lib1233-Milano-Noe-05

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Questo documento rappresenta un vasto archivio digitale multimediale dedicato alla preservazione della memoria storica e delle tradizioni locali di Legnano. La struttura è organizzata come un indice cronologico dettagliato che copre oltre un decennio di contenuti, includendo programmi culturali, podcast e materiale folcloristico raccolto sotto il progetto "Radio-Fornace". Attraverso migliaia di file in formato audio, video e documenti PDF, il portale funge da biblioteca virtuale per esplorare racconti comunitari e rassegne storiche. L'obiettivo principale è quello di offrire una storia web interattiva che colleghi il passato e il presente del territorio lombardo tramite una moderna consultazione online.
 
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lib1233-Milano-Noe-05-01 - Milano e' la fabbrica delle origini inventate - Il testo analizza la meticolosa costruzione di miti fondativi operata dagli storici rinascimentali, in particolare da Paolo Morigia, per nobilitare le origini di Milano.
 
Il testo analizza la meticolosa costruzione di miti fondativi operata dagli storici rinascimentali, in particolare da Paolo Morigia, per nobilitare le origini di Milano. Di fronte all'assenza di documenti certi e alla sgradita realtà di una fondazione celtica, questi eruditi edificarono una "fabbrica di finzioni" che intrecciava genealogie bibliche e leggende classiche per competere con il prestigio di Roma. Attraverso l'invenzione di discendenze dai nipoti di Noè e il plagio consapevole di simboli virgiliani, come la scrofa bianca, l'élite intellettuale dell'epoca trasformò la storia in uno strumento di glorificazione politica e identitaria. In definitiva, la narrazione rivela come il bisogno umano di radici gloriose possa spingere a manipolare la realtà, offrendo un primo affascinante esempio di fake news istituzionali create per riflettere l'anima multiculturale della metropoli.
 
 
lib1233-Milano-Noe-05-02 - Ok, cerchiamo di fare un po' di chiarezza su questo argomento. Di solito, quando si cerca di stabilire l'origine di qualcosa, ci si aspetta, diciamo, una certa precisione clinica, no?
 
Ok, cerchiamo di fare un po' di chiarezza su questo argomento. Di solito, quando si cerca di stabilire l'origine di qualcosa, ci si aspetta, diciamo, una certa precisione clinica, no?
Eh sì. Ci si aspetta dei fatti concreti.
Esatto. Un po' come avere tra le mani un certificato di nascita. C'è una data, c'è un luogo, c'è un bel timbro ufficiale. Un fatto binario e insomma rassicurante, che poi è quello che piace a noi oggi, no? Le cose visibili, categorizzate in modo pulito.
Ma infatti però guardando la pila di documenti, cronache storiche e appunti che abbiamo raccolto per l'approfondimento di oggi, emerge una realtà, cioè una realtà completamente diversa, decisamente diversa.
Perché quando si cerca il certificato di nascita di una metropoli millenaria come Milano, ecco, quel documento ufficiale praticamente si disintegra, si trasforma in un romanzo epico.
E direi che questo passaggio, da una presunta precisione clinica al mito puro, è un territorio di indagine straordinario e non stiamo parlando di piccole imprecisioni dovute alla mancanza di fonti.
Certo,
parliamo di una costruzione deliberata, una vera e propria invenzione.
Ed è esattamente questa la missione della nostra chiacchierata di oggi. Vogliamo capire come e perché intere generazioni di eruditi abbiano letteralmente inventato di sana pianta una storia parallela per la loro città.
Un'operazione mastodontica, tra l'altro.
Assolutamente. C'è una citazione meravigliosa nei nostri materiali scritta da Pietro Verry. Siamo nel 1798 e Verry, esaminando il passato, affermava che l'origine di Milano si perde nell'oscurità di quelli che lui definiva, e qui cito testualmente, tempi favolosi. Tempi favolosi, una definizione perfetta, vero? Secoli dai quali non è sopravvissuto alcun monumento. Ora, la reazione logica di fronte a un vuoto del genere sarebbe ammettere di non sapere nulla. E invece e invece gli storici rinascimentali hanno fatto l'esatto posto, hanno colmato quel vuoto con una fabbrica di finzioni colossale.
Ma sai, per comprendere questa dinamica bisogna sfogliarsi un attimo della nostra mentalità contemporanea. Noi oggi viviamo nell'epoca del metodo scientifico, della verifica incrociata delle notizie, il famoso fact checking.
Esatto. Nel XV secolo invece il confine tra la cronaca dei fatti e la narrazione mitologica era, insomma estremamente labile, quasi inesistente, potremmo dire,
praticamente inesistente. La storia non serviva a registrare i fatti in modo asettico, aveva uno scopo molto più alto e se vogliamo urgente, cioè la glorificazione politica e culturale, giusto?
Proprio così.
Ed è il motivo per cui immergersi in questi testi antichi non è solo, non so, un esercizio accademico un po' polveroso. Chi segue questo approfondimento si troverà di fronte a uno dei primissimi e più brillanti esempi di fake news istituzionali.
Una definizione molto azzeccata. Sì,
esplorare queste fonti significa smontare quel meccanismo che spinge l'essere umano a riscrivere la realtà pur di avere radici gloriose. E per capire come funzionava questa, diciamo, catena di montaggio del mito, la nostra documentazione ci porta dritti a una figura centrale, un vero architetto di questo caos storico, Paolo Morigia.
Esatto. Paolo Morigia. Chi era esattamente?
Allora, Morigia è il prisma perfetto attraverso cui guardare quest'epoca. È vissuto tra il 1525 e il 1604 e non stiamo parlando di un eccentrico isolato chiuso in una soffitta.
No, anzi,
era un sacerdote, una figura di vertice della congregazione dei gesuali. Quindi profondamente inserito nei salotti del potere della Milano Rinascimentale, uno che contava, insomma, esattamente. Ma quando scriveva della sua città abbandonava ogni minima cautela metodologica. I testi storici moderni che abbiamo consultato definiscono il suo approccio letteralmente fiabesco.
Fiabesco, che per uno storico non è proprio un complimento, eh per niente. Era del tutto privo di senso critico.
Infatti leggendo le sue cronache si percepisce, io direi un'ossessione pura. Morigia aveva un Obiettivo assoluto, dimostrare la supremazione di Milano. E c'era questo rivale ingombrante, Roma.
Roma, una città che dominava l'immaginario collettivo con il peso schiacciante della sua antichità. Il problema per Milano, stando ai fatti storicamente accettati anche all'epoca, era che aveva un pedigri molto molto meno nobile.
Molto meno nobile. Sì.
Le origini parlavano di un capo celtico, bello veso, uno che scende dalle Alpi e fonda un insediamento, cioè un gallo. Questo è un dettaglio che per un intellettuale del Rinascimento era a fonte di una frustrazione enorme.
Posso immaginare perché il Rinascimento si nutriva del mito dell'antichità classica, della purezza greco-romana. Ammettere che la propria città fosse stata fondata da una popolazione percepita come insomma Barbara priva di quella raffinatezza tipica del mondo classico era inaccettabile.
Eh sì, equivaleva a partire in tremendo svantaggio nella competizione per il prestigio. Belloveso era considerato solo un rozzo guerriero d'Oltralpe. Non poteva minimamente ere con il fascino di eroi fondatori come Romolo o Enea, ma a questo punto subentra una cosa che sfugge totalmente alla nostra logica moderna. Leggendo queste pagine mi chiedevo, ma com'è possibile che nessuno si alzasse per dire guardate che vi state inventando tutto, nessuno faceva fight checking.
Eh, la domanda è leita.
C'è un'analogia che mi è saltata in mente. È un po' come se il manager di una squadra di calcio, frustrato perché non ha abbastanza coppe in bacheca, decidesse di intrufolarsi di notte nella sede del club. inventarsi un palmarè sfinto e pretendere che tutti ci credano. Sembra, non so, puro uliganismo storico.
Uliganismo storico è un'immagine divertente, ma la cosa affascinante qui è un'altra. Più che uliganismo direi che era una vera e propria strategia di sopravvivenza geopolitica.
Cioè era la normalità totalmente normalizzata, non c'era nessuno che fischiasse il fallo perché non c'era un arbitro imparziale. Le fonti ci mostrano che queste genealogie inventate erano la valuta corrente del potere all'epoca.
Incredibile. Ti faccio l'esempio della famiglia milanese dei bigli che è ben documentato nei nostri testi. Loro pretendevano pubblicamente di discendere in linea retta niente meno che da Romolo.
Da Romolo così, senza battere ciglio.
Senza battere ciglio. E la cosa pazzesca è che nessuno rideva di loro perché ogni casata nobiliare faceva la stessa identica cosa per legittimare la propria autorità. Quindi Morigia applicava semplicemente alla scala urbana ciò che i cortigiani facevano normalmente per ingraziarsi i duchi.
Chiaro? Scalava il meccanismo. Quindi scartato Belloveso Perché, diciamo, impresentabile per il loro standard, Morigia ha bisogno di una nuova origine.
Esatto.
E se Roma ha le radici ben piantate nell'età classica, l'unico modo per batterla è andare ancora più indietro, non di qualche secolo, ma letteralmente fino all'origine dei tempi.
E la mossa di Morigia in questo senso è indicativa della sua astuzia. Essendo un uomo di chiesa, sa perfettamente quale testo possieda un'autorità assolutamente inattaccabile.
Le Sacre Scritture.
Proprio così. I patriarchi biblici offrono una profondità temporale e una statura morale che nessun Dio eroe pagano potrebbe mai eguagliare.
Ed è qui che la cosa si fa veramente interessante, perché leggendo le fonti viene da chiedersi come faccia un sacerdote a inserire Milano nella Bibbia senza rischiare, sai, l'eresia o il rogo. Non puoi semplicemente riscrivere la genesi?
No, decisamente no. Non poteva riscriverla, ma lui sfrutta quello che oggi in gergo cinematografico chiameremmo un bel buco di trama.
L'analisi del testo biblico Gli Fornici Chiave perfetta. Sì. Dopo il diluvio universale sappiamo che l'umanità si ripopola attraverso i figli di Noè.
Fin qui ci siamo.
A Jafet viene assegnata l'Europa. Ora la Genesi elenca i sette figli di Jaffet, ma per alcuni di loro i dettagli biografici si interrompono bruscamente, lasciando spazio di manotra, molto spazio di manovra.
C'è un figlio in particolare, Tubal, su cui la Bibbia è estremamente silenziosa. È una pagina bianca praticamente e Morigia decide di riempirla lui. con molta fantasia, tantissima. Secondo la sua cronaca, Tubal non si limita a esistere, ma viaggia fino nel nord Italia, rimane folgorato dalla bellezza della pianura lombarda e decide di fondarvi una città e per darle un nome onora il suo primogenito che guarda caso si chiamava Subrio.
Ed ecco servita Subria.
Ecco Subria. I suoi abitanti diventano ovviamente i subriesi e la regione intera prende il nome di insubria. Dal punto di vista puramente matem è un colpo di scena clamoroso, una truffa perfetta.
In che senso?
Beh, con questo calcolo Subria, ovvero Milano, risulta fondata 2900 anni prima di Cristo. Roma, se va bene, solo 750 anni prima. Milano vince a mani basse.
Ah, su quello non c'è dubbio. Ma se colleghiamo questo al quadro generale è molto più di un semplice trucco cronologico. Lo definirei un capolavoro di ingegneria ideologica.
Spiegati meglio.
Bisogna analizzare il messaggio sot Scegliere la linea di sangue di Noè non è casuale. Significa ancorare la città a un simbolo di religiosità, di purezza divina e di giustizia.
Certo, i sopravvissuti scelti da Dio.
Esattamente. Roma aveva un'origine gloriosa, sì, ma profondamente macchiata. Romolo uccideremo. L'origine dell'urbe è radicata nel fraticidio, nel sangue, nella violenza pagana. L'insubria inventata da Morigia invece nasce direttamente dai giusti sopravvissuti all'arca.
È un posizionamento potentissimo. rivendica una schiacciante superiorità morale ancor prima che temporale.
Un vantaggio su tutti i fronti, ma le nostre fonti ci mostrano che la mente del Rinascimento era, insomma, complessa, quasi contraddittoria, molto contraddittoria.
Uomini come Morigia erano teologi, d'accordo, ma erano anche profondamente intrisi di cultura umanistica. L'attrazione verso il mondo classico era una forza di gravità a cui nessuno poteva sfuggire.
Assolutamente. Avere patriarchi biblici era fantastico per la morale, per l'anima, ma lasciava Roma con il monopolio del fascino eroico, le armature, le battaglie, Omero, Virgilio.
E l'epica omerica forniva quel vocabolario di grandezza che la Bibbia nella sua austerità non aveva.
Esatto. Roma vantava Ia, un eroe della guerra di t****. L'erudizione milanese non poteva tollerare di rimanere esclusa da questo panteon eroico.
E quindi cosa fanno? Inventano una soluzione che è puro accumulo. E i risultati, leggendo questi testi antichi Sono davvero spettacolari.
Diventa quasi una farsa.
Sì, perché leggendo l'elenco dei popoli che iniziano ad arrivare in questa preistorica pianura lombarda, sembra di assistere, non so, a un'operazione degli studi Marvel. Fondono insieme tutti i franchise di successo per fare un unico gigantesco crossover mitologico.
Il termine crossover cattura perfettamente quello che accade nei testi. La coerenza cronologica esplode completamente per far posta questa enorme necessità celebrativa ed è divertentissimo. Improvvisamente questa insubria biblica viene invasa in modo pacifico da eroi troiani in fuga dalla loro città distrutta.
Tutti che arrivano in Lombardia, ovviamente.
Ovviamente arriva un tale Barro e indovina un po'? Fonda Barra.
Certo.
Poi arriva un altro eroe che si chiama Olmeo e decide di fondare Olmea, che sarebbe la futura Monza. Si unisce un certo Brione e da lui nasce la Brianza, un'etimologia molto fantasiosa e non finisce qua. Arrivano gli etruschi che nei testi chiamano toscani. Poi Sicambri, tutti si mescolano amichevolmente con i discendenti di Noè.
E poi c'è la risposta diretta ai Gemelli di Roma.
Ah, i Gemelli. Siccome Roma aveva Romolo e Remo, gli storici milanesi decidono che non possono essere da meno. Inventano di sana pianta due formidabili guerrieri etruschi. Due fratelli, sai nomi?
Medo e Olano.
Medo e Olano che uniti formano Mediolanum. È geniale nella sua assurdità.
Guarda, per quanto questa fabbricazione dei Gemelli Medo e Olano ci faccia sorridere oggi e sembri infantile. L'analisi di questi testi ci suggerisce un livello di lettura molto più profondo,
cioè
questa necessità ossessiva di accumulare popoli diversi, troiani, etruschi, sicambri, Bibbia, rivela una verità storica essenziale su Milano. Anche se i personaggi sono finti, la varietà compositiva che descrivono riflette il vero DNA della città.
È una prospettiva affascinante.
Fin dalla sua genesi mitologica, Milano è sempre stata immaginata non come una stirpe pura o isolata, ma come un crocevia, un'amalgama di influenze, un melting pot ieri come oggi. Quindi, mentendo sui fatti storici, questi eruditi stavano in realtà dipingendo l'identità più autentica della metropoli.
Warrow, è incredibile pensare che una bugia storica così pacchiana possa nascondere una verità sociologica così radicata. È il potere dei miti.
Però questo affollato crossover crea un problema narrativo di non poco conto. Torniamo un attimo al punto di partenza. Con i nipoti di Noè che costruiscono fortezze e guerrieri Truschi che fondano città in ogni angolo. Che fine fa Belloveso?
È il povero Belloveso.
Il vero fondatore celtico, non poteva semplicemente svanire nel nulla. I testi romani lo documentavano in modo molto chiaro. Morigia non aveva il potere di cancellare fisicamente i libri degli altri storici.
Non poteva cancellarlo, no, ma poteva operare un sistematico ridimensionamento della sua figura. Gli ruba letteralmente la scena.
In che modo?
Beh, se Belloveso doveva per forza esserci, non sarebbe più stato il fondatore originario, sarebbe diventato una figura tardiva, un usurpatore che arriva quando i giochi sono già fatti. Nelle cronache di Morigia, Belloveso arriva in Italia a capo di un esercito colossale. 300.000 uomini.
300.000 un'enormità.
Ma il paesaggio chi incontra non è la foresta incolta o la palude descritta dalle vere fonti classiche.
E qui entra in gioco un dettaglio che fa sorridere chiunque conosca un minimo la storia antica. C'è questo storico greco, Polibio, molto autorevole.
Sì, molto preciso nelle sue descrizioni.
Lui scriveva chiaramente che le popolaz gallive in piccoli accampamenti, senza mura, non usavano la pietra. E invece, secondo la cronaca del nostro Morigia, il barbaro belloveso arriva e si trova davanti questa magnifica subria biblica, una metropoli fiorente, protetta niente meno che da 100 torri inespugnabili.
Questa assurdità architettonica delle 100 torri serviva proprio a umiliare il mito gallico. Belloveso assedia la città, la distrugge e poi decide di ricostruirla. In quel momento preciso della narrazione Morigia deve spiegare come si passa dal nome Subria a Medio Lanum e qui deve fare i conti con un altro elemento ineliminabile della tradizione celtica locale, un simbolo che conosciamo bene, la famosa leggenda della scrofa.
Ed eccoci al punto nevralgico della competizione con Roma, ma questa volta sul piano dei simboli araldici. La tradizione voleva che il luogo della ricostruzione fosse stato indicato a Belloveso dal ritrovamento di una scrofa semilanuta.
Un animale descritto come erto per metà di pelo ispido e per metà di lana. Medio lano.
Medio lano, appunto, ma c'è un ostacolo insormontabile per l'ego cittadino. Mettiamo questa creatura accanto al simbolo di Roma. Da una parte abbiamo la lupa capitolina, fiera, predatoria, legata al dio della guerra. Dall'altra, con tutto il rispetto, un maiale per metà lanoso.
Eh, è una battaglia persa in partenza sul piano del marketing, diciamo, totalmente. E qui i documenti ci svelano come Morigia e i suoi colleghi risolvono il problema attraverso un vero e proprio plagio storico spudorato.
Il concetto di malleabilità del mito trova la sua massima espressione in questo episodio. Morigia capisce che la scrofa lombarda ha disperatamente bisogno di un aggiornamento di immagine per competere con la lupa.
E dove va a pescare l'idea?
Ovviamente nell'ene di Virgilio. Virgilio narrava che Enea, una volta arrivato nel Lazio, capì di aver trovato il luogo esatto per fondare la sua st quando vide un animale specifico, una scrofa bianca, giusto?
Esatto, una scrofa bianca accompagnata da esattamente 30 porcellini. Quel numero e quel colore simboleggiavano l'ascesa di Albalonga e la futura grandezza imperiale di Roma.
Ora, nessuna fonte storica o leggenda locale aveva mai specificato di che colore fosse il maiale di Milano, ma improvvisamente, nelle cronache rinascimentali, la scrofa semilanuta diventa candidamente bianca.
Che coincidenza, eh?
E e non viaggiava neanche più. sola. Guarda caso, aveva al seguito un gruppo di porcellini. E quanti erano?
Esattamente 30.
30. C'è perfino chi tra gli storici si spinse a sostenere che per un certo periodo la città lombarda si chiamò Alba. È un furto diidentità in piena regola, un'appropriazione indebita dell'epica altrui.
Hanno preso un simbolo rustico e lo hanno travestito per la corte.
Po' grottesca che i testi iniziarono a chiamare in maniera del tutto paradossale la lupa mediolanea, cioè un maiale chiamato lupa.
Questo solleva una questione importante. tantissima sulla costruzione identitaria di che un mito non è mai un fossile da preservare intatto sotto teca, ma uno strumento malleabile.
Strumento malleabile da piegare alle necessità del presente. Esatto. L'identità di un gruppo non si forgia solo esaltando le proprie radici originarie, ma anche molto spesso assorbendo e riadattando i codici linguistici e simbolici dei rivali e rubando il colore bianco e i 30 porcellini cosa comunicavano esattamente?
Sostituire la propria unicità celtica con il carco esatto del mito romano significava inviare al mondo un messaggio chiarissimo. La città possedeva lo stesso identico destino di grandezza imperiale di Roma perché condivideva gli stessi presagi divini.
Proprio così. Era una dichiarazione di uguaglianza ottenuta letteralmente rubando le armi simboliche dell'avversario.
Arrivati alla fine di questa rassegna pazzesca di patriarchi biblici prestati all'urbanistica, di guerrieri gemelli inventati a tavolino e di scrofe travestite da eroine romane, sai, si potrebbe facilmente liquidare Paolo Morigia, i suoi colleghi storici come dei semplici falsari dei bugiardi
sarebbe la conclusione più immediata, ma c'è uno dei saggi presenti nelle nostre fonti scritto da Aristide Calderini nel 1938 che offre una chiave di lettura molto più indulgente e credo molto più profonda per chiudere questa analisi.
Calderini offre sempre spunti eccellenti. Lui sostiene che queste cronache, questa enorme catena di, come le chiama, favolose bugie, non nascono dalla pura malizia, sono piuttosto il frutto di un cieco e patri amore. È la testimonianza di come l'intelletto umano sia capace di generare illusioni e sogni, costruendo una realtà fantastica che asseconda semplicemente le speranze e i gusti della propria epoca.
E l'osservazione di Calderini è fondamentale per noi oggi. Ci permette di agganciare questo viaggio nel passato direttamente al nostro presente perché i meccanismi psicologici dietro a queste antiche cronache sono assolutamente operativi e visibili ancora oggi.
Pensi all'overload informativo che viviamo?
Certo. Il In un'epoca dominata dall'informazione rapida, frammentaria, l'impulso a costruire narrazioni che rafforzino l'identità di un gruppo, spesso a discapito di un altro, è fortissimo. I mezzi sono cambiati, ovviamente.
Non si scrivono più enormi tomo.
Esatto. Si usano piattaforme digitali, social network. Tuttavia la necessità di piegare la realtà dei fatti per generare un senso di appartenenza o per giustificare una qualche supremazia culturale risponde alle stesse identiche leggi che l'erudizione del X secolo.
Ed è proprio riflettendo su questa necessità umana insopprimibile che emerge uno spunto, direi, affascinante per chiunque stia seguendo questo approfondimento. Nel X secolo Morigia attingeva alla Genesi e all'Eneide,
perché quelli erano i testi che racchiudevano le massime aspirazioni del suo mondo.
Le angosce e le aspirazioni, sì. La furia di un diluvio punitivo o la distruzione di una rocca forte come t****. Ma proviamo a fare un gioco mentale. Se oggi, con le nostre paure contemporanee e le nostre nuove frontiere, una grande metropoli dovesise improvvisamente trovarsi nella necessità di inventare un m to fondativo da zero, dove cercherebbe i suoi eroi.
Una bella domanda, di certo non guarderebbe a patriarchi su un'arca o a cavalieri in armatura?
Forse la nuova cronaca immaginaria parlerebbe di un leader misterioso, sopravvissuto a un disastro climatico estremo, capace di guidare i superstiti in un'asi sicura oppure La scintilla originaria non sarebbe nemmeno umana.
Un'intelligenza artificiale magari, perché no? Un'entità nata dal runzio dei server, capace di progettare la città perfetta. E quale sarebbe il nuovo animale mitologico? L'equivalente odierno di quella bizzarra scrofa a semilanuta che una civiltà del XX secolo deciderebbe di scolpire nella pietra per celebrare se stessa?
È uno scenario su cui vale la pena riflettere.
La forma del mito cambierà sempre a seconda dell'epoca, ma a quanto pare l'urgenza di raccontarci una storia in cui sentirci glor e prescelti non svanirà mai.