavimento delle camere da letto.
Nei pressi, Parco Pubblico, (immenso e frequentatissimo): con prati, laghetti, uccelli acquatici e di ogni specie. Tra gli alberi, scultura equestre del contemporaneo Giacomo Corti.
 
 
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2.21 Raccolte storiche di Legnano

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Raccolte storiche di Legnano
 
Il Tirassegno
Inizi ‘900- Poligono da tiro Tirassegno
Nel 1879 su iniziativa di vari cittadini si costituiva la Società del Tiro a Segno in Legnano, che fu la prima sorta nella provincia di Milano, ebbe come Presidente onorario Giuseppe Garibaldi e come Vice Presidente Benedetto Cairoli. Con Regio Decreto del 9 dicembre 1883 la Società privata si trasformò in Società Comunale di Tiro a Segno Nazionale, con relativo Campo di Tiro. La società ebbe alti e bassi tanto che nel 1890 erano registrati solo 147 soci, saliti poi nel 1912 a 892 soci. Numerose le gare a cui partecipò e organizzò tale da essere temuta in tutta Italia. Nel 1890 si distinse nella prima gara di Tiro a Segno Nazionale e in quella del 1895 a Roma. Nel 1892 venne ampliato il campo di tiro che passò alla società Pro Legnano che lo cedette in affitto alla Società di Tiro.
Trovandosi il campo di Tiro nel centro abitato, per esigenze di piano regolatore, venne abbandonato e costruito un nuovo Campo di Tiro al termine dell’attuale viale Cadorna. Il nuovo poligono venne inaugurato il 31 maggio 1934 in occasione della rassegna militare della Divisione Legnano.
 
La Biblioteca Popolare
Corso Magenta - Ingresso Cortile Palazzo Ottone Visconti
Nel 1907 sull’esempio di altre città, venne fondata l’Università-Biblioteca Popolare con sede nel fabbricato di via Magenta attiguo all’asilo del tempo. La Biblioteca consisteva in un vasto salone per conferenze, aula di lettura e ben oltre 1000 volumi dati in lettura su richiesta ai soci, ed era provvista di una enciclopedia universale consultabile in loco.
 
L’Ospedale
Arch. Luigi Broggi Progettista dell’Ospedale
In un periodo di straordinario progresso e con un costante incremento demografico la situazione sanitaria diventava un esigenza urgente.
I legnanesi affetti da malattie gravi erano obbligati a recarsi all’Ospedale Maggiore di Milano affrontando un lungo viaggio in carro su strade spesso malandate. Per le malattie meno gravi nel legnanese erano attivi tre medici condotti e due farmacisti.
Primo passo del Comune di Legnano per la costruzione di un ospedale avvenne il 30 maggio 1899, il consiglio comunale deliberò l’istituzione di un Comitato costituito dal Sindaco, dal prevosto, dal presidente della Congregazione di Carità il notaio legnanese Cesare Candiani e da persone illustri della città. Presidente del Comitato venne eletto Cesare Candiani.
Il 12 maggio 1901 dal sindaco Antonio Bernocchi fu posata la prima pietra, il progetto fu assegnato all’architetto Luigi Broggi mentre la direzione lavori venne affidata al responsabile dell'ufficio tecnico comunale Renato Cuttica. Sul CHRONICON, registro nell'Archivio della
Parrocchia, il Rev.do Parroco Don ZAROLI annotava :
 
12 Maggio 1901
Era sentito vivissimo il bisogno di un Ospedale in Legnano in seguito allo sviluppo enorme dell'Industria e del Commercio. Un Comitato di persone generose fra i maggiori censiti e padroni di stabilimenti pensò a raccogliere i fondi necessari per un primo padiglione, avendo già regalato il terreno necessario ad erigere l'edificio la locale e benemerita Congregazione di Carità.
I lavori proseguirono fino a settembre 1903. Il 18 ottobre 1903 avvenne la cerimonia d’inaugurazione del primo padiglione dell’Ospedale Civile (situato nell’attuale via Candiani appositamente a lui dedicata), grazie alle sottoscrizioni popolari e al contributo degli industriali legnanesi.
1903 Nuovo Ospedale nella Parocchia di Legnanello Il giorno successivo all'inaugurazione l'ospedale fu subito operativo con il servizio di ambulanza chirurgica e con la prestazione sanitaria erogata da due medici condotti, il personale infermieristico era composto da personale laico e da suore. Prima Superiora delle Suore presso l'Ospedale: Suor Paolina Granata dell'Istituto Santa Maria Bambina di Milano.
18 ottobre 1903 - Inaugurazione del primo padiglione dell'ospedale civile di Legnano
 
L’Ospizio di Sant’Erasmo
Ospizio di Sant’Erasmo prima della demolizione E’ forse la più antica Istituzione Legnanese di Beneficenza, nata pe l’assistenza ai vecchi di Legnano. Non si ha notizie precise riguardo l’origine; ma si sa che esisteva prima del 1300 e si ritiene sia stato fondato dal poeta e maestro Bonvesin de La Riva (Buonvicino) del III Ordine degli Umiliati. Ciò desunto da un'iscrizione che si leggeva sulla sua tomba, dove si afferma che egli aveva fatto «costruire l'hospitale di Legnano».
I due testamenti lasciati da Bonvesin della Riva, parlano di usufrutto e cioè di quel tanto (in vino, noci e in una somma in denaro) che i frati dirigenti dell'Ospedale dovevano mandargli come affitto dei terreni e delle case da lui lasciate all'Ospedale stesso. Nel secondo testamento, del 5 gennaio 1313, mentre Bonvesin vecchio e malato è vicino alla morte, egli rinuncia all’affitto accontentandosi di una messa domenicale in suo suffragio, all'altare di S. Erasmo nella chiesetta annessa al “hospitale”.
L'Ospizio, sfuggito per un po' di anni all'accentramento disposto dal Duca di Milano, per favorire l'Ospedale Maggiore che era in costruzione, passò alle Sue dipendenze nel 1463, ma poi si rese nuovamente indipendente.
Verso il 1600 l'Ospizio servì anche per raccogliere i bambini appena nati e abbandonati dai loro genitori. Dice una cronaca che vi venivano portati anche dalla Svizzera e lasciati alla “ruota” dell’hospitale. Da Legnano erano poi inviati con carretti all'Ospizio di S. Caterina della Ruota di Milano. Generalmente però l'Hospitale fu adibito, come d'origine, a ricovero di vecchi poveri e infermi, che vi erano mantenuti a spese dell'Opera Pia, la quale distribuiva pane e vino anche ai poveri non ricoverati.
Nel Settecento, sotto il dominio austriaco, all’Ospizio fu confermata la funzione di “luogo pio” di natura misericordiosa, destinato soprattutto ad anziani indigenti. Ne assicuravano l’assistenza sia i lasciti provenienti da privati, che i proventi ricavati dai terreni.
Ospizio Sant’Erasmo - Parete affrescata sul lato di Via Sempione
Nel periodo napoleonico la gestione dell’Ospizio Sant’Erasmo venne tolta dal Capitolo di San Magno, che lo aveva gestito da secoli, e venne assegnata alla Congregazione di Carità, organismo composto da Prefetto, Prevosto, Podestà e da membri nominati dal Ministro del culto.
Con la proclamazione del Regno d’Italia, nel 1862 L’Ospizio Sant’Erasmo riordinò e ampliò le sue strutture edilizie per ospitare un maggior numero di anziani indigenti, e fu mantenuta la Congregazione di Carità sostenuta anche da finanziamenti comunali.
Strada Granda (Via Sempione) a sinistra l’Ospizio Sant’Erasmo All’inizio del Novecento è Presidente della Congregazione di Carità Cesare Candiani, co-fondatore dell’Ospedale civile di Legnano, che sostiene la necessità di un nuovo fabbricato dato che l’Ospizio era ormai privo di strutture adeguate, fatiscente e con mura pericolanti. Diminuite in seguito le entrate, la vita dell'Ospizio si prolungò a stenti fino al 1919, e poiché non rispondeva più alle moderne esigenze, si dovette chiuderlo. Nel 1923, il Preposto di S. Magno Mons. Cav. Eugenio Gilardelli, volendo evitare che da Legnano si dovessero inviare i poveri vecchi infermi nel ricovero di Cesano Boscone o in altre località, si rivolse al Sindaco Comm. Fabio Vignati, esortandolo, con una lettera del 1 maggio 1923, a trasformare in atto l'idea che il Sindaco aveva già preannunciato, di creare cioè nel luogo dell'antico Ospizio di S. Erasmo, una Casa di riposo per i vecchi indigenti del Comune di Legnano. Il sindaco comm. Vignati, con la partecipazione di molti benemeriti raccolse varie offerte e procedette subito alla esecuzione dei lavori per la costruzione del nuovo Ospizio di S. Erasmo, su progetto dell'Ing. Bianchi della Commissione per la conservazione dei Monumenti.
I lavori vennero prontamente iniziati sotto la direzione tecnica dell'ing. Morganti ed il 28 ottobre 1927 ebbe luogo con gran soddisfazione del pubblico l’inaugurazione dell'edificio.
Una costruzione di pregevole architettura, che riproduce le linee dello stile quattrocentesco. Nell'atrio d'ingresso sono murate due lapidi di marmo, una contenente i nomi dei benefattori con l'indicazione della somma offerta, l'altra per ricordare che « Giuseppina e Fabio Vignati per i vecchi inabili al lavoro, della loro Legnano, ricostruirono dalle ruine, l'Ospizio, per renderlo più bello, più forte, più grande, come le nuove Fortune d'Italia ». La lapide porta la data del 30 ottobre 1927, Anno VI dell’Era Fascista.
L'Ospizio di S. Erasmo ha statuto ed amministrazione propri e possiede una rendita propria alla quale si aggiungono i redditi provenienti da eredità e legati.
Ciclo di affreschi inerenti la vita di Sant’Erasmo Il ciclo di quattro affreschi inerenti la vita di Sant’Erasmo presenti sulla parete esterna del vecchio edificio, databili nel 1400 e di autore ignoto, dopo varie peripezie con denunce e incomprensioni tra Congregazione e Sopraintendenza, vennero “strappati” su incarico del Comune dai fratelli Annoni di Milano, distacco poi eseguito dal pittore legnanese Gersam Turri.
Gli affreschi raffiguranti la Distribuzione delle patenti di povertà,
l’Arresto, il Martirio e la Flagellazione di S.Erasmo vennero dapprima custoditi nella cappella dell’Ospizio ma date le dimensioni e la mancanza di sicurezza vennero spostati: uno nella chiesa di Sant’Erasmo e gli altri tre nell’Ospedale di Legnano. Alla dismissione del vecchio ospedale gli affreschi rientrarono presso l’Ospizio.
 
Le Scuole e le Case
Le prime scuole comunali a Legnano vennero istituite nel 1820, inizialmente solo maschile col maestro Giuseppe Terreni dal 1822 anche femminile con la maestra Claudia Mazza. Le sedi erano locali di fortuna, in affitto o canoniche presso le chiese.
Nel 1832 le due scuole maschili e una femminile vennero collocate nella casa dell’Ing Guido Bossi situata tra la via del Teatro e il Vicolo Castelseprio (attuale via Verdi e Largo Seprio) e lì rimasero fino al 1850.
Successivamente vennero spostate in via del Voltone (attuale corso Magenta) in una casa del Marchese Cornaggia. Nel 1859 la Legge Casati obbligò tutti i Comuni a provvedere gratuitamente all’istruzione elementare di tutti i cittadini. Nel 1860 alle tre scuole comunali si aggiunse anche una scuola pubblica tenuta dalle Suore di Legnanello voluta e fondata da Donna Barbara Melzi.
Nel 1862 il Comune di Legnano spostò le scuole comunali in un’altra casa del Marchese Cornaggia dato l’aumento del numero di scolari, ma il continuo aumento di alunni rese insufficiente anche quest’ultimo luogo, nel 1883 il Comune decise allora di acquistare lo stabile della ex-filanda Rogorini passata alla ditta E.Cramer e C. situata nella piazza Umberto I e lo trasformò in aule scolastiche arrivando a 10 scuole elementari con 525 alunni. Ma la continua richiesta di aule portò il Comune nel 1896 ad acquistare lo stabile del convento di Sant’Angelo per adibirlo a scuola (le future Scuole Mazzini), nel 1897 gli iscritti alle scuole pubbliche erano 1649.
Nel 1902 il Comune costruì alla Ponzella una scuola mista rurale in un edificio a due piani, la scuola oltre agli scolari della Ponzella raccoglieva gli scolari di San Bernardino e Mazzafame Nel 1904 il Comune aveva avviato un progetto di formazione. Sotto la direzione dell’ingegnere comunale Renato Cuttica aveva costruito la scuola elementare comunale Cesare Cantù con la capacità di 700 scolari ed una scuola tecnica comunale nei locali provvisori del Municipio.
 
1902 – Ponzella La chiesa in primo piano e dietro le Scuole Comunali Dopo 3 anni la scuola divenne ben presto insufficiente e si dovette ampliarla con altre 4 aule per un totale di 17 aule e 4 locali, 2 adibiti a uffici per la Direzione e 2 per abitazione del custode.
Scuole Elementari Comunali Cesare Cantù
 
Altre scuole private erano già presenti sul territorio : le Barbara Melzi fondata nel 1860 suddivisa in Scuola femminile (Scuola privata di carità) e Asilo infantile, la scuola femminile Bevilacqua, l’Opera Pia infantile in via Magenta , il collegio maschile Silvio Pellicodiretto personalmente dal cav. Egidio Assi, (da cui derivò la Regia Scuola Tecnica poi Regia Scuola Complementare ed infine Regia Scuola di Avviamento Commerciale Tosi) e la scuola elementare all’interno dello stabilimento Tosi.
Attestato Collegio Silvio Pellico Ma la necessità di avere personale ben preparato portarono la Giunta Comunale con sindaco Attilio Agosti, subentrata a quella di Antonio Bernocchi, a deliberare un “primo corso con insegnamento ordinato” e a intraprendere un progetto di creazione di un istituto tecnico.
Il Cavaliere del Lavoro Antonio Bernocchi, nominato nel 1905, incaricò il prof. Assi Egidio di studiare la fondazione di una Scuola Professionale Operaia di primo grado.
Mentre avanzava il progresso e le masse di operai facevano a gara per entrare nelle aziende di Legnano (dove chi entrava negli stabilimenti Dell’Acqua e Bernocchi doveva essere in grado di leggere e scrivere), due grandi imprenditori legnanesi Carlo Dell’Acqua e Costanzo Cantoni affrontarono i problemi della casa e dell’istruzione per combattere il conflitto sociale che si andava inasprendo.
Case Dell’Acqua attuale via Pietro Micca Tra il 1905 e 1906 il Cotonificio Cantoni aveva costruito l’attuale villa Jucker, tipica villa padronale, e nel 1908 costruì le prime le case operaie Cantoni in via Pontida imitando le case operaie della Franco Tosi costruite a fine secolo precedente e quelle di Carlo Dell’Acqua erette nell’attuale via Mazzini e via Micca costruite nel 1906.
Villa Jucker 1908 - Case Operaie via Pontida
Successivamente vennero costruite le case in via Volta, suddividendo case nei palazzoni per gli operai e villette per gli assistenti e gli impiegati.
 
Case Operaie Cantoni via Volta
Case operaie Cantoni via Volta
Case operaie Cantoni via Volta Lavatoio
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Nel 1912 si iniziarono i lavori per la costruzione di altre case operaie Dell’Acqua e una nuova scuola in via XX settembre dedicata a Giosuè  Carducci. La scuola venne completata in tempi brevi il 1° ottobre 1913 le nuove 18 aule potevano già essere utilizzate.
Scuole Comunali Giosuè Carducci
I maggiori industriali della zona operanti nel Consiglio Comunale dellaGiunta Agosti, si imposero di istituire un corso completo d’istituto tecnico a partire dall’anno scolastico 1917-1918.
Nel frattempo nel 1913 il Comune aveva acquistato un terreno di 5.500 mq per la costruzione di un edificio scolastico, nel 1915 venne presentato un progetto dall’ing. Moro e successivamente completato dal geom. Guatteri, il progetto venne approvato nel’agosto 1916 e nello stesso anno si iniziò la costruzione. Dato i problemi della guerra, la costruzione subì seri rallentamenti e contenziosi con la ditta costruttrice.
Finalmente nel settembre 1920 venne dato il via all’utilizzo della costruzione per i corsi della Scuola Tecnica, di quello che sarà poi l’Istituto Tecnico “Carlo Dell’Acqua” l’attuale edificio, dove la Scuola Tecnica Pareggiata iniziò a operare. Successivamente negli anni dal 1928 al 1934 l’edificio venne restaurato ed ampliato.
Carlo Dell’Acqua, proprietario dell’omonimo Cotonificio, da consigliere comunale divenne poi onorevole alla Camera dei deputati, per Legnano fu un grande benefattore, contribuì a innumerevoli progetti nella Legnano in espansione, oltre alla costruzione dell’acquedotto, dell’ospedale civile e alla casa di cura nel suo interno. Alla sua scomparsa avvenuta il 1 agosto 1918 numerosi imprenditori, parenti e amici vollero onorare degnamente la sua memoria con donazioni a favore dell’Istituto Tecnico Comunale Carlo Dell’Acqua.
Scuole Carlo Dell’Acqua
Grazie all’industriale cav. Antonio Bernocchi, noto benefattore e sindaco di Legnano dal 1901 al 1902, nell’anno 1919-1920 iniziò il suo funzionamento la Scuola Libera Professionale di 1° Grado situata in piazzetta d’Assi.
Il 3 giugno 1921 l’industriale cav. Antonio Bernocchi, già Grande Ufficiale della Corona, con documento notarile regalò un terreno di 9.840 mq e 265.000 lire depositate in Buoni del Tesoro quinquennali a favore della costruzione di un moderno istituto scolastico per l’avviamento al lavoro degli operai intestato a suo nome, con la condizione che la Scuola  Professionale venisse costituita in ente morale.
L’edificio doveva sorgere su una proprietà comunale affinché gli edifici restassero proprietà comunale. Il Comune acquistò a un prezzo irrisorio il terreno dall’ente Bernocchi, che provvide a proprie spese alla costruzione della Scuola con il costruttore cav. Freguglia e donata il 2 maggio 1924 al Comune di Legnano che la prese in carico dal 1 ottobre 1924. La Scuola Libera Professionale divenne nel 1925 Regia Scuola di Avviamento Industriale Bernocchi.
Il 5 ottobre 1924 la Scuola venne inaugurata con la città di Legnano in festa. Numerose le autorità locali e dei paesi vicini, numerose le bande musicali cittadine e dei paesi limitrofi e numerosa la partecipazione di tutte le maestranze delle varie filature e tessiture Bernocchi, e nel pomeriggio la presenza del presidente del Consiglio Benito Mussolini.
Mussolini inaugurò la scuola ascoltando i discorsi del cav. Bernocchi, del preside Strobino e di un operaio, a nome del sindaco Fabio Vignati consegnò una medaglia d’oro al cav. Bernocchi e anche lui ne ricevette una. Al termine scoprì la lapide nell’atrio a ricordo della donazione della Scuola tenendo un discorso a tutte le maestranze convenute rivolgendo un monito perché tutti amino la Scuola che dovrà creare maestranze migliori non solo istruite ma anche preparate tecnicamente. Dopo aver posato l’ultima pietra della Scuola si sposta in corteo negli stabilimenti Bernocchi dove inaugura una lapide in memoria di 43 operai deceduti nella Grande Guerra.
1929 - La Scuola Libera Professionale Antonio Bernocchi
 
Il Sanatorio “ ELENA di SAVOIA”
Inaugurato il 19 giugno 1924, alla presenza di S.M. la Regina Madre e a Lei titolato. Fu fortemente voluto da un Comitato di cittadini presieduto dall’ Ing. Carlo Jucker che volle fosse allestito modernamente per affrontare il grave problema della tubercolosi.
Iniziò ad operare il 28 giugno dello stesso anno. Il 27 aprile 1925 fu visitato da S.M. il Re, che con Regio decreto l’11 settembre 1925 lo eresse a Ente morale con il nome: “Istituzione di assistenza ai tubercolotici”.
 
Negli anni 1926-27 al fabbricato centrale vennero aggiunte la palazzina per l’abitazione dei medici e altre costruzioni per l’alloggio del Cappellano per i servizi di ambulanza e il dispensario. Il sanatorio poteva ospitare fino a 120 ammalati di ambo i sessi distribuiti in camerette o in dormitori da 4,6 o 8 letti. Venne dotato di apparecchiature moderne per la radiologia, diatermia, raggi ultra violetti e inoltre di solarium e stabularium. Inoltre due ampie sale a veranda fungevano da locali riunione, per spettacoli e intrattenimento. 1939 – Veduta aerea del Sanatorio
 
Il Lazzaretto
Con il ripetersi delle epidemie coleriche come quelle dell’estate del 1836,
del 1849 e del 1854 che causarono parecchi morti, il Comune dispose vari luoghi alle periferie di Legnano da adibire a lazzaretti, generalmente aree libere staccate dalle cascine, dove venivano costruite capanne in legno per ricovero degli ammalati, da questo le località prendevano il toponimo.
1883 – Pianta militare sul lato destro inferiore Cascina Lazzaretto Nell’epidemia di vaiolo del 1887, con ordinanza comunale la chiesa della Madonnina venne trasformata in lazzaretto per il ricovero dei vaiolosi, ma vista la criticità dell’edificio considerato troppo piccolo per la quantità di ammalati da ricoverare, l’Amministrazione nel 1911 decise la costruzione di un lazzaretto ovvero un padiglione di isolamento per malati contagiosi all’esterno del centro abitato, per affrontare e prevenire una qualsiasi epidemia colerica o vaiolosa si decise per una area nei pressi dell’Ospedale civile sulla via S.Erasmo.
 
Il Macello Pubblico
Per ottemperare alle nuove leggi sanitarie il Comune nel 1891 iniziò lo studio della realizzazione di un macello. Nel 1896 fu bandito un concorso pubblico vinto dall’architetto Camillo Crespi al quale fu affidata la direzione lavori che terminarono l’anno successivo.
Nel 1900 si rese necessario un ampliamento del fabbricato posto nell’attuale Corso Magenta. Il macello era costituito da 4 diversi corpi di fabbricato. Il primo a due piani destinato agli uffici del Dottore Veterinario, dell’agente del Dazio e abitazione del custode. Il secondo e terzo corpo costituito da due grandi capannoni suddivisi in celle per la macellazione di bovini e suini, il quarto costituito da stalle di sosta e locale caldaia e di servizio.
Esistono due pese ponte una all’interno del recinto per la pesatura di animali vivi da sdaziare e all’esterno una pesa ponte di maggior portata per la pesatura di carri e grossi carichi.
Anni ’30 – Sulla destra il Macello Pubblico
 
Il Cimitero Comunale
Dopo la costruzione della basilica di San Magno nel 1610, venne costruita anche una grande stanza sotterranea (foppone) dove venivano inumati i defunti, questo foppone fu utilizzato fino al 1808.
Il cimitero aderiva alla chiesa di San Magno, posizionato nell’odierna piazza ed era separato dalla piazza comunale da colonnine di pietra che ne delimitavano il perimetro.
Un altro foppone, secondo quanto scritto dal prevosto Pozzo, era presso la chiesa di Santa Maria delle Grazie, un altro nel 1631 venne creato nel fosso a margine della vigna detta la Brera.
Per la contrada di Legnarello il cimitero era posizionato parallelamente al lato della strada Regia (attuale Sempione angolo via Volta) in una località fino a metà novecento detta “alla morta”.
Nel 1778 il seppellitore dei morti era detto “Governatore dei morti” e il Comune provvedeva al pagamento (Arch.Storico Legnano 1,IV,121,4).
Dopo le sollecitazioni dell'Autorità governativa, nel maggio 1786, il Municipio di Legnano fece disporre un progetto per la costruzione del nuovo "Campo Santo" ovvero un cimitero in sostituzione del foppone situato nelle adiacenze della chiesa di San Magno. Ma, malgrado l'apparente buona volontà delle Autorità municipali, i lavori di costruzione furono rimandati di giorno in giorno coi pretesti più svariati, tanto che si arrivò al 1789 senza nulla aver concluso.
Nel 1803 i Deputati dell’Estimo presentarono istanza alla Commissione Sanità per lo spurgo del foppone ormai pieno.
Il Cimitero non venne costruito fino al 1808, e venne situato nei pressi della Madonna delle Grazie. La costruzione venne eseguita su progetto
dell'architetto Broggia, con il capomastro Agostino Bonecchi.
Nel 1810 venne concesso il permesso di posare lapidi a ricordo nel nuovo Camposanto e venne “atterrato” (ricoperto con terra) il Foppone situato fuori dalla Chiesa di S.Magno, e presentato il progetto di costruzione della casa parrocchiale a cura dell’Arch. Giovanni Crespi. 4 4 Cartella 10 – 11,12 -Archivio San Magno Inizi ‘900 – Giardini Pubblici (attuale area occupata dalla Scuole Bonvesin Della Riva) Il 17 febbraio 1852, vennero emesse le nuove Norme per il seppellimento dei morti. 5 1787 Progetto per il Campo santo 5 Cartella 20- 50 -Archivio San Magno
 
Nel 1863 il Nuovo Cimitero fu ampliato coll' aggiunta di una maggior area di circa 3500 mq.
Il primo Cimitero così ampliato, restò in uso per 90 anni precisi, dalla fine del 1808 al 17 Settembre 1898 ed accolse durante quel lungo periodo i cadaveri di 21.896 persone.6 Nella seduta del 9 Gennaio 1887 il Consiglio comunale, in funzione del grande aumento della popolazione e del fatto che il Cimitero non era più in grado di soddisfare i cresciuti bisogni, deliberò la costruzione di un altro Nuovo Cimitero con superficie assai più vasta, posto sul fianco destro della chiesa di S. Maria delle Grazie poco lontano dal Cimitero Vecchio.
Il 22 Marzo 1895 il Consiglio comunale approvava il nuovo piano topografico della città, predisposto dall'ing. Cav. Renato Cuttica con una speciale Commissione di tecnici. 1898 – Ingresso ai giardini pubblici con S.Maria delle Grazie sullo sfondo.
Con decreto del 30 Maggio 1895 veniva approvato anche dal Prefetto della Provincia.
Il progetto delle opere da eseguirsi per la costruzione del nuovo Cimitero, predisposto dall' ing. Cuttica, fu approvato dal Consiglio comunale nella seduta del 28 Aprile 1895 e dal Prefetto della Provincia con decreto 11 Gennaio 1896.
6 Legnano 1913 – G.B. Raimondi
 
Nello stesso anno l' Amministrazione comunale provvedeva alle pratiche per l'esproprio delle aree da occupare e bandiva l'asta per l'appalto delle opere di costruzione che vennero aggiudicate ai capimastri Gaetano Casanova ed Alessandro De Capitani di Milano.
Muro di cinta affrescato del vecchio cimitero lato destro Dedicato a Regina Crespi morta il 14 aprile 1849
Muro di cinta affrescato del vecchio cimitero lato sinistro A lato dipinto sulla cinta dedicato a Organista Carrera Foto Arch. Arte e Storia Cass.1 N. 117,118,119,120 I lavori iniziati il 29 Marzo 1897 vennero condotti a termine nel Settembre 1898. II cimitero fu benedetto, per delegazione arcivescovile, dal Prevosto di S. Magno, Mons. Cav. Domenico Gianni, nel pomeriggio della Domenica 24 Luglio 1898. Le inumazioni iniziarono il giorno 17 Settembre 1898 e nella medesima data venne chiuso il Cimitero Vecchio dopo novant'anni esatti di esercizio. All'atto dell' apertura il Nuovo Cimitero aveva una superficie complessiva di mq. 18.942 e venne a costare L. 76.990.
Passati solo otto anni lo spazio era diventato insufficiente e ad ogni modo, non si sarebbe potuto raggiungere il decennio per iniziare la rotazione delle esumazioni. Si rese quindi necessario un ampliamento che già era stato previsto, sui terreni ceduti gratuitamente dagli eredi del Comm.
Franco Tosi e sull’area già acquisita fin dal 1904. L'ampliamento venne autorizzato con una delibera d'urgenza del 6 Maggio 1907, ratificata poi dal Consiglio comunale il 15 Settembre successivo, e approvata dal Prefetto soltanto il 21 Dicembre 1908.
Nel frattempo però le opere di ampliamento , veramente urgenti, erano già state eseguite su progetto dell'Ufficio Tecnico comunale e condotte a
termine nell'Agosto 1907. La parte nuova del Cimitero fu benedetta, per delegazione arcivescovile, dal Prevosto Mons. Gilardelli il 1° Novembre dello stesso anno.
Nel 1924 furono eretti : sul lato est un’ala di cappelle (loculi per salme e cellette ossario) e dato il veloce esaurimento dei posti si costruì simmetricamente anche un ala di cappelle sul lato ovest iniziata nel 1933 fu terminata nel 1937.
Nel centro dell’area cimiteriale fu edificata la cappella votiva a memoria dei Caduti della Grande Guerra, su progetto dell’architetto Malinverni autore anche del progetto delle cappelle laterali. Il tempietto rialzato svetta dal piano cimiteriale, si accede attraverso una scala in granito nella parte alta e un’altra più corta nella parte bassa dove si accede alla cripta che ospita l’ossario in piccole celle. Di fronte alle piccole celle dei soldati legnanesi sono inoltre presenti altre 80 piccole celle di soldati dell’Impero Austro-Ungarico, prigionieri morti negli Ospedali di Legnano della Grande Guerra: l’Amigazzi-Melzi e il Carducci. Sul fronte è posizionato un bassorilievo dello scultore Brivio con incisi i nomi di tutti i caduti legnanesi della Grande Guerra. La Cappella fu inaugurata il 30 ottobre 1921 alla presenza delle più importanti autorità cittadine.
All’interno del cimitero sono di notevole pregio artistico le Cappelle Gentilizie appartenenti alle famiglie legnanesi di maggior spicco: Agosti, Alloni, Banfi, Bombaglio, Bonacina-Lampugnani, Calvi, Candiani, Clerici, Cozzi, Crespi, Dell’Acqua, Ferrario, Lazzati, Ratti e Tosi.
 
La Tranvia Milano-Gallarate
1910 – Stazione di Legnano
Le località di Legnano e Legnanello attraversate dalla Strada Granda, erano fin dal 1762 inserite negli itinerari postali della Lombardia, ma con la strada carrabile del Sempione voluta da Napoleone nel 1801 e conclusa nel 1805, le comunicazioni tra Parigi e Milano nel primo decennio dell’Ottocento erano costituite da un regolare servizio di posta bisettimanale di diligenze trainate da cavalli, su un percorso di 24 stazioni da Milano a Ginevra.
Il servizio rapido tra Busto, Legnano e Milano era svolto da una carrozza a quattro cavalli detta Velocifero gestita da un certo Giandalèn.
Con l’evolversi delle nuove invenzioni, nel gennaio 1878 si costituì un comitato promotore per la realizzazione di una tranvia a vapore tra Milano, Legnano, Busto e Gallarate, utilizzando lo stesso tragitto delle diligenze del primo Ottocento. Comitato costituito da imprenditori dell’Altomilanese, del Gallaratese e dai proprietari dei terreni che nel 1879
inviò solenne istanza alla Deputazione Provinciale di Milano per caldeggiare la concessione alla società belga “Società Anonima dei tramways e delle ferrovie economiche di Roma-Milano-Bologna” rappresentata da Maurizio Le Terrier.
 
Il cosiddetto tramvai milanese-legnanese prende il nome dalla pronuncia inglese delle società che gestivano il servizio tramways, tradotta dialettalmente in tramvai.
Con seduta straordinaria del 27 marzo 1880 il Consiglio Provinciale di Milano, presieduto dal Conte Guido Borromeo approvò all’unanimità la concessione per 50 anni della nuova tranvia alla società belga che diverrà poi Società Trazione ed Imprese Elettriche : STIE.
1900 – Biglietto gratuito Milano Gallarate
La linea partiva a Milano dal Rondò della Cagnola (a ricordo dell’architetto Luigi Cagnola ideatore del monumentale Arco del Sempione poi Arco della Pace, attuale piazza Firenze) per arrivare a Legnano, venne inaugurata il 10 settembre 1880 dopo aver creato linea e infrastrutture a tempi brevi.
La prima vaporiera Henschel biassale cabinata con due vetture al traino impiegò un’ora e quarantacinque minuti. Il servizio iniziò 5 giorni dopo con cinque corse giornaliere in andata e ritorno.
Il 25 aprile 1881 venne inaugurata anche la tratta Legnano-Gallarate.
La stazione era situata nei pressi della piazza Umberto I a lato di Palazzo
Malinverni mentre un deposito mezzi e officina era situato in Canazza.
 
Il tram sempre sul laterale del Sempione, arrivando da San Vittore Olona passando sul viale Melzi (attuale viale Matteotti) arrivava alla Stazione.
Ripartendo passava per Corso Vittorio Emanuele (attuale corso Italia) fino a deviare in via Pietro Micca per raggiungere Castellanza.
1912 – Corso Vittorio Emanuele in primo piano i binari della tramvia a vapore Dal velocifero del Giandalèn si passò alla vaporiera Gamba da lègn, così scherzosamente chiamato il nuovo servizio a vapore.
1915 – Strada Granda arrivo tram elettrificato
La tranvia Milano-Gallarate venne elettrificata nel 1915 e prolungata tra il 1931 e il 1933 con un nuova tratta Cassano Magnago-Gallarate-Lonate Pozzolo.
Con l’avvento dei mezzi a motore a scoppio i collegamenti vennero
sostituiti da autobus, e la tratta Milano-Legnano-Gallarate affiancata al servizio autobus resistette fino al 1951. Nel 1951 la tratta Legnano- Gallarate venne soppressa, e nel 1956 vennero rimosse le rotaie da viale
Matteotti (precedentemente viale Melzi).
1956 – Rimozione binari in Corso Matteotti Rimase attiva e funzionante la tratta Milano-Legnano con arrivo in Canazza fino al 1966, quando l’ultima tranvia in concessione a un industria privata in Lombardia venne definitivamente abbandonata.
 
LEGNANO nello sport : 1913 Il Calcio Legnano
Il gioco del calcio iniziava ad appassionare la maggior parte della popolazione, nascevano così alcune squadre di calcio che prendevano il nome della propria città e riportando sulle maglie i colori dello stemma cittadino. Nel 1906 Serafino Triulzi cercò di allestire una squadra della città, i colori erano la maglia bianca e i calzoncini neri. Lo sport non ebbe seguito e naufragò. Nel 1912 si tentò nuovamente di ricostruire una squadra calcistica con i colori rosso e nero, ma fu solo nel 1913 che nacque l’Associazione Calcio Legnano con le maglie lillà e l’apporto del presidente onorario Eugenio Tosi che mise a disposizione anche il campo da calcio in via Lodi.
L’allora presidente Aldo Visconti optò di avere delle maglie lillà per
distinguersi dalle altre formazioni. Dopo la ferma dei campionati dovuta
alla guerra, nel 1918 con presidente il sen. Antonio Bernocchi il Legnano
partecipò al massimo campionato italiano.
Nel campionato del 1920-21 il Legnano incontrò il Torino, per lo
spareggio del girone di semifinale interregionale per l’ammissione alla
fase del campionato nazionale.
1916 – La squadra A.C. Legnano
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Fu la partita di calcio più lunga, durò 158 minuti dato il pareggio dei tempi
regolamentari. Il regolamento dell’epoca prevedeva che i tempi
supplementari potessero continuare a oltranza, avrebbe vinto la squadra
che per prima avesse segnato. Dopo due tempi supplementari di 30 minuti
le squadre erano ancora in pareggio. All’ottavo minuto del terzo tempo le
due squadre decisero di comune accordo di mettere fine alla partita,
rinunciando anche di giocarla un’altra volta, questa scelta portò
l’eliminazione di entrambe le squadre.
Il 2 ottobre 1921 venne inaugurato il nuovo stadio Pisacane con una
manifestazione di atletica leggera organizzata dalla Ginnastica Legnano, a
seguire l’incontro calcistico Legnano-Inter, terminato con la vittoria
legnanese di 6 a 0. Nel 1923 il Legnano arriva al secondo posto dietro al
Genoa, campione d’Italia
1917 febbraio 25 – Incontro A.C. Legnano vs Milan vinto per 1 a 0
Negli anni 1929-1930 il Legnano partecipa al campionato di serie B
arrivando secondo guadagnandosi la promozione alla serie A, ma l’anno
successivo retrocederà in B dove resterà fino al 1934-35.
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LEGNANO nello sport : Le Biciclette Legnano
La nascita della bicicletta è abbastanza controversa, già nel 1490 Leonardo
da Vinci nel suo Codice Atlantico disegna una “macchina a due ruote”,
due ruote tenute assieme da un’asse con un manubrio e una specie di
catena che collega dei pedali alla ruota posteriore, il prototipo dell’odierna
bicicletta. Se questa macchina a due ruote sia stata realizzata e utilizzata
non è dato a sapere ma sappiamo che nel 1817 è il barone tedesco Karl von
Drais che creò un mezzo costituito da due ruote in legno, uno sterzo a leva
e un appoggia pancia per dare maggior spinta. Il mezzo si muoveva
camminando da seduti. Questo mezzo che prese il nome di draisina dal
nome del suo inventore arrivò a Milano nel 1819.
Nel 1880 il vocabolario della lingua parlata riportava questa descrizione:
Velocipede: Chi corre velocemente. Adesso si chiama così una specie di
veicolo a ruote, costruito per modo, che l’uomo vi sta sù a cavalcioni, e
mette in moto esse ruote per forza di gambe: “chi si diletta a andar sul
velocipede, corre pericolo di rompersi il collo”.
L’evoluzione della draisina portò all’invenzione e alla presentazione nel
1855 del velocipede a pedali con due ruote, l’anteriore grande quanto la
misura interna della gamba per dare maggiore spinta con i pedali e la
posteriore molto piccola. Nel 1884 la ruota grande venne superata con la
catena di trasmissione alla ruota posteriore, portando le due ruote alla
stessa dimensione.
“Il ciclismo è destinato a riformare i costumi... la bicicletta, il tandem, la
tripletta e forse la quadrupletta serviranno per gli usi comuni, per
sbrigare tutte le faccende di città.
Ogni famiglia che si rispetta e che vorrà essere all’altezza dei tempi avrà
la sua rimessa dei velocipedi domestici” (23 novembre 1895).
Così nel 1895 esordiva un articolo de “La Tripletta”, giornale
bisettimanale di ciclismo e altri sport e con queste convinzioni che fino dal
1895 un progetto di legge autorizzava i Comuni ad imporre una tassa sui
velocipedi. Ma è con la legge n. 318 del 22 luglio 1897 che il Re d’Italia
Umberto I con la Camera e il Senato approvavano la tassa annuale sui
velocipedi a partire dal 1 gennaio 1898.
La tassa era dovuta dai possessori di velocipedi a una o più ruote, di
macchine assimilabili ai velocipedi che erano messi in movimento in aree
pubbliche.
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La tassa era definita in 10 lire per i velocipedi da una persona, 15 lire per
quelli a più persone e 20 lire per le macchine assimilabili ai velocipedi con
motore meccanico
Dalla data in vigore della legge, i proprietari di velocipedi o assimilabili
avevano un mese di tempo per denunciare al sindaco del Comune il
possesso. Il sindaco avrebbe redatto un elenco nominale dei possessori con
il numero di velocipedi.
La riscossione della tassa avveniva tramite marche da bollo in uso
dall’ufficio metrico ( l’ufficio pesi e misure) dopo il pagamento il
verificatore poteva apporre mediante una tenaglia bollatrice un apposito
contrassegno che riportava l’anno di pagamento della tassa.
1904 - Tassa sui velocipedi
All’inizio del ‘900 l’Italia in crescita ha necessità di spostarsi con più
frequenza e minor tempo, nascono le prime auto e i primi velocipedi
precursori delle biciclette, anche loro tassate dal governo come qualsiasi
altro mezzo di spostamento.
Le prime biciclette Legnano furono costruite nella ditta Wolsit.
L'azienda costituita a Legnano nel 1907 per la costruzione e produzione di
autovetture e biciclette venne fondata come Wolseley Italiana dalla
Wolseley azienda britannica, dal Ruotificio Fratelli Macchi di Varese e
dalla Banca di Legnano.
Nel consiglio alcuni dei maggiori personaggi legnanesi del momento :
l’on. Carlo Dell’Acqua, l’ing. Gianfranco Tosi e Antonio Bernocchi.
Con l'acquisizione della licenza della britannica Wolseley (da cui il nome
Wolsit) le officine legnanesi dette anche W.O.L.A. Wolsit Officine
Legnanesi Automobili iniziavano la produzione dei marchi : Wolsit, Aura,
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Wola e Legnano che rappresentavano per le biciclette “quanto di più
perfetto esista in commercio” come suggerito dalla loro pubblicità.
Concorrente della Wolsit alla produzione di auto, un’altra industria
legnanese la FIAL Fabbrica Italiana di Automobili Legnano fondata da
Guglielmo Chiodi nel 1902.
1912 - Panoramica Ditta Wolsit
In un capannone della Franco Tosi in via XX settembre, dal 1902 vennero
prodotte le prime 25.000 biciclette che uscirono con il nome Legnano in
onore della città dove vengono prodotte. Alla fine del 1908 la Wolsit
concede l’esclusiva di vendita delle biciclette Legnano alla ditta Vittorio
Rossi e C. di Milano. Con la recessione del 1909 la Wolsit cessò di
produrre automobili ma non le biciclette. Con la partenza del Primo Giro
d’Italia il 13 maggio 1909 due corridori Zavatti Attilio e Modesti Giulio
usarono biciclette Legnano. Il Giro fu un test formidabile per le biciclette,
non tutti riuscirono a completarlo ma la solidità delle biciclette Legnano
permisero a Zavatti di arrivare 13° e a Modesti 26° su 49 classificati dei
127 corridori partiti.
Nel 1911 Vittorio Rossi registrò il marchio Wolsit al Ministero.
Dal 1910 al 1932 l'azienda produsse, anche motociclette a marchio Wolsit.
La Wolsit con 250 operai produsse biciclette Wolsit, Legnano, Atena,
Wola, Aura, Perry, Olona, Fides e fornì materiale a Globo e Gerbi.
Nel 1912 iniziò a produrre aeroplani, i bimotori Wolsit-Jacchia dal nome
del socio conoscitore di aeronautica ing. Rambaldo Jacchia. I grandi
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investimenti, l’operazione ad alto rischio con deludenti risultati , e
l’avvento della guerra con la situazione stagnante del mercato portarono la
società al fallimento, il 31 marzo 1915 venne messa in liquidazione.
1915 - Monoplano Wolsit
Nell’ottobre dello stesso anno la Wolsit venne acquistata da Emilio Bozzi,
già fabbricante delle biciclette “La Perla”, commerciante di ruote e ricambi
per bici e auto con filiali a Milano, Bologna, Firenze e Torino e una
dimensione internazionale.
1907 – Il Club Leonardo da Vinci di Legnano - Sede Negozio Cittera in via XXIX maggio.
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Bozzi nelle Officine Wolsit produsse il marchio “Ciclo Legnano”, aumentò
la produzione di biciclette e diventò fornitore per l’esercito di autovetture
SPA e camion per l’artiglieria. Già dal 1915 nella pubblicità della ditta di
Emilio Bozzi in Legnano apparve il simbolo del “Guerriero” o “Alberto da
Giussano” come dai più riconosciuto.
L’attività agonistica della Legnano iniziata nel 1909 fornendo biciclette a
singoli corridori prese sempre più slancio, fu un periodo in cui il ciclismo
come sport di massa attirava ricchi e poveri. Bozzi appassionato di
ciclismo esordì con la squadra Legnano al Giro d’Italia nel 1910 in maglia
rossa. Bozzi volendo essere protagonista nel mondo del ciclismo
agonistico assunse Eberardo Pavesi come direttore sportivo per creare una
squadra ciclistica competitiva e vincente affiancato da Mario della Torre.
Le sue biciclette parteciparono a numerosi giri ciclistici, i più importanti il
Giro d’Italia e il Tour de France, ed essendo particolarmente innovative e
sicure, ne vinsero molti. Punti di forza della squadra Legnano furono
Brunero, Negrini, Girardengo, Binda che nel 1927 diventò campione del
mondo, Bartali che vinse il Tour de France nel 1938 e Coppi che vinse il
Giro d’Italia nel 1940, il giorno prima dell’entrata italiana nella seconda
guerra mondiale.
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1907 Manifesto pubblicitario Biciclette Wolsit
Dovuto ai ritardi della guerra l’8 ottobre 1921 si ebbe la cessione del
marchio Wolsit da Vittorio Rossi a Emilio Bozzi.
Emilio Bozzi morì d’infarto il 12 settembre 1936, a 63 anni, lasciando due
figlie Camilla di 12 e Giuliana di 10 anni.
Grande cordoglio da parte di tutto il mondo sportivo e imprenditoriale per
quest’uomo che dal nulla portò la “Legnano” ai vertici mondiali vincendo
3 mondiali, 12 Giri d’Italia e 6 Sanremo e 7 giri di Lombardia.
La Legnano ereditata dalle due figlie Bozzi cambiò assetto, sotto la
supervisione di Mario Della Torre, i mariti delle due figlie Lodovico
Gnech e Silvio Marazza si occuparono della parte finanziaria e
amministrativa e di quella produttiva e commerciale.
Mario della Torre, amico di famiglia, che prese il timone dell’azienda,
trasportò la Legnano nel periodo d’oro del ciclismo, lasciando a ricordo le
vittorie del Tour di Bartali e i duelli con Coppi che entrarono nella
leggenda.
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1938 Bartali vincitore del 32° Tour de France
Bartali campione della squadra Legnano
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Il Corpo Musicale Legnanese
Il Corpo Musicale Legnanese venne fondato nel 1880.
Ma da un carteggio comunale del 1831 una banda musicale cittadina
richiedeva alle autorità comunali l’autorizzazione al cambio della divisa,
probabilmente la banda musicale antenata che ha dato le origini al Corpo
Musicale Legnanese.
Retto da apposito Statuto e Regolamento era composto da volontari che
sacrificavano il loro tempo per eseguire le prove e rallegrare nelle
manifestazioni pubbliche.
Nel 1878 due erano le bande presenti in Legnano la così detta Vecchia e la
Nuova, tra queste si scatenarono liti che durarono negli anni.
Nel 1897 prese il nome di Corpo Musicale Cittadino, l’anno successivo
divenne Corpo Musicale Legnanese Umberto I°.
Il 18 aprile 1898 il nuovo Corpo musicale tenne il primo concerto in
Piazza S. Magno e nell’anno successivo a carnevale si esibì nella stessa
piazza, in una parodia di riti sacri e persone.
All’inizio del secolo ottenne dall’Amministrazione Comunale una sede in
alcuni locali nella piazzetta Castelfidardo in contrada San Domenico, nel
1915 la sede fu spostata in via del Gigante nell’edificio ex Camera del
Lavoro dove restò fino al 1971, anno in cui si trasferì nel Centro Giovanile
di San Magno per poi spostarsi nell’attuale sede di via Pontida.
Nel 1925 per superare le difficoltà finanziarie furono offerte azioni a 5 lire
con impegno di rinnovo triennale che con il contributo comunale permise
alla banda di rinnovare e riparare gli strumenti, oltre ad avere una degna
presenza nelle manifestazioni di inaugurazione del sanatorio, delle scuole
Bernocchi e della concessione a Legnano del titolo di città.
Nel periodo del regime altri due bande musicali fecero concorrenza al
Corpo Musicale Legnanese : la banda del Cotonifico Cantoni che aveva
istituito anche una scuola musicale e il Corpo Musicale “Cesare Battisti”
costituito nel 1928 che passò sotto la dipendenza del Dopolavoro
Comunale fascista.
Nel 1937 con il contributo della Amministrazione Comunale si
sostituirono quasi tutti gli strumenti e si fornì il corpo di una nuova
uniforme. Per l’inaugurazione della nuova uniforme si organizzò un
convegno bandistico con 22 corpi musicali che rallegrarono tutta la
cittadinanza legnanese.
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Gli anni precedenti alla seconda guerra mondiale, anni in cui le bande
musicali videro fiorire la loro immagine, il Corpo Musicale composto da
ben 65 musicanti guadagnò premi e riconoscimenti partecipando a
numerosi concerti fuori Legnano.
Numerosi i presidenti succeduti alla guida del Corpo Bandistico
Legnanese:
1855-1859 Santino Lampugnani
1861 Eugenio Cantoni
1874-1881 Pietro Lodini
1883-1884 Alessandro Bernocchi
1888 Carlo Candiani
1895-1906 Antonio Dell’Acqua
1913-1916 Giovanni Salmoiraghi
1921-1933 Fabio Vignati
1933 Lorenzo Bertazzoni
1934-1935 Ettore Caccia
1936 Giacomo Storti
1937 Arturo Tosto
1938-1945 Carlo Calvi
1946-1948 Augusto Barlocco
1892 – Banda di Legnano con le nuove divise
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La Prima Guerra Mondiale
Dopo la pace di Losanna tra Italia e Turchia per la colonia della Libia,
ecco che apparve una nuova tragedia. Il 28 giugno 1914 l'assassinio a
Sarajevo di Francesco Ferdinando e la consorte Sofia, eredi al trono
austro-ungarico, da parte del giovane serbo-bosniaco Gavrilo Princip.
L’assassinio di Serajevo
Con questo avvenimento a pretesto, Germania e Austria dichiarano guerra
alla Serbia, sostenuta dalla Russia, dando inizio alla Prima Guerra
Mondiale.
L’entrata in guerra avvenne il 24 maggio del 1915 ma la vita sembrò
inizialmente scorrere tranquilla tanto che il 12 giugno 1915 venne eseguito
il collaudo della trasformata tratta tramviaria Milano-Legnano-Busto.
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Infatti gli amministratori della società STIE, nata nel 1912, svilupparono la
linea rendendola a trazione elettrica sostituendo la vecchia vaporiera.
Nel 1915 Legnano contava 28.757 abitanti residenti, la maggior parte
operai. Oltre ad una guerra esterna le industrie legnanesi dovettero
affrontare lo scottante problema operaio. Le maestranze scesero in piazza a
più riprese per ottenere un aumento dei salari ed orari differenti.
Il legnanese fu in prima linea nello sciopero indetto il 4 settembre 1915,
rispondendo all’appello lanciato dalle federazioni tessili e delle camere di
lavoro di Gallarate, Legnano e Busto.
Un appello che non risulterà inascoltato visto che sciopererà la quasi
totalità delle maestranze.
Le industrie dovettero cedere concedendo aumenti nell’ordine del 10-20%
dopo che gli operai indissero un altro sciopero, stavolta di 5 giorni e a cui
parteciparono ben 40.000 operai.
Nel frattempo l’avvento dell’illuminazione incominciò a diffondersi a
Legnano, tanto che nel 1915 la maggior parte della città risulterà servita di
impianti luminosi, grazie anche all’aiuto della Tosi che fornì numerose
turbine per la produzione di energia elettrica.
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La Sanità durante la GUERRA
Numerosi edifici di Legnano, oltre l’Ospedale Civile, si trasformeranno in
ospedali militari in accordo con il Ministero della Guerra :
1) l’istituto delle suore canossiane “Barbara Melzi” precedentemente
Clinica femminile Amigazzi.
Sul finire del 1914 giunge a Legnano un forte contingente di fanteria e in
quest’occasione le suore forniscono alloggio ad alcuni alti ufficiali, Nel
maggio 1915 le suore canossiane ricevono l’ordine da Madre Amigazzi di
porsi al servizio della popolazione, mettendo a disposizione le strutture di
Legnanello e Tradate per l’accoglienza dei militari feriti. Nei primi di
giugno dopo un’ispezione del locale comitato della Croce Rossa Italiana le
strutture delle Canossiane sono incluse nell’elenco degli edifici da usarsi
ad uso sanitario.
Palazzo Amigazzi in corso Sempione, a lato la Chiesa della Purificazione
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Il 16 ottobre 1915 arrivano nella struttura di Legnanello i primi 85 soldati
di cui 43 feriti. Fino al 20 gennaio 1917 numerosi saranno i soldati che
arriveranno a ricevere le cure altri ripartiranno per il fronte, le presenze di
media saranno intorno ai 90-100 degenti. Nel gennaio 1917 per ordine del
Ministero della guerra, i degenti di Legnanello vengono trasferiti a
Tradate, causa una ristrutturazione generale dei posti, poiché la struttura di
Legnanello è gestita dalla Croce Rossa mentre quella di Tradate dalla
Sanità Militare.
Nel settembre 1917, dopo che entrambe le strutture poste sono sotto
l’autorità militare, la clinica Amigazzi con 130-140 posti riprende a
ricevere i feriti del conflitto. Nel gennaio 1918 si stabilisce di usare le
strutture ospedaliere anche per istruire i degenti, avviando corsi elementari
per i soldati analfabeti. La struttura di Legnanello resta in funzione fino a
giugno 1919 quando l’autorità militare decide di lasciare l’ospedale e
ridare il tutto nuovamente alle suore.
2) la scuola “Giosuè Carducci” di via XX settembre, edificata nel 1913 e
convertita in ricovero militare, usata come tappa per facilitare il trasporto
di soldati e successivamente per l’alloggio di profughi.
Ospedale Croce Rossa presso le Scuole Carducci
3) Alcuni locali della Ditta Wolsit, gestiti dalla Croce Rossa vengono usati
come alloggio per i profughi.
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L’ Ospedale Militare di Riserva AMIGAZZI
Con la Grande Guerra in corso alcuni edifici di Legnano, oltre l’Ospedale
Civile, vengono trasformati in ospedali militari, uno di questi l’”Opera
Barbara Melzi”, divenuta poi “Opera Amigazzi” dal nome di madre Giulia
Amigazzi subentrata erede dei beni Melzi per volontà di suor Gaetana
Adamoli nominata erede universale nelle ultime volontà di donna Barbara
dei Conti Melzi, deceduta il 13 Dicembre 1899.
Madre Giulia Amigazzi nata a Bergamo nel 1862 è la nuova superiora che
si trova a far fronte a una vertenza aperta per l’eredità dei beni Barbara
Melzi dagli eredi Salazar, parenti da parte materna di Barbara Melzi.
Nel 1914, la vertenza tra gli eredi Salazar e l’Opera Barbara Melzi
rappresentata dalla superiora Madre Giulia Amigazzi viene risolta dalla
Corte di Cassazione dando parere favorevole all’Opera che da allora
prende il nome di “Giulia Amigazzi”.
1916 - Ospedale Amigazzi sotto la
bandiera della CRI
Verso la fine del 1914 a Legnano giunge un forte contingente di fanteria e
le suore forniscono alloggio ad alcuni alti ufficiali.
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La mobilitazione generale del maggio 1915 spinge madre Amigazzi a porsi
al servizio della popolazione. Con lettera del 26 maggio 1915 al Comitato
della Croce Rossa, l’Opera Melzi mette a disposizione per i militari feriti
le strutture di Tradate e di Legnanello: “… affinchè la benemerita
patriottica Istituzione, crei un’organica Unità Ospedaliera per i militari
malati o feriti del nostro glorioso esercito in guerra…”.
Le due sedi sono state attrezzate in cento letti per feriti e cinquanta letti per
malati a Legnanello e cento letti a Tradate, (che saranno sempre occupati
da militari per tutto il tempo della guerra), in aggiunta dieci posti per
ufficiali inferiori e dieci in appartamento per ufficiali superiori, due sale
operatorie, lavanderia a vapore e bagni di luce totale e parziale per i
convalescenti.
Nel mese di giugno, dopo l’ispezione della Croce Rossa Italiana alla
struttura di Legnanello, conclusa con esito positivo, questa viene inserita
nell’elenco degli edifici legnanesi da usare per fini sanitari in aggiunta con
le scuole Carducci, l’Ospedale Civile e alcuni locali offerti dalla ditta
Wolsit.
Il 16 ottobre 1915 arrivano all’ospedale militare territoriale Amigazzi i
primi 85 soldati di cui 43 feriti e i rimanenti malati. Numerosi i soldati che
passeranno dall’ospedale fino al gennaio 1917, quando per ordine del
Ministero della Guerra, causa una ristrutturazione dei posti, i militari
degenti verranno spostati nella struttura di Tradate già gestita dalla Sanità
Militare.
Da settembre 1917 ambedue le strutture vengono poste sotto la gestione
della Sanità Militare e l’ospedale Amigazzi con 140 posti riapre ai soldati
feriti. Numerose le presenze in ambedue le strutture, a Legnanello nel
gennaio 1918 vengono avviati corsi elementari di insegnamento per
leggere e scrivere a 25 soldati analfabeti degenti.
Nei mesi di giugno e luglio del 1918 esplode nel territorio legnanese un
epidemia letale “la spagnola”, inizialmente sottovalutata. Il 6 ottobre le
autorità ordinano la chiusura di asilo,oratorio e scuola, tutto viene
disinfettato con creolina, alla porta d’ingresso delle abitazioni viene posto
un catino per lavarsi le mani prima di entrare. Alla fine di ottobre circa
duecento sono gli ammalati, e nella città si registrano dai 18 ai 20 decessi
giornalieri, con la popolazione già provata dalla guerra l’epidemia ha buon
gioco. Ai primi di novembre la fase critica dell’epidemia sembra passata in
concomitanza con l’annuncio della fine della guerra. La sera del 3
117
novembre tutte le campane cittadine suonano a distesa e anche
nell’Ospedale Amigazzi si festeggia con bengala e mortaretti.
Anche dopo la conclusione del conflitto l’Ospedale continua la sua opera
contro l’epidemia di spagnola.
Nel Ospedale sono ricoverati anche dei prigionieri austro-ungarici, che lo
Stato Maggiore dell’Esercito avrebbe voluto scambiare con i prigionieri
italiani, ma nei mesi di gennaio e febbraio 1919, ben 11 di loro muoiono,
alcuni con il conforto cristiano portato dal parroco di Legnanello don
Gerolamo Zaroli.
Il 3 Marzo 1919 muore don Gerolamo Zaroli primo parroco della
parrocchia della Purificazione poi del SS. Redentore eretta nel 1898, già
premiato con la Croce di Cavaliere della Corona d'Italia per l’epidemia di
vaiolo del 1887-1888.
Don Gerolamo Zaroli ha prestato la sua opera sia all’ospedale Civile che
all’ospedale Amigazzi operando come “cappellano” portando conforto e
sostegno a tutti i ricoverati. L’ospedale Amigazzi è stato più volte visitato
anche dal cardinale Ferrari, arcivescovo di Milano.
Numerosi i soldati curati nell’Ospedale Amigazzi ed alcuni morti per le
ferite riportate, dal 1916 al 1919 si ha traccia di 30 morti di cui è stato
celebrato il funerale in Legnano, rientrano in questa lista anche i soldati
austro-ungarici feriti e prigionieri. I militari defunti venivano tutti
seppelliti nel cimitero di Legnano accompagnati dal parroco don Gerolamo
Zaroli.
Una curiosità, don Gerolamo Zaroli dovendo riportare i nomi dei genitori
del defunto, per chi non aveva informazioni soprattutto per i soldati austroungarici,
inseriva come nome del padre il nome del soldato stesso e come
nome della madre Maria: madre di tutti i viventi.
118
Il 15 giugno 1919 l’ospedale Amigazzi venne definitivamente sgomberato,
come la struttura di Tradate, che tornarono nella completa gestione delle
suore.
Numerose le benemerenze per l’attività svolta da Madre Amigazzi :
dalla Croce Rossa nel 1917 ricevette la medaglia d’argento al merito per la
campagna Italo-Austriaca 1915-1916.
Il 22 maggio 1918 la medaglia d’oro per l’Ospedale Militare di Riserva.
Il 21 dicembre 1924 medaglia d’argento all’Istituto per l’Assistenza agli
Orfani di Guerra.
Una medaglia d’argento al merito per la sanità Pubblica.
Nel 1925 dal Ministero della Pubblica Istruzione la medaglia d’oro per i
benemeriti dell’Educazione Popolare.
Ancora oggi l’opera voluta da Donna Barbara Melzi prosegue sul territorio
cittadino con l’asilo, le scuole elementari, le medie e i licei di scienze
umane, economico sociale e l’istituto professionale socio sanitario, una
continuità nel servizio alla popolazione.
Info tratte da : L’opera Barbara Melzi – Luigi Sartori – Arti Grafiche Landoni
Barbara Melzi Una Canossiana nella Legnano dell’Ottocento – G..Vecchio G..Borsa - Ed.Ancora
Cronache dell’Istituto – Archivio Barbara Melzi – Archivio Parrocchiale SS. Redentore - Legnanello
119
L’ Ospedale Territoriale CROCE ROSSA CARDUCCI
Con la legge Casati del 1859 i Comuni furono obbligati a provvedere
gratuitamente all’istruzione elementare dei cittadini per l’Unità d’Italia,
anche Legnano vedendo insufficienti gli attuali edifici scolastici
commissionò nel 1908 all’Ufficio Tecnico Comunale un nuovo edificio
scolastico da realizzare in via XX settembre.
Il progetto a cura dell’Ing. Giuseppe Moro fu presentato alla Giunta e al
Consiglio Comunale nell’aprile 1911, dopo le varie modifiche richieste dal
Genio Civile a marzo del 1912 venne definitivamente approvato. La
costruzione dell’edificio venne assegnata tramite gara d’appalto
all’Impresa di costruzione Fratelli Gnocchi di Castellanza, considerata
azienda solida e seria. I lavori iniziarono il 29 luglio 1912 sotto la
direzione dell’Ing. Moro e a novembre la struttura portante dell’edificio
era ultimata. L’inaugurazione della scuola avvenne il 28 settembre 1913
alla presenza del Sottosegretario al Ministero della Pubblica Istruzione On.
Vicini, del sindaco cav. Agosti, dell’on. Dell’Acqua e dell’Ing. Cuttica
assessore ai lavori pubblici del Comune.
L’edificio scolastico realizzato in un area di 4200 mq, di cui 1320 mq
occupati dalla scuola, corrispondeva pienamente ai canoni di modernità,
igiene e solidità dell’epoca, soddisfacendo le esigenze della moderna
didattica e pedagogia. Lontana da corsi d’acqua e non molto lontana dalla
ferrovia Milano-Gallarate, la scuola aveva una capacità di 18 aule che
potevano contenere 60 alunni, predisposte su due piani, 2 grandi sale per
le riunioni, un Museo e una Biblioteca Scolastica, una palestra coperta per
lì insegnamento della ginnastica e un impianto completo di docce calde e
fredde.
La scuola fu intitolata a Giosuè Carducci, grande educatore e poeta
classico, a cui era stato conferito il nobel per la letteratura dal re di Svezia
nel 1907.
Carducci volle celebrare la Battaglia di Legnano con la vittoria della Lega
Lombarda scrivendo una canzone, la “Canzone di Legnano”, di cui
purtroppo non completò il progetto lasciandoci solo la prima parte “Il
Parlamento”. Morì a Bologna il 16 febbraio 1907
Tutti i requisiti precedenti, ed essendo vicino alla ferrovia, fecero si che
nel periodo della Prima Guerra Mondiale la scuola venne identificata a
divenire un Ospedale della Croce Rossa Italiana.
120
1915 Ospedale Territoriale di Guerra Giosuè Carducci - Legnano
Nel 1915, in piena guerra, la scuola venne occupata militarmente e
divenne l’ Ospedale Territoriale di Guerra Giosuè Carducci della Croce
Rossa, destinato ad ospitare numerosi feriti prigionieri di guerra
dell’esercito austro-ungarico. I prigionieri, nelle intenzioni dello Stato
Maggiore Italiano, avrebbero dovuto essere utilizzati come merce di
scambio per ottenere la liberazione di soldati italiani prigionieri in Austria.
Ma verso la fine del 1918, a causa di un epidemia di spagnola i prigionieri
austro-ungarici morirono in gran numero. La “spagnola” era un virus di
difficile cura che provocava una encefalite spesso mortale. Secondo le
varie fonti i soldati morti furono dai 61 agli 83. Le generalità riportate
negli Annali e nei certificati della parrocchia dei Santi Martiri fanno
risultare i soldati deceduti per la maggior parte originari dalla Transilvania.
Ancora oggi è possibile vedere le loro tombe nella cappella-ossario dei
caduti al Cimitero Monumentale, realizzata dall’architetto Aristide
Malinverni nel 1921, architetto ideatore del palazzo del Comune nel 1902.
Al termine della guerra con la chiusura dell’Ospedale il 31 ottobre 1919
avvenne la riconsegna dell’immobile al Comune di Legnano che dovette
provvedere al riordino dell’edifico per riportarlo alla destinazione
scolastica.
121
La WOLSIT : Societa’ Anonima WOLSELEY ITALIANA
L'azienda fu fondata nel 1907 a Legnano, da Emilio Bozzi e dalla Franco
Tosi, per la costruzione e produzione di autovetture e biciclette con
l'acquisizione della licenza della società britannica Wolseley (da cui il
nome Wolsit).
Nella fondazione della società vennero coinvolti, la Banca di Legnano, la
Società Anonima Fratelli Macchi e il Ruotificio di Varese. Utilizzando un
capannone della Franco Tosi in via XX settembre vennero impiantati gli
stabilimenti per la produzione di autovetture. Dopo due anni, dovuta alla
forte crisi del mercato dell’auto l’azienda chiuse la produzione di auto, ma
mantenne la produzione di biciclette.
Dal 1910 al 1932 l'azienda produsse, anche motociclette a marchio Wolsit,
tentò anche la produzione di aeroplani, che però non ebbe successo.
Avendo dovuto lasciare la produzione, parte dei locali nel capannone di
proprietà Franco Tosi, restavano liberi. Per dare un sostegno alla Sanità
durante la grande guerra vennero messi a disposizione e gestiti dalla Croce
Rossa per essere usati come alloggio per i profughi di guerra.
1927 Capannone azienda Wolsit
Nel 1927 l'azienda cambiò nome in “Legnano”, e il nome "Wolsit" restò
per alcuni anni come semplice marchio.
122
LEGNANO nella GUERRA
Le innovazioni delle industrie legnanesi non cessavano e nel 1916 l’ing.
Carlo Jucker, ricevuta la direzione del Cotonificio Cantoni, applicò per
primo i “coloranti diretti”.
Nel frattempo ora che la forza dell’energia elettrica aveva soppiantato
l’energia ricavata dallo scorrere dell’Olona, i mulini che ancora restavano
tornarono a macinare il grano. Ma con il proseguimento della guerra
diventò sempre più difficile trovare cibo.
Infatti nel 1917 in Legnano scoppiarono alcune rivolte capitanate dai
socialisti che oltre a richiedere nuovi aumenti dei salari si lamentarono
della scarsità di cibo. Nel corso della guerra gli operai inviati al fronte,
furono rimpiazzati da mano d’opera femminile anche infantile, la cui
retribuzione era inferiore rispetto a quella maschile; ciò non fece altro che
aumentare le tensioni.
1916 - Franco Tosi produzione di granate con personale femminile
123
Il conflitto della Prima Guerra Mondiale, non risparmia anche gli abitanti
del borgo, molti dei giovani contadini vanno sotto le armi, tanto è che
nello stato delle anime del 1917 rilevato da don Gerolamo Zaroli alcuni
giovani non appaiono.
I nostri antenati in posa per la foto ricordo.
Malgrati Luigi
Moroni Luigi
In concomitanza della disfatta di Caporetto, il torrente Olona straripò,
creando una grossa inondazione che procurò vasti danni e preoccupazioni
alle campagne e le industrie localizzate nei pressi del fiume: Mottana,
Cantoni, Ratti, Bernocchi. L’altezza delle acque era tale da invadere il
corso Garibaldi e il corso Magenta, trasformandole in un enorme pantano.
A ciò si aggiunse l’epidemia di spagnola che colpì in pieno l’Italia.
Compreso il territorio legnanese, don Zaroli ricorda così quell’anno :
Dal Chronicon di Don Gerolamo Zaroli
13 Ottobre 1918
Già dagli ultimo di settembre ha cominciato ad influire in Parrocchia
l'influenza - oramai diffusa ovunque - che degenerando in polmonite
condusse parecchi a morte portando un po' di panico. Oggi fra piccoli ed
adulti - compresi però altri deceduti per altre malattie - abbiamo degenti
11 ( undici) morti.
124
20 Ottobre 1918
Anche oggi dobbiamo contare 11 ( undici ) morti in parrocchia. Si daavviso per un triduo di penitenza.
1 - 2 Novembre 1918
Giornate meste per l'infuriare dell'influenza.
E' proibita la visita al locale cimitero. Anche le campane non possono
suonare a lungo.
Don Gerolamo Zaroli
125
LEGNANO verso la fine della GUERRA
La guerra finì il 4 novembre 1918 e per Legnano si presentò un futuro
incerto.
Dal Chronicon di Don Gerolamo Zaroli7
10 Novembre 1918
In ringraziamento della vittoria ottenuta dagli Italiani sugli Austriaci che
firmarono l'Armistizio il 4 Novembre 1918, e in seguito alla Circolare
dell'Arcivescovo, nel pomeriggio, fatta esposizione del SS. Sacramento e
cantato solennemente i Vesperi il Parroco disse due parole di circostanza e
poi si intonò il « TE DEUM ». Assistè una folla straordinaria di popolo, e
una larga rappresentanza di militari presso l'Amigazzi, di Confratelli,
Consorzi e Fabbriceria.
17 Novembre 1918
Oggi si fece con l'intervento dei Parroci di Legnano e Don Luigi Contardi
un solennissimo Ufficio in San Magno pei Caduti celebrandosi sul
consacrato di quella Chiesa e col tumolo in piazza e con l'assistenza di
tutte le Autorità e Associazioni religiose, civili, politiche, nonché di una
folla immensa di popolo , mantenendosi piuttosto con devozione durante
tutte le funzioni. Nel pomeriggio grande corteo di tutte le autorità
compreso il Clero, e di tutte le associazioni che partendo dal Municipio si
portò prima al Monumento e poi passando da Via XXIX Maggio, Via
Vittoria, Via Pontida, Via Sempione, Via Lampugnani, Piazza Umberto, finì
al Cimitero sulle Tombe dei Militari colà sepolti, e dove si deposero
numerose corone. Alla sera grande illuminazione per tutta la città
distinguendosi in modo speciale il Cotonificio Cantoni alla casa del
Direttore, il corso Vittorio Emanuele, la piazza Umberto e l'Ospedale
Amigazzi. In tutto il giorno grandi animazioni, allegria senza nessun
incidente.
24 Novembre 1918
Oggi si volle ricordare in modo speciale i Militari della Parrocchia morti
in Guerra.
7
, Chronicon don G..Zaroli - Archivio Parrocchiale SS. Redentore
126
Dopo la solenne Messa in canto, seguirono le esequie alla tomba alquanto
rialzata e circondata dalle bandiere delle nostre Associazioni, di Italia
degli Alleati, nonché di fiori e candelabri ricoperti d'edera.Le colonne
erano ricoperte in nero. Presenziavano le Autorità, le Associazioni ecc. e
un buon numero di Militari sia dell'Ospedale Amigazzi sia in licenza facendo questi ultimi da picchetto armato. Il popolo non mancò di intervenire numeroso e di esternare la propria soddisfazione.
Nel maggio 1918 venne istituito il “Comitato Omaggio ai Combattenti”, promosso dal Comando del Corpo d’Armata di Milano, operò in stretta sinergia con l’Ufficio Centrale Doni e Propaganda del Comando Supremo.
Il Comitato fu attivo per l’istituzione di premi e sussidi ai soldati, nella
raccolta di denaro e distribuzione di doni a favore delle truppe.
Anche a Legnano venne istituito il Comitato, il 29 giugno 1918 il Sindaco e il Comitato si spostarono al fronte per consegnare una cospicua somma ai militari più meritevoli”, donazione ai combattenti del 29° Corpo d’Armata di lire 92.000 raccolti dal Comune di Legnano e dalle aziende del territorio. 8
Elenco totale donazioni delle aziende legnanesi.
8 Archivio Comunale Legnano
 
Legnano non vide mai direttamente la guerra, tuttavia pagò il suo tributo di sangue alla patria.
Circa 300 uomini perirono, molti furono i dispersi, i feriti e i mutilati tanto che nacque nel 1919 in via Pietro Micca 1 la sezione Mutilati ed Invalidi di guerra.
Oggi nel cimitero comunale nell’ossario sono conservate le salme di coloro che sono morti nella Grande Guerra e a cui si sono poi aggiunti coloro che sono periti nella seconda guerra mondiale.
Insieme ai militari italiani sono conservate le salme di alcuni soldati
austriaci morti nel 1919 per malattie, come la spagnola, che uccise anche finita la guerra
Nel 1919, il 3 marzo, morì Don Gerolamo Zaroli, Primo parroco di Legnanello, significativo il suo epitaffio : “ … venni non povero – maneggiai molte migliaia di lire – un centesimo non si attaccò alle mie unghie e muoio povero”.
A lui succedette il suo coadiutore : Don Luigi Contardi a Legnanello dal 1901, che venne nominato parroco il 13 settembre 1919, per desiderio di tutta la popolazione.
 
Dopo un anno dalla vittoria, il Comune e il Comitato istituirono una manifestazione di ringraziamento ai caduti per la patria e ai loro familiari.
Il Comune provvide a richiedere una sottoscrizione alle persone più facoltose mentre il Comitato ordinò ben 400 medaglie d’argento da consegnare alle famiglie dei caduti, accompagnate da un attestato a nome del Comune.
Bozza di ringraziamento e Ordine alla ditta Johnson per 400 medaglie d’argento Venne individuata la domenica 2 novembre 1919, come data per la
manifestazione, vennero invitati personalmente dal Comune tutti i parenti dei caduti e tutti i donatori.
Il comune provvide ai manifesti :
Manifesto del Comune di Legnano per il 2 Novembre 1919
La manifestazione si svolse in piazza Monumento per la consegna degli omaggi consistenti in un sostegno economico ai parenti, un attestato e una medaglia d’argento nominativa, successiva alla manifestazione la consegna di una corona di fiori ai caduti morti negli ospedali cittadini e sepolti nel Cimitero di Legnano.
Omaggio del Comune di Legnano del 2 Novembre 1919 Alla manifestazione partecipò tutta la cittadinanza, e dopo il discorso del tenente mutilato Danè, vennero distribuiti ad ogni famigliare del caduto l’attestato omaggio e la medaglia d’argento detta “medaglia della pace”.
La “medaglia della pace”
131
La vostra tomba è un’ara;
e qua mostrando verran le madri ai pargoli
le belle orme del vostro sangue.
(Leopardi Giacomo – All’Italia v.125)
Sui versi di Leopardi, dopo la fine della Guerra, le città d’Italia fecero a ara per la costruzione di monumenti a ricordo dei combattenti caduti.
Legnano affidò all’architetto Aristide Malinverni, ideatore e realizzatore del palazzo del Comune, la costruzione di una cappella-ossario da realizzare nel centro del cimitero monumentale.
La cappella imponente è larga più di venti metri e svetta per una altezza di quindici metri.
Cappella-Ossario ai Caduti Sul fronte della Cappella una lastra di marmo raccoglie i nomi dei soldati  legnanesi caduti, accolti all’interno del monumento, in una cripta in piccole celle. Di fronte alle piccole celle dei soldati legnanesi sono inoltre presenti altre 80 piccole celle di soldati dell’Impero Austro-Ungarico, prigionieri morti negli Ospedali di Legnano.
La Cappella fu inaugurata il 30 ottobre 1921 alla presenza delle più importanti autorità cittadine.
Alcune salme dei caduti non sono effettivamente presenti; in quanto rientrate nelle tombe di famiglia o ai luoghi nativi.
30 ottobre 1921 - Legnano Cimitero Inaugurazione Cappella dei Caduti Nella Cappella dei Caduti sono tumulati coloro che hanno dato la vita per la Patria, di loro resta il nome a ricordo affinché tutti lo possano sapere, conoscere e ricordare.
 
1922 - L’Autostrada Milano-Varese- Sesto Calende
Il territorio di Legnano detiene un importante primato, su parte di esso nel 1922 si iniziò a costruire la prima autostrada del mondo con casello di pedaggio ed uscita diretta per Castellanza e Legnano.
Denominata Milano-Varese-Sesto Calende (attuale Milano-Laghi), fu ideata dall’Ing. Piero Puricelli (1883-1951) con il patrocinio del Touring Club Italiano. Puricelli concepì l’idea di una strada riservata esclusivamente agli autoveicoli, senza essere attraversata da altre strade, da carrozze, biciclette o pedoni. Con il pagamento di un pedaggio si sarebbero coperte le spese di costruzione e gestione. Pedaggio da pagarsi non al casello d’entrata ma nell’area di servizio e sosta dove la fermata era obbligatoria.
1923 – Auto S.A.M. officine di produzione in via Boccaccio L’autostrada misurava 85 km e all’epoca poteva essere considerata un’opera avveniristica, visto che in Italia il parco veicoli non superava gli 85.000 mezzi, metà dei quali circa 40.000 era concentrata proprio in Lombardia. La realizzazione costò 90 milioni di lire. L'ingresso dell'autostrada era al termine di Viale Certosa a Milano (zona Musocco), con arrivo a Varese.
Era una carreggiata di 10-12 metri, a due corsie, una per ogni senso di marcia, non separate, aperta al traffico dalle sei di mattina all'una di notte.
Per evitare la formazione di nuvole di polvere sulle carreggiate venne utilizzata una speciale composizione di calcestruzzo ed acqua.
Il 21 settembre 1924 alle ore 14.30, l'automobile del Re Vittorio Emanuele inaugurò l’autostrada Milano-Varese, partendo da Lainate. Il Re su una Lancia Trikappa guidata dall’ingegner Puricelli partì tagliando il nastro d’inaugurazione.
Il 22 settembre 1924 il Corriere della Sera riportava l’evento:
Mentre tutt’intorno scrosciano gli applausi, la vettura parte di scatto tagliando lo sbarramento simbolico costituito dal nastro. La Milano Varese è ufficialmente aperta. Dietro la vettura reale si snoda il corteo di auto sulle quali hanno preso parte autorità e giornalisti. Singolare corteo perché si vedono sopra le vetture da turismo anche
signore in toilette e diversi guidatori in tuba”.
21 settembre 1924 – Inaugurazione dell’autostrada I vecchi olminesi ricordano ancora che era possibile attraversare a piedi l’autostrada per raggiungere i boschi attraverso la via romana del Perello, troncata da ambo i lati e che i casellanti nel loro tragitto di controllo in bicicletta, recavano sulle spalle grossi cartelli con la scritta “tenere la destra – scappamento chiuso”.
1924- Apertura del Casello
 
1924 : LEGNANO da Borgo a Città
Nel 1921 Legnano contava 27.254 abitanti con 5.756 abitazioni di cui 1014 di una stanza, 2697 di due stanze, 926 di 3 stanze, 588 di 4 stanze e 218 di 5 stanze.
Nel 1924 gli abitanti contavano 29.117 con 225 matrimoni, 517 nati di cui 273 maschi e 244 femmine. I morti furono 314 suddivisi in 160 maschi e 154 femmine. (fonti Istat)
5 ottobre 1924 - Legnano era in festa: in tutte le vie uno sventolio intenso di bandiere che pendevano dai balconi e dalle finestre di ogni casa: tricolore dappertutto, sugli addobbi, sui muri tappezzati da grandi manifesti con le scritte di Viva Mussolini e Viva il Grand’Uff. Bernocchi, nelle vetrine particolarmente addobbate, nelle migliaia e migliaia di lampadine colorate già preparate per la grande illuminazione della sera. Sul Corso Vittorio Emanuele II il magnifico guerriero di Legnano  spicca in mezzo al trionfo di bandiere ed alle scritte di Viva l’Italia, Viva il Re, Viva Mussolini e viva Legnano.”
Così La Prealpina del 7 ottobre 1924 riportava la visita ufficiale di Benito Mussolini a Legnano, venuto per l’inaugurazione della nuova sede della Scuola Professionale Operaia Antonio Bernocchi. La Scuola costruita a spese del Grand’Ufficiale della Corona cav. Antonio Bernocchi, il 2 maggio 1924 venne donata al Comune di Legnano che l’assunse a suo carico a partire dal 1 ottobre 1924.
Alla manifestazione parteciparono i membri della Giunta il Cav. Luigi Uboldi, il Cav. Uff. Ratti, l’ing. Cav. Morganti e i sigg. Cesare Zanzi eFranco Roveda, il fratello del cav. Bernocchi Cav. Andrea, l’ing. Freguglia  costruttore dell’Edificio della Scuola, il prof. Strobino, il rag. Passardi, l’ing. Comm. Jucker e il cav. Francesco Dell’Acqua, l’on. Franco Tosi, il cav.uff.G.B.Raimondi, il prof. Carlo Fregosi, il Preside dell’Istituto Tecnico cav. Ferro mentre tutte le maestranze dello Stabilimento Bernocchi sfilarono in corteo per le strade cittadine per portarsi all’interno del cortile dell’istituto acclamando al cav. Bernocchi che commosso rispose salutando con la mano. Nel primo pomeriggio arrivò il corteo automobilistico di venticinque vetture che accompagnarono il Presidente del Consiglio Benito Mussolini. L’auto presidenziale guidata dall’Ing.
Piero Puricelli ideatore e costruttore dell’autostrada Milano-Varese, accompagnò Mussolini e il marchese Paolucci-Calboni Boroni, che vennero accolti con grande entusiasmo da tutte le autorità cittadine e dei paesi limitrofi. Nell’aula magna dell’istituto avvenne la cerimonia ufficiale aperta dal discorso del cav. Bernocchi che in un passaggio affermò “ ho compiuto il mio dovere con affetto di padre; agli operai ho dato la possibilità di istruirsi, di elevarsi, di meglio prepararsi alla vita, e così contribuire alla soluzione dei problemi sociali, preparando un avvenire di progresso operoso e fecondo alla nostra industria per la sua sempre più salda affermazione sui mercati mondiali, per la potenza e la grandezza della nostra Patria”. Dopo l’inaugurazione dell’istituto e la consegna di una medaglia d’oro al cav. Bernocchi, Mussolini si recò a visitare lo stabilimento ed a inaugurare la lapide dedicata ai caduti della ditta Bernocchi nella Grande Guerra.
In questa occasione di festa, il presidente Mussolini provvide inoltre alla consegna al sindaco Fabio Vignati del decreto di elevazione del Comune a città, conferito il 15 agosto del 1924 a firma di Vittorio Emanuele III.
Così recitava il decreto del 1924 :
Vittorio Emanuele III per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re D’Italia
Ci piacque con Nostro Decreto 15 agosto 1924 concedere al Comune di Legnano, in provincia di Milano, il titolo di Città. Ed essendo stato il detto Nostro decreto registrato come avevamo ordinato alla Corte dei Conti e trascritto nei registri della Consulta Araldica e dell’Archivio di Stato in Roma. Vogliamo ora, spedire solenne documento della accordata grazia al Comune concessionario. Perciò in virtù della Nostra Autorità Reale e Costituzionale, dichiariamo spettare al Comune di Legnano, in provincia di Milano, il titolo di Città, che sarà trascritto nel LibroAraldico degli Enti morali, con diritto di fare uso dello stemma miniato nel  foglio qui annesso che è: Troncato: sopra : di rosso al leone d’argento,
sotto: d’argento all’albero disseccato di rosso sopra una radura brulla. Lo scudo, sarà sormontato dalla corona di Città. Comandiamo, poi, alle Nostre Corti di Giustizia, ai Nostri Tribunali ed a tutte le Podestà civili e 137
militari di riconoscere e di mantenere alla Città di Legnano i diritti specificati in queste Nostre Lettere Patenti le quali saranno sigillate col Nostro Sigillo Reale firmate da Noi e dal Presidente del Consiglio dei Ministri e vedute alla Consulta Araldica.
Da,addì sedici del mese di novembre dell’anno millenovecento ventiquattro, ventesimo quinto del Nostro Regno.
Firmato da Vittorio Emanuele
Con il Regio decreto il 15 agosto 1924 Re Vittorio Emanuele III concedeva al Comune di Legnano il titolo di Città, riconoscendo l’importanza economica e industriale della località, il numero di abitanti e le sue tradizioni storiche e culturali.
Molti anni sono trascorsi e nel frattempo Legnano è cambiata ancora e ha tagliato molti altri traguardi e possiamo essere orgogliosi di abitare in una Legnano città laboriosa, ospitale e solidale.
138
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Bibliografia
Breve Storia della Scuola Carducci - Giuseppe Proverbio - Tipotecnica srl- San Vittore Olona 2002
Da Legnanello a Legnano fra storia e filatelia -Raffaele Baroffio La Mano Onlus 2013
Il Carroccio – Rag.Fusai, Rag.Franco Russi - Legnano 1938
Il Guerriero di Legnano - Marina Degl'Innocenti Comune di Legnano 1999
La Basilica di San Magno a Legnano – M.Turri – Ist.It.d’Arti Grafiche BG
Legnano 1913 – G.B. Raimondi Tip.Pianezza&Ferrari Busto Arsizio 1913
Legnano 1945-2000 Il tempo delle trasformazioni - G.Vecchio,G.Borsa Nonos Edizioni 2001
Legnano Biciclette Campioni Vittorie - C.Gregori, M.Pastonesi Ediciclo Editore 2015
Legnano Romana – Ing.Guido Sutermeister – Soprint. Onor. Monum. e Scavi - 1928
Memorie n.10 -1940/41 – XIX –R.Deputazione Lombarda di storia Patria – sez. di Legnano
Memorie n.17 -1958 – Società Arte e Storia - Legnano
Musica a Legnano 180 anni del corpo bandistico - G.D'Ilario, L.Crespi Legnano 2007
Profilo Storico della Città di Legnano - Soc.Arte e Storia Ed.Landoni Legnano 1984
Stie Milano 1880-2005 - G.D'Ilario Ed. STIE 2006
Storia delle Chiese di Legnano del Prev. Agostino Pozzo – 1650
Un Secolo di Calcio a Legnano 1905-2005 C.Fontanelli, G.F. Zottino Geo Edizioni Firenze 2005
 
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2.22 Censimento

www.redigio.it
 
 
Nel Sedicesimo secolo "1850 anime da Comunione"
 
Quanti furono nelle varie epoche gli abitanti e quale andamento segui' nei secoli scorsi l'espansione demografica di Legnano?
Dobbiamo andare per deduzione partendo da epoche remote ed almeno fino alla seconda meta' del '500, allorquando cioe' possiamo trovare il conforto di documenti storici.
Ricerche archeologiche impegnate ed approfondite da parte di appassionati studiosi hanno trovato nella necropoli legnanese significative testimonianze del contributo dato dai piu' antichi abitatori di questa plaga alla civilta' preromana e romana.
L'ingegner Guido Sutermeister appunto basandosi su calcoli ricavati dai sepolcreti man mano riportati alla luce indicava con aprrossimazione che in epoca romana gli abitanti che vissero lungo le due sponde dell'Olona dovevano essere in numero superiore a mille.
Anche se ci sembra un calcolo troppo ottimistico (a meno che non si fossero verificate massicce migrazioni nei quattro o cinque millenni successivi) teniamo comunque per buoni, come base di partenza, questi dati. ma seguiamo l'evoluzione demografica non piu' sulla scorta di relitti di antiche civilta' ma con dati piu' certi, tratti da documenti autentici.
Il primo censimento riguardante Legnano e' quello fatto nei primi anni del 1500 che assegna al Borgo "1500 anime da comunione", il che equivale ad una popolazione di circa 23000 persone. Abbiamo un altro riferimento nel 1584, a quando cioe' San Carlo Borromeo avendo in animo di istituire la prepositura, incarico' il suo segretario Monsignor Giussani di ragguagliarlo sul numero dei fedeli. E questi annota nelle sue memorie (volume IIø, pagine 175) che "questo borgo di Legnano ha non meno di 500 famiglie con piu' di 2000 anime da comunione", potevano essere dunque a quell'epoca circa 3000 abitanti. La cifra ci viene confermata anche da Giuseppe Pirovano che si riferisce a due anni dopo e cioe' nel 1586. Nella parte storica dell'archivio comunale esiste un documento in copia, rilegato a fascicolo, che reca la data del 9 marzo 1651 e il titolo di "Redenzione alla infeduazione concessa al borgo di Legnano con Legnanello e le sue giurisdizioni".
La "Cedola" venne redatta nel 1649 ma resa esecutiva due anni dopo. ( La "Cedola", che reca la data del 4 giugno 1649 stipulata tra il Governo Spagnolo e Baldassarre Lampugnani, procuratore dei legnanesi, per "vendere il feudo e le terre di Legnano e Legnanello nella pieve di Olgiate Olona, ducato di Milano".
Legnano, dopo la peste del 1629-30, ebbe ancora tale vigore economico da riscattare la propria indipendenza, sia pure con gravi sacrifici. La Spagna per fare soldi vendeva i feudi cosidetti camerali ai signorotti del tempo. I governanti ed il popolo legnanese si autotassarono per comperare la propria liberta' e sottrarre le terre alla dominazione spagnola.
La Cedola di un incanto del 1620 per vendere un feudo di legnano, Legnanello ed altri luoghi annessi. L'asta era fissata per il 25 agosto, al prezzo base di trentatremila lire per le terre e i beni e di quattromila scudi per il riconoscimento e l'assegnazione del titolo di marchese.).
Ogni "Redenzione" dall'infeduamento era preceduta da rigorose indagini dalle autorita' regie sulle condizioni economiche e sulla capacita' contributiva degli abitanti.
La indagine ricognitiva allo scopo di stabilire la situazione del borgo incluso nel Ducato di Milano venne affidata dal Governo spagnolo nel 1620, ad un suo funzionario, Orazio Mainoldi, questore della Regia Camera delle Entrate Straordinarie e Beni Patrimoniali del Ducato. Da questo documento conservato presso l'archivio di stato di Milano possiamo avere una esatta visione delle condizioni sociali e dell'importanza economica, demografica ed agricola di Legnano in quell'epoca.
I dati sono molto attendibili in quanto il carteggio era stato fatto in vista della cessione in feudo del borgo che doveva essere messo, come si direbbe in termini attuali, all'asta. La formalita' prevedeva la esposizione per due volte delle "cedole" per la vendita e quindi avrebbe dovuto aver luogo il pubblico incanto.
In quell'occasione sappiamo che i legnanesi compiendo un notevole sforzo finanziario comune, riscattando la liberta' mediante una raccolta di denaro nell'ambito delle stesse famiglie, pagando loro stessi il corrispettivo al Governo spagnolo.
Ma trascriviamo integralmente il carteggio che il questore Orazio Mainoldo redasse con il caratteristico linguaggio in uso nel seicento:
 
Ill.mo et Ecc.mo Signore
"Avendo noi sotto li 27 di marzo prossimo passato, per ordine li 16 di giugno prossimo passato fatto oblazione di comprar il feudo alcune terre di questo Stato, conforme alla procura fatta da Sua Maesta' in Vostra Eccellenza, fu da Giovan Battista Piantanida sotto li 16 di giugno prossimo passato fatto oblatione di comperar il feudo il borgo di Legnano et Legnarello, con la sua giurisdittione, et entrata di censo del sale,  et con titolo di marchese, per quali offerse pagare lire trentatre mille per il feudo, giurisdittione, et entrata in censo; et ducati quattro mille Castigliani per il titolo di Marchese, qual oblatione perche' ci parve assai utile l'accettassimo, et insieme delegassimo il Questore Horatio Mainoldo nostro Colliga, accio' andasse in fatto, visitasse detta terra di Legnano et Legnarello et pigliasse quelle informazioni che gli fossero parse necessarie, per havere l'intera cognitione della qualita' di essa terra: il che ha egli eseguito et cen'ha fatto relatione, dalla quale risulta:
Che detta Terra, ovvero borgo di Legnano e' situata nella Provincia del Seprio, di questo Ducato et in buonissim'aria, vicino al quale circa un tiro d'archibugio vi e' la Contrada di Legnarello, sotto lo stesso Comune di Legnano, et e' sopra la strada regale, per la quale si va da Milano a Gallarate, et al Lago Maggiore, et e' distante da Milano sedici miglia, da Como pur sedici miglia, da Gallarate otto e da Busto grande quattro.
Ha sotto di se' la detta Terra, o' sia Contrada di Legnarello, et cinque cassine.
Non confina con alcun principe straniero, ne' con alcun fiume eccetto che col fiume Olona, qual scorre nel mezzo tra Legnano et Legnarello. Non c'e' cinta di mura, ne' fossa.
Non ha Castello, fortezza, ne rocca; vi e' ben una casa fabbricata a forma di castello, con fossa, et ponti levatori, qual'e' del Dottore Ferrante Lampugnano.
Non ha palazzo ne' carceri, ne' alcun altro loco pubblico, eccetto che tre piazze et una casa qual'e' della Comunita', la quale si affitta parte, et parte si tiene per uso del Comune, per congregarsi e far li Sindaci, et Officiali et a trattare li negotij pubblici.
Non e' terra insigne.
Vi e' poi una fiera ogn'anno nel giorno della Commemorazione dei Morti, al quale concorrono gente assai delle parti vicine, a coprare bovi grassi, pelliccie, panno et tele et altre cose assai; ma il maggior nervo della fiera e' dei bovi grassi, quali per la maggior parte sono comperati da Macellari di Milano.
Ha diciassette molini sopra il fiume Olona, uno dei quali e' del Signor Cardinale Borromeo, un'altro del signor Cardinale Montaldo, et gli altri sono de diversi proprietari.
Ha un'ospitale sotto il titolo di Sant'Erasmo, poco discosto dalla terra, nel quale si ricevono poveri vecchi, et altre persone che non possono lavorare, qual'ha' entrata di trecento scudi l'anno; et ha' anche un altro luoco pio detto della Scuola della Misericordia, qual'ha' l'entrata circa cento scudi l'anno che si dispensano a poveri della terra (omissis).
Le anime di questo borgo, et la sua giurisdittione, compresa la sudeta contrada di Legnarello et cassine sono in tutto duemila novecento quarant'otto (2948) delle quali vene sono mille novecento cinquanta nove (1959) da Communione. Et i fochi sono quattro cento settanta quattro (474), de' quali ne sono cento cinquanta quattro (154) de' cittadini, dodeci de gentil'huomini che abitano continuamente in detto Borgo, due cento trentatre (233) di gente rurale, cioe' mercanti, artigiani, et contadini che lavorano beni proprij, o' di detti mercanti, et settanta cinque persone che abitano case, o lavorano beni ecclesistici.
Gli abitanti (eccettuati gli suddetti gentil'huomini) sono mercanti, artigiani, massari, e braccianti, fra i quali vi sono dei mercanti di panno, quali vendono anche tele, et canevi, ed uno di essi fa la tentoria, vi sono poi altri tre tentori, et altri otto che vendono tele et canevi, uno che vende del ferro; Vi sono cinque postari, che vendono cose mangiative, nove mercanti d'oglio di linosa et di noce, sei calzolari, sette sarti, tre barbieri, quattro marescalchi, sette che fanno zoccoli, dei speciali, cinque ofellari, sei legnamari, un capellaro, doi che lavorano filisello, tre Beccarie, tre Hostarie grosse, et tre Bettolini, cinque maestri che insegnano a leggere, scrivere, grammatica et Musica; et gli altri son massari e brazzanti, che attendono a lavorare la terra. Vi abita poi anco continuamente un medico fisico et un chirurgo, quali non hanno nessun sussidio dalla Comunita'.
Il territorio e' di pertiche ventidue mille novecento quaranta quattro (22.944) e tavole due, parte vigna, parte campo, parte prati, et parte brughera, et alcuni pochi boschi, dei quali ve ne sono pertiche mille trecento quarantatre (1343) et tavole 23 catastrate alli libri del perticato civile, et pertiche quindici mille trecento quarantatre (15.343) et tavole otto catastrate al rurale, pertiche quattro mille cinquecento ottanta quattro (4584) e tavole decinove sono eccllesiastici.
Producono quei terreni di ogni sorta de frutti, eccetto che riso, ma particolarmente producono grandi quantita' de vini, stando che il territorio e' per la maggior parte avidato. Et li frutti che producono sopravanzano al bisogno della terra, qual sopravanzo lo conducono a Milano, e anco quel poco di grano a Como.
Vagliano i terreni, computati li buoni,et cattivi insieme cento lire la pertica, ma li prati vagliono centocinquanta lire et sotto sopra si affittano a otto lire la pertica, non computando pero' le brughere, le quali si danno per dote delle possessioni.
Detto borgo non e' stato mai infeudato, ne ha', o avuto Podesta' particolare, fiscale, notari, o sbirri, ma e' soggetto per l'amministrazione della giustizia al Vicario del Seprio, et alli Giudici della Citta' di Milano, vi habitano pero' dei notari pubblici, quali rogano istrumenti, et un fante,qual serve a fare intimationi.
La Regia Camera suol scuoder ogn'anno da detta Comunita' lire duecento dodeci, soldi undeci e danari undeci per il censo ordinario, et lire due cento dieci, soldi tre e danari quattro per l'augumento di detto censo, che in tutto fanno la somma di 422.153. Ne altra entrata v'e' che potesse farsi feudale, perche' li datij del prestino, et della scannatura della carne sono parte di Ferrante Lampugnano et parte dellij eredi di Piero Paolo Vismara, et sull'imbotato non si paga datio alcuno, ma invece di quello si paga una conventione di lire trecento quattordici l'anno a diversi particulari; et del vino non si paga datio alcuno, ma ogni uno ne puo' vender senza datio pagar.
Detta Comunita' ha d'entrata lire novant'otto che si scuodono sopra il datio della Macina di Milano. et ha anche la seddetta casa, parte della quale e' affittata cento vinti lire l'anno, et dell'altra parte se ne servono per congregarsi a trattar li nogotij publici.
Non e' tassata su alcuni Cavalli di tassa. Leva duecento ottanta stare di sale.
Qual relatione sentita nel nostro tribunale, venissimi in parere di dar a Vostro Eccellenza parte d'ogni cosa, e fratanto, per avanzar tempo, ordinassero che si esponessero le seconde cedole per la vendita di detto feudo per vedere se compariva altr'oblatione, le quali cedole essendo esposte, et anco publicato l'incanto, e' nuovamente comparso il feudatario Cesare Visconte, quale ha offerto per detto feudo con la entrata sudetta di censo, et augumento, et con titolo di Marchese per se' et per quello suo figliolo maschio che sara' da lui nominato, lire sessantamille in tutto, la qual oblatione per essere avvantaggiosa, et utile assai, e' stata da noi accettata, et havendo anco sopra di essa fatto publicare per alcuni giorni l'incanto non e' comparsa altr'oblazione migliore. Et percio' hora rappresentiamo a V.E. tutto il seguito di questo particolare, affinche' resti servita commandare quello che gli pare che si faccia. Et all'E.V. humilmente inchinandosi, la preghiamo da N.S. il colmo di ogni bene.
In Milano, alli 16 di novembre 1620.
Di Vostra Eccellenza, humilissimi servitori.
Il presidente et Maestri delle R.D. Entrate Straordinarie et Beni patrimoniali dello Stato di Milano".
 
In questo documento si racavano dati certi per stabilire che l'intero territorio contava 258 fuochi, cioe' nuclei familiari, sparsi in 22994 pertiche e due tavole, corrispondenti a 1505 ettari. Al censitore non comporto' di sgnare oltre si "fuochi" il numero degli abitanti. Ma il confronto ci viene pero' offerto dal censimento del 1594, ripreso meticolosamente da un manoscritto originale esistente nella Biblioteca Ambrosiana, steso dal primo prevosto di Legnano Giovanni Battista Specio.  In esso si indica un totale di 224 case ma nel censimento mancano le cascine Ponzella, Mazzafame e San Bernardino. Comunque, all'elencazione dei componenti di ogni famiglia, si ricava un numero di abitanti vicino ai 3000. Una cinquantina d'anni dopo la popolazione diminui' notevolmente anche a causa della peste del 1630.
Altri documenti ufficiali citati dallo storico Bettinelli ci dicono che nel 1783 Legnano aveva 2774 abitanti.
La dilatazione demografica e' stata dinamica specialmente in corrispondenza di periodi particolarmente felici della storia legnanese. Lo sviluppo industriale a partire dal 1880 in avanti agisce da richiamo per masse consistenti di individui. Successivamente l'intensita' e' minore di quanto si attenua il bisogno di manodopera e la popolazione locale vi provvede con il suo naturale ritmo di accrescimento. L'espansione demografica e l'incremento migratorio riprendono negli anni che seguono la seconda guerra mondiale e il periodo di boom economico. Poi l'andamento si stabilizza attorno a valori eguali ad altri importanti comuni della Lombardia con caratteristiche ambientali simiili a quelle di Legnano.
Dalla tabella che segue possiamo osservare l'incremento della popolazione negli ultimi due secoli:
 
La popolazione dal 1800 al 1974
1800 - 2780
1805 - 2784
1840 - 4535
1860 - 6335
1865 - 6505
1870 - 6593
1875 - 6648
1880 - 7041
1885 - 8441
1890 - 10643
1895 - 12928
1900 - 17394
1905 - 22494
1910 - 26716
1915 - 28757
1920 - 29805
1925 - 29362
1930 - 31154
1935 - 31019
1940 - 34054
1945 - 34571
1950 - 36254
1955 - 39154
1960 - 41366
1965 - 44784
1970 - 44370
1974 - 47971  al 31 agosto
 
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2.23 Il museo della scuola elementare Carducci racconta un secolo di storia cittadina

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Il museo della scuola elementare Carducci racconta un secolo di storia cittadina
 
Nel plesso di via XX Settembre ha preso forma col tempo una interessante esposizione permanente con cimeli ritrovati negli scantinati. L’edificio, sorto nel 1913, è stato anche adibito a ospedale militare e a tribunale partigiano. Un modo originale di conservare la memoria collettiva a scuola elementare “Giosuè Carducci” di via XX Settembre è un edificio nato nel 1913 e l’anno scorso si è celebrato a Legnano il suo centenario con mostre fotografiche e varie manifestazioni pubbliche. È quindi una vecchia scuola che ha attraversato i più importanti avvenimenti storici dell’Italia e della città, ma non in modo passivo: la sua storia infatti presenta aspetti originali e sorprendenti che non sempre sono collegabili alla funzione didattica a cui era destinata.
Non è un caso che in questo edificio siano stati rinvenuti oggetti e documenti che raccontano di avvenimenti del periodo che passa dal 1913 fino agli anni ‘50. Nel 1995 l’allora direttore scolastico, Giuseppe Proverbio, sentì l’esigenza di trasmettere la memoria di questo istituto a beneficio della cittadinanza allestendo con la collaborazione di volontari e docenti un piccola mostra permanente nei locali dell’ex abitazione del custode.
La mostra rispondeva alla domanda:
“Come si viveva a scuola circa cinquant’anni fa?”.
Nelle cantine furono recuperati i vecchi banchi di scuola degli anni’40, una cattedra, carte geografiche, pennini, quaderni, pagelle e registri. Questi oggetti, riordinati e allestiti nelle condizioni originali, hanno permessola ricostruzione di un’aula di quel periodo e una serie di documenti annessi descrivono come si viveva fra i banchi nel ventennio fascista.
Per capire però l’evoluzione da mostra a museo permanente occorre partire dalla vicenda iniziale di questo edificio, passando in rassegna gli avvenimenti del suo tempo.
Ospedale “saluberrimo” Le scuole Carducci nel 1915, a due anni dall’inaugurazione, vengono a trovarsi in pieno periodo di guerra. Per l’Italia è l’inizio della “Grande guerra”;Legnano   si attiva subito in collaborazione con il Comitato distrettuale della Croce Rossa per mettere a disposizione l’ambulatorio e l’edificio delle Carducci al fine di ospitare i feriti provenienti dal fronte. Anche le Canossiane dell’Opera Melzi metteranno a disposizione la propria sede divenendo così anch’esse sede di un ospedale militare.
L’ospedale Carducci successivamente prese però un indirizzo diverso da quello iniziale, infatti fu destinato ad accogliere i prigionieri di guerra austroungarici:
il motivo era quello di usare gli stessi come merce di scambio per ottenere la liberazione dei soldati italiani prigionieri in Austria.
Purtroppo i prigionieri ricoverati  alle scuole Carducci si ammalarono di un tipo di influenza encefalica denominata “spagnola” e progressivamente morirono tutti. I soldati morti furono 61 per una fonte, per un’altra 71 e per un’altra ancora 83; erano quasi tutti originari della Transilvania. Il più giovane si chiamava Veinar Frantisek e aveva 18 anni, il più vecchio si chiamava Filepi George e aveva 47 anni. Oggi i resti di questi soldati riposano nel Cimitero monumentale della città nella cappella dei caduti della prima guerra mondiale di fronte ai loculi dei soldati legnanesi.
Del loro passaggio e dell’organizzazione dell’ospedale rimangono pochi ricordi e soprattutto pochi documenti: quello che si conosce e che si può vedere oggi nel Museo è ricavato dall’Archivio parrocchiale della chiesa dei Ss. Martiri e dall’Archivio comunale. Recentemente ho scoperto presso l’Associarma di Legnano un libro stampato negli anni ’20 dal titolo“Album d’Oro”,un volume rarissimo dove sono riportate fotografie dell’Ospedale territoriale della Croce Rossa “Carducci”,dei dirigenti e delle infermiere, con nomi e cognomi.
Nella descrizione dell’ospedale “Carducci” colpisce l’entusiasmo patriottico e la profusione di risorse nella dotazione delle apparecchiature medicali, e di personale medico. Inoltre la posizione dell’edificio viene definita “saluberrima”.
Lezioni e casermetta Dopo la guerra, nel 1920 l’edificio ritorna alla funzione originaria di scuola elementare.
Inizierà a breve il periodo del ventennio fascista e il metodo d’istruzione ne risentirà pesantemente soprattutto negli aspetti della propaganda e nel culto della personalità del duce. Occorre osservare che indipendentemente dal regime,
nell’insegnamento si trasmettevano valori educativi di basilare importanza come il rispetto delle regole e i doveri morali verso la società e il prossimo, il tutto sostenuto dalla semplicità di animo delle persone di allora e dal buon senso popolare.
Purtroppo gli avvenimenti nazionali e mondiali degenereranno fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Ancora una voltala scuola Carducci viene coinvolta direttamente nelle vicende belliche. Le cantine vengono attrezzate a rifugio antiaereo e spesso gli allarmi delle sirene interrompevano le lezioni arrecando gravi disagi tra le famiglie e i bambini.
Nel febbraio del 1945 una parte dell’edificio viene occupato da una cinquantina di militari dell’Aeronautica e adibita a casermetta.
Le classi vengono trasferite in parte in case private, vicino alla scuola, e in parte alle scuole Cantù.In quel periodo appare evidente che per l’Italia l’esito della guerra è ormai compromesso e in buona parte della popolazione e nei lavoratori delle fabbriche nasce il desiderio di riscatto e di riconquista della libertà.
Liberazione e Repubblica
Il 23 aprile del 1945 a Legnano i partigiani si organizzano per mettere in pratica la liberazione a cui si preparavano da tempo.
All’alba del 25 aprile i presìdi fascisti vengono attaccati, tra questi anche la scuola Carducci che viene occupata dai partigiani comunisti della 182° Brigata “Mauro Venegoni”. Sul registro di classe delle insegnanti si può leggere come sono vissuti quei momenti. Come esempio cito quanto scritto dall’insegnante Annamaria Cinti: “Sono andata in classe ma l’insurrezione ha sospeso l’attività: è giunta l’ora da tempo tanto aspettata e alla quale in silenzio ci preparavamo”.
La Carducci dopo la Liberazione non riprese immediatamente l’attività scolastica perché i partigiani usarono l’edificio come “Tribunale militare”. Fu in questo edificio che vennero processati e condannati a morte – forse sommariamente – alcuni esponenti di spicco del fascio legnanese che si erano macchiati di gravi crimini contro gli antifascisti e i partigiani.
Dopo la caduta del fascismo venne indetto nell’Italia liberata un referendum per scegliere tra Monarchia o Repubblica: gli edifici scolastici furono scelti come luogo di consultazione, così anche nelle Carducci il 2 giugno del 1946 si allestirono i seggi elettorali.
Tutti questi eventi storici che hanno interessato le scuole Carducci hanno lasciato testimonianze tangibili che non potevano essere dimenticate, per questo motivo è stato creato un piccolo museo dove si sono raccolti e conservati oggetti e documenti che si riferiscono direttamente a quegli avvenimenti storici.
Il museo racconta…
La visita al museo consente ora di vedere reperti e cimeli a partire da quando la scuola divenne ospedale militare, passando poi per tutto il periodo bellico dell’ultimo conflitto mondia le con vari reperti militari. In particolare è possibile osservare una sirena di allarme antiaereo, “La sonora”, del 1938, trovata sul tetto della scuola nell’agosto del 2003. Questa era la sirena che segnalava l’arrivo dei bombardieri alleati e faceva correre nelle cantine della scuola, adibite a rifugio, insegnanti e alunni.
Tra i reperti scolastici di quel periodo sono molto interessanti le “giustificazioni” scritte nel 1943 dai genitori per le assenze dei propri figli in concomitanza con gli allarmi aerei che si susseguivano in presenza di possibili bombardamenti.
L’elenco di tutto ciò che è possibile visionare è abbastanza corposo e difficile da spiegare se non con una visita sul posto.
Chi ha creato questo museo e lo cura ha bene in mente che lo scopo è quello di offrire un servizio culturale alla comunità in quanto espressione della memoria storica del territorio.
Ogni realtà museale per quanto piccola ha bisogno di una gestione che interagisca con i beni culturali esistenti e l’ambente sociale esterno. Questo può avvenire soprattutto nelle realtà in cui un museo interviene in un area caratterizzata dalla presenza di consolidati “giacimenti” culturali e ambientali.
Nel nostro caso la collocazione della scuola Carducci con il suo museo si accosta favorevolmente al futuro allestimento della nuova Biblioteca civica e all’annesso Museo dell’industria legnanese che si realizzeranno tra qualche anno a poche centinaia di metri, nell’area dove attualmente sorge la vecchia ex fonderia acciaio costruita dalla Franco Tosi nel 1915.
Il museo è visitabile ogni primo lunedì del mese dalla 17.30 alle 18.30. Per appuntamento, anche con date diverse telefonando alla Segreteria della scuola: 0331.547307.
 
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2.24 Palio, Calcio e... Pompe Funebri all'Incantesimo della Nostalgia

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Palio, Calcio e... Pompe Funebri all'Incantesimo della Nostalgia
 
Serata carica di cultura, buonumore, musica, storia locale al Welcome Hotel per il quinto appuntamento con L'incantesimo della Nostaglia, potagonisti Luciano Cassina, esponente del Palio di Legnano con il tema letterario"Hanno detto di noi... La battaglia di Legnano nelle opere degli artisti"; Carlo Salmoiraghi, titolare della conosciuta ditta di Pompe Funebri; Vanessa Paolillo, prima presidente donna dell'Ac Legnano; Piero Ferrario, storico reggente della contrada Legnarello; Stefano Quaglia e Daniele Berti con una raccolta di immagini degli ultimi 15 anni di come è cambiata Legnano.
Serata carica di sorprese per il solito, affezionato pubblico che ha riempito la sala della famiglia Calini
Subito, uno scoop musicale con un "Me car Legnan" in versione blues: alle chitarre Giuseppe Calini e Alex Destrieri, la voce di un inedito Daniele Berti.
Luciano Cassina, già gran priore di S.Bernardino e consigliere del Collegio ha emozionato, e si è emozionato, recitando brani, versetti, poemi di autori storici che hanno ripreso la battaglia di Legnano nellle loro opere: Carducci, Pascoli, ma anche il nostro Ernesto Parini.
In una alternanza tra serio e faceto, riferito proprio al Palio, ecco poi lo show di Piero Ferrario, affiancato dall'inseparabile amico Terenzio Bonfanti. Ancora felice per la vittoria del "suo" Legnarello ha portato, altra sorpresa, un personale fotofinish dell'arrivo della corsa. Risate e applausi. Nessuna intenzione di offendere o prendere in giro alcuno. Solo un momento per sorridere con tutti, amici e rivali.
Stefano Quaglia e Daniele Berti hanno dedicato l'amarcord fotografico agli ultimi 15 anni di Legnano e alle sue principali trasformazioni. Immagini soprattutto legate al cambiamento dell'area Cantoni, al passaggio dell'Olona in centro, ad alcuni angoli dimenticati di una città notevolmente diversa dai primi anni Duemila.
Prima donna presidente dell'Ac Legnano, Vanessa Paolillo, ha mostrato tanta determinazione e una passione grande così. Immancabile l'appello a sostenere il rilancio della società lilla in cui papà Gaetano sta recitando il ruolo di assoluto patron.
Infine, la storia di sei generazioni della famiglia Salmoiraghi, quella conosciuta come una eccellenza nel settore delle PompeFunebri, ma grazie alla vivace dialettica e ai ricordi di Carlo, attuale titolare dell'impresa, apprezzata dall'altra sera anche per essere stata tra le prime a rappresentare una città mai stanca di dar vita a progetti e ad iniziative commerciali di assoluto spessore.
Ambrogio il capostipite, Raffaele trisnonno dalle idee moderne già alla fine dell'800, nonno Stefano e papà Angelo, nel racconto di Carlo sono apparsi "monumenti" degni di essere affiancati ai migliori rappresentanti della imprenditoria legnanese.
Prossimo appuntamento al Welcome Hotel, venerdì 3 settembre, con la presentazione ufficiale della nuova squadra lilla.
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2.25 Legnano nelle antiche rappresentazioni cartografiche

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Legnano nelle antiche rappresentazioni cartografiche
introduzione
 
Nell'ambito della ricerca storica locale, un grande attenzione viene attualmente riservata alle antiche carte geografiche che, al di la' dell'aspetto meramente tecnico, presentano un notevole interesse per la straordinaria capacita' di rappresentare graficamente attraverso figurazioni e pittogrammi, sia gli elementi naturali di una regione (pianure, montagne, corsi d'acqua, laghi, foreste, ecc.) sia quelli direttamente collegati con l'attivita' dell'uomo e alla trasformazione da lui impressa all'ambiente (citta', villaggi, strade, confini politici).
Pertanto le rappresentazioni cartografiche, in quanto testimonianza delle realta' geo-antropiche che le hanno prodotte, sono giustamente considerate come naturale complemento grafico alla "storia scritta".
Quale contributo alla conoscenza del passato della nostra citta', si e' quindi pensato di porre l'attenzione dei concittadini legnanesi una breve rassegna di storia locale, in forma di cartografia, scegliendo alcuni esemplari della meta' del Cinquecento  alla meta' dell'Ottocento.
Naturalmente la mostra non ha la pretesa di essere esauriente per quanto concerne il periodo proposto, ma vuole solo fare conoscere alcune tavole ritenute rappresentative.
Le carte prese in considerazione sono quelle in grande scala; quindi carte corografiche (o regionali) e carte topografiche (o locali). Si e' inoltre voluto presentare anche una carta dell'Italia intera, del 1658, nella quale viene indicata, come del resto in alcuni esemplari addirittura piu' antichi, anche Legnano a conferma dell'importanza della nostra citta' riveste fin dall'antichita' senza soluzione di continuita'.
Mettendo a confronto le carte corografiche di varie epoche, gli elementi piu' immediati rilevabili sono quelli costituiti da variazioni toponomastiche e dalla gerarchia esistente tra i vari centri abitati che vengono indicati con scritte oppure con casette piu' o meno grandi, a seconda dell'importanza che essi rivestivano. Bisogna pero' precisare che quei paesi erano stati un tempo centri di potere religioso, sia civile, continuano ad essere rappresentati con una certa evidenza nonostante il loro successivo inpoverimento e progressiva emarginazione. Questo e' ad esempio Dairago che, come capo-pieve e' sempre presente e con molto risalto in tutte le carte, nonostante nel corso dei secoli esso abbia perso la sua effettiva importanza a favore di altri centri limitrofi.
Per meglio comprendere il significato delle varie tavole proposte nel corso della mostra, sara' primariamente opportuno esaminare, anche se molto piu' succintamente, l'evoluzione subita dalla cartografia lombarda a partire dalle origini fino alle soglie dell'era industriale.
Si tenga presente che la Lombardia di preciso' come " regione politica" solo in eta' asburgica (nella prima meta' del 1700), per cui vennero delimitati anche in campo cartografico i suoi confini naturali: dalle Alpi al Po e dal Ticino all'Adda ed all'Oglio; durante i secoli precedenti invece la Lombardia era stata una entita' geografica non esattamente circoscritta, ma generalmente identificata col bacino del Po.
Per comodita' di esposizione sara' opportuno suddividere i prodotti cartografici in due categorie: le carte a stampa e quelle manoscritte.
Le piu' antiche carte geografiche a stampa della lomardia risalgono ai primi annni del 1500, come del resto attesta anche Leonardo da Vinci, in un foglio del Codice Atlantico, quando annotava che tra i libri da lui posseduti, c'era pure una raffigurazione di " .. paesi di Milano in instampa..".
I primi esemplari erano ottenuti per mezzo dell'impiego di intagli in legno;  in seguito invece si diffusero maggiormente le incisioni su metallo che consentiva una maggior raffinatezza dell'immagine.
La piu' antica carta a stampa della Lombardia pervenutaci e' quella incisa xilograficamente da Luca Antonio de Hubertis verso il 1515; non corredata da scala e graduazioni, essa rappresenta il territorio da Milano fino al mare Adriatico e da Colico, a nord, fino a Modena, a sud. Vi sono rappresentati fiumi e laghi, secondo figure che esagerano la loro reale configurazione d estensione, mentre i centri abitati sono raffigurati da casette o gruppi di case piu' o meno grandi a seconda dell'importanza. Purtroppo il limite ad Ovest della carta di arresta subito dopo Milano  e quindi la zona di nostro interese rimane esclusa.
Nel 1558 venne incisa surame da Vincenzo Lucchini una "Lombardia" che si richiama a quella gia' citata dal De Hubertis nella orografia e nell'idrografia, anche se l'estensione territoriale presa in esame e' piu' vasta. Non sono rappresentati i confini di stato e le vie di conunicazione, mentre i monti sono raffigurati prospettivamente ("a mucchi di talpa"), illumunati da luce proveniente da Ovest; una maggiore attenzione viene riservata invece alle rappresentazioni dei fiumi.
Un miglioramento risptto alle precedenti raffigurazioni, fu segnato dalla carta della Lombardia che Giacono Castaldi redasse nel 1570, per l'organizzazione generale del territorio con un tracciato piu' preciso per i fiumi e per i laghi; inoltre ai bordi della tavola compare per la prma volta la graduazione.
Altrettanto pregredita rispetto alle immagini del Lucchini o del gastaldi fu la carta eseguita da Giorgio Settala nel 1570, fornita poi all'olandese Abramo Ortelio per il suo "Theatrum orbis Terrarum"; questa carta e' orientata con l'Ovest verso l'alto. E' pregevole per l'esattezza dei toponimi e per la forma dei laghi meno fantastici rispetto alle carte precedenti. Verso la fine del XVI secolo si verifico' un'ulteriore evoluzione della cartografia grazie al matematico ed astronomo padovano Giavanni Antonio Magini (1555/1617), il quale pote' utilizzare il lavoro di diversi "Cartografici Ufficiali", che lavoravano cioe' per conto dei vari stati italiani; i risultati vennero riportati in una grande opera di sintesi, l'Atlante "ITALIA" pubblicato postumo dal figlio Fabio nel 1620.
Due sono le carte di Magini che descrivono con ampiezza la zona di nostro interesse: il "Ducato ovvero territorio di Milano" e la "Parte alpestre dello stato di Milano". Il merito principale dlle carte di Magini che riguardavano la Lombardia e che furono da lui elaborate prima del 1596, consiste nella grande precisione dei confini e della accurata indicazione dei fiumi, grandi e piccoli, nella ricchezza dei toponimi e nella raffinata raffigurazione dei centri abitati; mentre le distanze tra i luogji indicati sono solo approssimative, ma del resto questo criterio era seguito in tutta la cartografia antica che si preoccupava soprattutto di rappresentare l'immagine del paesaggio, senza preoccupazioni di caratterire rigorosamente matematico. Le corografie del Magini, non protette dal privilegio imperiale, furono utilizzate dai cartografi che vennero dopo di lui. Soprattutto i geografi olandesi come Enrico Hondius, Giovanni Jansson, Guglielmo e Giovanni Blaew, nel corso del XVII secolo, ripubblicarono le tavole dell'astronomo padovano, spesso limitandosi solo a modificare i titoli ed i cartigli ornamentali.
Tra la fine del 1600 e l'inizio del 1700 alla notevole produzione olandese si aggiunge quella francese; non sono molti pero' gli elementi che differenziano questa produzione da quella precedente: il piu' importante e' rappresentato dall'indicazione delle strade, anche in relazione all'uso militare che si faceva delle carte geografiche.
Tra i cartografi francesi di questo periodo sono da ricordare in particolare Nicola Sanson e Carlo Uberto Jaillot; grande fortuna ebbero anche le carte di Nicola De Fer in buona parte derivate da quelle del Sanson.Anche in Italia si ebbero cartografi di talento, come il veneziano Vincenzo Coronelli (1650 1718) dotato di grande versatilita' ed operosita'; tra la sua vasta produzione particolarmente interessanti per la ricchezza dei toponimi e per la precisione riservata all'idrografia, sono le due carte della Lombardia. Un progresso notevole nella cartografia lombarda fu segnato dalla carta di Giulio Carlo Frattini pubblicata nel 1703: e' migliorata la resa dei rilievi per mezzo di ombreggiature, e' indicata la rete delle strade principali e i confini sono ben delineati.
Come verra' meglio precisato parlando delle carte manoscritte, nei primi decenni del 1700, per ordine dell'imperatore Carlo VI d'Asburgo, in Lombardia venne effettuata una grandiosa opera di catastazione di tutto il territorio; vennero redatte le mappe di tutte le comunita' dello stato (2387) in scala 1:2000. Tale opera non poteva non influire sulla cartografia a stampa; nel 1760 riunendo le varie mappe territoriali e riducendone contemporaneamente la scala si ottenne una carta manoscritta di tuuta la Lombardia che venne incisa in rame in grandi dimensioni nel 1777. Essa pero' deluse le aspettative del cancelliere austriaco Kaunitz perche' non presentava graduazione ed era carente del numero dei toponimi e nella gerarchia con cui erano indicati quelli presenti; la rete stradale era lacunosa ed infine mancavano i riferimenti ai paesi confinanti.
Anche le carte pubblicate tra il 1786 e il 1789 da Mauro Fornari, splendidamente incise da Domenico Cagnoni, non aggiungono niente di nuovo alla carta del 1777 se non la segnalazione delle terre di confine con l'indicazione in esse dei centri particolarmente interessanti. A Milano si sentiva l'esigenza di disporre di una carta moderna che rispondesse alle necessita' dei tempi; essa avrebbe dovuto non limitarsi ad essere esatta nella misura topografica, ma doveva avere esatte misure geodetiche, con determinazione sicura delle coordinate astronomiche di molti centri lombardi. L'incarico venne dato agli Astronomi di Brera che iniziarono le operazioni con la misurazione della base di Somma e, con il metodo della triangolazione, vennero rapidamente concluse con grande precisione nel 1791. Si inizio' quindi il disegno vero e proprio per opera di Giacomo Pinchetti e nel 1793 si cominciarono ad incidere i rami da parte di Benedetto Bordiga. L'opera dovette essere interrotta nel 1796 a seguito dei noti avvenimenti politici-militari legati alla rivoluzione francese; successivamente ne furono tirati solo pochi esemplari e la carta non fu posta in commercio. Dopo la restaurazione austriaca venne realizzata dall'Istituto Geografico Militare dell'I.R. Stato Maggiore Generale Austriaco una grande carta del "Regno Lombardo Veneto" in scala 864000 nella quale vengono delineati con precisione la configurazione del terreno, i tipi di colture, le strade, ed i corsi di acqua; i centri abitati sono inoltre raffigurati in piante con le chiese (parrocchiali, sussidiarie, cappelle, ecc.) i cimiteri, i mulini e le stazioni di posta; sono delineati anche i confini di provincia e distretto. Verso la meta' dell'Ottocento la cartografia si specializzo' in carte di vario tipo: come quelle geologiche, demografiche, idrografiche, orografiche, postali, ecc.
Le prime carte manoscritte della Lomardia redatte in scala abbastanza grande da fornire una immagine particolareggiata del territorio oggetto del nostro studio, non sono anteriori ai piu' antichi esemplari di carte a stampa di cui si e' gia' riferito.
Ettore Verga, in uno studio pubblicato nel 1911, afferma che la piu' antica descrizione della Lombardia a noi nota e' una carta topografica manoscritta appartenente all'Archivio Storico Civico di Milano che comprende i territori di Novara, Mortara, Pavia, Milano e Como. Essa risale all'incirca alla meta' del 1500; non ha pero' i caratteri propri della cartografia del XVI secolo, non riporta cioe' in proiezione le accidentalita' del suolo, ma si limita a segnare il corso dei fiumi, i nomi delle citta', borghi, ville e cascine. La minuzia delle incisioni induce a ritenere che si tratti di una mappa eseguita in occasione dei rilevamenti catastali ordinati da Carlo V nel 1543. Questa carta gia' in cattivo stato di conservazione, e' andata completamente distrutta nell'ultima guerra. Ci e' rimasto pero' l'elenco di tutte le localita' riportate, particolarmente numerose e precise; nella zona di nostro interesse troviamo: "Legnano e Legnarello". Un particolare tipo di carte manoscritte e' rappresentato da quelle religiose che a partire dalla meta' del 1500 erano connesse all'uso delle visite pastorali, energicamente ribadito dal Concilio di Trento.
Il territorio veniva disegnato, quasi sempre in maniera schematica e rudimentale, per pievi;  Nella'ambito della pieve erano indicate le varie parrocchie e, spesso con maggior rilievo, i capo-pieve. Tra un paese e l'altro veniva indicata la distanza in miglia, allo scopo di rendere piu' agevole la programmazione e l'organizzazione dell'itinerario che l'arcivescovo doveva compiere. Per quanto riguarda Legnano, nonostante le ricerche effettuate presso l'Archivio Storico Diocesiano di Milano, non si sono trovate ne' le carte dell'epoca di San Carlo (verso il 1570), ne' quelle risalenti all'epoca del cardinal Pozzobonelli (meta' del 1700).
La possibilita' di ricostrire particoleggiatamente la fisionomia cartografica di Legnano, nei secoli passati ci e' data solo da alcune tavole manoscritte risalenti ai primi decenni del 1700, quando in Lombardia si venne a realizzare la cosidetta "misura generale" dello stato.
Data l'importanza di questa operazione statale, dalla quale e' scaturita anche la precisa immagine dell'intero territorio urbano della nostra citta', ritengo che sia opportuno dedicare un poì piu' di spazio a tale argomento.
Quando agli inizi del 1700 la Lombardia passo' dal domnio spagnolo a quello degli austriaco, una delle prime preoccupazioni di Carlo VI d'Asburgo, divenuto imperatore nel 1711, fu quella di organizzare il sistema tributario.
Nell'ambito di tale riordinamento fiscale, fu determinante l'opera del catasto che comporto' la misura e la stima di tutti i beni immobiloi dello stato, allo scopo di distribuire equamente in base all'estensione delle proprieta', il carico fiscale. Un tentativo in questo senso era gia' stato effettuato quasi due secoli prima da Carlo V, nel 1543, ma esso trovo' sempre una difficile e parziale applicazione. L'operazione ebbe inizio nel 1718 e fu ultimata a causa di varie interruzioni solo 30 anni dopo.
La misurazione dei terreni venne effettuata, secondo i consigli dell'astronomo Marinoni, per mezzo della tavoletta pretoriana con la quale era possibile disegnare la mappa sirettamente sul luogo, evitando quindi la possibilita' di compiere errori di trascrizione.
La scala era di 1:2000; l'unita' di misura il trabucco milanese (pari a metri 2,61) e l'unita' di superfice la pertica (pari a mq 654,5) che si divideva in 24 tavole; ad ogni particella veniva assegnato un numero d'ordine, la qualita' di coltura e la superficie; a margine era riportato l'elenco dei numeri della mappa (sommarione) con le relative indicazioni di superficie, qualita' e nome del proprietario.
I fabbricati ("beni di seconda stazione") vennero censiti durante la seconda giunta (1749 1757). La stima dei beni venne effettuata suddividendo i vari terreni in "squadre" in rapporto della produttivita'. Dalle mappe originali vennero poi ricavate anche mappe ridotte, cioe' in scala piu' piccola. Il Catasto austriaco del 1700 venne chiamato "Teresiano" dall'imperatrice Maria Teresa regnante all'epoca della sua attivazione (1760). Verso la meta' dell'Ottocento veniva ordinato il censimento di tutti i comuni del Regno Lombardo Veneto; grazie a questa operazione possiamo disporre di mappe dell'intero territorio e del centro abitato di Legnano dell'anno 1857.
Sia le mappe del catasto del 1700, sia quelle del 1800 che riguardano la nostra citta' sono attualmente conservate presso l'Archivio di Stato di Milano. Confrontando i due rilievi si puo' constatare che negli oltre cento anni che li separano, lo sviluppo urbanistico tra 1700 e il 1800 e' stato alquanto modesto. Se si esaminano invece le mappe, conservate presso il Comune di Legnano, rilevate nel 1880 e quelle eseguite nel 1910, e' immediatamente visibile la loro differenza, rinvenibile nell'enorme accrescimento della citta', avvenuto in concomitanza col grande sviluppo industriale verificatosi in quegli anni.
Al termine di questa rapida panoramica sulla cartografia lombarda va anche aggiunto come i metodi di rilevazione e la riproduzione del territorio attraverso le carte geografiche raggiungono via via un altissimo grado di perfezionamento tescnico a scapito, forse,  di un certo fascino pittorico, fantastico e approssimativo che accompagnava le carte piu' antiche.
 
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DE FRANCE EN ITALIE, LE DUCHE' DE MILAN, ET LES STATES
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PUBBLICATA DA UMBERTO JAILLOT
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LES ENVIRONS DE MILAN
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STATO DI MILANO E PROVINCIE CONFINANTI
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STATUS MEDIOLANENSIS NEC NON DUCATUUM MANTUAE,
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EDITTO DI CARLO VI
IL DOCUMENTO ELENCA I DEPUTATI AL CENSIMENTO
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THEATRE DE LA GUERRE EN LOMBARDIE
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IN "HISTOIRE MILITAIRE DU PRINCE EUGENE DE SAVOIE"
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EDUCATUS MEDIOLANENSIS CUM ADJACENTIBUS PRINCIPATUS, ET DOMINIIS..
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EGIDIO ROBERT
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PADI FLUVII TRACTUS INTEGER
C. 1750
 
27
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ATLANTE NOVISSIMO
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VENEZIA
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28
IL DUCATO PROPRIO DI MILANO DI NUOVA PROJEZIONE
ANTONIO ZATTA
VENEZIA
1784
 
29
PROVINCIA DI VARESE A NORMA
DEL COMPARTIMENTO DELLA LOMBARDIA AUSTRIACA
MAURO FORNARI
MILANO
1789
 
30
CARTA COMPENDIATA DELLO STATO DI MILANO
MAURO FORNARI
MILANO
1790
 
31
LA LOMBARDIA AUSTRIACA
INCISORE A. COSTA
EDITORI: PAZZINI E CARLI
SIENA
1794
 
32
DIPARTIMENTO D'OLONA DIVISO NE' SUOI DISTRETTI
DI MILANO, PAVIA, MONZA E GALLARATE
GIUSEPPE BOERIO
VENEZIA
1802
 
33
CARTA TOPOGRAFICA DEI CONTORNI DI MILANO
PEL CIRCUITO DI VENTIQUATRO E PIU' MIGLIA
(SENZA AUTORE)
MILANO
1807
 
 
34
MAPPA MANOSCRITTA DI LEGNANO
BENI DI SECONDA STAZIONE
1816
 
35
CONTORNI DI MILANO FINO A 25000 METRI AL NORD;
40000 ALL'EST; 40000 ALL'OVEST; 25000 AL SUD
DUE DEI NOVE FOGLI
EDITI DALL'IMPERIAL REGIO STATO MAGGIORE GENERALE
MILANO
PRIMA DEL 1827
 
36
CARTA TOPOGRAFICA DELLE PROVINCIE DI MILANO E DI PAVIA
COLL'INDICAZIONE DELLE NUOVE STRADE E CANALI
EDITORE ANTONIO VALLARDI
MILANO
C. 1830
 
37
PROVINCIA ECCLESIASTICA DI MILANO
C. 1840
 
38
CARTA TOPOGRAFICA STATISTICA DELLA PROVINCIA DI MILANO
GIOVANNI VERRI
MILANO
1843
 
39
ALTA ITALIA
FILIPPO NAYMILLER
MILANO
1849
 
40
CARTA POSTALE DEI QUATTRO LAGHI
F. SOAVE E V. ANGELI
C. 1850
 
 
 
 
 
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2.26 Dal "Velociu" al tram elettrico

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Dal "Velociu" al tram elettrico
 
Quando al mattino del 10 settembre 1880 attraverso' l'abitato di legnano, sferagliante e fumante, la prima vaporiera che trainava il tram Milano - Legnanello, sembrava che il progresso si fosse trasferito d'un tratto fin sulle rive dell'Olona. L'avvenimento era di quelli memorabili per la storia del Borgo agricolo che fino a quel momento non aveva avuto altri mezzi pubblici di collegamento che non fossero le romantiche diligenze ippotrainate. Il passaggio dal "velociu", (come veniva chiamata una grossa vettura del tram a cavalli), l tram a vapore, elettrizzo', gonfiandoli d'orgoglio, gli abitanti di legnano.
In realta' fu un primo passo concreto verso un'epoca nuova fondata su una economia non piu' esclusoivamente agricola. Allacciato direttamente al capoluogo di provincia, Legnano si sentiva al centro di nuovi interessi e vedeva aprirsi nuovi orizzonti di progresso.
Fino a quel momento e per tutto l'ottocento, il servizio di collegamento tra Busto Arsizio e Milano era stato assicurato dalle diligenze con regolari "poste" a cascina del Buon gesu', Legnano e Rho, lungo la via maestra del Sempione.
La fermata era ubicata nei pressi dell'attuale trattoria della Madonna dinanzi a ca' melzi. Il servizio veniva disimpegnato da una grossa vettura trainata da due cavalli chiamata appunto "velociu" gestita in privato da un certo Giandalen di Busto Arsizio che aveva poi ottenuto in concessione anche il servizio dei trasporti postali.
Nel 1880 come si e' detto, ecco che arriva la concorrenza della tramvia. La nuova vaporiera (un esemplare che si trova ancora conservato in un Museo di Roma,) sia pure guardata con diffidenza, dai vecchi del luogo, entusiasmo' i giovani ai quali ben presto divento' familiare non meno della diligenza.  Subito venne dato un soprannome scherzoso alla vaporiera che trascinava sbuffando pochi vagoni: "Gamba de legn". Le derivo' dal fatto che durante l'attraversamento dei centri abitati il tram era preceduto da un avvisatore con un campanello in mano per fare allontanare la gente dai binari.
E siccome questo avvisatore che ad ogni paese scendeva dal tram a vapore e gli camminava davanti aveva una gamba di legno, il nome passo' per traslato ad indicare la vaporiera.
Le cronache dell'epoca ci parlano persino di una gara di velocita' tra il "velociu" del Giandalen e il "gamba de legn", vinta dal primo, anche se arrivo' alla stazione capolinea di Busto Arsizio mezzo sgangherato e con due cavalli prossimi al collasso.
La nuova tranvia fu assunta in concessione dall'impresa belga "Societa' Anonima Tramvie e Ferrovie Economiche", che ben presto porto' la linea ad una dotazione di 13 locomotive a vapore e 164 vagoni.
La Tramvia divenne un mezzo di comunicazione popolare con un traffico particolarmente intenso per il trasporto di studenti e di lavoratori pendolari. Dopo l'apertura del primo tronco Milano - Legnano-canazza, venne progressivamente estesa ad altre mete come Busto Arsizio, Gallarate, Cassano magnago, e Lonate Pozzolo.
La trazione a vapore ando' avanti fino a dopo la prima guerra mondiale. Dal 1920 cominciarono a circolare i primi tram elettrici con la "pertegheta" (il trolley) e gradatamente le vaporiere vennero degradate al servizio merci. La tramvia attraversava longitudinalmente l'abitato di legnano con varie fermate, quella della canazza, quella della romantica stazioncina situata a fianco del Palazzo Italia, dove ora sorgeil palazzo dell'INAIL, e quelle delle due curve Cattaneo e San martino.
Il tram transitava per il servizio passeggeri ogni ora e un quarto e la linea era stata assunta dopo la societa' belga, dalla S:T:I:E: con sede a Milano. La linea tramviaria svolse onorevolmente il suo servizio per 86 anni. Esattamente il 18 gennaio 1966 cesso' il servizio della tramvia elettrica sull'ultimo tratto ancora rimasto, e cioe' Milano - Legnano-Canazza, dopo essere state abbandonate progressivamente le altre mete di gallarate, di Busto Arsizio e la stazione "Centrale" di via Melzi (attuale matteotti).
Quel freddo giorno di gennaio del 1966 segno' definitivamente la vittoria dei bus sul romantico tram elettrico, in attesa della "monorotaia" sospesa Milano-Gallarate, un ardito progetto avveniristico che fu presentato con grande rilievo in occasione di una mostra nel palazzo delle esposizioni a Busto Arsizio, quando era ancora ben lontana l'idea della metropolitana che potesse diramarsi da Milano verso Rho e chissa'... un giorno fino a Gallarate, per riprendere il posto, ad oltre due secoli di distanza, del "velociu" a cavalli.
Pare che ormai i trasporti pubblici per ferrovia devono riassumere il loro ruolo preminente per salvarci dalla nevrotica congestione del mezzo privato a motore.
Il piano regionale del rinnovo ed ampliamento dei trasporti pubblici gia' traccia altri progetti arditi che fanno perno proprio sui mezzi a rotaie e che interessano in particolare l'Altomilanese, una zona che fu tra le prime ad essere solcato dalla ferrovia.
La costruzione della Milano - Gallarate fu infatti decretata dal governo austriaco nel 1858 ed il primo tronco fino a Rho venne inaugurato proprio in quell'anno, esattamente il 18 ottobre.
Nel 1861 segui' il successivo tronco fino a Gallarate, nel 1865 fino a Sesto calende e tre anni dopo fino ad Arona.
Inizialmente la trazione era a vapore con treni lento e poco frequesti. Il 20 novembre 1901 fu inaugurato un nuovo sistema di trazione eletrica a terza rotaia e a duplice binario fino a Gallarate.
La linea e' stata successivamente trasformata a trazione elettrica aerea e il 4 giugno del 1948 transitava dalla stazione di legnano il primo locomotore. Sono restate sulla linea per il servizio locale tra Milano e Porta Garibaldi - varese - Porto ceresio le caratteristiche motrici gia' in servizio ai tempi della terza rotaia, opportunamente trasformate.
Anche la linea ferroviaria ha ormai raggiunto il limite di saturazione per il numero dei treni in transito e per ll movimento dei passeggeri.
Se il piano regionale non verra' attuato con rapidita' e con quella dose di coraggio e lungimiranza, la saturazione sara' tale da creare gravi problemi. Ed allora forse rimpiangeremo il vecchio tram a cavalli, anche se ci riportera' indietro di qualche secolo.
 
 
 
nota: L'ultmo postiglione di legnano, il popolare Giovanni Prandoni, meglio conosciuto con il soprannome di Giuan "Cuteleta" e' a cassetta su una delle sue carrozze che disimpegnavano fino agli anni venti il servizio di taxi in citta'. Il posteggio "d'ul Cuteleta" era situato dinanzi alla sua vecchia casa nella allora piazza Umberto I° (piazza San magno) all'angolo di Corso magenta. Possedeva una decina di carrozze e 38 cavalli. Giuan "Cuteleta" mori all'eta' di 80 anni, nel 1956.
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2.27 La prima autostrada costruita nel mondo

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La prima autostrada costruita nel mondo
 
Le fortune di Legnano in rapporto al suo sviluppo economico e alla sua espansione territoriale furono dovute a tre fattori concomitanti. In primo luogo l'essere stato il borgo di legnano fino dal Medio Evo una zona residenziale estiva dove i signorotti milanesi e nobili di alto lignaggio avevano impiantato lussuose dimore in prossimita' di loro possedimenti terrieri. Il fiume Olona che dapprima serviva per irrigare i campi e quindi favoriva l'installarsi delle prime aziende tessili, cominciava a creare i presupposti per la futura industrializzazione dell'intera palga.
L'intrapprendenza di alcuni capitani di industria che hanno saputo sfruttare oltre a tali fattori naturali anche la manodopera locale, ben disposta a passare dal settore agricolo a quello industriale. Terzo fattore, la posizione strategica di legnano, primo grosso centro appena fuori di Milano sulla direttrice costituita dalla vecchia strada  del Sempione e poi dalla ferrovia diretta in Svizzera e  infine una serie di vie di comunicazioni delle quali Legnano rappresentava il passaggio obbligatorio. L'autostrada Milano Legnano Sesto Calende - varese, segno' una tappa decisiva per la dinamica ascesa di legnano destinata ad assurgere in brevissmo tempo, nel primo Novecento, a centro di grande rilevanza nel settore dell'industria tessile e metallurgica.
Quando oggi vediamo sfrecciare sul nastro di asfalto della Milano Laghi velocissime le auto e gli autocarri di ogni cilindrata, forse non consideriamo il primato che ha questa importante arteria. Si tratta infatti della prima autostrada del mondo. Venne ideata nel 1922 dall'ingegner Piero Puricelli con il patrocinio del Touring Club Italiano. A quei tempi era la prima strada esclusivamente riservata agli autoveicoli senza essere intersecata da altre arterie, senza passaggi a livello e senza attraversare centri urbani.
Primi nel mondo quegli 85 chilometri di autostrada furono anche i primi della rete Italiana. Un'opera ardita, addirittura avveniristica poteva essere considerata nel 1922, quando cioe' in Italia il parco veicoli non superava i quarantamila unita e la meta' delle quali era concentrata proprio in Lombardia.
Altri paesi del mondo erano, nel settore della motorizzazione, molto piu' progrediti di noi: dieci  ilioni di unita' in Stati Uniti, seicentomila in Inghilterra e la meta' in Francia.
La Milano-Laghi costo' sessanta milioni di lire ed il primo tratto Milano-Gallarate di 32 chilometri aveva una larghezza di 10 metri con una unica carreggiata: poi nel successivo tratto fino a varese, si restringeva a otto. Fu inaugurata esattamente il 20 settembre 1924. Qualche ricordo e' doveroso sulla regina delle autostrade, mentre sfogliano una delle tante pagine che il tempo ha un po' sbiadito.
I vecchi legnanesi ricordano ancora i casellanti che nel  loro giro di sorveglianza in bicicletta ai margini della carreggiata recavano sulle spalle vistosi cartelli con la scritta: "Tenere al destra - scappamento chiuso". per i pedoni e i ciclisti che si avventuravano sull'autostrada o che venivano sorpresi ad attraversarla, la multas ammontava a dieci lire e dieci centesimi. Il pedaggio era abbastanza caro. Ad esempio nel 1936 occorrevano cinque lire per il tratto Milano- Legnano e ritorno con un'auto di media cilindrata.
Il primo casellante a Legnano fu Enrico Ruspi, cavaliere di Vittorio Veneto, un nonnino arzillo che ha tanti ricordi legati alla "Milano Laghi Lombarda".
Ci ha revocato con dovizia di particolari il giorno dell'inaugurazione. Al bivio di Como, sul luogo dove due anni prima Benito Mussolini aveva collocato la prima pietra, presso un cippo che ricordava l'avvenimento, era stato eretto un grande palco d'onore. L'ospite che doveva salirvi era ospite d'eccezzione: Re Vittorio Emanuele III° in persona. Ci furono i discorsi ufficiali ed anche Sua maesta' disse qualche parola di circostanza.
Dopo i discorsi e il taglio della fettuccia tricolore, posta di traverso alla carreggiata con l'asfalto da poco colato e pressato, cominciarono a transitare le auto del corteo inaugurale. Lungo il percorso erano stati dislocati centinaia di soldati fino a varese dove era stato costruito il \casello di arrivo, il primo della nuova arteria.
E qui sul piazzale antistante, venne servito un gran rinfresco. La fila delle auto era lunghissima e le autorita' numerose.
A quei tempi a legnano autovetture ed autocarri assommavano a duecento unita'. Quasi tutti i proprietare di automezzi a motore, ricorda Enrico Ruspi, avevano l'abbonamento, che consentiva un notevole risparmio sulla tariffa. All'inizio infatti i pedaggi erano alquanto salati: sul prcorso Milano-Legnano o varese-legnano si pagavano dodici lire per la prima categoria, cioe' veicoli fino a dodici cavalli; ventidue e cinquanta per la seconda categoria, fino a diciotto cavalli; e trentasette e cinquanta per la terza, fino a ventisette cavalli. Successivamente i pedaggi vennero ridotti ed infatti nel 1934 un autoveicolo fino a dodici cavalli pagava otto lire per il medesimo tratto.
Molti legnanesi ricordavano che per saldare la pace tra il mezzo meccanico (le due ruote molto in auge in quell'era) e il mezzo a motore, per il quale era stata riservata addirittura per la prima volta una strada, si organizzo' una anteprima dell'inaugurazione della Milano-Laghi, facendo percorrere il tratto Milano - Legnano da un corteo di operai della franco Tosi in bicicletta. Il primo casellante di legnano non ricorda questo episodio narratoci da altri. Lui sa solo che da un nuovo "serpente di asfalto" erano bandite le biciclette.
Enrico Ruspi ricorda purtroppo anche i primi disastri gravi che cominciarono a macchiare l'asfalto dell'antenata delle autostrade italiane, causati principalmente dall'attraversamento all'ingresso dei caselli. Si usciva ed entrava infatti da una sola parte. Quello di Legnano era situato in fondo al viale cadorna appunto sulla sinistra dell'autostrada. Proprio per un attraversamento azzardato a due anni dall'inaugurazione rimase sterminata un'intera famiglia, quella dell'ingegner Picchio: marito, moglie e tre figli.
In un altro dei piu' gravi disastri, il 27 dicembre 1953, mori' il titolare del casello di Busto Arsizio, Michele Settimio, in un estremo atto di dedizione per impedire, invano, un altro tragico scontro. L'abolizione degli attraversamenti ai caselli ebbe inizio nel 1955. Il raddoppio dell'autostrada che si era reso indispensabile per lo sviluppo frenetico del mezzo a motore ed il vertiginoso aurmento del traffico pesante, inizio' nel 1966.
Oggi, quella che nel 1924 era una strada persorsa dalle prime rare automobili con lanterne a petrolio e i catarifrangenti rossi, e' quella che in Italia sopporta di piu' un intenso traffico, tanto che il pur recente raddoppio, specie in alcuni periodi di punta, e' ancora insufficiente. Il "serpente di asfalto" degli anni venti, mostra gia' sintoni di vecchiaia ed ha solo cinquant'aani o poco piu'.
 
 
 
nota. Il casello di legnano sull'autostrada Milano-Varese fu costruito nel 1924, cioe' nell'anno dell'inaugurazione dell'autostrada stessa. Venne demolito il 21 settmbre 1965 per diversa sistemazione dello svincolo di uscita. Fu sempre abitato dal primo casellante dell'autostrada, Enrico Ruspi.
 
 
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