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L’alimentazione in età medioevale
Il ghiottone nelle cronache del tempo
Eiximenis era un frate del Trecento, consigliere del re di Catalogna. Passava per un dietologo cioè un esperto di alimentazione.
Un giorno si presentò a lui un chierico goloso per confessare il suo modo di stare a tavola e consumare cibo. Questa sua descrizione rimane uno spaccato del comportamento alimentare di un ghiottone del medioevo.
“Appena mi sveglio addento una focaccia accompagnandola con una tazza di vin cotto; poi continuo con alcune fette di pane bianco. A mezzogiorno mangio carni di vario tipo: polli in casseruola, capretto o vitello in salsa agra e poi montoni e perniciotti. In alternativa non disdegno l’assaggio di tortore, fagiani, oche, cervi in salse cremose con panna e chiodi di garofano o ginepro. Al termine del pranzo spalmo del formaggio fuso o burro su pane tostato e miele. Quando è la volta del pesce lo preferisco fritto e alla griglia ed i pasticcini li scelgo alla mandorla. Il vino vado a gustarlo bianco d’estate, cotto d’inverno.
Ditemi voi cosa ne pensate della mia dieta perché avverto nel mio corpo qualche disturbo…”
Eiximenis, dopo aver ascoltato, gli risponde di tornaRe immediatamente al cibo semplice dei tempi in cui era povero: pane d’orzo, cipolla, aglio, poca carne salata e acqua pura al posto del vino. L’intenzione del frate dietologo non era tanto di mettere a stecchetto un chierico tutt’altro che probo, ma di fornire una regola dietetica ai suoi contemporanei che alla tavola ci tenevano molto. Osservava che i catalani risultavano forse tra i più ragionevoli: mangiavano minestra poi carne e legumi e non più di due volte al giorno. Eiximenis sottolineava la sregolatezza alimentare dei tedeschi “…che si alzano anche di notte per mangiare e dei francesi piuttosto irregolari nelle abitudini…” La sua raccomandazione principale però riguarda il vino “…creato da nostro Signore per la salute dell’uomo… dunque se ne beva ad ogni pasto almeno un bicchiere…”
Il francescano, oltre alla dieta, rivede anche il comportamento a tavola che in quel tempo era tutt’altro che ortodosso. Questo accadeva anche nelle tavole abitate da persone dotate di quarti di nobiltà o comunque autorevoli. Il suo galateo raccomanda di prendere piccole porzioni di carni dal piatto di portata evitando di toccare le vivande con le mani pulendole poi nelle tovaglie o sui propri abiti. Non comparire a tavola sbracciati o seminudi, non occhieggiare nel piatto del vicino, mangiare a piccoli bocconi portando il cibo alle labbra e non viceversa, non trangugiare il vino a grandi sorsate. Eiximenis apprezza gli italiani che lo servono con tanti bicchieri disposti su un vassoio a seconda del numero dei commensali, diversamente dai tedeschi che usano boccali enormi e degli inglesi che, anche se sono numerosi, bevono tutti da un solo grande recipiente a forma di coppa. I francesi però vincono la palma del buon gusto in quanto nel vino non vogliono neanche una goccia di acqua. Il vino però era considerato un alimento necessario per una dieta povera anche se pericoloso per i suoi effetti.
L’alimentazione in età medioevale
Non al punto però da essere bandito dalla dieta ascetica; la famosa badessa del Paracelso Eloisa, tanto vicina al grande ilosofo Abelardo (XII) avversario del coriaceo cistercense S. Bernardo di Chiaravalle, lo reclamava almeno un paio di volte la settimana. S. Benedetto ne aveva permesso un consumo moderato specie per i monaci ammalati. Così era per i monaci cistercensi del rigorosissimo S. Bernardo. L’acqua
a quel tempo era igienicamente insicura, di norma la si bolliva aromatizzandola con miele, aceto, erbe o mescolandola con il vino. Gli olivetani bandivano il vino nelle loro mense e l’inlessibile S. Pier Damiani si lamentava per l’abbondanza di carni e di vino sulle tavole dei cluniacensi, peraltro permessi dall’abate Ugo di Cluny.
Ma in generale al consumo del vino tra i monaci non ci si opponeva più di tanto. Il “liquore scintillante” di ovidiana memoria addolciva i dolori, mitigava la malinconia e dava un poco di energia in più al corpo.
Come scriveva Tommaso d’Aquino, il ilosofo della ragione, “…la malinconia porta alla disperazione e rende quindi impossibile la salvezza… perciò un poco di vino non può che far bene…”
Diverso era il consumo della carne nel medioevo; soprattutto quella bovina creava dei problemi, poiché il pollame ed il pesce, per le regole benedettine, non erano considerate carni sotto il proilo dietetico-religioso.
È necessario sfatare il fatto che ino al 1200 la carne scarseggiava anche per i ceti con più disponibilità economiche. Le risorse dell’economia silvo-pastorale erano consumate da tutti gli strati sociali anche se in maniera disuguale. E quando incalzavano le epide- mie e carestie erano i generi alimentari a scarseggiare mentre gli animali subivano meno le conseguenze delle avversità così fornendo carne alle mense quasi del tutto private di cereali e di tuberi.
Le ragioni dei mona- ci dediti al cibo vege- tariano (ricordiamo ancora che pollo e pesce non erano considerati carni e quindi permessi) erano anche un poco riferite all’Eden dove Dio aveva dedicato ad Adamo ed alla sua compagna Eva per il loro sostentamento “…ogni pianta che fa seme ed ogni albero che dà frutto ma non gli animali che ci vivevano…”
La contrarietà verso la carne è che questo alimento risvegli in qualche modo la lussuria. Infatti in una divertente novella di Giovanni Sercambi, la donna cucina per il suo uomo un bel pasticcio di carne e spezie mentre all’uomo non amato prepara miglio, fave e porri: cibi da monastero.
Così andavano le cose nelle mense del medioevo:
carne e vino per vivere meglio ed a lungo.