lib1259-Milano-asilo

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lib1259-Milano-asilo.html - Questa narrazione contrappone vividamente due epoche educative attraverso il ricordo di un nonno milanese che osserva l'ingresso gioioso dei nipoti in un moderno asilo luminoso e stimolante
 
Questa narrazione contrappone vividamente due epoche educative attraverso il ricordo di un nonno milanese che osserva l'ingresso gioioso dei nipoti in un moderno asilo luminoso e stimolante. Il racconto mette in luce il radicale mutamento della pedagogia infantile, descrivendo il passaggio da un passato lugubre, fatto di aule simili a prigioni e punizioni severe, a un presente dominato da igiene, colori e serenità. Attraverso una critica venata di ironia, l'autore rievoca le condizioni precarie e i racconti spaventosi dell'asilo Mariani di sessant'anni prima, dove la disciplina si scontrava con la naturale vivacità dei bambini. Il testo funge dunque da memoria storica e riflessione sociale, celebrando il progresso delle istituzioni scolastiche nel garantire il benessere psicologico e fisico dei più piccoli.
 
 
lib1259-Milano-asilol - Milano all'asilo, un lunedì il primo giorno di scuola. Certo nonno di nostra conoscenza, ansioso di sapere come i suoi due nipotini avessero superato lo scoglio dell'asilo al quale erano affatto nuovi. andò a informarsene presso chi di dovere.
 
Milano all'asilo, un lunedì il primo giorno di scuola. Certo nonno di nostra conoscenza, ansioso di sapere come i suoi due nipotini avessero superato lo scoglio dell'asilo al quale erano affatto nuovi. andò a informarsene presso chi di dovere. I due piccini erano partiti allegri come passer, agitando il canestro per la colazione preparata sotto i loro occhi. Bavagliola pulita, piccola forchetta, piattino, bicchiere, pane, pietanza, uva, una caramella. Anche la giornata magnifica aveva favorito la partenza e la mamma, vedendoli andare con la domestica, secondo il consiglio, la aveva provato quel po' di gelosia da cui era stata presa il giorno che per sversarli aveva dato loro la prima pappa. Anche la scuola, come quel cucchiaio che conservava a parte, non era un elemento nuovo che veniva a frapporsi fra lei e i suoi figli, mentre però allora essi avevano avuto smorfie di discurso, rifiuti e lacrime. Adesso esaltavano e ridevano, impazienti di rivedere l'elefante, la giraffa e gli altri animali del piccolo museo che la direttrice dell'asilo aveva loro mostrato al momento dell'iscrizione. Di più c'era l'attrattiva del gran giardino, degli ampi porticati e delle aule piene di sole, di cartelloni e di bambini chiassosi come se fossero in casa più. propria. Tutto bene, dunque, per la prima ora, eh, ma poi non per nulla, anche oggi gli asili hanno un telefono e la mamma vi si era attaccata. Novità? Nessuna. Stavano cantando, poi avrebbero fatto ginnastica, poi la refezione alla buonora. E anche il nonno, la Serene Renato s'avviò per i soliti quattro passi, ma giunto al ponte di Porta Renza svoltò quasi senza avvedersene nella spiga, anzi nella spighetta, come una volta si chiamava quel primo tratto fino a Sant'Andrea. E tirando dritto arrivò dove 60 anni fa sorgeva il convento di Santo Spirito, in alcune cameracce del quale le sorelle mariani dirigevano uno dei pochi asili che esistessero a Milano e che venivano chiamati giardini d'infanzia, appunto perché il giardino era la prima prima cosa che vi mancasse. A dire il vero, un po' di verde l'abbiamo goduto in quell'antico convento, le orsoline che San Carlo avevano sostituito agli umiliati caduti in disgrazia. Ma bisogna credere che pure esse vi si trovavano a disagio se nel 1737 si erano aperte un sottopassaggio attraverso la spiga, grazie al quale avevano potuto spingersi fino al Naviglio e sarà sembrato loro di trovarsi sul lago di Como. Tuttavia, anche quel pony verde che era avanzato dalla trasformazione del convento in scuole pubbliche maschile e femminili se lo godevano gli allievi delle elementari per noi dell'asilo C'era soltanto la vista di quattro ipocastani secolari il cui fiocco aumentava l'oscurità dell'aula, la quale era preceduta da un'anticamera a terreno verso la spiga che senza dubbio era stata la segreta delle orsoline cadute in peccato mortale. Tanto era l'ugurbre con la sua finestrella a doppia inferiata a un palmo dal soffitto. C'era quindi da stupire se non soltanto il primo giorno di scuola, ma tutte le mattine di tutto l'anno, le contrade che conducevano all'asilo risuonassero di pianti e di strilli. Aggiungete anche i botegai, le portinarie, gli abitanti del luogo, infastiditi da tanti piani stei, si facevano un dovere di prostare prostare manforte a chi ci accompagnava. andoci, dandoci sulla voce, minacciando i carabinieri, è come se non fossimo già diretti alla prigione anche senza di loro. Diceva qualche anno fa l'illustre professor Poro che non approvava le esagerazioni igieniche di qualche suo collega. Con le vostre fisime finirete col tirassù una generazione di fiffoni. Ma in verità nemmeno noi all'asilo Mariani crescemmo tutti eroi per il solo fatto che in 60 o 70 bevevamo tutti nella stenza sta tazza di ferro aggiungendo al secchio comune e gettando i resti perché la bidella non dovesse riempirlo troppo di suo vente. La qual bidella poi aveva un solo fazzoletto proprio per chi l'aveva dimenticato. E sì che lo port portavamo inavista a peso grembiule a quadrettini bianchi e caffè latte. Ho cucito con una cocca in fondo alla tasca, tanto che per non doverci rangomitolare nell'usarlo, lasciavamo quasi sempre che le cose andassero per la loro china. Così si mangiava sul banco senza lavare le mani e durante la guerra sugli stessi banchi con le stesse mani si lavorava a sfilacciare per i feriti le suole che portavano da casa nel canestro della colazione. La maestra si preoccupava soltanto che quelle pezzuole fossero di lino, perché il cotone avrebbe irritato le piaghe e quando aveva il cassetto pieno di filace le avvolgeva in un giornale e le mandava al loro destino. Noi lavoravamo di gusto cantando Fratelli d'Italia, ma chissà quante braccia e quante gambe fraterne in Crenite avevano già sulla coscienza. Quali studi didattici avessero fatto le insegnante di quell'asilo? È facile indovinare soltanto dalle storielle che ci raccontavano per tenerci tranquilli. È il tredesin con l'orco che mette nella stia i bambini per ingrassarli e mangiarli. La gamba rossa che scende dal soffitto della stalla fra le donne intente a lavorare la domenica. Il pastore soppreso nel bosco dalle streghe che lo costringono a cavalcare una scopa. Fin le memorie di Battista Scorrino che ci lesse un giorno la maestra, ma meno male che i castighi erano moderati. Abolite da poco le croci fatte in terra con la lingua. Aboliti i pign i pignoli con sulla punta delle dita ed era la colazione che andava in mezzo e e pazienza quando c'era la frutta, ma quando il pane era asciutto e bisognava aspettare un perdono eh che non veniva mai. E quando per punire un'irrequitezza ci si faceva uscire dal branco e restare immobili su due piedi nel mezzo dell'aula, finché la maestra si muoveva a pietà. Quello era un tormento, ma bisogna proprio dire che una giustizia ci sia sempre in questo mondo. Perché infatti quante volte è successo che il penitente lasciasse sul posto del suo suppliio una protesta categorica che la bidella doveva prendere subito in considerazione. Ma che colpa ne aveva lo scolaro se la maestra infervorata della sua elezione aveva troppo tardato a dare il via? Oh.
 
 
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