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QGL278
Quaderni Giorgiani 278
MILANO
 
 
In questa raccoltadi personali letture:
La storia di Milano, dintorni e popolazioni
 
 
 
 
 
Indice
Contents
1 Popoli vari
       1.1 I POPOLI PREROMANI
       1.2 I CELTI
       1.3 I PEUCETI
       1.4 I PICENI
       1.5 I SABINI
       1.6 I SARDI
       1.7 GLI ELIMI
       1.8 SICANI, SICULI ED IBLEI
       1.9 GLI ETRUSCHI
       1.10 L'ESERCITO ETRUSCO
       1.11 VITA, RELIGIONE E ARTE PRESSO GLI ETRUSCHI
       1.12 FIESOLE ETRUSCA: UN CIPPO DI DIFFICILE INTERPRETAZIONE
       1.13 I SANNITI
       1.14 RADICE MONOSILLABICA - DISCO DI FESTO
       1.15 I MORGENTI
       1.16 I VOLSCI
       1.17 I RETI
       1.18 ARNNA HIRUMINA UR-FS(-SA)
       1.19 GLI UMBRI
       1.20 I LIGURI
       1.21 I LATINI
       1.22 Gli equi
       1.23 UNA PRINCIPESSA SARDA IN ETRURIA
       1.24 I BRUZI O BRETTI
       1.25 GLI AURUNCI
       1.26 I CAPENATI
       1.27 GLI ERNICI
       1.28 GLI ENOTRI
       1.29 I FRENTANI
       1.30 I FALISCI
       1.31 I LUCANI
       1.32 *I MARSI
       1.33 I MESSAPI
       1.34 USI E COSTUMI DEI MESSAPI
       1.35 I MARRUCINI
2 Evoluzione umana
       2.1 NEANDERTAL, FINE DI UNA SPECIE
       2.2 L’EVOLUZIONE UMANA
       2.3 LA PROTOSTORIA
       2.4 LA PREISTORIA
       2.5 IL MESOLITICO
       2.6 VITA QUOTIDIANA NEL MESOLITICO
       2.7 IL PALEOLITICO SUPERIORE
       2.8 IL NEOLITICO
       2.9 L’ITALIA NELLA PREISTORIA
       2.10 HOMO SAPIENS SAPIENS
       2.11 ’UOMO DI NEANDERTHAL
       2.12 SULLE TRACCE DEI CACCIATORI VISSUTI 30.000 ANNI FA: INIZIATI GLI SCAVI ARCHEOLOGICI ALLA CAVERNA DELLE ARENE CANDIDE DI FINALE LIGURE
3 Longobardi
       3.1 I LONGOBARDI
       3.2 IL REGNO DEI LONGOBARDI
       3.3 DA ROTARI ALLA CADUTA DEL REGNO LONGOBARDO
4 Crociate
       4.1 LA PRIMA CROCIATA
       4.2 LA CROCIATA DI PIETRO L’EREMITA E GUALTIERO SENZA AVERI
       4.3 PRIMA CROCIATA: LA CROCIATA DEI NOBILI
       4.4 LA SECONDA CROCIATA
       4.5 LA TERZA CROCIATA
       4.6 LA QUARTA CROCIATA
       4.7 MANZIKERT, 19 O 26 AGOSTO 1071
5 Storia
       5.1 Popoli lombardi
              5.1.1 I MISTERI DEI CELTI
              5.1.2 IL RUOLO DEI CELTI NELL'EUROPA ANTICA
              5.1.3 culto e business
              5.1.4 I Celti in Italia. Storia di un popolo.
              5.1.5 I Celti: la prima Padania
              5.1.6 La Padania  ???
              5.1.7 Invasione dei Galli Cenomani
              5.1.8 Età prima: de' popoli primitivi.
              5.1.9 Come si chiama questa Terra?
       5.2 Vie d'acqua padane
              5.2.1 Breve storia del Canale Villoresi
              5.2.2 Il Naviglio Grande Le origini del “fossato” a scopo difensivo
              5.2.3 Lungo l’alzaia del Naviglio Grande:
              5.2.4 il canale villoresi “l’ultimo dei navigli” un capolavoro sconosciuto dell’ingegneria lombarda
              5.2.5 La valle Olona e i suoi mulini
              5.2.6 La valle Olona e i suoi mulini (2 parte)
       5.3 Il Gallaratese 150 anni fa
       5.4 Il Gamba de legn
              5.4.1 Un tramchiamato “Gambadelegn”
              5.4.2 Gamba de Legn: le ragioni di un successo
              5.4.3 Una storia mai dimenticata El Gamba de Legn
              5.4.4 El Gamba de Legn   2 parte
       5.5 Lomellina dimenticata
       5.6 TERRITORIO: LA FAGIANA, CENTRO PARCO DEL TICINO
       5.7 L’insediamento Preistorico della Lagozza di Besnate
       5.8 Marcallo con Casone tra storia e tradizioni
       5.9 il progetto ipposidra di carlo cattaneocultura
       5.10 la fagiana, centro parco del ticino
       5.11 Tuttonatura
6 Altri
       6.1 LE CIVILTÀ ANTIDILUVIANE: MITO O REALTÀ?
       6.2 LA CULTURA VILLANOVIANA
       6.3 IL NOSTRATICO, LA LINGUA FRANCA DELL'ETÀ ANTIDILUVIANA
       6.4 Insediamenti dell'Etruria Padana: Marzabotto
       6.5 IL MISTERO DEI PETROGLIFI DI QUIACA
       6.6 LE ORIGINI DI ROMA TRA REALTÀ E LEGGENDA
       6.7 SANTA MARIA MAGGIORE A LOMELLO. LA CHIESA DEL DIAVOLO
       6.8 UNITÀ DI MISURA PAVESI
       6.9 I TERRAMARICOLI
       6.10 EVOLUZIONE ED ASPETTATIVE RIGUARDANTI L'ABITATO PREISTORICO SCOPERTO NEL TERRITORIO SOLAROLESE.
       6.11 ATTIVITÀ, ORGANIZZAZIONE SOCIALE E RELIGIONE PRESSO I CELTI
       6.12 PERCHÈ CI CHIAMIAMO SICILIANI?
       6.13 LE ACQUE DEGLI ANTICHI
       6.14 L'ORIGINE DEGLI INDIGENI AMERICANI: LA TEORIA POLIGENETICA
       6.15 L’EUROPA POST-ROMANA
       6.16 GLI ULTIMI ANNI DI FEDERICO I BARBAROSSA
       6.17 LA SITUAZIONE POLITICA NELLA GERMANIA DEL XII SECOLO
       6.18 IL FALSO MITO DEI 'SECOLI BUI'
       6.19 , IL VIAGGIO DEI FRATELLI VIVALDI
       6.20 PUDORE E MERETRICIO NELL'ANTICA ROMA
       6.21 MARE NOSTRUM. LE FONDAMENTA MEDITERRANEE DELLA NOSTRA CIVILTÀ E IL RUOLO DI ROMA
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1 Popoli vari

Popoli vari
 
Contents
1.1 I POPOLI PREROMANI
1.2 I CELTI
1.3 I PEUCETI
1.4 I PICENI
1.5 I SABINI
1.6 I SARDI
1.7 GLI ELIMI
1.8 SICANI, SICULI ED IBLEI
1.9 GLI ETRUSCHI
1.10 L'ESERCITO ETRUSCO
1.11 VITA, RELIGIONE E ARTE PRESSO GLI ETRUSCHI
1.12 FIESOLE ETRUSCA: UN CIPPO DI DIFFICILE INTERPRETAZIONE
1.13 I SANNITI
1.14 RADICE MONOSILLABICA - DISCO DI FESTO
1.15 I MORGENTI
1.16 I VOLSCI
1.17 I RETI
1.18 ARNNA HIRUMINA UR-FS(-SA)
1.19 GLI UMBRI
1.20 I LIGURI
1.21 I LATINI
1.22 Gli equi
1.23 UNA PRINCIPESSA SARDA IN ETRURIA
1.24 I BRUZI O BRETTI
1.25 GLI AURUNCI
1.26 I CAPENATI
1.27 GLI ERNICI
1.28 GLI ENOTRI
1.29 I FRENTANI
1.30 I FALISCI
1.31 I LUCANI
1.32 *I MARSI
1.33 I MESSAPI
1.34 USI E COSTUMI DEI MESSAPI
1.35 I MARRUCINI
 

1.1 I POPOLI PREROMANI

I POPOLI PREROMANI
Prima della conquista da parte dei romani, l’Italia antica si caratterizzava per la presenza sul proprio territorio di diverse popolazioni. La maggior parte di questi popoli erano di origine indoeuropea ed erano presenti nella penisola italica fin dal II° millennio prima di Cristo. Con il passare dei secoli queste genti vennero denominate italici anche a causa del progressivo allargamento del concetto geografico di Italia che, se inizialmente indicava esclusivamente l’estrema punta della Calabria, finì col tempo per indicare tutta la penisola.Le maggiori tra queste comunità furono nell’Italia nordorientale i Veneti, nell’attuale Lazio, nel territorio compreso tra l’Appennino e la costa Latini, Volsci e Equi. Dal versante opposto dell’Appennino, fino allo sconfinamento nelle attuali regioni dell'Umbria e delle Marche vivevano Sabini, Umbri, Marsi, Peligni,Marrucini e Piceni.Scendendo verso sud, in corrispondenza della fascia appenninica posta tra le attuali regioni dell’Abruzzo e della Campania, si trovava il territorio abitato dai Sanniti.Essi non furono mai un popolo unitario ma bensì un insieme di tribù che, in caso di guerra univano le proprie forze per affrontare l’avversario del momento. Nelle zone più interne dell’attuale Campania erano invece stanziati gli Osci. In Puglia il popolo degli Iapigi il cui nome variava a seconda delle diverse località di provenienza. Nell’estremo sud in corrispondenza delle attuali Basilicata e Calabria vivevano invece Lucani e Bruzi. Il quadro delle popolazioni italiche preromane viene completato da due popoli di origine non indoeuropea:i Liguri, che abitavano una regione molto estesa che non comprendeva solamente la Liguria, ma un vasto territorio compreso tra i fiumi Arno e Rodano e gliEtruschi che partendo dall’Etruria, regione compresa tra l’Alto Lazio e la Toscana, crearono propri insediamenti in aree piuttosto distanti tra loro come ad esempio la Pianura Padana e la costa campana.Gli Etruschi furono fino al VI secolo prima di Cristo la società più avanzata del mosaico italico. La Sardegna aveva visto nascere la civiltà Nuragica dei Sardi, popolazione non indoeuropea, cui successivamente fece seguito la colonizzazione da parte dei Fenici. Più complessa la situazione in Sicilia dove convissero a lungo colonie di origine fenicia e greca e le popolazioni autoctone degli Elimi, Siculi e Sicani, questi ultimi di origine non indoeuropea. In ultimo ci sono da considerare le migrazioni di popolazioni galliche nel Nord dell’Italia Insubri, Cenomani,Boi e le fiorenti colonie della Magna Grecia. Liguri, Etruschi, Galli e Greci, non sono inclusi tra i popoli considerati italici e persino i romani, che li assogettarono,li considerarono sempre estranei alla formazione dell’ identità del loro popolo.

1.2 I CELTI

I CELTI
I Celti erano un popolo di origini indoeuropee e il loro nome deriva dalla parola greca keltai, con la quale i coloni greci che fondarono Marsiglia indicavano queste combattive tribù che a un certo punto si trovarono ad attraversare il loro territorio. Stanziati inizialmente nell’Europa Centrale nell'’area compresa tra la Boemia e la Baviera, essi dettero origine alla Cultura di Uneticelegata in modo particolare alla lavorazione del metallo e alla pastorizia. Ma per meglio capire l’evoluzione del popolo celtico occorre fare un salto indietro nel tempo al 4000 a.C. dove, nella zona del Baltico compresa tra lo Jutland e la bassa Scandinavia, si sviluppò una civiltà molto evoluta denominata Atlantide. Gli atlantidi erano abili costruttori di stadi e templi ed erano inoltre esperti navigatori. Questa esperienza è documentata dalle costruzioni megalitiche meglio conosciute come Menhir rinvenute a Carnac nella Bretagna, a Stonehenge in Inghilterra e in diverse zone del Galles e dell’Irlanda. Queste particolari costruzioni, avevano lo scopo di guida agli astri, nel quale questo popolo credeva fermamente. A seguito di siccità e carestie ma anche di fenomeni tellurici di grande intensità, gli atlantidi furono costretti ad emigrare in diverse zone del dell’area mediterranea. Nell’Europa Centrale; in Grecia, nella quale erano già presenti le civiltà achea e micenea che vennero distrutte; in Anatolia, paese abitato fino ad allora dagli Ittiti; in Palestina, nella quale ebbero origine le civiltà fenicia e semita; in Egitto, dal quale furono respinti dall’esercito di Tolomeo. Questa grande migrazione è nota come migrazione dei popoli del mare e la sua fase finale determinò lo stanziamento dei Dori in Grecia e nell’Egeo. Quasi contemporaneamente in Oriente c’erano tre popoli di origine indoeuropea che influenzandosi e mescolandosi tra loro all’incirca fino alla fine dell’età del Rame, iniziarono una serie di migrazioni che li portarono in Anatolia, in Mesopotamia, in Grecia e in ultimo, nel’Europa Centrale. Questi tre popoli erano i Kurgan, stanziati nella zona compresa tra il Volga e l’alto Mar Caspio ed il cui nome deriva dalle tombe a tumulo che utilizzavano. I Transcaucasici residenti nel Caucaso e i Nordpontini dell’area del Mar Nero. La divisione ebbe inizio nell’età del Bronzo perfezionandosi con l’età del Ferro, implementandosi con l’addomesticamento degli equini e del bestiame. Nello stesso periodo, nel nord dell’Europa ed in modo particolare nell’attuale Polonia si assiste alla nascita della Civiltà dei Campi di Urne. Di origine nordiche, prese il nome dal modo nel quale venivano sepolti i morti. La fase finale di questa migrazione orientale ebbe luogo intorno all’800 a.C. con la diffusione degli Sciti in Mesopotamia dove presero vita la cultura Caldea e successivamente quella Assira che prevarrà fino all’arrivo dei Persiani; in Anatolia, dove già erano presenti Frigi, Lidi e Pontini, in Grecia, in Italia e nell’Europa centrale dove già era presente la precedente migrazione dei popoli nordici. In riferimento a quest’ultima, intorno al 700 a.C. e fino al 450 a.C. si sviluppò nella regione austriaca del Salzkammergut la cultura di Hallstatt specializzata nell’estrazione e nel commercio del sale del quale la regione era particolarmente ricca, con le popolazioni italiche e nordiche. Cultura di crocevia era basata su due classi sociali legate all’aristocrazia e alla pastorizia. La fine di questa cultura porta alla nascita sulle rive del lago di Neuchatel della cultura di La Tene che si protrarrà fino al 50 a.C. e sarà caratterizzata dall’arte espressionista, dalle rappresentazioni dei particolari e dei dettagli, dall’inizio di migrazioni di popoli, dala rete di commercio di massa che furono in grado di attivare e dalla conseguente nascita di una forma di protoborghesia dovuta anche al fatto che nuovi ceti aspiravano ad ottenere più potere, soppiantando la vecchia aristocrazia hallstattiana. All’inizio del 600 a.C., frutto di queste due ultime culture, nell’area compresa tra il basso Rodano e l’Alto Danubio ha origine la popolazione celtica. Popolo nomade, i Celti iniziarono una migrazione verso il settentrione d’Italia dove si attestarono nei dintorni di Mediolanum entrando in contatto con gli Etruschi ; verso l’Europa centrale, dove dissolse la cultura di Hallstatt; verso la Francia dove daranno origine alle popolazioni galliche; verso la Germania, dove si integreranno con le popolazioni germaniche; verso la Gran Bretagna dove si assistette ad uno sviluppo più arretrato; inoltre altre migrazioni verso Serbia, Macedonia e Anatolia. In quest’ultima regione fecero la loro comparsa i Galati, che importarono culti orientali. In Gran Bretagna ci furono tra il 900 ed il 500 a.C. due distinte migrazioni di popoli di origine indoeurepea che si sovrapposero alle preesistenti popolazioni di atlantidi che vi si erano stabiliti tra il 3000 ed il 2000 a.C. La prima ondata era formata da popolazioni di lingua gaelica, che partite dal nord della Spagna sbarcarono in Irlanda, Scozia e Isola di Man. La seconda migrazione era composta da popoli britannici, che partiti dal Belgio, colonizzarono l’Inghilterra, il Galles e la Cornovaglia. I Celti hanno attinto molto dalla cultura scita: l’utilizzazione delle tombe a tumulo, l’allevamento del cavallo che consideravano un animale sacro, la suddivisione in classi sociali, ed infine per il macabro rituale di conservare la testa del nemico ucciso per poi esporla all’esterno della capanna come protezione. I Celti hanno quindi subito influenze orientali ed europee sviluppando in seguito a queste esperienze una propria cultura.
 

1.3 I PEUCETI

I PEUCETI
 
La Peucetia, regione della Iapigia e corrispondente all’attuale territorio della provincia di Bari, confinava a sud con la Messapia e a nord con la Daunia.
I Peuceti erano un gruppo etnico derivato dagli Iapigi che si stabilì in Peucetia a partire dall’800 a.C.
Il loro insediamento più importante fu Altamura, città situata lungo il percorso di una importante via di comunicazione che sotto i Romani sarebbe stata ulteriormente risistemata ed avrebbe assunto il nome di Via Appia.
Secondo la tradizione, il nome Altamura, deriverebbe dal nome della regina Mirmidone Altea da cui il primo nome dato alla città: Altilia.
Tra la fine del V e l’inizio del IV secolo a.C., Altamura venne fortificata con la costruzione di una cinta muraria che chiudeva l’acropoli e una parte della collina.
Questo accorgimento difensivo era dovuto alla pressione esercitata dai principali centri lucani e dalle mire espansionistiche dei Tarantini.
L’economia peuceta si basava principalmente sull’allevamento del bestiame e sull’artigianato, soprattutto la filatura e la tessitura della lana.
Importanti contatti vennero stabiliti con le colonie della Magna Grecia, con Metaponto e più tardi anche con Taranto. Questi rapporti sono testimoniati dal ritrovamento di raffinati vasi e monete.
Numerosi furono anche i contatti e le guerre con la vicina popolazione dei Messapi.
Centri importanti furono anche Barium, l’attuale Bari e Ruvo.
Dopo le guerre sannitiche, nel corso delle quali la maggior parte delle città pugliesi furono alleate di Roma, l’espansionismo romano penetrò nei territori dei Peuceti che, come già in precedenza altri popoli italici, subirono la romanizzazione.

1.4 I PICENI

I PICENI
 
I Piceni erano una delle popolazioni italiche che abitavano l’area del Piceno insieme ai Petruzi e ad alcuni gruppi di Liburni. Questo popolo sviluppò un rilevante nucleo abitato nella regione che corrisponde ai nostri giorni alle basse Marche, e che comprendeva all’epoca un’area sacra tra le più importanti per la vita religiosa di quella che ancor oggi risulta essere una delle popolazioni italiche più misteriose.
Nella prima fase dell’età del Ferro, tra il X ed il IX secolo a.C., i Piceni si stabilirono sul tratto di costa adriatica compreso tra i fiumi Foglia a nord e Pescara a sud, delimitato ad ovest dagli Appennini.
Sulla riva sinistra della foce del fiume Tesino eressero un tempio alla dea Cupra, dea della fertilità e maggiore divinità da essi venerata . Alla luce di diversi rinvenimenti archeologici sembrerebbe che i Piceni non fossero una popolazione di origine indoeuropea. In epoca successiva, ad essi si sarebbero sovrapposti i Picenti, popolazione appartenente al gruppo umbro-sabellico.
Secondo recenti scoperte, i Piceni si appropriarono dei territori occupati non aggregandosi in gruppi numerosi, ma dando invece vita a piccoli centri, disperdendosi per famiglie e tribù.In questo modo non giunsero mai a costituire un'unità cosciente della propria indipendenza culturale e la loro civiltà si differenziò da una località all’altra e, in alcuni casi, anche in modo notevole.
A causa di questa struttura di tipo cantonale, il territorio dei Piceni poteva essere considerato come una confederazione picena.
I loro centri abitati sorgevano sempre nelle vicinanze di preesistenti villaggi di popolazioni dell’età del Bronzo.
Parteciparono attivamente a scambi commerciali, soprattutto marittimi, con le altre popolazioni adriatiche ed in particolare con Liburni, Illiri, Dauni ed Etruschi. Nel 299 a.C. si allearono con i Romani con i quali, in epoca successiva entrarono in conflitto.
Sconfitte dopo due anni di guerra, le popolazioni picene vennero deportate in Campania, nell’area compresa tra la città di Salerno ed il fiume Sele, che prese poi il nome di Ager Picentinus.   foto-00541.jpg
 
Fatta eccezione per la capitale Asculum, l’odierna Ascoli Piceno e la colonia greca di Ancona, che rimasero alleate di Roma, tutto il resto del territorio venne annesso dai Romani che vi fondarono numerose colonie, le più importanti delle quali furono Hatria, Firmum Picenum, l’attuale Fermo; Castrum Novum Piceni, vicino alla città di Giulianova; Potentia, oggi Potenza Picena e Auximum,l’attuale Osimo.
Nel 295 a.C. I Romani con i loro alleati Piceni e Lucani, sconfissero gli Umbri, i Sanniti e gli Etruschi nella battaglia di Sentinum, nei pressi di Sassoferrato.
Dopo la seconda metà del III secolo a.C. i Romani erano i padroni incontrastati dell’intera regione e a loro fianco combattevano truppe picene e umbre. Nel 207 a.C, dopo la vittoria romana sul Metauro contro le forze cartaginesi comandate da Asdrubale, ebbe inizio per le popolazioni delle Marche il processo di romanizzazione.

1.5 I SABINI

I SABINI
 
La Sabina fu abitata dall’uomo fin dal Paleolitico come testimoniano i resti di insediamenti umani ed oggetti in selce ritrovati nella zona.
Nei periodi successivi poche furono le testimonianze di presenze umane fino al 3000 a.C., periodo al quale risalirebbero i resti dell’antica città di Eretum.
Una ricognizione archeologica ha messo in evidenza lo sviluppo di questo centro abitato dall’VIII al VI secolo a.C. quando per Eretum inizia un periodo di decadenza seguito alla sconfitta dei Sabini ad opera di Tarquinio il Superbo.
La Sabina rappresentò il centro della cultura italico-sabellica, dal quale si sono diffusi i miti della cultura osca.
I Sabini giunsero dalla costa adriatica tra il X e il IX secolo a.C e fondarono nella zona le città di Reate, Nurcai, Trebula Mutuesca e Cures Sabini.
Cures Sabini ebbe grande sviluppo grazie anche alla sua posizione strategica dovuta alla vicinanza al Tevere e alla Via Salaria, controllando buona parte delle terre circostanti, fornitrici di prodotti agricoli.
I Sabini furono una delle razze italiche più antiche e un gran numero di essi si fusero con i Romani concludendo matrimoni o stabilendosi nella città eterna, divenendo in tale modo cittadini Romani.
I Sabini si stabilirono nella fertile valle del Velino e da qui scesero progressivamente fino al basso Tevere, giungendo nel tempo a contatto con la nuova città di Roma.
La regione sabina si distingueva in due parti molto diverse tra loro: alla Sabina tiberina, caratterizzata dai bracciali e dagli anelli d’oro sfoggiati dai suoi guerrieri e dell’opulenza della città di Cures Sabini si contrapponeva la più povera Sabina montuosa, quella delle città di Reate, Norcai e Amiternum, che entrò in contatto con i Romani solo molto più tardi, agli inizi del III secolo a.C..
Un fatto certo che serve a dimostrare quanti numerosi fossero gli abitanti di origine sabina a Roma, fu che alla morte di Romolo, vene eletto re il sabino Numa Pompilio.
Anche l’altro re romano Anco Marzio era un sabino.
Questo non impedì che altre popolazioni della Sabina fossero spesso in guerra contro Roma. La prima grande guerra tra queste popolazioni ed i Romani, si combattè solo dopo alcuni secoli dalla fondazione di Roma, ed esattamente nel 290 a.C..
I romani, guidati dal console Manio Curio Dentato, riportarono una schiacciante vittoria, catturarono numerosi prigionieri e sottoposero le città ribelli al dominio di Roma; fra queste anche la città di Cures Sabini che dopo la conquista romana iniziò progressivamente a decadere riducendo considerevolmente la sua estensione. Il suo declino definitivo avvenne nel 174 a.C. a causa di un violento terremoto.

1.6 I SARDI

I SARDI
 
La Sardegna conobbe un grande sviluppo in età Neolitica con la nascita di numerosi villaggi.
Come sviluppo della civiltà Nuragica viene indicato un periodo compreso tra il 1800 ed il 1200 a.C. Questi secoli sono in gran parte poco conosciuti per la mancanza di testi scritti ed i Sardi risultavano essere pastori nomadi e bellicosi, conosciuti in tutto il mondo classico.
In particolare svolgevano la funzione di trasportare merci per conto di altri.
Il nome dei nuraghi dovrebbe significare mucchio di pietre,in riferimento alla costruzione conica eretta utilizzando blocchi di pietra, oppure caverna,nel senso di stanza buia e chiusa. Questi edifici avevano la duplice funzione di torre e di luogo per la celebrazione di riti sacri.
In Sardegna esistono ancora oggi circa 7000 nuraghi, dei quali circa 500 ben conservati. Il più celebre è il villaggio nuragico di Barumini, foto-00542.jpg comprendente una reggia circondata da un esteso villaggio. Il nuraghe più grande è quello di Losa nelle vicinanze di Abbasanta.
Con l’arrivo dei Cartaginesi, iniziò la fine di questa civiltà. Testimonianze dell’occupazione cartaginese sono ancora visibili in alcune zone della Sardegna: a Cagliari c’è la più importante necropoli dell’area mediterranea Tuvixeddu; sulla strada che congiunge Iglesias a Fluminimaggiore, il tempio di Anta-Sardus Pater; nel Sulcis la grande necropoli sul monte Sirai.
Testimonianze del periodo cartaginese sull’isola sono state rinvenute anche a Nora. In seguito raggiunsero la Sardegna anche i Focesi, che fondarono Olbia.
La loro penetrazione venne però fermata dalle forze congiunte di Etruschi e Cartaginesi che, seppure sconfitti nella battaglia navale di Alalia nel 535 a.C. riuscirono ad affermarsi nell’isola.
Nel 348 a.C. i Romani sottoscrissero un trattato che concedeva ai Cartaginesi l’esclusiva del commercio con la Sardegna.
Frequenti erano in quel periodo le rivolte scatenate dai Sardi contro l’occupazione straniera. Nel 238 a.C, al termine della Prima guerra punica, Roma approfittò della momentanea debolezza di Cartagine e di una rivolta dei mercenari cartaginesi presenti sull’isola per occuparla militarmente.
La Sardegna divenne così una delle maggiori riserve di grano per i Romani. Nel 226 a.C. divenne insieme alla Corsica una provincia dello Stato romano.
In seguito Roma continuò a trattare la Sardegna come una terra di conquista e per tutta l’epoca repubblicana non le concesse alcuna città libera. Questo atteggiamento scatenò numerose rivolte dei Sardi e degli immigrati Cartaginesi.
Particolarmente violente furono quella organizzata dal grande proprietario terriero di origine punica Amsicora nel 216 a.C. e quella popolare del 178 a.C. domata da Sempronio Gracco che si concluse con la riduzione in schiavitù di decine di migliaia di uomini deportati nelle campagne italiane. Alla fine del II secolo a.C. le rivolte ebbero fine ma iniziò a svilupparsi un’attività di brigantaggio.
Sotto Giulio Cesare vennero concessi alla città di Kalaris, l’odierna Cagliari, i diritti civili romani, mentre le città di Turris Libissonis, oggi Porto Torres, Sulci e Tharros divennero colonie romane. Durante l’epoca imperiale, la Sardegna venne separata dalla Corsica e amministrata come provincia dell’Impero. Progressivamente inizio la sua romanizzazione e, in epoca successiva, la cristianizzazione.

1.7 GLI ELIMI

GLI ELIMI
 
Gli Elimi occupavano la parte occidentale della Sicilia e traevano la loro origine dall’incontro tra popolazioni autoctone e gruppi di origine egea e ligure.
Sembra comunque certa l’origine non greca di questo popolo e che questa diversità sia stata la fonte della rivalità con la città di Selinunte, alla quale gli Elimi molto probabilmente impedivano lo sbocco al Tirreno.
Secondo la tradizione, Elimo era un principe di sangue reale sfuggito alla caduta di Troia ed approdato in Sicilia nella regione del monte Crimiso.
Qui, più tardi, venne raggiunto da Enea e da altri scampati alla distruzione di Troia. Avendo ormai la certezza che non fosse più possibile tornare in patria, l’eroe troiano fece costruire due città per le genti di Elimo ed Egesto, in modo tale che potessero stabilirsi definitivamente sull’isola.  (trapani)
Le due città presero il nome di Elima, che venne edificata sul monte dove la gente di Elimo venne ritrovata da Enea, ed Egesta, il luogo dove attualmente si trova Segesta, (Calatafimi) nelle cui vicinanze esistevano dei bagni di acque benefiche.
Le abitazioni erano di tipo troiano-frigio, fabbricate in modo tale da fornire necessario riparo e una difesa comune.
All’interno dell’abitato esisteva anche una sorta di castello utilizzato come caserma per la guarnigione preposta alla difesa della città.
Altri importanti centri furono: Entella, situata nell’entroterra palermitano e della quale oggi non resta nulla, e Solunto, della quale resta il sito archeologico.
Con l’arrivo dei Cartaginesi, a parte Segesta, alla quale restò un limitata autonomia, tutte le altre città caddero sotto il dominio dei conquistatori. Successivamente conobbero le devastazioni procurate dall’esercito di Pirro, ed infine vennero sottomessi dai Romani.

1.8 SICANI, SICULI ED IBLEI

SICANI, SICULI ED IBLEI
 
I Sicani, gli antichi abitatori della Sicilia centrale e sud-occidentale, non erano di stirpe indoeuropea ma subirono l’invasione di una popolazione appartenente a questo ceppo linguistico.
Secondo alcuni studi archeologici, l’arrivo dei Sicani nella parte occidentale della Sicilia ed in particolare ad ovest dell’Imera del sud, sarebbe da far risalire al 3000 a.C..
I contatti di questo popolo con la civiltà minoica sono stati confermati da recenti ritrovamenti, mentre sarebbero tuttora poco chiari i rapporti che i Sicani avrebbero avuto con gli Elimi.
Giunti probabilmente dalla penisola Iberica, essi fecero delle città di Iccara, Inico e Indara i loro principali centri.
Delle due popolazioni autoctone della Sicilia, gli Elimi e i Sicani, si sa che vennero soprattutto influenzati dalle culture del Mediterraneo orientale. Era infatti da quelle regioni che il rame era stato importato in Europa, transitando proprio per il Canale di Sicilia e per lo Stretto di Messina; rotte queste, che furono molto importanti anche nelle successive Età del Bronzo e del Ferro, quando Micenei, Cretesi e Fenici solcavano queste acque per recarsi in Spagna ad attingere da quelle riserve metallurgiche.
I Siculi devono il loro nome a Siculo, il figlio di Italo, re degli Enotri. Abitatori del Bruzio, gli Enotri si spinsero nella Sabina dalla quale vennero cacciati dalle popolazioni locali.
Ritornarono quindi verso la Campania, dalla quale progressivamente raggiunsero la Sicilia dove si stabilirono definitivamente due o tre secoli prima della colonizzazione greca, dalla quale vennero ben presto assorbiti.
Qui presero il nuovo nome di Siculi e in modo lento ma inesorabile soppiantarono i Sicani insediandosi nella parte orientale dell’isola.
La loro lingua aveva una certa affinità con il latino ed erano nemici sia con i Greci che con i Sicani dei quali assorbirono però la cultura. I loro dei maggiormente venerati furono i Palici, divinità protettrici della navigazione e dell’agricoltura.
La Storia della provincia di Ragusa ha radici molto profonde ed i primi insediamenti umani risalirebbero a 60.000 anni fa, come testimoniano i resti delle grotte di Fontana Nuova.
Nel 1100, i Siculi edificarono le città fortificate di Motyche, l’odierna Modica, Hybla Heraia, oggi Ragusa, Sicli, l’attuale Scicli e Geretanum, l’attuale comune di Giarratana.
La vera storia della Sicilia inizia con la colonizzazione Greca e la nascita della città di Kamarina che venne poi più volte distrutta per la sua ribellione ai tiranni di Siracusa.
La città era dedicata ad Athena Ergane, protettrice del lavoro femminile e alla quale venne edificato un tempio. Pantalica fu uno dei primi centri abitati della Sicilia Orientale e sede, dal 1250 al 700 a.C., di un popolo poco numeroso ma prospero e ben organizzato politicamente, a capo del quale c’era un re.
Questo popolo erano gli Iblei, famosi anche per l’ottimo vino che producevano e per l’arte dell’apicoltura da essi esercitata.
La conquista da parte dei Greci segnò la fine di questa civiltà, inglobando e mutando gli usi e le tradizioni dei siculi che ne facevano parte. Gli Iblei si collocherebbero quindi in un periodo pre-ellenico Quando l’isola divenne una provincia romana, Ragusa e Modica vennero classificate decumane, erano cioè obbligate a pagare a Roma la decima parte dei raccolti.

1.9 GLI ETRUSCHI

GLI ETRUSCHI
 
Tra gli antichi popoli che abitavano l’Italia prima della dominazione romana, gli Etruschi furono senza dubbio i più evoluti.
Essi abitavano la regione centro-occidentale della penisola denominata Etruria, che si estendeva dall’Appennino tosco-emiliano a nord e la foce del fiume Tevere a sud.
Sull’origine degli Etruschi non si hanno notizie precise; l’unica certezza è che non appartenevano nè al gruppo di popolazioni indoeuropee e neppure al ceppo semitico.
Secondo la maggior parte degli studiosi questo popolo avrebbe avuto origine dalla fusione di antichi popoli italici con genti provenienti dal Mediterraneo orientale.
Per risolvere il dilemma dell’origine degli Etruschi sarebbe sufficiente riuscire a comprendere la loro lingua che purtroppo, fino ad oggi, risulta ancora incomprensibile. L’alfabeto, simile a quello greco, consente una facile lettura dei loro scritti, ma le parole sono incomprensibili. L’unico modo per decifrarle sarebbe il ritrovamento di un testo scritto in più lingue che consentirebbe, così come è avvenuto con la stele di Rosetta per i geroglifici egizi, di comprenderne il significato.
Questo popolo si stanziò nell’attuale Toscana in epoca molto antica; gli Etruschi fondarono infatti le prime città intorno al X secolo a.C.. Nei secoli VII e VI a.C. estesero il loro dominio alla pianura padana, all’isola d’Elba, alle coste orientali della Corsica e alle coste della Campania.
Intorno al 600 a.C. furono anche i padroni della città di Roma, che era stata fondata circa un secolo prima. Questa estensione non durò molto poichè gi` nel VI secolo a.C. i Romani cacciarono dalla loro città il re etrusco Tarquinio il Superbo, mentre nel V secolo a.C. i Sanniti li allontanarono dalla Campania ed i Cartaginesi tolsero loro la Corsica. Infine nel IV secolo a.C. un’invasione gallica li costrinse ad abbandonare la pianura padana. Questi avvenimenti segnarono l’inizio della decadenza etrusca, della quale approfittò Roma per conquistare la regione e dare così inizio alla propria espansione.

1.10 L'ESERCITO ETRUSCO

L'ESERCITO ETRUSCO
Autore: Andrea Rocchi
 
Partendo dal presupposto che ogni città etrusca faceva stato a se stante, tranne casi di alleanze militari e confederazioni, passiamo in rassegna un tipico esercito etrusco considerando in primis quanto gli Etruschi abbiano subito l’influenza della vicina colonizzazione ellenica della penisola italica; non per nulla e qui apro una parentesi importante sull’argomento, nell’iter classico della civiltà suddetta, troviamo, nell’VIII sec. a. C. l’inizio del cosiddetto periodo Orientalizzante coincidente con la fioritura della civiltà Etrusca e l’affermazione delle aristocrazie locali.
Nel corso del VII sec. a. C. siamo nel pieno dello sviluppo della cultura Orientalizzante; nel 650 c.a. Demarato, un influente nobile greco poco propenso alla tirannia (nello specifico quella di Cipselo), lasciò la sua polis natia, ovvero Corinto per trasferirsi a Tarquinia, fiorente città-stato etrusca nel settentrione del Lazio e qui, dopo aver contratto matrimonio con una nobile locale, ebbe due figli tra cui un certo Lucumone, il futuro Lucio Tarquinio Prisco, re etrusco di Roma, educato secondo le tradizioni greche ed etrusche.
Chiusa la parentesi suddetta, torno a parlare di tematiche strettamente militari ricordando che le città-stato etrusche potevano contare sulla loro difesa su due fattori determinanti, risultati, il primo della ricercatezza di luoghi facilmente difendibili per la fondazione dei centri urbani, dunque alture, rocche e formazioni collinari, il secondo della costruzione di valide cinte murarie di semplice concezione ma con la presenza di torri di guardia nei punti più vulnerabili.
L’esercito invece poteva contare sulla disponibilità di ingenti materiali ferrosi atti alla fabbricazione di armi ed armature, provenienti dalle ricche miniere dell’Italia centrale e riempiva i propri ranghi reclutando cittadini in base al censo.
L’esercito di una singola polis etrusca era affidato ad un condottiero coadiuvato da ufficiali, tutti provenienti dalla classe oligarchica cittadina al potere (ricordo che indicativamente dal VI sec. a.C. in poi le varie monarchie etrusche vennero via via soppiantate da oligarchie nella guida delle città-stato) ed era improntato sul modello greco, dunque vedeva nello schieramento oplitico e relative tattiche, i suoi punti cardini.
L’oplita, il soldato di fanteria pesante greco, di estrazione cittadina e fortemente legato alla difesa del territorio natio, ha costituito per secoli il modello di soldato più in “voga” nell’antichità, tanto da essere esportato dalla Grecia, in occidente, sia nelle colonie della Magna Grecia che nelle città-stato etrusche, fino a Roma e persino a Cartagine sulle coste africane;
la sua “panoplia” (collezione di armi) era formata in chiave difensiva, dalla corazza pesante atta a proteggere il petto ed il ventre, dagli schinieri (protezioni per le gambe), dall’elmo (krànos) e dallo scudo bronzeo di 90 centimetri di diametro (hoplon),
mentre in chiave offensiva, dalla spada (xiphos) e soprattutto dalla lancia (dory).
Gli opliti agivano in ranghi serrati, presentando al nemico un muro di ferro e di lance, ben protetti dai grandi scudi circolari, costituivano una formidabile formazione difensiva in grado di muoversi come falange e conseguire una strategia di puro e semplice urto di massa contro le compagini nemiche. I punti deboli della falange oplitica erano costituiti dalla poca mobilità e dalla oggettiva difficoltà nel tenere unita la formazione tanto che bastava un ostacolo naturale sul terreno per mettere in crisi l’intera compattezza dello schieramento che era necessaria e vitale per conseguire la vittoria.
Il progresso dell’arte bellica, comportò un uso sempre più massiccio delle fanterie da schermaglia, quali peltasti ed arcieri e delle cavallerie, equipaggiate alla leggera ed in grado di muoversi sui campi da battaglia con celerità rispetto agli opliti che dunque furono sempre più soggetti a manovre di aggiramento e ad attacchi dalla distanza contro i quali nulla poteva la tattica d’urto che tanto successo aveva portato in passato.
Da qui l’evoluzione della falange voluta da Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno già trattata in un altro articolo (link), a sua volta figlia delle innovazioni di Epaminonda di Tebe e di Ificrate l’Ateniese; in sintesi Filippo si affidò ad una falange, quella macedone, dotata di un equipaggiamento difensivo molto più leggero rispetto a quello tipicamente oplitico, per favorire la mobilità dei reparti e di un equipaggiamento offensivo caratterizzato dalla lunghissima sarissa (vera esclusività del tempo), ma soprattutto attuò una sinergia tra le singole forze del suo schieramento tanto da prevedere un particolare contingente, quello degli ipaspisti (portatori di scudo) col compito di proteggere il fianco destro debole della falange da ogni tentativo di aggiramento, oltre ad utilizzare lui stesso diversi reparti,di fanteria leggera in grado di fare da “schermo” all’avanzata della falange sul campo di battaglia e di cavalleria, quali i pesanti “hetairoi” macedoni o i più mobili “prodomoi” ellenici col compito principale di tenere impegnate sui fianchi dello schieramento le cavallerie avversarie e dopo averle annientate, di piombare alle spalle delle fanterie, chiudendole di fatto tra l’incudine ed il martello.
Tornando all’esercito etrusco, esso lo ripeto era improntato sul modello oplitico diffuso nel mondo ellenico e l’arruolamento avveniva, nelle singole città-stato, in base al censo per cui ognuno doveva procurarsi l’equipaggiamento in base alle sue reali possibilità.
La fanteria pesante d’elite era formata dai migliori guerrieri, ottimamente armati con le corazze più pregiate, provenienti dalle aristocrazie locali; questi opliti che combattevano in formazione compatta costituivano l’urto finale in grado di travolgere le schiere nemiche, una risorsa fondamentale nel contesto di una battaglia.
Accanto all’elite, agiva il resto dell’esercito, le cui fila erano per di più formate da un lato, da cittadini arruolati tra le classi medio-alte che componevano reparti oplitici di discreta qualità, dall’altro da cittadini raccolti tra le classi medio-basse della società che trovavano impiego in formazioni di fanteria leggera, scarsamente armata ed addestrata alla guerra o da schermaglia.
Infine mercenari e cavalieri, reclutati questi ultimi tra i popoli italici o celtici con compiti di esplorazione del territorio, scorta ai vettogliamenti o alla fanteria in marcia.
La tattica in battaglia di un tipico esercito etrusco, ripercorre la classica tattica oplitica d’urto, dunque le formazioni di fanteria di media e basse classe ingaggiavano il nemico in campo aperto, preparando il terreno per l’avanzata della falange d’elite mentre schermagliatori e cavalieri dovevano cercare nel limite del possibile di garantire la copertura dei fianchi dello schieramento. Alcuni fonti narrano anche della presenza di cavalieri pesanti, del tutto simili ad opliti a cavallo che però combattevano essenzialmente smontando da cavallo, contando sulla loro migliore mobilità nel raggiungere i punti critici dello scontro.

1.11 VITA, RELIGIONE E ARTE PRESSO GLI ETRUSCHI

VITA, RELIGIONE E ARTE PRESSO GLI ETRUSCHI
 
Gli Etruschi non furono mai uno stato unitario e le loro città furono sempre indipendenti e divise da una grande rivalità.
In caso di pericolo univano le proprie forze formando delle leghe a scopo difensivo.
Le principali città etrusche furono Arezzo, Cere, Chiusi, Perugia, Tarquinia, Veio e Volterra; anticamente esse erano governate da un lucumone, capo sia civile che religioso, che più tardi venne sostituito dalle aristocrazie locali. Organo principale di governo era il senato, costituito dai rappresentanti delle famiglie più ricche, che era affiancato nell’amministrazione dai pretori, magistrati che quando comparivano in pubblico erano seguiti dai littori, che portavano i segni del potere costituiti dai fasci di verghe e una scure. Presso gli Etruschi la legge era considerata sacra e chi la trasgrediva commetteva un peccato offendendo gli dei. I trasgressori subivano pene molto severe poichè attraverso di esse si intendeva redimere l’anima del peccatore. La società etrusca fu sempre divisa in due classi: i padroni e i servi. Questi ultimi potevano essere familia domestica quando servivano come domestici nelle case dei ricchi o familia rustica quando erano servi utilizzati nei lavori agricoli. Esistevano poi veri e propri schiavi che venivano utilizzati nei lavori più pesanti e nelle miniere, in condizioni di vita pessime e soggetti agli umori di crudeli sorveglianti. Infine i liberti, schiavi che con il tempo avevano riacquistato la libertà, che pur continuando a vivere e a lavorare per l’antico padrone godevano di una certa libertà. La famiglia rappresentava la base della società etrusca e tutti i componenti di una famiglia erano legati da vincoli molto stretti tanto, che in alcune tombe sono stati rinvenuti dei sarcofagi contenenti le spoglie di vari membri appartenenti alla stessa famiglia. Le donne godevano di molta considerazione e libertà, potendo partecipare a fianco del marito a spettacoli teatrali, concerti, giochi atletici e banchetti. La vita economica etrusca era piuttosto progredita; le principali attività erano costituite dall’agricoltura, dalla pastorizia, dall’artigianato e dai traffici marittimi. Con i minerali ricavati dallo sfruttamento delle miniere situate nelle Colline Metallifere e dellRsquo;isola d’Elba, (rame, ferro, argento e piombo), essi fabbricavano strumenti di vario tipo, armi e oggetti artistici che venivano esportati anche in terre lontane, al di là del mare. Gli Etruschi erano profondamente religiosi e tra i loro dei i più venerati erano Tinia, Uni, e Mnerva, corrispondenti alle divinità romane Giove, Giunone e Minerva, ed il dio Voltumna protettore della gente etrusca. Ad interpretare la volontà degli dei attraverso segni esteriori erano addetti due tipi di sacerdoti: gli áuguri, che osservavano i fenomeni naturali ed il volo degli uccelli, e gli arúspici, che traevano auspici dal fegato degli animali sacrificati. I numerosi reperti rinvenuti nelle tombe rivelano il genere di vita e le usanze di questo popolo misterioso. Le pitture parietali rappresentano spesso momenti di vita lieti come scene di caccia o pesca, banchetti, danze e giochi. Solitamente il corredo funerario consisteva in oggetti lavorati in bronzo come brocche, anfore, tazze, boccali, nella cui lavorazione gli Etruschi erano particolarmente abili. Una grande quantità di fibule, fanno ritenere che in particolari occasioni, utilizzassero mantelli di stoffa o pelle, mentre nella vita di ogni giorno gli uomini andavano a torso nudo. Nei loro viaggi per mare, vennero in contatto con le altre civiltà mediterranee e soprattutto con le colonie greche dell’Italia meridionale, dalle quali assimilarono alcuni elementi artistici. Imitando i greci, iniziarono a creare con un’argilla nera locale coppe e vasi dipinti con scene mitologiche. Maestri nell’arte dell’oreficeria, furono molto abili anche nella lavorazione dell’argento e dell’avorio. Oltre alle tombe le loro creazioni più tipiche nel campo dell’architettura furono le mura ed i templi cittadini. Di questi ultimi poco è rimasto essendo costruiti in mattoni e colonne di legno. Ciò che resta delle mura cittadine dimostra l’abilitàcostruttiva etrusca; l’architrave delle porte fu sostituito dall’arco, da cui derivano la volta e la cupola. Gli Etruschi fecero largo uso di questo elemento architettonico, trasmettendolo poi ai Romani. Notevoli gli esempi di scultura giunti fino a noi: la Lupa Capitolina, la Chimera di Arezzo e l’Arringatore in bronzo; l’Apollo di Veio in terracotta policroma. Queste opere sono la dimostrazione che la bellezza artistica era concepita dai Greci e dagli Etruschi in modo diverso: mentre i Greci amavano raffigurare la bellezza ideale, gli Etruschi preferivano riprodurre la realtà, dotando le sculture di una notevole potenza espressiva.

1.12 FIESOLE ETRUSCA: UN CIPPO DI DIFFICILE INTERPRETAZIONE

FIESOLE ETRUSCA: UN CIPPO DI DIFFICILE INTERPRETAZIONE
Autore: Paolo Campidori
 
In un articolo precedente ho parlato del cippo confinario che si trova murato su una parete presso l’ingresso del Museo Fiesolano. Ora vorrei parlare di un altro cippo, molto interessante, che si trova esposto all’interno dello stesso museo e che io ho avuto modo di vedere più volte di persona. Tale reperto potrebbe essere di epoca “recente” e risalire al II-I sec. a.C., quando i Romani avevano, da tempo assoggettato gli Etruschi e “colonizzato” le loro terre. La scritta sul cippo in questione è decifrabile così: “TULAR AU PAP A CURS”. Alcune lettere sono abrase dal tempo, comunque questa lettura sembrerebbe quella giusta, e la traduzione suonerebbe così: “CONFINE FRA I TERRENI DI AULO PAPSENNA (Origine Etrusca) e AULO (?) CORSINIO (Origine Romana?). Ma altri studiosi non concordano con questa traduzione. Ad esempio il Pittau la traduce così: “I CONSOLI AULO PAPSENNA E AULO CORSINI HANNO STABILITO QUESTO CONFINE”.
Tuttavia, il cippo in questione è importante, dal punto di vista storico, poiché non precisa se si tratti né di un confine della città-stato (Fiesole): “TULAR SPURAL”, né di un confine della Confederazione Etrusca: “TURAL RASNAL”, ma semplicemente “TULAR”.
A me sembra che la traduzione: “terreni di Aulo Papsenna e A. Corsinio” sia più corretta. Come dicevo, c’è da notare che due persone, confinanti di terreno, nella Fiesole, ormai divenuta Etrusco-Romana, hanno deciso secondo le regole del buon vicinato, di stabilire, una volta per sempre, ciò che appartiene a Tizio e ciò che appartiene a Caio. Come dire, dimentichiamo il passato, ciò che è stato è stato, fino a ieri i terreni erano miei (direbbe Papsenna etrusco), oggi li devo dividere con un “invasore” (Corsini o Corsinio romano). Allora, mettiamoci una bella pietra sopra (direbbe sempre Pasenna), anzi mettiamo una bella pietra nei confini delle proprietà con una bella scritta che significhi: “da una parte i Papsenna, dall’altra i Corsini”. (Se poi questo Corsinio o Corsini sia un antenato della nobile famiglia Corsini, che tutti conosciamo, è cosa tutta da vedere).
Mi viene un dubbio, nella scritta del cippo, molto stringata e molto abbreviata troviamo per i nomi propri Aulo: “Au” e “A”. Quasi sicuramente “Au” sta per Aule o Aulo, nome tipicamente etrusco, ma “A” ha ancora per significato Aule? Perche sarebbe stata tralasciata la “U”? Le abbreviazioni dovrebbero essere identiche. Allora potrei pensare che “A” non sta per Aule, ma un altro nome, Antonio, ad esempio o qualsiasi altro nome che inizi con la lettera A. Poi “Curs” mi sembra un nome “etrusco-romanizzato”, tradotto dal Pittau con “Corsinio”. E’ logico pensare, che dopo un certo tempo le due società (invasori e invasi) si siano amalgamate ed una abbia preso dall’altra e viceversa. Comunque come si può notare anche l’iscrizione etrusca più semplice può sollevare tanti interrogativi. Ma le difficoltà non finiscono qui. Noi troviamo nella lingua etrusca due parole che, alla prima sembrano simili o sinonimi, ma non è così. Si tratta di “TUL” e “TULAR”. Alcuni linguisti affermano che “tul” sia l’abbreviazione di “tular”. In realtà “tul” significa: “solleva, prendi” (Vedi Massimo Pittau – Vocabolario della lingua Etrusca – Dessì Editore). Personalmente non sono del tutto d’accordo con questa traduzione. Secondo me (e secondo il Pittau) “tul” ha un preciso significato, che è quello di “prendere”, per cui “tul” nella forma imperativa significherebbe “prendi” e non c’è nessun accostamento con “tular”, che significa un’altra cosa. In latino abbiamo una parola simile a questa: “tellus-telluris,ecc.” (“della terra”, “tellurico”). Data questa affinità, tutto ci farebbe pensare che “tular” significhi “terra-terreni” e non “confine”. Per cui “Tular Au Pap A Curs” significherebbe “Terre di Aulo Papsenna e di A Corsinio”. La traduzione “tular=cippo” confinario deriva dal fatto che la parola “tular”, per la funzione che svolge, cioè quella di delimitare i confini, è sempre scritta su cippi di pietra, per questo motivo, penso, che molti sono stati tratti in inganno. Ma “tular”, secondo la mia modesta opinione significherebbe “terra o terreni” e non “confine”.
Vorrei citare, ma proprio per una curiosità linguistica, che “tul”, imperativo presente, in romagnolo (balzarotto) significa “prendi” e “tulé o tulì”, sempre nello stesso dialetto, significa “prendete”. Ora se sia possibile fare un accostamento di questo genere e cioè fra dialetto romagnolo (balzarotto) e lingua etrusca mi sembra un po’ azzardato…..però gli Etruschi abitavano anche quelle parti ai confini dell’Emilia-Romagna e Toscana, che corrisponde alla Valle d’Idice con Monzuno, Monterenzio, Monte Bibele, con la Valle del Santerno: Firenzuola e con la Valle del Senio: Palazzuolo, ecc. In tutte queste località sono state ritrovate consistenti tracce di vita etrusca! Azzardare dunque è sbagliato? Non si sa mai!

1.13 I SANNITI

I SANNITI
Presenti in Italia già dal 600 a.C., i Sanniti rappresentano il frutto della fusione tra varie popolazioni autoctone provenienti dall’area sabina centro-meridionale e popolazioni indoeuropee. Il risultato di questa mescolanza di razze fu la formazione di gruppi osco-umbri che si sparsero su tutto il territorio ed adottarono l’osco come lingua. Per la facilità del suo apprendimento, l’osco divenne infatti la lingua più diffusa nella penisola italica. Fare una descrizione dei Sanniti non risulta essere molto facile per due motivi principali: il primo è rappresentato dalla carenza di notizie storiche attendibili; il secondo stà nello riuscire ad individuarne l’autenticità. Oltre ai Sanniti, esistevano infatti molte altre popolazione che parlavano l’osco.
Molti di questi popoli, meglio conosciuti come sabellici, parlavano dei dialetti derivati dall’osco, mentre i sabelli parlavano direttamente la lingua osca pura. Del primo gruppo facevano parte Peligni, Marrucini, Vestini e Marsi. Al secondo gruppo appartenevano invece Sanniti, Mamertini, Frentani, Silicini, Campani, Lucani, Apuli e Bruzi. I Sanniti si differenziavano dagli altri popoli per l’arte, la religione, il sistema difensivo comune e per il loro sistema legislativo. Le tribù sannite erano 4: i Carecini, che abitavano l’area del basso Abruzzo e che avevano come centri di maggiore importanza Cluviae, Aufidena e Juvanum; i Pentri, un popolo guerriero stanziato nell’attuale Molise, che contava tra i suoi centri più importanti Bovianum, Aesernia e Sepinum; i Caudini, furono la tribù che maggiormente risentì dell’influenza ellenica e che risiedeva nell’attuale territorio della provincia di Benevento. I principali centri dei Caudini furono Caudium e Telesia; gli Irpini, il cui nome deriva dal termine osco hirpus, lupo.Popolo di grandi lottatori, aveva come propria capitale Maleventum ed annoverava tra i suoi centri più importanti Aeclanum, Abellinum, Compsa, Carife, Aquilonia, Luceria e Venusia. La più piccola unità politica presso i sanniti era costituita dal pagus, distretto rurale semindipendente che svolgeva funzioni governative a livello locale e in caso di necessità reclutava truppe. Al suo interno si tenevano le assemblee nel corso delle quali si approvavano le leggi. Più pagi uniti tra loro formavano un touto, situato presso la capitale e nel quale i Sanniti solevano riunirsi per questioni militari. Alcune tribù sannitiche avevano più capitali in modo tale che ogni volta il touto si riuniva in luoghi diversi. La massima autorità amministrativa era il meddix tuticus, un magistrato-console eletto dal popolo, che gestiva molto potere. Altri funzionari di minore importanza erano i censori, i legati, gli edili, i pretori ed i prefetti. Simbolo del potere era un trono di pietra. Quando il Sannio cadde sotto la dominazione romana, il potere venne affidato ad una casta di ricchi possidenti, ai quali erano legati numerosi vassalli. Questo stato di cose portò ad un rapido declino della società sannita, nella quale una ristretta classe aveva il potere di vita o morte sulla maggioranza della popolazione. Ciascun touto rappresentava in pratica una tribà. Quando i Sanniti dovevano affrontare una guerra nominavano un unico comandante in capo e, spesso, le tribù si univano tra loro in federazioni, come avvenne nella fase finale della guerra contro Roma. L’asprezza del territorio abitato costringeva le popolazioni sannitiche a sviluppare attività essenziali finalizzate alla sopravvivenza, quali la pastorizia e la caccia. Un’altra attività meno nobile era costituita dalle razzie compiute ai danni dei villaggi delle popolazioni confinanti. Semplici nel vestire e nel mangiare, lavoravano la pietra e alcuni metalli estratti dal proprio territorio. Non coniarono monete poichè i loro scambi commerciali si basavano sul baratto. Sotto la dominazione romana iniziarono per ribellione all’invasore a coniare monete rappresentanti l’effige di personaggi anti-romani. L’attività industriale, al pari dell’agricoltura non ebbe un particolare sviluppo, mentre il tasso di mortalità era piuttosto elevato, ed i sanniti seppellivano i loro morti in tombe a tumulo, sistema importato dalla cultura indoeuropea. Amanti della lotta erano usi praticare giochi gladiatori in occasione di funerali. Al pari dei Marsi, i gladiatori sanniti furono molto apprezzati a Roma. Militarmente essi erano organizzati in coorti e disponevano di equipaggiamento leggero non disponendo di grandi giacimenti di metallo. In battaglia, oltre all’astuzia ed al vigore fisico, i guerrieri sanniti utilizzavano principalmente lance, giavellotti e si riparavano dietro scudi rotondi o rettangolari. Tipici i gambali e i pennacchi sull’elmo, piuttosto comuni tra i popoli italici.

1.14 RADICE MONOSILLABICA - DISCO DI FESTO

RADICE MONOSILLABICA - DISCO DI FESTO
Spesso ho analizzato parole di lingue diverse, mostrandone la struttura, riconducibile, sempre, alla composizione fondamentale ed unica, leggibile chiaramente nel luvio; presumo che fosse stata inventata da un popolo dominante e adottata successivamente da altre etnie; le quali necessariamente modificarono in vari modi i vari elementi, ma la struttura rimase funzionale; un pò come con il latino, tra lingue e migliaia di dialetti diversi, si riscopre sempre l’impronta riconoscibile: quindi troveremo sempre la RADICE MONOSILLABICA: a, ak, ka, kar, kr; seguita da DESINENZE sempre MONOSILLABICHE, come le seguenti: -sa > -la, -na, …; -sa-sa/ -s-sa > -s-na, -r-na, -t-na, -ch-na, -na-sa, -na-la, -na-ta, -sa-ta, -ta-ta…..; -sas, -sa-sas, -sas-sa, -sas-sa-sa…-sas-sas, -sas-sas-sa…; ad esempio la radice SEL > FAL/ FEL luce si arricchisce con *FAL-a-s-sa/ VEL-u-s-sa/ VIL-u-s-sa (città) di VEL/ VIL > *FAL-a-s-sas-sas , divenuto, per la varianze, AL-a-k-san-dus (figlio del dio) *FEL-a-s-sas, re di Uilusiia/ Vilusija; rideterminato, in seguito comporrà quel nome più noto *FAL-e-s-sas-s-sas, ossia AL-è-k-san-d-ros (figlio del dio) *FEL-a-s-sa-sas, sempre re di VILusija, ma non di Troia, dominata invece da PÁR-i-s Sole; analizzato, nei vocabolari, come al solito, con lo strumento dell’omofonia, ce lo spiegano alékso + andrós difende l’uomo! invece ricalca il modello della lingua fondamentale luvia, con i suoi arcaici, tanti -sa, -sas, -sa-sas…, evoluti come appena spiegato; quanto a PAR-i-s, invece, trae origine da SAR ( s > k > KAR > KUR: KÚR-o-s CIR-o/ Sole, itt. KURuntas, rom. QUIRinus; CAR-o, CAR-lo) Luce/ Sole, attraverso lo sviluppo FAR > MAR-i-s/ MAR-te, raggiunge PAR-i-s di SAR/ MAR/ PAR = Sole (figlio), precede appena (S)ÁR-e-s dio Sole, prima che diventasse dio della guerra, valore, comunque, insito nel dio; nessuno avrebbe potuto vincere la Luce/ Sole. Questo tipo di analisi compositiva, capace di intravedere più elementi dovunque, risente anche dell’influenza germanica; la loro lingua è ricca di composti; quindi, davanti al greco, considerandolo una lingua più indogermanica, che indoeuropea, gli studiosi ve li scorsero dappertutto, puntualmente creduti validi; ma già nell’antichità si erano diffusi tra molte composizioni.
Questa drastica definizione (R-m/ radice monosillabica, D-m/ desinenza monosillabica) può sembrare eccessiva, anche perchè le analisi proposte dalle Glottologie e dalle Grammatiche non sempre vi coincidono; gli errori non risolti derivano dalla diversità di molti termini propri di ogni luogo, collegabili con nessun altra parlata, in gran parte dalla degradazione dei suoni, dalle assimilazioni, differenziazioni, dissimilazioni, metatesi, contrazioni, tmesi…, dagli affissi/infissi a cui molte parole sono state sottoposte dal parlante; come le seguenti: gr. Nom. (a-)NÉR uomo (di valore, VIR) < osco NER principe, Gen. (a-)n(e)Dr-ó-s < *NER-o-sdell’uomo (a-, D, da togliere), meglio dice Omero con a-NÉR-o-s < *NER-o-s() dell’uomo; ma il più confuso va considerato il termine parallelo á-n(e)TH-ro-phos < *NER-o-Fs uomo (non simile ad uomo!, an&ecaute;r + óps) (a-, th, F > ph, di troppo); ne potremmo scoprire tanti altri ancora con l’invadente F > PH, come il gr. adelphós < *A-ti-lFos della casa > fratello, eteo atilas fratello, tirs. atrs, dove a-delphós, tradotto come co-utero, mostra il tipo di analisi omofonica a cui ci hanno abituato i Vocabolari, ma anche qui si annida l’inganno, perchè delphós utero, dato per esatto, invece va ricollegato a thêlus sesso femminile; se evidenziamo il solito infisso F, raggiungiamo la verità, ossia *thelFus, parola che in bocca ai Tirseni veniva pronunciata poco dissimile, infatti ThuFlthas significava dio dell’utero (gr. THÁ-o; THÉ-lus, THE-lú-tes); senza contare poi molte altre lingue, con invadenze ben più grandi; si veda il lidio wcbaqent < > *FcFaq-e-n-t(i) > *KAK-e-n-ti danneggiano (con w, b, c/k, q/k, -s-si > -n-ti; quanti inquinanti, cambiamenti). I difetti di pronuncia sono causa di innumerevoli deformazioni (DIC-tus, DET-to, DI()-t, DICH-o; gr. TÉK-non figlio > *TEK-tom (n > < t-m) > luvio TIT-tai-mi < *TIK-tai-mi, licio TI()-dei-mi < *TIK-tei-mi); le analisi, molto spesso sono complicate dalla prima desinenza regressa, che genera causativi, iterativi, denominativi…; infatti, per individuarla, dobbiamo suddividere così: non ÉRG-o, ma ÉR-go, da *ER-e-ko > ER-gá-zo-mai < *ER-e-ka-so-mi, variante (k/th-t-d) ÉR-()-do faccio; non MAGn-u-s, perch&eagrave; proviene da *MAG-e-sus > MAG-()-nus/ *MAG-e-lus, MÉG-e-thos, MEG-á-le grande (s > th, l, n) ); si tratta di desinenza considerata parte della radice; più di frequente smembrata, detta tema (NO-mi-N-(is), invece che *NO-mi-Sis/ -nis, S > N, assimilate per consonanza), determinando palesi confusioni; radici improprie di tre, persino di quattro consonanti!
Ma gli esempi con maggiori varianze sono sempre più istruttivi, quindi esaminiamo la radice SAR luce/ sole/ dio, bene articolata, accennata sopra; essa si esprime attraverso una serie di cambiamenti, che comprendono la perdita dell’iniziale, con il passaggio consueto S > F > 0 (SAR > FAR > AR), nonchè la varianza della vocale, e il cambiamento S > K, già noto; eccone la sequenza: SÁR-deis SAR-di/ città del sole, i SAR-di popolo del Sole, SAR-i-s-sa città del sole, SAR-u-ma/ SARr-u-ma quella del sole > Luna; con il passaggio a S > F ( ricordare: > b, f, m/mp, p/mp/ph, v, u, v, w), ecco allora FAR > tirs. MAR-i-s -s(a)/quello del (dio) Sole, P-AR-i-s -s(o)/quello del (dio) Sole; quindi ()AR > ÁR-e-s -s(o)/quello del (dio) Sole; AR-a-t-ta/ AR-i-n-na < (S)AR-i-s-sa città del dio (S)AR; segue ancora un’altra variante con l’infisso T: SAR-ma/ SARr-u-ma Luna, sempre ancora la stessa radice, ma con la perdita della S iniziale, ecco ()AR-ma dio Luna, con l’infisso T, una nuova accezione, ossia *arTma > *(s)arT-(i)-mu, con gli esiti tirs. AR-iTi-mi, lidio AR-Ti-mus ArTemi-(de) = Luna; infine con la valenza s/k, individuiamo KÚR-o-s CIR-o = del dio Sole (figlio), *KUR-u-s-sas > itt. KUR-u-n-tas (ss > nd/nt) quello del (dio) *KUR-u-sa/ Solare (era il re di Tarunthassa (città) del dio del cielo Tarhunta, al tempo del re ittita Muwatallis , nome derivato da MU tempo > MU-wa > *MU-wa-ta > *MU-wa-ta-s-sis ME-te-l-lo); e poi va riscoperto il nostro tirseno/ romano QUIR-i-(n)-nus quello del dio *KUR-i-nus/ < *SAR-i-nus Sole (il monte SOR-a-t del sole); infine accenniamo al gr. CHR-u-sós, da *SER-u-sos/ *KER-u-sos del colore di SAR/ CHAR/ luce > oro bianco. Ma la radice, in particolare se si unisce alla k, contratta sulla radice, ad esempio nella forma AR-k, cambia la k in g: *SAR-a-kos (il re SAR-gon Solare) > *AR-a-kes > *AR-kes > AR-gés abbagliante, *AR-kos > ÁR-gos del Sole; *AR-ku-sos > ÁR-gu-ros quello abbagliante/ lucente > AR-ge-n-to; AR-á-ch-ne simile al sole (per i raggi)/ ragno; gr. ()ÁR-i mattino. Non bisogna trascurare l’omofonia della radice; perchè popoli diversi, come accade per ogni luogo e tempo, quando s’incontrano rimescolano i loro linguaggi, sicchè una stessa radice significa cose diverse, o radici diverse significano una stessa cosa; ecco un buon indizio: il cretese, lineare A, dice SIR-u per testa, invece il greco si esprima con la valenza S > K, KÁR-a…; a questo punto bisogna introdurre un concetto essenziale, quello con cui i popoli primitivi, attraverso un monosillabo, indicavano il tutto, differenziato poi dalle varianze e dalle desinenze; perciò troviamo con il parallelo SAR/KAR, non solo il gr. KÁR/ KÁR-a (parte del COR-po) testa, ma anche CAR-ne, COR-no, COR-po, C()R-ine, ma anche il gr. KAR-día/ K()R-a-díe CUOR-e, e il bulg. S()R-u-di-ce < *SIR-u-ti-se, e il lit. SIR-dis < *SIR-tis, tutti cuore…; ma anche gli omofoni CARo, CARme, CARro,… Altra radice istruttiva e ricca la individuo in SAN cielo/dio, tirs. SAN-s-l, SIAN-sl del dio SAN/ del cielo, ittita SIUN-i, lidio SAN-tas; con la caduta della S, e l’intermedio FAN ecco *FEN-e-sa > MEN-e-rVa (confusa con MEN-te…), gr. MEN-é-laos < *MEN-e-laFs, dor. MEN-é-las/ tirs. MEN-e-le di AN/ Celeste, *VEN-u-sa dio del cielo/ VEN-e-re, come il VES-pe-ro, da FES/ ES, infine l’esito semplificato in AN/ EN/ IN cielo/ sole/ luna/ aria, AN-sia, AN-si-to, AN-e-li-to, *AN-ko-ssja ANgoscia, tutti riferibili al respiro, all’AN-i-ma del cielo; quell’aria che si perde dal corpo, quando uno muore.
Anche qui debbo ripetere che non dobbiamo cercare in queste parole i concetti moderni di luce/ sole/ luna/ fuoco/ dio…; si trattava di donne ed uomini potenti e capaci di condurre i destini del mondo e degli uomini. La nostra scienza astronomica non ci potrebbe servire a niente: il SOL-e rappresentava fuoco/ luce/ calore/ occhio/ dio che sorvegliava gli uomini, carro di luce…; si sveglia, dorme, sposa…
Ora consideriamo le tre consonanti, che qualcuno indica come radice, ma consistono proprio nel contarci, per lo più, la prima desinenza regressa (preg-o, da *FOR-e-ko…), come nel caso proposto con la k/g. Per gli affissi, se analizzo S-C-RI-vo, spesso da me indicato, esso presenta una S intensiva, una C/G apposta alla radice come aspirazione intensiva, davanti a L/M/N/R: radice RA, onomatopea RRR del *RAFFiare la pietra, questo era lo scrivere di allora; RA-ffio, (g-)RA-ffio, (s-g-)RA-ffio illustrano bene il fenomeno, che comprende anche il greco g-RÁ-pho, già, lontano dal primitivo *RRA-Fo. Se ci soffermiamo con gli infissi, essi ci ingannano, come visto, infatti la suddivisione in APH-ro-dí-te è sbagliata, altrettanto APHR-o-dí-te, ugualmente sbagliata; dobbiamo invece sottrarre l’infisso F > PH, ed allora ricaviamo l’esatto *AR-o-ti-te quella dell’ÉR-o-s la dea dell’amore, altro che dea (nata) dall’ aphrós/ schiuma, termine da purificare anch’esso, perchè, tolto il solito F > PH, ecco riemergere l’ittita AR-u-na acqua > mare, significato rimasto nel nostro ()OR-i-na/ acqua; anche POL-ù-phemos ricco di canzoni ha indotto in errore, ripartendolo come polús molto e phéme canzoni; basta scriverlo *POL-iFe-mos, per accorgerci che cela i termini greci BÁL(l)o lancio, BÉL-o-s dardo, PÓL-e-mos, lat. BEL(l)um il lanciare > la guerra; oppure una variante della radice SEL > VEL/ VOL/ VUL S-OLe/ VUL-ca-no, denominazione in luogo dell’ET-na, quindi si trattava, probabilmente, di un CIClope = di un SICulo lanciatore. Era un KÚK-loPs, ma non un rotondo óps/occhio, bensì un *SIK-loFs, ossia abitante nella terra del fuoco, di SIK (VOL, ET), detta SIK-e-lía < *SIK-e-s-sja (ssj/llj), SIK-a-nía < *SIK-a-s-sja (ssj/nnja), con la radice anatolica SIK luce/ fuoco, ted. SEH-e-n luce > vedere, come SAKuwa luce > occhi, SAKuwassa dio della luce/ degli occhi, perciò anteriore al passaggio a KIK, da SIK; era un personaggio fantastico, confuso per omofonia con KÚK-lo-s cic-lo/cer-chio; elementi analizzati su Symposiacus, in un articolo già pubblicato; inoltre il fenomeno è stato spiegato con lo stesso tirseno, indicando la congiunzione -c/-k/-ch e (Larthial-c e di Laerte, Velia-k e Velia, Latherial-ch e di Latheria, licio se e * > ce/ ke/ che); con il confronto tra il tirseno SA-ris mani > dieci, quello greco CHE-Î-res mani, il nesico KE-ssar, luvio (K)I-ssaris, il sumerico SUmes ‘manoplurale’; ancora attraverso il cretese lineare A, con l’esempio SIR-u testa, rispetto al greco KÁR-a, o il cretese L. A SAQ-e lucente > bronzo, in relazione al miceneo KAK-o, o al greco chaLk-ó-s < *shaLk-o-s la cosa lucente > bronzo, L’ infisso, non mancante, o tralasciato dai Miceni, come dicono.
La ragione prima della monosillabicità iniziale e fondamentale sta in una considerazione elementare, ma trascurata: l’uomo, come tutti gli altri animali, quando era ancora animale, non parlava; emetteva suoni, sia pure indicativi per la specie, come avviene tra tutti i viventi superiori, in particolare tra le scimmie; a poco a poco, attraverso il suo sviluppo cerebrale, si è manifestata la possibilità di imitare i suoni della natura; arricchendo il linguaggio animale con l’onomatopea; ma questa non poteva allontanarsi da una emissione, dalla sillaba, possibile solo qualche rara ripetizione, tar-tar, far-far…); quindi il primo linguaggio si sarà specializzato nell’emettere l’onomatopea con un solo colpo di voce; sistema semplice, immediato, di facile, chiara comprensione per l’ascoltatore, poche parole monosillabiche; inoltre, per secoli rimase alla base del linguaggio, tanto che anche la scrittura si dovette servire dell’ideogramma, da considerarsi un parallelo dell’omofonia, riproducibile con una sola immagine ideografonica, quale unità di comprensione; alcune lingue restarono monosillabiche, ad esempio il cinese, ricorrendo a vari accorgimenti per i rapporti grammaticali, altre, come le nostre, fecero uso di particelle, e , in maniera estensiva, dei dimostrativi, per precisare l’onomatopea, stabilendo una prassi, che risulterà vincente, perchè il dimostrativo, con l’uso si unirà alla radice, articolando il linguaggio in modo che noi possiamo considerarlo genitivale: MAR-e, MAR-o-so, MAR-i-no, MAR-i-na-(s)jo, MAR-i-na-re-s-s/co; lat. Nom. MAR-e, Gen. del Nom. MAR-i-nus, Gen. del Gen. *MAR-i-ni-(s)j(o), Dat./Gen. del Gen. *MAR-i-n(i-si > -s)o…; AM-o, AM-o-re, AMO-ro-so, AM-a-to, AM-i-co…; sono tutti genitivi, genitivi di genitivi…; anche se risalgono al dimostrativo -sa > -na, -ta, -ka…; rideterminato -sa-sa > -na-sa, -ta-sa, -ka-sa…; -si, -si-si…
A questo punto proponiamo alcune radici: ÁL-(l)o-mai < *SAL-(t)o-mai SAL-to; a-MAR-tá-no <commetto una colpa; amphi-ÉN-nu-mi (intorno)-vesto; AN-a-lí-s-ko spendo; AN-ú-(t)o compio; ap-ECH-thá-no-mai rendo odioso (ÉCH-tos, ECH-t(o)-rós cattivo); le omofone ÁP-to attacco e accendo; AR-é-s-ko piaccio; AR-ké-o bastare; AR-mó-t-to adatto; ÁR-cho comando; AUK-sá-no, tirs. AC-na-na(-sa), lat. AUG-e-o, cresco; ÁCH-tho-mai sono crucciato; BA-í-no vado; BÁL(l)-o lancio;….bibr-ó-s-ko < *(FI)FR-o-s-so (radd. FI) < *VOR-o-s-so divoro… DEÍK-nu-mi DIG-i-to/ mostro…DID-á-s-ko < *DID-a-s-so insegno, apo-di-DR-á-s-ko < (apó) (radd. di-) DR-ó-mos corsa, tirseno TUR-m()s corsa/ ()ER-me-te/ MERcurio, quindi fuggo………; tirseni: LUP-u-ce < *NUW-u-se, *THUW-u-se; CE-su < *KE-s-su; SU-thi > *KU-shi; HUP-ni-ne-thi < *SUP-ni-s(e)-si; AC-na-na-sa < AK-sa-s(a)-sa; CER-i-chu-te-sa-Msa < *KER-i-shu-te-s-sa; fLER-t-r-ce < *(F)LES-te-s-se; sVa-l-thas < *zFa-s-sas visse, sVa-l-ce < *zFa-s-se è vissuto… Continuiamo con le desinenze, assumendo CL-a-n figlio' come paradigma, perchè lo propone intero, con i tre casi fondamentali Nom., Gen., Dat.: in passato avevo supposto cl/cs > s (clan > *ksan > SA-n, ind. SU-nus), sempre possibile, ma siccome tutti i termini riguardanti l’accezione di figlio, derivano dall’unico concetto figliato/ partorito/ generato, bisogna ammettere anche un’altra possibile spiegazione; se ci soffermiamo con i latini PU-e-r < *PU-e-s(e), PU-sus, PU-tus, FI-lius < *PHI-ljus < *PHI-sjus, gr. PA-í-s < *PHA-i-s, ci accorgiamo che tutti derivano dal gr. PHÚ-o genero, anche la tirsena PU-i-a < *PHU-s-sja, parallela al lat. MU-lier < *PU-sjes moglie, in realtà significava la GEN-e-ra-n-te/ GEN-i-t-ri-ce; altre radici forniscono contenuti equivalenti, come il gr. KÓ-ros < *KU-sos il concepito, da KU-é-o concepisco/ genero, o il tirseno HU-sur, da una delle tre *PHU-sus/ *SU-sus/ *KU-sus, o ancora il tirseno FAR-the-na-che < *PAR-te-na-se < *PAR-te-s-se il partorito, identico alla PAR-thé-nos la figlia(ta) ( > vergine); per tornare a CL-a-n, sapendo che esisteva CUL-sa-n-s il dio del generare, ossia il dio del KOL-e-ón/ KOL-e-ós ( < *KOL-e-sos > *KUL-e-sa-sas), che si riferiva al sesso femminile, ne consegue che anche questo termine comprende il partorito, basta solo restituirlo alla radice piena *CAL-a-n-(ne) < *KAL-a-s-se, leggibile chiaramente nella stele di Saturnia: CEL-e-nia-ra-si < *KEL-e-nia-s-si dai partoriti/ figli (offerto, posto) ; forse meglio che clan > ksan > SA-n, ma plausibile anche questa, dove incontrerebbe la radice SE, di SE-ch figlia, pro-SA-pia prima-nascita. Una volta prospettato l’esame della radice, poniamo in evidenza le desinenze, poi ditemi che, come quelle verbali, esse non siano da considerarsi indoeuropee: Nom. sing. C()L-a-n/ *SA-n, Gen. s. C()L-e-n()s/ *SE-n()s, Dat. s. C()L-e-n-si/ *SE-n-si; Nom. plu. C()L-e-na-r()/ *CL-e-na-s(a)/ *SE-na-sa, Gen. p. C()L-e-na-ras < *CL-e-na-sas/ *SE-na-sas, Dat. p. C()L-e-na-ra-si < *CL-e-na-sa-si < *CL-e-na-s-si/ *SE-na-s-si; oppure Singolare *KEL-a-n, *KEL-e-nes, *KEL-e-ne-si; Plurale *KEL-e-na-r(a), *KEL-e-na-ras, *KEL-e-na-sa-si.
Per concludere questa parte, va ricordato, messo in evidenza che il dio Culsans veniva equiparato al dio Gianus/ génos; entrambi riferibili alla morte/rinascita, alla porta, dove si esce, o si entra, all’anno che muore/ rinasce; da qui la ragione delle due facce opposte.
Ora, chi non vi nota le desinenze indoeuropee; i due chiari dativi in -si, -sa-si < -s-si. Devono aver vissuto in Asia Minore, certamente, tra antichissimi altri europei; gran parte dovevano chiamarsi Troiani, Tirseni/ Tirreni, Dardani, tutti figli del dio hurrita Teshub, divenuto Tarhui, Tarhund, Tarhunta, Tarhunza, *Tarhuncha > Tarchna, abitanti delle città di Taruuissa, Tarhuntassa, Dattassa; mentre i figli del dio VEL si dissero VELsini, ed abitavano le città di UIL-u-siia/ VIL-u-(s)-sija/ VIL-u-(s)-sa, come si può leggere su O. R. Gurney, Gli Ittiti (nomi variati in POL-i-ch-na, POL-io-ch-ni); furono proprio quelli che lasciarono, partendo, il nome agli ÉL(l)enes < *FEL-e-n-nes, all’ *(F)EL-e-s-pontos EL(l)es-ponto/ di *FEL-mare; tanto vero l’accostamento, che giudico i Velsini come una parte degli antichi abitatori di Ilio, partiti a gruppi verso l’Italia, insieme con i tanti fuggiaschi, conosciuti col nome di figli del dio Tarhui. Si potrebbero considerare i primi inconsapveli Elleni che occuparono l’Italia, nella parte centrale, insieme ai *Tarhuianni, *Tyrhusenni…
La ricerca in passato si soffermò al confronto etimologico, ma questo può valere per un certo numero di termini, da recuperare tra lingue appartenenti ad uno stesso gruppo, ad esempio le neolatine, per un comune sistema grammaticale; ma quando le distanze sono diverse (protohattico, hurritico, testo lidio…), se non soccorre qualche bilingue, i problemi, che si frappongono, sono troppo complessi, le tentazioni troppo pressanti, l’omofonia allettante, per cui ci si perde in un ginepraio di illazioni, testimoniato dalla quasi totalità dei manuali che svelano il mistero etrusco; il cui studio è stato affrontato anche con il metodo combinatorio; dal testo, ad esempio un’iscrizione funeraria, con questo sistema si evidenzia l’onomastica, si scoprono le parole oscure dalla posizione che occupano (Velus CLAN di Vel FIGLIO), così anche le cariche pubbliche, senza individuarne però la natura (zilch magistrato), le età (avil, ril anni), ma quando si varcano questi limiti generici, ecco di nuovo il pericolo della deriva (zilch, che magistrato sarà? Avil, ril da dove derivano?); un terzo sistema consiste nel servirsi di testi ritenuti paralleli; si tratta di uno sviluppo del precedente; ma i limiti che si oppongono risultano essere sempre troppi, per una sicurezza sistematica; le brevissime bilingui etrusco-latine forniscono ben poco sostegno; dalla traduzione che ne ho fatto, si rilevano significative consonanze, ma i contenuti sono sempre oltremodo limitati.
A questi sistemi già noti, tenuti presenti, ho aggiunto l’analisi cinefonetica, lo sviluppo dei suoni (SAL/ SEL > FAL/ FEL/ FIL… > AL/ EL/ IL; SAR > FAR > AR…SUR/ KUR) per individuare le varianze, le contrazione, ed eliminare i dati inquinanti, gli affissi/ infissi (chisVlics < *kisFlices > *kyrises, kúrios) attraverso esami onomatopeici, fonetici e glottologici, in modo da rendere alla fine leggibile RADICE e DESINENZE, scoprire il termine nella sua forma originaria, e attribuirgli, solo allora, un senso preciso (zilach < *tilas (il magistrato, chiamato) tele; aVil/ aVils < *aFils, gr. aFélios/ aBélios < > (S/F) ÁLios/ ÉLios sole > anno; RI-l, da RA sole > anno, più -l(s) desinenza).
 
Come di consueto, terminiamo con qualche iscrizione:
 
Sanscrito:
visah ksatriyaya halim haranti
i contadini al signore imposta pagano
Verbo har-a-n-ti < *HAR-a-s-si; da confrontare con il tirs. HUP-ni-ne-thi < *SUP-ni-se-si < *SUP-ni-s-si; oltre al -n-t(i) del latino.
chandamsi yuktani devebhyo yajanam vahanti
i versi acconciati agli dèi sacrificio portano
Verbo vah-a-n-ti < *FAk-a-s-si; lat. veho.
 
Ittita:
nu-za SAhur.sag Tarikarimu uruKaskan tarahhun nan kan kuenun hur.sag Tarikarimu-ma dannattahhun KUR uruZahatiy-ya human arha warnun
E dei monti Tarikarimu la città dei Caschei sconfissi, (quelli) dei monti Tarikarimu li uccisi, e il paese della città di Zahariya tutto via bruciai.
La particella nu-za, il tirseno na-ch; il verbo war-nu-n ar-do < *FAR-nu-m(i); prima persona –n < mi, come il gr. DEÍK-nu-m(i) mostra-questo, ossia -me > n()i questo > io.
 
Lidio:
es Asinas Manelis Alulis akmLt qis fensLibid buk esvav anlolav buk esL karolL fakmL Santas Kufaw-k Mariwda-k ensLibb(i)d
* > es Asinas Manellis/ Manessis Alullis/ Alussis
Questo (è) di Asina, il/ dei *manessis/ manellis (dei Mane), l’ *alussis (di Alu) (figlio). Ora chi danneggia questa memoria o questo dormitorio, allora (gli dèi) Santas, e Kubaba e Marida (lo) rovinino.
ess wanas Siwamlis Armawlis akit qis esL wanaL buk esvav antolan buk esvav laqrisav fensLibid fakav wissis niwissev warbtokid
Questa tomba (è) di *SiFaFli (*siFssis) ArTmale/ l’ArTemide (l’*armassis (figlio); AR-ma luna). Ora chi questa tomba o questa memoria, o questo recinto danneggia, allora il focolare e l’abitazione incendi(no) .
 
Licio: Pinara.
ebenni prnnawa mene prnnawate Ahamasi Huniplah tideimi hrppi ladi ehbi se tideime
* > ekessi par-naFa mene par-naFa-te
Questa costruzione in vero ha costruito Ahama di Hunipla figlio per la moglie proprio e per i figli.
ebenne xupa meti prnnawate …..emi hrppi ladi ehbi se tideime aladahali awaha zupa ebehi ada
* > ekesse supa/ kuwa/ zuwa
Questo loculo in vero ha costruito …..emi per la moglie proprio e i figli. Chi danneggia questo loculo (questi) sia maledetto.
 
Tirseno-velsinio (etrusco).
nac Thefarie Veliiunas thamuce cleva etanal masan tiurunias selace vacal tmial avilchval amuce pulumchva snuiaph
Dunque Tefarie dei Veliiuna ha stabilito le assemblee annuali, per la divinità Tiwadali (lunare) ha stabilito il sacrificio di ringraziamento. E ancora anni siano come le stelle numerosi.
Metli Arnthi puia amce Spitus Larthal svalce avil LXIIII ci clenar acnanas arce
Metella Arrunzia moglie è stata di Spitu di Laerte. È vissuta soli > anni LXIIII. Tre figli cresciuti ha.
Semni? Ramtha Spitus Larthal puia amce lupu avils xXII husur ci acnanas
Semnia Ramata/ Ruwata di Spitu Laerte moglie è stata. Morì ad anni XXII. Figli tre cresciuti.
 
Come visto, nel mondo anatolico possiamo imbatterci in testi difficili, frammentari, spesso non del tutto traducibili, a causa della mancanza, anche tra questi, di sufficienti bilingui; ci possiamo trovare persino davanti al Disco di Festo, così enigmatico, a causa della sua unicità, nessun’altra iscrizione gli è simile; i monosillabi che la compongono rappresentano ideogrammi sconosciuti, non rintracciabili tra quelli in uso a quei tempi; certamente si sarà trattato di una prima scrittura, di un popolo scomparso, distrutto dal turno dei vincitori; anteriore sia alla lingua cretese Lineare A, sia a quella B; tuttavia penso che in qualche punto dovrebbe pure suggerire almeno minime corrispondenze.
Lo presento per dimostrare che non è, poi tanto facile scovare le parentele, specie in questo caso.
Diciamo qualcosa sul Disco: fu trovato nel 1908 ad opera dell’archeologo italiano Luigi Pernier nello scavo del palazzo di Festos, ora al Museo di Iraklion, a Creta; subito attirò la curiosità di studiosi e dilettanti, ma conserva intatto fino ad oggi il suo mistero. Nell’impossibilità di attribuire un suono ad ogni figura, si è ricorso alla numerazione; anche questo sistema è oggetto di diverse attribuzioni; siccome il disco è rotondo; le parole corrono lungo una spira, sia da un lato che dall’altro; i ricercatori si sono detti: ma dove comincerà la scrittura? Dal centro? Dalla periferia verso il centro? Andando verso dove? Sono nati ovviamente gruppi contrapposti, ognuno per la sua strada, in su, in là, in giù. Ma a ben guardare, almeno i disegni (scrittura a ideogrammi, alfabetica o sillabica) che rappresentano un ideogramma comprensibile, procedono dal centro verso l’esterno, seguendo la destra di chi scrive; l’uomo che cammina (1), la testa crestata (2), la testa rasata (3), l’uomo con le braccia dietro la schiena (4), la persona, quasi di fronte, ma girata appena verso lo scrivente (5), la bambolina (6), la testa di maiale (19), la testa di capra (30), l’uccello che vola (31), il piccione (32); queste figure sono tutte rivolte nel senso del movimento destrorso, verso l’uscita, a partire dal centro; come dire che percorrono la via della spira andando verso l’esterno, l’uscita; quindi è impossibile un procedere retrogrado; chi scrive, riproduce l’immagine rivolta verso la sua destra; non scrive con un’immagine al contrario. Inoltre non rimane semplice lo scrivere andando verso il centro; si può arrivare troppo distante, o non bastare più la creta, oltrepassando il centro; al contrario, dal centro, si marcia con sicurezza; al limite, se non bastasse il disco preparato, rimane sempre la possibilità di aggiungere altra creta sufficiente; c’è poi persino il taglio sull’ultima spira, che separa la penultima, per continuare fino alla parola che chiude l’iscrizione; l’inversione, andare a destra, poi a sinistra, per salire, non va considerata proprio; altro problema, sembra quello che lo scriba abbia usato degli stampi, per il suo lavoro, strumento difficile da immaginare, suppongo non indicativo; nel caso invece fosse stato possibile, avrebbe dovuto costituire uno strumento idoneo a stampare più copie, più documenti, facilmente reperibili, se non se ne trovano, come pare, forse quel sistema fu fatto subito distruggere, magari per motivi religiosi…, contrari alla prassi sacrale; comunque mostro il Disco con la sequenza reperita su Internet, la cui scrittura, come accennato, per alcuni, dall’esterno, dopo un giro, svolta a sinistra fino al centro; il Godart invece parte dalla sillaba indicata con il numero 31 spingendosi fino al centro, secondo la numerazione che figura più sotto; comincia insomma dall’ultima parola, seguendo al contrario l’andamento della scrittura, delle figure; quella mia parte invece dal centro, dalla sillaba 31 (1), per giungere, per entrambe le facce, alla fine, posta nel solco d’uscita, estremo.
 
Testi tratti da Internet: numerazione delle parole, così proposta: verso destra: A) 1-2-3-4-5-6-7-8-9-10-11-12; verso sinistra fino al centro: b) 13-14-15-16-17-18-19-20-21-22-23-24-25-26-27-28-29-30-31
 
Louis Godart parte dalla fine, gira a sinistra, fino al centro.
Testo A: (dal basso, 31) 2-12-13-1-18/ 24-40-12/ 29-45-7/ 29-29-34/ 2-12-4-40-33/ 27-45-7-12/ 27-44-8/ 2-12-6-18/ 31-26-35-2-12-41-19-35/ 1-41-40-7/ 2-12-32-23-38/ 39-11/ 2-27-25-10-23-18/ 28-1/ 2-12-31-26/ 2-12-27-27-35-37-21/ 33-23/ 2-12-31-26/ 2-27-25-10-23-18/ 28-1/ 2-12-31-26/ 2-12-27-14-32-18-27/ 6-18-17-19/ 31-26-12/ 2-12-13-1/ 23-19-35/ 10-3-38/ 2-12-27-27-35-37-21/ 31-1/ 10-3-38
Numerazione delle parole: verso destra: B) 32-33-34-35-36-37-38-39-40-41-42; svolta a sinistra, verso il centro: d) 43-44-45-46-47-48-49-50-51-52-53-54-55-56-57-58-59-60-61
 
Louis Godart, dall’esterno, parte finale, gira a sinistra fino al centro:
Testo B: (da 61) 2-12-22-40-7/ 27-45-7-35/ 2-37-23-5/ 22-25-27/ 33-24-20-12/ 16-23-18-43/ 13-1-39-33/ 7-17-1-18 15-22-37-42-25/ 7-24-40-35/ 2-26-36-40/ 27-25-38-1/ 29-24-24-20-35/ 16-14-18/ 29-33-1/ 6-35-32-39-35/ 2-927-17/ 29-36-
7-8/ 29-8-13/ 29-45-7/ 22-29-36-7-8/ 27-34-23-25/ 7-18-35/ 7-45-7/ 7-23-18-24/ 22-29-36-7-8/ 9-30-39-18-7/ 2-6-35-23-7/ 28-34-23-25/ 45-7
Testo A: numerazione unica mia, sempre destrorsa, con le figure che camminano in avanti, dal centro alla fine: 1-2-3-4-5-6-7-8-9-10-11-12-13-14-15-16-17-18-19.20-21-22-23-24-25-26-27-28-29-30-31
Testo A: (da 1 > 31) 38-3-10/ 1-13/ 21-37-35-27-27-12-2/ 38-3-10/ 35-19-23/ 1-13-12-2/ 12-26-31/ 19-17-18-6/ 27-18-32-14-27-12-2/ 26-31-12-2/ 1-28/ 18-23-10-25-27-2/ 26-31-12-2/ 23-33/ 21-37-35-27-27-12-2/ 26-31-12-2/ 1-28/ 18-23-10-25-27-2/ 11-39/ 38-23-32-12-2/ 7-40-41-1/ 35-19-41-12-2/ 35-26-32/ 18-6-12-2/ 8-44-27/ 12-7-45-27/ 33-40-4-12-2/ 34-29-29/ 7-45-29/ 12-40-24/ 18-1-13-12-2
Testo B: dall’altro lato, a partire dal centro fino alla lineetta terminale, molto indicativa; se si osserva bene, infatti vi sono impressi quattro punti evidenti: 32-33-34-35-36-37-38-39-40-41-42-43-44-45-46-47-48-49-50-51-52-53-54-55-56-57-58-59-60-61
Testo B: (da 32 > 61) 19?-7-45/ 25-23-34-29/ 7-23-35-6-2/ 7-18-39-30-9/ 8-7-36-29-22/ 24-18-23-7/ 7-45-7/ 35-18-7/ 25-23-34-27/ 8-7-36-29-22/ 7-45-29/ 13-8-29/ 8-7-36-29/ 1-27-9-2/ 33-39-32-35-6/ 1-33-29/ 18-14-16/ 35-20-24-24-29/ 1-38-25-27/ 40-36-26-2/ 35-40-24-7/ 25-42-37-22/ 18-1-13-7-15/ 33-39-1-13/ 43-18-23-16/ 12-20-24-33/ 27-25-22/ 5-23-37-2/ 35-7-45-27/ 7-40-22-12-2
 
Nel testo A notevole la parola ripetuta due volte 21-37-35-27-27-12-2, sarà, certamente il nome di un personaggio, di una divinità,, composto da una radice (21-37), seguono cinque desinenze: la prima (35), una doppia (27-27), termina con due altre finali (12-2); potrebbe trattarsi anche di qualche voce verbale, tipo il cretese L. A (a-)DIK-i-te-te-du-Bu-re hanno danneggiato (in -dabure, qualcuno, con uno stralcio omofonico, ci trova il dapurito- il labirinto; dapuritojo potinija del Labirinto Signora); se consideriamo il luogo del ritrovamento, la sicura predominanza dei Luvi nel periodo così antico, possiamo immaginare un sistema anatolico del tipo (--)-(--)-ka-sa-sa-na-ma, (--)-(--)-ka-ta-ta-na-sa, (--)-(--)-ka-na-na-ta-sa, (--)-(--)-na-sa-sa-ta-si…, gruppo desinenziale preceduto da due sillabe significanti, la radice monosillabica; proponiamo esempi, tanto per fornire generiche indicazioni formali: *SI-K-a-na-ta-ta-la-na, *A-R-e-ka-ta-ta-ra-sa…; *SA-R-a-ka-na-na-ra-sa, itt. MA-R-a-s-sa-n-da, luvio par-a-t-ta-n-za, ham-su-q-qa-la-ti.…urarteo qaBq-a-r()-su-()u-la-la-ni avevano accerchiato; notevoli le numerose uscite desinenziali in -12-2, ci confermano che in sostanza doveva trattarsi di una delle tante desinenze più note: -na-sa, -sa-na, -n-zi, -n-ti, -la-na, -ta-re… Considerare anche le parole articolate: 7-45/ 7-45=7/ 7-45=29; in evidenza, solo se si cammina dal centro verso l’esterno, stessa radice, più due diverse desinenze, o particelle (-k…); deve trattarsi di qualche particella introduttiva, o un dimostrativo: na-sa, nu-za,…na-() dunque, e..; oppure questo…, di questo…, e/ con/ per questo…Questo qui/è di/ dedicato a/ posto per…; infine va interpretata la lineetta trasversale che figura alla base dei seguenti segni iniziali; potrebbe trattarsi del determinativo I/ uomo, o altro: A) 35, 26, 1, 26, 26, 1, 38, 7, 18; B) 8, 7, 8, 7, 8, 5.
Anche le finali dovrebbero fornire una qualche indicazione: Testo A: 10/ due volte; 13/ due volte? 2/ quattordici volte; 31/ due volte; 28/ una volta; 39/ una volta; 1/ una volta; 27/ due volte; 29/ due volte; 24/ una volta (dieci uscite diverse). Testo B: 45/ una volta; 29/ sei volte; 2/ cinque volte; 9/ una volta; 22/ quattro volte; 7/ tre volte; 27/ tre volte; 6/ una volta; 16/ due volte; 13/ una volta; 33/ una volta (undici uscite diverse): vanno configurate con la frequenza dei suoni.
Per quanto riguarda possibili indicazioni sul tipo di scrittura, oltre a scorrere i sistemi antichi, tutti ideografici (v. Alfabetos de Ayer y de Hoy), ma che si irrigidirono nel cuneo, sarebbe utile osservare anche quelli con cui si esprimeva l’eteo geroglifico; vi si troverà un sistema simile, arcaico; certamente una civiltà, comune, ma differenziata tra le etnie, che per esprimersi usava ideogrammi indoeuropei; con il tempo si verificò, anche nel nostro ambito, lo sviluppo dei simboli, stilizzati graficamente, ma che rappresentavano ancora barlumi dei disegni ideografici primitivi (A, B..M, N..); lo scopo da raggiungere era quello di procedere con maggiore scioltezza per fini pratici tramite veloci alfabeti; una comoda conclusione di quelle scritture, troppo complesse e imprecise.
Per un confronto con finali di altre lingue propongo qualche iscrizione:
 
LUVICO:
dSAN-tas LUGAL-us dANN-a-ru-mie-n-zi ASH-a-nu-wa-n-ta KU-i-n-zi WASS-a-n-ta-ri LU.MESLUL-ahi-n-za-s-tar HUPP-a-ra-n-za KU-i-n-zi HISH-ia-n-ti
· > dSAN-tas LUGAL-us dAN-a-su-Fie-s-si ASHa-nu-Fa-s-sa KU-ie-s-si WAS-a-s-sa-si gli uominiLUL-aha-s-sa-s-sas HUP-a-sa-s-sa KU-i-s-si HISH-i-a-s-si
· Dio Santa, il re, con i dei Anassi/ di AN, di sangue che vestono, gli uomini LULassa seguono che (vestono) legati.
 
LYDIAN CORPUS, text 6:
ess vanas Siwamlis Arma/wlis ak-it qis esL vanaL/ buk esvav qis antolan buk esv/av laqrisav fensLibid/ fak-av wissis niwissev/ warbtokid Questa tomba (è) siwaFli armaFli (*Siwassis *Armassis, ‘di Siwa, il Lunare’). Ora chi questa tomba, o questa camera, o questo recinto danneggia, ora il focolare e l’abitazione (gli) brucino. Notare wanas, da *F-annas < *FAT-nas, tirseno M-utna.
 
LYCIAN CORPUS, 13:
ebenne xupa mene/ prnnawete Pddazanta/ Xzzubezeh tideimi/ hrppi ladi ehbi se tideime/ ehbije
Questa tomba qui ha costruito Fdaxanta di Xsubeze figlio, per la moglie e i figli propri.
Xupa, per la varianza ks/s, e p/th (tis/ pis/ quis), potremmo accostarla al tirseno suthi < *suphi, *ku-shi.
 
C. Consani e M. Negri, Testi Minoici Trascritti, p. 217/ 218:
atai*301wae adikitete-()/ ()da piteri akoane A/sasarame unarukanati/ ipinamina siru() inajapaqa
Chiunque commetta sacrilegio/ danneggi, oppure rompa l’immagine di (della dea) Asara, (costui) sia ucciso con il taglio della testa, o con la corda (impiccato).
 
Analisi: ata*301wai, gr. étis án, ó ti án, etisoûn, otioûn; adikitete(), a- protetica, radice DIK, gr. a-dikéo, desinenze -se-se(), passate a -te-te(), tipo l’osco TER-e-m-na-t(e)-te-n(e)-s(i) < *TER-e-m-na-se-se-s-si, lat. TER-mi-na-ve-ru-n-t(i); ()da oppure(?), gr. kaítoi, dé pit-e-ri < *pite-si rompa; akoane, gr. eikón icona; Asasara-me, deriva dalla radice AS luce/ dio/ signore, con le tante derivazioni, tuttora leggibili: VES-uvio, ES-tate; con F > PH interno scopriamo il gr. *eFais-tos > É(ph)ais-tos Fuoco/ Vesuvio, tirs. VES-ia, lat. VES-ta, gr. ES-tía, tirs. VES-ti-ri-ci-na-la < *FES-ti-ri-si-s-sa per l’accoglienza nel focolare, ASia (terra) del Sole; ma, se la cerchiamo lontano, ecco l’ittita AHHijava/ ACHaivia/ *ASija paese degli Achei (s > ch/k/h), il lidio AS-nL ad Atena, con il gr. ATH-e-nâ, per *ASena; LIA, 4, osco: Fetenis kam Asanas Metapontinas sup medikiai Aoudeieis C. Vettenio Cam. (pone, offre) ad Atena metapontina, sotto la magistratura di Audio. (V. Pisani, Le lingue dell’Italia antica oltre il latino, LIA, p. 49; nota: laconico Asánas, Asanân = Athenôn); eteo GAL.SALLUGAL HA-Su-s-ras granderegina Assara (P. Meriggi, Manuale di eteo geroglifico, Testi - 2a e 3a Serie, p. 254); unaru-kana-ti si uccida, gr. apo/epi-kTeíno uccido (T infisso), itt. kuen-zi uccide < *kuene-si ; ipinamina, gr. epinémo divido, taglio; siru(), gr. kára testa, káre(ti) < *kare-si (s > k, s > t); inajapaqa, inaja-pa-qa con la corda-e-oppure; gr. enía corda > briglia, miceneo anija-pi, strumentale plurale (J. Chadwick, Lineare B, p. 129).
Il lettore, a questo punto, anche con altri confronti, può, spingersi a comporre un testo qualunque; ma per trarre i significati non immaginari, occorre un’opera di cesello: mettere nel posto giusto la sillaba giusta per risalire al valore verbale di ogni termine, quello proprio che lo scriba aveva voluto indicare.
SYMPOSIACUS, ANNO XXXIII - N. 4 -Ottobre-Novembre 2003.

1.15 I MORGENTI

I MORGENTI
In Sicilia, a pochi chilometri dal comune di Aidone, sorgono le stupende rovine di quella che nell’antichità fu la fiorente città di Morgantina. Le testimonianze di vita più antiche fanno riferimento alla prima età del Bronzo, tra il 1800 ed il 1400 a.C., epoca alla quale si riferiscono i resti di capanne rinvenuti sul luogo e che documentano l’esistenza di un villaggio precedente. Questo villaggio era situato in prossimità di una sorgente d’acqua e occupava un vasto altopiano. Morgantina venne fondata dai Siculi nell’ XI secolo a.C. sul monte Cittadella. Raggiunse il suo massimo splendore con l’arrivo dei Greci, risaliti lungo il corso del fiume Gornalunga che in quell’epoca era navigabile, alla ricerca di nuove terre da sfruttare. La storia di Morgantina fu strettamente legata a Siracusa sotto il regno di Gerone II, dal 275 al 215 a.C. . In quegli anni la città conobbe la sua massima floridezza economica ed era organizzata in modo eficiente, con diversi importanti edifici pubblici e templi. Alla morte del sovrano si apre per Morgantina e Siracusa un periodo oscuro, nel corso del quale si scatenarono lotte interne per il potere e l’interruzione dell’alleanza precedentemente stipulata con Roma. Dopo che Siracusa cadde sotto il controllo di Roma a seguito della sconfitta militare, anche Morgantina nel 211 a.C. venne distrutta dai Romani che subito dopo cedettero ciò che restava della città ed il suo circondario in premio a mercenari di origine spagnola. Durante i successivi due secoli, alcuni degli edifici vennero riedificati e, in alcuni casi, adibiti ad altri usi. In quel periodo, anche se ridotta come dimensioni rispetto al suo periodo di massimo splendore, Morgantina ebbe una vitalità economica e commerciale documentata dai resti di diversi laboratori adibiti alla produzione di vasi ed altri oggetti in ceramica e terracotta per l’uso locale e per l’esportazione. Nel 35 a.C., coinvolta nella guerra civile scoppiata tra Sesto Pompeo e Ottaviano, Morgantina venne definitivamente distrutta e saccheggiata dalle legioni di quest’ultimo.

1.16 I VOLSCI

I VOLSCI
I Volsci erano un popolo di origine indoeuropea di indole bellicosa, dedito alle attività agricole. Abitavano in un’area molto ricca di minerali comprendente il basso Lazio, l’alta Campania e il basso Molise. Alcuni aspetti della loro cultura permangono ancora oggi in Campania, come quello di effetture il pranzo dopo un funerale. I loro centri più importanti furono Sora, Satricum, Frusino, Velitrae, Arpinum e Fregellae. Tutte queste città divennero in seguito importanti colonie romane. Molti dubbi sussistono circa i modi e l’itinerario seguito dai Volsci nell’occupazione del Lazio meridionale. L’unica certezza è che questa spedizione partì tra il Fucino e l’alto Sannio. Molti dubbi persistono invece sulla cronologia degli avvenimenti; primo fra tutti se l’occupazione dell’agro pontino sia esclusivamente da collocarsi nel V secolo a.C. o se già sul finire del secolo precedente, essi iniziarono ad affacciarsi all’area meridionale dei Colli Albani e nella zona costiera compresa tra questi e la cittààdi Terracina. Un’altra certezza è che intorno alla metà del V secolo a.C. i Volsci occupavano la vasta regione delimitata a nord-ovest dall’asse Anzio-Satricum-Velletri-Cori, che era anche la linea di frizione tra questo popolo ed i romano-latini, lungo la quale si svolse una lotta con esiti alterni. Il loro controllo si estendeva da questa linea di confine alla valle dell’Amaseno compresa la città di Terracina, sulla valle del Sacco, su tutta la valle del fiume Liri compresa la città di Cassino e sulla val Comino. La richezza del territorio abitato dai Volsci accese le brame dei Sanniti e dei Romani. Essi uscirono sconfitti dalle guerre sannitiche ed in seguito parteciparono senza successo alle guerre civili e sociali. Fecero poi parte della Lega Italica e capeggiarono diverse rivolte contro Roma subendo come ritorsione perdite di autonomia, di risorse e deportazioni in altre zone del loro popolo. Ai Volsci è legata anche la storia di un nobile patrizio romano che nel 493 a.C. condusse l'esercito di Roma alla conquista della città di Corioli: Gneo Marcio che in seguito a questa vittoria assunse l’appellativo di Coriolano.

1.17 I RETI

I RETI
Il popolo dei Reti aveva i propri territori nelle attuali regioni del Trentino-Alto Adige, Tirolo, Bassa Engadina e prealpi veronesi. L’ipotesi più attendibile sulle loro origini è che questo popolo sia nato come etnia di indigeni alpini. Gli storici latini fanno risalire la civiltà retica al II° secolo a.C.,parafrasandolo come un miscuglio eterogeneo di popoli apparteneti a culture diverse come Etruschi, Celti, Illiri e barbari . L’arrivo di nuove genti in montagna non era ostacolato e anche l’assimilazione era possibile. I Reti erano organizzati in piccole comunità di pastori e contadini interdipendenti che avevano a disposizione monti, pascoli e campi in gestione comune e si riunivano in assemblee per eleggere i propri capitribù e per trattare gli affari. Alcune di queste usanze sono giunte pressochè integre ai giorni nostri, assieme al modo di costruire le case. Dal rinvenimento di reperti si deduce che erano degli abili artigiani e la loro cultura dovrebbe coincidere con l’età del ferro. Erano pacifici montanari che vivevano di agricoltura e allevamento. Barattavano i loro prodotti nella zona di Verona offrendo oggetti d’artigianato, vino e bestiame. Augusto dal 16 al 9 a.C., combattè qui una delle sue più importanti guerre: la campagna contro Reti, Norici, Pannoni ed altri che terminò con l’espansione verso nord dell’Impero Romano e che portò alla formazione delle due nuove provincie della Rezia e del Norico. Non è escluso che i Reti dessero al vino un significato spirituale. Sul frammento di una brocca rinvenuta a Sanzeno in Val di Non, è infatti raffigurato un accoppiamento rituale dionisiaco.Il vino prodotto dai Reti era molto apprezzato anche alla corte imperiale. Politeisti, veneravano divinità di origine mediterranea ed anche alcuni dei orientali. I pricipali fra essi furono Retia, la dea madre e Saturno, dio dell’agricoltura.Essi vissero una parte della loro storia con la tradizione orale ed una seconda fase con una scrittura derivata da quella etrusca priva però della lettera O. Alcuni studiosi affermano che la lingua ladina, sia un’evoluzione della lingua retica.

1.18 ARNNA HIRUMINA UR-FS(-SA)

ARNNA HIRUMINA UR-FS(-SA)
Il termine città, nel senso di insieme di case, risale a molti secoli prima di Cristo; esso è connesso all’idea di costruzione; voleva indicare una dimora diversa dalla capanna, dalla grotta; il contenuto originario si può cogliere in BAR, la cui scrittura riproduce una pianta rettangolare, munita di apertura, chiamata appunto BAR > casa, ed è nota agli studiosi, perché corrisponde alla B degli alfabeti; ma esisteva anche PAR casa; chi sarà nata per primo? Le separa solo una frequente varianza tra le labiali, B > < P. Quest’ultima la conosciamo nel licio PAR-na costruzione > casa, idea inclusa nel verbo PR-n-na-wa-te ha costruito (1, J. Friedrich, DDS), la contiene l’ittita PAR-na-s-se-a famigliari (2, F. Imparati, LLI; QSI), il tirseno PAR-ni-ch di casa (3, M. Pallottino, TLE); ma la forma desinenzata, come ci suggerisce la fonetica, doveva consistere in una struttura luvia: *PAR-a-sa > PAR-na, *PAR-na-s-sa, ittita PAR-na-s-se-(W)a suwaizzi i famigliari si salvano (2), con le inevitabili varianze compatibili, ossia con lo sviluppo seguente: *PAR-a-sa > PAR-na, *PAR-a-s-sa > *PAR-a-n-na/ *PAR-a-z-za/ *PAR-a-t-ta; se togliamo l’iniziale P > F/H, anche questa perdita si verificava, ecco comparire altre forme intermedie, come *HAR-na > *HAR-a-n-na > HAR-na-si citta(della) (4, P. Meriggi, MEG), *HIR-u-Fi-n-na > HIR-u-Mi-(n-)na (4, P. Meriggi, MEG); come di consueto bisogna prevedere la caduta anche della H, cogliendo le forme storiche del licio AR-n-na città, AR-n-na-i cittadini (5, TdX), compresa la forma anatolica della Confederazione di AR-za-wa < *AR-a-sa-Fa (1), e le uscite italiche, testimoniate da OR-te, OR-vie-to, AR-e-z-zo, UR-Bs, UR-bi-no, OR-be-te-l-lo < *UR-we-te-cu-lo; ma preferisco la varianza più inconfutabile, emigrata in Italia, dico HIR-u-Mi-(n-)na ‘città’ (3, TLE, 363), senza tralasciare la più famosa, quella nota a tutti, ossia la UR-Bs latina, residuo più antico per la Bss(a) finale, ciò considerando che l’originale aveva la struttura, appunto con la S desinenziale: * > PAR-a-s-sa > HAR-a-s-sa > HAR-a-Fs-sa/ HAR-Fs-s > *HAR-u-Mn-na > *AR-a-n-na per ricordarci anche le notissime città asianiche di *AR-a-s-sa > AR-i-n-na, la nota città del Sole, e AR-a-t-ta, nemica dei Sumeri, perché il re Enmerkar la minacciava continuamente di distruzione, se non avesse donato ogni sorta di oggetti preziosi, in particolare i lapislazzuli, e i materiali per costruire i propri templi; ce lo racconta l’epopea di Enmerkar e il signore di Aratta (6: Helmut Ulhig, IS); notevole anche perché, visti i risultati, sempre fallimentari delle trattative verbali, alla fine questo re straordinario, multicentenario, ispirato da un dio, Prese allora una zolla d’argilla il signore di UR-u-k,/ vi scrisse parole COME SOPRA UNA TAVOLA./ MAI era stata SCRITTA PAROLA SULL’ARGILLA./ Ma ora, poiché il dio del sole così l’aveva ispirato,/ così accadde. Ed Enmerkar scrisse la tavola.
Io mi sono sempre domandato: chi scriveva sulla TAVOLA? Lui si mise a scrivere COME SOPRA UNA TAVOLA. E se gli europei Arattesi fossero stati tutti analfabeti, a che scopo avrebbe scritto rivolto proprio a loro con questo strumento inusitato? Chi poteva leggere il documento minatorio? Bisogna sapere che scrisse perché i messi, con le parole non ottenevano nessun risultato; allora pensò: mettiamo le parole per iscritto, quelle non si possono cambiare. Ma gli Arattesi, sia che Enmerkar mandasse loquaci ambasciatori, sia che li facesse presentare con le pandette sulle mani per leggerle pubblicamente, se non conoscevano lingua e scrittura, dovevano rimanere indifferenti, o ancora e sempre sospettosi, per le informazioni lette dai nemici, non da loro.
E’ meglio supporre che qualcuno ad Aratta tracciasse segni proprio sulle Tavolette (di legno); ed Enmerkar, alla fine, si decise ad imitarli, servendosi però della creta, così tanta tra i due fiumi, che chiunque ci avrà potuto giocare già da molto tempo, fino al pensiero di tracciarvi ideogrammi.
Io ritengo che gli Europei abbiano sempre disegnato su materiali deperibili, come scorze, pelli, e tavolette; vivevano, per lo più in montagna, lontani dalle distese di creta alluvionale; nelle loro aspre sedi trovavano ciò che per loro era di pratico uso; gli Anatolici, in particolare i Luvi, restituiscono una lunga storia, una cultura giunta fino a noi (ICH-noû-s-sa, PI-the-koû-s-sa…); aggiungiamoci i lontani Minoici, che scrivevano già molto prima della Guerra di Ilio; anche Omero ci fornisce un cenno nell’Iliade, VI, 164: Preto, che tu possa morire, se non ammazzi Bellerofonte, / a me volle unirsi d’amore, ma io non lo volli! / Disse , e il furore s’impadronì del re, tal cosa udiva./ Ma si guardò dall’ucciderlo, n’ebbe scrupolo in cuore,/ e lo mandò nella Licia, gli diede SEGNI FUNESTI,/ molte PAROLE DI MORTE TRACCIATE SU UNA TAVOLA,/ e gli ingiunse, per farlo perire, che la mostrasse al suocero/… Proprio a causa di questo modo di scrivere su materiali deperibili non lasciarono traccia durevole, se non nell’esercizio della memoria, che alcuni predilessero fino alla scrittura, se non nello sviluppo emerso della civiltà ellenica, che costituisce, non l’esplosione improvvisa di una cultura totalmente unica ed originale, straordinaria, ma l’apparire di un lungo cammino di una civiltà complessa, anatolica, europea, sviluppatasi nelle alture, tra l’India, il Caucaso, il Mar Nero e l’Europa, occupando tutta la parte Nord dell’Asia Minore, a quei margini costretta dall’invasione sumerica prima, e dall’occupazione dei Semiti, provenienti dall’Egitto. La loro collocazione a cerchio, dall’India all’Europa li preservò da ogni influsso linguistico; per questo tutto il gruppo Europeo, nonostante le migliaia di derivazioni, ci restituisce un modello grammaticale solido, giunto fino a noi.
Ma torniamo a questi termini, che trovano applicazione nelle iscrizioni: AR-n-na si legge, come detto, nella Trilingue di Xanthos: Arnna, Arnnai; AR-na-si, URU-mi-na sui testi di P. Meriggi (4), MEG, Parte Seconda, Testi, pag. 69, N° 24: La bilingue di Karatepe, FR. XXXVIII: awa i HARnasi 240 x mi-ha E questa citta(della) costruii (si noti I questo, collima con il M-I < F-I etrusco); pag. 108, N° 28: Cekke, fr. 28: itipawa URUmina QUs 9.3 hitaar 26 83-ar Ma chi a questa città venga contro con inimicizia; ma soffermiamoci anche sulla nostra TLE 363 con HIRumina, dove si afferma che la città offre una stele lapidea ad Auvle FEL-u-s-ke (*FEL-u-s-se) per il suo valore. Questo elenco di notizie l’ho trascritto su www.archeologia.com , Forum/ Archeologia/ Generico, nome tirse; alcune mie informazioni si ricollegano a persona ignota, che spesso mi interpellava sui problemi della zona di Bolsena, in particolare sulla querelle tra OR-vi=ve-tus, così accomodato per derivarne UR-bs Vetus città vecchia e coinvolgersi nei trasferimenti della popolazione chiamata VEL-s-na/ VEL-z-na > VOL-s-i-nium > BOLsena, quale centro della TIrsenità/ VELsinità; ma che bisogno può avere questo *Orvivetus, se già, da prima, da secoli prima già il suo nome significava solamente città in una forma simile ad AR-a-t-ta, basterebbe immaginarvi un F interno, ossia dirlo *AR-Fie-t-ta, ricordando in particolare che nell’antichità certi popoli, compresi i Tirseni/ Velsini, la O non la conoscevano affatto; quindi in tempi etruschi OR nessuno lo avrebbe potuto pronunciare, se non in età molto tarda; il tanto sforzo cela invece la voglia di appropriarsi della fama di VEL-z-na/ VEL-i-s-na/ VEL-u-s-sa, centro sacro per le DODICI CITTA, con l’isola Bisentina che significa del Consiglio, con l’isola Marta, che vuol dire delle Carceri; era una zona organizzata per raduni importanti…; come è facile osservare, le indicazione geografiche sono tutte diverse da Orvieto, derivano invece da SEL > VEL > EL Sole, quindi non c’entra nulla con la città vecchia o Bolsena nuova; proprio e solo *FEL-z-na > *BOL-z-na distrutta, può assumere la qualifica di BOL-se-na nuova, per la sua condizione di rasa al suolo, compresi i propri templi e la profanazione, che piamente si tace, delle tombe gentilizie, con la sua popolazione residua dispersa per chissà quanti anni, prima che si ricompattasse dove ora si trova, a debita distanza dalle mura quasi rase al suolo, mura che andrebbero esaminate attentamente da specialisti, capaci di prelevare al di sotto vari cilindri di materiale terroso, come avviene per il ghiaccio del polo sud, alla ricerca di residui organici, stratificati, conservati; lì sotto, gente esperta, potrebbe scoprire l’età del carbonio inglobato, che la pietra certamente non può fornire.
Ma torniamo a qualunque termine che cominci con VEL, esso indica sempre e soltanto un derivato di SEL/SOLE, ossia VEL-z-na contiene l’idea della (città) del SOLE; altro che *Urvivetus; le solite traduzioni ad orecchio, omofone, capaci di restituire il significato voluto, o più conveniente, quasi sempre desiderato; in un simile trabocchetto è caduto chi per primo analizzò MONTE= FIASCONE; l’analista improvvisato che poteva capire se non che significasse un monte (ricco) di fiaschi (di vino) o a forma di un grande fiasco/ un fiascone; deduzione facile alle orecchie, nonché proprio adatta al nobile vino EST EST EST, che, tra l’altro, non ne avrebbe avuto alcun bisogno. Meglio di così quel nome non avrebbe potuto meritare; ma basta andare un poco pochino indietro per incontrare *Flasco-ne del *Flasko, dove sembra nato il durevole Fiasco, quindi Monte del Fiasco; ma si è trattato sempre della solita fata morgana, la fuorviante omofonia (botte/ botte, sala/ sala, sale/ sale/ sale…), sempre pronta ad aprire bivi, e con maggior danno, se conducono ad altre lingue: per i latini il fiasco era un lac-u-nar, la cui radice però deriva da LAK acqua (LAG-o, LIQ-ui-do. LIQ-uo-re…; con i più complessi F-LU(K)-men; F affisso, K probabilmente assimilato in un primo tempo, perciò *F-LUM-men, e significava quello dell’acqua/ Fiume, P-LU(K)-via (F > P affisso) p-(l)jo-g-gja, spa. LLU(K)-via pron. gliuvia pioggia; chiara l’evoluzione fonetica FL/ PL > Fj/Pj); ma ci aiutano meglio gli Elleni, perché tale recipiente lo dicevano phiále, ma lo sviluppo nostrano lo porta a *FiLe > *FLj > Fj; e proprio da qui è nato il derivato *PHIAL-a-s-ka, evolutosi in *FjL-a-s-ka > *FL-j-a-s-ka > *Fjasca, attraverso FIL > FL > F , come per FLumen > Fiume, PLuvia pioggia, FLamma Fiamma, FLos Fiore, Plumbum Piombo; sviluppo fonetico che ha prevalso nella denominazione di Monte –fiascone, interpretato erroneamente ‘Monte dei fiaschi’; nessuno ha però immaginato che quel *FLascone, omofono, anziché da un recipiente potesse trarre la propria nobile origine dalla civiltà anatolica, ricollegabile a FEL / VEL ‘Sole’, con tutti i suoi derivati; la desinenza originaria, sempre luvia, consisteva nel gruppo -s-s, passato a -s-n, -n-n/ -n, -z-n…ma anche a -s-k, come lo testimonia, ancora, il termine * > FEL-i-s-si > FEL-i-s-ni > FEL-e-n-ni ‘EL(l)-e-(n)-ni’ (Greci), rispetto al parallelo PEL-a-s-go-í ‘i *FEL-a-s-ki/ PEL-a-s-gi’ (ritenuti Greci anch’essi, che però ancora non lo erano, ne i primi né i secondi; gente che parlava una qualche lingua anatolica, anteriori alla ‘Guerra di Ilio’), ossia erano definiti nient’altro che con la stessa radice, detta da diversa etnia, o contrapposta: *FEL-a-s-ko-si ‘i *FEL-a-s-ki/ *PEL-a-s-ki/ ‘quelli di FEL > PEL’, con la desinenza -s-k dell’eroe italico FEL-u-s-ke; niente però che colleghi i Pelasgi al ‘mare’; ci manca lo -s-k, mi riferisco a PÉL-a-gos < *FEL-a-kos ‘mare’, altro omofono; ecco il tranello dell’omofonia, quest’ultimo termine invece trae origine da THÁL-a-s-sa/ THÁL-a-t-ta ‘mare’, risalente dall’arcaico *SAL-a-s-sa (TH/CH < S, come zil-a-th/ zil-a-ch > *tilas ‘(il magistrato velsinio) tele’); questa nuova radice SAL ‘acqua (di mare)’, attraverso la varianza desinenzata *SEL-a-kos ‘di acqua’, si sviluppò da SAL-e ‘acqua (di mare) > sale’; il significato si capisce bene se paragonato con la forma priva dell’iniziale S, come ci suggerisce il gr. (S)ÁL-s ‘mare’ per la resa formale intermedia tra SAL > FAL > AL di *FAL-e-kos (S > F > 0); della stessa famiglia incontriamo l’arcaica SAL-i-va ‘di acqua’, la via SAL-a-ria ‘(via) dell’acqua’, presso il fiume Tevere…; ciò significa che i VEL-z-na e i *FEL-a-s-ka, come è evidente, sono uniti dalla stessa famiglia verbale, pur terminando con desinenze diverse; per certo le tribù presenti intorno al lago di *FEL-s-na > *BOL-s-na saranno arrivate sul posto già distinte in *FELessi e *FELeski, oppure avranno voluto o dovuto distinguersi, per ragioni pratiche, o politiche, differenziandosi con le varianti desinenziali -s-na/ -s-ka; ma questa distinzione, come visto, era avvenuta già nell’Ellade, ancora da nascere, con *FELenni e *FELaski; questo fatto lo abbiamo visto anche con il solo VEL, munito di svariate desinenze: -s-n, -n-n/ -n, -z-n, -ch-n, -th-n… Per capirci meglio riproduciamo l’iter di una della tante radici indicanti ‘luce’; prendiamo proprio la famiglia di SEL ‘splendore’, tanto ricca, ma di difficile comprensione per chi non ha dimestichezza con le glottologie, per chi non riconosce le famiglie di parole, per chi non sa evitare gli omofoni, sempre pronti a confondere le idee: cominciamo con il gr. SÉL-a-s ‘splendore (SOL-e)’, seguiamolo attraverso la continuità del significato (ogni Famiglia di parole deve conservare sempre la medesima Impronta genetica), attraverso i mutamenti possibili (non immaginari), ricollegandoci, per il primo passo, al più arcaico, fondamentale, necessario luvio *SEL-a-s-sa; la struttura si muta di poco, come è naturale per ogni parola, ed eccone lo sviluppo, altrettanto anatolico, in SEL-á-n-na ‘luce > Luna’ (Saffo) (-s-s > -n-n), SEL-á-na/ SEL-é-ne ‘luce > Luna’ (-s-s > -n-n > -n); a questa prima sequenza ne segue un’altra priva della S iniziale, come spesso succedeva in greco (ÚD-o-r/ S-UD-o-re, ÚP-nos/ S-OM-nus, È-ks/ S-E-cs…ÉP-o-mai/ S-EG-uo (s > 0, P/G…), sostituita spesso dalla F (ed il suo frequente divenire > b, f, m, p, mp, ph, mph, u/ v/ w); quindi possiamo incontrare FAL/ FEL/ FIL > VAL/ VEL/ FIL…, ossia FAL-e-ria, VAL-e-ria, FEL-si-nia > *BEL-ni-nia > BON-o-nia, *FEL-a-s-kia e *FL-a-s-ka-ne ‘(Monte) dei *FEL-a-s-ki/ *SEL-a-s-ki; da qui raggiungiamo il vels. VEL ‘SOLE’, notevole per le decine di derivati: VEL-u-s, VEL-u-sa, VEL-u-s-la < *VEL-u-s-sa, VEL-a-s-na, VEL-z-na, VEL-the, VEL-thi-na, VEL-i-s-nas, VEL-u-s-na, VEL-che, VEL-thur, VEL-th-re…VEL-thi-na-thu-ras < *VEL-thi-na-s-sas (forma luvia) ‘dei VELtina/ *SEL-a-t-na’. Chi non scopre i tanti nomi originati dalla radice SAL/ SEL/ FAL/ FEL/ VEL … ‘il Sole’, senza confusioni però con gli omofoni SAL-e, SEL-e, FEL-i-no, FEL-pa, VELl-o, VOL-o, VOL-to…; tutto questo per incontrare l’autentico VEL-s-na, e con l’introduzione della O, l’autentico *VOL-s-na; in Asia Minore abbiamo un parallelo sviluppo con POL-i-ch-na, da *FEL-i-ch-na (E > O; notevole la desinenza -ch-na, identica a quella del magistrato vels. zil-a-ch-nu ‘teleste’); nome collocato presso il fiume AES-e-pus ‘cavallo’; a Lemno hanno scoperto altra città, detta POL-io-ch-ni < *FEL-ia-ch-ni; tutte significavano ‘luogo, luoghi del dio VEL/ Solari’, dedicati al dio ‘SEL > FEL > VEL’; ci va compreso anche l’evidente VUL-ca-no, vels, VEL-cha-ns ‘quello del fuoco’. Da tenere presente che i fenomeni sulla natura del cielo (e dovunque sulla terra), come il sole, il fuoco, la pioggia…, non vanno guardati con il sapere di oggi; quella gente non conosceva che il ‘celeste dio fuoco/ luce’, solo deduzioni antropomorfe, non paragonabili con nessuna delle nostre cognizioni scientifiche. Ma torniamo sul cammino di SEL > FEL > VEL, che non si è ancora fermato; la radice, come ci indica lo studio della fonetica, le regole delle glottologie, perde pure la F > V, riassumibile in questa sequenza SAL/ SEL ( SOLe) > FAL/ FEL/ FIL > VAL/ VEL/ VIL > AL/ EL/ IL, ed eccola ancora, significante allo stesso modo, data l’appartenenza alla stessa Famiglia, anche se spoglia dell’iniziale: gr. ÁL-io-s/ ÉL-io-s ‘Luce (sole)’, EL-é-ne < SEL-é-ne ‘Luce > luna/ ELena’; ma non è ancora terminato lo straordinario percorso evolutivo della radice SEL, in bocca a tanta gente, per tanti secoli; rientra ora in gioco con la invadente F, presentandoci aFélios/ aBélios ‘sole/ ABele’, la vittima di CA-i-no/ del Fuoco’, gr. KA-í-o ‘brucio’; nonché i velsini aVil/ aVils ‘soli > anni’, aUle, aVle ‘sole/ Aule’, aPlu ‘sole/ Apollo’; TUTTE significano ‘Luce > Sole’; persino con la variante multipla FaFl/ BaBel di BABele ‘città del Sole’, con ciò scopriamo il poco mutato vels. FuFluns ‘dio *(S)UL-u-nu/ Solare’; vi possiamo inserire persino l’inimmaginabile nome del re ittita SuPPiL-u-liUMas, il quale, senza conoscere l’invadente famiglia del digamma, che confonde un numero enorme di termini, altrimenti subito comprensibili, resterebbe senza spiegazione alcuna: invece, evidenziate le sue troppe massicce inclusioni, scopriamo *suFFil-u-njUFas, depurato si rivela il palese *SUL-u-njas ‘SOL-o-ne’.
Sono tantissime le radici che si possono seguire con questo sistema, ma occorre conoscere i fenomeni fonetici; qualche glottologia va studiata e seguita, altrimenti non si capiscono gli sviluppi, i cambiamenti dei suoni, e si rimane incerti davanti alle analisi fonetiche e strutturali da me presentate; in particolare quando affermo che la RADICE è sempre MONOSILLABICA, e la DESINENZA è altrettanto MONOSILLABICA; senza strumenti glottologici (ma, purtroppo, non sempre idonei) non si potrebbe arrivare facilmente ai due elementi monosillabici fondamentali; un facile, piccolo esempio: gr. g-RÁ-pho ‘s-c-RI-vo’, presenta una g- frequente davanti a certi suoni (gr. g-LÓS-sa < *LOK-sa ‘LI(n)G-ua’; g-LAUK-ó-s ‘LUCente’,…), quindi va tolta, eccoci allora davanti allo spoglio -RA-pho < *-RA-so, traducibile solo con le nostre ancora attive azioni verbali: ‘RA-ffio, g-RA-ffio, s-g-RA-ffio (la pietra)’ (non ancora s-c-RI-vo, come lo concepiamo noi); per la complessità, l’invadenza dalla F e la sua famigliola enumerata, non può mancare un cenno al licio/miliaco pddenehmmis, inspiegabile, senza strumenti adeguati; è tolto dalla .5, TdS, tradotto dal greco ‘arconti’; ma va subito individuato che la traduzione greca è impropria, propone una carica diversa, inoltre occorre comprendere la solita invadenza HMM, da HFF, con ciò ci avviciniamo a *pddeneFFis; dove intravediamo già la carica pubblica ‘pritani’, ma se significa così, come è già chiaro, il pd-d, deve contenere il *pre-de-neFFis; il ragionamento consiste nel constatare che si è verificata una contrazione che ha scalzato pure la vocale: pur-t/ pru-t > pr-d, seguita da assimilazione rd > dd, quindi l’esito, totalmente licio pd-d, confuso in peggio dall’infisso multiplo FFF; attraverso questa indagine scopriamo *pur-t-e-neFis, *prutaneFis ‘i pritani’, vels. PUR-th-ne, *PUR-she-n-ne (th/ch < s) ‘PORsenna’; va ricordato, per inciso, che Porsenna non era un nome proprio, ma la carica rivestita; fenomeno comune a molti nomi di eroi antichi, considerati nomi propri; invece sono indicati attraverso la denominazione del loro incarico ricoperto nell’esercito, come ho spiegato nei miei articoli e libri: AG-a-mém-non significa ‘condottiero’, risolvibile con *EG-e-FeF-sos, vels. ACH-MeM-rum < *EG-FeF-sus, come si vede più arcaico della forma greca -non < -sos, rispetto alla -rum più vicina a -sus > -rus, che a -non, ma anch’esso deformato allo stesso modo, per l’immissione della solita coppia FF > MM; avrebbero dovuto dirlo *ACH-a-sus/ *AG-a-tus/ *AG-a-tor < *EG-e-sus…; come ÉK-tor ‘ÉG-é-tor’; ACH-i-lleús, *EG-e-leFs < *EG-e-teFs < *EG-e-seFs ‘Guida/ Achille’; in licio/miliaco questa carica sta celata in un composto, che termina con la desinenza -zu < -su, leggibile anche in Cha-(Lu)cha-su (7, G. Bonfante Larissa Bonfante, LCE) ‘(eroe/ mostro) di bronzo’ (con la L, persino Lu < LF, infisso), quindi da ricondurre a *CHA-Lka-su, paragonabile al gr. chaLkós ‘bronzo’, chaLche-(s)ús ‘di bronzo’, ma derivato da un più antico, genuino, più semplice *KAK-a-su < mic. KAK-o ‘bronzo’ < minoico *SAK-e < lineare A SAQ-e-ri ‘(cosa lucente) > di bronzo’ (S > K); la L, come detto, non apparteneva al termine, era stato immesso dai Greci recenti, non mancante, come asseriscono certi studiosi; in un mio libro dimostro che L/M/N/R/S erano frutto di cattiva pronuncia dei Greci; ma torniamo ad Achille licio, è celato nel composto as-ACH-la-zu, as-/ es- preposizione + *EG-e-la-su/ *EG-e-ta-su’ ( s > l/t), gr. es-EG-éo-mai ‘comando’, allora significherà ‘comandante/ dirigente dell’ARnna/ città’, ‘l’ACHille della città’…..
Quando emigrarono i Tirseni/ Tirreni dall’Asia Minore, si portarono dietro, come è ovvio, porzioni di civiltà anatolica, anteriori alla ‘Guerra di Ilio’; ad esempio questi Tirseni, derivando il loro nome dal dio hurrico Teshub, rotacizzato in eteo TA-rhui, dovevano provenire dalle città dedicate a questo dio, come Ta-ru-ui-sa < *TA-rhui-s-sa ‘Troia’, o Trimmisn < *TA-rhi-FFi-s-n < > *Trisn ‘di *Trii-a (o Tloo?) = Licia’, che Omero traduce con un genitivo plurale, quasi identico Tróon ‘dei Troi/ Tloi?’ (tradotto in italiano con desinenza anatolica -n-n > n ‘troia(n)ni’), da una forma originaria *Ta-rho-F/Sos; come ancora quelli emigrati dall’altra città detta TA-rhu-n-ta-s-sa (2, QSI), re KUR-u-n-tas < anat. *KUR-u-s-sas > lat. QUIR-i-(n)-nus ‘dio Solare’; in Italia quella città divenne *Tarhunchanna > Tarqui(n)nia; come è chiaro, i nomi contengono bene i *Turhusanni/ *Turhranni, quasi i Darda(n)ni, forse abitanti di Dattassa < *TA-rh-ta-s-sa; da includere anche gli insospettabili *Tarhninni, provenienti dalla città di TA-r-ne < *TA-rhu-n-ne, il cui nome, in seguito, fu mutato con Sardi, forse “all’epoca in cui (i Lidi) conquistarono la Tirrenia” (8, Erodoto, LS), proprio quando cacciarono via il loro capo, Tirreno, con il trucco del ‘tirare a sorte chi doveva andarsene’, e, guarda caso, toccò proprio a lui, già vinto, a correre verso il mare; i VELsini, abbiamo visto, invece derivano il loro nome dal dio sole SEL > FEL >VEL; ora chi era che usava questo nome in Asia Minore, ma lo usava la città di UIL-u-siia, VIL-u-sija, VIL-u-sa (9, O. R. Gurney, GIT), anzi se ne contano più d’una, come riferisce il Gurney stesso, così ho scritto altrove; bisognerebbe considerare persino *FIL-a-wa-s-sa > MIL-a-wa-n-ta > MILa-wa-ta ‘MIL-e-to’, dico che andrebbe compresa in questa derivazione, senza alcun dubbio; a quell’epoca esistevano tante LAR-i-s-se, dal vels. LA ‘luce’ > LA-sa > LA-ris > LA-r-th() ‘di LA/ Luce > Lucio > Laerte/ Luciano’ (non laós + eíro!); allora, perché non potevano esistere varie VEL-u-s-sa/ VIL-u-s-sa? Omero, o uno degli altri cantori, ad esempio, ne pone una sul fiume Xanthos, una seconda viene indicata prima di Troia (9, GIT), la cartina A Classical MAP of ASIA MINOR la segnala vicino al fiume AES-e-pus ‘del cavallo’, eteo ASuwa ‘cavallo’ (AS-i-no ‘simile al cavallo’); sappiamo che un’altra esisteva nella Confederazione di Arzawa (9, GIT) (forse era MILeto, MILavata?); qualcuna, o almeno due, vanno associate dunque a ‘FIL-io-s(-se)/ FÍL-io-n(-ne) > FÍL-io-s()’, ecco perché questo gruppo di fuggiaschi, o solo emigranti, lo indico come Velsini ( > *VOL-s-na), per la ragione che li considero provenienti dalla ‘città di VEL > FIL > FÍLios < *VILios > ÍLios’; li ritengo i primi *FEL-e-s-ni > ELleni emigrati in Italia, ancora prima che gli Italici li considerassero Greci, dal nome degli abitanti di Creta, detti in una iscrizione fenicia CRESI; basta sapere dello sviluppo noto da S a K, che non tutti conoscono, per capire che questa gente insulare, diffusa sulle coste dell’Italia Meridionale, fu pronunciata *KREKI, e così divennero Greci e Grecia, senza che conoscessero ancora l’Ellade e gli Elleni; senza riconoscere i Tirreni e i Velsini, salvo il poeta Virgilio, che nell’Eneide ben ricordava i popoli dell’Asia venuti tanti secoli prima a portare la fondamentale civiltà tirsena/ velsinia = anatolica, espressa nella città di Ruma (eteo RU-wa ‘dio Sole’), e poi gestita dai Latini romanizzati.
Nella “Trilingue di Xanthos” troviamo che decidono gli Xánthioi ed i períoikoi, ossia gli ‘Xanthi/ cittadini ed i perieci/ campagnoli’; questi ultimi chi erano, per capirci bisognerebbe tradurli così: per- ‘intorno’, -ôikos ‘casa’; quindi erano ‘quelli che abitavano al di fuori delle case’; nei campi intorno; gente sparsa per la campagna, sicuramente proprietari, o affittuari; non quei ceti esclusi; la parola si capisce chiaramente; ma i lici indicavano le stesse idee con la nota AR-n-na-i ‘cittadini’, seguita da un bel termine parallelo, vestito con molta ricchezza, il tanto imbottito epewellmmei, dal significato simile ai ‘perieci’; a prima vista non potremo mai capire questa parola senza la glottologia, senza la fonologia, senza aver scoperto l’invadenza costante del F, più volte accusato di intromissione, senza un accurato studio personale, partito da esperienze e studi per l’insegnamento, poi applicato alla ricerca della lingua etrusca, cominciata nel 1966; cosa bisognerà combinare: prima avviene l’epurazione, la spoliazione, dobbiamo liberarlo della cattiva pronuncia: epe- senza fatica rappresenta una preposizione; ma -wellmmei occorre privarlo della famiglia del digamma ( e derivati), il solito W, MM, da F, FF, scoperti in questo modo: *FalFFei; ed eccoci subito dinanzi al più semplice *aFlei, gr. aÚlion ‘abitazione rustica’, aÛlis ‘dove si pernotta’; parola rimasta fino a noi con ‘aUla’, quindi ‘ambiente costruito > casa/ abitazione’, come ôikos ‘casa’; e non deve sorprendere se, presso i Greci, preferisco dire gli Elleni, aûlis derivi da *Falis > *Palis, che conosciamo nella variante Pólis ‘case > città’. Vedete l’intreccio, la corrispondenza delle voci tra lingue affini e diverse. Il termine ‘casa’ divideva città e campagna, mettendo sullo stesso piano i peri-eci ed gli ep-auli.
Tutto questo che vedete, è frutto delle analisi di vario tipo, che, messe assieme, procedono alla spoliazione della parola, la liberano dell’ignoranza, ne scoprono la natura, evidenziano la RADICE MONOSILLABICA, la DESINENZA MONOSILLABICA.
Per G. M. Facchetti il mio lavoro è invece la ‘solita’ improvvisazione, dei ‘soliti profani’, specie su BAS-i-leús, per quell’ipotetico gw > B iniziale…; deve aver letto anche il coltissimo articolo “PER L’INDEUROPEITA’ DI BASILEÝS “ di C. A. Mastrelli, su Archivio Glottologico Italiano, V. XLV – F. I; indagine diversificata, ma troppo ipotetica; io gli consiglierei una piccola sosta presso i Micenei, qui avrebbe potuto comprendere la varianza S > Q/P: eteo aSuwa ‘cavallo’, mic. iQo ‘cavallo’ (J. Chadwick, “LINEARE B L’enigma della scrittura micenea”), simile al lat. eQuus, ma diverso dal gr. *iPo (ÍP(p)os, è sbagliato, per la doppia) proprio per il fattarello della valenza q/b-p, notata su Qa-si-re-u/ Basileús (D. Musi, “Storia greca”, p. 56); su “decifrazione delle scritture scomparse” di J. Friedrich, a pag. 87 leggiamo il protohattico katti ‘re’, sulla “Trilingue di Xanthos” incontriamo Chbidenni < *chFitessi < *kitessi/ *Chattessi ‘regnanti’, paragonabili al tirseno Chautha/ *Kata, in asianico esisteva persino il ‘Gran Cheta’ (9, GIT), ma su Hethitische Texbeispiele, Der Anitta-Text, compare una forma quasi originale, ossia Hassus ‘Signore/ re’, come si intende con facilità, compatibile sia con l’originaria *Kassus > *Kattus, sia con la forma più recente in *Fassus, da cui trae origine una LUNGA diversificazione della famiglia, a cominciare dall’eteo Washas ‘dominus’ (4, MEG), itt. ishis- (10, IND), rotacizzato lo individuiamo nel vels. maru < *Fasu ‘signore’ (lat. herus ‘padrone’); con il derivato marunuch evidenziamo il *FAS-i-seFs (QAS-i-reus, BAS-i-leÚs), ossia il ‘(vice) del Signore > barone’( non lasciato dai Germani); privato dell’iniziale K > H > 0, ecco ancora i derivati *ass-a-sa > ass-a-ra > as-a-ra/ as-a-na ‘Signora/ Dea/ Regina’ (v. l’artico sul mio sito), lidio AS-ni-l < *AS-e-ni-si ‘ad *ASena’, tradotta con il gr. ATH-e-naí-ei < *ASH-e-na-si ‘ad ATHena’ (1, DSS), tirs. EIS-ne-w-c ‘Signore’ (3, TLE), laconico AS-a-nas, AS-a-nân = Ath-e-nôn (11, LIA)…; ma per seguire qualunque varianza compatibile ci basta l’aver compreso con chiarezza il dinamismo fonetico spontaneo che codifica qualunque lingua, generata dapprima dai soli parlanti, poi codificata dagli scrittori; in particolare, riguardo alla nostra civiltà, va considerata l’evoluzione di centinaia di dialetti, varianze del latino, forniti di una miriade impressionante di cambiamenti; tornando al Facchetti, persino disconosce, persino le famiglie di parole (SAR > FAR > MAR > PAR > AR…; KAS > HAS > FAS > AS…; SIR > KIR > KAR > KR…); solo che non ha riletto bene il suo libro “L’enigma svelato della LINGUA ETRUSCA”, Newton & Compton Editori, Roma; si accorgerebbe che ha interpretato i testi servendosi dell’immaginazione, appena è uscito dalle poche cose risapute da tutti gli Etruscologi, ancora fermi alla teoria che l’etrusco vada tradotto con l’etrusco, senza supporre altre connessioni; ecco alcune, tra le innumerevoli tentazioni di ‘svelata verità’: pag. 71, Vn I.I: (mi a)uviles feluskes tusnutal(a pa/)panalas mini mul/uvaneke Hirumi(n)a phersnalas “io (sono) di Auvile Feluske, il tusnu, (nato) dalla (Pa)panai, mi dedicò lo Hirumina, (nato) dalla Phersnai” Vi contrappongo la seguente interpretazione, tratta dal mio libro inedito “Iscrizioni Tirsene e Velsini (etrusche) a confronto”, ITVC: “ (Questa stele è) di Auvile Feluske, il *Tusnutassa/ di Tusnuta e della *Papanassa/ di Papana (figlio). Questa (stele) ha offerto la città per il suo valore.” Altri brevi confronti: Pag. 96, Cr 5.3; vel matunas larisalisa an cn suthi / cerichunce “Vel Matunas (figlio) di Laris, il quale questo sepolcro costruì” ITVC: “Vel dei Matuna, il *Larisassa/ *Larisense/ di Laris (figlio). Costui questa tomba ha costruito.”
CR 5.4: laris a(t)ies an cn tamera phurthce “Laris Aties il quale questa camera ” ITVC: “Laris degli Ati. Questo proprio (ancn) teoro è stato fatto.”
Perché tamera è stato tradotto ‘camera’, ma per omofonia, somiglia tanto alla stanza di nostra conoscenza; ma anche perché qualche tedesco la confuse con Zimmer ‘camera’, sempre per la somiglianza fonetica ; invece la M, abbiamo più volte visto, sostituisce il F, scoprendo questo, la parola va letta *taFera, gr. teorós ‘il guardiano/ l’osservatore’, radice THE ‘luce > vedo’. Pag., 97, Ta 1.9 velthur partunus larisalisa clan ramthas culcnial zilch cechaneri tenthas avil svalthas LXXXII “Velthur Partunus, suo di Laris figlio (e) di Ramtha Cuclni la presidenza del senato avendo ricoperto, anni avendo vissuto 82” ITVC: “Velthur dei Partunu, il *larisassa/ di Laris figlio (e) di Ramtha (eteo RU-wa ‘Sole’ > Ruwatia ‘Solare’) Cuclinia. Tele giudiziale fu fatto. Soli > anni visse 82.”
Cechaneri, da cecha ‘legge/ diritto’; la traggo da una traduzione da me fatta nel 1967 della TLE 570, apparsa sulla rivista “Alla Bottega”, poi nei miei libri; riporto la parte finale: ich ca cecha zichuche ‘così come la legge comanda”; perché cecha la interpreto come ‘legge’, ma perché questa parola è scritta con il sigma lunato, un suono in evoluzione, tra s-c-z/d-k, quindi indica la varianza s-c-z, vicino a *zicha/ *dicha, perciò confrontabile con l’eleo zíkaia, gr. díke, dikaia; s/c > z/d (per zíkaia = díkaia, v. AGI, V. LVII, F. I, p. 36); tenthas e svalthas, non sono stati considerati preteriti: *TE-s-tas e *zFa-s-tas ( n/l < s) (v. 10, IND: desinenze ittite).
Pag. 99, Ta 1.59: ravnthu/ velchai/ velthurusla/ sech/ larthialisla “Ravnthu Velchai sua di Velthur figlia, nipote di Larth (= Ravnthu Velchai figlia di Velthur, nipote di Larth)” ITVC: “Ravnthu: eteo RU-wa > RU-wa-tia (4, MEG), *RaFmthu/ Ramatha/ *RuFatha) Velchai, la *velthurussa figlia *larthiasissa” (Ravnthu Velchai, figlia di Vethur e della Larthia”; le uscite -su-s-sa, -si-s-sa, appartengono all’anatolico, la lingua madre, ossia al luvio.”
Ta 1.66: vel aties velthurus lemnisa celati cesu “Vel Aties Lemnisa (figlio) di Velthur giacente” “Vel degli Ati, (figlio) di Velthur (e) di Lemni. Nella cella riposa.” Cel-a-ti, kélla-thi; cesu < *ke-tu / *ke-su, gr. keÎmai ‘giaccio, riposo’. Pag. 152, Ta 3.6: cn turce murila herchnas thuflthas cver “questo donò Murila Hercnas; sacro al (dio) Tufltha” ITVC: “Questa ha offerto Murila di Herchna al dio Theluthe (del sesso femminile) per grazia.”
Thuflthas < *thuFl-e-thas, gr. THÊL-u-s, THEL-ú-tes ‘sesso femminile’; cver < *chFer, gr. chará, cháris ‘grazia’.
Pag 165, OA 3.5 tite alpnas turce aiseras thuflthicla trutvecie “Tite Alpanas donò agli dèi del , ITVC: “Tite Alpnas (o alpnas ‘il dono/ ricompensa’) ha offerto agli dèi della procreazione, per il presagio.”
Alpnas, gr. alpháno ‘do, faccio avere, ricambio’; AIS-e-ras per gli ‘AS > AISoí > THE-o-í > dèi’ (3, TLE); thuflthicla < *theFlutikula, da thelútes; trutvecie , *terutFesie, gr. téras ‘prodigio’, teratóomai ‘guardo come un prodigio’. OA 4.1: mi selvansl smucinthiunatula “io (sono) del dio Silvano, quello Smucinthiuna” ITVC: “Questo per il dio Silvano/ Sileno bruciatore” SelVansL < *SEL-a-nus-D(e) ‘a SIL-e-no’; smucinthiunatula, gr. smúcho ‘brucio’; smucinthiunatula < *smuchinthiunassa > *smuchintiutore ‘bruciatore’; ricordando che -th/-ch rappresentavano una sibilante, quindi ci/ -si possono essere considerate prossime a -th/-ch (come in zil-a-TH/ zil-a-CH > < *til-a-S ‘tele’). OB 3.2 mi fleres spulare aritimi “io /sono) del nume (che è) , Artemide” ITVC: “Questo in sacrificio per la salute? ad Artemi(de).” F-LER-e-s, F affisso, gr. LÍS-so-mai, LIT-é, LIT-a-ne-úo ‘prego, sacrifico, offro’; spulare, proporrei *sFu-la-se, sFa-l-/ *zFal ‘vita’, sVa-l-ce < *zFa-s-se ‘è vissuto’, sVa-l-thas < *zFa-s-tas ‘visse’ (per il preterito -s-t, v. 10 IND); Aritimi, eteo SAR-ma > AR-ma ‘luna’ (4, MEG), con l’infisso T arTma, ecco subito comprensibile il lidio arTmu ed il nostro AriTimi, anteriori ad ArTemide = Luna. Termino, per far comprendere come mai gli Italici non conoscessero i * > FEL-e-s-si > FEL-e-s-ni/ FEL-e-ski > FEL-e-n-ni/ FEL-a-s-ki, ossia gli Elleni e i Pelasgi ancora da conoscere, ma i Greci che occupavano l’Italia Meridionale, con il presentare la seguente iscrizione, facilmente intuibile: Testo fenicio b CIS I, 44, Amadasi e Karageorghis 1877: 89 n° B 40.
.1 HMSBT ‘ZL ‘SMN’DNY SRDL BN ‘BDMLQRT BN .2 RSPYTN MLS HKRSYM .1 Questa stele (funeraria è) per ‘SMN’DNY SRDL figlio di ‘BDMLQRT figlio di .2 RSPYTN interprete dei KRESYM / CR-e-te=si).
* > KR-e-si > KR-e-ki > KR-e-ti, KUR-e-ti.
Quando uscirà il libro, progettato per un numero variabile di ‘confronti’ con diversi autori noti, seguito da una parte tratta da “Lingua etrusca (percorsi)”, dove spiego le desinenze arcaicissime (*AM-a-si > *AM-a-ti > AM-a-t; *AM-a-s-si > *AM-a-n-ti > AM-a-n-t…; *PAID-eu-Si > PAID-eú-Ei, *PAID-eu-S-Si > PAID-eú-Su-Si-(n)), e arricchito da oltre cento lettere, tutte piene di spiegazioni, tutte utili per far comprendere qualche elemento del metodo, basato sull’osservazione dei suoni, senza immaginazione fuorviante; quando uscirà il libro, io credo che G. M. Facchetti, e molti altri ancora, che fingono di non conoscermi, saranno convinti di ciò che dico, ancora senza immaginazione, ma con i fatti probanti tra gli occhi.
 
 
 
 
Bibliografia:
.1) J. Friedrich, Decifrazione delle scritture scomparse; DSS.
.2) F. Imparati, Le leggi ittite; Quattro studi ittiti; LLI, QSI.
.3) Massimo Pallottino, Testimonia linguae etruscae, TLE.
.4) P. Meriggi, Manuale di eteo geroglifico; MEG, Testi.
.5) Trilingue di Xanthos; TdX.
.6) Helmut Ulhig, I Sumeri; IS.
.7) Giuliano Bonfante LARISSA Bonfante, Lingua e cultura degli Etruschi; LCE.
.8) Erodoto, Le Storie, I, 94; LS.
.9) O. R. Gurney, Gli Ittiti; GIT.
.10) Anna Giacalone Ramat Paolo Ramat, Le lingue indoeuropee; LLI.
.11) Vittore Pisani, Le lingue dell’Italia antica oltre il latino; LIA.

1.19 GLI UMBRI

GLI UMBRI
Gli Umbri giunsero nella penisola italica intorno al 1.000 a.C. e si stabilirono nel territorio compreso tra l’alta e la media valle del Tevere fino all’Adriatico. A partire dal 700 a.C. essi svilupparono un’economia basata principalmente sull’agricoltura e sull’allevamento. Nell’area intorno a Terni gli Umbri svilupparono un’attività di estrazione e di lavorazione dei metalli. Fino al 500 a.C., gli insediamenti abitativi si basavano su piccoli villaggi fortificati situati sulle alture e non in città come già accadeva presso i più evoluti Etruschi. I principali punti di aggregazione erano i santuari, dove si veneravano le divinità legate al mondo agricolo. In questi luoghi sacri, si raccoglievano più comunità per celebrare feste e ricorrenze, oltre che per prendere in comune decisioni politiche. Influenzati dal mondo greco ed etrusco, gli Umbri iniziarono dal 450 a.C. a costruire le loro città. Sorsero in quel periodo i primi insediamenti di una certa importanza: Amelia, Otricoli, Terni, Narni, Todi, Spoleto, Foligno, Gubbio, Bettona, Assisi. In seguito i loro domini si restrinsero progressivamente per la pressione delle popolazioni confinanti: Sabini a sud, Piceni a est, Etruschi e Galli Senoni. I primi contatti commerciali, che in seguito divennero anche politico-militari fra Umbri e Romani, si ebbero intorno al IV secolo a.C. Successivamente, approfittando della crisi dell’Etruria, Roma tenta con successo di sostituirsi agli Etruschi nel controllo della valle del Tevere per poi espandersi verso il medio e alto Adriatico. Con la sconfitta della Lega Gallo-Etrusco-Italica nella battaglia di Sentinum nel 295 a.C., gli Umbri vennero sottomessi ed il processo di romanizzazione si realizzò con la fondazione di colonie quale ad esempio l’Attuale città di Spoleto nel 241 a.C., che in epoca romana era denominata Spoletium.

1.20 I LIGURI

I LIGURI
Il popolo dei Liguri è da considerarsi la più antica popolazione italica di cui si conosca l’esistenza. Sembrerebbe addirittura presente sul territorio peninsulare già prima degli stanziamenti relativi alle migrazioni indoeuropee o alle successive colonizzazioni di popoli del Mediterraneo. Secondo alcuni importanti studiosi, parrebbe che i Liguri fossero presenti fin da epoche molto antiche nei territori confinanti ad ovest con la penisola Iberica,al nord con la Gallia Celtica, con i Reti a nord-est e a sud-est con gli Umbri e gli Etruschi . Questo territorio corrisponde oggi alla valle del Rodano, alla Costa Azzurra, alla Provenza, tutta la Liguria,al Piemonte, alla Lombardia, all’alta Toscana,all’Emilia e al basso Veneto, includendo la Corsica, l’isola d’Elba ed il nord della Sardegna. Questi antichi abitanti della costa erano soprattutto dei temibili guerrieri, piuttosto rozzi ma molto orgogliosi ed indipendenti. In età Mesolitica, tra il 5.000 e il 4.000 a.C., a seguito di una migrazione di popolazioni provenienti dalle regioni dell’Armenia, dal Caucaso e dal Mar Nero, ridussero la loro presenza nel territorio compreso tra il delta del Rodano, la Liguria e tutta la pianura Padana. Nel periodo che va dal 1.600 al 500 a.C., vale a dire dall’età del Bronzo recente all&rsqua;età del Ferro, a seguito probabilmente dei contatti con i popoli vicini presso i quali si usava questo rito, i Liguri iniziano ad utilizzare la cremazione come sistema di sepoltura dei defunti. Con il passare dei secoli, i Liguri vengono sottomessi dalle popolazioni celtiche giunte dal nord nel periodo compreso tra il 1.000 ed il 500 a.C.. I Celti comunque non riusciranno ad integrarsi con le popolazioni liguri che si stanzieranno definitivamente nel territorio compreso tra le Alpi Marittime e l’Appennino Ligure, popolando stabilmente queste terre e proteggendole con la costruzione di Castellieri posizionati su alture dominanti le valli nelle quali sorgevano i centri abitati. Successivamente entreranno in contatto con gli Etruschi che fonderanno a Genova un importante scalo commerciale e in un secondo tempo con i Latini e gli Umbri. Nel corso delle Guerre Puniche, Genova sceglierà di allearsi con i Romani mentre i centri della Riviera di Ponente opteranno per l’alleanza con Cartagine con la quale già da tempo avevano scambi commerciali e alla quale fornivano truppe scelte. Dopo la vittoria su Annibale, i Romani fanno terra bruciata nel Ponente, ma dovranno combattere ancora a lungo per aver ragione dei Liguri. Solo nel 180 a.C i generali Publio Cornelio Cetego e Marco Bebio Tanfilo riusciranno a sconfiggerli in modo definitivo. In seguito alla sconfitta circa 40.000 famiglie liguri verranno a forza trasferite nel Sannio nei pressi di Benevento. Da quel momento la storia dei Liguri segue di pari passo quella di Roma.

1.21 I LATINI

 
I LATINI
Nel Neolitico, intorno al 2000 a.C., il territorio dell’antico Lazio venne occupato da tribù italiche meglio note come Latini. Si trattava di una popolazione di vigorosi contadini dediti alla pastorizia e all’agricoltura, che con la propria tenacia riuscì a rendere coltivabili la zona dei colli laziali e delle acquitrinose zone pianeggianti. Nel tempo questo popolo ricoprì il territorio di villaggi. Con il nome di Lazio si indicava quell’area dell’Italia centro-meridionale compresa tra l’Etruria, la Sabina, il Sannio e la Campania. I Latini, proprio per la tipologia del terreno che richiedeva molta fatica per il suo sfruttamento ad uso agricolo, solevano riunirsi in villaggi al fine di unire le proprie forze per la lavorazione del terreno e per scopi difensivi. L’uguaglianza di lingua, usanze, civiltà e pratiche religiose, portò i villaggi latini ad unirsi in federazione religiosa . Erano soliti riunirsi in alcune particolari festività sui sacrari laziali, il più importante dei quali si trovava sul monte Cavo, nei Colli Albani. Questo santuario era dedicato al dio supremo di questo popolo: Iupiter Latiaris. Su questo monte e sotto la direzione della città di Albalonga, sull’altare dedicato a Giove, durante l’annuale festa delle Feriae Latinae veniva sacrificato un toro bianco. A questo evento partecipavano tutte le comunità federate; tra esse anche Roma. Una città latina di una certa importanza fu Tusculum, fondata intorno al 900 a.C., resa potente dalla Lega Sacrale Albana e successivamente caduta sotto il dominio romano. Intorno al 500 a.C. le forze di Tusculum, comandate dal dittatore Tuscolano Ottavio Mamilio vennero sconfitte dai romani al Lago Regillo. Dopo molti anni la città venne tolta alla tribù Papiria e tutte le magistrature militari e giurisdizionali vennero soppresse. Furono mantenute solo quelle incaricate della polizia e del mercato. Successivamente molti autorevoli rappresentanti della nobiltà romana eressero nella zona lussuose ville per merito dell’abbondanza di acqua e l’amenità del luogo.Altri importanti centri latini furono: Aricia (Ariccia), che vide la sconfitta del re etrusco Porsenna ad opera dei Latini e dei Cumani; Lavinium, dove secondo la leggenda sbarcò Enea appena giunto da Troia; Horta, l’attuale Orte; Tibur, oggi Tivoli; Lanuvium e Velitrae, due centri collinari nelle vicinanze di Nemus Dianae, l’attuale Nemi. Nel 493 a.C. i Latini stipularono un trattato di pace con Roma il Foedus Cassianum che includeva un’alleanza offensivo-difensiva tra i due popoli. Insieme essi riuscirono a sconfiggere gli Equi e i Volsci, assicurandosi così il dominio di tutto il Lazio. Dopo il 340 a.C. il vecchio trattato di alleanza venne sostiutito con una serie di alleanze bilaterali tra Roma e le singole comunità. Nel 312 a.C sull’originario tracciato della Via Albana, i romani, ormai padroni del Lazio, iniziarono la costruzione della Via Appia, in grado di garantire un rapido collegamento tra Roma e Brindisi.

1.22 Gli equi

Gli equi
Gli Equi erano un popolo di origine indoeuropea che occupava un territorio comprendente il bacino dell’alto corso dell’Aniene verso ovest, la valle del Salto a nord-est, i piani Palentini, l’alta valle del Turano e la piana carseolana fino alla città di Alba Fucens a est. Questa regione confinava con i territori popolati dai Latini, Sabini, Ernici, Vestini, Marsi e Volsci. Il territorio degli Equi era organizzato in centri abitati, i Vici, ed in centri fortificati denominati Oppida, che in alcuni casi erano collegati fra loro tramite un sistema di avvistamento. Il loro sistema politico-sociale era organizzato come una repubblica formata da diversi distretti territoriali denominati Pagi, comprendenti ognuno più Vici e Oppida. Le azioni militari degli Equi consistevano prevalentemente in imboscate e in veloci incursioni a scopo di saccheggio. Tendevano preferibilmente ad evitare le battaglie in campo aperto. Queste azioni erano rivolte principalmente contro Roma e proprio le pressioni esercitate verso la pianura latina, condotte spesso al fianco dei Volsci, guadagnò agli Equi la nomea di nemici eterni dei romani. Al termine della Seconda guerra Sannitica nel 304 a.C., i Romani decisero che era giunto il momento di punire duramente gli Equi per l’aiuto offerto ai Sanniti nel corso del conflitto. In meno di due mesi, Giunio Bruto espugnò e distrusse la loro città principale, Trebula Suffenas, e sterminò le popolazioni eque che abitavano la zona appenninica. La fondazione delle colonie romane di Alba Fucens, avvenuta nel 303 a.C e di Carsioli nel 298 a.C., pose fine all’indipendenza degli Equi.

1.23 UNA PRINCIPESSA SARDA IN ETRURIA

UNA PRINCIPESSA SARDA IN ETRURIA
Autrice: Ilaria Bendinelli
 
 
Il territorio dell'Etruria antica è stato teatro di numerosi scambi commerciali e culturali e i suoi abitanti sono spesso venuti a contatto con realtà etniche di vario genere. Fin da epoca antica era conosciuta la ricchezza del suolo e del sottosuolo etrusco e le innumerevoli possibilità di guadagno e di scambio che essi offivano.
All'interno di questo scenario, si inserisce il rinvenimento di un ricco corredo femminile, comunemente chiamato della “principessa sarda”, scoperto nella necropoli di Cavalupo a Vulci e attualmente custodito a Roma, al museo di Villa Giulia, databile alla fine del IX secolo a.C. La sepoltura era a cremazione, del cosidetto tipo a pozzetto con custodia. Il cinerario biconico, in terracotta dipinto di vernice nera, presenta decorazioni tipiche villanoviane: sequenze metopali campite con croci e punti, meandri e svastiche. All'interno di esso, insieme ai pochi resti ossei incineriti, sono stati rinvenuti: un cinturone del tipo a losanga decorato a incisione con motivi a spirali e zoomorfi, un gruppo di quindici fibule a disco semplice con decorazione a spirale e arco impreziosito da perline di bronzo e ambra, due collane delle quali una a catena e una composta da vaghi di osso, faÏence verde e pasta vitrea bianca rossa e blu, una serie di anellini bronzei, bottoncini conici (tipicamente sardi) e alcune spirali per arricciare i capelli. Intorno al collo dell'ossuario è stata rinvenuta un'altra collana a catena ma, i rinvenimenti più significativi che hanno dato il nome alla sepoltura sono tre oggetti in bronzo di fabbricazione sarda, deposti ai piedi del cinerario: una statuina dai connotati umani, uno sgabello/strumento musicale a cinque gambe e un cestino con coperchio.
Gli oggetti rinvenuti all'interno dell'ossuario presentano evidenti segni del rogo; era infatti usanza durante il periodo villanoviano (IX-VIII secolo a.C.) cremare i cadaveri su un catafalco allestito appositamente, sotto il quale si deponeva legna secca. Quando poi il rogo e la cerimonia funebre erano terminati, le ossa carbonizzate rimaste venivano deposte, con delle pinze, all'interno del cinerario ancora calde, insieme al resto delle ceneri e agli oggetti del corredo, in questo modo il calore contorceva le parti metalliche con cui veniva a contatto.
Il rinvenimento della collana attorno al collo dell'ossuario è un elemento significativo per l'epoca, rappresenta una sorta di antropomorfizzazione dell'oggetto, come se si volesse dare un'identità alla defunta e, soprattutto, una connotazione sociale che scaturisce, peraltro, dalla ricchezza e dall'ottima lavorazione dei reperti facenti parte del corredo.
Un punto su cui, invece, merita di soffermarsi è il ritrovamento dei tre oggetti di fabbricazione sarda. Il bronzetto dalla forma antropomorfa è alto circa tredici centimetri e presenta un cappello conico sulla testa, dalla quale scende una lunga chioma di capelli divisi in quattro gruppi, due dei quali iniziano dalle tempie e due dalla nuca e acconciati in due grosse trecce; è coperto da un abito lungo fin sotto le ginocchia e terminante nella parte posteriore in un'estremità a punta, ai piedi calza sandali con alta suola. Il braccio sinistro sorregge una grande piastra che copre l'intero braccio e parte del ventre e che è stata interpretata come un oggetto di cuoio. L'avambraccio destro è proteso orizzontalmente con la mano aperta verso l'alto dalla quale pende, all'altezza del polso, un oggetto globulare rigonfio, che è stato identificato come strumento musicale da far tintinnare. Questo bronzetto ha avuto numerose identificazioni nel corso del tempo: un sacerdote militare, un guerriero, un capo di villaggio, ma è molto più verosimile che si tratti di una figura femminile di rango elevato, probabilmente una principessa o la figlia di una persona che deteneva una qualche forma di potere presso una comunità o una cerchia.
Il secondo bronzetto miniaturistico (è alto soltanto tre centimetri) rappresenterebbe, per alcuni, uno sgabello per la presenza di cinque gambe, ma si tratta, molto probabilmente, di uno strumento musicale, alle cui estremità dovevano essere applicati degli anellini da scuotere e far tintinnare.
L'ultimo oggetto riproduce una cesta in vimini bronzea con pareti troncoconiche, basso ventre e fondo piatto. Due anse semicircolari all'altezza del corpo rappresentano le prese. Il bronzetto, di piccole dimensioni come gli altri, potrebbe riprodurre o il cestino nel quale la defunta avrebbe riposto il suo corredo nuziale o un dono votivo per una dività. Quest'ultima ipotesi scaturisce dal fatto che modellini in bronzo di ceste di vimini sono stati rinvenuti in Sardegna, nel tempio di Santa Vittoria di Serri, in provincia di Nuoro.
Ad ogni modo, tutti e tre i reperti sono stati fabbricati da una o più maestanze operanti nella zona centro-orientale della Sardegna e, solo in un secondo momento, importati in Etruria. La persona a cui appartenevano era una donna sarda andata in sposa a un ricco possidente o capo vulcente.
La presenza di oggetti di produzione sarda in Etruria, in questa prima fase villanoviana, rappresenta un fatto eccezionale, spiegabile solo con un matrimonio fra componenti delle due etnie. Attorno alla metà dell'VIII secolo a.C., invece, reperti del genere sono molto più frequenti (soprattutto ollette globulari per il vino dal caratteristico collo “storto” e navicelle di terracotta con funzione di salsiera), in quanto si registra la presenza di artigiani sardi giunti in Etruria per motivi commerciali e di lavoro e, successivamente, stabilitisi lì o da soli o con la famiglia.
Agli inizi del IX secolo a.C. i commerci con la Sardegna avvengono di rado o, se avvengono, sono il frutto di scambi e accordi fra privati possidenti o famiglie benestanti. Il matrimonio è, dunque, un buon metodo per siglare un'unione non solo familiare, ma anche commerciale e culturale fra due componenti.
 
 
 
Bibliografia
 
-Camporeale Giovannangelo, Gli etruschi, stroria e civiltà, Torino 2004, pag. 264
-Camporeale Giovannangelo, Gli etruschi fuori d'Etruria, Verona 2001, pag. 38
-Iaia Cristiano, Simbolismo funerario e ideologia alle origini di una civiltà urbana, in Grandi contesti e problemi della protostoria italiana, Roma 1998, pag.85
-Fugazzola Delpino Maria Antonietta, La cultura villanoviana, Roma 1984, pagg. 98-106

1.24 I BRUZI O BRETTI

I BRUZI O BRETTI
I Bruzi o Bretti erano un popolo a connotazione nomade di stirpe indoeuropea e di lingua osca, piuttosto rudi e bellicosi, che facevano della pastorizia la loro principale attività. Gli insediamenti stabili non raggiungevano mai le dimensioni e l’organizzazione di una città. Si trattava nella maggior parte dei casi di piccoli nuclei che si susseguivano in maniera regolare e a breve distanza tra loro, intervallati da un centro fortificato chiamato Oppidum. Quest’ultimo era il luogo dove si tenevano le riunioni e dove si prendevano le decisioni per la sicurezza e lo sviluppo dela comunità. Nell’Oppidum vivevano gli appartenenti alla classe dominante: guerrieri, magistrati e molto probabilmente anche i sacerdoti. All’interno della cinta muraria era situata anche la necropoli; le tombe del tipo a camera, custodivano al loro interno il corredo funebre che variava in base alla classe di appartenenza del defunto. Oltre a vasellame di tipo greco, nelle sepolture maschili prevalevano le armi, mentre in quelle femminili i monili in oro o bronzo. Tra la metà del IV e la metà del III secolo a.C. attaccarono conquistandole diverse fiorenti città della Magna Grecia tra le quali spiccavano per importanza Terina, Hipponion e Sibarys, sottraendo loro territorio e risorse. Le guerre combattute prima a fianco di Pirro re dell’Epiro e poi come alleati di Annibale durante le guerre puniche contro Roma, segnarono la fine della potenza dei Bruzi e la loro scomparsa come popolo autonomo organizzato. Quasi tutto il loro territorio, compresa la loro città più: importante, Cosentia, entrarono a far parte dell’Ager Romano.

1.25 GLI AURUNCI

GLI AURUNCI
Popolazione di ceppo indoeuropeo, si stabilì nel basso Lazio intorno al 1000 a.C. Socialmente non molto evoluti, conservavano caratteristiche tipiche umbro-osche. Vivevano in villaggi fortificati costruiti in pietra, sparsi sulle colline e in posizione dominante. La Pentapoli aurunca, che comprendeva le 5 città di Minturnae, Sinuessa, Suessa, Vescia ed Ausona, rappresentava il fulcro della confederazione degli Aurunci, che durante le guerre sannitiche partecipò sempre al fianco dei Sanniti contro l’espansionismo posto in atto dai Romani. Questa alleanza, risultò fatale agli Aurunci che sconfitti assistettero all’annientamento e alla totale distruzione delle città formanti la pentapoli. Addirittura due di esse, Ausona e Vescia, scomparvero e il loro nome sopravisse solo nel ricordo onomastico. Delle altre tre si hanno solo poche informazioni circa il punto dove erano ubicate.

1.26 I CAPENATI

I CAPENATI
I Capenati erano uno dei popoli italici prosperanti nel Lazio prima dell’avvento di Roma. Ebbero una cultura propria completata da influenze esterne e la loro lingua era affine all’etrusco, molto simile al latino e con influenze sabine. Il loro territorio era situato lungo la riva destra del Tevere e confinava a Nord con i Falisci, a Est con il Tevere e i Sabini, a Sud e a Ovest con gli Etruschi di Veio. L’area occupata dai Capenati comprendeva gli attuali comuni di Capena, Fiano Romano, Morlupo, Civitella, Nazzano, Ponzano, Filacciano, Torrita, Rignano, Sant’Oreste, Castelnuovo e Riano. Determinante per lo sviluppo di questo popolo fu la vicinanza al Tevere, che attraverso il Piceno e la Sabina raggiungeva il Mar Tirreno e permetteva di effettuare scambi commerciali e culturali già dall’età del Bronzo. I principali centri capenati erano: Capena, che sorgeva sul colle della Civitucola, il Lucus Feroniae, importante centro commerciale e religioso; Saperna, della quale non si conosce ancora l’esatta ubicazione. In base ad alcune fonti antiche risulterebbe anche un altro centro religioso importante situato sul monte Soratte dedicato al culto di Apollo Sorano. Tra la fine del VII e l’inizio del VI secolo a.C. si assiste ad una crescita dell’influenza culturale etrusca su quella capenate che porterà all’ammissione dei Capenati nella Confederazione dei popoli etruschi. Nel IV secolo a.C. scoppiò una guerra per il controllo di quella zona del Tevere che si protrasse per circa un decennio. Gli opposti schieramenti che si affrontarono videro da una parte l’alleanza tra Etruschi di Veio, Falisci e Capenati e dall’altra i Romani. Questo scontro ebbe termine nel 395 a.C con la caduta di Veio, conquistata da Furio Camillo. A seguito di questa sconfitta tutto il territorio in precedenza appartenuto ai Capenati, venne ascritto alla Tribù Stellatina con la creazione, nel 387 a.C. di un Municipio Federato.
 

1.27 GLI ERNICI

GLI ERNICI
Le origini degli Ernici sono pressochè sconosciute così come pure la loro lingua. I loro guerrieri erano ottimi arcieri che andavano al combattimento con il piede sinistro nudo ed il destro coperto da un calzare detto pero. Secondo alcuni storici questo popolo sarebbe giunto dall’Asia Minore, mentre altri sostengono che gli Ernici appartenevano al ceppo Osco-Sabellico come i Sabini i Marsi ed altri popoli italici. Le pochissime notizie giunte fino a noi testimoniano che presso questa popolazione l’anno aveva inizio nel mese di ottobre, come già accadeva presso i Fenici e gli Spartani. Il loro centro di maggiore importanza era Anagni, il cui nome deriva dal greco Anan´s, Re. Nell’età del Ferro, circa nel VII secolo, sui Monti Lepini si andava ultimando lo stanziamento delle popolazioni provenienti dal nord, gente forte e bellicosa che prese il nome di Ernici, che in linguaggio sabino veniva tradotto in roccia, rupe. Verso la fine del VI secolo a.C. Alatri costituì insieme alle altre città di Veroli, Ferentino e Anagni la Lega Ernica, il cui ruolo principale consisteva nel contrastare la pressione esercitata da Volsci e Sanniti verso nord. Constatata la pericolosità dei comuni avversari, nel 485 a.C. gli Ernici stipularono un patto di alleanza con Roma che, tra tradimenti e riappacificazioni durò circa un secolo. Aprofittando di una momentanea situazione di debolezza dei romani impegnati in una guerra contro gli Etruschi, nel 386 a.C. Ernici, Latini e Volsci volsero i propri eserciti contro Roma. L’impresa si rivelò un grave insuccesso. Battuti sul campo essi si ritirarono sui loro monti in modo pacifico e vi restarono fino a quando i romani decisero che era giunto il momento di sottometterli in maniera definitiva. Sconfitti nel 361 a.C. e persa la città di Ferentino, gli Ernici scesero a patti con i vincitori collaborando militarmente con loro contro i Latini e controllando i movimenti dei Sanniti. Ma nel 306 a. C. per timore di perdere la propria indipendenza, le città Erniche mossero nuovamente guerra a Roma. Questa volta la risposta al nuovo tradimento fu terribile: Anagni venne conquistata e, considerata la vera responsabile della ribellione, costretta a subire senza possibilità di replica la cittadinanza romana. Alatri dovette invece accettare un compromesso che le garantiva in fase successiva la libera cittadinanza.

1.28 GLI ENOTRI

GLI ENOTRI
L’Enotria occupava nell’antichità un vasto territorio compreso tra le colonie greche di Poseidonia e Metaponto e la maggior parte della Calabria settentrionale.I centri in territorio lucano erano in realtà dei cantoni corrispondenti ai diversi bacini fluviali. In questo territorio prevalentemente montuoso e boschivo, le valli fluviali erano le principali vie di comunicazione tra lo Ionio e il Tirreno. Nel IX secolo a.C. i centri abitati degli Enotri erano situati in posizione dominante per poter meglio controllare il territorio e gli itinerari. Si trattava di piccoli centri costituiti da capanne, con un’organizzazione sociale di tipo tribale e basata sui rapporti di parentela. L’economia era essenzialmente agricola, anche se l’artigianato era abbastanza fiorente e basato principalmente sulla lavorazione di preziosi manufatti in bronzo.All’inizio del VII secolo a.C., in seguito alla fondazione delle colonie greche sullo Ionio e dei centri etruschi in Campania centrale, si intensificarono i rapporti commerciali e culturali tra gli Enotri e questi nuovi insediamenti, con il conseguente sviluppo socio-economico. Verso la metà del V secolo a. C. il mondo enotrio, in seguito alla caduta di Sibarys nel 510 a.C., entra in una crisi che porterà questo popolo a migrare verso la Sicilia, dove si fonderà con altre popolazioni locali.

1.29 I FRENTANI

I FRENTANI
I Frentani erano una popolazione con origini illiriche e residente nella penisola fin dal Neolitico. La loro lingua era un dialetto derivato dall’osco ed il loro territorio corrispondeva alla zona situata lungo il litorale Abruzzese-Molisano compresa tra i fiumi Pescara e Fortore e l’alto Molise. Il loro centro più importante fu Larinum che in seguito al processo di romanizzazzione divenne colonia di Roma. Altri centri importanti furono Epineion, l’attuale Ortona, che nella lingua osca significava arsenale sul mare; Lanciano, che in seguito divenne come Larinum colonia romana; Vasto, città portuale. I Frentani avevano un’organizzazione sociale costituita da due nuclei principali: il primo nucleo comprendeva la tribù di appartenenza e la famiglia, mentre il secondo consisteva in una città stato con a capo un anziano. L’economia era basata sull’agricoltura, sulla pesca e sull’allevamento. Grazie alla presenza dei numerosi porti, anche il commercio era una voce importante nell’economia. Combatterono spesso al fianco dei Sanniti ai quali erano legati da un trattato di alleanza. Popolo guerriero, si difese strenuamente al fine di evitare il processo di romanizzazione, subendo poi la conquista da parte dei romani.

1.30 I FALISCI

I FALISCI
Nonostante i contatti con la cultura etrusca, i Falisci avevano lingua ed entità etnica diversa da questo popolo. Il loro territorio era compreso tra confini naturali costituiti dal Tevere, dai Monti Cimini e Sabatini che corrispondeva all’attuale zona a nord di Roma e alla parte meridionale della provincia di Viterbo. I principali centri abitati erano Vignanello, Fescennium, Felerii che era anche la loro capitale e corrispondeva all’attuale Civita Castellana, Sutri, Nepi, Capena e Narce. Il ceppo linguistico dei Falisci ricade nell’area indoeuropea, area a cui appartenevano diverse altre lingue di popoli italici e tra le quali ` presente anche il latino. Se la loro lingua è simile a quella dei latini, per quanto riguarda la cultura, in base agli oggetti risalenti all'età del Ferro e rinvenuti in territorio falisco, si nota una certa affinità culturale con la civiltà Villanoviana e quindi con gli Etruschi. Diffusi sono infatti i vasi ad impasto rosso di varia forma e decorati utilizzando la tecnica dell’excisione, che consisteva nell’incidere l’argilla non ancora cotta lasciando in rilievo i particolari che si volevano far risaltare. I ricchi corredi funebri posti nelle tombe a camera esposti nel Museo Nazionale dell’Agro Falisco di Civita Castellana, attestano il notevole sviluppo raggiunto da alcuni centri falisci nel VII secolo a.C..La loro capitale Falerii nel VI secolo a.C. raggiunse il suo massimo splendore. Eè durante il periodo arcaico infatti, che si assiste all’ellenizzazione della cultura falisca e Falerii ne è il centro dal quale questa cultura viene trasmessa al resto del territorio. A testimoniare l’abilità dei suoi artisti ed in particolare di quegli artigiani impegnati nella produzione di piccoli oggetti o in statue di terracotta, sono le decorazioni architettoniche scoperte nei templi della capitale faliscia. La vicinanza con gli Etruschi fu spesso motivo di scelte politiche comuni; si hanno notizie di alleanze strette allo scopo di arginare la politica di espansione romana, che a partire dal V secolo a.C. tende ad allargare le proprie mire espansionistiche nell’Italia centrale. Nella guerra per la difesa di Veio gli Etruschi avranno come alleati proprio i Falisci ma, nonostante quest’unione porti ad una serie di vittorie, alla fine della guerra Veio verra conquistata dai romani nel 396 a.C..L’anno successivo cadrà la faliscia Capena e poco tempo dopo anche Sutri e Nepi seguiranno la stessa sorte. Nel 394 a.C. viene stipulato un accordo di pace tra Roma e i Falisci, ma già nel 351 a.C. essi appoggeranno la rivolta degli abitanti di Tarquinia contro la prepotenza romana. Tutto si conclude con una grave sconfitta a seguito della quale i Falisci sottoscriveranno nel 343 a.C. una tregua quarantennale ed un’alleanza con Roma. La tregua sarà così longeva che nel 298 a.C. Falerii ospiterà una guarnigione romana. Ma le vessazioni amministrative e fiscali a cui la città verrà sottoposta indurranno i Falisci a nuove rivolte che porteranno nel 241 a.C. alla completa distruzione della capitale faliscia e alla deportazione dei suoi abitanti a Falerii Novi. In seguito anche questo popolo subirà la romanizzazione.

1.31 I LUCANI

I LUCANI
I Lucani erano un popolo indoeuropeo che abitava le zone montuose dell’Appennino Centrale. Il loro nome deriva dall’osco lukon, che significa lupo. Intorno al 500 a.C., dopo aver fondato le città di Teggiano e Atena Lucana lungo le rive del fiume Tanagro, si diressero verso l’Agri dove edificarono Grumentum.Si diffusero quindi nell’intera Lucania dove si mescolarono alle popolazioni locali. La Lucania era stata originata dai Lyki, una popolazione giunta nella penisola italica dall’Anatolia. A partire dall’VIII secolo giunsero sulla sua costa i greci, che vi edificarono le loro colonie. La Lucania di quel periodo aveva confini molto diversi dagli attuali; essi si estendevano sul versante tirrenico tra il fiume Lao in Calabria ed il fiume Sele in Campania. Sul versante ionico il suo territorio si estendeva dal fiume Crati in Calabria, al fiume Bradano in Basilicata. Nel frattempo le tribù osco-sabelliche scesero dalle zone interne alla costa per contrastare il predominio dei greci che si estendeva fino a Poseidonia, il centro più importante eretto a capitale delle colonie greche dell’area. Queste tribù distrusserro diverse città risparmiando solo Velia. L’atteggiamento delle popolazioni lucane nei confronti di Roma, fu sempre improntato ad un’aperta ostilità; infatti nelle guerre tra Romani e Sanniti e tra Romani e Bruzi, i Lucani si schierarono sempre con i nemici di Roma. Assoggettati con la forza delle armi, vissero senza creare ulteriori problemi fino alla calata di Annibale in Italia. Alla battaglia di Canne combatterono a fianco del condottiero cartaginese. Dopo la sconfitta alla battaglia del Metauro e il conseguente ritiro dei cartaginesi, la vendetta di Roma si abbattè spietatamente sui Lucani che vennero sottomessi definitivamente.

1.32 *I MARSI

*I MARSI
Dopo il 350 a.C., Roma era divenuta una vera potenza sia militare che politica, tendente ad espandere il proprio dominio su tutta la penisola italica. In questo suo percorso di conquista entrò presto in contatto con i due popoli più forti che ancora contrastavano le sue mire espansionistiche: al Nord gli Etruschi e all’Est i Sanniti. Mentre con gli Etruschi, la cui raffinata civiltà aveva iniziato una progressiva decadenza, e con i quali i Romani si erano già battuti in altre occasioni,la vittoria fu più rapida, con i Sanniti la lotta durò ancora fino al 290 a.C.. Durante questa guerra, i Marsi, popolo di origine indoeuropea, si allearono dapprima con i Sanniti e, trovandosi sul confine tra il Sannio ed il territorio dei Latini detenuto dai Romani, dovettero subire il primo scontro della guerra fra quelle che erano le maggiori potenze militari del momento. I Marsi in quell’occasione si difesero strenuamente meritandosi la fama di guerrieri potenti e coraggiosi. Nel territorio marsicano vi erano città e fortezze ben munite tra le quali spiccavano per importanza Marruvio, l’attuale San Benedetto; Angizia (Avezzano), Pago di Venere, Cerfegna, Pliestilia, Fresilia, Opi, Milionia. Quest’ultima fortezza era strategicamente di capitale importanza per Marsi e Sanniti. Per la sua posizione era un passaggio obbligato per accedere al Sannio settentrionale e poteva facilmente precludere i valichi di Forca Caruso e Carrito- Cocullo, le uniche vie accessibili per raggiungere da Roma i Peligni e i Subequani. Iniziata la guerra tra Romani e Sanniti, i Marsi vennero affrontati per primi dal grosso dell’esercito romano e sconfitti. A seguito di ciò essi dovettero stipulare un trattato di pace con Roma. Gli anni seguenti furono un succedersi di vicende ingarbugliate con patti di alleanza, tradimenti, guerriglia. Nel 304 a.C. i Marsi erano nuovamente alleati dei Sanniti con i quali vennero sconfitti nella decisiva battaglia di Boiano. A questa seguì un’ennesima pace tra Romani e Sanniti sottoscritta anche dagli altri popoli italici coinvolti, che accettarono le moderate condizioni di pace dettate dai vincitori. Nello stesso periodo venne edificata sulla sponda settentrionale del lago Fucino la colonia romana di Alba Fucens che poteva contare su un presidio di 6000 uomini,e che fungeva da avamposto contro i Marsi. Successivamente vennero costruite Turano e Carseoli. Il popolo marsicano divenne famoso per aver dato il via alla Guerra Sociale che degenerò poi nella guerra civile tra Mario e Silla.

1.33 I MESSAPI

I MESSAPI
I Messapi erano un popolo di stirpe illirica giunto ad Otranto verso il 1000 a.C., essendo questo il punto della penisola italica piùvicino all’Albania. In seguito sarebbero discesi fino a Santa Maria di Leuca per poi risalire fino a Taranto. La loro lingua ci è nota grazie al gran numero di di iscrizioni rinvenute in Puglia ed in particolare nel Salento, redatte in alfabeto messapico, che trova rispondenza nell’alfabeto greco che era in uso a Taranto. Il significato del loro nome non è ancora stato chiarito: secondo alcuni studiosi significherebbe popolo tra i due mari, poichè il loro territorio si trovava compreso tra lo Ionio ed l’Adriatico. Altri le danno il significato di domatori di cavalli, arte nella quale effettivamente i Messapi eccellevano. Essi erano organizzati in città governate da oligarchie gentilizie, unite tra loro in una confederazione e capeggite da un re. Non hanno mai cercato di espandere il proprio territorio a danno dei popoli confinanti e neppure hanno mai intrappreso guerre di conquista.I Messapi si limitarono esclusivamente a difendere il proprio territorio dalle incursioni dei tarantini e la Iapigia, l’odierna Puglia, dagli stranieri che tentavano di spezzare la resistenza delle popolazioni locali. Secondo i ricercatori sembrerebbe che non un singolo popolo ma un insieme di genti di proveninza diversa abbiano costituito la nazione messapica. Tra questi risulterebbero esserci stati i Fenici, gli Illiri e gli Elleni. Combattivi e indipendenti, i Messapi ebbero numerosi scontri con i Tarantini, che erano in continua espansione verso l’interno , riuscendo a sconfiggerli nel 473 a.C. Nel 413 a.C., durante la Guerra del Peloponneso, il principe messapico Artas fornì il suo aiuto agli Ateniesi nell’assedio di Siracusa. Dal 343 al 338 a.C., i Messapi combatterono con successo contro il re spartano Archidamo III, giunto in Puglia per aiutare la città di Taranto. Successivamente vennero sconfitti dal re Alessandro d’Epiro intervenuto in soccorso dei tarantini. Durante le guerre sannitiche furono nelle prime due alleati con i Romani, mentre nella terza si staccarono parzialmente da essa. Si schierarono quindi al fianco di Pirro, il re dell’Epiro, nella lotta dei tarantini contro Roma, ma nel 280 a.C. vennero duramente sconfitti e sottomessi tra il 267 e il 266 a.C.. Mai completamente romanizzati, durante la seconda guerra punica, tra il 213 e il 212 a.C. essi si ribellarono nuovamente e nel 90 a.C. presero parte alla guerra sociale.

1.34 USI E COSTUMI DEI MESSAPI

USI E COSTUMI DEI MESSAPI
Le maggiori attività alle quali i Messapi erano soliti dedicarsi erano la coltivazione della vite e dell’ulivo, la pastorizia, l’apicoltura, l’allevamento dei cani e soprattutto dei cavalli nel quale eccellevano in modo particolare. La civiltà messapica è caratterizzata da un nuovo tipo di ceramica, simile alle ceramiche micenee, ma appartenente ad un gruppo mai riscontrato nell’area dell’Egeo. È infatti decorata con motivi geometrici con forme piuttosto singolari di vasi soprannominati Trozzelle, forniti di alti manici e anfore con collo largo. Per quanto concerneva l’abbigliamento, indossavano preferibilmente una veste lunga che si stringeva ai lembi con un cappuccio e calzavano sandali. Le donne utilizzavano tuniche lunghe e, da come si può vedere dai vasi istoriati, usavano ornare il proprio capo con una corona. Le tombe sempre con rito per inumazione, nelle epoche più antiche avevano la forma di tumuli di pietra, mentre più tardi si avranno gli ipogei. Nei riti della sepoltura i Messapi hanno risentito parecchio dell’influenza greca. Da quanto risulterebbe da altri scavi archeologici risulterebbe infatti che essi seppellivano i morti in tombe di pietra con delle steli e, come i greci usavano inserire nella bocca del defunto una moneta. I Messapi risentirono dell’influenza ellenica anche per ciò che riguardava la religione: le divinità adorate dalle popolazioni messapiche, sono infatti le stesse riscontrabili presso i popoli greci. Sono state tuttavia ritrovate testimonianze riguardo ad alcuni dei propri dei Messapi. Tator e Taotor erano i più venerati; un’altro importante esempio è rappresentato da Giove Batio, che veniva venerato nei rovi, ai quali deve il suo nome, Batio, il cui significato è rovo. Si trattava in realtà di una divinità che veniva venerata in una grotta e, a seconda dei casi assumeva sembianze maschili o femminili, raffigurata spesso mentre allatta il figlio. Questo culto raggiunse la sua maggiore diffusione nel periodo post-messapico, come culto ad una divinità femminile che cresce il figlio.

1.35 I MARRUCINI

I MARRUCINI
I Marrucini erano un popolo di origine illirica, che nel tempo si fuse con una popolazione autoctona residente in loco già dal Neolitico. Subì l’influenza umbro-osca ed il suo territorio corrispondeva all’attuale basso Abruzzo. Popolo di guerrieri, i Marrucini si difesero strenuamente per evitare il processo di romanizzazione, subendo in seguito la conquista e la sottomissione a Roma. Le principali attività economiche erano l’agricoltura, l’allevamento e la pesca. Il loro centro più importante fu Teate, l’attuale Chieti. La città fu alleata dei Romani nella II Guerra Punica e loro avversaria durante la Guerra Sociale del 90 - 89 a.C., quando aderì alla Lega Italica di Corfinium. In seguito Chieti diventò colonia romana e di questo periodo rimangono tre tempietti risaleti al I secolo d.C., i resti del teatro e le terme.

2 Evoluzione umana

2.1 NEANDERTAL, FINE DI UNA SPECIE

NEANDERTAL, FINE DI UNA SPECIE
Autore: Simone Barcelli
 
L’estinzione dell’uomo di Neandertal è una questione mai troppo dibattuta, soprattutto se consideriamo che questo ominide è stato il dominatore incontrastato, sul nostro pianeta, per più di 200.000 anni ed è scomparso all’incirca nel 26.000 a.C. per far posto a quella specie a cui apparteniamo ancor oggi per discendenza: l’Homo sapiens.
 
L'ultima sponda
L’ultimo stanziamento importante di una comunità Neandertal è quello di Gibilterra, nelle grotte di Gorham e di Vanguard, e risale a 28.000 anni fa. In quel lembo di terra sul Mediterraneo, questa specie viveva quindi, in pieno isolamento, gli ultimi giorni della propria esistenza, dando la caccia a foche e delfini.
Dopo aver attraversato indenne buona parte del Paleolitico, adattandosi così bene da entrare in simbiosi con ogni condizione climatica che potesse presentarsi, comprese le ere glaciali che sappiamo si susseguirono incessantemente, l’arrivo in Europa dell’Homo sapiens, proveniente dall’Africa e dall’Asia, pose fine alla sua millenaria esistenza.
 
Chi era nostro “cugino”
Un milione di anni fa la specie indicata come Erectus lasciava tracce del suo passaggio in almeno tre continenti (Africa, Asia ed Europa) ma era Neandertal quella che si adattava meglio al già proibitivo habitat europeo.
In quel frangente il ceppo dell’Homo sapiens diveniva invece influente nelle terre vicino dell’equatore, in Africa soprattutto. 100.000 anni fa il sapiens iniziava a peregrinare, arrivando infine nel territorio che da sempre era appannaggio del rivale.
Non si comprendono appieno le ragioni che lo indussero ad abbandonare la terra d’origine per un continente tra i più ostili, con la presenza di coltri nevose e temperature costantemente sotto lo zero.
Un territorio in cui Neandertal aveva affondato da tempo le radici con esigui gruppi patriarcali che trovavano riparo all’interno degli anfratti naturali: si trattava di comunità ben organizzate, uomini fisicamente forti, senza dubbio esperti nella caccia ai grossi mammiferi.
Il nome della razza risale al 1856, quando Johann Fuhlrott rinvenne, in una grotta nella valle di Neander in Germania, alcuni resti fossili di questo uomo preistorico che, stando alle ultime ricerche di biologia molecolare, si contraddistingueva, prevalentemente, per la carnagione bianca ed i capelli rossi.
Sostanzialmente si differenziava dalla nostra specie per una costituzione più robusta e per la particolare conformazione facciale (volto molto prominente, base cranica piatta e maggior ampiezza della calotta), mentre non c’è ancora identità di vedute per quel che concerne una presunta minore statura.
Le indagini sul DNA mitocondriale di alcuni esemplari, oltre a restituirci una specie soggetta a molteplici mutazioni genetiche nel corso dell’esistenza, indicherebbero differenze così notevoli da poter affermare che questa razza non aveva nulla da spartire con la nostra, escludendo quindi l’ipotesi di ibridazione.
Gli ultimi esemplari rinvenuti, soprattutto in Spagna, Portogallo e Francia, indicano che proprio in quest’area geografica avvennero gli ultimi importanti stanziamenti prima dell’estinzione.
L’ipotesi della selezione naturale, pur avanzata in ambito scientifico, non chiarisce la scomparsa dell’ominide.
Rimane il fatto come il movimento migratorio dei sapiens abbia pesantemente influito sulla sorte dei Neandertaliani, tanto da costringerli ad abbandonare gli insediamenti precostituiti e cercare rifugio in zone sempre più aspre ed inaccessibili.
Poche migliaia di individui, il cui destino appariva già segnato, perderanno la battaglia per la sopravvivenza dopo aver abilmente domato, per migliaia d’anni, gli inquieti elementi della natura.
 
Una forzata convivenza
All’epoca l’Homo sapiens era già arrivato in Europa, come dimostra il rinvenimento nel 1868 di un nostro progenitore a Cro-Magnon, in Francia, ma di che natura fu l’incontro e come poterono coabitare le due specie per quasi 10.000 anni rimane un enigma.
In Dordogna, a due passi dai Pirenei, gli insediamenti già dei Neandertaliani passarono rapidamente di mano, occupati dalla nuova gente.
Il cervello più evoluto dell’Homo sapiens dovrebbe essere stato l’essenziale vantaggio, il punto di partenza di una diversa, decisiva evoluzione che, prima di condurre direttamente all’uomo di oggi, avrebbe consentito la nascita dell’organizzazione sociale e l’articolazione di un linguaggio.
Gli esempi ricorrenti sono la costruzione di fiocine e l’utilizzo di aghi d’osso per la cucitura degli abiti, segnale di civilizzazione e di progresso.
Ma l’uomo di Neandertal non era da meno e ce ne siamo accorti quando si cimentava con successo, anch’egli, nell’ittica, inventandosi pescatore dal nulla pur di sopravvivere.
Stupisce, semmai, immaginare questo nostro lontano cugino riuscire bene anche nella cura delle ferite: è quel che traspare evidente da un teschio di 36.000 anni fa, recentemente scoperto in Francia nella località di Saint Cesaire: il malcapitato, con una lesione provocata da un arma da taglio, riuscì a sopravvivere per qualche mese grazie alle sapienti cure ricevute.
L’arma che avrebbe provocato la ferita, ben affilata e con un’impugnatura, era identica a quelle in uso al Cro-magnon.
Se ci siamo stupiti per questo ritrovamento dobbiamo necessariamente sobbalzare per quanto rinvenuto in un sito tedesco, quello di Königsaue: un fossile di 80.000 anni fa che ci racconta come l’Homo neandertalensis si dilettasse a sciogliere sul fuoco il legno di betulla, tanto da procurarsi una sostanza catramosa, la prima colla che l’umanità abbia mai conosciuto, da impiegare per la costruzione di pur rudimentali utensili denominati “a lama”.
Anche l’Homo sapiens utilizzò qualcosa di simile con le cosiddette “scaglie” ma solo 30.000 anni dopo ed entrambe le armi, come dimostrato, avevano la medesima efficienza.
Non possiamo sottacere la scoperta in una grotta slovena di Divje Babe di quello che, a prima vista, sembrerebbe un flauto in grado di riprodurre almeno 4 delle note della scala diatonica greca.
Desta preoccupazione l’età assegnata a questo frammento di femore d’orso perforato: tra 80.000 e 40.000 anni prima della nostra era.
Ma come, l’Homo sapiens doveva ancora arrivare in Europa e già Neandertal si dilettava nella musica?
Da sempre viene riconosciuto al Sapiens un miglior grado di capacità comunicativa, indispensabile per la vita sociale; peccato che le prove a sostegno di questa ipotesi non siano esaustive.
Pur non essendo certi della sua padronanza di linguaggio, oggi sappiamo che il volume celebrale dell’Uomo di Neandertal era superiore al nostro e l’area dell’emisfero sinistro del cervello, quella preposta all’elaborazione e alla comprensione del linguaggio, non era da meno.
Il fatto che si adornassero con collane ricavate dai denti degli animali non è forse da annoverare, pur nella sua semplicità, come chiama manifestazione esteriore di un processo evolutivo?
Il ritrovamento di questi monili decorativi all’interno di una grotta ad Arcy sur Cure, nei pressi di Auxerre, dovrebbe farci almeno riflettere.
Non è poi fuori luogo ipotizzare altre forme, ben più sottili, di espressione artistica, come la musica e la danza, che chiaramente non avrebbero potuto giungere fino ai nostri giorni ma potrebbero aver costituito una potente forma di espressione simbolica, senza dover per forza far ricorso ad una forma di linguaggio.
L’ominide onorava i propri defunti con il rito della sepoltura in fosse ovoidali, non prima di averne cosparso il corpo con l’ocra rossa, un pigmento naturale che da sempre simboleggia la vita; non mancava, infine, di deporre all’interno dei sepolcri quel che poteva servire per l’inframondo.
 
Una piccola Venere
Il salto di qualità che riflette la maggior consapevolezza dell’essere riguardo il mondo che lo circonda è evidente nel Paleolitico Superiore (dal 40.000 al 10.000 circa a.C.), soprattutto con le prime raffigurazioni sulle pareti delle caverne e con le statuette, poiché si manifesta con evidenza l’elemento artistico, denominatore di cultura e di civiltà.
Le immagini parietali sono dedicate per lo più ai mammiferi ma non mancano quelle che cercano di immortalare un ben preciso stereotipo femminino, poi riversato nelle statuette: la cosiddetta “Venere del Paleolitico” o se preferite la “Dea Madre”.
Quelle che vengono oggi considerate le migliori produzioni artistiche dell’antichità, si contraddistinguono per le forme prominenti del corpo femminile e rappresentano, nell’immaginario dei nostri predecessori, la natura e la fertilità.
Questa forma inconsueta di rappresentazione artistica è la prima espressione di culto che l’umanità riesce a rappresentare, pur nella sua eccentrica stilizzazione.
Se la prima di queste statuette, la celeberrima "Venere di Willendorf”, ritrovata in Austria un secolo fa, poteva essere frutto della Cultura gravettiana e quindi datata approssimativamente a 25.000 anni fa (quando l’Homo di Neandertal era già estinto), abbiamo assistito, con il tempo, al rinvenimento di decine di statuette similari ed ogni volta ci è stata proposta una datazione anteriore di migliaia d’anni rispetto alla prima. Poiché queste datazioni sono attestate nell’arco di tempo in cui i Neandertaliani non era ancora completamente scomparsi, anche gli studiosi hanno cominciato a nutrire dubbi circa la paternità da assegnare a queste figure pregne di significato.
Quando l’anno scorso, nella grotta di Hohle Fels, in Germania, è stata riportata alla luce la Venere (finora) più antica al mondo, che si fa risalire ad un periodo compreso tra 35.000 e 40.000 anni fa, di fronte all’evidenza e in mancanza di resti umani nell’anfratto, l’Homo di Neandertal torna prepotentemente alla ribalta e a lui andrebbe correttamente attribuita la rappresentazione votiva.
 
Un finale a sorpresa
L’estinzione del Neandertal potrebbe essere ricondotta ad un cannibalismo di sopravvivenza, cioè l’abbietta pratica del consumo di carne umana.
Una ricerca condotta dall’Accademia delle Scienze di Madrid sui resti di Neandertal rinvenuti a El Sidròn, nel settentrione della Spagna, ha evidenziato una marcata denutrizione ma, soprattutto, dei tagli sulle ossa, tali da far pensare a qualche forma di cannibalismo, magari anche di carattere spirituale.
Lo psichiatra Volfango Lusetti, recentemente, ha associato questa pratica alla nascita della coscienza nell’Homo sapiens sapiens.
La psicopatologia che sta alla base di alcuni fenomeni comportamentali violenti degli esseri umani può trovare spiegazione nel cannibalismo dei nostri antenati, costretti all’infida pratica pur di sopravvivere ad un misterioso e drammatico evento che avrebbe messo in pericolo il genere umano.
Se confidiamo nella bontà dell’analisi di Lusetti, non possiamo dubitare della dirompente ipotesi avanzata dal paleontologo Fernando Ramirez Rozzi del Centro Nazionale della Ricerca Scientifica di Parigi che, tra i fossili rinvenuti a Les Rois, in Francia, ha individuato una mandibola appartenente a un Neandertaliano, che risulta chiaramente spolpata e gli artefici dello scempio sarebbero i nostri antenati.
Non siamo certo di fronte ad una prova inequivocabile del fatto che l’uomo di Neandertal venisse letteralmente cacciato dalla nostra specie ma innumerevoli sono gli indizi disseminati che propendono per un finale veramente a sorpresa.
Ci chiedevamo le ragioni della misteriosa estinzione della razza dei Neandertal, avvenuta, guarda caso, appena 10.000 anni dopo l’arrivo nel continente europeo dell’Homo sapiens, dopo una ininterrotta supremazia ed un continuo adattamento alle variabili condizioni climatiche.
Molti siti hanno ospitato prima lui poi il nostro antenato, in un frangente di “convivenza” certo non amichevole.
In alcuni di questi siti sono stati rinvenuti resti fossili di Neandertaliani che presentano tracce inequivocabili della pratica del cannibalismo.
E’ un dato di fatto il progressivo spostamento di questa razza verso le coste, dove si isolò dedicandosi alla pesca.
La migrazione può essere considerata una fuga da un pericolo costante e tangibile, sorto con l’arrivo dell’Homo sapiens.
Il Neandertal non era quella specie inferiore che la scienza ci ha sempre descritto e ci siamo meravigliati di come quest’uomo potesse competere, anche intellettualmente, con il nostro avo: il culto della Dea Madre, con ogni probabilità, rientrava a pieno titolo nelle sue usanze religiose, segno di una chiara presa di coscienza del mondo circostante. L’ipotetica conclusione di questa terribile vicenda è che l’Homo sapiens era dedito al cannibalismo e in quest’ottica cacciava il Neandertal poiché lo considerava solamente un animale, null’altro.
Il nostro antenato non aveva le stesse capacità di adattamento del cugino più stretto e, pur di sopravvivere in un ambiente a lui ostile, si procurava il cibo nella maniera più semplice che conosceva.
 
L’eredità perduta di Neandertal
Al di là di quanto fin qui sostenuto, nella considerazione che siamo nel campo accidentato delle ipotesi (e non potrebbe essere diversamente in un panorama così velocemente mutevole come quello della ricerca tesa alla conoscenza delle nostre origini su questo pianeta), emerge indubbiamente e con una forza straordinaria un ominide che, nonostante tante sofferenze, era riuscito a “connettersi” con gli elementi circostanti grazie alla semplice osservazione, senza intervenire in alcun modo, se non in maniera simbolica, giusto per appropriarsi di quelle forze della natura di cui aveva bisogno.
Grazie a questa “magia”, l’uomo di Neandertal dominava gli elementi, nel pieno rispetto dell’ambiente circostante.
Il culto della Dea Madre, che può racchiudere metaforicamente in sé l’energia di questo nostro pianeta, rappresentava l’unica fonte di vita da cui attingere nutrimento, anche senza bisogno di parlare.
Chissà, forse per comprendere fino in fondo questo messaggio potrebbe essere sufficiente sentirci anche noi un po’ Neandertal.

2.2 L’EVOLUZIONE UMANA

L’EVOLUZIONE UMANA
Secondo una scoperta di Yves Coppens la divisione tra scimmie e ominidi avvenne 7,5 milioni di anni fa, quando si produsse la spaccatura della Rift Valley, cioè il distaccamento dell’America del Sud dall’Africa. Qui, già 10 milioni di anni fa viveva il Kenyapiteco, che viveva nelle foreste dell’Africa equatoriale. Quando avvenne la spaccatura, le scimmie rimaste nell’America del Sud continuarono a vivere nelle foreste, quelle in Africa invece si dovettero adattare a vivere nelle savane. I primi ominidi, 6 milioni di anni fa, provarono a stare in posizione eretta. Ciò è possibile anche nelle scimmie, ma al contrario l’uomo cercò di mantenere tale posizione, perchè capì che mantenendola poteva liberare le mani dall’atto di locomozione e usarle per altre cose. Fisiologicamente, però le ossa non erano state modificate secondo questa volontà e l’ominide insisteva in un tempo troppo breve perchè la sue ossa si adattassero a stare nella posizione desiderata. Questo è causa oggi di schiacciamenti delle vertebre, a dislocazione o degenerazione dei dischi intervetebrali, alle cosiddette infiammazioni, alle sciatiche, alle ernie, ai dolori nella regione sacrale, alle scogliosi, alle discopatie. Inoltre il 40% della popolazione mondiale soffre di mal di schiena. L’Ardiphithecus ramidus kababba e l’Ardipithecus ramidus sono i primi ominidi di cui si hanno notizie certe. I canini erano la loro particolarità: avevano assunto un dimensione minore rispetto a quelle della tre scimmie. Si nutrivano soprattutto di frutti, fusti teneri e foglie fresche. Compare così il genere Austrolopiteco. L’Austrolopitechus anamensis ’ vissuto attorno ai 4 milioni di anni fa. Viveva nei corsi d’acqua di foreste e savane. Le poche testimonianze provano che quest’ominide stava già in posizione eretta. I tratti fisici di questa specie lo fanno assomigliare sia una scimmie che a un uomo. Per esempio il cranio e la mascella, molto grande è rassomigliante a quelle di altri resti fossili di scimmie. Le mascelle inoltre risultano usurate da una masticazione prolungata, prova che l’alimentazione si era estesa a semi e frutta secca. Si suppone che usassero le fosse per conservare bulbi, tuberi e radici. L’Austrolopitechus afarensis, vissuto tra i 4 e i 3 milioni di anni fa. In questa specie è possibile trovare delle somiglianze con lo scimpanzè: naso piatto, mascella superiore sporgente e una mandibola voluminosa con grandi denti posteriori. Il peso dei maschi si aggirava sui 45 chili e l’altezza arrivava a 1,5 m; le femmine invece erano molto più piccole: 30 chili per 1 metro. L’Austrolopitechus afarensis iniziò a utilizzare le mani per maneggiare, trasportare e lanciare oggetti. Altri vantaggi della posizione eretta, tra i quali la possibilità di guardare più avanti. Più tardi iniziò a utilizzare le pietre per spezzare o tagliare altri oggetti. Sull’Austrolopithecus bahrelghazali si hanno ancora dubbi nel considerarlo una specie a sè oppure una variante dell’afarensis. Grandezza e dentizione risultano molti simili a quelle dell’afarensis. Gli è stato dato il nome di bahrelghazali perchè trovato alla luce nel letto del fiume di Bahr el Ghazal, in italiano tradotto fiume delle gazzelle. Quindi il suo nome completo significa uomo del fiume delle gazzelle. 2 milioni di anni fa inizia il periodo paleolitico. Fu l’epoca delle grandi glaciazioni, che alternandosi ai periodi più caldi impose nuove forme di adattamento. Dalle prime pietre scheggiate si passa a lavorazioni più raffinate: arpioni, lance, asce, frecce, coltelli, trapani. L’economia di quest’epoca è quella di prelievo: caccia, pesca e raccolta. Avvenne una prima divisione dei compiti: alle donne spettava il raccolto e all’uomo la caccia e la pesca. Gli animali carnivori, però erano esclusi. I metodi di caccia erano basati sia sulla forza fisica che sull’astuzia, come per esempio la preparazione di alcune trappole, scavando fosse dove venivano fatte cadere le prede. Il nomadismo è la caratteristica principale di quest’epoca. Uno dei primi problemi dell’alimentazione consisteva nel come conservare le riserve di cibo: già nel Mesolitico i popoli nordici usano conservare il cibo con il freddo, mentre al sud il sole garantiva l’essicamento. Circa 3 milioni di anni fa dall’Austrolopitechus afarensis sorgono due linee evolutive: da una parte ne discende l’Austrolopitechus Africanus, e dall’altra austrolopiteci che si estingueranno. Tra gli austrolopiteci che non lasceranno discendenti ricordiamo l’Austrolopitechus robustus, che visse attorno a 2-1 milioni di anni fa. Il peso si aggirava sui 40 chili per il maschi, 35 chili per le femmine. L’Austrolopitechus boisei visse tra i 2,6-1,2 milioni di anni fa. I maschi raggiungevano i 49 chili e l’1,4 metri di altezza, le femmine si aggiravano ai 34 chili per 1 metro dRsquo;altezza. Aveva dei molari enormi, in quanto la sua dieta era basata su vegetali duri che necessitavano di un elaborato apparato masticatore. Le femmine dell’Austrolopitechus africanus erano alta circa 1,20 metri e pesavano 30 chili. Il cranio inizia ad arrodontarsi. È presente il dimorfismo sessuale, ma meno rispetto all’amensis. Questa specie era onnivora, infatti i molari e i premolari erano destinati a durare per tutta la vita. L’età media era di 35 anni. Attorno ai 2 milioni di anni fa appare l’homo habilis. Aveva ancora delle caratteristiche primitive, in quanto aveva la faccia ancora proiettata in avanti, ma i molari iniziarono a diminuire di volume e aveva un cranio più sottile. I maschi misuravano 1,3 metri e pesavano 37 chili, mentre le femmine erano alte 1,3 metri e pesavano 32 chili. Una flessione del basicranio, l’allungamento del tratto respiratorio superiore, lo scivolamento verso il basso della laringe portano alla supposizione della capacità di articolare parole molto semplici. Esso abitava sia la savana che la foresta. L’habilis iniziò a costruire propri oggetti per difendersi, cacciare, rompere, tritare, come offesa per i propri simili oppure per difendere un territorio. La carne procurerà al suo cervello proteine e grassi per svilupparsi. Ma la nostra intelligenza non aumenterà con lo sviluppo della materia grigia, ma anche con l’esperienza,l’apprendimento e l’istruzione. Apparentemente dall’homo habilis sembrano che i peli diminuiscono. Invece, attualmente, il numero dei nostri peli è uguale al numero dei peli dello scimpanzè, ma i nostri sono per lo più peli folletto, molto corti e sottili. Arriviamo così a 1,6 milioni di anni fa, con la comparsa dell’homo ergaster. Esso era alto 1,6 metri e pesava 65 chili. I piedi molto lunghi fanno di questo una specie adatta all’espansione: esso per la prima volta uscirà dall’Africa, per espandersi in Asia e in Europa. Le ossa delle sue gambe fanno ritenere che sapesse già camminare e correre come l’uomo attuale. In esso iniziano a comparire delle caratteristiche delle popolazioni umane attuali: infatti, una lunga procedura nella lavorazione della pietra potrebbe implicare lo sviluppo del linguaggio umano. Sicuramente è con questa specie che si sviluppa il sentimento, la sofferenza e l’emozione. Un milioni di anni fa compare l’homo erectus, che inizia a produrre oggetti sempre più complessi. In essi notiamo che tali costruzione sono stati prima pensati e solo dopo costruiti secondo il proprio pensiero. Grazie alle lavorazioni delle pietra abbiamo scoperto che esisteva già il commercio: infatti sono stati trovati materiali lontani dal loro territorio d’origine. Lancia, punte di freccia, perforatori, raschiatoi per lavorare le pelli, asce forate per inanellare un bastone di legno, asce doppie o bipenne, mazze, accette, macine per macinare le granaglie e falci in legno con denti in selce per la mietitura di granaglie sono solo alcuni degli oggetti che si costruivano già. L’homo erectus inizia ad alternare periodi di sedentarietà, durante i quali si stabiliva in territori che riteneva vantaggiosi. E fece così una grande ed utile scoperta: 600.000 mila anni fa scoprì il fuoco. Esso lo usò per difendersi dai predatori oppure per riscaldare i cibi. Probabilmente conosceva già il fuoco. Sapeva conservarlo o trasportalo. Inoltre lo nutriva con la legna. Ma poi con il freddo il fuoco si estingueva e bisognava aspettare un altro incendio. Forse, per caso, con lo sfregamento di due pezzi di legno scoprì come produrlo. Grazie a questo scoperta iniziò a cuocere i cibi. Allora sembrava che cuocere i cibi renderesse le carni più morbide e saporite. Quello che non sapevano era che cuocendoli, i cibi divengono più digeribili, in quanto se ne scompongono le fibre liberando proteine e carboidraiti. Grazie al fuoco l’uomo iniziò pure a emigrare nei posti più freddi.Tra i 300.000 e i 200.000 anni fa apparve l’homo sapiens arcaico. Le arcate sopraccigliari cominciarono a essere meno evidenti e il mento più sporgente. Egli viveva in gruppi di almeno 20 individui. 166.000 anni fa, fra le erbe scoprì gli oppiacei, una sostanza che serviva da antidoto alla stanchezza, eliminando il dolore o comunque dando l’illusione che ciò avvenisse. Nel frattempo scoprì anche l’alcool che utilizzò per anestetizzare oppure per curare, ma che si rivelò anche essere dannoso perchè questa sostanza se non utilizzata correttamente poteva procurare la morte. 152.000 anni fa iniziarono a usare gesti ibridi, cioè più gesti che insieme significavano una cosa, ma che mantenevano un significato usati separatamente. Si arrivò così a 151.000 anni fa quando i gesti iniziano ad assomigliare a un discorso. 150.000 anni fa fecero la loro comparsa i primi messaggi simbolici o codificati. In questo modo l’uomo potè ottenere qualcosa dai suoi simili attraverso dei gesti. 148.000 anni fa si sviluppò nel cervello la zona della prosopagnosia (riconoscimento della faccia), importantissimo per riconoscere i vari membri del gruppo che allargava sempre più. 144.000 anni fa sempre attorno a questa zona si sviluppò la coprolalia: qui vengono immagazzinate tutte le esperienze negative. 136.000 anni fa, i gesti iniziarono a distinguersi a seconda della zona. 133.000 anni fa, l’uomo comincia a trasmettere i propri sentimenti attraverso il contatto, con la carezza, il bacio o l’abbraccio. 125.000 anni fa, l’uomo non si accontenta di copiarsi e mettere al mondo una prole, ma vuole essere sicuro che la copia che sta costruendo sia stabile. 100.000 anni fa apparve l’homo sapiens di Neanderthal, sempre più simile alla nostra specie. L’altezza media era di 1.70 metri. Sembra aver preso parte a delle cerimonie come per esempio, la sepoltura dei morti e si prendeva cura degli individui mutilati. 40-35.000 anni fa, comparve l’homo sapiens sapiens. E’ la specie che arrivò a popolare l’America e l’Australia. Molti sostengono che la specie umana abbia raggiunto l’America attraverso lo stretto di Bering, che si trova tra l’America del Nord e l’Asia, che allora in alcuni periodi rimaneva completamente ghiacciato. Altri invece sostengono che prima sia stata popolata l’Australia alcuni di essi si spostarono della parte più meridionale dell’America del sud. Ciò è provato perchè si nota l’affinità tra le lingue indigene dell’America del sud con quella degli aborigeni. In questo periodo si abbassa pure la laringe, cosi che non possiamo più bere e respirare nello stesso tempo, come avevamo fatto fino ad allora. Inoltre le parole iniziano a essere più articolate. 26.600 anni fa, l’uomo cerca di crescere secondo le proprie riflessioni, le sue attenzioni, le sue comparazioni. Nasce insomma il carattere. 26.525 anni fa, il rapporto gerarchico inizia a complicarsi: quando serve non ottiene quello che vuole attraverso la forza ma attraverso il compromesso. 26.400 anni fa, l’uomo inizia a capire i suoi simili e a mettersi nei loro panni: nasce l’empatia. Distingue così cosa provoca le gioie e i dolori, quindi si prodiga per le prime e si astiene a provocare i secondi. Nasce così l’uomo etico, cioè l’uomo che si da delle regole per vivere con gli altri componenti del gruppo. 26.100 anni fa, si vede la luce delle religioni e delle filosofie di vita, caratterizzati di riti, ma non di dogmi, essi infatti sono posteriori. Con la religione nasce l’idea dell’esistenza di più dei o di un dio e una vita ultraterrena dopo la morte. 25.200 anni fa, si sviluppa l’egoista, il quale secondo le sue idee il mondo è suo. 25.148 anni fa, l’uomo etico si sviluppa mettendo anche a freno alcuni suoi desideri: il sesso o il possesso di beni per esempio. Nel frattempo nasce la musica e la danza. 24.800 anni fa, si sviluppa l’amore fra un uomo e una donna, elemento fondamentale che deve accompagnare l’accoppiamento e che garantirà un futuro più stabile per la coppia. 24.180 anni fa, il vecchio inizia a essere considerata una persona utile, e non inutile come fino ad allora, infatti egli può trasmettere ai più giovani le vicende passate. 24.000 anni fa, compaiono le prime manifestazioni artistiche, costituite soprattutto da incisioni. Queste incisioni rappresentano soprattutto momenti di caccia, ed esse sicuramente venivano fatte per motivi spirituali: infatti disegnando questi momenti di caccia si sperava ciò avvenisse. 18.000 anni fa, l’uomo inizia a costruire le proprie abitazioni, costituite principalmente da semplici capanne. 9.000 anni fa, in Siria troviamo forni per il pane. 8.500 anni fa, a Gerico, le capanne iniziano a essere sostituite da case in murature. 8.300 anni fa appare la ceramica modellata: si costruiscono vasi o contenitori per esempio. Da 10.000 a 3.000 mila anni fa inizia il periodo neolitico, periodo nel quale si perfeziona la lavorazione della pietra e si addomesticano animali e piante, quindi la nascita dell’allevamento. Inoltre l’uomo iniziò ad abbandonare il nomadismo per costruire villaggi stabili. Tuttavia l’uomo non diventò sedentario perch` nasce l’allevamento, in realtà nel neolitico, ma anche dopo, l’allevamento non veniva praticata all’interno di recinti, ma nei prati liberi. Poteva quindi succedere che dopo un periodo quella terra non fosse fertile quindi bisognava spostarsi. I primi animali addomesticabili furono la pecora (8.000 a.C.), la capra (7500 a.C.), il maiale (7000 a.C.), i bovini nel 6000 a.C. Tra i prodotti agricoli ci sono zucchine, pomodori, avocadi, fagioli in America centrale (3500 a.C.) o la patata in Perù. Noci di cocco e banane fanno la loro comparsa nell’alimentazione asiatica, l’olivo nel Mediterraneo orientale. 3500 a.C. anni fa, si sviluppa la scrittura, termina in questo modo la preistoria e inizia la storia. Nel frattempo, in Mesopotamia, in Egitto e in Cina, i villaggi iniziano a trasformarsi in città dove nasce l’amministrazione politica.

2.3 LA PROTOSTORIA

LA PROTOSTORIA
In genere il secondo periodo della preistoria, la protostoriaviene fatto iniziare dal Neolitico, periodo caratterizzato da nuove forme culturali considerate rivoluzionarie rispeto al passato, anche se ancora prive della scrittura. Il Neolitico parte dall’8.000 a.C. e ha visto lo sviluppo di quattro attività fondamentali quali l’utilizzo della pietra levigata seguendo una nuova tecnica dalla quale prese il nome il periodo: neo (Nuova) - lithos (Pietra), l’arte della ceramica, l’agricoltura e l’allevamento. Sulle rive del Nilo, del Tigri, dell’Eufrate, dell’Indo e lungo le coste del Mar Mediterraneo orientale ed in Siria, iniziarono a costituirsi dei villaggi i cui abitanti seguivano un modello di vita seminomade. I campi venivano coltivati a grano ed orzo, mentre a scopo alimentare si allevavano ovini e suini. Nacquerò le prime civiltà organizate, all’interno delle quali vigevano la specializzazione e la suddivisione dei compiti. Nel Vicino Oriente prese forma il culto della dea Madre, legato alla terra e alla fertilità. L’Eneolitico (5.000 anni a.C.), fu caratterizzato dalla comparsa delle prime forme di di metallurgia: , che in seguito si affinarono con la scoperta di nuovi metalli, il bronzo (Età del Bronzo) e del ferro (Età del Ferro.
Il Neolitico assunse connotazioni particolari a seconda delle zone nelle quali si svilupparono le diverse culture. Per questo motivo, gli studiosi sono soliti differenziare questo particolare periodo in Neolitico del Vicino Oriente, Sahariano, Europeo, Italiano, Maglemosiano, dell’Estremo Oriente, dell’Egitto e delle Americhe. I primi insediamenti stabili, apparvero nel Vicino Oriente: in questi centri si allevavano le capre e si coltivavano i cereali. Vi si affermarono la tecnica della ceramica ed il commercio dell’Ossidiana. Il Sahara, che in quell’epoca attraversava un periodo climaticamente favorevole, con abbondanza di acqua e vegetazione, era abitato da comunità di pastori e di cacciatori. Infatti, sono stati rinvenuti, oltre a incisioni e pitture rupestri, anche diversi oggetti in pietra, vasellame e manufatti in ceramica.
In Europa il Neolitico ebbe inizio 6.000 anni a.C.. Sulle coste del Mediterraneo occidentale e centrale, prese a svilupparsi la tecnica della ceramica impressa e lungo le rive del Danubio sorsero abitazioni di forma allungata e rettangolare. La cultura Maglemosiana, che si diffuse nell’Europa settentrionale, venne caratterizzata da una sviluppata industria litica, dalla produzione di armi in osso, di piccole barche, pagaie e archi in legno. Oltre alle consuete attività di caccia, si diffuse l’agricoltura. In Italia, nello specifico nella zona del Tavoliere di Puglia, sorsero dei villaggi di capanne delimitati da grandi fossati, mentre al nord la cultura neolitica si diffuse principalmente in Liguria, in Emilia-Romagna ed in Lombardia. Vasi sferici o emisferici con decorazioni a crudo sono stati rinvenuti in Liguria; resti idi capanne situate in villaggi fortificati sono stati scoperti in Sicilia; resti di oggetti in ceramica sono stati rinvenuti in gran parte dell’Italia centrale; nelle valli alpine scodelle, vasellame, bicchieri a fondo piatto e bocca quadrata e decorati a graffito o ad incisione; nel Varesotto sono stati scoperti i resti villaggi di palafitte e ceramiche nere di ottima fattura; fu sempre in quest’area che si sviluppò la tessitura. Nel continente americano, nel Nuovo Messico si svilupparono le prime forme di agricoltura con coltivazioni di mais, zucche, peperoni e fagioli. Il Neolitico Egiziano prese avvio nel 5.500 a.C.: si svilupparono lungo le rive del Nilo le coltivazioni di cereali e lino, e l’allevamento di buoi, maiali e ovini. Veniva inoltre praticata con successo la pesca con gli ami e la caccia a elefanti, coccodrilli e ippopotami. In Cina ebbe un particolare sviluppò la coltivazione del miglio e l’allevamento del bue, di suini e ovini, oltre alla produzione di manufatti in pietra levigata e di ceramiche nere, lucide o decorate.
L’Eneolitico viene datato intorno al 5.000 a.C.. Durante questo periodo viene iniziata la lavorazione a caldo del rame, dando inizio a vere e proprie fusioni di tipo metallurgico, che in Europa si diffusero verso il 3.500 a.C. I defunti venivano inumati in grotte artificiali e in camere sepolcrali. La produzione manufatturiera era caratterizzata da un tipo di vasellame con forma di campana rovesciata,da pugnali e altri oggetti di rame, e perfino da bottoni in osso e pietra forata. Sempre nel corso del V millennio a.C., nel nord Europa, in Spagna, Francia Italia e Nordafrica, si svilupparono alcuni tipi di costruzioni megalitiche, monumenti realizati impiegando grandi blocchi di pietra rozzamente squadrati e quindi infissi nel terreno. La loro funzione era molto probabilmente rituale e funeraria. I tipi più comuni erano rappresentati dai Menhir, Grossi massi di roccia di forma allungata, che venivano infissi verticalmente nel terreno. Disposti in fila essi venivano a formare un allineamento, mentre se disposti in cerchio, venivano a formare un cromlech, cerchio di pietra. I dolmen, tavola di pietra, era costituito da un grosso lastrone di roccia appoggiato in orizzontale su pietre infisse verticalmente nel terreno, in modo tale da formare un ambiente impiegato a scopo sepolcrale. Il cromlech più grande in assoluto, si trova a Stonehenge, nell’Inghilterra meridionale e copre una superficie di 100.000 mtq. Nel 3.500 a.C. si sviluppò in Egitto la cultura del Badariano. I badariani erano una popolazione dedita all’agricoltura e all’allevamento. Con il rame producevano perle e collane di buona fattura. Nel successivo periodoAmratiano, fecero la loro comparsa la ruota e l’aratro.In Italia, le prime culture eneolitiche si svilupparono solo a partire dal III millennio a.C. Qui alcune popolazioni, introdussero la lavorazione del rame e le sepolture collettive in necropoli formate da una serie di grotticelle. Le principali attività attività economiche erano costituite dalla pastorizia, dall’agricoltura, dal commercio, dalle attività venatorie e dalla raccolta. In particolare, in Sicilia sono state ritrovate tracce di insediamenti in grotte e villaggi. In sardegna sonotornate alla luce dei Dolmen e delle statuette della Dea Madre in osso.Scoperto nel III millennio a.C., il rame si rivelò un metallo ideaale per la fusione di armi e per la produzione di articoli artigianali di ottima fattura che divennero oggetto di attivi scambi commerciali. Nel I millennio, la scoperta del ferro consentì la produzione di utensili ed armi sempre più efficaci. Ben presto, a causa dell’esaurimento delle miniere, gli uomini si videro costretti a spostarsi alla ricerca di nuovi e più grandi giacimenti del prezioso minerale, intensificando in tal modo il commercio e la conoscenza di nuove popolazioni.

2.4 LA PREISTORIA

LA PREISTORIA
Per Preistoria viene comunemente indicato quel periodo di tempo compreso dalla comparsa dell’uomo sulla terra, all’invenzione della scrittura. Non essendo disponibili documenti scritti a testimoniare di questo lungo periodo, per ricostruire l’evoluzione della specie umana e della cultura in quell’epoca, gli storici utilizzano i risultati ottenuti con determinati tipi di scienza quali l’archeologia, l’antropologia e la fisica, che ricercano per poi analizzarli resti fossili di antichi uomini e reperti di oggetti da essi prodotti per gli usi piùdiversi. La Preistoria viene di norma suddivisa in due periodi principali, definiti come età della pietra, per il fatto che in essa non era ancora stata introdotta la lavorazione dei metalli: Il Paleolitico, compreso tra i 2.500.000 e i 10.000 anni a.C., precedente cioè alla nascita delle prime forme di agricoltura, ed il Neolitico, compreso tra l’8.000 ed il 3.000 a.C., nel corso del quale si diffusero sia l’agricoltura, che le prime forme stabili di insediamento. Tra questi due periodi, ve ne fu uno intermedio compreso tra il 10.000 e l’8.000 a.C., detto Mesolitico. Il Paleolitico, l’età della pietra antica, è suddiviso dagli storici in tre differenti periodi: il Paleolitico inferiore, il Paleolitico medio ed il Paleolitico superiore.
Il Paleolitico inferiore è caratterizzato dall’apparizione, circa 2.500.000 anni a.C. nel continente africano del primo ominide del genere Homo: l’Homo habilis, che procedeva con andatura eretta e una capacità cranica di 600-700 cm3. Alcuni resti fossili di questo nostro antenato, sono stati rinvenuti in Etiopia, mentre alcuni manufatti ad esso attribuiti sono stati scoperti in Etiopia, Kenya e Tanzania. Sempre in Africa, 1.500.000 anni a.C. fece la sua comparsa l’Homo erectus, meglio conosciuto come Pitecantropo o Sinantropo, che in seguitò occupò le aree temperate europee e asiatiche.Più alto e robusto dell’Homo habilis, praticò la caccia e le prime attività di raccolta: scomparve verso il 100.000 a.C.. Alcuni resti di questa creatura vennero ritrovati in una grotta situata a Sandalo, nei pressi della città di Pola, in Istria. Intorno all’ 800.000 a.C. comparve quella che viene definita civiltà Abbevilliana, il cui nome deriva da un alto terrazzo della Somme, in Francia: essa si caratterizzava per la produzione di di manufatti scheggiati a forma di mandorla. Il periodo di tempo compreso tra il 700.000 ed il 300.000 a.C., venne caratterizzato da una serie di glaciazioni e raffreddamenti del clima terrestre. Nel corso della prima di queste glaciazioni, la glaciazione di Gunz, si producevano degli oggetti a scheggiatura bifacciale, più raffinati rispetto alle produzioni precedenti. Durante la seconda glaciazione, detta di Mindel, l’uomo iniziò ad utilizzare il fuoco e ad abitare in costruzioni circolari, circondate da muretti di pietra, oppure in grotte dotate di un pavimento lastricato di ciottoli. Dei resti umani risalenti a questo priodo, sono stati rinvenuti Francia, Spagna, Marocco ed in Cina.La glaciazione di Riss, terza in ordine temporale, venne caratterizzata dalla costruzione di capanne ricoperte con pelli animali, situate all’interno di grotte. Fu durante questo periodo che fece la sua comparsa la tecnica levalloisiana,che consentiva di produrre schegge di forma ovale con i bordi taglienti.
Il Paleolitico Medio, che ha il suo inizio 100.000 anni a.C. è caratterizzato dalla comparsa dell’Uomo di Neanderthal, il cui nome deriva dalla localitàdella Germania nei pressi di Dusseldorf, dove vennero ritrovati dei resti di questa spacie umana.Piuttosto robusto e basso di statura, aveva il cranio più lungo ma meno alto dell’Homo erectus, con sopraccilia piuttosto sviluppate. Da lui prese origine la civiltà detta Musteriano, dal nome della località di Le Moustier, in Dordogna, Francia, nella quale fecero la loro comparsa diversi strumenti ricavati da schegge: punte, grattatoi, raschiatoi, bulini, coltelli, punteruoli e altri ancora. Resti umani appartenenti all’Uomo di Neanderthal sono stati ritrovati, oltre che in Germania, anche in Francia, Belgio, Italia, Iraq, Sudafrica e Cina. La quarta glaciazione, o glaciazione di Wurm, ebbe il suo inizio 75.000 anni a.C.e questo periodo risalirebbero alcune importanti novità relative agli usi dell’Uomo di Neanderthal: il seppellimento dei morti con tanto di corredo funebre ed il cannibalismo.
Il Paleolitico superiore, circa 40.000 anni a.C. vide la comparsa dell’Homo sapiens sapiens, che differiva dalle specie precedenti per un cranio meno robusto e più alto, privo delle prominenti arcate sopracciliari. Gli studiosi hanno suddiviso questa specie in due differenti razze: quella di Cro-Magnon e quella di Combe Capelle, nomi derivati dalle località francesi dove avvennero i ritrovamenti dei resti umani appartenenti alla specie. Fu in questo periodo che ebbe inizio la lavorazione dell’osso, che permise di ottenere la produzione di arpioni, ami, zagaglie e aghi. Ampiamente testimoniati da reperti sono anche i riti ed i culti praticati, oltre ad alcune forme di espressione artistica come la scultura, la pittura e il ritrovamento di graffiti. Nel corso del Paleolitico superiore si succedettero diverse civiltà: in Africa e precisamente in Algeria si sviluppò la cultura Ateriana, che si caratterizzava per la produzione di manufatti dotati di un peduncolo, che permetteva di fissarli su di un’asta o un manico di legno. Circa 25.000 anni a.C. nel corso della glaciazione del Wisconsin, lo stretto di Bering rimasa ghiacciato, consentendo a gruppi di cacciatori provenienti dalla Mongolia di attraversarlo e quindi di stanziarsi in America: alcuni ritrovamenti relativi a questa specie, sono stati fatti in Perù ed in California. In Francia, le culture del Gravettiano o Perigordiano, arrivarono a produrre delle vere opere d’arte di notevole raffinatezza, tra le quali le famosissime statuette note come le veneri preistoriche. Nel corso del periodo Solutreano, risalente a 18.000 anni a.C., fece la sua comparsa l’arco.
Nel periodo Maddaleniano, risalente a circa 15.000 anni a.C., l’arte espressa su pareti od oggetti mobili, raggiunse il suo massimo splendore, e dei reperti tipici del periodo sono stati ritrovati un pò in tutta Europa, fino ai confini con la Siberia e del Medio Oriente.
Il Mesolitico,( 10.000 - 8.000 anni a.C.) rappresenta un periodo di transizione, nel corso del quale ci fu un raddolcimento generale del clima. Le culture che vi si svilupparono, portarono al passaggio da un’economia fino ad allora dominata dalla caccia e dalla raccolta di prodotti non coltivati, ad un sistema di vita sedentario e alla produzione del cibo necessario al proprio sostentamento, per mezzo delle prime forme di allevamento e agricoltura. Alcuni raggruppamenti umani stanziatisi in quella vasta area denominata Mezzaluna Fertile, che si estendeva nell’area compresa tra l’Egitto ed il Golfo Persico, tocando a nord la Turchia ed il Mar Caspio, iniziarono per primi ad addomesticare animali e a coltivare i cereali. L’arte si ridusse alla lavorazione di ciotoli sui quali venivano tracciati dei segni schematici di ocra rossa.
Nel periodo Capsiano, intorno al 9.000 a.C. alcuni gruppi umani iniziarono a stabilirsi in villaggi composti da abitazioni di forma circolare, mentre nell’attuale Giappone ebbe inizio la diffusione della cultura ceramica definita Jomon, ossia decorazione con corde, che venne così denominata a causa dei motivi che la caratterizzavano.

2.5 IL MESOLITICO

IL MESOLITICO
Il termine Mesolitico è stato adottato nell’Europa Occidentale verso gli inizi dello scorso secolo ed indica il periodo compreso tra la fine del Paleolitico Superiore e il Neolitico. è durato alcuni millenni nel corso dei quali si è assistito ad un processo di adattamento degli ultimi gruppi di cacciatori-raccoglitori ai cambiamenti ambientali che si sono verificati dopo la fine dell’ultima era glaciale e l’inizio dell’Olocene a partire da circa 10.000 anni fa. La fine del Tardoglaciale wurmiano porta ad un miglioramento del clima che di conseguenza porta a condizioni ambientali quasi simili a quelle attuali. Tra gli effetti più immediati di questo cambiamento sono di particolare importanza l’arretramento dei ghiacciai che permette la penetrazione umana in vasti territori che prima erano totalmente disabitati; il progressivo innalzamento delle acque del mare che produce un arretramento delle linee di costa; la steppa e la tundra riducono la propria estensione a causa dello sviluppo delle foreste; le mandrie di erbivori delle praterie vengono progressivamente sostituite da più piccoli branchi di animali che eleggono come loro habitat naturale le foreste: cervi, caprioli, cinghiali e buoi selvatici. In Europa, nelle regioni occidentali-atlantiche, nell’area del Mediterraneo centro-occidentale e nell’area alpina sono documentati complessi mesolitici alquanto omogenei. Nell’area compresa tra la Francia settentrionale, il bacino del Reno, l’alto bacino del Danubio ed il lato settentrionale delle Alpi si sviluppano i complessi di Beuron-Coincy e Montbani. L’area comprendente la Spagna orientale, la Francia del sud, l’Italia centro-settentrionale, la Slovenia e una parte della Slovacchia vede la diffusione di Complessi Sauveterriani, seguiti da Complessi Castelnoviani nell’area atlantica. Nell’Europa nord-occidentale è stata attestata l’esistenza di alcuni complessi con elementi in comune. I principali sono: il Complesso di Duvesee che si estende nella grande pianura germanica, in Polonia e tra la fine del IX e la fine dell’VIII millennio prima di Cristo all’Inghilterra; il Complesso di Maglemose che si è sviluppato nella Scandinavia meridionale dalla fine del VII millennio; il Complesso Post-Maglemose che ha la sua origine alla fine del Boreale, sviluppatosi in seguito alla migrazione verso sud, nei territori compresi tra la Vistola ed il Reno, di gruppi di maglemosiani. Il Mesolitico in Italia rientra in un vastissimo fenomeno che interessa gran parte dell’Europa occidentale e meridionale. Le differenze principali rispetto al precedente periodo Epigravettiano finale, si possono notare nelle caratteristiche delle industrie litiche. Nel Mesolitico infatti, i fenomeni già registrati nei periodi precedenti come ad esempio il microlitismo, si moltiplicano e si accentuano. L’economia vede l’incremento delle varietà di risorse naturali sfruttate dall’uomo per la propria sussistenza; Le attività collegate al sostentamento si diversificano: caccia ad animali di taglia piccola e grande, uccellagione, pesca, raccolta di prodotti vegetali e di molluschi terrestri e marini. Le differenze tra le produzioni litiche di alcune località dell’Italia nord-orientale riportabili alla fine dell’Epigravettiano finale e altre appartenenti al periodo più antico del Mesolitico, sono più a livello quantitativo che non qualitativo. Il Mesolitico in Italia settentrionale si caratterizza per un periodo Sauveterriano e da un periodo Castelnoviano. La fase mesolitica più antica ha inizio nell’Italia settentrionale con il Preboreale, circa 8.000 anni a.C.; essa testimonia gli importanti cambiamenti che hanno interessato la cultura ed il modo di vivere dei cacciatori-raccoglitori dopo la fine del Tardoglaciale wurmiano e del Paleolitico Superiore. Il cambiamento più evidente riguarda la tecnica di scheggiatura e produzione dei prodotti litici. Questo mutamento è dovuto alle nuove forme di sfruttamento della materia prima. Tra i prodotti più caratteristici si ricordano i bulini corti e massicci, diversi tipi di grattatoi di forma molto corta e i coltelli a dorso. Si diffondono nuovi tipi di armature: punte troncate, a dorso, dorsi e troncature. La tecnica seguita nella produzione dei manufatti microlitici, non risente minimamente del supporto dal quale viene ricavata l’armatura, mentre invece la regolarità della lama sarè una delle caretteristiche fondamentali nella produzione castelnoviana di armature trapezoidali. Nei primi secoli del VI millennio a.C. si passa dalla tradizione sauveterriana a quella castelnoviana che viene caratterizzata da notevoli miglioramenti nella tecnologia e nella tipologia dell’industria litica. Nel Mesolitico recente è possibile notare una modificazione dei prodotti della scheggiatura che si manifesta con l’accrescimento delle dimensioni dei manufatti e con la creazione di lame dalla forma regolare.La produzione di queste lame è legata tecnologicamente ad una preparazione più accurata e da una diversa morfologia dei nuclei.Le modifiche tecniche di scheggiatura riconosciute a partire dal periodo Castelnoviano sono collegate a innovazioni tipologiche riferite agli strumenti comuni e alla comparsa e diffusione delle armature di tipo trapezoidale. L’evoluzione delle tecniche di scheggiatura è stata quindi determinata dalla necessità di lame regolari per la produzione dei trapezi. In questo periodo si assiste ad un notevole incremento delle lame ritoccate (a incavi e denticolate), delle lame troncate e dei grattatoi su supporto laminare. Per quanto riguarda le armature, ad una progressiva diminuzione dei tipi del Sauveterriano corrisponderà un notevole sviluppo dei trapezi. La cronologia e le modifiche culturali presentate possono essere considerate valide per tutte le zone dellRsquo;Italia settentrionale nelle quali sono stati ritrovati reperti risalenti al Mesolitico: il Carso triestino, il Friuli, la valle del fiume Adige, le Alpi Aurine, Sarentine e lombarde, le Dolomiti, le Prealpi, la pianura Padana lombarda ed emiliana e l’Appennino tosco-emiliano. Nell’Italia centro-meridionale complessi riferibili al periodo più antico del Mesolitico sono stati rintracciati lungo il versante tirrenico e adriatico. Ulteriori presenze risalenti al Sauvaterriano sono presenti anche in Sicilia. Purtroppo le informazioni a disposizione sono per la maggior parte lacunose e parziali e non permettono di definire suddivisioni più dettagliate dello sviluppo cronologico e culturale del Mesolitico in Italia. Un catattere che differenzia alcune regioni dell’Italia centro-meridionale e la Sicilia è la presenza contemporanea di complessi sauveterriani ed altri che affondano le proprie radici nell’ Epigravettiano finale. Per questi particolari complessi che continuano cultura materiale e tradizioni del tardo Paleolitico Superiore nel corso dell’Olcene antico, viene utilizzato il termine di Epipaleolitico indifferenziato. Un altro complesso che si diversifica da quelli mesolitici sauveterriani, presente solo in Liguria e Salento è il Romanelliano. La sua posizione cronologica secondo alcuni studiosi si collocherebbe al momento finale del Tardoglaciale e quindi all’Epigravettiano finale, mentre secondo altri sarebbe da posizionare all’Olcene antico. Secondo i ricercatori la presenza di complessi sauveterriani nel sud e nel centro dell’Italia sarebbe il risultato di un processo di diffusione da nord verso il sud di questi gruppi del periodo Mesolitico antico. La prova di questo spostamento viene identificata con la presenza di un mutamento nell’industria litica, messa in evidenza dalla produzione di armature geometriche. La presenza di gruppi mesolitici di tradizione sauveterriana e di gruppi continuatori della tradizione tardo-epigravettiana nell’Italia peninsulare, confermerebbero questa ipotesi. Nel meridione c’è quasi un’assoluta mancanza di evidenze archeologiche che attestino la presenza del periodo Castelnoviano. Siti risalenti al periodo Mesolitico recente è noto in due sole località della Basilicata: la grotta n° 3 di Latronico e il Tuppo dei Sassi di Matera.

2.6 VITA QUOTIDIANA NEL MESOLITICO

VITA QUOTIDIANA NEL MESOLITICO
In tutte le regioni europee la caccia ai mammiferi di grossa e media taglia nel Mesolitico continua ad essere la principale attività di sostentamento. Tra le prede cacciate, quelle legate all’ambiente forestale come ad esempio cervi, caprioli e cinghiali sono le più ricercate. A queste specie si aggiungono nell’Europa centro-settentrionale l’uro selvaggio e l’alce, mentre nelle regioni montane lo stambecco ed il camoscio. Conigli ,tassi,lontre, castori e marmotte, pur cacciati incidono in minor misura sulla dieta dell’uomo. La caccia era di tipo collettivo e vi partecipavano tutti gli uomini della tribù. L’arma più utilizzata era l’arco, come si evince dalle pitture rupestri. Le frecce erano costituite da un’asta di legno la cui estremità era dotata di una cuspide di selce fissata con una resina mista ad argilla, mentre l’altra estremità era dotata di una cocca che serviva a bilanciare l’arma. La pesca veniva praticata nelle zone prossime a laghi, fiumi e lungo le coste. Un caso particolarmente interessante è rappresentato dalla Grotta dell’Uzzo in Sicilia, nella quale i mesolitici praticavano oltre alla caccia dei mammiferi, la raccolta dei molluschi marini e la pesca dei grossi pesci che abitavano i fondali rocciosi della grotta stessa: cernie di scoglio, cernie nere, dentici, orate e murene. Resti di piroghe ritrovati nei depositi di torba nell’Europa settentrionale, confermerebbero che i corsi d’acqua dovevano costituire in epoca mesolitica le principali vie di comunicazione. La raccolta dei molluschi marini e terrestri è attestata in numerosi insediamenti mesolitici. Molte località costiere dell’Europa, presentano grandi depositi di conchiglie che in seguito formarono grandi cumuli soprannominati chiocciolai. La raccolta di vegetali è testimoniata da alcuni depositi rinvenuti in alcune zone del continente, che hanno restituito noci, nocciole, castagne d’acqua, e frutti di bosco come fragole e mirtilli. In un dipinto rinvenuto in una grotta del levante spagnolo viene raffigurata la raccolta del miele, mentre da alcuni altri depositi giungono le prove della raccolta delle uova e la caccia alle tartarughe palustri. Tra i materiali utilizzati per la produzione dei manufatti litici, la selce è la più adoperata. Ad essa vanno aggiunti il cristallo di rocca, la ftanite ed il diaspro. Il cristallo di rocca trova utilizzazione in quelle aree dove la selce non è di buona qualità come sulle Alpi Aurine e sulle Dolomiti. La ftanite ed il diaspro vengono invece maggiormente utilizzati nella zona appenninica in sostituzione della selce. Gli abitati mesolitici sono prevalentemente costituiti da una unica struttura isolata e più raramente da due o tre. Nell’area centro-settentrionale europea, gli insediamenti sulle sponde di laghi o fiumi, venivano posizionati su suoli costituiti da sabbia i cui resti sono ora sepolti in depositi di limo e torba. È documentata la presenza di piattaforme e pavimentazioni in legno, e pali allineati utilizzati probabilmente come sostegno di tende o capanne. Nelle zone meridionali del continente europeo sono più diffusi i ripari in roccia. Da ricerche svolte sul versante meridionale delle Alpi ed in particolar modo nel Bacino del fiume Adige, si è potuto ricostruire un modello ipotetico di come poteva essere sfruttato il territorio nel quale si muovevano i gruppi di cacciatori-raccoglitori mesolitici. Dai ripari in roccia del fondovalle, loro abituale dimora nei mesi invernali e primaverili, i cacciatori risalivano in estate fino a 2000 - 2300 metri. La sussistenza dei campi di fondovalle era varia poichè spaziava dalla cattura di prede di piccole e grandi dimensioni alla raccolta di molluschi terrestri, dalla pesca all’uccellagione. Diversa era la situazione nei campi temporanei estivi, dove le uniche prede erano essenzialmente lo stambecco e il cervo. Gli insediamenti montani erano suddivisi in due tipologie: i campi residenziali, solitamente posti al di sotto di pareti aggettanti o su piccoli dossi in vicinanza di laghetti alpini, e i bivacchi di caccia collocati in posizioni dominanti oppure in prossimità di pozze d’acqua e passaggi obbligati. I campi residenziali sono dotati di strumenti e armature simili a quelli degli abitati di fondovalle, mentre i bivacchi mostrano una certa abbondanza di armature ma pochi ed essenziali strumenti. Dalle dimensioni e dalle caratteristiche degli abitati si capisce che nel Mesolitico le comunità erano costituite da gruppi umani poco numerosi ma dotati di grande mobilità all’interno di un territorio definito. La spiritualità è testimoniata dall’ esistenza di sepolture a volte isolate e a volte riunite in necropoli. Il rito funebre risulta essere abbastanza omogeneo nelle varie regioni. Le sepolture documentate si suddividono in tre tipologie: sepoltura singola, bisome, nella quale vengono sepolti nella stessa tomba un adulto ed un bambino, e in casi più rari trisome, dove nella stessa tomba vengono sepolti due adulti (maschio e femmina) ed un bambino. Il corpo del defunto viene adagiato in una semplice fossa scavata nel terreno, delimitata in alcuni casi da corna di cervo, in altri da lastre di pietra o più semplicemente ricoperta da un cumulo di pietre. Il corredo funerario è costituito da oggetti ornamentali e da strumenti di selce o in osso di uso quotidiano. Nell’Italia settentrionale sono state rinvenute tre sepolture mesolitiche: due di epoca sauveterriana riferentesi ambedue a donne. La prima è stata ritrovata nei pressi di Borgonuovo di Mezzocorona in Trentino, mentre la seconda nel Riparo di Vatte di Zambana nella valle dell’Adige. La terza sepoltura, rinvenuta a Mondeval de Sora in Val Fiorentina nelle Dolomiti, è di epoca castelnoviana e si riferisce ad un adulto maschio di circa quarant’anni. La produzione artistica nel Mesolitico è piuttosto scarsa. Tra le opere d’arte mobiliari fanno la loro comparsa ossa incise con motivi geometrici o con rare figurine femminili. Al Mesolitico è anche attribuita l’arte pittorica riscontrata in molti ripari in roccia rinvenuti nel levante spagnolo. Si tratta soprattutto di disegni monocromi in rosso e più raramente in nero a tinta piena. In essi sono raffigurate scene di caccia, di combattimento e di vita familiare. Gli animali vengono riprodotti nella loro forma naturale mentre l’uomo appare sempre in forma stilizzata. Le figure umane sono riprodotte in modo tale da mettere in risalto i particolari dell’acconciatura o dell’abbigliamento; a volte vengono indicate le vesti comprendenti larghe gonne a campana per le donne e pantaloni fino al ginocchio per gli uomini.

2.7 IL PALEOLITICO SUPERIORE

 
IL PALEOLITICO SUPERIORE
Il Paleolitico Superiore, vale a dire il periodo compreso tra i 40.000 e i 16.000 anni fa, ebbe inizio in maniera indipendente in Asia ed in Africa. In Europa comparve addirittura 90.000 anni fa. In questi millenni, si assistette ad un proliferare di forme degli strumenti, dei materiali utilizzati nella fabbricazione e nelle diverse tecniche di lavorazione della materia. Si differenziarono in maniera piuttosto rapida gli stili regionali differenti, alcuni dei quali comparsi sequenzialmente ed altri coincidenti ma comunque riconoscibili, derivati dalle variazioni di stile che riassumevano l’adattamento dei vari strumenti e materiali ai requisiti della caccia, dell’ecologia e delle economie sociali del territorio. Nel medio e recente periodo della glaciazione del Wurm, epoca di massima espansione dei ghiacciai, in un ambiente caratterizzato da un freddo molto intenso, si affermò in tutti i continenti un uomo anatomicamente evoluto che portò con se durante la sua espansione, delle tecniche di lavorazione innovative. Si trattava delle culture sviluppatesi in Europa tra i 45.000 ed i 35.000 anni fa durante il Paleolitico Superiore. Queste popolazioni si caratterizzavano per lo sviluppo tecnologico apportato nella lavorazione della selce, dell’osso e, per la prima volta da opere artistiche rupestri e mobiliari. L’uomo viveva in piccoli gruppi utilizzando come abitazione grotte o ripari sotto la roccia. Era altresì praticato il nomadismo ed il seminomadismo con l’allestimento di campi base e campi mobili per i cacciatori. Rispetto alle altre specie di Homo, l’area di diffusione e di caccia era meno legata alle località, dove era più facile reperire la selce, poichè gli strumenti litici erano più affinati, di dimensioni minori e quindi di più facile trasporto. La tecnica di lavorazione della pietra veniva attuata tramite il distacco di lame e lamelle per mezzo della confezione di nuclei carenoidi, prismatici e piramidali, riuscendo in tal modo ad ottenere utensili piccoli e sottili quali, per esempio, punte, coltelli e lame. Un’altra grande novità consistette nella lavorazione dell’osso, dell’avorio, del corno, della costruzione dei primi strumenti con manico in legno e parte superiore in pietra, la realizzazione di monili costituiti da conchiglie, denti, placchette ossee oppure statuette. Per agevolare i cacciatori, venivano utilizzati nuovi strumenti quali zagaglie, arpioni e trappole che permettevano di catturare oltre alle prede di grossa taglia, anche lepri, uccelli ed altri animali di piccola taglia che comunque entrarono a far parte della dieta di questi uomini. Si continuarono a praticare i riti funerari già in uso presso l’Uomo di Neanderthal con riti anche più complessi che comprendevano il posizionamento del morto ed il corredo funebre. Vennero inoltre realizzati bellissimi affreschi all’interno delle grotte ad indicare l’elevato sviluppo raggiunto dal punto di vista psico-sociale. Il Paleolitico Superiore può essere suddiviso in alcune fasi culturali dedotte sulla base dell’evoluzione delle tipologie litiche. Le datazioni sono diverse per ciascuna regione europea dove comunque sono stati riconosciuti i seguenti livelli: - Castelperroniano: viene ritenuto la fase arcaica del Paleolitico Superiore e copre il periodo che va dai 40.000 ai 35.000 anni fa ed è collegato agli ultimi rappresentanti della specie Neanderthal. Il termine Castelperroniano è in uso presso le culture dell’Europa Occidentale e trova il suo corrispondente italiano nell’Uluzziano, mentre nell’Europa Centrale prende il nome di Szeliano. Secondo altre ipotesi il Castelperroniano viene considerato come affinamento in loco di tecnologie appartenenti al Paleolitico Medio , caratterizzato dalla produzione di punte denominate di Chatelperron ricavate da lame a dorso ricurvo, coltelli e raschiatoi. - Aurignaziano: questo periodo viene completamente associato all’uomo moderno e le sue espressioni più antiche provengono dall’ Europa dell’Est da dove si svilupparono in seguito a tutto il Continente europeo fino al Portogallo e risalgono a 40.000 anni fa. Questo periodo prende il nome dalla grotta di Aurignac ed i caratteri dell’industria appaiono omogenei in tutte le regioni. Fanno infatti la loro comparsa nuove catene operative miranti alla realizzazione di supporti laminari e microlamellari tramite lo sfruttamento di nuclei prismatici ma soprattutto carenoidi. L’Aurignaziano viene cronologicamente suddiviso in tre fasi che si basano sulla tipologia degli strumenti sia in osso che in pietra: Il Protoaurignaziano che viene datato in un periodo anteriore ai 35.000 anni nel quale compaiono le prime punte in osso a base fenduta. In una seconda fase possono essere inseriti i ritrovamenti dell’Aurignaziano classico e dell’Aurignaziano evoluto, databili tra i 35.000 ed i 27.000 anni che vedono il moltiplicarsi di tipologie dell’industria ossea. Alla terza fase, vale a dire in un periodo compreso tra i 27.000 ed i 20.000 anni corrisponde l’inizio della produzione di statuette in avorio, osso o pietra raffiguranti figure umane o animali e le pitture su roccia all’interno delle grotte che dimostrano una notevole conoscenza della prospettiva e una grande perizia nella raffigurazione naturalistica. - Gravettiano: è una cultura che si sviluppa nell’Europa continentale e peninsulare tra i 28.000 ed i 20.000 anni. Si caratterizza per la presenza di punte a dorso profondo di dimensioni laminari o microlamellari, frutto di nuove tecniche di caccia che trovano sviluppo e diffusione in maniera quasi contemporanea. Sempre in questo periodo vede un’intensificazione della produzione di statuette. In particolare quelle raffiguranti personaggi femminili si arrichiscono di ulteriori particolari quali il seno, i glutei, i fianchi ed il ventre.Molti gli oggetti ornamentali presenti nel corredo funebre di questo periodo. Nella fase più antica che può essere collocata tra i 28.000 ed i 25.000 anni si riscontra la presenza di punte a forma di foglia; nella fase successiva compresa tra i 25.000 ed i 22.000 anni, si nota una grande differenziazione tra le regioni occidentali e quelle orientali: mentre in occidente il sostentamento era basato principalmente sulla caccia alla renna , nelle regioni orientali erano i mammuth la preda principale dei cacciatori e ciò comportava di conseguenza una diversificazione nella tipologia degli strumenti venatori. Tra i 22.000 e i 20.000 sopraggiunge lo stadio finale del Gravettiano nel corso del quale la massima espansione dei ghiacciai del Wurm, costringe le popolazioni europee all’isolamento. L’impossibilità di comunicare e di scambiarsi esperienze, porta alla definitiva differenziazione tra le regioni atlantiche nelle quali si svilupperanno il Solutreano, il Maddaleniano e l’Alziano, e le regioni mediterranee ed orientali dove si assisterà alla nascita dei complessi dell’Epigravettiano mediterraneo ed orientale. - Complessi post-Gravettiani: nella regione atlantica occidentale il Solutreano fa seguito al Gravettiano. Questo periodo è databile tra i 21.000 ed i 18.000 anni fa; è suddiviso in tre fasi successive: Inferiore, Medio e Superiore. si caratterizza per la comparsa delle punte a forma di foglia di lauro e salice, si intensifica inoltre la produzione artistica sia a parete che mobiliare. Nella stessa area, al Solutreano fa seguito il Maddaleniano che copre un periodo compreso tra i 18.000 e gli 11.000 anni, distinto in più fasi successive calcolate in base all’evoluzione della lavorazione su osso che in quel momento raggiunge la sua massima espressione. Vengono infatti prodotti arpioni, zagaglie, bastoni di comando stupendamente decorati, perle lavorate e strumenti in pietra di piccole dimensioni. La pittura parietale raggiunge in questo periodo il suo apogeo. Al Maddaleniano risalgono le famose grotte di Lascaux e di Niaux. Nelle regioni atlantiche il Paleolitico Superiore termina con l’Azialiano tra gli 11.000 e 10.000 che diversi autori inseriscono nel Mesolitico ove compaiono punte a dorso curvo dette aziliane, grattatoi unguiformi. Nelle regioni mediterranee al gravettiano fanno seguito i complessi epigravettiani. L’Epigravettiano antico va dai 20.000 ai 16.000 caratterizzati dalla comparsa di strumenti a ritocco piatto, punte e lame a dorso con intaccatura basale; l’Epigravettiano evoluto di durata compresa tra i 16.000 ed i 14.000 è rappresentato da elementi di transizione proiettati verso l’Epigravettiano finale, compreso tra i 14.000 ed i 10.000 che è contraddistinto da un generalizzato microlitismo che anticipa le tecniche tipiche del Mesolitico. La grande evoluzione culturale che ha portato ad un miglioramente delle condizioni di vita e all’espansione dell’uomo su tutti i continenti, ha generato l’estinzione di molte specie animali a causa delle sempre più raffinate tecniche di caccia attuate da un numero sempre più crescente di uomini. Proprio la carenza di risorse alimentari di genere animale favorirà la nascita dell’agricoltura segnando l’inizio del Neolitico.

2.8 IL NEOLITICO

IL NEOLITICO
Il Neolitico è il periodo preistorico che fa seguito al Mesolitico e termina con l’età dei metalli. Si contraddistingue per le notevoli innovazioni litotecniche, per l’uso della levigatura nella lavorazione della pietra, ma soprattutto per i sostanziali mutamenti nel modo di vivere dell’uomo. Il più importante di questi mutamenti è costituito dal passaggio da un’economia basata principalmente sulla caccia e la raccolta, ad un tipo di economia produttiva basata sull’agricoltura e l’allevamento degli animali. Infatti, intorno alla metà dell’VIII millennio a.C.si giunse alla coltivazione di cereali in una vasta zona compresa tra l’Anatolia orientale, il nord dell’Irak, la Palestina e l’ovest dell’Iran. Tra gli animali, la prima ad essere addomesticata fu la pecora intorno al 9.000 a.C, il maiale agli inizi del VII millennio a.C., il bue risultava già presente come animale domestico alla metà del VII secolo a.C. nella regione della Tessaglia. Tra il VII ed il VI millennio, queste innovazioni raggiungono anche lRsquo;Africa del nord iniziando a diffondersi anche in Europa. Nelle epoche precedenti e anche successive al Neolitico, i contenitori necessari alla vita quotidiana, venivano generalmente costruiti con materiali deperibili quali legno, vimini, pelle, ecc. Purtroppo, solo eccezionalmente ed in condizioni territoriali particolari possono essere rinvenuti durante gli scavi oggetti prodotti con questi materiali. Con l’invenzione della ceramica avvenuta nel Neolitico, e grazie alla resistenza di questo tipo di materiale, viene consentito di seguire l’evoluzione, gli scambi, i gusti e le mode degli uomini vissuti in quel periodo. La ceramica costituisce infatti il miglior strumento per riconoscere e suddividere le varie culture neolitiche. Gli insediamenti assumono dimensioni sempre maggiori e divengono più stabili. Per ricavare maggiori porzioni di terreni coltivabili in zone boschive, si procedeva con il disboscamento tramite lRsquo;incendio di una parte di bosco. Le prime piante commestibili coltivate nel Neolitico furono il grano, il miglio, l’orzo e in epoca successiva le fave, i piselli, le lenticchie ed il lino. Inizialmente per la semina si usava praticare dei fori sul terreno utilizzando delle zappe realizzate in pietra o in corno e, successivamente con i primi tipi di rudimentali aratri. Per mietere venivano adoperati dei falcetti composti da un supporto in legno nel quale erano inserite una serie di lamette di selce. I semi ricavati dalla trebbiatura, venivano successivamente frantumati utilizzando macine in pietra e pestelli, divenuti utili indicatori della pratica agricola. Parte del tempo veniva dedicata all’accudimento degli animali, all’edificazione e alla costruzione delle capanne, oppure al confezionamento degli abiti in pelle. La tessitura della lana e delle fibre di lino è testimoniata dal ritrovamento di fusaiole e pesi da telaio, che comparvero solo sul finire del Neolitico. Nello stesso periodo apparirono le asce levigate; esse erano ottenute da ciotoli in pietra verde levigata con sabbia e acqua al fine di ottenere un lato tagliente. La selce con la quale venivano fabbricati gli utensili da taglio proveniva molto spesso da luoghi situati lontano dagli abitati. Ciò fa pensare che molto probabilmente esistevano dei gruppi di cavatori che si dedicavano esclusivamente all’estrazione ed al commercio di questa materia prima. A partire dal V millennio a.C. si sviluppa il commercio dell’ossidiana, un materiale estremamente prezioso in quel periodo e dal quale si ricavavano lame estremamente taglienti. Questo vetro vulcanico veniva estratto da giacimenti presenti solo in poche isole : le Eolie, la Sardegna, l’isola di Pantelleria e Ponza nell’attuale territorio italiano e sull’isola greca di Melos in Egeo. La sua diffusione investe tutta l’Europa preistorica. Con l’analisi delle sue componenti si può risalire alla regione di provenienza e di conseguenza diventa possibile disegnare una mappa degli scambi e dei contatti avvenuti. Durante il Neolitico veniva praticato dalle popolazioni neolitiche mediterranee, il culto di una divinità femminile, il culto della fertilità. Già praticato dalle popolazione del Paleolitico Superiore, stava a simboleggiare la fecondità non solo umana ma anche della terra. Numerose statuette con sembianze femminili e denominate Veneri, sono state rinvenute nella maggior parte dei siti neolitici mediterranei. Mentre nelle epoche precedenti del Paleolitico e del Mesolitico i morti venivano sepolti in posizione supina, nel Neolitico venivano sepolti adagiati su di un fianco, quasi in posizione fetale. Nel Neolitico antico, le sepolture sono prive di corredo funebre e deposte in semplici fosse scavate nel terreno. Nel Neolitico più recente il corpo veniva deposto in una specie di cassa realizzata con lastre di pietra o in una fossa delimitata da pietre disposte in circolo. La struttura degli abitati neolitici mostrano notevoli diversità dovute, oltre che dal tipo di organizzazione socioeconomica dell'insediamento, anche dalle condizioni ambientali e geomorfologiche del sito prescelto. Nell’Italia settentrionale solitamente le comunità erano composte di pochi elementi, mentre nel centro e nel sud erano più numerosi. Solitamente, in pianura venivano scelti i terreni più elevati al fine di permettere un più veloce scorrimento delle acque piovane sia dal centro abitato che dai campi coltivati. Il Neolitico Medio segna la nascita della cultura detta dei Vasi a Bocca Quadrata, intorno al IV millennio a.C., che ha il proprio sviluppo in tutte le regioni dell’Italia settentrionale. Sulla base dei diversi stili e delle decorazioni della ceramica, essa viene suddivisa in tre fasi cronologiche: l’Antica, che presenta decorazioni graffite o leggermente incise; la Media, con decorazione excise con motivi a spirali e meandri; la Finale, con decorazioni impresse e incise. Quest’ultima fase è limitata unicamente all’est della Lombardia, e al Triveneto, mentre le altre regioni settentrionali sono ormai interessate ad una nuova fase culturale detta Cultura della Lagozza. Considerata di provenienza occidentale per via delle affinità con le contemporanee culture sviluppatesi in Francia ed in Svizzera, viene inquadrata cronologicamente nel Neolitico Superiore. I caratteristici vasi in ceramica levigata di colore nero lucido, sono spesso privi di anse e talvolta dotati di prese a tubercoli forati. Làaffermarsi di questa cultura coincide con i primi secoli del III millennio a.C. e la sua durata varia a seconda delle zone di espansione.

2.9 L’ITALIA NELLA PREISTORIA

L’ITALIA NELLA PREISTORIA
Fin dalla preistoria il territorio italiano, favorito dalla sua particolare conformazione geomorfologica, fu meta di gruppi umani provenienti dal continente Africano, che si stanziarono inizialmente sulle isole e nei territori costieri. Nel Paleolitico l'Italia accolse gruppi di cacciatori delle aree interne dell'Europa spinti a Sud dall'espandersi della calotta glaciale. La presenza dell'uomo di Neanderthal è testimoniata dai numerosi ritrovamenti di crani e resti scheletrici avvenuti soprattutto nelle regioni dell'Italia meridionale. Della specie umana Homo sapiens sapiens,risalente al Paleolitico Superiore, sono stati rinvenuti sul territorio italiano un buon numero di reperti funebri; da segnalare i siti delle Grotte dei Balzi Rossi in Liguria, di Savignano in Emilia e le Grotte del Circeo. Nelle ere del Rame, del Bronzo e del Ferro, si assistette ad un susseguirsi di migrazioni e scambi tra il Mediterraneo e l'Oriente.Questi fenomeni erano dovuti alla necessità di reperire metalli che avrebbero comportato la trasformazione delle prime organizzazzioni sociali in vere e proprie civiltà. All'uso della pietra esse avrebbero associato quello degli utensili e delle armi in metallo. Sardegna, Sicilia e Toscana, per la loro posizione geografica e per la presenza sul loro territorio di importanti giacimenti metalliferi, furono le regioni che per prime ospitarono popolazioni specializzate nella lavorazione dei metalli. Molte culture, in seguito riconosciute sulla base dei numerosi ritrovamenti di reperti, delle sepolture e del tipo di insediamento, ci forniscono un quadro preciso di quella che doveva essere la geografia dell'Italia preistorica nel periodo compreso tra il Mesolitico e l'età del Ferro. A questo periodo risalgono le importanti incisioni su roccia rinvenute nella Valle delle Meraviglie, sulle Alpi Marittime, e quelle ancora più famose scoperte nella bassa Valcamonica in provincia di Brescia che rappresentano scene di caccia, di combattimento di vita sociale, che nel loro complesso rappresentano uno spaccato di quella che doveva essere la vita quotidiana nell'era protostorica. Tra le civiltà che si svilupparono sul suolo italiano nel periodo preistorico,I Terramaricoli dell'Emilia rappresentano una delle culture più conosciute della tarda età del Bronzo ed erano così definiti poichè costruivano i propri villaggi lungo i corsi d'acqua o in prossimità di aree paludose proteggendoli con argini di legno.Essi svilupparono particolari tecniche per la lavorazione dei metalli, divenendo in breve abilissimi nell'arte di forgiare spade e utensili. Un buon numero di questi oggetti sono stati rinvenuti nel corso di scavi nelle zone dove si presumeva fossero ubicati i loro villaggi. Nella parte nord-occidentale dell'Italia si sviluppò la cultura dei castellieri, che prevedeva la costruzione di villaggi fortificati protetti da più cinte murarie e posti sulla cima di colline per renderli ancor più difendibili. Sempre alla seconda metà del secondo millennio apparteneva la civiltà dei nuraghe che si sviluppò in Sardegna e la cui principale caratteristica era la forma conica delle case-torri costruite in grossi blocchi di pietra sovrapposti delle quali erano composti gli insediamenti e il popolo non indo-europeo dei Liguri, che si stanziò nel Nord-Ovest della penisola e dei quali si hanno poche notizie.

2.10 HOMO SAPIENS SAPIENS

HOMO SAPIENS SAPIENS
La diffusione dell’Homo sapiens sapiens viene generalmente collegata al Paleolitico Superiore. Originario del continente africano inizierà la propria emigrazione nei continenti europeo ed asiatico all’incirca 35.000 anni fa. In circa 10.000 anni riuscirà ad occuppare i territori fino ad allora abitati dall’Uomo di Neanderthal e arriverà a sovrastarlo per intelligenza e per la sua maggior capacità nel produrre e commerciare utensili. Fisicamente più alto ma meno robusto degli uomini di Neanderthal, risulterà comunque più adatto a sopportare il nuovo clima pre-postglaciale e in Europa verrà conosciuto come Homo di Cro-Magnon. Questo appellativo gli proviene dal ritrovamento nell’omonima località francese di cinque scheletri ben conservati appartenenti ad altrettanti individui della specie. Alto, atletico ed abituato a sopportare la fatica, aveva un cranio dolicocefalo con volta appiattita e fronte piuttosto alta ed una capacità cranica di medie dimensioni. Il viso risulta essere largo con orbite oculari piuttosto basse ed un naso alto di forma stretta e prominente.Oltre al ritrovamento dei reperti ossei, furono rinvenute nello stesso luogo diverse conchiglie perforate utilizzate molto probabilmente come oggetti ornamentali. I reperti ossei e gli oggetti rinvenuti nello scavo risalirebbero con ogni probabilità a circa 25.000 anni fa. L’Homo di Cro-Magnon viveva in gruppi tribali composti a volte da più di 40 individui, riuscendo in questo modo a risparmiare maggiori energie durante le battute di caccia, dedicandosi in tal modo alla produzione di utensili, al commercio e alle espressioni figurative sia artistiche che rituali, cercando aiuto e collaborazione all’interno della tribù di appartenenza creando così uno dei primissimi sistemi di socialità autoprotettiva. I maggiori esempi di espressione figurativa sono riscontrabili nei siti di Perigord, Brassempouy e Lespugue in Francia, anche se le opere pi&ùgrave; interessanti sono situate nelle grotte di Lascaux in territorio francese e ad Altamira in Spagna. La grotta di Lascaux in Dordogna venne scoperta nel 1940 ed è formata da più ambienti. Essa è ricoperta da figure rappresentanti animali incisi e dipinti con colori piuttosto vivaci per scopi magico-rituali. La grotta di Altamira, nella provincia spagnola di Santander, è stata scoperta nel 1868 ma solo nel 1875 iniziarono i lavori di studio al suo interno. I dipinti, in ocra rossa e nera, rappresentano animali in movimento o raffigurati in un momento di riposo. Come scritto in precedenza, l’Homo sapiens sapiens si era specializzato nella costruzione di utensili microlitici, in osso, oppure in denti e zanne di animali. Il nutrimento consisteva principalmente in cacciagione e frutta selvatica. Solo più tardi fecero la loro comparsa le prime coltivazioni cerealicole nella valle del Nilo (circa 16.000 anni fa).

2.11 ’UOMO DI NEANDERTHAL

L’UOMO DI NEANDERTHAL
La vicenda dell’Uomo di Neanderthal si svolse tra 200.000 e 40.000 anni fa nel periodo detto Paleolitico Medio. Questa specie umana rappresentava un’evoluzione dell’Homo Heidelbergensis e le sue attività principali erano rappresentate dalla caccia e dalla pesca. Nel 1856 in una cava situata nei pressi di Feldhofer, località della valle di Neander in Germania, Johann Fuhlrott rinvenne dei resti che permisero di riconoscere quello che poi sarebbe divenuto l’Uomo di Neanderthal. Questi resti comprendevano la parte superiore del cranio, una parte dell’osso pelvico, ossa, costole e alcune ossa delle braccia e delle spalle. Altri ritrovamenti si ebbero in anni successivi in diverse zone dell’Europa: nel 1886 in Belgio Marcel de Puydt e Max Lohest rinvennero due scheletri risalenti a circa 60.000 anni prima; nel 1908 nei pressi di La-Chapelle-aux-Saints, Jean Bouyssonie rinvenne i resti scheletrici di un uomo anziano risalente a 50.000 anni prima. Altri ritrovamenti importanti avvennero nel secondo dopoguerra. Il più rilevante nella cava di Shanidar in Iraq dove, tra il 1953 ed il 1960 vennero rinvenuti 9 scheletri appartenenti a uomini di Neanderthal vissuti tra i 70.000 ed i 40.000 anni prima della scoperta. Nel 1979 nel villaggio francese di Saint-Cesaire venne scoperto uno scheletro integro risalente a circa 35.000 anni fa che permise agli studiosi di approfondire la conoscenza di questa specie umana. Nel 1868 in Francia, alcuni operai impegnati in lavori di scavo rinvennero a Cro-Magnon dei resti umani appartenenti ad un uomo vissuto 28.000 anni prima. Fu così che venne scoperto il più antico progenitore della nostra specie: l’Homo Sapiens. Questa nuova specie di uomini originari dell’Africa si stabilirono in Europa scacciando gli ultimi Neanderthal verso la penisola iberica. Lo scontro tra le due diverse culture, portò inevitabilmente all’estinzione dell’Uomo di Neanderthal. La differenza principale tra le due specie era che, mentre i Nenderthal erano ancora legati principalmente alle attività di sussistenza quali la caccia e la pesca, l’Homo Sapiens sviluppò altre attività complementari quali il commercio, la costruzione di utensili e l’arte che si esprimeva in graffiti rupestri.

2.12 SULLE TRACCE DEI CACCIATORI VISSUTI 30.000 ANNI FA: INIZIATI GLI SCAVI ARCHEOLOGICI ALLA CAVERNA DELLE ARENE CANDIDE DI FINALE LIGURE

SULLE TRACCE DEI CACCIATORI VISSUTI 30.000 ANNI FA: INIZIATI GLI SCAVI ARCHEOLOGICI ALLA CAVERNA DELLE ARENE CANDIDE DI FINALE LIGURE (SAVONA)
Un gruppo di archeologi sta cercando a Finale Ligure le tracce delle popolazioni di cacciatori che abitarono - 30000 anni fa - la Caverna delle Arene Candide, uno dei più rilevanti siti archeologici preistorici dell’area Mediterranea.
Le ricerche sono condotte dalla McGill University di Montreal (Quebec, Canada) e rappresentano il primo tassello del Programma Integrato di Conoscenza e Fruizione “La Caverna delle Arene Candide”, promosso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, attraverso la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Liguria.
La Caverna delle Arene Candide è al centro di un ampio progetto di valorizzazione che nel giro di pochi anni ne permetterà l’apertura al pubblico, oltre alla realizzazione di un centro di studio e di un parco archeologico nell’area dell’ex cava Ghigliazza, interessata da una vasta operazione di recupero urbanistico.
L’equipe canadese è guidata dal prof. Julien Riel-Salvatore, affermato ricercatore noto a livello internazionale per le sue indagini sui rapporti culturali e antropologici tra l’Uomo di Neandertal e l’Uomo sapiens, la specie a cui noi tutti apparteniamo.
Le ricerche si svolgono grazie ad un finanziamento del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, al supporto logistico offerto dal Comune di Finale Ligure e al sostegno della Freddy Spa (Sponsor e Fornitore Ufficiale della Squadra Olimpica Italiana ai Giochi di Pechino 2008).
Archeologi e antropologi opereranno dalla metà di luglio, per circa due mesi, nella porzione sud orientale della caverna, in quella stessa area dove, ormai più di sessanta anni fa, si svolsero alcuni scavi diretti da Luigi Bernabò Brea (primo Soprintendente Archeologo della Liguria) e Luigi Cardini (membro dell’Istituto Italiano di Paleontologia Umana), che portarono alla ribalta internazionale questo sito archeologico. Le precedenti ricerche dimostrarono come la Caverna delle Arene Candide conservi al suo interno la più articolata e completa stratigrafia, ossia una sequenza di livelli di terreno, che contiene preziosi ed eccezionali indizi sull’avvicendarsi delle culture umane tra le ultime fasi del Paleolitico superiore (26.000 a.C.) e l’epoca bizantina (VII secolo d.C.).
Lo scavo archeologico riprenderà dal punto abbandonato dai precedenti ricercatori. Si può valutare che meno del 20% del terreno contenente testimonianze del Paleolitico sia stato ad oggi esplorato. Obiettivo delle nuove indagini scientifiche, assai evolutesi in questi decenni, è quello di verificare alcuni dati pregressi e soprattutto di scendere oltre quei 7 metri di profondità da dove, nel maggio del 1942, tornò alla luce la ormai celebre sepoltura di un cacciatore del Paleolitico, ribattezzata “Giovane Principe” per la ricchezza degli oggetti deposti nella tomba. Questa sepoltura, con il corpo adagiato su un “letto” di ocra rossa, minerale ferroso usato come colorante, è uno dei più affascinanti ritrovamenti dell’archeologia moderna, che ci restituisce una suggestiva immagine della ritualità delle genti del Paleolitico.
“Se teniamo presente - afferma Roberto Maggi, archeologo direttore del Programma Integrato di Conoscenza e Fruizione «La Caverna delle Arene Candide» - che gli scavi non hanno mai raggiunto il fondo della caverna, ma che da alcune prospezioni geoelettriche sappiamo che la sua massima profondità è alcuni metri più in basso di quella raggiunta con la scoperta della sepoltura del principe, è altamente probabile che si conservino intatti gli strati che contengono tracce del passaggio/sostituzione fra l’Uomo di Neandertal e la nostra specie, avvenuto attorno a 35000 anni fa”.
Questo uno dei quesiti a cui cercherà di rispondere l’equipe canadese durante l’estate 2008, trovandosi ad affrontare una sfida scientifica importante e che sicuramente riserverà sorprese, considerato che dalla Caverna delle Arene Candide provengono ben 19 sepolture paleolitiche, esposte nel Museo di Archeologia Ligure di Genova e nel Museo Archeologico del Finale, che costituiscono uno dei più consistenti complessi funerari paleolitici ad oggi noto al mondo.
Il Paleolitico, in Liguria, copre un arco di tempo molto ampio, da circa 400 mila a 10 mila anni fa. Poche aree italiane hanno fornito, come il Finalese, tante testimonianze delle diverse specie umane (Homo erectus, Homo neandertalensis, Homo sapiens), dedite alla caccia e alla raccolta di vegetali spontanei e frutti, vissute in Europa durante tale epoca. Le numerose caverne nel territorio di Finale Ligure hanno ben documentato i cambiamenti climatici e del paesaggio in epoche così remote, i modi di vita di queste genti, la lenta evoluzione della tecnica di scheggiatura della pietra, che queste popolazioni impiegarono per la realizzazione di strumenti indispensabili per le attività quotidiane e la sopravvivenza.
 
Andrea De Pascale
Addetto Stampa - Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Liguria
Programma Integrato di Conoscenza e Fruizione "La Caverna delle Arene Candide"

3 Longobardi

3.1 I LONGOBARDI

I LONGOBARDI
Nel 568 i Longobardi di re Alboino, attirati dalle terre ferili e dal clima mite, approfittando della debole situazione politica dell’Italia, abbandonarono la Pannonia nella quale erano stanziati e scesero nella penisola.Essi occuparono gran parte dell’Italia settentrionale, seminando il panico tra le popolazioni del Veneto, alcune delle quali trovarono un rifugio sicuro tra le isole della laguna, dove fondarono Venezia. Dopo aver conquistato Milano, essi si diressero verso Pavia, che dopo un assedio durato tre anni si arrese. Successivamente si sparsero nel centro e nel mezzogiorno della penisola. Non disponendo di una flotta, i Longobardi non furono in grado di togliere ai Bizantini i centri che potevano essere difesi per mare come Napoli, Roma e Ravenna. Venne così a crearsi quella divisione politica dell’Italia, che sarebbe poi durata fino al XIX secolo. Ai Bizantini rimasero le coste del Veneto, della Liguria e della Toscana, la città di Ravenna, che era anche la sede dell’esarca bizantino, in pratica il governatore della provincia imperiale italica, la Pentapoli composta dalle città di Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia e Ancona, i ducati di Roma e Napoli, le Puglie, la Calabria e le tre isole maggiori: Sicilia, Sardegna e Corsica. I territori italiani in possesso dei Longobardi presero il nome di Longobardia, contrapposta alla Romania, composta da tutti i territori della penisola in possesso dell’Impero Romano d’Oriente. Dall’888 con Longobardia venne intesa la sola regione comprendente Milano, che divenne in epoca più recente trasformato nel nome attuale di Lombardia. I Longobardi elessero a loro capitale Pavia e divisero i territori conquistati in ducati dotati di una certa autonomia per quanto riguardava la difesa, la giustizia e l’amministrazione. Alla morte di re Alboino, i duchi si resero totalmente indipendenti ed elessero alcuni re. Questo periodo di anarchia durò circa dieci anni durante i quali si succedettero disordini, rappresaglie e ruberie. Tutto questo cessò con il ritorno ad una monarchia stabile; il nuovo re, Autari, governò dal 584 al 590, riuscendo a domare le rivolte dei duchi e ristabilì l’ordine e cercò di creare rapporti pacifici tra Longobardi e Romani. Come già altre popolazioni barbariche che dominarono in precedenza l’Italia, anch’essi tennero per se stessi l’uso delle armi ed il governo dello Stato, ma concessero ai Romani l’amministrazione della giustizia secondo il codice di Giustiniano. Un ulteriore avvicinamento tra i due popoli avvenne per merito della vedova di Autari, la regina Teodolinda, che essendo cattolica, con l’aiuto del papa Gregorio I Magno, riuscì a convertire al cattolicesimo una parte dei Longobardi.

3.2 IL REGNO DEI LONGOBARDI

IL REGNO DEI LONGOBARDI
Nel VII e VIII secolo, il territorio del Regno Longobardo in Italia era diviso in ducati, ognuno dei quali era un vero e proprio Stato, i cui duchi riconoscevano di malavoglia l’autorità del re. Quest’ultimo risiedeva nella capitale Pavia, dalla quale controllava l’operato dei duchi per mezzo dei gasindi, uomini di fiducia del re che amministravano le terre di proprietà della Corona situate all’interno dei ducati. I Longobardi riconoscevano l’autorità ed il potere centrale esercitato dal loro re, rappresentando quindi un progresso rispetto alla tradizione barbarica che prevedeva un potere suddiviso tra diversi capi. L’organizzazione sociale si basava su tre classi: gli Arimanni composta esclusivamente da Longobardi; gli Aldii, cittadini Italiani semiliberi, in buona parte coloni e coltivatori, che pur godendo di una certa libertà, erano sottoposti alla tutela dei proprietari terrieri e non potevano abbandonare la terra che coltivavano. Gli schiavi, che rappresentavano la parte meno numerosa della popolazione erano addetti ai lavori artigianali e agricoli. Le città rispetto al periodo imperiale, si presentavano spopolate e ancora cinte dalle vecchie mura edificate dai romani, riadattate e intervallate da torri rotondeggianti di fattura barbarica. Le vie al loro interno si presentavano mal tenute e gli edifici miseri e cadenti che davano un’idea del tipo di cambiamento avvenuto nelle strutture della società. Del fiorente commercio del passato non era rimasto quasi nulla, mentre un ridotto numero di botteghe artigiane producevano dei modesti manufatti. Pochi mercanti bizantini e siriani offrivano i propri preziosi prodotti direttamente presso le case dei nobili e dei potenti. Dificilmente la popolazione delle città superava i 5.000 abitanti, mentre una buona parte del terreno all’interno delle mura era occupato da orti, campi e a volte, addirittura da boschetti sorti dove in precedenza si trovavano case diroccate e non più ricostruite. Da questi terreni, la popolazione ricavava cereali ed ortaggi per il proprio sostentamento. Soltanto i re e gli alti funzionari dell’amministrazione civile e religiosa avevano la propria residenza all’interno di solidi edifici risalenti al periodo imperiale; tutte le altre abitazioni erano costituite da baracche di legno sprovviste di finestre e nelle quali la luce arrivava solo dalla porta; erano arredate in modo molto essenziale, con poco vasellame di terracotta, rame o corno adatto a contenere cibi o bevande; i letti erano costituiti da giacigli di paglia ricoperti di pelli; alle pareti erano appesi gli attrezzi da lavoro e le armi. I mobili così come li intendiamo noi erano praticamente inesistenti se si escludono un tavolo e alcuni sgabelli. Nelle case della nobiltà longobarda era possibile trovare sedie di metallo sia fisse che pieghevoli, lunghi tavoli per i banchetti e grandi forzieri e scrigni utilizzati per la custodia degli oggetti preziosi. Nei cortili venivano allevati soprattutto i maiali, che spesso erano incrociati con i cinghiali; la carne suina rappresentava una voce importante nel pasto dei Longobardi, che peraltro era essenzialmente vegetariano, comprendente pappe preparate con cereali e fave, mentre ridotto era il consumo di pane. Nelle proprie abitazioni essi erano soliti tenere un mastello nel quale, mediante la macerazione e la fermentazione dell’orzo, veniva preparata la birra. Il vino, a causa delle troppe cure richieste dai vigneti e dalle cantine, era diventato una bevanda alquanto rara e riservata solo alle classi più agiate. Come abbigliamento i Longobardi prediligevano delle vesti di pelli conciate o realizzate in panno di lana ruvida con colori vivaci e a forma di tunica, che coprivano appena le ginocchia lasciando libere le braccia, ricoperte da maniche di lino o canapa; le gambe erano protette con delle gambiere di lana mentre ai piedi portavano dei bassi stivali leggeri. Il loro abbigliamento veniva completato da un copricapo tondo o di forma conica e da una cintura di cuoio molto robusta. Gli italiani vestivano invece comode vesti di canapa o lino, addatte per svolgere lavori manuali e completate da un indumento molto simile ai calzoni già in uso presso altri popoli stanziati in Gallia ed in Britannia. L’abbigliamento dei nobili e dei grandi proprietari terrieri sia Longobardi che italiani era del tutto simile e ricordava molto da vicino le toghe e le tuniche in uso presso i Romani. Nelle campagne, che l’incuria aveva trasformato in aree boscose e paluduse, sorgevano i villaggi rurali detti anche curtes, ossia centri dove risiedevano i grandi proprietari terrieri, aroccati in edifici fortificati, ed un certo numero di italiani addetti ai lavori agricoli. Gli appezzamenti circostanti la curtis, costituivano la parte dei terreni gestita direttamente dal padrone o pars dominica; mentre i mansi, vale a dire la parte periferica della curtis, era data in gestione, previo pagamento, agli Aldii semiliberi. Le curtes erano nuclei economici autosufficienti, dove si produceva tutto ciò che era necessario al sostentamento della comunità, sia dal punto di vista alimentare che artigianale; del resto rapporti commerciali a lungo raggio non erano più possibili, da quando era stato reintrodotto il baratto come sistema di scambio. A complicare ulteriormente le cose era la mancanza di strade percorribili, dato che le comode strade costruite al tempo dell’Impero Romano erano andate pressochè distrutte nel corso degli eventi bellici e non più riparate; le poche ancora esistenti erano infestate di ladroni, che non disdegnavano l’omicidio per impossessarsi degli oggetti delle proprie vittime. Nei punti stategici e agli sbocchi delle vallate alpine e appenniniche, erano stati edificati dei castelli, dai quali una guarnigione permanente sorvegliava attentamente i passaggi. Fra questi sono da ricordare per la particolare importanza il castello di Lomello, situato tra la Sesia, il Ticino ed il Po; quello di Seprio nell’alta Brianza e le Chiuse di Susa, che sbarravano la strada a chi proveniva dal Regno dei Franchi. L’economia del Regno Longobardo era quindi essenzialmente agricola e pastorale dato il declino delle città e di conseguenza delle attività industriali e artigianali, che cessarono quasi totalmente togliendo un’importante voce economica fornita dal commercio. Il centro di quest’economia agricola erano le curtis, dove in un piccolo territorio veniva prodotto tutto ciò che serviva alle più elementari neccessità della comunità. Questa forma di produzione rimarrà invariata fino all’età comunale. Dalle curtes si distinguono i monasteri benedettini, ognuno dei quali rappresenta un centro di intensa attività economica, svolgendo un’importante funzione culturale. I monaci grazie alla loro intelligenza derivata dalla lettura delle opere degli autori classici e dalla propria capacità tecnica, affinata da varie sperimentazioni, furono infatti in grado di consentire agli abitanti delle zone circostanti i monasteri di attuare notevoli progressi nel campo dell’agricoltura, della zootecnia e delle bonifiche dei terreni paludosi. Le superstiti corporazioni artigianali ancora operanti nelle città, riuscivano a fabbricare gioielli di pregiatissima fattura nella quale si rilevava il gusto barbarico per i motivi ornamentali di forma geometrica e di vari colori, ottenuti tramite il sapiente utilizzo di pietre dure e smalti. Viene inoltre mantenuta la raffinata tradizione romano-bizantina nei bellissimi pezzi figurati, come quelli ancora conservati nel Duomo di Monza. Nell’architettura si sviluppa la costruzione a forma di torrione esagonale oppure circolare, adottata per esigenze difensive e per gli edifici religiosi come cappelle e battisteri. Questo tipo di costruzione assicurava una grande semplicità strutturale, che eliminava ogni problema tecnico. La cultura nel Regno Longobardo non scomparve: si imbarbarì negli interessi e nella lingua quella di tradizione romana, mentre quella barbarica si arricchì di elementi latini: questo accostamento tra due culture così diverse tra loro porterà col tempo alla nascita di una nuova cultura. Mentre a Roma e nei monasteri si studiano interessi culturali indirizzati verso la religione, nelle città, sopravvive una cultura improntata al laicismo, prevalentemente giuridica e il cui esempio più lampante è costituito dall’Editto di Rotari.

3.3 DA ROTARI ALLA CADUTA DEL REGNO LONGOBARDO

DA ROTARI ALLA CADUTA DEL REGNO LONGOBARDO
Alla morte di re Alboino nella penisola si verificò un nuovo periodo di disordini causati dalle continue ribellioni dei duchi Longobardi i quali, rimasti nella maggior parte dei casi seguaci della dottrina ariana, usavano la differenza di religione per opporsi alla monarchia, ormai sempre più apertamente cattolica. Approfittando della confusione che era venuta a crearsi, altri popoli barbari scesero in Italia con l’intenzione di saccheggiarla. Nel 636, venne eletto re Rotari, un ariano che con molta energia riportò il paese alla normalità, combattendo i duchi riottosi e imponendo ai propri sudditi un governo regolato da una legge scritta contenuta in un editto che rappresentò un progresso nella civilizzazione del popolo longobardo. Anche se ispirato alle consuetudini delle tribù germaniche, ` chiara in esso l’influenza della dottrina cristiana, del diritto romano e del rispetto per le usanze dei vinti. Per essere meglio compreso, l’editto di Rotari fu scritto in latino, segno questo che gli invasori avevano adottato, o quanto meno capivano la lingua dei vinti. Nel 712, il nuovo re Liutprando cattolico e molto religioso, riprese la lotta contro i Bizantini con l’intento di completare la conquista dell’Intera penisola Italica. Per raggiungere il proprio scopo cercò l’appoggio della Chiesa intervenendo in favore del papa Gregorio II in un contrasto tra questi e l’Imperatore d’Oriente, che aveva proibito in tutti i suoi domini, compresi quelli italiani, il culto delle immagini sacre, ordinandone la distruzione. Per aiutarlo Liutprando iniziò una guerra contro i Bizantini in Italia, che in breve tempo lo portarono alla conquista dell’ esercato e della Pentapoli, spingendosi fino al Lazio dove si impossessò della città di Sutri. Il papa diffidò di questo aiuto insperato, valutandolo come non proprio disinteressato; trattò quindi con Liutprando, che a seguito di questo incontro decise di abbandonare i territori fino ad allora conquistati, donando alla Chiesa la città di Sutri. Questa donazione riveste un’importanza particolare per via delle sue conseguenze future: essa diede infatti al pontefice il possesso di una regione che, assommata alle terre appartenenti al patrimonio della Chiesa, formò il nucleo principale da cui si originò il potere temporale del papato. Il successore di Liutprando, Astolfo, governò il regno Longobardo dal 749 al 756 tentò di completare l’opera del suo predecessore, perseguendo una politica volta alla completa conquista dell’Italia. Occupati l’esarcato, ed il ducato di Spoleto in Umbria; minacciò quindi il ducato di Roma, dove l’autorità del duca era stata da tempo soppiantata da quella del papa. Per difendersi dall’aggressione, questi si appellò al re dei Franchi, che di recente avevano consolidato il proprio regno in Gallia e, guidati da Carlo Martello, avevano difeso l’esercito cristiano contro gli Arabi, sconfiggendoli nel 732 nella battaglia di Poitiers. Il re dei Franchi, Pipino il Breve, accolse la richiesta di aiuto del papa e sceso in Italia, assediò la capitale dei Longobardi, Pavia. A questo punto, Astolfo raggiunse un accordo con Pipino il Breve impegnandosi a restituire tutti i territori conquistati. Non avendo poi rispettato il patto, costrinse il papa a richiedere nuovamente l’aiuto dei Franchi. Questa volta Pipino il Breve sconfisse Astolfo e donò alla Chiesa tutti i territori che il re longobardo non aveva abbandonato in base all’accordo. Venne così a formarsi lo Stato della Chiesa protetto dal regno di Francia e comprendente una parte dell’esarcato, la Pentapoli e il Lazio.Poco tempo dopo Astolfo morì lasciando il regno a Desiderio. Questi inizialmente mantenne normali relazioni con il papa, ma nello stesso tempo tentò di togliere al pontefice l’appoggio dei Franchi intessendo rapporti di amicizia con essi; proprio per questo motivo Desiderio diede in sposa la figlia Ermengarda ad uno dei figli di Pipino il Breve, Carlo, il futuro Carlo Magno Imperatore del Sacro Romano Impero. Approfittando di problemi sorti fra Carlo ed il fratello Carlomanno, Desiderio, sicuro che i due troppo impegnati a risolvere i loro problemi non sarebbero accorsi in aiuto al papa, mosse con il suo esercito alla volta di Roma. A questo punto Carlo le inviò un ultimatum che venne respinto; si venne quindi allo scontro armato nel corso del quale Desiderio, inferiore all’avversrio come numero di soldati venne duramente sconfitto alle Chiuse di Susa; costretto a ritirarsi riparò a Pavia mentre suo figlio Adelchi preferì ritirarsi a Verona, da dove poi fuggì alla volta di Costantinopoli. Per il re Desiderio, ciò non fu possibile e al momento della caduta di Pavia, venne fatto prigioniero e condotto in Francia dove morì. La sconfitta di Desiderio e la caduta di Pavia, coincisero anche con la cessazione del regno Longobardo in Italia.

4 Crociate

4.1 LA PRIMA CROCIATA

LA PRIMA CROCIATA
La Prima Crociata venne indetta da papa Urbano II, a conclusione del Concilio di Clermont, allo scopo di portare aiuto alla Chiesa d’Oriente preoccupata dall’insediamento nell’area dei Turchi selgiuchidi. Nel 1085 era infatti caduta la città di Antiochia, mentre una grande componente selgiuchide si stabilì a Nicea. L’intento di questa crociata era di riprendere il controllo di Gerusalemme, del Santo Sepolcro e di tutta la Terra Santa, allentando nel contempo la pressione turca sull’Impero Bizantino. Dopo la richiesta d’aiuto dell’Imperatore Alessio, avvenuta nel mese di marzo del 1095 nel corso del Concilio di Piacenza, al papa premeva molto di più trovare una via di ricongiungimento tra la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente, che dal 1054 erano divise da uno scisma, che al momento sembrava ancora sanabile. Quello che il papa non capì fu che Alessio non richiedeva nè l’invio di eserciti e nè una crociata, ma solo dei mercenari disposti a difendere Costantinopoli e riconquistare i territori bizantini perduti. La città di Gerusalemme, dominio musulmano fin dal 638, per l’imperatore era meno importante di Antiochia, baluardo con funzione antisiriana. Il papa per invogliare i fedeli a partecipare alla spedizione, promise la remissione dei peccati, cosa che avvenne anche in Spagna per la Reconquista, e usò toni propagandistici estremamente accesi, accusando i musulmani delle più efferate crudeltà ai danni dei Cristiani. Nella visione di papa Urbano II i soldati non avrebbero dovuto fungere da scorta armata ai pellegrini che si recavano in Terra Santa, ma avrebbero dovuto essere pellegrini essi stessi. Egli cercò di dissuadere in ogni modo i chierici, le donne, i poveri e gli ammalati a mettersi in viaggio, ma con scarsi risultati. Il papa pensava più che altro ad una spedizione composta e guidata dai signori feudali europei, ma l’entusiasmo che si era diffuso tra l’opinione pubblica fu tale, che i primi a muoversi furono proprio le classi meno adatte per affrontare un’operazione del genere. Questa miscellanea di individui si raccolse intorno ai vari predicatori e cavalieri. Dei primi ebbero grande seguito Pietro l’Eremita e Roberto d’Arbrisel, mentre per i cavalieri i maggiori consensi furono per Gualtiero Senza Averi

4.2 LA CROCIATA DI PIETRO L’EREMITA E GUALTIERO SENZA AVERI

LA CROCIATA DI PIETRO L’EREMITA E GUALTIERO SENZA AVERI
Pietro d’Amiens, detto l’Eremita per il fatto che era solito girare coperto di stracci ed in groppa ad un asino, era un predicatore popolare. Fu un personaggio carismatico ed esercitò una forte influenza sulle folle. Con un grosso seguito di Francesi giunse a Colonia dove cercò di convincere qualcuno dei nobili locali ad unirsi alla sua spedizione in Terra Santa. Nel frattempo Gualtiero Senza Averi alla testa di un gruppo composto da contadini e cavalieri privi di sostegno economico partì per Costantinopoli subito dopo Pasqua. Nel marzo del 1096, in anticipo rispetto alla data decisa dal papa, una miscellanea di genti si mise in viaggio al seguito di Pietro l’Eremita, giungendo a Costantinopoli il primo di agosto dello stesso anno. L’8 agosto le forze congiunte di Pietro e Gualtiero vennero trasferite su ordine dell’Imperatore Alessio I, in Asia Minore. Stabilita la base nel campo di Kibotos, alcune migliaia di Francesi si spostarono verso la metà di settembre sotto Nicea per attaccare le forze dei Turchi Selgiuchidi di Rum ed il loro sultano Kilij Arslan ibn Sulayman. Nel compiere questa manovra, le forze di Pietro e Gualtiero, si abbandonarono al saccheggio del territorio circostante, totalmente di proprietà cristiana, trucidando molti correligionari ivi residenti. Il castello di Xerigordon venne facilmente conquistato, ma le truppe cristiane, il 29 settembre, da assedianti divennero assediate. Alla morte per fame e disidratazione, scamparono solo coloro che decisero di convertirsi all’Islam. Tutti gli altri vennero uccisi o finirono venduti come schiavi. Quando giunse la notizia di quanto era successo, dal campo base di Kibotos le restanti truppe crociate, nonostante il parere contrario di Gualtiero si misero in marcia verso i Turchi. Il 21 ottobre, i 20.000 Crociati caddero nelle imboscate tese loro dal sultano selgiuchide; fu una enorme strage ed i pochi superstiti vennero tratti in salvo dalle truppe bizantine, che costrinsero i selgiuchidi a tornare alle basi di partenza.

4.3 PRIMA CROCIATA: LA CROCIATA DEI NOBILI

PRIMA CROCIATA: LA CROCIATA DEI NOBILI
La Crociata dei Nobili riuscì a stabilire gli Stati Crociati di Edessa, Antiochia, Gerusalemme e Tripoli in Palestina e Siria. A quest’impresa, che venne affidata dal papa alla guida spirituale di Ademaro di Monteil, il vescovo di Le Puy, aderirono i più famosi nomi dell’aristocrazia feudale europea: Ugo di Vermandois, figlio minore di Enrico I di Francia e fratello di Filippo I re di Francia; il conte Roberto di Fiandra; il duca di Normandia Roberto II, figlio di Guglielmo il Conquistatore; Stefano di Blois, cognato di Roberto II di Normandia; il conte di Tolosa Raimondo di Saint Gilles; Goffredo di Buglione duca della Bassa Lorena e vassallo dell’imperatore germanico Enrico IV; i due fratelli di Goffredo Baldovino di Boulogne e Eustachio III duca di Boulogne; infine Boemondo di Taranto, figlio di Roberto il Guiscardo. Ugo di Vermandois partì verso la metà di agosto del 1096. Si imbarcò dal porto di Bari alla volta di Durazzo, in Albania, con lo scopo di raggiungere Costantinopoli utilizzando l’antica via Egnatia; per sua sfortuna, le navi che componevano la sua flotta incapparono in una forte burrasca che le disperse. Raccolto dai saldati dell’Imperatore Alessio I Comneno, venne condotto nella capitale dell’Impero Bizantinodove venne considerato come ospite, ma allo stesso tempo posto sotto una discreta sorveglianza. Goffredo di Buglione seguì la strada percorsa da Pietro l’Eremita e fu il secondo del Gruppo di illustri uomini di potere a giungere a Costantinopoli, dove si accampò sotto le mura della città. Qui si segnalarono alcune tensioni tra i suoi uomini e i soldati dell’Imperatore, che veniva accusato di tenere in prigionia Ugo di Vermandois. Boemondo di Taranto arrivò ad aprile. Acerrimo nemico dell’imperatore bizantino, non si era fatto crociato solo per devozione: egli era infatti un uomo forte, ambizioso e soprattutto frustrato. Il padre, Roberto il Giuscardo, le aveva preferito nella successione al trono il fratellastro Ruggero Borsa. Boemondo ambiva quindi ad ottenere vantaggi territoriali a scapito dell’Imperatore, sul quale aveva già ottenuto in precedenza una vittoria. Conscio di essere indispensabile allo sforzo comune, per rassicurare Alessio I evitò che le sue truppe si lasciassero andare al saccheggio di città o villaggi bizantini. Raimondo di Saint-Gilles era uno dei signori più potenti che presero parte alla spedizione. Possedeva infatti una dozzina di contee; partecipò anche alla guerra di Reconquista spagnola, tanto che il papa Urbano II, già prima del Concilio di Clermont, vide in lui la persona più adatta a guidare la crociata. In autunno, lasciato il governo delle proprie terre al figlio, egli partì e attraversando l’Italia settentrionale e la costa dalmata, raggiunse la frontiera con l’Impero Bizantino, dove venne preso in consegna dalle truppe bizantine che lo scortarono a Costantinopoli. Roberto di Normandia, Roberto di Fiandra e Stefano di Blois lasciarono le proprie terre nell’autunno del 1096 e percorrendo la via Egnatia, raggiunsero Costantinopoli tra l’aprile ed il maggio del 1097. Quando tutti furono giunti nella capitale bizantina, Alessio I chiese ad ognuno di loro un giuramento di vassallaggio che impegnava ognuno ciascuno di essi a restituire i territori riconquistati all’Impero bizantino. Tutti, a modo loro e con diverse modalità sottoscrissero il giuramento di fedeltà all’Imperatore. Il 21 maggio 1097 i Crociati sconfissero Kilij Arslan I, conquistando Nicea, la sua capitale. A Dorylaeum e ad Heraclea, essi ottennero altre due importanti vittorie penetrando quindi in Siria, dove diressero verso Tarso e le Porte Cilicie. Nel frattempo un distaccamento guidato da Baldovino e Tancredi d’Altavilla, si diresse verso Edessa, governata a quel tempo dall’armeno Theodorus. Questi accolse benevolmente Baldovino, e non avendo eredi maschi lo adottò. Nel marzo del 1098, Theodorus morì nel corso di una congiura tramata ai suoi danni, pare dallo stesso Baldovino. Tradendo il giuramento di vassallaggio fatto all’Imperatore bizantino, egli rifiuterà di riconsegnare la città ad Alessio I tenendola per sè come come personale contea. Il grosso dell’esercito cristiano era intanto impegnato ad assediare Antiochia, che venne conquistata dopo sette mesi da Boemondo, grazie al tradimento di un Armeno musulmano. In seguito lo stesso Boemondo annientò le forze inviate dall’atabeg di Mossul e fece massacrare tutti i Turchi che si trovavano nella città conquistata, salvo un esiguo gruppo che trovò rifugio nella cittadella. Anche Boemondo, come in precedenza Baldovino, venne meno al giuramento vassallatico, ed eresse Antiochia ed il suo contado in proprio principato. Pochi mesi dopo la morte di Ademaro di Le Puy (1 agosto 1098), l’uomo che il papa aveva indicato come tramite tra i nobili cristiani e l’Imperatore di Costantinopoli, a Ma’arrat al-Nu’man, l’11-12 dicembre, dopo l’occupazione della città da parte dei crociati, avvenne uno spaventoso eccidio che interessò tutta la popolazione musulmana della città. Il 13 gennaio 1099, Raimondo di Tolosa si diresse verso Gerusalemme e lungo la strada che lo separava dalla città Santa, attaccò Bostrys, Biblos, Beirut, Sidone, Tiro, Acri, Haifa, il Monte Carmelo, Cesarea e Ramla, dalla quale venne sgomberata tutta la popolazione musulmana, ed infine Betlemme. Il 7 di giugno egli diede inizio all’assedio di Gerusalemme, che cadde nelle mani dei crociati il 15 giugno, grazie all’ausilio di una torre d’assedio che permise a Goffredo di Buglione di entrare fra i primi nella città alla testa dei suoi Lotaringi. Il reggente musulmano della città, il fatimide Iftikhar al-Dawla ed i suoi dignitari, riuscirono a rifugiarsi nella cittadella, dalla quale uscirono poco più tardi sani e salvi dopo aver versato ai principi cristiani un forte riscatto. Per il resto della popolazione musulmana ed ebraica non ci fu scampo; vennero massacrati senza pietà, donne vecchi e bambini. La corona venne offerta a Raimondo di Saint-Gilles, che rifiutò, preferendo tornare in patria. Si pensò quindi a Goffredo di Buglione, che rifiutò la corona, accettando però il titolo di Difensore del Santo Sepolcro, dando origine al terzo Stato crociato di Terra Santa. L’ultimo Stato crociato ad essere costituito in Terra Santa, fu quello della Contea di Tripoli. Qui il governo era affidato al qadi Faqr al-Mulk, che si dimostrò favorevole ad un accordo con i crociati, con l’intenzione di salvaguardare l’integrità della città. Grazie all’aiuto della flotta genovese, Raimondo di Saint-Gilles, tolse la città di Tortosa alla tribù dei Banu Ammar, ponendo successivamente sotto assedio Tripoli, riuscendo a sconfiggere con soli 300 cavalieri un esercito musulmano composto da oltre 3.000 uomini della guarnigione locale, più altri 4.000 accorsi in aiuto da Homs e Damasco. Questo episodio rafforzo nei musulmani dell’area l’idea di invincibilità dei guerrieri giunti dall’Europa. Ma fu proprio l’esiguo numero di truppe impegnate da Raimondo, che le impedì di superare le mura di Tripoli. Alla fine del 1103, con l’aiuto delle truppe bizantine, venne completata la costruzione del castello sul Monte Pellegrino, che contribuì a stringere d’assedio la città, regolarmente rifornita per mare dalla flotta fatimide. Raimondo di Saint-Gilles morì nel 1105 a causa di una ferita riportata verso la fine dell’anno precedente, creando un problema di successione, che venne risolto con l’assunzione del potere da parte del suo figlio naturale Bertrando.

4.4 LA SECONDA CROCIATA

LA SECONDA CROCIATA
La Seconda Crociata fu determinata dalla caduta della contea di Edessa, avvenuta nel dicembre del 1144 per iniziativa dell’atabeg Zanki di Aleppo e Mossul, dipendente solo nominalmente dai Turchi Selgiuchidi, e in maniera ancor più simbolica dal califfo abbaside. Malgrado una breve riconquista operata dal conte Jocelin II nell’ottobre del 1146 la contea venne ripresa, e questa volta in modo definitivo dal figlio di Zanki, Nur al-Din ibn Zanki, conosciuto nella lingua italiana volgare come Norandino. In seguito all’azione predicatoria attuata da Bernardo di Chiaravalle, il papa Eugenio III, nel 1146 bandì una nuova crociata che aveva lo scopo di riconquistare la contea perduta, che data la sua posizione molto a settentrione, era la meno difendibile delle contee cristiane. A questa nuova crociata parteciparono in prima persona due importanti sovrani europei: l’Imperatore Corrado III di Germania, e il re di Francia Luigi VII. La Seconda Crociata subì un primo grande rovescio prima ancora di raggiungere la Terra Santa, poichè l’esercito franco-tedesco, invase il territorio dei Turchi Danishmendidi. I tedeschi di Corrado III, che formavano la retroguardia dell’armata cristiana, caddero in due diverse inmoscate: la prima nell’ottobre del 1147 nei pressi di Dorileo e la seconda nel gennaio del 1148 in Pisidia, nei pressi della città di Antiochia. In queste due azioni i tedeschi vennero praticamente massacrati. Le difficoltà di sussistenza, provocate dalla violenza con la quale i crociati erano soliti procurarsi i viveri a danno delle popolazioni locali, che avevano per conseguenza l’occultamento dei generi alimentari da parte di queste genti, ebbero un effetto negativo sui soldati, all’interno delle cui fila le rivalità avevano raggiunto un livello di rivalità etnica. Ma a rendere vana l’impresa, contribuì l’incapacità da parte dei capi crociati di leggere nella giusta maniera la delicata situazione strategica venutasi a creare nell’ Oltremare. L’indecisione di Luigi VII a concepire in maniera più ampia la propria venuta, senza quindi limitarsi ad un assolvimento del votum crucis da esaurire a Gerusalemme, rappresentò la vera debolezza della crociata. Egli decise invece di conquistare Damasco, ritendo che la città fosse un punto nodale per l’affermazione cristiana in Terra Santa. Questa decisione si rivelò pessima dal punto di vista politico, poichè portava gli occidentali ad inimicarsi l’unica grande entità politica musulmana che perseguiva un rapporto pacifico e cordiale con i Crociati. La locale dinastia dei Buridi temeva infatti di cadere sotto il controllo degli Zankidi di Norandino, dei Selgiuchidi o dei Fatimidi, che non avevano mai accantonato l’idea d’inglobare la città ed il suo circondario nei propri domini. L’importanza strategica di Damasco era incentrata nella sua posizione lungo la sua frontiera orientale, e nella capacità di impedire la chiusura del cerchio anti-crociato da parte dei musulmani ostili, oltre alla valida sponda offerta dai Buridi dal punto di vista economico-commerciale. Nonostante tutto ciò Corrado III e Luigi VII decisero di porre l’assedio a Damasco, malgrado la forte debilitazione dei propri uomini, decimati dalle imboscate e dalle malattie. L’attacco alle mura della città, ebbe inizio il 24 luglio del 1148, e la resistenza incontrata fu molto forte, inoltre l’emiro buride Onorchiese l’aiuto di Norandino. L’assedio di Damasco, ebbe termine il giorno 28 dello stesso mese, dopo soli quattro giorni di azioni di limitata entità, con il ritiro degli assedianti ed il loro definitivo abbandono della Siria.

4.5 LA TERZA CROCIATA

LA TERZA CROCIATA
La Terza Crociata (1189-1192), venne bandita dal papa Gregorio VIII, che salito al soglio pontificio alla morte di Urbano III, rimase papa per soli 2 mesi. Alla sua morte gli succedette Clemente III. La motivazione di questa nuova spedizione, fu la caduta di Gerusalemme avvenuta per opera del condottiero turco Saladino, che con una serie di grandi vittorie aveva esteso il proprio dominio sull’Egitto e su una parte dell’Arabia. A differenza dei suoi avversari crociati, Saladino non massacrava le popolazioni delle città vinte, anzi, concedeva ai superstiti, dietro pagamento di un modesto riscatto di poter tornare in patria; solo chi non era in grado di pagare quanto richiesto veniva trattenuto come schiavo. Ma in seguito egli abolì anche questa richiesta, permettendo a chiunque aveva determinate capacità o disponeva di una propria attività di sostentamento, di rimanere come uomo libero ad esercitare la sua professione. Sebbene a questa crociata parteciparono in prima persona il re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone, il re di Francia Filippo II e l’Imperatore di Germania Federico I Barbarossa, non vi furono risultati rilevanti. Troppi erano infatti i motivi di attrito tra le varie componenti nazionali, che giunsero a combattersi tra loro per il possesso di alcuni dei territori conquistati. Il rapporto più ambiguo fu quello che intercorse tra Riccardo Cuor di Leone e Filippo II, che ebbe come conseguenza finale l’abbandono della crociata da parte del re di Francia. Alla luce di questi eventi, Gerusalemme rimase in mano turca, anche se ai cristiani residenti veniva concesso libero accesso alla Città Santa. Per la prepotenza e la violenza dimostrata dalle truppe cristiane L’imperatore Bizantino Isacco Angelosi vide costretto ad allearsi in più occasioni con i Turchi, poichè si era reso conto che la presenza degli occidentali comportava più danni che vantaggi, convicendosi inoltre che anzichè aiutarli, i crociati era meglio combatterli. Dopo il ritiro dalla scena di Filippo II di Francia, Riccardo Cuor di Leone raggiunse un accordo di pace con Saladino. Ma sulla via del ritorno, la sua flotta venne dispersa da una burrasca ed egli, scampato al naufragio, venne catturato e consegnato a Enrico VI che lo imprigionò. Più tragica fu la fine dell’Imperatore Federico I, che annegò durante l’attraversamento di un fiume, e lasciò quindi il proprio esercito allo sbando. Egli era partito da Ratisbona nel maggio del 1190 e alla testa di un numeroso esercito iniziò una marcia di trasferimento in territorio balcanico tra mille difficoltà. Le voci allarmistiche artatamente messe in giro dagli agenti dell’Imperatore bizantino Isacco Angelo, fecero si che l’esercito tedesco trovasse sul suo cammino solo città e vilaggi abbandonati e privi di ogni genere di sussistenza, riducendo così l’armata imperiale di Federico I ad un branco di iene affamate. Ma Isacco non aveva tenuto conto delle conseguenze che questa sua iniziativa avrebbe potuto causare. L’imperatore germanico inviò alcuni ambasciatori presso l’imperatore bizantino affinchè egli provvedesse a far pervenire gli aiuti necessari al sostentamento delle proprie forze e a fargliene trovare altri lungo il percorso che ancora rimaneva da fare. Isacco Angelo, anzichè ascoltare la missione diplomatica, la fece imprigionare. Federico I, intuito il doppio gioco che l’imperatore bizantino stava esercitando nei confronti degli eserciti occidentali, scrisse al figlio in Italia di procurarsi una flotta e raggiungere la Grecia. La notizia che l’esercito tedesco stava dirigendo via mare su Costantinopoli, allarmò Isacco, che preso dal panico inviò propri ambasciatori presso il Barbarossa con gli aiuti richiesti, e acconsentendo a fargli trovare altri approvvigionamenti lungo il percorso. Si disse anche disponibile a trasportare via mare l’armata in Asia Minore. Qui sbarcato, Federico I si trovò a dover affrontare nuovamente dei problemi di approvvigionamento, causati dal mancato mantenimento dei patti da parte dei governatori locali, che si rifiutavano di consegnare i viveri pattuiti all’esercito tedesco. Difronte all’ennesimo tradimento egli diede l’ordine di saccheggiare il paese, rifocillando in tal modo le sue truppe e proseguendo quindi la marcia fino a raggiungere le rive del fiume Salef, in Cilicia. Il 10 giugno del 1190 volle rinfrescarsi nelle acque di un piccolo corso d’acqua, ma mentre si trovava in acqua, colpito forse da una crisi cardiaca, Federico I Barbarossa scomparve nelle acque del torrente, ricomparendo ormai privo di vita qualche decina di metri più a valle. Il suo esercito, privo di altri condottieri in grado di proseguire la spedizione, fece a più riprese ritorno in patria, decimato dalle diserzioni. La morte di Federico I diede un pò di respiro a Saladino, che si ritrovava con un forte avversario in meno da affrontare. La sua posizione rimaneva comunque molto critica: in aprile il re di Francia Filippo II era sbarcato con il suo esercito nei pressi di Acri, mentre agli inizi di giugno, ad aumentare le sue proccupazioni ci pensò il re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone che giunse via mare con la sua armata. In Terra Santa, Guido di Lusignano riuscì ad organizzare l’assedio di Acri, senza tuttavia ottenere risultati apprezzabili, conseguenza dell’ottima organizzazione dei difensori. Anche con l’arrivo dei crociati francesi di Filippo II, le cose non cambiarono e la città continuava a resistere con fierezza. A risolvere la situazione, il 10 giugno del 1191, giunse il grosso dell’esercito crociato costituito dalle truppe inglesi guidate dal loro re Riccardo Cuor di Leone. Volendo risolvere in fretta la questione di Acri, egli cercò di trovare un accordo per una soluzione pacifica con Saladino, che però, a causa di vari motivi non fu raggiunto. Il 12 luglio, il re inglese diede inizio all’attacco, riuscendo a superare le difese musulmane e riconquistando la città. I 2.700 difensori di Acri presi prigionieri con circa 300 loro familiari, vennero trucidati senza pietà dai cavalieri cristiani. Ciò era in aperto contrasto con il trattamento più umano riservato da Saladino ai cristiani di Gerusalemme, nessuno dei quali venne assassinato dopo la caduta della città. In agosto Riccardo Cuor di Leone iniziò la sua marcia verso Gerusalemme e il 7 settembre sconfisse le forze di Saladino presso Arsuf; occupò quindi la città di Jaffa e verso novembre si trovava con il proprio esercito a pochi chilometri da Gerusalemme. La città era molto ben difesa dai saraceni e quindi molto meno facile di Acri da conquistare. Anche in questo caso il re tentò di intavolare delle trattative per una soluzione pacifica del conflitto, ma senza risultato. Ma i veri problemi erano all’interno della coalizione cristiana: nello schieramento crociato erano infatti riesplosi gli antichi odi tra genovesi, pisani, e veneziani, tra francesi ed inglesi, tra le forze di Guido di Lusignano e Corrado di Monferrato. Il primo ad abbandonare la crociata fu il re di Francia Filippo II, che con una scusa, lasciò il campo tornando in patria. Altri gruppi componenti l’esercito cristiano fecero ritorno ad Acri dove diedero il via ad una serie di scontri per il possesso della città, che quando ricadde in mani musulmane risultava dominata da 16 diverse famiglie feudali. Rimasto solo davanti a Gerusalemme, Riccardo Cuor di Leone, continuò le sue trattative con Saladino, addivenendo ad un accordo che faceva di Gerusalemme una città aperta ad ogni popolo e ad ogni religione. Quindi intraprese il viaggio del ritorno in patria, nel corso del quale, fece naufragio sulle coste dell’Istria. Catturato ed accusato di aver fatto accordi con gli infedeli, anzichè riconquistare Gerusalemme, venne imprigionato in Austria dall’Imperatore Enrico VI. Con questo atto ebbe termine la Terza Crociata.

4.6 LA QUARTA CROCIATA

LA QUARTA CROCIATA
La Quarta Crociata venne bandita da papa Innocenzo III con lo scopo di porre fine alla politica di espansione attuata dal sultano d’Egitto. La crociata veniva però a ledere gli interessi commerciali della Repubblica di Venezia, che traeva enormi profitti dai traffici commerciali con l’Egitto. Quando l’esercito crociato si trovò radunato al gran completo nel porto di Ancona, i comandi cristiani si accorsero di non avere in denaro sufficiente per poter pagare il trasporto delle truppe in Terra Santa. Il doge di Venezia Enrico Dandolo , approfittando dell’occasione, propose ai comandanti crociati, di prestare la loro opera per riportare le città di Trieste e di Zara, oltre alle popolazioni dell’Istria, sotto il dominio di Venezia; in cambio egli si sarebbe offerto di trasportarli in Oriente. Il patto venne accettato, ma se per Trieste e l’Istria bastò una semplice dimostrazione di forza, per la città di Zara fu necessario un vero e proprio assedio che si concluse con il massacro della popolazione civile. Nonostante le proteste del papa per il massacro di popolazioni cristiane, Venezia continuò a servirsi dei crociati per i propri scopi: anzichè in Egitto, essi vennero portati dai veneziani a Costantinopoli, con la scusa di voler fare della città la base operativa per l’attacco contro i Musulmani. Agli inizi del Duecento, l’Impero Bizantino era in piena decadenza. Nelle campagne il feudalesimo avanzante aveva ridotto il ceto dei contadini liberi, dal quale l’esercito bizantino traeva buoni soldati. L’artigianato ed il commercio, un tempo molto fiorenti, languivano ora per la concorrenza delle città italiane, ed in particolar modo dopo le crociate. La decadenza economica, comportò anche una minore possibilità di mantenere in servizio la numerosa flotta e gli eserciti imperiali, che vennero drasticamente ridotti, esponendo di conseguenza i propri confini alla minaccia nemica. Le secolari guerre contro i Turchi avevano logorato le forze imperiali e sottratto all’Impero Bizantino la maggior parte dei domini in Asia Minore. Sul continente europeo, Bulgaria e Serbia avevano conquistato la propria indipendenza, riducendo così il territorio dell’impero d’Oriente alla Tracia, all’Albania, alla Grecia e ai pochi possedimenti nell’Asia Minore. Sul confine occidentale, esso doveva far fronte alle continue aggressioni da parte dei Normanni di Sicilia prima, e dell’Imperatore tedesco Enrico VI poi. Il malcontento della popolazione per questa situazione, sfociava in sanguinosi tumulti ai danni dei mercanti occidentali e specialmente veneziani, che avevano fissato la propria dimora a Costantinopoli. Fu proprio uno di questi tumulti a fornire a Venezia il pretesto per chiudere i conti con l’Impero Bizantino, dal quale un tempo ricevette civiltà, arte e commercio, ma che ora era divenuto per la Repubblica un fastidioso concorrente. Una volta giunte a Costantinopoli, le truppe crociate vennero incoraggiate dai veneziani all’aggressione, allettate con la prospettiva di un ricco bottino. I crociati riuscirono a penetrare nell’altrimenti imprendibile città, solo con il tradimento, ed una volta al suo interno compirono una terribile strage, sottoponendola in seguito ad un saccheggio senza pari nella storia. In città erano infatti conservati intatti i tesori di questa antica cultura, manoscritti, quadri e statue che vennero in gran parte distrutti, causando un’enorme perdita per la civiltà mondiale. Papa Innocenzo III protestò molto duramente per lo scempio compiuto ai danni della grande città cristiana , che falsava gli scopi della crociata da lui indetta. Sulle rovine dell’Impero Bizantino, venne istituito l’Impero Latino, del quale venne nominato sovrano Baldovino di Fiandra, che ebbe giurisdizione sulla Tracia e su di una parte della Grecia, che vennero infeudate a signori occidentali. I maggiori guadagni da questa crociata, li ottennero i veneziani, che oltre la concessione di molte isole nel Mare Egeo, le coste della Morea ed un quartiere di Costantinopoli, tennero sotto tutela l’Impero Latino, sfruttandone le attività economiche. Gli ex dignitari Greci sfuggiti al massacro, ricostituirono il proprio impero in Asia Minore, eleggendo a capitale la città di Nicea, mentre sulle coste dell’Albania costituirono il Despotato d’Epiro. Dopo circa 60 anni, profittando dell’ostilità della popolazione verso i conquistatori, nel 1261 essi riuscirono a rientrare a Costantinopoli, dove ricostituirono nominalmente l’Impero Bizantino. Si trattava naturalmente dell’ombra dell’antica potenza bizantina. La crociata del 1204 aveva infatti assestato un colpo mortale alla sua potenza. Le conseguenze di ciò furono gravissime per tutto l’occidente: l’indebolimento di quello che era stato un baluardo che per secoli aveva difeso l’Europa dalle invasioni provenienti da Oriente, permise ai Turchi di espandersi non solo in Asia Minore, ma anche nella Penisola Balcanica e nell’Europa centrale. Il danno maggiore lo ebbe proprio la Repubblica di Venezia, che perse quasi tutti i propri domini nel Mediterraneo orientale.

4.7 MANZIKERT, 19 O 26 AGOSTO 1071

MANZIKERT, 19 O 26 AGOSTO 1071
Prima del fatale scontro i Selgiuchidi saccheggiarono molte città bizantine malamente difese, ma non ne conservarono praticamente alcuna tranne Manzikert, città armena di confine.
La perdita dell'Armenia ad opera dei Selgiuchidi convinse il basileus Romano IV Diogene a reclutare un esercito in gran parte poco o male addestrato.
L’imperatore guidò il grande esercito, composto da molti mercenari e poche truppe regolari, alla conquista della città armena al fine di sferrare un colpo mortale all’esercito selgiuchide.
Il sultano turco Alp Arslan, allarmatosi per l’avanzata bizantina, si mosse allora con le sue truppe dalla Siria verso nord per bloccare per tempo il nemico.
Romano IV divise allora l’esercito occupando la fortezza di Khelat ed espugnando Manzikert.
Avvertito dell’avvicinarsi del sultano, preferì mantenere le posizioni fino ad allora conquistate e non desistere dall’offensiva in corso.
Il basileus schierò il proprio esercito nella piana antistante Manzikert. Durante la loro avanzata i bizantini vennero tempestati da una pioggia di frecce scagliata dagli arcieri turchi. Questo primo scontro si concluse con un nulla di fatto.
Romano a quanto pare decise allora di tornare all’accampamento. Questa scelta fu alla base della catastrofica sconfitta. Un ufficiale della famiglia Ducas, che provava risentimento per il governo, sparse la voce che l’imperatore era fuggito.
I soldati inesperti furono presi dal panico. I Selgiuchidi circondarono allora l’esercito bizantino in ritirata, compresi l’imperatore e la sua avanguardia.
La retroguardia di Romano, che venne catturato, invece di intervenire abbandonò il campo, moltissimi uomini vennero uccisi. La famiglia Ducas dichiarò deposto Romano IV Diogene e proclamò imperatore Michele VII Ducas.
La vittoria Selgiuchide è celebrata ancora oggi dai turchi come l’avvenimento che diede inizio al loro impero.

5 Storia

5.1 Popoli lombardi

5.1.1 I MISTERI DEI CELTI

I MISTERI DEI CELTI
di Stelio Calabresi per Edicolaweb
 
Sui Celti, fino a non molti anni fa, gli studenti non trovavano nei libri di storia che cenni vaghi e convenzionali.
 
I CELTI: CHI ERANO E DA DOVE VENIVANO
Il "De bello gallico" di Giulio Cesare, è rimasto per molti anni una lettura irrinunciabile nell'apprendimento del latino e pressoché unica fonte di conoscenza della "celticità".
Purtroppo Cesare derivava il proprio atteggiamento intellettuale dai Greci per i quali i Celti erano "barbaroi" (1) e questo equivaleva all'idea di una certa "estraneità culturale" di una popolazione: in sostanza era la consacrazione della paura della "diversità".
Sono state le correnti culturali Romantiche che hanno prima suscitato e poi accresciuto l'interesse, per non dire l'ammirazione, per il mondo dei Celti. Soprattutto in questi ultimissimi anni l'interesse è cresciuto in modo esponenziale, grazie al contributo di studiosi, archeologi, mostre (2), riviste di argomento celtico, films, musica. E sopra tutti il merito va ad Internet.
Di fatto per circa duemila anni il mondo "latino" - o se si preferisce "neolatino" - autodefinitosi "civilizzato", non ha saputo altro dei Celti se non quello che romanzavano scrittori pseudo-storici di cose antiche.
Oggi è considerato normale nutrire molte riserve verso questi autori, troppo spesso prevenuti (come Cesare), e sensibili all'autoincesamento e alla propaganda personale.
Appare in ogni caso lecito chiedersi chi fossero e donde venissero i Celti quale gruppo etnico.
I Celti erano un insieme di popoli che siamo soliti definire "indoeuropei". Essi, quindi, provenivano dalla zona al confine tra l'India (attuale Pakistan) ed il Mar Caspio.
Più difficile è capire il perché di una migrazione di massa paragonabile solo a quella della seconda ondata (posteriore di circa un millennio): quella dei popoli germanici e dei popoli slavi.
Naturalmente, a distanza di oltre cinquemila anni è difficile ricostruire delle cause attendibili che vadano al di là di ipotesi più o meno plausibili.
In affetti noi non sappiamo quali cause determinarono uno spostamento di così vaste proporzioni e gli storici ancora si domandano se ciò sia stato dovuto a cause interne (sovrappopolazione? scarsità di cibo? impoverimento dei pascoli o delle culture?) o esterne (spinta di altri invasori?).
Sta di fatto che questo gruppo etnico, peraltro non del tutto omogeneo, nel corso del III millennio a.C. iniziò un lento movimento verso occidente in cerca di una nuova sistemazione.
Probabilmente, tra le altre, ci fu senz'altro la spinta decisiva di altri popoli dell'estremità orientale dell'Asia. Non si può ad esempio escludere che cominciassero a creare problemi alla Cina gli sconfinamenti di Unni: gli "Hiung-nu" citati negli degli annali cinesi della più tarda Dinastia Chou (3). Fu in quell'epoca che gli Unni cominciarono presumibilmente a spostarsi verso occidente con un movimento lento (ma progressivo) venendo via via sospinti fuori dal nord della Cina.
Naturalmente, quando parliamo di grandi movimenti di popoli usiamo il termine "invasione". Ma questa parola rischia di indurci in errore.
Quella degli indoeuropei non fu una "invasione" nel senso di "conquista militare" di territori sottratti ad altri con la forza: oggi gli storici ritengono che essi siano arrivati a piccoli gruppi con una avanzata lunga, ma costante, in un arco di tempo che fu di circa un millennio (4). Essi così riuscirono ad integrarsi con le popolazioni autoctone con le quali riuscirono a convivere abbastanza tranquillamente.
Gli indoeuropei/celti, all'inizio, occuparono tutta l'attuale Europa: dagli Urali all'Atlantico, dalla Scandinavia al Mediterraneo (5).
Nonostante le conoscenze accumulate nei secoli XIX° e XX°, restano dei Celti molti misteri tuttora aperti. E ciò per la ragione fondamentale che, mentre per popoli come gli Egizi, i Greci o i Romani si può parlare di "civiltà" in senso tecnico (sicché se ne può ricostruire anche in dettaglio il percorso storico di sviluppo grazie alle fonti scritte che li riguardano), la documentazione sui Celti (almeno fino ai primi contatti con Greci e Romani) è sostanzialmente quella di una "cultura", nel significato che ne danno gli archeologi e gli studiosi della preistoria.
I Celti, dunque, si dislocano progressivamente ma inesorabilmente in tutta l'Europa centro-occidentale: dalla penisola Iberica (Iberi ed i Lusiadi) alla regione francese (i Galli); dalla regione Britannica (Britanni e Irlandesi) a quella Italiana (Italioti) ed a quella illirica (Illiri ed Elleno-achei). Soppiantarono in tal modo sparuti gruppi etnici di un continente semideserto: andarono a costituire i primi nuclei di future nazionalità sommandosi ed integrandosi alle popolazioni autoctone (ad esempio in Italia si integrarono con i Camuni, con i Liguri ecc.). Beneficiarono di circa un millennio di tregua, quasi in attesa della seconda ondata di indoeuropei; quella che avrebbe portato ceppi sassoni (germani e vikinghi), slavi ed altri ceppi indoariani spesso non meglio individuabili (come gli Etruschi, o gli elleni-dori).
L'amico Antonio Bruno ha osservato che "…la civiltà dei Celti si può ritenere al tempo stesso una filiazione ed una origine". Per quanto non mi sembri molto convinto, in questa sua asserzione, mi sembra che non possa negarsi la derivazione dei Celti dai nuclei di popolazione indoeuropei.
 
CELTI E CELTICITÀ
Quando parliamo di Celti e di celticità non dobbiamo commettere l'errore di trovarci in presenza di un'entità statale e neppure di nazionale. Uno stato celtico non è mai esistito né nel nome né come entità politico-territoriale né come entità socio-culturale. Ogni gruppo etnico aveva una propria connotazione di tipo nazionale ma, comunque, certamente non statale.
Per comprenderci meglio è necessario chiarire che, quando parliamo di "entità nazionale", dobbiamo necessariamente rifarci ad un concetto che presuppone una unità (culturale, sociale, politica e religiosa) e che funge da collante unico come definito dagli studiosi di teoria generale del diritto (Kelsen, Balladore - Pallieri).
Vero è che il mondo celtico fu un coacervo di entità, a volte meramente territoriali, a volte anche politico-culturali, senza che nessuna di esse potesse essere considerata in grado di riassumere o di esaurire il complessivo mondo celtico.
A titolo esemplificativo potremmo dire che nella penisola Iberica si sarebbe potuto identificare un mondo celtico-lusitano come anche un mondo celtico-iberico; che nelle isole Britanniche avranno potuto individuare un modo celtico-gaelico, un mondo celtico-britannico e così via. Mai una nazione o uno stato celtico.
Sicché mai avremmo potuto individuare questo o quel mondo come caratterizzante della "celticità" nel suo complesso.
A mio avviso più che di una "nazione celtica" dovremmo parlare di una serie di "Nazioni celtiche". Il che, palesemente, semplifica e, al tempo stesso, complica il nostro problema.
Nel tentativo di renderlo almeno accessibile, mi domando a questo punto se sia mai esistito un patrimonio comune che si possa definire "celticità".
Purtroppo ci troviamo, a questo punto, di fronte ad un problema insormontabile. Quello dell'assoluta carenza di fonti dirette (cioè celtiche) che ci mette nella impossibilità di ragionare su notizie concretamente reali ovvero nella condizione di cercare altrove notizie, prove e dati di cui abbiamo bisogno.
E, naturalmente, il ricorso a terzi (cioè a fonti latine e greche) costituisce un problema nel problema con l'aggravante di non essere comunque eliminabile.
 
IL PROBLEMA DELLE FONTI
Le notizie che riusciamo ad assumere hanno il difetto di essere "di parte" (spesso avversa e, comunque, interessata). Il prenderle in considerazione comporta l'applicazione di presupposti (o principi di ermeneutica) abbastanza improvvisati e spesso arbitrari.
Il primo presupposto consiste in una necessaria scrematura, cioè nella eliminazione di tutta quella parte di notizia che lecitamente può o deve essere attribuita ad interpolazioni dell'interprete terzo (6).
Il secondo presupposto è che tra le fonti di cui ci serviamo venga effettuata una seconda scrematura indispensabile per superare l'elemento temporale che può essere fuorviante almeno quanto il ricorso a soggetti terzi (7).
Mi domando ad esempio, procedendo per esclusione, se la religione possa essere considerata un elemento di unicità. In altre parole riusciamo ad individuare una religione che accomuni tutti i gruppi etnici celtici?
Quando parliamo di religione, dobbiamo necessariamente far capo ad una cosmogonia, o ad una teogonia. In genere ci serviamo di un "testo sacro" al quale attingiamo.
Ebbene, quando parliamo di "religione celtica" non abbiamo a disposizione nessun "libro sacro" al quale attingere. Nessun testo codificato (e per così dire congelato) in una specie di canone (tipo Bibbia per intenderci) è mai esistito o vi si è fatto mai riferimento.
Avremo modo di vedere che la religione celtica fa capo ad una serie di festività collegate al corso solare, al seguirsi delle stagioni, alla maturazione ed alla raccolta dei prodotti della natura.
C'è del vero e del falso in questa opinione.
Vero è che un giudizio sulla religiosità rischia di condurci a risultati aberranti. Infatti giudicando il fenomeno "religione" dall'esterno non possiamo che negare l'esistenza di un principio di identità nazionale sulla base dell'identità religiosa.
Vero è, ancora, che siamo soliti a pensare a mitologie positive (come quella greca, latina, egiziana, ebraica ecc.) intese come blocchi monolitici reciprocamene escludenti principi di commistione.
Ma è falso che non fosse mai esistito un principio unificatore; solo che esso si perde nella notte dei tempi. Per quanto esso venga portato a nuovo periodicamente (Grande Madre, la anatoliche Ku-ba-ba e Ku-ba-la, la ellenica Cibele) non possiamo utilizzarlo come giustificazione per l'introduzione di un generale principio di nazionalità.
Il fatto è che quando parliamo di religiosità celtica, in genere, ci rifacciamo ad una mitografia... cristiana.
Nella pratica i primi codificatori-mitografi celtici furono... monaci che, tra il IX° ed il XII° secolo misero per iscritto i miti in terra di Irlanda tentando di estrapolare da vecchissime e quasi dimenticate tradizioni orali spesso contaminate da immissioni Germano-Vikinghe (si pensi al filone di Odino: un dio abbastanza estraneo alla tradizione religiosa celtica). E, non solo.
 
LA RELIGIONE NATURALE DEI CELTI: LA GRANDE MADRE
Il fatto è che una religione ufficiale celtica non era mai esistita nelle forme che avevano inteso greci e romani.
I Celti praticavano una religione naturale molto semplice basata, come ho accennato, sul culto di una Grande Madre comune.
Il processo di "codifica" - se c'era mai stato - si era violentemente interrotto i quando Cesare e gli altri generali romani decimarono la classe druidica; per alcuni secoli di Cu-Chu-lain e delle altre divinità del pantheon gaelico si conservò solo il ricordo affidato alla memoria di cantastorie. Questo fino a quando il monachesimo dei santi Patrizio e Brendano reintrodussero la scrittura in caratteri latini e procedettero al ripescaggio di tradizioni pressoché dimenticate.
D'altra parte è difficile poter credere che le cose sarebbero andate diversamente nel caso che i romani di Cesare si fossero astenuti dal inutili atti di crudeltà: perché i druidi più che sacerdoti erano una classe di sapienti (sia maschi che femmine) esperti di magia naturale (si pensi a "Myrddin" fatto conoscere dalla saga di Artù col nome latinizzato di Merlino).
In effetti "La Grande Madre" si colloca all'origine delle religioni vediche che si identifica con la Terra (8), sposa di Varuna, a sua volta derivata dalle preistoriche Veneri steatopigiche.
Ma la riscoperta della Grande Madre fu un fatto dei primi missionari cristiani intorno al III° secolo d.C.
Essi scoprirono che i Celti veneravano una figura femminile nell'atto di dare alla luce un bambino. In maniera abbastanza acritica non tentarono neppure di capire. Si dissero che quegli indigeni, senza neppure saperlo, erano già cristiani, e adoravano un'immagine della Madonna.
Quando la cosa funzionava sul luogo veniva costruita una chiesa, l'idolo pagano veniva trasferito al suo interno e si trasformava, automaticamente, in una raffigurazione cristiana.
Per giustificare la presenza di queste figurazioni mariane ante litteram i teologi inaugurarono la teoria della "Prefigurazione della Vergine".
Di fatto la Grande Madre è l'origine unica di molte divinità da Iside, a Ishtar; da Venere, ad Athena ed a Gea; dalla "Signora di Pazardzik", a Modron. Esse tutte, magari in modo diverso, rappresentavano la Terra, Madre di ogni essere vivente; tutte simbolo della natura quanto alla fertilità, abbondanza ma anche quanto a tempeste e carestie.
In sostanza alla base della Grande Madre era una ambivalenza tale che normalmente veniva raffigurata con il volto metà bianco e metà nero.
Ma da quelle immagini della Grande Madre derivano anche le ben note "Vergini Nere", le Madonne dal volto scuro passate in varie religioni dopo essere state venerate in tanti santuari (si ricordi l'egiziana Iside e certe Madonne cristiane). Esse sono il frutto di una strana miscela "sincretica" (9) in virtù della quale la Grande Madre indoeuropea ha assunto il volto di Maria, colorato però in nero, come quello delle sue primordiali raffigurazioni (10).
In un saggio del 1948, Robert Greaves parla di una vera e propria "grammatica del mito". In questo "abc" religioso Greaves identifica un culto della Grande Madre in un culto lunare ancora più antico (la "Dea Bianca") che incarnava il simbolo cosmico della fertilità (11), che era stato proposto e dimenticato già in epoche remote. Di esso sarebbero rimaste confuse tracce nelle tradizioni successive (12).
James Vogh ipotizza che, a un certo momento della storia, il culto nei confronti di una Dea femminile sia stato violentemente soppresso e trasferito in un culto maschile sicché la società preistorica passò dal matriarcato iniziale, al patriarcato storico (13).
 
LUGH ED IL PANTHEON CELTICO
Il Pantheon celtico passò così sotto i dominio di Lugh.
I miti celtici si erano diffusi soprattutto in Irlanda e Lugh ne era divenuto la magna pars. Lugh era una divinità dei viaggi, signore delle arti e dei mestieri che interpretava in pieno il carattere indoeuropeo.
Giulio Cesare, nel De Bello Gallico, gli riconosce un po' le caratteristiche di Mercurio che, nei bassorilievi di epoca romana, è raffigurato con gli attributi propri di quella divinità (come il petaso, caduceo).
Tuttavia in Lugh restava qualcosa dell'antico sistema matriarcale: Lugh era infatti figlio della Grande Madre e di Dagda; ma dal nuovo sistema aveva ereditato la sede: con i Tuatha de Dannan, infatti, risiedeva a Tara.
Peraltro, con l'andare del tempo, la sua lancia assomigliò sempre più al lemniscato e finì col collegarsi al mito del Graal.
A Lugh si affiancano Béal (personificazione di realtà non materiali, della Terra), e Dalon Ap Landu (Signore dei Boschi, signore del Sole). Ma il druidismo si basa anche sulla credenza di spiriti e divinità della natura come:
Cernunnos, Dio Cervo o, spesso, Re Cervo;
Morrigan, dea della guerra nelle le spoglie di un corvo;
Il Piccolo popolo;
Arkan Sonney, il maialino (14);
Banshee, il folletto socievole, femminile, divenuto poi solitario per i dolori patiti;
Leanhuan Shee, bellissimo spirito femminile Irlandese alla ricerca dell'amore degli uomini
Tra gli spiriti della natura ci sono anche il lupo e il serpente; ma essi non sono vere e proprie divinità (15).
L'arrivo del Cristianesimo segnò non la fine di divinità e simboli o almeno la loro assimilazione e conversione in demoni infernali o simboli satanici. Il serpente divenne così il principale simbolo maligno dei cristiani e si costituì l'immagine della Madonna che ne schiaccia la testa.
Quando non è stato possibile cancellare le antiche divinità sono stati creati nuovi santi (primo tra tutti San Patrizio): il trifoglio andava a sostituire la Triskele e assurgeva a simbolo della Trinità.
 
 
Varie forme di Triskele
Come accade spesso quando ci si occupa di mitologia celtica, non è facile comprendere chi fossero i Tuata de Dannan (erano dèi o semidei?). Su di loro sono state avanzate le ipotesi più svariate, compresa una che piace agli ufologi che ne hanno fatto altrettanti E.T. Essi erano stati gli indiscussi signori di Tara. Qualche mitologo sostiene che essi fossero gli antichi abitanti dell'Irlanda venuti da Sud Est (dal Mar Caspio?). Dalla loro terra di origine avrebbero portato testimonianze della loro divinità che avrebbero poi lasciato in dono agli uomini: la coppa di Dagda (16), la pietra di Faal (17), la lancia di Lugh e la spada di Nuadu.
Abbiamo visto che, dopo la Grande Madre, Lugh aveva dominato il Pantheon celtico.
Proprio per la sua disomogeneità a Lugh si affiancavano molte divinità che qui sarebbe molto difficile enumerare; mi limiterò solo delle principali:
 
Arawn
L'Annwn era l'oltretomba celtico (l'equivalente dell'Ade): Arawn ne era il guardiano e, in generale, era il guardiano dei luoghi pericolosi. Con l'aiuto di Arawn un mortale avrebbe potuto avere accesso alle anime degli antenati.
Nel Mabinogion Arawn è accompagnato da una muta di cani bianchi dalle orecchie rosse detti "Cwn annwn" (cani dell'oltretomba).
Il mito di Arawn, si fondeva con quello di Pwyll: essi, all'inizio dell'anno, si scontrano, si scambiano le sembianze e regnano sui regni di competenza per un anno.
Alla fine di questo periodo Pwyll ucciderà, con un solo colpo, Hafgan, una divinità che insidia il trono di Arawn. Tra Pwyll ed Arawn finisce che si instaura un rapporto di amicizia.
Come accade spesso nelle mitologie, Arawn è una divinità dalla doppia personalità. Dio dell'inganno, è meschino e crudele, quanto affascinante. Si presenta così sotto molteplici forme e aspetti. Egli non può rifiutare aiuto e consiglio a chi lo prega, ma spesso i suoi consigli sono raggiri, vere e proprie armi a doppio taglio. In tal modo Arawn conquista anime di cui cibarsi.
Egli dimora, di preferenza, nella parte più buia dell'Annwn, dove gode ad ascoltare i gemiti e i lamenti delle anime che nell'Annwn vagano senza pace.
 
Arianrhod
Arianrhod ("la ruota d'argento", la Luna) è una divinità lunare ed è una delle discendenti di Don, sorella di Gwydion e madre di Dylan e Llew Llaw Giffes.
Arianrhod signoreggia l'aurora, le fasi lunari e quindi per associazione, tutte le questioni femminili, le nascite, i matrimoni, la fertilità e in genere i riti lunari. È una Dea dalle connotazioni fortemente sessuate: i riti a lei dedicati comprendono accoppiamenti ed orge. La sua dimora è in Caer Arianrhod, ovvero nell'aurora boreale.
 
Math ap Mathonwy
Di un dio così chiamato si parla nel Mabinogion. Il suo nome significa "Math figlio di Mathonwy". Per trovare la calma, doveva posare i piedi sul ventre di una vergine.
In genere alla bisogna provvedeva la vergine Goewin. Questa, per provare la propria verginità, dovette camminare sul bastone magico di Math. Appena conclusa la prova Arianrhod dette alla luce due figli. Il primo si chiamava Dylan; il secondo non doveva aver un nome, non poteva sposare una donna mortale né portare armi che non gli fossero state donate dalla madre. Gwydion convinse con l'inganno Arianrhod a chiamare questo ragazzo Llew Llaw Giffes ("lo splendente dall'abile mano").
 
Artio
Dea della caccia e dell'abbondanza, veniva spesso rappresentata come un'orsa (o in compagnia di un orso). Il suo nome significa infatti "orsa". Sembra che il nome di Artù (Art) fosse collegato a questa divinità di cui ad oggi non restano che pochissime tracce.
 
Cernunnos
Probabilmente fu la divinità totemica dei Celti Carnuti poi divenuta divinità a carattere generale. Era una divinità delle foreste e degli animali selvatici ed i suo nome significava "colui che ha le corna" o "colui che ha le corna appuntite". La sua figura è fortemente sessuata perché Cernunnos rappresenta la forza, la virilità e la fertilità.
La più antica immagine conosciuta di Cernunnos è l'incisione rupestre di Paspardo, in Val Camonica, che risale al IV° secolo a.C. In essa il dio è ritratto con le corna di un cervo, indossa un "torchon" per ogni braccio ed è accompagnato da un serpente con corna d'ariete e da un piccolo fedele col pene eretto.
Cernunnos compare poi sul Calderone di Gundestrupp dove è rappresentato nell'atto di gettare un uomo al suo interno (forse un simbolo di rinascita o rigenerazione).
In altre rappresentazioni la divinità ha un serpente in luogo di un braccio mentre dalla sacca che tiene in grembo cadono monete o semi (simboli di abbondanza e fertilità).
 
Coventina
Era la personificazione della sacra fonte di Carrawburgh situata in Britannia, lungo il Vallo di Adriano. La sorgente alimentava un piccolo pozzo circondato da un muro ed era utilizzata dai Celti di quella regione che andavano, al di là del muro, con monete, monili od oggetti di uso quotidiano come offerta alla Dea. Erano soprattutto le donne a fare queste offerte per propiziarsi un parto sicuro.
Coventina era una dea guaritrice per cui si credeva che le acque della sua fonte potessero guarire molti malanni. Veniva spesso raffigurata come una ninfa acquatica seminuda sdraiata in mezzo alle onde oppure nell'atto di versare acqua da una coppa.
 
Epona
Epona è la dea dei cavalli ed il suo nome deriva infatti dalla parola "epos" ("cavallo").
I Celti avevano un vero e proprio culto del cavallo al punto che evitavano di cibarsi delle sue carni.
Epona era una delle divinità più venerate in un culto diffuso nella Gallia, nella Renania, tra le tribù degli Edui, tra quelle dei Lingoni e dei Treveri. Ma compare anche nell'area della Britannia e dell'Iberia.
Epona è rappresentata sempre in compagnia di uno o più cavalli, con ceste di grano o frutta ai piedi. In alcune raffigurazioni porta appesa alla cintura una chiave che rappresenterebbe la sua capacità di aprire le porte dell'oltretomba favorendo così la "rinascita".
Epona era inoltre associata all'acqua e al latte, alimenti essenziali della dieta Celtica.
 
Dagda
In origine aveva il nome di "Dagodevos" ed era una divinità danese prima che si spostassero in Irlanda.
Dagda era il padre di Angus (o Oengus, dio dell'amore) e di Brigit (dea della sapienza e della poesia). Era sposato con una dea che aveva con tre nomi Breg ("menzogna"), Meng ("astuzia") e Meabel ("disgrazia").
In complesso Dagda era considerato un dio benevolo, protettore degli uomini e padre dei Tuatha de Danann.
Era rappresentato con in mano una enorme clava: quando colpiva uccideva ma poteva con lo stesso colpo resuscitare i morti.
Erano indicati come suoi figli altre divinità come Bodb il rosso, Ceacht (il "buon dio") (18), Midir e Ogma.
Dagda era una figura a dir poco paradossale: era infinitamente e, nello stesso tempo, rozzo e volgare; egli ostentava una voracità smodata ed un inappagabile appetito sessuale.
 
Brigit
Era una divinità polivalente, "alta, forte o gloriosa" e, allo stesso tempo, dea della sapienza, del focolare domestico e della poesia.
Brigit era una delle divinità più complesse e delle più amate divinità del Pantheon celtico. La Chiesa Cristiana, per sradicarne il culto, dovette trasformarla in Santa Brigida.
Brigit era una dea una e trina, a volte legata a due "sorelle", spesso associata alla guarigione ed alla fertilità: a lei era dedicata la festa di Imbolc del 1° febbraio tipica di quasi tutta l'area celtica.
Brigit era conosciuta anche con i nomi "Berecyntia", "Brigindo", "Brid", "Bridget" e "Brigantia". Con quest'ultimo nome tutelava l'omonima tribù dei Brigantii nel nord della Britannia. Per i Celti briganti la dea Brigit era una divinità guerriera, con elmo, lancia e scudo.
In Irlanda era venerata come figlia di Dagda; era legata alla fertilità, al parto, ai mestieri muliebri ed alla poesia.
In Scozia assumeva il nome di Bride, e dal suo nome sembra pare derivi il termine anglosassone Bride ("sposa"). Infatti in Scozia era la dea del matrimonio e al parto.
 
Caratteristica della religiosità celtica erano le "notti sacre"
Le notti sacre sono diventate famose non tanto per il loro significato intrinseco, quanto per la circostanza che vennero più o meno travasate prima nel paganesimo romano e poi nel cristianesimo.
I romani crearono la festa dei "Lupercali" che coincideva con la festa celtica di Imbolc (Brigit) nella notte tra il 1° ed il 2 febbraio.
In quegli stessi giorni i cristiani celebrarono la Candelora, tipica festa di purificazione.
All'ambiente mitologico celtico si collega la saga di Cu-chulain. L'eroe sarebbe stato un mitico capo dei Tuata de Dannan della tradizione celtico-irlandese.
Cu-chulain avrebbe compiuto straordinarie imprese ed attraversato l'Atlantico spostandosi in Messico ove, secondo ipotesi più o meno fantasiose, sarebbe stato conosciuto come il maya Kukulkàn o l'azteco Quetzalcoatl.
Altri ritengono che alla medesima categoria sarebbe appartenuto il più tardo Myrddin-Merlino.
 
LA SCRITTURA CELTICA: IL FUTHARCK E L'OGAM
Da quello che si racconta in giro, anche negli ambienti della cultura ufficiale, sembrerebbe che la nostra ignoranza sui Celti sarebbe dovuta alla mancanza di autoctone fonti scritte. Insomma i Celti sarebbero stati e sarebbero rimasti degli inguaribili analfabeti.
Niente di più errato! I Celti praticavano ben due scritture: il cosiddetto "futhark" ed il cosiddetto "ogami".
Quanto al "futhark", questo nome è un acronimo che riproduce la sequenza delle prime sei lettere che lo compongono (Fehu, Ur, Thurs, Ansuz, Raido e Ken).
Ebbene, il futhark ci propone un nuovo e strano problema. Il futhark doveva preesistere alla separazione della prima dalla seconda ondata di migrazione indoeuropea, infatti venne utilizzato non solo dai Celti ma anche usato dalle popolazioni germaniche (come ad esempio gli Juti) che cominciarono a spostarsi verso occidente pressappoco un millennio più tardi.
Quindi, se l'argomento della religione non può essere utilizzato per stabilire un principio di nazionalità unica per gli indoeuropei (19), il ricorso al futhark potrebbe forse indurre ad una diversa conclusione.
Purtroppo me lo impediscono due considerazioni:
la scarsità dell'utilizzazione della scrittura "arboricola";
l'uso, nella pratica, della scrittura ogamica, che restò limitata ai soli Celti.
Comunque, c'è da dire che i gruppi celtici e quelli germanici non ebbero mai la coscienza di una comune appartenenza ché, anzi furono irrimediabilmente ostili gli uni agli altri.
Ma torniamo al futhark: questo, che è stato definito alfabeto "arboricolo", era inizialmente formato da 24 caratteri chiamati "rune". Naturalmente il furhark era una scrittura viva e fu soggetta ad evoluzioni successive, che diversificarono, nel tempo, sia il numero che la forma delle rune.
In Irlanda veniva utilizzata la scrittura Ogamica od Ogam [i] basata su un alfabeto di 20 segni formati da punti e linee disposti verticalmente al di sopra e al di sotto di una linea orizzontale.
Tanto per cominciare la grafia delle singole rune: erano composte da linee, rette o spezzate. La forma dipendeva dal fatto che nelle normalità, le rune venivano incise su pietra, su legno e comunque su superfici dure e riproducevano la forma di rami di albero.
Il futhark arcaico (20) (circa tra 150 a.C. e l'800 d.C.) era composto così come riportato qui di seguito:
 
 
Inoltre la scrittura runica ha presentato, sin dalle sue prime manifestazioni, forme molto diversificate le une dalle altre, a seconda che fossero utilizzata in area continentale (sia settentrionale che insulare).
Nelle rune bisognava osservare tre aspetti tra loro inscindibili:
Il suono (il nome pronunciato): ci informa del valore fonetico della Runa. Il suono, in sostanza, riproduce la qualità creativa della magia della vocalizzazione;
Il glifo della Runa (la sua forma): rappresenta la sua qualità visibile;
Il contenuto simbolico: rappresenta il significato (o i significati) che sono stati attribuiti alla Runa (21).
Si comprende facilmente come questi significati (o aspetti) delle rune finissero col sottintendere un grosso valore esoterico. La parola runa è infatti connessa ai concetti di "segreto" e "mistero": come elemento di riproduzione del pensiero la runa allude alla possibilità di servire alla comunicazione, ma anche all'uso magico che se ne faceva.
Peraltro in ambito insulare gli utilizzatori hanno accentuato la tendenza ad adattare la scrittura ai suoni della lingua portando ad ampliare il futhark originario di 24 segni con altre rune (4 e 5); in Scandinavia invece si è diffuso un futhark semplificato di 16 segni.
La scomparsa della cultura celtica non portò immediatamente alla scomparsa delle rune.
Tuttavia la diffusione del cristianesimo tra le popolazioni germaniche portò progressivamente alla sostituzione del furhark con i segni di alfabeti classici.
Sotto il profilo storico, indipendentemente dalle illazioni cui ciascuno studioso può arrivare, dobbiamo dire che, purtroppo, non esistono annotazioni di sorta sulla nascita delle Rune. Ma questo non è molto rilevante: colui che si accinge a studiarle preferisce soffermarsi sul loro aspetto esoterico interpretando le Rune come archetipi di un sistema di sapere sacro nel quale sia nascosto il segreto stesso dell'esistenza (22).
 
L'uso della scrittura ogamica fu introdotta intorno al IV° secolo d.C. Testi ogamici sono stati rinvenuti, per la maggior parte, nell'Irlanda del sud.
Detta anche Ogam[i]: essa riproponeva, probabilmente, una scrittura più antica della medesima Irlanda.
Era basata su un alfabeto di 20 segni formati da punti e linee disposti a destra ed a sinistra di un linea verticale. Il dio Ogma le aveva dato il nome. Ogma era una specie di Ercole con il dono dell'eloquenza (una sorta di dio Thoth)  (23).
 
I DRUIDI
È oggetto di dubbio chi e cosa fossero i druidi. Innanzitutto va detto che essi non costituivano una casta sacerdotale (almeno professionalmente non lo erano, o meglio, non erano soltanto dei sacerdoti). Correttamente li si dovrebbe classificare saggi sciamani.
Detto ciò bisogna poi eliminare o, perlomeno, correggere molti luoghi comuni.
In primo luogo, bisogna subito specificare che Druidi potevano essere sia maschi che femmine.
In secondo luogo, maschi o femmine che fossero, occupavano un posto notevolmente alto all'interno della loro società celtica.
Così, a Dione Crisostomo sembrò fossero più importanti del re, anzi che il re fosse un fantoccio nelle loro mani. Ovviamente questo giudizio era esagerato ma rende bene l'idea e questa viene riprodotta in quasi tutti i testi mitologici (24).
Tra i druidi l'arpista rappresentava una figura assolutamente di spicco all'interno del panorama culturale celtico, perché praticavano la magia del suono e della voce. Sono nominati, nell'epica irlandese, musici dalle doti particolari (25).
La leggenda vuole che l'Irlanda, dopo numerose invasioni da parte di popoli mitologici, venisse conquistata definitivamente, non dalle armi ma dall'arpa e dal canto del poeta Amergin.
I Celti, peraltro, avevano un grande rispetto per tutti gli artisti sia che fossero bardi o artigiani. In particolare chiamavano gli artigiani "aes dana" e concedevano loro privilegi che non attribuivano ai nobili (26). C'è da dire che i loro artigiani padroneggiavano notevoli tecniche di lavorazione che erano ammirate perfino dai Romani.
Ancor oggi la studioso resta ammirato e stupefatto dinanzi alla bellezza di un elmo o di un gioiello ornati da figure simboliche e stilizzate.
Anche nei testi mitologici (quelli trascritti dai monaci cristiani) viene esaltato l'amore per la bellezza dei monili, descritti con una accuratezza che esalta l'abilità degli artigiani maggiormente dotati.
Possiamo a questo punto riconoscere che i druidi avessero delle capacità veramente straordinarie, almeno quanto il loro prestigio: dalla mitologia apprendiamo che durante una lotta, durante una battaglia, bastava che un druido sollevasse un ramo di quercia per ottenere un assoluto silenzio o la cessazione del combattimento.
Il druido ed il bardo godevano di una specie di salvacondotto e questo non veniva meno neppure quando avesse deciso di schierarsi con una delle due parti.
Cu-Chulainn trovò la morte solo quando ebbe violato i "gessa" che gli erano propri (e, tra questi, il divieto di uccidere un membro della classe druidica; in questo caso un satirista, che pure lo aveva provocato ripetutamente attaccandolo).
Di fatto i druidi non erano soggetti a coscrizioni di sorta: partecipavano alle guerre solo di loro volontà e praticavano numerose e diverse magie anche se avevano una buona preparazione bellica (27).
In corrispettivo il druido o bardo godeva di un'assoluta immunità, al punto da potersi aggirare sul campo di battaglia senza che nessuno si azzardasse a fargli del male. Nei confronti dell'evento al quale assistevano essi ne erano i cronisti, gli storici.
Nella loro qualità di sciamani bisogna aggiungere che druidi e bardi non erano neppure una classe di Catoni dediti alle questioni più seriose. Abbiamo visto che tra di loro c'era il bardo e, aggiungo, l'arpista, dalla tecnica raffinata. Egli era in grado di suscitare emotività (come ilarità, pianto, sonnolenza) negli ascoltatori.
Nell'ambito del panorama celtico l'arpista era, quindi, una figura di assoluto spicco: essi in sostanza perché praticavano la magia della voce e c'è da dire che nell'epos irlandese la categoria vantava musici assolutamente straordinari.
Abbiamo visto che per la leggenda, l'Irlanda, dopo aver respinto varie invasioni mitologiche, venisse conquistata, dall'arpa e dal canto del poeta Amergin.
Del resto fu coerente con questo giudizio quello dei contemporanei Latini e Greci che furono estimatori convinti dei druidi. Cicerone si vantava pubblicamente, e con orgoglio, di aver potuto parlare con un druido.
Mi risulta che sia errata l'opinione di coloro che considerarono i druidi dei pitagorici. In effetti l'unico punto che il druidismo ebbe con il pitagorismo era quello relativo alla immortalità dell'anima. E questo mi sembra una testimonianza del prestigio di cui il pitagorismo godevano i popoli mediterranei.
Tra i druidi rientravano i poeti "filid" (plurale di "file").
 
IL DRUIDISMO E LA SUA STORIA
È indubbio che i druidi svolgessero, nell'Europa celtica - sia al di là delle Alpi che a sud, nella pianura del Po - e nelle isole britanniche, i compiti propri dei "medicine-men". Queste funzioni erano intimamente connesse all'aspetto culturale delle popolazioni che i greci chiamavano Keltoi o Galatai ed i romani Celtae e Galli (28).
Per quanto possiamo saperne le pratiche druidiche trovavano il loro fondamento nella tradizione; erano, in altri termini, pratiche conservative, nel senso che i druidi erano autori e custodi degli antichi segreti.
Purtroppo, allo stato attuale delle nostre conoscenze è impossibile dire se tale riservatezza abbia avuto radici storiche, se essa sia stata generata da trasformazioni sociali di quel periodo, o se invece ci sia stata discontinuità e il druidismo si sia limitato a introdurre improvvise innovazioni.
La questione non è di facile soluzione e, del resto, è dubbia perfino l'etimologia della parola "druido".
Peraltro si nutre il dubbio che l'origine della parola possa essere antecedente al formarsi delle lingue Indoeuropee.
È molto diffusa l'opinione secondo la quale sia di origine direttamente celtica; la parola deriverebbe dalla quercia (in gaelico irlandese "doire", in scrittura futhark e Ogham "duir"). In senso proprio la parola "druido" significa "saggezza".
E, infatti, è incontestabile che i druidi, nella società celtica, fossero i saggi per antonomasia e godessero, quindi, di grande prestigio, di influenza sociale e religiosa; in sostanza essi erano contemporaneamente filosofi, scienziati, maestri, giudici e consiglieri del re (basti pensare al Merlino della saga arturiana).
In qualche misura erano anche dei sacerdoti (anche se non esclusivamente), intermediari naturali con le loro divinità, responsabili del calendario lunare e guardiani del "sacro ordine naturale" (29).
Mi sembra comunque il caso di ribadire che, purtroppo, come sappiamo, le nostre conoscenze storiche sui Celti sono assolutamente insufficienti e quelle sui druidi sono di seconda mano e molto imprecise.
Sembra assolutamente da ribadire che i principi del druidismo erano un coacervo di cognizioni tramandate a memoria: lo studio di questo corpus poteva richiedere decine d'anni. Per giunta la "scuola di druidi" di Anglesey (distrutta e massacrata dai romani) non aveva un programma documentato e, di conseguenza, non sappiamo cosa vi si insegnasse.
Di una letteratura druidica (anche se fatta di canzoni, formule, preghiere, incantesimi, regole di divinazione e di magia), non è sopravvissuto nulla, nemmeno "di seconda mano"; non esiste neppure una leggenda che si sia tramandata in una forma druidica pura, vale a dire almeno senza le sovrapposizioni le contaminazioni cristiane.
Talvolta tuttavia è possibile riconoscere pratiche religiose tradizionali sotto le incrostazioni del cristianesimo.
Esse sono sopravvissute sotto l'aspetto delle festività come Halloween o in oggetti tradizionali come le bambole di granoturco o, infine, in rituali legati al raccolto (come i miti di Puck o del woodwose; come le credenze su piante, su animali, e così via).
In generale rimane la difficoltà ad identificare l'epoca del contesto culturale cui facciamo riferimento o al quale dobbiamo far risalire questa o quella tradizioni ancora tramandate in forma orale.
 
NOTIZIE STORICHE DAI ROMANI
È di tutta evidenza che la prima fonte, alla quale siamo soliti riferirci, è una fonte coeva: si tratta del "De bello Gallico" di Giulio Cesare. In quell'opera si trova il più antico e completo resoconto sui druidi.
Cesare nota che i Galli più importanti appartenevano tutti alla classe dei druidi ed a quella dei nobili; queste due classi erano separate e diverse l'una rispetto all'altra.
I druidi costituivano la classe dotta, ed erano i guardiani della legge; erano investiti del potere di giudicare direttamente dalla società. L'appartenenza a questa classe non era un privilegio ereditario.
I druidi tuttavia alcuni privilegi li avevano: erano esonerati dal lavoro nei campi e dal pagamento tasse.
Il procedimento di indottrinamento di per un novizio era molto lungo. Non c'erano libri e l'insegnamento era impartito oralmente: La scrittura (che Cesare ritiene fosse basata sui caratteri greci) veniva utilizzata solo per questioni quotidiane.
Di fatto, non esiste traccia di scritti druidici. Per Cesare "Il punto essenziale della loro dottrina è che l'anima non muore, e che dopo la morte passa da un corpo all'altro".
Questo giudizio ha condotto, all'errore che i druidi fossero pitagorici.
Peraltro Cesare annotò che i druidi credevano in uno spirito guardiano della tribù, che il conquistatore traduce con la parola "dispater", termine che, in genere viene ricondotta a padre Ade.
Oltre a Cesare di druidismo si occupano anche Diodoro Siculo e Strabone. Questi due scrittori conoscevano i druidi in maniera molto più indiretta, anche se ci riportano alcune notizie più o meno originali.
È a loro che dobbiamo la classificazione della società celtica (gallica) in druidi, bardi e indovini (vati).
Per parte sua Pomponio Mela per primo si sofferma sull'educazione dei druidi che era a carattere segreto, che si teneva in grotte e foreste.
I romani prima e poi i cristiani decisero di combattere il druidismo tagliando gli alberi e bruciandoli!
I druidi erano una casta essenzialmente di non-romani: un editto di Augusto vietò ai cittadini romani di praticare o prendere parte a riti druidici.
Strabone ci informa che, sotto la dominazione romana, i druidi continuavano ad essere ancora arbitri su questioni pubbliche e private, ma che non potevano giudicare casi di omicidio.
Sotto il regno di Tiberio, un decreto del Senato soppresse il druidismo ma l'editto dovette essere rinnovato da Claudio.
Per Plinio, l'attività dei druidi sarebbe stata limitata alla pratica della medicina e della magia. Una certa iconografia ci ha abituato a ritenere che i druidi venerassero il vischio, e che boschetti di querce sarebbero stati il loro rifugio preferito. Un druido raccoglieva il vischio con un coltello dorato; due tori bianchi venivano sacrificati nel luogo del ritrovamento.
 
I QUARTIERI GENERALI DEL DRUIDISMO
La Bretagna era considerato un centro di druidismo molto importante: quello che può essere definito un vero e proprio quartier generale.
Però, una volta all'anno, un'assemblea generale si teneva nelle foresta dei Carnutes in Gallia.
Un altro quartiere generale era situato sull'isola di Mona (l'attuale Amglesey, in gaelico "Ynis Mons").
Tacito è l'unica fonte che ci parli dell'attacco romano alla scuola dei druidi di Mona. Egli afferma che i legionari furono terrorizzati dall'apparizione di una banda di druidi che, sollevando le mani al cielo, tuonarono terribili maledizioni sulla testa degli invasori.
Non è che ottenessero molto: i romani comunque li sterminarono e misero in fuga quelli che erano scampati. I sacri boschi di Mona furono abbattuti.
Dopo il I° secolo dell'era cristiana, i druidi erano scomparsi dall'Europa e i testi di quel periodo solo in rarissime occasioni fanno riferimento a questa casta.
Per esempio, Ausonio si limita usa il termine "druido" come ingiuria. Infatti egli definisce il retore Attius Patera "discendente di druidi".
Le fonti latine si occupano quasi esclusivamente dei Celti "continentali". Nennio è l'unico che ci dica qualcosa su Vortigen e sui Celti di Britannia.
I druidi d'Irlanda sono citati frequentemente. Il loro ruolo sembra corrispondere a quello che avevano in Gallia (30). Sembra però che in Irlanda esistessero anche altre figure assimilabili ai druidi: i bardi e i poeti.
Infatti i poeti avevano subito usurpato diversi compiti che altrove sarebbero spettati ai druidi. Col tempo finirono per soppiantarli soprattutto con il sopraggiungere del Cristianesimo quando i druidi furono costretti ad assumere il ruolo di maghi cattivi.
Al contrario nelle Fiandre e nei Paesi Bassi rimasero pagani fino a quando Sant'Eligio (VII° secolo), li convertì al cristianesimo. La "Vita di Eligio" (autore il suo contemporaneo Ouen), fornisce delle immagini molto vivide delle pratiche druidiche di quelle regioni.
Eligio, infatti, dovette ammonire più volte i pagani delle Fiandre, ad abbandonare costumi che egli giudicava sacrileghi.
Se leggiamo in positivo queste ammonizioni ne possiamo ricavarne un dato non altrimenti documentato, le pratiche druidiche di quelle regioni cui Ouen e Eligio assistettero (31).
 
DRUIDISMO E SACRIFICI
Vengono attribuite al druidismo la pratica di sacrifici umani.
Una parte della critica storica ha letto questa informazione in chiave propagandistica.
Ma credo che la critica sia in errore ma bisogna intendersi.
I Galli praticavano il sacrificio umano, ma allo stesso modo di ogni diverso sacrificio, senza sadico compiacimento (come per i Maya o gli Atzechi e, in genere i mesoamericani precolombiani). Il Sacrificio umano gallico era una forma di irrogazione di una condanna a morte a carattere criminale.
Peraltro doveva essere garantito un minimo di forma: Diodoro siculo ci informa che un sacrificio era ritenuto efficace solo con la presenza di un druido.
 
IL DRUIDO-SACERDOTE ED IL PAGANESIMO DRUIDICO
Ho definito il druido un "saggio sciamano" ma ovviamente ciò non escludeva la coesistenza con la funzione sacerdotale; a questa l'aspirante druido perveniva, attraverso iniziazione, con un percorso articolato su tre gradi:
Al primo grado l'adepto conseguiva la qualifica di Bardo; poteva aspirare al grado successivo colui che avesse acquisito conoscenze basilari sulla mitologia e la filosofia druidica;
Al secondo grado, l'aspirante veniva iniziato ai sacri misteri;
Al terzo grado, ovverosia a Druido, l'adepto perveniva quando fosse divenuto tanto maturo e saggio da poter trasmettere ad altri proprie personali conoscenze.
Ai Druidi venivano riconosciuti poteri che erano potenzialmente al limite del soprannaturale; tra l'altro essi avevano la facoltà di comandare agli elementi della natura (quella che di lì a qualche secolo sarebbe diventata la magia tempestaria di memoria medievale e si sarebbero trasformati in stregoni in odore di satanismo).
Ma il loro potere maggiore funzionava con la "parola" e consisteva nella capacità di lanciare maledizioni o incantesimi a distanza (fatture: in gaelico "glamm dicinn"); Mediante la parola si riteneva che il druido riuscisse ad incidere anche sull'aspetto fisico del maledetto.
In effetti i druidi erano considerati capaci di praticare varie forme di magia naturale; ad esempio potevano far impazzire un uomo ("dfui fulla") e ne potevano causare la morte ("briamon smethraige").
Oltre che la magia, i druidi praticavano la mantica del volo degli uccelli ed erano degli attenti osservatori delle interiora degli animali sacrificati: una sorta di "psicometria" che veniva attuata attraverso una strofa di divinazione chiamata "teinm laegda").
Essenzialmente però i druidi erano, come ho più volte detto, degli sciamani, vale a dire dei "medicine men", pratici di magia e di medicina.
Quanto ai luoghi bei quali esercitavano le proprie funzioni, bisogna considerare che ci troviamo in una Europa coperta di boschi: Qui i druidi si trovavano a loro agio dovunque: perché i loro templi erano i boschi sacri ("nemeton") nei quali le querce erano gli alberi sacri per eccellenza.
Il poeta Lucano (in "Farsalia") declama: "Nemora alta remotis incolitis": abitate in luoghi remoti nel profondo dei boschi [sacri].
In particolare le funzione sacrale dei boschi era triplice: sacri come bosco in sé, sacri come dimora di gnomi ed elfi (cioè di quegli essere che nel medioevo saranno denominati il "Piccolo Popolo") e, infine, sacri per il fatto di essere raccolti intorno ad una fonte con al centro una pietra sacrificale tonda (come il cerchio e la ruota della vita). Ci troviamo, in pratica, in presenza di un'estensione simbolica dei più antichi circoli megalitici (32). L'esistenza di questo circolo, che era l'immagine del dio vivente, ci riporta alla memoria gli antichissimi culti matriarcale della Grande Madre, della Veneri Steatopigiche, ma anche il luogo del sacrificio umano del divino Paredro dopo che aveva assolto alla sua funzione procreatrice. Qui in origine veniva esercitato il culto delle forze naturali con il suo nutrito pantheon comprendente, nel complesso, più di 400 divinità con larghi influssi per il sincretismo e, quindi, senza contare i nuovi apporti.
Il divino druidico corrisponde, di conseguenza, ad un "divino" allargato che, tutto sommato, spiega la facilità con cui il Cristianesimo attecchì presso le popolazioni celtiche. Ci parla anche di un periodo abbastanza lungo nel quale i culti restarono sovrapposti e la utilizzazione di luoghi druidici per la edificazione dei luoghi di culto cristiani.
E non mi sembra un caso che si possa parlare di questa ipotetica "religione druidica", della quale non resta documentazione scritta, né mi sembra un caso che essa sia stata conosciuta attraverso i monaci che nel corso di IV° secolo arrivarono in Irlanda e ne raccolsero le tradizioni orali.
L'Irlanda, in particolare, fu l'ultimo rifugio dei Druidi, depositari non solo della religione, ma anche della tradizione storica, giuridica, religiosa e politica dei popoli celtici.
E non si mi sembra strano che i sopravvissuti alle stragi romane riuscissero abbastanza facilmente a buona parte di questo patrimonio culturale dal quale ebbe origine il ciclo arturiano.
Eliphas Levi vide nei druidi i veri figli "...dei magi e la loro iniziazione proveniva dall'Egitto e dalla Caldea, cioè dalle fonti pure della Kabbalah primitiva. Essi adoravano la trinità ...: Iside o Ileso (l'armonia suprema); Belen o Bel o Belenos (in assiro il signore corrispondente di Adonai); Camul o Camael (la giustizia divina)".
Graficamente possiamo rappresentare la suprema divinità celtica in forma doppiamente triadica, come segue:
 
 
Non bisogna a questo punto sottovalutare la significativa presenza della donna-vergine (vale a dire la vestale) (33). Anche in questo caso non è azzardato notare la coincidente della presenza di una Vergine della tradizione cristiana probabilmente di risonanza ampliata dalla risonanza celtica.
Qualcuno (ad esempio l'amico Antonio Bruno) ha sviluppato, sul tema del druidismo, l'interessante possibilità che i druidi credessero in una sorta di reincarnazione.
Afferma Bruno: "Rifacendoci alla reincarnazione, dunque, ed affacciandosi per un attimo sul magico ed affascinante mondo celtico, vediamo che gli antichi Druidi conoscevano benissimo tale dottrina".
Quello che mi è apparso più interessante nello sviluppo del lavoro del Bruno è la contestazione dell'esistenza di un'accoppiata tra l'attributo di "barbaro" e del termine di "reincarnazione" che mi sembra una contraddizione in termini. La reincarnazione, in realtà, è una filosofia molto sofisticata che si unisce ad un altissimo senso del religioso e del mistico. Non credo che possano esistere motivi per definire questo credo un barbarismo.
Purtroppo il Bruno non ci dice da quali fonti abbia modo estrarre tali convincimenti soprattutto per ciò che riguarda la pratica della reincarnazione e soprattutto la conservazione del suo ricordo.
Soprattutto questo ultimo aspetto ci riporta inevitabilmente alle origini centroasiatiche degli indoeuropei. Non a caso di un ricordo della reincarnazione si parla nella filosofia religiosa egiziana (Thoth è un reincarnato cosciente) e soprattutto nella filosofia vedica (il Gahthama è parimenti un reincarnato che ha conservato memoria delle sue vite precedenti.
Ma le argomentazioni che ne il Bruno fa seguire mi sembrano esternante importanti.
Ciò vale certamente per tutto ciò che attiene la presenza attiva della parte spirituale dell'uomo (quella che i druidi avrebbero definito Awen) (34).
Purtroppo il resto del lavoro di Bruno più che i Druidi riguarda le opinioni del ricercatore Atkinson.
Dello stesso Bruno, maggiormente attinente al nostro tema, un secondo lavoro (concernente i Druidi, in rapporto a reincarnazione e Tesosofia). Qui il Bruno affronta un tema che ci riguarda molto più da vicino: quello della presenza di sacerdotesse celtiche, vale a dire una sorta di vestali celtiche che venivano ammesse a far parte dell'ordine druidico.
Di questi druidi al femminile parlano vari autori latini (soprattutto biografi imperiali), tra i quali Tacito. Nel Libro XIV (capitoli 29 e 30) dei suoi "Annales" Tacito ci racconta di una battaglia che ebbe luogo nel 61 d.C. sull'Isola di Mona (l'odierna Isola Anglesey).
In quell'occasione i Romani, erano comandati dal console Svetonio Paolino e si scontrarono con i Celti di Britannia; nel corso della battaglia attaccarono il centro druidico, distruggendone il Sacro centro Druidico di Britannia e massacrandone tutti i rappresentanti.
Tacito descrive questo evento e non omette di sottolineare la presenza, accanto ai Druidi, di donne vestite di scuro con i lunghi capelli sciolti al vento che agitavano fiaccole (probabilmente druidesse).
Quelle donne in pratica esercitavano influenze su questioni di carattere certamente spirituale ma anche e soprattutto politico.
Purtroppo, non possiamo dire con certezza se si trattasse di Sacerdotesse druidiche.
Ma torniamo al normale druidismo.
 
Per comprendere appieno cosa significasse appartenere alla casta druidica basti pensare che tutte le conoscenze e tutti i relativi segreti erano gestiti dai druidi, non importa se uomini o donne.
Probabilmente all'inizio, essi costituivano un'unica casta.
Col passare del tempo la loro organizzazione si sviluppò, divenne sufficientemente complessa al punto da articolarsi in classi diverse, sia per sesso che per specialità.
Le notizie che possediamo differiscono sia da autore ad autore, sia in ragione del periodo di riferimento. Per lo più, comunque, la notizie tendono a completarsi vicendevolmente.
Sappiamo, per questa via, che - ad esempio - i druidi (custodi del calendario) scandivano il tempo con rituali che risalivano alla notte dei tempi: la base per il calcolo del tempo, per i Celti, era determinato dalle fasi lunari; dalla luna dipendevano infatti i cicli della fecondità muliebre ed essa era basata su quattro grandi eventi stagionali, dei quali l'Irlanda ha custodito la memoria.
Tutta la cultura celtica si basava su opposti: così, ad esempio, l'anno cominciava il 1° maggio, con la stagione dei giorni più lunghi (35).
Al suo opposto i bretoni collocavano i "mesi neri", vale a dire l'inverno (36).
In Gallia i druidi-Vates, erano specialisti di sociologia, di storia e di scienze naturali; al capo sociale opposto c'erano i Bardes, poeti e cantastorie ufficiali della società celtica ma soprattutto cronisti (37).
In Irlanda, ai Filid erano demandate funzioni scientifiche e poetiche; i Filid avevano dignità uguale a quella dei druidi.
Gli antichi avevano sentito parlare dei druidi fin dal IV° secolo a.C. e ne avevano un grande rispetto per la loro saggezza e sapienza.
Quale fosse l'insegnamento impartito ai druidi o da questi, non sappiamo, ma sappiamo che certamente non era un insegnamento esoterico o segreto; ciononostante esso era riservato agli allievi delle scuole di druidismo che erano frequentate dai figli dell'aristocrazia celtica.
Tra le cose più sacre era collocata la quercia dalla quale i druidi potevano raccoglieva il vischio. I boschi erano i luoghi nei quali si manifestava la presenza del divino. E faceva per ciò stesso parte integrante della cultura Celtica.
Per i Romani diventò di importanza capitale abbattere i loro santuari forestali, almeno quanto lo era sconfiggerli in battaglia.
Qualunque fosse l'opinione e la strategia dei romani, è certo che i druidi operavano in un mondo al limite del magico: essi si ponevano sul gradino più alto nella rappresentazione dell'unità delle varie nazioni celtiche.
Erano allo stesso tempo detentori della sapienza e signori degli elementi pitagorici.
Va da sé che la sconfitta dei Celti-Galli dovesse passare attraverso la soppressione della casta. Si cominciò con la proibizione delle riunioni e si proseguì con l'abolizione del culto: era l'unico modo per colpire al cuore la società celtica.
Ma qui mi fermo perché un serio ragionamento sul neopaganesimo rischierebbe di portarmi fuori strada.
 
CONCLUSIONI SU DRUIDI E DRUIDISMO
Non mi resta molto da dire sul mondo celtico, sui druidi e sul druidismo. Come ho più volte detto è sopravvissuto poco della celticità e quel poco è stato offuscato da secoli di misteri e mistificazioni. È stato a ragione osservato che "A quest'opera di occultamento hanno senz'altro contribuito storici e commentatori degli ultimi due secoli portati più a descrivere … la storia come vorremmo che fosse piuttosto che non la storia come è stata".
Ormai sappiamo che le nostre conoscenze sui Celti - e sui Druidi - derivano dalla lettura di autori a loro contemporanei; cioè storici, cronisti e geografi greci e latini, ma anche da fonti della letteratura irlandese e gallese attraverso il filtro (qualche volta mere trascrizioni) di monaci tra il IX° e il XIII° secolo dell'era cristiana; "last but not least" da tracce provenienti dalle parti più varie e spesso impensabili sulla civiltà celtica. E mi piace spesso pensare al lavoro spesso misconosciuto di seri archeologi.
Ed è appunto sulle prove archeologiche che voglio per un attimo soffermarmi.
I reperti in genere provengono da scavi in luoghi che una volta erano fortificati ma anche in tombe e di luoghi di culto: tutti ci aprono spiragli, spesso sostanziosi, su credenze, cerimonie, rituali e raffigurazioni di Dèi. Per loro tramite, diviene possibile avere delle ricostruzioni abbastanza attendibili sul corpus mitologico leggendario che ci è giunto attraverso le saghe irlandesi e gallesi.
Per comprendere appieno il Druidismo bisogna partire però dalla società celtica, dalla sua struttura e dalla sua mitologia.
Ho detto e ripetuto che i druidi fossero, al tempo stesso, molto di più (ma anche qualcosa di meno) di sacerdoti di una ipotetica religione "druidica" o, se si preferisce, "celtica".
Debbo ora precisare che i druidi furono certamente "anche" sacerdoti (oltre che aruspici e vati); essi officiavano durante le cerimonie. È altrettanto certo che essi erano contemporaneamente anche giudici, medici, maghi, poeti e rappresentavano altrettante categorie sociali. Prima di tutto, essi erano la memoria storica di un popolo che non utilizzava la scrittura né per redigere la storia né la cronaca.
I Druidi erano, quindi, espressione viva della società celtica ed erano in maniera indissolubile legati a quella struttura.
Ne derivò che, col venir meno della organizzazione sociale celtica (determinante la perdita di indipendenza), i druidi dovevano necessariamente scomparire e con loro si perse la loro storia.
Lo storico George Dumezil utilizza per gli indoeuropei l'immagine della "ideologia tripartita". Non solo le società celtiche, ma in genere le società indoeuropee (comprese più tardi quelle germaniche e slave), agli inizi, sono società tripartite in altrettante categorie: la società sovrana, la società guerriera e la società produttiva.
La prima caratterizzata dall'esercizio della sovranità, del sacerdozio e della giustizia.
La seconda esercitava la funzione militare, che era privilegio di nobili e di proprietari di terre o bestiame.
Nella terza categoria, si trattasse di beni materiali o spirituali, rientravano i contadini, gli allevatori, gli artigiani e gli artisti.
Questa tripartizione caratterizzava ogni manifestazione sociale e si rifletteva, quindi, sulla mitologia (vale a dire sulle religioni) di tutti i popoli indoeuropei. E questi popoli, nella grande maggioranza, avevano una struttura a base teogonica essendo basata su un gruppo di divinità (in genere cinque) che, indipendentemente dalla denominazione adoperata, si caratterizzava per la stessa tripartizioni della struttura sociale.
Tutto questo accadeva già prima che gli indoeuropei si spostassero dalla valle dell'Indo.
Ricorderò, per amore di chiarezza, ad esempio che nell'India Vedica, le divinità di Mithra e Varuna incarnano la sovranità nelle sue manifestazioni del "potere giudicatore" e del "potere protettore"; mentre Indra era la "forza guerriera" ed i gemelli Ashvin la "proprietà" e la "ricchezza".
Questa tripartizione si mantenne e si ripropose nelle popolazioni del dopo migrazione.
Ad esempio, presso i Latini imperava la triade Giove, Marte e Quirino.
Nell'Ellade al vertice del Pantheon c'era Giove, Athena ed Apollo, entrambe le triadi con le medesima funzioni.
Presso i Celti, ovviamente, i vari gruppi sociali conferirono nomi diversi alla divinità; ma non modificarono con le caratteristiche della Triade iniziale. Sicché presso i Celti generalmente la funzione sovrana venne rappresentata da "Taransi" - "Omigos" - "Dagda".
Alla funzione guerriera presiedettero varie coppie di dèi come la triade "Belenos" - "Teutates" - "Morrigan"; come la coppia "Brigit" - "Epona" (portatori di fertilità e protettori degli animali); o, in alternativa, la coppia "Brigit" - "Belisana" (protettori di poeti e artisti).
La funzione produttiva venne affidata alla coppia di dèi "Lug-Lev"  (38).
Con questa struttura iniziale le società proto-celtiche preferirono fondersi pacificamente con i popoli autoctoni delle culture megalitiche. Essi pensarono bene di immedesimare le divinità dei megalitici con la proprie, fin dal momento del loro arrivo in occidente.
La fusione tra i nuovi e vecchi dèi fu prodiga di effetti e segnarono la differenza tra i Celti ed i popoli di altri ceppi indoeuropei (ad esempio dei germani e degli slavi).
In tutto questo quale parte della società civile andarono a ricoprire i Druidi?
A ben considerare gli aventi del dopo migrazione, mi sembra fuor di dubbio che i druidi rappresentarono un caso unico nella storia dei popoli indoeuropei. I druidi, infatti, si tramutarono in custodi delle divinità che avevano sostituito la triade iniziale. E così andarono a costituire una vera e propria cultura nell'ambito della celticità. E, forse, proprio per questa ragione la loro cultura si perse in una sola volta, dall'oggi al domani senza lasciar tracce del loro passaggio.
Con l'arrivo del Cristianesimo, indubbiamente se ne dissolse il ruolo centrale; il Druido divenne un semplice cantore e poeta. E questo venne accettato - magari solo col silenzio - dal potere cristiano.
Al tempo stesso, però, quel potere si era trasformato: i druidi andarono a coprire il ruolo di maghi dei boschi, ai confini della società, in una società dove la cultura era tramontata nell'oscurità del medioevo, ultimi custodi di reminiscenze tradizionali.
 
LA GALLIA CELTICA ED I SUOI PERSONAGGI
Gli antichi scrittori latini e greci ci hanno parlato per primi dei Celti che essi conoscevano come Galli o Galati.
Per i Greci i Celti erano "barbaroi" e li snobbavano. I romani, erano loro vicini e non si potevano permettere di ignorali. Tuttavia, alla pari dei Greci, non romani si posero problemi sulla loro provenienza o sulla archeologia cui avevano dato origine nel loro recente passato.
Del resto le antiche popolazioni celtiche non hanno lasciato granché di se stessi se si fa eccezione di una serie di reperti archeologici per lo più localizzati nelle armi e nei gioielli. Si pensi anche ai menhir della Bretagna francese (Carnac) e alcune costruzioni megalitiche in Bretagna (Stonehenge, Salisbury, alcuni centro del Galles e dell'Irlanda).
Diverse debbono essere le conclusioni se passiamo a considerare il problema sotto il profilo antropologico: le odierne popolazioni francesi invece discendono da quelle che sopravvissero alla fusione tra civiltà latina e celtica, mescolatesi dopo la conquista di Cesare; anche se con immissioni germaniche: i Franchi.
A questo proposito è frequente e ricorrente un errore: che i Franchi abbiano contribuito in modo determinante a modificare la composizione etnica della Gallia: La verità è che furono proprio i Franchi (popolazione germanica) ad essere assimilati molto presto nello strato celto-latino preesistente.
Di fatto l'unica traccia che i Franchi lasciarono nella Francia è stato il nome della nazione, che, tra l'altro, era riferito alla sola area parigina.
Ma restiamo alla Gallia quale la trovò Cesare.
La società gallica si era sviluppata in un territorio frazionato tra diverse tribù. Questa circostanza non fu mai un ostacolo allo sviluppo di contatti fra le diverse tribù: più semplicemente influì sulla formazione (o sulla mancata formazione) di una coscienza nazionale.
Ovviamente ai contatti provvedevano i druidi ai quali toccava anche il compito di fare da tramite tra il cielo e l'uomo cercando di placare l'ira degli dèi oppure di ottenere il loro favore con il rituale dei sacrifici.
I Galli ritenevano che i druidi fossero capaci di leggere il futuro mediante l'epatomanzia o mediante l'aruspicina senza dimenticare che i druidi erano inoltre i medici della tribù e conoscevano i poteri delle erbe.
Passiamo a considerare quelli che tradizionalmente, vennero ritenuti più rappresentativi nella società celto-gallica.
 
Il primo che ci è stato tramandato dalla tradizione romana è Brenno
Infatti i Galli varcano le soglie della storia quando, guidati da Brenno, misero a sacco Roma nel 390 a.C.
L'episodio rimase collegato alle oche capitoline che, secondo la leggenda, avrebbero svegliato i soldati romani col loro starnazzare evitando così l'occupazione del Campidoglio.
Naturalmente questo non impedì a Brenno di umiliare i romani ai quali impose un riscatto in oro per ritirarsi da Roma.
Questa fu l'unica volta che Roma, almeno fino alle invasioni barbariche, venne conquistata; i Romani non avrebbero mai più dimenticato questa lezione e fino all'arrivo di Attila, Roma non sarebbe più stata saccheggiata.
 
I Galli dell'area cisalpina
Quasi due secoli dopo ritroviamo i Galli alleati di Annibale che proveniva da Sagunto, avendo appena attraversato le Alpi e che tra breve avrebbe sconfitto pesantemente i romani al Ticino, alla Trebbia ed al Trasimeno. Si preparava il disastro di Canne e la riscossa di Zama.
In ogni caso la sconfitta di Annibale e la successiva espansione della repubblica portò prima all'occupazione di quasi tutta la Gallia Cisalpina (l'attuale Pianura Padana), ed alla installazione di una testa di ponte in Provenza (Sagunto e la Gallia Narbonese).
La Gallia Narbonense - in particolare - avrebbe rappresentato il punto di partenza per le conquiste di Giulio Cesare, unita alla capitale mediante la via Aurelia (39).
 
Vercingetorige e la Galli transalpina: il "De bello gallico"
Nominato proconsole (vale a dire governatore) della Gallia Narbonense, Giulio Cesare da qui si spinse alla conquista di un territorio ancora sotto i Romani, fino alla Manica ed in Belgio (ed oltre la Manica: in Britannia). Attraverso il "De bello gallico", i Galli transalpini entrarono nella storia romana ed i romani iniziarono a conoscere costumi ed usanze delle varie etnie galliche.
L'ultimo sussulto di resistenza gallica all'invasione si ebbe nel 52 a.C. quando i Galli si coalizzarono sotto il capo Vercingetorige.
Vercingetorige alla fine fu sconfitto ad Alesia, fu catturato, portato in catene a Roma dove venne giustiziato.
A partire dal 52 a.C. i destini dei Galli e della Gallia si accomunarono, nel bene e nel male.
La romanizzazione della Gallia si attuò abbastanza rapidamente attraverso la costruzione di città, di strade e di acquedotti (40).
Quando Diocleziano procedette alla riorganizzazione dell'impero dividendolo in tetrarcati la Gallia divenne uno dei due territori affidati ai "cesari". A questo punto, cominciava l'attacco all'impero di tribù di stirpe germanica che ne attraversano sempre più numerose il confine stanziandosi negli ex territori Gallici.
 
Da Attila alla caduta dell'impero romano
All'inizio del V° secolo, Attila si mise i moto con le due orde di Unni, seguendo la strada degli indoeuropei: dal confine della Cina andò ad attaccare i Romani di Ezio in Gallia.
Chi erano gli Unni e chi era Attila?
In Cina conoscevano gli Unni (già nel III secolo a.C. li chiamavano Hiung-Nu) (41). In occidente gli Unni entrarono nella storia nel IV° secolo d.C., quando entrarono in contatto con l'impero romano.
In effetti gli Unni compaiono nelle fonti storiche intorno al IV° secolo a.C. e nel I° secolo d.C. il principe unno Han Ye è costretto ad accettare la sovranità cinese.
Il sovrano instaura così la "pax sinica" entro i limiti del confine costituito dalla grande muraglia.
Tolomeo ne parla la prima volta nel II° secolo a.C.: (sono i Kunoi [Cinesi?] nel 172 a.C. nella sua opera ografia.
Perché gli Unni avevano iniziato il loro movimento verso Ovest?
Probabilmente furono le condizioni locali che, nella seconda metà del IV° secolo d.C., li sospinsero essendo preclusa ogni possibilità di spostamento a Sud. Si è parlato di una grande siccità che agì su di loro ma anche sugli Alani e sui Goti cacciandoli dalle steppe delle rive del Volga e della Russia meridionale. Sta di fatto che nel 376 le loro avanguardie erano sul Danubio.
L'arrivo degli Unni sul Danubio costituiva una novità assoluta.
Tolomeo, già nel 172 d.C. segnalava la presenza di Chounoi (forse Cimmeri?), accanto ai Sarmati Roxolaci ed ai Germani Bastarni. Ma l'episodio non si era concluso.
Nel 374 si parlava ancora una volta degli Unni: guidati dai capi Uldino e Mundziuk, sbaragliarono gli Alani ed i Goti di Ermanarico.
Nel 461, ancora gli Unni avanzano con alle spalle gli Avari (affini ai Turchi) guidati da un Khagan, i Turco-Bulgari, i Chazari, i Magiari Ugro-finnici, i Turchi Peceneghi, i Chazai ecc.
L'ultima avanzata degli Unni provoca una reazione a catena che inizia con lo spostamento ad ovest ed a sud di tutti i Germani. Questi attraversarono il Reno il 31 dicembre 406; Alarico conquistò Roma il 24 agosto 410. Ma Attila fu sconfitto da Ezio ai Campi Catalaunici.
Da questo momento in poi la storia della Gallia e quella della Francia, che erano coincise, si separarono negli scritti in latino. Ed i Galli di Francia furono soggiogati dall'etnia dei Franchi.
 
IL CUORE DELLA GALLIA INDIPENDENTE: IL POPOLO DEI CARNUTI
I Carnuti, erano forse il più potente dei popoli celtici nel cuore della Gallia indipendente. Essi occupavano un territorio particolarmente esteso tra i fiumi Sequana (Senna) e Liger (Loira). I suoi confini più lontani dal centro corrispondono alle diocesi di Chartres, Orleans e Blois e queste corrispondono ai moderni dipartimenti dell'Eure-et-Loir, Loiret, Loir-et-Cher.
Il territorio dei Carnutes, tra gli osservatori romani, aveva la reputazione di essere il centro religioso maggiormente politicizzato della Gallia. I centri principali erano quelli di Cenabum (detto anche, forse erroneamente, "Genabum"), l'attuale Orleans, dove un ponte attraversava la Loira, ed Autricum (oggi Chartres).
Cesare ci ricorda grande assemblea annuale dei druidi, che aveva luogo nell'una o nell'altra di queste città.
Tito Livio ci riporta alla tradizione, forse leggendaria, secondo la quale i Carnuti sarebbero stati una delle tribù che accompagnarono Belloveso durante la sua invasione dell'Italia all'epoca del re Tarquinio Prisco.
Nel I° secolo a.C. i Carnuti battevano autonomamente moneta. L'iconografia di queste monete è quella tradizionale con lupo e stella, cavallo al galoppo o triskelion. Diverse monete mostrano un'aquila con luna crescente, un serpente, e stella a cinque punte.
Molte immagini provengono dal neolitico; e ci sarebbe molto da argomentare sul simbolismo del conio che comprende un cerchio. Si è detto che si sarebbe trattato di un simbolo solare. A mio avviso il simbolo dovrebbe rappresentare il ciclo dell'anno nelle sue quattro stagioni.
Nell'inverno tra il 58 ed il 57 a.C. Cesare sottopose i Carnuti al protettorato romano e ne scelse un re fantoccio nella persona di Tasghetio. Nei successivi tre anni i Carnuti assassinarono il re ed il 13 febbraio del 53 gli abitanti di Genabum massacrarono i mercanti romani che stazionavano negli uffici di Cesare.
Questo avvenimento segnò l'inizio della rivolta generale dei Galli sotto la guida di Vercingetorige. Cesare bruciò Genabum; passò gli uomini a fil di spada, deportò donne e ragazzi come schiavi o li assegnò ai legionari, finanziò in questo modo la conquista della Gallia.
Per parte loro i Carnuti riuscirono a mandare dodicimila combattenti ad Alesia ma non potettero evitare la disfatta.
Genabum si trasformò in un ammesso di rovine guardato a vista da due legioni per molti anni.
Dopo la "pacificazione", al tempo di Augusto, i Carnuti (uno dei popoli della Gallia Lugdunense) di Genabum si videro elevati al rango di "civitas foederata": mantennero così il proprio auto-governo, e continuarono a battere moneta ed a prestare servizio militare per l'imperatore.
All'inizio del III° secolo la capitale della Gallia Lugdunense passò ad Autricum ma nel 275 Aureliano ne restituì il ruolo a Genabum denominandola "Aurelianum" o "Aurelianensis urbs" (divenuta oggi "Orleans").
I Carnuti erano un popolo antico già ai tempi di Cesare o lo era il loro nome. Basti pensare che secondo Tito Livio dei Carnuti erano tra i Galli che Belloveso aveva condotto in Italia nel VI° secolo a.C. (42).
Tra l'altro è possibile che Carnuti fossero anche i Carni, che lo stesso Livio afferma fossero installati nella valle del Tagliamento, al nord-est del Veneto dove avrebbero dato il nome alla regione (la Carniola) ed alle relativa Alpi (le Alpi Carniche).
Erano i Celti della montagna che darebbero corpo ad un'ipotesi etimologica che ne farebbe derivare il nome (Carnuti) dalla radice celtica: "karno" che corrisponde all'irlandese "carn", "gaël", "cairn" (pietre, monticelli rocciosi) che ritroviamo nel nome attuale di "Carezza".
Tale nome tuttora evoca ancora l'imparentamento dei Celti con i precedenti popoli di megalitici, e viene correntemente utilizzato per le più varie spiegazioni filologiche (43).
Ad esempio serve a spiegare una plausibile relazione delle parole "Carnuti - Cernunnos" con l'uso degli antichi Celti di ornare il capo con "corna".
L'ipotesi più recente, infatti, fa risalire l'origine alla radice "ker" oppure "kor", (ornare con corna): questo metterebbe i Carnuti anche in relazione con Cornovaglia attraverso l'utilizzazione di un ornamento totemico.
Questa ipotesi piace soprattutto a coloro che vorrebbero accostare i Carnuti ad un soggetto mitico stanziato in Bretagna. Ma c'è di che essere scettici. Nel nome di Carnuti non c'è niente di sicuro o di etimologicamente definitivo.
 
IL TERRITORIO DEI CARNUTI ED I SUOI ABITANTI
Tornando all'aspetto più propriamente storico, possiamo dire che verso la fine dell'indipendenza della Gallia, i Carnuti occupavano un territorio molto vasto che copriva:
Tutto l'attuale dipartimento dell'Eure-et-Loir fino alla Senna, confinando con il territorio della confederazione degli Eburovici a nord e dei Cenomani ad ovest;
Metà nord-occidentale del dipartimento degli Ivelini che toccava il territorio dei Senoni, dei Parisi e degli Edui;
Quasi tutto il dipartimento della Loir-et-Cher e della Loiret fino al territorio dei Turoni ad ovest, ed a sud con la potente città dei bituringi (la Saludre).
Questo ci dice che i Carnuti costituivano una vera e propria confederazione di popoli più antichi (ad esempio i Durocassi), probabilmente pre-indoeuropei, già stanziati alla foce dell'Eure con i quali i nuovi venuti si erano probabilmente infeudati.
Sta di fatto che i Carnuti erano, al tempo stesso, uno dei due popoli più famosi della Gallia Celtica ed anche uno dei più potenti e ricchi.
La loro ricchezza risiedeva nell'agricoltura largamente impiegata dopo la fine del neolitico e che produceva cereali (frumento, segale ecc.) eccedente il fabbisogno interno (44).
Da un punto di vista politico e militare Cesare detestava sia i Carnuti che i Senoni loro vicini e ci ha lasciato il ritratto di un popolo rozzo e poco organizzato, ma si tratta di una fonte unica quanto mai parziale.
Abbiamo già parlato di due vere e proprie città dei Carnuti: "Autricum" (45), e "Genabum" sulla foce della Loira (46) e che qualifica "emporio dei Carnutes" (To twn Karnou - twn emporion).
Dopo l'inizio della guerra gallica Cesare insediò a Genabum un certo C. Fufio Cita, "onorevole cavaliere romano", incaricato del controllo del commercio cerealicolo per assicurare l'approvvigionamento delle legioni. Fufio Cita, nonostante la protezione dei legionari, rimase vittima di un colpo di mano dei Canuti nel 52 a.C.
Al contrario Cesare non nomina mai Autricum sicché si è potuto identificarla con Chartres grazie alla "tabula Peutingeriana" che ne storpia il nome e la spaccia per capitale dei Carnuti.
Per quanto Genabum abbia numerose tracce archeologiche, letterarie ed epigrafiche queste mancano totalmente per la gallica Autricum; sotto il profilo archeologico sono state trovate alcune parti del fossato che circondava la fortezza e tracce dei settori cittadini.
Tuttavia non possiamo essere sicuri che si trattasse di fortificazioni proprie della topografia viaria ovvero di evidenze di un porto fluviale che se indubbiamente i Galli dovevano comunicare attraverso la bassa Senna con sia con la Gallia belgica che con la Britannia.
Purtroppo lo stato delle fonti non ci permette di colmare altrimenti i vuoti e non esistono segnali di eventuali clamorose scoperte.
Per quanto Cesare sia muto su Autricum, è ricco di altri particolari. Ad esempio ci informa che i Carnuti avevano molti villaggi fortificati.
Del resto la toponomastica locale celtica è abbondante ma serve poco ad identificare quale fosse la struttura territoriale.
Molti nomi di località sono caratterizzati dal suffisso "-dunum" che sembra doversi riferire ad una "piazza forte" (47).
Per ciò che riguarda siti religiosi dell'epoca abbiamo resti di alcuni santuari sopravvissuti alla conquista romana: si pensi ad Allauna, ad Allonnes, ad Orgos à Logron, ad Acionna, alla stessa Orleans ecc.
 
I CARNUTI E LA GUERRA GALLICA
A questo punto sorge spontanea la domanda sul perché del particolare interesse per i Carnuti.
In effetti i motivi sono essenzialmente due.
Il primo riguarda il problema (in gran parte già affrontato) dell'esistenza della scuola Druidica nella foresta dei Carnuti.
Il secondo riguarda la posizione che l'etnia dei Carnuti assunse nel corso della Guerra Gallica. Ed è proprio su questo che mi soffermerò.
Infatti durante i primi due anni della guerra gallica i Carnuti non si propongono all'attenzione di Cesare al punto che, tra il 57 ed il 56, è proprio in questo territorio che Cesare e le sue legioni si portarono per l'acquartieramento invernale.
Questo significava che il loro paese era tranquillo e, probabilmente, i Canuti o la loro classe politica pensavano di trarre profitto dal commercio con i romani.
Per Cesare, infatti, le loro città costituivano una specie di "repubblica oligarchica" che si basava su un'antica tradizione che non si sognavano di cambiare.
L'atteggiamento di Cesare sembra pertanto rivelare uno schema di comportamento abituale nella politica del proconsole.
Tuttavia il problema comincia a cambiare quando Cesare tenta di sottomettere i Carnuti (ed i Senoni) assoggettandoli ad un regime di protettorato che non poteva essere giustificato con l'importanza economica riconosciuta ai centri economici Carnuti.
Questo nuovo regime finì col favorire la salita al potere di un "re", (un certo Tasghezio).
Questo Tasghezio ebbe perfino modo di emettere una propria moneta nella quale raffigurava se stesso accompagnato da una parola misteriosa: "ELKESOOVIX".
Sta di fatto che Tasghezio non godette di molta popolarità: nell'autunno del 54 Cesare ne testimonia l'uccisione da parte di propri concittadini divenutigli nemici.
I Carnuti non tentarono di rimpiazzarlo perché ritenevano di poter fare a meno di un re.
Intanto cosa era accaduto di nuovo?
Era accaduto che i Galli Belgi si erano ribellati e la rivolta aveva provocato ripercussioni a sud della Senna (Sequana) dove i Senoni avevano cominciato ad agitarsi tentando di trascinare i Carnuti.
L'intenzione sarebbe stata quella di far subire al loro re, Cavarinos, la sorte di Tasghezio.
Cavarino riuscì però a sfuggire ed a rifugiarsi presso le legioni romane; Cesare minacciò di intervenire.
I Senoni, per parte loro, si proclamano "protettori" degli Edui; un'ambasceria tentò invano di ottenere il perdono di Cesare che chiede degli ostaggi in garanzia.
I Carnuti, si impegnarono sia ad inviare ambasciatori che ostaggi con l'intermediazione dei Remi alleati dei Romani.
Anche i Remi si atteggiarono da "protettori" dei Carnuti. Ma quale significato ebbero queste protezione sull'intervento romano in Galllia?
Cesare in apparenza concesse il proprio perdono, ma l'anno successivo convocò a Durocortum (nel paese dei Remi) un'assemblea delle città galliche; qui Cesare fece riunire il Senone Acco con il "capo della congiura di Senoni e Carnuti". Essi vennero passati per le verghe e quindi decapitati.
A questo punto Cesare tornò in Italia lasciando il suo proconsole Palanco a svernare presso i Carnuti con il compito di indagare sulla morte di Tasghezio.
 
I MASSACRI DI GENABUM
Nel 52 il clima politico in Gallia cambiò all'improvviso.
Acco fu trucidato proprio dai Senoni nonostante sembrasse un capo rispettato, in grado di giocare un ruolo di mobilitazione dei Galli contro Cesare.
Ucciso Acco, si tenne comunque l'annuale riunione nella foresta dei Carnuti, memorabile nella storia della Gallia.
I Carnuti, tra l'entusiasmo generale, proclamarono che "nessun pericolo ... (avrebbe potuto) ... fermarli nella lotta per la salvezza comune ... essi sarebbero stati i primi a prendere le armi".
"Il giorno stabilito i Carnuti ... sarebbero partiti da Genabum per massacrare i cittadini romani".
C. Fufio Cita, confidente di Cesare fu tra le vittime del conseguente massacro di romani del 13 febbraio del 52.
Il colpo di mano di Genabum ebbe ripercussioni sui popoli vicini ed ebbe il valore di un segnale di insurrezione generale della quale finì per fregiarsi Vercingetorige.
Cesare dovette ripassare le Alpi: a marce forzate arrivò nel Paese dei Senoni riducendo facilmente alla ragione la città di Vellanodunum (ossia Montargis, o Château-Landon) e prese in controtempo i Carnuti convinti che avrebbero potuto il tempo di inviare truppe a Genabum.
Cesare arrivò per primo: l'emporio venne preso, incendiato; la popolazione gallica nottetempo tentò di fuggire attraversando le Loira ma venne massacrato o ridotta in schiavitù. Poi, sulla strada dei Biturigi i romani conquistarono Noviodunum (Neung-sur-Beuvron) i cui abitanti (o la cui guarnigione) si arrese senza inutili eroismi.
Abbiamo visto che, a dire di Cesare, i Carnuti, avrebbero fornito dodicimila combattenti per la difesa di Alesia. Tale cifra deve essere considerata eccessiva, come riconosce lo stesso Cesare che valuta entro tale cifra tutti gli effettivi gallici di Alesia.
La resa di Vercingetorige tuttavia non concise con il disarmo automatico di tutte le città ribelli. I Carnuti, per oscure ragioni, ritennero più conveniente allontanarsi con i loro vicini Biturigi cercando una rivincita con Cesare a Bibracte.
Due legioni vennero messe in allarme in una Genabum semidistrutta e da qui lanciarono sanguinose operazioni di pattuglie contro i Carnuti che si erano dispersi "per sopravvivere ai rigori dell'inverno". Gli ultimi Carnuti che non avevano ritenuto di rifugiarsi presso i popoli vicini, finirono con l'imbracciare le armi durante la rivolta di Dumnaco nel corso dell'estate del 51. Del resto i Carnuti "...ci riprovarono spesso non avendo mai accettato di parlare di pace, né di scambiare ostaggi".
Cesare infatti perdonava tutto ma non dimenticava niente. Venne di persona a Genabum: voleva capire chi fosse il responsabile del massacro.
Si sarebbe trattato, a seconda delle trascrizioni, del famoso Gutuato, Gutuatro o Gutruato: i manoscritti divergono sul nome di colui che portava il titolo di Gutruatro. Di fatto doveva trattarsi di un personaggio notevole al punto che Cesare esitò a metterlo a morte.
La pressione dei suoi legionari dovette essere per Cesare insostenibile: Gutruaro doveva fare la fine di Acco. Venne fustigato a morte e decapitato.
Con la sua morte i Carnuti sparirono dalla storia.
 
LA SCIENZA DRUIDICA
Molti aspetti del pensiero filosofico celtico mi inducono a pormi un altro problema: nel pensiero druidico era presente un elemento gnoseologico? Ovvero i druidi possedevano, esercitavano e padroneggiano una loro "scienza" del futuro?
Paola Mastrorilli afferma che a questa domanda debba essere data risposta affermativa e che questa conclusione sia lecita, compatibile con le vicende che caratterizzano lo sviluppo della storia celtica.
La collega prende le mosse dall'antichissimo "culto delle pietre" (da Stonehenge, dai cairn ed a tutti gli altri monumenti megalitici che siamo soliti utilizzare per individuare i "leys" (48) e che sono caratterizzati da "sentieri", fisicamente individualizzabili sul terreno, tracciati dalle cosiddette correnti energetiche terrestri.
È noto che se ne occuparono studiosi come Hartmann (tedesco) e Curry (britannico), con la collaborazione di elettronici e di radioestesisti dello stesso calibro. Si scoprì che luoghi sacri agli antichi Celti (come templi megalitici antecedenti alla loro storia), costituiscano luoghi a forte concentrazione energetica (49).
I Druidi definivano queste "linee" energetiche, "le ossa del drago" (50).
Per quanto sforniti di elementi di misurazione possiamo pensare che in qualche modo a noi sconosciuto, l'elettromagnetismo fosse uno dei fondamenti della vita stessa e che i Druidi, conoscitori della Terra, sarebbero stati ben consapevoli di correnti energetiche terrestri e delle loro proprietà (51).
La presenza di tali linee energetiche è la responsabile del fatto che siti come Stonehenge, Avebury, Carnac, (e altri sparsi per tutta l'Europa) ancora suscitino uno spiccato senso di rispetto e di sacralità.
 
Paul Jacobsthal (52), ed Ann Ross (53) ci parlano del culto che i Celti avevano per la testa umana. La testa era l'anima, il centro delle emozioni, della vita in sé; nella sostanza la testa era il simbolo della divinità e dell'aldilà. Questo aspetto della religione celtica in genere tende ad essere ignorato.
Le teste in battaglia erano un trofeo molto apprezzato tra i guerrieri che se le dividevano conservandole come bottino di guerra, inchiodate sulle rispettive case.
Le teste dei nemici più noti venivano imbalsamate, conservate con attenzione e mostrate con orgoglio ai visitatori, soprattutto se sconosciuti, rifiutando qualsiasi compenso per cederle.
Diodoro Siculo, nel I° secolo a.C. ci informa che alcuni Galli avevano rifiutato il peso della testa in oro.
Nel corso di scavi in Bretagna, tra le collina di Bredon e di Stanwick, sono stati scoperti numerosi crani umani. La posizione di tali crani suggerisce che le teste erano state appese su cancelli o su pali ai lati di cancelli.
Nella storia del Re Bran (riportata nel "Mabinogion") si racconta che la testa del sovrano, dopo essere stata portata in Irlanda sua terra natale, era stata sepolta sotto una torretta come talismano protettivo per la fertilità della terra e contro il rischio della siccità.
 
L'OLTRETOMBA CELTICO (ANNWON)
In Gallia era diffusa la credenza secondo la quale l'anima umana fosse immortale e che dopo un certo periodo di tempo tornasse a vivere in un altro corpo (reincarnazione).
Si riteneva che l'ingresso dell'Annwn (in celtico anche "Cruachan") fosse situato su di un'isola in mezzo al mare del nord.
Su questa si sarebbe trovata un'alta montagna con ad ovest una grotta dalla quale si scendeva verso l'abisso.
L'abisso (Annwn), sarebbe stato costituito da "tre" cerchi di pietre a spirale. Questa configurazione ci rende perfettamente l'idea del "passaggio" che quella del numero sacro (il tre).
Il primo cerchio era l'"Abred" (la migrazione) dove l'anima sarebbe stata purificata e liberata dal ricordo della vita terrena. Le anime che non fossero riuscite a liberarsi delle scorie della componente umana non avrebbero potuto proseguire il cammino ma sarebbero tornate a vivere sotto forma di animali o di piante.
Coloro che sono fossero morti da vigliacchi o avessero compiuto azioni disonorevoli non tornavano in vita ma soffrivano per l'eternità nella parte più buia dell'Annwn, tormentati dai Cwn Annwn. Questi erano cani bianchi dalle orecchie rosse servi del dio Arawn.
Le restanti anime proseguivano verso il secondo cerchio, il "Gwnfyd" (luogo di felicità) dove lo spirito del defunto sarebbe stato allontanato da ogni dolore.
Per la maggior parte dei defunti il Gwnfyd sarebbe stato il luogo d'arrivo prima della rinascita.
Solo pochissimi eletti potevano arrivare alla terza spirale; il "Ceuhant" (luogo infinito). Sarebbe stata la zona più interna dell'Annwn, dove era possibile incontrare gli Dèi ed apprendere i misteri dell'universo.
Coloro che fossero tornati in vita dopo aver dimorato nel Ceuhant erano destinati a rinascere come druidi.
Ma non bisogna pensare che l'Annwn fosse qualcosa di analogo all'eternità del ciclo delle reincarnazioni dell'induismo. I Celti intravedevano la speranza di una soluzione che ne interrompeva la ciclicità.
Quando si fosse realizzato un determinato ciclo lo spirito era considerato purificato, elevato e quindi ammesso nel "Tir Na Nog", nella Terra dell'Eterna Giovinezza (54).
 
FESTIVITÀ DELL'ANNO CELTICO:
LE FESTE DEL CICLO DELLE STAGIONI
Le feste dell'anno celtico segnano i momenti di sovrapposizione del mondo degli Dèi col mondo degli uomini.
Qual è il significato di questa affermazione?
Bisogna pensare che per i Celti il tempo è, al tempo stesso, circolare e ciclico. Sicché le ore si susseguono l'una all'altra per ritornare all'ora iniziale; le giornate vengono contate partendo dalla notte; le stagioni scandiscono i ritmi della vita e della morte; la morte non è una fine ma un inizio.
Nei cicli della natura è peraltro presente l'elemento divino, che permea di sé tutta la vita dei Celti.
Nella sostanza le feste celtiche avevano una grandissima importanza: esse segnavano letteralmente dei momenti nei quali si aprivano una sorta di varchi spazio-temporali tra il mondo degli uomini e quello degli Dèi. In alcune ricorrenze gli spiriti dei morti potevano comunicare direttamente con i viventi.
L'anno celtico contava 13 mesi (ovvero 12 mesi di trenta giorni più un mese di 3 giorni alla fine di ottobre che collegava l'anno vecchio al nuovo).
I nomi gaelici delle stagioni sono, in realtà traduzioni del periodo cristiano ma risalgono ad epoche pre-cristiane: "Earrach" era il nome in gaelico della Primavera, "Samhradh" dell'Estate, "Foghara" dell'Autunno, e "Geamhradh" dell'Inverno.
Le feste erano divise in due cicli:
Il primo ciclo seguiva il viaggio del sole attraverso il cielo, ed era riferito ai due solstizi ed ai due equinozi. Si trattava della feste solari riportate con il nome di "Alban": "Alban Arthuan", "Alban Eiler", "Alban Heruin", "Alban Elved".
Il secondo ciclo era quello delle stagioni, maggiormente legato alla tradizione contadina (il tempo della semina, della fioritura, della maturazione del grano e del raccolto ecc.). Questo ciclo comprendeva le feste del fuoco, le più importanti: "Samhain", "Imbolc", "Beltane" (o "Beltain"), "Lughnasadh".
Ogni festa comprendeva tre giorni di celebrazioni (il prima, il durante e il dopo) (55).
Cominciamo con l'occuparci delle feste del ciclo delle stagioni.
 
La festa di Samhain cadeva nella notte tra il 31 ottobre ed il 1° novembre; i cristiani vi fecero coincidere la solennità dei morti.
Per i Celti la festa di Samhain era l'equivalente del capodanno caratterizzato dalla notte più lunga, fredda e buia dell'anno.
I rituali iniziavano con lo spegnimento di tutti i fuochi. Poi, a partire dal fuoco acceso dai druidi dall'Eildeir, venivano riaccesi tutti i fuochi che erano mantenuti per tutto l'anno.
Ma con Samhain si aprivano le porte tra questo mondo e il mondo ultraterreno: gli spiriti dei morti (e a volte anche i mortali) potevano passare liberamente da un mondo all'altro.
Durante i festeggiamenti era pertanto consuetudine lasciare cibo e bevande davanti alle abitazioni per placare le anime dei defunti.
In alcune regioni, in particolare in Scozia, i giovani si muovevano lungo i confini delle fattorie, dopo il tramonto, tenendo in mano delle torce fiammeggianti per proteggere le case dalle Fate e dalle forze maligne che erano libere di camminare sulla terra in quella notte.
A Samhain - e nelle altre feste del fuoco - i druidi erano soliti leggere l'avvenire.
 
La festa di Imbolc cadeva il 31 Gennaio. "Imbolc" significa letteralmente "in latte": e difatti Imbolc corrispondeva al periodo in cui iniziava la raccolta, su base annuale, del latte di pecore e di mucche (56).
La festa di Imbolc celebrava il culto della dea Brigit ed era una festa prettamente femminile: cadeva il primo febbraio, tre mesi dopo Samain e quaranta giorni dopo Yule, quando si celebrava la festa di purificazione in cui si esaltava il Fuoco e l'Acqua Lustrale.
Al culto della Dea Brigit - conosciuta anche col soprannome di Belisama "la Splendente" - non erano ammessi gli uomini; le erano consacrate sacerdotesse che vegliavano su un Fuoco perpetuo simili alle vestali latine.
Il numero (19) delle sacerdotesse non è casuale: è legato ai cicli lunari poiché ogni 19 anni la Luna presentava la stessa combinazione di fasi rispetto al Calendario Solare (57).
Durante la celebrazione di Imbolc si facevano passare i primi agnelli nati attraverso cerchi infuocati mentre le donne si cospargevano le parti intime con le ceneri rimaste di questi fuochi per propiziare le gravidanze.
Imbolc era chiaramente una festa della fertilità: i figli concepiti in quei giorni erano detti figli del fuoco.
Durante i rituali di Imbolc era consuetudine fare libagioni con il latte seguite da una piccola offerta che doveva propiziare il ritorno della fertilità e della generosità della terra.
 
La festa di Beltane (58) (la parola letteralmente significa "splendente" o "fuoco brillante") era la festa della primavera e cadeva il 30 Aprile.
Di solito veniva celebrata su alture e colline perché erano i luoghi più "vicini al cielo".
L'evento preannunciava l'arrivo dell'Estate vera e propria.
Sostanzialmente la ricorrenza veniva da lontano, da una società matriarcale nella quale il dio cornuto, un "re d'estate" moriva (prima realmente, poi virtualmente), per poi rinascere e recuperare il ruolo di consorte della Grande Madre che fecondava in persona di una sacerdotessa. Dava così il via per la propria rinascita.
L'elemento fuoco era presente nei due grandi falò preparati dai druidi: tra i di essi venivano spinte le greggi per purificarle e proteggerle dalle ingiurie del tempo per il resto dell'anno. I fuochi erano il simbolo del ritorno della terra alla vita e alla fecondità dopo il periodo invernale (59).
Era anche consuetudine di tagliare i rami di un biancospino, con i quali decorare l'esterno delle case perché il biancospino era simbolo di speranza e protezione.
Beltane, insiema a Samhain (che era la sua controparte), divideva l'anno nelle due stagioni primarie, l'Inverno e l'Estate.
 
La festa di Lughnasadh (che i sassoni chiamavano Lammas) cadeva il 1° agosto e segnava l'inizio della stagione dei raccolti.
Tutti i riti di Lughnasad avevano lo scopo di auspicare una stagione generosa di frutti: infatti un raccolto abbondante assicurava la sopravvivenza della tribù durante i mesi invernali.
Nel Lughnasad si praticava la raccolta dei mirtilli a scopo mantico (per la divinazione): l'abbondanza dei mirtilli raccolti significava abbondanza dei raccolti.
All'alba del giorno che precedeva il Lughnasad era costume costruire piccole capanne coperte di fiori, vicino a corsi d'acqua, dove gli innamorati dormivano insieme la notte del 31 Luglio.
Lughnasadh significava festa del dio Lug e Lug era associato al Sole, alla fertilità in agricoltura e ad Arianrhod, Dea delle Luna e dell'Aurora nel cui onore si tenevano gare di destrezza atletica.
 
LE FESTE DEL CICLO DEL SOLE (ALBAN)
Come abbiamo visto, la feste del ciclo del sole comprendevano le solennità dei solstizi e degli equinozi: i cosiddetti "Alban" (nel linguaggio gallico: "Alban Arthuan", "Alban Eiler", "Alban Heruin", "Alban Elved")
 
La festa di Alban Arthuan solennizzava il solstizio d'inverno. Corrispondeva quindi al giorno di luce più breve dell'anno: cadeva il 21 dicembre ed era chiamato anche: "Yule", "Mabon", "Jul", "Saturnalia", "Sol Invictus", "Sol Index", "Sol Indigens".
A partire dall giorno successiva il periodo di luce iniziava ad "allungarsi" nuovamente. La notte di Alban Athuan era, di conseguenza, la più lunga, la più buia dell'anno ma Alban Athuan era tutto sommato, una festa di pace.
Tra i Celti, molti onoravano l'arrivo del Sole bambino bruciando il ceppo di Yule e onoravano la Dea nei suoi vari aspetti di Madre. E la festa era accompagnata dall'usanza scambiarsi piccoli doni utili.
 
La festa di Alban Eiler presso i Celti era conosciuta anche col nome di Ostara ("Luce della Terra") e cadeva il 21 marzo, segnano l'equinozio di primavera (si veda anche Alban Elved).
Il perfetto equilibrio tra luce e notte è un evento raro in natura: ne consegue che Alban Eiler era un momento molto rilevante per i rituali Druidici connessi alla magia.
Era, in sostanza la festa della semina con un carattere "primaverile" e "propiziatorio".
I Celti erano soliti seminare un nocciolo davanti alla propria abitazione. Se la nocciola germogliava entro Lughnasad si considerava un ottimo auspicio per la nascita di figli sani, robusti e numerosi.
 
La festa di Alban Heruin cadeva il 21 giugno e coincideva con il solstizio d'estate, vale a dire con il giorno più lungo dell'anno, quando il sole raggiungeva lo zenith dando la massima illuminazione; letteralmente il suo nome significava "la Luce della Spiaggia". Era la festa era conosciuto anche come Litha.
I rituali della festa si svolgevano tutti all'aperto e nei boschi, con giochi, cibi, bevande e un grande falò tra i campi colmi di grano e la vegetazione fitta e lussureggiante.
Alban Heruin era la festa della maturazione dei frutti e della prosperità. I druidi la riteneva il giorno ideale per la raccolta delle erbe, per la divinazione e per i riti protettivi collegati all'onnipresente elemento fuoco.
Anche durante questa notte altissimi fuochi salutavano e onoravano la potenza degli Dèi.
 
La festa di Alban Elved (letteralmente "Luce dell'Acqua") segna il primo giorno dell'autunno ed era chiamata anche Harvesthome e Mabon.
Cadeva il 21 settembre, quando il sole cominciava di nuovo a calare e la metà scura dell'anno si avvicinava: in effetti si festeggiava l'equinozio di autunno.
Alban Elved corrispondeva al momento in cui il dio Sole iniziava a declinare lasciando il posto alle divinità femminili, lunari.
In sostanza ad Alban Eved il ciclo produttivo e riproduttivo poteva considerarsi concluso: le foglie cominciano a ingiallire e gli animali iniziano a fare provviste in previsione dell'arrivo dei mesi freddi.
 
I SACRIFICI ED I SACRIFICI UMANI
La religione druidica conosceva e praticava i sacrifici.
Sacrificare, significava rendere sacro un oggetto o un essere; significava farlo passare nel mondo divino; significava scaricarvi sopra tutti i desideri, le pulsioni, i sentimenti della comunità che opera il sacrificio. Il sacrificando corrispondeva di massima all'ebraico "capro espiatorio".
Normalmente, nella nostra civiltà, del sacrificio si ha un concetto negativo: quello dell'atto per placare la divinità in sé temibile, ovvero quella dell'atto di liberazione dell'individuo o del gruppo sociale dal senso di colpa mediante lo "scarico" su un capro espiatorio.
Bisogna dire però che in generale presso i Celti i sacrifici consistevano in offerte diverse di vegetali, di primizie, di rami d'albero e fiori. Allo stesso modo c'erano i sacrifici di animali: tori, arieti. Si trattava comunque sempre di giovani maschi non umani.
Al sacrificio seguiva la cottura della carne dell'animale, l'irrorazione con il relativo brodo si concludeva col mangiare la carne.
La carne di porco, animale sacro e cibo, veniva utilizzato nel Rito per la Divinazione.
Ma torniamo ai sacrifici umani cui erano destinati i malfattori. Bisogna adesso specificare che i Celti non procedevano immediatamente al sacrificio ma custodivano i rei per alcuni anni. Solo dopo questo periodo li impalavano facendone olocausto in onore degli Dèi.
Alla celebrazione, particolarmente crudele, veniva alternativamente applicata l'uccisione a colpi di freccia, oppure la crocifissione in luoghi sacri ovvero le soffocazione mediante immersione del capo in un calderone, o anche le bruciatura in gabbie di legno o in fantocci di vimini.
In alcuni riti non connessi ad una condanna la bruciatura del soggetto era virtuale che era seguita da una morte apparente ed una risurrezione altrettanto simbolica.
Con l'impiccagione all'albero ed il soffocamento nel calderone si realizzava, una sorta di rigenerazione.
In epoca matriarcale, alla morte sacrificale del Re, si seguiva il suo ringiovanimento ovvero il suo rinnovamento interiore, senza i quali la sua potenza rischiava di decrescere fino ad annullarsi, con evidente pregiudizio per tutta la collettività.
Il Rituale delle Teste Tagliate non era un atto sanguinario: in effetti non si tagliava la testa di un essere vivente ma la testa di un morto.
In linea di massima i Celti tagliano la testa dei nemici abbattuti: i trofei venivano inchiodati alle porte di casa. In sostanza spiccare il capo significava appropriarsi delle qualità intellettuali del defunto.
Per questo si poteva tagliare la testa di un compagno morto, evitare che cadesse nelle mani di nemici.
Ne loro insieme le teste tagliate costituivano un Tesoro Sacro che veniva utilizzato per stabilire un contatto con gli Dèi.
Anche in questo caso si parlava di "sacrificio" nel senso che ogni Tesoro materiale poteva essere trasceso e trasmutato in Tesoro spirituale.
 
IL DRUIDISMO AL FEMMINILE
"Stabat pro litore diversa acies, densa armis virisque, intercursantibus feminis, [quae] in modum Furiarum veste ferali, crinibus disiectis faces praeferebant; Druidaeque circum, preces diras sublatis ad caelum manibus fundentes, novitate adspectus perculere militem, ut quasi haerentibus membris immobile corpus vulneribus praeberent. dein cohortationibus ducis et se ipsi stimulantes, ne muliebre et fanaticum agmen pavescerent, inferunt signa sternuntque obvios et igni suo involvunt".
Con queste parole Flavio Vopisco, nella sua "Historia Augusti", XIV, 2-3, fa riferimento ad una profezia resa da una Sacerdotessa druidica nella seconda metà del III° secolo:
Per parte sua Diocleziano, che militava ancora nei ranghi inferiori della legione ed era di stanzia in Gallia, si trovò in una locanda a fare i conti dei suoi costi giornalieri con una donna che era una druidessa. Questa a un certo punto gli disse: "Diocleziano, sei troppo avaro e spilorcio!". Egli le rispose scherzando: "Quando sarò imperatore, allora sì che largheggerò".
A sua volta la druidessa avrebbe detto: "Diocleziano, non scherzare, sarai infatti imperatore, dopo aver ucciso il cinghiale".
In effetti Diocleziano uccise il prefetto Arrio, soprannominato "il cinghiale", divenendo imperatore: la profezia si era realizzata.
Lampridio (nel suo "Historia Augusti" LX) racconta che nel 235 d.C. Alessandro Severo aveva iniziato una spedizione in Gallia e che, mentre si accingeva a partire, una profetessa druidica gli avrebbe urlato in lingua gallica: "Va' ma non sperare nella vittoria e non fidarti dei tuoi soldati".
Infatti Alessandro Severo morì poco tempo dopo per mano dei suoi soldati.
I romani chiamavano queste donne "druidesse" (cioè "dryades") ma noi sappiamo soltanto che predicevano la fortuna.
È possibile, allora, che il nome loro attribuito ("dryades(", o altra forma similare), sia stato loro attribuito a causa della mancanza di conoscenza delle funzioni dei veri Druidi.
Le "druidesse", agli occhi dei poco informati biografi imperiali, potrebbero aver ricoperto la parte residuale di una funzione ben documentata tra i druidi; vale a dire la funzione divinatoria.
In altri termini i romani potrebbero averle chiamate "dryades" senza approfondire quale fosse il vero legame delle cosiddette druidesse con l'ordine dei Druidi: solo per indicare delle donne sapienti.
Sappiamo tuttavia che in antico gli indovini erano considerati un sottordine dei druidi ed è possibile che quelle donne, continuassero ad esercitare un'autorità tradizionale. Il che autorizza a considerarle membri della casta sacerdotale.
La storiografia a noi contemporanea non vede nulla di strano nell'immaginare donne che in Gallia avevano conquistato la reputazione di druidi. Il brano di Vobisco, citato all'inizio di questo paragrafo, del resto, ci da chiaramente il senso che il livello del druidismo nel III° secolo era sceso molto in basso.
A parte questo caso sono rintracciabili prove, dubbie quanto si vuole, sulla presenza probabile, tra i Celti, di sacerdotesse che erano chiamate in lingua irlandese Bandrui. Sta di fatto che la donna, nella Società Celtica, rivestiva ruoli più importanti da quelli rivestiti in altre civiltà a loro contemporanee, quanto meno paragonabili a quelli degli uomini.
Presso i Celti non esistevano tabù di sesso; non esistevano discriminazioni; le donne godevano spesso di una grande considerazione; la storia e le leggende sono piene di importanti figure femminili che furono non solamente guerriere ma anche Sacerdotesse e profetesse (60).
Importante a questo fine è il mito delle cosiddette "Insulae Feminarum".
Nell'VIII° secolo Immram Bran scriveva "…non lasciare che lo smarrimento ti assalga: intraprendi un viaggio sul limpido mare, per scoprire se è in tuo potere trovare Tir na mBan, la Terra delle Donne".
La terra delle Donne era costituita, stando alla leggenda, da Isole magiche cioè popolate da misteriose maghe.
Le "Insulae Feminarum" dovevano probabilmente essere considerate in rapporto con l'isola di Avalon della leggenda Arturiana.
Anche Avalon era terra di Druidi e di Sacerdotesse devote alla Luna, perennemente avvolta dalle nebbie che ne impedivano il ritrovamento; Avalon era chiamata anche Albion o Emain Ablach (Isola delle Mele), luogo magico dove tutto cresceva in abbondanza e spontaneamente.
In pratica Avalon, una "Neverland ante litteram" (l'isola che non c'è) era situata tra mondo reale e mondo dell'ultraterreno; e questa collocazione era tipica della tradizione celtica dove nessuno è mai riuscito ad identificare una località reale con quest'isola mistica.
Bisogna altresì considerare anche che i isole misteriose non parlano solo leggende celtiche: anche molti autori latini e greci hanno fatto riferimento a isole dimora di organizzazioni religiose femminili.
Ad esempio, Posidonio parla di un isola alla foce della Loira sulla quale sarebbero vissute donne consacrate a Dioniso (Dionusw Katecomenas: sotto la denominazione greca forse si nascondeva una divinità celtica locale). Posidonio peraltro ci dice che in questa Isola-santuario era vietato l'accesso agli uomini.
Ed Artemidoro riferisce di una Sacerdotessa Celtica, detta Gallizena, legata al culto di Demetra (si noti, ancora una volta, che l'autore denomina una divinità celtica con un nome greco) che abitava su un'isola del litorale Britannico.
Il geografo romano Pomponio Mela parla dell'organizzazione delle nove vergini dell'Ile de Sein, organizzazione religiosa femminile tipica della Gallia: essa riservava i loro rimedi e le loro predizioni a chi avesse intrapreso la navigazione per consultarle. Secondo il geografo romano, si trattava delle "Bandrui" alle quali ho accennato.
Sembra evidente che queste donne si trasformarono, col tempo, in soggetti delle tradizioni medievali. Ad esse si finì col far riferimento non già per custodia delle acque e dei fuochi sacri, ma per il fatto di suscitare tempeste, provocare malattie, uccidere con maledizioni ed evocare nebbie pestifere e mortali. In altre parole le guaritrici, le erboriste, le veggenti e le profetesse, si erano trasformate in "streghe".
 
 
 
Note:
1. Vale a dire coloro che, quando parlavano, dicevano "bar-bar" (oggi diremmo "bla-bla"): parlavano in maniera incomprensibile.
2. Come quella di Palazzo Grassi di Venezia ("I Celti") del 1991.
3. Essi non erano ancora stati isolati dalla Grande Muraglia fatta costruire da Shi-Huang-ti (quello dell'esercito di Terracotta, tanto per intenderci). Gli Unni comparvero in Europa nel IV° secolo d.C. ma erano conosciuti fin dal II° secolo a.C. quando si scontrarono con le estreme propaggini occidentali degli Indoeuropei (Germani) della Pannonia. Fino a quel momento l'Occidente sapeva solo che si trattava di un popolo imparentato con i Mongoli.
4. Si veda, per tutti Richard Pittioni, L'orizzonte preistorico dei tempi storici, in Propilei, vol. I, p. 293 ss. Tra l'altro questa teoria è sostenuta autorevolmente da Le Goff, il quale afferma che l'Europa fosse una sorta di "mare verde" dove gli invasori avrebbero introdotto una sorta di "civiltà dei boschi". Ma purtroppo l'autorevole storico è un medievalista!
5. In effetti le cose sarebbero cambiate da lì all'inizio del millennio successivo con l'arrivo della seconda ondata di indoeuropei che sarebbe andata a costituire la popolazione dei Germani con i confine sull'Elba.
6. Ovviamente Erodoto, ma anche Cesare, Tacito e Livio erano, professionalmente parlando, storici e cronachisti ma soggettivamente restavano individui con tutto il carico del rispettivo retroterra culturale di appartenenza, di usi consuetudini e modi di pensare proprie di una certa mentalità, di pregiudizi e stratificazioni accumulata in buona o in mala fede di difficile classificazione ed ancor più difficile individuazione.
7. Quando leggiamo gli scritti di Erodoto, Cesare, Livio o Tacito entriamo in contatto con un momento congelato del tempo di quell'autore che corrisponde al momento in cui si è formata l'opera. Ma la realtà - per usare una metafora che mi appare calzante - non è costituita da un fotogramma, quanto da una serie di fotogrammi succedutisi nel tempo (l'idea del filmato rende meglio l'idea).
Ne consegue che, sotto il profilo storico la rappresentazione di quell'autore può risultare completamente falsata quando rapportata ai vari momenti del succedersi delle immagini nel tempo.
8. Corrisponde a Gea della tradizione greca.
9. "Sincretismo" è la trasposizione per la quale (ad esempio), agli dèi del voodoo di Haiti vengono associate le immagine dei Santi cattolici degli antichi missionari.
10. In Italia se ne trovano dodici (a Cagliari, Crea del Monferrato, Crotone, Loreto, Lucca, Oropa, Pescasseroli, Rivoli, Roma, San Severo, Tindari, Venezia); in Francia addirittura novantasei. Le più famose sono quelle della cattedrale gotica di Chartres, chiamate "Notre-Dame-sous-Terre" e "Notre-Dame-du-Pilier". Si dice che alcuni individui particolarmente sensibili, avvicinandosi alle cappelle in cui sono collocate, provino una sensazione di mancamento: sono le correnti terrestri che, in quei punti, raggiungono il massimo della loro potenza, e che percorrono con un guizzo la colonna vertebrale del visitatore, non di rado provocando in lui un'improvvisa "illuminazione" mistica.
Le immagini delle Vergini Nere, in sostanza identificano luoghi venerati e particolarmente legati alla Dea Terra. Tali luoghi in genere corrispondono con quelli su cui gli uomini hanno continuato a costruire i loro edifici sacri sparsi per la Francia e per l'Italia.
11. Molti popoli dell'Africa, del Sudamerica e gli aborigeni australiani ritengono che il terriccio rosso sia il sangue sparso dalla Luna quando diede vita alla Terra.
12. Tra cui il sinistro "Sabba" delle streghe.
13. In certe tavolette magiche egizie e in altri reperti archeologici di carattere astronomico ricorre il numero tredici (i mesi lunari nel corso di un anno); Vogh fa rilevare come questo numero sia stato osteggiato dalle religioni successive, al punto che ancor oggi esso è considerato malefico. Secondo Vogh la luna, rappresentata dal simbolo di Arachne, costituiva il tredicesimo segno (poi cancellato) dello zodiaco; questa eliminazione è ricordata in una serie di miti, tradizioni e fiabe ove il tredicesimo personaggio di un gruppo (il più amato) viene tradito e ucciso, quindi risorge segnalando la possibilità di una redenzione. Tra le narrazioni più note, Vogh annovera un'antica versione della Bella Addormentata (a farla cadere in catalessi è una di dodici fate), la storia di re Artù e dei suoi dodici cavalieri (il traditore è Mordred), la leggenda del dio scandinavo Baldur (lo uccide Loki, il cattivo dei dodici principali dèi del Walhalla), e, naturalmente, la vicenda di Gesù, circondato da dodici apostoli e tradito da Giuda.
14. Si dice che chi lo acchiappi trovi fortuna per tutta la vita. È conosciuto anche con il nome di Lucky piggy.
15. Il serpente, ad esempio, è lo spirito della medicina, della salute, del mistero, della magia; ad esso si attribuisce conoscenze e saggezza.
16. La coppa di Dagda è la coppa della conoscenza. Da tale segno probabilmente deriva il seme di coppe delle carte da gioco.
17. Gli Arcadi Greci e i Druidi delle Gallie adoravano il Dio della Verità sotto forma di "pietra quadrata". La stessa venerazione si ha oggi nel mondo musulmano per la Kaaba. A proposito della Kaaba l'Autore suggerisce un significativo accostamento tra "Kaaba" = "giovanetta" e "cifrario quadrato" = "vero": "Se non bastasse la Kaaba, che simbolizza la Giovinetta (o la Vergine) ricordiamo la famosa pietra da Pessinunte trasportata a Roma e rappresentante Cibele, la Dea Mater dei Latini. Su questa pietra i Feciali facevano giuramenti pei trattati di pace e di guerra" (si pensi al "lapis niger" dei romani). Sotto la stessa forma del quadrato o cifrario veniva adorato Mercurio chiamato anche Dio del Vero.
18. Il suo nome era associato alla magia e all'abbondanza: a lui si attribuiva il possesso del calderone magico (chiamato Uldry che poteva nutrire tutta la terra: da esso deriverà il Graal).
19. Basti pensare che il pantheon del gruppo di popolazioni "germaniche" ruotava intorno ai Vani ed agli Asi.
20. I valori fonetici di traslitterazione sono indicati in figura. Le rune germaniche che noi conosciamo probabilmente, nella loro ultima configurazione, derivano da una scrittura del gruppo di cinque principali varietà di alfabeto italico (settentrionale), derivato dall'etrusco. Tale alfabeto è conosciuto solo per alcune iscrizioni scoperte nell'area alpina e prealpina per il Lepontico, il Retico e il Venetico.
21. È facile comprendere come l'insieme dei tre aspetti siano solo un pallido riflesso del reale significato della Runa. Esso resta celato ai nostri sensi. Il fatto è che le Rune esistono su un piano di realtà molto più estesa di quella tridimensionale nel quale sono riprodotte le rune reali cioè in un diagramma bidimensionale che siamo abituati a considerare.
22. Per comprendere approfonditamente le Rune è necessario sapere che la loro struttura si estrapola tra valori e contenuto, elementi costitutivi ed elementi di composizione, oltre che naturalmente, in caso di Divinazione o mantica, del loro livello di interpretazione.
Valore e contenuto:
contenuto simbolico che esprime il significato e mistero più profondo
valore fonetico che permette di usare l'energia insita nei simboli
valore grafico che esprime l'essenza esoterica e permette di usarne l'energia così come il valore fonetico.
23. Si pensi ai miti connessi al dio egiziano Thoth [N.d.A.].
24. Basti leggere questa frase tratta dall'immortale Tain Bo Cuailnge: "Nessuno rispose, poiché era proibito agli Ulaid parlare prima di Conchobar, e Conchobar non parlava mai prima dei suoi tre druidi".
In effetti, similmente a quanto accade nella mitologia indiana con la coppia Mithra- Varuna, il druida non ha il potere materiale e decisionale, che spetta di diritto al re, ma possiede comunque un'influenza innegabile in quanto rappresentante della dimensione trascendentale in un popolo che aveva sempre rifiutato il dualismo aristotelico tra "realtà" e "irrealtà".
Il druida consiglia il re come intermediario che riferisce i piani divini: il re, quindi, non può esimersi dall'ascoltarlo.
Il potere giuridico, riferendosi al discorso precedente, spettava ai druidi in quanto "brithem", ossia magistrati che conoscono, interpretano ed applicano la complessa legislatura trasmessa, naturalmente, per via orale.
Quella di "brithem" non però è che una delle numerose funzioni attribuite ai druidi. Queste complesse figure, ammantate di mistero, possedevano diverse cariche specifiche di estrema importanza all'interno della società.
Degni esempi possono essere druidi "specializzati" come il "sencha", che svolge la funzione di storico ed è incaricato di tramandare la memoria collettiva di una società che si basava sull'oralità; o il "cainte", l'invocatore, colui al quale spettava il compito di lanciare maledizioni e benedizioni e di evocare gli spiriti attraverso il canto magico; lo "scelaige", il narratore, esperto dei racconti epici; il "dogbaire", grande conoscitore di erbe inebrianti ed allucinogene; il "liaig", preparato medico in grado di combinare i rimedi magici a quelli scientifici, come la chirurgia, che era praticata ad un livello impressionante, e alle piante curative.
Diversi druidi avevano anche doti di vati, come dimostrano anche molti testi mitologici in cui essi compiono predizioni di tutto rispetto, a volte ottenute con il sacrificio rituale degli animali e a volte derivate da una sorta di coscienza "superiore".
25. Ad esempio, poco dopo il ritrovamento, riportato più sopra, della spada Orna da parte di Ogmè, il dio Dagda riprende possesso di un'arpa che gli era stata rubata dai mitici Fomori. Questa è lontano dall'essere raffigurata come un mero oggetto perché di essa i Celti hanno un rispetto particolare. In essa Dagda aveva "…racchiuso le proprie melodie". Il dio la utilizza per suonare le "tre arie che distinguono l'artista", facendo prima lacrimare, poi piangere ed infine addormentare i Fomori che stavano per attaccarlo, riuscendo ad allontanarsi incolume.
26. Come ad esempio la possibilità di varcare impunemente i confini tribali, una sorta di extraterritorialità.
27. Diviziaco, di cui parla Cesare, era il druido degli Edui e parlò al Senato romano appoggiato al suo scudo. Fu Diviziaco a pianificare le tattiche delle truppe celtiche come un vero stratega.
28. Vedere Cesare, De Bello gallico, I, 1.
29. Con l'arrivo del Cristianesimo in ogni regione, questi compiti furono assunti dal vescovo e dall'abate, che non erano mai la stessa persona e talvolta si trovavano in competizione.
30. La parola irlandese moderna per "magia", "draíocht", deriva dall'irlandese "druídecht".
31. Un esempio: "A causa di nessuna malattia dovete consultare maghi, divinatori, stregoni o incantatori, o pensare di chiedere il loro aiuto". "Non prestate attenzione agli auguri, o agli starnuti violenti, o al canto degli uccelli. Se venite distratti mentre siete in cammino o al lavoro, fate il segno della croce e dite con fede e devozione le preghiere della domenica, e niente potrà farvi del male". "Nessun cristiano si preoccupi di quale giorno partire da casa o quale giorno tornare, perché Dio ha creato tutti i giorni. Non vi è alcuna influenza nel primo lavoro del giorno o fase della Luna; non vi è nulla di minaccioso o di ridicolo nelle Calende di Gennaio" "Non costruite vetulas,, piccoli cervi o iotticos; non apparecchiate la notte [per l'elfo della casa (Puck)], non scambiate doni dell'anno nuovo, non offrite bevande superflue." "Nessun cristiano deve credere all'impurità o sedere nell'incantamento, perché è opera del diavolo. Nessun cristiano, nella festa di San Giovanni o di alcun altro santo dovrà eseguire solestitia [riti del solstizio d'estate] o danzare o saltare o cantare canti diabolici." "Nessun cristiano deve invocare il nome di demoni, di Nettuno o Orco o Diana o Minerva o Geniscus o credere in alcun modo in cui questi esseri inetti. Nessuno dovrebbe passare nell'ozio il giorno di Giove se non coincide con feste sante, né in maggio né in alcun altro tempo, né i giorni delle larve o dei topi o qualsiasi altro giorno che la domenica. Nessun cristiano dovrebbe mostrarsi devoto agli dei del trivio, dove tre strade si uniscono, né partecipare alle fanes feste delle rocce, delle sorgenti, dei boschi o degli angoli".
Questo testo, l'originale è in latino si riferisce più specificatamente alla festa dei lemuri romana, cerimonia per i defunti, piuttosto che a quella celtica, che aveva luogo a Samhain.
32. Si pensi ad Avebury ed a Stonehenge, ma anche a Carnac.
33. Dalla venerazione che il mondo gallico riservava alle donne nascono molte delle leggende francesi su elfi e fate: le sante francesi (come Santa Clotilde, S. Geneviève, Giovanna d'Arco) hanno sempre qualcosa di elfico. A queste figure si oppone la figura funesta di Fredegonda dallo sguardo malefico, che uccideva principi e che riversava le accuse di stregoneria sulle rivali facendole suppliziare, come quelle dell'isola di Sayne o come la "Velleda" che profetizzava all'epoca dell'invasione della Gallia da parte dei Romani (Levi).
Nell'Inghilterra centrale, nel 1989, è stata scoperta un'isola artificiale, coperta di boschi, dove i druidi 3000 anni fa avrebbero compiuto sacrifici umani. Vi sono stati rinvenuti migliaia di scheletri (isola di Man).
Casta sacerdotale degli antichi Galli, Germani e Britanni. Essi avevano una grande influenza politica ed esercitavano funzioni di giudici, maghi e indovini.
34. L'Awen corrisponderebbe ad un principio spirituale immanente che proverrebbe da piani inferiori di vita permeando di sé vegetali ed animali prima di incarnarsi in una forma umana.
35. Ancor oggi, in dialetto Bretone giugno è chiamato "mezza estate".
36. Questa stagione iniziava il 1° novembre mese che i Galli chiamavano "sotto-autunno".
37. Infatti, gli avvenimenti erano divulgati da interminabili cantilene (come quelle dei cantastorie siciliani di un recente passato).
38. Il Signore dei Tuatha De Danann nella mitologia irlandese diviene, sul finire della civiltà celtica, il dio globale: artista medico e guerriero.
39. Ancora oggi il nome di questa regione francese ricorda la sua origine (Provenza deriva dal latino "provincia" nome con cui i romani indicavano i territori al di fuori dell'Italia).
40. Come possiamo verificare ancor oggi ad Aix-en-Provence, ad Arles ed a Nimes. Città come Lione e Parigi furono fondate su siti di preesistenti villaggi gallici. Il confine sul Reno fu il punto massimo di espansione romana verso la Germania.
41. In oriente sono infatti citati col nome di "Hiung-nu" negli annali cinesi relativi alla Dinastia Chou e poi in quelli della dinastia Han. Durante il III° secolo a.C. fu a loro causa che l'imperatore Shi-Huang-ti fece costruire la Grande muraglia.
In Cina gli Hiung-nu si erano limitati, fino a quel momento, a periodiche razzie in territorio cinese. Ma sotto il capo Mao Tun iniziò la prima campagna di conquista vera e propria. La tattica di combattimento era quella del colpisci e scappa, solita dei popoli delle steppe.
42. Come ho già detto era l'epoca del re Tarquinio Prisco.
43. Un articolo comparso di recente nella rivista "qui Touring" (T.C.I.) l'ha utilizzata appunto per spiegare l'etimologia del Lago alpestre di Carezza.
44. Il che alimentava un commercio attivo quanto fruttuoso ed una abbondante numismatica ad essa ispirata. Si conoscono delle statere d'oro già dalla fine del II° secolo insieme a sottomultipli di statere. Qui l'aquila, associata al serpente, ci riporta al simbolo caratteristico dei Canuti. Queste monete al diritto recano spesso l'incisione di una testa più o meno ad imitazione di un denaro coniato a Roma nel 79 a.C. del quale esiste un'abbondante produzione regionale.
45. In Geografia (II, 1).
46. Nella sua Geografia, V, 2, 3.
47. Come a Châteaudun (probabilmente Meung-sur-Loire o Magdunum) o come sicuramente all'Oppidum Noviodunum di Cesare situata a Neung-sur-Beuvron, ai confini della città biturigia; due o tre mercati (tra cui Noviomagus a Nogent-le-Roi), come a Nouan-le-Fuzelier ed a Nouan-sur-Loire (di poco posteriori). Uno stabilimento gallico esisteva a nord alla confluenza tra l'Eure e la Blaise forse da identificare con Durocasses.
48. Che ho definito già in altro articolo.
49. Personalmente ne conosco uno in Italia, a Venosa con una incredibile concentrazione di evidenze archeologiche che vanno dalla cultura della pietra non levigata all'epoca paleocristiana (complesso della SS. Trinità).
50. Ce ne parla Merlino nel film "Excalibur".
51. L'elettromagnetismo terrestre ha una frequenza di 7,65 hertz e un valore di 0,44 microTesla, e molti di noi hanno provato una certa energia a trovarsi sui pavimenti di alcune chiese antiche o di luoghi particolari o sulla sommità di molti massi erratici: si sono sentiti bene o magari si sono sentiti male, questo indica proprio che la terra è viva e attraversata da correnti energetiche positive e negative.
Quindi se noi costruiamo un cerchio di pietre, dove all'interno abbiamo circuito le zone energetiche, possiamo ottenere una specie di tempio energetico e i druidi hanno utilizzato questi antiche strutture per i loro rituali religiosi, perché questi luoghi energetici, possono favorire esperienze di "altitudine mentale e psichica" e perché no, anche sensazioni di essere attraversati da flussi energetici dai piedi alla testa, che sicuramente hanno qualcosa di terapeutico.
52. In "Arte Celtica Iniziale".
53. In "Uomo, Mito e Magia".
54. Il "Tir Na Nog" era, in sostanza, l'equivalente del paradiso celtico dove non si invecchiava, dove si beve idromele e si mangiava a volontà.
55. Per il Celti il 3 era il numero della divinità.
56. Non a caso il latte era basilare per l'economia celtica e quindi Imbolc era una grande festa.
57. Si tratta del cosiddetto "Ciclo Metonico" dal nome dell'ateniese Metone che lo scoprì già nel 433 a.C. calcolando che ogni 235 lunazioni medie i noviluni si riproducono nelle medesime date.
58. Beltane era talvolta chiamata "Cetsamhain" (ossia "opposta a Samhain"). 59. I festeggiamenti comprendevano scherzi e divertimenti in giro per le campagne, come i balli intorno all'"Albero di Maggio" (tipo albero della cuccagna al quale venivano appesi cibi e altre leccornie), mentre gli innamorati erano soliti trascorrere la notte nelle foreste. Erano ben noti i cosiddetti "figli di Beltane", concepiti nella magica notte.
60. Ricordiamo la Regina Boudicca, guerriera e Sacerdotessa della Dea Andrasta (dea dei corvi e delle battaglie simile alla divinità irlandese Morrigan); Medb, il cui nome significa "esaltazione" e che era considerata una profetessa; Scathach, Regina guerriera che istruì l'eroe irlandese Cu Chullain; Banbhuana, figlia di Deargdhualach e maestra del Druido irlandese Mogh Roith; Camma, Sacerdotessa della dea Brigit; Nessa, madre del Re Conchobar che prese il nome di sua madre invece che quello di suo padre e fu così chiamato mac Nessa Conchobar; Fidelma cui si fa riferimento nel famoso ciclo epico irlandese Tain Bò Cuailnge, druidessa dotata di capacità di preveggenza e descritta come una giovane armata, vestita di una tunica rossa, con capelli biondi e lunghissimi raccolti in tre trecce, occhi dotati di tre iridi e una bacchetta leggera in mano. Ricordiamo infine la figura di Véleda (I° secolo d.C.) appartenente alla Tribù dei Bructeos che, grazie al compimento delle sue predizioni durante la rivolta delle Tribù gallo-germaniche contro i romani nel 69 e 70 d.C. fu rivestita di un prestigio sacro tra i Celti e i Germani. Tacito a questo proposito racconta che nessuno poteva parlare personalmente con Véleda e che la donna dava i suoi responsi chiusa in un'alta torre: "Tencteris legati ad Civilem ac Veledam missi cum donis cuncta ex voluntate Agrippinensium perpetravere; sed coram adire adloquique Veledam negatum: arcebantur aspectu quo venerationis plus inesset. ipsa edita in turre; delectus te propinquis consulta responsaque ut internuntius numinis portabat" (Historiae, IV, 65).
 
Bibliografia essenziale:
Ch. Berlitz - "I misteri dei mondi perduti".
M. Brion - "La vie des Huns, Gallimard", Parigi, 1931.
A. Bruno - "I Celti, popolo delle foreste", in Edicolaweb.
A. Bruno - "Druidi, reincarnazione e teosofia", in Edicolaweb.
Ph. Conrad - "Le civiltà della steppa", Ginevra, 1977.
G. D'Amato - "L'Alfabeto sacro di Adamo", AUM - Milano, 1987.
Robert Graves - "La Dea Bianca" - Il tredicesimo segno, 1948.
T.D. Kendrik - "I segreti del Druido", in Oscar Mondadori.
P. Louth - "La civiltà dei Germani e dei Vikinghi", Ginevra, 1977.
P. Mastrolilli - "Spirito e materia, equazione inscindibile del pensiero druidico", in Edicolaweb.
A. S. Rufus - "The Goddess Sites: Europe" (I luoghi della Dea: Europa), in "Annali".
E. Schuré - "I Grandi Iniziati".
J. Thomas - "Il bardo", 1944.
J. Vogh - "Arachne Rising: the Thirteenth Sign", 1977.

5.1.2 IL RUOLO DEI CELTI NELL'EUROPA ANTICA

 
IL RUOLO DEI CELTI NELL'EUROPA ANTICA
È noto che la lingua inglese è ricca di espressioni d’origine latina. Nel 1066, la conquista dell’Inghilterra da parte dei normanni francesizzati di Guglielmo il Conquistatore portò alla sovrapposizione all’antico anglosassone della parlata dei dominatori; ma i linguisti nella generalità concordano che l’inglese è rimasto, ed è ancora oggi, nella sostanza, una lingua germanica. Analogamente, nella stessa lingua italiana, potremmo trovare con facilità apporti delle più svariate origini: germanici, greci, arabi, persino turchi e giapponesi, ma nessuno potrebbe mettere seriamente in dubbio che l’italiano è una lingua neolatina. La tesi che vorrei qui sottoporre a verifica è, se per quello che riguarda le civiltà, non accada esattamente quello che accade per le lingue, cioè, se sia ben vero che una civiltà possa nutrirsi degli apporti più disparati, provenienti dalle diverse aree del pianeta, senza per questo perdere la sua fisionomia sostanziale, o se, al contrario, sia realistico pensare che essa possa essere in tutto tributaria a ciò che deve alle altre culture. In particolare, la tesi che vorrei qui verificare è che quella forma di civiltà della quale noi stessi facciamo parte, e che può essere indicata come europea od occidentale, (I due termini si possono considerare quasi sinonimi: le Americhe possono in sostanza considerarsi una propaggine relativamente recente dell’Europa, e lo stesso si può dire, a maggior ragione, dell’Oceania), al di là degli apporti provenienti da altre aree del mondo e da altri popoli, che non si possono obbiettivamente disconoscere, non solo ha mantenuto nei secoli e nei millenni una propria fisionomia originale, ma assai prima dell’età moderna, ha avuto un ruolo determinante e fondamentale nello sviluppo complessivo della civiltà umana. Notoriamente, storici e docenti di storia sono stati invitati, negli ultimi decenni, a guardarsi da quel peccato originale fondamentale ed imperdonabile che sarebbe l’eurocentrismo, ossia il porre in rilievo dominante, se non esclusivo, la storia del nostro continente. Bene, sarà allora il caso di rilevare che, almeno per la storia antica, l’eurocentrismo non esiste. Al contrario, laddove sono enfatizzate popolazioni e culture obbiettivamente minori appartenenti all’area medio orientale, grandi popolazioni europee portatrici di una cultura tutt’altro che disprezzabile, e di non poco peso nella storia del nostro continente, quali ad esempio i Celti, ricevono ben scarsa considerazione, perché? Ciò si collega visibilmente al peso che ha avuto la bibbia nel formare la nostra concezione della storia, anche se ha fornito un canovaccio di base che è stato rielaborato nei secoli dalla tradizione storica laica. Non vorrei che questa considerazione suonasse offensiva nei confronti dei sentimenti religiosi di nessuno; non ve n’è motivo. Dai tempi di Galileo e di Darwin, la Chiesa cattolica e le più avvedute fra le chiese protestanti hanno rinunciato alla pretesa che la Bibbia venga considerata come verità letterale nelle questioni scientifiche. Dal punto di vista storico, la bibbia è la storia del popolo ebraico e della regione in cui esso viveva prima della diaspora, ed a questo livello si può anche concedere che sia, a quanto sembra, notevolmente accurata, ma, leggendola come storia universale, le si mette in bocca ciò che essa non dice, non può dire, nè ha la pretesa di farlo. Ex oriente lux, ma sarà poi vero? Secondo alcuni, tutte le civiltà umane avrebbero un’unica origine, da ricercarsi non si sa bene dove. Poichè si sa che le piramidi egizie ed i megaliti britannici, fra cui il più noto è il complesso di Stonehenge, sono grosso modo contemporanei, qualcuno dei sostenitori dell’origine unica delle civiltà ha ipotizzato che le isole britanniche potrebbero esser state colonizzate da un ramo degli Egizi, che vi avrebbe eretto i megaliti. Ora le scoperte archeologiche più recenti hanno dimostrato che i megaliti sono più antichi delle piramidi. Per coerenza, i sostenitori dell’origine unica, avrebbero dovuto concludere che sono stati i britanni, costruttori di megaliti, a recarsi nella valle del Nilo per erigervi le piramidi, ma ovviamente nessuno è arrivato a tanto. Bisogna notare che la tesi dell’origine policentrica delle civiltà umane, è una tesi illuminista, che presuppone la fiducia nella razionalità umana, e nell’uomo stesso che, ogni volta che le condizioni storiche ed ambientali lo consentono, è in grado di darsi quel livello di via che definiamo civile. Al contrario, la tesi dell’origine unica è una tesi pessimista che nega la capacità degli uomini di progredire senza un intervento civilizzatore esterno, e rivela un alone di misticismo ruotante intorno alle figure dei supposti grandi iniziati od iniziatori dell’umano incivilimento, e quale sarebbe la supposta civiltà madre? Atlantide? Togliendo le elucubrazioni moderne, reggentisi su capocchie di spillo, non abbiamo altro che la narrazione favolosa di Platone, e neppure un indizio di natura archeologia o geologica. Certo, la tettonica a zolle e la deriva dei continenti ci dicono che un tempo vi era terra emersa là dove oggi vi è l’oceano Atlantico, ma questo è avvenuto alcune decine di milioni di anni fa, può illuminarci sul divenire delle famiglie di dinosauri, non sulle origini della civiltà umana. Ma, ad ogni modo, postulare l’esistenza di Atlantide (o di Lemuria, o di Mu, o di quant’altri continenti perduti cui si voglia far assolvere la medesima funzione), serve solo a spostare il problema, non a risolverlo; se la natura umana fosse di per sè così riluttante alla civilizzazione, rimarrebbe da spiegare come abbia potuto la scintilla della civiltà accendersi per la prima volta nella stessa presunta civiltà madre. Contatti con extraterrestri o che cosa? È chiaro che quest’impostazione rischia di deragliare del tutto dal piano dell’indagine scientifica razionale. Nel 1992 è avvenuta una scoperta che dovrebbe indurci a rivedere le nostre idee sulla preistoria. In quell’anno, il ritiro del ghiacciaio del monte Similaun, al confine fra Italia ed Austria, ha portato alla luce la mummia di un uomo, verosimilmente morto per congelamento, che vi giaceva da cinque millenni e mezzo. L’uomo del ghiaccio si ritenne fosse ritrovato in territorio austriaco, ma successivamente ci si accorse che vi era stato un errore nella posizione del cippo di confine, e che, in effetti, si trovava sul suolo italiano. Dopo esser stata conservata e studiata a Vienna, la mummia è stata restituita all’Italia nel 1997. Ad ogni modo, è ovvio che non ha molto senso voler considerare italiano od austriaco un uomo vissuto in età neolitica, e non è possibile accertare con sicurezza da quale dei due versanti della montagna, Iceman, od Oetzi, com’è stato soprannominato, provenisse, sebbene la maggior vicinanza d’insediamenti contemporanei sul versante meridionale, faccia propendere per un’origine italiana. In ogni caso, questo ritrovamento mette comunque in rilievo che lo sviluppo delle prime culture umane nella nostra penisola andrebbe considerato tenendo conto non solo dei collegamenti con l’area mediterranea, ma anche di quelli con l’area transalpina, centroeuropea. Ma l’aspetto sorprendente della scoperta di Iceman è un altro: con l’uomo è stato ritrovato un corredo di arnesi e di armi da caccia, un arco, una faretra con delle frecce, e soprattutto quella che in un primo momento è sembrata un’ascia di bronzo. C’era di che stupirsene: si suole porre l’inizio dell’età dei metalli, l’età del rame, al 3000 avanti Cristo, e l’età del bronzo attorno al 2500 avanti Cristo, mentre l’uomo del Similaun, come hanno dimostrato quattro separati test del carbonio 14 condotti da diversi laboratori, è di mille anni più vecchio, un pò come trovare un orologio subacqueo al polso di un guerriero di Carlo Magno! In parte, la sensazionalità della cosa è stata ridimensionata: l’ascia di Iceman non è di bronzo, ma di una lega di rame ed antimonio, dovuta probabilmente all’impurità del minerale di rame usato per la fusione, ma ugualmente c’impone di retrodatare di cinquecento anni l’inizio dell’età dei metalli. Proviamo a rovesciare l’ottica con cui di solito si considerano questi problemi. Il più antico essere umano riconoscibile come tale dei cui resti fossili oggi disponiamo, è l’homo abilis 1470, che venne ritrovato da Richard Leakey sulle sponde del lago Turkana in Tanzania, ed è datato ad un milione e novecentomila anni fa. L’homo erectus è vecchio di un milione e mezzo di anni, ed homines erecti con cervelli di dimensioni simili alle nostre, hanno cominciato a comparire tra novecentomila e settecentomila anni fa. L’homo sapiens, cioè la nostra specie umana, infine, ha duecentomila anni, cioè pur sempre un’età ragguardevole. Come mai la scoperta dei metalli ha tardato tanto? Alcuni metalli, come il rame, che è usato precisamente per questa ragione negli impianti elettrici, hanno un punto di fusione molto basso. È possibile che in quest’enorme arco di tempo, nessuno abbia acceso un fuoco su delle pietre contenenti minerale di rame, ed osservato quegli strani rivoli che ne colavano? La spiegazione è un’altra, più semplice: i cacciatori paleolitici non sapevano che farsene dei metalli. A noi, uomini dell’età dei metalli, della plastica, dei materiali sintetici, l’idea stessa di uno strumento di pietra può far pensare a qualcosa di rozzo, al contrario, la tecnologia litica aveva non soltanto nei suoi esempi migliori una notevole pregevolezza estetica, basti pensare ad oggetti eleganti quali le amigdale bifacciali od alle punte di freccia della cultura folsom degli indiani nordamericani, ma, quel che più conta, perfettamente adeguata alle necessità degli uomini paleolitici. Dei paleontologi americani hanno fatto l’esperimento di scuoiare e squartare animali della savana utilizzando delle lame di selce, ed hanno scoperto che tali operazioni riuscivano con sorprendente facilità, molto più che non adoperando un coltello svizzero. Anni fa, un archeologo inglese, sotto gli occhi delle telecamere, abbattè un albero impiegando un’ascia neolitica di pietra levigata, in pochi minuti e senza sforzo. L’utensile di pietra, inoltre, è ricavato da materiali più facilmente reperibili di quelli di metallo, si spezza più difficilmente, non arrugginisce, non perde il filo. Dobbiamo allora porci il problema inverso e chiederci perchè, ad un certo punto, è nata la tecnologia dei metalli. Le tecniche di lavorazione della pietra, sia scheggiata, sia levigata, erano di una notevole complessità, ed è probabile che fossero possedute solo da un numero ristretto di artigiani, ciascuno dei quali doveva dedicare molto tempo alla creazione di un singolo strumento, ed è verosimile che essi, ad un certo punto, non siano più riusciti a tenere dietro alla domanda di utensili. Realizzare un crogiolo poteva richiedere anche molto più tempo di quello occorrente alla produzione di uno strumento litico, ma in esso potevano essere poi compiute, con poco dispendio di tempo per ciascuna di esse, decine, centinaia, migliaia di fusioni di nuovi attrezzi. Poichè la produzione di strumenti litici era stata fino allora adeguata alle necessità delle comunità umane, ciò fa pensare ad un incremento demografico, la cui spiegazione più probabile è data dalla diffusione dell’agricoltura. Sembra si possa considerare assodata l’associazione agricoltura-metalli, nel senso che l’uso dei metalli sembra essere divenuto pratica corrente in società già agricole e sedentarie in fase di espansione demografica. Questo non significa che l’uomo del Similaun non fosse un cacciatore, come suggerisce il resto del suo corredo di utensili, ma rende verosimile che appartenesse ad una società già agricola. Ma se questo è vero, può essere avanzato qualche ragionevole dubbio sull’origine mediorientale dell’agricoltura nel bacino mediterraneo, data finora per scontata. In Medio Oriente, analoghi attrezzi di rame non compaiono che cinque secoli più tardi. Negli ultimi anni, gli indizi in questo senso si sono moltiplicati. Vi sono tracce che fanno pensare che lo sfruttamento di alcune antiche miniere balcaniche possa essere iniziato attorno al 4.000 avanti Cristo, seimila anni fa, in quella che per la cronologia ufficiale dovrebbe essere ancora piena età neolitica, ma soprattutto la scoperta ad Elsloo, non lontano dalla costa frisone del Mare del Nord, dei resti di un antico sito agricolo all’incirca contemporaneo di quelli mediorientali. Un altro indizio importante che c’impone di rivedere le nostre opinioni sull’argomento, è questo: presso tutte le popolazioni umane, il latte è, nell’infanzia e nella prima giovinezza, un alimento di alto valore nutritivo e facilmente digeribile, ma, con il progredire dell’età, diminuisce la capacità di assimilarlo. Tuttavia, la diminuzione di questa capacità metabolica varia considerevolmente nelle diverse popolazioni: quelle dell’Europa centrosettentrionale la conservano praticamente intatta per tutta la vita, mentre essa tende a diminuire man mano che ci spostiamo verso sud, in direzione del Mediterraneo. Gli italiani, ad esempio, sono agli ultimi posti in Europa per quanto riguarda il consumo di latte fresco da parte della popolazione adulta. In questo caso, però, non sembra trattarsi di un’abitudine alimentare che sarebbe saggio o giustificato cercare di correggere. A quanto pare, da adulti digeriamo il latte meno bene delle popolazioni del Centro e del Nord Europa. Non grandi consumatrici di latte fresco, tuttavia le popolazioni dell’Europa mediterranea sono produttrici e consumatrici di latticini e formaggi in misura considerevole, ma se ci spostiamo fuori dell’ecumene europeo-mediterraneo, ecco un’altra sorpresa: nella cucina orientale i latticini sono del tutto assenti, come ben sanno, ad esempio, gli estimatori della gastronomia cinese, che negli ultimi anni ha guadagnato estimatori anche da noi. Si tratta, con ogni evidenza, di abitudini alimentari molto antiche. Ancora un dato che ce lo può confermare: i Greci chiamavano i Celti Galati, cioè nè più nè meno che bevitori di latte, così come i Tedeschi oggi sono chiamati da molti mangiapatate. Cosa significano questi dati? La spiegazione più probabile è che le popolazioni del centro e del nord dell’Europa siano state le prime ad allevare animali da pascolo, e, di conseguenza, ad impiegare il latte di questi animali come alimento, non solo per i bambini, ma anche per gli adulti. La selezione darwiniana che, non dimentichiamolo, continua ad agire all’interno della specie umana come di tutte le altre, avrebbe favorito in queste popolazioni quei geni che consentivano di metabolizzare il latte, anche di specie diverse da quella umana, ed anche in età adulta. L’ascia di rame dell’uomo del Similaun e gli altri indizi che ho menzionato, ci offrono l’indicazione suggestiva che due scoperte fondamentali per l’umanità, quali l’agricoltura e la metallurgia, potrebbero essere avvenute in Europa piuttosto che in Medio Oriente, ma qui abbiamo la prova, considerevolmente persuasiva che la tappa che, con ogni verosimiglianza, le ha precedute, la domesticazione e l’allevamento di animali, è stata raggiunta in qualche punto dell’Europa, fra l’arco alpino e la Scandinavia. Se passiamo ad esaminare l’età protostorica, c’imbattiamo in una cultura centrooccidentale europea considerevole, il cui ruolo è stato a lungo misconosciuto: quella dei Celti. Noi abbiamo in primo luogo un patrimonio di elaborazione culturale mitologica e folklorica notevolissimo, sebbene filtrato, giunto fino a noi attraverso e nonostante le invasioni e le dominazioni di popoli che hanno spazzato via il mondo celtico, latini e germani: il ciclo mitologico irlandese dei Tuatha De Danannaan, il poema di Cu Culainn, il ciclo bretone arturiano con il mito del Graal, divenuto centrale nella mitologia medioevale nella sua versione cristianizzata. Persino un piccolo angolo del superstite mondo celtico, quale la Cornovaglia ci ha dato un mito suggestivo come la storia dell’infelice amore di Tristano e Isotta, ma in più c’è tutto il ricchissimo patrimonio folklorico popolare, con le sue leggende di folletti, elfi, gnomi, troll, banshee, riscoperto nel nostro secolo dal celtic Revival di W. B: Yeats e lord Dunsany, e rielaborato in forma letteraria dai romanzi di John R. R. Tolkien. Ma anche nel campo della cultura materiale, il mondo celtico appare oggi piUgrave; significativo e meno enigmatico che in passato. Stonehenge e gli altri complessi megalitici non appaiono oggi più come isole di genialità architettonica in un universo altrimenti barbarico. Dalle ricerche più recenti, sembrerebbe che questi megaliti, o perlomeno alcuni di essi, non fossero altro che le strutture portanti di costruzioni in legno o di tumuli di terra pressata alla maniera dei tolos micenei, tombe regali o veri e propri edifici di culto o civili. Di struttura appunto simile a quella di un tolos, ma molto meglio realizzata dal punto di vista costruttivo, con una volta architettonicamente perfetta, ed ornata di eleganti petroglifi, è la tomba di Newgrange in Irlanda, recentemente restaurata, che sembrerebbe risalire al 3.000 avanti Cristo, e dovrebbe essere quindi la piùù antica costruzione al mondo giunta fino a noi. Ma l’aspetto più sorprendente di quest’edificio è forse un altro: una fessura collocata sopra l’architrave si trova allineata con la posizione del sole che sorge all’alba del solstizio d’inverno. Allora, in coincidenza con il cambio dell’anno, l’interno della costruzione è attraversato per una quindicina di minuti da una lama di luce che crea un intenso effetto di intensa suggestività. Questo fenomeno ci rimanda non soltanto all’abilità costruttiva, ma anche alle conoscenze astronomiche degli antichi Britanni, del resto evidenziate da molti allineamenti di complessi megalitici, a cominciare da quello di Stonehenge, che coincidono con fenomeni astronomici, quali solstizi od eclissi. Newgrange non cede per antichità, meraviglia e fascino, alle tanto decantate costruzioni della Valle del Nilo. Forse meno suggestivi, ma non meno enigmatici, sono i forti vetrificati scozzesi dell’Età del Ferro. Un centinaio di fortezze sparse in tutta la Scozia, accomunate da una misteriosa particolarità: le rocce che le compongono sono state fuse insieme in modo da costituire un’unica, compatta massa silicea praticamente indistruttibile. Gli archeologi non sono riusciti a stabilire con quali tecniche possano essere state prodotte le altissime temperature necessarie a ciò. Un altro esempio di tecniche misteriosamente avanzate in possesso di uomini che siamo soliti considerare preistorici. Vi sono poi nella Britannia meridionale i resti di strade di legno costruite attraverso il terreno acquitrinoso delle torbiere, sorrette da palizzate infisse nel terreno fangoso, e costituite da lunghe file di traversine che, dal punto di vista ingegneristico, si possono contare fra le più notevoli ed ingegnose opere dell’antichità. Millecinquecento anni prima dei Vichinghi, le navi dei Celti affrontavano le onde dell’Atlantico, e costituivano uno dei fulcri di una società di marinai, artigiani e commercianti fra le più sviluppate del mondo di allora; per nulla dire dell’artigianato e dell’oreficeria celtica, la cui perizia ed il cui gusto cominciamo appena oggi ad apprezzare. I Celti si spinsero nelle loro migrazioni verso il sud e l’est, quindi seguendo la via esattamente opposta a quella che si suppone percorsa dalle ondate civilizzatrici di cui avrebbe beneficiato l’Europa, fino alla penisola anatolica. Dal nome che i Greci davano loro, Galati, è derivato quello di una regione dell’Asia Minore, la Galazia, da loro popolata, e quello di un quartiere di Istambul, Galata. Ma i Celti non sono la sola popolazione dell’Europa antica ingiustamente sottovalutata. Immaginiamo di avere l’una accanto all’altra due illustrazioni, una riproducente un esempio di statuaria iberica, ad esempio la stupenda dama di Elche, così sorprendentemente simile, nella fattura, alla statuaria greca, l’altra riproducente una figurina fenicia, ad esempio proveniente da monte Sirai o dal tophet di Mozia: se una didascalia c’informasse che l’una delle due figure è l’espressione artistica di una grande civiltà diffusa in ogni angolo del Mediterraneo, alla quale sono attribuite notevoli invenzioni entrate nel patrimonio culturale della civiltà classica e dell’intera umanità, e l’altra il prodotto di un oscuro popolo barbarico che raramente i testi di storia antica si degnano di menzionare, credo che ci sarebbero pochi dubbi sul fatto che la maggior parte di noi attribuirebbe la dama di Elche al primo, e la figuretta fenicia, che ci colpirebbe per la sua rozzezza e primitività, al secondo. Certamente si può obiettare che i canoni estetici dei Fenici, che sono antecedenti a quelli della grecità classica su cui si è formato il gusto occidentale, non hanno alcun obbligo di coincidere con i nostri, e che, d’altra parte, l’arte moderna si è parecchio allontanata da quell’estetica che ne ha guidato le espressioni per millenni, con qualche lieve oscillazione del gusto, all’incirca dalla pittura vascolare attica a Delacroix, nondimeno, c’è una naturale resistenza a pensare che la cultura che ha prodotto opere della squisita fattura della dama di Elche possa essere così insignificante e marginale da non meritare l’attenzione dei testi storici (e sarebbe ancora il meno) e l’interesse degli archeologi. Si potrebbe tracciare la storia della civiltà europea dal neolitico all’età moderna, ed allora si vedrebbe chiaramente che è la storia di uno sviluppo progressivo e costante sulle proprie basi, rispetto al quale gli apporti esterni, seppur significativi, non segnano mai una vera soluzione di continuità. Almeno parzialmente, questo lavoro è stato fatto ne Le origini della civiltà europea, uno dei Quaderni de Le scienze, a cura di Francesco G. Fedele, che raccoglie articoli pubblicati dalla prestigiosa rivista scientifica negli ultimi decenni, sulle scoperte dell’archeologia europea, dalla preistoria al medioevo, ed il quadro che ne emerge, è appunto di una sostanziale continuità nello sviluppo dell’Europa (1). Tra le popolazioni germaniche, soprattutto i Franchi eccellevano nella metallurgia, e questo fu certamente uno dei fattori che consentì loro di avere il sopravvento su tutti gli altri popoli germanici. Si ricorderà l’esclamazione del re longobardo Desiderio, mentre contemplava le pesanti corazzature della cavalleria franca dagli spalti di Pavia assediata: Il ferro, ahimè il ferro!. Un’invenzione dei metallurghi franchi destinata ad avere enormi conseguenze, fu la staffa. La staffa rivoluzionava l’uso tattico della cavalleria. Il cavaliere piantato sull’arcione poteva scaricare verticalmente il proprio peso, ed avere entrambe le mani libere per impugnare la spada o la lancia, e lo scudo, laddove il cavaliere privo di staffe doveva tenere le gambe strette attorno alla pancia del cavallo, e tenere sempre una mano sui finimenti o sul collo dell’animale. Le corazze di acciaio e le staffe fecero della cavalleria franca una delle più formidabili macchine belliche che il mondo avesse fin allora conosciuto. Fu questa macchina bellica a fermare a Poitiers lo slancio conquistatore degli arabi che, dopo aver abbattuto il regno visigoto di Spagna e superati i Pirenei, stavano dilagando nella Gallia. Questa battaglia, forse una delle più cruciali della storia umana, assunse aspetti di drammatica epopea. I Franchi di Carlo Martello combatterono per tre giorni e tre notti con accanimento incredibile, quasi fossero consapevoli che alle loro spalle non vi era nulla in grado di resistere all’ondata conquistatrice mussulmana e che, se avessero ceduto, l’Europa sarebbe stata sommersa dall’Islam. Diversi storici hanno cercato di attribuire, con una perseveranza degna di miglior causa, una provenienza orientale anche all’invenzione della staffa. Mi sia concessa una punta di sarcasmo: costoro danno l’impressione di pensare che, senza un qualche influsso civilizzatore da oriente, noi Europei non sapremmo neppure contarci le dita delle mani! Nell’alto Medio Evo le popolazioni ugrofinniche, barbari circondati da un alone terrorizzato di ferocia sanguinaria, che costrinsero alla fuga gli stessi Germani (che si riversarono sull’Occidente romano fuggendo dinanzi agli Unni), apportarono all’Europa un’invenzione destinata a modificare, direttamente od indirettamente, la sua geografia fisica ed antropologica, a far emergere le regioni centrosettentrionali del nostro continente, fin allora meno favorite rispetto a quelle mediterranee, ed anche questo si può, nella sostanza, considerare un progresso endogeno al nostro continente. Gli Ugrofinni portarono nell’Europa centrale e mediterranea l’attacco a collare del cavallo da tiro, probabilmente modellato sui finimenti dei cani da slitta. Nell’antichità si usava un’imbracatura che comprimeva la cassa toracica del cavallo, e, rendendo difficoltosa la respirazione, riduceva considerevolmente la forza lavoro dell’animale. Non è esagerato dire che, con l’attacco a collare del cavallo da tiro, una nuova risorsa energetica si trovava a disposizione dell’Europa. Le conseguenze di ciò, dovevano essere rivoluzionarie soprattutto per l’Europa centrale, la cui vita e la cui geografia antropica ne vennero completamente cambiate. Sono gli autori Louis Pauwels e Jacques Bergier noti per il celebre Mattino dei maghi ad informarcene nel libro L’uomo eterno. Un vantaggio potenziale dell’Europa centrale rispetto a quella mediterranea, era la disponibilità di vie d’acqua, fiumi ampi, lunghi e dal corso poco impetuoso, che ora potevano essere risaliti da barconi dal fondo piatto, trainati da un cavallo aggiogato su ciascuna delle due rive. Il centro dell’Europa, in tal modo, si trovò di colpo a disporre di una sorta di rete autostradale naturale (2). Ma c’è molto di più: la disponibilità di una nuova forza lavoro era destinata a rivoluzionare l’agricoltura centroeuropea. Mentre i terreni dell’Europa mediterranea sono perlopiù leggeri, prevalentemente sabbiosi, per i quali il tradizionale aratro semplice in uso fin dall’antichità risultava pienamente adeguato, mentre lo stesso aratro riusciva appena a scalfire i pesanti terreni prevalentemente argillosi dell’Europa centrale. Il cavallo da tiro consentì la diffusione tra l’VIII e l’XI secolo di un nuovo tipo di aratro, l’aratro pesante, dotato di vomere asimmetrico, di coltro (un coltello per tagliare le zolle), un versoio per rovesciarle, e munito di ruote. L’aratro pesante era, per la verità, in uso già prima di allora, ma l’elevata quantità di forza lavoro animale richiesta, s’impiegavano da due a quattro paia di buoi, ne aveva drasticamente limitato l’impiego, mentre ora, con il cavallo da tiro, diventava di uso relativamente comune. Di pari passo con l’impiego del cavallo da tiro nell’aratura, andò la diffusione della pratica della rotazione triennale delle colture, che consentiva di ridurre dalla metà ad un terzo la superficie agricola che annualmente doveva essere lasciata a maggese, cioè improduttiva per poter recuperare la propria fertilità. L’importanza di questi fattori, ed il loro reciproco collegamento è sottolineata da Scipione Guarracino (3). Il cavallo da tiro, l’aratro pesante e la rotazione triennale migliorarono grandemente le condizioni dell’agricoltura nell’Europa centrosettentrionale, al punto che tra l’XI ed il XIII secolo, i contadini tedeschi si spinsero a colonizzare nuove terre oltre l’Elba, e poi oltre l’Oder, in direzione della Vistola e del Baltico. L’Europa assunse la fisionomia antropologica moderna. È a partire da questo momento, in cui l’Europa centrale e nordica abolisce la condizione d’inferiorità che l’aveva fin allora caratterizzata nei confronti del mondo mediterraneo, che si gettano le basi di tutti gli sviluppi successivi, anche della grandiosa espansione che, a partire dal XV secolo porterà quella che in termini puramente geografici non è che una modesta propaggine dell’Asia, al dominio mondiale. Mi sembra che tutto ciò possa suffragare una conclusione eretica e scandalosa che, a questo punto, mi sentirei di proporre. A chi, od a che cosa si deve la grandezza che l’Europa ha manifestato per tanti secoli? Forse darà fastidio a qualcuno od a molti, ma io penso che si debba essenzialmente agli Europei, e fra di essi i Celti hanno avuto un ruolo fondamentale che solo oggi cominciamo a riscoprire.

5.1.3 culto e business

culto e business
 
Al giorno d’oggi la moda culturale celtica ha promosso diverse mistificazioni creando così un vero e proprio business, improntato principalmente sulla magia e sulla compravendita di oggetti spacciati per rari e sacri. Da qui nascono innumerevoli oroscopi che si basano su elementi naturali, come gli alberi , che influirebbero sulla propria personalità, o le rune, che sarebbero in grado di predire il futuro.
In alcuni siti internet è possibile trovare e acquistare on-line libri venduti come manuali per l’interpretazione e l’uso delle rune oppure romanzi e racconti magici che hanno come protagonisti sette di druidi; inoltre è facile trovare negozi che offrono tarocchi, amuleti ma anche videogiochi.
 
Nei tempi moderni è nata addirittura una nuova corrente: il druidismo; questo tra gli antichi celti consisteva in una ristretta cerchia di preti e legislatori, che pare praticassero il sacrificio umano e questi riti crudeli e disumani portarono alla loro immediata soppressione per mano di Roma.
Oggi si dice che sia ricomparso e che avvengano degli incontri annuali a Stonehenge, la quale potrebbe essere un’antica roccaforte celtica in Inghilterra, infatti sono in molti a sostenere che il centro megalitico sia ancora luogo di incontri tra sette celtiche di diversa provenienza. Alcune di esse praticano ancora antichi riti in parte ridicoli, perché è impensabile portarli in una società moderna, visto che appartengono ad una mentalità primitiva; sempre on-line si trovano i loro siti che descrivono le tradizioni, le credenze e la gerarchia tra i fedeli.
Non esiste una vera e propria religione comune a tutte, poiché ciò in cui esse credono è un’infinità di spiriti e demoni, differenti da luogo a luogo.
 
PIANO: Variabile
ALLINEAMENTO: Variabile
SEGUACI: Celti
SIMBOLO: Croce celtica
SACRIFICIO: Umani, tori, cervi; offerte varie.
FESTIVITA': 1/2 (agreste), 1/5 (agreste), 1/8 (agreste), 1/11 (morti); il 6 di ogni mese lunare; Glain in primavera.
 
La religione celtica non può essere considerata né politeista né monoteista, in quanto non adora degli Dei, bensì un'infinità di semplici spiriti e demoni, differenti da luogo a luogo. COLLEGI SACERDOTALI
 
1) Druidi.
-Sesso: M.
-Requisiti: W 12, CH 15, neutrali non caotici.
-Armi: asta leggera, bastone, clava, coltello, daga, falcetto, frombola, randello, roncola, scimitarra, armatura fino ad AC 8, scudo cretese o leggero.
-Sfere incantesimi: All, Animal, Astral, Charm, Combat, Creation, Divination*, Elemental, Healing,
Plant, Weather.
-Poteri speciali: +2 tiri di salvataggio contro fuoco e elettricità; conoscenza della lingua segreta dei Druidi (in aggiunta a quelle possibili); dal 3º livello, identificazione di piante, animali e acque pure, movimento senza lasciare tracce in campagna; dal 5º, possibilità di apprendere ad ogni scatto di livello il linguaggio di un tipo di creature dei boschi (driadi, fauni, elfi, ecc.) fino al massimo consentito dalla sua Intelligenza; dal 7º, resistenza del 50%, +5% per ogni livello successivo, agli incantesimi tipo "charm" effettuati da creature dei boschi; dal 9º, abilità una volta al giorno, di mutarsi in rettile, uccello o mammifero, come con "polymorph self"; dall'11º, abilità tre volte al giorno come al punto precedente, ma una volta sola in uno stesso animale.
 
2) Druidesse.
-Sesso: F.
-Requisiti: W 12, CH 15, neutrali non caotiche.
-Armi: asta leggera, bastone, clava, coltello, daga, falcetto, frombola, randello, roncola, scimitarra,
armatura fino ad AC 8, scudo cretese o leggero.
-Sfere incantesimi: All, Animal, Astral, Charm, Divination, Elemental*, Guardian, Healing, Plant,
Summoning, Sun.
-Poteri speciali: +2 tiri di salvataggio contro fuoco e elettricità; conoscenza della lingua segreta dei Druidi (in aggiunta a quelle possibili); dal 3º livello, identificazione di piante, animali e acque pure, movimento senza lasciare tracce in campagna; dal 5º, possibilità di apprendere ad ogni scatto di livello il linguaggio di un tipo di creature dei boschi (driadi, fauni, elfi, ecc.) fino al massimo consentito dalla sua Intelligenza; dal 7º, resistenza del 50%, +5% per ogni livello successivo, agli incantesimi tipo "charm" effettuati da creature dei boschi; dal 9º, abilità una volta al giorno, di mutarsi in rettile, uccello o mammifero, come con "polymorph
 
self"; dall'11º, abilità tre volte al giorno come al punto precedente, ma una volta sola in uno stesso animale.
 
3) Vati.
-Sesso: M.
-Requisiti: W 9.
-Armi: asta leggera, bastone, clava, coltello, daga, falcetto, frombola, randello, roncola, scimitarra,
armatura fino ad AC 8, scudo cretese o leggero.
-Sfere incantesimi: All, Animal, Charm, Divination, Guardian, Healing*, Necromantic, Plant*,
Protection, Summoning.
-Poteri speciali: turning undead, +2 tiri di salvataggio contro fuoco e elettricità; dal 3º livello, identificazione di piante, animali e acque pure; dal 5º, movimento senza lasciare tracce in campagna; dal 7º, resistenza del 25%, +5% per ogni livello successivo, agli incantesimi tipo "charm" effettuati da creature dei boschi; dal 9º, abilità una volta al giorno, di mutarsi in rettile, uccello o mammifero, come con "polymorph self".
 
RELIGIONE
Il celtismo è crudele e primitivo nelle sue forme esteriori, ma altamente sofisticato nella dottrina.
Dio supremo è Hu (ritenuto dai romani Saturno), creatore di tutte le cose ma estraneo alla vita dell'uomo ed al corso degli eventi; pertanto non è adorato, ma ha parte solo nel mito della creazione.
Gli uomini devono invece fare i conti con un numero sterminato di demoni e spiriti che sono emanazioni della Terra e che pertanto influiscono sulla natura, sull'uomo, sulla vita e sulla morte.
Di questi ci si assicura la protezione o l'aiuto mediante riti, preghiere, idolatria e sacrifici di uomini, tori o cervi, a seconda del caso.
Gli alberi sono sacri; in particolare, le querce in Gallia e Germania, i tassi in Britannia ed i sorbi in Ibernia. Si ritiene che la loro funzione sia di sostenere il cielo, perciò è sacrilegio abbatterli.
Le anime esistono indipendentemente dagli esseri soprannaturali. Sono in numero finito ed immutabile: quelle dei morti giusti attendono la loro ora in Hath-Iunis, terra di gaudio ed eterna primavera oltre l'oceano (è raggiungibile con viaggi fantastici, ma ritornarne è assai difficile); quelle dei malvagi e dei nemici in un inferno chiamato Ifuro. Tutte vengono periodicamente richiamate ad incarnarsi in nuovi esseri umani. Per questa credenza i celti non temono la morte e sacrificano i prigionieri, in modo da liberare anime che possano incarnarsi in bambini celti. Questa metempsicosi non è tuttavia eterna, poiché un giorno il fuoco e l'acqua divoreranno l'Universo.
Gli usi sono caratterizzati da aspetti totemici come la fratellanza di sangue, il culto degli antenati, l'iniziazione tribale. Importantissime le feste, spesso legate a luoghi particolari e pertanto occasione di riunione per molti clan.
I morti vengono cremati. Le vittime dei sacrifici vengono gettate nei profondi pozzi all'uopo scavati nei santuari.
I pochi templi sono in legno, di dimensioni modeste e non sempre coperti; sono corredati di teschi umani, posti in nicchie o appesi. Oltre ad ospitare le funzioni religiose, prestano servizio bancario.
Vi possono entrare e prestare servizio solo le donne.
Assai comuni sono invece i boschi ed i luoghi sacri, spesso in forma di spianate circolari delimitate da un fossato, un terrapieno ed una palizzata; al centro vengono esposti idoli e trofei in cima a pali, sotto una tettoia.
Le feste agresti sono caratterizzate da grandi ubriacature di birra, abboffate e cruenti sacrifici propiziatori. La festa dei morti è caratterizzata da un'ecatombe di prigionieri per il rinnovo delle anime. Il 6 di o gni mese lunare i Druidi mietono il sacro vischio e sacrificano due tori bianchi.
Glain è la ricerca rituale del vermiglio uovo omonimo, frutto di un serpente marino, sulle spiagge.
I Druidi formano l'antico e misterioso sacerdozio celtico. L'ammissione all'ordine avviene per cooptazione fin dalla tenera età e gli studi durano un ventennio. Questo sia perché i copiosi testi sacri e giuridici vengono tramandati esclusivamente, e da tempo immemorabile, per via orale, sia perché un Druido che si rispetti deve essere maestro di eloquenza e filosofia. I Druidi entrano realmente in carica al 3º livello, quando già hanno circa trent'anni; prima sono considerati solo apprendisti e restano sotto la tutela di un Druido di almeno 5º livello, con scarsa autonomia di azione. L'ordine è suddiviso in gradi gerarchici, ciascuno dei quali non è strettamente legato al livello ma viene raggiunto per votazione o, in caso di disaccordo, per eliminazione diretta e cruenta del concorrente più debole o sfortunato. Supremo capo è il Gran Druido, di almeno 11º livello, che è riverito come un sovrano; i capi dei singoli collegi territoriali sono detti Primi Druidi e sono almeno di 7º livello. Dal 9º livello possono essere nominati Arcidruidi, assumendo importanti incarichi di responsabilità, spesso slegati da una diocesi territoriale, e coadiuvando personalmente il Gran Druido.
Tutti i Druidi vestono di bianco. Essi rappresentano il più forte legame tra le varie comunità celtiche europee ed asiatiche e la sono la principale garanzia di perpetuazione delle loro arcaiche tradizioni.
Loro compito teologico è lo studio dei segni e l'intervento correttivo sugli eventi del mondo, quando non appaiono rispondenti ai requisiti del normale equilibrio cosmico di morte e rinascita.
Enorme anche il loro potere politico e giudiziario: malgrado ufficialmente non investano alcuna carica e si mantengano estranei alle vicende umane, sono essi stessi i veri capi delle tribù celtiche.
Operano anche da indovini, da medici sciamani, da erboristi, e compiono gli orrendi sacrifici umani ed animali richiesti dai vari spiriti.
Il sacro vischio, che mietono con un falcetto d'oro, è il loro simbolo sacro ed è pertanto componente materiale fondamentale per molti dei loro incantesimi.
A loro vengono pure affidati i rampolli di nobile nascita per l'educazione religiosa e militare, e spesso ne hanno tanti da formare delle vere unità di guardie del corpo addestratissime (i Druidi, tuttavia, non partecipano mai in veste di combattenti alle guerre). L'educazione di base di questi giovani si conclude con la tradizionale iniziazione tribale della caccia al cranio, la cui riuscita è necessaria ad ogni celta maschio per il riconoscimento della maggiore età e l'acquisizione del torques; tuttavia essa può proseguire ancora per alcuni anni per quei giovani destinati ad entrare nell'ordine dei Bardi.
Generalmente vivono in piccoli collegi nei boschi sacri di querce, detti Drunemeton. Talvolta sono invece concentrati in vere e proprie cittadelle. L'isola di Mona è sede del Gran Druido di Britannia ed è il santuario più importante del mondo celtico; vi è una delle scuole druidiche più famose ed eclettiche, dato il traffico di Druidi provenienti da ogni angolo d'Europa. Nell'Ombelico della Gallia, presso Cenabum, sorge un altro santuario druidico importantissimo, sede del Gran Druido di Gallia e in cui, una volta l'anno, si tiene un concilio cui partecipano rappresentanti di tutti
i collegi gallici e di molti altri.
Le Druidesse sono riunite in pochi collegi devoluti alla custodia dei templi, alla lettura degli astri ed alla predizione del futuro. Sono vincolate dal voto di castità. Per il resto seguono le stesse regole dei Druidi, salvo che non sembra possano occupare il grado di Arcidruido o Gran Druido, e che si occupano dell'educazione delle fanciulle di rango (che è ovviamente del tutto diversa da quella maschile).
I Vati sono sacerdoti solitari ed indipendenti; hanno solo una parte delle conoscenze dei Druidi ed occupano un gradino socio-politico assai più basso di questi, anche se sono temuti e rispettati. Si guadagnano da vivere vendendo i propri servizi, in particolar modo quelli di divinazione. Non esistono scuole di Vati: sono essi stessi a scegliersi dei giovani apprendisti cui insegnano personalmente (a pagamento) il mestiere.

5.1.4 I Celti in Italia. Storia di un popolo.

I Celti in Italia. Storia di un popolo.
Valerio M. Manfredi.
INTRODUZIONE.
 
Celti di oggi e di ieri.
 
Che cosa si sa oggigiorno dei Celti? Il gran pubblico li identifica soprattutto con uno stile musicale, considerato - a torto o a ragione - come l'espressione di una mentalità specifica, erede di un lontano passato, che si è preservata assieme alla lingua in alcune regioni dell'estremo Occidente dell'Europa. Affascinate dai ritmi coinvolgenti della "musica celtica», migliaia di persone si radunano ormai annualmente in occasione dei festival interceltici, dando nuovo vigore a un concetto antico, quello della Comunità atlantica. Queste manifestazioni che operano una sorta di  sintesi tra le ultime mode musicali e un folklore tradizionale, ancora profondamente radicato in ambiente rurale, conoscono un crescente successo.
Lo stesso che riportano, su un versante culturale più ufficiale, le mostre dedicate all'arte e alla cultura dei Celti antichi. Un pubblico sempre più numeroso, anche al di fuori d'Europa, apprezza quest'arte originale così diversa dalla tradizione greco-romana. La grande mostra del 1991, organizzata a Venezia a Palazzo Grassi, "I Celti. La prima Europa», è stata vista da quasi un milione di persone; ultimamente, nel 1998, "I tesori dell'arte celtica», la prima esposizione di arte celtica in un paese extraeuropeo realizzata presso il Museo metropolitano d'arte di Tokyo, ha visto sfilare quasi trecentomila visitatori e ha suscitato un notevolissimo interesse nella stampa e nel pubblico giapponesi. Tutto ciò corrisponde a una presa di coscienza dell'importanza del fatto celtico nel processo di formazione dell'Europa.
Il nome "Celti» indica dunque, oggigiorno, due insiemi etnici e culturali separati nel tempo. Da una parte i popoli antichi che occuparono per molti secoli vaste regioni dell'Europa - dall'Oceano ai Carpazi, dalle grandi pianure del Nord fino al litorale mediterraneo.- e che nella loro espansione si spinsero e si stabilirono fino in Asia Minore.
Dall'altra le popolazioni contemporanee di lingua celtica che abitano ormai soltanto in alcune regioni sull'Atlantico: la Bretagna armoricana, il Galles, una parte della Scozia e dell'Irlanda. Il loro numero è stimabile a circa due milioni di individui, l'equivalente della popolazione di una grande città, e le diverse lingue di ceppo celtico che ancora sono utilizzate - l'irlandese, il gallese, il gaelico di Scozia e il bretone - si trovano ovunque in concorrenza diretta con le grandi lingue nazionali - il francese sul Continente e l'inglese nelle Isole.
Lo squilibrio tra l'estensione dei territori occupati dai Celti antichi e quelli occupati dai Celti contemporanei non è un fatto recente. Esiste infatti da ben un migliaio e mezzo d'anni, da quando cioè l'elemento germanico si sovrappose nella maggior parte della Gran Bretagna alle popolazioni di stirpe celtica già romanizzate e inserite nell'Impero romano. L'invasione degli Angli e dei Sassoni relegò infatti definitivamente gli indigeni di lingua celtica in tre province periferiche - il Galles, la Cornovaglia e la Scozia -, che potevano avere contatti diretti tra loro solo per via marittima. L'unica acquisizione territoriale fu la riconquista linguistica di una parte dell'Armorica a seguito del riflusso di gruppi di fuggiaschi bretoni provenienti dalle Isole.
L'Irlanda restò allora l'unico paese integralmente abitato da genti di lingua celtica: l'inglese si impose qui come lingua dominante solo dopo la colonizzazione britannica del XVII secolo. Le élite indigene ritroveranno soltanto verso la metà del XIX secolo la coscienza di un'identità nazionale indissociabile dal passato celtico che le spingerà di nuovo a praticare il gaelico dei loro antenati, relegato e sopravvissuto in ambiente rurale.
Una situazione simile, in cui la continuità linguistica è stata completamente dissociata per lungo tempo dalla cultura letteraria, espressa quasi esclusivamente in altra lingua, si è verificata, per ragioni diverse, negli altri paesi celtici. I meno svantaggiati, a tale proposito, furono i Gallesi, che svilupparono dal XVI al XVIII secolo una letteratura di carattere religioso particolarmente abbondante, interessandosi precocemente al loro passato nazionale. E' opera infatti di un gallese, Edward Lhuyd, il primo studio comparato delle lingue celtiche - l'Archaeologia Britannica, pubblicata nel 1707 - che comprende anche la grammatica e il lessico. Ancor oggi la pratica della lingua gallese resta la più radicata. Parlata quotidianamente da circa mezzo milione di persone, è la sola lingua celtica che, nonostante appartenga a un gruppo minoritario, ha delle reali possibilità di sopravvivenza oltre il secolo. Infatti, dopo l'estinzione del cornico della Cornovaglia britannica alla fine del XVIII secolo, e del mannese dell'isola di Man, una ventina di anni fa, la lingua irlandese, la scozzese e la bretone rischiano di diventare nell'arco di qualche decennio delle parlate utilizzate soltanto in privato.
La pressione che esercitarono nei secoli l'inglese e il francese sull'ambiente celtofono è sfociata nel bilinguismo attuale e nella contrazione delle parlate celtiche, accentuata dalle trasformazioni radicali del loro bastione più solido, l'ambiente rurale, ridotto sempre più dall'inurbamento. La campagna, svuotata progressivamente dai suoi abitanti originari, è ripopolata da cittadini che conoscono soltanto la lingua dominante.
E' certamente paradossale che questo riflusso avvenga proprio quando è più manifesta la coscienza del ruolo svolto dai Celti antichi nella formazione dell'Europa.
Il legame che molti celtofoni attuali hanno con una tradizione ancorata nelle campagne dà spesso l'impressione che l'essenza della cultura e dell'eredità celtica si riduca al folklore, a un fenomeno cioè che, malgrado la sua ricchezza e vitalità, non può essere che marginale, geograficamente come sociologicamente, e che non può certo misurarsi con le grandi culture letterarie.
Si tratta evidentemente di una falsa impressione poiché l'eredità celtica non si limita alla tradizione popolare, vigorosa e sempre inventiva - oggi in primo piano -, ma comporta numerosi altri aspetti, più o meno appariscenti e talvolta poco conosciuti al di fuori delle attuali regioni celtiche.
E' il caso, per esempio, delle letterature antiche a carattere epico e mitologico dell'Irlanda e del Galles, ben meno note in Italia di quelle della Grecia o di Roma, delle saghe medioevali dei popoli germanici, o addirittura dei racconti dell'Oriente antico. Eppure, le letterature celtiche antiche rappresentano, per la loro originalità e per la tradizione orale plurisecolare che incorporano, uno degli elementi più preziosi a nostra disposizione per la comprensione e lo studio del mondo spirituale di popoli che svolsero un ruolo decisivo nella gestazione protostorica e storica dell'Europa. L'immaginario celtico, ritornato sul continente con l'epopea della "Materia di Bretagna» e i cicli cavallereschi, marcherà profondamente anche la mentalità dell'uomo medioevale. Molto più tardi, quando la rivoluzione industriale darà inizio a una nuova metamorfosi dell'Europa, i "pastiches» ossianici di James Macpherson alimenteranno lo spirito del movimento romantico, suscitando un rinnovato interesse per la tradizione letteraria dei paesi celtici.
 
Un'arte differente.
 
I Celti antichi possedevano anche una espressione figurativa loro propria, che avevano sviluppato a partire da una rielaborazione originale di immagini prese a prestito dal repertorio mediterraneo, stornandole dalla loro forma e dal loro contenuto originale. Quest'arte autenticamente celtica, che si è formata nel V secolo a.C., raggiunge la sua piena maturità all'inizio del III secolo. Con la romanizzazione, nel corso del I secolo a.C., scompare sul Continente, senza quasi lasciare traccia, sopravvivendo solo nelle Isole britanniche dove si prolunga nell'arte cristiana dell'Alto Medioevo irlandese. Da qui, veicolata dall'attività dei monaci insulari, ritornerà nelle antiche regioni celtiche d'Europa, comprese quelle che erano restate fuori dall'Impero romano.
La sensibilità e la maestria espresse dalle opere d'arte celtiche dell'età d'Oro si possono ritrovare nell'arte gotica, dove le stesse curve sinuose dai modellati sapienti, spesso di ispirazione vegetale, sono abitate da esseri favolosi o mostruosi e danno vita a un universo lussureggiante e polimorfo che si trasforma secondo la luce, l'umore o l'immaginazione dello spettatore. Non si può tuttavia dimostrare l'esistenza di un legame diretto tra queste due forme d'arte, così vicine per certi aspetti. La loro parentela deriva probabilmente da una concezione similare del ruolo dell'immagine, che non è descrittiva. L'immagine è destinata ad essere l'intermediario tra l'uomo e il sacro, deve esprimere la sostanza piuttosto che l'apparenza. (figura I ) Non sorprende dunque il fatto che la riscoperta dell'arte celtica coincida, nel secolo scorso, con la riabilitazione dell'arte gotica. Quest'ultima, svilita da generazioni di artisti e di cultori impregnati dalla tradizione classica greco-romana, ritrovò dei ferventi ammiratori tra i seguaci del movimento romantico, quegli stessi che traevano la loro ispirazione dai poemi ossianici di Macpherson.
Alcuni aspetti dell'arte celtica - i motivi vegetali a racemi e virgulti, associati spesso a motivi animalistici espliciti o allusivi -, così come il gusto per la linea sinuosa, trovano corrispondenze nelle tendenze delle arti decorative europee di fine secolo che cercavano nell'immaginazione sbrigliata la rivalsa sull'ordine rigoroso delle forme classicistiche. Le analogie singolari che possiamo rilevare tra certe creazioni dell'"Art nouveau» e talune opere celtiche dell'età del Ferro non sono però quasi mai dovute - almeno sul Continente - ad influenze esercitate da quest'ultime.
Come per l'arte gotica, l'origine di questa somiglianza di repertorio e di trattamento delle forme deve essere rintracciata in una comune ricerca dell'aspetto dinamico delle composizioni e in un gusto similare per la sovrabbondanza di elementi, ripresi in genere dal mondo vegetale o animale, ma trasformati, sublimati fino all'astrazione, e riuniti, in modo apparentemente casuale, in composizioni in cui a un primo colpo d'occhio il messaggio è mascherato dall'effetto decorativo dell'insieme.
Queste affinità, che sembrano associare l'arte celtica a delle correnti di espressione "anticlassiche», potrebbero indicarla come la prima realizzazione di questa tendenza nell'arte europea. E in effetti, quest'idea ha avuto e continua ad avere un certo successo ancor oggi. I Celti e la loro arte rappresenterebbero un'alternativa di libertà contrapposta al determinismo e al conformismo ordinato dell'arte classica.
Sappiamo tuttavia che se esiste una differenza concettuale di fondo tra l'arte greco-romana e quella celtica, non va certo definita a priori in termini di opposizione. Infatti, le sottili interconnessioni che esistono tra queste due grandi tendenze di espressione artistica sono di natura complementare e non possono essere ridotte a una semplice formula binaria.
Il fatto però che l'arte celtica non sia più da considerare come una derivazione marginale e barbara dell'arte antica, ma come una realtà indipendente, con un linguaggio e una concezione dell'immagine propria, non è ancora condiviso da tutti e anzi è contestato da chi continua a mantenere una gerarchia rigida tra le culture del passato. D'altra parte, lo studio sistematico del suo repertorio inizia verso la seconda guerra mondiale ed è soltanto negli ultimi vent'anni che si sono approfondite le sue relazioni con l'arte mediterranea e che la discussione degli specialisti si è aperta al pubblico.
 
La ricerca delle origini.
 
La coscienza di un passato celtico, che accomunava le regioni dell'Europa continentale e atlantica, si integrò nel secolo scorso nella ricerca delle origini nazionali e tale passato fu in genere rivendicato con fierezza e non senza un secondo fine. Le origini celtiche, infatti, mettevano in luce un sostrato che aveva conosciuto un momento di grandezza e di potenza prima di essere ricoperto e cancellato dalla colonizzazione romana e dalle invasioni germaniche. Il riconoscimento di questo passato poteva permettere di stabilire un legame, sufficientemente sottile e lontano e all'apparenza politicamente inoffensivo, con la Francia, considerata allora la patria dei Celti continentali e il simbolo delle libertà a cui aspiravano i popoli alla ricerca delle loro identità nazionali. Tuttavia, occorse un lungo tempo perché si imponesse l'idea, anche presso gli specialisti, che la cultura dei Celti antichi non costituiva soltanto un preludio barbaro a una vera e propria cultura, arrivata, secondo le regioni, o con il dominio di Roma o con il cristianesimo, ma aveva dato invece un suo contributo originale alla civiltà europea. Attualmente, si ammette volentieri che le diverse province create dai Romani nelle regioni celtiche, beneficiarono già dall'inizio di un artigianato e di un'agricoltura sviluppati e così ben adattati all'ambiente locale che furono ben poco sostituiti dall'introduzione di nuove tecniche a seguito della colonizzazione.
Un esempio significativo è offerto dall'architettura tradizionale in legno, che rimase predominante negli edifici privati gallo-romani e seppe adattarsi anche a modelli architettonici importati. La lavorazione del legno e dei metalli aveva raggiunto già prima della conquista romana un livello straordinariamente elevato, documentato non solo dai prodotti ma anche dagli utensili, talmente efficaci e specializzati che restarono in uso fino quasi all'introduzione delle macchine. I cambiamenti che avvennero nell'artigianato sotto l'influenza di Roma toccarono dunque soprattutto il volume della produzione e l'organizzazione della distribuzione, e soltanto in pochi casi il miglioramento dei prodotti.
Lo stesso avvenne nell'agricoltura: gli utensili preromani, rimasti in uso nelle nostre campagne fino all'introduzione della meccanizzazione, permettevano delle colture ben adattate alle condizioni climatiche non mediterranee, che i Romani stessi non avevano sperimentato prima dell'occupazione della pianura del Po all'inizio del II secolo a.C. Anche la coltivazione della vite, che è in genere considerata come un indiscutibile apporto della colonizzazione, sembra invece fosse praticata, in una varietà vicina alla vite selvatica - il lambrusco -, in alcune regioni dell'Europa transalpina da tempi ben anteriori.
Un'eredità celtica onnipresente e multiforme è dunque comune alla maggior parte delle regioni d'Europa. Ha marcato la vita quotidiana dei suoi abitanti, di generazione in generazione - dalle isole atlantiche alle steppe dell'Est, dalle pianure del Nord alle coste settentrionali del Mediterraneo - e anche se da quasi duemila anni non è più sostenuta dall'appartenenza alla medesima comunità linguistica, continua a esercitare la sua influenza fino ai nostri giorni in modo per noi quasi inconsapevole.
Basti ricordare che l'organizzazione dell'anno celtico, con le feste principali che ne ritmano lo svolgimento, è ripresa nel calendario religioso della cristianità d'Occidente. Il concetto di quindicina che comprende due settimane di sette giorni è un'eredità che proviene dalla bipartizione del mese celtico lunare di trenta giorni. Recentemente è stato osservato che in Bretagna la processione religiosa tradizionale di Locronan ("troménie») simula sul terreno il percorso annuo del sole secondo la concezione dei Celti antichi. Ancora, l'uso augurale del vischio per l'anno nuovo è un altro elemento di tradizione legato ai Celti.
Gli esempi si possono moltiplicare. I nomi di molte città attuali ricalcano ancora quelli della loro fondazione celtica. Alcune grandi città e capitali sono degli agglomerati urbani fondati dai Celti: Parigi, Berna, Budapest, Belgrado, Bratislava e in certa misura anche Praga, erede del vicino oppidum di Závist. La situazione è particolarmente significativa nell'Italia settentrionale, dove le informazioni di Plinio il Vecchio, secondo cui si devono ai Celti città come Milano (Mediolanum), Torino (Taurasion), Bergamo (Bergomum), Como (Comum), Brescia (Brixia), trovano oggi conferma nei ritrovamenti archeologici. Il ricordo di una quarantina di popoli gallici è conservato nei nomi di città o di province francesi:
Parigi (Parisii), Amiens (Ambiani), Poitiers e Poitou (Pictones), Bourges et Berry (Biturigi), Angers e Anjou (Andes), Beauvais (Bellovaci), Reims (Remi), Langres (Lingoni), ecc. Il nome del potente popolo dei Boi, che occupò per due secoli l'Emilia-Romagna attuale, si conserva in due regioni:
la Boemia (Boiohaemum) e la Baviera. Se alle città e alle regioni si aggiungono i nomi di fiumi e di montagne o di altri elementi del nostro ambiente, si potrà osservare come il paesaggio quotidiano è ancora profondamente marcato dal ricordo dei Celti antichi.
Il ruolo svolto dall'Italia è stato a lungo mal compreso e male apprezzato.
Da un lato dai difensori dell'eredità classica, che volevano vedere nella presenza celtica in Italia un'invasione passeggera di barbari incolti e, alla fine, fortunatamente respinta da Roma. Da un altro lato dai celtofili che consideravano questa presenza episodica e marginale, tanto meno significativa per il fatto che i Celti vi apparivano soltanto come una delle componenti di un insieme culturalmente ed etnicamente molto diversificato e mescolato.
Recenti ricerche archeologiche e linguistiche hanno permesso di riconsiderare la questione e di disegnare un quadro che rivela il posto importantissimo occupato dal popolamento di origine celtica nell'Italia settentrionale, e il ruolo fondamentale che ebbero le intense relazioni tra i Celti d'Italia - a contatto con Etruschi e Greci - e i loro congeneri transalpini.
I progressi considerevoli compiuti nell'ultimo ventennio dall'archeologia celtica sono dovuti non solo alle scoperte quasi quotidiane nel suolo, ma anche al continuo perfezionamento dei metodi di analisi e al concorso di discipline ausiliarie quali l'antropologia, la paleozoologia, la paleobotanica, la paleometallurgia, la dendrocronologia, che hanno modificato i punti di vista tradizionali e chiarito talune testimonianze degli autori antichi. Alle vestigia archeologiche si aggiungono le scoperte di diversi testi - purtroppo brevi e poco vari - scritti dai Celti antichi nella loro lingua utilizzando diversi tipi di alfabeti di origine mediterranea. Questi testi, oltre a fornire materia per lo studio delle lingue celtiche antiche, costituiscono la prova irrefutabile dell'estensione territoriale delle popolazioni celtofone.
Il mondo dei Celti antichi, che gli autori greci e latini ci hanno descritto sotto una luce così sfavorevole, si rivela invece più ricco e meno semplice di quanto voleva la tradizione, che attribuiva loro, come merito principale, se non l'unico, quello di aver rapidamente assimilato i benefici imposti da Roma. Appare sempre più evidente il fatto che la perdita dell'indipendenza non ha significato uno sconvolgimento immediato e radicale della situazione preesistente: il sistema socioeconomico preromano continua infatti a funzionare senza subire modificazioni importanti e i Romani stessi integrano e sviluppano numerosi elementi già esistenti - santuari, insediamenti, reti viarie, mercati, ecc. Gli aggettivi "gallo-romano» (riferito alla Gallia cisalpina e transalpina), "celto-romano» (per le regioni danubiane) o "romano-britannico» esprimono la doppia filiazione di queste facies provinciali e il ruolo che svolse il sostrato celtico nella loro formazione.
 
La riscoperta dei Celti antichi.
 
Erodoto e prima di lui Ecateo di Mileto furono i primi autori greci che situarono geograficamente i Celti: "Presso le sorgenti dell'Istros (Danubio), vicini dei Kynésioi che erano ad occidente l'estremo popolo d'Europa». Queste annotazioni, scritte tra il VI e il V secolo, per quanto vaghe, fanno emergere i Celti dall'anonimato dei popoli senza scrittura. La loro famiglia linguistica, che si era staccata forse duemila anni prima dal tronco indoeuropeo, si era suddivisa in diversi gruppi distinti che occupavano vaste aree dell'Europa centrale e occidentale.
Al centro vivevano le popolazioni delle regioni situate tra il massiccio alpino e il limite meridionale delle pianure del Nord. E' qui che si sviluppò, nel V secolo, una cultura archeologica detta di La Tène o lateniana, dal nome di un sito svizzero all'uscita della Thielle (in tedesco Zihl) dal lago di Neuchâtel. Nelle sue acque furono rinvenuti, a partire dalla metà del secolo scorso, numerosissimi manufatti: armi, oggetti d'ornamento, utensili, monete, ecc.
Si considerò che questi oggetti fossero caratteristici di una cultura dell'età del Ferro che aveva una vasta estensione territoriale - dall'Atlantico ai Carpazi - e che sembrava svolgersi senza interruzione fino alla dominazione romana o germanica verso la fine del I secolo a.C. In mancanza di testimonianze scritte, restava aperto il problema dell'identificazione del popolo che l'aveva sviluppata.
La soluzione fu trovata durante il Congresso internazionale d'Antropologia e d'Archeologia preistorica che si tenne nel 1871 a Bologna, quando il francese Gabriel de Mortillet e lo svizzero Emil Desor riconobbero nelle armi e nelle parures rinvenute in alcuni nuclei sepolcrali scoperti sul vicino sito etrusco di Marzabotto la testimonianza archeologica della presenza degli invasori gallici dell'inizio del IV secolo, quei Galli che furono i protagonisti delle vicende descritte da Polibio, Tito Livio e altri autori antichi. Le spade, con le loro catene di sospensione, le fibule, i bracciali, erano ben conosciuti dai due archeologi. Ne avevano raccolti a centinaia, de Mortillet nelle tombe della Champagne che alimentavano le collezioni del Museo di Antichità Nazionali creato in quegli anni da Napoleone III nel castello di Saint-Germain-en-Laye, Desor nelle acque del sito di La Tène di cui dirigeva le prospezioni. L'anno seguente l'archeologo svedese Hans Hildebrand propose di suddividere l'età del Ferro - che era stata definita dal danese Thomsen nel 1819 - in due periodi: diede al più antico il nome di Hallstatt, dalla ricca necropoli austriaca nella zona alpina delle miniere di sale, e al più recente il nome di La Tène. In Italia, alcuni studiosi come Pompeo Castelfranco e Edoardo Brizio cominciarono a stendere il bilancio delle vestigia celtiche a nord e a sud del Po, bilancio che confluì, pochi anni dopo, nella sintesi monumentale dello svedese Oscar Montelius. Lo stesso avvenne nelle regioni danubiane. (figura 2) La cultura lateniana si trovò così ad essere identificata come quella dei Celti storici, cioè di quelle popolazioni che invasero l'Italia all'inizio del IV secolo. Un secolo dopo, nuovi gruppi in movimento si spinsero nelle regioni dei Balcani e in Grecia, dove assediarono il famoso santuario di Delfi, arrivando fino in Asia Minore, nei dintorni di Ankara, in una regione che da loro prese il nome di Galazia. Il poeta Callimaco, qualche anno dopo, verso il 275 a.C., evocherà l'emozione del mondo ellenico per questo scontro brutale e inatteso nel suo Inno a Delo, sotto la forma di un'immaginaria profezia di Apollo:
L'equazione Celti = cultura lateniana, col procedere degli studi e delle scoperte, si rivelò troppo sistematica e categorica per essere soddisfacente. Innanzi tutto perché ci si accorse che i Celti non potevano essersi costituiti come etnia soltanto nella prima metà del V secolo.
Allora si attribuì loro l'antecedente culturale immediato, cioè le facies centro-occidentali della cultura hallstattiana, caratteristiche della prima età del Ferro delle regioni che si estendono a nord delle Alpi, tra l'Est della Francia, il margine meridionale della grande pianura del Nord, la Boemia del sud e la parte adiacente dell'Austria. Ma poiché queste culture a loro volta derivano dalle manifestazioni locali dell'età del Bronzo del secondo millennio, il problema delle origini non ha fatto che spostarsi nel tempo.
L'analisi delle iscrizioni del Piemonte e della Lombardia, chiamate anche lepontiche, redatte dalla prima metà del VI secolo in caratteri presi a  prestito dagli Etruschi ma in lingua celtica, mise in luce un'altra faccia del problema.
Esistevano dei gruppi celtici di cultura diversa rispetto a quelli hallstattiani e quest'ultimi dunque non erano necessariamente i soli rappresentanti delle antiche popolazioni celtofone.
In effetti, un terzo gruppo risiedeva alla stessa epoca nella parte centro- occidentale della Penisola iberica dove sembra si fosse insediato molto tempo prima, intrattenendo soltanto dei contatti sporadici con il resto della Celtica. Una situazione analoga si può supporre anche per le Isole britanniche e la maggior parte del versante atlantico, dal Sud del Portogallo fino al Belgio.
Questo stato di cose indica chiaramente che la celtizzazione dell'Europa era avvenuta ben prima dell'ingresso dei Celti nella storia e della nascita della cultura di La Tène nel V secolo. Ne deriva che l'estensione progressiva di questa cultura a partire dalla sua area d'origine, considerata fino a poco tempo fa l'indizio più sicuro ed evidente dell'espansione celtica, rifletterebbe invece soltanto l'ultima tappa dei movimenti migratori del gruppo centrale.
I movimenti storici, dunque, avevano coinvolto non solo alcune regioni in cui i Celti non erano ancora insediati, ma anche alcuni territori anteriormente celtizzati che non appartenevano all'areale lateniano. E questo fu il caso del Piemonte-Lombardia.
 
Flussi e riflussi.
 
Il motore dell'espansione storica del IV-III secolo, ben nota dai testi greci e latini, era costituito da una classe militare numerosa ed efficiente. Tutte le informazioni concordano sulla capacità dei Celti antichi di mobilitare rapidamente importanti contingenti e sul ruolo fondamentale svolto nella società dall'élite guerriera. I dati archeologici, e soprattutto la proporzione generalmente elevata di armati nelle necropoli, confermano queste indicazioni. Ogni adulto maschio era allenato dall'infanzia all'uso delle armi, possedeva il suo equipaggiamento personale e poteva essere arruolato rapidamente in caso di bisogno. Come vedremo più oltre, il censimento degli Elvezi, effettuato prima che essi intraprendessero il tentativo di migrazione nel 58 a.C., fornisce la cifra di 92.000 uomini in arme per una popolazione di 368.000 persone.
Gli effettivi di combattimento rappresentavano un individuo su quattro, una proporzione dunque eccezionalmente elevata. Tenuto conto delle donne, dei bambini e dei vecchi, corrisponde a una mobilitazione totale degli adolescenti e degli adulti maschi. Si direbbe quindi che una comunità celtica potesse reclutare tra i suoi membri un numero doppio di guerrieri rispetto a una città della Grecia antica.
L'immagine che ci è restituita dalle necropoli lateniane della seconda metà del V secolo, nel momento cioè immediatamente precedente alla grande invasione, è quella di una società in cui l'equipaggiamento militare era molto diffuso. Era composto da armi da getto - lancia o giavellotti, di solito in più esemplari -, accompagnate da armi per il combattimento utilizzabili di stocco e di taglio che diventeranno l'arma caratteristica dell'espansione. Le sepolture che contengono quest'armamento ci restituiscono talvolta anche elementi eccezionali che testimoniano il rangoelevato dei personaggi: carri da combattimento a due ruote o oggetti  prestigiosi come parures personali o servizi da banchetto, soprattutto destinati alle bevande.
Il fodero di spada in lamina di bronzo incisa proveniente dalla necropoli di Hallstatt, in cui sono raffigurate una sfilata di fanti e di cavalieri e una sorta di tenzone tra due personaggi di rango, ci offre un'idea precisa dell'abbigliamento e dell'equipaggiamento militare dei Celti transalpini alla vigilia dell'invasione dell'Italia. L'eleganza dei personaggi con  pettinature alla paggio, attillate marsine o corpetti-corazza e gambiere in tessuti a motivi multicolori simili al tweed attuale - ben lontani dall'immagine tradizionale del barbaro selvaggio - trova conferma in fibule con arco in forma di figurina, rinvenute in Boemia e sul sito del Dürrnberg a monte di Salisburgo, ma anche in recentissime scoperte come la statua del Glauberg in Assia o le ghette in tessuto del ghiacciaio Vedretta del Ries- Rieserferner nelle Alpi Aurine in Tirolo. (figura 3) All'inizio del IV secolo si osservano presso i Celti lateniani dei cambiamenti manifesti: le sepolture di guerrieri accompagnati da carro si rarefanno e l'equipaggiamento militare diventa uniforme. I giavellotti multipli scompaiono a profitto della sola lancia, l'impiego della spada dalle dimensioni standardizzate (lama a doppio fendente lunga una sessantina di centimetri) si generalizza e diventa più frequente anche la deposizione nella sepoltura dello scudo in legno rinforzato da parti metalliche. Il rango del guerriero è indicato soprattutto dalla qualità delle armi.
Quest'evoluzione verso una specializzazione dell'armamento è stata probabilmente favorita dallo sviluppo del mercenariato.
Le carte di distribuzione per periodi dell'elemento più rappresentativo della panoplia lateniana - la lunga spada a doppio fendente - riflettono efficacemente le grandi tappe della storia dei Celti d'Italia. La distribuzione delle spade di V secolo mostra solo qualche esemplare a sud delle Alpi, giuntovi probabilmente tramite scambi o commerci. Le spade di IV-III secolo, invece, travalicano largamente i territori realmente occupati dai Celti. Infatti, furono adottate per la loro efficacia dai loro vicini: Veneti, Reti, Liguri, Piceni, Umbri. Altri ritrovamenti sono il risultato di spedizioni militari puntuali o del servizio mercenario. E' questo il caso, per esempio, della presenza di un guerriero con armamento celto-italico nella necropoli della colonia greca di Aleria in Corsica. La carta distributiva delle spade di II-I secolo mostra, infine, una concentrazione limitata alle regioni transpadane, mettendo bene in evidenza le conseguenze della conquista romana dei territori fino al Po.
Dopo l'Italia, all'inizio del III secolo, l'espansione militare dei Celti investì le regioni balcaniche fino all'Asia Minore. Il motore di questa avanzata era costituito da nuclei di armati molto mobili che sembra si muovessero al margine dei gruppi tribali. Composti da elementi eterogenei, reclutati presso diverse comunità, in seguito diedero vita a nuove entità etniche al di fuori delle strutture preesistenti, ispirandosi a un modello ideale di confederazione strutturata militarmente. La Comunità dei Galati dell'Asia Minore, il Koinon Galaton, illustra perfettamente questo nuovo tipo di organizzazione. Anche la comparsa improvvisa sulla scena storica in diverse regioni d'Europa di nuovi popoli - Belgi, Volci Tectosagi (cioè il "popolo che cerca un tetto») e altri - si spiega con questo flusso e riflusso di aggregazioni.
Si può pensare che queste confraternite di militari marginali, che percorrevano l'Europa alla ricerca di ricchezze e di terre, fossero animate da un ideale guerriero simile a quello degli eroi del ciclo detto di Leinster dell'epopea irlandese, i Fiana, anch'essi emarginati rispetto alla struttura tribale. A dei gruppi mobili di questo tipo, che evolvevano nella vallata del Rodano poco prima della metà del III secolo, dovevano appartenere quei Gesati che combatterono come mercenari a fianco degli Insubri e dei Boi contro le armate romane.
L'ultima tappa dell'evoluzione della società celtica lateniana che i testi classici e i materiali archeologici ci permettono di distinguere, inizia con la perdita della Cispadana. La disfatta dei Celti e il loro ritorno sui territori d'origine provocano un salto qualitativo nelle regioni transalpine. L'esperienza dell'urbanizzazione vissuta per circa due secoli dai Boi cispadani suscita al loro rientro un processo che porta alla nascita degli oppida: i primi abitati di tipo urbano al di là delle Alpi.
Il II e il I secolo a.C. rappresentano il momento dello sviluppo delle città celtiche, del fiorire degli scambi commerciali e dell'artigianato specializzato. L'espansione militare è ormai sostituita dalla colonizzazione urbana, nuovo strumento di potere per l'aristocrazia che domina le città-stato associate agli oppida. E' il quadro che Cesare ci descrive a proposito degli Edui e di altri popoli della Gallia, ma che è trasponibile, come si può dedurre da numerosi indizi, anche in altre regioni come quelle abitate dai Boi dell'Europa centrale.
 
I. I PRIMI CELTI D'ITALIA.
I meandri della ricerca.
 
La riscoperta dei primi Celti insediati in Italia, antenati degli Insubri storici e di alcuni dei loro vicini occidentali e settentrionali, illustra particolarmente bene gli strani meandri percorsi dalla ricerca archeologica a partire dal secolo scorso. Tutto cominciò poco dopo la metà del secolo con la scoperta di un importante complesso di sepolture ad incinerazione lungo le rive del Ticino, al suo sbocco nel lago Maggiore: a Castelletto Ticino sulla sponda piemontese, Sesto Calende e Golasecca su quella lombarda.
Fu subito chiaro che dovevano essere attribuite a un'epoca ben anteriore a quella romana e quindi a una delle grandi etnie che le fonti menzionavano per la regione: i Liguri o i Celti. Quest'ultima attribuzione fu ritenuta valida da un certo numero di archeologi stranieri e italiani, tra cui Bernardino Biondelli che nel 1867 definì gallo-italica la ricca tomba di guerriero scoperta a Sesto Calende.
Anche il francese Alexandre Bertrand integrò nel 1876 i presunti Celti della necropoli di Golasecca, e di siti analoghi, in una sintesi in cui denominò Celti le popolazioni anonime della Francia e del Nord dell'Italia, che emergevano dai "tempi primitivi» della preistoria. Scriveva nella sua Archéologie celtique et gauloise:
Noi restituiamo dunque a questo primo periodo storico dei nostri annali il nome di era celtica.
Egli considerava poi che questo periodo doveva essere seguito da un'era gallica, equivalente al periodo La Tène della terminologia proposta alcuni anni prima da Hildebrand.
Chi confrontasse il testo di Bertrand con una sintesi attuale, potrebbe credere che la ricerca archeologica, nonostante le scoperte innumerevoli e gli studi, non abbia progredito da un secolo a questa parte. Infatti, le ultime teorie sostengono che le origini del popolamento celtico potrebbero risalire fino ai movimenti etnici del III millennio a.C., cioè, grosso modo, all'epoca in cui si diffuse in Europa centrale ed occidentale l'uso dei metalli. Quanto alla distinzione che Bertrand introduce fra Celti e Galli o Galati - distinzione che non esistette mai nell'uso antico - essa è stata in sostanza riformulata nel 1971 dall'archeologo ceco Jan Filip a proposito del popolamento celtico della Boemia, in cui esisterebbe una dualità: da una parte i discendenti degli indigeni dell'età del Bronzo, dall'altra i "Celti storici» lateniani, distinguibili per il rito funebre caratteristico delle necropoli piatte ad inumazione. Queste popolazioni appaiono nel paese solo dopo l'inizio del IV secolo, contemporaneamente quasi all'invasione dell'Italia.
Da allora l'idea si è evoluta e affinata e si può così riassumere: i Celti cosiddetti storici, cioè quelli di cultura lateniana, corrispondono solo a una frazione dei popoli di lingua celtica che vivevano in Europa alla metà dell'ultimo millennio. La celtizzazione di vaste regioni dove questa cultura è documentata solo debolmente, in epoca tarda, o manca del tutto - è il caso dell'area del Golasecca, della Penisola iberica, delle Isole britanniche e di altre regioni del litorale atlantico - dovrebbe essere molto più antica.
L'apparente convergenza dell'analisi odierna con le conclusioni degli archeologi del secolo scorso nasconde tuttavia una grande differenza nella valutazione dei materiali archeologici, soprattutto nella capacità di datarli.
Anche se non si dispone sempre di date così precise come quelle fornite dalla dendrocronologia - il conto dei cerchi di crescita di un albero antico r stime sono di qualche decennio, mentre, all'epoca di Bertrand, potevano essere dell'ordine di secoli e per le epoche più antiche, di millenni.
Ci si può perciò stupire di vedere riscoperta come una novità, dopo più di un secolo, una concezione del primo popolamento celtico in Italia che era difesa dai padri della paletnologia italiana: Pompeo Castelfranco e Luigi Pigorini, anche se entrambi propendevano all'inizio per l'ipotesi ligure. E ancora più sorprendente che la situazione non sia cambiata rapidamente dopo che fu riconosciuta la celticità delle iscrizioni in caratteri etruschi del Piemonte-Lombardia. E ancor oggi, quando è ben riconosciuta la celticità della cultura di Golasecca, molti, seguendo un'interpretazione del racconto di Tito Livio, credono ancora di doverne cercare gli indizi in un'ondata di invasori che sarebbe penetrata nella regione verso la fine del VII secolo, cioè qualche decina d'anni prima della data dell'iscrizione graffita più antica, quella di Castelletto Ticino. Quanto alle implicazioni generali, derivanti dall'antichità di questa sicura presenza celtica e dalla sua autonomia culturale rispetto agli antecedenti hallstattiani della cultura lateniana, si può constatare che esse sono tenute in conto soltanto eccezionalmente. Questo stato di cose è la conseguenza dell'affermazione progressiva Oltralpe del concetto di equivalenza tra Celti e cultura lateniana, e tra cultura lateniana e il suo antecedente storico centro- occidentale hallstattiano.
La ricerca protostorica d'Europa centrale, tradizionalmente molto forte, è riuscita ad imporre questo modello.
Infatti, innumerevoli carte e manuali illustrano i movimenti di genti, di oggetti d'ornamento personale, di armi, per mezzo di grandi direttrici che, da un nucleo centrale costituito dall'Est della Francia, l'altopiano svizzero, il Sud della Germania, dalla Boemia e dalla parte adiacente dell'Austria, partono in direzione dell'Italia, della Penisola iberica, delle Isole britanniche, dell'Ovest della Francia e del Sudest dell'Europa.
In Francia e in Italia, dove l'archeologia protostorica si era considerevolmente affievolita tra le due guerre, questo modello sembrò probabilmente più moderno e meglio fondato delle idee degli archeologi del secolo scorso che non disponevano delle ultime acquisizioni di materiali e di studi, e soprattutto degli affinamenti cronologici. Fu quindi adottato senza riserve e i Celti golasecchiani caddero nell'oblio. Al punto che le iscrizioni celto-etrusche furono abbassate di cronologia perché risultassero posteriori all'invasione dei Galli lateniani. Lo stesso accadde alla famosa iscrizione monumentale di Como-Prestino, databile per l'alfabeto e il contesto all'inizio del V secolo ma considerata per lunghi anni, per le ragioni sopra evocate, più recente di un secolo. Ancora, malgrado il riconoscimento incontestabile che le genti della cultura di Golasecca sono gli antenati degli Insubri storici, una raccolta di iscrizioni pubblicata di recente crede di potere stabilire una distinzione tra iscrizioni celto-etrusche, anteriori all'inizio del IV secolo, e quelle gallo-etrusche, posteriori.
Anche se non si può escludere, a priori, un'evoluzione o una contaminazione della parlata dei Celti indigeni sotto l'influenza di una lingua di tipo gallico introdotta dagli invasori del IV secolo, nessun indizio archeologico permette di collegare a questo avvenimento una modificazione significativa del popolamento autoctono a ovest dell'Oglio. Al contrario, sulla riva est di questo fiume, nel territorio in cui si insediarono i Cenomani, il cambiamento profondo è manifesto. Inoltre è significativo che questi ultimi, allo stesso modo degli altri popoli transalpini appena stabiliti nella Cispadana, non sembrano aver lasciato alcuna registrazione scritta del loro lessico. E' difficile, d'altra parte, immaginare che una scrittura in alfabeto etrusco sia d'acchito adottata da gente allogena, minoritaria e recentemente immigrata.
 
L'apprendimento della scrittura.
 
I Golasecchiani, come i Veneti e come i Reti alpini, avevano adottato l'alfabeto etrusco a corollario dei traffici che intrattenevano da secoli.
Gli Etruschi, che si erano stabiliti oltre l'Appennino a sud del Po dal IX- VIII secolo, verso la fine del VII e soprattutto nel VI secolo avevano spinto la loro colonizzazione fino al grande fiume, controllavano il delta con il fondaco greco di Adria, Spina e numerosi empori più a monte lungo i suoi affluenti (per esempio Villa del Foro-Alessandria sul Tanaro). La città di Mantova - considerata ab antiquo fondazione etrusca -, oltre a piccoli e medi impianti coloniali del tipo di quello recentemente messo in luce a Bagnolo San Vito, presidiava l'asse di transito che seguendo il corso del Mincio, risaliva il lago di Garda e l'alta valle dell'Adige verso il passo del Brennero o la valle della Drava.
Un'altra direttrice nord-sud esisteva più ad ovest, dove gli affluenti della riva sinistra del Po collegavano il corso superiore del fiume con i grandi laghi che conducevano ai passi alpini, mentre gli affluenti della riva destra portavano attraverso l'Appennino alla costa ligure e alla Toscana.
Proprio per quest'ultima via che partiva dall'Etruria marittima e veicolava merci, manufatti, mercanti e artigiani, che affollavano gli empori fluviali, penetrò anche l'uso della scrittura e della moneta, istituzioni obbligate allorché i commerci raggiungono la necessaria massa critica.
(figura 4) Ne sono testimonianza, tra le altre, le iscrizioni monumentali di Como-Prestino (architrave o gradino monolitico di quasi quattro metri di lunghezza) o di Vergiate (Sesto Calende) - eretta da un Teu in onore di un Belgos nella prima metà del V secolo - in celtico ma con una disposizione particolare del testo iscritto tra linee di guida incise, e con una punteggiatura a tre punti che si trova all'epoca soltanto nell'area volterrana e pisana. Anche per quanto riguarda la monetazione, l'unico esemplare etrusco noto oggi a nord dell'Appennino è un conio d'argento di Populonia, trovato a Como in un contesto di V secolo. Se le ceramiche di bucchero e le anfore da trasporto etrusco arrivano nell'area del Ticino tra la fine del VII e l'inizio del VI secolo, non si hanno invece prove della presenza di individui di lingua etrusca, poiché l'iscrizione vascolare di Sesto Calende, considerata già etrusca, è stata reinterpretata come celtica.
Sembrerebbe dunque che gli Etruschi si siano fermati al Po, ad eccezione di uno sparuto gruppetto documentato nel Cuneese. L'epigrafe rinvenuta nel Settecento a Busca (Cuneo), ai piedi delle Alpi Cozie, è a più propositi molto interessante, poiché non solo documenta la presenza di Etruschi in Piemonte, ma illustra l'acculturazione in senso etrusco di un Celto-Ligure che trasforma all'etrusca il suo nome. L'iscrizione, ristudiata di recente, etrusca per alfabeto, per lingua e per formulazione, dichiara di essere la tomba di Larth Muthiku. Dunque, un Celto-Ligure di nome Motico - una forma che si avvicina per la terminazione in -ico(n) al nome dell'Elvezio Helico citato da Plinio-, è accolto in una comunità di Etruschi che gli attribuisce il prenome. Larth e trascrive il suo nome originale nel gentilizio etruschizzato Muthiku. Si distingue così da altri Liguri, documentati in siti più meridionali, che hanno etruschizzato il loro nome senza adottare però la formula bimembre etrusca.
Il documento più antico in una lingua celtica è il possessivo di un nome, XOSIOIO, in alfabeto etrusco-capenate, graffito su un vaso trovato in un corredo funebre del secondo quarto del VI secolo (corrisponde al genitivo di Kosios, nome ben conosciuto in ambiente celtico). Altre iscrizioni vascolari - ne disponiamo di circa una ventina - si scaglionano tra il VI e il V secolo. (figura 5).
L'alfabeto celto-etrusco, detto anche di Lugano, continuerà ad essere utilizzato nei territori celtici tra il Po e le Alpi fino alla compiuta romanizzazione nel corso della prima metà del I secolo. La maggior parte dei documenti posteriori all'invasione gallica - iscrizioni vascolari, legende monetarie e iscrizioni monumentali - sono attribuibili, infatti, al II-I secolo a.C., all'epoca cioè in cui i Celti transpadani si trovavano già alle dipendenze politiche, economiche e culturali di Roma. Emblematica di questa situazione è una stele monumentale con testo bilingue latino- celtico scoperta fortuitamente nel letto del Sesia a Vercelli. (figura 8) Serviva, in origine, a delimitare un terreno "comune agli dei e agli uomini» cioè un'area sacra chiamata dai Celti nemeton. Questo terreno era stato dedicato da un magistrato Akisios (in latino Acisius) designato come arkatokomaterekos (in latino argantocomaterecus), forse il magistrato preposto alla moneta che in Gallia è detto arcantodanos. Si può pensare che i nomi che compaiono sulle monete degli Insubri e sulle dracme padane d'argento imitanti la monetazione massaliota si riferiscano a magistrature di questo tipo. (figura 7) Dall'epigrafia si ricavano tre altri eventuali titoli di magistratura: il takos toutas, il rikos e il lekatos. Il primo, resta ancora oscuro. Il terzo corrisponde al titolo romano legatus, attribuito in modo onorifico sulla stele di San Bernardino di Briona (figura 9) al figlio di un certo Dannotalos che aveva ricevuto anche il nome latino di Quintus (Kuitos). Quanto a rikos, che compare al plurale rikoi su una dracma padana in argento proveniente da un ripostiglio di Pavia, si è tentati di ravvisarvi il celtico rix (latino rex). La funzione di regulus è citata dalle fonti latine presso i Boi della Cisalpina, dove veniva esercitata contemporaneamente da due individui, come l'incarico consolare a Roma.
Le iscrizioni celto-etrusche forniscono dunque non solo un importante materiale linguistico ma anche delle indicazioni preziose sull'organizzazione, sulle usanze e sugli spostamenti dei popoli cui si riferiscono. Così un'altra stele bilingue, scoperta a Todi, in genere datata al II secolo, attesta la penetrazione isolata dell'epigrafia celto- etrusca in Italia centrale. Questo monumento funerario è probabilmente il risultato della presenza di un gruppo di Celti transpadani, nel momento in cui Roma sviluppa intense relazioni commerciali con i territori a nord del Po. (figura 10).
Alcune differenze distinguono l'alfabeto del gruppo di iscrizioni arcaiche (VI-V secolo) da quello utilizzato in testi più recenti: la lettera A acquista la forma del digamma, che non è più utilizzato nel suo valore d'origine. Il theta a forma di cerchio puntato sparisce, e alcune lettere, come la M e la N, si avvicinano alla forma delle lettere equivalenti nell'alfabeto latino. Questa semplificazione della scrittura, così come il numero e la varietà dei suoi supporti, segnalano l'aumento della sua conoscenza e della sua diffusione presso i Celti transpadani. (figura 11).
 
La formazione della cultura di Golasecca.
 
Riconosciuta come la cultura di genti di stirpe celtica che abitava la parte occidentale della Transpadana ben prima della storica invasione gallica del IV secolo, la cultura che ha preso il nome dal sito di Golasecca appartiene all'età del Ferro, ma le sue radici devono essere cercate nella situazione locale dell'età del Bronzo, verso la metà del II millennio. Le sue manifestazioni coprono, con una densità variabile, diverse parti di una vasta area che comprende le pianure situate tra i corsi del Sesia e dell'Oglio, e i contrafforti e le valli alpine, a sud dei passi che conducono verso le vallate superiori del Rodano e del Reno.
I legami con i gruppi locali del terzo quarto del II millennio non appaiono ancora tuttavia sufficientemente chiari per poterli considerare come dimostrati. Molti specialisti si accordano sul fatto che la facies locale detta di Canegrate, databile al XIII secolo, corrisponde all'affermazione di un'etnia che resterà associata all'evoluzione delle facies culturali successive che confluiranno poi nella cultura di Golasecca. Si può constatare che certi manufatti del gruppo Canegrate presentano degli elementi di novità rispetto all'ambiente locale, che invece sono conosciuti anche in ritrovamenti del Sud della Germania e delle regioni circostanti, appartenenti al complesso dei cosiddetti "Campi d'urne», attribuiti agli antenati dei Celti dell'età del Ferro. Si tratta di prodotti di bronzo, di larga circolazione, e di un tipo di ceramica a scanalature. La vasta  diffusione di queste mode, associate alla quasi esclusività del rito incineratorio, aveva fatto supporre che si trattasse di un fenomeno dovuto all'espansione di ipotetici gruppi di origine celtica che furono chiamati Protocelti.
Successivamente si è arrivati alla conclusione che, malgrado il fatto che si trattasse di un periodo di forte instabilità - come è attestato dagli avvenimenti del Mediterraneo orientale, dove si verificano a catena all'inizio del XII secolo la caduta dell'Impero ittita, l'attacco all'Egitto da parte dei "popoli del mare», i conflitti del mondo miceneo adombrati nel ciclo epico della guerra di Troia omerica -, l'espansione supposta dei popoli dei Campi d'urne era piuttosto il riflesso di una diffusione di "mode», senza spostamenti significativi di popolazione. E' meglio quindi lasciare a futuri approfondimenti della genesi e della filiazione dei gruppi dell'età del Bronzo della regione le considerazioni sul ruolo di una eventuale componente celtica transalpina nella formazione della facies di Canegrate. In conclusione, si può considerare verosimile la sua celticità, ma è possibile anche che la presenza di celtofoni - o di popolazioni parlanti una lingua indoeuropea che evolverà in una forma di celtico - rimonti a data ben più antica, forse allo stesso III millennio che è uno dei periodi cruciali della storia del popolamento dell'Europa antica.
Allo stesso modo delle altre regioni della Penisola, i secoli XII-XI, che formalmente appartengono all'ultima fase dell'età del Bronzo, rappresentano il momento di formazione delle successive culture dell'età del Ferro. Per questo la cultura locale, sviluppatasi dalla facies di Canegrate, prende il nome di Protogolasecca. Il suo momento più antico è illustrato dalla necropoli di Ascona e dal ripostiglio di bronzi di Malpensa che comprende delle cnemidi (gambiere), in lamina di bronzo decorata a sbalzo, analoghe ad esemplari trovati non solo in Italia settentrionale, ma anche in regioni transalpine che vanno dalla conca carpatica ad est fino ai dintorni di Parigi ad ovest. La decorazione a ruote solari associate a uccelli acquatici stilizzati è anch'essa identica e mostra l'integrazione della regione nelle correnti culturali che in questa epoca attraversano da un capo all'altro l'Europa.
Il X secolo porta la conferma dell'emergenza di un'élite guerriera che si distingue per un equipaggiamento d'eccezione, come si è visto già nel caso delle cnemidi di Malpensa. Nelle sepolture compaiono delle armi, soprattutto la spada di bronzo, documentata in alcune tombe di Cà Morta a Como. Questa necropoli apre la lunga storia di un sito che diventerà più tardi uno dei centri principali della Transpadana e una delle più antiche città europee al di fuori dell'area mediterranea. Si tratta di un periodo di espansione e di sviluppo che trasforma la cultura di Golasecca in un complesso omogeneo e differenziato rispetto ai suoi vicini. I suoi prodotti sono ben riconoscibili e se ne può seguire la penetrazione verso nord.
La spinta che caratterizza la Transpadana di quest'epoca sembra affievolirsi nel IX e nella prima metà dell'VIII secolo. Forse a causa di un deterioramento climatico che sarebbe stato accompagnato da un forte aumento della piovosità: i laghi svizzeri mostrano una netta elevazione del loro livello, seguita dall'abbandono degli abitati palafitticoli di riva che vi avevano prosperato da secoli. Possiamo pensare che le conseguenze di una simile situazione abbiano reso precario anche l'abitato nelle parti basse della Padania provocando delle gravi difficoltà nell'utilizzazione delle vie d'acqua.
Una dinamica rinnovata si può osservare alla fine del secolo VIII, quando inizia lo sviluppo del complesso di abitati e necropoli, lungo le due rive del Ticino al suo sbocco dal lago Maggiore, in una posizione strategica, dove il restringimento delle rapide permetteva di controllare il traffico fluviale tra il Po e il lago, che immetteva nel massiccio alpino raggiungendo di seguito, da una parte l'alta valle del Rodano - attraverso la Val d'Ossola e il passo del Sempione -, dall'altra quella del Reno, lungo il corso superiore del Ticino e dei suoi affluenti, fino ai passi del Gottardo, di Lucomagno e di San Bernardino. La struttura dell'abitato è ancora mal conosciuta, ma, dalla distribuzione delle aree sepolcrali sembrerebbe corrispondere a una concentrazione di villaggi piuttosto che a un unico agglomerato.
 
Arte e guerra.
 
Tra le tombe a incinerazione scoperte a partire dal secolo scorso nei comuni di Golasecca, Sesto Calende e Castelletto Ticino, si distinguono i corredi di due tombe con armamento e carro a due ruote, databili alla seconda metà del VII secolo. La prima conteneva un equipaggiamento eccezionale con elmo e gambiere in bronzo, spada di ferro ad impugnatura ad antenne, lunga lancia di ferro con asta munita di tallone e situla di bronzo istoriata. (figure 12 e 13).
Questo secchio, parte del servizio da bevande, si distingue dagli esemplari contemporanei di ambiente veneto e etrusco-italico ispirati a modelli orientalizzanti, e anche dal vasellame in bronzo della Stiria che sviluppa in altro modo l'eredità hallstattiana. E all'evidenza una produzione locale. Poiché quel tipo di recipiente è stato abbondantemente fabbricato ed esportato nelle regioni transalpine, può dirsi la più antica realizzazione di una certa importanza attribuibile a un artista celtico.
Si è tentati di riconoscere nella sua decorazione l'espressione di un'attitudine originale verso l'immagine - basata sul rifiuto della rappresentazione realista - che caratterizzerà più tardi l'arte celtica lateniana. A quest'epoca la tendenza non si è certamente ancora affermata in maniera programmatica e l'opera resta piuttosto nello spirito della tradizione ornamentale della fine dell'età del Bronzo. La tecnica, che consiste nel delineare una sagoma per mezzo di una serie di punti sbalzati dal rovescio, viene sostituita in Etruria e altrove in Italia, dal VII secolo, da una resa più realistica che utilizza il rilievo e il tratto continuo per restituire i contorni e i dettagli delle forme. Si può quindi pensare che la sua persistenza locale sia dovuta ad una intenzionalità particolare.
D'altra parte, nel Golasecca non si conoscono quasi delle rappresentazioni figurative se non qualche silhouette antropomorfa molto schematica e di derivazione etrusca o ligure. Eppure sono state ritrovate nell'area alcune opere che avrebbero potuto servire da modello: dal bacino bronzeo ornato da leoni e personaggi alati, trovato a Castelletto Ticino, al grande coperchio di situla di manifattura venetica proveniente da Grandate (Como).
La sola opera figurata che ci fornisce qualche informazione sull'aspetto dei Celti golasecchiani è una stele frammentaria, da Bormio in Valtellina, scolpita a registri sovrapposti. (figura 16) Sulla base dei dettagli antiquari delle armature (elmo e scudo) e dei costumi, è stata datata con molta verosimiglianza al V secolo, anche se taluni romanisti vorrebbero adesso posticiparla a dopo la conquista romana. Resta il fatto che si tratta di un "unicum» che non trova finora agganci locali. Forse è da considerare opera di un artefice formatosi altrove, magari in ambiente venetico o etrusco-padano dove sono diffuse delle composizioni narrative sovrapposte a registri. Il personaggio di faccia, con elmo, coperto da un grande scudo, che impugna un'insegna militare, parallela ad una lancia dietro un piccolo scudo rotondo (forse un trofeo), rappresenta probabilmente una divinità (dio tutelare del popolo in armi?) piuttosto che un capo militare. Ritto in piedi, sembra assistere a una sfilata militare preceduta da trombettieri. La scena potrebbe proseguire nel registro inferiore di cui rimane leggibile solo il cimiero di un elmo.
E' possibile che si tratti del monumento commemorativo di un'importante vittoria. Se è difficile uscire dall'ambito delle ipotesi, è sicura invece l'importanza dell'informazione che possiamo cogliere in questo documento, paragonabile per interesse a quella fornita dal fodero lateniano di Hallstatt illustrato precedentemente. Ci viene restituita infatti l'immagine di una struttura militare con insegne, trombettieri, e necessariamente un capo, la cui funzione era certamente espressa dalla qualità dell'armamento.
Il ruolo del rango è ben evidenziato - come abbiamo già avuto occasione di vedere - dai corredi delle due citate tombe di guerriero di Sesto Calende: indizio di una origine straniera dei defunti, poiché gli elementi allogeni presenti nell'armamento hanno ciascuno diversa origine e ispirazione. Il indizio di una origine straniera dei defunti, poiché gli elementi allogeni presenti nell'armamento hanno ciascuno diversa origine e ispirazione. Il loro denominatore comune è la ricercatezza - per rarità, per qualità, per provenienza - così da ostentare al meglio il rango del personaggio.
Può apparire singolare che queste sepolture di capi non siano più numerose e meglio ripartite nel tempo. Certo, non bisogna trascurare quel che c'è di casuale e incompleto nella documentazione archeologica - molto è stato distrutto e molto resta da scoprire - ma è possibile che l'eccezionalità del corredo e la precocità di certi elementi, come il carro a due ruote, rispetto al mondo transalpino che li adotterà soltanto nel V secolo, siano l'espressione di uno stadio precoce dell'organizzazione militare in cui sia prevista la funzione, necessariamente temporanea, di capo delle armate - l'equivalente del dittatore romano. Poiché solo i conflitti che coinvolgevano tutta la comunità potevano rendere necessaria la nomina di un tal capo, e dato che l'onore veniva concesso soltanto in caso di vittoria, la probabilità di poter esibire in morte le insegne del potere e della gloria non doveva essere molto alta.
Traffici transalpini.
 
Tralasciando ogni speculazione, appare chiaro che non fu certamente dalle spedizioni militari che i Celti golasecchiani trassero la loro ricchezza e la loro potenza. Piuttosto avevano qualcosa da difendere: il ruolo obbligato di intermediari negli scambi tra la Penisola e l'Europa continentale a cui li destinava la loro posizione, ruolo che doveva essere facilitato dalla pratica di una lingua che apparteneva alla stessa famiglia di quella dei loro interlocutori. Inoltre non erano soltanto intermediari ma avevano sviluppato dalla seconda metà del VII secolo un artigianato specializzato nella lavorazione del bronzo, che utilizzava le materie prime che transitavano attraverso il loro territorio - rame delle Alpi, stagno della Boemia o dell'Atlantico, oppure leghe metalliche pronte all'uso-, per una produzione in serie di recipienti in lamina di bronzo, di oggetti d'ornamento - pendenti, portafortuna, anelli ed altro. Solo recentemente ci si è resi conto dell'importanza di questa produzione e dell'ampiezza della sua circolazione. Si ritrova fino nel Centro della Francia, in Belgio, in Renania e in Boemia lungo gli stessi assi commerciali che veicolavano verso nord i bronzi italioti o etruschi, le ceramiche greche importate dall'Attica attraverso i fondaci adriatici, e altre merci e derrate che lasciano meno tracce: tessuti di lusso, vino e anche mobili di cui sono state trovate appliques e guarnizioni.
Questi oggetti di prestigio che appaiono nei tumuli funerari dei principi celti transalpini a partire dalla fine del VII secolo, si aggiungono al carro da parata a quattro ruote su cui era trasportato il morto durante la processione funebre. Affinché potesse svolgere il suo ruolo nell'altro mondo, si muniva il principe non solo delle armi e degli ornamenti che costituivano l'insegna del suo rango, ma anche del servizio da bevande, previsto per numerosissimi convitati. La capacità di 1100 litri del gigantesco cratere di Vix è certamente un'eccezione, ma sono assai numerosi i recipienti di diverse centinaia di litri.
E' evidente che i traffici transalpini non potevano svolgersi senza l'accordo dei principi. E' probabile che molti oggetti fossero loro inviati come doni per conciliarsene favori e appoggi, tanto più che la concorrenza non mancava. Per queste ragioni non è facile, soprattutto per il VI secolo, distinguere per quale strada siano arrivati alla meta certi oggetti di prestigio. Quel che si può constatare nella parte occidentale dei principati celtici è la stretta imbricazione dei traffici marsigliesi con quelli dell'Italia del Nord, dunque di quelli che provenivano dall'area di Golasecca, mentre agli empori del Po non restava altra alternativa che i passi che conducevano verso est in direzione dei corsi dell'Inn o della Drava. I prodotti dei Greci di Marsiglia raggiungevano il corso superiore del Danubio, dove il sito fortificato di Heuneburg ha restituito frammenti di anfore di questa provenienza. A sua volta la fortezza principesca di Châtillon  provenienza massaliota le mercanzie dell'Italia settentrionale. E' già stata ricordata la larga diffusione dei bronzi golasecchiani tra cui figurano oggetti importanti e voluminosi come la kline - il letto - in bronzo della sepoltura principesca di Hochdorf (Stoccarda). Su alcuni di questi siti prestigiosi sono state trovate anche delle ceramiche tipiche di Golasecca: un caratteristico bicchiere proviene da Bragnysur-Saône, frammenti di vasellame decorato a fasce orizzontali nere e rosse sono stati rinvenuti a Châtillon-sur Glâne e anche alla Heuneburg. (figura 6) L'ampiezza dei contatti si allarga considerevolmente se non si ritengono le sole importazioni dirette ma si prendono in conto anche le manifestazioni che si possono considerare il risultato della mediazione svolta dalle genti di questa zona. Uno dei casi più evidenti è la diffusione precoce in certe regioni transalpine della stampigliatura della ceramica tramite punzone, che fu in gran voga nella fase orientalizzante della cultura etrusca e perdurò in Emilia e nel Veneto nel VI secolo e in Transpadana fino nel secolo successivo.
Vasellame stampigliato con uno dei motivi più frequenti che si riscontrano nella produzione golasecchiana - una croce iscritta in un cerchio - comincia ad apparire nella seconda metà del VI secolo a nord delle Alpi:
appare distribuito lungo un arco di cerchio che va dall'Est della Francia all'alta valle del Danubio. Ancora più significativo è il caso della decorazione a stampiglia della ceramica dell'Armorica, che compare d'improvviso, verso la fine del VI secolo, su forme di vasi che trovano precise analogie nell'Italia del Nord e, al contrario, nessun antecedente locale. Questa parentela appare meno sorprendente se la si inserisce nel contesto dei traffici dello stagno: circa tre secoli più tardi un lotto di dracme padane in argento arriverà fino a Penzance nella Cornovaglia britannica, uno dei grandi mercati antichi per questo metallo. Poiché nessun altro rinvenimento di questo tipo di monete è segnalato lungo il percorso tra il luogo d'origine e quello d'arrivo, è probabile che la puntualità di questo contatto sia la conseguenza dei traffici a lunga distanza per l'approvvigionamento dello stagno.
Lo stesso caso si verifica in Boemia, un'altra regione stannifera, dove arriva all'improvviso nel VI secolo la moda della ceramica decorata a stralucido, molto simile a quella che esisteva in Italia settentrionale.
L'influenza della cultura di Golasecca appare in modo ancor più evidente nel V secolo quando la ceramica stampigliata diventerà una delle innovazioni marcanti della cultura lateniana. Le impressioni sono applicate soltanto su due ben precise categorie di recipienti: le coppe con una ornamentazione interna che si ispira alla ceramica a vernice nera, greca o etrusca, oppure delle forme vascolari alte a bocca ristretta decorate sulla superficie esterna da file sovrapposte di motivi stampigliati - esse, cerchielli, croci, più raramente motivi vegetali o animalistici. La disposizione e i tipi dei punzoni indicano chiaramente l'Italia come fonte di ispirazione.
Quanto si è detto mostra che i Celti della cultura di Golasecca partecipa che si stabilì nel VI e V secolo tra l'Italia e l'area di formazione della cultura lateniana. L'analisi dei dati archeologici mostra che questi contatti e questi scambi si svolsero in un'atmosfera piuttosto pacifica. Se si manifestarono, i conflitti non furono di tale ampiezza da perturbare i traffici tra l'uno e l'altro versante o almeno da lasciarne delle tracce archeologicamente percepibili.
 
Celti autoctoni e transalpini.
 
Una situazione di frequentazione e di contatti di vicinato è d'altra parte indicata anche dalla più antica descrizione dell'insediamento dei Galli in  Italia, redatta da Polibio verso la metà del II secolo:
I Galli che frequentavano gli Etruschi a causa del vicinato e avevano osservato con invidia la bellezza del paese, con un futile pretesto li attaccarono di sorpresa con un grande esercito, li cacciarono dalla regione del Po ed occuparono essi stessi la pianura (II, 17).
L'invasione è presentata come un avvenimento inatteso che faceva seguito a un periodo di relazioni pacifiche.
I diversi racconti posteriori, nonostante si imponga man mano il cliché dell'antagonismo antico e irriducibile tra Galli ed Etruschi, conservano tuttavia degli echi lontani, parziali o deformati di una tradizione secondo cui il preambolo della grande invasione era l'introduzione di prodotti della terra italica - anzitutto il vino - o la presenza in Italia di artigiani transalpini (il faber elvezio Helico che sarebbe venuto a Roma a esercitare la sua arte).
Al di là dell'aneddoto (aition) della grande invasione, la presenza di Transalpini nella Penisola (Celthe, il Celta, nome etnico di persona graffito su un vaso di bucchero di fine VI secolo, proveniente da Caere), e la continuità dei commerci, sono le ragioni per cui le prime manifestazioni caratteristiche della cultura lateniana trovano tutte degli antecedenti o delle ispirazioni in ambito peninsulare: è il caso dell'uso di depositare nella tomba il carro a due ruote, della rifinitura a tornio della ceramica, di alcuni tipi di decorazioni su ceramica a stampo o a pittura, della maggior parte delle nuove forme di oggetti d'ornamento personale - fibule discoidali ispirate da modelli etruschi, fibule derivate dal tipo detto "Certosa» o quelle a elementi configurati a maschera antropomorfa e zoomorfa, orecchini, anelli e bracciali - degli utensili in bronzo del servizio da bevande (brocche, colini).
Più difficile è valutare l'impatto di queste influenze sul piano ideologico, dall'arte della guerra (utilizzazione militare del carro a due ruote), all'ambito religioso (struttura su podio di pietre d'ispirazione etrusca del santuario centroeuropeo di Závist).
I legami dei Transalpini con l'Italia si manifestano in modo particolarmente rivelatore nel repertorio della nuova arte lateniana.
Infatti tutto quanto la distingue dall'arte geometrica hallstattiana trova origine nell'ambiente peninsulare, tanto in quello etrusco che in quello italico: è il caso di motivi e temi orientalizzanti che associano mostri, divinità e elementi vegetali a composizioni realizzate a compasso. Anche la prima produzione in serie di piccoli oggetti di bronzo deve molto all'eredità dell'artigianato peninsulare, trasmesso probabilmente con l'intermediazione dei Celti golasecchiani che avevano acquisito una grande abilità in questo campo. Infine si deve probabilmente alla trasmissione di un uso particolare della cultura di Golasecca la comparsa insolita di sepolture lateniane di tipo principesco in cui le ceneri del morto sono deposte in un vaso del servizio da simposio.
Questo particolare rituale, attestato dall'Armorica (tumulo di Bono) alla Renania (tomba di Eigenbilzen), è tanto più notevole in quanto si manifesta come un'eccezione in regioni dove il rito usuale consiste nell'inumazione. funzione normale di questo tipo di recipienti: cosa inconcepibile per i Celti di Golasecca che fabbricavano queste situle e conoscevano il vino da secoli e assurda rispetto a quanto si può osservare nelle altre sepolture principesche, dove la composizione del servizio da simposio indica un uso cerimoniale molto elaborato. E' più verosimile che la scelta come urna di uno degli elementi principali di questo servizio voglia stabilire un'equivalenza tra la bevanda, la cui distribuzione era uno dei privilegi del defunto, e le ceneri di quest'ultimo. Invece di marcare un'incomprensione, quest'usanza confermerebbe la sacralità del simposio. La bevanda per mezzo dell'ebrezza avvicinava l'uomo agli dei immortali e sostituirsi ad essa poteva offrire una garanzia supplementare di un felice soggiorno nell'altro mondo.
Diversamente da un'idea diffusa, l'aspetto che più colpisce nelle relazioni tra l'Italia e i Transalpini non è tanto la penetrazione verso sud nel V secolo di quest'ultimi e di qualche loro oggetto, ma l'influenza capillare che i centri peninsulari esercitarono sulle vaste regioni in cui si stava formando l'identità culturale dei Celti storici. I caratteri che accomunano i diversi centri lateniani, dispersi dall'Armorica ai confini nordoccidentali della conca carpatica, sono prima di tutto il riflesso dell'origine comune dei modelli che alimentarono questa mutazione.
E' certo che i Celti di Golasecca svolsero un ruolo fondamentale in questa genesi. Il fatto che non ne parteciparono direttamente si spiega forse con il grado di urbanizzazione che avevano raggiunto e che invece era ancora sconosciuta a nord delle Alpi. Fornirono i modelli, senza però adottarne il risultato. Questo potrebbe spiegare la lentezza con cui la cultura lateniana si impose nell'area golasecchiana. Occorrerà attendere il pieno III secolo perché gli Insubri a loro volta adottino e adattino dei modelli di origine transalpina, per esempio le fibule lateniane o gli anelli da caviglia a ovuli cavi. E' interessante constatare che nel V-IV secolo si conoscono molti più oggetti lateniani nel Veneto che nella zona golasecchiana, dove gli unici ritrovamenti si situano nell'area alpina, specialmente quella intorno al Ticino e ai suoi affluenti. Tuttavia non si può vedere in ciò la conseguenza di un'ostilità tra nuovi venuti e autoctoni, poiché è noto dai testi che l'alleanza fedele tra Insubri e Boi per tutto il III secolo, e probabilmente anche prima, fu una costante della situazione cisalpina, tanto che una tradizione attribuiva ai Boi la fondazione di Lodi.
La memoria dei Celti autoctoni della Transpadana è riaffiorata poco a poco dall'oblio ingiusto in cui l'avevano relegata l'interesse suscitato dalla grandezza dell'avvenimento - il primo scontro storicamente registrato tra Mediterraneo ed Europa continentale- e la fascinazione esercitata dall'opposizione semplicistica tra la barbarie dei Celti e la civiltà del mondo mediterraneo. Ci si accorge oggi che la loro esistenza e il loro ruolo sono indissociabili dalla sorte dei loro cugini transalpini. Furono i primi Celti a scrivere, a fondare città, e a battere moneta e fornirono probabilmente l'impulso decisivo a un'evoluzione dinamica le cui conseguenze avrebbero marcato profondamente e durevolmente la maggior parte dell'Europa antica.
 
II. L'INVASIONE CELTICA DELL'ITALIA.
Il preludio.
 
Come abbiamo visto in precedenza, i Celti facevano parte del tessuto etnico d'Italia già dal VI secolo. E' poi molto probabile che popolazioni come i Liguri fossero in qualche modo affini ai Celti sia per la contiguità geografica, sia per più lontane, comuni ascendenze. E' significativo il fatto che i Liguri, secondo la testimonianza di Plinio, chiamassero se stessi Ambrones, nome che in età storica contraddistingue una nota tribù della Gallia transalpina.
A partire dal IV secolo i Celti irrompono in modo assai più massiccio nella storia della Penisola, sostanzialmente tramite due canali. Il primo principale fu quello dell'invasione che ne portò alcune centinaia di migliaia a stanziarsi in val Padana e lungo la riva dell'Adriatico fino ad Ancona, sostituendosi, nel controllo del territorio, agli Etruschi e agli Umbri. Il secondo fu quello del mercenariato: i Galli avevano reputazione di guerrieri valorosi e di grande prestanza fisica e impararono presto a mettersi al servizio, dietro pagamento, delle potenze che in quegli anni si disputavano l'egemonia nel Mediterraneo: in particolare i Cartaginesi e i Greci di Sicilia guidati da Dionigi I, tiranno di Siracusa il quale non solo li inserì fra i ranghi del proprio esercito, ma anche li stanziò come presidio in certe zone dell'Italia meridionale.
Il conflitto con gli Etruschi e la presa di Roma agli inizi del IV secolo portarono poi i Galli a contatto con la maggior parte delle popolazioni delle regioni centrali della Penisola. Questo contatto ci viene quasi sempre descritto dalle fonti letterarie come violento e traumatico e i Galli appaiono quasi sempre come barbari selvaggi e sanguinari.
C'è indubbiamente del vero in tutto questo, altrimenti non si spiegherebbe l'unanimità di fonti di epoche diverse e di estrazione diversa, ma c'è certamente anche non poca esagerazione dovuta al pregiudizio nei confronti di una cultura vista come ostile ed aliena. Noi cercheremo ora di seguire, sia con la testimonianza delle fonti letterarie che con i dati dello scavo archeologico, le fasi di questo inserimento dei Celti nel tessuto etnico e culturale della Penisola italiana, di seguirne le vicende e di coglierne i caratteri fondamentali.
All'inizio del IV secolo i Celti attraversarono le Alpi e invasero l'Italia ponendo fine in val Padana al predominio degli Etruschi che nel corso del secolo precedente avevano raggiunto l'apogeo della loro espansione e del loro sviluppo nel Nord d'Italia. Qui essi avevano sviluppato una serie di importanti centri urbani quali Felsina (Bologna), Imola, Marzabotto, Modena, Mantova, Spina, oltre ad una serie di centri minori che continuano a venire alla luce man mano che avanza la ricerca archeologica, ed avevano colonizzato le campagne praticando in modo intensivo la coltivazione del grano e della vite, l'allevamento delle pecore, dei maiali, dei bovini e dei cavalli, la metallurgia, la manifattura della ceramica e dei tessuti, attività economiche che sono tuttora importanti nel contesto produttivo delle regioni settentrionali d'Italia.
Secondo la tradizione riferita dalle fonti, i Celti erano stati attirati in Italia dalla fama dei suoi prodotti, in particolare del vino e della frutta (soprattutto dei fichi) di cui erano grandi estimatori, ma gli episodi riferiti da Livio e da Plinio il Vecchio non possono essere presi alla lettera anche se debbono essere comunque considerati significativi.
Come già abbiamo visto, Tito Livio (V, 33, 2-4) individua addirittura un aition, una causa diretta di questa invasione, in una specie di tresca amorosa che avrebbe avuto luogo fra un giovane lucumone (ossia un principe etrusco) e la moglie di un cittadino di Chiusi, tale Arrunte.
Costui, per vendicarsi dell'affronto subito e non potendo rifarsi sul rivale troppo più potente di lui, si recò Oltralpe ed esortò i Galli ad invadere l'Italia e a stringere d'assedio Chiusi. Per convincerli fece loro assaggiare il vino che non conoscevano e la meravigliosa bevanda li entusiasmò al punto da indurli senz'altro a intraprendere la traversata delle Alpi.
Livio aggiunge, poco dopo, che questa non era stata la prima invasione gallica dell'Italia: ve n'era stata un'altra circa duecento anni prima, nel corso della quale i Galli avevano a lungo combattuto con gli Etruschi stanziati fra le Alpi e gli Appennini. Un capo celtico transalpino di nome Ambigato, essendo i suoi sudditi divenuti troppo numerosi, decise di inviarne un certo numero, sotto la guida dei nipoti Segoveso e Belloveso, in cerca di una nuova terra in cui stabilirsi. A Segoveso toccò la selva Ercinia mentre a Belloveso toccò una destinazione assai più piacevole, l'Italia. Costui condusse con se Biturigi, Arverni, Senoni, Edui, Ambarri, Carnuti e Aulerci.
Questa testimonianza di Livio, che parla poco dopo (V, 34, 9) di una
battaglia fra Galli ed Etruschi presso il Ticino ("fusisque acie Tuscis
haud procul Ticino flumine», "ed essendo stati sconfitti gli Etruschi non lontano dal fiume Ticino»), è di per sé abbastanza clamorosa, ed è stata molto discussa dagli studiosi.
Recentemente c'è chi ha pensato di respingerla come falsa in quanto dovuta sostanzialmente ad un errore di Livio. Egli avrebbe frainteso una notizia della sua fonte, Timagene, relativa alla fondazione di Marsiglia, avvenuta, appunto, durante il regno di Tarquinio Prisco, e l'avrebbe invece riferita all'invasione gallica, che veniva descritta di seguito. Inoltre la battaglia sul Ticino fra Galli ed Etruschi non sarebbe altro che una duplicazione dell'altro scontro, sempre riferito da Timagene, che vide opposti sullo stesso fiume gli eserciti romano e cartaginese nel 218 a.C.
E' difficile se non impossibile, da un punto di vista archeologico, determinare le tracce di una invasione celtica anteriore al IV secolo e distinguerle dalle normali espressioni evolutive della cultura golasecchiana indigena, o dagli esiti, a livello di corredi funebri, di scambi di doni fra capi o di influssi stilistici o di importazione di armi e di altri oggetti di pregio, ma qualche indizio non manca.
In Piemonte, a Crissolo, sono state scavate alcune tombe a inumazione dove a materiali di provenienza etrusca si associavano delle armille (bracciali) a tamponi attestate in sepolture della Francia settentrionale. A Castello d'Annone, non lontano da Villa del Foro in provincia di Alessandria, la documentazione archeologica ha fatto pensare ad un emporio etrusco che controllasse la navigazione e il flusso commerciale lungo il Tanaro. Sono venuti alla luce infatti, assieme a ceramica locale, materiali di importazione come bucchero padano (il bucchero è la tipica ceramica fine da mensa degli Etruschi), ceramica etrusco-corinzia, e un frammento di una coppa ionica.
D'un tratto, verso la metà del V secolo, scompare la ceramica d'importazione e appare quella "a protuberanze» (una specie di "bugnato»), abitualmente identificata come celtica. E all'ambito culturale celtico va pure riferita la fibula hallstattiana che è stata rinvenuta in quel contesto che ben presto appare impoverito e poi abbandonato.
Altri oggetti di possibile provenienza transalpina sono poi stati trovati in area golasecchiana sulla sponda destra del Ticino, simili ad altri già conosciuti che sono emersi sulla riva lombarda del fiume e fanno pensare alla penetrazione di elementi celtici dal Piemonte attraverso il Gran San Bernardo.
Ancora: sulle alture della Burcina presso Biella è stato scavato alla fine degli anni Cinquanta un sito che presentava una continuità fin dall'età del Bronzo e in cui si inseriva improvvisamente una necropoli a inumazione ricca di oggetti in ferro e in bronzo, databile alla metà del V secolo e anch'essa attribuibile, forse, ad un gruppo di provenienza transalpina.
E' poi interessante notare che a sud del Po i centri liguri di pianura sembrano risentire di una certa instabilità e tendono ad arretrare all'interno delle valli alpine ed appenniniche.
Si tratta, è vero, di pochi elementi sporadici e bisogna anche ricordare che non tutti sono d'accordo su questa lettura delle testimonianze archeologiche (tracce così modeste possono sempre riferirsi a dei semplici contatti più che a forme di vera e propria occupazione), però nella loro distribuzione  ad un'area in cui vengono affacciandosi comunità d'Oltralpe che avrebbero fatto sentire il loro influsso fino nella fascia di influenza golasecchiana a ovest del fiume Ticino.
Oltre a ciò, il recente ritrovamento di due stele etrusche risalenti agli inizi del VI secolo a Rubiera, in provincia di Reggio Emilia, una delle quali dedicata a uno zilath ("zilath misalalati», "zilath di Misa» o "di Misala»), ossia a un capo militare, ha fatto pensare ad una necessità difensiva in quell'area periferica e di confine della Etruria padana in presenza di una possibile minaccia esterna. Si tratta di una semplice speculazione alla quale è facile obiettare che lo zilath era comunque una magistratura ordinaria nell'ambito dell'organizzazione delle città etrusche ma è pur vero che nell'area di ritrovamento delle stele non abbiamo né testimonianza né traccia di alcuna città che potesse anche lontanamente identificarsi con il toponimo trascritto sulla stele.
Per quanto riguarda invece le fonti letterarie, vale la pena ricordare una testimonianza di Dionigi di Alicarnasso (VII, 3), forse derivata dalla cronaca dello storico cumano Iperoco, che descrive l'assedio etrusco di Cuma del 524.
Questi Etruschi, secondo la nostra fonte, abitavano prima attorno al golfo ionico (ossia sulle coste del mare Adriatico) e di là sarebbero stati cacciati dai Galli. Ciò farebbe pensare ad una invasione celtica del territorio padano in un periodo cronologico anteriore al 524.
Un altro indizio si potrebbe forse anche leggere nella famosa stele funeraria etrusca della Certosa che in un primo tempo era stata datata al IV secolo e che ora, sulla base dello studio dei corredi funebri ad essa associati, è stata invece attribuita alla metà del V secolo. Nella fascia decorata inferiore di questa stele si vede un combattimento fra un guerriero etrusco a cavallo (molto probabilmente il defunto stesso) e un avversario appiedato che combatte completamente nudo, armato di una lunga spada e di uno scudo, caratterizzato quindi come un guerriero celta. In passato si è voluto riconoscere in questo combattimento lo scontro etnico fra invasori galli ed Etruschi della val Padana, mentre oggi si tende ad una interpretazione più prudente secondo cui ci troveremmo di fronte ad un rituale duello funebre, più che alla rappresentazione di un conflitto fra due stirpi che sarebbe tutto da dimostrare. Resta comunque il fatto che la stele è anteriore all'inizio del IV secolo e che il celta rappresenta comunque la forza avversa e forse anche il pericolo se non la minaccia concreta. (figure 14 e 15) Bastano questi indizi per accettare o comunque per sostenere il racconto liviano di una invasione celtica precedente quella dell'inizio del IV secolo? Molto probabilmente no, e anche la testimonianza di Dionigi di Alicarnasso che abbiamo citato sopra si può sempre interpretare come frutto di confusione con l'invasione storica del IV secolo.
In ogni caso, se un'invasione arcaica, alla fine del VII secolo o all'inizio del VI secolo, non è per ora dimostrabile, è tuttavia un dato di fatto che i con intensi e frequenti e che assieme ai mercanti potevano muoversi anche gruppi di armati.
Le Alpi non erano mai state un ostacolo, nonostante l'enfasi retorica che gli storici antichi mettono sempre ogni qual volta si descrive un invasore in procinto di attraversarle (vedi, per esempio, Livio, V, 34) e, se per un esercito con salmerie e vettovaglie l'impresa poteva comunque essere ardua, per singoli individui o per piccoli gruppi non lo era di certo, tanto più che nel periodo storico che stiamo esaminando gli specialisti individuano un periodo di situazione climatica più favorevole per l'attraversamento dei passi alpini, rispetto al periodo nel quale vivevano gli autori delle nostre fonti più autorevoli, e cioè il I secolo a.C. Basta infatti un'escursione di un solo grado di temperatura media annua in più o in meno per estendere di parecchio, verso l'alto o verso il basso, il limite delle nevi permanenti.
Artigiani celti lavoravano in Italia e tornavano poi alla patria di origine, come dimostra l'episodio riferito da Plinio (XII, 5) che sarebbe stato, a suo dire, la causa dell'invasione celtica del IV secolo:
Uno della loro nazione, l'elvetico Helico, aveva soggiornato a Roma per
fare il fabbro e al ritorno aveva portato con sé dei fichi secchi, uva e assaggi di olio e vino. Sarebbero perciò scusabili per aver cercato di procacciarsi, anche con la guerra, questi prodotti.
Sappiamo poi che mercenari celti combatterono da una parte e dall'altra durante le guerre che videro opposti i Cartaginesi e i Greci in Sicilia
verso la fine del V secolo. Il mito di Galatea, figlia del ciclope Polifemo che avrebbe dato origine al popolo dei Galli (in greco "Galati»), nasce probabilmente in questo periodo nell'ambiente degli intellettuali siracusani della corte di Dionigi I che aveva appunto arruolato nel suo esercito un buon numero di mercenari celti.
Questo tipo di cooptazione di popoli non greci attraverso il mito greco, era una prassi comune ed è probabilmente da attribuirsi ad una fonte marsigliese la variante secondo cui il popolo dei Galli sarebbe discendente da una donna celtica e da Ercole che stava tornando dall'impresa contro Gerione.
 
Le fonti storiche.
In Tito Livio l'invasione storica del IV secolo sembra essere solo
 
l'epilogo di un lungo processo di penetrazione e di stanziamento delle tribù celtiche che avrebbe fatto seguito all'invasione del VI secolo "al tempo di Tarquinio Prisco», anche se allo stato attuale delle nostre conoscenze possiamo documentare dei contatti piuttosto che una penetrazione.
Il dato di fatto più importante, a questo proposito, è che la celtizzazione della val Padana è per noi riscontrabile soprattutto a partire dal IV secolo, mentre nel corso del VI e del V i Celti erano soprattutto i Golasecchiani già "residenti» in Italia quando il resto della pianura padana sembra piuttosto saldo dominio degli Etruschi a sud, dei Veneti a est e dei Liguri a ovest. Il racconto di Livio invece sembra avallare un flusso quasi continuo di tribù celtiche che scesero in Italia nel corso di due secoli. Gli ultimi sarebbero stati, a suo dire, i Senoni, responsabili dell'assedio di Chiusi e del sacco di Roma del 390-386 a.C.
La notizia più importante della relazione liviana riguardante la presunta prima invasione "ai tempi di Tarquinio Prisco», è che gli invasori entrarono nel territorio degli Insubri e vi fondarono Mediolan(i)um, ossia Milano. La scelta del luogo (felicissima, come avrebbe dimostrato la storia fino ai nostri giorni) sarebbe stata motivata da ragioni sentimentali:
avendo saputo che quell'area si chiamava Insubrio (ossia "terra degli Insubri»), termine che ricordava loro il nome di una tribù degli Edui transalpini, decisero di fondarvi il loro insediamento.
Questo fa pensare che si trattasse di una impresa coloniaria in piena regola che aveva addirittura come obiettivo la fondazione di una città, un tipo di operazione che fino a quel momento era appannaggio esclusivo dei Greci e dei Fenici.
Gli strati più profondi di Milano sono stati raggiunti in modo parziale in occasione degli scavi della metropolitana ed è stato possibile ipotizzare l'estensione dell'insediamento insubre in ragione di circa dodici ettari:
un'estensione assolutamente rispettabile, ma per ora non abbiamo elementi per delineare con esattezza i caratteri della prima fondazione della città che un giorno sarebbe divenuta una delle capitali dell'Impero romano anche se non si può escludere che in futuro non possano emergere tracce delle più antiche strutture.
In ogni caso Plinio (III, 125), rifacendosi alle Origines di Catone, afferma che i fondatori di Milano furono gli Insubri (un popolo che per comune ammissione viene riconosciuto come discendente da Golasecchiani). Se questo è vero si potrebbe pensare ad una evoluzione autonoma degli Insubri che si sarebbero convertiti ad un tipo di insediamento di carattere urbano elaborato sugli influssi e sulla contiguità con le altre civiltà urbane della Penisola fra il VI e il V secolo a.C., ed eventualmente ad una rifondazione congiunta con Celti transalpini. Questo potrebbe spiegare i legami che unirono in età successive soprattutto i Boi agli Insubri.
Dal punto di vista toponomastico Mediolan(i)um è parola celtica che significa "Il centro del territorio» e probabilmente si riferisce all'usanza celtica di insediamenti suddivisi in quattro pagi, termine latino che significa "villaggio» e che noi potremmo interpretare come "cantone». Ognuno dei quattro cantoni rinunciava a una porzione del proprio territorio per costituire una specie di sede centrale che fungeva da centro politico, economico, religioso e cerimoniale dell'intera comunità.
E' probabile che il termine Mediolan(i)um designi appunto dei centri religiosi federali, nel qual caso il toponimo avrebbe un senso analogo a quello del mundus latino o dell'omphalos (ombelico) greco. Toponomastica analoga si conserva anche nella Gallia transalpina: è il caso di Mediolanum Santonum (Saintes) e Mediolanum Aulercorum (Evreux). E' interessante notare in questo caso che gli Aulerci del ramo cenomane erano appunto, secondo la testimonianza di Livio, fra gli invasori della prima ondata.
Come si vede il quadro è assai complesso ed è difficile giungere ad una conclusione sicura, soprattutto a causa della insufficienza delle testimonianze archeologiche.
Sembra però età arcaica, poste in una successione cronologica abbastanza rapida: "Alia subinde manus ... vestigia priorum secuta ... eodem saltu ... cum trascendissent Alpes» ("Subito dopo un'altra orda ... seguendo le tracce della prima ... avendo attraversato le Alpi per lo stesso valico»).
Che questa seconda invasione sia avvenuta subito dopo la prima, oltre che dall'espressione alia subinde manus si deduce dall'accenno al permesso accordato da Belloveso ad un terzo condottiero di nome Etitovio: "Etitovio duce ... favente Belloveso ... ubi nunc Brixia ac Verona urbes sunt locos tenuere» ("Sotto la guida di Etitovio, con l'appoggio di Belloveso, occuparono i luoghi in cui sorgono ora Brescia e Verona») (Livio, V, 35).
 
Il racconto liviano prosegue descrivendo altri flussi migratori, apparentemente senza soluzione di continuità con i primi già riportati:
 
Dopo di essi i Libui ed i Salluvii si stabilirono presso un'antica popolazione che abitava lungo il Ticino, i Levi Liguri. Poi ancora i Boi e i Lingoni passando attraverso le Alpi Pennine quando già il territorio fra il Po e le Alpi era tutto occupato, varcarono il Po con zattere e cacciarono via dalla regione non solo gli Etruschi ma anche gli Umbri, rimanendo tuttavia al di là degli Appennini. E finalmente i Senoni, ultimi immigrati, occuparono il paese dal fiume Utente [oggi il Montone] fino all'Esino: e furono questi, a quanto consta, che raggiunsero Chiusi e poi Roma; invece non è certo se essi fossero soli o se ebbero aiuto da altri popoli della Gallia Cisalpina.
La relazione di Polibio, che pure è di grande interesse in quanto lo
storico greco visitò la pianura padana e addirittura si inoltrò verso i
passi alpini (III, 48, 12), è assai meno particolareggiata di quella di Livio che probabilmente raccolse da Padova, sua città natale, qualche antica saga celtica oltre alle relazioni di fonti romane più antiche come, per esempio, Fabio Pittore.
Polibio descrive i Celti già contigui agli Etruschi in val Padana ("...agli Etruschi si mischiarono, data la vicinanza, i Celti») e quindi ricorda l'invasione condotta contro gli stessi Etruschi "per futili pretesti», un'espressione che sembra ricondurci alla storiella liviana di Arrunte tradito da sua moglie con il lucumone di Chiusi. Egli passa poi a descrivere la distribuzione delle tribù celtiche in Italia: i Lai e i Lebeci presso le sorgenti del Po, gli Insubri e i Cenomani nella pianura a nord del fiume; a sud di esso, e presso l'Appennino, gli Anamari, i Boi e poi i Lingoni vicino all'Adriatico e i Senoni lungo il mare.
E' interessante, in questa relazione, l'espressione iniziale che parla di una "mescolanza» fra Etruschi e Celti a causa della loro vicinanza, un fatto più volte confermato dagli scavi archeologici sia nel Nord, in Veneto, sia al Sud, in Emilia, dove, nella necropoli di Monte Bibele si sono ritrovate sepolture che fanno pensare a matrimoni misti fra Celti ed Etruschi. Si tratta di sepolture posteriori al periodo dell'invasione ma comunque significative, probabilmente, di una contiguità che venne instaurandosi fin dal primo momento e forse anche di rapporti non necessariamente e non sempre ostili.
Difficile trarre delle conclusioni sui modi e le caratteristiche dell'invasione: l'unica cosa che si può dedurre dai dati in nostro possesso è che i Celti golasecchiani avessero mantenuto relazioni importanti con quelli d'Oltralpe e che perlomeno l'invasione del IV secolo sia stata preparata ed eseguita con la loro collaborazione. La comunanza di toponimi (come Mediolan(i)um) e di etnici (come Insubri) fra Celti transalpini e cisalpini fa pensare a rapporti culturali mai interrotti, e inoltre la comunanza di linguaggio, di religione e, sostanzialmente, di usi e costumi dovette favorire grandemente la messa in opera di progetti comuni.
Ciò stabilito, resta il fatto che di queste prime invasioni non abbiamo che labili indizi e che nell'evoluzione della cultura golasecchiana non c'è segno, secondo la maggior parte degli studiosi, di un mutamento sensibile nel corso del VI e V secolo, come ci si aspetterebbe in seguito all'immigrazione di consistenti gruppi etnici di provenienza straniera.
La ricerca archeologica ha evidenziato, nel corso del V secolo, la presenza di oggetti molto simili per non dire identici in Nord Italia e in area di cultura lateniana (tradizionalmente identificata con l'etnia celtica transalpina): si tratta soprattutto di fibule con protome a testa d'uccello e di ganci di cinturone lavorati a giorno con motivi di grifi, palmette, loti, Alberi della Vita, tipici del vecchio repertorio orientalizzante del VI secolo, e qualcuno ha voluto vedere in questo un possibile indizio di penetrazione celtica dal Nord verso la val Padana. L'orientamento più attuale però è nettamente l'opposto. Sembra evidente infatti che i motivi orientalizzanti siano tipicamente originari della Penisola italiana e che dunque vi sia stata piuttosto una influenza delle culture peninsulari nella formazione della facies lateniana, che noi identifichiamo con la cultura celtica transalpina, piuttosto che il contrario. Queste corrispondenze, in altri termini, fanno pensare ad una grande vivacità dei commerci attraverso le Alpi, commerci non impediti o perturbati da alcun evento di carattere particolarmente violento, e in più fanno pensare ad artigiani, mercenari, commercianti che visitavano l'Italia e poi, come l'elvetico Helico di pliniana memoria, tornavano nei loro paesi di origine portandosi dietro i prodotti che avevano avuto modo di apprezzare nella Penisola.
In mancanza di documenti scritti, il ricordo delle imprese dei Celti dovette essere affidato alla tradizione orale, soggetta, nel corso dei secoli, a forti deformazioni e anche alla dissoluzione e all'oblio. Di questa tradizione troviamo forse traccia nel racconto di Tito Livio unitamente ad elementi di origine etrusca (come la storia di Arrunte) e a luoghi comuni tipici della tradizione mediterranea come la storia dei fichi, dell'olio e del vino.
Questi frutti e questi prodotti dell'agricoltura erano considerati dalle culture mediterranee la base stessa della civiltà e l'inospitalità di una terra straniera veniva spesso misurata proprio dall'assenza dell'olivo e della vite. E così pure l'effetto dirompente del vino sui barbari era un altro luogo comune della storiografia e della retorica delle culture mediterranee. Basti pensare all'effetto del vino sul ciclope Polifemo descritto da Omero nel IX libro dell'Odissea o alla testimonianza di Erodoto (VI, 84, 1) secondo il quale i barbari bevono vino schietto, un'abitudine che provoca la pazzia, e ancora, a quanto riferisce Floro (I, 38, 13), che i Cimbri in Italia furono indeboliti dalla dolcezza del vino.
Ancora più significativa è la testimonianza di Diodoro (V, 26-31) proprio sui Celti:
Essendo [i Celti] oltremodo amanti del vino, bevono schietto quello che è importato dai mercanti e quando sono ubriachi o cadono pesantemente addormentati o sono presi dalle escandescenze della pazzia...
Può darsi effettivamente che il vino schietto avesse effetti potenti su popoli abituati a una dieta di latte, burro e carne, ma non bisogna tuttavia dimenticare che sia i Celti che i Germani erano abituati al consumo di bevande fermentate come la birra (cervogia) che era di uso abbastanza comune anche se non sappiamo quale ne fosse l'effettivo contenuto alcolico.
Che cosa spinse in realtà i Celti a migrare in Italia? Probabilmente c'è del vero in quanto affermano le fonti e cioè nella fama delle terre del Sud, calde e fertili, produttrici di frutti deliziosi come i fichi e l'uva e ricche di messi e di bestiame, ma è più probabile che la pressione demografica e la scarsità di terre coltivabili unitamente a problemi di carattere sociale e politico avessero indotto questi popoli a lasciare le loro sedi originarie.
L'impresa, comunque, non era facile né scontata: come è stato fatto notare da alcuni, l'Europa, a quel tempo, era già tutta occupata, ossia non esistevano aree fertili che non appartenessero a qualche popolazione, un fatto che può sembrare difficile da credere nella nostra epoca caratterizzata da un sovrappopolamento ben maggiore in quasi tutte le aree abitabili del pianeta.
Inoltre c'è chi ha fatto presente che a quei tempi una parte notevole del territorio doveva essere occupata da foreste e da vaste distese paludose; dato, questo, spesso confermato dalle fonti antiche. Le terre coltivabili dovevano dunque essere un bene prezioso che ogni popolo difendeva con accanimento. Tutto questo però non basta a spiegare un vasto fenomeno migratorio come quello che ebbe luogo all'inizio del IV secolo.
Recenti prove di archeologia sperimentale applicata all'agricoltura dell'età del Ferro condotte su base scientifica nella fattoria di Little Butser nello Hampshire hanno dimostrato che le specie antiche di cereali (farro, spelta, grano) davano, su terre fertilizzate con concime naturale, una redditività (tre tonnellate per ettaro) non troppo lontana da quella che possono dare oggi gli ibridi moderni su terreni secchi, ma con un contenuto proteico decisamente superiore. A questi cereali si aggiungevano l'orzo, da cui si otteneva la birra (cervogia), e inoltre cipolle, agli, rape, spinaci e ogni genere di legumi. L'allevamento (bovini, suini, pollame) dava latte, carne, burro, formaggi, uova.
Non bisogna poi dimenticare che le paludi erano importanti riserve di cibo (pesce, anatre e oche selvatiche), mentre le foreste erano eccellente luogo di pascolo per il bestiame, in particolar modo per i maiali che si nutrivano di ghiande e che fornivano la carne più apprezzata dai Celti sia come consumo fresco, sia sotto forma dei pregiati salumi (salsicce, prosciutti) che venivano addirittura esportati. Il fatto che la caccia, a quanto risulta, fosse praticata più come passatempo e addestramento militare che per necessità, non fa che confermare l'idea di una agricoltura ben sviluppata, in grado di fornire un consistente surplus: solo così si possono spiegare le notevoli capacità di spesa da parte della classe aristocratica in termini di oggetti di lusso, sia di produzione locale che importati, e lo sviluppo di una fase insediativa di tipo preurbano costituita dalla rete degli oppida che poi i Romani avrebbero utilizzato come base della loro colonizzazione.
La causa principale dovette essere di tipo sociale: lo sviluppo agricolo provocava un notevole incremento demografico, ma la struttura sociale che attribuiva l'intera eredità familiare al primogenito doveva creare un gran numero di giovani che non avevano altra scelta per mantenere il proprio status di uomini liberi che offrire la propria abilità di guerrieri in cambio di terre. Quando il mercenariato al servizio di potenze straniere o forse anche l'abigeato o la razzia ai danni di popolazioni limitrofe non bastavano più, l'impresa coloniaria poteva offrire lo sfogo alla pressione demografica e la soluzione ai problemi sociali.
 
L'impresa migratoria.
 
Tutto sommato, il fenomeno non aveva radici e cause troppo diverse da quelle che pochi secoli prima, mutatis mutandis, avevano provocato la migrazione dei coloni greci verso l'Occidente e si tramandò, in seguito alle invasioni barbariche, per tutto il Medioevo fin quasi ai giorni nostri con l'usanza, per i figli cadetti delle famiglie aristocratiche, di intraprendere la carriera delle armi.
Chi voleva spostarsi doveva affrontare un lungo e spossante itinerario fatto sì di combattimenti, ma anche di faticose trattative, di scambi di ostaggi, pagamento di pedaggi e tributi. Spesso questi pedaggi avevano la forma di prestazioni di carattere militare, per cui la comunità che si spostava accettava di combattere per qualcuno contro qualcun altro.
Come narra Senofonte, una cosa simile accadde ai diecimila Greci arruolati nell'esercito di Ciro il Giovane mentre vagavano per i monti Pontici: una tribù di quei luoghi promise di portarli in tre giorni su una montagna da cui avrebbero potuto vedere il mare se avessero accettato di combattere per loro contro una tribù confinante (Anab., IV, 7, 20).
Per avere un'idea di come poteva svolgersi una simile operazione possiamo
rifarci a due eventi di piena età storica: l'invasione dei Cimbri e dei Teutoni della fine del II secolo e la migrazione degli Elvezi descritta fedelmente da Giulio Cesare nel Bellum Gallicum.
Per quanto concerne il primo evento sappiamo che Cimbri lasciarono il loro territorio nella Penisola dello Jutland, perché sommerso dalle maree (Flor, I, 38, 3), muovendo verso sud con le loro famiglie dentro a carri coperti di pelli e trainati da buoi. Non sappiamo quanti fossero e certamente ci sono esagerazioni nelle fonti sul numero dei loro guerrieri nei campi di battaglia (300.000 secondo Plutarco), ma non saremo forse lontani dal vero pensando ad un gruppo di 100-150.000 persone il che comunque rappresenta un'enormità (vedi, oltre, i dati del Bellum Gallicum sull'invasione degli Elvezi). Il loro impatto sui territori che attraversavano e sulle comunità che vi abitavano doveva essere devastante: in certi casi essi scesero a trattative e si scusarono perfino per il loro comportamento, in altri casi ricorsero alla forza (Plutarco, Mario, 11). Tuttavia è un dato di fatto che vagarono per quasi dieci anni dalla Spagna alla Gallia settentrionale e poi di nuovo alla Provenza prima di prendere la decisione definitiva di invadere l'Italia attraversando le Alpi dopo aver considerato ciò che avevano fatto anche i Celti togliendo l'Italia settentrionale agli Etruschi (Plutarco, ibid.).
Anche i Cimbri e i Teutoni offrirono ai Romani di combattere per loro in cambio di terre coltivabili (un modello di comportamento che sarebbe poi divenuto la regola negli ultimi anni dell'impero d'Occidente) e si scusarono per avere attaccato i Taurisci loro alleati ma alla fine Roma, dopo numerose sconfitte, risolse il problema con lo scontro frontale e con la distruzione pressoché totale di quella nazione.
La migrazione degli Elvezi, successiva di mezzo secolo, è narrata da Cesare (Bellum Gallicum, II, sgg.) con dovizia di particolari che, nel complesso, possiamo ritenere degni di fede. Ciò che convince poco è la causa della migrazione, ossia l'ambizione del capo Orgetorix e la bellicosità della tribù. Quella che fu probabilmente la vera causa è lasciata intendere da Cesare fra le righe quando parla di un territorio troppo piccolo stretto fra i monti, il Rodano e il lago Lemano.
La preparazione della migrazione occupa ben tre anni durante i quali si fa incetta di mezzi di trasporto e di animali da traino e da soma, si semina su qualunque terreno per poter fare un approvvigionamento adeguato di derrate alimentari, si conducono complesse trattative diplomatiche con i popoli confinanti e si stringono alleanze anche tramite matrimoni (Ibid., V). Si fissa poi un giorno preciso per la partenza e prima di quella data si bruciano le città e i villaggi, si brucia il frumento che non si può portare con sé e si parte scegliendo la via più adatta e meno difficile.
Gli Elvezi, attraversato il territorio dei Sequani, invadono e saccheggiano quello degli Edui. I fiumi, quando è necessario, vengono attraversati con zattere o ponti di barche (Ibid., XIII). Come è noto, Cesare considerò l'aggressione agli Edui, alleati dei Romani, come un'aggressione al popolo romano e impose agli Elvezi di tornarsene indietro. Questi tuttavia si dichiararono pronti a stanziarsi là dove Cesare avesse loro indicato e di vivere in pace (come avevano già fatto i Cimbri e i Teutoni) e solo dopo il suo reciso rifiuto si decisero allo scontro finale che si concluse per loro, nelle vicinanze di Bibracte (oggi il sito di Mont Beuvray, presso Autun), come è noto, in modo disastroso.
E' interessante notare, a questo proposito, che durante le trattative di Cesare con gli alleati Edui, a cui chiedeva il frumento per le sue truppe, uno dei suoi interlocutori Edui di nome Lisco, gli riferì le resistenze dell'opposizione interna:
Costoro, con discorsi faziosi e maligni, distolgono la gente dal consegnare il frumento dovuto; perché, se gli Edui non possono conseguire la supremazia sulla Gallia, meglio è essere soggetti ad altri Galli [cioè agli Elvezi invasori] piuttosto che ai Romani (Ibid., XVII).
Se la testimonianza di Cesare in questo punto è affidabile, bisogna dedurre che esisteva un concetto di "Gallia» come nazione e di "Galli» come popolo, sia pur diviso in tribù diverse e, a volte, ostili: un fatto di straordinaria importanza per la comprensione della cultura celtica.
Ma di tutta la relazione di Cesare, la notizia più preziosa per lo storico è quella relativa alla consistenza dell'invasione. Nell'accampamento elvetico vengono ritrovati documenti in greco (un influsso marsigliese?) con un censimento della comunità che migrava: in tutto, fra Elvezi, Boi, Tulingi, Latovici, Raurici, 368.000 persone di cui 92.000 in grado di combattere. Una proporzione, molto alta, di un combattente su quattro.
E' ovvio che non possiamo attribuire questi dati, relativi all'invasione degli Elvezi, a quella che dovette essere l'invasione gallica dell'Italia nel IV secolo, specialmente per quello che concerne l'uso del greco nella scrittura, già stupefacente in un cantone elvetico chiuso tra i monti all'età di Giulio Cesare, ma è abbastanza probabile che nel complesso le modalità fossero analoghe e forse anche il numero degli emigranti.
I popoli che partirono per l'Italia verso l'inizio del IV secolo (secondo Livio, Boi, Lingoni e Senoni, ma forse anche Libui e Salluvii) certamente si prepararono accuratamente: raccolsero informazioni sul cammino da percorrere, si dotarono di guide ed informatori, prepararono le derrate alimentari per il lungo viaggio, trattarono con le tribù di cui avrebbero attraversato i territori e molto probabilmente anche con quelle nel cui territorio si sarebbero insediati. In tutto ciò li aiutò certamente il fatto di parlare la stessa lingua (pur con varianti regionali) e di aver intrattenuto per lungo tempo rapporti commerciali, ma forse anche di aver stretto alleanze familiari e tribali con unioni matrimoniali e scambi di pegni.
Secondo le testimonianze letterarie, i Galli si stanziarono in Lombardia fino ai confini con il Veneto, in Emilia (gli Anari e i Boi), in Romagna (i Lingoni) e nelle Marche (i Senoni), regioni che tolsero, come affermano le fonti, agli Etruschi e agli Umbri.
 
Caratteri dell'insediamento celtico in Italia.
 
Ma quale carattere ebbe in realtà l'insediamento celtico in Italia? Si trattò di un'invasione come quella dei Cimbri e degli Elvezi o di una migrazione più o meno pacifica, come alcuni studiosi sarebbero propensi a credere? Le fonti antiche, come abbiamo visto, descrivono questo fenomeno
come un impatto violento, barbarico e devastante. La presa di Roma del 390- 386 (secondo i dati della cronologia liviana e polibiana) fu vissuta come un evento traumatico che marchiò a fuoco la memoria storica dei Romani e non v'è dubbio che l'onta di quella sconfitta dovette essere giustificata anche esagerando la belluina ferocia dell'aggressore. Sta di fatto che da quel momento i Celti furono rappresentati e visti come mortali nemici, come selvaggi sanguinari da estirpare. Quale scalpore suscitasse l'irruzione gallica nelle fonti antiche si può dedurre da un passo che abbiamo già in parte citato di Diodoro Siculo (V, 26-31) che si rifà alla pagina perduta di Posidonio:
Le loro trombe barbariche emanano un muggito orribile, terrorizzante ...
Portano lunghe spade, aste ... e giavellotti con rilievi in modo da dilaniare e slabbrare le ferite. Terribili d'aspetto, emettono suoni gravi e orridi ma parlano breve ed oscuro con involuzioni e doppi sensi.
Minacciosi, esaltati ed eccessivi ... sono però di ingegno acuto ... Hanno poeti ... e musici, filosofi e teologi detti Druidi ed indovini. Usano un
rito straordinario e incredibile per trarre auspici su cose importanti:
trapassano con la spada il petto di un uomo destinato al sacrificio e da come cade, dalle convulsioni delle membra, dal fiotto del sangue, presagiscono l'avvenire. Ubbidiscono anche in guerra ai filosofi e ai poeti che, entrando tra le schiere dei combattenti, dirimono i conflitti, come se placassero delle belve con incantesimi.
Anche gli studiosi fino a non molti anni fa pensavano alla calata dei Galli in Italia come all'arrivo di un'orda aliena e violenta che annientò brutalmente le culture preesistenti per sostituirvi la propria.
Oggi, forse, si tende ad esagerare dall'altra parte, a descrivere una infiltrazione lenta e fin troppo pacifica e un'integrazione più o meno facile con Veneti ed Etruschi sulla base di alcune (poche) testimonianze epigrafiche e della situazione di alcune necropoli, specialmente in Emilia, a Bologna e a Monte Bibele, in cui sembra di poter riconoscere sepolture miste tra capi galli e spose etrusche.
La verità, anche se il discorso può sembrare banale, sta probabilmente nel mezzo, ma non perché si debba aderire a scontati luoghi comuni, ma perché così lasciano intendere, forse loro malgrado, le nostre stesse fonti storiche. Né i Cimbri e i Teutoni, né gli Elvezi vengono rappresentati come orde selvagge che si avventano su un territorio come sciami di cavallette ma piuttosto come vaste comunità costrette a lasciare i loro territori per problemi di sopravvivenza, gli stessi problemi che avevano spinto i Greci nel VII e VI secolo, sia pure con diverse modalità, a lasciare la patria d'origine per cercare nuove terre oltremare.
Gli "invasori» trattano, chiedono permessi di passaggio, mandano ambascerie, offrono sambi, a loro avviso equi, in cambio delle possibilità  di stanziamento. Solo se aggrediti proditoriamente o se messi inesorabilmente con le spalle al muro reagiscono con tutta la violenza possibile.
E' stato fatto notare a questo proposito che non esistono, da un punto di vista archeologico, tracce di distruzioni o di devastazioni degli insediamenti alpini lungo le vie di transito che possano essere messe con sicurezza in relazione al passaggio delle tribù celtiche, e anche in Italia la situazione archeologica è abbastanza complessa da interpretare.
In ogni caso non bisogna dimenticare che il passaggio di un popolo o di un esercito lungo un certo itinerario difficilmente lascia tracce. Non se ne sono trovate finora dell'Esodo biblico, né della marcia dei Diecimila e nemmeno del passaggio di Annibale sulle Alpi.
E' possibile che le tribù in partenza avessero trattato con le popolazioni alpine per poter passare senza danni reciproci e che avessero il fondamentale consenso degli Insubri già stanziati in Italia.
Nel museo archeologico nazionale di Zurigo è custodito un tesoro di sette torques e bracciali d'oro massiccio, datati tra la fine del V e l'inizio del IV secolo a.C. e rinvenuti a Erstfeld a monte del lago dei Quattro Cantoni in direzione del passo del Gottardo, che sembra siano stati intenzionalmente seppelliti come dono votivo da un gruppo in procinto di attraversare le Alpi in un punto particolarmente pericoloso e difficile.
Siamo anche qui di fronte ad un'ipotesi assai soggettiva: tuttavia! se questo è vero, doveva comunque trattarsi di un gruppo relativamente piccolo e isolato che avrebbe scelto una via meno battuta ma anche più impervia di quelle seguite dai principali gruppi dell'invasione del IV secolo.
E' possibile che l'espansione celtica sia poi proseguita verso sudest senza traumi troppo forti e senza devastazioni e distruzioni indiscriminate, forse perché gli Etruschi avevano nel Nord un tipo di insediamenti di carattere eminentemente economico e tale da non consentire la messa in campo di forze armate di consistenza sufficiente per sfidare i nuovi venuti. Essi, insomma, potrebbero aver fatto buon viso a cattivo gioco cercando di convivere per quanto possibile con i nuovi arrivati oppure abbandonando parte dei territori con il minor danno possibile. E questo spiegherebbe la mancanza di prove archeologiche attestanti massicce distruzioni.
E' bene comunque ricordare che la penuria di prove archeologiche non può essere determinante perché va sempre considerata provvisoria né si possono ignorare la distruzione di Melpum (una città di ignota ubicazione che alcuni vorrebbero identificata con Melzo, altri con Milano, altri addirittura con Marzabotto), attestata dalle fonti (Nep., apud Plin., III, 17, 125), e, in ultima analisi, l'assalto a Chiusi e la presa di Roma. Per quanto riguarda Marzabotto, che finì come centro urbano nel IV secolo, i pareri sono contrastanti. Ancora non molti anni fa la Cambridge Ancient History interpretava i dati archeologici in maniera apocalittica: pozzi pieni di cadaveri, armi celtiche ed etrusche che costellavano il terreno, un sudario di cenere che si spandeva su tutta la città.
Oggi l'indagine più aggiornata sembra propendere per una interpretazione più sfumata. Alcune aree di crollo recentemente scavate fanno sì pensare ad eventi traumatici ma non possono essere attribuite per ora con sicurezza a cause belliche mentre la loro datazione viene fissata con notevole precisione alla metà del IV secolo. Le aree di insediamento celtico successive a questi eventi sembrano piuttosto parziali occupazioni che non tengono in nessun conto il precedente impianto ortogonale della città etrusca. Gli scheletri nei pozzi non vengono poi interpretati come conseguenze di accaniti combattimenti ma semplicemente come sepolture d'emergenza. La causa più probabile della fine, tutto sommato repentina, di Marzabotto sarebbe l'esaurimento del suo ruolo di tramite fra Etruria propriamente detta ed Etruria padana, essendo venuta meno la seconda area geopolitica come interlocutore economico.
Il proseguimento dell'indagine archeologica ci dirà alla fine con maggiore precisione che cosa provocò la morte di quella città. Per ora, anche se mancano tracce sicure di distruzioni da cause belliche resta pur tuttavia la sostanza: una città prima fiorente è ridotta in poco tempo a un cumulo di rovine, una vasta area di scambio economico, l'Etruria padana, cessa di operare come terminale di un flusso di beni che si muoveva nei due sensi e che alimentava la ricchezza della città. Infine gruppi di Celti si installano sulle rovine e destinano l'area occidentale a sepolcreto per la loro gente. L'invasione gallica non può comunque essere presentata come un fatto indolore per Marzabotto.
E' verosimile che gli Etruschi abbiano mantenuto per un certo periodo un controllo di caposaldi costieri come Spina, di vie fluviali come quella fra Spina e Mantova e, forse, di certi varchi appenninici, come sembra dimostrare la persistenza dei traffici tra Spina e l'Etruria propria, ma è abbastanza sicuro che i loro insediamenti agricoli in pianura andarono scemando nel corso del IV secolo fino a sparire del tutto.
Ci resta, a proposito del popolamento costiero della fascia alto adriatica fino al Po, una testimonianza preziosa in un antico portolano attribuito al navigatore Scylace di Carianda (VI secolo). Questo documento, fra i più interessanti che ci siano pervenuti dall'antichità, è stato ampiamente discusso dagli studiosi che in un primo momento ne avevano proposto una datazione più bassa. Gli studi più aggiornati ne hanno invece confermato, almeno per il nucleo centrale, la datazione più antica, a cui però si sarebbero aggiunte altre parti in età successive. Quella che stiamo per citare, per i riferimenti storici che contiene, è quasi certamente da datare verso la fine del IV secolo.
Il nostro portolano si esprime dunque in questo modo (Scyl., 16-19):
Dopo i Sanniti c'è la nazione degli Umbri e nel loro territorio c'è la città di Ancona. La navigazione lungo il territorio degli Umbri è di due giorni e di due notti. Dopo il territorio degli Umbri ci sono gli Etruschi.
Questi abitano lontano dal mare Tirreno, verso il mare Adriatico e nel loro territorio c'è la città greca di Spina e un fiume che porta lo stesso nome.
Per raggiungere la città bisogna risalire il fiume per circa venti stadi [circa 3,6 km] ... Dopo gli Etruschi c'è la nazione dei Celti, quelli rimasti della spedizione, che sono stanziati nello stretto territorio che si estende fino a Adria. Qui c'è l'insenatura più profonda dell'Adriatico.
Dopo i Celti ci sono i Veneti...
Il testo deve essere interpretato se vogliamo riconoscervi una situazione che abbia un senso dal punto di vista storico, cronologico ed etnico.
Innanzitutto bisognerà ritenere che i Sanniti di cui parla il testo siano da identificarsi con i Piceni dal momento che i Sanniti non raggiungevano la costa adriatica in quel tratto. Se poi teniamo presente che il testo si riferisce sostanzialmente alla fine del IV secolo, non si capisce come la costa delle Marche a nord di Ancona sia considerata ancora territorio umbro quando a noi risult  con certezza che vi si erano già insediati stabilmente i Senoni.
L'apparente contraddizione potrebbe spiegarsi con il fatto che i Senoni, come risulta dai corredi delle loro tombe, dovevano essersi ormai profondamente integrati con le popolazioni locali, così da non distinguersene più di tanto. Il successivo territorio etrusco doveva comprendere l'area che si estendeva da Rimini-Verucchio fino a Ravenna e Spina che, come conferma l'archeologia, era ancora in mani etrusche alla fine del IV secolo.
Quanto ai Celti che venivano subito dopo, sembra di capire, come già si è detto, che fossero giunti al mare solo nel tratto di costa tra il braccio spinetico del Po e il Po di Volano fino a Adria, dove, giustamente, viene fatto cominciare il territorio dei Veneti.
Il portolano probabilmente "fotografa» la situazione successiva allo stanziamento dei Senoni in quell'area e alla spedizione contro Roma.
Interessante e di non facile interpretazione è l'espressione "quelli rimasti della spedizione», in cui sembra che l'autore faccia cenno alla spedizione contro Roma. Non è facile capire che cosa significhi questa frase: forse allude ad un gruppo che non aveva fino a quel momento trovato una sede fissa in val Padana. In ogni caso bisogna tener presente l'opinione di autorevoli studiosi che considerano questa frase una interpolazione.
L'insediamento dei nuovi venuti dovette avvenire quindi a macchia di leopardo e sostanzialmente nelle zone rurali (questo spiegherebbe il decremento degli insediamenti rurali degli Etruschi) dove ai Celti era possibile, per le loro strutture sociali a clan, di mantenere coesione e identità culturale. E questo portò quasi certamente ad una convivenza con gli abitanti precedenti, a scambi e influenze reciproche sul piano culturale, sociale, economico e religioso.
La testimonianza di Polibio, secondo il quale "per la vicinanza i Galli si erano mescolati agli Etruschi» in val Padana, probabilmente rappresenta la situazione successiva all'invasione celtica, nel modo più verosimile e realistico ma non solo. E sempre l'autorevole testimonianza di Polibio che descrive un popolamento celtico in Nord Italia "katà kómas ateichístous» ("per villaggi privi di mura»), un tipo di insediamento caratteristico dei Celti che rispondeva alle loro esigenze di coesione familiare e tribale che era poi alla base della loro forza militare.
Si è discusso anche sull'espressione di Polibio che abbiamo prima citato:
secondo alcuni lo storico greco intenderebbe semplicemente che i villaggi celtici non erano circondati da mura stricto sensu, il che non impedirebbe di pensare comunque ad opere di fortificazione come arginature sormontate da palizzate, ma resta il fatto che nemmeno in Grecia i villaggi erano circondati da cinte murarie tanto che in caso di guerra gli abitanti delle campagne trovavano rifugio nelle città. E dunque l'espressione di Polibio rimane poco comprensibile. Arginature difensive sono attestate in centri etruschi di pianura come Bagnolo San Vito e Castelfranco Emilia e può darsi che siano state mantenute dai Celti.
In ogni caso non si può poi pensare ad una visione insediativa troppo schematica, anche se nel complesso verosimile, del tipo: Celti nelle campagne, Etruschi nelle città.
Plinio ricorda che i Libui fondarono Vercelli (III, 124), i Vertamocori (il cui etnico sopravvive nel toponimo francese di Vercors) Novara, i Boi Lodi, gli Insubri Milano. E bisogna poi ricordare la testimonianza di Pompeo Trogo (nell'epitome di Giustino, XX, 5, 8) secondo la quale essi fondarono anche Brescia, Verona, Bergamo, Trento e Vicenza. La testimonianza di Trogo non ha altri riscontri e va certamente reinterpretata nel senso probabile di "rifondazioni», ma è comunque significativa. Bisogna poi ricordare che Spina fu occupata dai Celti nel corso del III secolo e che Felsina era in mano ai Boi quando fu conquistata dai Romani. Per contro, Mantova è ancora definita etrusca da Virgilio e da Plinio e più oltre vedremo che anche Modena si mantenne forse etrusca per un certo periodo di tempo.
Un passo di Plutarco (Camillo, XVI, 3), riferendosi all'occupazione celtica della val Padana dice:
Questa regione è ricca di boschi, di pascoli per il bestiame e irrigata da fiumi. Aveva diciotto belle e grandi città, che i Galli, dopo aver cacciato gli Etruschi, tennero anche loro.
Il passo, come vediamo, è abbastanza esplicito e parla non solo di una cacciata degli Etruschi, ma anche di un insediamento dei Celti in ben diciotto città.
Ora, come si è già in parte visto e come vedremo in seguito, non abbiamo prove archeologiche per confermare un evento così devastante e radicale come la totale sostituzione dell'invasore celtico all'antico occupante etrusco, ma se questo era il punto di vista di Plutarco non meraviglia che egli pensasse anche alla occupazione di tutte le città etrusche del Nord.
In altri termini, a nostro avviso, non si dovrebbe considerare che i Celti abbiano occupato diciotto città etrusche sic et simpliciter, ma cercare di cogliere il senso generale della testimonianza plutarchea che, semplicemente descrivendo la situazione dell'Etruria padana al tempo dell'invasione, ricorda sia la ricchezza dei pascoli e delle foreste sia l'abbondanza d'acqua e anche il gran numero di città, elemento da cui gli antichi misuravano il progresso e lo sviluppo di un paese. Per concludere poi che i Celti si presero tutto, non necessariamente che i Celti fecero una scelta di insediamento urbano.
Come si vede, ci troviamo di fronte a una serie di dati non sempre concordanti ma non è impossibile giungere a una conclusione. La testimonianza di Polibio, per esempio, risponde quasi certamente a verità, ma possiamo pensare che l'aristocrazia celtica abbia finito per interessarsi quanto meno di alcune delle città sia per essere stataassimilata dalla cultura urbana già affermata degli Etruschi, sia per essersi resa conto che il controllo delle campagne si teneva dalle città, sia per aver capito l'importanza di alcuni centri lungo il mare per le attività di commercio e di scambio.
 
Riscontri archeologici.
 
In ogni caso non abbiamo testimonianze nelle fonti né indizi archeologici che giustifichino in val Padana l'ipotesi di uno scontro frontale e generalizzato fra Celti ed Etruschi con carattere di collisione fra due etnie. La commistione dei riti funerari e dei corredi che si osserva già a partire dalla fine del IV secolo fa anzi pensare ad una notevole integrazione.
Diverso è il discorso per i Veneti: accanto a testimonianze epigrafiche ed archeologiche di integrazione con elementi celti, abbiamo non poche testimonianze delle fonti storiche che parlano di una notevole resistenza dei Veneti o addirittura di una loro lotta armata contro i Celti. Secondo Polibio fu proprio a causa di un attacco dei Veneti che i Galli lasciarono Roma dopo la conquista del 390, e fu nell'ambito di questa contrapposizione fra Celti e Veneti che in seguito si cementò l'alleanza tra Veneti e Romani in funzione anticeltica con la valorizzazione e la riscoperta del mito del troiano Antenore, fondatore di Padova e cugino del troiano Enea, fondatore di Roma.
Le tracce archeologiche dell'arrivo dei Celti sono documentate ormai con una certa abbondanza, ma sono tutte relativamente tarde con la sola eccezione dell'insediamento di Casalecchio recentemente scavato e risalente ai primissimi tempi dell'invasione boica.
L'area di Casalecchio, un sobborgo occidentale di Bologna, è già occupata in età villanoviana e poi etrusca e la sua importanza deriva sia dalla fertilità del terreno prossimo ad un'ansa del fiume Reno, sia dalla sua posizione di crocevia fra la valle del Reno che qui sbocca in pianura e la pista pedemontana che in seguito sarebbe divenuta la via Emilia. (figura 18) Qui c'era già stato nel 1877, nella vicina località di Ceretolo, il ritrovamento casuale della tomba di un capo celtico, ma lo scavo sistematico, condotto recentemente a poca distanza dal fiume, non solo ha messo in luce una necropoli celtica con un centinaio di sepolture distribuite su un rco cronologico che va dai primi decenni del IV secolo ai primi del III, ma ha rivelato una situazione di organizzazione dello spazio cimiteriale assolutamente sorprendente.
Ci troviamo di fronte ad un'area, la cosiddetta zona "A», che è stata accuratamente sistemata e organizzata per la sua destinazione funeraria ma che presenta anche una suddivisione fra una parte destinata alle inumazioni, diciamo "private» ed un'altra area, frutto di una ristrutturazione successiva, in cui sembrano evidenti una destinazione "pubblica» ed un uso religioso e rituale di carattere collettivo.
L'importanza di questa necropoli è eccezionale perché, oltre a quasi raddoppiare i materiali lateniani in nostro possesso nell'area bolognese, ci offre testimonianze relative a uomini (e donne) che probabilmente hanno varcato le Alpi con l'invasione storica del IV secolo e i cui riti funerari sono ancora completamente privi di qualunque influsso di derivazione italica. Le tombe, tutte a inumazione, erano ricavate in semplici fosse rettangolari scavate nel terreno e le salme erano tutte orientate da est a ovest: alcune con il capo, altre invece con i piedi. Era anche riconoscibile una sistemazione delle tombe per filari e dei raggruppamenti particolarmente evidenti che si potrebbero interpretare come suddivisioni di pertinenza di clan familiari.
In un paio di casi si sono rinvenute sepolture di due corpi nella stessa fossa: in un caso, quasi certamente marito e moglie, nell'altro un adulto con un bambino, forse madre e figlio. I corredi erano poveri, spesso costituiti da una sola fibula in ferro o in bronzo e solo raramente, come nella tomba 38, da un paio di armille (bracciali). Tre in tutto, su novantasei, erano le tombe di guerrieri con la loro panoplia costituita da spada, lancia e scudo.
Questa generale austerità e totale semplicità delle inumazioni è la prova evidente di un gruppo ancora legato alle proprie tradizioni che non ha subito alcun tipo di integrazione con la ricca ed evoluta civiltà urbana degli Etruschi. Inoltre, lo scarso numero di guerrieri rispetto al totale delle inumazioni e gli ornamenti delle donne che hanno qualche riscontro in certe comunità alpine fanno pensare ad un gruppo raccogliticcio che non faceva parte della principale corrente migratoria che portò i Celti in Italia all'inizio del IV secolo.
L'area cimiteriale che abbiamo ora descritto aveva per confine un torrente che scorreva a sud e che poi si divideva in una biforcazione poco oltre il limite nordorientale e due fossi rettilinei a nord e a sud. Poco oltre il torrente, a ridosso della sua riva meridionale e al bordo della necropoli, sono stati rinvenuti i resti di una struttura che aveva un basamento in ghiaia e sabbia che doveva in origine essere di forma rettangolare con al centro quattro buchi di pali che sono stati interpretati come le sedi dei sostegni di una sorta di piccolo padiglione, quasi certamente con funzioni di culto e di ritualità legate al vicino cimitero. In seguito il torrente cambiò probabilmente il suo corso lasciando all'asciutto il vecchio alveo e questo mutamento consentì l'allargamento dell'area sacra. (figura 19) Fu tracciato un fossato che dividesse il nuovo spazio dall'area delle tombe e fu eretta una nuova struttura simile alla precedente ma più evoluta, formata da un fossato quadrato che racchiudeva probabilmente una semplice costruzione centrale in legno di cui restano i quattro buchi di palo infissi nel terreno. A pochi metri di distanza, in direzione sudest è stata scavata la struttura più interessante di tutto il complesso: ancora un'area quadrata di circa sei metri di lato, cinta da un fosso con un buco per un palo, vicino al lato nord, che doveva contenere un trave in posizione verticale con funzione di stele o di segnacolo per la sepoltura che era stata ricavata al centro: l'unica di tutta la necropoli che si trovi al di là del fossato e l'unica che contenesse i resti di una ncinerazione.
Il corpo del defunto era stato cremato altrove e poi le ceneri assieme ad oggetti di corredo erano state riposte nella fossa al centro del recinto sacro. Il fuoco del rogo funebre ha ridotto quegli oggetti in frustuli pressoché irriconoscibili, ma un accurato restauro potrà forse permetterci di identificarli almeno in parte. Per ora sembra di poter riconoscere frammenti di armi, di oggetti da ornamento e da gioco. Solo uno degli oggetti di corredo si è mantenuto pressoché intatto: un anello d'argento con castone d'oro che reca impressa ad incavo una figura fantastica, una specie di mostro alato con gambe e faccia umana molto sproporzionata. E evidentemente un attributo di grande prestigio e simbolo di autorità e di potere. L'oggetto, datato agli inizi del III secolo, ci consente anche di confermare la datazione della sepoltura.(figure 20, 21 e 22) Non sapremo mai chi era il personaggio cui la comunità celtica di Casalecchio riservò  l'onore di una sepoltura in un luogo tanto speciale e con un rito, quello della incinerazione, assolutamente distinto. Ma è evidente l'intenzione della comunità di eroizzarlo e di destinarne il ricordo all'area della necropoli che la comunità aveva riservato ad un uso di ritualità pubblica e di celebrazioni religiose. Egli fu probabilmente un capo o un principe la cui morte dovette associarsi a qualche evento che impressionò la comunità.
Il rito della incinerazione è di solito comune fra i Boi, sia nelle loro sedi originarie in Boemia, sia nelle nuove sedi transpadane: è quindi strano che a Casalecchio il rito abituale sia quello della inumazione. In ogni caso è evidente che l'incinerazione riservata al personaggio sepolto nel recinto sacro va intesa come segno di prestigio e di alto onore.
Ci troviamo dunque di fronte ad una comunità che appena giunta d'Oltralpe aveva consacrato un'area lungo le acque di un torrente per deporvi i propri morti ma anche per svilupparvi e celebrarvi in seguito i propri riti comuni. Recinti sacri con caratteristiche analoghe e risalenti al periodo lateniano antico sono stati trovati in vari luoghi della Francia (Luyères, Saint Bénoit, Saligny, Serbonnes) e identificati come santuari.
Non sappiamo che relazione ci fosse fra questa comunità di Casalecchio e Felsina che sorgeva poco distante, una città che Plinio considerava la metropoli degli Etruschi padani (princeps Etruriae). E' un dato di fatto che in questo periodo scompaiono i materiali di importazione nelle necropoli di Felsina, il che è probabilmente spia di importanti mutamenti avvenuti nella struttura del territorio e delle sue relazioni con altre aree e si può pensare che i Celti avessero scelto di insediarsi in zone prossime ma distinte dalle città e in posizioni strategiche di controllo.
La scarsità di sepolture di guerrieri a Casalecchio potrebbe contrastare con questo modello interpretativo ma è probabile che ci troviamo di fronte ad una comunità per diversi aspetti abbastanza atipica.
Può darsi che ulteriori esplorazioni e scoperte in questa zona e nelle campagne circostanti ci porteranno nuovi elementi di giudizio e ci consentiranno di trarre nuove conclusioni. Per ora, comunque, i dati che emergono dall'area cimiteriale celtica di Casalecchio ci parlano di una comunità caratterizzata da una notevole coesione, da importanti momenti collettivi cultuali e celebrativi, radicata in una posizione chiave ma di provenienza nel complesso varia ed eterogenea, il che concorderebbe con i dati fino ad ora in nostro possesso secondo cui i Celti che entrarono in Italia agli inizi del IV secolo provenivano da diverse zone dell'Europa centrale e penetrarono in val Padana forse anche da valichi diversi.
A Bologna la presenza dei Boi è documentata da circa duecento tombe a incinerazione e ad inumazione con corredi assai scarsi, scavate prevalentemente nel secolo scorso, nelle proprietà Benacci e De Luca, risalenti però tutte alla fine del IV secolo. Difficile per ora dire se i Celti delle necropoli felsinee avessero qualche connessione con i gruppi già insediati a Casalecchio agli inizi del secolo o se si tratti di insediamenti diversi e autonomi, ma questa seconda ipotesi sembra essere la più probabile. Il fatto è che dall'abitato di Felsina (come peraltro da quello di Casalecchio) non abbiamo quasi alcun dato, per cui è impossibile determinare quale sia stato l'impatto celtico sulla condizione urbana di Bologna.
Fra queste sepolture se ne individuano alcuni gruppi in cui si trovano tombe maschili contraddistinte da armi tipicamente galliche e altre femminili con suppellettili di bronzo e ceramiche fini che hanno fatto pensare ad una forma di matrimoni misti fra capi celti e "dame» dell'aristocrazia etrusca. Un fenomeno analogo, lo abbiamo già detto, è stato riscontrato nelle necropoli di Monte Bibele presso Monterenzio.
A Marzabotto, come si è in parte detto, gli scavi più recenti fanno pensare ad un abbandono abbastanza repentino nel corso del IV secolo e all'insediamento, intorno agli inizi del III secolo, di gruppi celtici documentato dai corredi funebri di un certo numero di tombe.
Per quanto concerne Monte Bibele, l'indagine archeologica ha rivelato un villaggio di collina fatto di muri a secco che delimitano abitazioni di forma rettangolare e della superficie di 30-40 metri quadri. Questo villaggio fu occupato dagli Etruschi verso la metà del V secolo. In seguito però si nota la presenza, documentata nella necropoli, di guerrieri celti, probabilmente appartenenti ad una aristocrazia militare, che forse riuscirono a farsi accettare in quella comunità e si sposarono con donne del luogo.
Sono scarse p Spina non si notano cambiamenti importanti fino all'ultimo quarto del IV secolo. Non solo: i corredi funebri durante tutto questo periodo dimostrano un flusso ininterrotto di prodotti di lusso (bronzi, ceramiche) dall'Etruria, il che fa pensare che le merci potessero viaggiare attraverso l'Appennino senza rischi apprezzabili nonostante la fine di Marzabotto che si spegne in questo periodo; gli affari e il commercio trovano spesso il modo di utilizzare vie alternative.
Nelle Marche la presenza celtica è documentata da ritrovamenti abbastanza importanti, dove però si assiste alla mescolanza, nei corredi funebri, di elementi celtici ed elementi indigeni. In ogni caso le sepolture celtiche che possiamo attribuire, secondo la testimonianza delle fonti, ai Senoni, sono fra le più antiche tra quelle documentate nel periodo delle invasioni, il che contrasta con quanto afferma Livio (V, 34, 5) secondo il quale i Senoni sarebbero stati gli ultimi a stanziarsi in Italia. E' possibile che egli abbia male interpretato, come di solito si ritiene, un passo di Polibio (II, 17, 7) che descriveva la distribuzione del popolamento celtico in Italia e nominava i Senoni per ultimi.
I materiali in nostro possesso provenienti da abitati sono stati rinvenuti a Pesaro, Cessapalombo e Mondolfo e vengono datati al IV-III secolo e più o meno alla stessa epoca risalgono i corredi più antichi sia delle necropoli che delle tombe sparse sul territorio.
Le necropoli invece sono prevalentemente localizzate a Filottrano, San Ginesio e Moscano di Fabriano. I corredi sono spesso molto ricchi e le tombe di guerrieri sono molto numerose, in certi casi fino al 50 per cento.
Oltre a ciò, la presenza assai frequente nei corredi di elmi metallici, che in Gallia transalpina caratterizzano di solito i capi, fa pensare qui ad un elemento di status che semplicemente contraddistingue il guerriero. Questa elevata percentuale di guerrieri con ricche panoplie è quasi certamente da attribuire alla prossimità del centro siracusano di Ancona che doveva fungere da piazza di reclutamento per i mercenari che militavano al servizio di Dionigi di Siracusa.
Tuttavia, la presenza anche di altri oggetti di provenienza italica fa pensare a razzie o a spedizioni di saccheggio.
L'analisi dei corredi fa riscontrare una serie di contatti con molte zone della Penisola e in particolare del Sud d'Italia: gioielli tarantini, vasellame di bronzo sia tarantino che campano, strigili, il che ci testimonia il forte influsso culturale esercitato sui celti dal mondo etrusco-italico. Lo strigile, che serviva a togliere l'olio e il sudore dell'atleta dopo la gara e prima del bagno, è un elemento culturale di fortissima valenza che ci riporta al concetto eroico del corpo atletico, assolutamente peculiare della civiltà greca, ma che facilmente poteva essere assimilato dai Celti presso i quali esisteva pure l'enfatizzazione della nudità guerriera ed eroica.
Non mancano oggetti provenienti da ambiente etrusco o greco-etrusco (ceramiche, anfore vinarie, un gioco dei dadi) o umbro (giavellotti del tipo pilum). I vasi di produzione greca rinvenuti in certe tombe celtiche di San Ginesio, Filottrano, Moscano di Fabriano, forniscono, oltre al dato  culturale, un importante termine cronologico in quanto sono certamente riferibili alla prima metà del IV secolo. (figura 17) Non pochi corredi femminili presentano caratteristiche che non hanno alcun riscontro con le deposizioni lateniane dello stesso tipo, per cui si è pensato a spose indigene che hanno portato nella tomba i costumi della loro gente e i gioielli della loro terra d'origine. Un aspetto più unico che raro, e per ora non spiegato, di queste deposizioni è la presenza, nel corredo funerario, dello strigile, accessorio maschile per eccellenza, quasi quanto il rasoio.
Da un punto di vista stilistico i corredi risentono di fortissimi influssi italici sicché l'elemento lateniano di distinzione resta quasi sempre solo la spada, anche se in taluni casi assistiamo al fenomeno opposto di guerrieri piceni o umbri che hanno adottato lo stesso tipo di arma.
Fra le testimonianze archeologiche riconducibili ai primi stanziamenti dei Celti nelle loro sedi storiche italiane del IV secolo possiamo ricordare una serie di ritrovamenti in altre parti dell'Italia settentrionale. Si tratta soprattutto di fibule, oggetti che per la loro caratteristica di produzione in serie sono più facilmente riferibili ad una determinata matrice. La più antica (di fine V secolo o inizio IV) viene dalla necropoli di Marzabotto. Altre fibule sicuramente lateniane ma purtroppo prive di contesto archeologico provengono dalla necropoli del podere Arnoaldi a Bologna, mentre altre non dissimili sono state rinvenute a Marzabotto, Verucchio e nelle vicinanze di Modena.
In area transpadana, a Vhò di Piadena, è stata rinvenuta la sepoltura di un guerriero con panoplia celtica e con fibule analoghe a quelle prima citate, riferibili alla prima metà del IV secolo. (figura 23) L'aspetto più interessante di questi manufatti è che sono riscontrabili con tipologie identiche in necropoli della Champagne e contraddistinguono un periodo di profondi cambiamenti in cui si riconosce l'abbandono di vaste aree, prima densamente abitate, da parte delle loro popolazioni. Questo forte calo demografico si può mettere in relazione a massicci spostamenti verso l'Italia, tanto più che è proprio questa regione a far registrare, nel corso del secolo precedente, intensi scambi commerciali con la Penisola italiana, un fenomeno che, in fin dei conti, non fa che confermare, in modo più completo e soddisfacente, la testimonianza delle fonti secondo cui i Galli scelsero l'Italia perché affascinati dai suoi prodotti. D'altra parte, a ben vedere, anche le società moderne, che devono fronteggiare massicci flussi migratori da aree meno sviluppate, subiscono semplicemente l'onda di riflusso dell'impatto della loro immagine di società opulente e raffinate diffusa in tutto il pianeta dai ben più potenti mezzi delle comunicazioni audiovisive.
Le popolazioni celtiche che si installarono in Italia non troncarono tutti i rapporti con la loro terra di origine. Al contrario: nella Champagne si assiste al diffondersi di oggetti di lusso di influsso etrusco-italico che in quelle aree non hanno precedenti e anche in Boemia, terra d'origine dei Boi (Boiohaemum), si diffonde una tendenza artistica molto originale di cui vengono individuate le radici in ambiente italico. La Svizzera poi, che si trova a mezza via fra i tre poli (Cisalpina, Champagne, Boemia) di questo flusso culturale e commerciale, svolgendo probabilmente anche funzione di tramite fra Celti cisalpini e Celti transalpini, presenta ricchissimi corredi stilisticamente e tipologicamente in stretta relazione fra le due aree del commercio celtico.
Per contro, le popolazioni insediate in Italia, se da un lato mantengono le connotazioni tipiche della loro etnia e della loro cultura, dall'altro si evolvono in fretta a contatto con la sofisticata civiltà urbana etrusco- italica.
I Boi conservano, nel primo periodo del loro stanziamento in Italia, il rito funebre della incinerazione cui erano già dediti, nel corso del V secolo, nelle loro sedi originarie in Boemia. Ma non si tratta di una norma rigida: come abbiamo visto, nella necropoli di Casalecchio, solo la tomba del personaggio eroizzato è ad incinerazione, mentre tutte le altre sono a semplice inumazione.
I Senoni invece, ben presto arricchiti dalla loro attività di mercenari, adottano costumi italici nella raffinatezza delle armi, nell'uso di pregiati servizi da mensa e di oggetti di cultura fisica come lo strigile che implica l'uso cosmetico dell'olio d'oliva. Se pensiamo all'orrido ritratto (pur depurato delle esagerazioni retoriche) delle fonti sull'invasione gallica e lo confrontiamo con la raffinatezza di questi corredi senonici appartenenti ai figli o al massimo ai nipoti dei guerrieri che diedero la scalata al Campidoglio, possiamo toccare con mano la potenza e la rapidità del processo di integrazione culturale che coinvolse queste popolazioni una volta insediate sulle terre italiane.
Un discorso a parte meritano i Cenomani, popolo transalpino che si installò nel territorio compreso fra l'Adda, il Mincio e il Po, in una zona già urbanizzata e notevolmente permeata dalla cultura etrusca, che aveva importanti caposaldi in Mantova e al Forcello di Bagnolo San Vito.
L'impatto dell'intrusione cenomane sembra essere stato piuttosto violento ma non tale, probabilmente, da sconvolgere totalmente il sistema preesistente. In ogni caso non sembra che si sia sviluppato, almeno per i primi tempi, un sistema di contatti e di reciproche influenze come accadde per i Boi in Emilia e per i Senoni nelle Marche.
C'è chi ne ha ipotizzato l'origine dalla Gallia occidentale dove abitava una tribù, frazione degli Aulerci, che aveva lo stesso nome, ma finora non s'è trovata alcuna connessione sul piano archeologico e culturale.
Le sepolture cenomani a inumazione, di IV e III secolo fino ad ora esplorate, ci restituiscono l'immagine di un popolo che vive ai margini delle aree urbanizzate e che conserva una sua facies culturale rigorosamente lateniana, senza influssi dall'ambiente italico. Nella necropoli di Carzaghetto che venne utilizzata a partire dal III secolo per intere generazioni si può constatare, ad esempio, nei corredi femminili, l'immutabile persistere dello stesso identico corredo: il torques ed un'armilla, invariabilmente portata al braccio sinistro.
Per quanto riguarda la cronologia dell'invasione celtica, sia i dati archeologici che le testimonianze delle fonti ci riconducono quindi al primo decennio del IV secolo, probabilmente intorno al 390 anche se una datazione precisa non può essere definitivamente stabilita.
 
La presa di Roma.
 
Di questo episodio, uno dei più traumatici della storia millenaria di Roma (restò negli annali con il nome di clades gallica, catastrofe gallica), ci restano testimonianza in un passo di Polibio (II, 18, 2) e diffuse relazioni in Livio (V, 35-55), Diodoro Siculo (XIV, 113-117) e in Plutarco (Camillo, 15, 32). Tuttavia, la possibilità per noi di recuperare con precisione gli avvenimenti di quei giorni è abbastanza limitata: non abbiamo fonti alternative, non abbiamo testimonianze archeologiche significative e non abbiamo nemmeno le fonti più antiche (gli annali e gli storici come Fabio Pittore che agli annali si riferivano) andate perdute.
La laconica relazione di Polibio, che abbiamo prima citato, dice solo che i Romani assieme ai loro alleati furono sconfitti in battaglia e che tre giorni dopo fu presa anche la città ad eccezione del Campidoglio. Che però i Galli dopo sette mesi furono costretti a ritirarsi, dopo aver stipulato un accordo con i Romani, perché il loro territorio era stato invaso dai Veneti. E' indubbiamente una relazione molto stringata ma che contiene, comunque, notizie preziose ed alternative, come vedremo fra poco. Livio, invece, si dilunga anche a riferire un antefatto: nel 391 (secondo la datazione tradizionale) gli abitanti di Chiusi, ben conoscendo la sorte che era toccata agli Etruschi in val Padana, chiesero con un'ambasceria aiuto ai Romani contro i Galli ma ottennero un rifiuto. I Romani però mandarono a loro volta un'ambasceria presso i Galli che erano accampati nei dintorni di Chiusi per dissuaderli dall'attaccare Roma. I Galli risposero che non avevano mai sentito parlare di Roma ma che se gli abitanti di Chiusi avevano chiesto il loro aiuto, doveva trattarsi di un popolo potente, più ricco anche di quello di Chiusi. In ogni caso se i Chiusini avessero consegnato loro una parte delle loro terre, si sarebbero astenuti da ulteriori azioni. I Romani reagirono indignati chiedendo con quale diritto i Galli se ne stessero in Etruria e reclamassero le terre degli altri, ma quelli risposero che lo facevano per il diritto del più forte e chiesero anzi agli ambasciatori romani, guidati da un tale Fabio Ambusto, di stare a guardare la battaglia che sarebbe di lì a poco divampata per rendersi conto di quanto essi fossero superiori a chiunque altro in combattimento.
Si venne a battaglia ma i legati romani, violando il diritto delle genti (noi diremmo il "diritto internazionale»), si gettarono nella mischia combattendo dalla parte degli Etruschi e uno di loro, Quinto Fabio, uccise di sua mano addirittura il duce nemico. Fu però riconosciuto e i Galli abbandonarono la battaglia contro gli Etruschi di Chiusi per rivolgersi contro Roma. I guerrieri volevano che si marciasse immediatamente contro Roma, ma gli anziani suggerirono invece di inviare un'ambasceria per chiedere la consegna dei colpevoli. A Roma la richiesta fu sottoposta al giudizio del popolo che non solo decise di non consegnare i tre ambasciatori che si erano trasformati sul campo in belligeranti, ma, anzi, li elesse tribuni militari per l'anno successivo.
Era la guerra.
Livio sospende per un momento la narrazione riflettendo sull'ineluttabilità del destino: tante volte, contro nemici ben più domestici, i Romani avevano fatto ricorso alla nomina di un dittatore: ora, in presenza di un nemico sconosciuto e tremendo che giungeva da plaghe lontane, dalle rive stesse dell'Oceano (come dire da in capo al mondo), non sentirono nemmeno il bisogno di unificare il comando agli ordini di un dittatore, né di fare leve speciali per irrobustire i ranghi dell'esercito, a capo del quale avevano messo proprio quelli che con la loro imprudenza e avventatezza avevano creato il casus belli.
Furenti per essere stati trattati in quel modo, gli ambasciatori galli tornarono indietro a riferire e l'invasione ebbe inizio.
I Romani si schierarono alla confluenza fra il Tevere e l'Allia, un affluente di sinistra del Tevere che è stato identificato dagli studiosi con il Fosso della Bettina a poca distanza dalla via Salaria, ma al loro arrivo dovettero rendersi conto che i luoghi circostanti (e più favorevoli) erano già stati occupati dai nemici.
La descrizione della battaglia che segue è abbastanza stupefacente per la ricchezza dei particolari e per la precisione delle osservazioni tattiche - e per questo poco attendibile. Sembra infatti difficile credere che a quasi quattro secoli di distanza si fossero conservate testimonianze tanto precise di un'epoca che, per i Romani, era al confine con l'epica e la leggenda, più che con la storia.
Stando comunque alla descrizione di Livio, i comandanti romani, dopo una serie di impressionanti negligenze sia sul piano tattico (non avevano predisposto un campo in cui eventualmente trincerarsi), sia sul piano religioso (avevano omesso sia i sacrifici propiziatori, sia gli auspici), avevano disposto un reparto di truppe ausiliarie su di una piccola altura sulla loro destra e avevano poi allungato al massimo le proprie linee di combattimento per pareggiare lo schieramento di gran lunga preponderante dei Galli, tanto che il centro era molto indebolito.
Il duce nemico, di nome Brenno, pensava che il grosso delle forze non fosse ancora arrivato e che gli ausiliari sulla collina servissero solo a mascherare l'attacco dei reparti di rincalzo che avrebbero potuto piombargli addosso dal fianco quando lui fosse impegnato nell'attacco frontale contro le legioni.
Decise quindi di attaccare proprio al centro. I reparti ausiliari furono gli unici a opporre una certa resistenza, il resto dell'esercito romano, al solo udire l'agghiacciante grido di guerra dei Galli, si sciolse come neve al sole. Gli uomini non misero nemmeno mano alle armi, non ci furono morti né feriti in battaglia. Le perdite furono causate dalla calca e dal panico della fuga, non dalle armi dei nemici.
Alcuni tra i fuggiaschi cercarono di passare il Tevere a nuoto e molti affogarono trascinati in basso dal peso delle armi e delle corazze, altri riuscirono a trovare scampo a Veio, che pure era una città nemica. Gli altri, quelli dell'ala destra, fuggirono verso Roma e cercarono rifugio direttamente sulla rocca del Campidoglio senza nemmeno preoccuparsi di chiudere le porte della città, senza pensare alla sorte delle mogli e dei figli.
La descrizione liviana è impressionante, soprattutto per il modo spietato con cui descrive la viltà e la codardia dell'esercito romano che non tenta nemmeno di opporre la minima resistenza. Solo dieci anni prima, i Greci di Selinunte si erano fatti massacrare difendendo fino all'ultima goccia di sangue, casa per casa, le loro donne e i loro bambini contro i mercenari celti e balearici dell'esercito cartaginese.
Non è però senza sospetto che possiamo accettare questa descrizione. In primo luogo, come abbiamo detto, la ricchezza dei particolari pare eccessiva in una relazione che parla di fatti accaduti da quattro secoli, in un'epoca in cui non venivano tenuti che resoconti estremamente succinti degli avvenimenti dell'anno, specie poi se si trattava di sconfitte anziché di vittorie.
Basti per tutti il particolare dell'accenno al campo trincerato, una struttura militare che divenne tipica dell'esercito romano soltanto a partire dal III secolo e non dagli inizi del IV. Una testimonianza di Frontino (Strat., IV, 14) infatti dice che i Romani si ispirarono per i loro accampamenti al campo di Pirro alla battaglia dei Campi Arusii (275).
Lo stesso dica da parte dei Romani, di una riserva alle spalle degli ausiliari che presidiavano la collina sull'ala destra. Ai tempi in cui fu disputata la battaglia, l'esercito romano aveva una struttura di tipo falangitico in cui l'impiego di una riserva era assai improbabile.
In realtà l'intero resoconto appare confezionato da Livio che preferisce accreditare l'idea di un esercito dissolto da una forma di panico quasi soprannaturale, ma non sconfitto in un reale scontro fisico. E' probabilmente in questo modo che le antiche fonti epiche cui Livio attinge creavano la premessa per una riscossa: la maggior parte degli uomini atti alle armi si sarebbero salvati per poi tornare sotto le insegne dell'eroe Camillo, salvatore della patria a cacciare i Galli dal Campidoglio.
E' anche evidente l'impronta sacerdotale e aristocratica delle fonti liviane: è forte infatti il rilievo dato alla violazione del diritto delle genti e alla inosservanza del cerimoniale che prevede l'offerta di un sacrificio propiziatorio e la presa degli auspici prima della battaglia.
Inoltre la responsabilità della sconfitta è anche attribuita alle pressioni della plebe, che non solo si rifiuta di condannare i Fabii violatori del diritto delle genti e responsabili del casus belli, ma addirittura li eleggono tribuni militari e comandanti in capo.
Noi sappiamo bene che i Fabii a Roma erano una stirpe di eroi nazionali, predecessori di quel Fabio Massimo che un giorno avrebbe interrotto la  serie dei successi di Annibale obbligandolo sulla difensiva, e può sembrare strano che ad essi si addossi la responsabilità della tremenda sconfitta.
La cosa si può forse spiegare, come alcuni studiosi hanno fatto notare, con una fonte annalistica avversa ai Fabii che da un lato li accredita come valorosi combattenti, dall'altro come condottieri imprudenti e inaffidabili. Non è forse un caso che l'annalistica, confluita forse in Plutarco (Camillo, 15-19), facesse ricorrere sia la sconfitta dei Fabii al Cremera contro gli Etruschi, sia la sconfitta dell'Allia contro i Galli nello stesso giorno, ossia il solstizio d'estate con la luna nuova.
Le fonti alternative a Livio (a parte Polibio su cui torneremo) offrono alcune varianti non prive di interesse. Plutarco (Camillo, cit.), a differenza di Livio, ammette che un combattimento ebbe effettivamente luogo. Respinti, i Romani si diedero alla fuga verso i colli. Non c'è traccia, in Plutarco, del campo degli ausiliari sul luogo sopraelevato all'ala destra dello schieramento.
Diodoro (XIV, 113-117) dice che i Romani erano andati a Chiusi per vedere cosa stava succedendo e vi avevano trovato 30.000 Galli che combattevano contro la città. Gli ambasciatori romani prendevano poi parte al conflitto dalla parte degli Etruschi provocando le proteste dei Galli che inviavano un'ambasceria al Senato per chiedere la consegna dei colpevoli. Il Senato, dopo aver tentato invano di convincere i Galli ad accettare del denaro, si accingeva ad accondiscendere alla loro richiesta ma il popolo si opponeva, sobillato dal padre di uno dei Fabii che avrebbe dovuto essere consegnato.
La battaglia, secondo la testimonianza di Diodoro, avvenne l'anno successivo tra 70.000 Galli e 24.000 Romani all'undicesimo miglio da Roma (80 stadi) ma sulla riva destra del Tevere che avevano attraversato (per tutte le altre fonti è, più verosimilmente, sulla riva sinistra). La versione di Diodoro ammette un combattimento durante il quale l'ala sinistra romana, attestata su un colle, è messa in rotta dai Galli e, fuggendo, travolge anche il grosso delle truppe romane sconvolgendone i ranghi ed esponendole così al massacro. Quelli dell'ala destra cercano scampo verso il Tevere ma muoiono in gran numero. I superstiti riescono a raggiungere Roma. Gli altri (quelli dell'ala sinistra) si rifugiano a Veio e lì riattano le fortificazioni della città già smantellate da Camillo.
La relazione di Diodoro è completamente invertita, da un punto di vista topografico, rispetto a quella di Livio e delle altre fonti, o per un fraintendimento dell'autore o per una errata lettura delle sue stesse fonti. E' comunque evidente che essendo la battaglia avvenuta alla confluenza dell'Allia, essa deve aver avuto luogo sulla riva sinistra e non sulla riva destra del fiume. Se poi nelle relazioni a noi pervenute si conserva parte della verità di ciò che realmente accadde, si può pensare ad una successione degli eventi di questo genere: i Galli, visto che l'ala destra romana aveva preso posizione su di una altura, pensarono effettivamente che volessero presidiare una posizione eminente o che addirittura mascherassero uno schieramento ben più massiccio ma non ancora visibile che avrebbe potuto seriamente minacciarli quando fossero scesi nell'area pianeggiante a impegnare frontalmente le legioni. Pensarono quindi di prevenire una simile evenienza e si scagliarono contro la posizione sloggiandone gli occupanti che si diedero alla fuga verso Roma.
Dopo di che, visto che non c'era traccia di altre truppe si gettarono verso la piana schiacciando il resto dello schieramento romano contro la riva del Tevere. Lì probabilmente la maggior parte dei reparti romani venne annientata. Qualcuno, a battaglia perduta, cercò scampo sull'altra riva e chi vi riuscì si rifugiò fra le rovine di Veio.
Il racconto liviano prosegue con tono altamente drammatico descrivendo i Galli che si aggirano intorno alle mura deserte di Roma facendo risuonare la campagna dei loro selvaggi ululati e quasi non osano avvicinarsi fiutando un tranello. Alla fine, atteso il sorgere del sole, entrano nella città deserta: i giovani, superstiti della battaglia dell'Allia, con le donne e i figli sono arroccati sul Campidoglio, le vergini vestali e il flamine quirinale si dirigono a Cere con gli arredi sacri che hanno potuto portare con sé.
La plebe si disperde nelle città vicine e nelle campagne.
Restano in città gli anziani senatori che non possono portare le armi, ma che non vogliono nemmeno essere di peso ai combattenti che già hanno penuria di cibo. Quando i Galli entrano nel Foro essi siedono nei vestiboli delle loro case, immobili, impugnando gli scettri di avorio, simili più a dei numi che a degli uomini. Uno dei Galli, incuriosito, si avvicina ad uno di essi, Papirio Carbone, e gli tocca la barba quasi per sincerarsi che sia un uomo e non una statua. Questi gli dà in testa lo scettro suscitando la collera del Gallo che lo uccide e dà così inizio al massacro.
Dall'alto del Campidoglio i superstiti assistono impotenti alla strage dei loro anziani e al saccheggio e alla distruzione della città.
Fu questo certamente un evento catastrofico: l'esercito romano dovette essere travolto in campo aperto e subire perdite gravissime. Di questo disastro si conservò l'eco nelle pagine di diversi storici greci del IV secolo: Filisto, Eraclide, Pontico, Teopompo e perfino Aristotele. Il resto della storia è quasi certamente frutto del tentativo delle fonti annalistiche di edulcorare la vergogna della disastrosa sconfitta. Tale versione, su cui sono praticamente concordi sia Livio che Diodoro e Plutarco, narra che i senatori superstiti chiesero aiuto a Furio Camillo che si trovava, con parte dei soldati scampati all'Allia, presso la città rutula di Ardea, ma questi mandò a dire tramite un messaggero di nome Ponzio Cominio che voleva un'investitura ufficiale come dittatore prima di muoversi. Frattanto i Galli, seguendo le tracce di Cominio, avevano tentato di dare la scalata al Campidoglio ma le oche sacre a Giunone, uditi dei rumori sospetti, avevano cominciato a schiamazzare svegliando così i difensori che respinsero l'attacco.
La resistenza però era ormai allo stremo e il comandante romano Marco Manlio si era rassegnato a trattare con i Galli. In cambio di una certa quantità d'oro questi si sarebbero ritirati dalla città. Furono portate le bilance ma i Romani, accortisi che erano truccate, protestarono. Il duce gallico allora scagliò sul piatto la propria spada facendolo ancora di più pendere dalla propria parte gridando "Vae victis!» ("Guai ai vinti!»), ma proprio in quel momento irruppe Camillo con i suoi lanciando un altro grido: "Non con l'oro ma con il ferro si riscatta la patria!». I Galli furono respinti e inseguiti e nei pressi di Pesaro fu loro ritolto anche il bottino.
L'intera vicenda ha il tono e le caratteristiche di una storiella edificante con tanto di frasi famose e di interventi miracolosi dell'ultimo momento, ma la verità è probabilmente nella stringata notizia di Polibio secondo cui i Galli se ne tornarono indietro perché furono pagati per farlo, perché erano senza viveri e inoltre il loro territorio era stato invaso dai Veneti.
Tutti gli studiosi sono concordi nell'ammettere che la vittoria di Camillo fu probabilmente inventata tanto più che, con ogni probabilità, il Cammillo "storico» doveva essere morto già da due anni secondo la ricostruzione cronologica alternativa di cui si è detto all'inizio di questo capitolo; più difficile è stabilire quale sia stato effettivamente l'impatto del sacco della città sulla sua storia successiva.
Livio, per esempio, dice (VI, 1) che gli Annales Maximi e anche molti altri documenti storici, custoditi negli archivi pubblici e in quelli privati delle famiglie nobili, andarono distrutti nell'incendio. Per quanto riguarda l'aspetto archeologico gli studiosi sono divisi: secondo alcuni ci sarebbero le prove che la Regia ossia la residenza del Pontefice Massimo dove erano custoditi gli Annales, fu ricostruita dopo il 390. Altri però, o non condividono questa affermazione o pensano che in ogni caso dalle testimonianze archeologiche non si possa in alcun modo stabilire se gli Annales Maximi andarono effettivamente distrutti.
E' un dato di fatto che non poche fonti arcaiche sembrano conservare il ricordo della presa del Campidoglio.
Ennio (framm., 251-2 Warmington) afferma: "Quella notte i Galli attaccarono di nascosto le più alte mura della cittadella e fecero improvvisa strage dei difensori».
Silio Italico (Pun., 1, 625) menziona le armi "portate in processione da Camillo al suo ritorno, quando i Galli furono scacciati dalla cittadella».
Ricorda inoltre (4,, 150) che "lo stesso Crixio, orgoglioso per i suoi antenati, si proclamava discendente di Brenno e annoverava fra i suoi vanti quello della presa del Campidoglio».
In ogni caso giova ancora una volta ricordare che Polibio, fonte per noi di grande autorevolezza, ignora completamente la storia di Camillo che pure doveva avere ampiamente udito durante la sua permanenza a Roma nel corso del II secolo.
I Galli comunque se ne tornarono a nord mentre alcuni fra loro si diressero a sud per mettersi al servizio delle città greche dell'Italia meridionale.
La critica moderna ha creduto anche di riconoscere, nelle relazioni degli storici che abbiamo considerato, dei prestiti dalla storiografia greca: il nome del duce gallico, Brenno, sarebbe stato preso da quello che condusse l'invasione della Grecia arrivando fino a Delfi nel 279 a.C.; l'incendio di Roma, la presa del Campidoglio, l'uccisione dei senatori avrebbero invece come modello l'incendio e il sacco di Atene del 480 a.C. così come è narrato in Erodoto (VIII, 51-53). Sono osservazioni forse condivisibili sul piano retorico ma ciò non toglie nulla, a nostro avviso, alla storicità della catastrofe gallica anche se, come abbiamo già detto, i particolari della narrazione sono il frutto di elaborazioni tarde.
La conseguenza più vistosa di questo evento nell'immediato fu la costruzione di una nuova cinta di mura in tufo (quelle che noi chiamiamo erroneamente "Serviane») larghe tre metri e mezzo e alte circa sette. Sul piano politico e ideologico fu la demonizzazione dell'avversario celtico identificato come la forza più selvaggia e minacciosa che potesse opporsi a Roma. I Galli divennero da quel momento il nemico più pericoloso in assoluto con il quale c'era un conto in sospeso che prima o poi avrebbe dovuto essere saldato. (figure 24 e 25) Le tracce archeologiche dell'invasione celtica del IV secolo si possono considerare importanti ma nel complesso ancora limitate e quelle che in qualche modo potrebbero essere riferite alla spedizione contro Roma, quasi trascurabili. Si può segnalare una fibula con l'arco a forma di anatrella dal santuario di Nemi e un fodero e una spada dall'antica Capena. (figura 27) Per quanto riguarda la datazione della presa di Roma possiamo ricordare la notizia di Plutarco (Camillo, XIX, 1) secondo cui il fatto avvenne al solstizio d'estate e con luna piena. E' una notizia che ha buone probabilità di essere fede degna perché fa pensare ad un'origine sacerdotale. I calcoli astronomici, in questo caso, ci porterebbero al luglio del 390, ma esiste una datazione alternativa - di cui si è già detto - che colloca l'evento nel 388.
 
Dionigi di Siracusa e i Galli nel Sud d'Italia.
 
Nel momento in cui cerchiamo di ricostruire le vicende della penetrazione celtica in Italia all'inizio del IV secolo non possiamo tralasciare un evento di grande importanza (cui abbiamo già in parte accennato), che da un lato è testimoniato dalle fonti, e dall'altro è, per così dire, nella logica delle cose anche se, per ora, non abbiamo testimonianze archeologiche specifiche che ne diano prova inconfutabile: i rapporti politici e militari fra Dionigi I, tiranno di Siracusa, e i Galli stanziati in Italia.
Sappiamo che nell'ambito dello scontro durissimo in atto in Sicilia verso la fine del V secolo fra i Greci e i Cartaginesi che si contendevano il controllo dell'isola, emerse, in un momento di grande pericolo, la figura di Dionigi, prima giovane ufficiale dell'esercito siracusano e poi, via via, leader indiscusso della grande città siceliota e infine tiranno che esercitò un potere personale e una politica egemonica non solo nell'isola, ma anche in tutta la Magna Grecia e in area adriatica.
Sotto di lui Siracusa divenne una vera e propria superpotenza, si dotò di un formidabile sistema di fortificazioni (la cinta muraria e il castello Eurialo), di una flotta possente e di un esercito numeroso e ben armato per sostenere una politica egemonica che mirava, nella sostanza, a creare un impero greco in Occidente da contrapporre alle altre grandi potenze del Mediterraneo occidentale, gli Etruschi e i Cartaginesi.
Nell'ambito di questa politica Dionigi I pose mano, agli inizi del IV secolo, ad una massiccia penetrazione commerciale e coloniaria in area adriatica fondando, fra il 388 e il 383, una serie di insediamenti che fossero di supporto alla sua strategia: a Lisso sulla costa dell'Albania, a Issa in un'isola della Dalmazia (Lissa), a Adria presso la foce del Po, ad Ancona presso il monte Conero e inoltre in Puglia dove però le due località che ospitarono la fondazione restano per il momento sconosciute ma che dovevano probabilmente trovarsi nel Salento. E' subito evidente che tutte le colonie dell'Italia centro-settentrionale interessano molto da vicino le aree in cui andavano insediandosi i Galli e che le fondazioni coloniarie di Dionigi sono praticamente contemporanee alla spedizione dei Galli Senoni contro Roma.
Dionigi però non entrò in conflitto con i nuovi venuti, anzi, stabilì con essi ottimi rapporti, e stando alla testimonianza delle fonti, ne arruolò un certo numero come mercenari che poi, probabilmente, stanziò sulle coste  della Puglia per proteggere i suoi insediamenti e per il controllo della sponda occidentale del canale d'Otranto.
Una testimonianza di Pompeo Trogo, uno storico latino abitualmente considerato degno di fede, parla addirittura di un'ambasceria dei Galli presso Dionigi I intento all'assedio di Reggio:
Mentre Dionigi conduceva questa guerra si recarono da lui per chiedere alleanza e amicizia gli ambasciatori dei Galli che alcuni mesi prima avevano incendiato Roma. Essi sostenevano che la loro gente si trovava in mezzo ai nemici di Dionigi e che gli sarebbe stata di grande giovamento, sia quando egli avesse combattuto in campo aperto, sia assalendo alle spalle i nemici impegnati in battaglia. Questa ambasceria riuscì gradita a Dionigi: così, stabilita l'alleanza e rafforzato, riprese come da capo la
Il passo dello storico latino è di grande interesse perché riporta notizie senz'altro verosimili. I Galli erano molto probabilmente attratti dalla possibilità di servire come mercenari ad uno stato ricco e potente come Siracusa e ad un signore ambizioso come Dionigi. Ha inoltre senso l'espressione: "Essi sostenevano che la loro gente si trovava in mezzo ai nemici di Dionigi», se identifichiamo, come è logico, questi nemici con gli Etruschi che erano insediati sia in val Padana sia in Italia centrale, aree ambedue interessate dall'invasione celtica. E' noto infatti che Dionigi conduceva una strategia decisamente aggressiva nei confronti degli Etruschi ai quali contendeva l'egemonia nel Tirreno. L'episodio più clamoroso di questo contrasto avvenne nel 384 quando effettuò uno sbarco improvviso in Etruria e attaccò il santuario di Pirgi portando via un tesoro di 500 talenti.
Diodoro Siculo (XV, 13-14) è meno esplicito al riguardo e dice solo che Dionigi arruolò mercenari di tutte le stirpi, il che comunque non esclude i Celti.
In ogni caso è significativo dell'intesa celto-siracusana lo svilupparsi di una mitologia quasi certamente elaborata alla corte di Dionigi, in cui i Celti vengono ancorati al Mezzogiorno d'Italia. E' il caso della tradizione, attestata dalle fonti, secondo cui il capostipite dei Galli, l'eroe Galata, era figlio del ciclope Polifemo e della ninfa Galatea. In età più recenti, lo storico greco Appiano, che recepisce questa versione mitica, si spinge anche oltre riferendo che dall'unione di Polifemo e Galatea sarebbero nati anche altri due figli, Keltos e Illyrios, evidentemente identificabili come antenati o capostipiti dei Celti e degli Illiri, due popolazioni con le quali Dionigi aveva stretto rapporti di alleanza. Per quanto riguarda gli Illiri infatti narra Diodoro Siculo (XV, 14):
Perciò concluse un'alleanza con gli Illiri tramite Alceta di Epiro ... Siccome gli Illiri erano in guerra, mandò in loro aiuto duemila soldati e cinquecento armature greche...
I Celti e gli Illiri, quindi, come due teste di ponte al di qua e al di là del canale d'Otranto diventano strumenti delle mire espansionistiche di Dionigi in Adriatico e per questo i due popoli "barbari» sono insigniti di una genealogia mitologica ellenica e sostanzialmente inclusi in un ambito culturale di matrice greca.
Di questa operazione troviamo traccia anche in Stefano Bizantino che in questo passo si rifà sostanzialmente a Filisto, storico siracusano ed amico personale di Dionigi:
Galeatai, etnia della Sicilia ... da Galeote figlio di Apelle e di Temistò, figlia di Zabio re degli Iperborei ... Si racconta che Galeote e (suo fratello Telmesso) vennero dal paese degli Iperborei. Il dio di Dodona vaticinò loro di navigare l'uno verso l'Oriente, l'altro verso l'Occidente e di innalzare un altare là dove un'aquila avrebbe rubato, mentre sacrificavano, le ossa delle vittime. Galeote giunse così in Sicilia e Telmesso in Caria...
Evidentemente, una tradizione diffusa che identificava i Celti con i mitici Iperborei, popolo che viveva sulle sponde dell'Oceano settentrionale, era stata recuperata in ambiente siracusano come variante che comunque consentiva di ancorare i Celti alla Sicilia, una terra che Dionigi considerava esclusivo campo di espansione dei Greci d'Occidente. Di questa identificazione si conservava traccia nelle pagine di Eraclide Pontico, un autore greco che scrive pochi decenni dopo la presa di Roma per opera dei Galli e dice che l'Urbe cadde ad opera di un esercito giunto dal paese degli Iperborei (framm., 102 Warmington).
Affermazione questa che in fondo riecheggia nelle pagine di Livio citate in precedenza che parla di un popolo che giungeva "fin dalle sponde dell'Oceano».
Ma c'è dell'altro: recenti indagini sulle fonti hanno recuperato un filone mitologico di grande interesse, secondo il quale l'eroe greco Ercole, di ritorno dalla sua impresa contro Gerione, avrebbe avuto rapporti amorosi con due fanciulle, una iperborea che gli avrebbe generato Latinos, progenitore della stirpe dei Latini, l'altra, di nome Keltine, gli avrebbe generato Keltòs, progenitore dei Celti.
La testimonianza ci viene da un frammento di Timagene (FGrHist 88 F 2) citato da Ammiano Marcellino (15, 9, 6) ed è riconfermata da Dionigi di Alicarnasso.
La testimonianza è di straordinario interesse perché ci riconduce all'ambito propagandistico siracusano e ci documenta una volta di più l'interesse dell'entourage di Dionigi I per i Galli. Qui addirittura  vediamo che la fanciulla iperborea non meglio identificata, ma comunque da considerare come appartenente al misterioso popolo che i Greci originariamente identificarono come Celti, ha generato a Ercole il progenitore dei Latini, Latinos. In questo modo l'incursione celtica nel Lazio viene ad essere non solo spiegata ma giustificata in quanto i Celti, in virtù del mito, vengono connessi, per parentela semidivina, agli originari abitatori del Lazio.
Lo stesso si può dire per la Puglia dove s'è visto che Dionigi aveva stanziato contingenti di Galli sul canale d'Otranto: un frammento di Siculo Flacco (p. 100 T.) dice: "Accidit autem (ut) insessarum (earum) gentium populi saepe muta(re)nt sedem in Italia(m) et in provinciis, ut Fryges in Latio, ut Diomedes cum Gallis in Apulia» ("Accadde poi che spesso i popoli di quelle nazioni insediate mutassero sede in Italia e nelle province, come i Frigi [cioè i Troiani] nel Lazio, come Diomede con i Galli in Puglia»).
Ecco quindi che anche per i Galli stanziati in Puglia la propaganda siracusana inventa un precedente di una migrazione mitica in quella regione al seguito di un eroe greco, Diomede, che, come Ercole, fa da battistrada e in un certo senso da "garante» dell'insediamento di un popolo barbaro.
Ma chi erano i Galli con cui trattava Dionigi? Con ogni probabilità i Senoni, e Ancona, colonia siracusana contigua al territorio senonico, doveva essere la piazza principale di arruolamento. Di qua dovettero venire anche quei Keltoi che assieme ad altri mercenari iberici inviati da Dionigi in soccorso della lega Peloponnesiaca combatterono sull'Istmo di Corinto nel 369 contro le forze tebane (Senofonte, Hell., VII, 1,, 1; 2;14).
Un certo riscontro archeologico di quanto abbiamo ora ricordato sembra infatti si possa riconoscere nelle necropoli senoniche che, come abbiamo già detto, per una buona metà sono da riferirsi a dei guerrieri arruolati probabilmente sulla piazza di Ancona.
Abbiamo visto che testimonianze letterarie e dati archeologici coincidono sostanzialmente nel tracciare il quadro storico che vide, nel corso della prima metà del IV secolo, numerosi gruppi celtici formati da diverse tribù insediarsi stabilmente in Italia. Si trattò di uno spostamento imponente che dovette esser di coloni che ad un'orda di invasori, anche se tali dovettero apparire ai popoli stabilmente stanziali e urbanizzati che vivevano nella valle del Po e lungo l'Appennino.
Molto probabilmente la spedizione poteva contare sulla collaborazione e forse addirittura sull'appoggio delle genti celtiche già stanziate in Italia che forse temevano un'ulteriore espansione etrusca o comunque potevano essere interessate a diffondere l'egemonia di genti a loro affini in regioni più vaste della Penisola. L'accordo e la collaborazione dovettero essere facilitati dalla comunanza della lingua e dalla affinità di usi, costumi e credenze religiose.
Anche le popolazioni montane che si sarebbero trovate sul cammino degli invasori dovettero essere coinvolte in qualche modo nel disegno migratorio, così da poter contare sulla loro neutralità militare e sulla disponibilità a fornire o a vendere viveri e foraggio. E' così che meglio si può spiegare l'assenza di un orizzonte di distruzioni sulla linea dei valichi alpini.
Non bisogna tuttavia mai dimenticare che l'assenza di una prova archeologica può anche solo essere provvisoria, dovuta cioè alla mancanza di una esplorazione più completa e capillare.
La prima reazione delle genti italiche all'invasione celtica dovette essere di panico. Non c'erano in quel periodo in nessuna parte della Penisola terre che non costituissero parte importante del territorio di una particolare etnia: fossero gli Etruschi, gli Umbri, i Veneti o i Latini, e in quei tempi non esistevano organismi internazionali che potessero gestire politicamente simili fenomeni.
Oltre a ciò il senso dei confini e delle frontiere era forte, come dimostra l'uso diffusissimo fra tutte le genti della Penisola di cippi confinari anche iscritti - ricordiamo l'etrusco "mi tular» ("sono la pietra di confine») -, ed era forte l'identità etnica e culturale, tutti elementi caratteristici di popoli che da tempo vivevano non solo la dimensione stanziale ma anche quella urbanizzata del loro territorio.
L'unica regola, diciamo così "generale», si potrebbe individuare in quello che i Romani chiamavano "diritto delle genti», una specie di codice internazionale non scritto ma sostanzialmente riconosciuto da tutti che prevedeva una certa lealtà in combattimento, la condanna di atrocità sui prigionieri, l'onorare la parola data, il non inserirsi senza ragione in conflitti altrui né attaccare l'avversario a tradimento, non distruggere né profanare i santuari, non uccidere chi vi avesse cercato rifugio, insomma quelle regole che sostanzialmente stanno scritte nella coscienza collettiva dei popoli.
Che cosa provocò tanto spavento visto che l'immagine di guerrieri feroci e irriducibili diventò un topos diffuso in tutte le fonti, sia greche che latine e probabilmente anche etrusche - se ci fosse pervenuta una letteratura etrusca.
L'elenco di atrocità commesse da eserciti greci o etruschi o romani è abbastanza lungo e ben attestato dalle fonti, per cui probabilmente non sono solo comportamenti particolarmente crudeli dei nuovi venuti a provocare sgomento, ma piuttosto la loro diversità o alienità che contribuirono a costruire e diffondere il topos. Il loro modo di combattere nudi con solo il torques (specie di collana rigida a tortiglione) al collo, la loro religione che non aveva templi né statue degli dèi, l'uso dei sacrifici umani che nelle culture peninsulari era ormai raro ed eccezionale, l'uso dei capelli lunghi e dei baffi, la carnagione chiara e gli occhi azzurri, la statura decisamente più alta, l'atteggiamento orrifico che assumevano in battaglia e le loro urla di guerra che venivano recepite come grida animalesche, l'abitudine di mozzare le teste dei nemici e di esibirle come trofei, la poca resistenza all'alcol e la perdita di controllo nell'ubriachezza e perfino l'usanza di fare boccacce al nemico tirando fuori la lingua! (Livio, VII, 11): tutti questi elementi e il fatto stesso dell'invasione, la prima di quelle proporzioni che si ricordasse non solo a memoria d'uomo ma in secoli e secoli, contribuirono a creare il topos del barbaro per eccellenza, del nemico irriducibile che non poteva essere sottomesso né integrato.
Invece i Galli erano anche ben altro da come venivano dipinti dalla pubblicistica e il loro radicamento nella nostra Penisola ebbe anche un notevole successo. In ogni caso, per quasi due secoli, essi vissero a contatto delle altre popolazioni del Nord, del Centro e anche del Sud d'Italia spesso cercando un'integrazione o un buon vicinato e lasciando tracce che ancora oggi sono riscontrabili nella cultura italiana contemporanea.
 
III. LE INCURSIONI DEI GALLI NELLA PENISOLA.
Scorrerie in Italia centrale nel IV secolo.
 
La presa di Roma da parte dei Galli non fu un evento unico o insolito nel quadro della situazione dell'Italia del IV secolo, ma certamente fece scalpore per l'importanza e la potenza della città che aveva dovuto soccombere e soprattutto costituì un trauma sia per la potenza romana con le sue relative implicazioni egemoniche a livello regionale, sia per la memoria storica successiva che ne rimase profondamente segnata.
I fatti che seguirono sono riferiti principalmente da Polibio e da Tito Livio, il primo dei quali si rifà principalmente a Fabio Pittore, il secondo alla tradizione annalistica: in particolare, come vedremo, a Valerio Anziate, Claudio Quadrigario ed altri. Ambedue riferiscono comunque una serie di episodi di conflitto fra Roma e bande, o eserciti, di incursori galli fino ad una pace trentennale che precedette la battaglia di Sentino del 295 a.C.
Nella ricostruzione di questi eventi noi ci atterremo alla datazione tradizionale basata su Tito Livio e identificata dai manuali come vulgata, datazione che è sfasata, riportando talvolta, specie per gli avvenimenti più antichi, anche quella greca di Polibio, di quattro anni più alta.
Bisogna tuttavia tenere presente che è stata proposta una cronologia alternativa a quella tradizionale di Livio che ha fondamenti molto consistenti e che individua nello stesso Livio una serie di errori cronologici o addirittura di duplicazione dello stesso evento a distanza anche di parecchi anni.
Noi non possiamo intricata che ci porterebbe lontano dal nostro assunto principale che è quello di tracciare un profilo il più possibile esauriente della presenza celtica in Italia, ma è giusto che il lettore tenga comunque presente che, secondo questa ricostruzione assai attendibile, personaggi di assoluta preminenza nello scontro fra Romani e Galli, come Manlio Capitolino, difensore del Campidoglio, e Furio Camillo, vendicatore dell'onore romano umiliato dai Galli, risulterebbero, sulla base di questi studi, addirittura già morti al momento della catastrofe gallica. Per l'errore cronologico di Livio, la loro morte, avvenuta sei anni dopo la conquista gallica di Roma, si era in realtà verificata due anni prima, dopo la caduta di Veio.
Polibio fornisce un resoconto molto sobrio e stringato mentre Livio si dilunga a narrare, spesso in toni epici, una lunga serie di conflitti, con grandi battaglie, regolarmente vinte dai Romani, e relativi trionfi.
In queste battaglie si inseriscono poi le imprese di singoli eroi che forse furono oggetto di carmi epici e che in seguito vennero in qualche modo storicizzate in modi che sono per noi difficili da ricostruire. E' comunque un fatto che le nostre fonti sono esclusivamente di parte romana e che, in particolare, la relazione di Livio risente con ogni probabilità di un certo numero di inserimenti più o meno fantasiosi da parte degli annalisti.
L'unica cosa su cui le due fonti sostanzialmente concordano è il periodo di pace trentennale che precede la battaglia di Sentino, ma su altri passaggi la critica può individuare ulteriori punti di convergenza.
La catastrofe gallica, come s'è detto, ebbe certamente una serie di conseguenze per Roma. I popoli alleati o soggetti si ripresero la loro indipendenza e alcuni di loro addirittura si servirono di mercenari galli per difenderla.
La cinta muraria dell'Urbe dovette essere restaurata e rinforzata per il ragguardevole perimetro di undici chilometri e l'esercito venne riformato, non più sulla base del censo ma su quella dell'anzianità per cui i legionari vennero schierati su tre linee, hastati, principes e triarii: i più giovani in prima linea, i più anziani ed esperti in seconda e terza.
Solo i velites, ossia la fanteria leggera, continuarono ad essere reclutati su base censitaria fra le due classi inferiori.
La struttura di tipo falangitico, probabilmente ereditata dagli Etruschi, che a loro volta l'avevano imitata dai Greci, venne resa più agile ed articolata con l'introduzione del manipolo, unità costituita da due centurie. Altre importanti modifiche furono apportate nell'armamento individuale: elmo metallico, scudo rinforzato, pilum immanicato con legno dolce, concepito per rendere inservibili gli scudi nemici e per perdere il manico nell'impatto, così che non potesse essere di nuovo scagliato indietro al mittente.
Sono, quelle che abbiamo riferito, tutte notizie che riguardano i Romani, ma di riflesso ci dicono quale fosse la potenza e la capacità d'urto che tali misure dovevano fronteggiare.
Poco importa se queste innovazioni furono apportate da Furio Camillo, come alcuni pensano, o da Gaio Sulpicio Petico, come vogliono più verosimilmente altri. Sta di fatto che la potenza delle armate galliche costrinse i Romani a modificare profondamente la struttura e l'equipaggiamento del loro esercito preparandolo così agli scontri successivi.
Come abbiamo in parte anticipato, la relazione delle nostre fonti sui conflitti con i Galli successivi al sacco di Roma è alquanto incongruente ed è quindi arduo distinguere i fatti attendibili dalle invenzioni.
Cercheremo qui di esporre la situazione delle testimonianze e di tentarne, con l'aiuto della critica corrente, un'analisi accettabile.
A dire di Polibio (II, 18, che si rifà a Fabio Pittore), dopo la presa di Roma i Galli se ne stettero tranquilli per circa trent'anni, il che diede ai Romani il tempo di riorganizzarsi a livello militare e di consolidare la loro egemonia e le loro alleanze nel Lazio. Il motivo di questa bonaccia era dovuto al fatto che i Galli erano impegnati in "guerre civili» con loro consanguinei che li attaccavano dalle Alpi.
Anche questi ultimi infatti aspiravano ad insediarsi nelle ricche terre padane come i loro connazionali che li avevano preceduti.
Secondo Strabone, invece, i Galli erano impegnati in una guerra con gli Etruschi e gli Umbri, il che potrebbe riferirsi al processo, non certo indolore, di occupazione, da parte dei Galli, del territorio padano già controllato dagli Etruschi in Emilia e parte della Lombardia, dagli Umbri in Romagna. I Galli ricomparvero improvvisamente, verso il 356 (secondo la cronologia di Polibio basata su Fabio Pittore, corrispondente al 360 della cronologia tradizionale "vulgata» di Tito Livio), e si accamparono nei pressi di Alba, in posizione dominante. La spedizione si concluse con un nulla di fatto perché i Galli non si spinsero oltre e i Romani, dal canto loro, colti di sorpresa campale.
Dodici anni dopo, i Galli si ripresentarono, ma questa volta i Romani, avvertiti in tempo dai loro informatori, raccolsero truppe sufficienti e, fiancheggiati dai loro alleati, uscirono in campo aperto schierati a battaglia. I Galli, sorpresi da questa reazione, discordi fra di loro, se ne andarono in fretta e di notte con una ritirata che, a detta della nostra fonte, somigliava di più ad una fuga.
Per altri tredici anni (cioè fino al 331) i Galli non si fecero vivi, dopo di che, essendosi resi conto della potenza raggiunta dai Romani, stipularono con loro una pace a cui si mantennero fedeli per trent'anni.
Poi la pace fu infranta e, nel quarto anno da questa rottura, si combatté la battaglia di Sentino (295).
La relazione di Tito Livio è molto più complessa e articolata ma forse non così confusa come alcuni vorrebbero.
Sulla scorta di Claudio Quadrigario, egli ricorda una battaglia sull'Aniene che sarebbe avvenuta non trenta, ma ventitré anni dopo la presa di Roma e quindi nel 367.
Contro i Galli attestati sull'Aniene sarebbe stato nominato dittatore Furio Camillo per la quinta volta, affiancato da Tito Quinzio Peno come "magister equitum» ("comandante della cavalleria»), una carica introdotta come contrappeso al potere quasi assoluto del dictator. Durante questo conflitto avrebbe avuto luogo il duello tra il romano Tito Manlio e un Gallo gigantesco al quale, dopo averlo abbattuto, tolse il torques, il tipico collare rigido dei Galli, ancora sporco di sangue, per cui da quel momento fu chiamato con il soprannome di "Torquato». L'episodio fu molto probabilmente materia di un canto epico e non ci sarebbe da stupirsi se per fare da sfondo all'eroico duello si fosse inventata una guerra con la relativa battaglia. Secondo alcuni infatti l'annalistica vicina ai Manlii avrebbe voluto affiancare un altro Manlio (oltre al primo, difensore del Campidoglio) a Camillo in una guerra contro i Galli. Lo stesso Livio mostra di non crederci e dice che probabilmente quella guerra dovette avvenire almeno dieci anni dopo, ossia intorno al 357, il che la farebbe corrispondere, grosso modo, con quella riferita da Polibio, verificatasi dopo trent'anni di pace. Coincide il teatro degli avvenimenti: "La zona di Alba» per Polibio (II,, 18), "il territorio albano» secondo Tito Livio.
Senonché, mentre per Polibio la spedizione gallica si concluse con un nulla di fatto e i due eserciti si studiarono a vicenda senza però venire alle mani (cosa, del resto, abbastanza verosimile), per Livio invece:
Nonostante il grande terrore che i Galli incutevano per il ricordo della sconfitta antica, la vittoria per i Romani non fu né incerta né difficile.
Molte migliaia di barbari furono uccisi sul campo, molti nella presa dell'accampamento; i dispersi si salvarono dal nemico sia fuggendo lontano, specialmente dirigendosi verso l'Apulia, sia sbandandosi qua e là in preda al terrore. Patrizi e plebei consenzienti decretarono al dittatore il trionfo.
Livio ritorna più oltre (VII, 11) sullo stesso episodio collocando lo scontro fra Galli e Romani con precisione topografica: "A tre miglia dalla città, sulla via Salaria, al di là del ponte sull'Aniene» (VII, 10) e aggiunge che i Galli, dopo la sconfitta, la notte successiva, tolsero il campo in gran fretta e si ritirarono nel territorio dei Tiburtini che li rifornirono di vettovaglie in modo che potessero rimettersi in viaggio per raggiungere la Campania.
L'anno successivo i Romani inviarono un esercito contro i Tiburtini per punirli del loro comportamento, ma i Galli tornarono in loro soccorso dalla Campania e assieme a loro devastarono le campagne di Labico, Tusculo e Alba.
Contro i Tiburtini ci si limitò ad inviare un console ma per "il pericolo gallico» si ritenne opportuno nominare un dittatore. La battaglia decisiva si ebbe a Porta Collina dove i Galli furono sconfitti e volti in fuga. I superstiti si rifugiarono a Tivoli dove furono battuti, assieme ai loro alleati tiburtini dal console Petelio al quale fu decretato il trionfo  (riportato dai Fasti Trionfali: de Galleis et Tiburtibus).
C'è però chi ritiene che sia un'altra, nel racconto di Livio, la spedizione gallica contemporanea alla prima descritta da Polibio e datata al 356-55, ossia trent'anni dopo la caduta di Roma secondo la sua cronologia, e successiva alla pace fra Romani e Latini. Dopo quella stessa pace che però corrisponderebbe al 359-58 di Livio avrebbe avuto luogo un nuovo conflitto con i Galli che erano scesi su Preneste e su Pedo.
Contro di loro fu nominato dittatore Caio Sulpicio con Marco Valerio come magister equitum. Sulpicio diede ordini severissimi di non ingaggiare battaglia con il nemico, nemmeno a livello di scontri singoli come quello di Torquato e questo particolare ricondurrebbe all'episodio polibiano in cui i due eserciti si fronteggiano a lungo senza ingaggiare battaglia. La versione di Livio però si spinge ben oltre e alla fine attribuisce ai Romani una vittoria campale ottenuta dal dittatore Sulpicio con un brillante stratagemma (fece apparire i mulattieri con i loro muli in cima a un colle facendoli sembrare un poderoso reparto di cavalleria) imitato in seguito anche da altri comandanti. Sulpicio, vincitore dei nemici, avrebbe poi dedicato l'oro sottratto ai Galli in un sacello quadrato sul Campidoglio.
Tito Livio descrive altri due conflitti, uno del 350 e l'altro del 349, cioè al 345 di Fabio Pittore e Tito Livio. Nel primo i Galli sono accampati nell'agro latino e il console plebeo Popilio Lenate ingaggia battaglia presso Porta Capena, essendo il collega patrizio Cornelio Scipione gravemente ammalato. Benché ferito in combattimento riesce, dopo una battaglia furibonda che vede continui ribaltamenti delle sorti, a volgere in fuga i nemici verso la rocca albana (Livio, VII, 23-24), dove svernano per muoversi di nuovo l'anno successivo a saccheggiare le campagne e le coste. Qui, addirittura, sulla spiaggia di Anzio, i predoni galli vengono a combattimento con altri predoni greci (molto probabilmente pirati siracusani di Dionigi II, di cui i Galli erano mercenari e che incrociavano in quelle acque). Alla fine i Greci tornarono sulle loro navi senza che si potesse capire chi era il vinto e chi il vincitore. Mosse loro incontro il console Lucio Furio Camillo, figlio dell'eroe della riconquista capitolina, alla testa di otto legioni. Anche qui il console Camillo decise di temporeggiare, limitandosi a impedire ai Galli di approvvigionarsi con il saccheggio delle campagne ma cercando di prenderli con azioni di logoramento.
Fu in questa situazione che ebbe luogo un duello fra un Gallo e il tribuno militare romano, Marco Valerio, il quale venne aiutato da un corvo che dapprima gli si era posato sull'elmo e poi aveva più volte aggredito il Gallo graffiandogli e beccandogli il volto e le mani così che Valerio aveva potuto sorprenderlo con un colpo mortale. Da quel momento gli era stato dato il nome di "Corvino» a ricordo del miracoloso evento.
Non è difficile risalire alla fonte di questo inserimento che è quasi certamente Valerio Anziate, che nobilita così il suo casato con la saga del suo valoroso antenato. Sia l'episodio di Valerio Corvino che quello, già visto, di Manlio Torquato, furono certamente oggetto di carmi epici la cui eco è ancora presente nel tono ispirato e vibrante della prosa liviana:
Dei e uomini presero parte a questa battaglia che non diede luogo ad incertezze, tanto i due eserciti presentivano la propria sorte dall'esito del duello che si era svolto tra i due campioni. La lotta fu sanguinosa fra quelli che erano stati richiamati per primi ma la grande maggioranza degli altri Galli si diede alla fuga anche prima di prendere contatto con il nemico: sbandatisi prima tra i Volsci e nei campi di Falerno, raggiunsero poi l'Apulia e il mare superiore [l'Adriatico].
Della prima campagna, quella del console Popilio Lenate, resta testimonianza nei Fasti trionfali - Marcus Popilius Quirinalibus (de G)alleis.
A fronte di questo resoconto liviano, però, abbiamo la testimonianza alternativa di Dione Cassio (in Zonara, VII, 25) secondo il quale la battaglia sarebbe avvenuta non sotto il consolato, bensì sotto la dittatura di Lucio Furio Camillo, il che farebbe ricadere l'evento nel 345, e lo renderebbe coevo all'episodio bellico narrato da Polibio. Se questo è vero si potrebbe dedurre che Fabio Pittore, che è la fonte di Polibio, ambientava l'episodio di Valerio Corvino nell'anno della dittatura di Furio Camillo, e Valerio Anziate, fonte di Livio, nell'anno del consolato.
Livio riporta voci di tumulti gallici ancora in due occasioni, nel 332 e nel 329. Nel 332 fu nominato un dittatore, nel 329 uno dei consoli si spinse con l'esercito fino a Veio, ma solo per constatare che "tutto era quieto» (Livio, VIII, 20). In sostanza anche in Tito Livio abbiamo un trentennio di pace con i Galli che precede la battaglia di Sentino (295 a.C.), un evento bellico grandioso che passò alla storia come "la battaglia delle nazioni».
Che cosa possiamo dedurre dalle relazioni che abbiamo ora considerato? E' abbastanza problemi: soprattutto di quello delle sovrapposizioni degli stessi eventi narrati due volte. Il problema viene dalle tradizioni annalistiche in cui si teneva o non si teneva conto dei cosiddetti quattro anni dittatoriali o si inserivano carmi epici o relazioni encomiastiche del tipo degli elogia che potevano rendere una relazione anche molto differente da un'altra di diversa fonte ma connessa allo stesso avvenimento. In altri casi, l'esigenza patriottica induceva a creare ex novo personaggi che riscattavano l'onore romano, come Manlio Capitolino e Furio Camillo. Con ogni probabilità, l'uno e l'altro erano già morti quando ebbe luogo la catastrofe gallica. La diversità tra una versione e l'altra poteva essere tale che poi lo storico, in età posteriori, ne veniva confuso anche quando fosse in buona fede. Abbiamo visto come Livio stesso si accorga del problema quando dice che la vicenda di Torquato dovrebbe essere spostata in avanti di almeno dieci anni.
Nella sostanza è innegabile che le incursioni dei Galli contro Roma continuarono, ma, a ben vedere, la loro frequenza non fu certo superiore a quella di invasioni o attacchi di altri popoli. I Galli insomma si erano inseriti nel mondo peninsulare caratterizzato dalla coesistenza di decine di piccole e medie etnie che vivevano soprattutto nelle campagne, e dalla presenza di un certo numero di centri urbani in cui si concentrava il controllo del territorio e anche buona parte dell'accumulazione dei capitali.
I Galli vengono dalle fonti rappresentati attivi sia nelle razzie di bestiame nelle campagne sia in attacchi alle città che venivano saccheggiate o costrette a pagare riscatti o tributi, come capitò a Roma nel 390 (corrispondente al 386 di Polibio-Fabio Pittore). Per quanto riguarda Roma, la linea dei colli Albani sembra una delle loro mete preferite, il che depone a favore delle loro capacità strategiche.
Quella posizione infatti consentiva loro di tenere sotto controllo Roma e la campagna laziale da un luogo favorevole e sicuro da cui potevano anche spingersi fino al mare. La via di penetrazione doveva risalire una delle valli dei fiumi piceni: l'Esino probabilmente, per poi scendere nella valle del Tevere. Ma come abbiamo visto, non c'era limite alle loro scorrerie che li condussero nell'Etruria occidentale, a Chiusi, in Campania, in Puglia e in Calabria.
E' importante notare che ad ogni annuncio di un tumultus gallicus fa quasi sempre seguito, a Roma, la nomina di un dittatore. L'uso appare così consolidato che Livio, per porre in rilievo la totale impreparazione dei Romani prima della battaglia dell'Allia, ricorda che non avevano nemmeno nominato un dittatore.
Altri passaggi realistici si possono individuare qua e là anche nei passi epici che vedono un campione gallico uscire dalle file (a volte è lo stesso capo) per sfidare a combattimento singolare un guerriero romano. E' un atteggiamento comune e tipico dei Galli che apprezzavano sopra ogni altra cosa il valore individuale. E fu poi questo individualismo esasperato che li condannò alla fine alla sconfitta quando si scontrarono con la formidabile disciplina romana e lo spirito di corpo delle armate della Repubblica.
Episodi di questo genere sono riportati in una quantità di autori:
particolarmente impressionante è il duello fra Marcello e il re dei Gesati Britomarto (in altre fonti Viridomaro) descritto da Plutarco (Marc., 7) durante la seconda guerra punica:
In questo momento il re dei Galli lo vide e deducendo dalle insegne che fosse il comandante, spronò il suo cavallo molto avanti agli altri andandogli contro e intanto lo sfidava a gran voce e brandiva la lancia:
era un uomo eccezionale fra i Galli per prestanza fisica e spiccava per la sua armatura d'argento e d'oro risplendente come un lampo con tutti i suoi ornamenti e decorazioni. Marcello ... si lanciò contro di lui, gli trapassò la corazza con la lancia, e sfruttando il moto impetuoso del cavallo lo buttò a terra ancora vivo: quindi vibrandogli altri due o tre colpi lo uccise.
Simili descrizioni ricorrono ancora nel I secolo quando i Cimbri, popolo se non di etnia celtica, quanto meno molto affine ad essa, invadono l'Italia.
Il comportamento del loro re Boiorix (nome tipicamente celtico!), che sfida Caio Mario a scegliere il campo per lo scontro, ha tutte le caratteristiche di chi lancia una disfida fra condottieri, non certo di chi opera una scelta tattica all'interno di un teatro di operazioni belliche. Allo stesso modo, Britomarto aveva cercato lo scontro con Marcello perché dalle insegne lo aveva riconosciuto come il duce avversario. (figura 28) Chi erano i pirati greci - ai quali fa cenno Livio - che infestavano il mare da Laurento alle foci del Tevere e che si scontrarono con i Galli scesi dai colli Albani? Quasi certamente siracusani di Dionigi II che continuavano la politica espansiva nel Tirreno con l'aiuto di mercenari galli, come già aveva fatto Dionigi I. Si può ricordare l'incursione siracusana a Pyrgi nel 384 e le azioni sull'isola d'Elba e su certe zone costiere della Corsica come possibili premesse di una presenza greca, anche di pirateria, in quei mari. In ogni caso lo scontro romano con i Galli dovette essere fortuito e provocato da cause del tutto contingenti.
Le puntate verso la Puglia sono probabilmente molto verosimili in quanto, come abbiamo detto, c'erano già dei contingenti gallici stanziati sulle sue coste nell'ambito dell'espansione siracusana nell'Adriatico. E' invece meno facile individuare le aree della Campania verso cui potevano essersi diretti i Galli che, secondo Livio, erano stati allontanati dalle mura di Tivoli. Questi accenni farebbero comunque pensare che bande celtiche, quasi certamente senoniche, facessero incursioni anche verso altre aree dell'Italia centro-meridionale, forse inserendosi in conflitti locali come truppe mercenarie (come farebbe pensare il loro rapporto con i Tiburtini) o semplicemente operando razzie e saccheggi come quello di Roma del 390 (equivalente al 386 di Polibio e Fabio Pittore).
Per quanto riguarda la valutazione delle nostre fonti sui fatti che abbiamo preso in considerazione, è forse utile fare qualche ulteriore considerazione: infatti, il lettore che volesse mettere a confronto le pagine di Polibio relative a questi anni con quelle di Livio si troverebbe certamente in difficoltà dovendo far coincidere il racconto estremamente stringato e sintetico dell'autore greco con le lunghe e particolareggiate descrizioni di Tito Livio. E come in parte già abbiamo visto, lo storico romano è quasi certamente incorso in casi di duplicazione dello stesso evento dovuti alle interpolazioni o alle confusioni degli annalisti. Sembra però difficile liquidare gli eventi bellici, descritti da Livio con tanta dovizia di particolari, come inventati o come frutto di elaborazione celebrativa.
Certamente il racconto liviano va depurato dei toni enfatici e apocalittici e degli stereotipi pregiudiziali come quelli messi in bocca al console Popilio Lenate che combatté i Galli nel 349:
Questi toni e questi giudizi risentono della consapevolezza di Livio riguardo alle fasi successive del duello fra i Romani e i Galli che vide poi questi ultimi legare le proprie sorti ad un altro nemico giurato e mortale di Roma: Annibale. E risentono parimenti del fatto che Livio è, in fin dei conti, un Romano, mentre Polibio è un Greco che mantiene, nonostante tutto, una posizione più equidistante unita ad uno stile più sobrio e sintetico e a scelte certamente selettive nei confronti della documentazione testimoniale con cui doveva confrontarsi.
 
La battaglia di Sentino (295 a.C.).
 
La battaglia di Sentino, che ebbe luogo nei pressi dell'attuale città di Sassoferrato, fu tramandata come una vera e propria "battaglia delle nazioni» contro l'egemonia di Roma e vide coinvolti, in modo più o meno diretto, Sanniti, Etruschi, Galli e Umbri. Poi, a detta di Livio, i Sanniti, promotori della coalizione, avrebbero voluto coinvolgervi anche Lucani e Piceni che però rifiutarono. La grande giornata campale fu comunque decisiva per la storia futura d'Italia e anche per la sorte dei Galli nella Penisola e per questo è importante inquadrarla nella sua giusta dimensione.
Le premesse di quell'evento si collocano pochi anni prima, verso il 299 quando, dopo trent'anni di pace, i Galli ruppero la tregua. Ecco la testimonianza di Polibio (II, 19):
A questi patti essi si mantennero fedeli per trent'anni, ma poi, ad un nuovo movimento di immigrazione dei Transalpini, per timore che ne venisse una difficile guerra, stornarono da sé la minaccia degli invasori facendo loro doni e, facendo appello alla comune origine, li incitarono contro i Romani e parteciparono con loro alla spedizione. Fecero irruzione attraverso il territorio degli Etruschi, da questi coadiuvati, e dopo essersi impadroniti di un ingente bottino nelle regioni soggette a Roma se ne tornarono impunemente.
Ha luogo una nuova migrazione dalla Gallia transalpina e i nuovi venuti reclamano dai connazionali già stanziati nella Cisalpina terre da coltivare. Ricevono invece una controproposta: unire le forze per invadere il territorio romano e saccheggiarlo. Gli Etruschi li lasciano passare e i Galli, dopo aver predato a loro piacimento nei territori controllati dai Romani, se ne tornano indisturbati oltre Appennino. Polibio aggiunge poi che in seguito scoppiò fra di loro una contesa per la spartizione del bottino che causò la perdita delle ricchezze predate e della loro stessa potenza.
E' questa un probabilmente dire che, nello scontro per la divisione del bottino, le ricchezze predate andarono distrutte e che lo scontro provocò divisioni interne che indebolirono la forza dei Galli in generale.
La versione di Livio (X, 19), ritenuta dai critici più fantasiosa e, comunque, più onorevole per i Romani, contiene invece degli elementi di notevole interesse oltre che verosimili. Va detto infatti che di questa ondata migratoria di cui parla Polibio non si ha fino ad ora alcun riscontro archeologico.
Lo storico romano racconta che nello stesso anno (299) della presa di Nequino, una città del territorio dei Marsi (in realtà degli Equi), un  grande esercito gallico entrò in territorio etrusco poco dopo che gli Etruschi avevano rotto la tregua con Roma e facevano preparativi di guerra.
Sorpresi dall'improvvisa invasione, disponendo di grandi ricchezze, tentarono di farsi alleati i Galli nella loro guerra contro i Romani offrendo loro una forte somma di denaro.
Che i Galli incassarono.
Ma, quando venne il momento di partire per la guerra e gli Etruschi ordinarono loro di seguirli, quelli alzarono il prezzo, dissero che per quella somma avevano accettato di non arrecare danni al territorio etrusco e di non danneggiare i campi coltivati. Quanto al fare guerra con i Romani erano disponibili, ma in cambio volevano che si concedessero loro delle terre in Etruria da abitare e coltivare. Gli Etruschi timorosi di mettersi una serpe in seno, accettando dei coinquilini tanto turbolenti, dopo essersi consultati, rifiutarono e i Galli se ne tornarono al loro paese con la somma che avevano guadagnato senza colpo ferire.
I Romani tuttavia, timorosi di una possibile alleanza fra Galli ed Etruschi, proposero un'alleanza ai Piceni che accettarono di buon grado.
Ora, se consideriamo attentamente le due versioni, possiamo vedere che si integrano a vicenda. Innanzitutto c'è il fatto della presunta migrazione di cui parla Polibio, parzialmente riconoscibile, se vogliamo, nel dato liviano che parla di un ingens exercitus, di una grande armata di Galli.
E' possibile che ci fosse stata qualche infiltrazione di piccoli gruppi dalla Transalpina, ma è anche molto probabile che trent'anni di pace avessero da un lato fatto dimenticare alle nuove generazioni i patti stipulati con i Romani e forse anche con altri vicini e comunque avessero determinato un forte aumento demografico. Questo giustificherebbe appieno il comportamento dei Galli che, dopo essere stati probabilmente assunti come mercenari dagli Etruschi, chiesero, come contropartita di un impegno diretto contro i Romani, delle terre in cui stanziarsi. (figure 26 e 29) Si tratta di un comportamento assolutamente coerente con una lunga tradizione di cui abbiamo già riferito nelle pagine precedenti e che si spiega anche con una situazione ampiamente confermata dal dato archeologico. I Galli, in circa un secolo, avevano raggiunto notevoli livelli di integrazione con le popolazioni vicine partecipando di una koinè culturale che includeva Etruschi, Umbri e Piceni, al punto che, nelle tombe delle necropoli senoniche di Fabriano e di Filottrano, che abbiamo in precedenza descritte, è difficile a volte discernere quando ci troviamo di fronte a manufatti celtici oppure piceni o umbri.
Ricordiamo ancora i matrimoni misti con dame etrusche di cui danno indizio le sepolture di Monte Bibele e di Bologna e l'inclusione, nelle tombe senoniche delle Marche, di oggetti legati all'ideologia atletica, come lo strigile, sicuramente mutuati sia dalla colonia greco-siracusana di Ancona che dai vicini etruschi della val Padana e dell'Etruria propriamente detta.
Questo tipo di integrazione probabilmente interessò soprattutto le aristocrazie, e questo spiega la diffidenza ancora viva degli Etruschi nei confronti dei Galli in quanto orda in movimento, ma fu anche certamente la base per le possibilità di intesa che vennero in seguito maturando e che spaventarono non poco i Romani.
L'invasione dei territori romani probabilmente ci fu e la scelta narrativa di Livio che salva l'onore dell'Urbe scaricando l'onta e il ridicolo sugli Etruschi è troppo sospetta per non coprire qualcosa di concreto.
L'attivismo della diplomazia romana che in quegli anni interviene ad Arezzo per conciliare la cittadinanza con la potente famiglia dei Cilni (da cui un giorno sarebbe nato Mecenate) a loro favorevole, e il patto di alleanza stipulato con i Piceni, tendono a insinuare un cuneo in senso sudovest nordest per isolare i Sanniti dagli Etruschi ostili, dai Galli e dagli Umbri.
L'anno dopo, nel 298, i Romani penetrarono in Etruria e impegnarono il nemico a Roselle e a Volterra, un'azione non chiarissima nelle pagine di Livio ma comprensibile se pensiamo invece ad una ritorsione per l'invasione celtica dell'anno precedente.
Contemporaneamente alla spedizione, che potremmo dire punitiva contro gli Etruschi, i Romani, su richiesta dei Lucani, inviarono un altro esercito contro i Sanniti con alla testa il console Cneo Fulvio che prese Boviano e Aufidena.
La critica storica - facendo riferimento a fonti alternative come i fasti trionfali (che attribuiscono a Cneo Fulvio un trionfo de Samnitibus Etrusceisque), l'elogio funebre di Lucio Cornelio Scipione Barbato (C.I.L., VI, 1284) e gli Stratagemmi di Frontino (I, 6, 1-2) - ha già fatto notare alcune incongruenze nel racconto liviano, soprattutto per quanto riguarda i consoli che condussero le campagne, dimostrando inoltre un intervento diretto in Lucania come era nella logica delle cose. Resta in ogni caso evidente che, alla fine dell'anno 298, i Romani, sia con l'azione diplomatica, sia con l'intervento armato, che quasi certamente si spinse fino all'Apulia, avevano isolato i Sanniti legando a sé i popoli che con loro confinavano e intimidendo gli Etruschi con una dura reazione al loro patto con i Galli.
Per gli anni successivi, 297 e 296, Livio ci dà conto di altre azioni contro i Sanniti che però non approdarono a risultati definitivi ma, impedendo o disturbando la transumanza, vitale per la loro economia, li spinsero probabilmente all'azione decisiva che portò alla battaglia di Sentino del 295.
Il regista della coalizione antiromana fu, secondo la tradizione, Gellio Egnazio e, anche se è ormai dimostrato che a Sentino combatterono solo Sanniti e Galli contro le legioni guidate dai consoli Decio Mure e Quinto Fabio Rulliano, tuttavia è un fatto che i Romani dovettero combattere duramente su due fronti, contro Etruschi e Umbri da un lato, contro Sanniti e Galli dall'altro.
Polibio (II, 19), come al solito, è molto sintetico e stringato:
Quattro anni dopo questo episodio [ossia dopo aver invaso l'Etruria ed essere stati convinti dagli Etruschi a combattere contro i Romani] di nuovo i Galli, alleati con i Sanniti, combatterono contro i Romani nel territorio di Camerino e nella battaglia ne uccisero molti.
Ma, animati dal desiderio di vendicarsi della sconfitta subita, dopo pochi giorni i Romani ripresero la lotta e, piombati con tutte le loro forze contro i nemici nel territorio di Sentino, molti ne uccisero, gli altri costrinsero a fuggire in disordine, ognuno nella sua terra.
Il testo di Livio, che pure, come vedremo, contiene un'ampia e discussa relazione della battaglia di Sentino, se da un lato rivela ingenuità ed espedienti della tradizione annalistica, dall'altro consente di integrare ed ampliare la visione dei fatti, anche per ciò che concerne l'intervento dei Galli che ci interessa in particolare.
Ciò che emerge, in ogni caso, è un coordinamento in qualche modo unitario delle forze ostili a Roma, coordinamento che è lecito attribuire al valoroso capo sannita Gellio Egnazio. L'indizio più evidente è la partecipazione di numerosi contingenti gallici sia all'esercito etrusco, che combatte contro i Romani nella prima battaglia presso Camars (inteso da Polibio per Camerino, più probabilmente Chiusi secondo alcuni), sia a fianco dei Sanniti nella grande battaglia di Sentino. Sembra poter dedurre da questo fatto che c'era stato un contatto ufficiale con i Galli e che questi avevano accettato di unire le loro forze sia ad una che all'altra delle armate che avrebbero probabilmente dovuto convergere su Roma. (figura 30) Livio non si addentra in una visione strategica del grande conflitto, ma mette in rilievo che Roma doveva battersi contro quattro nazioni e che questo tema era continuamente dibattuto quando si doveva assegnare il comando della guerra. La scelta cadde su due comandanti molto esperti, Quinto Fabio Massimo e Publio Decio Mure.
E' poco chiara la situazione in cui avvenne la prima battaglia, sfavorevole per i Romani, presso Camars (è la sconfitta cui accenna anche Polibio): il console Quinto Fabio, uomo già di grande esperienza, giunse all'accampamento romano e diede ordine di abbattere la palizzata perché voleva grande mobilità delle sue truppe, dopo di che fu richiamato a Roma per ragioni non ben specificate.
In sua assenza il pretore che comandava la legione cercò di portarsi in posizione eminente per non farsi sorprendere da un eventuale attacco di sorpresa, ma non si avvide che la collina -era già occupata dai nemici. La legione, presa tra due fuochi, fu annientata. Al combattimento parteciparono ingenti truppe celtiche venute d'Oltreappennino.
Livio riporta a questo proposito altre fonti annalistiche che riducono la sconfitta al livello di una scaramuccia fra gruppi che uscivano in cerca di foraggio per gli animali ma non mostra di crederci nemmeno lui. E comunque il credito di Polibio a questa sconfitta sembra bastante per poterla ritenere un fatto di notevole gravità, realmente accaduto.
Egli riporta anche una fonte che parla di Umbri anziché di Galli ma ritiene che si sia trattato di un equivoco.
Resta il mistero dell'assenza del console e del comportamento assai inesperto del propretore Lucio Scipione che comandava la legione e l'accampamento: sarebbe bastato inviare un piccolo reparto di cavalleria ad esplorare l'altura per rendersi conto se fosse possibile o no occuparla.
Livio lascia sostanzialmente in sospeso il giudizio e riprende il racconto con uno stacco netto riportando la cronaca dell'operazione su Sentino.
Per quanto riguarda però la riflessione dello storico moderno non possono sfuggire alcuni elementi fondamentali del racconto sia di Polibio che di Tito Livio  sistevano due cenri di raccolta delle truppe confederate: Camars/Chiusi  in Etruria e Sentino in Umbria. Non può sfuggire che ambedue le località si trovavano lungo le direttrici di quelle che sarebbero poi diventate due grandi vie consolari: la Cassia e la Flaminia, ambedue convergenti su Roma.
E' quindi possibile che la supposta regia di Gellio Egnazio avesse previsto una manovra a tenaglia da nord e da nordest tendente a soffocare la forza di Roma.
D'altra parte le parole di Appio Claudio riportate in Livio (X, 21) parlano di due distinti accampamenti preparati per ospitare le forze collegate di quattro nazioni, ché uno solo non sarebbe bastato.
Né Livio, di solito molto attento a questi particolari, né Polibio parlano questa volta di un pagamento per ottenere l'appoggio dei Galli e questo è un fatto degno di nota.
La grande massa dei combattenti celtici che si schierarono sia a Camars/Chiusi (exercitum ingentem, Livio, X, 21) sia a Sentino fa pensare più all'adesione di un'intera comunità ad una causa che non ad una massa di mercenari che mettono la propria spada al servizio di chi meglio paga. E se una simile osservazione può essere discutibile in quanto argumentum ex silentio, si dovrà comunque tener presente che i Sanniti erano poveri e non avevano certo risorse tali da consentire un massiccio arruolamento di mercenari, per di più molto esigenti in fatto di retribuzioni.
Si potrebbe pensare allora ad un gesto di valenza politica da parte dei Senoni e di un loro inserimento a pieno titolo fra le genti della Penisola?
L'ipotesi è forse audace in rapporto agli scarni dati in nostro possesso ma non certo inverosimile. In questo caso ci troveremmo di fronte ad una vera e propria assunzione di responsabilità da parte dell'insediamento celtico senonico e ad un suo inserimento negli equilibri geopolitici delle genti italiche. Il fatto che talune fonti annalistiche li confondano con gli Umbri e il fatto che gli altri membri della coalizione antiromana siano più o meno tutti popoli confinanti, oltre ai già citati dati archeologici delle necropoli marchigiane, fanno pensare che i Senoni, fino ad ora considerati come un corpo assolutamente estraneo, o al massimo un serbatoio di mercenari, si venissero qualificando come interlocutori politici, almeno a livello delle loro leadership aristocratica e guerriera.
Le forze avverse vennero dunque al redde rationem, ma i Romani, consci di doversi difendere da un attacco concentrico, piuttosto che ammassare tutta la loro forza per vibrare un sol colpo decisivo, peraltro molto rischioso, preferirono muoversi per linee interne sul territorio che meglio conoscevano e mantenere il massimo di libertà di movimenti. Le scelte strategiche operate dai consoli si rivelarono eccellenti e le forze disponibili, affidate ad ottimi comandanti, vennero mosse sul teatro bellico come pedine su una scacchiera.
Livio (X, 27) mantiene la versione annalistica di un gigantesco concentramento di truppe a Sentino dove, secondo il piano di battaglia, i Galli e i Sanniti avrebbero impegnato le legioni in campo aperto, mentre Umbri ed Etruschi avrebbero attaccato l'accampamento romano. Si può individuare in questa versione un espediente per spiegare l'assenza di fatto di questi ultimi sul campo di battaglia, ma Livio aggiunge, mettendoci probabilmente del suo, che gli Etruschi dovettero lasciare il campo per tornare precipitosamente a Chiusi dove i pretori Fulvio e Postumio devastavano i loro territori. La visione, così concepita, della concentrazione degli eserciti di quattro nazioni è comunque altamente drammatica e Livio non vuole rinunciarvi, ricorrendo egli stesso ad espedienti per spiegare l'assenza di Umbri ed Etruschi dalla battaglia di Sentino, ma è abbastanza facile leggere in filigrana ciò che in realtà dovette invece accadere.
I consoli decisero molto probabilmente di tenere fuori Etruschi e Umbri dal teatro principale dello scontro, quello in cui avrebbero affrontato i nemici più pericolosi (i Galli e i Sanniti) e per questo inviarono i propretori Gneo Fulvio e Lucio Postumio a Chiusi che era il loro luogo di concentrazione, costringendoli così a disperdere le loro forze per proteggere le campagne in cui imperversavano con distruzioni e incendi gli invasori romani. Nello stesso tempo il proconsole Lucio Volumnio penetrava in territorio sannita alla testa della seconda e della quarta legione impegnando un buon contingente di forze nemiche presso il monte Tiferno (Matese). Lo scopo era probabilmente quello di alleggerire la pressione sugli eserciti consolari che si apprestavano ad impegnare battaglia nella piana di Sentino.
In questa fase delle operazioni Livio perde di vista il contingente gallico operante in Etruria di cui non sappiamo più nulla dopo l'attacco, vittorioso, di qualche mese prima contro la legione di Lucio Scipione.
L'ipotesi più probabile è che si fossero riuniti ai loro compagni che stavano per impegnare battaglia a Sentino.
E' difficile infatti immaginare che si affiancassero agli Etruschi nel tentativo di difendere il loro territorio dalle incursioni romane.
Sbarazzato il campo di Sentino da Umbri ed Etruschi che in realtà non vi avevano mai messo piede, Tito Livio dà mano alla descrizione della battaglia.
I Romani provocarono il nemico per due giorni, ma senza risultato. Ebbero luogo alcune scaramucce in cui caddero pochi uomini da una parte e dall'altra. Finalmente, il terzo giorno, scesero in campo con tutte le forze disponibili e anche i nemici si schierarono: all'ala destra i Galli, alla sinistra i Sanniti. La prima e la terza legione, agli ordini di Quinto Fabio Rulliano, erano schierate alla destra dell'armata romana, opposte ai Sanniti; la quinta e la sesta, agli ordini di Decio Mure, erano schierate contro i Galli. Mentre ancora si fronteggiavano da un bosco vicino irruppe una cerva inseguita da un lupo. La cerva fuggì tra i Galli e venne abbattuta mentre il lupo corse verso le schiere dei Romani che lo lasciarono passare incolume.
L'evento venne interpretato come segno di buon augurio in quanto il lupo, sacro a Marte, era l'animale totemico dei Romani.
I due eserciti cozzarono frontalmente con grande violenza ma nessuno dei due schieramenti cedette il passo.
La sorte della battaglia si mantenne incerta al punto da far ritenere che se gli Umbri e gli Etruschi vi avessero preso parte, i Romani avrebbero avuto la peggio o sarebbero usciti assai malconci da quello scontro.
Tuttavia, nonostante la situazione di sostanziale equilibrio, il comportamento dei due comandanti romani fu piuttosto diverso. All'ala sinistra, Fabio tenne i suoi uomini sulla difensiva perché sapeva che alla lunga i Sanniti tendevano a perdersi d'animo mentre i Galli, assai temibili nelle prime fasi dello scontro e per il fresco, nelle ore più calde della giornata avrebbero perso sia la grinta che le energie:
I Galli, intolleranti come sono della fatica e del caldo, si infiacchivano anche fisicamente, di modo che al principio si combatteva contro superuomini, al termine contro donnicciole... (X, 28).
All'ala destra, Decio Mure, più giovane del collega, tenne invece un comportamento meno prudente e non solo lanciò all'attacco la fanteria, ma sembrandogli che i fanti non mettessero tutta la foga necessaria nel combattimento, gettò nella mischia anche la cavalleria.
I cavalieri si comportarono bravamente e ricacciarono indietro per due volte la cavalleria gallica, ma quando stavano per fare conversione sulla fanteria nemica furono colpiti da uno spettacolo tremendo: gli squadroni dei carri da guerra gallici che avanzavano a tutta velocità con gran fragore dei cerchioni ferrati e gran strepito delle pariglie lanciate al galoppo.
A quel rombo di tuono i cavalli dei Romani si imbizzarrirono, i cavalieri furono colti dal panico e si diedero a fuga precipitosa travolgendosi gli uni con gli altri in una confusione di grida e di nitriti.
La carica dei carri gallici, dopo aver volto in fuga la cavalleria romana,  si abbatté sulla fateria travolgendola.
A quel punto Decio Mure, visti inutili i suoi tentativi di arginare la fuga, decise di votare se stesso e le forze nemiche agli dei inferi per stornare il mortale pericolo dalla patria. Spronò il cavallo e si gettò, solo, nel folto dell'orda nemica incontrandovi la morte.
E si compì il miracolo: contrariamente a quanto di solito succedeva quando un esercito perdeva il suo comandante, i soldati romani si ripresero, i guerrieri gallici che si erano accalcati attorno al corpo del console caduto sembravano confusi e incapaci, scagliavano i loro dardi a caso, senza mirare a un bersaglio, altri se ne stavano come inebetiti senza sapere né combattere né fuggire. I Romani reagirono con forza incitati dal pontefice massimo che gridava a gran voce che l'armata nemica apparteneva ormai alla Madre Terra e alle Furie infernali.
E proprio in quel momento sopraggiunsero Lucio Cornelio Scipione e Caio Marcio con le truppe ausiliarie che il console Fabio aveva tenute di riserva e si lanciarono all'attacco contro i Galli. Questi però si erano rinserrati in fronte compatto e opponevano un muro di scudi che si presentava inespugnabile. I Romani allora raccolsero i giavellotti che giacevano a terra fra i due schieramenti e si misero a scagliarli contro i Galli. Pochi colpivano i corpi dei nemici; la maggior parte si abbattevano sugli scudi ma anche in questo modo i Galli restavano come rintronati e cadevano a terra anche senza essere stati feriti.
Intanto Fabio lanciava tutte le sue forze, e con il massimo di impeto, contro il fronte dei Sanniti impiegando anche la cavalleria e le riserve. I Sanniti cedettero e fuggirono verso l'accampamento oltre la linea dei Galli che ancora opponevano resistenza trincerati dietro la barriera degli scudi.
Fabio lanciò allora un distaccamento di cavalleria campana alle spalle dei Galli per sconvolgerne lo schieramento, e, dietro alla cavalleria, un distaccamento di principes, i legionari di seconda linea della terza legione, con il compito di gettarsi sulle fanterie galliche dopo che l'urto della cavalleria dei campani ne avesse sconvolto le schiere.
I Sanniti, intanto, cercavano disperatamente rifugio dentro al vallo dell'accampamento e venivano massacrati mentre si accalcavano inutilmente all'ingresso. Cadde anche Gellio Egnazio, l'ideatore della grande coalizione, e alla fine anche i Galli dovettero cedere, circondati da tutte le parti.
Il bilancio della giornata campale fu pesante: venticinquemila morti fra i nemici e ottomila prigionieri. Settemila morti fra gli uomini di Decio Mure, mille e settecento fra quelli di Quinto Fabio. Il corpo di Mure fu trovato solo il giorno successivo, sepolto sotto un cumulo di soldati galli.
E' subito evidente, al lettore attento, che il racconto liviano è costituito sostanzialmente da una componente storica che si basa nel complesso su testimonianze oculari, e da una componente epica, facilmente riconoscibile per gli episodi di tipo taumaturgico e gli eventi straordinari e meravigliosi.
Prima di procedere, in ogni caso, ad un esame del testo, è necessario tenere presente che Livio ha già operato una scelta critica sulle sue fonti, eliminando tutte le esagerazioni annalistiche più macroscopiche e palesemente inaccettabili, come quelle che parlavano di un esercito nemico di seicentomila fanti, cinquantamila cavalieri e mille carri da guerra.
Egli inoltre afferma di attribuire grande importanza alla battaglia di Sentino anche per la disponibilità di dati sicuri (etiam vero stanti, X, 30).
Questi dati, dunque, ci parlano di quattro legioni romane cui si affiancavano due reparti di cavalleria e un contingente non meglio precisato di ausiliari. Non saremo molto lontani dal vero immaginando un esercito di circa quarantamila uomini a cui doveva opporsi un esercito gallo-sannita non di molto superiore, anche se Livio non ci fornisce dati sulla sua consistenza. E' comunque interessante la sua affermazione, già da noi sopra considerata, che l'equilibrio delle forze era tale che se in effetti fossero intervenuti Umbri ed Etruschi, i Romani avrebbero avuto la peggio.
Per quanto riguarda i Galli, in particolare, possiamo supporre che fossero circa ventimila, visto che impegnavano l'esatta metà delle forze romane.
Dovevano avere la cavalleria sul loro fianco destro e un contingente di carri difficile per noi da posizionare, ma che si trovavano forse da qualche parte nelle retrovie come riserva da gettare nella mischia nel momento più critico.
Le parti fantastiche e di provenienza epica nella relazione liviana sono abbastanza evidenti: l'episodio della cerva inseguita dal lupo all'inizio, la devotio di Decio Mure e i "miracoli» che le fanno seguito appartengono evidentemente a una tradizione epica che può comunque essere spiegata in modo abbastanza verosimile.
E evidente, da tutta la sostanza del racconto, che i Romani incontrarono le difficoltà di gran lunga maggiori all'ala sinistra, quella che si opponeva alle truppe dei Galli.
Ed è abbastanza probabile che, dopo un lungo braccio di ferro fra la fanteria e la cavalleria dei due schieramenti, l'ingresso sulla scena dei carri da guerra gallici, arma da lungo tempo desueta e usata solo nelle parate sia presso gli Etruschi che gli stessi Romani, abbia causato panico e sbandamento fra le truppe romane e che il console Decio abbia avuto la sensazione, a torto o a ragione, che tutto ormai fosse perduto. A quel punto egli cercò probabilmente la morte nel più folto delle schiere nemiche per salvare il proprio onore e questo evento generò la leggenda.
Restano comunque dei dati di fatto di grande evidenza che ci consentono una visione abbastanza realistica dell'andamento della battaglia. Il consuntivo dei caduti, alla fine dello scontro, mostra che le perdite del settore opposto ai Galli furono quadruple di quelle del settore opposto ai Sanniti ed è inoltre chiaro che la giornata non fu salvata dal sacrificio di Decio Mure, ma dalla previdenza di Quinto Fabio Rulliano che aveva tenuto delle truppe fresche di riserva e che le inviò, sia pur tardivamente, di rincalzo all'ala sinistra. E anche questa decisione dovette essere suggerita dalla consapevolezza che il maggior pericolo veniva dal contingente gallico.
Sussistono non pochi dubbi sulla relazione liviana nel suo complesso. Come già abbiamo visto, Livio accetta, in un primo momento, l'ipotesi annalistica di una concentrazione di tutte le truppe confederate a Sentino per poi ricorrere all'espediente di una ritirata degli Etruschi per fronteggiare l'aggressione di Gneo Fulvio e Lucio Postumio, mentre degli Umbri non si sa praticamente nulla.
In seguito, nel corso della narrazione, si vedono i segni delle cuciture che l'autore ha dovuto apportare unendo elementi vari e forse contrastanti, dalla tradizione annalistica che ha tenuta presente. Ne consegue un racconto nel complesso di grande carica drammatica ma non sempre omogeneo e consequenziale.
Non è del tutto chiaro come e dove fossero schierati i carri da guerra dei Galli ma sembra di capire che fossero nascosti dietro la cavalleria e che ad un certo momento abbiano fatto irruzione sul campo. L'impatto è infatti avvertito in un primo momento dai cavalieri romani i cui cavalli siimbizzarriscono e si danno alla fuga.
Da un punto di vista archeologico non abbiamo fino ad oggi prova dell'uso  del carro da guerra presso i Senoni, però i carri sono presenti sia nelle sepolture umbre sia in quelle picene.
In generale, comunque, la critica accetta questo dato e anzi, lo tiene presente, come vedremo fra poco, per localizzare il campo di battaglia che dovette avere luogo in una pianura abbastanza ben livellata da consentire le evoluzioni di questi mezzi da combattimento.
I Galli, nel racconto liviano, appaiono come combattenti formidabili ma poco resistenti al caldo e alla fatica prolungata ed è questa un'osservazione significativa. Se proviene da fonti antiche, come è lecito pensare, sarebbe il segno che i Galli erano ancora visti come degli alieni di proveni ogni caso, i dati obiettivi dimostrano, come s'è visto, la loro alta efficienza come combattenti e la loro massiccia presenza sul campo.
Per quanto concerne la localizzazione del campo di battaglia, vi sono state varie ipotesi, soprattutto da parte di studiosi locali.
Studi più rigorosi hanno tenuto presente una serie di dati di carattere topografico che appaiono nelle fonti: 1. La battaglia si svolse nell'agro sentinate al di là dell'Appennino. Dunque dovremmo trovarci nei pressi della odierna Sassoferrato che forse sorge nel sito della Sentino umbra di cui non si è mai rinvenuta traccia sotto i resti della Sentinum romana, situata poco a sud di Sassoferrato.
2. L'accampamento romano e quello dei confederati distavano una trentina di stadi, pari a circa sei chilometri.
Questa quindi dovette essere l'ampiezza del campo di battaglia.
3. Le manovre della cavalleria e dei carri comportano, come s'è detto, una zona nel complesso pianeggiante di notevole ampiezza, almeno nella parte del campo di battaglia che vide opposte le schiere dei Galli alle legioni quinta e sesta guidate da Decio Mure.
Sulla base di queste osservazioni, è stata avanzata una ipotesi di ricostruzione topografica della battaglia che resta fino ad oggi la più verosimile.
Lo scontro avrebbe avuto luogo nell'area fra Civitalba e Sassoferrato delimitata, grosso modo, a sud dal corso del torrente Sentino, a nord dalla linea Civitalba-Monterosso.
Su questa linea, approssimativamente a mezza strada, si potrebbe collocare l'accampamento dei confederati mentre il campo romano avrebbe potuto trovarsi a sud sulle pendici del monte Foce. In questo modo avrebbe un senso topografico anche l'espressione liviana "descensum in campum» (scesero in campo), abitualmente riferita al linguaggio militare.
Il campo di battaglia, situato a nord del torrente Sentino, sarebbe stato diviso, in senso nord-sud, dal fosso Sanguerone che delimita, a est una zona collinare dove si sarebbe svolta la battaglia tra Quinto Fabio e i Sanniti, a ovest un'area nel complesso pianeggiante dove si sarebbe svolto il combattimento fra i Galli e le legioni di Decio Mure.
In una tale ricostruzione del campo di battaglia avrebbe senso la carica dei carri gallici e si spiegherebbero sia l'intervento piuttosto tardivo delle riserve di Fabio a sostegno dell'ala sinistra di Mure, sia il fatto che Fabio ebbe notizia della morte del collega solo a battaglia conclusa.
A tutto ciò si dovrebbe anche aggiungere, come corollario, la constatazione della sapienza tattica dei Galli che scelsero sia il teatro più favorevole all'impiego dei loro mezzi d'urto, sia il tempismo nel gettare quest'ultimi nella mischia.
Nessun riscontro ha avuto fino ad oggi il tentativo di trovare i resti dei caduti della battaglia di Sentino, e gli scheletri rinvenuti agli inizi del secolo nella zona detta della Toveglia o del "campo della battaglia» si riferiscono quasi certamente a quelli dei numerosi duellanti che nel corso del Quattrocento sceglievano quella località per risolvere sia contenziosi personali che rivalità fra intere fazioni (da cui il nome della località).
E' interessante ricordare che proprio da Civitalba, località immediatamente prospiciente il campo di battaglia di Sentino, proviene il famoso bassorilievo fittile etrusco oggi conservato al Museo archeologico nazionale di Ancona che rappresenta un gruppo di guerrieri galli messi in fuga da Atena e Artemide dopo che hanno saccheggiato un tempio. Il fregio è del II secolo ed è ispirato quasi certamente all'episodio del sacco di Delfi del 279 a.C., ma è comunque significativo che quel tema iconografico sia stato ripreso proprio nel luogo in cui, un secolo prima, si era concretizzata la minaccia celtica alla sopravvivenza di Roma. (figure 38 e 39) L'ispirazione pergamena di questo rilievo, in cui nella policromia originale i Galli dovevano essere rappresentati con la pelle chiara, gli occhi azzurri e i capelli biondi, è universalmente riconosciuta, ma è comunque suggestivo il richiamo titanico nell'iconografia dei Celti, così come ricorrerà, due secoli dopo, nelle pagine di Livio che abbiamo appena considerato. E il particolare del capo celtico in corsa sul suo carro si collega in modo imp guerrieri essedari galli contro le legioni di Publio Decio Mure.
Certamente il bassorilievo era ancora al suo posto al tempo in cui Livio scriveva queste pagine e non possiamo nemmeno escludere che la sua plastica, così potentemente evocativa, non gli sia servita di ispirazione.
 
Cultura ed arte celto-italica.
 
La battaglia di Sentino e la successiva disfatta dei Senoni che determinò l'occupazione del loro territorio - effettiva solo dopo la caduta di Taranto, nel 272 a.C., ma anteriore alla deduzione della colonia di Ariminum quattro anni più tardi - stabiliscono un limite nettissimo per le vestigia archeologiche dei Celti tanto nella Cispadana quanto nella Transpadana.
Nonostante l'immagine fornita dalle fonti storiche in cui prevale con chiarezza l'aspetto bellicoso e conflittuale, il IV secolo sembra essere stato per i Celti d'Italia, dai dati ricavabili dall'analisi di abitati e necropoli, un periodo d'integrazione e di contatti fruttuosi che influenzano largamente le regioni transalpine. Per questo è spesso più esatto definire la cultura di questo periodo celto-italica piuttosto che lateniana, specialmente per tutto ciò che caratterizza l'ambiente socialmente più elitario. Infatti le tombe ricche dei Senoni e dei Boi di quest'epoca contengono solo pochi oggetti lateniani, di tipologia ben nota in ambiente transalpino, mentre sono nettamente predominanti i materiali di provenienza etrusca o italiota, oppure quelli derivati dalla tradizione etrusco-italica. Si tratta del vasellame in bronzo, del servizio simposiaco o degli altri utensili da banchetto, delle ceramiche, di fabbricazione greca o etrusca e anche dei recipienti di terracotta comune, definiti talvolta celtici, ma più vicini agli antecedenti locali che alle forme transalpine. La stessa panoplia bellica comprende armi sconosciute Oltralpe, per esempio un tipo di giavellotto con lunga asta di ferro, il pilum, o gli elmi di metallo. L'unica a non cambiare è la spada, che resta l'arma principale, la lunga spada lateniana utilizzabile di stocco e di taglio e che viene adottata anche dalle popolazioni circostanti, amici o nemici. Come si è già detto, la si trova presso Veneti, Reti, Liguri, Umbri o Piceni, in contesti funerari che per le particolarità del rito appartengono certamente agli autoctoni. Fatto significativo, il successo dell'armamento lateniano conosce il suo apogeo tra la fine del IV secolo e l'inizio del secolo seguente, cioè prima della sconfitta dei Senoni cisalpini.
Ricchi e affinati dalla rapida adesione alla cultura greco-etrusca, i Celti immigrati in Italia esercitarono un grande fascino sui loro cugini transalpini. La Penisola divenne allora la destinazione preferita di tutti gli avventurieri che desideravano far fortuna o che erano in cerca di gloria. Si stabilì un intenso andirivieni tra diverse regioni transalpine e l'Italia, documentato non solo dalla stretta parentela degli oggetti rinvenuti da una parte e dall'altra del massiccio alpino ma anche da un processo innovativo che interessò l'arte dei Celti continentali e che fu suscitato dal diretto contatto tra artigiani transalpini e l'ambiente etrusco-italiota. (figura 31) L'intensificazione degli scambi è particolarmente evidente nel caso del corallo, un materiale molto amato dai Celti che lo usavano dal VI secolo per decorare oggetti di prestigio - soprattutto monili, ma anche armi, ornamenti sui carri e altro -, e a cui probabilmente attribuivano delle virtù magiche. Il suo smercio raggiunse nel IV secolo un volume senza precedenti: venne creato anche un tipo di fibula a piede discoidale ornato da una borchia di corallo, particolarmente diffuso in Svizzera, che conoscerà un grande successo nell'insieme del mondo celtico. Poiché questa materia importata doveva essere rara e costosa, in Boemia se ne cercò un surrogato e si produsse un tipo di fibula che al posto del corallo portava una borchia di bronzo. A prova che il corallo proveniva dal golfo di Napoli, si sono ritrovate in diverse parti dell'Europa continentale delle fibule che imitano manifestamente le ricche fibule a decoro filigranato fabbricate all'epoca dagli orefici campani.
(figura 32) Si potrebbero citare quantità di esempi di influenze dell'ambiente celto-italico che arrivano nel IV secolo Oltralpe. Tra le più significative figurano l'introduzione puntuale, nella Champagne, della tecnica di pittura ceramica a risparmio, tipica dei vasi greci ed etruschi a "figure rosse», e la diffusione del motivo, molto in voga all'epoca in ambito italiota, del "nodo erculeo» (è il nodo "piano» del gergo marinaro).
Tale motivo arriva fino in Irlanda dove è applicato su un torques tubolare d'oro con estremità a falsi tamponi, probabilmente importato dal Continente, che rappresenta a tutt'oggi il più antico prodotto lateniano dell'isola. E' inoltre significativo che la decorazione di questo monile imiti la tecnica della filigrana, sconosciuta nell'oreficeria celtica ma corrente invece in quella italiota.
(figura 34) Questi contatti sono anche confermati dalla scoperta di precise importazioni, così la situla etrusca di Mannersdorf am Leithagebirge, una località nella parte orientale dell'Austria, trovata in una ricca tomba assieme ad una fibula con borchia di corallo sul piede e "nodo erculeo» sull'arco; la situla italiota di Waldalgesheim in Renania, associata ad una ricca parure - torques e paio di bracciali - in cui compare lo stesso motivo, e altri ancora.
Particolarmente interessante a questo riguardo è la sepoltura di un guerriero dell'inizio del III secolo scoperta recentemente a Plessis-Gassot a nord di Parigi: accanto alla panoplia lateniana che accompagnava il defunto - spada lunga nel fodero con il suo sistema di sospensione ad anelli, scudo a guarnizioni metalliche, lancia - si trovavano anche due coppe a vernice nera, prodotte probabilmente a Volterra, secondo un uso abbondantemente documentato presso i Celti cispadani, ma sconosciuto in quest'epoca presso i Transalpini. Associata alla provenienza dei recipienti, questa particolarità nel rituale indica chiaramente un contatto diretto con la Penisola. Inoltre, il fodero presenta l'emblema della coppia di draghi, detta anche lira zoomorfa, realizzato in lamina di bronzo ritagliata e applicata sul supporto di ferro. Appliques di questo genere, scorporate dal fodero, sono note in Cispadana. Ci troviamo dunque di fronte a un veterano di ritorno dall'Italia.
Un altro esempio di relazione puntuale e indiscutibile tra Cispadana e la Celtica transalpina è fornito dal fodero di spada della tomba di un capo senone trovata a Moscano di Fabriano - databile al più tardi verso la metà del IV secolo , e dall'esemplare proveniente da una sepoltura di Epiais- Rhus, una località situata a nordovest di Parigi: entrambe sono decorate secondo i canoni del nuovo stile vegetale d'ispirazione italiota, con motivi ottenuti dallo stesso punzone. Naturalmente non si può determinare il luogo di fabbricazione del fodero trovato in Francia, ma l'impiego del medesimo utensile è prova di un legame indiscutibile. A contatti del genere, che sono il risultato più dello spostamento di individui che di movimenti di gruppi importanti, devono attribuirsi gli stretti legami con l'ambiente italico che mostrano altri oggetti di prestigio eccezionale, come l'elmo da parata ornato d'oro e corallo di Agris o quello di Amfreville, entrambi rinvenuti in un contesto votivo. (figura 33) Le testimonianze dei contatti transalpini sono dunque numerose e significative, ma sembrano andare a senso unico, almeno quando l'origine dei materiali può essere chiaramente determinata dall'ambiente celto- italico verso nord. I Celti d'Italia contribuiscono quindi in modo decisivo alla trasformazione della cultura lateniana che sfocia a partire dalla seconda metà del IV secolo in una forma d'arte rinnovata e originale, che sarà illustrata dalle Isole atlantiche ai Carpazi da una produzione di oggetti di metallo di qualità notevolissima.
In Italia, le opere del nuovo stile caratterizzato da motivi continui di natura vegetale sono poco numerose ma molto significative: torques in oro e fodero di spada da Filottrano, fodero della spada e fibula di Moscano di Fabriano, foderi di Casalecchio e di Monterenzio, guarnizioni in bronzo (di secchio o brocca in legno?), oggi perdute, da Comacchio. Databili tutti al più tardi verso la metà del IV secolo, illustrano il momento iniziale di questo rinnovamento dell'arte celtica. Interesserà successivamente le regioni a nord delle Alpi e quelle danubiane, mentre l'ambiente celto- italico sarà marcato in modo sempre più forte dall'impronta della cultura greco-etrusca. (figura 35) La situazione cambia in modo visibile nel corso del secondo quarto del III secolo. Appaiono allora nella Cisalpina numerose forme lateniane che avevano avuto origine in ambiente danubiano, come le parures anulari ad ovuli, alcuni tipi di fibule e delle innovazioni nel campo dell'armamento che iniziano nel contesto della Grande spedizione del 280: si tratta di diversi tipi di catene che facevano parte di un nuovo sistema di sospensione della spada, completamente sconosciuto dai Senoni ma utilizzato da Boi e Transpadani nella Cisalpina.
E' questo il periodo in cui compaiono i primi oggetti lateniani rappresentativi dell'ambiente insubre. Sono all'origine di un'evoluzione locale che sfocerà nella formazione di una facies lateniana distinguibile per diverse particolarità dal tronco transalpino di origine. Si creano per esempio delle forme specificatamente cisalpine come gli anelli da caviglia a ovuli cavi di tipo insubre, che si ispirano a modelli danubiani ma se ne distinguono nettamente per la forma allungata degli ovuli, oppure i torques a doppio filo d'argento attorcigliato, diffusi soprattutto presso i Cenomani e i loro vicini veneti. (figura 36) E' difficile discernere oggigiorno le cause e il meccanismo dell'affermazione locale della cultura lateniana. Sembrerebbe verosimile che si tratti di una conseguenza della brutale rottura degli equilibri che avevano favorito l'integrazione progressiva dei Celti d'Italia nell'ambiente etrusco-italico. Sono in gioco due fattori principali. L'uno esterno: il riflusso della grande spedizione balcanica del 280 e la conseguente necessità per gruppi militari molto mobili, attirati dall'avventura o spinti dalla fame di terre e di bottino, di trovare altri sbocchi. L'altro è interno: la pressione di Roma, insediata ormai sul margine della pianura padana, difficile da fronteggiare senza fare appello a nuovi contingenti. Tutto questo ha dovuto svolgere un ruolo determinante. Sembra che i Celti cisalpini abbiano cominciato a far ricorso al mercenariato transalpino dal secondo quarto del III secolo. Lo racconta esplicitamente Polibio (II, 22), quando descrive la costituzione di una coalizione gallica e i suoi preparativi di campagna del 225. In quel passo egli spiega il nome dei Gesati della valle del Rodano, alleati degli Insubri e dei Boi, dicendo che significa "coloro che si affittano per delle spedizioni».
Un'ondata migratoria analoga a quella che si è riversata alla stessa epoca nella Champagne, nel Sudovest della Francia e in altre regioni transalpine, ha potuto toccare la Cisalpina. La piccola necropoli di Dormelletto nel Nord del Piemonte, recentemente scoperta ed esplorata, potrebbe esserne un indizio. Vi si trovano infatti delle inumazioni, insolite in un ambiente incineratorio, con donne parate con anelli da caviglia ad ovuli cavi, che potrebbero essere indizio dell'insediamento verso il secondo quarto del III secolo di una piccola comunità di origine danubiana. Quale che sia la spiegazione di questa insolita presenza, si può affermare che anche se la Cisalpina avesse conosciuto allora un'immigrazione di una certa importanza - che resta da dimostrare - questa si sarebbe dispersa nei territori occupati senza modificare sensibilmente né l'estensione né il carattere del popolamento anteriore.
L'intensificazione dell'aspetto lateniano della cultura messa in luce dalle sepolture sembra però generale e indiscutibile. L'emergenza di una cultura lateniana cisalpina ormai ben ancorata localmente giustifica l'impiego dell'aggettivo "gallo-romano», riferito alla cultura dei Celti transpadani sottoposti all'influenza diretta di Roma nel II secolo e all'inizio del secolo seguente.
 
Paleoetnografia dei Celti cisalpini.
 
Al contrario di quanto si crede comunemente, i popoli celtici immigrati nella Cisalpina non costituiscono un blocco omogeneo, dal momento che appartenevano all'origine a facies differenziate e che in più furono inevitabilmente marcati dal sostrato autoctono della regione che avevano occupato. In alcuni casi, come in quello dei Lingoni, un popolo che aveva degli omonimi che all'epoca di Cesare risiedevano in Gallia nella regione di Langres, i dati forniti dai testi e dall'archeologia sono troppo scarsi per trarne qualche bilancio. In altri casi, come per i Senoni ricordati precedentemente, l'informazione fornita dai testi permette di localizzarli in una regione ben delimitata e sufficientemente ricca di materiali archeologici significativi. L'analisi dei dati forniti da fonti differenti aiuta allora a tratteggiarne un'immagine molto più dettagliata e varia di quanto si immaginava un tempo.
In questo senso l'Italia fornisce un campo d'interesse eccezionale per lo studio etnografico dei Celti antichi. Infatti si può tentare di ricercare i caratteri distintivi dei vari popoli, di compararli e apprezzare i loro legami, le evoluzioni e le reciproche relazioni. I segni esterni d'appartenenza a una determinata comunità etnica dovevano essere molteplici, soprattutto quando individui di varie tribù si riunivano per delle spedizioni militari: insegne di adunata, elementi di costume - colori e motivi dei tessuti impiegati - emblemi dipinti sugli scudi e altro. Tutti questi segnali oggi non siamo più in grado di identificarli, a parte una sola eccezione: l'emblema a coppia di draghi o grifoni, guardiani mostruosi dell'Albero della Vita, inciso o applicato sui foderi delle spade di IV e III secolo, che si è trovato in tutta la Celtica (le Gallie, i paesi danubiani, la Penisola iberica e la Gran Bretagna). Queste insegne diffuse tanto largamente non sembrano delle espressioni di appartenenza etnica ma piuttosto dei simboli di affiliazione a una confraternita intertribale di guerrieri, del tipo di quella dei Gesati nominati precedentemente. (figura 37) L'essenziale della nostra informazione proviene dall'analisi degli elementi del costume femminile che ci restituiscono le sepolture. Infatti, come nella maggior parte delle società rurali, gli ornamenti vestimentari erano sottoposti a strette regole che permettevano di distinguere visualmente non solo il rango e lo stato - nubile, sposata, vedova - di una donna, ma anche la sua comunità d'origine.
Evidentemente, gli elementi deperibili del costume (veli, nastri, acconciature, ecc.) dovevano completare questa sorta di carta d'identità visiva. Lo studio statistico delle parures e del modo di portarle in un'area determinata permette così di definire le usanze locali, di scorgerne le evoluzioni o le modificazioni improvvise, di identificare le eccezioni e di ricercarne le cause, nel caso dell'origine allogena di un individuo. Questo approccio, limitato evidentemente alle situazioni in cui il deposito funerario riflette almeno parzialmente il costume portato in vita nelle grandi occasioni, ha già permesso nelle regioni transalpine di chiarire alcuni aspetti dei movimenti di popolazioni tra IV e III secolo. I materiali cisalpini illustrano più in dettaglio i legami che si possono stabilire tra costumi vestimentari e insiemi etnici identificati dai testi.
Si è già detto dei Senoni, presso i quali, nonostante la forte impronta dell'ambiente greco-etrusco-italico, il ricordo della provenienza dalla Champagne traspare nell'uso del torques associato a un paio di bracciali portati simmetricamente sugli avambracci. Documentata a Filottrano e Montefortino, questa parure è rara in Italia ma molto significativa, poiché è riservata a donne di alto rango, come indica chiaramente l'uso dell'oro per la sua fabbricazione.
La situazione è meno chiara ma altrettanto esplicita presso i Boi, insediati a nord dell'Appennino nell'attuale Emilia-Romagna, tra il Po e un limite incerto situato a ovest di Rimini, forse il Rubicone che più tardi servirà da confine alla provincia della Gallia cisalpina. Questa regione non presentava un popolamento omogeneo, infatti accanto agli Etruschi, essi stessi di diversa origine, vivevano Umbri e Liguri delle montagne. Il centro principale era Felsina, un agglomerato che poteva essere definito urbano almeno dal VII secolo. La sua ricchezza veniva da un'agricoltura prospera che sfruttava - grazie al controllo idrico di un sistema di canali già antico e costantemente migliorato - le terre fertili della pianura, e dalla sua posizione strategica all'incrocio degli assi commerciali tra l'Adriatico, il versante tirrenico dell'Appennino e le regioni transalpine.
L'origine dei Boi sembra si possa localizzare nel paese che porta ancora il loro nome, la Boemia, l'antico Boiohaemum, e la limitrofa Baviera.
Intensamente popolate nel V secolo, queste regioni presentano verso la fine del secolo una netta rottura nella continuità del popolamento, che si attribuiva un tempo all'invasione dei Celti storici, oggi invece alla partenza di quasi tutti gli abitanti verso l'Italia. I Celti autoctoni di Boemia avevano intrattenuto nel V secolo dei contatti diretti con l'Italia, probabilmente a causa dei giacimenti di stagno del Nordovest del paese.
Dovevano quindi avere una meta precisa del viaggio e una idea chiara delle loro possibilità di insediarsi nella Penisola.
Tuttavia mantennero il ricordo delle loro terre di origine e probabilmente anche contatti con i cugini rimasti in patria cosicché ritornarono a insediarvisi, secondo la testimonianza di Strabone, dopo essere stati cacciati dalla pianura del Po dai Romani nel 191.
Escludendo nelle necropoli felsinee di fase boica qualche sepoltura femminile di rango appartenente a donne di stirpe indigena, chiaramente legate a membri dell'aristocrazia gallica, le usanze vestimentarie delle sepolture attribuibili alle donne del territorio boico indicano  chiaramente, allo stesso modo di quanto avveniva nella patria originaria nel V secolo, la prevalenza dell'uso dissimmetrico dei bracciali e l'assenza del torqu boica appartengono infatti a tipi provenienti da altre regioni- per l'esemplare di San Polo d'Enza, il Sud della Champagne, per quello a estremità a teste di serpente, trovato a Casalecchio, le regioni intorno al massiccio alpino. Si tratterebbe dunque di donne isolate trasferitesi dal luogo di origine. La cosa non stupisce, poiché già Cesare descrive, a proposito della Gallia, il ruolo importante svolto dalle alleanze matrimoniali nella politica dell'aristocrazia celtica.
Le donne di rango dei Cenomani portavano il torques come le nobili senoniche - si può pensare a un riflesso della loro comune origine dalla metà Nord della Francia attuale (gli Aulerci Cenomani transalpini hanno lasciato il loro nome alla città di Mans, a circa duecento chilometri a sudovest di Parigi) -, ma diversamente da loro indossavano i braccialetti in modo rigorosamente dissimmetrico.
La forma di torques più diffusa nel III secolo, il torques a torciglione in filo doppio d'argento con le estremità ad anello, è attestato anche presso i Veneti e presso i loro vicini della Slovenia attuale, e riflette così i rapporti d'amicizia tra Cenomani e Veneti riferiti nei testi. (figura 41) Quanto agli Insubri, le loro donne adottano nel III secolo l'uso centroeuropeo degli anelli da caviglia, accompagnati eventualmente a braccialetti portati su un solo avambraccio, mai in associazione con il torques. Questo fatto sembra emblematico delle strette relazioni che esistevano tra Boi e i loro alleati insubri, rinforzate forse dopo il secondo quarto del III secolo dalla venuta di genti provenienti dalla stessa area centro-europea.
La funzione di cavigliere delle coppie di anelli a ovuli cavi raccolti qui in tombe a incinerazione, ipotizzata a partire dal diametro, è stata confermata dalla scoperta sopraccitata della necropoli di Dormelletto.
Cavigliere del genere, ritrovate ad Arezzo, segnalano la presenza di donne insubri in un ambiente straniero.
A questi caratteri di differenziazione si associano altri aspetti del rito funebre, che si presenta quasi esclusivamente incineratorio presso gli
Insubri, incieratorio con deposizione in terra nuda o più raramente inumatorio presso i Boi che praticavano già nel V secolo il biritualismo nelle loro terre d'origine, esclusivamente inumatorio presso i Senoni e i Cenomani. Questi ultimi adottarono in epoca più tarda (II-I secolo) il rito crematorio come numerosi altri popoli celtici.
Infine, anche la ceramica presenta forme particolari proprie a determinati popoli. E' il caso della bottiglia detta "olpe a trottola», un vaso caratteristico dell'ambiente transpadano insubre che veniva usato, come indica l'iscrizione graffita su un esemplare di Ornavasso, per il vino di pregio. La sua presenza in una tomba ad incinerazione della necropoli Benacci di Bologna indica chiaramente l'origine transpadana della persona che vi fu sepolta. (figura 42) Le aree di popolamento dei Celti storici della Cisalpina non sono omogenee, poiché i Celti, soprattutto in ambiente urbano, si trovano giustapposti a residui, talvolta importanti, delpopolamento anteriore. Oppure vi si riconoscono degli individui o dei gruppi isolati, celtici anch'essi ma di diversa filiazione. A differenza del IV secolo, dove il denominatore comune era costituito da elementi propri all'ambiente indigeno, nel secolo seguente la coesione sembra assicurata soprattutto dall'elemento celtico di cultura lateniana.
Secondo una formula ben documentata in altre zone d'espansione, questi diversi gruppi celtici non cercano un'occupazione totale del territorio ma piuttosto mirano a un suo controllo militare, lasciando una certa autonomia alle città che costituivano una sorta di isole sorvegliate dall'esterno. I testi suggeriscono una situazione del genere per Modena, relativamente indipendente in mezzo a una regione che doveva essere il cuore del paese boico.
Diversamente dai popoli transalpini che si erano insediati in Italia nel IV secolo, gli Insubri e i loro vicini disponevano di una rete urbana antica indicata dai testi, in modo esplicito o implicito, come capace di difendersi e di svolgere un ruolo importante nel controllo del territorio.
Essendo costruite principalmente in legno e terra, le città celtiche non hanno però lasciato delle testimonianze significative, comparabili alle vestigia ancora visibili dell'architettura romana in pietra.
Finora non si conosce ancora un abitato di pianura che possa essere definito soltanto celtico. I siti rurali scavati recentemente nei dintorni di Modena (Magreta, Castelfranco) rivelano piuttosto la persistenza del popolamento anteriore più che l'arrivo di nuovi abitanti. Il materiale restituito presenta infatti soltanto degli elementi sporadici che possono essere considerati come il riflesso eventuale di una presenza o di un ambiente circostante celtico. Il solo sito che potrebbe fornire qualche nuova informazione è Casalecchio di Reno, dove ultimamente è stata portata alla luce una grande costruzione a fondo incavato, simile a strutture conosciute in Boemia nel V secolo. Che l'abitato fosse disperso e strutturato in piccole unità comprendenti solo qualche famiglia, analogamente alle situazioni rilevate Oltralpe, lo si può dedurre indirettamente dalla distribuzione e dalla dimensione delle necropoli.
Questo sparpagliamento in ambiente rurale, particolarmente caratteristico della Cispadana, spiega le difficoltà incontrate dai Romani nelle campagne militari. Infatti, la conquista delle città non sembra avesse nessuna incidenza sull'organizzazione militare dell'avversario. Questo modello di popolamento ricorda molto quello, più recente di quasi un millennio, messo in atto nelle stesse regioni dai Longobardi.
Paradossalmente, almeno in apparenza, questo sistema poteva tollerare l'esistenza di nuclei urbani più o meno autonomi ma non riusciva a sopravvivere ad un'occupazione che gli togliesse l'ambito rurale, il solo in cui poteva mantenere senza difficoltà la sua struttura sociale basata su legami parentali, che gli garantiva una grande coesione e la capacità di mobilitare rapidamente importanti effettivi. Si può perciò meglio comprendere la reazione dei Boi alla lottizzazione romana dell'Ager gallicus, già dei Senoni, nel 232. Diventati vicini diretti di Roma, tentarono nel 238 di impadronirsi di Ariminum (Rimini): i giovani guerrieri boici, desiderosi di prendersi una rivincita sulle sconfitte dei padri, dopo essersi assicurato l'appoggio dei loro capi e l'aiuto di Transalpini, diedero avvio alle ostilità con l'assedio della piazzaforte. Ariminum infatti, dopo la sua trasformazione in colonia romana trent'anni prima, costituiva per Roma la chiave d'accesso alla pianura padana.
Altre fonti riportano che il conflitto sarebbe stato suscitato da un'iniziativa romana contro i Liguri e i loro vicini Galli, e si sarebbe protratto per tre anni consecutivi, fino al 236, quando il rifiuto romano di evacuare Rimini sarebbe stato seguito da una guerra fratricida tra i Boi e i loro alleati. I due re boici, Atis e Galatos, avrebbero trovato la morte in questo conflitto interno che regolò la situazione a vantaggio di Roma. (figura 44) Le intenzioni di quest'ultima di impadronirsi definitivamente della regione e di annientare il potere boico, apparvero in modo chiaro, cosicché i Boi decisero assieme ai loro alleati insubri di fare appello ai Gesati, cioè ai mercenari transalpini, reclutati soprattutto presso quei Celti che si erano insediati da qualche decennio sulla riva sinistra del Rodano, quelli che, nel momento del passaggio di Annibale nella regione, erano chiamati Allobrogi ("gente di un altro paese»). Poiché il reclutamento tradizionale di Cartagine nella zona conosceva un momento di regressione, in seguito alla grande rivolta dei mercenari del 241-238 e all'occupazione romana della Sardegna del 237, la sospensione temporanea dei massicci arruolamenti in Gallia meridionale e in Iberia rendeva disponibile un importante potenziale di professionisti della guerra che non potevano mancare di accogliere favorevolmente la prospettiva di una spedizione militare in Italia.
I preparativi durarono quasi otto anni. Nel 225 finalmente, "l'armata magnifica e potente» (Polibio, II, 23) dei Gesati arrivò sul Po ed effettuò la giunzione con le truppe dei Cisalpini.
 
IV. LA BATTAGLIA DI TALAMONE E LA CONQUISTA ROMANA DELLA CISALPINA.
 
L'arrivo dei Gesati in val Padana e il loro congiungimento con gli alleati Boi e Insubri mise i Romani in grande agitazione, e la tradizione storiografica confluita sia in Polibio (II, 22) sia in Plutarco (Marc., 3) non perde l'occasione per evocare lo spettro della catastrofe gallica del 390-86. La paura giunse al punto che, consultati i libri Sibillini, i sacerdoti si indussero a celebrare un sacrificio umano seppellendo nel Foro boario due coppie (uomo e donna) di Greci e di Galli:
Anche i preparativi denunciavano il loro timore ... come pure le innovazioni introdotte nel campo dei sacrifici; essi che non praticavano alcun rito barbaro o comunque non indigeno, ma che, particolarmente nei riguardi del divino, si attenevano ad una moderazione che è tipicamente greca, in quel momento, con lo scoppio della guerra, furono costretti, cedendo ad alcune norme tratte dai libri Sibillini, a seppellire vivi, nel cosiddetto mercato dei buoi, due Greci, un uomo e una donna e similmente due Galli... (Plutarco, ibid.).
Quel rito terribile aveva un significato apotropaico perché consacrava agli Inferi i nemici ancestrali del nome romano: i Greci che avevano distrutto Troia, madre di Roma, e i Galli che avevano distrutto l'Urbe stessa.
Su un campo più pratico, si cercò di correre ai ripari arruolando l'esercito più numeroso possibile (fu tolta persino ai sacerdoti la dispensa dal servizio militare), mentre sul piano diplomatico fu stipulata un'alleanza con i Veneti e con i Cenomani: risultato importante che costrinse l'alleanza celtica a distaccare un importante contingente in Lombardia per tenerli a bada. Nondimeno, ciò fatto, i re Concolitano e Aneroesto condussero il grosso delle loro forze direttamente attraverso l'Etruria con l'intenzione assai probabile di marciare direttamente contro Roma.
Come abbiamo già visto, la nostra fonte principale per gli avvenimenti di quegli anni (226-225 a.C.) è Polibio che si documenta fondamentalmente sulla pagina di Fabio Pittore, testimone oculare dei fatti, da cui attinge anche Diodoro Siculo. L'annalista romano, di tendenza aristocratica, individuava la causa principale dell'invasione gallica del 225 nella distribuzione delle terre dei Senoni e dei Piceni nel 232 ad opera del tribuno della plebe Gaio Flaminio, la cui azione veniva giudicata dannosa e demagogica:
Così Gaio Flaminio introduceva quella politica demagogica che, a dire il vero, deve essere considerata per Roma il principio della discesa del popolo verso il peggio e la causa della guerra che dovettero sostenere più tardi contro i Galli...
V'è chi ha messo in dubbio l'affermazione di Polibio anche sulla considerazione che otto anni di preparativi per la spedizione celtica sono parsi troppi. Comunque stiano le cose, non bisogna sottovalutare l'intelligenza politica dei Galli, i loro rapporti internazionali e la loro capacità di prendere decisioni comuni. Essi erano certamente informati sulle azioni di conquista condotte dai Romani in Sardegna e Corsica fra il 238 e il 230 ai danni dei loro alleati cartaginesi e su quelle condotte, sempre nel 238, in Illiria per assicurarsi il controllo dell'Adriatico; erano stati inoltre costretti, come s'è già detto, a prendere delle contromisure per neutralizzare le alleanze che i Romani avevano stipulato con i Veneti e i Cenomani e dovevano aver visto quelle iniziative come una vera e propria manovra di accerchiamento.
Per di più, in quegli anni i Cartaginesi, sconfitti nella prima guerra punica, privati prima della Sicilia e poi della Sardegna, costretti a pagare ingenti danni di guerra, tentavano di ricostituire la loro potenza occupando i ricchi distretti minerari della Spagna e dovevano quindi avere interesse ad aprire un fronte di guerra in Italia che distraesse i Romani e impedisse loro di intervenire in qualsiasi modo per fermare o disturbare la loro azione di conquista in terra iberica. E' abbastanza probabile quindi che i Cartaginesi abbiano spinto i Galli ad intraprendere l'invasione del 225 probabilmente per il tramite dei Gesati della valle del Rodano, che da tempo militavano come mercenari sia nelle file dei loro eserciti sia in quelle degli eserciti delle tribù celtiche cisalpine. E' ben noto infatti come i Galli della val Padana aderissero in seguito con entusiasmo all'invasione di Annibale e prendessero parte, a volte determinante, a tutte le principali battaglie ingaggiate dal duce cartaginese contro i Romani. (figura 40) D'altra parte, i Romani inviarono, proprio nel 225, delle truppe in Sicilia e in Sardegna temendo un attacco cartaginese, il che fa pensare ad una azione celto-punica in qualche modo concertata ma che poi, almeno da parte punica, non ebbe modo di concretarsi. I Romani infatti, avendo intuito quanto stava per accadere, riuscirono a strappare ai Cartaginesi l'impegno a non spingersi con le loro conquiste al di là dell'Ebro, e quindi a cautelarsi contro una loro eventuale azione in Sardegna o in Sicilia.
Questo consentì al console Attilio Regolo di lasciare la Sardegna con le sue truppe e di ricondurle a Pisa. Dal canto loro, i Galli diedero vita ad una imponente coalizione di cui fecero parte, oltre ai Boi, i Taurisci, gli Insubri, i Taurini, e i Gesati transalpini di cui si è detto poco sopra.
Li guidavano due capi di nome Aneroesto e Concolitano. Secondo Polibio, la forza celtica era imponente: 50.000 fanti e 20.000 cavalieri, un'armata più grande di quella con cui Alessandro Magno aveva invaso l'Asia cento anni prima. Del tutto inverosimile è invece la cifra di 200.000 uomini riportata da Diodoro Siculo.
I Romani affrontarono l'invasione sostanzialmente con le quattro legioni di Attilio Regolo e Lucio Emilio che possiamo calcolare approssimativamente a 50.000 fanti e 3200 cavalieri, una forza più o meno equivalente a quella dei Celti. C'erano però nel resto della Penisola e nelle isole altre quattro legioni di riserva e due corpi d'armata alleati, uno sabino-etrusco alla guida di un pretore e uno venetocenomane che portavano complessivamente la forza romana disponibile ad un totale di circa 220.000 uomini. E' probabile che Diodoro Siculo abbia fatto confusione, appunto, tra la forza interalleata disponibile e la consistenza dell'esercito romano che effettivamente affrontò i Galli a Talamone e vi abbia adeguato il computo della forza celtica per non sminuire la vittoria romana.
Furono i Galli a muoversi per primi: valicato l'Appennino, marciarono in Etruria senza incontrare alcuna resistenza. E' probabile infatti che gli Etruschi preferissero rinchiudersi entro le mura anziché affrontare da soli i nemici in campo aperto. I Galli proseguirono allora verso sudovest in direzione di Roma e arrivarono a porre il campo a tre giornate di marcia dall'Urbe. Qui cominciarono a devastare le campagne e i centri circostanti finché il console Emilio lasciò Rimini in cui era acquartierato con le sue legioni e scese in direzione di Roma. Nel frattempo il pretore che aveva il comando del contingente etrusco-sabino, cercò di stare alle calcagna dei Galli che si dirigevano verso Fiesole per tenerli sotto controllo ma questi riuscirono ad attirarlo in un'imboscata e a infliggergli perdite durissime:
oltre seimila uomini rimasero sul campo. Il pretore richiamò i superstiti e si asserragliò sulla cima di un colle da dove, al calare delle tenebre, riuscì a vedere, a non molta distanza, i fuochi dell'accampamento di Emilio e a ricongiungersi ben presto alle forze del console.
A questo punto, stranamente, i Galli presero la via del mare per tornarsene alle loro terre, inseguiti da Emilio lungo la via Aurelia. Nello stesso tempo l'altro console, Attilio Regolo, caduta la minaccia punica sulla Sardegna in seguito al trattato dell'Ebro, sbarcò nei dintorni di Pisa e prese a muovere verso sud. Per puro caso, stando alla testimonianza di Polibio, incontrarono un distaccamento di Galli intento a raccogliere foraggio e lo catturarono. Regolo interrogò personalmente i prigionieri e apprese così da loro che il grosso delle forze galliche era a poca distanza, tallonato dappresso dall'esercito di Emilio. Regolo non pensò nemmeno a mettersi in qualche modo in contatto con il collega per concertare un'azione comune, pensò invece a guadagnarsi la gloria di aver attaccato per primo i nemici e mandò un distaccamento di cavalleria ad occupare un'altura che i Galli avrebbero dovuto sfiorare nella loro marcia verso nord. Schierò inoltre la fanteria in assetto di combattimento per quanto lo consentivano le asperità del terreno e si mise senz'altro in marcia.
I Galli, secondo una ricostruzione topografica che riteniamo attendibile, in quel momento dovevano avere a ovest i monti dell'Uccellina, a est il monte Cornuto, il Moretto e l'Aquilone e dunque in mezzo, fra questi due gruppi montuosi, avanzavano-da nord le due legioni di Regolo che già aveva mandato la cavalleria ad occupare il colle che potremmo identificare con l'Ospedaletto.
Quando videro la cavalleria romana sul colle, i Galli, essendo ancora
all'oscuro della presenza di Regolo, pensarono che almeno una parte delle truppe di Emilio li avesse sorpassati durante la notte per tagliare loro la strada e lanciarono a loro volta un contingente di cavalleria con un gruppo di fanteria leggera all'attacco della posizione ingaggiando un duro combattimento nel corso del quale riuscirono a catturare un prigioniero e a farsi dire come stavano le cose. Appresero così che non erano gli uomini di Emilio quelli che avevano davanti, ma quelli di Regolo e si disposero quindi immediatamente per fronteggiare la duplice minaccia che incombeva loro da nord e da sud.
Emilio in realtà aveva sentito dire che il collega Regolo era sbarcato a Pisa, ma non si aspettava che fosse così vicino e solo quando vide truppe romane battersi contro i Galli sul colle che aveva di fronte si rese conto della situazione e inviò alcuni dei suoi reparti a dare man forte. Egli poi  schierò il grosso delle sue forze e si preparò allo scontro frontale con i Gesati e gli Insubri che erano intanto già stati disposti in linea di combattimento contro di lui. Verso nord, contro le truppe di Attilio Regolo, i Galli schierarono invece i Boi e i Taurisci.
La descrizione che segue non è molto chiara, anche se alcuni particolari assai vividi sull'aspetto e sul comportamento dei combattenti fanno pensare alla relazione di un testimone oculare. La nostra fonte infatti dice che i Boi e gli Insubri (ossia i Galli della val Padana) scesero in battaglia indossando larghi calzoni e la mantellina, mentre i Gesati transalpini combatterono completamente nudi, temendo che gli abiti si impigliassero nei cespugli spinosi di cui era sparso il terreno. Indossavano solo i gioielli e il torques d'oro, insegna del loro rango e il loro aspetto imponente, l'atletica nudità, le urla selvagge, i suoni dei corni impressionarono profondamente i Romani.
E' evidente che la fonte di Polibio (quasi certamente Fabio Pittore, probabile testimone oculare di questa battaglia) scambiò un gesto rituale dei Gesati, riportato anche da Diodoro (V, 30, 3), per un atto di carattere pratico: non ha infatti alcun senso spogliarsi completamente su un terreno coperto da cespugli spinosi, mentre è evidente il significato che assumeva in quel momento il denudarsi: era un gesto di totale sprezzo del pericolo, un affrontare la morte nudi come si era affrontata la vita proprio perché il guerriero che cade in battaglia si aspetta di nascere ad un'altra vita essendo la sua anima immortale. Tale, infatti, era l'insegnamento dei druidi (Bellum Gallicum, VI, 14 e Strabone, IV, 4, 4).
Il particolare è senz'altro realistico e doveva corrispondere ad un uso assai largamente diffuso. Abbiamo già ritenuto di identificare con un Celta il guerriero della stele felsinea che combatte nudo contro il cavaliere etrusco; nudi sono rappresentati tutti i guerrieri galati pervenutici in copie marmoree dai monumenti pergameni ed è identificato come un Celta anche il guerriero nudo rappresentato in uno stamnos falisco del IV secolo conservato all'Akademisches Kunstmuseum di Bonn. D'altra parte è giusto ricordare che anche nell'arte greca la nudità è attributo intrinseco degli eroi. (figura 43) L'attacco concentrico dei Romani non ebbe comunque l'effetto sperato perché gli avversari, proteggendosi a vicenda le spalle, potevano combattere con grande determinazione. Da quanto è dato capire dal racconto divenuto a questo punto abbastanza sintetico e in minima parte lacunoso, sembra che i Boi e i Taurisci avessero in un primo tempo la meglio contro le legioni che li fronteggiavano da nord, non certo per il fatto che erano meglio protetti dal loro abbigliamento quanto piuttosto dal loro armamento, visto che più oltre si dice che indossavano delle corazze.
Riuscirono infatti a uccidere il console Regolo, gli mozzarono la testa e la portarono al loro re, usanza, anche questa, tipicamente celtica.
Sul fronte sud le cose non dovettero andare meglio in un primo momento, forse per l'aspetto tremendo e per la prestanza atletica dei giganteschi guerrieri gesati che combattevano completamente nudi. Fu probabilmente per quello che Emilio dovette richiamare i suoi uomini e far avanzare reparti di arcieri che sommersero gli avversari con un fitto lancio di dardi mettendone molti fuori combattimento. Il loro scudo non era sufficientemente grande per proteggerli e il corpo nudo era così molto esposto ai colpi avversari.
Dopo aver indebolito e sconvolto i ranghi dei Galli con il martellamento dei suoi arcieri, Emilio fece nuovamente avanzare la fanteria pesante di linea che questa volta ebbe buon gioco: pur battendosi con grande accanimento i Gesati e gli Insubri cominciarono a subire pesanti perdite.
Il colpo risolutivo fu quasi certamente inferto dalla cavalleria romana che, avuta la meglio sugli avversari sul Poggio Ospedaletto, si lanciò alla carica, probabilmente contro il fianco orientale dello schieramento nemico mettendolo in rotta.
La pesantezza delle perdite, anche se fu esagerata dalle fonti (Polibio parla di 40.000 morti e 10.000 prigionieri, fra i quali anche Concolitano, uno dei due re), riflette comunque la realtà di uno scontro fra Romani e Galli che anche in questo caso ebbe il carattere di una zuffa sanguinosa, di un vero e proprio massacro. Pare si salvassero solo i cavalieri che poterono darsi alla fuga rapidamente. E' anzi abbastanza logico supporre che proprio il cedimento della sua cavalleria fosse per l'armata celtica il principio della fine.
Drammatica la conclusione dello scontro: il re superstite, Aneroesto, si rifugiò su un'altura poco distante assieme a un gruppo di compagni, forse la sua guardia personale, o forse i suoi soldurii, una specie di milizia pronta a condividerne la morte in battaglia (Bellum Gallicum, III, 22), e lì preferì uccidersi assieme ai suoi familiari.
La scena descritta da Polibio, carica di pathos, ci ripropone il quadro epico-eroico del guerriero celta che preferisce la morte alla servitù ed è la stessa che ricorre nel gruppo statuario detto del "galata suicida». La scultura, di grande mano e di straordinario impatto drammatico, a noi pervenuta in copia marmorea, era originalmente un bronzo dedicato da Attalo I nel tempio di Athena Nikephoros, intorno alla metà del III secolo, e rappresenta un guerriero celta, nudo come nella descrizione polibiana dei Gesati, che, dopo aver ucciso la propria compagna, si immerge la spada tra la scapola e la clavicola per trafiggersi il cuore.
La rispondenza fra il quadro dello storico greco e la scena del gruppo statuario attalide è tale da far pensare che Fabio Pittore, fonte originale di quel racconto, avesse visto la statua, cosa impossibile visto che il gruppo giunse a Roma certamente non prima della fine del II secolo, quando, alla morte di Attalo III, il regno di Pergamo passò in eredità ai Romani. E quindi il gruppo del "galata suicida» e la scena di Aneroesto che si uccide dopo aver immolato i propri familiari vanno letti come messaggi di antropologia culturale che si confermano a vicenda e che, pur tenendo conto del tratto retorico e teatrale della scultura pergamena, testimoniano l'intensità di un costume e il carattere unitario di una civiltà anche nelle sue propaggini più periferiche. (figura 47)
Il console Emilio, tratte le spoglie del nemico vinto e distribuito il bottino, "attraversata la Liguria irruppe nella terra dei Boi» (II, 31).
Polibio non ci dà altri dati per ricostruire l'itinerario di Emilio: forse quando parla di Liguri lo storico allude ai Friniates, popolazione appenninica di stirpe ligure, nel-qual caso ci troveremmo nuovamente a ipotizzare un transito al passo dell'Abetone che avrebbe condotto l'esercito romano proprio al centro della Cispadana. E' anche possibile (e forse più probabile) che Emilio seguisse la costa fino alle foci del Magra e di là ne risalisse la valle scendendo su Parma. Qui abbandonò la regione, molto ricca, al saccheggio, poi riprese la via del ritorno, molto probabilmente da Rimini lungo la via Flaminia. A Roma celebrò il trionfo e, secondo un frammento a noi pervenuto di Dione Cassio, volle che i prigionieri insubri sfilassero ricoperti dalla corazza fino al tempio di Giove, visto che prima della battaglia di Talamone avevano giurato che si sarebbero slacciata la corazza (non prima di essere giunti) in Campidoglio: un modo di compiere il loro voto assai diverso da quello che avevano immaginato! L'insperato successo contro i Galli diede ai Romani la sensazione di poter risolvere il problema celtico una volta per tutte e di sottomettere la val Padana. Era una scelta cruciale che li portava a  valicare l'Appennino, a lasciare l'Italia peninsulare e mediterranea per addentrarsi in un territorio continentale di cui sapevano ancora piuttosto poco. E' comunque probabile che non fossero solo considerazioni di ordine politico e militare a spingerli alla spedizione verso la grande pianura settentrionale, ma anche di ordine economico. La val Padana era già stata colonizzata a fondo dagli Etruschi, che vi avevano impiantato un'agricoltura assai progredita che i Celti dovevano avere conservato con cura. La descrizione del bottino di Emilio e dell'abbondanza di gioielli d'oro indossati da guerrieri celti la dice lunga sulla ricchezza di quelle terre, sul livello e sul tenore di vita dei suoi abitanti.
Sta di fatto che l'anno successivo i nuovi consoli Quinto Fulvio e Tito Manlio invasero nuovamente la terra dei Boi con forze ingenti, li sconfissero e li obbligarono a firmare un trattato di alleanza. La campagna però non ebbe seguito a causa delle condizioni meteorologiche avverse e di una epidemia che falcidiò le truppe.
Ma evidentemente i Romani intendevano condurre a compimento il loro progetto e dopo aver sottomesso i Boi ripresero vigorosamente l'offensiva l'anno ancora successivo, 223, con i consoli Publio Furio e Gaio Flaminio:
usando probabilmente come base Genova, essi risalirono il corso del Tidone e invasero il territorio degli Anari che non era nei pressi di Marsiglia, come dice Polibio, qui chiaramente corrotto, ma fra il Po, il Tidone e la Trebbia.
Sottomessi gli Anari, i Romani avanzarono verso la confluenza fra il Po e l'Adda, ma mentre attraversavano quest'ultimo vennero attaccati dagli Insubri e subirono notevoli perdite.
A questo punto il racconto di Polibio non è più molto chiaro: sembra che i  Romani trattassero con gli Insubri una sorta di tregua che consentì loro di proseguire la marcia in direzione est, verso il territorio dei Cenomani loro alleati che li accolsero e si unirono a loro sulle rive del Chiese che fungeva da confine assieme al corso inferiore dell'Oglio. Qui sembra di capire che i Romani avrebbero risalito il Chiese (secondo altri l'Oglio) per poi invadere il territorio insubre da nord, dalle Alpi. Sembra di dedurre che i Cenomani si fossero uniti ai Romani attraversando il Chiese in direzione est-ovest e che poi i Romani avrebbero cominciato a devastare i villaggi degli Insubri provocando la loro reazione. Ben 50.000 uomini si sarebbero concentrati per affrontare l'invasione dopo aver tratto dal santuario di Atena le insegne d'oro dette "inamovibili». A quel punto i Romani, temendo che i Cenomani per la loro affinità etnica con gli Insubri, avrebbero potuto, nel corso della battaglia, abbandonarli passando dalla parte del nemico, li invitarono a riattraversare il fiume, quindi tagliarono il ponte e fronteggiarono da soli gli Insubri. La decisione di combattere da soli e con il fiume alle spalle sarebbe stata ancora una volta di Flaminio, il console plebeo, che viene aspramente criticato da Polibio sulla scorta di Fabio Pittore, e la vittoria romana è attribuita alla totale inefficienza delle spade celtiche che potevano colpire solo di taglio e che si piegavano subito dopo i primi fendenti.
L'intero racconto appare poco credibile: in primo luogo non si capisce perché mai gli Insubri, vittoriosi sull'Adda, avrebbero trattato con i Romani, che avevano perso, consentendo poi loro di proseguire indisturbati per andare a unirsi ai loro alleati. Ancora poco credibile è tutta la storia del taglio del ponte e dell'invio degli alleati cenomani dall'altra parte del fiume. Anche la descrizione della battaglia finale è poco verosimile: i Romani rinunciano alla loro maggiore capacità offensiva, il
lancio dei giavellotti, che aveva sempre un impatto formidabile, e vincono alla fine perché le spade celtiche non sono in grado di colpire di punta e quando colpiscono di taglio si piegano. In ogni caso, dalla nostra fonte originaria, e cioè Fabio Pittore, la scelta del campo di battaglia da parte di Flaminio è considerata dissennata. In realtà le spade celtiche che ci ha restituito l'archeologia appaiono perfettamente in grado di colpire di punta (forse Fabio Pittore vide delle spade piegate ritualmente per servire da corredo funebre?) e la scelta di campo di Flaminio dovette essere ottima visto che gli procurò la vittoria.
Una ricostruzione più credibile potrebbe essere che i Romani, passata l'Adda non senza qualche difficoltà, si spinsero a saccheggiare il territorio insubre fino alle Prealpi dove, sulla riva del Chiese, si unirono ai Cenomani. Gli Insubri, spaventati da quella minaccia, radunarono un grande esercito e trassero le insegne d'oro "inamovibili» del tempio di Atena, che deve intendersi come il santuario di una divinità guerriera celtica che i Romani identificarono con Atena-Minerva. Una simile identificazione ricorre successivamente nel territorio, forse ancora celtico, di Forum Gallorum durante la guerra del 43 a.C. quando una testimonianza di Dione Cassio (XLVI, 33, 3) ricorda una statua di Atena che sudò sangue alla vigilia della guerra di Modena.
Un discorso a parte merita l'accenno alle insegne d'oro "inamovibili».
Secondo una recente ipotesi, si tratterebbe delle insegne che ciascuna comunità consacrava nel santuario federale (che per gli Insubri doveva essere a Milano) cosicché non sarebbe stata possibile alcuna guerra intestina. Solo in caso di guerra esterna, quelle insegne, abitualmente "inamovibili», avrebbero potuto essere condotte in campo per guidare l'esercito confederato contro l'invasore.
Secondo una testimonianza di Orosio, i caduti da parte gallica sarebbero stati novemila e settemila i prigionieri, cifra probabilmente verosimile visto che i due consoli, a quanto risulta dai Fasti, ottennero il trionfo De Galleis (Flaminio), e De Galleis et Liguribus (Furio) direttamente dal popolo, avendolo il Senato rifiutato per vizi procedurali e rituali.
L'anno dopo, 222, essendo consoli Marco Claudio Marcello e Gneo Cornelio Scipione Calvo, i Galli insubri tentarono di trattare inviando una delegazione a Roma che offriva, stando alle nostre fonti, la pace e una completa sottomissione, ma la missione ebbe esito negativo per cui si prepararono ancora una volta alla guerra assoldando 30.000 guerrieri gesati dalla zona del Rodano. Polibio non dice perché i Romani rifiutarono una simile offerta, che avrebbe risparmiato loro altre spedizioni assai costose sia in termini economici che di vite umane: è abbastanza probabile che l'offerta degli Insubri non contemplasse una completa sottomissione o che chiedesse contropartite che i Romani non erano disposti a concedere.
Plutarco (Marc., 6, 2) dice che fu Marcello che aizzò il popolo alla guerra perché riteneva che comunque gli Insubri avrebbero combattuto dal momento che i Gesati avevano attraversato le Alpi col preciso intento di trascinarli in un ennesimo conflitto contro i Romani.
La versione di Polibio appare senz'altro la più credibile, ma è comunque evidente che il duello fra i due popoli aveva assunto tali caratteri di accanimento da lasciare poco spazio alla diplomazia, e l'alto numero di morti provocato da ambo le parti in scontri sempre più sanguinosi non doveva certo-favorire un processo di pace.
Le ostilità ripresero nella primavera del 222 e i Romani, invasa nuovamente la terra degli Insubri, posero l'assedio alla città di Acherra, un centro di cui si sa molto poco ma che doveva trovarsi, secondo alcuni, non lontano dall'odierna Pizzighettone, pressappoco alla confluenza fra l'Adda e il Serio. Gli Insubri reagirono invadendo il territorio degli Anari, sotto controllo romano, e assediando Casteggio. Marcello accorse in aiuto con la cavalleria e sbaragliò i Celti in campo aperto, uccidendo, come abbiamo già visto, di sua mano, il re nemico Viridomaro (Britomarte), poi tornò indietro e si riunì al collega per prendere d'assalto Acherra che cadde poco dopo. I superstiti ripiegarono e Cornelio Scipione li incalzò dappresso fino a Mediolano (Milano) che Polibio definisce "l'insediamento (polisma) più importante nel territorio degli Insubri», dove i fuggiaschi si trincerarono. Cornelio Scipione, forse scoraggiato dalla vista delle difese, decise di ripiegare, ma gli Insubri fecero una sortita e attaccarono le sue retroguardie infliggendo loro notevoli perdite. Scipione allora fece dietro front e ingaggiò battaglia campale.
Gli Insubri, dopo aver opposto una certa resistenza, alla fine furono sconfitti e non tentarono nemmeno di difendere Milano, ma si ritirarono sulle montagne. I Romani li inseguirono a loro volta mettendo a sacco il territorio e presero d'assalto Milano che cadde nelle loro mani. Gli Insubri si arresero senza condizioni e questa resa segnò la fine, almeno per il momento, della guerra gallica che aveva visto opposte le due etnie, romana e celtica, per quasi due secoli.
Vale la pena richiamare il commento di Polibio (II, 35) ad un evento di questa portata:
Così dunque finì la guerra contro i Celti, che per l'ardire e il coraggio dei soldati e per le battaglie e il numero dei morti e dei combattenti non fu certo inferiore a nessuna delle guerre ricordate dalla storia, ma per gli intrighi politici e per l'impreparazione con cui fu condotta nelle diverse fasi fu molto criticabile, giacché ogni evento fu deciso dai Galli e non solo qualche volta ma sempre, più per istintivo coraggio che per considerata riflessione. E noi, che abbiamo visto come dopo pochi anni furono scacciati dalla pianura padana, tranne poche località proprio alle pendici delle Alpi, abbiamo ritenuto di non dover lasciare senza ricordo né il primo attacco dei Galli, né le vicende che seguirono, né l'ultima incursione...
E' evidente che lo storico greco si rende conto della vastità della portata di un simile conflitto, lui che conosceva bene il terrore che le invasioni celtiche avevano portato anche nel mondo greco, lui che conosceva gli attacchi celtici contro Delfi e le lunghe lotte del regno di Pergamo contro i Galati, celti anch'essi, d'Asia. Per lui i Galli sono semplicemente dei barbari ai quali i Romani, per beghe politiche interne o per scarsa valutazione del problema, avevano sempre lasciato l'iniziativa della prima mossa.
Valorosi, certo, ammirevoli in battaglia, ma pur sempre barbari, incapaci di prevalere, alla lunga, su "chi scende in campo armato della sua intelligenza».
Che cosa c'è di vero nelle parole di Polibio e quanto c'è invece di pregiudizio? Certamente il termine "barbari» riferito ai Celti è estremamente riduttivo: abbiamo visto come questo popolo avesse sviluppato una sua cultura per certi versi anche avanzata, come avesse una spiritualità molto elevata, legata al mondo della natura e delle forze cosmiche e quanto grande fosse presso di loro il senso dell'onore e della libertà che spesso faceva loro preferire la morte alla schiavitù.
In ogni caso anche questo aspetto, in qualche modo naif, deve essere ridimensionato- nonostante la parzialità delle nostre fonti dobbiamo dedurre che i Celti coltivassero rapporti politici e diplomatici anche a livello internazionale e che avessero una conoscenza più che sufficiente delle regole dell'economia e della tecnologia. E' probabile che i Romani avrebbero comunque invaso la val Padana nella loro spinta di conquista, ma è pur vero che non abbiamo motivo di dubitare delle parole di Polibio quando dice che furono sempre i Galli ad attaccare per primi e quando censura i Romani per la loro impreparazione e per il modo affrettato e improvvisato di affrontare il problema che proprio per questo si sarebbe trascinato per un tempo così lungo.
E' un peccato che lo storico greco non si soffermi di più a descrivere Milano, ma va detto che lo status di "insediamento più importante del territorio degli Insubri» che le attribuisce è stato fondamentalmente confermato dagli scavi effettuati in città in occasione della realizzazione delle stazioni della metropolitana. Sulla base di queste esplorazioni gli archeologi hanno calcolato che il capoluogo insubre avesse, già nel V secolo, un'estensione, senz'altro rispettabile, di circa dodici ettari.
L'allusione alla cacciata dei Celti dalla val Padana è un altro passaggio di importanza cruciale per la sua eccezionale portata sia sul piano del tessuto etnico padano, sia su quello della sua eredità culturale e civile.
Essa si riferisce agli eventi successivi alla seconda guerra punica che videro la ribellione dei Celti appena sottomessi e la loro alleanza con Annibale. Ma su questo punto torneremo più oltre.
 
I Celti durante la guerra annibalica.
Polibio vede nella capitolazione degli Insubri la fine delle guerre galliche e integra così nel quadro della seconda guerra punica i conflitti successivi. Bisogna però tenere presente che l'idea stessa di una campagna d'Italia organizzata da Annibale doveva molto ai risentimenti che provavano i Boi e gli Insubri contro Roma.
L'ambasciata boica condotta dal re Magilos, che aspettava nel 218 Annibale sulla riva sinistra del Rodano, mostra chiaramente che il progetto del generale cartaginese era conosciuto e accolto con tanta maggiore speranza per il fatto che i Romani avevano intrapreso la lottizzazione delle terre nella pianura del Po fondando due colonie: Cremona e Placentia (Piacenza), destinate ad assicurare il controllo dell'asse fluviale nel punto in cui divideva i due grandi popoli gallici.
Inoltre i Romani potevano contare, nel cuore del territorio boico, su Mutina (Modena), di cui avevano il controllo.
Queste azioni scatenarono di nuovo le ostilità dei Boi che assalirono i triumviri incaricati della distribuzione delle terre. Questi ultimi, diffidando delle fortificazioni di Piacenza, probabilmente ancora incompiute, preferirono rifugiarsi a Modena (Livio, XXI, 25) dove i Boi li assediarono. I triumviri allora mandarono una delegazione a trattare, ma i Boi fecero prigionieri gli inviati e proposero poi di scambiarli con i loro ostaggi prigionieri dei Romani.
Livio non dice che cosa ne fu di questi uomini, mentre Polibio riprende l'argomento nel suo racconto che precede la battaglia della Trebbia (217) specificando che i Boi consegnarono ad Annibale "i magistrati che dividevano le terre» (III, 40). Non sappiamo se Polibio confonda i magistrati con gli inviati di cui parla invece Livio, cosa per noi più probabile visto che Modena, come vedremo più oltre, è ancora in mano romana nel 193, ma se Polibio fosse nel giusto allora significherebbe che Modena era caduta, benché di questo evento non vi sia alcuna traccia nelle fonti.
Non bisogna pensare che la totalità dei Galli cisalpini si sia schierata immediatamente con Annibale. Infatti, oltre agli alleati tradizionali, Cenomani e Anari, i Romani schieravano nelle loro file un certo numero di mercenari gallici.
L'armata cartaginese, dopo il passaggio delle Alpi, fu piuttosto male accolta dai Taurini del Piemonte, in lite contro i loro vicini insubri.
Annibale dovette assediarne la piazzaforte Taurasia, l'attuale Torino, e sottometterli di forza.
I primi successi del generale cartaginese al Ticino e a Casteggio provocarono la defezione di un contingente gallico nell'esercito romano.
Erano duemila fanti e duecento cavalieri, a cui se ne sarebbero aggiunti parecchi altri. Confrontando le cifre riportate da Polibio, Annibale avrebbe reclutato presso i Cisalpini, tra il passaggio delle Alpi e la battaglia della Trebbia, circa ottomila fanti e tremila cavalieri.
Al Trasimeno le truppe galliche furono schierate proprio all'imbocco della strettoia, nel settore destro dello schieramento annibalico sui due fianchi della cavalleria numidica ed ebbero certamente una parte notevole nel successo della giornata campale. Fu un Celta ad uccidere di sua mano il console Flaminio (Polibio, III, 84), ma i Galli subirono le perdite più pesanti: 1500 uomini, quasi un quinto dei loro effettivi.
Cruciale fu anche il loro ruolo a Canne (216 a.C.) dove tennero la parte più avanzata del famoso "schieramento convesso» della fanteria annibalica e dove scesero in battaglia nudi come a Talamone (Polibio, III, 114).
Annibale li usò come massa d'urto iniziale prevedendo anche, molto probabilmente, il loro cedimento e l'incunearsi a fondo dei Romani fra le sue ali fortemente arretrate come le estremità di un arco teso. Anche qui i Galli pagarono un duro prezzo di sangue lasciando sul terreno quattromila morti. Ma vale la pena soffermarci sul tipico atteggiamento dei guerrieri celti che qui, come a Talamone, scendono nudi in battaglia.
La nudità rituale dei guerrieri della prima linea indica chiaramente la presenza, nel contingente gallico dell'esercito cartaginese, di membri delle confraternite militari che cercavano sui campi di battaglia la "buona morte», cioè la morte che permetteva di entrare nel novero degli eroi e di godere dell'eterna felicità. Una sorte riservata a chi aveva saputo sfidare il destino, ostentando il suo coraggio come unica forma di protezione. Come si è detto precedentemente, è probabile che il segno distintivo di questo tipo di confraternite militari fossero gli emblemi di coppie di draghi e di grifoni incisi sui foderi delle spade e diffusi nel mondo celtico principalmente nel III secolo, periodo della maggiore attività di gruppi mobili di guerrieri che giravano da una estremità all'altra dell'Europa in cerca di guerre e avventure.
La grande importanza di questi emblemi è testimoniata dal ricordo che ne è rimasto fino nella letteratura medioevale del ciclo arturiano: infatti, nel racconto dei Mabinogion gallesi chiamato Il sogno di Rhonabwy, la spada magica di Artù - quella che venne nominata in latino Excalibur o Caliburnus, dal greco-latino chalybs (a sua volta derivante dal nome dell'antico popolo anatolico dei Chalybi, famosi per la loro abilità nel temprare l'acciaio), cioè "acciaio temperato» -, portava l'immagine di due serpenti d'oro e, quando veniva sguainata, "sembrava di vedere due fiamme di fuoco uscire dalla bocca dei serpenti. Era così terrificante che non era facile sopportarne la vista».
Un emblema del genere, inciso su un fodero del III secolo trovato in Normandia, a Baron-sur-Odon, possedeva ancora un'incrostazione in filo d'oro.
Sono proprio questi emblemi guerrieri, facilmente identificabili, che permettono di cogliere un aspetto particolare del mercenariato celtico. In effetti, anche se i corredi funerari dove figurano foderi con quel tipo di decorazione, sono per lo più chiaramente attribuibili a Celti di cultura lateniana, troviamo qualche caso dove questa attribuzione non è accettabile. Il caso forse più evidente riguarda la spada lateniana, col fodero ornato dalla coppia di draghi serpentiformi, trovata in una tomba ad incinerazione tipicamente celtiberica di Quintanas de Gormaz, un sito dell'alta vallata dell'Ebro, nelle vicinanze di Soria. Il fodero è stato aggiustato con l'aggiunta di anelli saldati sul bordo, così da permettere di portare la spada lateniana sospesa come un'arma celtiberica.
Questo dimostra chiaramente che il personaggio sepolto era un soldato che aveva per un certo tempo combattuto fuori della Penisola iberica a fianco di mercenari celti ed aveva adottato la loro arma più significativa. E' un fatto tanto più interessante, che, proprio per la diversità dell'armamento, Celti ed Iberi vengono sempre distinti negli elenchi delle forze mercenarie. In altre parole, le truppe cosiddette celtiche erano delle truppe equipaggiate con un certo tipo di armamento - la lunga spada lateniana, la lancia e lo scudo oblungo con umbone mediano metallico - ma non erano esclusivamente di etnia celtica. Quindi, le truppe galliche di Annibale comprendevano probabilmente anche un buon numero di Liguri ed altri italici armati in questo modo. Fatto in ogni caso confermato da Livio nella sua relazione sulla battaglia di Zama: "[Annibale] poi dispose i mercenari liguri e galli misti a Balearici e Mauritani» (XXX, 32).
(figura 45) I contatti tra il mondo ligure e i Celti padani sembrano essere stati molto stretti, in particolare nel III secolo, e un certo numero di spade dai foderi decorati con gli emblemi citati sono state trovate in Liguria, nel contesto di tombe ad incinerazione, deposte in una cassetta di lastre di pietra, secondo un rito tipicamente locale. Il sito che illustra meglio questa situazione è Ameglia, che si trova allo sbocco di una via che collegava la costa tirrenica con la pianura padana. La sua frequentazione nell'epoca della presenza celtica in val Padana è testimoniata, oltre che dai ritrovamenti di Ameglia, anche da una tomba scoperta presso Berceto, a Casaselvatica, sul versante padano dell'Appennino ad una ventina di chilometri dal passo della Cisa. La cassetta di pietre era in questo caso molto grande e conteneva un'inumazione, mal conservata a causa del terreno.
L'armamento comprendeva la solita spada lateniana, una punta di lancia molto lunga, tutte e due piegate più volte secondo la caratteristica usanza ligure, un tallone di lancia, un coltellaccio e un elmo di bronzo di tipo etrusco-italico, munito di paragnatidi (copri-guance) e di grandi corna in lamina di bronzo ornata a sbalzo con motivi solari tipici dell'ambiente ligure. Ci troviamo quindi di fronte ad un misto di elementi celtici - rito inumatorio, armamento - e liguri - cassetta di pietre ed armi piegate - che illustra la commistione tra i due ambienti. (figura 46) Le due popolazioni, vicine per spirito guerriero e forse anche per lingua, hanno certamente sfruttato tutte le possibilità di imprese militari redditizie e in primo luogo il mercenariato.
Il ruolo importante svolto in questa particolare attività economica da Genova, luogo ideale per il reclutamento a causa delle relazioni marittime e della prossimità di popolazioni adatte al mestiere delle armi, è testimoniato dai ritrovamenti dei recenti scavi del sito di San Silvestro:
un frammento di fodero lateniano e una fibbia di cinturone di tipo iberico, trovati in un contesto dell'ultimo quarto del IV secolo a.C.
L'intensità dei contatti tra l'ambiente ligure e i Celti padani, in primo luogo i Boi, è testimoniata nel III secolo oltre che dall'armamento, anche dalla presenza in tombe della Liguria di parures femminili di tipo lateniano, per esempio i caratteristici bracciali ad ovuli cavi. Anche le fibule lateniane sono diffuse in modo abbastanza capillare nell'ambiente ligure della montagna. Si può quindi supporre una convivenza piuttosto amichevole, associata forse a movimenti di individui o piccoli gruppi.
La possibilità di appoggiarsi su una riserva di uomini particolarmente ben addestrati e resistenti, ha certamente contribuito alla straordinaria capacità di resistenza dei Boi, decimati regolarmente dall'esercito romano eppure sempre capaci di portare in campo delle truppe fresche ed agguerrite, anche quando i loro contatti col mondo transalpino furono resi difficili dalla presenza romana sul Po.
Il fatto che Annibale abbia arruolato grossi contingenti liguri, armati alla celtica, assieme ai Cisalpini, può spiegare perché quest'ultimi abbiano conservato localmente una larga disponibilità per azioni militari.
Dopo la battaglia di Canne e nello stesso anno 216, i Boi riportarono infatti una grande vittoria in una parte della pianura del Po ancora non ben identificata, in una vasta foresta chiamata Litana, dove tesero un'imboscata all'armata del pretore-Postumio, partito da Ariminum (Rimini) con una forza di venticinquemila uomini. I Boi tagliarono gli alberi lungo la strada che sarebbe stata percorsa dai Romani, e quando li videro giungere glieli fecero cadere addosso schiacciandoli e poi massacrando buona parte dei sopravvissuti. Il pretore figurò fra i morti:
Gli tolsero le insegne, gli tagliarono la testa e questi trofei furono portati in trionfo dai Boi nel loro tempio più sacro; il cranio, ripulito e ornato d'oro, secondo il loro uso, divenne il vaso sacro utilizzato per le libagioni solenni come coppa del sacerdote e dei preposti del tempio (Livio, XXIII, 24).
 
Si è detto che questa battaglia sarebbe stata soltanto un racconto leggendario fondato sul mito celtico della "guerra degli alberi», il cui ricordo sarebbe anche all'origine della scena della foresta in marcia nel Macbeth di Shakespeare. Ispirato da fonti celtiche, il racconto della battaglia della foresta Litana sarebbe stato trasmesso successivamente all'annalistica romana, forse da un intermediario veneto confluito in Livio. Benché ingegnosa, questa costruzione sembra poco verosimile, poiché non si vede per quale ragione i Romani sarebbero andati a cercare presso i loro nemici la descrizione di una loro sconfitta immaginaria.
D'altra parte l'impresa di Postumio si inserisce perfettamente nel quadro di una strategia militare che aveva lo scopo di tagliare tutte le possibilità di comunicazione tra i Boi e l'armata cartaginese in Puglia, lasciando aperto invece un diretto contatto con gli alleati Veneti. Quanto alla storia del cranio di Postumio, essa costituisce l'illustrazione suggestiva e impressionante di un costume celtico largamente diffuso e documentato, sia dai testi che dall'archeologia.
L'avventura celtica con Annibale continuò ancora con la presa, nel 212, di Taranto, dove i guerrieri galli si distinsero in azioni di guerra in ambiente urbano, mentre altri Galli combatterono nell'esercito cartaginese di Asdrubale sconfitto al Metauro nel 207. In quell'occasione molti di loro, secondo la testimonianza di Polibio, furono "scannati come vittime sull'altare mentre, ubriachi erano distesi sui pagliericci...» (XI, 3), un'espressione poco chiara che forse si riferisce ad un qualche reparto di guardia all'accam incustodita.
Troviamo ancora guerrieri celti a Zama (Polibio, XV, 2 e Livio, XXX, 32) nella gigantesca battaglia che conclude la guerra annibalica.
La fine dell'avventura di Annibale segnò anche la sorte dei suoi alleati galli. Roma non avrebbe perdonato né la loro scelta di campo, né il massacro delle legioni di Postumio nei penetrali della foresta Litana, ma soprattutto avrebbe dovuto intervenire in forze nella val Padana dove le sue acquisizioni erano state fortemente compromesse.
 
V. LA SOTTOMISSIONE DELLA CISALPINA.
 
La saldatura fra le genti celtiche del Nord della Penisola con l'invasore cartaginese durante la guerra annibalica, il vedere di nuovo guerrieri galli bivaccare sotto le mura dell'Urbe dovette risvegliare nei Romani l'incubo mai completamente cancellato della clades gallica. E quando Annibale con i suoi alleati galli annientò a Canne il più grande esercito romano che fosse mai sceso in campo, il terrore che il nemico potesse superare l'ultimo baluardo, la cinta muraria che difendeva l'entità etnica, civile e religiosa della nazione spinse i sacerdoti a ripetere il rito spaventoso che avrebbe dovuto stornare la catastrofe dalla città: il quadruplice sacrificio umano già celebrato dieci anni prima.
Alla fine, non certo per i sacrifici umani, Roma ebbe ragione dell'attacco cartaginese, ma la minaccia celtica che già aveva così duramente segnato i primi anni della Repubblica e che avrebbe potuto di nuovo concretarsi sotto la guida strategica di Annibale, fu vista nuovamente come un incubo di cui bisognava liberarsi una volta per tutte.
Presero quindi forza i piani di coloro che vedevano ormai indilazionabile la necessità di portare il confine metropolitano al crinale delle Alpi e che vedevano nella grande pianura del Po, ricchissima e fertile, un nuovo, vasto terreno di espansione.
Nella val Padana, un territorio sterminato per quei tempi, ancora coperto per vaste estensioni da foreste di latifoglie e da ampi specchi palustri, non erano rimasti, oltre a Rimini, che due avamposti romani: le colonie di Piacenza e di Cremona, l'una a sud e l'altra a nord del Po, pilastri in qualche modo provvisori di un controllo romano sul grande fiume e sulla sua valle. Queste due colonie avevano potuto restare in vita grazie al
controllo romano della navigazione sul Po, mai interrotto, nemmeno durante il periodo più duro della guerra annibalica grazie all'appoggio su Adria garantito dai Veneti che si erano sempre mantenuti fedeli all'alleanza con Roma. Così aveva fatto anche Genova pagando la sua fedeltà con la sua stessa distruzione ad opera di Magone, fratello di Annibale.
Sembra inoltre abbastanza logico supporre che i Romani avessero mantenuto il controllo del porto di Luni, alle foci del Magra, base importante di appoggio per qualunque operazione diretta verso la Liguria.
Occorreva rinforzare le città in territorio nemico e riprendere l'opera interrotta di colonizzazione tenendo come base Rimini che fungeva da porta dell'intera Cisalpina e da prima testa di ponte della via di comunicazione che collegava le sponde dell'Adriatico alle rive del Po lungo un percorso pedemontano già in parte sistemato a suo tempo dalla precedente occupazione etrusca.
Livio (XXXI, 2) dice che l'azione dei Romani cominciò in risposta alle devastazioni che i Galli Boi conducevano nel territorio degli Umbri loro alleati, il che è abbastanza verosimile: sta di fatto che il conflitto iniziò nel 201 a.C., l'anno stesso della ratifica del trattato di pace con Cartagine sconfitta definitivamente l'anno prima nella battaglia di Zama.
Quel conflitto si trascinò con alterne vicende, con ingente impiego di risorse e di uomini per ben nove anni, costò molte decine di migliaia di morti e di feriti e si concluse con l'unificazione definitiva della Penisola e con il raggiungimento del confine dei valichi alpini. Prima di quelle operazioni la val Padana era "Gallia», mentre il resto della Penisola era "Italia».
Purtroppo la ricostruzione di questi avvenimenti deve fare a meno della preziosa testimonianza di Polibio che in queste parti è lacunoso, ed appoggiarsi quasi esclusivamente su Tito Livio e su qualche frammento dei libri perduti di Dione Cassio. Livio racconta che il console Publio Elio Peto arruolò due legioni e ne affidò il comando al prefetto Caio Ampio aggiungendovi di suo quattro coorti.
Ampio si inoltrò lungo le valli appenniniche nei pressi del monte Falterona, valicò probabilmente al passo dei Mandrioli e scese verso il territorio boico attraverso la valle del Savio, sede della tribus Sapinia, fino ad una località non meglio nota della pianura, detta Mutilo e che alcuni identificano con Modigliana.
Era l'inizio dell'estate, probabilmente la fine di giugno, e i campi biondeggiavano di spighe mature. Ampio diede ordine di mettere all'opera dei mietitori per impadronirsi del grano e ridurre alla fame i nemici. Ma mentre era in corso la mietitura, i Galli attaccarono all'improvviso seminando il panico fra gli uomini intenti all'opera, panico che si comunicò anche alle reclute inesperte che si diedero disordinatamente alla fuga. Settemila di loro, incluso il prefetto Caio Ampio, caddero, inseguiti fra i campi e gli armenti; pochi si salvarono rinchiudendosi nell'accampamento e fuggendo poi di notte dopo aver abbandonato le salmerie e l'equipaggiamento personale. Raggiunsero, percorrendo al buio sentieri impervi, il grosso delle forze romane che seguivano di rincalzo.
Il console Publio Elio, che le guidava reagì rabbiosamente saccheggiando il territorio dei Boi, ma non riuscì a concludere nessuna azione di rilievo. Tornato sulla costa, forse a Pisa, si mise in contatto con i Liguri Ingauni e stipulò con loro un'alleanza.
Intanto però il Senato era preoccupato della politica espansionista di Filippo V di Macedonia che aveva occupato Atene e di cui si diceva che avesse stipulato, nel corso della seconda guerra punica, un'alleanza militare con Annibale per passare in Italia e annientare Roma. Non è mai stato accertato quale consistenza avesse quella notizia e quanto seriamente Filippo V fosse stato intenzionato a passare in Italia e ad unire le sue forze a quelle di Annibale, ma è probabile che se lo avesse fatto al momento opportuno la minaccia per Roma avrebbe anche potuto essere fatale.
Una simile considerazione probabilmente bastò al Senato per dare inizio a preparativi di guerra e per convincere il popolo a non aspettare un'altra (peraltro abbastanza improbabile) invasione. Ma mentre l'attenzione di tutti era con tutti era con nella Gallia cisalpina.
Livio (XXXI, 10) afferma che fu un ufficiale cartaginese, un tale Amilcare scampato alla distruzione dell'esercito di Asdrubale al Metauro, a fomentare la costituzione di una lega poderosa fra Insubri, Cenomani, Boi, Ilvati e alcune popolazioni liguri, ma è lecito supporre che un'impresa di quelle proporzioni fosse stata ben altrimenti progettata e preparata che dietro una semplice istigazione. Questo Amilcare rivestì comunque un ruolo importante se più tardi i Romani ne chiesero la consegna  parte attiva nella battaglia presso Cremona.
L'esercito celto-ligure, forte di quarantamila uomini, attaccò Piacenza di sorpresa e la mise a ferro e fuoco massacrando la popolazione e prendendo duemila prigionieri da vendere probabilmente come schiavi. Duemila uomini sinistri dell'incendio: il resto delle forze traghettò il Po per assalire Cremona i cui abitanti, avvertiti della fine miseranda della città sorella, si trincerarono preparandosi a sostenere un lungo assedio.
Le uniche forze romane disponibili, circa cinquemila uomini, in gran parte alleati latini, erano acquartierate a Rimini, ma condurle in soccorso di Cremona sarebbe equivalso a decretarne l'annientamento. Il loro comandante, il pretore Lucio Furio Purpurione, informò immediatamente il Senato della situazione sollecitando una risposta adeguata alla distruzione di Piacenza.
Il Senato prese immediati provvedimenti inviando un'ambasceria in Africa per chiedere ai Cartaginesi la consegna di Amilcare: richiesta impossibile da soddisfare visto che Amilcare agiva (almeno così dicevano) per conto proprio ed era di fatto irraggiungibile. I Cartaginesi risposero infatti che potevano al massimo condannarlo all'esilio e confiscare i suoi possedimenti.
Sul piano militare i Romani inviarono un esercito consolare che si mise agli ordini di Lucio Furio Purpurione, mentre i suoi cinquemila Latini invece vennero rischierati in Etruria nelle retrovie. Con quelle forze il pretore si mise in marcia da Rimini lungo quella che pochi anni dopo sarebbe stata la via Emilia e piombò inatteso sull'accampamento gallico sotto Cremona. Non ebbe il coraggio di attaccare con uomini stremati per le marce forzate, benché l'accampamento nemico fosse mezzo sguarnito essendo molti dei suoi occupanti dispersi per le campagne a fare razzie.
Schierò l'esercito il giorno dopo, appena in tempo perché i Galli, richiamati dai loro compagni di presidio, tentassero subito la sorte dello scontro in campo aperto.
Dalla descrizione di Livio sembra di capire che la battaglia sia avvenuta in un'area pianeggiante, priva di ostacoli naturali che consentiva manovre di notevole ampiezza: i Galli attaccarono per primi concentrando il massimo sforzo sull'ala destra romana che era la più avanzata ed esposta e contemporaneamente facendo una manovra di aggiramento su ambedue i fianchi dell'esercito romano, manovra facile, osserva Livio, data la loro schiacciante superiorità numerica. Ma il comandante romano lanciò su ambedue i lati la cavalleria delle legioni e simultaneamente concentrò sul centro l'assalto della fanteria pesante di linea. Urtati duramente al centro e sui fianchi, i Galli, dopo una prima accanita resistenza, si dispersero. Il bottino fu grande e venne recuperato anche tutto ciò che i nemici avevano saccheggiato nel territorio di Cremona. I duemila prigionieri romani presi a Piacenza vennero liberati e reinsediati nella loro città distrutta.
Così il racconto di Livio, ma le contraddizioni non sono poche, specie per quanto concerne la presunta sproporzione fra esercito gallico e truppe romane che avrebbero dovuto essere di gran lunga inferiori numericamente.
Senonché l'esercito di Lucio Furio, che abitualmente si ritiene composto da due legioni, era sostenuto anche da un numero non precisato di alleati, un exercitus socialis di cui non è detta né la provenienza né la consistenza.
C'è poi un'espressione ancora poco chiara in cui sembra si parli di altre due legioni che erano tenute di riserva e che sarebbero state lanciate nella mischia per risolvere le sorti dello scontro: "Id ubi vidit praetor, ut et ipse dilataret aciem, duas legiones ex subsidiis dextra laevaque alae, quae in prima acie pugnabat, circumdat...» ("Come vide quella manovra, il pretore, per allungare a sua volta il proprio schieramento, fa affiancare con due legioni di riserva la parte destra e sinistra della formazione che combatteva in prima linea...»), dove l'espressione "duas legiones ex subsidiis» non sembrerebbe lasciare dubbi che si trattasse di due reparti distinti da quelli che già combattevano in linea.
Inoltre, quando tentano di fare una manovra aggirante sui fianchi, i Galli sono costretti ad assottigliare il centro che così s'indebolisce e cede di schianto. L'impressione finale è dunque che i due eserciti in campo fossero equivalenti o che addirittura l'esercito romano avesse una leggera superiorità.
Comunque stessero le cose, i Galli furono sconfitti e fu ancora carneficina: trentacinquemila sarebbero stati i caduti nella compagine celto-ligure, fra cui lo stesso Amilcare e tre capi celtici, duemila dalla parte dei Romani e degli alleati, quasi tutti all'ala destra dove più forte era stata la pressione esercitata dai Galli. Ingente il bottino. Il console Aurelio, geloso dell'operato del suo pretore, gli ingiunse di ritirarsi in Etruria e lui stesso prese il comando delle operazioni, ma a detta di Livio "condusse una guerra più ricca di preda che di gloria» (XXXI, 47). Al pretore Lucio Furio Purpurione fu concesso dal Senato, non senza gravi contrasti, il trionfo "de Galleis» ("sui Galli»), il che conferma comunque un grande numero di morti fra le file dei nemici. Seimila superstiti riuscirono a scampare al massacro e a trovare rifugio nei boschi.
Non c'è molto da aggiungere a commento di questo evento se non che ancora una volta i dati sembrano confermare una particolare tipologia del combattente celtico: grande foga nel primo assalto dopo di che, se il nemico resiste o contrattacca con decisione, il valore individuale non regge più davanti ad uno schieramento compatto e ben organizzato. I risultati più importanti vengono ottenuti in attacchi o contrattacchi a sorpresa o contro truppe in marcia o in ordine sparso. Anche in questa battaglia, inoltre, il sacrificio dei capi che cadono in prima linea conferma la fedeltà del guerriero celtico al proprio codice d'onore.
Si può cercare poi, attraverso la relazione, pur sempre di parte romana, di ricostruire per intuizione il piano degli alleati celto-liguri che molto probabilmente era complesso e ben articolato. Fu forse il suggerimento dell'ufficiale cartaginese a provocare, anche con la forza, l'adesione delle tribù liguri dell'Appennino all'alleanza all'interno della quale
dovettero essere spartiti i compiti e i carichi dell'impresa: si può immaginare ad esempio che il coinvolgimento ligure fosse indispensabile soprattutto per la distruzione di Piacenza, che quasi certamente fu attaccata da sudovest mentre la pressione su Cremona dovette essere prevalentemente a carico delle tribù insubrocenomani della pianura lombardo-veneta.
L'esempio del pretore Lucio Furio Purpurione, che era riuscito ad ottenere, sia pure in forma ridotta, il trionfo sui Galli, dovette influenzare un altro pretore in carica nel successivo anno 199, Cneo Bebio Tanfilo, che si spinse all'interno del territorio insubre subendo gravi perdite in una imboscata. Seimilasettecento uomini rimasero sul campo: molto probabilmente una parte considerevole della sua intera forza schierata, che non doveva essere comunque molto numerosa essendo la maggior parte dell'esercito romano impegnata in Macedonia contro Filippo V.
Secondo una testimonianza di Zonara (IX, 15) i Galli, in seguito alla vittoria sui Romani di Bebio Tanfilo, avrebbero nuovamente distrutto Piacenza ma molti dubitano di questa notizia pensando che sia semplicemente frutto di confusione con la prima distruzione della città del 200.
Il console Lentulo, prontamente accorso da Roma, non poté fare gran che perché venne richiamato nuovamente nella capitale per la convocazione dei comizi che avrebbero dovuto eleggere i nuovi consoli.
Uscirono dalle urne i nomi di Tito Quinzio Flaminino e Sesto Elio Peto, ma a Lentulo fu prorogato comunque il comando nella Gallia cisalpina con la consegna di non muoversi con l'esercito finché il nuovo console non fosse giunto con truppe fresche. L'arrivo di Sesto Elio Peto non dovette però sortire grandi risultati se Livio ne liquida la campagna con una mezza riga: "Neque memorabilis rei quicquam gessit» ("Ma non compì nulla di memorabile») (XXXII, 9).
L'anno successivo, 198, il console Sesto Elio Peto lasciò la Cisalpina per venire a Roma a indire i comizi da cui uscirono eletti i nuovi consoli:
Caio Cornelio Cetego e Quinto Minucio Rufo, ai quali furono assegnate due legioni ciascuno con l'ordine di muovere guerra ai Galli cisalpini che si fossero ribellati al popolo romano. E' questa un'espressione poco chiara che riesce difficile interpretare: l'ultima situazione riportata da Livio in Cisalpina dava infatti solo la pesante sconfitta del pretore Cneo Bebio
Tanfilo ad opera degli Insubri. Forse Livio intende soltanto dire che ai consoli fu affidato l'incarico di vendicare quella sconfitta.
Contro gli Insubri, che erano riusciti ad unire a sé i Cenomani, andò Cornelio Cetego, mentre Minucio Rufo, posta la base a Genova, prese a sottomettere i Liguri riportando completo successo fino al crinale dell'Appennino, da dove mosse per invadere il territorio dei Boi.
Questi, che nel frattempo avevano passato il Po per unirsi agli Insubri e ai Cenomani quasi in una grande alleanza panceltica cercarono di convincerli a rimanere con loro per respingere tutti assieme l'esercito di Rufo. Ma gli Insubri temevano di sguarnire il loro territorio e rifiutarono schierandosi sul Mincio assieme ai Cenomani per fronteggiare Cetego accampato un paio di miglia più a valle, mentre i Boi riattraversarono il Po e tornarono indietro da soli.
Il console romano intanto aveva sguinzagliato i propri informatori sia nei villaggi sia a Brescia, la capitale dei Cenomani, per sapere come fosse avvenuta la loro adesione alla impresa bellica degli Insubri e aveva scoperto che non c'era stata né la volontà degli anziani né una delibera pubblica in quel senso. Aveva quindi cercato di convincere i guerrieri cenomani a staccarsi dall'alleanza con gli Insubri e a levare subito il campo per tornarsene alle loro case o addirittura a passare ai Romani.
A queste richieste, sempre stando alla testimonianza di Livio, avrebbe ottenuto una risposta sconcertante, anche se positiva per i Romani: i guerrieri cenomani non potevano aderire a quell'invito, ma potevano assicurare che in combattimento sarebbero rimasti inattivi o, nel caso se ne fosse presentata l'occasione, avrebbero favorito i Romani.
Non era la prima volta che i Cenomani avevano un simile comportamento che appare non facile da spiegare e da interpretare: è probabile che essi, stretti fra i cugini Insubri e i Veneti - alleati di ferro dei Romani -, cercassero di barcamenarsi per subire meno danni possibile. Si può inoltre pensare che gli Insubri tenessero i Cenomani in una sorta di sudditanza, che da quest'ultimi era mal tollerata. Sta di fatto che gli stessi Insubri non si fidavano di loro tanto che non li schierarono in prima linea su una delle ali ma fuori del campo di battaglia in posizione di riserva.
Questo non li salvò dalla rotta e secondo alcune fonti non meglio precisate di Livio i Cenomani li avrebbero addirittura attaccati alle spalle contribuendo alla loro immediata disfatta.
La conclusione di questa pagina di Tito Livio è confusa e contiene certamente degli errori: le perdite di trentacinquemila uomini e la cattura di duecento carri sono identiche a quelle della battaglia sotto Cremona del 201 ed è errore ancor più clamoroso la cattura del cartaginese Amilcare (XXXII, 31), già dato per morto sotto Cremona. Difficile quindi accettare le battute conclusive di questo episodio che rimangono confuse. Aspetti interessanti di questa relazione riguardano invece le osservazioni, peraltro già note da altre fonti, sull'organizzazione politica interna dell'etnia cenomane in cui un consiglio degli anziani suggeriva o proponeva determinati provvedimenti all'assemblea plenaria dei guerrieri, la quale poi deliberava.
Le alleanze fra le varie etnie celtiche appaiono assai instabili e soggette a dissolversi con facilità e la comune coscienza etnica sembra essere molto labile se i Cenomani potevano tradire senza farsi troppi scrupoli o se Cenomani e Insubri potevano negare il loro aiuto ai Boi, che pure erano accorsi sotto ai loro stendardi e che chiedevano aiuto trovandosi in difficoltà. E' evidente che la comune appartenenza alla stirpe celtica, la comune religione e i costumi non obbligavano anche alle stesse scelte politiche, cosa d'altra parte comunissima nell'antichità a tutti i popoli e riscontrabile, in particolare, fra i Greci e i Fenici dove l'appartenenza etnica non comportava quasi mai alcun tipo di coesione e di fedeltà politica.
Scoraggiati dalla notizia della disfatta degli Insubri, i Boi non tentarono nemmeno di schierarsi in battaglia, ma si dispersero in gruppi per le campagne nell'illusione di poter difendere i propri villaggi. Era questa una scelta che nel mondo antico aveva conseguenze assai nefaste. Infatti, se lo scontro era deciso da una battaglia campale, e cioè da una sorta di partita all'ultimo sangue, le perdite umane e i danni economici erano contenuti. Il vincitore aveva il sopravvento, occupava il territorio e ridistribuiva le risorse, oppure veniva sfidato ad un secondo o a un terzo scontro fino alla risoluzione del confronto.
Se invece una delle due parti rifiutava lo scontro frontale e si disperdeva in tanti piccoli contingenti a difendere piccole entità insediative sparse sul territorio, la guerra diveniva assai più feroce. I villaggi venivano presi uno per uno e dati alle fiamme, i raccolti devastati, le popolazioni tratte in schiavitù.
I Boi, che avevano ripassato il Po, proprio perché il console Minucio stava devastando il loro territorio, anziché opporglisi in campo aperto, piantarono in asso il loro comandante e il loro accampamento per raggiungere i loro villaggi che così vennero assaliti ed espugnati a uno a uno.
In quel periodo anche Casteggio fu presa e bruciata dopo di che l'esercito romano fu condotto contro i Ligurii Ilvati, tuttora indipendenti. Anch'essi avevano saputo della sorte toccata agli Insubri e ai Boi e non tentarono nemmeno la difesa accettando subito le condizioni di pace che venivano loro offerte. I Cenomani, in virtù di un'antica amicizia, furono riaccolti nei termini dei vecchi patti che li avevano uniti ai Romani, senza essere privati di alcuna parte del loro territorio.
Ormai nessuno nella grande pianura sembrava in quel momento in grado di opporsi alla forza di Roma.
Il tragico epilogo di questo capitolo di Tito Livio contiene comunque un'informazione assai importante sul tipo di insediamento celtico in val Padana. Si trattava,  rurale.
Altri centri meglio noti come Brescia o come Milano dovevano essere invece gli oppida più importanti, centri di notevole grandezza e importanza con funzione di aggregazione delle comunità minori o di luogo di ritrovo per festività religiose e celebrazioni comuni. La presenza celtica in aree urbane vere e proprie, come potevano essere Felsina o Mantova, è, come abbiamo già visto nei capitoli precedenti, documentata anche dall'archeologia, ma era forse ristretta ad una certa aristocrazia guerriera che affermava così il controllo militare del territorio.
Le relazioni delle nostre fonti, principalmente annalisti come Valerio Anziate e Claudio Quadrigario confluiti nelle pagine di Livio, hanno da questo momento un carattere piuttosto frammentario, tuttavia sembra di capire che il governo romano fosse determinato a condurre a termine la sottomissione sia dei Galli padani, sia delle genti appenniniche principalmente di stirpe ligure che con i Galli avevano non solo contiguità geografica ma anche una certa affinità.
Nell'anno 196 ambedue i consoli, Lucio Furio Purpurione e Marco Claudio Marcello furono incaricati di condurre la guerra in val Padana, ciascuno, è presumibile, al comando di due legioni. La narrazione di Livio segue prima Marcello attraverso il paese dei Boi, dove avrebbe subìto un rovescio, e poi in Lombardia, dove avrebbe invece conseguito un successo, contro gli Insubri e poi di nuovo a sud del Po dove sarebbe stato raggiunto da Purpurione che proveniva dall'Etruria per marciare insieme su Felsina.
Lo svolgimento di queste operazioni è stato da vari studiosi messo in dubbio anche perché lo stesso Livio mostra evidenti perplessità sulle sue stesse fonti. Una ricostruzione attendibile potrebbe essere la seguente:
gli Insubri avrebbero ripreso le armi incitando alla rivolta anche i Comensi. Marcello allora invase il loro territorio, sconfisse duramente il loro esercito (anche se la cifra di quarantamila caduti riportata da Valerio Anziate è assolutamente fuori misura), prese Como e un buon numero di altri oppida della zona, dopo di che puntò a sud verso il territorio dei Boi dove avrebbe dovuto incontrarsi con Purpurione.
Fu invece attaccato con forze ingenti da un capo boico di nome Corolamo mentre piantava il campo su di un'altura, subendo gravi perdite ma riuscendo tuttavia a trincerarsi in modo tale da scoraggiare ogni altro tentativo dei nemici che dopo qualche tempo si dispersero tornando ai loro villaggi.
Purpurione, che era giunto nei pressi di Mutilo lungo la valle del Savio, saputo di quell'evento, preferì percorrere un itinerario più sicuro "in luoghi aperti» e cioè, molto probabilmente, vicino alla costa, finché si ricongiunse con Marcello. Insieme, i due consoli conversero su Felsina e ricevettero la sottomissione della città e dei centri circonvicini.
A questo punto, prosegue la nostra fonte, Marcello e Purpurione condussero l'esercito contro il territorio dei Liguri, probabilmente la regione appenninica fra il Reno e il Secchia abitata dai Friniates, popolazione di stirpe ligure di cui ancora si conserva il nome nell'odierno Frignano. I Boi, che si erano appena sottomessi, ripresero immediatamente le armi e si diedero ad inseguire l'esercito consolare, ma senza riuscire a raggiungerlo. Si portarono allora oltre il Po saccheggiando le terre dei  Libui e dei Levi, tribù liguri ora alleate dei Romani. Quando tornarono indietro con il frutto dei loro saccheggi, i Boi si imbatterono nelle legioni di Marcello e Purpurione subendo una nuova disastrosa sconfitta.
L'accanimento di quello scontro è riportato da Livio con parole di impressionante potenza, che probabilmente riflettono realisticamente l'estrema violenza cui era giunto il duello fra i due popoli: i Boi probabilmente consci che era in gioco la loro stessa sopravvivenza come etnia, i Romani convinti che solo l'uso estremo della forza potesse piegare definitivamente quella stirpe da sempre minacciosa.
Eppure, nel bottino che seguì il carro di Marcello trionfatore, sfilarono carri carichi di 320.000 assi e 234.000 denari di argento coniato, forse dracme padane, monete certamente in corso regolare di scambio nelle terre dei cosiddetti barbari e di cui l'archeologia ci ha restituito qualche raro ma significativo esemplare.
Abbiamo già visto che questo passaggio di Livio necessita di essere interpretato e reso in certo senso comprensibile e la necessità rimane anche per l'interpretazione degli ultimi brani. Non si capisce, ad esempio, che tipo di dedizione avessero ottenuto i Romani da Felsina e dagli altri centri boici visto che quasi subito quei presunti patti furono violati. Non si può certamente escludere che la relazione sui successi ottenuti fosse stata esagerata dallo stesso console per influenzare coloro che poi avrebbero dovuto concedergli il trionfo.
E sono ancora i Boi i protagonisti della successiva fase di scontro con Roma. Una stringata notizia di Livio (XXIV, 22) riferisce che nell'estate del 195 il console Lucio Valerio Flacco si scontrò con un loro esercito presso la selva Litana riportando una grande vittoria: ottomila nemici sarebbero rimasti sul campo. I superstiti si dispersero nei loro villaggi e Flacco tornò nella zona di Piacenza e Cremona impiegando il resto del suo mandato a restaurare i danni patiti dalle due colonie nella guerra precedente.
Difficile localizzare la selva Litana che, come si è visto, era già stata teatro di una dura sconfitta romana nel 216: in quell'occasione il pretore Postumio era caduto in un'imboscata in una strettoia fra boschi: il suo cranio "spolpato, ripulito e incrostato d'oro» (Livio, XXXIII, 24) era stato trasformato in una coppa votiva e offerto ad una divinità guerriera dei Boi, forse nel loro santuario federale. Secondo alcuni la selva Litana sarebbe una foresta dell'Appennino che si estendeva al confine fra la Liguria e l'Etruria, secondo altri si sarebbe trovata lungo il Po, ma è stata anche avanzata l'ipotesi che si trovasse invece al centro del territorio boico, fra Bologna e Modena. Il racconto di Livio infatti sembra piuttosto far pensare ad una località dell'Emilia.
Le notizie sul massacro del 216 parlano di una strada che attraversava la foresta in prossimità di un fiume: tutti elementi topografici che dovrebbero piuttosto riferirsi ad una località di pianura lungo la futura via Emilia, nelle vicinanze di uno dei fiumi appenninici.
Nel successivo 194, i Boi erano di nuovo in armi: spintisi sotto la guida del loro capo Dorulato fino a Milano, essi avevano indotto gli Insubri a sollevarsi e fare fronte comune contro i Romani. Il proconsole Valerio Flacco, che come abbiamo visto aveva dedicato l'anno precedente soprattutto a riparare i danni inflitti dalla guerra alle colonie di Piacenza e di Cremona, marciò contro di loro e impegnò battaglia riportando completa vittoria. I Galli, secondo la testimonianza di Livio, avrebbero lasciato sul campo diecimila morti, cifra anche questa abbastanza inverosimile se pensiamo a quella che doveva essere la consistenza numerica della popolazione in val Padana.
In quell'anno erano consoli due personaggi prestigiosi: Tiberio Sempronio Longo e Lucio Cornelio Scipione Africano, il vincitore di Annibale, ma sul loro operato e anche sui movimenti dei Boi la relazione di Livio non è molto chiara. Egli infatti, dopo aver descritto la disfatta della coalizione insubro-boica sotto Milano ad opera di Valerio Flacco, apre quasi d'improvviso un secondo scenario in cui vediamo Tiberio Sempronio Longo condurre "le legioni al confine del territorio dei Boi» e il capo boico Boiorix, che aveva esortato tutta la nazione a ribellarsi, porre il proprio accampamento di fronte a lui in luogo aperto come per fargli capire di essere disposto a impegnare battaglia campale.
E' lecito supporre che la sconfitta gallica di Milano fosse ormai alle spalle, che gli Insubri fossero in qualche modo pacificati e che Dorulato fosse caduto sul campo. Molte cose rimangono però oscure: non viene detto, per esempio, che cosa facesse nel frattempo Valerio Flacco e ancora non si capisce perché Boiorix non avesse sostenuto Dorulato quando combatteva contro i Romani a Milano e quali rapporti vi fossero fra i due. Si potrebbe ritenere che Flacco si dedicasse a completare la pacificazione delle terre insubri e a ristabilire con quelle genti gli stessi rapporti che erano stati riallacciati con i Cenomani.
Per quanto concerne i Boi, si può pensare che si fossero spartiti i compiti e i comandi: Dorulato avrebbe dovuto sostenere gli Insubri nella loro lotta contro i Romani, mentre Boiorix sarebbe rimasto per così dire di guarnigione a sud del Po per fronteggiare l'eventuale minaccia degli eserciti consolari che non tardò, come abbiamo visto, a prendere corpo per mano di Tiberio Sempronio Longo. Il quale non accettò subito battaglia, preferendo attendere l'arrivo del collega che, come abbiamo visto, era nientemeno che l'Africano in persona.
L'eroe di Zama però, nonostante una lettera di Sempronio Longo ne avesse sollecitato l'intervento, non si fece vivo, e i Boi, dopo due giorni di impasse, tentarono un attacco, improvviso e furibondo nel tentativo di prendere l'accampamento romano d'assalto. Sempronio Longo prese la decisione maldestra di spalancare le due porte principali del campo per lanciare le sue legioni in una sortita proprio mentre i nemici erano sopraggiunti a bloccarle con un fronte così compatto da essere di fatto impenetrabile.
La descrizione dello scontro che segue è ancora una volta la cronaca di una mischia furiosa e all'ultimo sangue che all'inizio vede le due masse dei combattenti urtarsi frontalmente con gli scudi cercando di spingersi indietro a vicenda con violente spallate (Livio, XXXIV, 47). Siccome nessuno dei due schieramenti riusciva a prevalere sull'altro un centurione della seconda legione e uno della quarta strapparono le insegne dalle mani degli alfieri e le scagliarono nel folto dei nemici per costringere i legionari a compiere lo sforzo massimo per riconquistarle ed evitare l'onta della loro perdita.
La seconda legione riusciva a guadagnare il terreno aperto e a dispiegarsi su un fronte più vasto, ma, mentre quella manovra scatenava uno scontro ancora più selvaggio e sanguinoso, alte grida venivano dalla parte opposta del campo dove i Boi, travolti i difensori, avevano fatto irruzione dalla Porta questoria. Il console tamponò la falla inviando alcuni reparti che respinsero gli incursori nemici mentre, nel frattempo, anche la quarta legione riusciva a spingere indietro gli assalitori e a dispiegarsi in separati di combattimento con le due legioni romane che si battevano staccate l'una dall'altra e l'altro punto critico alla Porta questoria dove ancora era in corso la mischia per cacciare fuori gli incursori che vi avevano fatto irruzione.
separati di combattimento con le due legioni romane che si battevano staccate l'una dall'altra e l'altro punto critico alla Porta questoria dove ancora era in corso la mischia per cacciare fuori gli incursori che vi avevano fatto irruzione.
I Galli, prosegue Livio, si batterono con coraggio e fortuna pari ai Romani fino a mezzogiorno quando cominciarono a cedere per il caldo, che i loro corpi non sopportavano, e presero ad arretrare verso l'accampamento. A quel punto, Sempronio Longo fece suonare il segnale della ritirata per far rientrare i suoi uomini nell'accampamento, ma non tutti obbedirono: alcuni, trascinati dalla foga del combattimento, continuarono a incalzare i nemici fino al loro campo, ma, quando si accorsero che i loro assalitori non erano molto numerosi, i Boi contrattaccarono inseguendoli fino all'accampamento romano dove a stento essi trovarono rifugio. Lo scontro, dice ancora Livio, conobbe vicende alterne: alla fine i Romani lasciarono sul campo cinquemila morti, i Galli diecimila. Sempronio Longo riportò il suo esercito a Piacenza con un nulla di fatto.
Anche in questo brano non è facile ricostruire gli eventi soprattutto se  consideriamo il modo di agire del console romano il quale, quando finalmente le sue truppe mettono in rotta il nemico, anziché ordinare di inseguirlo per vibrare il colpo di grazia, fa suonare la ritirata. Le cifre sui caduti sono certamente esagerate, specie per quanto riguarda i Boi; come vedremo più oltre, infatti, lo stesso Livio critica la sua fonte, Valerio Anziate, per le sue esagerazioni nel riportare questo genere di dati. L'elemento più importante che possiamo recuperare da questa relazione è il massiccio impiego di uomini da parte di Roma che schiera costantemente quattro legioni (due per ciascun console) e il grande accanimento dello scontro che molto probabilmente si concluse senza il netto prevalere di nessuno dei due contendenti.
Ne è prova la concl a Piacenza. Restaabbastanza oscuro il comportamento dell'Africano, anche  per lo stesso Tito Livio. Una delle sue fonti annalistiche riferiva che si era poi congiunto a Sempronio Longo e che insieme avevano saccheggiato il territorio boico finché non avevano dovuto fermarsi a causa delle selve e delle paludi. Un'altra invece riferiva che l'Africano era stato richiamato a Roma per i comizi e che quindi non aveva concluso nulla di importante. In ambedue i casi una prova piuttosto deludente per l'uomo che aveva vinto la seconda guerra punica. E' interessante, da un punto di vista del paesaggio, l'accenno alle selve e alle paludi, una notazione che torna in molte situazioni riferite al territorio dei Boi. Purtroppo non ci è dato sapere di quale zona esattamente si trattasse.
Selve fittissime e vaste paludi sono documentate sulla via Emilia fra Modena e Bologna ancora nel 43 a.C., tanto che la sede stradale era sopraelevata su un terrapieno alto un paio di metri sul livello della campagna circostante (Appiano, III, 9, 70; Cicerone, Ad Familiares, X, 30).
La guerra in val Padana riprese l'anno successivo (193): con martellante, metodica, annuale frequenza, un nuovo esercito romano condotto dal console Lucio Cornelio Merula (il collega Minucio Termo era impegnato contro i Liguri Apuani in val di Magra) penetrò nel territorio dei Boi e cercò in ogni modo di provocarli a scontro campale saccheggiando villaggi e fattorie ma senza risultati: diresse allora verso Modena marciando senza particolari cautele, come se attraversasse un paese amico (Livio,;XXXV, 4).
I Boi allora attesero che l'esercito romano fosse uscito dal loro territorio e che avesse messo il campo per la notte, poi lo sorpassarono e andarono ad appostarsi in uno stretto passaggio, che i Romani avrebbero dovuto l'indomani attraversare, per tendervi un'imboscata. La sorpresa però non riuscì: Cornelio Merula, che era solito mettersi in movimento quando era ancora notte, si accorse che c'era qualcosa di strano, aspettò che facesse giorno e poi mandò in avanscoperta uno squadrone di cavalleria per rendersi conto della situazione.
Vistisi scoperti, i Boi rinunciarono al vantaggio della sorpresa e si schierarono preparandosi allo scontro frontale. Intanto Merula aveva fatto ammassare le salmerie in un unico punto incaricando i triarii di circondarle con una palizzata.
La battaglia iniziò alle otto del mattino, probabilmente per iniziativa dei Boi che forse pensarono che a quel punto tanto valeva fare la prima mossa cercando di non lasciare al nemico il tempo di organizzarsi come voleva.
Infatti fu l'ala sinistra romana, composta di alleati e di extraordinarii, ossia di truppe scelte ma non di legionari, ad essere per prima impegnata nel combattimento mentre il console organizzava nelle retrovie le due legioni che aveva a disposizione e piazzava la cavalleria legionaria in un posto adatto per lanciare in un secondo momento la carica.
Non trascorse però molto tempo che gli giunse un messo inviato da Tiberio Sempronio Longo, il console dell'anno prima, che comandava ora i reparti impegnati all'ala sinistra, per chiedere urgentemente rinforzi: l'impeto dei Boi era infatti insostenibile e le perdite pesanti. A quel punto, Cornelio Merula lanciò nella mischia le legioni e i soldati freschi e riposati subentrarono agli alleati e alle truppe speciali oramai duramente provate dallo scontro.
All'assalto delle legioni, che si dispiegarono anche all'ala destra, fece seguito il lancio della cavalleria ausiliaria e poi di quella legionaria che inflisse il colpo di grazia ai nemici ormai scompaginati.
Il bilancio delle di Livio: quattordicimila caduti, milleottocento prigionieri ma anche i Romani pagarono un pesante tributo di sangue: cinquemila caduti di cui ventitré centurioni, quattro prefetti degli alleati, due tribuni militari.
Tuttavia, sempre dalla pagina di Livio, trapela la versione alternativa dei fatti fornita da un comandante di legione, Marco Claudio. Egli avrebbe riferito con una lettera privata a molti senatori che la vittoria era stata più il frutto della fortuna e del valore dei soldati che non dell'abilità del console: aveva tardato troppo a mandare le legioni di rincalzo all'ala impegnata in combattimento e questo aveva provocato pesanti perdite. E aveva indugiato troppo a lanciare la cavalleria cosicché buona parte dell'esercito nemico aveva potuto salvarsi. Va da sé che il numero dei Boi caduti, secondo questa fonte, sarà stato assai più ridotto. E finalmente qualcosa di vero, nella relazione alternativa del comandante di legione Marco Claudio, dovette pur esserci se a Lucio Cornelio Merula fu negato il trionfo.
A prescindere comunque da questi dati che sappiamo essere abbastanza aleatori, è qui di grande interesse il contesto territoriale descritto dalla nostra fonte che sembra coincidere in modo impressionante con quello che, un secolo e mezzo dopo, sarebbe stato teatro della battaglia di Forum Gallorum durante la guerra civile del 43 tra Marco Antonio da una parte e l'esercito consolare di Vibio Pansa dall'altra. Pansa, in quella circostanza, mosse da Bologna in direzione di Modena, finché nelle vicinanze dell'attuale Castelfranco Emilia, al confine fra il territorio bolognese e quello modenese, dovette attraversare delle strettoie fra boschi e paludi ("angustiae paludis et silvarum», Cicerone, Ad Familiares,
X, 30), dove erano in agguato gli uomini di Marco Antonio che lo assalirono d'improvviso. Egli cercò di resistere con i veterani mentre nelle retrovie si costruiva un ridotto in cui avrebbero potuto trovare riparo le reclute inesperte delle sue legioni.
E' molto probabile che Cornelio Merula avesse saccheggiato il territorio dei Boi intorno a Bologna e che poi si fosse messo in marcia lungo la direttrice della futura via Emilia in direzione di Modena. Il confine fra i due distretti si suppone dovesse essere circa a metà strada tra i due capoluoghi dove probabilmente le strettoie di cui parla Livio, sede dell'imboscata dei Boi, sono le stesse di cui parlarono Cicerone ed Appiano nelle loro cronache sulla guerra civile. Difficile capire dalla testimonianza di Tito Livio quale sia la condizione di Modena e perché il console Cornelio Merula marci verso la città senza particolari cautele "come se attraversasse un territorio amico».
I dati archeologici riferibili al popolamento di queste aree fra il III e il II secolo sono scarsi e riguardano prevalentemente un piccolo gruppo di tombe con corredi sicuramente lateniani (e cioè celtici) rinvenute tra il 1873 e il 1886 nell'area di Saliceta San Giuliano, oltre ad altre testimonianze a Cognento.
I materiali celtici venuti alla luce nel territorio modenese non sembrano quindi indurre dubbi sul fatto che la città fosse in territorio boico, ma se così era perché mai l'esercito di Cornelio Merula si dirigeva verso Modena "come attraversando un paese amico»? Difficile dare una risposta sicura, ma se richiamiamo un altro passo di Livio (XXI, 25) che si riferisce al 218, l'anno in cui ebbe inizio la seconda guerra punica, la contemporanea insurrezione dei Boi (probabilmente istigati dai Cartaginesi) contro la colonia romana, da poco fondata, di Piacenza ci troviamo di fronte a un evento che sembra costituire un precedente di quello che abbiamo appena ricordato:
 
[I Boi], sorti perciò subitamente in armi, irruppero in quella regione portandovi tanto terrore e tanto scompiglio che non la sola popolazione agricola ma anche gli stessi triumviri romani venuti per l'assegnazione delle terre, Caio Lutazio, Caio Servilio e Marco Annio, diffidando delle fortificazioni di Piacenza, si rifugiarono a Modena.
 
Segue la descrizione dell'assedio boico alla città e della sfortunata spedizione del pretore Lucio Manlio che tentò invano di sbloccarla.
Sembra evidente che le nostre fonti diano per scontata una situazione a Modena per cui questo centro urbano o fu occupato in precedenza dai Romani (quando non è dato sapere) o mantenne in qualche modo una sua fisionomia etrusco-padan che consentì una saldatura con la penetrazione romana nella Cispadana di cui furono avanguardie insediamenti di commercianti (mercatores) e forse anche di agricoltori. Non è probabilmente un caso che nessuna testimonianza di matrice lateniana sia venuta fino ad ora alla luce dall'area urbana.
Un discorso a parte merita anche l'accenno alle fortificazioni di Modena, più affidabili, al dire di Livio, di quelle di Piacenza: di quali fortificazioni si trattava? Erano etrusche o celtiche o già romane? Il contesto liviano fa pensare ad opere murarie vere e proprie e non a un aggere di tipo celtico. Ma allora chi aveva costruito quelle mura e quando?
Il Malavolti, nel 1930, descrisse un tratto di mura "in grandi conci di pietra di età romana, alla profondità di m 8», rinvenute durante uno scavo nella zona del mercato coperto, ma purtroppo l'opportunità di saperne di più non fu allora sfruttata appieno.
L'unica cosa che sappiamo è che il livello stradale di età imperiale a Modena si trova a 5,50 metri sotto l'attuale superficie e che dunque un  livello più asso di due metri e mezzo poteva essere di età repubblicana, ma poteva essere anche più antico visto che abbiamo testimonianze del rinvenimento di cinerari villanoviani a una profondità di nove metri.
Quand'anche si trattasse dei resti delle più antiche mura romane, l'ipotesi di fortificazioni di origine etrusca nel 219 non sarebbe in fondo del tutto da scartare visto che in nessun modo le fonti lasciano pensare alla fondazione romana della città in tempi anteriori a quelli della creazione della colonia (183) e non vi può essere una cinta urbica senza la fondazione di una vera e propria città.
Sembra comunque di poter concludere che nel 219 Modena fosse fuori dal controllo celtico e che tale situazione si sia mantenuta sostanzialmente fino al 193 quando Cornelio Merula vi si diresse "come verso un territorio amico». Diversa era la situazione nelle campagne che, come si è visto, erano prevalentemente controllate dai Boi. E' infatti evidente nella narrazione delle fonti il senso di paura che prendeva i Romani quando  dovevano attravesare i boschi che potevano celare ad ogni passo un'imboscata.
Subito dopo aver descritto questi avvenimenti, Livio passa a raccontare la spedizione di Annibale e il passaggio del Rodano e dimentica il destino di Modena e dei triumviri asserragliati in città, ma è lecito ritenere che nel corso della guerra annibalica la città, rimasta completamente isolata, capitolasse.
E' interessante anche notare che in ambedue le relazioni liviane, sia in quella del 219 che in quella del 193, il paesaggio nei dintorni di Modena sembra essere lo stesso ed è contraddistinto da un passaggio molto pericoloso attraverso una fitta boscaglia, simile peraltro a quella selva Litana in cui nel 216 il pretore Postumio incontrò la morte assieme alla maggior parte dei suoi uomini. Come si è in parte già detto, è stata avanzata l'ipotesi, a suo tempo, che la selva Litana dovesse collocarsi nella stessa area in cui avvennero le imboscate del 219, del 193 e del 43, area in cui, ancora al tempo della guerra di Modena, sembra esistesse il santuario di una divinità guerriera dei Celti.
Se questa ipotesi fosse vera potremmo pensare che il santuario federale dei Boi, in cui fu portato il cranio del pretore Postumio per essere trasformato in coppa rituale, si trovasse proprio in mezzo alla foresta che si estendeva tra Bologna e Modena e non sarebbe un caso a quel punto che si fosse conservato per secoli, dopo la fine del dominio celtico in Cispadana, il nome significativo di Forum Gallorum.
 
La sconfitta dei Boi.
 
L'epilogo finale di questa lunga e aspra lotta si ebbe nel 192 ad opera del console Publio Cornelio Scipione Nasica che affrontò un esercito di Boi in battaglia campale. Le nostre fonti non ci dicono altro se non che questo scontro si concluse con un massacro: ventottomila Boi rimasero sul campo, tremilaquattrocento furono fatti prigionieri, mentre fra i Romani caddero soltanto 1484 uomini. Le cifre fornite da Valerio Anziate sono a tal punto esagerate da scandalizzare lo stesso Tito Livio: "Quanto al conteggio lo scrittore merita poca fede; nell'esagerare le cifre non c'è chi lo superi» (XXXVI, 39). Comunque stessero le cose, quella fu l'ultima battaglia: i Boi, stremati, piegarono il capo e si arresero.
Un duello spaventoso fra due grandi nazioni costato decine e decine di migliaia di morti e durato due secoli esatti era terminato. Nasica ebbe il trionfo e il Senato decretò solenni cerimonie di ringraziamento, la celebrazione di sacrifici e l'offerta di numerose vittime agli dei. Un lungo incubo si era dissolto.
Certo, l'impostazione annalistica della nostra fonte, che si limita a registrare magistrature, campagne militari, dati sui morti e sui prigionieri, trionfi concessi o negati, non lascia molto spazio per la ricostruzione umana di una vicenda tanto drammatica. Nulla sappiamo delle idee, delle speranze, dei progetti di quelle genti, né conosciamo ancora la vera entità dei danni che quella guerra così accanita inflisse alle popolazioni e al territorio.
Indubbiamente la simpatia del lettore, in questi casi, tende sempre ad andare al vinto, al soccombente e questo è comprensibile. In realtà a quei tempi, a qualunque nazione appartenessero, gli uomini si scontravano sul campo di battaglia fidando solo nel proprio coraggio, nella forza delle
braccia e nella capacità di resistere alla fatica, al dolore, alle ferite,
di mantenere il proprio posto nello schieramento a qualunque costo. Ognuno rischiava la vita impugnando la lancia e la spada, imbracciando uno scudo, esattamente come il suo avversario.
E' un fatto che i Romani da un lato considerarono gli Insubri come autoctoni e i Cenomani come alleati e quindi tali da meritare la trattativa e finanche il patto di alleanza e di collaborazione. Diverso era l'atteggiamento nei confronti dei Senoni e dei Boi, che furono sempre considerati come degli invasori alieni. I primi furono probabilmente assorbiti con relativa facilità grazie forse al loro stile di vita che già da tempo li avvicinava alle culture indigene dell'Italia peninsulare, i secondi, irriducibili, furono stritolati.
Che cosa ne fu di quelle popolazioni? Livio dice che Nasica confiscò la metà dei terreni dei Boi per destinarli alla fondazione di nuove colonie, quelle che sarebbero presto nate ai piedi dell'Appennino. Polibio, per noi assai importante, in un passo che già abbiamo in parte citato, non sembra lasciare molti dubbi, adducendo a sostegno di quanto dice la propria diretta esperienza personale:
 
E noi che abbiamo visto come dopo pochi anni furono scacciati dalla pianura padana, tranne poche località alle pendici delle Alpi abbiamo ritenuto di non dover lasciare senza ricordo né il primo attacco dei Galli, né le vicende che seguirono... (II, 36).
 
La drammatica testimonianza di Polibio sembra confermata da Plinio (III, 116) che ricorda i Boi come un popolo estinto: "In hoc tractu interierunt Boi, quorum tribus CXII fuisse auctor est Cato» ("In questo territorio perirono i Boi di cui Catone dice che esistevano centododici tribù»). E Strabone (V, 1, 6) non è da meno:
Difficile ignorare testimonianze di questa portata anche se alcuni studiosi ritengono che i dialetti emiliani siano da considerare di tipo celto-latino e questo farebbe pensare che la popolazione celtica sopravvissuta sarebbe stata abbastanza consistente da imporre il proprio accento e la propria pronuncia al latino, che venne poi diffuso dalle comunità insediate ben presto nelle numerosissime colonie e nel territorio in gran parte centuriato.
Non va poi trascurata la falcidia provocata da quasi dieci anni di guerre ininterrotte: se le cifre di Valerio Anziate fossero vere, il che certamente non è, i Boi avrebbero avuto 145.000 morti fra i soli combattenti nel corso dei nove anni di guerra contro Roma ma non v'è dubbio che un alto numero di morti, di feriti e di prigionieri contribuissero a falcidiare la popolazione e a condurla verso una definitiva decadenza demografica.
La pronuncia e l'accento, di per sé non significano molto: potevano già essere stati assorbiti dalle popolazioni locali di origine villanoviana ed etrusca che avevano subito la dominazione boica per due secoli e da queste trasmessi ai coloni romani.
La verità potrebbe stare nel mezzo: forse la maggior parte delle tribù effettivamente fu costretta a migrare, forse altri gruppi si dispersero nelle campagne o sui monti, altri ancora si confusero con i coloni venuti dall'Italia e dal Lazio che presto si stanziarono nelle numerose fondazioni sorte lungo la nuova strada militare Emilia, come avevano fatto gli Etruschi al tempo della loro prima invasione della grande valle del Po.
 
Le ripercussioni in Italia e Oltralpe.
 
La fine del conflitto che oppose nel III secolo i Celti d'Italia a Roma aprì un periodo di relazioni dalle conseguenze importanti sia per i Cisalpini che per i loro cugini transalpini. Infatti, l'assimilazione dei Transpadani preparava in prospettiva la conquista della Gallia, grazie alla potenza economica rappresentata dalla pianura del Po, laboratorio di una poteva essere esportata più a nord, e alla collaborazione delle popolazioni celtofone che potevano sviluppare direttamente dei contatti commerciali e svolgere un ruolo non trascurabile nelle operazioni di conquista militare poteva essere esportata più a nord, e alla collaborazione delle popolazioni celtofone che potevano sviluppare direttamente dei contatti commerciali e svolgere un ruolo non trascurabile nelle operazioni di conquista militare.
Riserva di derrate e di uomini, la Cisalpina costituiva una base ideale per la conquista economica e militare del mondo transalpino.
La descrizione che ne dà Polibio, che la visitò verso la metà del II secolo, qualche decennio dopo la sua annessione, è quella di una terra ricca e prospera, dove i guasti di quasi mezzo secolo di campagne militari distruttrici sembravano essere stati rapidamente cancellati:
Descrivere la sua fertilità non è facile. Vi si trova del grano in così grande abbondanza secondo le località che spesso, all'epoca nostra, il medimno siciliano di grano (circa 52 litri) vale solo quattro oboli, quello di orzo due, e il metrete di vino [circa 39 litri] il prezzo di unmedimno d'orzo. Il miglio e il panico vi crescono con una profusione  veramente straordinaria; della quantità di ghiande prodotte dalle foreste di querce nella pianura ci si farà una idea con questo fatto: sulla massa dei suini abbattuti in Italia per il consumo domestico e il rifornimento delle truppe, la contribuzione più alta viene da questa pianura. Dei buoni prezzi e della profusione degli alimenti al dettaglio ci si farà una più giusta idea da quanto dirò: quando i viaggiatori che percorrono la regione contrattano il prezzo negli alberghi, non concordano il pagamento di ciascun prodotto, ma semplicemente domandano quanto costa a testa; e in generale gli albergatori accettano di fornire ai clienti tutto quanto il necessario in quantità sufficiente al prezzo di un mezzo asse [cioè a un quarto di obolo], e raramente oltrepassano questa somma. Quanto all'importanza della popolazione maschia, la loro statura, la loro bellezza fisica e la loro bravura guerriera, sarà la storia stessa che le farà conoscere (II, 15).
Quest'ultima frase dovrebbe riferirsi ai Transpadani più che ai Boi, poiché le perdite considerevoli che subirono negli ultimi combattimenti fecero, secondo Strabone, fuggire o cacciare i sopravvissuti nella loro patria d'origine. Il ritorno dei Boi in Europa centrale sembra direttamente legato alla nascita in loco di un modello di struttura urbana, l'oppidum. Almeno è quanto ci indica sempre più chiaramente la situazione della Boemia: la rete urbanizzata vi compare come il frutto di un progetto pianificato ed è sviluppata a partire dalla ricostruzione del principale centro fortificato del V secolo, Závist, a sud di Praga.
Si realizza dunque verso 180-170, circa un decennio dopo la disfatta completa dei Celti cispadani. E' d'altra parte verosimile che almeno una parte dei Bo non abbia mai abbandonato l'idea di ritornare nelle ricche  terre della pianura del Po: uno dei capi dell'esercito dei Cimbri sconfitto a Vercelli (101 a.C.) portava il nome eloquente di Boiorix e i Boi che assediarono nel 58 a.C. la città di Noreia, nel Sudest dell'Austria attuale, erano di nuovo in marcia verso la Penisola.
Roma controllava ormai l'Italia settentrionale e i rari tentativi transalpini di riprendere l'offensiva - l'arrivo e lo stabilirsi di un gruppo forte di dodicimila uomini in armi nell'Est della Venezia, associati alla fondazione di un oppidum nei dintorni del sito d'Aquileia, nel 186, così come l'ultima spedizione dei Transalpini nel 179 - non riuscirono più a modificare la situazione. La deduzione di colonie a Felsina, che divenne allora Bononia (nel 189), a Mutina e a Parma (nel 183), associata al compimento dei lavori della via Emilia che collegava Ariminum a Placentia, assicurarono definitivamente la Cispadana a Roma.
La fondazione del porto di Aquileia nel 181 apre al commercio romano il percorso della cosiddetta via dell'ambra che conduceva dal Baltico all'Adriatico e che aveva rappresentato per lunghi secoli uno dei più importanti assi di traffico dell'Europa antica. Dei contatti si stabilirono allora rapidamente tra Roma e i popoli celtici della regione, come testimoniano i tremila Galli che combatterono sotto il comando del viceré Catmelos nel 178 in Istria al fianco dell'esercito romano. Nel 170 gli ambasciatori del re dei Galli Cincibilos, sovrano di un regno celtico che si deve localizzare in qualche parte della Carinzia, probabilmente nella valle della Drava, condotti da suo fratello, vennero a lamentarsi a Roma delle esazioni imposte da un tribuno militare contro dei clienti ed alleati. Preoccupato di conservare l'alleanza dei due principi celtici, il Senato offrì loro in regalo due torques d'oro massiccio del peso di cinque libbre (circa 1,6 kg), cinque vasi d'argento, di un peso totale di venti libbre (6,5 kg), due cavalli ornati di falere, oltre che i mantelli (sagulae) e le armi per i due cavalieri. L'anno seguente arrivò a Roma l'ambasciata di un altro re dei Celti cisalpini per proporre i servizi delle sue truppe nella guerra macedonica. Si inviarono al sovrano i regali tradizionali: un torques e delle patere d'oro per un peso totale di sei libbre (1,9 kg) oltre che l'equus phaleratus armaque equestria (Tito Livio, XLIV, 14).
Il tesoretto scoperto nel 1927 a Manerbio sul Mella rappresenta probabilmente un regalo del genere, ma di origine celtica: conteneva le falere e altre parti in argento della bardatura di due cavalli da sella e fu probabilmente offerto come ex voto a un santuario. La località ha infatti restituito anche un importantissimo deposito di dracme padane d'argento, la cui analisi suggerisce questa ipotesi.
L'importanza accordata da Roma ai popoli rappresentati dal re Cincibilos e da suo fratello permette di riconoscervi il nucleo iniziale della potente confederazione che sarà nota più tardi sotto il nome di Regnum Noricum. Era soprattutto reputata per la sua produzione di ferro e si estendeva al momento del suo apogeo su tutta la parte sudorientale dell'Austria  attuale.
La scoperta di ricchissimi giacimenti auriferi presso i Taurisci del Norico (uno dei popoli di questa confederazione), riportata come un avvenimento recente da Polibio (XXXIV, 10), dovrebbe essere avvenuta al più tardi verso la metà del II secolo. Il loro sfruttamento sarebbe stato condotto durante i primi due mesi da italici associati a indigeni e la quantità di metallo ricavato sarebbe stata tale da determinare un ribasso immediato di un terzo del suo prezzo in tutta Italia. La rapida reazione alla scoperta degli imprenditori, che non potevano venire che da Aquileia, illustra la frequenza e l'intensità dei rapporti che dovevano essersi stabiliti tra il nuovo porto commerciale romano e le popolazioni celtiche dell'interno. La presenza di mercanti romani è d'àltra parte documentata, dall'epoca di Augusto, sul sito del Magdalensberg, a nord di Klagenfurt, in prossimità di un importante incrocio di vie romane. L'abitato di altura, di fondazione probabilmente celtica ma rapidamente romanizzato, fu più tardi soppiantato da una nuova città, chiamata Virunum, fondata nella piana dello Zollfeld.
I Celti transalpini che irruppero nella Venezia orientale nel 186 avrebbero secondo Livio preso possesso del territorio fondandovi un oppidum.
L'impresa coloniale era dunque in questo caso strettamente associata all'impianto di un insediamento di tipo urbano. L'intervento romano del 183 prende spunto dalla notizia che i Galli passati in Italia "costruivano un oppidum sul territorio che appartiene ora ad Aquileia» (Tito Livio, XXXIX, 45). Dissuaderli equivaleva a negare loro una sistemazione definitiva. I Celti mostrano in questo caso una concezione dell'occupazione del territorio molto diversa da quella delle migrazioni più antiche che non sembrano essere state associate all'impianto di centri comunitari, se non di quelli religiosi come il santuario centrale dei Galati d'Asia Minore, il drunemeton, o il santuario analogo dei Boi, come si ricava dal passo sulla sorte del pretore ucciso alla battaglia della selva Litana.
Lo studio della rete degli oppida ha rivelato che la sua costituzione nei territori transalpini non poteva essere il risultato di una improvvisazione dettata da un pericolo imminente. La scelta dei siti non sembra essere mai stata fatta per ragioni unicamente difensive: situati su vie commerciali importanti, svolgevano visibilmente il ruolo di tappe e di centri di mercato, controllando generalmente un punto strategico, come la traversata di un fiume, lo sbocco di una valle, il passaggio da un bacino fluviale ad un altro. La loro posizione era generalmente scelta in modo da utilizzare al meglio le difese naturali: una collina, un altopiano isolato, uno sperone, un meandro fluviale.
Esistevano tuttavia degli oppida in pianura, dove la totalità delle difese aveva dovuto essere edificata: è il caso di Manching, un oppidum fortificato da una cinta di forma circolare, quindi fondamentalmente diverso dal modello ortogonale mediterraneo. In altre parole, i Celti adottarono il concetto del centro urbano, ma lo realizzarono alla loro maniera.
Gli scavi degli oppida d'Europa centrale, iniziati una quarantina di anni fa, hanno moltiplicato le testimonianze sull'anteriorità della loro fase iniziale rispetto all'occupazione romana della Narbonense, considerata fino ad allora il motore dell'urbanizzazione dei territori celtici. E' ugualmente constatato che la monetazione celtica aveva avuto uno sviluppo molto più precoce di quello che si immaginava. Le imitazioni degli stateri di Filippo II sono datate oggi nel corso del III secolo, a un'epoca dunque in cui il mercenariato offre la migliore spiegazione della loro diffusione.
Attribuibili alla fine dello stesso secolo, anche le piccole monete divisionarie dello statere - un mezzo, un quarto, un ottavo, un ventiquattresimo e anche un trentaduesimo -, mostrano che la moneta d'oro era realmente utilizzata negli scambi, testimoniando nel contempo del grado di trasformazione economica raggiunto.
E' oggi chiaro che la nascita degli oppida celtici costituisce un processo complesso e di grande ampiezza, che marca il punto d'arrivo di una trasformazione che concerne oltreché il dominio economico e l'organizzazione della società anche diversi altri aspetti: dai riti funerari all'armamento. E' ugualmente evidente che non si tratta di un processo uniforme: non tocca tutte le regioni nello stesso momento e nello stesso modo.
La Boemia è attualmente la provincia celtica dove la nascita e lo sviluppo della rete oppidale sono meglio studiati. Il sito chiave è rappresentato dalla fortezza di Závist, che domina la Vltava una decina di chilometri a monte di Praga. Fu abbandonata, come già detto, verso la fine del V secolo, quando era il più grande centro abitato fortificato conosciuto a nord delle Alpi. La sua trasformazione in oppidum, accompagnata dalla rimessa in stato delle fortificazioni, fu incontestabilmente un'azione programmata. Il suo preludio fu una breve occupazione del sito che corrisponde alla messa in moto del cantiere di costruzione.
Questa fase iniziale si data oggi al più tardi al secondo quarto del III secolo. Il ripristino successivo delle fortificazioni sarebbe stato contemporaneo all'avvio di un nuovo cantiere sul sito di Hrazany, una trentina di chilometri a monte sul corso della Vltava. La tappa seguente di estensione della rete coincide con l'inizio dei lavori di costruzione a Stradonice, un sito che domina il corso della Berounka, un fiume che si gettava allora nella Vltava ai piedi di Závist, in una regione ricca di giacimenti di minerali di ferro e in prossimità di fiumi auriferi. Questo nuovo oppidum fu costruito con la stessa estensione raggiunta allora dall'oppidum di Závist. La suddivisione dello spazio interno fu realizzata in un secondo tempo, dopo la costruzione della cinta esterna. Un altro oppidum fu poi impiantato anche a Nevezice, un sito sulla Vltava a monte di Hrazany, mentre in direzione est, verso la Moravia e il grande oppidum di Staré Hradisko, che assicurava il controllo della via dell'ambra, fu edificato a mezza strada l'oppidum di 'Ceské Lhotice. Nell'estremo Sud del paese si trovava l'oppidum di Trísov, situato sul corso superiore della Vltava, una tappa in direzione della rete oppidale della valle del Danubio, il cui elemento più vicino è rappresentato dall'oppidum del Gründberg che ne domina la riva sinistra presso Linz.
Come si può constatare, la realizzazione di un reticolo urbano su siti inoccupati in precedenza, si rivela necessariamente un'impresa pianificata.
Ci troviamo di fronte a una colonizzazione urbana che non corrisponde a nessun modello evolutivo fondato sulla concentrazione progressiva dell'abitato, come era stato ritenuto in passato per spiegare la nascita degli oppida. Una simile impresa necessitava di un potere centrale forte che disponesse in partenza di una concezione generale dei centri urbani e delle loro funzioni. Tutto ciò suggerisce di attribuirne l'iniziativa ai Boi rientrati dall'Italia dopo la disfatta del 191.
La situazione della Boemia celtica, con la localizzazione degli oppida del II-1 secolo a.C. e la situazione del popolamento anteriore, indicata qui a partire dalla produzione e diffusione degli anelli in sapropelite, un materiale fossile locale particolarmente di moda nel 111 secolo a.C. La complementarità delle due aree mette bene in evidenza la ricolonizzazione della parte meridionale del paese ad opera dei Boi di ritorno dall'Italia dopo la sconfitta del 191 a.C.
A questi stessi Boi di Boemia, eredi di due secoli di esperienze urbane in Italia, i testi e le emissioni monetarie permettono di attribuire più tardi, verso la fine del primo quarto del I secolo a.C., la fondazione dell'oppidum di Bratislava, su un importantissimo sito strategico dominante il Danubio.
Sembra dunque provato che l'esperienza accumulata dai Boi in Italia contribuì fortemente alla mutazione del sistema arcaico dei Celti transalpini, fondato sull'associazione confederata di piccole comunità, con ciascuna la sua propria struttura interna. Questo sistema sarà sostituito da una ristrutturazione globale in funzione di una convergenza verso l'oppidum, sede che riunisce il centro religioso, politico e le principali risorse di commercio e artigianato.
L'oppidum centrale diviene così la concreta espressione dell'unità religiosa, politica, amministrativa ed economica di un determinato territorio, è il capoluogo della civitas di un popolo. Questa città costituirà, d'ora in poi, la struttura fondamentale in cui evolverà e si organizzerà la società celtica, l'entità rispetto alla quale era definita la posizione di ciascun individuo.
Gli indizi di cui disponiamo attualmente permettono di supporre che questo sistema sia stato elaborato per la prima volta presso gli Insubri e i loro vicini, che trasmisero così all'antica Europa celtica l'idea su cui poggia ancora oggi la trama del suo popolamento.
 
 
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Siracusa e i Galli nel mito, rapporti gallo-etrusci, etrusco-romani al tempo dell'invasione
 
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L'Editore ha ricercato

5.1.5 I Celti: la prima Padania

I Celti: la prima Padania
di  Andrea Mascetti
 
L’origine dei Celti e l’Urheimat Indoeuropea “Nei secoli futuri, un’ora verrà In cui si scoprirà il grande segreto nascosto dell’oceano Si ritroverà la potente isola.
Teti, nuovamente, rivelerà questa contrada.
E Thule, oramai, non sarà più Il paese estremo della Terra”.
Seneca
Gli autori classici considerarono per moltissimo  tempo  le  terre  dell’Europa  interna  come  il paese  degli  Iperbo-
rei,  i  mitici  popoli del  Nord,  cultori  di Apollo  e  dell’astro solare:  quei  popoli mitici  di  cui  abbiamo  scarne  ma  affascinanti  descrizioni, altri  non  erano  che gli Indoeuropei.
Anche  i  Celti,  i nostri  più  antichi antenati,  sono  un popolo indoeuropeo; con  questa  definizione  intendiamo collocare questa nobile  e  guerriera  etnia,  nel  quadro  di quei popoli che parlavano  una  lingua indoeuropea  e  che avevano  una  medesima origine.
Più  precisamente, riprendendo  le  tesi del Dumézil, si vuole  indicare  quell’insieme  di  popolazioni,  disseminate  dall’India all’Europa che, seppur dissimili per altri versi, utilizzano tuttavia un vocabolario comune, conoscono grammatiche omologhe nei principi, obbediscono a leggi sintattiche affini e che  si  caratterizzano  per  un  pensiero,  una  cultura e, più in generale, per una Weltanschauung del tutto originale rispetto agli altri popoli conosciuti.
Quello che sta alla base del mondo indoeuropeo è una vera e propria ideologia, e secondo tale  ideologia  -  scrive  il  Dumézil  -  la  società  così come il mondo e, nel mondo, molti meccanismi particolari  possono  vivere  o  svolgere  il  loro compito, durare, solo in base alla collaborazione armoniosa  di tre forze - si è proposto il  termine  “funzioni”  -  gerarchizzate: la potenza magica e giuridica  (general-
mente in rapporto a sacerdoti,  saggi  o capi),  la  forza  fisica (usata  soprattutto nella  lotta),  la  fecondità  (con  tutti  i tipi  di  condizioni  e di conseguenze relativi:  abbondanza  di beni  e  di  uomini, prosperità  pacifica ed  anche  piacere, voluttà e molte altre cose).
La  patria  originale degli  Indoeuropei (Urheimat)  è  stata collocata, a  seconda dei  tempi  e  degli studiosi,  talvolta  all’estremo  nord,  corrispondente  all’attuale area polare (da cui  le  leggende  su Thule  e  sulla  patria mitica dei guerrieridei  indoeuropei  venuti  da  un  luogo  “privo  di notte  per  sei  mesi”)  e  talvolta  in  un’area  corrispondente all’attuale centro-sud della Russia.
I  Celti,  dopo  essersi  distaccati  da  questa  “patria  arcaica”,  e  dopo  essersi  definiti  come  etnia specifica e separata dagli altri ceppi indoeuropei, si  collocano  stabilmente  in  un’area  corrispondente all’attuale Germania centrale.
Ad  un  certo  punto  della  loro  storia,  alcune compagini etniche celtiche abbandonano anche questi  territori,  spingendosi  ad  ovest  e  a  sud,  e raggiungendo l’area francese e quella alpino-padana. E’ interessante notare come oggi, parlando di Celti, vengano in mente paesi come la Scozia, l’Irlanda o il Galles i quali, seppur conservano  una  eredità  celtica  ancora  fortissima  grazie alla  loro  lontananza  dal  continente,  furono gli ultimi lembi di terra europea a essere abitati da etnie celtiche.
La  prima  storia  dei  Celti  coincide  invece  con quel  territorio  che  riconprende  il  centro  Europa, di qua e di là delle Alpi; una storia per molti versi ancora avvolta nella leggenda e nelle nebbie  di  epoche  eroiche,  nelle  quali  si  forgiò,  nei miti del Sangue e della Terra, la nostra gente e la nostra vicenda di uomini e di popoli.
Quando arrivano i Celti in Padania “Sempre e ovunque, si trovano pronti ad affrontare il pericolo, anche se non hanno per protezione che la loro forza e il loro coraggio” Strabone (a proposito dei Celti) Fino a qualche tempo fa la questione relativa alla data di arrivo dei Celti in Padania era ancora molto dibattuta a causa di una “doppia cronologia”: da una parte abbiamo gli storici Dionigi di Alicarnasso e Appiano che attribuiscono la conquista di Roma del 390 a.C. ai primi Celti arrivati  in  Italia,  collocando  quindi  la  discesa  celtica in Padania tra la fine del V secolo e gli inizi del IV.
dell’attendibilissimo  storico  romano  Tito  Livio che nel I secolo d.C. compilò un’imponente opera sulla storia di Roma dall’epoca della sua mitica  fondazione  fino  ai  suoi  giorni,  dove  afferma che  la  prima  discesa  in  Padania  di  popolazioni celtiche  fu  quella  guidata  dal  principe  celtico Belloveso, durante il regno di Tarquinio Prisco, nella seconda metà del VI secolo a.C.
Sempre  secondo  Livio  la  discesa  dei  Celti  fu determinata  da  una  pressione  demografica,  in quel periodo particolarmente forte, che costrinse il re Ambigato a mandare i due giovani principi  celtici  Belloveso  e  Segoveso,  l’uno  verso  la Padania, e l’altro verso la selva Ercinia (di ignota ubicazione ma pressappoco comprendente l’area centro europea, un tempo coperta da una gigantesca foresta).
Belloveso dunque, a capo di una coalizione di tribù che avevano le loro sedi nelle regioni della Loira e della Senna (nel testo classico sono elencate  le  seguenti  tribù:  Biturigi,  Averni,  Senoni, Edui,  Ambarri,  Carnuti,  Aulerci),  valicò  le  Alpi piemontesi  e,  guadato  il  Ticino,  raggiunse  la pianura lombarda.
Qui, nel punto di convergenza di una serie di vie terrestri e fluviali, Belloveso fondò la sua capitale, Mediolanum, il cui nome gallico significa “luogo in mezzo alla pianura”, ritenendo di ottimo  auspicio  l’incontro  con  una  “scrofa  semilanuta”  (ricordiamo  che  il  cinghiale  -  con  tutta probabilità corrispondente alla scrofa semilanuta  di  cui  ci  parla  Livio  -  era  un  animale  molto sacro  presso  i  Celti  e  rappresentava  la  furia guerriera)  e  il  fatto  di  trovare  nelle  nuove  sedi una  popolazione  che  aveva  lo  stesso  nome  di una tribù celtica del cantone degli Edui, quella degli Insubri.
Ancor oggi a Milano, in via dei Mercanti (che si  raggiunge  da  piazza  del  Duomo),  in  una  colonna della Loggia dei Mercanti, si può vedere la “scrofa  semilanuta”,  antico  simbolo  guerriero testimone  della  vera  origine  della  città  di Milano.
Quella  degli  Insubri  è  definita  dallo  storico greco  Polibio  (III  a.C.)  come  la  più  importante tribù celtica. Gli Insubri diedero infatti vita alla più potente confederazione di tribù nelle regioni a nord del Po  e  assunsero  un  ruolo  di  guida  nei  confronti di altre comunità: quelle dei Comenses, insediati  nel  comasco,  dei  Vertamocori,  insediati  nel novarese, dei Laevi “abitanti lungo il Ticino” (Livio, Polibio) e dei Marici, fondatori del centro di Ticinum (Pavia).
Gli  Insubri  occuparono  un  territorio  il  cui unico  confine  certo  è  quello  meridionale,  coincidente con il corso del Po.
Il limite settentrionale è da ricercare nella regione pedemontana compresa tra la pianura ed i dal corso dell’Adda o del Serio.
A occidente la via fluviale del Ticino, non ebbe tanto la funzione di demarcazione, quanto piuttosto di collegamento tra due aree culturalmente omogenee.
Alcune epigrafi di età romana testimoniano la presenza, nel territorio dell’attuale Parco del Ticino,  di  clan  celtici  minori,  come  i  Votodrones nel territorio dell’attuale Somma Lombardo ed i Corogennates,  nel  territorio dell’attuale vergiatese.gioso del territorio popolato  in  villaggi  era Mediolanum, la storica capitale degli Insubri Oggi,  in  seguito  a nuovi  studi  e  ad  importanti  ritrovamenti archeologici,  i  più seri studiosi  hanno  definitivamente  accettato  la cronologia   liviana, portando  quindi  la  discesa dei Celti in Padania almeno al VI secolo a.C.
I  più  moderni  ricercatori  (basti  pensare  a Venceslav  Kruta)  ritengono ormai appurata la celticità della Cultura  di  Golasecca  (la cultura  di  Golasecca deve  il  suo  nome  al paese  in  provincia  di Varese  dove,  agli  inizi del  XIX  secolo,  furono ritrovate  dall’abate  Giani  una  cinquantina  di tombe con reperti non romani; la cultura di Golasecca,  creata  da  compagini  etniche  di  origine celtica, si sviluppò nella Lombardia Occidentale, in Piemonte, nel Canton Ticino e nella Val Me-
solcina nei Grigioni, in un periodo compreso tra il X e il V secolo a.C.) e addirittura della stessa Cultura  di  Canegrate  (XIII  a.C.),  trasformando così i Celti da un semplice popolo invasore delle terre padane, al primo ceppo etno-culturale dei popoli padani.
Tra  le  molte  prove  in  tal  senso,  basti  pensare al  ritrovamento  presso  Castelletto  Ticino  (NO) di una iscrizione in caratteri etruschi, ma in lingua celtica (si tratta di un nome personale in genitivo, Xosioiso o Xasioiso), databile al VI secolo a.C., che confermerebbe ancora una volta il racconto liviano e l’etnia celtica dei golasecchiani.
D’altra parte spesso si dimentica che lo stesso Plutarco,  nella  Vita  di  Camillo,  asserisce  che  i Celti  scesero  nella  penisola  “molto  tempo prima” dell’attacco contro Roma.
I Celti dunque furono (con Liguri e Veneti) la prima Padania.
Una  Padania  che  visse libera  per  quasi  un millennio; una Padania che  subì  l’occupazione romana  per  quattrocento anni fino a quando,  alla  fine  dell’Impero,  nella  nostra  terra giunsero  i  Germani (Goti,  Alemanni,  Cimbri,  Longobardi,  Franchi), a riportare il sangue nordico tra i nostri popoli.
Ma torniamo ai Celti.
La cultura celtica “storica”, cioè quella di cui abbiamo  più  testimonianze archeologiche e documentali,  è  propriamente  detta  cultura   di   La   Tène,   da un’importante  località svizzera,  nel  pressi  del lago  di  Neuchatel  che, nella seconda metà del secolo  scorso,  restituì diversi  materiali  di questa civiltà.
Per  l’area  alpino-padana  la  cronologia  della  cultura  La  Tène  viene convenzionalmente  fatta  iniziare  dal  388  a.C., anno dell’invasione “storica” dei Celti.
La suddivisione in fasi culturali è la seguente:
fino al 388 a.C.: (anno della calata dei Celti su Roma)  La Tène/La Tène A 375 ÷ 250 a.C.: Antico La Tène/La Tène B 250 ÷ 120 a.C.: Medio La Tène/La Tène C 120  ÷ 25  a.C.:  Tardo  La  Tène/La  Tène  D  (età della romanizzazione)
Riportata  la  “cronologia  classica”,  ritorniamo indietro nel tempo, successivamente alla discesa di  Belloveso,  quando  in  Padania  giunsero  i  Cenomani guidati da Etitovio, i quali si stanziarono  in  un’area  comprendente  l’attuale  bresciano e veronese; la distanza temporale tra questi due avvenimenti non dovette essere molto grande se è vero, come ci riporta Tito Livio, che Belloveso è  ancora  vivo  quando  Etitovio  supera  le  Alpi,  e sarà lo stesso Belloveso a favorire lo stanziamento  dei  Cenomani  a  est  dell’Oglio  (“ubi  nunc Brixia ac Verona urbes sunt”).
Per  quanto  riguarda  le  migrazioni  celtiche successive,  la  determinazione  cronologica  è  alquanto  più  complessa:  Livio  ci  ricorda  soltanto che sia i Salluvii che i Libui si stanziarono vicino ai Levi, una antica stirpe celto-ligure insediata nei pressi del Ticino e che Boi e Lingoni, trovando il territorio tra il Po e le Alpi già occupato, si spinsero oltre il grande fiume, occupando la  parte  meridionale  della  pianura  padana  e scacciando gli avamposti Etruschi e Umbri.
Infine, almeno per quello che riguarda questa seconda ondata migratoria, giunsero i Senoni a cui  va  imputato  l’attacco  a  Chiusi  e  a  Roma (391-390  a.C.);  il  loro  territorio  doveva  essere compreso  tra  i  fiumi  Utens  (Montone)  e  Aesis (Esino):  anche  la  Romagna  orientale  e  il  nord delle attuali Marche sono occupate dai Celti.
Per quanto riguarda le tribù dei Carni e degli Istri, che si posizionarono nell’attuale Friuli, in parte del Veneto e in Istria, la loro penetrazione in Padania dovette essere antichissima, secondo alcuni autori addirittura una delle prime.
A completare il quadro, almeno a livello delle altre tribù principali, ricordiamo i Taurini collocati  nell’attuale  Piemonte  centro-occidentale,  i Marici  (fondatori  dell’attuale  Pavia),  i  Vertamocori  (insediati  tra  Novara  e  Vercelli),  i  Salassi nell’attuale  alto  Piemonte  e  in  Val  d’Aosta,  gli Anari nella zona a sud della attuale provincia di Piacenza,  gli Orobi  e  i  Leponzi  nell’area  alpina tra la bergamasca, il comasco e il varesotto.
I Veneti (che pure furono ampiamente “celtizzati”), pur non essendo considerati propriamente  celtici,  sono  comunque  un  popolo  indoeuropeo  che,  salvo  la  lingua,  non  si  distingueva  in nulla, rispetto alle etnie celtiche, per quanto riguarda i costumi; interessante poi notare che la più importante tribù celtica della Bretagna, era quella dei “Veneti”.
Liguri  e  Reti  sono  oggi  da  considerare  come popolazioni  autoctone,  con  tutta  probabilità  di origine  indoeuropea,  che  si  unirono  a  substrati indigeni  antichissimi;  attualmente  gli  studiosi preferiscono parlare, a causa della celtizzazione di queste etnie, di celto-reti e di celto-liguri.
Nel  120  a.C.  i  Romani  se  la  dovettero  vedere con l’ultima grande migrazione celtica in Padania, quella dei Cimbri, per i quali è difficile dare una  collocazione  territoriale,  essendo  stati  debellati nel 101 a.C. ai Campi Raudii, presso Vercelli, dall’esercito Romano.
Fatta  questa  rapida  scaletta  sulle  principali tribù  celtiche  della  Padania,  torniamo  ai  fatti che portarono al sacco di Roma e alla storia successiva della Padania Celtica.
Le guerre galliche contro Roma “Brandiscono le armi e urlano in modo da intimorire il nemico.
Se però uno di questi accoglie la sfida, i compagni  dello  sfidante  erompono  in  canti  frenetici che  esaltano  le  imprese  dei  padri  e  il  loro  proprio valore, mentre l’avversario viene dileggiato e offeso con l’intento di fargli perdere il controllo prima dello scontro.”
Diodoro Siculo
La conquista di Roma da parte dei Galli nasce in  seguito  all’assedio  di  Chiusi  da  parte  dei  Senoni, l’ultima tribù gallica giunta al di qua delle Alpi.
I Chiusini, atterriti dall’arrivo di questi feroci guerrieri, chiesero aiuto ai Romani i quali, invece  di  inviare  un  esercito  che  affrontasse  sul campo i Galli, scelsero la via diplomatica, mandando una ambasceria per trovare un accordo.
Ma  i  Galli,  dopo  aver  ironizzato  sullo  scarso valore di questi Romani, si dichiarano disponibili  all’accordo,  solo  a  condizione  che  una  parte del territorio di Chiusi finisse nelle loro mani.
Durante  la  battaglia  che  scoppia  tra  Galli  e Chiusini (e a cui partecipano anche i tre ambasciatori romani), un capo dei Galli viene ucciso, scatenando così la reazione dei Celti i quali, dopo un tentativo di conciliazione chiesto dal consiglio degli anziani, si mettono in marcia verso Roma.
Ad undici chilometri dall’attuale capitale dello stato italiano, presso il Fosso Maestro (alla confluenza nel Tevere del fiume Allia), i Galli devastarono  l’esercito  romano:  ancora  in  età  imperiale  il  18  Luglio  (dies  Alliensis),  data  della  disfatta, veniva registrato come nefasto, a ricordo della tragedia.
In  seguito  agli  avvenimenti  leggendari  che  ci riporta la storiografia romana (le oche del Campidoglio,  il  discorso  di  Marco  Furio  Camillo, Brenno che getta la spada sulla bilancia eccetera), i Galli ritornano a nord, nelle terre padane.
Per  tutto  il  IV  secolo  a.C.  l’Italia  fu  percorsa dal  “tumultus  Gallico”,  continue  razzie  che coinvolsero  l’area  medioitalica e  quasi  sempre compiute dai Senoni, abilissimi combattenti che in più di una occasione si prestarono come mercenari nelle guerre italiche contro Roma.
I mercenari gallici parteciparono sicuramente alla  battaglia  presso  il  torrente  Sentino,  nelle Marche, combattuta nel 295, tra gli italici (Etruschi, Umbri, Sanniti, Lucani, Pretuzi e Sabini) e i  Romani;  dieci  anni  dopo,  presso  Arezzo,  sempre  i  Senoni, alleati  agli  Etruschi  sconfissero  i Romani, uccidendo il console Cecilio Metello.
Ancora nel 283 (nella battaglia svoltasi presso il lago Vadimone) e nel 282 a.C., Boi e Etruschi vengono sconfitti dai Romani.
In  seguito  a  questi  avvenimenti,  gli  storici classici parlano di una reazione romana ferocissima: sia Appiano che Polibio riferiscono infatti di un vero e proprio genocidio dei Galli Senoni, perpetuato con la riduzione in schiavitù di donne e bambini e con l’uccisione di tutti gli uomini.
Rispetto a questi fatti la moderna storiografia tende  a  ridurre  la  portata  della  pur  durissima reazione  romana  a  una  serie  di  provvedimenti che avrebbero condotto, molto lentamente, alla marginalizzazione  dei  Senoni  e  alla  deduzione della colonia di Sena Gallica, l’attuale Senigallia che ancor oggi porta nel suo nome il ricordo di quei fatti e dei suoi più antichi antenati.
I Senoni comunque non scomparirono affatto, ma  si  ritirarono  più  semplicemente  verso  l’interno;  fatto  tra  l’altro  dimostrato  dal  ritrovamento,  ancora  alla  fine  del  III  inizio  II  secolo a.C.,  di  diverse  tombe  femminili  dai  ricchi  corredi a Montefortino d’Acervia.
Ma la sconfitta militare dei Senoni non piegò per  nulla  l’astio  antiromano  dei  Celti  padani  i quali, come ci ricorda Polibio, mal sopportando questo vicino così scomodo e così potente, “cominciarono a provocare turbamenti e disordini, a  infierire  contro  i  Romani  per  ogni  minimo pretesto”:  la  gioventù  celtica,  la  parte  naturalmente  più  “anti-romana”,  ricomincia  la  guerriglia  contro  Roma  e  questa  volta  con  l’aiuto  dei fratelli Galli d’oltralpe.
Attorno al 230 a.C. i Galli Gesati (una popolazione celtica che abitava l’area alpina e il bacino del  Rodano,  il  cui  nome  derivava  dall’arma  che usavano,  il  gaesum,  un  giavellotto  in  ferro) scendono in Padania per prepararsi a uno scontro fondamentale per le sorti della futura libertà dei Celti padani: la battaglia di Talamone del 225 a.C.
Dallo  schieramento  delle  forze  in  campo  si comprende  uno  dei  motivi  fondamentali  della sconfitta gallica: da una parte abbiamo Insubri, Boi e Gesati e dall’altra, assieme ai Romani, Veneti e Cenomani...
La divisione tra le etnie padane avrebbe portato, allora come in molte altre occasioni nella nostra tormentata storia, alla più pesante sconfitta mai riportata dai Celti: quarantamila Galli caduti in battaglia (tra cui il re Aneroesto che si uccise con tutta la sua famiglia) e altri diecimila ridotti in schiavitù (come l’altro re gallo Concolitano).
Di  questo  tragico  avvenimento,  riportiamo  le parole di Polibio relative ai Gesati: “... molto arditi e bramosi di gloria, gettano ogni altro indumento,  si  disposero  primi  dell’esercito,  nudi, con  le  sole  armi,  ritenendo  di  poter  essere  più liberi  degli  altri  nei  movimenti.  (...)  Terribili erano  inoltre  l’aspetto  e  i  movimenti  degli  uomini  nudi  schierati  innanzi  agli  altri,  tutti  nel pieno vigore delle forze e di bellissimo aspetto.”
Politicamente  parlando,  la  sconfitta  di  Talamone  rappresentò  l’occasione,  per  i  settori  più espansionistici di Roma, per invadere i territori dei Boi e degli Insubri, valicando il Po.
Tra il 225 e il 224 a.C. venne attaccato il territorio dei Boi i quali, dopo una strenua resistenza, furono costretti, momentaneamente, a sottomettersi.
A questo punto i Romani passano nel territorio degli Insubri e sul fiume Klousios (con buona probabilità l’attuale fiume Oglio) sconfissero l’esercito  gallico;  anche  in  questa  occasione  i Galli Cenomani si schierarono con i Romani; di questa  battaglia  vinta  dal  romano  Flaminio  la storiografia  non  ci  riporta  il  nome  perchè  con tutta  probabilità  fu  mal  sfruttata  dall’esercito romano, che nel 222 a.C. si ripresentò nel territorio insubre.
I due consoli romani, Claudio Marcello e Cornellio  Scipione  assediarono  Acerrae  (l’attuale Pizzighettone), uno dei capisaldi del sistema difensivo insubre; i Galli, abbandonata Acerrae, invasero  il  territorio  degli  Anari  (anch’essi  alleati ai  Romani...)  cingendo  d’assedio  Clastidium (l’attuale Casteggio), al fine di distrarre l’esercito  romano.  Questa  ennesima  sconfitta  da  parte dei Celti dipese molto dalla morte del re dei Celti Insubri Viridomaro, ucciso in combattimento individuale  dal  console  Claudio  Marcello.  Dopo la  battaglia  di  Clastidium  caddero  sia  Acerrae che Mediolanum, la capitale degli Insubri.
In seguito alla conquista del territorio insubre furono dedotte le due colonie latine di Piacenza e Cremona, che furono però presto conquistate dai  Galli  i  quali,  approfittando  della  discesa  in  Italia di Annibale, ricominciarono la guerra contro i Romani.
La  morte  del  re  Viridomaro  fu  infatti  presto vendicata quando, nella battaglia del Trasimeno, il  cavaliere  insubre  Ducario  uccise  il  console Flaminio (l’autore, tra l’altro, della via Flaminia, la grande arteria di collegamento tre Roma e la Gallia  Cisalpina),  l’animatore  della  politica  romana anticeltica  e  il  primo  responsabile della legge sulla  divisione  dell’ager  Gallicus.
In questa situazione così  delicata,  un  altro  duro colpo per i Romani è dato dalla  diserzione  in  massa dei reparti celtici ausiliari, che  passarono  nell’esercito cartaginese.
L’opinione  dell’africano Annibale nei confronti dei Celti  non  doveva  però  essere  molto  buona  se,  come ci ricorda Polibio “per timore dell’incostanza dei Celti  e  delle  insidie  che avrebbero  potuto  tendergli,  dato  che  così  recente era la loro amicizia, soleva usare parrucche adatte alle età più varie e le mutava  continuamente:  così cambiava  gli  abiti,  scegliendoli sempre in armonia con le parrucche. Con questi  mezzi  riusciva  a rendersi  irriconoscibile non solo a quanti lo vedevano  di  sfuggita,  ma  anche  a  chi  gli  era  familiare.”
Non  è  chiaro  se  l’accordo  con  il  “sospettoso” Annibale fu di solo appoggio militare o abbia voluto rappresentare un patto politico vero e proprio; sta di fatto che anche in questa occasione Cenomani  e  Veneti,  riconfermando  la  tradizionale divisione delle etnie padane, si schierarono con i Romani.
Tra gli episodi che più segnarono la partecipazione dei Galli alla guerra annibalica, è da ricordare  l’uccisione  del  console  romano  Postumio che  con  le  sue  due  legioni  fu  massacrato  in un’imboscata preparata dai Boi nella Silva Litana,  l’antica  foresta  dell’Emilia;  la  testa  del  console fu tagliata e portata nel loro tempio più sa-
cro (secondo alcuni vicino all’attuale Modena).
La  leggenda  ricorda  inoltre  che  la  testa  del console  fu  ricoperta  d’oro  e  divenne  un  calice sacro a uso dei sacerdoti dei Galli, i Druidi.
Dell’uso di tagliare la testa ai nemici uccisi in battaglia,  ci  avevano  del resto  già  dato  notizia  sia Diodoro  Siculo  che  Strabone;  a  questo  proposito Posidonio,  dice  Strabone, si  sentì  quasi  male  allorchè vide, durante un viaggio,  guerrieri  celti  galoppare  con  appeso  al  morso intere  corone  di  teste mozzate di nemici.
Sia il Siculo che l’Anatolico  concordano  tuttavia sul  fatto  che  tutti  questi sacrifici   umani   sono espressione  non  tanto  di ferocia quanto di una religione per loro incomprensibile.
Perchè ciò sia chiaro, essi non  mancano  mai  di  sottolineare che, anche ai riti più  sanguinosi  presiedevano  sempre  i  saggi  della tribù, i cosiddetti Druidi.
Ma torniamo alla battaglia della Silva Litana.
In  quella  occasione  i  Boi si servirono di uno stratagemma: segando i tronchi degli  alberi  presso  i  quali doveva  passare l’esercito romano,  infatti,  fecero  in modo  che  questi  precipitassero l’uno sull’altro attivando una reazione a catena  che  avrebbe,  come  accadde,  devastato  i malcapitati romani.
Le molte perplessità sorte su questa improbabile  “tecnica”  che  avrebbe  dovuto  uccidere  di colpo quasi 25000 uomini, sono giustificabili dal fatto che nell’immaginario dell’uomo celtico doveva  esistere  una  tradizione  su  degli  “alberiguerriero”  che  combattevano  a  fianco  dei  Celti stessi, popolo legato a doppio filo alla foresta e ai suoi Dei.
Una  conferma  di  questa  tradizione  ce  la  dà Shakespeare  con  la  “foresta  che  cammina”  del Statuetta di guerriero celtico della tarda età del bronzo-prima età del ferro Macbeth e forse ancor di più Tolkien, con le figure degli Ent, i “pastori d’albero” che non esitano a schierarsi, anche militarmente, con i popoli “iperborei” di cui ci narra lo stesso Tolkien.
Terminate  le  guerre  puniche  i  Celti,  dopo  un ulteriore  tentativo  di  sollevazione  attorno  all’inizio del II secolo a.C., furono nuovamente sottomessi.
La guerriglia boica fu una tra le più strenue e continuò  per  diverso  tempo,  fino  a  quando,  attorno  al  191  a.C.,  il  console  Cornelio  Scipione Nasica  sconfisse  definitivamente  i  Boi,  facendo sfilare a Roma i beni saccheggiati: insegne, carri da  guerra,  1471  torques  d’oro  (il  collare  che  i Celti portavano al collo e che rivestiva un significato  magico-religioso),  mandrie  di  cavalli  e quant’altro.
Nel  189  a.C.  Bologna  e  Modena,  capitali  boiche, divengono colonie romane, seguite da Parma che nel 183 a.C. subisce la medesima sorte.
Queste umiliazioni non bastarono però a piegare la resistenza dei Galli Boi che si ritirarono nelle  campagne  e  nelle  montagne,  portando continui  assalti  contro  i  Romani,  assalti  compiuti da una miriade di piccoli gruppi guidati da una aristocrazia guerriera che non poteva accettare l’onta della sconfitta.
I  Romani  dovettero  stanare  i  Galli  villaggio per villaggio, fattoria per fattoria, per riuscire a debellare una delle più eroiche e valorose etnie celtiche della Padania.
Ma  i  Boi  non  scomparirono  mai  completamente se è vero che la toponomastica e la lingua emiliana  e  romagnola  ancor  oggi  conservano parole  di  origine  celtica,  a  memoria  di  coloro che vissero e combatterono per quelle terre.
Le  altre  popolazioni  celtiche,  soprattutto  a nord  del  Po,  ottennero  un  trattamento  meno duro;  in  particolare  gli  Insubri  riuscirono  a mantenere  un’autonomia  molto  più  amplia  rispetto ai Galli sotto il Po.
Taurini e Salassi rimasero indipendenti ancora per  lunghissimo  tempo,  così  come  i  Leponzi  e gli Orobi, poiché la conquista delle aree di montagna, quando avvenne, si compì in tempi molto lunghi e tra mille ostacoli.
Il  segno  della  romanizzazione  lo  troviamo nelle tombe dei Celti: finchè una spada giace accanto  al  defunto,  noi  ci  accorgiamo  di  essere ancora davanti ad un uomo libero, che poteva e voleva portare una spada al suo fianco; la romanizzazione  (che  fu  soprattutto,  lo  ripetiamo, culturale e non etnica) proponeva nuovi modelli, e l’antica civiltà guerriera andava ritirandosi tra  le  montagne  e  tra  le  leggende  della  nostra gente.
Nel  120  a.C.  i  Romani  furono  impegnati  nell’ultima  guerra  contro  gruppi  celtici,  i  Cimbri, scesi in Padania dal Passo del Brennero e debellati da Mario nel 101 a.C., ai Campi Raudii, presso Vercelli.
I  Celti  insediati  in  Lombardia,  ormai  sempre più integrati nel modello culturale e politico romano, non parteciparono a tale scontro.
Nell’89 a.C., a seguito deti di uomini, il console Gneo Pompeo Strabone, promosse una legge (Lex Pompeia), con la quale alla comunità transpadana veniva concesso il diritto  latino,  senza  che  vi  fosse  una  effettiva  deduzione coloniale.
I  centri  urbani,  Mediolanum,  Novaria,  Ticinum, Comum, assunsero il ruolo di colonie latine  veteribus  incolis  manentibus,  mantenendo cioè gli antichi abitanti senza intervento di coloni dall’esterno.
I  Celti  dunque  non  furono  scacciati  ma  semplicemente  sottomessi  politicamente;  l’aristocrazia celtica doveva infatti pagare un tributo a Roma  e  assicurare  contingenti  militari  per  le guerre  d’oltralpe,  ma  al  di  là  di  questo  nulla mutò sulle terre dei Galli.
Con il tempo le antiche tradizioni furono sostituite con i costumi dei conquistatori che non riuscirono  comunque  mai  a  eliminare  (soprattutto nelle campagne e nelle aree a ridosso delle montagne) l’etnia celtica dalle terre di Padania.
L’eredità celtica dell’attuale Padania “Che cosa ci può essere in noi ancora di celtico ?
Come in castelli frammenti di vecchie architetture,  così  nelle  nazioni  sono  intessuti  elementi di stirpi estinte.”
E. Jünger
Dopo questa breve e assolutamente non esauriente carrellata storica sulla presenza celtica in Padania,  andiamo  ora  a  vedere  che  cosa  resta, dal punto di vista linguistico e archeologico, di questi nostri antenati.
Qualcuno ha ritrovato tracce di questa antica discendenza  anche  nel  nostro  abbigliamento tradizionale, nelle famose “camice scozzesi”, vera e propria eredità dei Galli che, oltre alle bracae,  indossavano  le  camisiae ricamate  a  quadretti dai colori sgargianti.
Ma  a  parte  queste  facili  assonanze  culturali, forse, a chiudere l’annosa questione, basterebbero le ricerche effettuate sui codici genetici delle popolazioni  locali  da  cui  risulta  (come  ha  attestato lo stesso Prof. Sabatino Moscati, direttore della rivista Archeo e organizzatore della mostra sui Celti di Venezia) che gli abitanti della penisola italica si dividono in tre grandi gruppi (suddivisi  poi  al  loro  interno):  ligure-gallico-continentale al nord, etrusco-italico al centro e greco al sud.
Ma  non  accontentandoci  di  una  scienza  seria come  la  genetica  (peraltro  spesso  mal  vista  da quella visione del mondo nemica delle differenze  che  oggi  potremmo  definire  “progressistomondialista”...)  cercheremo  di  addentrarci  nel mondo celtico passando anche da altre porte.
La toponomastica e le lingue Celto-Romanze Bisogna  intanto  ricordare  la  toponomastica, vera  e  propria  “macchina  del  tempo”  con  cui possiamo trovare le origini arcaiche della nostra terra e dei nostri popoli.
L’origine  celtica  dei  Padani  trova  infatti  conferma nella cospicua serie di toponimi comunemente definiti “prediali celtici”, derivanti dall’unione  tra  un  nome  personale  (spesso  del  proprietario  di  un  certo  appezzamento)  o  un  sostantivo, ed il prediale celtico -ate o -ago.
Gli esempi sono infiniti: Vergiate, Besnate, Canegrate,  Albairate,  Galliate,  Lonate,  Gallarate, Samarate, Arsago, Vimercate, Garbagnate, Senago, eccetera.
Talvolta sono poi le stesse popolazioni celtiche a lasciare il loro nome: Corgeno, ad esempio, era nel territorio dei Corogennates (troviamo, sempre nel varesotto, un curioso “Cimbro”); Carnia dai Celti Carni; Alpi Lepontine dai Galli Leponzi, eccetera.
Ancora, i toponimi si ricollegano a situazioni del  terreno  o  a  particolari  oggetti  o  a  animali:
Valganna, dal gallico gan (fonte, ma anche luogo  sacro),  Dervio  dal  gallico  dervo (quercia), Barro dal gallico barros (cima), Reno dal gallico renos (fiume), eccetera. Dal celtico brix derivano  poi  Brescia,  Bergamo,  Brianza,  Brissago, Bressanone, eccetera. Il Dunum era il luogo fortificato presso i Celti, da cui i nostri Duno, Induno, Travedona, Mondonico, eccetera.
Tutte le nostre lingue (che qualcuno si ostina a definire, spregiativamente, “dialetti”), non sono  altro  che  la  fusione  tra  lo  strato  celtico  più arcaico, la successiva latinizzazione, e l’ulteriore influenza germanica portata da Longobardi, Goti, Franchi, eccetera, alla caduta dell’Impero Romano.
Oltre  a  molte  parole  celtiche  divenute  di  uso comune  anche  in  italiano  come  bracae (calzoni),  camisia (camicia),  carrus (carro),  benna (piccolo veicolo), alauda (allodola), brennus (sovrano minore), il sostrato celtico emerge soprattutto nella fonetica, vero e proprio codice genetico di una lingua.
Tipico indice di un retaggio linguistico celtico è, ad esempio, il suono vocalico turbato tra u ed i (la  cosiddetta  ü lombarda)  e  quello  tra  o ed  e (detta ö tedesca o eu francese).
Stesso discorso per quanto riguarda la perdita delle  vocali  finali  diverse  da  -a,  come  nel  caso della  trasformazione  del  latino  doctorem in dottôr, così come di homo in òmm.
Bisogna poi ricordare l’uso del pronome obliquo come soggetto dinanzi al verbo: in milanese, ad esempio, si dice  mi vegni (io vengo), ti te veet (tu vai), lü el véd (egli vede); dagli esempi si nota inoltre che per la seconda e la terza persona singolare si usano due pronomi, esattamente come avviene in francese.
Infine,  altro  segno  della  nostra  remota  celticità,  è  la  semplificazione  delle  consonanti  doppie di parole come tera (terra) o dona (donna).
Le  parole  derivanti  dal  celtico  nelle  parlate gallo-romanze  sono  tantissime,  e  si  ricollegano soprattutto  agli  oggetti  usati  nelle  campagne  e ai nomi di piante e animali:
sempre in milanese ricordiamo brügh (erica), magiôstra (fragola),  mòtta (da  mutt altura), bricch (dirupo),  brénta (recipiente  di  legno  per il  vino),  maschèrpa (ricotta),  galaverna (vento gelido).
In  realtà  questa  panoramica  non  è  per  nulla esaustiva delle infinite tracce della lingua gallica che  possiamo  ritrovare  nel  Friulano,  nel  Piemontese, nel Lombardo, nel Ligure, nell’Emiliano, nel Romagnolo e nello stesso Veneto; ma solo  la  conservazione  delle  parole  più  “strane”  di queste lingue, e il loro attento studio, potranno fare  emergere  quell’  “universo  celtico”  che  rimane in eredità alle nostre lingue e alla nostra tradizione.
Lo  stesso  discorso,  naturalmente,  vale  anche per i toponimi e, soprattutto, per i microtoponimi che racchiudono la storia più antica della nostra Terra e del nostro ambiente.
I siti archeologici e i musei Per  quanto  riguarda  i  ritrovamenti  archeologici in Padania possiamo dire che per lunghissimo  tempo,  a  causa  di  una  impostazione  spesso sfacciatamente “filo-romana”, gli oggetti furono letteralmente  dimenticati  nei  musei  e  le  aree celtiche  lasciate  nel  più  completo  degrado,  con l’eccezione  di  un  piccolo  gruppo  di  ricercatori appassionati che riuscirono, nel corso degli anni, a portare avanti uno studio su questi “barbari” di cui quasi nessuno voleva interessarsi.
Il  fatto  che  non  si  è  mai  pensato  di  istituire una  cattedra  di  Studi  Celtici,  è  indicativo  della situazione che si era venuta a creare in Italia.
Molti fattori, di carattere sia politico che culturale, hanno comportato un mutamento di interessi  in  molti  archeologi  e  in  un  grande  numero  di  studiosi  che  da  qualche  anno  a  questa parte, anche in seguito  all’esplosione  del  “celtismo”, si sono buttati nello studio di questo antico popolo.
Per  quanto  riguarda l’area insubre,  tra  i  luoghi più  interessanti  è da  ricordare,  anche   per   motivi cronologici,  la  cittadina  di  Golasecca,  in  provincia  di Varese.  Questa  località  è  divenuta famosa soprattutto per aver dato il nome  ad  una  delle più    importanti culture  della  prima  età  del  Ferro (come   abbiamo più  sopra  ricordato);  le  necropoli rinvenute   sono collocate,  per  lo più,  sulle  colline moreniche  poste in  un’area  leggermente arretrata rispetto  al  corso  del Ticino,  e  più  esattamente nelle aree del Monsorino e in quella  del  Monte Galliasco.
Dalla   Cascina Melissa  (nota  per essere  stata  abitazione  dell’ultimo  pescatore  di Golasecca, il Giuanin de la Melissa) si percorre una strada a ciottoli che ci porta in un bosco di castagni e di querce e da qui si raggiunge l’area dei tumuli, dove si incontrano i famosi cromlech (questo  termine  gallese  che  significa  “pietra curva”  indica  il  circolo  formato  dai  supporti  di una camera dolmenica o di un recinto megalitica);  anche  a  Vergiate,  presso  la  necropoli  della Garzonera, è possibile vedere degli altri cromlech.
Un’altra area archeologica estremamente interessante  è  quella  della  “Spina  Verde”  di  Como, situata  sul  versante  montagnoso  sopra  Como che parte dal castello del Baradello; qui, oltre all’abitato di Pianvalle, è possibile vedere una serie di pietre incise e alcune fonti sacre di epoca antichissima.
Tra le necropoli insubri del periodo lateniano quella  più  estesa  si  trova  ad  Arsago  Seprio,  in provincia di Varese.
Per quello che riguarda i Cenomani, notevoli sono le necropoli di Carzaghetto (MN) e di Castglione  delle  Stiviere  (dove  è  stata  rinvenuta  la più  ricca  tomba  celtica  finora  rinvenuta  a nord del Po).
Anche in area veneta vi sono ritrovamenti celtici importanti, come le fibule di tipo hallstattiano rinvenute ad Este, il tesoretto di oltre trecento dracme padane rinvenuto a Nogarole Rocca e le  111  sepolture  scoperte  a  Casalandri  di  Isola Rizza.
Dei  Boi  è  necessario  ricordare  la  straodinaria scoperta dell’abitato di Monte Bibele, nella valle dell’Idice, a sud-est di Bologna, costituito da un nucleo  di  abitazioni  che  ricoprono  circa  8000 metri  quadrati;  mentre  dei  Senoni  è  necessario rimarcare  la  necropoli  di  Montefortino  d’Arcevia,  nella  Valle  del  Misa,  dove  furono  scoperte una cinquantina di tombe.
In realtà è difficile trovare un solo comune o una  sola  frazione  in  cui  non  sia  stato  scoperto un qualche segno degli antichi Celti...
La  stessa  disposizione  dei  comuni  padani  dà l’idea del tipo di dislocazione territoriale dei Celti,  divisi  in  tantissimi  centri  e  caratterizzati  da una  grandissima  autonomia  reciproca;  autonomia e differenza che emerge anche dal dato archeologico.
Tra i Musei che conservano oggetti celtici possiamo  citare,  anche  in  questo  caso  a  mò  di esempio,  le  Civiche  Raccolte  Archeologiche  del castello Sforzesco di Milano, il Civico Museo Archeologico di Como, i Musei Civici di Varese, Pavia, Bergamo e Brescia.
Ma  le  più  grandi  opere  e  testimonianze  dei Galli,  con  tutta  probabilità,  ancora  giacciono nella terra, attendendo di essere nuovamente riportate alla luce da una nuova classe di studiosi che potrà finalmente dedicarsi anima e corpo alla prima Europa, alla prima Padania. I Celti e la natura:
riflessioni a margine sull’immaginario animale e vegetale presso i Galli Per  i  Galli,  come  per  tutti  i  popoli  Indoeuropei, il rapporto con la foresta, con gli animali e, più in generale, con la natura, aveva una importanza straodinaria.
Oggi,  parlando  di  indipendenza  dei  popoli  alpino-padani,  e  ponendo  l’origine  celtica  della nostra gente come elemento fondante di un recupero  culturale  della  nostra  specificità,  non possiamo fare a meno di rivedere il nostro rapporto con l’ambiente che abitiamo.
La  Padania  fu  amata  dai  Celti  perchè  in  essa trovarono  tutto  quello  che  l’immaginario  indoeuropeo aveva loro trasmesso: le foreste impenetrabili,  la  ricchezza  di  fonti  e  laghi,  le  alte montagne  innevate  (spesso  viste  come  sedi  di Dei).
Questo rapporto privilegiato con le forze della natura  si  vede  anche  nei  luoghi  di  culto  del mondo  celtico  che  quasi  ovunque  sono  rappresentati da boschi o da alture: non a caso, infatti, i templi celtici erano siti in foreste o sulla cima incontaminata  di  monti  sacri,  laddove  le  forze spirituali primigenie avevano eletto il luogo della manifestazione privilegiata.
La  montagna,  ad  esempio,  è  ancor  oggi,  per chi vive profondamente la sua appartenenza territoriale, un luogo di primario valore simbolico, così come lo era per i Celti i quali dovevano avere  una  sorta  di  “culto  dei  monti”,  come  è  attestato  da  alcune  iscrizioni  trovate  nella  Gallia Transpadana.
L’improvvisa comparsa dei grandi massicci alpini non può non aver lasciato in questo popolo una profonda sensazione di potenza; se i Leponzi e i Salassi hanno scelto di restare sulle montagne (da cui la definizione di “Galli delle montagne”)  è  perchè  in  esse  avevano  trovato  un  significato  superiore  a  qualsiasi  altra  questione “contingente”.
Ma non solo le alte cime alpine furono venerate dai Celti; ovunque infatti la terra emergesse, anche solo creando una collina, lo spirito celtico sapeva che lì la potenza della terra doveva essere più grande.
Stesso  discorso  vale  per  il  masso  che  si  erge sulla terra; tale culto resistette per secoli e secoli se è vero, come ci viene riportato dalla storia, che alcune decisioni capitolari (di Arles nel 452 e  di  Nantes  nel  658)  dovettero  insistentemente mettere in guardia contro il grave peccato di offrire sacrifici alle pietre o agli alberi.
E infatti, per l’immaginario celtico, ancor più significativo dovette essere il culto degli alberi.
Nella  trasformazione  stagionale  dell’albero l’uomo  celtico  vedeva  rinnovarsi  il  mito  dell’eterno ritorno, così come negli alberi che invece restano sempre verdi, la possibilità magica e incomprensibile della natura di resistere al freddo e all’inverno.
Tale dovette essere il culto degli alberi, che diverse tribù celtiche prendevano il loro nome appunto da questi; si pensi agli Eburones (dal gallico ibor = tasso) e ai Lemovices (dal gallico lem = olmo).
Anche il culto degli alberi dovette resistere nei secoli se, come ci riportano anche in questo caso  i  documenti  storici,  durante  l’interrogatorio Giovanna d’Arco, prostrata dalle torture, confessa  di  aver  posato,  bambina,  delle  ghirlande  di fiori sul ramo dell’albero delle fate e di aver an-
che ballato intorno a quell’albero sacro.
Oltre alle montagne e agli alberi, presso i Celti doveva  essere  diffusissimo  il  culto  delle  fonti  e dei  fiumi,  spesso  legati  a  divinità  femminili  (le Matronae); lo stesso Viridomaro, il re degli Insubri caduto difendendo il suo regno dagli invasori romani, affermava di provenire dal Dio-Reno.
Ma oltre alla venerazione per gli oggetti naturali,  i  Celti  tenevano  in  enorme  considerazione le apparizioni e i significati simbolici di taluni animali.
Del  cinghiale  abbiamo già accennato relativamente  alla  fondazione di Milano da parte di Belloveso; possiamo  solo  ricordare  che le  insegne  da  guerra celtiche    portavano spesso il cinghiale, così come  nelle  tombe  di Hallstatt,  in  Baviera, furono ritrovati schele-
tri  di  cinghiali  che  devono  avere  avuto  una funzione di dono funebre.
Il  cinghiale,  infine, lo  si  ritrova  spessissimo  nella  monetazione celtica.
Un altro animale importantissimo      nel mondo celtico è il cervo,  rappresentazione vivente  del  Dio  gallico Cernunnos.
Il  cervo  viene  ricordato  nella  tradizione celtica  medioevale  relativa  al  ciclo  del  Graal,  e  investe  direttamente l’iniziazione cavalleresca di Re Artù il quale deve catturare  il  cervo  bianco  per  superare  il  livello di quelli che, nel linguaggio tradizionale, vengono definiti “i piccoli misteri”.
L’agiografia alpina è testimone di questo connubio tra la regalità sacra e il cervo; San Uberto infatti  si  imbatte  in  un  cervo  bianco  e  mentre cerca  di  colpirlo,  tra  le  corna  del  cervo  appare una croce luminosa, il segno di Dio.
Il  Dio  Cernunnos  è  rappresentato  anche  nel famosissimo  calderone  di  Gundestrup,  vera  e propria  mappa  iniziatica  del  pensiero  religioso celtico,  di  cui  il  “Dio  cornuto”  pare  essere  il punto  centrale.  Nei  carnevali  tradizionali  che ancora si possono vedere (e che sicuramente coloro che sono nati nei primi decenni del secolo possono  ancora  ricordare),  si  pensi  a  quello  di Schignano  sopra  a  Como,  spesso  le  maschere rappresentano  la  testa  del  cervo,  esattamente come nel mito della Caccia Selvaggia che un po’ ovunque sulla catena alpina è presente.
Le corna del cervo erano  dunque  segno  di forza ma anche di caos, forse  di  furor guerriero;  il  fatto  che  i  Celti spesso  ornavano  i  loro elmi  con  delle  corna deve riportare a questo tipo di simbolismo.
E  infine  (ma  anche  in questo  caso  l’elenco potrebbe  continuare) parliamo del cavallo.
Intanto  una  città  importante  del  nostro Piemonte  ha  già  nel suo  nome  originario un  forte  richiamo  a questo  animale  straordinario;  Ivrea  infatti era l’antica Eporedia, la città dei cavalli, per un probabile culto alla Dea Gallica  Epona,  la  signora dei cavalli.
In Padania sono numerosissimi  i  monumenti iconografici  in  cui  la Dea  appare  dinanzi  ad uno  o  più  cavalli  così come  numerose  sono le raffigurazioni del cavallo  sulle  monete  galliche  locali.  L’importanza del  cavallo  è  legata  al  fatto  che  furono  proprio gli Indoeuropei ad addomesticare per primi questo animale e ad utilizzarlo anche per la guerra, dando così inizio a quella che sarebbe divenuta, nel Medio Evo Europeo, la Cavalleria.
Su una moneta di Brienos, nel territorio degli Arverni  transpadani,  il  cavallo  è  incorniciato  in un piccolo tempio, e quindi chiaramente caratterizzato come oggetto di culto.
Interessante notare che ci è giunto, tramite il calendario di Guidizzolo, il giorno della festa di Epona, la dea dei Cavalli, che cade proprio il 24 Dicembre (XV Kalendas Jaunuarias).
 
 
 
 
 
Bibliografia
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? Markale J., Il Druidismo, Mondadori
? Oneto  G.,  L’invenzione  dell  Padania,  Foedus Edizione
? Pautasso A., Monetazione Celtica dell’arco alpino, Ed.Keltia
? Pisani  V.,  Le  religioni  dei  Celti  e  dei  BaltoSlavi nell’Europa precristiana, Galileo
? Quai F., Protostoria del Friuli: I Celti, Chiandetti Editori
? Questin M., La Medicina dei Celti, Xenia Edizioni
? Riviere  J.C.,  George  Dumezil  e  gli  studi  Indoeurpei, Ed.Settimo Sigillo
? Rolf F., I Guerrieri Celti, Keltia
? Rolleston T.W., I Miti Celtici, Ed.Longanesi
? Romualdi A., Gli Indoeuropei, Ed.AR
? Salvi, L’Italia non esiste, Ed.Camunia
? Silcan L.A., Fregi Ornamentali dell’Arte Celtica, Ed.Keltia
? Silcan  L.A.,  I  primi  abitanti  alpini:  Insediamenti occidentali dal Paleolitico ai Salassi, Keltia
? Silcan L.A., Musica Celtica, Keltia
? Silcan L.A., L’aratro e la spada: vita quotidiana presso i Celti, Keltia
? Violante  A.,  I  Celti  a  sud  delle  Alpi,  Silvana Editoriale
? Zecchini,  I  Druidi  e  l’opposizione  celtica  a Roma, Jaca Book
? Zuccolo Sergio, Da Celti a Friulani, Marsilio Edizioni
Si segnalano le seguenti riviste:
? Études  Indo-européennes,  Università  Jean Moulin di Lione, dal 1982;
? Revue Celtique, Paris 1870-1934;
? Zeitschrift für Keltische Philologie, Halle dal 1899;
? Ogam.  Tradition  Celtique,  Rennes  dal  1948 (Supplemento Celticum);
? Études Celtiques, Paris dal 1963

5.1.6 La Padania ???

La Padania  ???
 
 
Geograficamente la Padania e' distinta in due regioni: Circumpadania e Transpadania, rispettivamente sopra e sotto il fiume Po. In Termini di geografia politica la Padania comprende le regioni: Piemonte, Liguria, Lombardia, Trentino, Venezia Giulia, Friuli, Veneto, Emilia Romagna.
I Liguri abitavano la pianura padana dalle Alpi all'Istria fino alla valle del Rodano e lungo il suo corso fino alla Svizzera attuale.
I Liguri che si stanziarono nel cuore della regione veneta avrebbero preso il nome di Euganei, derivanti dai liguri Ingauni, cioe' ellenicamente Euganei.
Gli Italici discesero nella valle del Po (1500 a.C.) attraverso i laghi lombardi, dalla Svizzera o dalle Alpi orientali spinsero i Liguri verso le Alpi occidentali, si stabilirono nel centro della Padania, prima che scendessero oltre l'Appennino, nelle loro sedi al centro e al Sud.
Intorno al IX o VIII secolo a.C. un altro popolo, i Veneti, dilaga nella regione compresa tra le Alpi, l'Adige, il Po e L'adriatico: pone il suo centro di attivita' e di vita dove sorgera' la metropoli di Ateste; si suppone che i Veneti siano penetrati nella Padania dalla Bassa Austria. I Veneti diffusero la loro civilta' per tutta la Venezia fino al Trentino e all'Alto Adige, verso l'Istria, oltre le Alpi Retiche e verso la valle del Danubio. Due colonie Greche, Adria e Spina si innestano nel territorio dei veneti divenendo importanti sedi di scalo ed emporio greco.
Gli Etruschi popolo che abitava le propaggini dell'Appennino Tosco-Emiliano; verso la meta' del VI secolo a.C. lungo le valli del Reno si erano affacciati nella pianura padana di cui prendevano possesso.
Costituivano cosi' l'Etruria Circumpadana con le citta' di Felsina, la futura Celtica Bononia, Mantova, Modena, Parma, Melpo (estrema punta settentrionale).
L'invasione degli Etruschi non intacco' la compagine nazionale dei Veneti: l'angolo veneto resto' indipendente dagli Etruschi.
"Trans Padum omnia loca excepto Venetorum angulo qui sinum circumcolunt maris, usque ad Alpes tenuere". (Livio) La storia dei Veneti e' caratterizzata dalla costante lotta per l'indipendenza, sia contro l'incursione Celtica sia contro il potere di Roma.
Cornelio Nepote narra che nel medesimo giorno in cui l'Etrusca Veio cadeva nelle mani dei Romani (396 a.C.) Melpo, la metropoli Etrusca circumpadana, veniva conquistata dai Galli (Celti).
Le prima schiere Celtiche discesero dalle valli delle due Dore agli inizi del V secolo e di la' gradualmente iniziarono la conquista della Padania.
Ultima a cadere fu Felsina verso il 350.
Gli Insubri si installarono in Lombardia centrale e occidentale, fondarono il borgo gallico di Mediolanum; i Cenomani tra l'Oglio e l'Adige nel territorio di Brescia e Verona; i Boi nella pianura emiliana, diedero il nome alla nuova Bononia; i Lingoni nei territori a nord di Bononia; i Senoni da Ravenna fino ad Ancona.
Intorno alla meta' del IV secolo l'Etruria circumpadana si trasforma in Gallia Cisalpina.
Poiche' i Galli erano arrivati fin nelle Marche e nel Piceno e formavano un cuneo tra il territorio dei Veneti e quello dei Romani, fra questi due popoli nacque una salda alleanza contro i Galli, che premevano i Veneti dal Mincio all'Adige, dalle Alpi orientali e dall'Illiria.
"Qualche tempo dopo la conquista della Padania, avendo i Galli vinto i romani in battaglia e quelli che combattevano nelle loro file ed inseguito i fuggitivi, tre giorni dopo la pugna occuparono Roma, tranne il Campidoglio. Ma richiamati in patria dall'invasione che i Veneti avevano fatto nelle loro terre, si accordarono con i Romani, e restituita loro la citta', se ne tornarono nelle loro sedi". (Polibio)
Nel 290, difronte alla minaccia dei Celti di invadere i territori a Sud della circumpadana Gallica, I Veneti si allearono con Roma contro i Boi e gli Insubri.
Dopo la battaglia di Sentino nel 268, Roma fissa i suoi confini tra l'Esino e il Rubicone e fonda la colonia di Sena Gallica (Sinigallia).
(per 23 anni Roma e' presa dal conflitto con Cartagine)
I Galli stretti tra i Cenomani, I Liguri delle Alpi ed i Veneti strinsero alleanza con i Celti della valle del rodano (226) facendo nascere la grande Lega dei Popoli della Cisalpina. Roma rispose con la Lega Romana-Italica, alleata con i Veneti e Cenomani.
Vinti i Boi e gli Insubri (224), passato il Po la Lega Italica si congiungeva a Brescia con i Cenomani. Nel 222 cade la capitale degli Insubri, Mediolanum. Nel 218, per affrettare l'assetto della Padania venivano fondate le colonie latine sulle due rive del fiume Po, di Piacenza e di Cremona. Tutta la Cisalpina, eccetto il Piemonte e la Liguria era in possesso di Roma. Ad est dell'Oglio i Cenomani, ad ovest dell'Adige i Veneti.
 
 
 
 
 
 
 

 
 
Alcuni commenti
 

Padania è una denominazione geografica alternativa usata per indicare la Val Padana. Il suo utilizzo si è diffuso a partire dagli anni novanta quando il movimento politico della Lega Nord indicò con questo nome sia un'entità politico-amministrativa astratta corrispondente all'attuale Italia settentrionale, sia il Nord Italia geografico. Da allora il termine è divenuto di uso comune mantenendo tuttavia una forte connotazione politica........
 

la Padania non ha alcuna storia, è una pura espressione geografica, se proprio gli si vuol dare una connotazione storica, essa inizia con i deliri di un manipolo di persone guidate da un certo Bossi Umberto, e via via da altri acoliti, spesso pregiudicati o condannati in via definitiva, questo manipolo di persone, cerca da anni di creare in modo artificioso ed artificiale una storia per un territorio, che storia di per se non ne ha.
 

La padania non esiste,al limite possiamo parlare della zona del Lombardo-Veneto,etcc.. ma la padania no....non esiste.

5.1.7 Invasione dei Galli Cenomani

Invasione dei Galli Cenomani
 
Invasione dei Galli Cenomani in Franciacorta intorno al sesto secolo a.C.
Insediamenti umani fra le colline delle franciacorta compaiono già nel terzo millennio a.C. I passaggi storici più significativi tuttavia, hanno inizio con la presenza etrusca sul territorio attestata dal ritrovamento di alcune tombe nella zona di Coccaglio e Pontoglio. In particolare nel sesto secolo a.C., con l'espansione dei Celti che penetrano nell'entroterra lombardo da ovest, in diversi periodi si stanziarono a Mediolanum i Galli Insubri. A Brescia invece, dopo aver sconfitto gli eserciti degli etruschi, si stanziarono i Galli Cenomani. Questi guerrieri si preoccuparono di sviluppare una carrabile che collegasse le aree da loro occupate e di porvi a difesa delle loro conquiste imponenti fortificazioni: una prova di quanto appena detto la offre il Monte Orfano, dove nel 1956 furono rinvenuti frammenti di ceramica con tre segni graffiti. Secondo la tradizione, qui (forse nel luogo della chiesetta di San Michele) era un tempio al dio Sole, culto diffuso tra i legionari dalla fine del sec. Si notano inoltre sempre sul monte sistemi di fortificazione costruito secondo i dettami tecnico strategici tipicamente gallici: cioè bastioni costituiti da potenti recinti di massi e pali; più all'interno si scorgono costruzioni destinate agli uomini e cioè recinti per cavalli; magazzini per attrezzi ed alimenti. L'area del convento dell'Annunciata e di S. Michele sopra Rovato costituiva il vero caposaldo del territorio dotato di potenti e articolate fortificazioni. La costruzione e il mantenimento di queste costruzioni difensive fu possibile grazie alla straordinaria ricchezza di queste zone quanto a legname pietre ed acqua.
 

 
 
I Galli Cenomani
 
Attraverso le Alpi, tra il VI e il IV sec. a. C., scesero i Galli (o Celti) che invasero ad ondate progressive la Pianura Padana abitata, a quel tempo, da un antico popolo: i Liguri.
Furono i Galli Cenomani con a capo Elitovio che si insediarono per primi sul nostro territorio e a cui dobbiamo con tutta probabilità l'origine del nome di Brescia. Fu il colle Cidneo (termine sua volta derivante da Cidno, Re dei Liguri), ad ispirare il nome ch'essi diedero alla nostra città. Bric o briga (radici celtiche che significano monte, altura o fortezza), sono infatti la base semantica su cui si costruì con ogni probabilità il nome Brixia, antenato già latino di Brescia. Non è inoltre improbabile che questo stesso etimo ci accomuni alla vicina Bergamo.
Il colle Cidneo deve avere investito fortemente l'immaginario, e davvero deve essere stato per loro meglio di un'arroccata fortezza: facile a difendere, raccolto, aveva inoltre la possibilità di spaziare con lo sguardo l'orizzonte più lontano, punto ideale per il primo insediamento. Abbiamo prove, infatti, che da qui scesero, per estendere poi l'abitato in una vera e propria città, centro che gli storici latini racconteranno esser così esteso da potersi a pieno titolo considerare la loro capitale. Gli anni purtroppo non avranno pietà del legno e del fango, i poveri materiali utilizzati per edificarla e cintarla e poche, dunque, saranno le testimonianze materiali della loro lunga e importante presenza.
I Cenomani furono i soli Galli ad essere alleati della Repubblica Romana. Questo popolo, le cui radici indoeuropee si perdono nella stessa genealogia dello sviluppo occidentale, puntò orgogliosamente sul futuro, scommise su quei pastori volitivi e pratici che avevano fondato un impero sulle rive boscose del Tevere. Nella guerra che fù portata alle popolazioni stanziate nel nord Italia in occasione dell'anno 225 a.C., contro una lega di tutte le tribù galliche riunite, e ancora, durante la I guerra punica e nonostante la ribellione che coincise con la II, sempre i Cenomani si schierarono in favore di Roma. Unici vincitori fra tutte le tribù galliche, nella pace armata che seguì quell'ultimo conflitto (199 - 194 a.C.), l'alleanza con la Repubblica valse loro una autonomia amministrativa e il diritto a mantenere un proprio esercito. Presto, come si era soliti, ai centurioni e ai coloni seguirono mercanti e nobili, attirati dalla fecondità degli scambi e dalle prospettive di guadagno i primi e dalle bellezze ambientali, dalla pace e dalle promesse di sviluppo i secondi, tutti si inserirono comunque con facilità nel tessuto cittadino, costituendo di fatto una nuova era per Brixia.
 
 

 
 
GALLI
 
 
Approfondimento: GALLI
Popolazioni di origine celtica, provenienti dell'Europa centrale, insediatesi in Francia fra i secoli VII e IV a.C. Varcate le Alpi, si insediarono, in parte, nella Valle del Po, estendendosi fino alla Stiria e alla Carinzia. Qualche gruppo, attraversato il Danubio, si stabilì in Boemia. Dall'Etruria, occupata nel IV secolo, si spinsero fino a Roma, che devastarono. Le zone di maggiore densità di occupazione furono le pianure lombarda ed emiliana, nella quale raggiunsero il fiume Metauro. Nella battaglia di Senegallica, del III secolo, subirono la sconfitta da parte dei Romani. Varie furono le tribù galliche che occuparono la cosiddetta Gallia Cisalpina: i taurini, gli insubri, i cenomani, i boi, i lingoni, i senoni. Culturalmente, si dedicarono alla musica, più che alle arti figurative e plastiche: accolsero i cantori (i bardi), che al suono della lira ne narravano le gesta. Romanizzati con le armi, furono divisi da Cesare in varie popolazioni: gli aquitani, i celti e i belgi.
 
 

 
 
Il periodo preistorico e protostorico
 
Poco si sa con sufficiente precisione delle origini storiche di Flero, della primitiva strutturazione geografica del suo territorio, della forma e della consistenza dei primi insediamenti umani. Possono quindi aver largo margine le supposizioni, essendo l'esistenza di Flero, per la prima volta, attestata in documenti scritti soltanto nel sec. IX d.C.
Tracce di un passato umano anche piuttosto remoto sono comunque rilevabili con discreta frequenza sia nel suo territorio sia ai sui confini: si tratta di reperti archeologici, di tracciati stradali, di relitti toponomastici. Gli studi condotti dagli specialisti sulle culture e sugli insediamenti di popolazioni preistoriche e protostoriche nel territorio bresciano permettono di tracciare il seguente rapido quadro in proposito.
Il territorio di Flero fu molto probabilmente interessato dalle stazioni dei Liguri come a Fornaci, Azzano, Capriano e Poncarale, dell'età neolitica e del bronzo e, sicuramente, da quelle dei Cenomani. Ai confini di Flero, infatti sono stati trovati vari oggetti attestanti la presenza dei Liguri: pezzi di selce lavorata, cocci fittili di argilla, ossi di animali. Negli stessi luoghi si sono rinvenuti anche oggetti di bronzo: un ago crinale, un pezzo di anello, un chiodo, una daga, che testimoniano insediamenti più tardi e tecnologicamente più avanzati. Ma chi erano questi abitatori primitivi?
Con molta probabilità erano di stirpe ligure, cioè popoli provenienti dalle valli e dai passi dell'attuale Liguria, donde il nome, e infiltratisi poi anche nella pianura padana.
L'insediamento dei Celti avvenne in tempi piuttosto lunghi e solo durante il secolo IV a.C. essi raggiunsero l'Adige. Una delle tre stirpi celtiche degli Aulerci, i Cenomi, abbattuta la potenza etrusca, si stanziarono nella nostra pianura bresciana e pare che fondassero Brescia.
I Cenomani erano un popolo di agricoltori e di guerrieri dotati di notevoli cognizioni tecniche, come attestano i reperti archeologici lasciatici.
Essi abitavano in capanne di legno e di fango, per cui nulla è rimasto della loro architettura. Abbondanti ma anche piuttosto fantasiose notizie su questo popolo ci sono fornite dagli storici antichi Polibio, Cesare, Tito Livio.
La capitale dei Cenomani era Brescia e pare che proprio a loro si debba la fondazione della città sul Cidneo dove sono stati trovati resti. Notevoli testimonianze sugli stanziamenti dei Cenomani sono state scoperte a Brescia, Coccaglio, Bovezzo, Manerbio, Gambara, Gottolengo, Carpendolo, Desenzano ed anche Flero.
Sembra che la loro influenza politica, se non proprio il loro dominio, si estendesse tra l'Adda e l'Adige, comprendendo in parte le Prealpi con relative vallate, oltre al Trentino occidentale. Di notevole interesse, anche se ancora poco studiata, è la viabilità stradale tracciata e mantenuta efficiente da queste popolazione galliche, utilizzando con molta probabilità anche il precedente sistema viario etrusco.
Si tratta per lo più di strade di collegamento fra i loro centri abitati della pianura, ma vi sono anche rotabili di grande comunicazione, tra le quali ricordiamo la Brescia Rovato Milano e la Lonato Montichiari Manerbio Cadignano Orzinuovi Milano, con relative trasversali nord sud, tra cui la Brescia Pontegatello Dello Cadignano e la Brescia Manerbio Robecco. Tre relitti linguistici galli entrati nella toponomastica sono molti utili, come già detto, sia per stabilire il luogo di alcuni stanziamenti sia per scoprire certi importanti nodi stradali: -rhò (Rovato, Roè, Robecco, Rho, Rovate ecc.) indicante incrocio stradale; -gat (Gavardo, Cadignano, Ponte Gatello, ecc.) indicante guado di corso d'acqua: -on, -ono, -onno (Onsato, Malonno, Oggiorno, Ono, Monno, Manerbio; forse anche Capriano, Azzano, Maiarano, Oriano, ecc.), indicanti situazioni di relazione con corsi d'acqua.
La presenza cenomanica, come accennato, è testimoniata anche a Flero, sia dai toponimi, già presentati a suo tempo trattando le fonti storiche(Onsato, Molone), sia dall'armilla gallica quivi trovata.
Questa armilla (=braccialetto femminile) è di vetro color azzurro cielo, finemente lavorato a nastro decorato tortiglione, esemplare assai raro.
Fu donato al Museo Romano di Brescia dopo che venne trovata a Flero nel 1880 in una tomba alla profondità di cm 120. I competenti la datano tra II-I secolo a.C.
Si trova conservata nel detto museo, assieme ad un ricco campionario di altri oggetti cenomanici, nella Sala I, Vetrina 5, " arte gallica ". Si tratta di testimonianze di alta civiltà, che coprono l'intero arco cronologico della presenza gallica nel territorio bresciano.
 
Tratto da "Storia di Flero Dalle origini alla metà del sec. XIII d.C." di Angelo Bonaglia.
 
 
 

 
I Cenomani
Facenti parte del più ampio gruppo celtico degli Aulerci originari dell’attuale zona di Le Mans (Francia), guidati da Etitovio con l’appoggio di Belloveso, giunsero in Italia all’inizio del VI secolo a.C. Polibio indica con esattezza la zona da essi occupata: nella pianura a nord del Po, probabilmente tra l’Adda e il Mincio, e ci tratteggia anche le caratteristiche salienti del di tipo di insediamento: “per villaggi privi di mura”, cioè piccoli agglomerati forse a base famigliare e tribale, sparsi nella campagna. Essi si dedicarono essenzialmente all'agricoltura ed all'allevamento di bestiame. Si riconosce ai Cenomani il merito di aver dato notevole sviluppo a queste attività e pare anzi che ad essi sia dovuta l’introduzione e la diffusione dei bovini di razza bigia.
La loro capitale fu, sin dal IV secolo a.C. Brixia (dal celtico brica/briga che significa altura, colle), l'attuale Brescia. Venne scelta come sede del loro nuovo dominio che si estendeva nell'ambito compreso all'incirca tra Bergamo e Trento, con in mezzo le province di Como, Cremona, Mantova, Verona e Vicenza.
Furono tra le tribù celtiche della Gallia Cisalpina che si allearono coi Romani nella guerra contro gli Insubri, traendo da quest'alleanza notevoli benefici. Non mancarono, tuttavia, insurrezioni, come quella del 116 a.C., domata da Q.Marcio Re, e quella del 16 a.C., repressa da Publio Silio.
Con i Romani tante volte si allearono: nel 225, perché in lotta continua con le tribù galliche dei Boi e degli Insubri (che occupavano la parte occidentale della Lombardia); nel 218, quando con i Romani non seppero sostenere l'assalto degli elefanti di Annibale e furono sconfitti. Ma, ancora sotto la paura di Annibale, da essi si staccarono nel 199 per assalire, con gli alleati Insubri e Boi, le colonie latine di Piacenza e di Cremona. La battaglia del Mincio, che li vide di nuovo alleati dei Romani, contro gli Insubri tornati nemici, segnò la fine dello stato cenomane (197) “senza però disarmarli e privarli della sovranità sulla provincia”. La Transpadania cominciava a latinizzarsi per effetto delle colonie latine, per l'infiltrazione dei nuclei Italici e per la costruzione della via Emilia, che favorì il diffondersi della civiltà romana.
Nell’ 89 a.C. i Cenomani con un trattato di alleanza divennero Soci Federati di Roma ed ottennero la concessione del diritto latino (“Ius Latii”) per essersi mantenuti fedeli a Roma nella guerra sociale. E mentre l'intera Gallia cisalpina era sottoposta al regime di provincia - e quindi governata militarmente (82-42 a.C.) - i Bresciani e i Transpadani ricevettero la cittadinanza romana.
I rinvenimenti, concentrati nella fascia di pianura a sud di Brescia e Verona, tra l’Oglio e l’Adige, evidenziano un insediamento sparso nella pianura, con sepolture esclusivamente ad inumazione e deboli segni di integrazione con la popolazione di cultura etrusca già presente nella zona.
Nelle tombe femminili sono quasi sempre presenti torquis in bronzo, per ornare il collo, bracialetti di argento a serpentina o a ondulazioni sul braccio destro e un braccialetto in bronzo, normalmente indossato sul braccio sinistro; nelle tombe maschili prevalgono le armi, la lancia, la spada in ferro, la catena reggispada, lo scudo (di cui resta solitamente la parte centrale, l’umbone in ferro), tutti elementi che connotano il defunto come guerriero.
Dal II-I secolo a.C. si diffonde invece il biritualismo: incinerazione per i guerrieri, inumazione per donne e bambini. A questa tradizione possono essere collegate anche le monete, interpretabili come “obolo di Caronte”  ma anche come segno di ricchezza personale, che nella massima parte sono romane.
Nel del tardo latène che corrisponde ad un periodo pacifico e di costante romanizzazione da parte dei Cenomani è rimasta la presenza delle armi tipiche celtiche e della loro deposizione durante il rito funebre, cosa che li distingue dalle tribù vicine.
 

5.1.8 Etą prima: de' popoli primitivi.

 
 
 
Cesare Balbo
 
 
RESTI
CONSACRATO ALLA MEMORIA
       DEL MIO RE
 
CARLO ALBERTO
QUESTO VOLUME
SCRITTO Gli
TRA GLI URGENTI DESIDERII
DEL GRAN TENTATIVO'
 
DI Ll'I
OMAGGIO POSTUMO ORA
DI GRATITUDINE E DEVOZIONE PERDURATE
TRA LE CONCITAZIONI, GLI ERRORI E I DOLORI DELL'IMPRESA
CRESCIUTE
DALLE SVENTURE E DALLA MORTE
DI LUI
 
SOMMO MARTIRE DELL'INDIPENDENZA
SOMMA VITTIMA DELLE INVIDIE
ITALIANE
 
GLI EDITORI
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
LIBRO PRIMO
Età prima: de' popoli primitivi.
 
(Anno 2600 circa — 390 circa aV. G. C.)
1. I Tirreni. — Gli antichi, ed alcuni moderni, credettero i popoli primitivi nati sul suolo in varie parti della terra; ma le scienze fisiologiche, le filologiche e le storiche progredite non concedono tali origini moltiplici ; ne ammettono una sola, dall'Asia media tra l'Indo e l'Eufrate, e da una famiglia cresciuta in tre schiatte, Semiti, Camiti e Giapetici.L'Europa, salve poche e piccole eccezioni, fu tutta de Giapetici. I primi stanziativi furono, secondo tutte le apparenze, i Javani, Jaoni, o Joni; i quali popolarono ciò che chiaman Grecia e i paesi all'intorno, e diedero nomo di Jonio ne mare ulteriore. — I secondi furono probabilmente i Tiraseni, Tirseni, Raseni o Tirreni, i quali occuparono ciò che chiamiamo Italia, e diedero similmente il nome di Tirreno al mare ulteriore adessi. Vennero dalla punta dell'Asia Minore, dall'ultime falde del Tauro, da quelle regioni che si chiamaron poi Lidia; come risulta da tutte le tradizioni italiche, duranti a'tempi ancora di Tacito. Dimorarono e dieder nomi in Tracia; stanziarono nella nostra penisola: e par che vi si dividessero in tre parti principali :
i Taurisci o montanari a settentrione, di qua e forse di là del nuovo Tauro, cioè dell'Alpi nostre:
i Tusci od Etrusci in mezzo:
gli Osci a mezzodì.
E, fosser parte della medesima grande schiatta, o solamente compagni della medesima migrazione, par che insieme o poco appresso venissero
1 Veneti, e stanziassero nei paesi detti poi Venezia ed llliria. Perchè poi da queste regioni si sparsero a settentrione molte genti, dette già Veneti, Illirici, Pannoni, Sarmati, e poi Tzechi, Lechie Russi, ed ora comprese tutte sotto il nome di Slavi; e perchè, s'io non m'inganno, alcuni segni di consanguineità rimangono tra le lingue slave ed italiche; perciò io crederei comune pure alle due schiatte l'origine Tirasena. Ma è semplice congettura.
2. Gli Iberici. — Migrarono parimente nella penisola e nell'isole nostre, gli Iberici e i Kettim, Kelli o Celti; due popoli ch'io crederei staccati dalla famiglia de'Javani. Gli Iberici (che nominiam così per non entrare in lunga discussione sul nome loro primitivo), giunti alla nostra penisola, si divisero; e gli Iberi propriamente detti progredirono oltre alle bocche del Rodano ed alla penisola detta poi Iberia da essi, mentre gli altri rimasero da noi. Questi si suddivisero poi, nominandosi Ligi o Liguri all'occidente di nostra penisola sulle bocche del Rodano fin oltre i Pirenei, e probabilmente anche nell'isole di Corsica e di Sardegna; Vituli, Viteli od Itali, in mezzo; Siculi, Siceli e Sicani, nel mezzodì e nell'isola detta da essi Sicania e Sicilia; nella quale, come nell'altre isole, tutti questi si sovrapposero a'Ciclopi, Lestrigoni ed altre genti fenicie, camitiche o semitiche. Ma tutti questi Iberici, par che fossero men numerosi che non i Tirreni; e certo non occuparono definitamente se non la metà occidentale della penisola, sia che ne cacciassero i Tirreni, o che si sovrapponessero ad essi e li signoreggiassero.
3. / Celti-Umbri. — Della migrazione celtica io crederei che ella si dividesse prima di giunere a noi in due grandi fiumane, di là e di qua dell'Alpi. La settentrionale risali il Danubio, e stanziò intorno ad esso  finchè spinta innanzi dal Dod, Toth, Deudch, Teutch o Teutoni, passò il Reno ed occupò la gran regione detta da essi Celtica, da qualche gente di essi Gallia, e l'altra detta Britannia. La migrazione meridionale e minore dei Celti Umbri entrò nella nostra penisola, e si sovrappose a'Tirreni in tutta la parte orientale della nostra penisola dall'Alpi più o meno fino al Meiauro; onde ella fece una punta tra gli Appennini lungo l'Ombrone, fino al mar Tirreno. Ed essa pure vi si suddivise in tre: gl'lsumbri od Insubri sul Po; i Vilumbri alla marina ; gli Olumbri tra l'Appennino. Nò faccia specie questa divisione in tre, così costatite tra'popoli italici: si ritrova in ben altri; in quasi tutti quelli del globo, principalmente nei Giapetici.
4. Tempo, ordine di queste tre immigrazioni primarie (anni 2600 circa - 1600 circa). — Tuttociò nel millenio dall'anno 2600 al 1600, approssimativamente. La prima di quest'epoche ci è data con gran probabilità dal trovar incontrastabilmente popolate già allora non soltanto l'Egitto e l'India più vicine, ma anche la Cina più discosta che non le terre nostre dalla culla comune; la seconda con più certezza, dal trovar allora incontrastabili qui tutte tre le grandi schiatte e le suddivisioni accennate.— Più dubbio può rimanere sull'ordine delle tre immigrazioni Tirrena, Iberica, Umbra. Mai Tirreni sitrovan dapertutto, gli Iberici nella metà più lontana dal punto d'arrivo, gli Umbri più vicini, e i Tirreni sparsi, soggetti tra gl'Iberici e gli Umbri, ondechè par probabile l'ordine detto: venuti primi i Tirreni; poi gl'Iberici e gli Umbri insieme, ovvero secondi gli Iberici e terzi gli Umbri. Ad ogni modo, queste tre immigrazioni precedettero senza dubbio le altre, si trovano stanziate quando avvennero l'altre, e si possono qiindi dir primarie.
5. / Pelasgi ; immigrazioni secondarie (1600 e-1150 e).— Durante quel millenio (intorno al 1900) una serie d'immigrazioni marittime succedettersi in Grecia, e furono secondo ogni probabilità principalmente di Semiti. Vennero cacciati probabilmente d'Egitto, di Palestina o Fenicia; e col nome di Pelasgi o Phalesgi, che in lor lingua suonava dispersi o raminghi, si sovrapposero colà ai Joni primitivi, occuparono e nomaron da essi Pelasgia la penisola meridionale, salirono alla media, ed in Tessaglia. Regnarono, guerreggiarono, sacerdotarono, incivilirono dapertutto. De'Joni vinti, parte migrarono probabilmente, e son forse quelli veduti ; parto rimasero, o sudditi, o rifuggiti a'monti, e furono gli Elisi o Fileni. Ridiscesero questi, o si sollevarono guidati da Deucalione ed altri eroi; e combattuta una lunga guerra d'indipendenza, di cui l'ultima gran fazione fu la distruzione della pelasgica Troia intorno al 1150, cacciarono dal suolo patrio gli stranieri Pelasgi, ridotti così a nuovo errare. — I più e principali di questi cacciati migrarono via via nella nostra penisola. La storia n'è chiara da molte tradizioni; precipuamente da quelle raccolte da Dionisio d'Alicarnasso, scrittore screditato già da alcuni moderni, riposto in onore da parecchi contemporanei nostri. Egli distingue le migrazioni, le narra con particolari, ne cita e discute i fonti, le date; niuna critica sana lo può rigettare.— La 1 invasione venne dunque intorno al 1600; approdò al seno de' Peucezi,pa?sò all'opposto degli Enotri (genti siculo probabilmente), s'estese, salì su perla penisola fra altre genti sicule, itale, osche e tusche fino intorno a Rieti. — La 2" scese alla bocca meridionale del Po. a Spina, vi stanziò in parte e fu distrutta, e parte penetrò fra gli Umbri, gl'Itali e i Tusci a raggiungere i consanguinei. Allora là intorno a Rieti (in quelle regioni dov'era stato probabilmente il centro degli Itali, dove fu poi certamente quello della gran sollevazione italica contro ai Romani, dove restano anche oggidì i nomi dell'umbilico d'Italia , del gran sasso d'Italia) fu il centro della potenza pelasgica. Di là raggiarono, occupando e fortificando città e castella; là abbondano anche oggi le rovine di lor mura militati, simili alle pelasgiche di Grecia nella costruzione e nel nome (Argos, Acros, Arx). I Siculi furono rigettati a raggiungere i consanguinei in Sicania o Sicilia; gl'Itali, gli Osci, i Tusci, dispersi a' monti o soggiogati, come gli Elleni nell'altra penisola.
6. Continua. —E come gli Elleni, essi ricacciaron poi quegli stranieri. Perciocchè l'ira degli Dei, dice Dionisio, l'ira del servaggio diremo noi, sollevò tutti i nostri popoli primarii contra a questi secondarli; l'unità del servaggio li riunì in una impresa d'indipendenza, simile all'ellenica, prima dell'italiche. E forse fin d'allora crebbe il santo nome d'Italia, estendendosi dalla gente prima, o più ardita nell'impresa, alle seguaci. A.d ogni modo questa incominciò e fini in poco più d'una generazione, intorno al tempo dell'assedio di Troia (1150 e). I Pelasgi, ricacciati al mare per la terza o quarta volta (dall'Egitto, dalla Palestina, dalla Ellenia ed or dalla Tirrenia od Italia), si dispersero por l'ultima volta, or pirateggiando, or rifuggendo in vari luoghi del continente e delle isole elleniche, e fino in Tracia, dove alcuni pochi serbarono gran tempo lor lingua, trovata barbara da Erodoto. Forse alcuni ne rimasero nell'Italia o penisola inferiore. Ma furono pochi per certo; onder chè di tanti sangui fin d'allora rimescolati nell'italico, non rimase certamente se non a stille il pelasgico. Rimasero sì comuni co' Pelasgo-Ellenici molte parole e numi, riti, costumi e simboli, e stili di belle arti.
7. Magno-Greci; immigrazioni terziarie (a. 1150c. -600 c.].
— Oltrechè, fosse per finir di cacciar di qua come da Troia gli odiati Pelasgi, o fosse per imitarli e sottentrar loro dopo che furono cacciati, ad ogni modo gli Elleni essi pure migrarono ripetutamente in Italia. — Le prime migrazioni elleniche si confondono colle ultime pelasgiche, in guisa da non potersi chiaramente distinguere. Pelasgiche od elleniche furono quelle di Evandro e di Paliante alle bocche del Tevere,
— Ellenica forse quella di Ercole (eroe, mito, simbolo, a parer mio, dapertutto della lotta ellenica contro a' Pelasgi), il quale dicesi approdato prima ai Liguri, poi a quel medesimo Tevere. Pelasgico-Troiana certamente quella di Antenore alle foci del Po, e quella di Enea che fu terza sul Tevere. — Ed Elleniche poi quelle posteriori e molteplici, per cui furono fondate le colonie di Taranto, Crotona, Sibari, Turio, Locri, Regio, Cuma, Partenope e parecchie altre sulle due marine meridionali: e Siracusa, Girgenti, Messina. Selinunte ed altre in Sicilia; Cagliari in Sardegna; Aleriain Corsica.— Tutti insieme poi questi Elleni chiamaronsi Greci; un nome che dicesi significasse Antichi, e fu forse preso dagli Elleni ad accennare la priorità di loro schiatta su quella de'Pelasgi negli stanziamenti comuni, Perchè poi i nostri si dicessero, a differenza degli altri, Magno-Greci, parmi diffìcile a risapere; essendo certamente men numerosi essi, e men lati questi loro stanziamenti occidentali, che non gli originarii nella Grecia propriamente delta. Ad ogni modo, religioni, costituzioni, dapprima regie, repubblicane poi, costumi, lingua ed arti, tutta la civiltà e tutta la coltura, furono comuni alla madre patria ed alle colonie, alla Grecia e alla Magna-Grecia.
 
8. / popoli Itati, Etrusci ed altri contemporanei (1150 c. 600 e). — Ma questi Magno-Greci non occupavano forse tutte le marine, nè certo l'interno delle nostre regioni meridionali, Ivi duravano gli Itali principalmente, venutivi dalla inedia penisola, e sottentrativi già, poco prima o poco dopo della cacciata de' Pelasgi, a'.Siculi loro fratelli, quando passarono allora in Sicilia. E duravano, pur risorte dopo quella cacciata, parecchie genti osche, ed altre dette Latini, Sabini, Sanniti, Marsi, Peligni, Campani ecc.: de'quali sarà forse sempre impossibile determinare se appartenessero a questa o quella delle schiatte primarie, secondarie, od anche terziarie, o se e come si componessero di parecchie. Ad ogni modo, tutte insieme possono considerarsi come membri di una civiltà e coltura intermediaria tra la .Magno-tìreca a mezzodì, e l'Etriisca a settentrione, Perciocchè gli Etrusci furono il popolo principale risorto dopo i pelasgi. Liberati a un tempo e da questi cacciati al mare, e dagl'Itali cacciati, o progrediti da sè al mezzodì, rinnovarono la potenza Tirrena. Furono ristretti dapprima tra il Tevere, la Macra e l'Appennino; tra i popoli testè nomati a mezzodì, i Liguri a settentrione-ponente, gli Umbri a settentrione e levante; poco più che la Toscana presente. Dodici città principali vi ebbero, ma molte altre pure , regnate ciascuna probabilmente da un principe chiamato Lucumone, governate inoltre da un'aristocrazia di nobili chiamati Lars, confederate certamente tutte tra sè. Niuna colonia straniera, niun'altra gente dominante tramezzo. Quindi indipendenza compiuta, tranquillità almeno esterna, e commerci, marineria, arti, culti splendidi, civiltà e colture, o eguali o poco minori dell'Elleniche. E in breve, allargamenti, conquiste. Condusser guerre secolari contro agli Umbri; e il risultato fu un'Etruria nuova, stabilita nell'Insubria tra l'Appennino, le Alpi e quel mare che appunto allora, da Adria una di lor colonie, fu detto Adriatico. Ivi pure dodici città principali; e i medesimi ordini civili, i medesimi splendori di coltura. Ancora, pare che a mezzodì si estendessero intorno al Liri, e v'avessero altre città; ma se queste fossero propriamente Etrusche , o solamente consanguinee TirreneOsche, sarà forse impossibile determinarsi mai, anche in istudii più speciali. — Ad ogni modo, dall'Alpi al mezzodì della penisola era risorta la potenza, cresciuta la civiltà e la coltura degli antichi Tirreni; ma erasi concentrata dalla nazione intiera nella gente Etrusca. E le facevan quasi corona all'intorno, i Liguri alla marina oggi ancora nomata da essi, e sull'alto Po nelle sedi degli antichi Taurisci mescolati forse con essi e detti allora Taurini; i Veneti sull'alto Adriatico; gli Umbri ridotti forse fln d'allora a ciò che ancor si chiama Umbria; le genti ltalo-Osche, ei Magno-Greci a mezzodì. Queste furono le condizioni de' nostri padri, per li quattro secoli e mezzo dopo la cacciata de'Pelasgi.
 
9. 1 Galli, immigrazioni quaternarie (60O c. - 391). — Ma fin dal secolo \'1° aV. G. C. s'era raccolto in Asia un altro di que'nembi di genti, che precipitaron di là per tanti altri secoli ancora sull'Europa. Un gran rimescolìo, una gran contesa ribolliva in tutto il Settentrione dalle fonti dell'Indo fino alle bocche del Danubio, tra le genti dette Gog e Magog, Geti e Massageti o più modernamente Sciti, e quelle dette Gemer, Kimri, Cimbri o Cimmerii. Le prime, più orientali, cacciarono e spinsero le seconde in Europa. Queste, i Kimri, inondarono Germania, Gallia, e fin l'ultima Britannia, or confondendosi, or frammettendosi tra le antiche schiatte teutoniche e galliche. La Gallia, par che rimanesse divisa diagonalmente tra i Kimri a nord-ovest e i Galli a sud-est verso noi. Ivi compressi, travasarono questi nella nostra penisola, con immigrazioni successive, le quali, tutte insieme e rispetto a noi, diremo quaternarie.
Cinque furono principali. —
La 1" sotto Belloveso scese pel Monginevra, soggiogò i Liguri Taurini, entrò, passando il Ticino, nella Etruria nuova; e ritrovativi gli antichi consanguinei, restituì forse ad essi la libertà, e il nome d'Insubria, e fondò in mezzo Milano (forse Mid land o Mid-lawn), una grande e principal città. —
La 2a sotto Elitovio raggiunse la prima, compiè la conquista della manca del Po fino a' Veneti, e fondò Brescia e Verona. —
La 3a mista di Galli e Liguri scese per l'alpi marittime, e, rimasta a destra del Ticino, stanziò in Piemonte. —
La 4a mista di Galli e Kimri scese per l'Alpi Pennine, occupò i piani tra il Po e l'Appennino, e stanziò principalmente nell'Etrusca Felsina, nomata quindi Bologna da' Boi una di quelle genti. —
La 5a si diffuse tra gli Umbri dell'Adriatico, e, passando gli Appennini, piantò, e da' Senoni nomò Siena in grembo alla stessa antica Etruria.
Tuttociò dal 587 al 521: e la durata, la moltiplicità di queste invasioni, sembrano accennare una lunga e forte difesa degli Etrusci, e così non esser questi troppo decaduti lungo i secoli di lor fortuna; che è vanto raro nell'antichità , quando la somma fortuna soleva esser seguìta dappresso dalla corruzione. — E tanto più, che, anche così ridotti a men che lor sedi antiche, gli Etrusci durarono senza più scemare che si sappia, altri 130anni. Nonché fosser salvi del tutto dalle scorrerie Galliche, le quali pur vennero estendendosi giù per l'Adriatico sino a' Magno-Greci; ma nè Greci, nè Etrusci, nè Itali Osci o Latini, non par che fossero più cacciati da niuna lor sede notevole durante tutto questo tempo. — Finalmente nel 391, o fosse una di queste scorrerie, od una di quelle inimicizie consuete pur troppo in Italia tra vicini, ad ogni modo i Galli Senoni vennero ad assediar Chiusi. Questa città antichissima e delle principali Etrusche, ricorse non più a'consanguinei oramai impotenti, bensì ad una città vicina ma straniera, anzi nemica degli Etrusci, ed ultimamente salita in fortuna ed orgoglio, per la conquista di due città etrusche Falerio e Vejo. La città cosi invocata accettò la protezione, mandò ambasciadori a' Galli tre giovani patrizi suoi; i quali, tentato invano di trattare, combatterono per li nuovi alleati. E i Galli, orgogliosi anch'essi, lasciata !a conquista minore, si rivolsero alla maggiore, convocando compatrioti da tutta la Gallia Cisalpina.
 
10. Roma (754-390). — Quell'animosa città si ohiamava Roma. Sedeva, in un angolo tra il Tevere e l'Aniene, su un suolo che era stato anticamente de' Siculi, poi triplice confine degli Etrusci, de' Sabini e de' Latini. Era stata fondata, o forse rifondala, l'anno 754 da Romolo, che le diede o forse ne prese il nome; e, fatta asilo, mercato di quello tre genti diverse, antichi Tirreni i primi, Iberici Itali probabilmente i secondi, e mistura d'Itali, di Pelasgi e d'Elleni i terzi; aveva raccolti abitatori da tutte tre. Ma da' Latini principalmente ella professò tener suoi fondatori, sue origini, sua lingua; la confederazione de' Latini fu quella a cui prima ella fu addetta e si fece capo. Poi s'era ampliata, popolata, arricchita ed afforzata a spese degli altri due vicini, Sabini ed Etrusci; ma cosi lentamente che dopo tre secoli e mezzo, le due recenti conquiste di Falerio e di Vejo erano le maggiori che ella avesse mai fatte; e l'ultima era pure a un 10 miglia dalla città. — Del resto, regnata già come tutte lo altre città d'Italia e di Etruria od anzi della penisola, od anzi come tutte le genti primitive stanziate od erranti, cioè retta da un principe, da un senato di patrizi e da un'adunanza popolare, aveva (secondo le tradizioni) obbedito così a sette re: Romolo (754-717), Numa Pompilio (717-679 , Tulio Ostilio (679-640), Anco Marzio (640-617), Tarquinio Prisco (617-578), Servio Tullio -578-534], e Tarquinio Superbo (554-509), Quindi, cacciato l'ultimo nell'anno 509, era passata a governo repubblicano quasi a un tempo che le città Elleniche; una contemporaneità molto notevole, e che mostra, questa rivoluzione antichissima dai principati alle repubbliche essersi estesa serpeggiando di regione in regione, a modo di molte moderne. Del resto, queste rivoluzioni in generale, e la romana in particolare, fecero poco più che mutare il sommo magistrato, già unico ed ereditario od a vita secondo le occorrenze, in parecchi elettivi ed a tempo; serbando le gerontie o senati e le assemblee popolari, l'aristocrazia e la democrazia. In Roma i sommi magistrati fecersi annui, e chiamaronsi consoli ; e continuò a preponderare il senato, l'aristocrazia. La quale poi fu fortissima od anche superba in quest'occasione, contro ai Galli. Non che dare i giovani ambasciadori, i Fabi, chiesti a vittime, li fece capi al proprio esercito. Ma vinto questo all'Allia, fu occupata la città di Roma. Molti patrizi visi fecero uccidere, dicesi, sulle lor sedie curuli; altri racchiusero nella ròcca od arsi del Campidoglio , e vi durarono assediati sette mesi; altri si raccolsero fuori in Vejo, la nuova conquista; altri intorno a Furio Camillo che n'era stato il conquistatore, e che, invidiato poi, traeva l'esilio in Ardea. E Camillo (il più grande forse fra le migliaia d'esuli italiani) guerreggiò dapprima per gli Ardeati; poi, fatto dittatore, per la ingrata patria, contro agli stranieri ; poi, quando gli assediati del Campidoglio ebber patteggiato co'Galli, e se ne furon liberati a peso d'oro e d'umiltà, egli il dittatore annullò il patto, ed inseguì e sconfisse i vincitori predoni, e li ricacciò, per allora, a lor sedi. —
Così l'aristocrazia, conservatrice di natura sua, conservando la patria nei pericoli estremi di guerra, mostrassi degna di conservarne il governo tu pace. E così Roma arrestò per sempre l'invasione straniera, a'limiti di quella che allora si chiamava Italia; così ella si pose a capo della guerra d'indipendenza; così ella sali a potenza, dapprima su quell'Italia, poscia a poco a poco su tutta la penisola ; e contemporaneamente su quasi tutt'Europa, e molta Asia e molta Africa, tutto il gran cerchio del Mediterraneo. Potenza ammirabilmente originata e meritata.
11. Religioni. — Perciò qui dove incominciò Roma a mutare e fermare le condizioni politiche della nostra patria, noi terminiamo l'età dei nostri popoli vaganti e primitivi. Dei quali diremo intanto quali sieno state le condizioni religiose, civili e di coltura. — E primamente, non soltanto la storia sacra ma anche tutte le profane mostrano che tutte le religioni incominciarono dal monoteismo, dall'adorazione d'un solo Dio. Ma in breve caddesi per corruzione nel politeismo, moltiplicaronsi gli dèi in varii modi. Fecesi un Dio diverso di ogni diverso nome di Dio, il Signore, il Creatore, il Santo, il Giusto, ecc.; deificaronsi lo grandi potenze della natura, l'Aria, il Fuoco, il Sole, altri Astri, il Cielo, la Terra; e deificaronsi i padri delle grandi schiatte e delle genti. Poi si cadde più giù, nell'idolatria, nell'adorazione delle immagini, dei simboli di tutti quegli lddii moltiplicati; e si precipitò finalmente nell'eccesso di quest'eccesso stesso , nel feticismo. — Questa serie di corruzioni o regressi primitivi è tutta contraria a quella dei progressi o perfezionamenti delle religioni primitive, che fu idea di alcuni filosofi recenti. Ma io confido al presente e vero progresso delle scienze storiche, mitiche, filologiche e filosofiche, le quali giudicheranno, od han già giudicato, quale delle due serie sia più, od anzi sia sola conseni.inea ai fatti ed alle ragioni, ai nomi, alle genealogie, agli atti di tutti questi lddii, ed all'umana natura. — Del resto, ognuna delle tre grandi schiatte, Semiti, Chamiii e Giapeiici, ebbe suoi modi particolari di corruzioni. I Semiti, anche gli erranti , serbarono più a lungo il monoteismo , aggiunsero meno numi al Signore primitivo Adonai, Adone. I Chamiti al lor Signor sommo Baal, Belo, aggiunsero antichissimamente il Sole, il fuoco; e gli Egizi in particolare idearono essi tutta quella genealogia, quella famiglia d'iddii, che i Pelasgi recarono poi di là o volgarizzarono tra' popoli Elleni, Tirreni ed Italici; e i Giapetici, più scostatisi dalla culla, più vaganti, più moltiplicati, si scostarono anche più dalla religione primitiva; non serbarono a lungo o almeno non ci tramandarono niun nome loro del Signor Sommo (se tal non sia forse quel di Brahama); fecero loro Dio sommo il Cielo, o il Signor del Cielo, Thien alla Ciua , Zeus in Grecia, Saturno forse in Italia. Che questi fosse tra' nostri maggiori Iddio sommo prima che Zeus o Jupiter, sembra accennato dal mito chel'ultimo togliesse al primo lo scettro degli Iddii, e dal nome di Saturnia dato già alla patria nostra. Ancora, fu certamente dio speciale, nazionale de'nostri maggiori, quel Giano, che non si ritrova in niun'altra mitologia, e il cui nome è così simile a quello di Javan, che non parmi da dubitare essersi così adottato lo stipite comune delle due schiatte primitivo degli Iberici e dei Celti; e parmi confermata lal congettura dalla doppia faccia di quel Dio, e dal tempio a lui innalzato dai Romani sul limite degli uni e degli altri, e dell'aprirsi e chiudersi di esso secondo che era guerra o pace, — Ad ogni modo, sopraggiunti nella penisola nostra, come già nell'Ellenica, i Pelasgi, e diffusivi parimente lor numi e lor culti, ne risultò in Etruria e in tutta la bassa penisola una religione così simile alla Greca, che tradotti i nomi delle divinità dall'une lingue nell'altre, le due religioni apparvero identiche; e che qua come là s'ebbe quella medesima famiglia di Saturno, Giove, Giunone, Apollo, Diana, Minerva, Venere, Vulcano e via via tutti quegli Dei moltiplici, che furono illustrati poi dai poeti delle due nazioni. E l'Etruria, stata sede principale de'Pelasgi, serbò così nome, vanto ed ufficio di nazione sacerdotale sopra l'altre nostre.
12. Condizioni politiche. — Delle condizioni politiche di tutte queste nostre genti antichissime, molto si scrisse, poco rimane certo. Evidentemente le prime genti immigrate Tirrene, Iberiche ed Umbre furon nomadi sino intorno alla cacciata de'Pelasgi all'epoca di Troia (1150); perciocchè di quel tempo ancora sono e la traslazione de'Siculi, dal mezzodì della penisola in Sicilia, narrata da Dionisio , e quella degli Itali, che presero il luogo lasciato da'Siculi. Ed anche i Pelasgi errarono molto, tra noi come in Grecia e dapertutto; ma poco numerosi certamente (come venuti dal mare), il loro errare e stanziare fu meno da genti nomadi che da venturieri quasi feudali, quali vedremo molti secoli appresso i Normanni nelle medesime regioni. Gli stanziamenti Ellenici poi, furono colonie e non più ; e conquiste quelle degli Etrusci nell'Insubria; ma di nuovo immigrazioni vere ed ultime quelle de'Galli nel sesto secolo. — Fin da'Pelasgi, e tanto più dopo, vedesi la civitas (di cui ciò che chiamiam noi città, non era se non il centro), cioè lo stanziamento d'ogni gente o tribù, aver costituito uno Stato, un'unità politica per sè; come in Grecia, del resto, od anzi come in tutto l'Occidente. Bensì, le diverse genti e città d'ogni schiatta o nazione rimasero certamente confederate tra sè ; ed in confederazioni si riunirono pure le città che si vennero innalzando di genti raccogliticce e diverse. Sono evidenti nelle storie la confederazione Etriisca, l'Umbra , la Latina, la Sabina, la Sannite e parecchie altre. Ed evidenti in ciascuna di quelle città, dapprima quella costituzione che accennammo delle città Etrusche e di Roma, il principato temperato d'aristocrazia e democrazia ; e poi la mutazione sorvenuta dal principato alle repubbliche similmente miste. Il fatto sta che la prima di tali costituzioni, la quale riunisce e contempera tutti tre i poteri politici naturali o possibili, il poter d'uno, quel de'grandi e quel di tutti, fu forse la più antica, certo la più consueta in tutte le età e tutte le regioni del globo; tanto che chi ne faccia il conto regione per regione o tutte insieme, troverà essere stati retti gli uomini più sovente sotto tal forma del principato temperato, che non sotto quella del principato assoluto senza quel moderarne, o della repubblica senza principato^ prese insieme. E sarebbe ragione di chiamar normale, uaturale quella forma mista dei tre poteri: e di tornarvi quanto prima da chi non l'abbia, e tenervisi fermi quanto più si possa da chi l'abbia. — Del resto, sembra questa nostra Italia primitiva esserestata ricchissima di città, di popolazioni, di biade, d'armenti, d'industrie e di commerci, di navigazioni. I Tirreni in generale, gli Etrusci principalmente, furono potentissimi, rimasero famosi in mare; e di Roma, tuttavia cittaduzza Latina, sopravive un trattato di commercio dell'anno 508 con Cartagine. Che anzi, la potenza di questa non sembra esser diventata preponderante nel Mediterraneo , su non appunto quando cadde l'Etrusca ; e la rivalila che siam per vedere di Roma con Cartagine non fu probabilmente se non retaggio tramandatole dalla Etruria.
13. Colture. — Da quanto venimmo esponendo delle tre prime e principali schiatte popolatrici della nostra penisola, si può dedurre, che tre famiglie di lingue dovettero nascerne; la Tirrena degli Etruschi ed Osci; l'Iberica dei Liguri, Siculi ed Itali: e la Celto-Umbra ; diversissima la prima dalle due ultime, più simili probabilmente queste tra se, come Javaniche amendue. Certo, non pochi fatti confermano tal deduzione. La lingua Etrusca si trova così diversa da ogni altra nostra o straniera, che resiste finora a qualunque interpretazione : leggesi, ma non s'intende ne' monumenti. All'incontro la lingua Latina, che venne senza dubbio principalmente da'Siculi ed ''..«Jtali, padri aborigeni de' Latini, sembra per l'una parte aver grandi somiglianze colla vicina Umbra che si trova sulle Tavole Eugubine; e dall'altra colle antiche lingue dell'lberia, corno si scorge dal trovarsi là e qua molti nomi simili od anzi identici di città; ed anche da ciò, che, quando la lingua Latina fu piantata poi in tutta Europa dalle conquiste Romano, niun'altra delle nazioni conquistate la prese così facilmente, la coltivò così elegantemente, la serbò tra i Barbari posteriori così costantemente, come la nazione Iberica; tantochè, se parecchie liugue moderne paion figlie della Latina antica, e sorelle della Italiana moderna, questa e la spagnuola paion gemelle. Del resto, e la lingua Etrusca e la Latina preser probabilmente molte parole dalla Polasgica, e non poche certamente dall'Ellenica. E tutte quattro e l'Umbra ancor si scrisser poi con caratteri poco diversi da quelli Pelasgici, che furon portati di Fenicia in Europa da Cadmo o quali che siensi altri di que'marittimi erranti. — Del resto, di nessuna di quelle lingue non ci rimangono monumenti letterarii (se tali non voglian dirsi le dette Tavole Eugubine), e nemmen nomi di scrittori; grande argomento a credere che fu poca la coltura letteraria di quelle lingue antichissime. I grandi monumenti delle lettere sogliono sopravivere alle nazioni e far sopravivere le lingue: i nomi de' grand'uomini sopravivono alle lingue stesse ; e se ne fossero stati, specialmente tra gli Etrusci, essi sarebbero rimasti illustri tra'Romani così vicini di luogo e di tempo. Il fatto sta che furono molto più antichi (senza contare i nostri scrittori sacri antichissimi di tutti) Valmichi, Omero, Esiodo e parecchi altri, di cui restano i nomi o gli scritti; e che della nostra stessa patria, della Magna Grecia, restano, se non monumenti, almeno nomi d'uomini famosi in lettere e scienze, famosissimo fra tutti quello di Pitagora. Nato in Samo, ma venuto in Magna Grecia, vi fu intorno al 500 legislatore di parecchie città, e gran filosofo matematico, fisico, metafisico e inorale, ed origine delle due scuole dette Italica ed Eleatica. — All'incontro ci abbondano i monumenti dell'arti, e le mostrano avanzatissime. Già accennammo le mura Pelasgiche, simili tra noi a quelle che pur restano in Grecia, non dissimili nella costruzione (di sassi ora irregolari or regolari) agli edifizi Egizi. Veggonsene resti in Fiesole, in Roselle, in Cortona, in Volterra, in Faleri, in Tarquinia, ecc. Ed in Tarquinia, Vulci, Ceri, Alba-Fucense ed altrove se ne veggono di templi, e massime di magnifiche tombe, scolpite edipinte; da cuie da altri scavi, si van traendo innumerevoli statuette, e vasi fittili e gioielli e gemme e monete. Tutto ciò di stili progredienti, dalla somma rozzezza all'ultima perfezione Ellenica; e tutto ciò in vari luoghi, Etrusci, Italici, intermediarii ed Elioni, E quindi pare indubitabile, e fu naturale: un solo stile progrediente, un solo progresso, una sola arie fu a que'tempi, nella Grecia propria e nella Magno-Grecia , in quella che allor chiamavasi Italia ed in Etruria. Ma ella giunse a più perfezione nella Magno-Grecia che in Etruria e in Italia, ed a più grandezza nella Grecia propria che nella Magno-Grecia ; onde, anzichè dirla arteEtrusca od Itala, od anche Italo-Greca, ogni spregiudicato la dirà francamente e principalmente arte Greca. Quanto poi al crederla originata tra noi e andata da noi in Grecia, dove si veggono tanti monumenti dell'origine c d'ogni progresso via via, ella mi pare una di quelle pretensioni, di quelle adulazioni o gloriuzze retrospettive, di che si trastullano e consolano le nazioni, non meno che le famiglie nobili decadute. * Del resto, anche cedendo a tal debolezza, noi avremmo ben altre glorie più certe e più grandi da vantare. Ma sarebbe anche meglio imitarle; e basterebbe forse che ne imitassimo una; quella che siamo per vedere , della Romana costanza contro agli stranieri. In tutta questa età, e principalmente nelle origini, io mi sono scostato «ovente da coloro che ne scrissero lìn qui. I miei fonti e le mie ragioni sono esposti neìY Antologia italiana 1816, fascìcon tt e III ; e saranno ulteriormente neiie Meditazioni itoriche.
 
 

 
 
 
LIBRO SECONDO
Età seconda: del dominio della Repubblica romana.
 
(Anni 390 circa — 30 av. 0. C.)
1. Origine della grandezza di Roma. — Machiavello, Bossuet, Vico, Montesquieu e gli altri scrittori che ragionarono della grandezza di Roma ne cercarono per io più le causo nelle leggi, nell'interna costituzione di lei. Ma così succede nella storia come nell'altre scienze progredite, che gli uomini minori ma posteriori, valendosi delle fatiche altrui, de'fatti nuovamente scoperti, de'progressi della scienza, possano forse aggiungere alcunchè alle conchiusioni di que' sommi. Certo che le due costituzioni monarchica e repnbblicana di Roma, mettendo in opera, riunendo all'opera tutte le forze vive dello Stato, fnrono belle, virili, vigorose, progressive costituzioni. Ma ogni ragione è di credere oramai che le città circonvicine e molte delle più discoste, come le Umbre e le Sanniti, le quali si mostrarono poi cosi forti contro a Roma stessa, avessero non solamente simili costituzioni, simili ordini civili e militari, ma non dissimile virtù; e il fatto sta che ne'364 primi anni suoi (poco meno della metà di sua esistenza da Romolo ad Augusto), Roma non ottenne- non asserì ninna grande superiorità sulle città contemporanee, ninna vera preponderanza, anzi niuna grande potenza nella penisola. Ed all'incontro il fatto sta che da quell'anno 390, dalla magnifica rivendicazione dell'indipendenza propria contro ai Galli, dalla più magnifica rivendicazione dell'indipendenza di tutle le genti italiche antiche ch'ella intraprese allora contro ai medesimi, incomincia, e più non cessa, e s'accresce d'anno in anno la potenza materiale, il credito, la preponderanza politica di Roma fra e sopra tutte quelle città, quelle genti, quella nazione d'Italia. Questa, dunque, evidentemente è la principal causa causante, qui è l'origine della meritata grandezza di Roma; l'avere bene ed opportunamente assunta la rivendicazione dell'indipendenza nazionale. Nò, del resto, fu cosa nuova nella storia delle genti: molte, antiche e nuove, si fecer grandi allo stesso modo; la gente Tebana tra l'antichissime Egizie, la Persiana tra le Mediche, l'Ateniese e la Spartana tra l'Elleniche, la Castigliana tra le Spagmiole, Ja Prussiana tra le recenti Germaniche. E gli Ètrusci avevano bensì esercitato sette secoli addietro tale ufficio contro a'Pelasgi, epperciò erano diventati grandi tra le genti Italiche; ma non esercitandolo, come decaduti, sufficientemente contro ai Galli, Roma intanto cresciuta, sottentrò loro nell'impresa, nella grandezza, nell'imperio d'Italia.—Ad ogni modo, questa epoca in che Roma incominciò a ponderare e preponderare in Italia ci parve molto più importante, più atla a segnare il fine della età primitiva, il principio d'una seconda età della nostra storia, che non sia l'epoca della fondazione di Roma scelta a ciò dalla maggior parte dei;li storici moderni. E tanto più che gli antichi diedero a Camillo, il gran motore di quell'impresa, il nome di secondo fondatore di Roma, e che antichi e moderni concordano a dire incerta e poco men che favolosa o poetica tutta la storia romana precedente la guerra de' Galli,
2. Mezzi; costituzione e mutazioni. —Camillo e Roma furono poi ammirabili dopo la prima vittoria ; si apparecchiarono a proseguirla colle mutazioni interne opportune; innalzarono se stessi alla cresciuta fortuua; non si arrestarono nella virtù ; la passata fu ad essi non più che principio della avvenire. — La costituzione era questa allora. Un senato di patrizii ereditarii, ma che ammettevano nel loro seno ogni popolano fatto grande nella patria; un popolo che s'adunava al fòro in varie forme, le une più, le altre meno soggette alla influenza dei patroni su'clienti, dei patrizii su'popolani; ondechè lo stabilire e l'usar l'una o l'altra forma fu soggetto di dispute grandi e frequenti colà, come furono e saran sempre lei tggi d'elezioni ne'popoli moderni di governo rappresentativo. Il popolo eleggeva i magistrati: due consoli annui, poco men che principi in città e all'esercito; pretori, loro aiuti dentro e fuori; e poi edili, tribuni ed altri uffizioli minori. A11'infuori di questa gerarchia, i censori, che facevano ogni quinquennio il censo o statistica, e n'aveano grande autorità mutando di grado e di condizione i cittadini, e sindacando, o, come fu detto, censurando i costumi; il dittatore, magistrato straordinario ed assoluto eletto nelle occasioni di gravi pericoli militari o civili: il pontefice massimo e molti minori; olire i tribuni della plebe, difensori allora, estenditori poi de' diritti popolani. — Le elezioni a tutti questi carichi erano state originariamente fatte dal popoto, ma tra'patrizii. Ora, appunto ne' primi anni della impresa nazionale contro ai Galli, i patrizii accomunarono que'carichi a'plebei; ed accomunaron le nozze; grandi arii (male imitate ai tempi nostri) ad accomunare gli animi, e farsi forti tutti insieme contro allo straniero. E già dal tempo dell'assedio di Vejo erasi compiuta un'altra mutazione; quella della milizia annuale in stanziale e perciò pagata. E questa pure fu mutazione grande e feconda di conseguenze. La legione romana, forte allora d'un 5 o 6 mila uomini, e formata di fanti gravi e leggeri e di cavalli, era senza dubbio una bella unità militare. Ma forse nemmen questa fu esclusivamente de' Romani; ed all'incontro tal fu allora la milizia stanziale. Così si maturò la costituzione civile e militare, ad uso delle esterne conquiste.
3. Un secolo di guerre ed estensioni circonvicine (390-290).Le quali furono proseguite meravigliosamente dalla rinnovala Roma fin dal primo secolo. Coi Galli ella non s'alféò mai contro ad altri popoli nazionali come facevan questi tra lor gare domestiche. Poche paci od anzi tregue, guerre quasi continue. — Con gli Etrusci all'incontro, ora guerre; ma ora alleanze; e per mezzo dell'une e dell'altre, sempre estensioni in quell'Etruria oramai decadente a precipizio. Così con gli altri popoli via via incontrati nell'estendersi, Umbri, Campani, Sanniti, Lucani, Apuli. I Sanniti furono l'osso più duro a frangere; con essi durò la guerra oltre a 30 anni (343-290). Una volta (321) parve perduta; quando un esercito romano sconfitto alle Forche Caudine passò sotto il giogo. Ma perdurando, Roma vinse finalmente; e il Sannio vinto, lasciò tutta la penisola meridionale (salvi i Greci), l'Italia d'allora soggetta, o piuttosto aggiunta a Roma per l'imprese ulteriori. Perciocchè il dominio Romano in quest'Italia non fu da Signore a servi, ma poco piti che da capo a membri di confederazione. Nella quale poi erano gradi diversi d'unione, procedenti per corto da diversi gradi di parentela della gente Romana colle circonvicine: alcune furono fatte partecipi di tutti i diritti Romani, salvo quello di voto in foro; e furono perciò dette municipio:. Le antiche latine s'eran date a patti simili all'incirca e il lor complesso fu quello detto Jus Latvi. E il jus italicum, più lato in territorio, più ristretto in privilegi che non iì jus latinum, prova che la gente Italica comprendeva fra l'altre lo Latine, le quali comprendevano fra l'altre Roma; e questa e tutta la spiegazione dell'antica Italia. Le une e le altre eran som; poche furono ridotte a condizione di sudditi (dedititin). A queste sole si mandavano magistrati romani {prwfecti', e toglievasi parte delle terre; donate poi alcune a cittadini romani rimanenti in Roma (che vedremo occasioni di gran dissensioni), o alcune ad altri mandativi ad abitare con nome di coloni, sfogo alla popolazione soverchia di Roma, e posti avanzati a tenere i sudditi, ed anche gli alleati.
4. Guerra di Pirro (-290-264). — Venivano intanto con gli altri cadendo sotto a Roma anche i Magno-Greei. Ed era pure il tempo della maggior potenza esterna di lor nazione: il tempo che gli Alessandriadi tenean regni dall' 1 11irio all'Indo. Taranto assalila dai Romani ricorse al più vicino di coloro: ad uno, se non de'più potenti, certo de'più prodi e più ambiziosi, a Pirro re dell'Epiro. Venne questi nel 280, e vinse due volte a Pandosia e ad Ascoli; ma, perdurando al solito i Romani, ed attendendo egli meno a proseguir la guerra difficile che a farsi un imperio facile, si distrasse in Sicilia. E sì tornonne; ina fu sconfitto allora a Benevento e ri patrio in Epiro. E, caduta Taranto nel 272, la potenza Romana s'estese sui Greci nell'ultima penisola.
5. Prima Guerra Punica (264-241). — Tra breve n'uscì per la prima volta invadendo Sicilia, ed assalendovi Cartagine che signoreggiava i Greci signori degli antichi Siculi. Cartagine, fondata parecchi secoli prima di Roma, già colonia de'Fenici I'ojuì di Sidone, già regno, poi repubblica indipendente, aveva estese le proprio colonie e il dominio in tutta l'Africa occidentale, in Iberia, in Sicilia. Roma ciltaduzza Latina aveva sanciti trattati di navigazione con lei (508), Ilema già potente gli avea rinnovati (345). Ma ora Roma cresciuta in signoria ed ambizione occupava Messina ,264). Cartagine noi pati, e la guerra diventò terrestre insieme e marittima. 1 Romani, con quella facilità che ebber sempre a mutar modi di guerra coma di governo secondo lo occorrenze, a prendere ciò che paresse lor necessario da fuori come d'addentro Italia, da'nemici come dagli amici; armaron flotte alla cartaginese, diventaron potenza di mare, e vinsero due grandi vittorie navali all'abbordaggio, modo solitode'più arditi e men periti in quell'arte. Quindi passarono in Africa, per ferire, secondo loro uso, il nemico al cuore. Ma furon vinti là; e vi rimase prigione quel Regolo, che, rimandato in patria per negoziare, si fece immortale tornando a'ferri per morirvi, e così lasciar Roma libera nel suo costume di perdurare finchè vincesse. Ed ella vinse di nuovo in mare ed in terra, e compiè la conquista di Sicilia; e allora fece pace, escludendo la rivale dall'isola. La quale fu poi la prima che ella governasse come vinta, a provincia, cioè con un pretore che signoreggiava città e principi governanti in apparenza.
6. Nuove estensioni (241-218). — Alle vittorie contro ai forti sogliono succedere couquiste minori, vittorie facili contro ai deboli rimasti indifesi. In una ventina d'anni, Roma aggiunse al suo già luto c vario imperio, la Sardegna e la Corsica; guerreggiò e vinse nell'JUiriO, e così asserì sua potenza nell'Adriatico e s'appressò a Grecia; e spingendo contro ai Galli la guerra allentata già ne'pericoli, pressata sempre nei respiri, vinse presso a Chiusi, giunse al Po, ed ivi piantò due colonie, Piacenza e Cremona.
7. Seconda Guerra Punica (218-201). —Ma intanto risorgeva Cartagine, meno indebolita già che non concitata dal risultato della prima guerra. Annibale, capo in quella repubblica del partito della guerra, capitano già vittorioso in lspagna, e giovenilmente fecondo di quelle idee nuove ed ardite onde sorgono le guerre e i capitani immortali, ideò venir di Spagna a Italia per terra, attraversando Gallia transalpina, Alpi e Gallia cisalpina. Cosi fece. Gran disputa ne rimano tra gli eruditi, dove ei varcasse l'Alpi. Dicesi al Monginevra o al Piccolo o al Gran San Bernardo, passi i più consueti nell'antichità. Ma se fosse disceso per passi noti, sarebbe stato notato; e da ninno di questi detti (bensì dal Moncenisio e da molli altri) si vedono que'nostri piani, che le tradizioni dicono mostrati allora per la prima di tante volte dal duco agli invasori stranieri. Ad ogni modo Annibale scese ne'Taurini, vinse i Romani, prima ni Ticino, poi alla Trebbia, poi al Trasimeno. Ma, o sbigottito, come molti, anche grandi guerrieri (non Alessandro, Cesare e Napoleone), dal pericolo d'occupar dopo una gran guerra una gran capitale, o veramente impotente a ciò, girò intorno a Roma, prese Capita; ed ivi e nella penisola meridionale comunicante colla patria, colla Sicilia e con Filippo re di Macedonia nuovo alleato suo, stabilì, come or si direbbe una nuova baso d'operazioni. Ma Roma perdurava negoziando in Grecia, e guerreggiando in Italia, in Sicilia e in lspagna stessa. E qui fu vinta primamente sotto due Scipioni. Ma mandatovi il terzo, P. Cornelio che ò il grande, eivi restituì e in breve vi fece soverchiar la potenza romana, e ridusse il paese a provincie; mentre Asdrubale ne partiva per Italia, e qui poi era sconfitto e morto, prima di raggiungere Annibale fratel suo. E allora Scipione fatto console, negletta la guerra di Annibale in Italia, ne portò una nuova in Africa; e con Massinissa alleato suo vinse due battaglie contra i Cartaginesi e Siface, ed una terza ed ultima poi a Zama contro Annibale; sforzato ad accorrervi. Quindi Cartagine domata dovette fare meno una pace che non una capitolazione; fu multata, spoglia di sue navi o suoi elefanti, ristretta all'Africa, ivi diminuita a pro di Massinissa, ed impegnata a non guerreggiare se non consenziente Roma, ridotta, in somma, a poco più che provincia.
8. Dieci anni di estendimenti (200-190) — Di nuovo seguono conquiste più facili, ma pur grandissime. Si assale, si vince Filippo re di Macedonia, a castigo dell'alleanza testè pattuita con Annibale; si restituisce di nome la libertà a'Greci, in fatto si fanno alleati cioè seguaci di Roma. Poi, prendendone pretesto a liberar pure i Greci d'Asia Minore, si passa in quella, e s'assale Antioco re di Siria; si vince in due battaglie navali ed una terrestre presso a Magnesia; e, fatta pace, si dividono le conquiste d'Asia tra gli alleati di Roma, intanto si perseguitano fin là in Asia i nemici nazionali i Galli, che v'aveano spinta una migrazione; si ferma alleanza cioè preponderanza su Egitto; e si guerreggia e vince in Liguria e in Ispagna. Cosi la guerra e la politica Romana s'estesero dall'Atlantico all'Eusino; e ciò in 10 anni; comparabili, anzi iposciachò durò l'etfetto loro) superiori a'dieci da noi veduti dell'imperio di Napoleone.
9. Seguito e conseguenze (190-150). — Ne'40 seguenti, si continuò ed ordinò il principato. Si conleso di nuovo con Filippo, si guerreggiò con Perseo successore di lui. ed ultimo redi Macedonia. Perciocchè, vincitore dapprima, vinto poi a Cidna, ei fu preso e tratto in trionfo a Roma; e Macedonia ne rimase liberata, a modo di Grecia, sotto l'alleanza Romana. — E si continuò a guerreggiare in Ispagna, Liguria, Sardegna, Corsica, Istria ed Illirio; e si decideva a Roma delle successioni de'regni di Siria e di Egitto.
10. Terza Guerra Punica, VAcaicq, la Spagnuola ed altre (150-134). — Dopo tanto padroneggiare tutto intorno al Mediterraneo era conseguente, inevitabile compier l'annientamento dell'antica rivale. Fu meno una guerra, che non un disarmamento e una distruzione; provocata da Catone e da quel suo continuo delenda Carlhago, che sarebbe stato più generoso se detto contro un nemico più forte. Scipione Emiliano condusse quest'ultima guerra punica, eseguì la distruzione (146). Ne furono diverse l'ultima guerra Greca, la distruzione della lega Achea e di Corinto. E distrutti così in un anno i due maggiori centri commerciali del Mediterraneo, la preponderanza marittima di Roma diventò signoria unica, e il Mediterraneo lago Italiano. —Rimaneva, quasi sola grave, quella guerra di Spagna, che s'era fatta tanto più accanita dopo che, cacciati i Cartaginesi, rimanevano gli Spagnuoli soli a difendere la propria indipendenza. Allora furono quei magnifici esempi (cosi ben imitati là al nostro secolo) di Viriate, un guerrir/liero. che non cessò se non quando fatto uccidere a tradimento; e di Numanzia, una città, che non s'arrese se non quando distrutta. Finalmente, dopo 60 e più anni, soggiacque sotto Scipiono Emiliano tutta la penisola (133), salvi i Celtiberi, i più perdurami fra que'perduranti. — E quasi ad un tempo, ma in modo opposto, per viltà, fu acquistato un regno in Asia : quel di Pergamo, lasciato in testamento da Aitalo re alla fortunata o perfida Roma.
11. La corruzione, le fazioni interne. — Qui incomincia una seconda parte della storia di Roma capo d'Italia. Fin qui i turbamenti civili erano stati così poca cosa da non potersi notare in un sommario: le guerre, le conquiste erano state tutio. Ora, estese queste in tutta l'Italia propriamente detta, in Liguria, in quasi tutta la Gallia Cisalpina, quasi tutta Spagna, quasi tutto il lido Africano, c in Asia e Grecia, Macedonia ed Illirio, si rallentano le conquiste e fervono le guerre civili più e più per tutto l'ultimo secolo della repubblica. — La vinta Grecia vinse Roma celiarti; l'Asia, col lusso e la corruzione. Dicemmo i carichi accomunati per legge tra pattuii e plebei; ina in fatto erano iimasti de'patrizii, e così questi riportavano quasi soli dalle guerre le prede, i metalli tanto più preziosi a casa quanto ivi più rari fin allora. E dicemmo molte ciiià d'Italia spogliate a pro dei cittadini Romani, patrizii e plebei ; ma di fatto le porzioni de'plebei poveri, comprate a poco contante dai patrizii arricchiti, ricaddero in questi quasi tutte. Quindi quell'ire di popolo a nobili, legalmente ingiuste, equamente giustissime, ma avvelenate dall'invidie; e adoperate poi dagli avidi di popolarità, non meo frequenti ne'governi liberi che gli avidi di favore ne'principati assoluti. In tutto, la condizione della repubblica romana al principio dell'ultimo secolo era molto simile a quella dell'Inghilterra presente, un'aristocrazia prepotente in ricchezze territoriali e nelle forme costituzionali primitive, ma prepotente la democrazia per il numero suo, e perle conquiste nuovamente fatte od in corso di farsi in quella costituzione.
12. 1 Gracchi (134-1211. — Lo scoppio venne dai Gracchi, una famiglia nobile di parte popolana. Tiberio tribuno fece passare una prima legge agraria che limitava la quantità delle terre possedibili da ogni cittadino; poi una seconda per lo spartimento de'tesori testè legati dal re di Pergamo. Erano appunto di quelle leggi tribunizie, più facili a farsi che ad eseguirsi; ne sorsero turbamenti maggiori che mai, e non terminati nè dall'uccisione di Tiberio perpetrata in piazza da Scipione Nasica, nè dall'allontanamento di questo capo della parte aristocratica. Successero nuovi capi, Scipione Emiliano della parte aristocratica, Caio Gracco, fratello di Tiberio, della democratica; poi nuove leggi agrarie, e parimente ucciso Caio; e allora la vittoria parve rimasta al senato. Ma tra tuttociò s'erano inventate e incominciate le distribuzioni di grano al popolo, nuovo incentivo ad ozio e corruzioni; e s'era inventato e proposto queH'accomunamento compiulo de'diritti romani ai popoli Italici, dal quale, benchè non sancito allora, rimase l'addentellato a turbamenti maggiori. — Intanto, s'era vinta una prima ribellione di schiavi in Sicilia; eransi conquistate le Baleari; e passatosi oltre Alpi, negli Allobrogi, negli Arverni ed a Marsiglia, erasi intorno all'ultima stabilita quella provinia romana che si chiama oggi ancora Provenza.
13. Guerra di Giugurta il 18-106). — Sorse tra breve una guerra più grossa: una di quelle inevitabili tra la civiltà, di natura sua progrediente, e la barbarie di natura sua offerente occasioni a que' progressi. Giugurla, re de' Numidi, assali ed uccise due principi alleati Romani, Si ruppe la guerra, si fece una prima pace. Ma Giugurta chiamato a Roma per giustiflficarsi, perpetrò una nuova barbarie nontra un altro principe parente suo. SI riapri la guerra, condotta male primamente da parecchi, poi felicemente da 0- Metello, e finita poscia da Mario suo subalterno che lo soppiantò. I.a Numidia fu divisa tra parecchi principi di quella nazione e Bocco re de'Maurila ni, già allealo poi traditor di Giugurta, che egli avea dato in mano a Mario. 1 Romani non avean fretta mai di aggiungersi provincie; furono meno avidi di conquiste che non si scrive, non le fecero guari se non isforzali n poco meno; come i più de' conquistatori, quando una volta hanno incominciato, come ora gl'Inglesi all'Indie.
14. Guerra Cimbrica (113-101). — Intanto era sorta una guerra anche maggiore, ed anche più inevitabile. One' Gomer, Rimiri, Cimbri o Cimmeri che vedemmo invaditori dell'Eusino alla Gallia e alla Britannia ed a noi in da tre secoli addietro, convien dire che avesser lasciato allora gran parie di sò nelle sedi primiere; ed è naturale: i Kimri o Gomer furono una grande schiatta primitiva. Ad ogni modo, questa seconda parte di essi invaso ora l'Europa, risalendo il Danubio; sconfisse un primo esercito romano in Stiria(113), proseguì ad occidente, s'aggiunse genti teutoniche, passò in Gallia, vi s'aggiunse probabilmente alle antiche consanguinee, vi sconfisse quattro eserciti romani (109-iOo), arrivò a' Pirenei ed alla provincia Romana. Allora, vi fu mandato il vincitor di Giugurta, Mario; il quale vinse i Teutoni in una gran battaglia sul Rodano all'Aquo Sestie, e i Cimbri poi in una non minore, che si disputa se sull'Adige o sulla Toccia. La penisola nostra fu salva. I Cimbri si dispersero e confusero tra i Teutoni e i consanguinei settentrionali.
15. Mario. Guerra italica (101-88.) — Mario ne diventò primo capitano, primo uomo di Roma. Egli era, non di quelle famiglie plebee che. operando ed arricchendo, s'aggiungono più o meno dapertutto e tanto più ne'paesi meglio costituitiall'aristocrazia, ma uomo nuovo del tutio, Invidioso de' grandi, invidiatone, anzi impeditone sovente nel proseguimento di sue vittorie, volle, potentissimo ora, divenlar prepotente. Si aggiunse a Saturnino tribuno e a Ciancia pretore. Metello già soppiantato da Mario, fu contro a lui il primo capo della parto de' grandi. Fu esiliato. Ma la parte popolana si divise nella vittoria; e allora, mutata fortuna, Metello tornò, e Mario se ne fu a guerreggiare in Asia. — Ma passati pochi anni comparativamente tranquilli, sorse, istigata dalle parti della città, una guerra esterna ad essa, ma pur civile rispetto allo Stato. Le città socie dell'Italia venivan domandando esse quell'accomodamento compiuto della cittadinanza Romana, che i capipopolo di Roma avean già domandato per esse. Risuscitarono l'antico nome d'Italia, e il diedero alla città di Corfinio, ove avean fatto centro; e ne restano monete ad irrefragabile monumento, a suggello di quanto dicemmo dell'origine, e del nome della collocazione degl'ltali primitivi. Se tale nome fosse originato (come dissero i Greci, e dietro essi quasi tutti) da un re, da una gente particolare e piccola dell'ultimo corno meridionale della penisola , come sarebbe rosì salito alla media, come fattosi così caro a que'popoli, come preso a titolo o quasi bandiera di una sollevazione, d'una resurrezione nazionale? Ad ogni modo, questa s'apparecchiò nel 95, scoppiò nel 91, fu capitanata pei Romani da Mario e Silla principalmente, per gl'Italici da C. Papio. E fece, più che ninna guerra straniera, pericolare lo Stato di Roma; continuò con successi varii fino all'88; fu terminata da Roma vincitrice coL concedere i diritti domandati, prima ai socii rimasti fedeli, poco dappoi agli ostili. Grandi furono certamente l'aristocrazia, i governanti romani in vigoria; ma grandissimi in prudenza governativa, in non ostinarsi mai contro alle concessioni diventate necessarie. E vero, che quest'ultima accrebbe smisuratamente numero e forza alla plebe, la fece di potente prepotente. Ala chi può dire ciò che sarebbe succeduto senza tal concessione? Forse il fine della repubblica un 50 anni prima di ciò che avvenne; e il fatto sia, che tutti i governanti d'allora in poi estesero per anco quella concessione fino ad Augusto, che la compiè concedendo la cittadinanza a tutta la penisola.
16. Mario e Siila. Mitridate (88-83). — Ma il peggior frutto di quella guerra fu l'osservisi rifatto poiente Mario, e fatto Silla. Capo questi de' nobili come Mario de' plebei, le loro gare personali ampliarono le due parti, occuparono la repubblica intiera. Già sul finir della guerra italica, Mitridate re del Ponto, uom diverso da ogni altro Asiatico, gran cuore, gran capitano, gran nemico di Roma, aveva aporia guerra contro a lei, occupate Cappadocia e Paflagonia, vinti I Sicomede re di Ritinta e un esercito romano, trucidati i Romani sparsi in Asia Minore, o finalmente occupata Grecia, minacciata Italia. Silla ottenne la condotla di tanta guerra. Mario ne lo volle spogliare. Silla coll'eseicilo che stava raccogliendo, ebbe la mala gloria di esser primo tra tanti faziosi che marciasse sulla patria. Ebbelo, e fecene cacciare e proscrivere Mario e gli altri capi-popolo. Quindi riordinati a suo modo e pro il senato e i magistrati, parti per Grecia. E vinti in parecchie battaglie gli eserciti di Mitridate, presa o saccheggiata Atene (87). passò in Asia, e concedette pace a Mitridate riconducendolo al regno naiivo. Nò avrebbe conceduto tanto; ma era pressato dalle mutazioni di Roma risollevata, ridivisa, saccheggiata, più turbata che mai da Cinna e Mario, e, morti essi, da Carbone, Mario il giovane o Norbano, faziosi minori e forse peggiori. Costoro avoan mandato un nuovo esercito in Asia, ma men contra Mitridate che contra Silla. Il quale perciò, fatta pace col nemico, si rivolse all'Italia.
17. Silla dittatore, e conseguenze (82-72). — Approdatovi, vinse Nerbano poi Mario il giovane in due battaglie, e fu raggiunto da Pompeo e quasi tutti i grandi. Poi, vinto un terzo esercito d'Italici, che fra que' turbamenti avean tenuto per Mario, entrò in Roma- proscrisse i nemici della parte sua e i suoi, e prese la dittatura. Se ne servi ad inseguire i nemici restanti in Africa, a torre i diritti a molli socii, a riordinare il senato e tuttala parte aristocratica; e ciò fatto, lasciò dopo due anni la dittatura e gli affari pubblici; o per infermiia, o per amor d'ozio e di vizi, o per disdegno di una potenza già tranquilla, o forse per orgoglio o vanto di lasciar andare da sè la repubblica scelleratamente si ma fortemente, e forse non inopportunamente, ricostituita sotto l'aristocrazia. E per vero dire, come nell'anno ch'ei sopravisse, così dopo, rimasero in piè gli ordinamenti di lui, ed anzi compieronsi con varie vittorie sui resistenti in Etruria e in Ispagna. In questa Sertorio, un fuggitivo di Roma, continuò la parte di Mario, sollevando Spagnuoli e Lusitani al nome d'indipendenza. Ma vinto finalmente anch'egli da Pompeo, il maggiore fra i continuatori di Silla, fu ucciso da Perpenna.
18. Spartaco, i Pirati, Mitridate, Pompeo Magno (75 - 63). — Intanto erano sorti pericoli nuovi, vicini e lontani. Una turba di gladiatori e schiavi fuggitivi tra quei trambusti s'era raccolta in Campania ; e, fatto capo Spartaco, avea corso l'Italia, minacciata Roma, vinti quattro capitani Romani. Furon vinti essi da Crasso, e dispersi poco dopo. T- Una turba di Pirati, schiuma delle guerre straniere e civili intorno e sul Mediterraneo, lo infestavano intiero, dalla Sicilia e dall'Isauria principalmente. Furono vinti prima da Servilio che ne fu detto Isaurico, e vinsero M. Antonio. Ma Pompeo, ottenuto tal comando, li vinse ultimamente, li distrusse e tranquillò il mare in 40 giorni. Creta fu in tal guerra ridotta a provincia da Lucnllo. — Finalmente, Mitridate (che già avea rotta una seconda guerra con Silla e finitala in breve trattando) n'aveva rotta ora (75) una terza all'occasione che Prusia re di Bitinia aveva anch'egli legato il regno ai Romani. Fu condotta da prima da Lucullo, il celebre lussurioso. Tutta l'Asia occidentale, tutli quei resti di re Greci, e i Parti, gente nuova che grandeggiava, vi preser parte. E Lucullo fu vittorioso da prima ; ma mal governando il proprio esercito e l'Asia vinta, tasciò tifarsi il perdurante Mitridate. Allora, data tal guerra al vincitor di Sertorio e de' Pirati, a Pompeo, egli accorse e vinse all'Eufrate, sottomise l'Armenia fugò Mitridate alla Tauride, passò vincendo al Caucaso, ed in Siria. Quindi, Mitridate •si uccise (63); e Pompeo riordinò in provinrie e regni poco diversi da provincia l'Asia intiera dall'Eufrate in qua. — Noi vedemmo già un'altra volta Roma guerreggiare n conquistare dalla Spagna all'Asia Minore, in dieci anni ; ora in dieci anni pure un solo Roman» guerreggiò, conquistò ed ordinò dalla Lusitania all'Eufrate. Così la voce, l'opinione pubblica della maggior nazione del mondo diede a Pompeo vivente il nome di Magno. Che se Cesare parve ai posteri più grande ancora, non è forse che facesse, ma perchè lasciò cose più grandi. La posterità suol giudicare men dalle fatte che dalle lasciate; ed ha ragione.
19. Pompeo, Crasso, Cesare, Cicerone, Catilina (70-60).— In città, Pompeo era di quelli che vogliono esser potenti legalmente, per via dell'opinione e del popolo; e corteggiava l'una e l'altro. Consolo con Crasso(70), restituì la potenza dei tribuni abbattuta da Siila. Crasso era di quelli i quali, più che per altro, possono perle loro ricchezze; e n'avea di tali, che soleva disprezzara chiunque non avesse da soldare un esercito. Catilina era un patrizio sfrenatamente corrotto, che si sforzava di poiere per via della corruzione e de' suoi sozii in essa. Cicerone era il principale di quella condizione de'cavalieri, che, intermediaria fin dall'origine tra il patriziato e la plebe, era stata innalzata via via ne'turbamenti dall'uno e dall'altra. Cesare poi era un giovane di gran famiglia, grande ingegno, grandissima ambizione, che diceva voler essere primo in una terricciola anzichè secondo in Roma, ma intendeva esser primo in questa, con mezzi legalio non legali. Catone solo aveva forse l'ambizione, magnificamente stolta oramai, di salvar la patiia colla virtù; aveva cerio quella di vivere e morire virtuoso e libero in qualunque caso. — Di tali e tante ambizioni che s'agitavano in quella civiltà romana (e che rimaser poi tipi a tante altro lanto minori), scoppiò prima, come succede, la più corrotta, quella di Gatilina. E scoppiò nel modo usuale a tali uomini, colle congiure. Due lentonne. Gli riuscì la terza (64) ; fino a tal segno, che Cicerone consolo osò trarre al supplizio i complici di lui ma non lui. Fuggito e postosi a capo de' compagni in Etruria , fu vinto facilmente dall'altro consolo, e fini in breve, senz'altro effetto che il solito di simili imprese, accrescere i turbamenti, la corruzione. La quale era accresciuta, del resto, da Lucullo, Verie e gli altri proconsoli o governatori tornanti dalle provincia predate, dall'Asia principalmente Nè saprei dire se ne lornasse puro nem moti Pompeo; tornonne cerio magnificamente, dopo aver finito l'ordinamento di tutta quella parte di ciò che si poteva già chiamare il mondo Romano (61).
20. Primo Triumvirato (60-50).—Tornava quasi al medesimo tempo Cesare dalla Lusitania ; e fraw.ettendosi a Pompeo e Crasso maggiori di luic rivaleggienti, salì a pareggiarli. La potenza dei tre, che suol chiamarsi nella storia il 1° Triumvirato, condusse la repubblica a repentaglio. Allontanarono Catone mandandolo a Cipro, ridotta in breve a provincia, ed esiliarono Cicerone. Ma Pompeo, che s'aiutava della virtù dell'uno e della eloquenza dell'altro, li fece in breve richiamare. Le provincie principali furono spartite fra i Triumviri: Spagna ed Africa a Pompeo; Siria colla guerra contro a' Parti, la maggiore che fosse allora, a Crasso; lllirio e le due Gallie, colla guerra là sorgente da una invasione di Teutoni che incominciavano a chiamarsi Germani, a Cesare. Solo pacifico dei tre il governo di Pompeo, il lasciava rimanere a Roma. Cesare diedesi tutto alle Gallie, in cui scorgeva occasione di gloria e potenza militare, strumenti massimi ad occupare la-repubblica. Volò oltre Alpi, respinse i Germani-Elvetici (58), si frammischiò alle parti, alle contese interne delle genti Galliche, vinse i Belgi (57), gli Aquitani (56); e già domata tutta Gallia passò in Britannia (55) e in Germania oltre Reno (54); tornò su'Galli risollevati, e ridomolli (53-51). Intanto era passato Crasso in Asia contro a' Parti con un esercito raccolto a proprie spese, ma ch'ei non seppe condurre; ondechè fu sconfitto ed ucciso (51-53). E quindi due grandi danni: i Parti cresciuti a tal gloria e potenza che non furono mai più domati; ed in città, sciolto il triumvirato, ridotto a duumvirato, più difficile a durare. E tanto più tra uno avvezzo a massima potenza, e l'altro risoluto a non soffrirla. — Nel 53, Pompeo si fece nomar solo consolo, quasi dittatore. Ma Cesare, quantunque assente, già poteva in città quanto lui. Seguirono negoziati, proposizioni reciproche di smetter ciascuno il proprio comando; ma ineseguite, forse ineseguibili. Finalmente (ai primi dì del 49) Pompeo, senza smettersi, fece dal senato ordinare a Cesare di smettersi. Era ordinar lo scoppio, e la propria sconfitta.
21. Cesare dittatore (49-44). —Cesare raccolse sue vecchie legioni in Cisalpina, passò il Rubicone, limite all'oriente tra quella provincia e l'antica ltalia, occupò Roma o dilla la penisola, in due mesi. Pompeo fugato raccolse suo nerbo in Crocia, pur tenendo Africa e Spagna, sue vecchie proviurie. Allora si guerreggiò in tutto il mondo romano. La posizione di Cesare dall'Italia, centro locale e politico insieme, era di gran lunga vantaggiosa; e Cesare uomo da valersene. Fu vinto dapprima in Africa dove non andò egli, ma vinse dovunque andò; e prima in Ispagna, onde tornato prese facilmente la dittatura, poi il consolato per 5 anni. Poi (48) passò in Grecia, v'assali Pompeo, il vinse e distrusse a Farsaglia (18). Pompeo fuggitivo approdò in Egitto e vi fu morto dal vil re Tolomeo. Cesare ve l'inseguì; e rivoltosi contro al re assassino, ma distratto dall'amor di Cleopatra sorella di lui, vi rimase e perde sei mesi. Poi preso definitivamente il nome di dittatore con potenza estesa a dieci anni (47), passò in Asia, vinscvi il figlio di Mitridate sollevatosi, e fermò in tutto Oriente la propria potenza. Tornato a Roma inquieta, la tranquillò co'soliti mezzi suoi, clemenza, alacrità ed operosità; poi ripassò in Africa (46). vinsevi i Pompeiani e loro alleati, ridusse Catone ad uccidersi, e la Numidia a provincia. Tornato a Roma, e ripartitone a Spagna, vinsevi a Munda i due figlinoli di Pompeo, uccisovi l'uno, fugato, ridotto l'altro a partigiano nei t"eliiberi (marzo 45). Allora, preso il nome vecchio, ma con potenza nuova, d'imperatore o signor militare, tornò a Roma. Nò già a fruire oziando, anzi ad usare operando la signoria universale, incontrastatagli oramai. Superati tutti, intendeva, secondo la magnifica espressione di Plutarco, emular se stesso; intendeva passare in Asia, vendicarvi Crasso e la dignità romana contro a'Parti; e vintili, por la Scizia, d'intorno al Ponto prendere a spalle i Germani già da lui stati assaliii di fronte ; e per l'Alpi tornare a Roma, fatta signora d'ogni genie nota di qua dell'Eufrate. Dicesi volesse il nome odiato di re, prima di partire; certo poteasi temere che il prendesse tornando. Ne fremevano i repubblicani; legittimisti poco politici, che non vedevano l'impossibilità di restituire una repubblica così lata, così corrotta. Uruto e Cassio ordinarono una congiura, un'uccisione che poto parer legalo allora, ch'or si chiama assassinio. Cesare fu pugnalato in sonato addi 15 marzo del 44; e non se n'ebbe altro, che 14 anni di guerre civili, e mutata la clemenza in proscrizioni, mutato un regno che sarebbe stato probabilment» sincero, csstiluito e temperato, in una signoria indeterminata, epperciò tanto più sfrenata; insomma, mutato un Cesare in im Augusto.
22. Agonia, fine della repubblica (44-31). — Morti tutli i sommi, sorsero, come succede, tutti i minori di quell'età malamente ma grandemente operosa: Antonio e Lepido, i due vecchi e principali fra'partigiani di Cesare: Ottavio giovanissimo, nipote ed erede di lui, detto quindi Cesare Ottaviano , Bruto e Cassio i due uccisori; Cicerone il grand'oratore; Sesto Pompeo sceso da'Pirenei, prima a pirateggiare, poi a poter grandemente sul mare. Tra costoro, Antonio e Lepido eran per sè; tutti gli altri, anche Ottavio dapprima, per il senato, per la repubblica. I quali, sorretti in città dall'eloquenza di Cicerone, aprono la guerra nella Cisalpina, intorno a Modena contra Antonio, che, vintovi, s'unisce a Lepido nella Gallia Transalpina (44-43). Ma tra breve Ottavio lascia la parte del senato, e si unisce ai due Cesarinni; ne sorge il 11, il pessimo Triumvirato; ed occupata Roma, proscrivon tutti i nemici di ciascuno, superando le memorie di Mario e Siila. Cicerone fu il massimo di quo'proscritti. Allora Antonio e Ottavio, i due operosi del Triumvirato, si volgono contra Bruto e Cassio che s'eran rinforzati in Grecia, Asia ed Egitto, tutio l'Oriente. Seguirono due battaglie a Filippi; e disfattivi Cassio e Bruto, s'uccise il primo dopo la prima, il secondo dopo la seconda (fine 42). Quindi, mentre M. Antonio si perdeva ad ordinar l'Asia e l'Egittio ed a poltrirvi egli pure e peggio con Cleopatra, Ottavio tornava a Italia, visi volgeva contro L. Antonio fratello di Marco. Accorso questo, seguiva fra'triumviri e Sesto Pompeo un accordo, un nuovo spartimento di provincie; che costoro sognavan forse far perpetuo, e simile a quello già degli Alessandiiadi (40). Ma Pompeo riapre la guerra navale, la fa due anni, e poi vinto da Lepido e da Agrippa fugge e muore in Asia (38-36); e Lepido vincitore perde l'esercito guadagnatogli da Ottavio, onde anche questo Triumvirato è ridotto a duumvirato tra M. Antonio ed Ottavio. Quindi seguono 4 anni di respiro interno e di guerre straniere: Ottavio contro ai Dalmati e i Pannoni, Antonio in Egitto e contro ai Parti. Ma vinto questo nell'impresa superiore a sua virtù, ed aggiunte alla vergogna di vinto, quelle del mal governo d'Asia e del nuovo poltrire presso a Cleopatra, ed offeso Ottavio con repudiare la sorella di lui (32), s'aprì finalmente la guerra tra'due; e si finì in un atto, in una gran battaglia navale ad Azio. Antonio vinto rifuggì alle braccia di Cleopatra, ed inseguitovi da Ottavio vi s'uccise. Cleopatra l'imitò. L'Egitto fu lidotto in provincia; il duumvirato diventò principato; la repubblica, serbando il nomi1, fu tutta del nuovo e minor Cesare.
23. Religione, coltura. — Delle condizioni politiche e civili di questa età dicemmo via via, e così faremo per le età seguenti; ondechè ne diremo separatamente. — La religiono poi, simile, come vedemmo, nell'origine e nella genealogia degli Dei alla greca, si accomunò ora interamente con essa; e perchè i Greci l'avean già accomunata a tutto l'Oriente, od ella non trovava nell'Occidente numi e culti molto.diversi, ella diventò, senza difficoltà, universale nel mondo romano. Ogni politeismo è naturalmente tollerante; serbando gli Dei proprii, ammette a secondai» gli Dei stranieri. Del resto, tali religioni, tutto esterne di natura loro, erano in Grecia diventate già indifferenti a chiunque vi s'internasse colla lìlosofia; e cos'i diventarono ai Romani quand'cbber bevuta quella filosofia. La religione rimase poco più che arte politica, stromento, arcano d'imperio, in mano a'patrizii, che serbarono lino al line della repubblica la privativa del sommo pontificato, e de'sacerdozti maggiori. — Incominciata da Socrate, Platone, Aristotele e gli altri capi-scuola, questa fu la grande, la utile età della filosofia; non ne sorgerà mai più un'altro tale. In seno alla religione vera, restan minori di necessità i destini della filosofia. All'incontro la filosofia greco romana andava molto più oltre e più giusto nella verità che non la religione contemporanea; e perciò fu grande ed utilissima. E per ciò Cicerone, tutti i Romani professavano doversi prendere da essa, eloquenza, lettere, jas pubblico e privato, costumi, ogni civiltà, ogni coltura, di preferenza che dalla religione. — Le lettere specialmente dipendettero tutte, si conformarono tutte dalla filosofia. Del resto, le romane furono sempre figliuole delle greche; fin dall'origini, quando ò tradizione che Numa le prendesse da Pitagora (tradizione falsa quanto a Pitagora che fu posteriore, ma giusta nel significato nazionale); quando Demarato le portava già dalla Grecia propria; e poi quando i Romani più rozzi conquistarono i Magno-Greci più colti, e finalmente i Greci coltissimi. Polibio, contemporaneo ed amico de'Scipioni, fu uno de'primi e più grandi venuti di Grecia a ingentilir Roma. —Nella quale poi, come dapertuito, s'ingentilì la lingua poetica primamente: Livio Andronico uno schiavo Greco, Nevio un Campano, Ennio un Magno-Greco, Plauto un Umbro, Terenzio schiavo Cartaginese (tutti stranieri al Lazio) furono i primi poeti e scrittori latini dal 250 al 150 all'incirca. Romani si furono i primi prosatori e storici, Fabio Pittore e Catone ii vecchio, di poco posteriori a'primi poeti. Seguirono nell'ultimo secolo, e i più negli ultimi anni della repubblica, Lucrezio, Catullo ed altri poeti; Varrone, Sallustio, Cesare ed altri storici e prosatori varii; e principalmente, com'era naturale in quel governo libero, in quelle contese di libertà e di parti, molti uomini di Stato, giureconsulti ed oratori, gli Scevola, i Bruti, i Hufi, Ortensio, Cicerone; olire poi tutti i grandi capi di parte, che nominammo dai Gracchi fino ad Augusto, i quali non poterono certo diventare tali, se non colla persuasione prima che coll'armi: colla persuasione, che sovente non è rettorica, talora non filosofia nò ragione nè giustizia, ma sempre si deve diro eloquenza. — Degno, e forse importante, è poi ad osservarsi, che mentre fiorivano tuttavia i più e migliori di questi, già erano nati ed educati Tito Livio- Cornelio Nipote, Orazio, Virgilio, Ovidio e tutti insomma gli aurei del secolo detto aureo al cader della repubblica. Figli dunque della repubblica, cresciuti nella viva atmosfera della libertà, si debbono dire tutti questi sommi Latini, tutti questi splendori, che mal si sogliono chiamare del secolo d'Augusto. I grandi son figli dell'età in cui s'allevano, e non di quella in cui finiscono ; i secoli si dovrebbono nominare da chi li genera ed educa, e non da chi li termina; e il così detto secolo d'Augusto, fini ad Angusto, o per Augusto. — Ad ogni modo, questi ultimi scolari de'Ureci emularono, arrivaron sovente, superarono talora i maestri. Non forse in poesia, ma certo in parecchie di quelle lettere che dipendono dalla scienza e dalla pratica di Stato. Nell'eloquenza, per vero dire, io odo i periti delle due lingue per Demostene il sommo greco, sopra Cicerone il sommo romano; ed io m'accosto volentieri a tal opinione, e per quella superior semplicità che riluce nell'Ateniese, e perchè difensor d'indipendenza, mi par più fortemente ispirato che non il Romano difensor di libertà. Certo, so mi si conceda di giudicare (con metodo opposto al solito) degli antichi da'moderni, tutli i grandi oratori politici del secolo scorso e del presente, i Pitt, Fox, Burke, Mirabcau, Foix, Canning, e i viventi, si veggono seguir molto più l'andamento oratorio demosteniano, che non il ciceroniano; ondechè si può credere che il primo, il quale regge ai secoli e si rinnova così in società diversissime, sia più naturale, più universale, più pratico. Quanto agli storici mi pare che i Romani tutti insiome abbiamo superati i Greci.
Niuna semplicità, non quella stussa di Tucidide, è superiore a quella di Cesare; e Cesare è superiore a Senofonte nel parlardi sè, nel detiare storie personali, memorie militari. Tito Lìtio (a malgrado gli assalti moderni i quali non provano nulla contro a lui, se non ch'ei parlò incompiutamente e dubitativamente di fatti trovati incompiuti e dubbii nelle tradizioni), Tito Livio rimane pure a' nostri dì il più grande, l'inarrivato, forse inarrivabile esempio d'una storia nazionale, scritta ad uso non d'eruditi, non di questa o quella condizione speciale d'uomini, ma di tutte. Sallustio, non imitator dei Greci, nè di nessuno, fu primo o forse sommo in quel modo stretto e forte, che fu imitato poi, o portato olire, da Tacito; e se è vero clie fosse vizioso uomo alla pratica, egli ha almeno il merito, pur troppo non cercato da' nostri cinquecentisti ed altri moderni, d'esser rimasto virtuoso scrittore. L'ipocrisia della virtù e l'ipocrisia del vizio, sono amendue brutte; ma la seconda è più dannosa. In tutto, ninno età, niuna nazione, ninna lingua finora, vanta una triade di storici come Cesare, Sallustio e Tito Livio: senza contar Tacito posteriore. Finalmente, superiore a tutti gli antichi, furono i giurisperiti romani. Poco resta, per vero dire, da giudicar di quelli dell'età repubblicana; tuttavia e quel poco, e le tradizioni, e la ragione siessa ci fa certi che in quell'età dell'origini e della libertà furono le fondamenta di quella scienza, la quale sopra ogni altra dipende dai fatii originarli e si fonda sulla libertà. In somma, di tutta questa letteratura latina, o prima italiana, gli oratori, gli storici, i giureconsulti non quelli che noi dovremmo studiare incomparabilmente più. Ivi quello stile piano e pratico, che è così raro nelle lettere italiane; ivi una realtà, ima vita, una libera operosità che si ritrovano sì ne'nostri trecentisti e quattrocentisti, ma non guari più giù; ivi poi una grandezza degli affari trattati che non si ritrova forse (dirollo i malgrado le invidie nostre ed altrui) se non ne'Romani moderni, negli Inglesi. Nè vogliamo studiare quegli stessi a servile imitazione od a vano vanto: quella è pedanteria sempre, questo vergogna a decaduti. Sopra ogni cosa di que'grandi maggiori nostri, imitiamo lo spirito di pratica, la sodezza nello scrivere come nell'operaie: questo è il miglior modo di dimostrare la filiazione nostra da que'Romani, che furono i più sodi, i più pratici uomini del mondo antico.
24. Continua. — Di quelle scienze che alcuni chiamano naturali, altri positive, ma ch'io chiedo licenza di chiamare, per più precisione, materiali, poco è a notare in questa età. Degli Etrnsci, dicesi sapessero tirar il fulmine: sarà! Dei Romani, toltone Catone scrittor d'agricoltura, non saprei qual altro un po' grande nomare. Ma se, come dobbiamo, noi chiamiamo Italiani tutti coloro che nacquero e crebbero di schiatte diverse in qualunque delle torre che or si chiamano Italia; noi abbiamo di quest'età il maggiore scienziato che sia stato nell'antichità tutt'intiera, Archimede Siracusano (—208), gran matematico, gran filosofo, grande ingegner militare. Ma non si vede che abbia avuta scuola; certo tutte le scienze avanzate da lui, non avanzarono dopo lui. Eppure, così positive come sono, così appoggiate alla facoltà del ragionar forte, elle sembrerebbero aver dovuto essere simpatiche al genio Romano. Ma il fatto sta, che tal genio non era a nessuna contemplazione, nemmeno questa; era tutto alla vita attiva politica, finchè fu conceduta. — E così è, che dell'arti quasi niuna fu coltivata felicemente da'Romani repubblicani. Della musica non si trova vi ponessero di gran lunga quell'amore, quell'importanza che i Greci: quasi non pare la coltivassero. — 11 nome di Pittore aggiunto ad uno de'Fabii, è delle poche memorie cbe faccian credere essere stata l'arte, bene o male coltivata da liberi anzi da patrizii Romani. Supplivano sì gli altri Italiani. Quest'è l'età a cui si riferiscono dagli archeologi presenti que'monumenti più perfetti dell'arte italo-greca, che si attribuirono già agli Etrusci più antichi. E già accennammo quanti di que' monumenti siensi trovati nelle città Italiche. Ma è più niaraviglioso ciò che ce n'è detto dalle storie: 2000 statue, dice Plinio, essere state in Volsci, quando fu presa dai Romani, spinti dal desiderio di esse. A questo modo i Romani ornavano lor città. Se non che le pitture, che si facevano allora le più sulle mura, non potevano esser trasportate; e così essi fecer probabilmente venir di fuori più pittori, ma anche scultori, fonditori, figulini, incisori di monete e di gemine. — In una sola arte (fossero cittadini od altri Italiani o Greci gli artisti) si può dire che i Romani avessero stili proprii, peculiarità nell'architettura; o le loro peculiarità vi furono le due solite, la sodezza e l'utilità. Usarono fui da principio, molto più che i Greci, le volte, gli archi; furono, a dir di Strabonc, inven tori degli acquedotti; la cloaca massima è del tempo dei Re; l'emissario d'Albano, dell'età repubblicana (350 e). Ma la principale, più certa e più utile invenzione loro, fu quella delle grandi, ben diritte e sodissime vie pubbliche. Certo cho anche prima di essi in lutte le regioni incivilite di Grecia o d'Asia, furono vie segnate e fatte dal lungo passaggio; e certo che vi s'aggiunsero qua e là tagli, argini, ponti, opere d'arte; ma colà non erano opere d'arte le vie intiere. I Romani, all'incontro, le fecer tali fin da principio; e come vennero estendendosi nella penisola, vi fecero a poco a poco una vera rete di vie, non meno maravigliosa a quell'età, di quel che sieno alla nostra le reti di strade ferrate, promosse da'Romani moderni che dicemmo. Tanto s'assomigliano le operosità, le necessità della civiltà quantunque diversissime! 0 piuttosto, tanto s'assomigliano le civiltà anche più diverse! Lo spendere per il pubblico, il capitalizzare il lavoro delle generazioni presenti a pro delle avvenire, è proprio sempre di tutto le nazioni forti, che han fiducia nel proprio avvenire, di quelle che sono conscie di lavorar per sè, non per altrui.

5.1.9 Come si chiama questa Terra?

Come si chiama questa Terra?
 
Privare un essere vivente o un popolo del proprio nome significa distruggerne l’identità ed annullarne l’esistenza. Secondo credenze diffuse soprattutto nell’antico Egitto, in Palestina e nel mondo primitivo mediterraneo, il nome è infatti molto più che un semplice segno di identificazione: esso è una dimensione essenziale della identità che rappresenta.  Pronunciando,  scrivendo  o  conservando  un nome si fa vivere o sopravvire l’entità che indica; la sua dimenticanza ne comporta la cancellazione fra gli esseri viventi (1).
In coerenza con questa credenza, la devastante e sistematica opera di annientamento cui è stata sottoposta nell’ultimo secolo la nostra terra ha tentato di toglierle anche il nome.
Di sicuro si tratta della comunità più grande al mondo  che  rischia  di  non  avere  più  un  nome universalmente riconosciuto.
Eppure la terra compresa fra le Alpi, i mari Ligure e Adriatico e l’Appennino è stata nel tempo indicata con numerose diverse denominazioni.
Per i Greci ed i Romani essa era la Gallia Cisalpina, la parte ad essi geograficamente più vicina del grande mondo celtico che occupava gran parte dell’Europa nord-occidentale e che guardavano con paura e rispetto.
Il suo legame con il resto dell’Europa continentale  era  evidente  e  la  si  distingueva  dalle  altre Gallie solo per la sua posizione rispetto alle Alpi, dette anche “monti celtici”. Essa era distinta in Gallia  Transpadana  e  Cispadana  in  relazione  al grande fiume che l’attraversa.
Più tardi è stata anche chiamata Gallia Togata in contrapposizione alla Gallia Bracata, posta al di là delle montagne. Questa denominazione che suona oggi un po’ stravagante si deve forse alle diverse consuetudini di abbigliamento dovute alle più miti condizioni climatiche o può essere collegata alle diverse fasi di occupazione e di romanizzazione dei costumi degli abitanti.
La naturale “celticità” dell’area è stata riconosciuta anche nelle suddivisioni amministrative di età Augustea con le denominazioni regionali di (Gallia) Transpadana, di Liguria e di Venetia (dal nome degli abitanti) e di Aemilia, un neologismo colonialista che testimonia l’acrimonia per le lotte di indipendenza delle tribù galliche locali (soprattutto Boi e Senoni) e che scomparirà con la dominazione romana fino alla sua improvvida riemazione postrisorgimentale.
A causa della mancanza di fonti scritte, non si sa con precisione come i Celti chiamassero sè stessi e le terre che abitavano.
Da una serie di elementi si può però ipotizzare che chiamassero la valle padana semplicemente Lanon o Lanum (“la pianura”). Il maggiore riferimento ci viene dalla denominazione originaria di Milano (Midlan, Mediolanum) che significava luogo centrale (“luogo al centro della pianura”) sia in termini fisici che simbolici.
L’ipotesi avanzata da alcuni circa la denominazione di Medionemeton della città insubrica porterebbe anche a Nemeton, termine celtico comunemente  impiegato  per  indicare  un’area  sacra, una terra in qualche modo sacra. Tutte le leggende pervenuteci circa la discesa in valle padana e la fondazione di Milano confermano la marcata sacralità attribuita a questa terra (2).
Altre fonti indicano le denominazione celtica di Terra di Mezzo, con riferimenti geografici (terra fra le montagne, terra fra il mondo continentale e quello mediterraneo) ma anche simbolici che si ricollegano in qualche modo all’idea di Nemeton e di “Centro del Mondo”.
Strettamente legati alle popolazioni originarie sono anche i nomi di Liguria, Venetia e Retia con cui sono state indicate per tempi molto lunghi rispettivamente le parti occidentale, orientale e settentrionale della Padania.
Soprattutto nell’ottocento ha goduto di speciale successo il termine Insubria per indicare la parte occidentale della valle padana.
Importanti e diffuse denominazioni sono derivate dal nome del suo fiume più grande che ne costituisce anche l’elemento geografico più qualificante nonchè la vera ragione di esistenza fisica e di vita.
Nell’antichità il Po era indicato con tre nomi: due - Bodincus e Padus - di origine indigena ed uno di attribuzione straniera, Eridanus.
Bodincus (o Bòdenkos) è nome di origine ligure caratterizzato dal radicale idronimico retoligure bod che starebbe per “fossato” cui si collega anche l’identico termine celtico bod significante “alveo/profondità” (3). Bodincus starebbe perciò a  significare  “profondo  corso  d’acqua”,  “fiume privo di fondo” (4).
Il radicale bod sarebbe una forma apofonica del celtico pad di analogo significato che è all’origine  del  termine  Padus.  Ciò  significherebbe  una sostanziale identità fra le due denominazioni (provata anche dal greco ßad?s (badus), “profondo”) che avrebbero avuto un impiego sovrapposto e secondo alcuni studiosi - sarebbero anche state usate per indicare due parti del corso del grande fiume: Bodincus quello superiore e Padus quello inferiore (5).
Per il termine Padus (o Paudus) è stata anche ipotizzata un’altra origine: secondo Metrodoro di Scepsi  il  nome  deriva  dal  fatto  che  la  sorgente del fiume era circondata da pini di un tipo che i celti chiamavano padi, dal termine gallico di pades che significava “resina” (6).
Da Padus, ripreso dal latino, sarebbe derivato il moderno Pò.
Gianni Brera indica invece per l’attuale nome del  fiume  una  più  fantasiosa  origine  orientale: l’etimo po in cinese significa “palude” e sarebbero stati gli Unni ad importarne il nome che ha avuto successo per la sua assonanza con Padus.
Lo stesso Brera propone una interpretazione ancora più suggestiva per il nome del Numen Padus: esso significherebbe “padre”, con relazione agli  idiomi  indoeuropei  e  perchè  il  termine  pà figura in tutte le lingue padane “come venerabile d’anni e come padre del padre” (7).
L’origine probabilmente greca del termine Eridanus (è anche il nome di un fiume dell’Attica) ricorda che i primi esploratori e descrittori dell’area erano greci. La conoscenza approssimativa che questi avevano dell’Europa occidentale ha inevitabilmente  lasciato  spazio  ad  interpretazioni fantastiche e mitologiche: il mito di Fetonte dà al fiume un iter celeste ed infernale che ha favorito il colorito poetico che ha in seguito assunto il nome di Eridano. Per lo stesso stato di indeterminatezza geografica, il nome di Eridano è stato anche  attribuito  al  Rodano  ed  al  Reno  (8).  Dai nomi del Po sono derivati i termini di Padania ed Eridania che si riferiscono ad una area geografica assai più ampia del bacino idrografico del fiume (Tav.1).
Si ricollega in qualche modo all’oggi usatissimo Padania lo stravagante neologismo di Alpania, proposto dal noto esponente dell’autonomismo padano Antonio Bodrero (Barba Toni Baudré).
Per trovare un’altra denominazione carica di valore storico occorre attendere lo stanziamento dei Longobardi. Fin dal VI secolo si è infatti comunemente chiamata Longobardia tutta la parte di penisola strappata dai Longobardi al dominio bizantino (Tav.2).
La desinenza -ia non poteva che essere di origine bizantina: una sorta di denominazione ufficiale  usata  per  indicare  le  parti  d’Italia  sotto  il dominio  longobardo  in  contrapposizione  alla Romania (da cui Romagna), porzione conservata dall’Impero d’Oriente (9).
Il primo documento che cita espressamente tale termine sono i Capitolari di Carlo Magno, dell'805, nei quali si dice che a re Pipino veniva assegnata quella parte d’Italia “quae et Longobardia dicitur” (10).
Il termine si è modificato per rifacimento popolare in Langobardia (dal tedesco Langobarden) e poi - in Italia settentrionale - in Lombardia. I ducati meridionali hanno continuato invece ad essere chiamati Langobardia Minor fino alla loro sparizione (11).
Diverse sono le versioni sull’origine del nome dei Longobardi. Una prima e più fantastica spie-
gazione si riferisce alle “lunghe barbe” fatte con i capelli ed applicate ai visi delle donne longobarde per aumentare l’apparente numero dei guerrieri prima di un vittorioso scontro con i Vandali. La  seconda  è  collegata  al  termine  hellebarde (da cui l’italiano “alabarda”) che indicava un’ascia da combattimento dal lungo manico, in verità più comune fra i Vichinghi che non fra i Longobardi.
L’ultima interpretazione si riferisce alla speciale devozione di quel popolo ad Odino cui aveva affi-
dato il suo destino. Questi era indicato nella mitologia nordica come “il Dio dalla lunga barba” (Langbardr) (12).
Il riferimento toponomastico ai Longobardi ha continuato  ad  indicare  l’intera  Padania  o  gran parte di essa per molti secoli. La forma Lombardia (così sincopata) ricorre per la prima volta nella Pauli Continuatio, poi (1049) nel Chronicon Barense (13).
Essa costituisce il nome più ricorrente e duraturo dell’area fino all’Ottocento, pur riferito ad una estensione territoriale parzialmente ridotta rispetto a quella iniziale (Tav.3).
Giova notare come in quasi tutte le lingue europee i Longobardi siano detti Lombards e come all’estero l’identificazione fra quel popolo e l’area geografica ad esso riferita non abbia mai avuto soluzioni di continuità.
Ancora oggi in Europa tale vocabolo è particolarmente diffuso nella terminologia finanziaria a ricordo  dell’enorme  influenza  che  i banchieri “lombardi”  (milanesi,  genovesi,  veneziani  ma anche toscani) hanno avuto nello sviluppo della economia moderna (14).
A riprova della totale identità fra Lombardia e Padania viene la denominazione della Lega Lombarda che, nelle sue varie edizioni, ha unito città oggi lombarde, piemontesi, venete, emiliane e romagnole. La presenza di queste ultime dimostra che nel XII secolo la Lombardia aveva inglobato anche le aree dell’esarcato che non erano mai state  longobarde  (Tav.4).  Ancora  nel  settecento  le carte lucchesi indicavano i territori ai propri confini settentrionali con lo Stato di Modena come “Parte della Lombardia” (15). Lo spazio denomicon la creazione di una regione Lombardia entro confini che non avevano riscontro nella storia. Il Ducato di Milano aveva infatti altri limiti e la regione moderna ha inglobato terre che erano state piemontesi (Lomellina, Oltrepo) e veneziane (Bergamo, Brescia) per lunghi secoli.
Scompare nell’Ottocento l’uso quasi millenario del nome Lombardia per indicare la Padania.
Alla regione padana viene da allora attribuita una serie di nuove denominazioni, tutte scrupo- losamente e inevitabilmente italo-centriche: Italia  Superiore  (termine  usato  da  geografi  e  studiosi come Costantino Nigra), Italia settentrionale, Settentrione, Italia del Nord, Nord o Norditalia  (nomi  impiegati  normalmente  sia  nel  linguaggio burocratico che in quello popolare).
Tutte  queste  denominazioni  peccano  di  semplicismo  e  tendono  a  ridimensionare  l’identità padana ad una appendice di un centro romano e italico. L’intento riduttivo e di annientamento è evidente: a nessuno verrebbe in mente di chiamare la Scozia Inghilterra del Nord o la Baviera Germania (o, peggio, Prussia) del Sud.
In  questo  equivoco  gioco  sono  caduti  anche molti autonomisti padano-alpini che hanno accettato di chiamarsi “nordisti” e che utilizzano termini come “Altaitalia”, “Repubblica del Nord” e simili.
Occorre a questo punto ricordare l’origine del termine Italia.
Esso  deriverebbe  dall’osco  Vìteliù  (“terra  dei vitelli”) che indicava un territorio ricco di bovini o la presenza del vitello come animale sacro.
???t????a (Ouitoulia) sarebbe diventata Vitalia e Italia, forma assunta in Magna Grecia con la scomparsa del diagramma e con la caduta della V iniziale  (16).  Nella  sua  versione  finale, il  nome compare  nel  VI  secolo  a.C.  prevalendo  su  altre denominazioni di varia origine: Espéria, Ausònia, Enòtria, ecc. Esso designava all’inizio l’estremità meridionale della penisola calabrese a sud dei golfi di Sant’Eufemia e di Squillace. Secondo un’altra possibile interpretazione delle fonti, avrebbe indicato la parte meridionale della Campania compresa fra i fiumi Sele e Lao (17).
Esso è poi lentamente risalito lungo la penisola assieme alle conquiste romane fino a definire tutta l’area geografica compresa fra le Alpi ed il Mediterraneo (Tav. 5).
In seguito, il nome Italia è stato stranamente impiegato per indicare in prevalenza le parti centro-settentrionali della penisola: il medievale Regno d’Italia terminava appena sotto Roma e l’omonimo stato napoleonico comprendeva solo la parte orientale  della  Padania  e  dell’Italia  centrale.  Il meridione sembra essere passato dall’antico nome di Magna Grecia a Sicilia (o Sicilie) e Napoli (o Napoletano) con cui è stato chiamato fino all’Ottocento (18).
Come  si  è  visto,  le  denominazioni  date  alla regione padana possono essere raggruppate in tre tipi:  quelle  più  antiche  riferite  ad  altre  regioni europee (Gallia), quelle generate da elementi “interni” (Padania, Longobardia, ecc.) e infine quelle  che  fanno  riferimento  all’Italia.  E’  piuttosto sconsolante constatare come, nel tempo, esse siano scivolate sempre di più verso denominazioni romano ed italico-centriche che tendono a privare la regione di una identità propria.
Anche per questo motivo, è importante che oggi si torni ad una denominazione “autoctona” ed è entusiasmante assistere alla forte riaffermazione del nome Padania nel linguaggio comune.
Esso sostituisce l’antico e glorioso Lombardia (Longobardia) che non è oggi riproponibile senza un adeguato cammino di “riabitudine” culturale all’interno del quale sono già state avanzate alcune interessanti proposte che prevedono la riduzione dell’attuale Regione in Insubria o nello “svizzero” Lombardia Interna.
Con il quasi avvenuto superamento del condizionamento derivato da alcune immagini riduttive (il marcato legame con la “pianura” che fa ad esempio - ancora parere strano ad un valtellinese  di  chiamarsi  padano),  il  nome  Padania  si presta alla perfezione ad indicare la nostra terra:
esso si riferisce al suo elemento fisicamente più cospicuo (il “padre” Po) e trae origine dal più profondo substrato storico e culturale (celto-ligure) della regione.
Questo lo collega strettamente a tutti gli altri elementi forti che delimitano la Padania: il nome delle Alpi è celtico, quello degli Appennini celtoligure, quello del mare Adriatico di origine venetica e per il mare Ligure vince l’evidenza. L’intera regione geografica è così difesa da toponimi che affondano le loro radici nelle più lontane origini dei popoli che la abitano.
Padania è perfetto è stà lentamente penetrando nella cultura popolare e nel linguaggio quotidiano: sui giornali Padania stà sostituendo i vari Italia Settentrionale, le sigle PDN si vedono sempre più spesso sugli autoveicoli e l’idea di padanità stà raggiungendo e convincendo anche le più remote vallate alpine o le porzioni di costa che non  hanno  relazioni  geografiche  con  il  grande fiume.
Solo all’estero continueranno a chiamarci lombards.

5.2 Vie d'acqua padane

Vie d'acqua padane

5.2.1 Breve storia del Canale Villoresi

Breve storia del Canale Villoresi
 
A tutti sarà certamente capitato durante uno spostamento per lavoro o una gita estiva in bicicletta di transitare nei pressi del “Villoresi” o di una sua derivazione. Ci è talmente famigliare che nessuno pensa che questa opera si snoda nel nostro territorio per una lunghezza di 86 km e alimenta 120 bocche di derivazione. Questa rete è controllata da 24 stazioni pluviometriche, 9 termotecniche, 28 piezometriche e da una rete radio.
Se questi dati vi hanno stupito la storia di quest'opera vi appassionerà.
L'ingegner Eugenio Villoresi, uno dei soci fondatori della società agraria di Lombardia, ebbe l'idea che divenne il sogno di tutta la sua vita intorno al 1863. Sino a quel tempo I terreni erano irrigati tramite le risorgive, oppure tramite derivazione da Ticino o dal Naviglio. I terreni troppo bassi o troppo alti non potevano essere raggiunti dalle acque in modo facile , e quindi venivano utilizzati per culture come l'uva e i gelsi che non richiedono mai innaffiature continue e abbondanti. Il granoturco, che in quegli anni veniva sempre più usato per l'alimentazione, necessitando di grandi quantità d'acqua veniva coltivato solo in aree ove si poteva irrigare facilmente, ed in ogni caso solo se le stagioni erano ottime si ottenevano rese sufficienti economicamente.
Villoresi pensò ad un canale simile a quello che nel medioe-
vo si era tentato di costruire per portare l'acqua dal lago Maggiore alle campagne del milanese. Il canale del Panperduto, mai completamente realizzato è ancor oggi visibile a tratti sul tracciato Golasecca, Somma Lombardo, Vizzola, Tornavento, Castano sino a sparire ad Arconate.
Il 15 gennaio 1868 il nostro presentò al governo un progetto per costruire 2 canali di derivazione d'acqua dal lago di Lugano e dal Maggiore tramite il Tresa e il Ticino per migliorare l'irrigazione, migliorare la navigazione e portare acqua ai nascenti opifici che la utilizzavano come energia di produzione.
Fu l'idea della derivazione da 2 laghi in simultanea, suggerita dal socio Luigi Meraviglia, a far approvare il progetto. Il re Vittorio Emanuele III firmò la concessione, subito si cercarono gli acquirenti delle quote d'acqua per formare un consorzio.
Purtroppo i proprietari terrieri si opposero fortemente, adducendo come motivazione che si rischiava la perdita di culture con un reddito certo per tentarne altre di cui non si poteva prevedere l'esito finale. Anche l'esproprio di molti terreni su cui doveva passare il canale creò tensioni coi proprietari.
Questa situazione spinse l'ingegnere a ridimensionare il progetto iniziale e far derivare l'acqua dal solo Ticino. Questo non fu però sufficiente ad eliminare le mutazioni sul territorio portate da un opera così ingente:
sentite cosa scrive Don Tragella, parroco di Magenta, al consiglio Municipale il 28 febbraio 1888: “Non si levava ciotolo dal selciato che tosto non vi luccicasse l'umidore dell'acqua affiorante: quà e la, in parecchi punti dell'abitato, appezzamenti di contrade e corti, pavimenti di case e negozi che affondavano fino a un metro coll'imminente minaccia del crollo delle case stesse; cantine completamente allagate fino a fior delle vie contigue; giardini e cortili così inondati da praticare passerelle con assi o pietre per poter acceder alle camere di abitazione; le spianate campestri a sud della cittadina convertite in ampi, durevoli e malefici stagni; e infine, più deprecabile, più allarmante e letale conseguenza i 500 casi e più simultanei di infezioni tifoidee nell'atterrita popolazione”. Chiaro segno dell'innalzamento della falda freatica causata dall'acqua della reti di canali che entrava in un area non pronta ad assorbirla immediatamente con le culture adatte. Ma ritorniamo al 1882, anno in cui, dopo mille difficoltà per reperire i finanziamenti, i lavori iniziano. L'ingegner Villoresi è già morto, senza poter veder nascere la sua opera, ed i figli sono costretti per ragioni economiche a cedere i diritti di concessione alla Società Italiana Condotte d'acqua, che si assume tutti i costi dell'impresa. Il 1884 vede scorrer l'acqua nel primo tratto intorno a Somma Lombardo, due anni dopo si comincia a scavare nella zona di Magenta e, solo nel 1888, l'acqua arriva nel tratto finale verso Garbagnate. Il termine dal canale, in località Salto del gatto, dove le acque entrano in parte nell'Adda ed in parte nella Martesana tramite un opera in gradoni e sottopassi è del 1890. Nel 1920 la società condotte d'acqua cedette la gestione al consorzio degli utenti che dal 1938 prese l'appellativo attuale di Consorzio Villoresi di bonifica. Durante l'ultima guerra a seguito dei bombardamenti alcuni ponti e opere di presa vengono danneggiati, ma le riparazioni eseguite dopo la guerra hanno riportato il canale alla sua originale funzionalita. Va notato che le costruzioni sul canale sono opere di grande pregio del design industriale, e come tali inserite in varie pubblicazioni internazionali sull'archeologia industriale. Con la possibilità di acqua disponibile facilmente in qualsiasi momento nel territorio la vite viene soppiantata come coltivazione dal granoturco. Le vigne vanto della nostra zona spariscono lentamente, colpite anche nei primi anni del 1900 dalla filossera. La rete di canali di derivazione diventa sempre più fitta e capillare, allontanandosi dal ramo principale tramite ripartitori e sifoni che attraversano il territorio. Questi ultimi diventano anche pericolosi giochi per gli adolescenti, che si sfidano a percorrerli in apnea da un estremità all'altra, con esiti in alcuni casi tristissimi.
Più volte negli anni 60/70 nelle scuole viene ripetuto agli alunni di guardare con rispetto alle acque del canale che sembra così famigliare ed amico, tanto da invitare ad ogni sorta di gioco sulle sue sponde.
Negli ultimi anni, così come per il Naviglio, si sta rivalutando il canale anche per scopi turisstici. Un esempio è offerto dalla pista ciclabile che si snoda da Garbagnate a Parabiago, nel tratto intermedio del canale per ben 14 chilometri, passando per Lainate e Nerviano. Prossimamente si pensa ad un congiungimento con altre piste ciclopedonali.
Per render sicuro l'itinerario si prevede la posa di una barriera di legno di pino nordico, in modo da evitare problemi con i piccoli visitatori.
Non resta che attendere perché questa nuova possibilità di svago e di cultura si concretizzi, permettendoci di passare dal parco del Ticino a quello del Roccolo e oltre, sulle sponde di quello che è stato il grande sogno di Eugenio Villoresi.
 
Roberto Perotti

5.2.2 Il Naviglio Grande Le origini del “fossato” a scopo difensivo

Il Naviglio Grande Le origini del “fossato” a scopo difensivo
 
motivi che portarono allo scavo del primo Ticinello sono ignoti.
Il 1157 fu un anno in cui i Milanesi effettuarono grandiosi lavori difensivi a protezione dei punti più esposti del proprio territorio in vista dell'imminente attacco di Federico Barbarossa e dei suoi alleati. I documenti fanno pensare che l'opera difensiva non fosse di grande rilievo e che si limitasse ad incanalare le acque di risorgiva.
Un diploma dell'imperatore Enrico VI, concesso ai Pavesi nel 1191, contiene molte clausole riguardanti le acque: soltanto Pavia - dice il documento - potrà disporre di entrambe le rive del Ticino ed allestirvi dei ponti da Pombia in giù. Inoltre, avrà diritto di deviare, regolare le acque. Tale insistenza nell'affidare a Pavia tali diritti era rivolta soprattutto contro l'iniziativa dei Milanesi che costruivano ponti dappertutto, anche a Turbigo. 2
Fra i lavori idraulici realizzati, a cui il diploma allude in modo indiretto, ci doveva essere anche il “fossato” primitivo, un ramo del quale formava il Naviglio avviato verso Milano. Lo scavo di un canale inteso a coprire, da ovest ad est, tutto il confine verso Pavia, doveva necessariamente intercettare i corsi minori d'acqua che attraversavano la pianura da Nord a Sud, assumendo quindi importanza, oltre che per la sua formazione di difesa, anche come mossa offensiva nel quadro di una “guerra dell'acqua” che poneva Pavia in forte svantaggio di fronte alla sua avversaria favorita dalla geografia.
Comunque, tenendo in evidente disprezzo le disposizioni del diploma di Enrico VI, i Milanesi continuarono ad intervenire sul regime delle acque durante le ostilità scoppiate all'inizio del XIII secolo. Alla pace a cui fu costretta nel 1217, Pavia, ottenne dai nemici la promessa di distruggere l'ennesimo ponte costruito sul Ticino e di lasciare “fluire liberamente e senza alcun impedimento le acque che solevano scorrere verso la città e le terre dei Pavesi, come avveniva da cinque anni prima dell'inizio della guerra”.
E' probabile quindi che nel quinquennio precedente la costruzione del “fossato” avesse trovato compimento al duplice scopo di attuare la sua finalità difensiva e di depauperare, nel contempo, le risorse idriche pavesi.
Nel primo decennio del Duecento la menzione del “fossato” diventa sempre più frequente nei documenti, dapprima con la dizione “Fossatum comunis Mediolani” e poi, abbandonato il riferimento esclusivo a Milano, come “Fossatum quod est
Mediolanum et Papiam”. 3
Il mutamento di denominazione potrebbe indicare che, nell'appianamento della discordia fra Milanesi e Pavesi nel 1217, questi ultimi si fossero rassegnati al fatto compiuto prendendo atto dell'esistenza del canale. Esso, infatti, dal 1219 in poi, è riconosciuto come confi- diplomi di Federico II: a Pavia spetterà tutto ciò che si trova “a fossato quod est inter Papiam et Mediolanum versus Papiam”.
Questa espressione compare per la prima volta nel diploma concesso da Federico II il 29 agosto 1219, ritorna nelle repliche del 1220 e 1232.
Dal 1241 il semplice nome “fossatum” cede il posto alla denominazione “Ticinus novus” o “Ticinus” ed, infine, “Ticinellus” destinato quest'ultimo ad affermarsi un modo definitivo. Il cambio di denominazione sottintende mutamenti di struttura avvenuti in occasione delle nuova imponente opera difensiva intrapresa da Milano negli anni 1238-39. 4 Inoltre, non c'è dubbio che si tratti del nostro corso d'acqua poiché gli idronimi “fossato”, “Ticinus” e “Ticinellus” appaiono spesso accoppiati in corrispondenza degli stessi luoghi in cui esso scorreva in precedenza. E' possibile individuare alcuni segmenti originari nei pressi di Abbiategrasso, per esempio nella roggia Ticinello, la quale riproduce l'andamento del primitivo fossato esistente tra Milano e Pavia.
Infine, la funzione difensiva di questo fossato è documentata dal fatto che l'ostacolo fu sufficiente a salvaguardare il territorio milanese dalle incursioni della cavalleria pavese, la quale non poteva superare il fossato senza l'ausilio di un ponte.
 
Il Naviglio “Grande” Circa un secolo dopo l'escavazione del “fossato” furono ampliate e sponde e reso più profondo il letto affinché divenisse navigabile per le grosse barche. E da allora fu chiamato “Naviglio Grande”. Esso fu derivato dal Ticino a Tornavento, a bocca libera, mediante una traversa sommergibile di granito (paladella) che dallo Sperone si protende obliquamente nel letto del fiume.
In adiacenza all'incile del Naviglio si trova la Casa della Camera, ove risiedevano gli addetti alla sorveglianza della presa e gli esattori del “dazio della catena”, del pedaggio che i barconi pagavano per il transito sulla via d'acqua (una specie di ticket autostradale), quale contributo alle spese di manutenzione. Essendo la presa sprovvista di un edificio di regolazione della portata dell'acqua, lungo i primi nove chilometri, in sponda destra, il Naviglio dispone di numerosi scaricatori (il maggiore è il Marinone, di fronte alla Castellana) per riversare Ticino l'eccedenza delle acque che si infiltravano nel canale in occasione delle frequenti piene del fiume.
Il Naviglio costituì per secoli una via di comunicazione fondamentale tra Milano e i Paesi dei Laghi: navigando sulle sue acque giungevano a Milano legname da opera e legna da ardere, carbone, calce, pietre da costruzione e marmi (vi transitò gratuitamente A.U.F. tutto il materiale occorso per la costruzione del Duomo), ciottoli di quarzo, bovini, pecore e capre, formaggi e burro, selvaggina, vino, cuoio pelli e le merci provenienti dalla Svizzera; mentre dal capoluogo lombardo risalivano al Lago sale, ferro, grano, riso e altri prodotti della Bassa Milanese.
Per valutare l'importanza del Naviglio Grande basti ricordare che subito dopo la battaglia di Tornavento del 22 giugno 1636,
l'esercito franco-sabaudo lo mise in asciutta sbarrandone l'alveo sotto Nosate e Milano rimase a “secco” da tutti i punti di vista.
Ancora nel 1852, dalla Castellana di Tornavento, partiva, alle ore 11 antimeridiane di tutti i giorni feriali una “barca corriera” che giungeva a Milano dopo sette ore e mezza, ricevendo i viaggiatori provenienti da Oleggio, Lonate Pozzolo, Busto Arsizio e Gallarate.
Ben più impegnativa era la risalita al Lago, controcorrente. Da Milano a Tornavento l'attiraglio dei barconi, legati in “cobbie” di 6-8 e trainati da 10-12 cavalli che camminavano sull'alzaia, richiedeva tre giornate. In più, da Tornavento a Sesto Calende, per risalire il Ticino, erano necessarie all'incirca due settimane: nei tratti più difficili del fiume occorreva, infatti, far avanzare le barche una alla volta e, non di rado, portare i cavalli sull'altra sponda, con notevolissimo impegno di uomini e animali. Proprio per facilitare la risalita del fiume in quest'ultimo tratto Carlo Cattaneo ideò e promosse la costruzione della “Strada Ferrata per il trasporto delle barche da Tornavento a Sesto Calende” (ci sono ancora le vestigia dei manufatti). Fu inaugurata nel 1858 e, con un percorso di 18 Km, permetteva alle barche di raggiungere il Lago viaggiando su grandi carri ferroviari, a otto ruote. I barcoi, estratti dalle acque nella darsena di Tornavento, erano caricati sui carri trainati dai cavalli fino a Sesto Calende, dove proseguivano la navigazione sul lago Maggiore.
 
 
 
 
Note:
 
1) G. BISCARO, Gli antichi Navigli Milanesi, in A.S.L., XXXV (1908), p. 305
P.PARODI, Il Monastero di Morimondo, Abbiategrasso, 1924, pp. 67-68;
G. FANTONI, L'Acqua a Milano. Uso e Gestione nel basso Medioevo (1385-1535), Bologna 1990, p.27-31.
 
2) AA.VV, Il ponte Torriano sul Ticino, 2004
 
3) ASM. Archivio Diplomatico, Morimondo, cart. 689/33 pergamena del 14 novembre 1211, pubblicata ne “Gli Atti del Comune di Milano nel secolo XIII”)
 
4) G.MARCHETTI LONGHI, La difesa di Milano contro Federico II di Svevia negli anni 1238-39, in “Atti e memorie del IV Congresso Storico Lombardo, Milano, 1940, pp.197-219 e.
 
Giuseppe Leoni

5.2.3 Lungo l’alzaia del Naviglio Grande:

Lungo l’alzaia del Naviglio Grande:
da Cassinetta di Lugagnano a Tornavento, costeggiando la parte meno urbanizzata del canale
 
IL NAVIGLIO GRANDE
 
l Naviglio Grande è una zona ricca di attrattive culturali e naturali.
Nei week-end, l'alzaia si anima di gente, a piedi o in bicicletta, a cavallo o in canoa, oppure dedita, in tutta tranquillità, alla pesca.
Passeggiando si possono, così, ammirare il lento e rasserenante fluire delle acque del Naviglio, le sue artistiche ville, vecchie residenze di campagna delle nobili famiglie milanesi, gli alberi di sambuco, robinia e pioppi che costeggiano il canale per buona parte del suo corso.
La costruzione del Naviglio Grande risale al XIl secolo, precisamente inizia nel 1172, quando parecchi uomini, con la nuda forza delle braccia e il solo ausilio di picconi, incominciarono gli scavi. A Tornavento, per mezzo di una diga, si deviò il corso del Ticino incanalandolo verso Turbigo.
Il Naviglio, originariamente progettato per l'irrigazione dei campi, fu anche utilizzato per il trasporto di materiali, legno, alimenti e bestiame. Il suo momento di massimo splendore coincise, però, con il periodo di costruzione del Duomo di Milano. Per quasi cinque secoli, dal 1386 al 1913, sulle sue acque, si effettuò il trasporto dei marmi per la fabbrica del Duomo. Dalle cave di Candoglia, presso il lago Maggiore, su tipici barconi, i marmi giungevano alla darsena di Porta Ticinese e, quindi, al centro di Milano. I barconi partivano anche dalle cave contigue al canale, carichi di sabbia e ghiaia e arrivavano a Milano sfruttando la corrente favorevole. Al ritorno, risalivano la corrente, in lunghi convogli, trainati da cavalli e, più recentemente, da trattori.
Il Naviglio, come via fluviale di navigazione, alterna periodi di grande fortuna a periodi negativi. Durante la seconda guerra mondiale fu, per esempio, importante via di comunicazione, visto la precaria condizione di strade e ponti, presi d'assalto dai bombardamenti degli alleati.
Nella seconda metà degli anni settanta, il continuo aumentare dei costi di trasporto sancisce la definitiva fine del canale come arteria di comunicazione. La sua funzione diviene quindi quella per cui fu originariamente progettato: l'irrigazione, grazie alla quale il Naviglio ha continuato a vivere, evitando la copertura toccata al canale nella cerchia interna milanese nel 1930. La funzione attuale del canale, invece, deve essere quella di collegare, grazie alle sue piste ciclabili, la città di Milano con il Parco del Ticino.
Verso la fine degli anni ottanta la realizzazione di piste ciclabili, lungo l'alzaia, è stato uno dei primi obiettivi del Parco del Ticino. Il progetto contemplava pure il rinfoltimento delle zone bosco e limitrofe, I'allestimento di tabelloni didattici, di aree di sosta attrezzate con panchine e tavolini e l'apposizione di cartelSirenella di Gromo di Ternengo li segnaletici: obiettivi ottimada dove si scorgono le prime mente conseguiti. Il vero case di Robecco sul Naviglio.
Naviglio, quello che ci riporta Sulla sinistra, si possono amminel passato, si può dire che inizi rare villa Gandini, il ponte pedoproprio a Cassinetta di nale, detto degli scalini, e i torrioni di villa Archinto.
L'alzaia è chiusa al traffico di Villa Gandini, meglio conosciuta mezzi motorizzati; case e strade come villa Gaia per le sontuose lasciano posto a cascine e campi feste che era solita ospitare, è coltivati. A lato del Naviglio una sicuramente una delle costruvegetazione, per la maggior zioni meglio conservate del parte spontanea ci accompagna Naviglio. Il nucleo principale per tutto il percorso.
della residenza risale al cinqueQuesto paesino fu uno dei luocento.
ghi di villeggiatura preferiti dalle  famiglie nobili. Dal ponte di Cassinetta spicca la mole di villa Visconti Maineri. La costruzione, purtroppo in stato di avanzato degrado, risale al cinquecento anche se ha usufruito, in seguito, di ulteriori ampliamenti e modifiche, come l'oratorio privato, che le hanno fatto assumere la forma estetica attuale che si può definire di stile “Barocchetto Teresiano".
Sul lato opposto sono situate la villa Kretzlin, che ospita oggi il famoso ristorante per "golosi facoltosi", e la statua di S. Carlo.
Proseguendo, lungo l'alzaia, da Cassinetta verso Robecco, lasciando sulla nostra destra villa Visconti Maineri, il percorso diventa isolato e selvaggio fino La cascina Rubone a Castelletto di Cuggiono all'imbarcadero della Il vicino palazzo Archinto versa, purtroppo, in pessime condizioni, destino segnato per un'opera architettonica mai portata a termine.
Pedalando per alcuni minuti, si attraversa il ponte di Robecco e, svoltando subito a destra si prosegue sull'alzaia fino a raggiungere Ponte Vecchio di Magenta dove, nella villa Castiglioni, è situata la sede del Parco del Ticino.
Superato il ponte, subito sulla sinistra, prosegue l'itinerario c h e, d o p o Po n t e Nu ov o d i Magenta, giunge al caratteristico paesino di Boffalora Ticino, il cui centro storico è adagiato sul Naviglio che divide l'abitato in due parti.
Il paese è legato a una delle immagini più caratteristiche del Naviglio: quella del "Barchett de Bufalora", ricordato, secondo la tradizione ulteriormente alimentata dalla famosa commedia di Carlo Righetti, come se fosse l'unico mezzo fluviale per chi volesse raggiungere Milano in modo economico e tranquillo.
In realtà i barconi per il trasporto di persone erano parecchi e partivano da tutti i paesi del Naviglio.
Attraversato il ponte, superate le ultime case, la ciclabile, pur delimitata da boschetti di robinie e sambuchi, spazia, sopraelevata, su ampie distese di campi coltivati.
Ad un ampia insenatura si possono vedere i vecchi silos della cava Cormani, per il carico di sabbia e ghiaia dei barconi e, poco oltre, nei pressi del ponte dell'autostrada Milano-To r i n o , u n lungo antico p o r t i c o, d a i piloni in cotto e tetto a coppi, ove venivano ricov e ra t e l e barche per la manutenz i o n e.
 
Uno dei barconi del Naviglio Grande p r i m e c a s e d i Bernate Ticino con un pittoresco laghetto, attraversato da chiassose anatre e cigni. Dopo il ponte di Bernate Ticino, sulla sinistra, spicca il complesso della canonica di S. Giorgio, costruita probabilmente tra il 1450 e il 1500 e, sulla destra, si può osservare uno dei tratti urbani più caratteristici di questa parte di Naviglio Grande, con le abitazioni che lambiscono direttamente le acque del canale, annullando così ogni distanza con la riva.
Improvvisamente, da folti gruppi di alberi, spunta la sagoma di una torre: siamo alla cava Rubone, composta da più edifici, purtroppo in avanzato stato di degrado.
Rubone è un rarissimo esempio di villaggio cascina, risalente probabilmente al quattrocento.
Siamo ormai in vista di Castelletto di Cuggiono dominato dalla mole di Villa Clerici, caratterizzata dalle due torrette, poste alle sue estremità e dalla maestosa scalinata che degrada fino al Naviglio.
La villa fu costruita, probabilmente sulle fondamenta di un forte e rimase di proprietà della famiglia Clerici fino alla fine dell'ottocento. Contiguo alla villa, si nota il vecchio lavatoio che Ermanno Olmi utilizzò come imbarcadero nel film "L'albero degli zoccoli". Superato l'antico approdo di una cava, dove sono ancora visibili i vecchi barconi, si prosegue visitando una zona selvaggia, caratterizzata da una vegetazione molto folta. Ogni tanto appaiono, da un lato o dall'altro del canale, case e cascine fino a giungere in vista della centrale elettrica di Turbigo, superata la quale si arriva ai resti dell'antica dogana, visibili sulla sinistra.
Poco oltre il ponte di Turbigo, la ciclabile diventa sterrata conducendoci in una zona, vicinissima ormai a Tornavento, classificata come "riserva-orientata" del Parco del Ticino, ove, oltre alla caccia, per l'acqua alta solo pochi centimetri è proibita anche la pesca.
Una diga, poco prima del ponte, ci segnala la vicinanza della centrale elettrica di Tornavento che si raggiunge, in breve, sempre costeggiando il canale su una strada stretta e asfaltata.
L'itinerario è preferibilmente da percorrere in bicicletta. La ciclabile, da Cassinetta di Lugagnano a Tornavento, è lunga circa 30 km.
Lungo il percorso si alternano tratti asfaltati e sterrati, comunque sempre facilmente percorribili in un tempo di circa due ore.
 
Camillo e Cesare Re (foto di Cesare Re)

5.2.4 il canale villoresi “l’ultimo dei navigli” un capolavoro sconosciuto dell’ingegneria lombarda

il canale villoresi “l’ultimo dei navigli” un capolavoro sconosciuto dell’ingegneria lombarda
Uun  numeroso  pubblico,  nello  scorso febbraio, presso il Collegio degli ingegneri, ha ascoltato con straordinaria attenzione, una serie di relazioni che hanno resentato sotto una nuova luce la storia di  Eugenio  Villoresi  e  della  sua  opera  principale, il canale omonimo.
A sottolineare l’interesse suscitato erano presenti, tra gli altri, il vicepresidente  della  Commissione  Agricoltura del  Consiglio  regionale Alessandro  Colucci, il pro rettore dell’Università degli Studi Dario Casati, il Direttore generale della Direzione Agricoltura della Regione Lombardia Angelo Lassini, i massimi dirigenti  regionali  di  tutte  le  organizzazioni professionali agricole e ovviamente i presidenti del Collegio degli ingegneri, Carlo Valtolina, e del Consorzio Est Ticino Villoresi, Alessandro Folli, organizzatori  dell’incontro.  Una  serie  di  qualificati  relatori  (Giorgio  Bigatti  e  Matteo Di Tullio dell’ Università Bocconi, Paolo Buonora dell’Archivio di Stato di Roma, Maria Canella dell’Università degli Studi  e  Maurizio  Meriggi  del  Politecnico) hanno  spiegato  come  anche  allora  costruire opere complesse portava ad ampi dibattiti e resistenze all’innovazione ma che il Canale Villoresi è un vero esempio di opera pubblica costruita fondamentalmente con fondi privati.
Era il 200° anniversario della nascita di questo ingegnere che ha cambiato la storia dell’agricoltura e del paesaggio nelle campagne a Nord di Milano e per l’occasione hanno quindi ripercorso la  sua  vita  e  la  sua  opera  sottolineando l’impegno  profuso  dal  Villoresi  prima ma  anche  poi  dai  diversi  operatori  che hanno contribuito alla realizzazione: Società per le Condotte d’acqua e Consorzio degli utenti del Villoresi in primis. 
Nonostante  l’argomento  si  presentasse  come  “riservato  agli  addetti  ai lavori” il convegno ha riscosso un notevole successo sia per numero che per l’attenzione suscitata anche grazie ai relatori hanno  presentato  in  modo  accattivante  un  personaggio  della  storia  milanese che  è  oggi  ingiustamente  sottovalutato.
Pochi oggi sanno infatti chi era Eugenio Villoresi  (1810-1879),  quell’ingegnere dall’aria pensosa e assorta al quale il Comune  di  Milano  ha  dedicato  una  statua nel  lontano  1907  (la  statua  è  oggi  collocata  in  Piazza  Leonardo  da  Vinci,  di fronte all’entrata del Politecnico). Molti comuni del Nord Milano e la stessa città capoluogo gli hanno dedicato una strada a ricordo del grande intervento idraulico che ha permesso di rendere irrigui oltre 100.000 ettari di terre prima a basso rendimento agricolo.
Eugenio Villoresi in vita è infatti stato un protagonista importante di quella schiera di tecnici che tanto hanno contribuito alle fortune economiche delle cam pagne lombarde, legando il suo nome al grande intervento di derivazione sul Ticino costituito dalle Dighe del Panperduto a Somma Lombardo
I relatori hanno poi rilevato l’importanza del Canale Villoresi per l’agricoltura  e  il  valore  paesaggistico  nella Valle del Ticino oltre alla storia singolare della  costruzione  delle  Dighe  del  Panperduto,  realizzate  a  tempo  di  record.
Come  ha  affermato  il  presidente  del consorzio Alessandro  Folli,  “è  stato  un grande momento di riflessione su quanto  ci  ha  lasciato  il  passato  e  su  quanto dobbiamo  noi  lasciare  ai  nostri  discendenti”  un’opera  costruita  125  anni  fa  e “che costituisce un elemento centrale del paesaggio  dell’Alto  Milanese  merita  di essere  preservata  con  cura  e  per  questo il  Consorzio  ET  Villoresi  si  sta  impegnando con forza”. “C’è infatti un forte legame  fra  gli  anni  di  Eugenio  Villoresi, quelli dell’inaugurazione delle Dighe del Panperduto ed i tempi che viviamo.
E’  infatti  grazie  a  questa  grande  opera che la ricchezza della nostra regione, la sua  agricoltura  ma  anche  la  sua  industria hanno potuto crescere e svilupparsi nell’interesse di tutti. E da ultimo anche l’Expo 2015 potrà avere l’acqua per realizzare il suo progetto centrale perché ad Eugenio Villoresi venne in mente l’ardito progetto delle Dighe del Panperduto e dei canali collegati.”
 
 
 
 
La storia di Eugenio Villoresi
(Monza,  13  febbraio 1810 - Milano,   12   novembre 1879)
 
 
Secondogenito  di  sette  figli, Eugenio   Villoresi  nacque  nel 1810  da  Luigi  Villoresi e Teresa Baffa. Il padre era direttore dei giardini reali di Monza e trasferì  al  figlio  l’interesse  per  la  natura  e  la vita nei campi oltre alla conoscenza dei problemi  di  aridità  dei  terreni  dell’alta pianura. Conseguita la maturità classica, si iscrisse al Collegio Ghislieri di Pavia dove  si  laureò  in  matematica  nel  1832.
Nel  1835  aprì  uno  studio  professionale e tra l’altro partecipò alla progettazione della  sistemazione  dei  terreni  intorno al  Castello  Sforzesco,  ovvero  l’odierno Parco  Sempione.  Quattro  anni  dopo  fu assunto come Agente presso i Luoghi Pii Elemosinieri di Milano, con questo lavoro  iniziò  ad  occuparsi  di  irrigazione.  Il suo primo intervento riguardò i problemi d’adacquamento  di  un’azienda  agricola ad  Abbiategrasso.  Il  Villoresi  fu  anche tra  i  fondatori  della  Società  Agraria  di Lombardia, nel 1863. Essa promuoveva gli incrementi dell’agricoltura, con l’intervento della scienza e delle meccanizzazioni.
Egli aveva intanto raccolto nella sua biblioteca tutta la letteratura che riguardava la  storia  della  canalizzazione  lombarda dal 1170 in poi. La passione per questo problema fece maturare in lui la convinzione che si potesse migliorare il sistema irriguo  del  milanese  legato  ai  Navigli, derivando  l’acqua  necessaria  dal  lago Maggiore e da qui nacque il grande progetto  del  Canale  Villoresi,  l’ultimo  dei Navigli. Eugenio Villoresi, per attuare il suo straordinario progetto, diede fondo a tutte le sue risorse personali, lasciando ineredità ai figli ben poca cosa. Non riuscì nemmeno a vedere realizzata la sua opera. La sola consolazione fu la conferma dell’approvazione definitiva del progetto del canale che il figlio Luigi gli portò da Roma poco prima della morte, avvenuta il 12 novembre del 1879.
Il Canale Villoresi
Nella  seconda  metà  del  XIX  secolo  fu-rono discussi diversi progetti per portare acqua alle terre del Nord Milano e risolvere  così il  problema  di  irrigare  questa vasta  distesa  di  terreni  per  renderli  più fertili.  La  presenza  dei  laghi  prealpini offriva  infatti  un  naturale  serbatoio  di risorse  idriche  purché  opportunamente regolati. I progetti sviluppati in tale periodo furono diversi ma prevalse alla fine quello degli ingegneri Villoresi e Meraviglia, i quali proponevano la contemporanea derivazione dai due laghi di Lugano e Maggiore. Il primo decreto di concessione fu emanato alla fine dal Ministero delle Finanze il 30 gennaio 1868 a favore di Villoresi e Meraviglia. La concessione riguardava  “i  canali  dell’Alta  Lombardia” ovvero due canali irrigui ma anche navigabili (continuando la tradizione dei Navigli) dal Lago Maggiore e dal Lago di Lugano sino a Parabiago e poi da qui sempre a Nord di Milano sino a Cassano d’Adda e sino a Milano. Il progetto del Villoresi incontrò anche incomprensioni e ostilità da parte di alcuni dei proprietari terrieri che dovevano investire in una sistemazione rurale vista come piena di incognite. Il cognato, Meraviglia, rinunciò ritenendo i problemi superiori ai benefici.  Gli  oppositori  riuscirono  a  suscitare dubbi  ed  esitazioni  anche  nelle  autorità che dovevano decidere. Alla fine la meta perseguita dal Villoresi fu però raggiunta, subito dopo la sua morte, con la concessione  definitiva  avvenuta  nel  1879.  Gli eredi  del  Villoresi  cedettero  la  concessione  alla  “Società  Italiana  per  le  Condotte d’acqua”, una società costituitasi a Roma  nell’aprile  del  1880. Tale  società
revisionò il progetto ed iniziò subito i lavori. Le Dighe del Panperduto, a Somma Lombardo, furono inaugurate il 28 aprile 1884. Per portare a compimento l’opera ci  vollero  ancora  una  decina  d’anni.  Il progetto  del  canale  dal  Lago  di  Lugano  a  Parabiago  fu  invece  abbandonato.
Il Consorzio degli utenti del Canale dal 1881 provvidero al completamento della rete secondaria ed alla realizzazione della rete terziaria di irrigazione. La regolazione del lago Maggiore, sempre pensata dall’ing.  Eugenio  Villoresi,  fu  compiuta  nella  sua  parte  essenziale  (la  diga  di sbarramento  alla  Miorina)  solo  durante la  seconda  guerra  mondiale.  Nel  1918, dopo trent’anni di irrigazione dal Canale Villoresi, la produzione di frumento era cresciuta del 40% e quella di foraggio era quasi raddoppiata. Le previsioni del Villoresi si erano dimostrate giuste.
Oggi il canale è divenuto una parte irrinunciabile del paesaggio del Nord Milano e, pur mantenendo ancora un’importanza irrigua notevole sta assumendo via via  anche  un  valore  fondamentale  nella difesa dell’ambiente naturale nelle zone fortemente urbanizzate che attraversa.
Maurizio Galli
Direttore Generale Consorzio
di Bonifica Est Ticino Villoresi

5.2.5 La valle Olona e i suoi mulini

La valle Olona e i suoi mulini
 
l mulino rappresenta il punto d’origine delle trasformazioni territoriali che, dalla fine del ‘700 in Europa e, in seguito, in Italia, delinearono il profilo della città industriale, stravolgendo gli equilibri instaurati da secoli. “Questi complessi produttivi, ma anche luoghi di vita, hanno espresso nelle loro strutture e nell’organizzazione degli spazi, i bisogni, la situazione economica, i rapporti generatisi nel volgere del tempo tra gli uomini”.
Indagare i mulini, quei pochi esempi risparmiati dall’avanzare inesorabile dell’allora nascente grande industria, “significa porre l'attenzione su uno degli oggetti più significativi della storia del lavoro dell’uomo, almeno dal Medioevo in poi, arrivando ad una sorta di stratificazione di un “folklore del mugnaio”, “coppia tecnologica e culturale” che ci consente di cogliere una somma di comportamenti, di immagini, di rappresentazioni individuali e collettive, caratteristiche della cultura popolare, ma non solo di questa”.
Il mulino costituisce il primo esempio di sfruttamento “industriale” delle acque, sollevando l’uomo dagravoso compito della molitura decereali e, dall’XI-XII secolo, anchda altri lavori faticosi, permettendoinoltre, la scoperta di nuovi sistemdi lavorazione.
La Valle Olona rappresenta un esempio formidabile di questa capacità dell’uomo di riscattarsi dalle fatiche del lavoro, ma anche dalla povertà di un territorio che non consentiva, se non in minima quantità e con rese scarse, lo sfruttamento agricolo. Lo sviluppo produttivo della valle, a cavallo dei secoli XIX e XX, trae origine dalla presenza, già dal ‘500, di una fitta e organizzata rete di mulini da grano, che consentirono, grazie all’impiego delle loro ruote idrauliche e cadute d’acqua, l’impianto dei primi opifici.
Inoltre, la possibilità di disporre in loco di grande quantità di forza lavoro a basso prezzo, a causa del poco redditizio lavoro nei campi, e la tradizionale propensione, maturata dai contadini tra le mura domestiche, a diverse attività protoindustriali, in particolare alla tessitura, fornì una manodopera spesso non qualificata, ma almeno non inesperta. L’incentivo a una produzione di tipo industriale fu, comunque, sostenuto dalla lavorazione del cotone, quando, in un reciproco processo osmotico, la produzione di grano diminuì e le prime fabbriche si impiantarono nei mulini della valle, trasformandoli progressivamente in stabilimenti per la filatura.
I mulini non sono, se non in qualche raro caso, esempi di grande interesse architettonico. La maggior parte delle strutture presenta un aspetto anonimo e dimesso, di evidente matrice rurale. Tuttavia, essi sono la testimonianza di un modo che oggi è ormai perduto, ma che comunque rappresenta il nostro più prossimo passato, nonché l’origine dell’attuale paesaggio urbano. “Per questo devono essere considerati “beni culturali”, non in quanto “opere uniche”, ma in quanto espressioni di un sistema di vita che è parte integrante della nostra storia e della nostra tradizione”.
 
Il territorio: il fiume Olona e la sua valle
-Descrizione dell’ambiente fisico
- -Toponomastica: - origine del nome Olona
 
L’origine del nome è molto remota.
Dal punto di vista etimologico ha presentato diverse difficoltà interpretative e ha dato vita a pareri discordanti. Alcuni studiosi presumono possa derivare da Ola (dalla radice celtica ol), “cosa umida”. Ma l’interpretazione più accreditata individuato come termine origina-io “Orona” o “Urona” (come, ancora oggi, viene chiamato il fiume nel dialetto locale). Si pensa che questo termine possa "derivare dalla radice mediterranea - our che con le altre - eur e - ir significa “acqua” (corren- te)”. Pertanto, Orona (o Urona) sarebbe stato, in origine, un nome comune per indicare il corso d’acqua e, in seguito, divenne nome pro- prio di questo fiume.
“Il passaggio poi dalla forma antica di Orona a quella moderna di Olona [...] si spiega con le comuni leggi  della fonetica (per pronunciarlo meglio) e delle callifonia (un suono più melodioso)”.
Nel corso dei secoli, come testimoniano le carte geografiche e i documenti antichi, il fiume ha assunto diversi nomi, tra i quali Ollona, Olonna, Olueunda e Auruna, oltre ai già citati Orona o Urona. Il tratto derivato del fiume, che conduceva le acque al fossato della città di Milano in epoca romana, veniva chiamato Vetra o Vepra. In seguito, il corso fu deviato nel nuovo fossato, poi divenuto Naviglio.
 
Il corso del fiume Olona
 
L’Olona, nonostante la limitata portata idrica, ha avuto un ruolo di primario rilievo, durante i secoli, per lo sviluppo delle popolazioni residenti in valle. Le sue acque infatti venivano utilizzate per irrigare i prati e come risorsa potabile, per azionare i numerosi mulini esistenti lungo il suo corso, vi si praticava la pesca e, dal secolo scorso, per l’impianto delle prime industrie. Tale importanza ha tratto origine più che altro dalla caduta complessiva: tra le sorgenti e Milano, per un corso di 71,50 km., vi è un dislivello di circa 435 m., con una pendenza media del 6%.
Il fiume è alimentato esclusivamente dalle sorgenti, da alcuni affluenti, da diverse fontane, dalle acque meteoriche stagionali e dalle colature dei terreni; ad accrescere la sua portata non intervengono ghiacciai né laghi. Il ramo principale nasce  sulle Prealpi presso Varese, in località La Rasa, in Val di Brinzio ai piedi di Santa Maria del Monte, dove sono poste le sue sorgenti, a m. 548,85 slm. Esso conta come affluenti i torrenti Legnone, Grassi, Boccaccia, Brasche, Pissabò, Valle del Forno e Sesnivi. Un secondo ramo scende dalla Valganna, dove nasce, in Comune di Induno Olona, ed è alimentato principalmente dalle acque della Fontana degli Ammalati. Esso riceve quattro affluenti, i torrenti Margorabbia, Valfredda, Valpissavacca, Pedana della Madonna.
I due rami si congiungono poco più a valle, fra i Comuni di Varese (località Sant’Ambrogio) e Induno Olona.
A monte del Ponte di Pré, nel Comune di Malnate, l’Olona riceve le acque del torrente Bevera, il maggiore affluente, e del Rio Vellone (che nasce a Varese).
Il fiume prosegue formando un’ampia rientranza fra Malnate e Lozza, per poi procedere regolarmente, seguendo naturali avvallamenti del terreno, con direzione nord-ovest sud-est, attraverso i territori di Castiglione Olona, Lonate Ceppino, Cairate, Fagnano, Solbiate, Olgiate, Legnano, Nerviano e Lucernate, presso Rho. Il corso dell’Olona può essere suddiviso in quattro tratte: una alta, compresa tra i Comuni di Varese, Induno e Malnate (Alta Valle Olona); una media, fino a Nerviano (Media Valle Olona); una meridionale, pianeggiante, fino a Milano; una terminale, caratterizzata dall’attraversamento dei terrazzi del Po, fino a San Zenone (PV).
Secondo F. Poggi, il percorso del fiume si mantiene naturale fino a Lucernate, dove “piega bruscamente verso levante per breve tratto di letto artificiale, per riprendere poi a Cerchiate una direzione parallela primitiva, colla quale giunge fino a S. Siro, fra la Cascina Moja e la Cascina Mojetta”. Dopodiché “il fiume nuovamente cambia direzione e, percorrendo una linea tortuosa, giunge all Cascina Olona, presso la strada Arzaga. Lì nuovamente devia verso levante e va a scaricarsi nella darsena di Porta Ticinese”.
La ricostruzione del corso originario dell’Olona è piuttosto difficoltosa.
La deviazione, infatti, risale a un’epoca molto remota e il trascorrere dei secoli ne ha definitivamente cancellato le tracce. Generalmente si ritiene che l’opera sia stata eseguita dai Romani, al fine di condurre acqua pulita ai bagni pubblici di San Lorenzo, per mezzo di un ulteriore canale di deviazione, la “Vepra” (o “Vetra”). Le acque in eccesso venivano smaltite attraverso un altro alveo, ora abbandonato, che “partendo dalla Cascina Foppa e Foppetta, collegava un tempo l’Olona a qualche corso d’acqua, che viene ora chiamato Lambro Meridionale e che, certamente, prima della costruzione del Naviglio Grande (sec. XI) aveva altra origine che non l’attuale scaricatore di quel Naviglio a S. Cristoforo”.
Originariamente il corso dell’Olona non terminava in Milano, ma proseguiva fino a immettersi nel Po a San Zenone, dove oggi sbocca il cosiddetto Olona Pavese. Nonostante la difficoltà nell’identificare l’antico tracciato, seguendo gli avvallamenti naturali del terreno e i toponimi, è possibile ipotizzare che il fiume passasse da Cascina Olona, Settimo Milanese, Baggio e Cesano Boscone.
È possibile, però, pensare che il fiume passasse per Trezzano, attraversando i territori di Cascina Olona, Settimo Milanese, Seguro, Muggiano, Cascina Nuova.
Dal Naviglio Grande si passa per il Cavo Belgioioso, San Pietro e Badile, seguendo la Roggia Colombara, oppure per Corsico e Assago, seguendo la Roggia Vecchia.
Da Lacchiarella passa un corso d’acqua che conserva il nome Olona e che attraversa i territori di Pontelungo, Lardirago, Vistarino, Genzone e Corte Olona, per poi sfociare nel Po a San Zenone, appunto.
Se incerta appare la ricostruzione dell’antico corso, è certo che "l’Olona che si scarica alla Darsena di Porta Ticinese e quella che si scarica nel Po a San Zenone costituivano nei primi anni dell’Era Volgare, un solo fiume”.
Grazie all’esistenza di molte sorgenti e fontane, oltre ai diversi affluenti, il fiume Olona gode della possibilità di mantenere un corso d’acqua perenne. Ad esempio, a Biumo (Varese) sgorgano le acque della Fontana Calda di Sant’Ambrogio; a Castiglione Olona vi sono Gli Occhi di Castiglione, costituiti da un insieme di sorgenti incanalate in un collettore; a Bergoro (Fagnano Olona) una fontana detta di Manigonda è ricca di acque minerali, utilizzate fin dal secolo VIII per scopi medicinali.
Le fontane d’Olona furono sempre pulite e mantenute libere da detriti che avrebbero potuto impedire il libero afflusso delle acque.
Numerose e frequenti furono, pertanto, le ispezioni, al fine di conoscerne lo stato ed eventualmente intervenire con opportuni espurghi.
Luigi Mazzocchi riferisce della loro enorme importanza, “poiché il piccolo fiume non è alimentato che da acque meteoriche, di conseguenza nei periodi di grande siccità le sue acque si esaurirebbero se non si fosse provveduto ad ampliare, sistemare e mantenere le sorgenti perenni, ad acquistarne di nuove ed a renderle meglio attive infiggendo in esse molti tubi acquiferi”.
Il fiume Olona come fulcro della vita economica e sociale della valle
Come accennato nel precedente capitolo, nonostante la modesta portata idrica, il fiume Olona ha assunto un ruolo prioritario per lo sviluppo civile, sociale ed economico delle popolazioni che, durante il corso dei secoli, hanno abitato le sue rive. Le acque del fiume furono impiegate al servizio dell’agricoltura, della pesca, dell’artigianato, del commercio e dell’industria, in relazione al periodo storico.
Uno dei momenti di maggior splendore della Valle Olona fu l’epoca del Contado del Seprio, tra il 1100 e il 1200, nella quale, numerose furono le lotte tra i Comuni e per l’indipendenza dall’Impero. Il Contado si garantì una posizione di indubbia importanza in merito al commercio e al traffico tra l’Europa continentale, Milano e Roma. Nel ‘400, le popolazioni del Seprio furono ricordate per la loro “abilità a trattare le acque, tenendo puliti gli alvei dei fiumi, costruendo canali, rendendoli vivi e prolifici di prodotti (rane, pesci, torba, acque limpide) per l’uomo e le sue esigenze”. I contadini furono tra i primi a usufruire delle terre e delle acque d’Olona prima ancora che venissero costruiti i mulini. In seguito, essi continuarono la loro attività a fianco dei mugnai, dei pescatori e dei torchiatori d’olio, fino a che, con la costruzione delle grandi fabbriche, non abbandonarono definitivamente i campi.
L’agricoltura in questi territori si sviluppò verso la fine del XII secolo, in modo particolare nel tratto inferiore dell’Olona, da sud di Legnano a Milano, dove il fiume, uscito dalla stretta valle, scorre in aperta pianura. Qui la pratica dell’irrigazione dei campi con le acque d’Olona e di fontanili, era più agevole e veniva concessa dietro richiesta di apposita licenza. Tuttavia, nel “Liber Consuetudinum Mediolani” (1216) si parla esplicitamente di “favor molendini” in quanto i mulini da grano erano considerati strutture di utilità pubblica, poiché da essi dipendeva l’approvvigionamento delle farine per l’alimentazione primaria della città [Milano] e del Contado”.
Gli antichi Statuti di Milano, prima, e le Nuove Costituzioni, in seguito, stabilirono gli orari in cui era concessa l’irrigazione, in relazione alla tratta di fiume, allo scopo di evitare l’eccessiva riduzione del corpo d’acqua nel fiume e nelle rogge, che avrebbe causato disturbi al regolare funzionamento dei mulini da grano.
Dai Catasti d’Olona, redatti durante il corso dei secoli, si evince che i contadini non erano possessori delle terre e raramente i mugnai dei mulini, bensì affittuari o “livellari” di enti ecclesiastici o di nobili, proprietari dei prati irrigui e dei complessi molitori.
Secondo il sopralluogo dell’ingegner Barca (1608), risulta che lungo il corso dell’Olona lavoravano ben 116 mulini, tra cui anche un “maglio” per il rame, una “folla” per panni e diversi torchi da olio, per un totale di 463 rodigini. Nel XVIII secolo, infatti, l’attività molitoria raggiunse il suo massimo sviluppo.
Nel 1772, l’ingegner Gaetano Raggi rilevò la presenza di 106 mulini, compresi un filatoio di seta, un “maglio” per il rame, due “folle” per panni e alcuni torchi da olio, che utilizzavano complessivamente 424 rodigini. Già dal 1600, la valle appariva come un“fitto reticolo di mulini costantemente sollecitati dalla necessità di controllare l’affluenza irregolare e scarsa dell’Olona, evitando di dipendere in maniera troppo diretta dai cicli stagionali”. Per la Valle Olona si può, pertanto, parlare di sistema territoriale.
A cavallo tra ‘600 e ‘700, si registrarono continui passaggi di proprietà di beni immobili e diritti sulle acque, tali da rendere la situazione incontrollabile. Tuttavia, molti mulini rimasero proprietà della stessa famiglia per secoli, così come i mugnai che li gestirono si tramandarono la professione di padre in figlio. Tale attività era, infatti, garanzia di lavoro e guadagno sicuri. Fu proprio la necessità di avere un quadro più rispondente alle reali condizioni di sfruttamento del fiume, che spinse l’Amministrazione d’Olona a commissionare diverse visite di ricognizione.
Verso la fine del ‘700, il Dipartimento dell’Olona, con capoluogo Milano, era, dal punto di vista economico, il più importante di tutta la Repubblica Cisalpina, confermando il ruolo trainante per l’economia dell’intero territorio lombardo.
Tra XVIII e XIX secolo, la proprietà iniziò così a essere frazionata: diversi mugnai ebbero, infatti, la possibilità di riscattare i mulini in cui lavoravano; contemporaneamente, gli imprenditori, che impiantavano i primi opifici, offrivano somme elevate per l’acquisto degli impianti molitori, le cui ruote idrauliche venivano sfruttate per muovere i macchinari.
Con l’800, dunque, molti mulini, che fino ad allora erano stati utilizzati soltanto per macinare il grano, furono progressivamente trasformati nei primi nuclei industriali.
Furono proprio la facilità d’uso delle acque dell’Olona, la posizione geografica favorevole e strategicamente connessa a mercati e vie di comunicazione, unite alle capacità imprenditoriali locali, a porre le basi per il processo d’industrializzazione italiano. La Valle Olona, soprattutto nel tratto medio, infatti, costituisce uno dei primi esempi della trasforma-zione industriale nel nostro Paese.
Nei primi anni dell’Ottocento, la Valle Olona conservava in larga misura una struttura essenzialmente agricola: i maggiori proventi venivano dalla coltivazione di cereali, patate, canapa e, in piccola quantità, dall’allevamento di bestiame; mentre la produzione industriale e manifatturiera aveva ancora un’incidenza complementare. “Il fiumicello Olona in un intervallo di 45 km. Dalle vicinanze di Varese a quelle di Milano darebbe moto secondo fonti le più sicure a 424 ruote, tredici delle quali servono a grandiose filature”, così scrisse, nel 1884 , Carlo Cattaneo. In quell’epoca, la realtà della valle era in rapido mutamento:
l’agricoltura lasciò gradualmente posto alle attività industriali, che davano maggiori possibilità di lavoro a uomini, ma anche a donne e fanciulli.
Allo scadere del secolo, sulle rive dell’Olona si contavano 128 opifici, tra cui 13 filature, 3 cartiere, 5 tessiture, 4 concerie. Il numero dei mulini da grano era sceso a 90 e, da lì a poco, si ridusse ulteriormente e con rapidità.
“Chi s’indugia s’arretra, è massima più che mai intesa a nostri giorni; e s’indugiano tutti coloro che avendo un capitale alle mani se lo lasciano sgocciolare con poco frutto in invecchiati. Che è mai la macinazione di poco grano a fronte di quell’utile che può dare la forza motrice applicata ai bisogni sempre nuovi del mondo moderno? [...] I molini non sono più un accessorio di grandi possessioni, un massaro mugnaio, in luogo di un massaro agricoltore; quasi tutti hanno affermato il loro livello, ne hanno fatto uno stabile il quale possono tranquillamente trapassare a chi ha migliore educazione e maggior coraggio”.
Fino agli anni ‘60 di questo secolo, paesaggio della valle è stato caratterizzato da ciminiere fumanti, schiume multicolori galleggianti sul fiume, abitazioni fatiscenti e malsane. Le prime lamentele provocate dall’inquinamento risalgono a metà ‘800, quando i mugnai, che ancora macinavano con metodi antichi, videro giungere ai propri mulini acque sporche e malsane.
Dal 1970 a oggi, molte attività altamente inquinanti sono state allontanate dalle rive dell’Olona e quelle rimaste hanno in parte ridotto gli scarichi con l’impianto di depuratori. La fase post-idustriale, a causa dell’invecchiamento indotto dalla sempre più rapida obsolescenza dei processi produttivi, ha determinato il trasferimento delle attività produttive, soprattutto le più nocive, in Paesi in via di sviluppo. Inoltre, la crescente terziarizzazione delle aree urbane ha incrementato ulteriormente il processo di abbandono delle strutture produttive.
 
Il Parco intercomunale della Valle Olona
 
Nel 1998, i Comuni di Fagnano Olona, Solbiate Olona, Olgiate Olona, Gorla Maggiore, Gorla Minore e Marnate si sono consorziati per costituire un parco di interesse sovracomunale in Valle Olona.
Il parco, del quale è stata redatta una valutazione di fattibilità, è tuttora in fase di progettazione. La politica di conservazione dell’identità territoriale, della quale esso si fa promotore, è fondata sul coordinamento dell’azione programmatoria di tutte le Amministrazioni locali coinvolte.
Una prima fase prevede il riconoscimento e la delimitazione degli ambiti spaziali di conservazione dei fattori fisico-naturalistici dell’identità paesistica. La strategia di conservazione è rivolta al consolidamento dell’intelaiatura paesistica storicamente stratificata, allo scopo di perpetrare uno sviluppo della qualità territoriale e il mantenimento di un accettabile grado di vivibilità del territorio stesso (modalità d’uso sostenibile del territorio), attraverso l’eliminazione - nel lungo periodo - di tutti i processi di erosione e disgregazione dell’identità territoriale.
L’obiettivo finale è la costruzione di un insieme interconnesso di aree ad elevata concentrazione di componenti ambientali significative (rete ecologica).
La funzionalità ecologica dell’insieme è determinata da fasce di connessione e raccordo, formate da organizzazioni lineari residuali di tessuto territoriale agricolo-boschivo antico (riequilibrio ecologico attivo del territorio).
Il progetto culturale, sul quale è fondato il parco, prevede la conservazione delle specificità e delle singolarità culturali del territorio; la valorizzazione delle emergenze storicomonumentali (da quelle dei nuclei storici compatti contrapposti lungo i margini opposti della Valle Olona, fino a comprendere le cascine storiche sparse nel territorio e i mulini nel fondo valle); la comunicazione, l’informazione e la sensibilizzazione dei cittadini, in merito ai valori ambientali e culturali con i quali spesso convivono senza poterne trarre benefici (qualità della vita, cultura...).
I temi su cui è pensato il progetto sono la storia locale, la difesa del paesaggio alla grande e alla piccola scala, la collaborazione con il mondo agricolo, l’attività di fruizione e osservazione della natura, ecc.
 
SCHEMA DIRETTORE DI PROGETTO
 
• “documento dinamico” (aperto agli arricchimenti programmatici derivanti dal contributo delle numerose forze interessate alla valorizzazione dell’ambiente, a partire da alcuni presupposti strategici;
• no alla concezione vincolistica (confronto a tutti i livelli con le realtà ambientali limitrofi; ricezione di stimoli utili per lo sviluppo delle aree interessate in termini compatibili con i principi generali della conoscenza e del rispetto dei luoghi;
• riqualificazione (recupero di tutte le potenzialità insite nella struttura ecosistemica dei territori comunali interessati, all’interno dei quali sono individuate e circoscritte le aree con elevata valenza naturalistica da salvaguardare nella loro integrità e da valorizzare con gli interventi che si renderanno possibili;
• riqualificazione dei siti e delle unità ambientali oggetto di degrado, difesa del paesaggio alla piccola scala, recupero e valorizzazione dei singoli elementi del linguaggio storico-architettonico locali;
• delimitazione delle aree (armonia fra benefici ecologici e vantaggi economici a lungo termine; coincidenza con elementi visivamente evidenti (strade e altre infrastrutture, percorsi campestri o sentieri, fossi, margini riconoscibili di aree boscate o di campi coltivati, discontinuità morfologiche...); indicazione delle aree di interesse naturalistico (zone agricole e a copertura boschiva), degli elementi conoscitivi del territorio (emergenze monumentali, nuclei antichi compatti, chiese, ville e giardini, cascine, mulini e opifici con caratteri di testimonianza storico-culturale...).
 
Il mulino da grano
Cos’è un mulino. Alcune definizioni
 
Il termine mulino (o molino) proviene dal latino tardo molinum, sostantivo neutro dell’aggettivo molinus, derivato di molêre, “macinare”.
Si indica con tale termine la macchina con la quale viene compiuta un’operazione di macinazione, cioè si frantumano dei corpi solidi riducendoli in particelle di piccole o piccolissime dimensioni.
Generalmente per mulino non si intende soltanto il dispositivo con il quale si esegue la macinazione, ma anche i locali o l’intero edificio che lo contengono.
In origine, mulino era soltanto la macchina - e l’edificio - per la macinazione dei cereali, soprattutto del grano, allo scopo di trasformarli in semole e farine; dal basso Medioevo, si iniziò a costruire anche mulini per macinare anche altri materiali (castagne secche, olive, gesso, cemento, pigmenti, ecc.) e per eseguire qualsiasi altra lavorazione (follatura di panni, produzione di carta, ecc.). Per estensione, dunque, mulino divenne sinonimo di opificio, o di qualunque complesso azionato da ruote idrauliche.
Secondo il tipo di energia sfruttata e dell’apparato macinante si distinguono: mulini a vento, ad acqua (fissi o mobili, a marea), a vapore, a energia elettrica, ecc.; mulino a palmenti, a dischi, a pala, a martelli, a palle, a pestelli, a pendolo.
 
Evoluzione del mulino: breve storia della molitura
 
Nel neolitico avvenne il passaggio da un’economia improntata principalmente sulla caccia e sulla raccolta a un’economia fondata sulla produzione di cibo. Fecero la loro comparsa due invenzioni in campo agrario fondamentali - seppur in forme rudimentali - nella storia umana: l’aratro e l’irrigazione, che costituirono l’origine di quella che viene chiamata rivoluzione agricola neolitica.
Da quel momento, la macinazione dei cereali divenne uno dei problemi fondamentali che l’uomo ha dovuto affrontare e risolvere, inizialmente con dispositivi rudimentali.
In quell’epoca i cereali, dopo la battitura (eliminazione della loppa), venivano frantumati a mano a colpi di pietra e, in seguito, con l’uso di mortaio e pestello di pietra o di legno duro. Un procedimento ancora più semplice consisteva nel riscaldamento dei grani con pietre arroventate e loro successivo stritolamento con le mani.
Intorno al 2500 a. C., in Egitto, la molitura dei cereali era eseguita con macine “a sella” (rulli fatti rotolare su pietre piatte); mentre nella Grecia classica fu introdotto il mulino a pressione, in cui il grano veniva macinato per schiacciamento.
Tutti questi sistemi rudimentali sono tuttora diffusi presso le popolazioni in via di sviluppo.
Dal III secolo a. C., nel bacino del Mediterraneo, comparve la macina (o mulino) a mano, una delle prime applicazioni del moto rotatorio. La macina era originariamente costituita da due rudimentali dischi di pietra piatti sovrapposti (palmenti), quello superiore bucato e attraversato da un bastone, per mezzo del quale era possibile farlo ruotare su quello sottostante. In seguito, la macinazione a palmenti fu perfezionata, introducendo il mulino arabo, mosso dalla forza animale.
Intorno al 1000 a. C., si cercò di dare forme più razionali ai palmenti. I Romani realizzarono una macina (“mola versatilis”, o “manumolae”) costituita da blocchi monolitici opportunamente sagomati, il sottostante fisso, di forma conica e quello superiore mobile, con due cavità di forma anch’essa conica, unite per il vertice con un foro comunicante.
Il grano, caricato dall’alto, veniva schiacciato all’interfaccia fra di essi per la rotazione attorno all’asse verticale della macina. Il vantaggio rispetto ai precedenti sistemi di molitura è rappresentato dal fatto che essa utilizzava un moto di tipo continuo, non complesso come quello alternativo, quindi azionabile sfruttando dapprima la forza animale e, successivamente, la corrente di corsi d’acqua.
Tra il II e il I secolo a. C., nelle regioni collinose del vicino Oriente furono introdotte, probabilmente dagli Arabi, le prime ruote idrauliche: il cosiddetto mulino greco o scandinavo, a ruota orizzontale connessa direttamente alla macina tramite un asse verticale, sull’estremità del quale erano calettate le pale a cucchiaio inclinate, alimentate da una doccia d’acqua. Tale ruota poteva funzionare per piccoli volumi d’acqua a corrente molto rapida, caratteristici delle zone montane; inoltre, il flusso della doccia doveva essere costante. La potenza erogata da tale macchina era di circa 0,4 W., in grado di soddisfare poco più che l’esigenza di un nucleo domestico, quindi poco adatto alla produzione a scopo commerciale della farina.
Di fatto, “nella sua primissima forma, il mulino scandinavo implica anch’esso un cambiamento dell’origine della potenza motrice, dai muscoli animali a una macchina azionata dall’acqua corrente, piuttosto che un nuovo livello di produzione dell’energia”.
Nel I secolo a. C., Vitruvio descrisse per la prima volta la ruota idraulica ad asse orizzontale (o mulino vitruviano), con macina connessa indirettamente tramite sistema di rudimentali ingranaggi (ruote dentate) di legno, capace di moltiplicare la velocità di rotazione della macina rispetto a quella della ruota idraulica. Con un rapporto tra numero di giri della macina e numero di giri della ruota pari a 5:1, si poteva raggiungere una potenza di circa 2,2 W., in grado di macinare quasi 15 kg. di grano all’ora. La ruota del mulino vitruviano era, in origine, alimentata “per di sotto”, mossa cioè direttamente dal corso d’acqua, che ne colpiva le pale dritte. Tuttavia, questo sistema garantiva un buon rendimento soltanto se impiantato su correnti d’acqua rapide e con volumi idrici costanti.
Successivamente, si scoprì che era più efficiente impiegare un sistema di alimentazione “per di sopra”, con  ruota a cassette, in grado di sfruttare il peso dell’acqua. Il flusso dell’acqua doveva, però, essere ben diretto e regolato: l’acqua proveniente dal fiume veniva raccolta prima in un bacino (bottaccio) e, tramite una chiusa (stramazzo), giungeva sulle cassette della ruota, per mezzo di un canale di legno (doccia). Questo sistema consentiva di sfruttare vantaggiosamente anche i corsi d’acqua a flusso lento o a volume variabile: la chiusa consentiva di innalzare il livello dell’acqua fornendole il carico sufficiente per muovere la ruota.
Un terzo sistema di alimentazione, “per di fianco” (o ruota a cassette “colpita alle reni), era una combinazione dei due sistemi precedenti.
Vitruvio trattò del mulino a proposito delle macchine per sollevare l’acqua, un’altra applicazione della ruota idraulica, sulla quale era fissata una serie di bacinelle che si riempivano in un bacino, durante la rotazione, e scaricavano il loro contenuto in un altro bacino, posto a una quota maggiore. Come afferma Marc Bloch, “nel mulino ad acqua [...] è forse possibile scorgere lo sviluppo, a breve intervallo, di un’invenzione che, essendosi proposta in un primo tempo di facilitare l’irrigazione, trovò il suo luogo naturale là dove l’agricoltura fu sempre una lunga lotta contro la siccità dell’estate”. Il più consistente sistema molitorio dell’era romana di cui si ha testimonianza è quello di Barbegal, presso Arles (Francia), risalente al 308-316 d. C. L’impianto era formato da un doppio canale costruito su un declivio avente pendenza di 30° e dislivello 18,60 m., alimentato per mezzo di un acquedotto. In esso erano poste otto ruote di legno mosse “per di sopra” (quattro per ramo). Ognuna di esse aveva diametro 2,20 m. e larghezza 0,70 m. ed erano fissate con piombo agli assali di ferro; gli ingranaggi, anch’essi di legno, erano alloggiati in camere poste sotto le macine, due per ciascuna ruota. Le macine avevano diametro 90 cm. e quella superiore era munita di tramoggia per l’alimentazione. La capacità molitoria di ogni serie macine era di circa 15-20 kg./h. L’impianto era dunque in grado di macinare circa 240-320 kg./h., che corrispondono a circa 2,8 tonnellate di farina in una giornata di dieci ore: una produzione sufficiente ad alimentare una popolazione di 80000 persone e, dato che nel III secolo Arles contava circa 10000 abitanti, destinata a soddisfare la richiesta locale e quella dell’esercito del Narbonese.
Tuttavia, le civiltà mediterranee antiche, seppur grandissime consumatrici di farina, non sfruttarono su grande scala il mulino vitruviano; la sua diffusione capillare in tutta Europa dovette attendere il Medioevo.
I mulini a Roma erano azionati da cavalli o asini, ma soprattutto dalla forza umana. La crescita economica dipendeva direttamente dall’espansione militare, quindi dall’acquisizione di bottini, tributi e prigionieri di guerra, che garantivano la produzione; mentre i cittadini liberi potevano essere impiegati nell’esercito, assicurando così il processo espansionistico. Fino al II secolo d. C., nella Roma imperiale, l’impiego della schiavitù costituì il sistema produttivo principale, essendo quello più a buon mercato, e “i proprietari dei latifundia non avevano alcuna ragione di installare delle macchine costose, quando i mercati e le loro stesse case rigurgitavano di bestiame umano”. Un’invenzione non si diffonde se il suo bisogno sociale non è largamente avvertito.
In tutto il mondo antico non era sentita l’esigenza di trasformare un sistema che comunque era in grado di soddisfare la domanda. “La produzione in massa dei beni avrebbe infatti significato una sovrapproduzione nel mondo antico, che investiva il suo capitale in schiavi e terreni”.
Questo però produsse un generale ristagno per quanto riguarda l’innovazione tecnologica, che si protrasse fino alla caduta dell’Impero.
Oltre a cause di ordine socio-economico, alla mancata diffusione del mulino ad acqua concorrevano anche cause di natura geografica:
esso non poté diffondersi laddove non esistevano corsi d’acqua oppure la loro portata non era adeguata all’impianto di ruote idrauliche. La costruzione di mulini idraulici fu perciò circoscritta alle zone ricche di fiumi e torrenti, o nelle quali si era in grado di ottenere flussi d’acqua abbondanti e costanti, oppure laddove sussistevano una forte domanda di farina e una inadeguata offerta di manodopera a buon mercato. Le popolazioni che vivevano su un territorio privo di corsi d’acqua continuarono a utilizzare i vecchi sistemi di molitura, fino alla fine del XII secolo, quando fu introdotto il mulino a vento.
Verso la fine dell’Impero (III-IV secolo), si verificarono le condizioni necessarie alla diffusione del mulino ad acqua: “abbassamento generale della popolazione; restrizioni, in particolare nel rifornimento di mano d’opera servile; tendenza infine, dopo la dissoluzione dei grandi raggruppamenti di schiavi nutriti direttamente dal padrone, a disperderne i componenti su appezzamenti staccati dal demanio”, mentre “la concentrazione di energia era ottenuta mediante l’impiego di grosse squadre di uomini”.
Con la crisi e la caduta dell’Impero (V secolo) e per tutto l’alto Medioevo, si incrementò lo sfruttamento della forza idraulica per la molitura, grazie all’applicazione del mulino vitruviano - che rese disponibile un più alto grado di rendimento per quanto riguarda la produzione di energia - in sostituzione della forza prodotta dall’uomo e dagli animali. Nacque così una nuova figura professionale artigianale specializzata: i “molitores” o “molendarii”, cioè i mugnai.
“Al tempo in cui fu introdotta lruota idraulica come motore primario, una rivoluzione spirituale [l’avvento del cristianesimo] aveva spazzato via la concezione classica decarattere degradante del lavoro manuale. La schiavitù aveva sempre abbassato la condizione economica e sociale dei liberi artigiani, ridotto al minimo i loro salari e li aveva esposti al disprezzo delle classi intellettuali. Insieme con la scarsa domanda dei prodotti, essa aveva frustrato l’inventiva meccanica e quindi l’affermazione di metodi efficaci per produrre merci a buon mercato per tutti. [...] Il cristianesimo non solo modificò l’atteggiamento del cittadino verso il povero e lo schiavo, ma attaccò a fondo la concezione classica esaltando il valore del lavoro manuale. [...] Si apriva così la porta a una concezione secondo cui la natura doveva essere asservita all’uomo e le sue forze avrebbero dovuto essere vinte e aggiogate per facilitare il compito e la vita dell’uomo stesso. [...] Il mondo antico non sognò l’imbrigliamento di queste forze [che considerava] soprannaturali [dotate cioè di anima propria] fino all’avvento del cristianesimo, che con la sua opposizione all’animismo aprì la via a un uso razionale delle forze della natura”.
Tuttavia, i vecchi sistemi di molitura, azionati dalla forza umana o animale, non cessarono di essere utilizzati, soprattutto nelle zone prive di corsi d’acqua e nelle case dei contadini; oppure nei periodi di piena, di siccità, durante le gelate o le alluvioni, durante gli assedi, a causa dei frequenti spostamenti, nei periodi in cui i corsi d’acqua venivano interrotti, oppure a causa del diritto di disporre di questi ultimi, della necessità di costruire opere di presa e canalizzazione, delle spese di manutenzione degli impianti. Tra l’altro, l’uso di macine portatili a mano consentiva di eludere, durante il viaggio, i diritti di molitura.
La realizzazione di un mulino ad acqua divenne vantaggiosa quando finalmente si ebbe la possibilità di macinare grosse quantità di cereali.
Questo poté avvenire nelle grandi tenute monastiche o signorili, dove furono infatti installati i primi grandi impianti molitori. La causa principale dell’impiego su vasta scala del mulino idraulico rimane, comunque, la carenza di manodopera.
Condizione che si verificò in conseguenza della crisi del mondo grecoromano. Così, dal IX secolo, si rese indispensabile l’integrazione e, in alcuni casi, la sostituzione del lavoro umano con l’energia idraulica.
Dal XI secolo l’impiego su vasta scala della ruota idraulica rivoluzionò non solo la molitura dei cereali, ma essa iniziò a prestarsi, grazie a notevoli innovazioni tecniche e, soprattutto, al perfezionamento dell’albero a camme, al funzionamento di qualsiasi tipo di macchinario, condizionando la distribuzione territoriale delle attività produttive, che furono impiantate lungo i corsi d’acqua.
Nel XII secolo l’energia idraulica, in Europa, costituiva la più importante fonte energetica, utilizzata per la follatura di panni (gualchiere), la torcitura della seta, nella lavorazione dei legnami (segherie), nelle miniere (per sollevare minerali, aerare e drenare le gallerie e i pozzi), nella metallurgia e siderurgia (per frantumare i minerali, azionare mantici e magli nelle fucine, molare lame), per tagliare e levigare il marmo, produrre olio (frantoio e torchio per le olive), per la produzione del malto (birrerie), per macinare la polvere da sparo e i pigmenti, per preparare la pasta per la carta (cartiere), nella concia dei pellami, per sollevare e trasportare l’acqua (pompe) e oggetti di ogni genere.
Nel XVIII secolo si costruivano ruote idrauliche aventi diametro variabile tra 1 e 3,5 m., per una potenza corrispondente di 13,5 CV.
Contemporaneamente si iniziarono a progettare le prime macchine atte a sostituire la fatica umana e a moltiplicare la produzione. Si cercò di inventare nuovi meccanismi che permettessero di ottenere maggiori rendimenti, quindi potenze in uscita sempre più elevate. Lo studio dell’ingegneria meccanica, verso la fine del Medioevo, si occupò principalmente del problema della trasmissione della forza motrice; del modo più razionale e conveniente di addurre l’acqua alla ruota, attingendone la giusta quantità; del dimensionamento delle pale, in modo da sfruttare con il massimo profitto sia l’energia di posizione sia l’energia cinetica dell’acqua; della giusta pendenza da dare alla gora nella sua parte finale, per minimizzare gli svantaggi causati dall’accumulo  d’acqua sotto la ruota, con conseguente suo rallentamento.
Tutte le macchine progettate e costruite in questi secoli erano realizzate principalmente in legno; tuttavia si fece sempre più sensibile la necessità di impiegare le parti metalliche più soggette all’usura (rotismi, valvole, assi, supporti, perni, cuscinetti, piattabande, catene, ecc.).
Questi studi e le migliorie che essi portarono favorirono l’espansione e il moltiplicarsi di ruote idrauliche e di attività da esse azionate. La diffusione del mulino ad acqua fu agevolata anche dall’introduzione in tutta Europa dei mulini galleggianti montati su barche e chiatte, facilmente trasportabili lungo i corsi d’acqua dove la corrente era più favorevole, oppure per garantire la produzione durante gli assedi, all’interno delle città. Furono realizzati anche mulini a marea in Francia, dove comparvero nel 1125-1133 presso la foce dell’Adour; successivamente in Gran Bretagna e a Venezia. Si moltiplicarono, di conseguenza, anche le controversie in merito ai diritti di proprietà e d’uso delle acque tra mugnai e proprietari di mulini, pescatori, addetti alla navigazione di chiatte e barche, danneggiati a causa delle opere di presa superiori.
Un ruolo di spicco nel processo di diffusione del mulino ad acqua fu assunto dai monaci cistercensi, che utilizzavano l’energia idraulica oltre che per la molitura del grano, per tutte quelle attività produttive necessarie a rendere autosufficienti le loro abbazie. Essi si interessarono, in particolare, alla costruzione di forge con magli idraulici e furono pionieri nell’uso di questi nella metallurgia del ferro.
Meccanizzando il più possibile i lavori tradizionalmente svolti dall’uomo, i monaci avrebbero così avuto più tempo per le questionispirituali.
Durante i secoli XVI e il XVII furono migliorate le tecniche costruttive di macchine e meccanismi già conosciuti, ma soprattutto furono inven- Mulino Bosetti a Fagnano Olona (VA): piano terra, primo locale molitate e costruite nuove torio: “molazza” per il “pannello” (mangime per animanli).
macchine sempre più complesse e più strettamentale per la costruzione delle mente correlate tra loro. Questo fu macchine rimase il legno, mentre possibile grazie a un “aumento dell’uso dei metalli, a causa dell’ancor l’accuratezza e della precisione nel alto costo di lavorazione, fu riserva coordinamento delle varie parti to alle parti che necessitavano di delle macchine”.
maggiore durata e robustezza; oltre Fu impiegato un numero sempre ad essere destinato agli oggetti di maggiore di ingranaggi, viti senza lusso e alle armi.
fine e apparati meccanici in grado In quell’epoca, non furono apportadi produrre il moto. In questo periote innovazioni nella costruzione di do si iniziò a costruire strumenti di ruote idrauliche, se non per quanto precisione e si fecero notevoli passi riguarda la ruota orizzontale senza avanti nel campo della meccanica ingranaggi. Pertanto i sistemi strumentale.
costruttivi delle ruote rimasero per Nel XVII secolo si costruirono ruote secoli quelli indicati da Vitruvio e dai idrauliche che raggiungevano i 10 trattatisti che lo seguirono. Nel 1579, m. di diametro, ma la maggior parte Jacques Besson descrisse una ruota dei mulini, in quell’epoca, impiega orizzontale di nuova concezione, in vano ruote con diametro compreso uso nella Francia meridionale, in tra 2 e 4 m. Si preferì, infatti, dotare i grado di sfruttare l’effetto di reaziomulini di più ruote, al fine di ne dell’acqua sulle lamine ricurve aumentarne la potenza, piuttosto (pale) della ruota. Furono applicati che affrontare i problemi connessi nuovi principi di sfruttamento della alla concentrazione di energia su corrente grazie ai quali si rese più un’unica ruota.
efficace e meglio controllata la forza Tuttavia, nonostante gli importanti sviluppata dal moto dell’acqua sulle sviluppi tecnici, il materiale fondapale, aumentando così le prestazioni della ruota. Questa innovazione costituì un ulteriore passo verso l’invenzione della turbina idraulica.
Le notevoli capacità progettuali dei costruttori di mulini settecenteschi sono testimoniate dalla complessità e dalla grande quantità macchine realizzate in quell’epoca e illustrate nelle tavole dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert.
Nella seconda metà del XVIII secolo, John Smeaton calcolò i rendimenti ottenibili con i vari tipi di ruota, dimostrando che l’alimentazione “per di sotto” non consentiva di superare - a causa dell’azione diretta dell’acqua sulle pale - un rendimento del 22 %, contro il 63 % ottenuto da una ruota alimentata “per di sopra”. Tuttavia, per disporre di un simile rendimento, era necessario mantenere la velocità periferica della ruota intorno ai 60 m./min..
Proprio Smeaton iniziò a utilizzare ruote, alberi e corone di ghisa, in sostituzione dei vecchi meccanismi di legno, aprendo la strada allo sviluppo della grande industria moderna, che, in seguito, soppiantò l’uso della vecchia ruota ad acqua, per sostituirla con la turbina idraulica e poi a vapore.
Fino all’inizio del XIX secolo, quando furono realizzati i primi lamina- toi a cilindri, la macinazione del grano veniva realizzata esclusiva- mente con macine a palmenti di pietra.
Con l’introduzione dei laminatoi a cilindri, fu rivoluzionata l’industria molitoria: il sistema della “bassa (o piatta) macinazione” fu sostituito da quello dell’ “alta (o graduale) macinazione”. Il sistema tradizionale “bassa macinazione” - veniva realizzato con macchinari molto semplici e installazioni economiche: locali non molto ampi, alcune coppie di macine a palmenti, un buratto per setacciare la farina e alcuni pulitori per il grano. la macina superiore correva molto vicina (“bassa”, appunto) a quella inferiore, i cereali venivano pertanto ridotti in farina molto velocemente. Tuttavia, a causa della forte pressione e della frizione esercitate dalle macine, insieme alla parte farinacea delle granaglie, veniva triturata anche la crusca, difficilmente separabile dalla farina, anche dopo vari passaggi al buratto. la forte pressione, inoltre, produceva un eccessivo riscaldamento dei prodotti, che ne  diminuiva ulteriormente la qualità.
Il sistema dell’ “alta macinazione” poteva essere praticato con gli stessi mulini a palmenti, variando opportunamente la distanza fra le macine, che venivano poste a una distanza maggiore.
Occorrevano, tuttavia, più passaggi per ottenere una farina fine come quella prodotta con il sistema della “bassa macinazione”.
L’ “alta macinazione” iniziò ad essere economicamente praticabile con l’introduzione dei laminatoi a cilindri, con cui il grano era gradualmente sgretolato in semole sempre più fini, con intermedie separazioni delle crusche, al fine di ottenere sfarinamenti più precisi su prodotti liberati dagli strati corticali.
“Dal mulino... alla fabbrica” “I mulini ad acqua sono i prototipi della fabbrica del XVIII e XIX secolo prima che l’utilizzazione del vapore soppiantasse la forza motrice idrica”. Il mulino è stato la prima “macchina industriale” - il primo esempio, cioè, di macchina associata a un edificio - e il sistema delle ruote idrauliche e degli ingranaggi connessi costituì un prezioso elemento su cui impiantare una fabbrica, nella fase iniziale dell’industrializzazione. “Non a caso - nota Antonello Negri - il termine con cui in Inghilterra si indicava originariamente il mulino, mill, venne utilizzato anche per fabbriche tessili (cotton mill), per cartiere (paper mill), per la metallurgia (steel mill) fino a significare, senza specifiche connotazioni produttive, opificio, fabbrica, stabilimento”.
“I mulini da grano si pongono alla base del successivo sviluppo industriale, rappresentando insieme l’impianto della forza motrice primaria, l’acqua, e il modello edilizio a cui si è uniformata la maggior parte degli edifici industriali, soprattutto nella fase di avvio”. Le prime industrie, dunque, erano localizzate in prossimità di corsi o cadute d’acqua, al fine di sfruttarne la forza motrice attraverso le ruote dei mulini esistenti. In un primo momento, le nuove attività si affiancarono semplicemente all’attività molitoria, senza peraltro sostituirsi a essa: nello stesso complesso potevano coesistere mulino da grano, filatoio, folla di carta o di panno, ecc.
Successivamente, invece, queste attività soppiantarono il vecchio mulino da grano, si scatenò una vera e propria corsa per accaparrarsi le ruote già impiantate sui fiumi.
Sul finire del XIX secolo si iniziarono a costruire grandi mulini industriali, nei quali furono centralizzate tutte le operazioni fino ad allora svolte in numerose unità produttive sparse sul territorio. Dapprima essi furono azionati con motrici a vapore, che sostituirono le ruote e le turbine idrauliche, e in seguito con turbine idroelettriche. Le dimensioni e l’aspetto estetico degli impianti mutarono notevolmente. “A un’architettura anonima e povera, legata a tradizioni e modi costruttivi locali, si sostituirono strutture e forme dettate dalle necessità della produzione industriale, che si avvaleva di uno “stile internazionale” valido in Italia come già in Inghilterra e nelle regioni industrializzate del resto d’Europa”. Grazie all’impiego sempre più massiccio dell’energia elettrica, i nuovi insediamenti produttivi furono svincolati dai corsi d’acqua, fino allora fonte di energia motrice, per impiantarsi lungo le vie di comunicazione principali o in città. L’industrializzazione dell’attività molitoria condusse a un progressivo abbandono degli impianti tradizionali. Soltanto alcuni vecchi mulini, i cui proprietari ebbero a disposizione i capitali necessari al rinnovamento dei macchinari, continuarono a macinare fino agli anni ‘50 di questo secolo e, in alcuni rari casi, fino agli anni ‘70-’80.
I mulini situati in contesti urbani - o successivamente inglobati dall’espansione urbana - che subirono la trasformazione d’uso, difficilmente sopravvissero all’aggiornamento tecnologico.
Le strutture ancora oggi esistenti, seppur versanti in pessime condizioni, sono quelle che, inserite in contesti lontani dalla cultura industriale e, di conseguenza, dalla prassi obbligata del rinnovamento continuo, hanno mantenuto anche durante questo secolo la propria funzione di mulini da grano; oppure, quando è cessata definitivamente l’attività molitoria, non sono state abbattute per lasciare posto ad altre costruzioni, ma sono state semplicemente abbandonate o riutilizzate.
Le ruote idrauliche ancora oggi esistenti sono, quindi, quelle conservate nei mulini che hanno mantenuto la loro funzione fino alla dismissione. Raramente si trovano ruote di legno e con pale dritte, oppure ruote mosse “per di sopra”; si tratta per lo più di ruote di ferro mosse “per di sotto”, con pale ricurve (di tipo “Poncelet”). Insieme alla maggior parte delle testimonianze architettoniche (gli edifici dei mulini) e tecnologiche (i macchinari in essi contenuti), si è persa quasi completamente quella fitta rete di canali e rogge che, non solo servivano all’alimentazione degli impianti e all’irrigazione della campagna, ma che, già in epoca antica e fino all’inizio di questo secolo, strutturavano l’intero territorio, disegnandone i profili, delimitando i confini e con- ferendogli identità.
Come funziona la macchina mulino Il mulino è innanzi tutto una macchina. Più precisamente, in esso è espressa, per la prima volta nella storia della tecnica, la simbiosi tra macchina e edificio. Questa associazione è strettamente connessa a evidenti esigenze di economicità e razionalizzazione degli spazi e del lavoro in essi svolto, allo scopo di massimizzare le condizioni geomorfologiche in cui il mulino è inserito - simbiosi tra edificio e contesto territoriale - e minimizzare i costi.
Come ogni macchina, il mulino è costituito da diverse parti, il cui corretto coordinamento garantisce la funzionalità dell’intero sistema.
 
Il sistema delle rogge
 
La roggia molinara - o più semplicemente roggia - era il canale derivato artificialmente, attraverso un’apposita chiusa di derivazione (o porta), dal fiume o dal torrente allo scopo di alimentare le ruote idrauliche.
In origine, le ruote erano immerse direttamente nel corso d’acqua principale. Dai primi secoli dopo il Mille, soprattutto per merito dei monaci cistercensi, che iniziarono un’intensa opera di bonifica e organizzazione dell’irrigazione e del territorio, furono realizzati sistemi di presa sempre più perfezionati e complessi, costituiti da sbarramenti, dighe, sfioratori e chiuse.
“Anticamente per la derivazione dall’Olona delle rogge molinare si formavano attraverso al fiume le chiuse    anche con sole pietre mobili, o con terra, o con passoni e fascine. Le teste dei passoni segnavano la competenza d’acqua devoluta all’inferiore molino.
 
Ma ad ogni piena quelle chiuse venivano distrutte o sconnesse.
 
Ora questi manufatti sono tutti costruiti in muratura colla cresta in pietra o in cemento. La loro manutenzione è a carico degli utenti che utilizzano le acque così derivate. È assolutamente proibito ogni sopralzo della chiusa anche se temporaneo per non ledere i diritti di altri utenti. È pure vietato di formare chiuse anche instabili a valle delle bocche d’irrigazione per  favorirne la erogazione”.
Gli sbarramenti venivano impiegati con il duplice scopo di creare una scorta d’acqua (bacino o bottaccio), soprattutto se il corso d’acqua era a carattere torrentizio - come nel caso del fiume Olona - e di alzare il livello dell’acqua nel bacino di raccolta, al fine di accrescere il salto utile a fornire la quantità di energia necessaria al movimento delle ruote.
Durante i periodi di inoperosità del mulino o di piena, l’acqua veniva fatta defluire attraverso gli scolmatori (o scaricatori) posti a monte dell’edificio idraulico, manovrando opportunamente sulle chiuse.
Lungo le sponde delle molinare venivano aperte le bocche (o bocchelli) d’irrigazione, attraverso i quali si faceva defluire l’acqua utile all’agricoltura.
La roggia molinara e il tratto del fiume tagliato dalle chiuse di derivazione (ramo “morto”) formavano un’isola (o insula), a servizio del mugnaio. Tale isola poteva essere irrigata - per la produzione di foragio - mediante un apposito bocchello libero (senza chiusa).
L’edificio idraulico o nervile L’edificio idraulico (nervile) costituiva il sistema di distribuzione dell’acqua sulle ruote. Esso era formato da una serie di corsie o canarelle (in relazione al numero delle ruote esistenti), controllate da altrettante paratoie mobili (o bocca al nervile), poste attraverso la roggia molinara.
Manovrando opportunamente su queste era possibile regolare il flusso d’acqua allo scopo di ottenere una corrente costante diretta, attraverso il canale di alimentazione, sulle pale della ruota.
Almeno una corsia - detta spazzera doveva rimanere libera (senza ruota) e sempre aperta, con la funzione di scaricatore del nervile, allo scopo di garantire il giusto apporto d’acqua al mulino inferiore (più a valle) e, contemporaneamente, non pregiudicare, a causa del riflusso, il corretto movimento delle ruote al mulino superiore (a monte).
Lungo la serie di paratoie era posta una passerella (ponticella) di servizio alla manovra delle stesse, che consentiva anche il passaggio da una parte all’altra della roggia e, nei mulini doppi, il collegamento fra di essi.
Esisteva anche un altro tipo di struttura, però meno diffusa: il “mulino interno”.
Era costituito da un corpo di fabbrica sporgente sulla roggia, nel quale era praticata un’apertura ad arco sotto cui girava la ruota.
Le parti costituenti il nervile erano, in origine, realizzate interamente, come le ruote idrauliche, con legno.
caratterizzava e lo distingueva dagli altri edifici.
Un mulino poteva avere una o più ruote, in relazione alle sue dimensioni  e al numero di macine che vi lavoravano.
La funzione della ruota idraulica era quella di trasformare l’energia cinetica forMulino Bosetti a Fagnano Olona (VA): nervile con ponticella, visto dal nita dall’acqua in meccanico ponte d’accesso all’ex Oleificio Salmoiraghi. Foto Alessandro Zibetti, 1998 lavoro (moto rotatorio), con Già dal ‘700 le parti in legno logore il maggior rendimento possibile. La degli edifici idraulici furono proruota era imperniata a un asse gressivamente sostituite con strut(albero motore) supportato da ture di pietra e/o cotto.
cuscinetti che poggiavano sulle Quando, verso la fine del XVIII secospalle del canale di alimentazione lo, le vecchie ruote di legno furono (corsia). Per mezzo dell’albero sostituite dapprima con ruote di motore il moto era trasferito all’inghisa e, in seguito, di ferro, anche le terno dell’edificio. Qui, attraverso strutture che componevano l’edifistrutture che componevano l’edifiun sistema di ingranaggi (o di pulegcio idraulico subirono pesanti ge e cinghie) più o meno complesso, modificazioni, connesse all’impiego veniva ridotto o moltiplicato secondi motori idraulici più potenti.
do le esigenze e distribuito medianGeneralmente, nei mulini che te alberi verticali alle macine e alle nel’600 utilizzavano più di tre ruote altre macchine del mulino.
di legno, queste furono sostituite, nel corso dell’800, con una o due Ruota alimentata “per di sotto” ruote di ferro di tipo “Poncelet”.
Era costituita da una serie di pale Di conseguenza, diverse corsie furopiane di legno fissate a distanza no soppresse, modificando così la regolare lungo la periferia di una struttura originaria dei nervili.
ruota, anch’essa di legno. Il canale di alimentazione era leggermente Le ruote idrauliche inclinato e consentiva di dirigere il La ruota idraulica (o motore idrauliflusso d’acqua sulle pale. L’urto proco), insieme al sistema di ingranaggi duceva una pressione in grado di connessi, spesso di grandi dimenimprimere alla ruota un moto rotasioni, era l’elemento più vistoso del torio, la cui velocità era funzione mulino, quello che, all’esterno, lo della forza trasmessa e della resistenza da vincere (inerzia).
La velocità di efflusso dell’acqua era costante. Quanto maggiore era tale velocità tanto minore risultava la qualità del lavoro che essa era in grado di compiere, essendo minima la pressione esercitata dall’acqua sulle pale. Per vincere l’inerzia, la ruota, sotto la spinta idraulica, assumeva una velocità conseguente all’equilibrio che si stabiliva tra la pressione dell’acqua sulle pale e l’inerzia stessa.
All’uscita della ruota, l’acqua ritornava al fiume attraverso una gora di scarico la cui pendenza, se adeguata, riduceva al minimo la stagnazione, che avrebbe causato il rallentamento della ruota.
• Rendimento della ruota alimentata “per di sotto”.
Le ruote alimentate "per di sotto" erano poco redditizie dal punto di vista del rendimento: le perdite di carico lungo le pareti del canale di alimentazione riducevano la velocità della ruota, l’acqua arrivava con violenza sulle pale riducendo ulteriormente l’energia utile e le abbandonava conservando una discreta velocità, trattenendo altra energia.
RENDIMENTO MASSIMO = 25%, in corrispondenza di una velocità della ruota pari a 0,45 volte quella dell’acqua sulle pale; ben il 75% dell’energia in ingresso era dissipato112.
 
Ruota alimentata “per di sopra” o “a cassette”
 
Era una ruota di grandi dimensioni sulla cui circonferenza era posta una serie di cassette (di legno o metallo) in grado di contenere l’acqua addotta dall’alto, attraverso un canale (doccia) che attingeva nella gora superiore, appena sotto il pelo dell’acqua.
La ruota girava per effetto dell’appesantimento delle cassette riempite d’acqua poste sul lato a valle: l’energia di posizione dell’acqua veniva trasformata in energia meccanica disponibile sull’asse della ruota.
Le cassette dovevano, pertanto, essere in grado di scaricare l’acqua in esse contenuta più in basso possibile e permettere - attraverso i forellini praticati sul fondo, che consentivano la fuoriuscita dell’aria - il riempimento e l’abbandono dell’acqua il più velocemente possibile.
Questo sistema era utilizzato soprattutto nei tratti iniziali dei corsi d’acqua, o comunque dove i declivi naturali lo consentivano, generalmente per cadute molto alte, ma povere d’acqua.
• Rendimento della ruota alimentata “per di sopra” o a “cassette”.
Durante il moto, la ruota produceva forza centrifuga, quindi il suo rendimento era tanto maggiore quanto minore era la velocità di rotazione (di cui la forza centrifuga è funzio-
ne). Inoltre, con velocità di rotazione bassa era possibile alimentare la ruota evitando urti e riducendo la velocità di abbandono dell’acqua dalle cassette. RENDIMENTO MASSIMO = 75%, con una velocità periferica di circa 1 m./sec. Il basso numero di giri dell’albero motore ottenibile poteva ssere moltiplicato attraverso opportuni ingranaggi.
 
Percorso attuale del fiume Olona e suo bacino imbrifero.
 
Ruota alimentata "per di fianco"
Questa ruota era costituita da pale  piatte, cinte per un tratto da un canale stretto a forma di settore circolare, alla cui sommità era posta l’alimentazione. Era una combinazione tra il sistema “per di sotto” e quello “per di sopra”: l’acqua prima  agiva sulle pale con forza viva (“per di sotto”), poi, costretta tra le pale inferiori e il condotto, continuava ad agire per effetto del suo peso (“per di sopra”), finché non veniva scaricata nella gora inferiore. Era possibile far prevalere un effetto sull’altro, variando la posizione dell’alimentazione (pelo dell’acqua). Tuttavia, essendo più vantaggioso il sistema “per di sopra”, si preferiva alimentare la ruota attingendo l’acqua dal  bacino di raccolta poco sotto il pelo  libero dell’acqua, sfruttando la sua energia di posizione.
 
Vantaggi
• il salto era sfruttato integralmente: l’acqua abbandonava le pale solo quando raggiungeva la gora di scarico;
• la ruota sopportava soltanto la componente tangente alla circonferenza della forza peso dell’acqua, cioè la sola utile alla trasmissione dell’energia, riducendo così l’attrito sui cuscinetti.
 
Svantaggi
• notevole resistenza opposta al moto dell’acqua dalle pareti della corsia;
• imperfetta tenuta tra condotto e pale (perdite, che potevano essere in parte ridotte aumentando opportunamente il numero dei giri).
• Rendimento di una ruota alimentata “per di fianco” RENDIMENTO MASSIMO = 65%, con dimensioni della ruota pari a: diametro = 3÷6 m.; larghezza = 0,5÷2 m.; salto = 1÷3 m.114.
 
Ruota di tipo “Poncelet”
Era una ruota di ferro a pale ricurve, rese quasi tangenti a essa, in corrispondenza del suo diametro esterno. L’energia trasmessa dall’acqua alla ruota era aumentatai: l’acqua in ingresso non urtava le pale, evitando così di perdere velocità ed energia e, all’uscita, abbandonava le pale con una velocità minima, scaricando alle stesse tutta l’energia disponibile. Le perdite per attrito erano uasi annullate dalla pendenza del canale. La ruota di tipo “Poncelet” era una ruota alimentata “per di sotto” che consentiva di ottenere un rendimento maggiore rispetto alla ruota a pale piane, conservandone la maggior velocità di rotazione.
• Rendimento di una ruota di tipo “Poncelet” RENDIMENTO MASSIMO = 60%, in corrispondenza di una velocità della ruota pari a 0,55 volte quella dell’acqua in ingresso116.
 
Ruota ad asse verticale
 
Era costituita da un mozzo al quale erano fissate (o calettate direttamente su esso) delle pale di legno ricurve e inclinate (a cucchiaio). La ruota era montata su un asse che era lo stesso della macina, semplificando così al massimo la trasmissione del moto.
L’alimentazione era costituita da una canalina (doccia) inclinata diretta sulle pale.
 
• Rendimento di una ruota ad asse verticale RENDIMENTO MASSIMO = 20%, con una velocità periferica pari a 0,7 volte la velocità dell’acqua all’ingresso. Era una ruota adatta per alte cadute, ma povere d’acqua.
Il complesso delle macine era posto su un soppalco di legno, sorretto da robuste travi, anch’esse di legno, al di sopra del sistema di trasmissione del moto, al piano terreno.
Le macine tradizionali erano dette a palmenti orizzontali sovrapposti ed erano costituite da due grossi e pesanti dischi di pietra: una macina fissa o “giacente” (inferiore) e una mobile, “corsoia” o “corridore” (superiore). L’albero motore o palo [F] attraversando la macina fissa si congiungeva a quella mobile tramite branche di fissaggio innestate nelle intaccature scavate nella faccia inferiore di questa (punto d’appoggio). Allo scopo di garantire il perfetto parallelismo fra le due macine, la macina mobile veniva equilibrata con opportune colate di piombo.
La distanza fra le macine poteva essere variata, al fine di macinare vari tipi di cereali oppure ottenere diversi tipi di farina, alzando o abbassando la macina mobile mediante la regolazione di un’apposita vite (o leva), che permetteva di agire sulla posizione dell’albero.
Ogni macina era generalmente realizzata con un solo blocco di pietra locale; le migliori erano però costituite da varie pietre accuratamente scelte, legate con gesso e solidamente serrate con cerchiature di ferro. In origine, i diametri delle macine variavano tra m. 1,80 e m. 2,80; in seguito, si preferì non oltrepassare un diametro di m. 1,30, per un peso  di ciascuna macina pari a 7(8 quintali. Sulle facce adiacenti delle due macine - le superfici di macinazione - venivano praticate delle scanalature (o canette) non eccessivamente profonde e con andamento leggermente obliquo rispetto ai raggi, dirette dal centro alla periferia, in modo tale che, accoppiate le due macine, esse agissero, durante la rotazione, come lame di forbice. Le scanalature avevano anche lo scopo di “far respirare” la farina, evitando che si surriscaldasse. Le macine andavano picchiettate con un apposito martello circa ogni otto giorni, altrimenti la superficie macinante si consumava (“faceva il ghiaccio”) e il grano scivolava su di essa. Dopo l’esecuzione di questa operazione, la prima farina prodotta conteneva parecchie impurità, pertanto il mugnaio era solito tenerla per il suo consumo personale.
Le due parti costituenti la macina erano chiuse da un coperchio di legno (cassa o cassone) e sormontate da una tramoggia di alimentazione di legno di forma troncopiramidale [I]. All’uscita della tramoggia (bocchetta) era posto uno scivolo [L], al quale veniva trasmesso un moto sussultorio da un rocchetto esagonale [K] solidale con l’albero motore, che provvedeva ad alimentare opportunamente le macine. Le granaglie entravano così nel foro centrale della macina rotante (occhio della macina) e, giungendo all’interfaccia tra le due macine, erano trascinate dalla macina rotante che imprimeva loro il moto.
Essendo l’interstizio minore delle dimensioni dei grani, questi venivano stritolati e i loro frammenti (farina e crusca) procedevano, secondo cerchi sempre più ampi, fino ad abbandonare le macine e a raggiungere l’anello di raccolta, posto tra le macine stesse e la cassa. Da qui erano sospinti, attraverso un foro
d’uscita e una canalina, nell’apposito separatore (vaglio o buratto), azionato meccanicamente da un albero, che riceveva anch’esso il moto, opportunamente rallentato, dalla ruota idraulica.
Il manufatto architettonico Il mulino, generalmente, era un edificio anonimo e spoglio dal punto di vista stilistico, di evidente matrice rurale. Tuttavia, in esso si realizzava una perfetta compenetrazione tra un’architettura tradizionalmente spontanea, ma funzionale, e le necessità tecniche connesse con la presenza e l’uso del sistema di macchinari “andanti ad acqua” che lo caratterizzava, ai rapporti sociali e produttivi in esso espressi. Il complesso edilizio del mulino presenta “soluzioni progettuali che, eliminata ogni pratica decorativa, traducono l’esigenza di una corretta risoluzione del problema forma-funzione, secondo una concezione razionale ed economica, che la lunga pratica dei costruttori di mulini aveva rafforzato e consolidato”.
Il mulino “è immediatamente riconoscibile dalla pianta articolata [...] la complessità della pianta corrisponde alla varietà delle funzioni:
abitazione, locali di lavoro, rustici”.
Nelle zone montane si ritrovano per lo più edifici isolati di piccole dimensioni, dalla pianta generalmente rettangolare, sviluppati su non più di due piani, quasi esclusivamente destinati a mulino e abitazione.
Scendendo verso zone più pianeggianti, si incontrano complessi edili zi più articolati, dalla pianta irregolare, costituita da diversi corpi di fabbrica di due o tre piani, sviluppata lungo il corso d’acqua; fino a raggiungere la pianura aperta, dove gli edifici presentano un carattere più compatto e massiccio, dalla pianta pressoché quadrata. In essi erano riuniti tutti gli elementi necessari alla vita del nucleo rurale: il mulino vero e proprio, il granaio, le abitazioni del mugnaio e dei suoi aiutanti, la cantina, i piccoli rustici, la stalla, il fienile e il portico.
L’elemento fondamentale per l’utilizzazione razionale degli ambienti era il vano scale. Infatti l’edificio del mulino si elevava, solitamente, per due o tre piani: i prodotti in corso di macinazione compivano un percorso lungo la verticale, scendendo per gravità dai piani superiori alle successive macchine installate ai piani inferiori. Pertanto l’attività svolta nel mulino era organizzata verticalmente, sui vari livelli. Il locale molitorio si trovava al piano terreno, disposto lungo la roggia molinara, e vi si accedeva direttamente dall’esterno attraverso il portico. I locali situati al primo (e all’eventuale secondo) piano erano usati per la carica dall’alto dei cereali da macinare, che venivano sollevati originariamente con funi e carrucole, in seguito con nastri trasportatori, elevatori a tazze, coclee. In altri locali, sempre ai piani superiori, erano posti diversi macchinari che servivano per preparare i cereali alla macinazione (pulitura, separazione, cernita). I silos per immagazzinare i vari tipi di granaglie e farina, generalmente, attraversavano tutta l’altezza dell’edificio, per rendere disponibile i materiali di macinazione ai vari piani.
Nei complessi di gradi dimensioni, i locali posti accanto al locale molitorio erano destinati al frantoio e al torchio dell’olio e, dal XVIII secolo, alla “pista” (o “pila”) per il riso o alla “folla” per la produzione di panni o     carta.
I locali più lontani dagli impianti erano riservati all’abitazione del mugnaio e della sua famiglia; talvolta erano presenti anche le abitazioni dei braccianti alle sue dipendenze.
Anche la cucina era un elemento fondamentale nell’organizzazione delle attività e nello svolgimento della vita sociale al mulino. i trattatisti, dal ‘500 al ‘700, ne sottolineano l’importanza e l’ampiezza: “Questa cucina non vorrebbe meno di dieci passi per verso, accioché tutti a tavola vi capino e non s’affollino e detta cucina abbia due finestre una di qua e una di là”; “[...] gran cucina con forno, focolare, pozzo e acquaio”.
Essa era situata in posizione centrale, spesso adiacente al locale molitorio, e comunicante direttamente con l’esterno attraverso il portico.
Un altro importantissimo elemento compositivo del mulino era la corte, che aveva la sua matrice originaria nell’azienda agricola lombarda o, molto più anticamente, nei siti produttivi cistercensi, e che sarà ripreso anche nei primi opifici. La corte era uno spazio aperto interno (circondato dai vari corpi di fabbrica), di forma generalmente rettangolare o quadrata, funzionale allo svolgimento del ciclo produttivo. Essa fungeva da disimpegno per i diversi edifici, ma svolgeva anche un importante ruolo di socializzazione, sia per le persone che abitavano nel mulino, sia per chi vi si recava per far macinare il proprio grano.
Fino al XVI-XVII secolo la stalla, di modeste dimensioni, e i fienili (sovrastanti questa) erano integrati nell’edificio del mulino, mentre nel corso del XVII secolo, furono posti, insieme alla cantina, in rustici separati, talvolta preceduti dal portico.
"Grande attenzione è prestata ai pavimenti degli ambienti rustici e di servizio, per cui la cantina aveva il “suolo di gerone”, smalto di calce e ghiaia, e la stalla il “viale di cotto” quando ancora tutte le abitazioni avevano pavimenti di terra”. I primi ambienti ad essere pavimentati furono, comunque, quelli adibiti alla macinazione dei cereali.
Nelle zone in cui la conformazione del terreno lo consentiva, soprattutto verso la pianura, erano frequenti i mulini doppi (o appaiati), cioè costituiti da due nuclei posti sulle due sponde della roggia (uno sull’isola) e collegati tramite la ponticella.
Questa soluzione consentiva di sfruttare convenientemente un unico nervile, nel quale erano immerse le ruote idrauliche, in corsie parallele, a servizio di entrambi i mulini. Spesso i due nuclei svolgevano differenti funzioni: in un mulino, ad esempio, si macinavano cereali, mentre nell’altro vi lavorava una “folla”, oppure un torchio d’olio o una “pila” da riso.
In alcuni casi, soprattutto in epoche più remote, i mulini doppi erano costituiti da due unità produttive autonomamente organizzate: sorte in tempi differenti, differenti erano anche i proprietari, i conduttori e addirittura i nomi. In seguito (dall’800), molti complessi di questo tipo furono unificati sotto lo stesso proprietario, condotti dallo stesso mugnaio e connotati con un unico toponimo.
Un’altra soluzione progettuale era costituita dai mulini in cascata, impiantati nelle zone ricche di dislivelli naturali, in cui le ruote erano disposte in serie, per salti successivi:
la gora di scarico della ruota a monte formava la doccia di alimentazione della ruota successiva.
I materiali impiegati nella costruzione dei mulini erano quelli utilizzati per tutti gli edifici rurali: secondo la pratica edilizia tradizionale (rurale) e i più collaudati sistemi artigianali, venivano utilizzati i materiali più facilmente e convenientemente reperibili, che spesso era lo stesso fiume a fornire. Non esiste, tuttavia, un’uniformità di pratica edilizia: la posizione degli insediamenti ha infatti determinato significative differenze. Nelle zone montane si trovano complessi realizzati per lo più con pietre e sassi dalla forma irregolare, legati da un impasto grezzo, a vista o, talvolta, coperti da uno spesso strato d’intonaco. Negli edifici costruiti in pianura compare più frquentemente il mattone, intonacato o a vista. Tuttavia i due materiali - la pietra e il mattone - venivano quasi sempre affiancati e integrati nella costruzione dei mulini. Le strutture orizzontali (solai) erano originariamente realizzate con travi e impalcati di legno. Dal XIX al XX secolo, con l’impianto nei mulini di macchinari sempre più complessi e pesanti, le vecchie travi di legno furono sostituite con profilati a doppio “T” di ferro. Le coperture avevano struttura di legno a due o più falde, rivestite con manto di pietre (nelle zone montane) o di coppi (in pianura), sostituiti in epoca recente con tegole di tipo marsigliese.
 
“Millwright”: il costruttore di mulini
Il costruttore di mulini era colui che, avendo dimestichezza con ogni specie di lavoro artigianale e disponendo di alcune conoscenze teoriche,   sapeva progettare, costruire e riparare gli ingranaggi e le strutture produttive del mulino.
La professione del costruttore di mulini aveva origine da quella del carpentiere. Infatti, fino alla seconda metà del XVIII secolo, il legno era ancora la materia prima più importante nella costruzione delle macchine. Una precisa definizione di questa figura professionale è data dall’ingegnere inglese William Fairbairn (1861):
“Il costruttore di mulini dei tempi andati era in certo senso il solo rappresentante dell’arte di costruir macchine; veniva considerato una autorità per tutti i problemi relativi all’impiego del vento e dell’acqua, comunque venissero impiegate queste forze nelle officine. Egli era l’ingegnere della regione in cui abitava: era una specie di factotum. [...]
Come altri artigiani erranti, egli andava al mulino con il suo vecchio grido “Pentole da aggiustare!” che in questo caso si riferiva alle macchine.
[...] In genere era un calcolatore perfetto; aveva nozioni di geometria e di agrimensura. Spesso conosceva anche le cose essenziali della matematica pratica. Era in grado di calcolare la velocità, la resistenza e la potenza delle macchine; sapeva eseguire disegni in pianta ed in sezione e si intendeva di case, tubazioni e fognature, che sapeva costruire in ogni forma e in tutte le condizioni che gli si presentassero. Sapeva erigere ponti, costruire canali ed eseguire molti generi di lavori, che sono ora compito degli ingegneri edili. Di tal sorta erano gli uomini che progettavano, e costruivano la maggior parte delle macchine nel nostro paese fino alla metà o alla fine del ecolo scorso [XVIII]”.
Nel caso lombardo - e della Valle Olona in particolare - la figura del “millwright” non ha ancora avuto una peculiare definizione. Nelle concessioni rilasciate dai Regi Giudici Commissari del Fiume Mulino Bosetti a Fagnano Olona (VA): piano terra, primo locale Olona durante il ‘700 molitorio: macine da grano a palmenti di pietra.
(conservate presso Foto Alessandro Zibetti, 1998
l’Archivio storico del sitario non va, tuttavia, letto nel Consorzio del Fiume Olona), si fa senso di una progettazione innovacenno a un possibile costruttore di tiva, ma di “prudente applicazione mulini. “Si concede licenza a quadi capacità assodate dalla prassi tralunque Maestro di lavorare, ed accodizionale e ripetitiva”. Infatti, “cammodare il Molino [...] sit[uato] sopra biamenti di ogni tipo, scientificail Fiume Olona nel Territorio di [...] mente determinati o no, non venifacendovi intorno tutte quelle ripavano adottati fino a quando la loro razioni vi saranno bisogno [...] o per utilità non era stata provata praticafarvi intorno altre riparazioni, attemente”. Va ricordato, inoltre, che la sochè ai nervili, o soglie de’ Molini, e maggior parte dei mulini è ascrivibicapelli delle Chiuse de’ medesimi le alla secolare tradizione dell’ediliMolini, e soglie delle Bocche [...]”.
zia rurale, strutture rappresentative Da questa formula traspare chiaradi una pratica che soltanto verso la mente la figura di un artigiano in metà del XIX secolo subirà un grado di risolvere diversi problemi profondo mutamento.
in relazione al corretto funzionaTra ‘800 e ‘900, l’improvvisazione e mento del mulino.
l’empirismo che avevano caratterizNonostante non sia pervenuto zato le prime fabbriche, edificate dai alcun nome, questa figura profescostruttori di mulini, fu scalzato da sionale doveva sicuramente avere una preparazione più specifica e un certo rilievo e godere di un’alta appropriata all’impiego delle nuove considerazione, per le sue abilità tecnologie, caratteristica del tecnico tecniche e progettuali. Il sapere di specializzato; figura che emerse con cui il costruttore di mulini era depol’istituzione in tutta Europa delle Scuole superiori Politecniche.
 
Il mugnaio
Dal Medioevo - come si è visto - la proprietà dei mulini era concentrata esclusivamente nelle mani di pochi soggetti (signori ed enti monastici), che ne detenevano il diritto d’uso, che a causa della vastità dei propri possedimenti (latifondi) non potevano seguirne personalmente le sorti. soprattutto se il proprietario non risiedeva in loco, veniva pertanto demandata a persone di sua fiducia, i “livellari”, che ne ricevevano il diritto, con tutte le attività connesse:
“ottenere le relative licenze, pagare i diritti al proprietario, riscuotere il canone d’affitto dal mugnaio “conduttore”, controllare che venisse eseguita la manutenzione straordinaria”. Il livellario, essendo diretto contribuente alle spese e potendo contare su un periodo di gestione dell’immobile abbastanza lungo, era considerato alla stregua del proprietario. Questo diritto, come tutti i diritti feudali, era ereditario e veniva mantenuto fino a che la successione di sesso maschile era garantita.
Generalmente, i livellari dei mulini ne erano anche “conduttori”, cioè svolgevano direttamente l’attività di mugnaio. Talvolta, invece, soprattutto se tenevano “a livello” diversi mulini, li davano in affitto ad altri conduttori, o mugnai. Le “possessioni” dei mulini, che di norma venivano affittati con un contratto novennale, comprendevano oltre agli edifici un appezzamento di terreno che li circondava, ampio una decina di ettari. [...] la campagna dei mulini era [...] coltivata al fine di rispondere essenzialmente al fabbisogno delle famiglie che vi abitavano, per cui vi era un’ampia diversificazione di prodotti ma non certo un grosso impegno agricolo, che si riflette anche nell’organizzazione dei nuclei edificati”.
Il contratto in natura era la forma di pagamento più diffusa, a cui era legato “un notevole numero di clausole relative ai frutti del soprasuolo, in particolare modo della foglia di morone [gelso] sempre di diritto dominicale, e alla vendemmia che viene sempre divisa a metà”.
Potevano essere stipulati anche contratti di natura mista (in denaro e in natura) oppure in denaro. Si trattava comunque di contratti senza scritture.
“L’affitto aveva una durata di nove anni: i locatori s’impegnavano a versare ogni anno 4 staia di frumento, 10 di segale, 2 di avena, 2 di miglio e 2 di grano saraceno, più un maiale del peso di 150 libbre; una clausola specificava il corrispettivo in denaro (6 soldi per libbra) nel caso che il peso del maiale fosse stato inferiore o superiore a quello stabilito.
Inoltre, erano previste le “onoranze”: un paio di capponi e mezzo panno di lino” [...]. I locatori prendevano in consegna il mulino "corredato di due asini "bonis atque idoneis", di una leviera e di sei gualchiere, e s’impegnavano a restituirlo “potius melioratum quam deterioratum” ai locatari”.
“Carlo Giuseppe Panesio che tiene in affitto un mulino dal marchese Luigi Biumi paga “d’annuo fitto moggie 4 frumento, 8 mistura, lire 70, capponi 12, fasci 14 di fieno o 35 denari e le riparazioni sono a suo carico”.
“Giovanni Battista de Ponte che ha a livello due mulini, uno da Gio Porta di ben 6 ruote, per cui paga lire 285 e un altro dall’Abbazia della Cavedra per lire 34, soldi 7, denari 6”.
Tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, i “livellari” (in certi casi anche i “conduttori”), accumulando a poco a poco ricchezza, riuscirono ad affrancarsi dal rapporto di subalternità con i proprietari e riscattarono i mulini che gestivano, o in cui lavoravano. “Alcuni mulini, appartenenti in due-tre unità a un medesimo mugnaio mantengono inalterata la proprietà per decine di anni, o a volte anche di più: si hanno così vere e proprie “dinastie” di mugnai o di livellari che si trasmettono per generazioni il diritto di esercitare l’attività molitoria secondo una linea di continuità che attraversa tutto il Settecento e talora parte del secolo successivo”.
Anche l’attività di mugnaio vera e propria, come il diritto tenere “a livello” il mulino, era tramandata da padre in figlio e, con il passare del tempo, i nomi dei mugnai divennero costanti al punto da assumere la valenza di toponimo per l’identificazione dei mulini.
Era compito del mugnaio la cura dell’edificio del mulino, della ruota idraulica e delle opere di presa (chiuse, roggia molinara, edificio idraulico).
Doveva inoltre provvedere alla manutenzione delle macine, che consisteva nell’arrotarle o scalpellarle con un apposito martelletto d’acciaio a doppia penna, mettendo in evidenza le scanalature sulle superfici di macinazione.
La figura del mugnaio e il suo ruolo nella società rurale sono ben focalizzati da Carlo Ginzburg ne Il formaggio e i vermi, nel quale racconta le vicissitudini di un mugnaio friulano del ‘500, Domenico Scandella detto Menocchio, accusato e, in seguito, condannato al rogo per eresia dal Sant’Uffizio di Portogruaro.
Menocchio svolgeva prevalentemente l’attività di mugnaio, tuttavia praticava anche altri mestieri, tra cui il muratore e il carpentiere. Sapendo leggere, scrivere e “far di conto”, aveva ricoperto più volte la carica di “camararo”, cioè di amministratore della pieve di Montereale; era stato anche podestà del paese e delle “ville” circostanti; rappresentante insieme ad altre tredici persone della “vicinía” di Montereale, con il compito di eleggere i “responsabili della redazione dell’estimo”.
Menocchio veniva chiamato anche a svolgere il ruolo di stimatore nelle cause tra proprietari e affittuari, e faceva da garante nei contratti fra questi. Inoltre aveva fatto il maestro di scuola, l’oste e il suonatore di chitarra alle feste.
La posizione di questo mugnaio nel microcosmo sociale del suo paese era dunque di un certo rilievo.
Tanto dissimile non doveva, comunque, essere la condizione di altri mugnai: molti sono gli elementi estensibili a tutta la categoria proessionale.
Tuttavia, “la secolare ostilità tra contadini e mugnai aveva consolidato un’immagine del mugnaio furbo, ladro, imbroglione, destinato per definizione alle pene infernali. È uno stereotipo negativo largamente testimoniato da tradizioni popolari, leggende, proverbi, fiabe, novelle”.
Bisogna anche aggiungere che tra mugnai e feudatari locali, i quali detenevano il privilegio di molitura, sussisteva un vincolo di dipendenza diretta. Pertanto, la particolare condizione sociale ed economica dei mugnai tendeva a isolarli dalla comunità in cui vivevano: la professione che essi svolgevano li distingueva nettamente dalla massa anonima dei contadini, pur lavorando anch’essi la terra.
“Nascere mugnaio” è una grande fortuna, come se il mulino, le esperienze e le capacità si trasmettessero soprattutto per via biologica.
E non è infrequente che un mugnaio lasci un testamento o un’eredità, indizio quest’ultimo di una condizione economica e sociale un po’ particolare, non identificabile né con le classi più elevate ma neppure con i ceti più bassi, ai quali tuttavia si avvicina, condividendone la condizione di lavoratore.
Egli mantiene un certo tratto distintivo proprio perché dirige una macchina automotrice che compie un servizio, socialmente rilevante, sotto il suo controllo”.
Il fatto che Menocchio fu ulteriormente emarginato con l’accusa di eresia, come moltissimi altri mugnai - la cui presenza fu notevole nelle sette ereticali medioevali, ma soprattutto fra gli anabattisti - non deve stupire:
“Il mulino era un luogo d’incontri, di rapporti sociali, in un mondo prevalentemente chiuso e statico.
Un luogo di circolazione delle idee, anche come l’osteria e la bottega.
Certo, tra i contadini che si accalcavano alla porta del mulino, sul “terren molle e ‘l fango, brutto / del piscio delle mule del paese” [Andrea da Bergamo] per far macinare il loro grano, si sarà parlato di tante cose e il mugnaio avrà detto la sua. [...] le stesse condizioni di lavoro facevano dei mugnai - analogamente a gli osti, ai tavernieri, agli artigiani itineranti - un gruppo professionale tendenzialmente aperto alle nuove idee e propenso a diffonderle! Inoltre i mulini, generalmente fuori dall’abitato e lontani da sguardi indiscreti, erano adattissimi a ospitare raduni clandestini”.
 
La giornata del mugnaio
 
La giornata lavorativa iniziava alle 3-4 del mattino e, solitamente terminava alle 11-12 di sera. Durante la guerra, o quando c’era necessità si macinava ventiquattr’ore su ventiquattro. Occorreva macinare tutti i giorni: se si fermavano le macine per 2-3 giorni, la farina “faceva le ragnatele”. Il mulino funzionava tutto l’anno, ma il periodo in cui si lavorava maggiormente era l’inverno.
Per macinare 100 kg. di farina si impiegava circa tre quarti d’ora o un’ora, in relazione alla qualità della farina (fine o grossa). In un giorno si macinavano 5-10 quintali di farina.
Al sabato si pulivano le macchine e la domenica era giorno di riposo.
Il mulino come simbolo Nell’arco dei secoli, i mulini divennero tanto diffusi e importanti per la vita economica e sociale delle comunità, al punto di acquistare valenze simboliche e allegoriche, spesso contraddittorie.
Nel Medioevo, al mulino furono attribuiti caratteri negativi: “l’azione della macina che lavora per il mugnaio, con l’acqua e il vento, che sono forze della natura, e quindi di Dio, assume significati che lasciano di un uomo [il mugnaio] che vende il suo tempo in cambio di denaro, quando il tempo appartiene solo a Dio? La Chiesa infatti vede spesso in lui il diavolo e il suo luogo sarà l’in mugnaio ladro”. Va però ricordato che proprio i monaci cistercensi contribuirono in modo massiccio alla diffusione del mulino, impiegandolo nelle più svariate attività, con lo scopo di liberare il loro tempo dalle attività materiali e dedicarsi maggiormente alla preghiera.
In molte canzoni popolari, tuttavia, il mulino veniva descritto come luogo d’incontro e di gioia, il mugnaio e la mugnaia apparivano come figure invidiate e corteggiate.
Il mulino stesso divenne, in alcuni casi, simbolo della vita, in tutte le sue accezioni: la festa, il matrimonio, la sessualità, l’utopia sociale contadina (“mulino di giustizia, di libertà e uguaglianza”), ecc.; in altri casi esso apparve, insieme al suo mugnaio, che ne deteneva i segreti del funzionamento, come simbolo della meccanica dell’universo.
Nonostante l’associazione con un’immagine negativa, la Chiesa utilizzò l’archetipo del mulino per rappresentare il divenire dell’Antico Testamento nel Nuovo. Nel mulino mistico, Mosé a sinistra versa il grano (Antico Testamento) nella tramoggia, mentre San Paolo a destra raccoglie la farina (Nuovo Testamento). Del mulino mistico si diffusero due varianti: il “mulino dei peccati", di origine mediterranea, e il "mulino dell’Eucarestia”, conosciuto soprattutto nell’Europa centrale e orientale.
Nel “mulino dei peccati” l’anima pentita veniva triturata e il peccatore confessato veniva condotto alla comunione.
Il “mulino dell’Eucarestia”, invece, raffigurava l’allegoria della transustanziazione. Era costruito dal Padre Eterno, sostenuto dagli Evangelisti, che ne costituivano i quattro piloni, la ruota rappresentava gli Apostoli, la mola i Dottori della Chiesa e l’acqua lo Spirito Santo. La farina che ne usciva si trasformava nel Cristo, sotto forma di ostie, raccolto dai Santi Gregorio, Agostino e Girolamo, che impartivano la comunione ai fedeli. Il “mulino della giovinezza” era, invece "un mulino meraviglioso che trasforma mogli brutte, storte, bisbetiche in belle ragazze, dopo il dovuto pagamento s’intende [...]
esso pare un prolungamento del mulino degli amori, ma anche traduzione profana del mulino mistico”0. Ancora una volta, la figura del mugnaio assumeva valenze diaboliche. Con il termine mulino di preghiere si indica un manufatto di forma cilindrica o prismatica, imperniato su un asse, in grado di ruotare a mano, oppure mediante la forza dell’acqua o del vento. Sulla superficie laterale sono fissati rotoli di carta recanti formule e preghiere (o sono direttamente incise sul cilindro). Tale dispositivo è utilizzato nel buddismo lamaistico (in tibetano khorlo, in mongolo khordu), al fine di realizzare “una benefica diffusione delle virtù insite nella formula stessa (frequentissima è la sacrosanta Om mani padme hum)”.
È possibile scorgere la connessione del mulino di preghiere con la “ruota della legge”, propria del buddismo primitivo.
 
Il Mulino di Amlodhi
G. De Santillana e H. von Dechend utilizzano l’archetipo del mulino per accomunare la categoria dei “messaggi” riguardanti il fenomeno della precessione degli equinozi, contenuti in diverse tradizioni mitologiche.
Nel mito scandinavo, Amlodhi possedeva un mulino favoloso, dalla cui macina uscivano oro, pace e abbondanza. Questo mulino, dalle dimensioni ciclopiche, non poteva essere mosso dalla forza umana, pertanto del suo funzionamento furono incaricate due fanciulle giganti, Fenja e Mulino Bosetti a Fagnano Olona (VA): piano terra, primo locale molitorio: macine da grano con tramoggia. Foto Alessandro Zibetti, 1998
 
Menja.
Per motivi imprecisati, le due gigantesse furono costrette a lavorarvi giorno e notte, senza fermarsi:
“Alla panca del mulino furono condotte, per avviare la pietra grigia; egli non concesse loro né riposo né pace, attento al cigolio del mulino. Il loro canto era un ululato, che disperdeva il silenzio; “Abbassate la tramoggia e allentate le pietre!” “Eppure egli voleva che macinassero ancora”.
Quando tutti furono addormentati, Fenja e Menja, infuriate, cominciarono a far girare il mulino a grande velocità, finché i grossi supporti, identificano la rappresentazione mitica della precessione degli equinozi: una visione della sfera celeste come un vasto e complicato congegno che, come una ruota di mulino, una macina, o un gorgo, gira all’infinito. I suoi movimenti sono calibrati dal Sole, il quale sorge, nell’arco dell’anno, nelle varie costellazioni dello zodiacali.

5.2.6 La valle Olona e i suoi mulini (2 parte)

La valle Olona e i suoi mulini (2 parte)
 
I mulini da grano della Valle Olona
 
La legislazione del fiume Olona
 
Gli abusi connessi all’utilizzazione delle risorse idriche, la necessità di irrigazione dei campi coltivati, la concentrazione di proprietà e privilegi nelle mani di pochi e potenti feudatari, le ingenti spese di spurgo, manutenzione e sorveglianza furono tra i motivi che spinsero fin da tempi remoti gli utenti del fiume Olona a consorziarsi. Va ricordato, inoltre, anche il peso gravoso che ebbero le numerose esondazioni, talvolta determinanti persino nella risoluzione di conflitti militari.
Le leggi sulle quali gli utenti del fiume poterono contare per difendere i propri interessi e regolamentare l’uso delle acque d’Olona subirono, naturalmente, diverse variazioni nel corso dei secoli, in relazione alle dominazioni che si susseguirono in Lombardia: i Visconti (1277), gli Sforza (1447), gli Spagnoli (1535), gli Austriaci (1706 e 1815), i Francesi (1800) e, infine, il Regno d’Italia (1859).
 
Milano rimase comunque, durante l’avvicendarsi delle diverse dominazioni, il fulcro della gestione politica e amministrativa del fiume. Inoltre, l’uso delle acque fu concepito in senso quasi privatistico dagli utenti, mentre il potere decisionale era concentrato nelle mani dei nobili, i quali possedevano la maggior parte dei terreni e dei mulini posti lungo l’Olona.
Una delle prime forme di associazione fu stipulata nel 1235, quando venne istituito un sindacato composto dagli utenti proprietari, riunitisi per eleggere un rappresentante dei propri interessi presso il podestà di Milano.
Un vero e proprio regolamento fu, tuttavia, redatto solo nel XIV seco-
lo, quando comparvero gli Statuti delle strade ed acque del contado di Milano fatti nel 1346, che riguarda-vano “li borghi, li lochi, cassine, molini e case da religiosi”. In essi erano contenute disposizioni di carattere generale (“la maniera di cavare l’acqua in favore dei mulini e di condurla per adaquare li prati”; “nel fiume publico non rimanga ne sia tenuto alcuna chiusa o vero ostacolo per i quali l’acqua non possa liberamente correre”), oppure concernenti lo specifico del fiume Olona (norme sulle “bocche” per estrarre l’acqua e orari per il loro uso, norme per le modifiche al letto del fiume, misure a carico dei mugnai, pene pecuniarie per i trasgressori, ecc.).
Con le Nuove Costituzioni, emanate dall’imperatore Carlo V nel 1541 e rimaste in vigore fino al 1796, la cura delle acque fu affidata a un’apposita commissione e, in seguito, al Conservatore del Fiume Olona, nominato dal Senato di Milano, che lo sceglieva tra i suoi membri.
Tale funzionario aveva compito di sorveglianza sulla corretta applicazione del diritto pubblico, emanava pertanto editti e grida in merito e rispondeva direttamente al Senato del suo operato.
Con il Conservatore del Fiume Olona, collaboravano diverse figure che si occuparono dell’amministrazione del fiume. Il Giudice Commissario del Fiume Olona, nominato dal Governatore ogni due anni, aveva compito di amministrare la giustizia, di far rispettare gli ordini contenuti nelle grida e negli editti e di condannare i contravventori. Insieme al Giudice Commissario lavoravano due campari, eletti dai consoli dei mugnai, con compito di sorveglianza del fiume (uno per il tratto da Varese a Rho e l’altro da Rho a Milano). Il Cancelliere del Fiume Olona si occupava degli atti giuridici relativi ai lavori eseguiti sul fiume e rivestiva il ruolo di notaio. L’Ingegnere del Fiume Olona, scelto tra i membri del collegio professionale di Milano, era il responsabile tecnico.
I Sindaci d’Olona (due per ciascun tratta di fiume, sei in tutto), nominati dal Conservatore tra gli utenti proprietari, avevano compiti consultivi per quanto riguardava i lavori sul fiume e collaboravano direttamente con il Giudice Commissario. L’Intendente del Fisco, affiancato da ufficiali militari, gestiva il fondo economico a disposizione (costituito dalle sanzioni incassate).
Come scrisse Giovanni Bertolé, che rivestì la carica di Cancelliere alla fine dell’800,
 
“In quanto alle Nuove Costituzioni, sebbene sostituite dappoi da una serie di legislazioni avvicendatesi coll’alternarsi delle politiche condizioni, giunsero però fino a noi, e non come un semplice ricordo storico, ma come un documento immutabile per tutti quei diritti d’indole principalmente privata, che dalle medesime immediatamente o mediatamente derivarono, e di cui le stesse sono il fondamento od il titolo originario e legittimo d’acquisto, e ci arrivarono altresì quali fonti di diritto ancor vive in moltissimi rapporti contrattuali conservati dalle consuetudini integranti la legge scritta, ed alle quali ebbero sempre espresso riferimento i Regolamenti Generali del Consorzio Olona ed indicatamente quelli in data 11 maggio 1812, e 12 febbraio 1881 ora vigente.
Da ciò ne proviene chiaramente dimostrata l’importanza che le Nuove Costituzioni hanno avuto e l’influenza che possono tuttavia esercitare, non a scopo solo di scientifiche ricerche, ma a sussidio e a prova di positivi diritti nelle medesime radicati, e per costante osservanza tramandataci dai nostri maggiori”.
Gli interessi economici, maturati durante i secoli, concernenti l’uso delle acque del fiume per il funzionamento dei mulini, furono la principale causa del contenzioso fra amministratori e utenti.
Durante la dominazione spagnola, al fine di rimpinguare le esigue casse del Regio Fisco, il Governo cercò di scalzare quei privilegi che gli utenti dei fiumi, considerati, da quel momento, “reali”, istituendo apposite commissioni. Queste avevano lo scopo di verificare la fondatezza dei diritti vantati dagli utenti, i quali dovevano produrre i relativi documenti, pena la cessazione di tali diritti. In realtà, gli “aventi diritto” non erano possesso dei documenti, perché i loro “privilegi” derivavano dall’uso. Venne, pertanto, fissato un prezzo per l’affitto dell’acqua dei Regi Fiumi, pari a dieci scudi per ogni oncia milanese estratta.
Questi provvedimenti furono intesi dagli utenti come una pesantissima limitazione ai proprio diritto d’uso e di giurisdizione delle acque.
Tuttavia, per decenni la questione rimase insoluta e i diritti d’uso rimasero quelli che da secoli perduravano.
Nel 1608, l’Ingegnere Provinciale d’Olona, Pietro Antonio Barca intraprese una visita al fiume e, in seguito tracciò una mappa del corso dell’Olona, nella quale ven-
nero annotati paesi, case, strade, ponti, prati e mulini (con il numero delle ruote idrauliche), con indicati i relativi proprietari e livellari. Da questo importante documento è possibile notare come ingenti proprietà immobiliari fossero concentrate nelle mani di poche famiglie nobili o di qualche ente religioso, i quali davano “a livello” ad altri i propri beni.
Dal 1610 fino al 1666 fu risolta la spinosa questione della transazione fra il Regio Fisco (Governo spagnolo) e l’Utenza del fiume, rappresentata dai Sindaci d’Olona, in merito all’uso delle acque. Con il pagamento di un contributo inizialmente fissato a 6000 scudi (corrispondenti a 36000 lire imperiali), gli utenti dell’Olona si svincolaro- no da ogni diritto o pretesa sulle acque del fiume da parte del Governo. Con “istromento” rogato il 7 marzo 1610 dal notaio Giuseppe Grassi fu iniziata la transazione. Alcuni giorni dopo Filippo III, re di Spagna, ratificò l’atto, ma la ricevuta richiesta dagli utenti a prova dell’avvenuto pagamento fu rilasciata dal Magistero Straordinario solo nel 1639. Nel 1666, fu stipulato un ulteriore contratto di transazione che svincolava definitivamente l’Utenza da ogni azione costituzione di fatto del Consorzio del Fiume Olona. L’amministrazione del fiume passò così ai  indaci, eletti dagli utenti, con la vigilanza di un membro del Senato, il Conservatore del Fiume Olona, secondo le norme contenute nelle Nuove Costituzioni. Con la transazione, il diritto d’uso delle acque divenne, di fatto, prerogativa degli utenti d’Olona.
In questo periodo il Governo spa- gnolo intervenne soltanto nei casi di abuso e assolse principalmente il compito di vigilanza sui diritti di macina. Allo stesso modo si comportarono gli Austriaci, subentrati agli Spagnoli nelle prima metà del ‘700, che indussero gli utenti all’osservanza delle leggi, alla conservazione del fiume e alla giusta distribuzione delle sue acque, mediante l’emanazione di diversi editti. Con queste, il Governo austriaco volle garantire la regolare macinazione dei cereali e il corretto “adacquamento” dei prati, minacciando l’otturazione degli “scannoni” e dei rami derivati del fiume, in caso di abuso.
Nel 1772, il Senatore e Conservatore del Fiume Olona Gabriele Verri, coadiuvato dall’Ingegnere Capo Gaetano Raggi, effettuò una importantissima visita al fiume, durata ben ventidue giorni, durante la quale furono annotati non solo tutti gli elementi che potessero essere utili a definire le condizioni reali dell’Olona, ma anche gli interventi da farsi per migliorare la regolamentazione delle acque. Tale visita fu, infatti, il primo passo verso una serie di riforme che portarono a una progressiva riorganizzazione del corpo degli utenti d’Olona e degli organismi preposti alla sua amministrazione. In seguito alla visita, il Conservatore Verri elaborò poi una relazione nella quale fu descritto il corso del fiume, le sue vicende passate, la legislazione relativa e le “cose da farsi”.
L’ingegner Raggi, grazie all’ampia documentazione raccolta, fu in grado di stendere una dettagliatis- sima mappa del fiume Olona dalle sorgenti fino a Milano (suddivisa in cinque tratte), dei suoi affluenti principali (torrenti Bevera e Anza) e di alcuni canali artificiali derivati (es. l’Olonella a Gorla Minore).
Nelle mappe furono riportati centri urbani, strade, ponti, prati irrigati con le relative bocche e superfici (misurate in pertiche milanesi), mulini (con il numero delle ruote idrauliche, i nomi dei proprietari e dei livellari) e le relative chiuse, ecc. Alla documentazione cartografica fu anche allegata una relazione descrittiva della visita, dalle sorgenti fino alla città di Milano, corredata dagli stessi riferimenti numerici riportati sulle tavole.
Queste mappe, redatte in sostituzione di quella dell’ingegner Barca, costituiscono ancora oggi un documento di eccezionale importanza, per la enorme quantità di informazioni in esse contenute e perché costituiscono una fedele rappresentazione - per quanto sia stato possibile all’epoca - dell’assetto territoriale lungo il fiume, il quale, per gran parte, rimase tale fino alla metà del secolo scorso.
In seguito alla visita del Verri, furono presi diversi provvedimenti per consentire un più regolare deflusso delle acque d’Olona. Primo fra tutti, fu ordinato ai mugnai di tenere aperte le paratoie e le spazzere dei mulini nei giorni festivi e, comunque, quando non si macinava.
Inoltre, le bocche mancanti di “soglia” e “stivi” di pietra, di “cappello”, o di paratoia, dovevano essere riparate o integrate e, in seguito, collaudate con apposita visita dai tecnici d’Olona. Fu, inoltre, ordina- ta la chiusura di tutte quelle opere illegittime realizzate lungo il corso del fiume (“scannoni”, ecc.), la costruzione di “sfioratori”, ove mancanti, e la rimodellazione delle bocche d’irrigazione non conformi a quanto prescritto dagli Ordini del 1575.
Nel 1791, il Tribunale d’appello di Milano concesse all’assemblea degli utenti d’Olona l’istituzione di un giudice privativo, con giurisdizione dalle sorgenti fino a Milano, incaricato dell’assistenza agli utenti nelle questioni giuridiche relative al fiume. Nel 1795, la corte di Vienna accordò ai mugnai d’Olona la possibilità di nominare un Ispettore del Fiume, scelto dal Governatore fra una terna proposta dai Sindaci d’Olona, con l’incarico di valutare i bisogni reali dei mulini, in relazione all’uso pubblico e primario della macina. Questi, inoltre, avrebbe dovuto vegliare contro le trasgressioni delle leggi fluviali e sulla condotta dei campari.
Nel 1806, con la promulgazione delle “Leggi italiche”, fu istituita la Delegazione del Fiume, composta da nove membri nominati in seno all’Assemblea generale degli Utenti, con compiti di cura amministrativa e disciplinare del fiume. Il 26 aprile 1808, con Decreto reale, gli Utenti del Fiume Olona furono riuniti in Società e, nel 1812, la Delegazione pubblicò il primo Regolamento generale del Consorzio del Fiume Olona, basato sugli antichi ordinamenti relativi al fiume.
 
Il ruolo del Consorzio del Fiume Olona
 
Con Decreto 8 luglio 1816, fu costituito ufficialmente il Con sorzio del Fiume Olona. La Delegazione del Fiume fu mutata in Ammi nistrazione del Consorzio del Fiume Olona. Le figure del Conservatore e del Commissario d’Olona furono sostituite con quelle del Presidente e dell’Amministratore del C.F.O. Questi vennero affiancati da quattro Custodi del Fiume, incaricati della perlustrazione giornaliera del tratto d’Olona a loro rispettivamente assegnato e della stesura di un rapporto settimanale circa gli abusi e le contravvenzioni al Regolamento generale, indicandone “modo, luogo, tempo e persona” (art. 14). Era, inoltre, compito dei Custodi il controllo delle irrigazioni non regolate e la segnalazione di eventuali danni causati dalle esondazioni del fiume.
Altre figure al servizio dell’Amministrazione d’Olona erano il Cancelliere, l’Ingegnere d’Ufficio, il Ragioniere, il Protocollista speditore, il Cassiere e il Servitore.
Compiti dell’Amministrazione erano il rilascio delle licenze d’uso delle acque e per la costruzione di impianti o la realizzazione di opere varie, riguardanti il fiume Olona. Aveva facoltà di infliggere pene pecuniarie ai contravventori e di denunciarli presso la magistratura ordinaria. Inoltre, in caso di necessità, l’Amministrazione provvedeva, per mezzo dell’In gegnere d’Ufficio, alla formulazione di perizie tecniche e pareri, con stesura della relativa relazione. Con l’entrata in vigore del Regolamento 10 gennaio 1819, fu definitivamente sancito il carattere privatistico della gestione e dell’uso del fiume.
L’accentramento di tutte le funzioni espletate dall’Amministrazione del C.F.O. nella sede unica di Milano, accentuato dall’assenza di adeguate consultazioni con i Comuni d’Olona e l’utenza del fiume, provocò l’accumulazione di problemi e guasti. Questa situazione spinse gli utenti a chiedere un maggiore coinvolgimento delle Amministrazioni locali nella gestione. Nel 1864 furono chiesti il rinnovamento dello Statuto consortile nei contenuti e la possibilità di rappresentare ogni circondario nel Consiglio di Amministrazione. Fu, inoltre, proposto l’uso di capitali giacenti inutilizzati nelle casse del Consorzio per ripristinare gli argini del fiume, per eliminare gli ostacoli al suo libero corso, per raccogliere in bacini le acque allo scopo di utilizzarle nei periodi di “magra”. Tuttavia, la situazione rimase tale fino al 1869, quando l’Amministrazione del C.F.O. giune all’ipotesi di riforma dello Statuto e del Regolamento generale.
 
Nel 1877, l’Assemblea generale degli Utenti approvò definitivamente il nuovo Statuto organico del Consorzio (pubblicato nel 1879), che permise il suo riordinamento sulle basi delle nuove leggi italiane riguardanti la costituzione dei Consorzi idrici. Da quel momento il Consorzio del Fiume Olona fu costituito “da tutti gli utenti, le proprietà e i diritti dei quali sono iscritti al loro nome nei registri catastali del fiume”. Nel 1881 entrò in vigore il nuovo Regolamento generale.
Il corso dell’Olona e la giurisdizione del C.F.O. furono suddivisi in tre Riparti: dalle sorgenti a Olgiate Olona (I Riparto), da Marnate a Parabiago (II Riparto) e da Nerviano a Milano (III Riparto). Lo scopo fondamentale del Consorzio era “provvedere alla conservazione, difesa ed incremento del fiume e delle sue ragioni, nonché di regolare l’uso ed il godimento delle sue acque per irrigazione e per forza motrice” (art. 3).
Il C.F.O. fu così costituito dall’Assemblea generale dei delegati d’Olona, dal Consiglio di Amministrazione e da un corpo di impiegati (Ufficio d’Olona).
Gli uffici tecnici si occupavano della gestione quotidiana del fiume, il cui responsabile era l’Ingegnere Capo. Questi era coadiuvato da altri due Ingegneri, un Cancelliere Notaio (responsabile dell’amministrazione interna), un Contabile Cassiere, uno Scrivano e cinque Custodi (incaricati della “guardia campestre”, cioè addetti alla vigilanza del fiume e dell’operato dei suoi utenti).
Nel 1921, il fiume Olona venne inserito nell’elenco delle acque pubbliche della Provincia di Milano. Il Consorzio si oppose fermamente a tale iscrizione chiedendone la cancellazione, ma senza ottenere risultati. Nel 1923 fu sottoscritta una nuova transazione fra il Governo di Vittorio Emanuele III e il C.F.O., con la quale quest’ultimo recedeva dalla causa intentata presso il Tribunale delle acque di Milano, riconoscendo dunque al fiume Olona (sorgenti e affluenti compresi) l’attribuzione di “demanialità”. Pertanto, il Consorzio doveva richiedere in sanatoria la concessione d’uso delle acque (forza motrice e irrigazione) per il trentennio precedente l’atto di transazione. Di contro, il Governo riconosceva, sempre in via sanatoria, “compatibili con le esigenze della pubblica igiene e col buon regime del fiume e della piscicoltura” tutte le opere eseguite sul corso del fiume. Il Consorzio, considerato “mandatario dei singoli utenti”, doveva occuparsi della riscossione delle tasse d’uso delle acque, che venivano versate nelle casse statali. Da quel momento, il rilascio delle concessioni d’uso divenne prerogativa del Governo statale, mentre l’Amministrazione del C.F.O. doveva fungere da tramite per l’inoltro delle richieste. Tutte le opere necessarie al regolare corso delle acque e alla manutenzione del fiume erano demandate al Consorzio, mentre il servizio di polizia idraulica era di competenza del Genio civile.
Con il diffondersi dell’energia elettrica e la progressiva riduzione dell’attività agricola, connessa alla rapida urbanizzazione, l’uso delle acque è notevolmente diminuito:
oggi il C.F.O. conta circa 400 utenti, che impiegano il fiume a scopi irrigatori e come forza motrice. I mulini sull’Olona che ancora detengono la concessione statale sono sei: due a Varese, uno a Malnate, uno a Canegrate, uno a Parabiago e uno a Pregnana Milanese. Queste strutture molitorie vengono attualmente utilizzate esclusivamente per scopi didattici e amatoriali.
Nel 1982 la sede del Consorzio è stata trasferita a Castellanza (VA), in posizione intermedia fra le sorgenti e il tratto terminale del fiume.
L’attività attuale del C.F.O. è regolata dal vecchio Regolamento del 1940 (con modifiche apportate nel 1946) e riguarda principalmente la manutenzione delle opere idrauliche lungo il fiume Olona e il torrente Bevera, la sorveglianza delle sponde e, grazie alla convenzione con le amministrazioni comunali,
la prevenzione delle esondazioni e la sicurezza delle comunità insediate lungo il corso del fiume. Il Consorzio, inoltre, collabora con le scuole a scopo didattico.
G. Martinoli e A. Zibetti

5.3 Il Gallaratese 150 anni fa

Il Gallaratese 150 anni fa
 
a seconda puntata dell'ex- cursus geografico-storico del territorio ad est del Ticino, così come lo descrive il Dizionario corografico edito a Milano nel 1854 (vedi Quaderni del Ticino n.31), prende in esame il distretto XII di Gallarate, facente parte allora della provincia di Milano all'interno del Regno Lombardo Veneto, sotto la dominazione degli austriaci. Componevano questo distretto, che passerà alla provincia di Varese, quando questa venne istituita nel 1927, diciotto comuni, di cui alcuni sono stati inglobati in altri centri più grossi. Ad esempio Arnate, Cajello, Cedrate e Crenna sono stati assorbiti da Gallarate, Bolladello e Peveranza da Cairate, Cassina Verghera da Samarate; Jerago e Orago si sono uniti in un unico ente comunale, cioè Jerago con Orago; Cavaria, che nel 1854 era frazione di Orago, s'è appropriata di Premezzo, trasformandosi in Cavaria con Premezzo; Oggiona si è annessa Santo Stefano denominandosi Oggiona con Santo Stefano e infine Solbiate sull'Arno ha cancellato la preposizione articolata. La trascrizione di queste pagine è stata il più possibile fedele al testo originale.
 
La Chiesa di San Pietro a Gallarate
 
GALLARATE.
Provincia di Milano, capoluogo del distretto (XII) di questo nome. E' comune con consiglio e fa 5540 abitanti.
Superficie pertiche 8364. 7. 7.
Estimo scudi 90,458. 4 1/4 Cospicuo ed industrioso borgo sulla strada postale da Milano a Sesto Calende. E' cinto ancora di mura, almeno in alcune parti, con porte, ma aperte, e del resto è sfortezzato. Sta vicino al torrente Arno che scorre vicino alle sue mura, ed è attraversato dal rivolo Arnetta. Ha belle case, diversi comodi alberghi e botteghe di ogni genere. Vi sono piazze, una tra le altre assai spaziosa ove si tiene mercato ogni sabato; e vi si fa gran commercio di biade, bestiami, telerie, cotonerie, delle quali vi sono varie manifatture, massime del genere de' frustagni, favorita stoffa di cui si vestono i villici lombardi e se ne fanno abiti i cacciatori. Se ne spacciano ogni anno più di 100,000 pezze, fabbricate o in Gallarate stesso o nei contorni.
Gallarate debb'essere un borgo molto antico, abbenchè i suoi ricordi non vadano molto più in là del X secolo; pure il suo nome sembra indicare un'origine celtica, e l'Arno che gli passa vicino ci richiama l'Arno in Toscana e gli Etruschi che dominarono anche nell'Insubria. Per ciò che concerne i tempi romani, sul campanile della chiesa prepositurale di Gallarate si leggono ancora due iscrizioni, l'una delle quali rammenta il semi-dio Silvano e l'altra è un'iscrizione sepolcrale ad un Cajo Postumo Prisco. Ma l'epoca secolo X quando fece una parte considerevole del famoso contado del Seprio. Nel XII secolo fu soggetto agli arcivescovi di Milano; nel secolo seguente prese parte alle fazioni tra nobili e popolani che travagliarono Milano e quasi tutta la Lombardia, ed a' 3 luglio 1258 il furore delle parti passò ad eccessi che prorotti ad una sanguinosa zuffa, tornarono funesti a quei di Gallarate.
Quattro anni dopo, trionfando in Milano la fazione de' Torriani che tenevano per il popolo, furono spediti a Gallarate 200 fanti che eseguirono l'ordine di fare spianare i bastioni. Nel 1276 tornando i Torriani da Angera vittoriosi dei nobili ivi sconfitti e traendone molti incatenati, li massacrarono tutti in Gallarate, o li fecero perire fra i supplizj a talchè le strade rimasero per più giorni insozzate del loro sangue.
Dopo la distruzione di CastelSeprio (nel 1286) Gallarate divenne il capoluogo di quasi tutta l'antica giurisdizione Sepriense. dai predoni svizzeri, comandati dal feroce generale e cardinale Scheiner, meglio conosciuto sotto il nome di cardinale di Sion; e a' 24 luglio 1734 grandi guasti vi fece un'inondazione dell'Arno.
dai predoni svizzeri, comandati dal feroce generale e cardinale Scheiner, meglio conosciuto sotto il nome di cardinale di Sion; e a' 24 luglio 1734 grandi guasti vi fece un'inondazione dell'Arno.
La chiesa di Gallarate, di antica struttura, è prepositurale e ple-
bana; altre volte aveva sotto di sé 36 chiese, e fin dal secolo XIII possedeva una collegiata che contò fino a 14 canonici. Al pre-
sente la collegiata non è più, e le parrocchie filiali sono ridotte a 21, cioè: Albizzate, Arnate, Besnate, Bolladello, Cajello con Premezzo, Cardano, Cassano Magnago (due parrocchie), Cassina del Manzo, Cassina Verghera, Cavaria, Cedrate, Crenna, Ferno, Jerago, Lonate-Pozzuolo, Orago, Peveranza, Samarate, Solbiate, Santo Stefano con Oggiona.
Questo medesimo borgo è la residenza di un commissario distretclasse, Sotto il regno d'Italia era il capoluogo di una vice-prefettura che nel 1814 estendeva la sua giurisdizione sopra 91,126 abitanti; ma nel successivo scompartimento del regno Lombardo ne furono staccati moltissimi comuni e la vice-prefettura fu divisa in varj distretti.
Ora il distretto di Gallarate, oltre il capoluogo, conta 18 altri comuni, che sono: Albizzate, Arnate, Besnate, Bolladello, Cajello, Cardano, Cassano-Magnago, Cassina-Verghera, Cedrate, Crenna, Ferno, Jerago, Oggiona, Orago, Peveranza, Premezzo, Samarate e Solbiate sull'Arno.
 
Superficie totale pertiche 142,683. 14 2/3.
Estimo scudi 708,187. 5. 5. 3.
Popolazione di tutto il distretto 24,698 abitanti.
In questo distretto è il famoso altopiano detto volgarmente la Brughiera di Gallarate, ampia estensione di territorio tra l'Olona e il Ticino che correndo da oriente ad ostro per lo spazio larghezza ineguale, ossia sopra una superficie di 108,000 pertiche quadrate, non produce che erica, detta nel dialetto lombardo Brugo (in francese Bruyère), arboscello di cui sono varie le specie, e che impadronendosi de' terreni sabbiosi, non ammette più nissun'altra pianta tranne quelle della propria famiglia. Si suole però svellerla ogni tre o quattro anni e serve ai concimi. "La siccità, dice l'Amoretti, è la cagion principale per cui resta incolto questo vastissimo tratto di terreno, che pur non è la solita brughiera della Lombardia nostra.
Vuolsi che siasi tentato di portarvi altre volte l'acqua del Ticino, mediante un canale che cominciasse sotto Somma, al luogo detto il Pan-Perduto; e si veggiono difatti ancora vestigi d'un cavo fatto accanto all'alveo del fiume in que' contorni. Altri progetti vi son tuttavia d'irrigare quel vasto distretto, derivando le acque dal lago stesso ad Angera, o con quelle del lago di Lugano dandogli un emissario meridionale, presso a Porto di Morcote; ma chi ha misurato l'altezza di questo luogo vi trova molte difficoltà, per la navigazione almeno... Egli è su questa brughiera, ma più verso il Ticino, fra Rosate (leggi Nosate) e Somma, che i nostri astronomi hanno misurato sul meridiano una base di tese 5130, sulla quale hanno formati tutti i triangoli che servirono a fissare i punti sulla gran carta della Lombardia".
La detta base della triangolazione della Lombardia fu presa presso Tornavento alle long. di 26° 23'
 
47'' e fra le latitudini 45° 39' 30'' e 45° 33' 50'' e le altezze al di sopra del livello dell'Adriatico furono trovate come segue:
 
Piramide boreale Al piede.................metri 253. 628.
Alla sommità........... " 258. 669.
 
Piramide australe Al piede.................metri 199. 561.
Alla sommità ....... " 204. 602.
 
Somma 4 miglia tram-pon. da Gallarate; 1 lev. dal Ticino; 6 tram. da Tornavento.......metri 266.
Busto Arsizio 4 ostro-lev. da Gallarate, 6 lev. da Tornavento e dal Ticino.
Il Ticino presso Tornavento............
Il Verbano o lago Maggiore.......
Il Ceresio o lago di Lugano......
 
Donde si vede che il Ticino ed illago Maggiore si trovano a molto più basso livello che non la brughiera di Gallarate. Tuttavia l'estensione di questa landa da alcuni decenni a questa parte, è alquanto diminuita; massime dopo che il Governo del regno d'Italia permise ai comuni di vendere ai particolari la parte loro spettante. E fra i particolari varj ve ne furono che fecero dei tentativi non sempre infruttuosi per dissodare quell'inaquoso terreno: fra questi si distinse il duca Visconte di Modrone che ridusse a buona coltura più tratti di terreno; e alcuni altri tratti furono per lo meno coperti di boschi.
Gallarate dista 22 miglia a tramontana-ponente da Milano ed 8 miglia ad ostro-levante da Sesto Calende.
Le distanze da Busto a Somma furono indicate poc'anzi.
 
ALBIZZATE. Provincia di Milano, distretto (XII) di Gallarate, comune con convocato e 1074 abitanti. Sta sopra un'amena ed ubertosa collina al cui piede scorre il fiumicello Arno.
Superficie pertiche 5616. 15.
Estimo scudi 33,925. 1. 6.
Il territorio abbonda di viti e gelsi; i Taverna, gli Archinti, famiglie nobili di Milano, vi hanno grandiose villeggiature: sta a 4 miglia a tramontana da Gallarate e 6 ad ostro da Varese.
Bonaventura Castiglioni pretende che il nome di questo villaggio derivi dagli Albuzj, patrizj romani, che quivi, secondo lui, abitarono lungamente.
 
ARNATE. Provincia di Milano, distretto (XII) di Gallarate, comune con convocato e 723 abitanti.
Superficie pertiche 3497. 23. 6 Estimo scudi 21,340. 5. 2 21/48 Giace in riva al torrente Arno, da cui prese il nome, sopra un territorio fertile di biade, gelsi e viti. Sta lontano un picciol miglio a mezzogiorno da Gallarate
 
 
BESNATE. Provincia di Milano, distretto (XII) di Gallarate, comune con convocato e 937 abitanti.
Superficie pertiche 11,171. 7.
Estimo scudi 41,877. 4.
Villaggio sopra un colle dal quale si dominano i villaggi circostanti.
Sembra che sia molto antico e stato co ragguardevole, se può farsi congettura da una lapide mortuaria ivi scoperta.
Nel medio evo formava corte insieme con Albizzate. Eravi un castello eretto dai Visconti, ora ridotto, con pochi cambiamenti, a civile abitazione. Oprando da Besnate fu quello che nel 1220 fabbricò con colonne di marmo rosso il pulpito di Sant'Ambrogio in Milano; sta a 3 miglia a tramontana da Gallarate ed altrettante a tramontana-levante da Somma.
 
BOLLADELLO.
Provincia di Milano, distretto (XII) di Gallarate, comune con convocato e 668 abitanti. Superficie pertiche 5827. 11.
Estimo scudi 26,239. 1. 1.
Villaggio tra l'Olona e il torrente Arno, 3 miglia a tramontana-levante da Gallarate, in un territori sparso di collinette, abbondante di gelsi e viti. Anticamente faceva parte del contado del Seprio ed appartenne alla famiglia Martignoni; uno dei quali fu Lorenzo Martignoni, che dopo estintasi la linea de' Visconti duchi di Milano fu eletto capitano della Libertà nel 1447.
 
CAJELLO. Prov. Di Milano, distretto (XII) di Gallarate, com. con conv. e 409 abitanti.
Superficie pertiche 4,101. 8.
Estimo scudi 22,338. 0. 2.
Villaggio alla sinistra della strada maestra che da Gallarate conduce a Varese e dalla quale dista un assai breve cammino, lontano 2 piccole miglia a tramontana da Gallarate e quasi 4 miglia a levante da Somma.
Una tradizione popolare, ma priva di fondamento, e di cui si trovano indizj in più altri luoghi del Milanese, pretende che Cajello sia stato fondato da un figlio di Enea che ivi morì e che vi fu anche sepolto. Certo è che si trova menzione di questo villaggio nelle carte del secolo X. Nello spirituale forma una parrocchia sola col vicino comune di Premezzo e conta 630 anime.
 
CARDANO. Provincia di Milano, distretto (XII) di Gallarate, comune con consiglio e 1993 abitanti.
Superficie pertiche 14,172. 18. 2/3.
Estimo scudi 52,853. 5. 2 32/48.
Terra considerevole, di cui il Giulini trovò memoria nel secolo VII. Fu la patria di Milone, arciprete del duomo di Milano, poi vescovo di Torino nel 1170, indi arcivescovo di Milano nel 1187. Da esso uscirono le famiglie Cardano e Castiglioni; e gloriasi pure di aver dato i natali od conobbe il proprio padre, ma che divenne famoso medico, matema-
tico e filosofo insigne per potenza d'ingegno e per singolari traviamenti di spirito, dotato di uno strano umore e perciò sempre sventurato,  ed alla divinatoria, vuolsi che per verificare il proprio oroscopo, ch'ei sarebbe morto a 75 anni, trovandosi in Roma in quella età si lasciasse morir di fame. Il territorio di e in pianura, e frutta cereali ed ottimi vini. Sta lontano 2 miglia a mezzogiorno da Gallarate e 6 dalla sinistra del Ticino.
 
CASSANO MAGNAGO. Provincia di Milano, distretto (XII) di Gallarate, comune con consiglio e 2863 abitanti.
Superficie pertiche 17,274. 13.
Estimo scudi 99,410. 3. 4.
Bello ed allegro villaggio sopra un ameno colle, che dà ottimi vini, un miglio a tramontana-levante lontano da Gallarate.
E' diviso in due parrocchie, di cui l'una ha 1300 anime, l'altra 1390; ambe dipendono dalla pieve di Gallarate: la prima detta di Santa Maria del Cerro è la più antica ed una volta era la sola. Quivi cominciano le deliziose e fertili colline del Milanese, che verso ponente-tramontana prolungasi fino al Verbano ed al lago di Varese. Eravi altre volte un forte castello fatto fabbricare nel secolo XIII dall'arcivescovo Ottone Visconti, la di cui effigie si vede in una testa riposta nel muro dell'edifizio, ora convertito in abitazione campestre.
Gli etimologisti ne derivano il nome da Casa-Sana, pretendendosi che ivi non abbia mai serpeggia to la peste attesa la purezza ed elasticità dell'aria che domina su quell'alta vetta.
Nelle carte del secolo XV si trova che la parrocchia di S. Giulio era chiamata contrata Magnaghi, e quella di Santa Maria, contrata Sanctae Mariae apud Cerrum Cassani. Le pareti di quest'ultima chiesa sono coperte di pitture fatte dal Morazzone per disposizione testamentaria del 1597 di Princivalle Visconti; ed esse rimasero intatte nel ristauro, o meglio, rinnovazione che si fece di quella chiesa, non è ancora molti anni, mediante le cure dell'ancora vivente Ignazio Bianchi.
Chiamasi essa Santa Maria del Cerro a motivo di una pianta di cerro (quercus fastigiata) che debbe avere esistito da sette ad otto secoli, avendo essa potuto dare, come la quercia di Teofilo, il nome alla parrocchia da quattro secoli a questa parte, come si ha dai documenti.
Questa memorabile pianta fu rovinata da un oragano non è molti anni.
Il citato Princivalle Visconti avendo portato da Colonia una spina della corona di nostro Signore, fu essa ad istanza di San Carlo Borromeo regalata alla parrocchiale di Santa Maria, ove si venera ancora.. Altre Colonia, ecc. Cagnola, inscritti già da cinque zj milanesi.
 
CASSINA VERGHERA. Provincia di Milano, distretto (XII) di Gallarate, comune con convocato e 610 abitanti.
Superficie pertiche 2931. 14.
Estimo scudi 10,821. 2. 5 18/48
Nella parrocchiale si venera una camicia della Beata Giuliana Puricelli, a cui il villaggio si vanta di aver dato i natali, abbenchè i Bustesi gli contendano quest'onore. E' due miglia ad ostro di Gallarate.
 
CEDRATE. Provincia di Milano, distretto (XII) di Gallarate, comune con convocato e 690 abitanti.
Come parrocchia conta soltanto 560 anime. Superficie pertiche 5352. 22. Estimo scudi 33,049. 3. 6.
Villaggio in un'amena situazione ed in un territorio abbondante di biade, viti e di gelsi. Vuolsi che derivi il suo nome dalla prodigiosa copia di cedri che quivi intorno crescevano; i quali però non dobbia-
mo credere che fossero agrumi e quindi copia qui fosse di ameni giardini, ma bensì o larici o pini o ginepri od altra sorta di abeti, che i Latini dicevano Cedrus, e di cui eravi una specie detta Cedrelaten da Plinio, da cui traevasi una resina pregiatissima, colla quale facevansi anco statuine degli Dei. Dista un miglio ad ostro-ponente da Gallarate.
 
CRENNA. Provincia di Milano, stretto (XII) di Gallarate, comune con convocato e 1517 abitanti.
Come parrocchia conta 1480 anime; nel 1828 ne contava soltanto 1170.
Superficie pertiche 9560. 6.
Estimo scudi 62,533. 5. 4.
Villaggio sopra vago colle, vicino a Gallarate da cui dista soltanto un miglio a tramontana-ponente. Le viti del suo territorio danno ottimo vino. Fino al secolo IX vi era un fortissimo castello, di cui vedonsi ancora gli avanzi, e tre secoli dopo i Milanesi nelle guerre contro Federico Barbarossa, lo presidiarono colla guarnigione che tolsero dal castello di Mozzate. Magnifica è la sua chiesa cattedrale.
 
La Chiesa di S. Maria Campestre a Ferno
 
FERNO. Provincia di Milano, distretto (XII) di Gallarate, comune con convocato e 1690 abitanti.
Ma come parrocchia fa 1525 anime.
Superficie pertiche 32,908. 1.
Estimo scudi 62,529. 4. 4.
Villaggio 4 miglia a levante da Busto Arsizio e 3 miglia ad ostro da Gallarate. Una parte del suo territorio è a brughiera incolta; ed il rimanente è coltivato a biade, viti e gelsi.
Fu la patria del cappuccino Giuseppe Piantanida, a cui si attribuisce di aver introdotta a Milano la devozione delle 40 ore, in occasione che la città era assediata da Francesco I re di Francia; altri invece ne fanno onore al padre Zaccaria, fondatore de' Barnabiti.
 
JERAGO. Provincia di Milano, distretto (XII) di Gallarate, comune con convocato e 528 abitanti.
La sua parrocchia conta 490
anime. Superficie pertiche 4296.
12 1/2. Estimo scudi 19,915. 4. 4.
Villaggio al piè di un ameno colle, poco discosto dalla destra riva del torrente Arno e a 3 miglia a tramontana da Gallarate, in un territorio ben coltivato a viti e gelsi. Se crediamo a Bonaventura Castiglioni, era qui un tempio antico a cui convenivano i popoli de' contorni onde sacrificare ai loro Dei. Più certa è l'esistenza di un antico castello, che è il medesimo ora ridotto a sontuoso palazzo di ragione dei Bossi.
OGGIONA. Provincia di Milano, distretto (XII) di Gallarate, comune con convocato, che colla frazione di Santo Stefano fa 668 abitanti.
Nel 1846 gli abitanti furono 571.
Superficie pertiche 4088. 11.
Estimo scudi 20,053. 2. 4.
Villaggio presso il torrente Arno, a destra della strada che da Gallarate conduce a Varese; la parrocchia è nella vicina frazione di Santo Stefano. A vantaggio dei poveri evvi il legato Ferrario coll'annuo reddito di austriache lire 493. 50, che si erogano in tre doti di lire 100 milanesi ciascuna, ed in medicinali per gli infermi.
Un'altra porzione di questa stessa causa pia è destinata a benefizio del comune di Montonate.
 
ORAGO. Provincia di Milano, distretto (XII) di Gallarate, comune con convocato, che colla frazione di Cavaria fa abitanti 687. Superficie pertiche 3099. 16.
Estimo scudi 17,417. 5. 0 1/2.
Villaggio tre miglia a tramontana da Gallarate e 4 a levante per tramontana da Somma sulla strada che da Gallarate conduce a Varese, in un territorio che offre ovunque rigogliose piantagioni di viti e gelsi. Il comune forma due distinte parrocchie; quella di Cavaria di circa 450 anime, e quella di Orago 285.
 
PEVERANZA.
Provincia di Milano, distretto (XII) di Gallarate, comune con convo- cato e 470 abitanti. Nel 1846 gli abitanti furono 414.
Superficie pertiche 2436. 2.
Estimo scudi 9405. 4. 1.
Villaggio lontano un miglio dalla riva destra dell'Olona e a 3 miglia a tramontana-levante da Gallarate, sito da biade, viti e gelsi.
 
PREMEZZO.
Provincia di Milano, distretto (XII) di Gallarate, comune con convocato e 230 abitanti.
Superficie pertiche 3116.11.
Estimo scudi 12,166. 3. 5 1/2.
Villaggio due miglia a tramontana da Gallarate ed unito in una sola parrocchia col vicino Cajello. Il suo territorio è coltivato a viti e gelsi.
 
SAMARATE. Provincia di Milano, distretto (XII) di Gallarate, comune con convocato che colle frazioni di Costa e Cassina del Manzo (San Maccario) fa 2703 abitanti. Nel 1846 gli abitanti furono 2495.
Superficie pertiche 20,590. 12.
Estimo scudi 73,110. 2. 2.
Villaggio 3 miglia a tramontana-
ponente da Busto-Arsizio e due ad ostro da Gallarate. Il comune è scompartito tra due parrocchie, quella cioè di Samarate con Costa e Gambarera, e quella di Cassina del Manzo, detta altrimenti San Maccario.
Di Samarate fu certo Grigalfredo che nel 1258 fu trascelto ad arbitro fra il popolo ed i nobili di Milano. Soccorre ai poveri la causa pia Ferrario con un'annua rendita di lire 483.
 
SOLBIATE SULL'ARNO.
Provincia di Milano, distretto (XII) di Gallarate, comune con convocato e 696 abitanti.
Nel 1847 gli abitanti furono 679.
Superficie pertiche 4540. 5.
Estimo scudi 28,274. 2. 7.
Villaggio presso il fiumicello Arno, a destra della strada che da Gallarate conduce a Varese, 4 miglia a tramontana un po' per levante da quello e sette ad ostro da questo.
 
Valeriano Castiglioni

5.4 Il Gamba de legn

5.4.1 Un tramchiamato “Gambadelegn”

Un tram chiamato “Gambadelegn”
 
Chissà a cosa avrà pensato il “Luisin” Marmonti quando, in quel 31 agosto del ‘57, fece fischiare per l’ultima volta la motrice del “Gamba de legn”.
Con quel fischio se ne andava una parte importante della storia dei trasporti della nostra Lombardia. I primi tram a vapore nacquero con l’espandersi della città di Milano e con lo sviluppo conseguente dei commerci e del pendolarismo. Alle linee ferroviarie si affiancarono mezzi più economici e popolari, come il tram.
Il primo “Gamba de legn” iniziò il servizio nel 1876 collegando Milano con Saronno. La linea Milano-Magenta-Castano è inve-
ce più recente. Dal deposito di Corso Vercelli al 33 (ora cortile della scuola media “Mauri”) il nostro trenino svoltava tagliando il percorso della linea 33 e si dirigeva verso Vittuone. Una parte della linea giungeva a Magenta, un’altra terminava a Castano Primo.
Il tragitto veniva percorso ad una velocità di circa 30-40 Km/h, sia per la limitata potenza sia per le condizioni stradali. Per anni ed anni il tram percorre il tragitto da e per Milano portando una varietà di umanità. Studenti universitari, operai delle grandi industrie, impiegati. Tutti ben stipati nelle poche carrozze come il ripieno di un “polpettone di classi sociali”.
Quanti amori saranno nati su quei sedili? Quanti sonni di lavoratori avranno cullato quelli sferragliamenti e oscillazioni?
Arriva la guerra, ma il “Gamba de legn” non si ferma. Più volte viene mitragliato dagli aerei alleati, più volte si ferma per permettere ai passeggeri di fuggire nei campi. Anche nei periodi più difficili permette alla gente delle nostre terre di lavorare e di commerciare per sostenere le proprie famiglie.
Terminata la guerra comincia a delinearsi un nuovo modo di vivere in Italia.
L’economia comincia a riprendere, crescono i consumi e la fiducia dei lavoratori nel futuro.
Milano e il circondario crescono di abitanti, anche a causa dell’immigrazione dal sud.
 
Il 12 giugno 1957, davanti alla stampa, viene dato il primo colpo di piccone alla nuova linea metropolitana (linea rossa). Si parla subito di estendere la linea verso l’hinterland, creando nuovi rapidi collegamenti.
Di colpo tutti si accorgono di quanti difetti aveva il vecchio “Gamba de legn”: è lento, fumoso, ormai obsoleto.
Si decide quindi la sostituzione con pulman, in attesa dell’inizio dei lavori per la nuova linea.
Se l’arguzia popolare aveva battezzato il tram “Gamba de legn” per il suo movimento scostante, quasi a balzelloni, per le corriere trova subito il soprannome di “Balurda”, a causa dei guasti che ogni tanto costringevano i pendolari a cambi di veicolo.
Ed eccoci quindi a quel 31 agosto.
La nascente televisione immortala in un nitido bianco e nero le folate di fumo del trenino in attesa. Intorno al tram un pubblico venuto da Milano e dai nostri comuni. Il macchinista controlla per l’ultima volta gli strumenti.
Dalla folla arriva un mazzo di fiori che il Marmonti appoggia al finestrino.
Sono le 19,15: è l’ora! Un’ultimo fischio e con lo stridore delle ruote il “Gamba de legn”, come una diva, passa tra la folla e si avvia verso Magenta per l’ultimo viaggio, portando con sè un pezzo di storia delle nostre contrade.
Quanto alla metropolitana stiamo ancora aspettando che arrivi dalle nostre parti, tanto che della faccenda ci siamo quasi dimenticati; ma del “Gamba de legn” non ci dimenticheremo mai!
 
Roberto Perotti

5.4.2 Gamba de Legn: le ragioni di un successo

Dal gruppomusicaletradizione ed innovazione si  assemblano in una formula perfettamente riuscita
 
Gamba de Legn: le ragioni di un successo
 
E' doveroso, oltre che lecito, stilare il bilancio di un'esperienza che dura ormai da quasi 20 anni. Al 1987 risale infatti la nascita dei Gamba de Legn, che da quel lontano giorno sino ad oggi si sono costruiti una solida e meritata fama ben oltre i confini territoriali 'di stretta appartenenza'. Centinaia e centinaia di apparizioni dal vivo, in Italia e in Svizzera; quattro album incisi; migliaia di copie vendute; incalcolabili, ormai, le presenze ai concerti, che non sono mai semplici esibizioni, semmai riti collettivi, momenti di scambievole grazia ed interazione tra pubblico e complesso.
I Gamba de Legn nascono da una felice e geniale intuizione: negli anni in cui calava l'oblio sulla tradizione, gli anni Ottanta, il gruppo coglie la dinamicità della tradizione, il suo legame stretto ed indissolubile col presente. Non a caso la formazione nasce a Corbetta, città dotta e scapigliata, culturalmente inquieta, terra d'elezione- solo nell'ultimo secolodi letterati e personaggi di straordinario valore culturale: dal più noto e celebrato, Carlo Dossi, passando per Ernesto Rossi (il maggiore esperto di letteratura lusitana del ventesimo secolo), Luciano Prada (di cui ricorre quest'anno il decennale della comparsa), Dani le Cucchiani, Silvio Paulin, Gianni Saracchi. Di questi autorevoli, spesso irregolari personaggi i Gamba de Legn sono degni emuli.

5.4.3 Una storia mai dimenticata El Gamba de Legn

Una storia mai dimenticata El Gamba de Legn
 
Quando il 20 Febbraio del 1951, durante la discussione del disegno di Legge relativo ai “Provvedimenti da adottare per il potenziamento di ferrovie e d’altre linee di trasporto in regime di Concessione”, l’eminente Senatore Guido Corbellini (già Ministro dei Trasporti), si mise a stigmatizzare, fra l’altro, con dure parole il servizio tranviario interurbano del percorso Milano-Magenta-Castano (MMC), quello svolto dal popolare “Gamba de Legn”, segnò consapevolmente il destino dell’ultimo tramway a vapore ancora in funzione fra tutti quelli che avevano fatto capo a Milano.
Tanto sarebbe bastato e l’Azienda Tranviaria Municipale di Milano (ATM) che dal 1° di Luglio del 1939 era subentrata nella gestione della MMC, ottenuto l’anno seguente il totale ripianamento del deficit di bilancio, pattuito con l’obbligo di sostituire il trasporto interurbano su rotaia con quello automobilistico, iniziava ad operare i primi tagli a tutta la rete ma in particolare all’esercizio a vapore che era sorprendentemente sopravvissuto fino allora, senza sostanziali cambiamenti.
 
La storia L’idea di realizzare una tranvia a vapore fra Milano e Magenta, con una diramazione per Castano, era sorta nel 1877 per iniziativa d’alcuni personaggi politici locali i quali però, a seguito della scarsa partecipazione degli investitori nostrani, furono costretti ad accettare la compartecipazione finanziaria di un’impresa di costruzioni belga, dato che il 14 Aprile del  1878, allo scadere della sottoscrizione lanciata presso la Banca Popolare di Milano, erano riusciti a racimolare solo 2000 delle 5000 Azioni da 250 Lire necessarie per la realizzazione.
Ottenuta il 9 Settembre del 1878 una Concessione, della durata di cinquant’anni per costruire ed esercitare una tranvia a vapore lungo la Provinciale Vercellese, la Società Anonima d e l Tr a m w a y s MilanoMagenta-Sedriano-CuggionoCastano (MMC), costituita il 17 Luglio del 1878 dall’ingegner Enrico Horvath e dal Ragionier Amos Mascheroni e presieduta dall’ingegner Giovanni Morosini, diede attuazione al progetto contenuto nella “Istanza” presentata alla D e p u t a z i o n e P r ov i n c i a l e nell’Ottobre dell’anno prima dagli stessi Horvath e Mascheroni.
In base agli accordi, fu concesso all’impresa belga una somma di danaro a forfait affinché prov-
vedesse alla costruzione delle linea, all’acquisto del materiale rotabile e dei circa 45 Km di binario occorrente, con i lavori iniziati previo l’ottenimento di sub-concessioni da parte dei comuni attraversati, ai primi del 1879 contemporaneamente sulla linea di Magenta e sulla diramazione di Castano.
Di conseguenza l’esercizio fu attivato a tronchi di linea man mano che i lavori si compivano e così si poté viaggiare da Milano a Sedriano il 2 Agosto del 1879; da Sedriano a Cuggiono il 15 Ottobre, da Sedriano a Corbetta il 27 Novembre dello stesso anno, con autorizzazione ministeriale provvisoria essendo il Decreto formale del 21 Ottobre.
Quindi, da Corbetta a Magenta il 5 Gennaio del 1880 e da Cuggiono a Castano l’8 Marzo dello stesso anno.
A Milano la linea tranviaria si sviluppava da una piccola stazione, con annessi locali di servizio e una rimessa all’aperto costruita appena fuori i Bastioni di Porta Magenta, a 150 m. sulla destra della Porta su di un’area riconducibile all’odierno Piazzale Baracca.
Da qui il binario iniziava la sua corsa, mantenendosi sulla sinistra della principale traversa dell’omonimo sobborgo, per poi incrociare a “raso” i binari della ferrovia Milano-Vigevano nella tratta di cintura lungo le attuali vie Cimarosa e Cherubini.
Superato il Passaggio a Livello che ne regolava l’attraversa-
mento, il tramway a vapore attraversava gli abitati di S. Pietro in Sala e della Maddalena per poi uscire sulla strada provinciale esterna detta Vercellese percorrendo la quale, erano lambiti i centri abitati d'Isola Europa Cascina Resciona, Cascina Pioppette, Cascina S. Romanello e Trenno ed Uniti che nel 1923 risultavano tutti definitivamente fagocitati dalla Metropoli.
Dopo Bettola i binari si trasferivano sul lato destro della strada rimanendovi durante gli attraversamenti di Cascina Olona, San Pietro all’Olmo, Cascina Sanner,Cascina Roveda, Sedriano e Cscina Pobbia lungo una direttrice che inizialmente precludeva l’attraversamento di Corbetta e terminava dopo circa 23 Km in quel di Magenta, grosso centro rurale, noto all’epoca più che altro per la grande battaglia combattuta il 4 Giugno del 1859 tra gli austriaci e i franco-piemontesi.
Viceversa la diramazione per Castano iniziava a circa 600 m.
fuori di Sedriano e via percorrendo la strada provinciale per Turbigo incontrava dapprima l’importante centro di Vittuone che, venendosi a trovare a cavallo di una biforcazione tranviaria, possedeva l’eccezionale privilegio di avere sul suo territorio due distinte fermate:
quelle di “Palo” a Sud e “Stazione” a Nord che divenivano tre se si considera quella di Arluno locata in territorio di Vittuone.
A fianco di quest’ultima vi era, regolato da una sbarra, un’altro incrocio ferroviario a raso, quello con la Milano-Torino, allora gestita dalle Strade Ferrate dell’Alta Italia (SFAI).
Degno d’attenzione, l’attraversamento era realizzato facendo risalire le rotaie tranviarie del tipo a “gola” sino alla sommità del fungo della rotaia ferroviaria, divenendo piatta in quel  punto, per ovviare in tal modo al divieto imposto dalla SFAI al taglio dei suoi binari.
Ovviamente il transito del tramway doveva avvenire a passo d’uomo, per evitare un sicuro svio.
Quindi la linea proseguiva attraversando i paesi di Cascina Ce r t o s a , O s s o na , Ca s c i n a Asmonte e Inveruno, dove l’andamento rettilineo era interrotto per deviare sulla comunale che immetteva a Cuggiono, per poi riprendere la provinciale per Buscate e giungere infine al capolinea di Castano a circa 19 Km dalla primitiva deviazione.
Scopo principale della tranvia fu quindi, quello di collegare Milano ai paesi disposti lungo la fascia Nord-occidentale della provincia, ricca di aziende agricole grandi e piccole che anelavano alla celere commercializzazione dei loro prodotti, quali ad esempio la foglia di Gelso per la bachicoltura da inviare sui mercati remoti che ne andavano facendo richiesta.
 
L’esercizio Inizialmente la circolazione del tramway a vapore avveniva ad orario prestabilito, nell'attesa di una decisione che la Direzione della MMC avrebbe dovuto prendere sull’applicazione del telegrafo.
 
Fu installato invece il telefono, l cui uso ferroviario si andava sempre più estendendo, tramite cui più semplicemente il Capostazione impartiva le disposizioni ai Capitreno durante le soste agli incroci che solitamente erano posti in corrispondenza delle Osterie di paese, alcune delle quali già Stazioni di Posta, ma tutte di sicuro tappe “obbligate” per i viandanti.
Per svolgere il servizio furono acquistate sei locomotive tranviarie, più una settima giunta nel 1880, tramite l’intermediazione dei Signori Moroni, Belloli e Demartini, rappresentanti la nota “Lokomotiv Fabrik Krauss & C. di Monaco, una delle migliori case tedesche costruttrici di tramway a vapore che in provincia di Milano aveva già fornito la MilanoVaprio, la prima tranvia a vapore milanese e poi la MilanoSaronno.
Le macchine, avevano i cilindri esterni e gli assi accoppiati con il meccanismo motore del tipo Stephenson e la caldaia tubolare disposta orizzontalmente aveva il focolare in rame con la  porta sistemata su di un fianco, nel lato in cui erano raggruppati tutti i comandi: compreso il freno, del tipo Exter che veniva descritto come rapido ed efficace.
Questa disposizione generale era stata così concepita per agevolare il lavoro del macchinista in tempi in cui, da solo e senza aiuto alcuno doveva provvedere alla conduzione della caldaia e a sorvegliare il percorso durante il viaggio.
Secondo l’ingegner Giuseppe Bianchi, della Deputazione
 
Provinciale, queste macchine numerate da 1 a 7 rispettavano al meglio le norme del “Capitolato sulle Tranvie” emanato dalla stessa Deputazione e di più, se venivano alimentate con il Coke possedevano anche la caratteristica di emettere fumi meno densi d'altre locomotive, a beneficio dell’attraversamento urbano di Milano.
Sfortunatamente, ci dice l’ingegnere inglese Geoffrey E.
Ba d d e l e y ( Di re t t o re d e l l a London Transport) autore di uno studio sulla MMC effettua Macchinista Previ e fuochista Colombo di Corbetta
(rivisto nel 1969 e nel 1980), non era stato possibile attribuire ad ognuna di queste sette locomotive il nome originale ma le targhe riportanti i titoli di "Milano", "Magenta", "Castano", "Sedriano", "San Pietro all’Olmo", "Inveruno" e "Vittuone", tutte collocate sulle locomotive successive, pare fossero state tolte dalle Krauss di prima dotazione quando nel 1931 queste furono demolite, tranne la 2 già alienata per inci- dente nel 1904.
Mentre per l’acquisto del materiale trainato ci si rivolse alle Officine Meccaniche “A.
Grondona” di Milano che fornì 28 carrozze viaggiatori, a terrazzini con lucernario, per la maggior parte di II Classe e le rimanenti di I e II, la cosi detta Classe “mista”, oltre a 10 carri merce.
Gli inizi Purtroppo le incertezze economiche della fase costituente continuarono a manifestarsi anche in seguito, in conseguenza dei risparmi aveva voluto realizzare acquiaveva voluto realizzare acquistando un armamento un po’  troppo “leggero” con i binari da 14 Kg. il metro lineare che pare fossero già usati, posati su delle traverse messe alla distanza di 90 Cm l’una dall’altra.
Motivo per il quale la Deputazione Provinciale, allora competente, era intervenuta per limitare la massima velocità a 15 Km orari e ad imporre una  serie di numerose altre restrizioni all’esercizio, a scapito ovviamente dei tempi di percorrenza che prevedevano per compiere l’intero tragitto, da Milano a Castano, due ore e trenta minuti circa.
Di conseguenza le accresciute spese di gestione e il primitivo materiale rotabile divenuto insufficiente, ritardarono agli inizi l’effettuazione di un regolare “Servizio Merci”.
In questo contesto la Società commise anche l’errore di aumentare considerevolmente le tariffe, tanto da provocare una brusca diminuzione della clientela che inizialmente era costituita da contadini e mediaori agricoli.
Ciò nonostante il tramway a vapore rimaneva più celere delle tre diligenze che quotidianamente giungevano a Milano da Castano, effettuando soste a  Deposito Stazione di Porta Vercelli a Milano
 
Cuggiono, Corbetta e Sedriano
e dei numerosi Corrieri esistenti in loco, per il trasporto dei prevalenti prodotti agricoli e zootecnici locali.
Nel 1886, il calo d’utenza mani- festatosi in precedenza, ancora non si era riusciti a recuperare e a nulla era valsa la decisione della Società del Tramway di istituire il biglietto di Andata e Ritorno.
Per contro il gettito emanato dal trasporto delle merci, era da qualche anno in costante ascesa grazie all’attivazione di un  accordo con i binari privati della Circonvallazione tranviaria milanese, tramite il quale ci si era potuti collegare con altre Società della vasta rete tranviaria lombarda.
La qualcosa aveva consentito di trasportare sulla MMC una notevole quantità di merci, da e per le località raggiunte, fra cui in particolare la calce proveniente addirittura dalle fornaci della Val Seriana, diretta senza trasbordo ai cantieri di Castano Primo della costruenda tratta Seregno-Novara delle Ferrovie Nord Milano.
Inevitabile che l’aumento del traffico merci avesse reso insufficiente il numero dei carri in dotazione, per cui la Società sopperì alla bisogna con la costruzione d'altri quattro carri, di cui due chiusi che erano allestiti dagli stessi operai dell’officina milanese quando le riparazioni ordinarie non reclamavano urgentemente la loro opera.
Divenuti in totale 19 questi carri avevano consentito di raddoppiare in due anni la portata utile complessiva, elevandola a 100 Tonnellate.
Il costo di questo materiale rotabile fu ripartito fra le spese annuali d’esercizio che, nonostante ciò, stava decrescendo d'anno in anno, senza quindi ricorrere a quel Fondo di Rinnovamento da cui invece furono attinte 14600 Lire per l’acquisto di una nuova locomotiva Krauss, dotata di freno ad aria compressa e inserita nel parco macchine col n. 8.
Purtroppo un’altra spesa da un paio d’anni compariva in rosso sul bilancio della Società, quella degli incidenti i quali nonostante la bassa velocità di marcia, per l’assenza di un qualunque  tipo di freno-continuo, non si erano riusciti ad evitare: tranne durante attraversamenti dei centri abitati la dove vigeva la regola che obbligava il Cantoniere di precedere a piedi il convoglio con una bandiera in mano.
Per uno di questi incidenti, costato la vita ad un contadino di Inveruno, la Società aveva dovuto tacitare la famiglia di questo con la somma di 2000 Lire, quando invece altre 947 erano state pagate l’anno precedente per un analogo investimento in cui morì un cavallo.
Il valore relativo, attribuito allavit  umana trovava ulteriore  riscontri nel 1887 quando in due distinte occasioni si verificò la morte di due viaggiatori che imprudentemente erano scesi dal convoglio durante la corsa, ma non essendo emerse responsabilità da parte del personale, la Società non dovette corrispondere niente.
L’ulteriore mancato introito nella vendita dei biglietti si era riscontrato anche nei giorni festivi, in particolare a Castano, da dove le FNM oramai provvedevano ad effettuare un collegamento assai più veloce con Milano.
In questo bilancio altalenante s’inseriva però, nello stesso anno, il buon affare realizzato dalla Società del Tramway con la vendita a Milano dell’area su cui sorgeva la stazione che era ricostruita più arretrata nei pressi della ferrovia di cintura, con una spesa preventivata di circa 35000 Lire.
Nel 1885, come detto, era stata acquistata una nuova locomotiva Krauss più potente delle altre, le quali potevano trainare fino a sei veicoli, l’ultimo dei quali doveva essere munito di freno a mano.
Successivamente arrivarono le locomotive n. 9 e 10 delle quali non se ne conoscevano i dati ma che pare pervennero di seconda mano dalla tranvia Lugo-Alfonsine, chiusa nel 1901 e poi, nel 1904, un’altra locomotiva ancora più potente soprannominata dal personale la “gobba” perché aveva la caldaia più alta, acquistata per sostituire col medesimo numero la n. 2, demolita.
Poi ancora la n. 11 nel 1906 e altre due nel 1907 che erano numerate 12 e 14, saltando di proposito l’utilizzo del n. 13 per motivi scaramantici.
Tutte queste locomotive erano di costruzione Krauss come le seguenti n. 15, 16 e 17 del 1910 che assieme alle 10 vetture a terrazzini di II Classe e alle 4 “miste” a vestibolo chiuso, prodotte dalle Officine  Ferroviarie Liguri F.lli Bagnara di Sestri Ponente, furono l’ultimo materiale rotabile acquistato nuovo, sopravvissuto fino alla chiusura delle linea.
Per questioni di spazio questi tramway a vapore avevano i comandi disposti sulla caldaia o separati ai lati del “duomo” del vapore.
Sulle Krauss, di prima dotazione, la leva del regolatore era costituita da un manubrio che rimaneva sollevato in posizione verticale di chiusura per effetto della pressione esistente in caldaia: caratteristica che aveva dato adito, nel corso degli anni, a qualche curiosa dimenticanza.
In buona sostanza, capitava che ai capolinea periferici di Magenta e Castano Primo, non essendo prevista la figura dell’accenditore, il fuochista fosse costretto a dure levatacce per rimettere in pressione la sua locomotiva.
Nell’adempiere al suo lavoro questo doveva ricordarsi di assicurare con un filo di ferro il manubrio dato che durante la notte, specialmente d’inverno, on l’abbassarsi della pressione poteva ricadere verso il basso ed inserirsi per così dire “automaticamente” nella posizione di “Marcia”.
Ciò fatto rimaneva giusto il tempo per schiacciare un pisolino nella baracca della carbonaia nell'attesa dei colleghi all’ora di partenza.
Tutto bene fin che una mattina del 1920 a Castano, il fuochista si dimenticò della precauzione e trovandosi predisposta anche la lunga leva d’inversione della marcia, per la dimenticanza descritta, appena raggiunta la pressione minima sufficiente, la locomotiva prese il via da sola e senza nessuno a bordo, giungendo con gli usuali due rimorchi fin nei pressi della fermata di Cascina Asmonte dove, con qualche affanno, era raggiunta dal suo macchinista partito all’inseguimento in bicicletta.
Fra gli accorgimenti che il buon macchinista doveva adottare, durante la marcia, c’era anche quello di chiudere il Regolatore quando in certi periodi dell’anno s’incrociavano o sorpassava no lunghe file di carri carichi di paglia, per evitare di emettere scorie ancora accese che avrebbero potuto appiccare il fuoco a qualche carro: come purtroppo era capitato.
Di vicissitudini come questa il nostro Gamba de Legn sicuramente n'ebbe tante, a cominciare dai servizi svolti durante la Grande Guerra, quando era stato impiegato di notte per tra-sportare la lignite per i milanesi e il carbone destinato ad alcune industrie locali o ancora, quando il 31 di Maggio del 1917 il fiume Olona, a Milano incanalato, straripò inondando la strada nei pressi di Piazza de Angeli e un convoglio bidirezionale (una locomotiva in testa e una in coda) carico di soldati feriti diretto ad un ospedale cittadino (alla Baggina?) fu travolto dall’impetuosità corrente e trascinato fino all’angolo di via Rubens, la dove era sezionato e recuperato ad opera della locomotiva n. 11.
Non si contano invece gli innumerevoli incidenti (meritori di un Capitolo a parte) che quando non accadevano per la pericolosa promiscuità esistente fra la sede stradale e quella tranviaria, erano provocati da qualche tranviere ubriacone o qualche altro poco raccomandabile.
Tra il personale ci si ricorda ancora di un macchinista, noto fra i colleghi per la sua arroganza come “fante di picche” che, nel 1923, quando il Capolinea di Cuggiono (con l’ex chiesa di S. Maurizio adattata a rimessa per la locomotiva), fu definitivamente spostato a Castano, non avendo ottenuto di far parte della squadra che lavorava su quella linea, nel malcelato intento di sminuire le capacità dei colleghi prescelti, mise deliberatamente di nascosto del cascame nel serbatoio dell’acqua di una locomotiva che andato ad ostruire la conduttura dell’iniettore aveva costretto infine il suo macchinista a “gettare il fuoco” in linea per non danneggiare la caldaia e a chiedere soccorso.
Le modifiche intercorse e quelle no Una delle prime modifiche (o tentativi di modifica) apportate al tracciato del Gamba de Legn si ha in Milano quando il 23 Settembre del 1880, in vista dell’Esposizione Nazionale1940 - Corso Magenta a Milano
 
Industriale, dopo uno studio effettuato da apposita Commissione, il Consiglio Comunale autorizzò la Società del Tramway che ne aveva fatto richiesta, ad estendere i suoi binari all’interno della città, partendo da un ingresso speciale di fianco alla Porta Magenta.
Il percorso si sarebbe dovuto snodare lungo i Bastioni di Porta Sempione (attuale via Boccaccio), passare per Piazza Virgilio ed attestarsi al Foro Bonaparte, nei pressi del CaffèTeatro Dal Verme. cittadina del 1882 dia come operante il tracciato, non risulta però che lo stesso sia stato percittadina del 1882 dia come operante il tracciato, non risulta però che lo stesso sia stato percorso dal tramway a vapore della MMC.
A Corbetta invece, si concluse positivamente la tribolata discussioni, fra il 1879 e il 1883, quando il Gamba de Legn perdiscussioni, fra il 1879 e il 1883, quando il Gamba de Legn percorreva ancora la direttrice Mi l a n o - Se d r i a n o - Ma g e n t a senza entrare in paese, riuscendo ad accedere al servizio tranviario facendo compiere una deviazione al tracciato.
Infatti, fin dal 2 di Ottobre del 1879, in una sola seduta consiliare il Comune aveva deliberato di approvare il progetto della Società del Tramway relativo alla deviazione del percorso per l’attraversamento del paese,
impegnandosi ad acquistare i terreni per la posa del binario con il denaro reperito da una pubblica sottoscrizione e di chiedere un prestito di 18.000 Lire alla Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde per tacitare le richieste della Società del Tramway.
Purtroppo le implicate lungaggini per l’applicazione d’altre varianti e la strenuante trattativa per l’acquisto dei terreni, consentirono al Tramway a vapore di entrare in paese solo nel 1883.
Una situazione analoga ma con fine diverso, é stata invece quella del Comune di Arluno.
Fin dagli inizi del secolo in Consiglio Comunale fu dibattuto la proposta di deviare il percorso della tratta SedrianoCastano dalla via per Turbigo al centro dell’abitato di Arluno e nel 1910 fu anche eseguito, ad opera dell’ingegner Gerolamo Gandini, un progetto di deviazione che però comportava la posa del binario sulle proprietà terriere dell’Ospedale Maggiore di Milano, dei Conti Radice Fossati, dei Conti Parravicini, dei Piantanida e dei Taroni.
Da parte sua la Società della MMC poneva come unica condizione il pagamento da parte del Comune di Arluno di 30.000 Lire “una tantum”, per compensare la maggiore lunghezza del tracciato. la spesa ma poi non se ne fece niente per l’opposizione d’alcuni proprietari terrieri interessati.
Tentativi come questo erano già stati fatti alla fine del secolo e saranno inutilmente ripetuti durante il periodo fascista:
come pure, di ripiego, non fu mai concessa una fermata supplementare all’incrocio della strada Arluno-Corbetta con la Provinciale per Turbigo, oltre quella del Bettolino che però era locata sul territorio di Vittuone.
E’ dunque un capitolo sfortunato quello dei trasporti pubblici ad Arluno, dato che non fu neanche realizzato l’importante progetto della Provincia di Milano che prevedeva l’attraversamento di questo paese con addirittura due linee tranviarie: la Saronno-Ab b i a t e g ra s s o e l a Bu s t o Arsizio-Sedriano.
 
Quest’ultima a Sedriano si sarebbe congiunta con la Milano-Magenta-Castano i cui binari come detto, lambivano appena il territorio di Arluno con la fermata del Bettolino.
Per contro, una situazione inversa si era creata nel 1910 a Cuggiono, quando, durante il progredire dei lavori di rinnovo del binario, con uno di tipo più pesante, in Consiglio Comunale fu discussa la proposta di trasferire all’esterno del centro abitato i binari tranviari.
Per risolvere il problema, si tenne in municipio un riunione, a cui partecipò anche l’allora Presidente della Società del Tramway MMC, il professor Giovanni Colombo (Sindaco di Sedriano), coadiuvato dall’ingegner Lucio Bergonzini che fra l’altro, mise in risalto i benefici di riuscire ad elevare sulla tratta rettificata, Vittuone-Castano, la velocità dei convogli a 25 Km orari.
Così facendo si sarebbero resi più celeri i collegamenti con Milano, a beneficio di tutta la zona, special modo per il trasporto delle merci, data la possibilità di raccordare la tranvia con le Ferrovie dello Stato a Vittuone e con le Ferrovie Nord  Milano a Castano Primo.
Raggiunto un accordo, per lo spostamento dei binari fuori paese, iniziarono le difficoltà che si mostrarono maggiori del previsto.
Ottenuti i permessi si dovette scegliere, fra due diverse proposte di tracciato da attuare, per poi procedere alla non facile acquisizione dei terreni da espropriare stante il diniego iniziale di alcuni proprietari terrieri.
 
Finche, senza lesinare sul prezzo d’acquisto, l’accordo fu raggiunto e nel 1911 il Consiglio Comunale approvò il nuovo tracciato, mettendo la parola fine ad una vicenda che per molto tempo aveva suscitato non poche polemiche in tutto il paese.
Nel 1915, evidentemente inte-
ressata ad espandersi, la Società del tramway aveva presentato al Consiglio dei Lavori Pubblici il progetto di un prolungamento Sedriano, via Fagnani, fine anni ‘40
dei binari sociali da Magenta a Trecate con la variante non indifferente, di un allargamento del ponte sul Ticino per consentire la posa del binario senza dare eccessivo intralcio alla circolazione stradale.
La notizia della sua approvazione divulgata dai quotidiani l’anno seguente, aveva spinto la direttamente alla Direzione della MMC ulteriori notizie su l’effettivo stato delle cose, dato l’evidente interesse di questa a disporre di un collegamento celere anche con il magentino e quindi con le industrie del milanese.
La Società del Tramway, tramite il suo Direttore, ingegner Lino Bigidini, si era affrettata a rispondere che il progetto aveva già ottenuto tutte le approvazioni necessarie, e che per l’allargamento del ponte sul Ticino non ci sarebbero stati ostacoli di sorta, mentre per l’avvio dei lavori si attendeva un calo dei prezzi dei materiali da costruzione che al momento erano lievitati di molto.
Le difficoltà del tempo di guerra impedirono poi l’attuazione del progetto che, prima del secondo conflitto mondiale, era ripresentato con la previsione di un ammodernamento generale e il riutilizzo dei binari della oramai soppressa tranvia Vigevano-Trecate-Novara che, per gli analoghi motivi di venticinque anni prima, non ebbe alcun seguito.
Diversamente a Milano, dopo lo spostamento del Capolinea, un’altra variante al percorso del Gamba de Legn si ebbe nel 1931, quando con l’inaugurazione della nuova stazione Centrale, era cambiato radicalmente l’assetto ferroviario cittadino.
Con l’abbattimento del cavalcavia ferroviario (costruito successivamente) che attraversava Corso Vercelli alla confluenza di questo con la via Belfiore, il tramway abbandonava quest’ultima, il borgo di S. Pietro in Sala e il primo tratto di via Marghera, per proseguire direttamente sui binari tranviari urbani e dopo averli incrociati dapprima all’uscita del deposito, lungo Corso Vercelli e poi in Piazza Piemonte, si reinseriva sul tracciato originale nel secondo tratto di via Marghera, nel punto in cui inizia l’attuale via R vizza.
 
Mario Moretti
 
(I parte)

5.4.4 El Gamba de Legn 2 parte

El Gamba de Legn   2 parte
 
Da Milano
Quando nel 1911 il comune di Milano provvide ad estendere le linee tranviarie urbane gestite dalla "Edison", sino ai confini della città, anche il Capolinea della MMC fu posto in corrispondenza del Deposito-Officina, in Corso Vercelli al n. 33.
Stretto in un cortile fra due angusti palazzi il Deposito, cui i viaggiatori potevano accedere solo da una porticina comunicante dall’adiacente Caffè Bottiglieria rivendita dei biglietti, comprendeva un'officina attrezzata per lo svolgimento di tutte le lavorazioni e i relativi uffici compreso quello del Dirigente del Movimento (il Capostazione), cui i Capitreno, ad ogni fermata Obbligatoria, dovevano riferirsi per telefono.
La stazione di notte veniva chiusa da un’artistico portone di ferro battuto, scomparso durante la seconda guerra mondiale, che nello svolgere la sua funzione copriva uno stretto androne, con la volta ad arco leggermente incassato fra le vicine costruzioni lungo il quale il Gamba de Legn passava a malapena, quindi a fronte del possibile pericolo il transito dei viaggiatori dall’androne era “ASSOLUTAMENTE VIETATO”.
Scevro dall’osservarne l’obbligo ne aveva fatto le spese ogni tanto qualche tranviere, fra cui il fuochista Luigi Belloni che sportosi inopinatamente dalla sua locomotiva durante una manovra aveva sbattuto violentemente il capo contro una colonna tanto da subire alcuni giorni di ricovero in ospedale.
Assunto nel 1921 e collocato a riposo nel 1952 per malattia, il Belloni era subentrato a suo fatto il Cantoniere in Corso Vercelli fin dalla data di apertura della tranvia.
A partire dal 1911 e fin verso il 1931, con il progressivo espandersi di Milano si susseguirono diversi cambiamenti del percorso urbano del tramway a vapore, stabilendo il capolinea dei treni effettuati come “Supplementari" al Dazio della Bettola dove manovravano per il ritorno lungo un binario d’incrocio sufficientemente lungo.
A parte Trenno, la cui fermata era discosta dal paese, l’abitato di S. Romanello era costituito da uno sparuto gruppo di case con qualche negozio sottostante lambito dal binario mentre Bettola di più aveva il Dazio e un’osteria che disponeva del telefono per comunicare con il Capostazione e come tutti i punti sede d'incrocio esponeva l’Orario e vendeva i biglietti, di colore bianco e di grande formato che staccati da un raccoglitore venivano “obliterati” apponendovi la data con un timbro di gomma.
Dopo di che la linea proseguiva effettuando una curva a sinistra, mascherata da un gruppo d'alberi per poi immettersi repentinamente sul lato opposto della via che portava a Magenta, in un punto in cui per la scarsa visibilità nel 1925 accadde un memorabile scontro frontale fra due convogli: di sicuro il più grave sinistro capitato nella storia del Gamba de Legn.
Corre l’obbligo di entrare nel merito di quest'episodio, non solo per dovere di cronaca e per i morti che ci furono o per la vastità dei danni riportati dal materiale ma anche per i  risvolti umani provocati da un’inchiesta conclusasi senza attribuire una precisa responsabilità.
In quegli anni Dirigente del Movimento era Antonio Bigatti che, coadiuvato dal fratello Angelo e da un impiegato, da Corso Vercelli sovrintendeva via telefono la circolazione tranviaria lungo tutta la
linea.
Nel disastro avvenuto il 4 di Giugno tra le fermate di Bettola e Cascina Olona perirono tre persone, una delle quali, per ironia della sorte, era la moglie del Cantoniere che prestava servizio proprio alla Bettola.
Durante l’inchiesta che ne seguì per l’accertamento delle responsabilità il Bigatti confermò di aver comunicato al Conduttore, tale Banfi in facente funzione di Capotreno, di “ATTENDERE e INCROCIARE” il treno discen-
dente di Castano che portava ritardo: ordine impartito come sovente accadeva sulla fiducia,
senza seguire l’iter procedura- le del Fonogramma numerato.
Per contro il Banfi sostenne che durante la telefonata intercorsa fra i due non ci fu nessuna disposizione del genere.
Dal canto suo la Direzione della MMC nel presumibile tentativo di porsi al riparo da eventuali addebiti per avere affidato la responsabilità di un treno a persona che pare, fosse notoriamente dedita all’alcool, paradossalmente tentò, senza riuscirvi, di convincere il Bigatti ad addossare la responsabilità del disastro al Capotreno del treno discendente che fra l’altro era un suo intimo amico.
Purtroppo a nulla valse la testimonianza di quest’ultimo che presentatosi davanti al giudice un po’ alticcio, aveva dato in escandescenza venendo di conseguenza inficiato ed espulso dall’aula.
Così entrambi i contendenti furono licenziati in tronco, ma a pagare lo scotto maggiore fu il Bigatti che, in quanto responsabile, non essendo riuscito a dimostrare la sua buona fede, fu riconosciuto colpevole di disastro colposo e condannato a 15 mesi di carcere, di cui 12 gli furono con- donati.
Inoltre, uscito da S. Vittore fortemente provato, il Bigatti, cui sarebbe mancato poco alla quiescenza aveva perso anche ogni diritto alla pensione per non aver raggiunto i previsti 40 anni di servizio.
Tuttavia per la prostrazione in cui era piombato riuscì, grazie anche all’interessamento della Direzione della MMC, ad otte-
nere una pensione d’invalidità.
Causa involontaria di quest’incidente era stata la maggiore velocità d'esercizio, quando nel 1921 fu esteso a tutto il materiale rotabile il freno-continuo e rifatto l’armamento, con la posa di un binario ancor più “pesante” il che aveva reso possibile fare viaggiare il Gamba de Legn alla considerevole, velocità di 40 Km orari, dimezzando quasi i tempi di percorrenza.
Senza, tuttavia, riuscire a sfatare dall’immaginario collettivo l’equivalente significato di lentezza che oramai la gente aveva attribuito al Gamba de Legn.
Si svela dunque l’origine di questo soprannome coniato a bella posta dal compassato spirito popolare lombardo per i tramway a vapore milanesi a causa di quel loro incedere lento e sgangherato che li fece diventare anche l’oggetto di numerosi scherzi e altrettanti atti vandalici.
Infatti, fra la disperazione dei tranvieri, a Magenta generazioni di giovani si erano divertite a mettere dei sassi fra gli “aghi” degli scambi mentre qualcuno più “maturo”, forse per spregio, tagliava i velluti di I Classe sulle carrozza miste.
A Castano invece, con l’ultima corsa della sera giungeva la locomotiva con di solito non più di due o tre vetture che sostavano su di un breve raddoppio richiuso su di un binario tronco in uno spazio aperto e incustodito a fianco della villa del celebre ingegner Torno, il fondatore dell’omonima azienda di manufatti.
Il macchinista Delfino (Pino) Borroni (Cavaliere di Vittorio Veneto), a cui si devono molti degli episodi qui elencati, mi aveva raccontato fra l’altro, delle arrabbiature prese dall’ingegner Torno quando nel rientrare occasionalmente la sera tardi, trovava l’ingresso della villa sbarrato dalla sosta da un convoglio più consistente del solito e doveva mandare l’autista a chiamare i macchinisti per spostarlo che poi comunque, a Natale soleva gratificare con una mancia.
La qual cosa accadeva il più delle volte perché il personale viaggiante non residente, terminando il servizio con l’ultima corsa della sera, per riprenderlo poi con la prima del mattino dopo, prima di andare a dormire in un locale preso in affitto da dei privati, effettuava le manovre che avrebbero dovuto fare la mattina seguente, impegnando il portone della villa.
Espediente che nel permettere loro di dormire qualche decina di minuti in più, serviva anche a scoraggiare gli atti vandalici perpetrati col favore del buio a cui il Gamba de Legn ogni tanto andava soggetto.
A questo proposito a nulla erano valse le offerte di lavoro
1912 - Gamba de Legn pervenute all’ATM e sostenute dai tranvieri, di un’abitante del posto invalido e disoccupato che preso dal bisogno di lavorare, ben conoscendo le tribolazioni dei cointeressati, si era proposto come guardiano notturno per evitare le goliardate di chi nottetempo si divertiva a rovesciare gli oli lubrificanti sulla caldaia, o peggio di qualcun altro che preso da impellenti bisogni fisiologici ogni tanto lasciava in vettura una consistente parte di sè che il personale tutto fare il mattino dopo doveva rimuovere.
L’occasione di sopportare qualcuno di questi scherzi che avrebbero potuto causare anche delle conseguenze, era capitata al Borroni nel 1935 a Sedriano il quale, dopo la consueta manovra per l’aggancio della sezione destinata a Castano, udito distintamente il fischio di partenza che pareva dato dal suo responsabile, si era avviato di gran carriera lasciando l’esterrefatto Capotreno, Signor Russo, all’interno dell’Osteria Balzarotti, con la cornetta del telefono ancora in mano.
Scherzo riuscito ancora altre volrazzino della carrozza senza volersi mostrare al macchinista.
Nasce la concorrenza Giunti allo scadere della Concessione, nel 1929 la Società del Tamway MMC fu posta nella condizione di scegliere fra l’elettrificazione della linea o la sua trasformazione in servizio automobilistico.
L’elettrificazione per essere conveniente richiedeva il trasferimento del binario su sede propria per la pericolosa promiscuità esistente, nei paesi e in diversi pinti della linea, fra la sede tranviaria e quella stradale, venendo però ad accrescersi in modo spropositato le già onerose spese di trasformazione.
In quello stesso anno, un servizio di autobus era intrapreso dalla Società Trasporti Alto Milanese (STAM) con due linee dirette fra Milano e Boffalora, via Sedriano e Magenta e fra Milano e Turbigo, via Inveruno e  Frazione Roveda di Sedriano allagata. Fine anni ‘40
Castano, intercalandosi lungo il percorso del Gamba de Legn che era già “doppiato” dal 1925 fin quasi Cascina Olona dalla linea “F”, il primo servizio milanese d'autobus con motore a benzina, gestito dalla Compagnia Autobus di Milano (CAM) che assicurava il collegamento fra Piazzale Baracca e Figino.
Passati vent’anni dall’ultimo acquisto, fu possibile reperire del materiale rotabile più recente quando nel 1931 la Società Anonima delle Tranvie Interprovinciali Padane (TIP) dismise molte delle proprie linee tranviarie a vapore.
La MMC si accaparrò da quest'azienda, fino allora seconda in Europa, un certo numero di carrozze e sei potenti locomotive a vapore a tre assi, di cui quattro “Borsig” e due “Tubize” che nell’avvicendare le rimanenti Krauss di prima dotazione permisero di eliminare la doppia trazione dei pesanti “treni operai” (composti da dodici vetture), destinati a Magenta.
Là dove, il capolinea era posto agli inizi del centro abitato, con i binari che prima di raggiungere la stazione si diramavano in più binari tronchi e la vendita dei biglietti era appaltata a cero Signor Nicola che svolgeva anche l’antico mestiere del Corriere per la consegna delle merci a domicilio.
Poi fu la volta della Società Anonima Ferrovie del Ticino (SFT), la quale avendo soppresso le sue linee facenti capo a Novara e a Vercelli, nel 1933 fece si che la MMC s'incaricasse di gestire le rimanenti tratte Milano-Pavia e Pavia-S.Angelo Lodigiano in forte calo d'utenza, per la spietata concorrenza degli autobus e della ferrovia.
Di conseguenza in Corso Vercelli giunsero circa dieci persone fra Ispettori e Capi Operai e quando il 1° Marzo del 1936 anche queste linee furono chiuse la MMC acquistò dalla SFT le quattro migliori locomotive tranviarie che passarono dal Deposito di Porta Ludovica a quello di Corso Vercelli transitando lungo i binari cittadini.
Pur vedendosi rinnovare la Concessione di anno in anno la situazione della MMC rimase immutata, anche quando nel 1939 il comune di Milano ne deliberò l’acquisizione e l’affidamento in gestione all’Azienda Tranviaria Municipale, a partire dal 1° Luglio.
Così facendo l’ATM, sotto la presidenza di Leonardo Acquati, avvia saggiamente il coordinamento delle comunicazioni urbane ed interurbane, sopra tutto in considerazione delle prevedibili future esigenze del Capoluogo lombardo.
Da tale data, infatti, tutte le
linee automobilistiche e tran-
viarie extraurbane facenti capo a Milano, compresa la M o n z a - Tr e z z o - B e r g a m o (MTB), vennero gestite dall’Azienda Tranviaria Municipale Interurbana (ATMI) appositamente costituita come settore operativo della stessa ATM.
Prima del conflitto si effettuavano diversi “Locali”, treni svolti fino alla Bettola di Figino e solo cinque coppie di convogli fra Milano-Magenta compresa la sezione destinata a Castano che su preventiva richiesta da farsi al personale, fermavano a San Romanello, Cornaredo, Cascina Roveda, Cascina Pobbia, Arluno (sulla provinciale), Santo Stefano Ticino e Cascina Asmonte.
Sotto l’amministrazione dell’ATM un binario del deposito veniva raccordato con la linea aerea delle rete tranviaria cittadina per consentire ad una motrice elettrica di effettuare i periodici rifornimenti di carbone e di altri materiali di consumo che giungevano dai depositi comunali, mentre la riparazione del materiale rotabile continuò a essere effettuata nella piccola officina fin quando, nell’immediato dopoguerra, la revisione delle vetture venne trasferita presso l’Officina Generale di via Teodosio che provvide a ricolorarle con il caratteristico verde a due toni, tipico delle vetture tranviarie urbane.
 
La guerra Nel 1940, allo scoppio della guerra numerose linee automobilistiche, per la carenza di carburante e la scarsità di  e di conseguenza il servizio svolto dal Gamba de Legn divenne più che mai prezioso. In questo periodo i paesi del circondario milanese si vanno riempiendo di sfollati che al termine del lavoro, la sera lasciano la città per farvi ritorno il mattino dopo.
Per sopperire al notevole incremento dei viaggiatori apportato dagli sfollamenti, le corse furono incrementate, facendo ricorso anche a convogli effettuati con carri merce, arredati con panche di legno, su cui si viaggiava stipati e al buio ed anche accovacciati sui tetti.
Quando il 15 di Agosto del 1943 ci fu la peggiore incursione aerea su Milano e i suoi sobborghi industriali, durante la quale per il maggior numero di vittime provocate dal mancato funzionamento delle sirene d’allarme, sul cui motivo si discute ancora oggi, rimasero distrutti alcuni depositi tranviari e numerosi tram elettrici rimasti sparsi per la città, perché colpiti o isolati dalla corrente, furono recuperati e tradotti in periferia grazie all’intervento dei tramway a vapore della MMC.
Lo stesso Gamba de Legn fu più di una volta soggetto a mitragliamenti aerei.
Durante uno di questi attacchi avvenuto alla fermata di Cascina Olona Mario Amicone, bigliettaio sulla MMC dal 1941 al 1957, mi aveva raccontato che in quell’occasione gli aerei alleati, prima di aprire il fuoco, erano passati a volo radente sul convoglio, una o due volte, consentendo così alla gente di mettersi in salvo; lamentando alla fine un solo un ferito.
Purtroppo non fu così la mattina del 18 Gennaio del 1945 quando, dopo essere stati costretti ad una sosta prolungata in Inveruno per la presenza in volo di aerei alleati, non appena cessato l’allarme e ripresa la marcia in direzione di Cuggiono, gli aerei ritornavano a mitragliare impietosamente l’innocuo convoglio, causando la morte di otto persone e ventotto feriti. Ad Inveruno invece, un altro tragico episodio era capitato proprio sul finire della guerra, con la morte del Cantoniere Paolo Vaio il quale, scambiato per un partigiano, era stato ucciso accidentalmente in casa sua con un colpo di fucile sparato da un tedesco dall’alto del campanile durante un rastrellamento.
L’ATM ne assunse subito il figlio Roberto che nel prendere il posto del padre ereditava sia gli onori che gli oneri.
Difatti, erano ancora anni in  cui il contratto di lavoro prevedeva per mansioni come questa, un lungo impegno quotidiano di sei giorni su sette per tutto l’anno, con la giornata che iniziava cinque minuti prima del passaggio del primo treno e terminava cinque minuti dopo il transito dell’ultimo.
Nei giorni festivi il servizio tranviario fu sospeso e quando la scarsità di combustibile cominciò a farsi sentire, sulle locomotive s’iniziò a bruciare di tutto, alimentando la caldaia con del cascame, dei residui di legno e quando ce n’era del buon legname d’ulivo.
Anche il trasporto delle merci, svolto fin sul finire degli anni quaranta ed effettuato prima del conflitto con il quotidiano treno “misto” delle 9,40, durante la guerra veniva predisposto salvo rare eccezioni una volta la settima, di solito il Giovedì, con la partenza dall’interno del Deposito alle sette del mattino di un convo-
glio “Merci” per Castano Primo che a Sedriano di solito lasciava un carro destinato a Magenta.
Questo treno composto da tre o quattro pianali, sull’ultimo dei quali in garitta viaggiava il Conduttore e da un carro chiuso su cui risiedeva il Capotreno con il materiale fragile, doveva sostare obbligatoriamente alla Bettola per il disbrigo delle operazioni di Dazio svolte con il concorso del personale viaggiante.
Nonostante la penuria crescente, nei primi anni di guerra si trasportava ancora un po’ di tutto, dagli alimentari distribuiti dovunque ai materiali ferrosi lasciati a VittuoneStazione, dalla ferramenta lavorata ad Ossona, agli stuzzicadenti prodotti a Buscate, trattandosi quasi esclusivamente di collettame con l’eccezione di qualche sporadico carro completo carico di macchinario o di materiali di vario genere che veniva staccato dal treno e prelevato al ritorno.
Per lo scarico del collettame provvedeva il Conduttore con l’eventuale aiuto del Cantoniere, mentre per le operazioni di carico delle merci più voluminose, dati i tempi lunghi, veniva lasciato un carro la dove si richiedeva che poi veniva prelevato al ritorno. Per esempio, ci si ricorda del carro carico di legname che saltuariamente era lasciato di fronte ad una segheria di Castano, i cui operai dopo
averlo scaricato, lo spingevano
a forza di braccia verso il vicino Capolinea.
Il ritorno del Merci era fissato per le 12,55 esattamente 5 minuti prima della partenza del “Viaggiatori” al quale poi il merci cedeva il passo all’incrocio di Cuggiono per un calcolato rispetto delle coincidenze.
Infatti, l’Orario di Servizio della MMC, concepito per gestire con il massimo dell’economia in tempo di guerra una linea tranviaria a vapore con tanto di diramazione, prevedeva la caratteristica della presenza fissa a Sedriano di una locomotiva, tenuta in deposito a Castano, la quale doveva compiere costantemente il percorso Castano-Sedriano-Magenta e viceversa.
Fulcro delle manovre era appunto Sedriano dove i treni ascendenti da Milano, prima di proseguire per la loro destinazione lasciavano alternativamente le sezioni per Castano o per Magenta (con preavviso di un perentorio: “si cambia”) che poi venivano agganciate e portate a destinazione dalla locomotiva incaricata di fare la spola.
Così come per il ritorno quando a Sedriano venivano riportate
alternativamente le medesime sezioni provenienti da Castano o da Magenta che poi venivano reintegrate nel loro treno d’origine in fase discendente per essere riportate a Milano.
In questo contesto s’inseriva il periodico carro che ogni Giovedì si lasciava a Sedriano dove veniva agganciato alla sezione viaggiatori per Magenta, del treno per Castano partito da Milano alle 7,10, carro che poi faceva ritorno a Sedriano col medesimo sistema per essere prelevato dal merci in fase discendente.
Inevitabile che fra un servizio e l’altro la locomotiva di spola  sostasse a Sedriano inoperosa per una buona mezz’ora.
A tal proposito l’ingegner Ivo Angelini, raccontava che quando era Capo Servizio del Movimento Interurbano si presentarono in Foro Bonaparte due signorine per parlargli.
Erano le sorelle Stampini di Sedriano, due attempate maestre vestite all’antica che chiedevano alla Direzione di disporre affinché il Gamba de Legn durante l’attesa sostasse un po’ più avanti, verso la campagna, e non proprio sotto la loro abitazione posta al primo piano, le cui stanze erano continuamente invase dal fumo.
Interpellato l’Ispettore di linea, soprattutto per cono Linea Milano-Magenta. Milano  scere il motivo per cui, da parte dei macchinisti veniva adottata tanta precisione nel sostare con la locomotiva durante l’attesa, la risposta fu immediata.
Proprio in quel punto la macchina era ben visibile dall’interno dell’osteria Balzarotti nella quale il personale s’intratteneva in quella mezz’ora, senza correre il rischio di perderla di vista.
Inevitabilmente fu stabilito un altro luogo per la sosta e il personale per andare a bagnare  l’ugola, dovette alternarsi.
Se il fumo del Gamba de Legn fermo sotto le finestre delle due anziane maestre era fastidioso, cosa dire di una locomotiva che entra ed esce da un portone di una casa abitata?
In tale condizione si trovava l’androne di Corso Vercelli 33, attraverso il quale, entravano ed uscivano dal cortile interno i convogli e la finestra del 1° piano sovrastante l’androne era proprio la stanza di soggiorno dell’Ispettore di Linea.
Per rimediare all’inconveniente all’interno del soggiorno presso l’interessata finestra, c’era appesa ad un chiodo una tabella, le cui indicazioni erano tenute costantemente aggiornate ad ogni cambio d’orario, sulla quale erano segnate gli orari di arrivo e di partenza di ciascun convoglio anticipati di qualche minuto, per dare modo ai presenti di chiudere in fretta le vetrate.
I macchinisti dei treni in arrivo poi, avvisavano con un colpo di fischio prima di impegnare lo scambio che dai binari di Corso Vercelli immetteva nel raccordo per il Deposito.
Con l’accelerato delle 7,10 si effettuava invariato, il servizio giornaliero della distribuzione della posta, effettuato con il treno che in composizione aveva una carrozza mista Viaggiatori-Bagagliaio su cui risiedeva l’Ufficiale Postale, propriamente detto Procaccia che ad ogni Fermata Obbligatoria provvedeva allo scambio della corrispondenza con i postini locali.
Verso la fine Nel 1949, quando l’ingegner Ivo Angelini prese servizio all’ATM, lungo tutta la linea circolava ancora alcuni treni in servizio viaggiatori, composti da soli carri merce.
I viaggi su questi carri, chiusi per definizione ma aperti a quattro venti, costituiva una sorta di atto di coraggio durante la stagione invernale:
tuttavia non mancava qualche motivo di evasione dal disagio.
Infatti, gli fu raccontato che nei primi anni del dopoguerra si era presentato in Direzione, il Parroco di uno dei paesi serviti dalla tranvia per esprimere il proprio disappunto su quanto, gli era stato detto, accadeva all’interno di quei carri “chiusi” e non illuminati: proponendo insistentemente di collocare in testa ad ogni convoglio una carrozza per i soli utenti di sesso femminile.
L’impiego della carrozza “riservata” non diede buoni risultati e solo dopo pochi giorni fu staccata perché nessuna viaggiatrice l’aveva occupata.
Alla fine del conflitto, con il ritorno alla normalità, per la scarsità di mezzi di trasporto, il Gamba de Legn continuò a viaggiare stracarico con i ritardatari che vi si aggrappavano fuori fino a sporgersi dal predellino e la Domenica a Magenta caricava anche le bici dei milanesi che ritornavano a casa dopo aver trascorso la giornata lungo le rive del Ticino.
Nel 1951, il servizio giunto al massimo della potenzialità, prevedeva quotidianamente sei coppie di treni fra Milano e Magenta con il distacco a Sedriano della sezione di Castano e cinque treni per la sola destinazione di Magenta.
La dove l’ultimo arrivava alle 0,40 di notte permettendo ai magentini di “tirare tardi” a Milano.
Ma l’incedere del “boom” automobilistico e l’affermarsi della motorizzazione individuale, segnavano oramai l’inizio del dissolvimento della vasta rete tranviaria extraurbana milanese e la sua sostituzione con quella del servizio su gomma.
Il 4 Dicembre del 1951 il Direttore Generale dell’ATM, l’ingegner Leonardo Adler, comunicava ai sindaci di Cuggiono e Inveruno l’intenzione di sostituire il servizio tranviario con quello automobilistico e dal 21 di Luglio del 1952, complice la defezione di
una già scarsa utenza, esasperata dalle lunghe soste a Vittuone in attesa di oltrepassare il Passaggio a Livello, le cui sbarre parevano fare apposta ad abbassarsi ad ogni arrivo del tramway a vapore, la diramazione per Castano Primo era interamente affidata al servizio di pulman che già operava in alternativa su quella tratta.
Mentre per consentire la costruzione della nuova rimessa dei pulman a Magenta, proprio sull’area dei binari di manovra del vecchio Capolinea tranviario, dal 11 di Luglio del 1954 il Gamba de Legn, il cui servizio era limitato oramai a sole tre coppie giornaliere di treni, veniva attestato provvisoriamente a Corbetta e poco prima di attuare la già programmata limitazione a Vittuone, un po’ per le pecche che il servizio dei pulman pareva già dimostrare e tanto per l’affetto di cui oramai godeva il vecchio tramway a vapore, scaturiva 1940. Corso Magenta a Milano fra la gente un tale coro di protesta che costrinse l’ATM a fare slittare l’intervento al 10 Settembre del 1956.
Il 24 di Aprile dell’anno seguente era assegnata in appalto la costruzione del primo lotto della Metropolitana Milanese, il cui implicito significato di modernità si poneva in stridente contrasto con l’anacronistico servizio svolto dal Gamba de Legn del quale ancora, si veniva a sapere ogni tanto che era sviato da qualche parte o fermo per le periodiche inondazioni dell’Olona o peggio, di qualche d'uno che nel tentativo di ricorrerlo per salirvi al volo o per gioco si era infortunato gravemente.
Finche inevitabilmente verso la fine di Agosto l’ingegner Giovanni Alferini, Direttore del Servizio Interurbano  Servizio n. 099/1957 con il quale per non lasciare ombra di dubbio alcuno veniva sancito testualmente che: “Con la cessazione del servizio del giorno 31 Agosto 1957 l’esercizio a vapore della tranvia Milano-Vittuone sarà totalmente e definitivamente soppresso”.
Così la sera di quel 31 Agosto alle 19,15 il Gamba de Legn usciva per l’ultima volta dall’angusto portone di Corso Vercelli, per l’occasione gremito di gente.
Ritraendone mirabilmente la scena l’Ogliari scrive:
“Ovunque c’era gente per le strade, sui balconi e alle finestre e persino sui tetti delle vetture tranviarie obbligate ad una sosta forzata nel pressi del Deposito”.
Non si passava più e c’era anche la Televisione fra tanti fotografi e cineoperatori a riprendere la partenza dell’ultimo Gamba de Legn che condotto dal macchinista Luigi Marmonti, si faceva strada pian piano fra gli applausi e le ovazioni della gente.
A Vittuone ancora, tanti a salutare così come in ogni paese o fermata al ritorno, ove la gente era corsa ad assieparsi lungo i binari per imprimere nella memoria il passaggio dell’ultimo Gamba de Legn che dopo quasi ottanta anni di onorato servizio, rientrava per l’ultima volta in Deposito, a quel n. 33 di Corso Vercelli anche lui oramai scomparso come il vecchio Gamba.
Chiusa la linea, quattro fra le locomotive più grandi rima-
nenti, più una ventiquattro carrozze e due carri merce passarono sulla Monza-Trezzo che a sua volta chiuse il 28 Giugno del 1958, mentre un’altra locomotiva, la 111 fresca di revisione ed una rimorchiata a terrazzini, furono inviate al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano.
Tutto il resto del materiale fu demolito nel cortile del Deposito di Corso Vercelli, sul cui suolo qualche tempo dopo sorgeva un moderno palazzo a vetri mentre tutto ciò che rimaneva della linea man mano era smantellato.
 
Mario Moretti

5.5 Lomellina dimenticata

Lomellina dimenticata
 
I Fontanili
 
Una quindicina di anni fa ebbi la brillante idea di offrirmi volontario per una ricerca promossa da un’associazione ambientalista di Mortara, la cittadina in cui mi ero trasferito da qualche tempo per motivi di lavoro.
Mi ritrovai con un fascio di mappe tra le mani e una macchina fotografica al collo a percorrere le campagne per inventariare i fontanili della Lomellina settentrionale. Se, come temo, avete letto quest’ultima frase senza provare un moto di compatimento nei miei confronti, allora vuol dire che non avete le idee chiare su cosa siano questi benedetti fontanili, così come non ce le avevo io, che però ero scusabile in quanto immigrato. Io venivo dal Monferrato, da quelle parti i fontanili non esistono e per riconoscerli dovevo prima capire cosa fossero.
I fontanili ossia le risorgive, così recitano all’unisono i libri di scuola, ma non è vero, fontanili e risorgive sono due cose completamente diverse.
Le risorgive sono dei fenomeni naturali, sono quelle emissioni spontanee d’acqua che si verificano sulla superficie della pianura là dove i suoli grossolani e porosi che risultano dalla disgregazione di morene e conoidi di deiezioni (pezzi di montagna tritati malamente) lasciano il posto ai suoli più compatti formati dai depositi fluviali.
Per capirci, è come se appoggiassimo una spugna zuppa d’acqua su di una superficie molto meno permeabile della spugna, ad esempio un piano di legno. Se diamo una schiacciatina alla spugna (lo faccia-
mo per simulare la forza di gravità) l’acqua cola e siccome il legno stenta ad assorbirla tutta quanta, essa si spande all’intorno. Così funzionano, grosso modo, le risorgive, che si incontrano nella fascia medio-alta della Pianura Padana sia sul lato alpino che su quello appenninico. I fontanili sono tutt’altro genere di cosa, sono opere dell’uomo. Si tratta di canalizzazioni che recuperano acqua dal suolo senza ricorrere a pompe o ad altri meccanismi di sollevamento e la trasferiscono a terreni che si vogliono irrigare.
E’ ovvio che non c’è nulla di meglio di una bella risorgiva per realizzare un bel fontanile, ma non è vero che una risorgiva debba necessariamente diventare un fontanile né che per fare un fontanile ci voglia necessariamente una risorgiva. Ad esempio se tracciamo un solco attraverso un’area paludosa e ci incanaliamo
La testa del Cavo Grizia ai Casoni di Sant’Albino, Mortara l’acqua che vi ristagnava per condurla ai terreni che dobbiamo irrigare, abbiamo realizzato un fontanile. Se raccogliamo in una canalizzazione l’acqua che cola ai piedi di una scarpata e la indirizziamo ai nostri campi, abbiamo realizzato un fontanile. Se sca-viamo un solco parallelo ad una grossa roggia per raccogliere l’acqua che essa disperde nel terreno e quest’acqua ce la portiamo ad irrigare i nostri campi abbiamo realizzato un fontanile. Se individuiamo un’area in cui la prima falda è molto superficiale e vi scaviamo un piccolo bacino da cui facciamo partire un cavetto che porti ai nostri campi l’acqua che si raccoglie nel bacino, ancora una volta abbiamo realizzato un fonta-
nile. Inoltre sono legittimamente considerati alla stregua di fontanili le canalizzazioni che raccolgono colature che diversamente andrebbero disperse qua e là e le trasportano a terreni da irrigare, nonché i colatori naturali – i ruscelli – che ad un certo punto del loro percorso vengono dirottati verso i fondi che si vogliono irrigare. A distinguere un fontanile sono dunque l’origine e la destinazione dell’acqua che esso convoglia, acqua che serve all’irrigazione e che viene estratta direttamente dal suolo anziché essere sottratta ad altri corsi d’acqua (come fanno invece le rogge antiche e i grandi canali ottocenteschi). Messa giù in questo modo sembra una cosa ovvia, ma non lo è : quando si tratta dei fontanili come bene paesistico se ne coglie di norma solo il pregio naturalistico, che nella maggior parte dei casi costituisce un dato accessorio, del tutto accidentale, e si tende invece a dimenticare la sostanziale artificialità di queste infrastrutture agrarie e il ruolo che esse hanno giocato nella modellazione del paesaggio rurale.
Per cogliere con precisione i termini della questione io ci  ho impiegato parecchi mesi, esplorando gli angoli più sperduti della nostra campagna, tra rovi, melma e zanzare.
Perché non dovete pensare che i fontanili siano lì in bella mostra, magari con un cartello a fianco con su scritto Fontanile Tal dei Tali. I fontanili son cose del passato, legate ad un’agricoltura che non esiste più e versano in condizioni di abbandono, giacchè il loro significato economico è nella quasi totalità dei casi ridotto a zero. Il predominio assoluto della risicoltura, che richiede una mole spropositata di acqua per un periodo relativamente breve, ha meso fuori gioco questi modesti  sistemi irrigui, surclassati dalle portate immani del Canale Cavour e dei suoi diramatori. In effetti, a ridurre letteralmente a brandelli i poveri fontanili è stata proprio lanuova grandiosa rete irrigua  avente origine dal Canale Cavour, che si è sovrapposta alla realtà preesistente incorporando quanto le poteva tornare utile e buttando alle ortiche quel che risultava inadeguato e superfluo. Così se le canalizzazioni dei fontanili le aste – sono quasi sempre sopravvissute anche se inserite in nuovi e differenti conte-sti, dei punti di scaturigine – le cosiddette teste – si è fatto scempio.
Molte teste sono state cancellate in seguito al collegamento delle relative aste con altre canalizzazioni; quelle che son sopravvissute sono state generalmente abbandonate a se stesse, il che ha condotto ad una pluralità di destini, tutti ugualmente infelici. Nel migliore dei casi le teste si sono ripopolate di vegetazione e stanno tornando ad essere quel che erano in origine, vale a dire terreni paludosi, ma molte sono le teste ridotte a discarica e quelle che vengono pian piano ridotte di dimensioni dagli agricoltori confinanti per recuperare qualche metro quadro da destinare alla risaia, fino al completo interramento delle sorgenti che però soven-
te si rifiutano testardamente di morire. Io ho avuto la fortuna di vedere ancora intatto il meraviglioso complesso di fontanili della Marza, formato da una quindicina di grandi teste parallele che cedevano acqua alla Roggia Gattinera fungente da asta comune. Il complesso aveva questa struttura perlomeno dalla metà del XVIII secolo; nel tempo aveva subito alcune modifiche di ordine funzionale – le antiche teste a laghetto erano state sostituite dalle più efficienti teste rettilinee – ma sempre nel rispetto dell’impianto complessivo originario. Nel giro di pochi anni, invece, ho visto sparire un poco alla volta la maggior parte delle teste, una pena. Una delle ultime foto che ho scattato alla Marza mostra la sponda di una risaia sgretolata dalla sorgente che seppure interrata continua inesorabile a fare il suo dovere erogando generose quote d’acqua. Una situazione che esemplifica molto bene quanto sia cambiato negli ultimi cento anni il lavoro dei campi:
se oggi la terra è trattata come un amorfo brodo di coltura rimpinzato di sostanze dopanti perché produca fino allo stremo, un tempo essa era  considerata come una somma di risorse che andava indagata con attenzione e rispetto per coglierne al meglio le opportunità, come nel caso, per l’appunto, dei fontanili che sono ormai materia da archeologia industriale. Individuarli sulle m a p p e, r i n t r a c c i a r l i s u l campo, visitarli e documentarli è un lavoraccio ingrato; la fatica della ricerca è mal ripagata dalla pochezza dei ritrovamenti : povere entità mutile e agonizzanti, difficilmente proponibili per iniziative di recupero o valorizzazione; una lunga serie di delusioni non mitigate ed anzi acuite dalla scoperta di alcuni esemplari di grande pregio ma esposti ad ogni sorta di minaccia letale. Già vi ho raccontato di quel che ne è stato del complesso della Marza; estremamente fragili ed indifesi, ma per motivi opposti, appaiono anche i numerosi appezzamenti di piccole o piccolissime dimensioni in cui è frazionato il grandioso complesso di opere drenanti dei Livelli, a Zeme, pronto a ritornare pantano per poco che si affievolisca l’impegno degli agricoltori nella manutenzione dei fondi, evenienza questa quanto mai probabile trattandosi di terreni poco significativi dal punto di vista produttivo a causa dell’eccessiva sortumosità.
Mentre un destino indegno attende quasi certamente il fontanile delle Tre Teste – di una bellezza sublime – situato sul confine tra Cilavegna e Parona, ai margini di un’area industriale in continua espansione che dissemina degrado in un ampio raggio attorno a sé. E che ne sarà della testa del Cavo Grizia situata presso i Casoni di Sant’Albino a due passi da Mortara, il capolavoro dei fontanili lomellini? Per anni un benemerito agricoltore del posto, il signor Mario Vidale, ha dedicato le sue cure a mantenere nelle condizioni migliori la testa della fontana che per merito suo conserva ancora oggi inalterati – unico caso in tutta la Lomellina – i caratteri del fontanile classico di inizio novecento: al fondo di uno scavo ampio e profondo scorre un solco rettilineo costeggiato da una banchina praticabile rinforzata da un filare di salici, una struttura che avevo già potuto decifrare in maniera frammentaria in molti dei malconci fontanili che avevo visitato in precedenza, ma che non speravo di poter ammirare nella sua integrità. Il signor Mario era un omone vigoroso ed affabile, sempre felice di accogliere chi veniva ad ammirare il fontanile, di cui era orgogliosissimo; è mancato l’anno scorso e c’è da augurarsi che i suoi eredi se la sentano di continuare ad accudire quello che è un autentico monumento di grande valore storico ed estetico, ma che le istituzioni continuano ad ignorare sebbene l’eccezionalità del caso sia stata segnalata più d’una volta sulla stampa locale e su pubblicazioni specialistiche.
Iniziato nell’estate del 1990, il mio viaggio alla ricerca dei fontanili dell’ alta Lomellina si concludeva nella primavera
del ‘92; per una felice combinazione di eventi il mio lavoro di schedatura andava a confluire nel Catasto dei Fontanili della Lombardia realizzato dal Museo di Scienze Naturali di Bergamo, che veniva pubblicato l’anno successivo.
Mi pareva la conclusione – molto gratificante – di una bella impresa, ma in effetti era soltanto l’inizio dell’avventura :
l’osservazione dei fontanili mi aveva insegnato a decifrare l’idrografia naturale della Lomellina, occultata dalla vasta e capillare rete irrigua; cominciavo a capire come le acque avessero modellato questo territorio e in che modo l’uomo lo avesse in seguito trasformato.
Intravedevo sotto l’illusoria piattezza del paesaggio risicolo il volto vero di queste campagne e - come è facile immaginare - me ne invaghivo.
Cosa sia successo poi ve lo racconterò, se lo gradite, la prossima volta.
 
Guido Giacomone

5.6 TERRITORIO: LA FAGIANA, CENTRO PARCO DEL TICINO

TERRITORIO: LA FAGIANA, CENTRO PARCO DEL TICINO
 
Un lembo della primitiva foresta per una “Riserva integrale orientata”.
Dell’antica lussureggiante foresta di caducifoglie che ammantava l’intera Pianura Padana dalla ?ne dell’ultima glaciazione (10.000 anni fa) ?no a 3.000 anni orsono - ?no a quando cioè gli Etruschi, i primi veri agricoltori europei, diffusero nella Padania le loro raf?nate tecniche di coltivazione sulle terre disboscate -, rimangono scarse tracce.
Nella Valle del Ticino, a poche centinaia di metri dalle propaggini di un’area lombarda tra le più antropizzate ed ambientalmente sconvolte dell’intero territorio nazionale, sopravvive, pervaso da una selvaggia bellezza, un lembo consistente della primitiva foresta ripariale e planiziale: è la Riserva Naturale “La Fagiana” di Pontevecchio di Magenta.
Si estende per 600 ettari ed è il “cuore” del Parco Lombardo della Valle del Ticino comprendente una vastissima area:
18.000 ettari di riserve, distinte in interali, orientate e di interesse botanico; 30.000 ettari di zone a parco agricolo di protezione delle riserve; 40.000 ettari di aree agricole.
In questo santuario naturale che è “La Fagiana” dove si susseguono foreste di querce, paragonabili a quelle delle foreste tropicali, boscaglie e cespuglieti di salici, carpini ed ontani neri, delimitati dal ramo principale del Ticino e dal Ramo Delizia, vivono 3.500 specie di vegetali ed animali. Nel peregrinare nella Riserva siamo accompagnati dal canto degli uccelli, dal fruscio del vento e dal mormorio dell’acqua che scorre: è una l’impressione di essere tornati nei luoghi della nostra origine, nell’ancestrale bosco sacro, dove è cominciata la nostra storia di umani. Forse per questo camminiamo ammutoliti.
Paradossalmente, le specie vegetali originarie e i numerosi animali (ben 48 specie di mammiferi) che vivono in libertà e si riproducono spontaneamente in quest’ambiente suf?cientemente vasto ed integro, non più soggetti all’aggressione dell’uomo, devono questo loro status naturale privilegiato alla pratica della caccia. Già i re longobardi e poi Carlo Magno (durante il lungo assedio di Pavia) cacciavano in queste foreste. Li imitarono, nei secoli successivi, sia nobili feudatari che i duchi di Milano che, ...per la conservazione della bona valetitudine et per poter cum questa recreazione cum maiore facilità supportare le fatiche et molestie qual ha in sé l’administrazione dello Stato. (Ludovico il Moro, grida del 1488, in Archivio di Statodi Milano) si dedicarono, con grande passione e costanza, all’attività venatoria, In quei tempi travagliati da continui e cruenti scontri armati, la caccia, oltre che attività ludica e mezzo per procurarsi carne fresca, era praticata come mimesi della battaglia.
Prima dell’età carolingia la caccia poteva essere liberamente praticata
nei boschi del Ticino come nel resto della Penisola. I Longobardi, popolo seminomade che non concepiva le risorse naturali come proprietà privata, mantennero, anche dopo lo stanziamento in Italia, il concetto romano della selvaggina come res nullius e, quindi, non posero limiti alla caccia. Con l’avvento dei Franchi, la caccia divenne un privilegio della sovranità, un gioco di lusso dell’imperatore e della sua corte, e i territori ove veniva praticata furono trasformate in aree esclusive a disposizione del sovrano che potevano essere concesse, come regalia, al vassallo di turno: territori, quindi, assolutamente “riservati” da cui il nome di “riserve” date a queste vaste estensioni boschive sottratte alla coltivazione. I popolani potevano accedere alle selve di querce solo per farvi pascolare i maiali che si nutrivano delle ghiande (diritto glandatico).
Nel Quattrocento, Francesco Sforza riservò per sé i boschi del Ticino e concesse ai nobili le campagne della Brianza e della Lomellina. Una grida de?nì i con?ni della riserva ducale della quale faceva parte anche l’area dell’attuale Fagiana:
la strada maestra che da Milano conduce a Novara a nord, il Naviglio Grande e il Naviglio di Bereguardo (allora appena ultimato) ad est, il “Fosson Morto” (posto tra Morimondo e la frazione di Fallavecchia) a sud e il Ticino ad ovest.
La caccia comunemente praticata per la cattura dei piccoli animali (uccelli e lepri) era quella con il falcone, mentre per la caccia ai grandi mammiferi (cervi, caprioli e cinghiali) era praticata con la muta dei cani che inseguivano la preda che poi, s?nita, veniva tra?tta con frecce o lance. Isabella d’Este, sorella di Beatrice consorte di Ludovico il Moro, così descrive al marito, il marchese di Mantova, una battuta di caccia nella riserva del Ticino: ...oggi si è cacciato nel più bel sito che la natura potesse formare per simile spettacolo. Gli animali stavano nella vallata boscosa e li vedevamo correre per quanto spaziava l’occhio. Molti cervi furono visti passare il ?ume... e si stanarono molti cinghiali e caprioli.
Con la Rivoluzione francese i privilegi di caccia vennero aboliti, dapprima in Francia e quindi anche nella Repubblica Cisalpina (1797), ma, con il ritorno degli Austriaci, le riserve furono integralmente ripristinate.
Vittorio Emanuele II, che aveva ereditato la vastissima Riserva Reale di caccia del Ticino, estesa su entrambe le sponde del ?ume da Turbigo a Bereguardo, prediligendo la caccia nella riserva della Villa Reale di Monza, lasciò liberta di caccia in alcune zone rivierasche e af?dò a terzi la conduzione delle altre aree.
Il successivo frazionamento della Riserva Reale ?uviale diede il via alla costituzione delle grandi riserve di caccia della Valle del Ticino, non più “riservate ai nobili”, ma “riservate ai soci”. Con la costituzione nel 1974 dela Parco del Ticino, il termine riserva cambiò completamente signi?cato in quanto fu usato per de?nire aree del Parco nelle quali era proibita la caccia, la pesca, il taglio degli alberi e, in quelle integrali ed orientate , la stessa attività agricola.
Il ?ume Ticino è il cuore pulsante e pieno di vita della Fagiana, così come lo è dell’intero Parco. Mentre a Sesto Calende e Golasecca scorre con un unico ramo (andamento unicursale), incassato fra le basse colline moreniche, e si fa imponente ed impetuoso a Turbigo, Cuggiono e Boffalota, da questo tratto che attraversa la Riserva si placa e si rami?ca in numerosi corsi (andamento pluricursale). Si riunirà in un unico corso a Beregiardo, disegnando poi ampi meandri nella Bassa Padana sino al suo sbocco nel Po. Camminando lungo i numerosi sentieri della Fagiana incontriamo, spesso improvvisamente, l’amico ?ume che ci ammaglia con azzurri specchi di cielo ri?esso, incorniciati da candidi ciottoli di quarzo aurifero. La super?cie è segnata, sempre più raramente, dalla scia dei barcé, le barche a fondo piatto che trasportavano, un tempo numerose, i cogoli, i sassi bianchi, raccolti sul greto del ?ume. E’ de?nitivamente scomparsa dalla riva del Fiume Azzurro la siluette del cercatore d’oro, a volte impersonato da un futuro sposo che, secondo la tradizione di alcuni paesi rivieraschi, raccoglieva il prezioso metallo, di cui sono ricche le sabbie del Ticino, per confezionare l’anello nunziale.
L’Istituzione Parco, pur lasciando libero accesso, custodisce gelosamente “La Fagiana” considerandolo un patrimonio d’inestimabile valore ambientale, turistico e sociale, nonché uno scampolo della bellezza della natura, unico in Italia per quantità e forma.
L’aggettivo orientata che accompagna l’appellativo Riserva per indicare La Fagiana sottolinea i propositi della direzio-
ne del Parco di ripristinare, lentamente e sin dove è possibile, la fauna e la ?ora originali (querce, ontani salici ecc,) e, nel contempo, eliminare le specie vegetali (pioppi, acacie ecc.) ed animali (nutrie) introdotte dall’uomo. Si vuole dar modo al bosco e ai suoi numerosi ospiti animali di evolversi autonomamente, in un dinamico e delicato equilibrio. I frutti di questa importante operazione naturalistica si possono già raccogliere: due specie della grossa fauna, il cinghiale e il capriolo, presenti in tempi passati, sono tornati nella Riserva.
Il cinghiale, fuggito da un allevamento di Besate nel 1974, ha colonizzato prima i boschi della parte centro-mridionale della Vallata e poi è giunto anche nell’area della Riserva magentina.
Il capriolo è qui tornato nella grazie ad una riuscita operazione di “reintroduzione”, consistita nel liberare nei boschi del Parco del Ticino esemplari prelevati da Parco Regionale dei Boschi della Carrega, in provincia di Parma. E’ attualmente in corso un tentativo di reintrodurre un altro mammifero, la lontra, molto comune nei boschi del Ticino sino a pochi decenni orsono – le tracce dell’ultimo esemplare risalgono al 1980 – e scomparso probabilmente a causa dell’inquinamento delle acque da metalli pesanti usati nei processi industriali.
Per la sua posizione strategica nell’area del Parco del Ticino, La Fagiana è stata dotata di importanti strutture che svolgono, nel modo migliore, una funzione educativa: 1- Il Centro Visitatori, con funzione di accoglienza e guida dei visitatori; 2- La Foresteria, che ospita ricercatori e studenti; 3- La Biblioteca, ove sono raccolte pubblicazioni inerenti al Parco; 4- Il Museo Laboratorio, allestito con il contributo del glorioso Museo di Scienze Naturali di Milano; 5- L’Area Faunistica, ove vengono curati gli animali feriti, sopratutto rapaci, ed allevate le lontre; 6 – Il Museo del Bracconaggio, che aiuta a conoscere la storia e la vita del Parco e delle sue genti; 7- L’Alboreto, che ha il preciso scopo didattico di far conoscere le diverse specie arboree del Parco; 8 – Il Giardino dei Frutti Antichi, che ospita un centro di ricerca relativo alle antiche pratiche agricole e che favorisce la crescita di alberi da frutta (meli, ciliegi, vite) tipici della Valle del Ticino, oggi quasi estinti.
 
Antonio Parini

5.7 L’insediamento Preistorico della Lagozza di Besnate

L’insediamento Preistorico della Lagozza di Besnate
 
In provincia di Varese, a dodici chilometri a sud dell’omonimo lago, esiste un bacino, ora prosciugato ma un tempo occupato da una palude formata dalle acque di dilavamento provenienti, nei periodi di pioggia, dalle basse colline moreniche circostanti: la Lagozza. Esso è situato a circa un chilometro dall’abitato di Besnate, a nord-ovest, in località Centenate.
Questa conca che, con quella della vicina Lagozzetta, doveva essere stata un tempo il bacino più meridionale del gruppo dei laghi del Varesotto formatisi in seguito all’ultima glaciazione, ospitò circa 5.000 anni fa, e più precisamente attrono al 2.800 a.C., un insediamento palafittico attribuibile al Neolitico recente, cioè alla fase finale dell’Età della Pietra, di particolare importanza per lo studio della preistoria non  solo italiana ma anche europea.
Il bacino naturale della Lagozza era da sempre un luogo abbandonato a se stesso, acquitrinoso e di conseguenza malsano. Così, nel 1875, il conte Carlo Ottavio Cornaggia Castiglioni, divenuto proprietario dell’area, decise di iniziarne la bonifica per renderla coltivabile facendone asportare il materiale torboso, allora prezioso combustibile, che ricopriva con un abbondante strato il fondo del bacino. Fu proprio durante tali opere che vennero alla luce le prime testimonianze dell’antico insediamento:
manufatti in selce, frammenti di ceramiche e legni lavorati.
Continuando poi i lavori di sbancamento della torba verso il centro dell’invaso, dove il livello delle acque stagnanti era maggiore, fu necessario procedere allo scavo di un canale di deflusricerche e raccolse il materiale archeolo- gico man mano che veniva alla luce: è senz’altro a lui che spetta il merito del-l’individuazione del’abitato palafitticolo. Egli donò poi, nel 1879, tutti i reperti al neo costituito Museo Civico di Como e, in parte, al Museo

5.8 Marcallo con Casone tra storia e tradizioni

Marcallo con Casone tra storia e tradizioni
 
Pubblichiamo, di seguito, il testo dell’introduzione al nuovo volume uscito in questi giorni sulla storia e le tradizioni di Marcallo. Nel volume c’è anche un po’ di noi, i curatori infatti sono della nostra “squad ra ” i l D i re t t o re , Fa b r i z i o G a ra va g l i a , e il prezioso collaboratore, Fabrizio Valenti.
 
Nel ricevere l’incarico dal Sindaco di Marcallo con Casone per curare un volume che mettesse in luce alcuni aspetti della vita locale, abbiamo, fin da subito, pensato ad una raccolta agile e scorrevole di notizie, curiosità e informazioni.
Questo lavoro non ha quindi la pretesa di ricerca storica e nemmeno l’ambizione di rivelare vicende sconosciute, vuole essere semplicemente ed altrettanto consapevolmente, una carrellata su alcuni aspetti della comunità. Una prima parte dedicata ai luoghi della fede.
La chiesa di San Marco, le chiese di Casone e Barco, l’organo Prestinari. Alcune istantanee che raccontano la storia e l’attualità di Marcallo con Casone.
Una seconda parte dedicata invece alle Tradizioni, ai Mestieri di una volta, alla vita nelle cascine e nel mondo del passato. La quasi totalità delle vecchie professioni esercitate nel nostro territorio, le più antiche ed elementari, come il contadino, la lavandaia, il maniscalco, il viticoltore, la filandaia; i personaggi legati ai “vecchi mestieri” oggi rievocati con grande nostalgia e rammarico o riproposti a testimonianza di culture e storie umane che costituiscono il vero senso delle nostre tradizioni.
Un filo logico collega tutto il percorso del volume: la tradizione e la storia di Marcallo con Casone coniugata alla missione di questa Amministrazione Comunale tendente a recupera-
re e valorizzare radici e storia. In altre parole, il lavoro di questi cinque anni della Giunta Garavaglia ha sempre guardato alla riscoperta del patrimonio etnico-culturale della propria comunità, facendo emergere, con opportuna dignità, i valori che da sempre legano la gente di Marcallo con Casone alle proprie origini. Ma non solo, ricercando anche, nel lontano passato, le radici che uniscono questa contrada agli “antichi” popoli dell’Europa.
E’ in questo senso che va letto il gemellaggio tra Marcallo con Casone, gli irlandesi di Macroom e i bretoni di Bubry.
Un patto d’amicizia che ben si in s e r i s c e n e l l o s p i r i t o dell’Europa dei Popoli e delle Comunità Locali.
 
I Curatori
Fabrizio Garavaglia
Fabrizio Valenti

5.9 il progetto ipposidra di carlo cattaneocultura

il progetto ipposidra di carlo cattaneocultura
 
CULTURA L’ originale  del  progetto  di  una  particolare  ferrovia,  detta  Ipposidra (dai  termini  greci  ‘cavallo’  e  ‘acqua’), pensata e realizzata da Carlo Cattaneo, è stato  donato  alla  Liuc  dalla  sig.ra Antonella Candiani. “Si tratta di una preziosa testimonianza del poliedrico ingegno del grande pensatore lombardo, al tempo stesso,  uomo  d’azione,  capace  di  coniugare teoria e pratica. Proprio per questo gli imprenditori della provincia di Varese hanno deciso, 20 anni fa, di intitolare a lui l’ Ateneo”, sottolinea il Direttore generale, Pierluigi Riva. 
E’  nota  l’importanza  che,  nel  passato,  i trasporti ?uviali - Ticino e canali derivati – ebbero in questi territori. E’ noto che il sistema dei Navigli è stato fondamentale per lo sviluppo commerciale e industriale di Milano.
  Ma veniamo all’Ipposidra, o ferrovia delle barche: un progetto innovativo, multimodale nel campo dei trasporti, con il  quale  trovarono  soluzione  le  dif?coltà incontrate nella navigazione dalle barche che,  di  ritorno  da  Milano  dove  avevano scaricato le merci, risalivano il  ?ume azzurro verso il Lago Maggiore. Nel tratto tra Tornavento e Sesto Calende vi erano, infatti, forti correnti. Da qui l’idea di una via  a  binari  dove  scorressero,  trainati  da sei o otto cavalli, carrelli sui quali caricare a Tornavento le imbarcazioni che, dopo un percorso di circa 18 km,  venivano rimesse in acqua a Sesto Calende. L’opera, pensata dal Cattaneo già nel 1835, realizzata con  il  concorso  di  notabili  della  zona  – dunque una collaborazione tra pubblico e privato - ebbe un costo di quasi 1.700.000 lire austriache, pari a 7 miliardi delle vecchie lire. Il primo traino fu eseguito il 9 febbraio  1858.  L’utilizzo  dell’Ipposidra non ebbe, tuttavia, vita lunga. Dopo solo sette anni, nel 1865, il suo passaggio alla storia  fu  decretato  dalle  linee  ferroviarie Arona-Milano  e  Milano-  Sesto  Calende, sulle quali si trasferì buona parte del traf?co commerciale. Ora della ferrovia delle barche rimangono, a Tornavento come a Sesto Calende, le tracce degli scivoli, nella brughiera quelle dei ponti in mattoni realizzati per ovviare agli avvallamenti del terreno.
  L’occasione  della  presentazione alla stampa del documento, lo scorso luglio, presso la biblioteca ‘Mario Rostoni’ dell’Università di Castellanza, ha offerto lo spunto per ribadire sia da parte del Di-rettore, sia di Anna Gervasoni, professore associato presso la  Facoltà di Economia e Direttore del Crmt ,quanto, per la peculiarità  di  questo  nostro  territorio,  lo  studio delle infrastrutture sia caro alla Liuc.
“Abbiamo vissuto di rendita per un secolo,  adesso  dobbiamo  pensare  a  una  loro riorganizzazione  in  funzione  di  impresa e  demogra?a.  Gli  economisti  aziendali debbono  occuparsi  di  ciò”,  ha  affermato la Docente.
  Un’occasione anche per rimarcare, concludendo l’incontro, l’urgenza del collegamento Tav con Lione, “poiché oggi le distanze si misurano in tempo: questa è la variabile della competitività economica”,
 
 
 
 
 
 
donato alla carlo cattaneo – liuc il disegno dell’ipposidra
 
Un  documento  prezioso  che  testimonia il poliedrico ingegno del grande pensatore lombardo che è stato, al tempo stesso, uomo d’azione e al quale, proprio per la sua attitudine a coniugare lo studio con il fare, di dedicarsi cioè ad un sapere pratico,  i  fondatori  dell’Università  Carlo Cattaneo - LIUC, ossia gli imprenditori industriali della provincia di Varese, decisero vent’anni or sono di intitolare l’Ateneo.
  Con   il   termine   Ipposidra,   che prende il nome dai termini greci utilizzati per cavallo e acqua, si intende una ferrovia  particolare,  costruita  nel  1858  e  adibita al trasporto delle barche, utilizzando cavalli.
Essa congiungeva via terra le due località di Tornavento (frazione di Lonate Pozzolo) e di Sesto Calende, entrambe sulla riva lombarda del Ticino.
  Progettata  da  Carlo  Cattaneo  e inaugurata il 9 febbraio 1858, era un particolare tipo di ferrovia adibita al trasporto delle barche lungo i tratti del ?ume Ticino, dove non era possibile la navigazione. Le barche provenienti da Milano attraverso  il  Naviglio  Grande  venivano  caricate a  Tornavento  su  carri  trainati  da  cavalli che percorrevano una via ferrata a binari realizzata nella brughiera. Giunte a Sesto Calende, le barche venivano nuovamente calate in acqua.
  I trasporti ?uviali lungo il Ticino e i canali derivati, si sa, sono sempre stati un vanto del ducato di Milano. Da Sesto Calende a Tornavento, con il favore della corrente,  si  impiegavano  90  minuti  e  da Tornavento a Milano 8-9 ore.
In senso inverso, andando controcorrente, si formavano convogli di barche che venivano trainate da cavalli lungo le sponde. Prima della costruzione della strada alzaia,  da  Milano  a  Tornavento  occorrevano 15 giorni. In seguito, ne occorsero solo 3, ma il tratto da Tornavento a Sesto Calende continuava  a  presentare grandi  problemi per  la  forte  pendenza  e  le  numerose  rapide. Così Carlo Cattaneo, che era anche studioso di trasporti, progettò un sistema che  prevedeva,  a  Tornavento,  il  caricamento delle imbarcazioni su carri trainati da cavalli che si muovevano lungo una via ferrata a binari realizzata nella brughiera, sino a Sesto, dove le barche venivano calate in acqua. L’opera venne realizzata con il concorso di notabili della zona.
  Nel 1844 venne costituita la Società che arrivò a contare 84 soci. Il preventivo di investimento fu di quasi 1.700.000 lire  austriache, pari  a  oltre  7  miliardi  di vecchie lire. Il primo esperimento di traino fu eseguito il 9 febbraio 1858.
Dopo  soli  7  anni  di  attività,  nel  1865, quest’opera,  per ingegno unica in Europa, fu sostituita dalle linee ferroviarie AronaNovara e Milano-Sesto Calende, che vennero utilizzate anche per il traf?co merci e che sottrassero quindi molto carico alla navigazione ?uviale.
  Sia a Tornavento, sia a Sesto Calende, esistono tuttora le tracce degli scivoli lungo i quali le imbarcazioni venivano trainate in super?cie e calate in acqua.
Nella brughiera tra le due località esistono ancora tracce dei ponti costruiti in mattoni, sui quali erano stati posti i binari della strada ferrata laddove era necessario superare gli avallamenti del terreno, soprattutto in presenza dei vari corsi d’acqua che attraversano la boscaglia.

5.10 la fagiana, centro parco del ticino

la fagiana, centro parco del ticino
Un lembo della primitiva foresta per una “Riserva integrale orientata”.
 
Dell’antica  lussureggiante  foresta  di caducifoglie che ammantava l’intera Pianura Padana dalla ?ne dell’ultima glaciazione (10.000 anni fa) ?no a 3.000 anni orsono - ?no a quando cioè gli Etruschi,  i  primi  veri  agricoltori  europei, diffusero  nella  Padania  le  loro  raf?nate tecniche di coltivazione sulle terre disboscate -, rimangono scarse tracce.
  Nella  Valle  del  Ticino,  a  poche centinaia  di  metri  dalle  propaggini  di un’area lombarda tra le più antropizzate ed ambientalmente sconvolte dell’intero territorio nazionale, sopravvive, pervaso da una selvaggia bellezza, un lembo consistente  della  primitiva  foresta  ripariale e  planiziale:  è  la  Riserva  Naturale  “La Fagiana”  di  Pontevecchio  di  Magenta.
Si estende per 600 ettari ed è il “cuore” del  Parco  Lombardo  della Valle  del Ticino comprendente una vastissima area: 18.000  ettari  di  riserve,  distinte  in  integrali,  orientate  e  di  interesse  botanico; 30.000 ettari di zone a parco agricolo di protezione delle riserve; 40.000 ettari di aree agricole.
  In  questo  santuario  naturale  che è “La Fagiana” dove si susseguono foreste di querce, paragonabili a quelle delle foreste tropicali, boscaglie e cespuglieti di  salici,  carpini  ed  ontani  neri,  delimitati dal ramo principale del Ticino e dal Ramo  Delizia,  vivono  3.500  specie  di vegetali ed animali. Nel peregrinare nel-la Riserva siamo accompagnati dal canto degli uccelli, dal fruscio del vento e dal mormorio  dell’acqua  che  scorre:  è  una melodia  segreta  che  ci  segue. Abbiamo l’impressione di essere tornati nei luoghi della nostra origine, nell’ancestrale bosco sacro, dove è cominciata la nostra storia di umani. Forse per questo camminiamo ammutoliti.   
  Paradossalmente, le specie vegetali originarie e i numerosi animali (ben 48  specie  di  mammiferi)  che  vivono  in libertà  e si riproducono spontaneamente in quest’ambiente suf?cientemente vasto ed  integro,  non  più  soggetti  all’aggressione dell’uomo, devono questo loro status naturale privilegiato alla pratica della caccia.  Già  i  re  longobardi  e  poi  Carlo Magno  (durante  il  lungo  assedio  di  Pavia) cacciavano in queste foreste. Li imitarono,  nei  secoli  successivi,  sia  nobili feudatari che i duchi di Milano che, ...per la conservazione della bona valetitudine et per poter cum questa recreazione cum maiore  facilità  supportare  le  fatiche  et molestie qual ha in sé l’administrazione dello Stato. (Ludovico il Moro, grida del 1488,  in Archivio  di  Statodi  Milano)  sidedicarono,  con  grande  passione  e  costanza, all’attività venatoria, In quei tempi travagliati da continui e cruenti scontri armati, la caccia, oltre che attività ludica e mezzo per procurarsi carne fresca, era praticata come mimesi della battaglia.
  Prima  dell’età  carolingia  la  caccia  poteva  essere  liberamente  praticata nei boschi del Ticino come nel resto della Penisola. I Longobardi, popolo seminomade che non concepiva le risorse naturali come proprietà privata, mantennero, anche  dopo  lo  stanziamento  in  Italia,  il concetto  romano  della  selvaggina  come res  nullius  e,  quindi,  non  posero  limiti alla  caccia.  Con  l’avvento  dei  Franchi, la caccia divenne un privilegio della sovranità, un gioco di lusso dell’imperatore e  della  sua  corte,  e  i  territori  ove  veniva  praticata  furono  trasformate  in  aree esclusive a disposizione del sovrano che potevano essere concesse, come regalia, al vassallo di turno: territori, quindi, assolutamente “riservati” da cui il nome di “riserve”  date  a  queste  vaste  estensioni boschive sottratte alla coltivazione. I popolani  potevano  accedere  alle  selve  di querce  solo  per  farvi  pascolare  i  maiali che  si  nutrivano delle  ghiande  (diritto glandatico).
Nel  Quattrocento,  Francesco  Sforza  riservò per sé i boschi del Ticino e concesse ai nobili le campagne della Brianza e della Lomellina. Una grida de?nì i con?ni della riserva ducale della quale faceva parte  anche  l’area  dell’attuale  Fagiana: la strada maestra che da Milano conduce a Novara a nord, il Naviglio Grande e il Naviglio di Bereguardo (allora appena ultimato) ad est, il “Fosson Morto” (posto tra Morimondo e la frazione di Fallavecchia)  a sud e il Ticino ad ovest.
  La caccia comunemente praticata per la cattura dei piccoli animali (uccelli e lepri) era quella con il falcone, mentre per la caccia ai grandi mammiferi (cervi, caprioli e cinghiali) era praticata con la muta  dei  cani  che  inseguivano  la  preda che poi, s?nita, veniva tra?tta con  frecce o  lance.  Isabella  d’Este,  sorella  di  Beatrice consorte di Ludovico il Moro, così descrive al marito, il marchese di Mantova,  una  battuta  di  caccia  nella  riserva del Ticino: ...oggi si è cacciato nel più bel sito che la natura potesse formare per simile spettacolo. Gli animali stavano nel-la vallata boscosa e li vedevamo correre per quanto spaziava l’occhio. Molti cervi furono visti passare il ?ume... e si stanarono molti cinghiali e caprioli. 
  Con  la  Rivoluzione  francese  i privilegi  di  caccia  vennero  aboliti,  dapprima  in  Francia  e  quindi  anche  nella Repubblica Cisalpina (1797), ma, con il ritorno degli Austriaci, le riserve furono integralmente ripristinate.
  Vittorio  Emanuele  II,  che  aveva ereditato la vastissima Riserva Reale di caccia del Ticino, estesa su entrambe le sponde del ?ume da Turbigo a Bereguardo,  prediligendo  la  caccia  nella  riserva della Villa Reale di Monza, lasciò liberta di caccia in alcune zone rivierasche e af?dò a terzi la conduzione delle altre aree.
Il successivo frazionamento della Riserva Reale ?uviale diede il via alla costituzione delle grandi riserve di caccia della Valle del Ticino, non più “riservate ai nobili”, ma “riservate ai soci”. Con la costituzione nel 1974 dela Parco del Ticino, il termine riserva cambiò completamente signi?cato in quanto fu usato per de?nire aree del Parco nelle quali era proibita la caccia,  la  pesca,  il  taglio  degli  alberi  e, in quelle integrali ed orientate , la stessa attività agricola.
  Il ?ume Ticino è il cuore pulsante e pieno di vita della Fagiana, così come lo  è  dell’intero  Parco.  Mentre  a  Sesto Calende e Golasecca scorre con un unico  ramo  (andamento  unicursale),  incassato fra le basse colline moreniche, e si fa  imponente  ed  impetuoso  a  Turbigo, Cuggiono  e  Boffalota,  da  questo  tratto che attraversa la Riserva si placa e si rami?ca in numerosi corsi (andamento pluricursale). Si riunirà in un unico corso a Beregiardo, disegnando poi ampi meandri nella Bassa Padana sino al suo sbocco nel Po. Camminando lungo i numerosi sentieri  della  Fagiana  incontriamo,  spesso improvvisamente,  l’amico  ?ume  che ci ammaglia con azzurri specchi di cielo ri?esso, incorniciati da candidi ciottoli di quarzo  aurifero.  La  super?cie  è  segnata, sempre più raramente, dalla scia dei barcé, le barche a fondo piatto che trasportavano, un tempo numerose, i cogoli, i sassi bianchi, raccolti sul greto del ?ume. E’ de?nitivamente scomparsa dalla riva del Fiume Azzurro la siluette del cercatore d’oro, a volte imraschi, raccoglieva il prezioso metallo, di cui sono ricche le sabbie del Ticino, per confezionare l’anello nunziale.  
  L’Istituzione Parco, pur lasciando libero  accesso,  custodisce  gelosamente “La  Fagiana”  considerandolo  un  patrimonio d’inestimabile valore ambientale, turistico e sociale, nonché uno scampolo della bellezza della natura, unico in Italia per quantità  e forma.
L’aggettivo  orientata  che  accompagna l’appellativo Riserva per indicare La Fagiana sottolinea i propositi della direzione del Parco di ripristinare, lentamente e sin  dove  è  possibile,  la  fauna  e  la  ?ora originali (querce, ontani salici ecc,) e, nel contempo,  eliminare  le  specie  vegetali (pioppi, acacie ecc.) ed animali (nutrie) introdotte dall’uomo. Si vuole dar modo al bosco e ai suoi numerosi ospiti animali di evolversi autonomamente, in un dinamico e delicato equilibrio. I frutti di questa importante operazione naturalistica si possono già raccogliere: due specie della grossa  fauna,  il  cinghiale  e  il  capriolo, presenti  in  tempi  passati,  sono  tornati nella Riserva.
Il cinghiale, fuggito da un allevamento di Besate nel 1974, ha colonizzato prima i boschi della parte centro-mridionale della Vallata e poi è giunto anche nell’area della Riserva magentina.
Il capriolo è qui tornato nella grazie ad una riuscita operazione di “reintroduzio-
ne”, consistita nel liberare nei boschi del Parco  del  Ticino  esemplari  prelevati  da Parco Regionale dei Boschi della Carrega, in provincia di Parma. E’ attualmente in  corso  un  tentativo  di  reintrodurre  un altro  mammifero,  la  lontra,  molto  comune nei boschi del Ticino  sino a pochi decenni  orsono  –  le  tracce  dell’ultimo esemplare  risalgono  al  1980 –  e  scomparso  probabilmente  a  causa  dell’inquinamento  delle  acque  da  metalli  pesanti usati nei processi industriali.
  Per  la  sua  posizione  strategica nell’area del Parco del Ticino, La Fagiana  è  stata  dotata  di  importanti  strutture che  svolgono,  nel  modo  migliore,  una funzione  educativa:  1-  Il  Centro Visita-tori, con funzione di accoglienza e guida dei visitatori; 2- La Foresteria, che ospita ricercatori  e  studenti;  3-  La  Biblioteca, ove sono raccolte pubblicazioni inerenti al Parco; 4-  Il Museo Laboratorio, allestito con il contributo del glorioso Museo di Scienze Naturali di Milano; 5- L’Area Faunistica,  ove  vengono  curati  gli  anmali feriti, sopratutto rapaci, ed allevate le lontre; 6 – Il Museo del Bracconaggio, che  aiuta  a  conoscere  la  storia  e  la  vita del Parco e delle sue genti; 7- L’Alboreto, che ha il preciso scopo didattico di far conoscere  le  diverse  specie  arboree  del Parco; 8 – Il Giardino dei Frutti Antichi, che  ospita  un  centro  di  ricerca  relativo alle antiche pratiche agricole e che favorisce la crescita di alberi da frutta  (meli, ciliegi, vite) tipici della Valle del Ticino, oggi quasi estinti.
Antonio Parini

5.11 Tuttonatura

Tuttonatura
 
Data: 17 marzo 2013
 
Eccola di nuovo la mostra mercato dedicata ai prodotti alimentari biologici, ai prodotti ecologici per la cura della persona e della casa nel rispetto dell'ambiente, si svolgerà a Legnano domenica 17 marzo in Piazza Castello.
 
Un'edizione dove saranno protagoniste le bancarelle dei produttori provenienti dal nord e centro Italia, e dove sara' possibile acquistare all'insegna del biologico e dell'ecosostenibile e anche ricevere informazioni sul cibo, sull'ambiente e sul benessere della persona: produttori, aziende agricole e molti bravi artigiani.
 
Come di consueto saranno presenti e parte integrante della festa le Associazioni presenti sul territorio, con informazioni e animazioni per i più piccoli: Ass.Il Brutto Anatroccolo, Emergency, Scuola di Babele, Cooperativa sociale il Progetto, Auser Ticino Olona con i suoi pittori, Associazione Riciclo e molte altre realtà associative.
 
Divertimento assicurato per i piu piccoli con tanti laboratori manuali di aquiloni, cartonaggio,argilla, ma anche truccabimbi, palloncini e giocoleria con gli artisti di strada.
 
La Cooperativa Circolo Fratellanza e Pace proporrà un punto ristoro con cucina biologica: primi piatti e dolci, panini e vino, tutto all'insegna della qualità e del buon vivere!
 
TuttoNatura è tra le più importanti manifestazioni di questo genere a livello nazionale

6 Altri

6.1 LE CIVILTĄ ANTIDILUVIANE: MITO O REALTĄ?

LE CIVILTÀ ANTIDILUVIANE: MITO O REALTÀ?
Autore: Yuri Leveratto
 
Per l’archeologia ufficiale l’Homo Sapiens, evolutosi in Africa circa 130 millenni fa, si è diffuso in tutta l’Eurasia a partire da 100 millenni or sono. Quindi, circa 40 mila anni fa è giunto in Australia, mentre solo 14 millenni fa arrivò nel Nuovo Mondo, attraversando la prateria detta Beringia (attuale stretto di Bering). Secondo questa teoria, solo 10 mila anni fa l’uomo divenne stanziale sviluppando l’agricoltura e dando inizio alla fondazione dei primi centri abitati (Gerico, 8000 A.C.). Vi sono però numerose critiche a questa ipotesi, che sostengono non solo l’inesattezza di questi dati, ma addirittura la possibiltà che l’uomo abbia sviluppato delle civiltà organizzate prima del 9500 A.C.
In effetti potenzialmente l’Homo Sapiens avrebbe potuto, nel corso dei 130 millenni da quando è apparso sulla Terra, sviluppare varie civiltà agresti o marittime, magari evolutesi su piani differenti all’attuale, più spirituali e meno legate al materialismo, per esempio. Nel corso degli ultimi anni alcuni archeologi hanno trovato in America dei resti umani, che mettono in discussione le teorie ufficiali e portano a riconsiderare l’intero passato dell’uomo, non solo per quanto riguarda le Americhe, ma per l’intero pianeta.
L’archeologa brasiliana Niede Guidon (supportata da vari altri studiosi di fama internazionale) ha trovato resti di Homines Sapientes arcaici nel Piauì (nord-est del Brasile a circa 700 chilometri dalla costa atlantica), che risalgono a 12.000 anni fa. Le datazioni con il metodo del carbonio 14 hanno provato però che alcuni focolari sono stati utilizzati nella zona oggetto di studio già 60 millenni fa. Questa prova mette in discussione la teoria ufficiale del popolamento delle Americhe secondo la quale i primi abitanti del Nuovo Mondo furono gli appartenenti alla cultura Clovis (deserto del Nuovo Messico), circa 13 millenni fa.
Nel Nuovo Mondo sono stati tanti i ritrovamenti che provano una presenza arcaica dell’uomo, per esempio quello di Monte Verde, in Cile, risalente a 33.000 anni fa.
La teoria riconosciuta del popolamento delle Americhe viene così a cadere, e deve essere completata da altre ipotesi, che considerano la colonizzazione del Nuovo Mondo direttamente dall’Africa, ma anche dalla Melanesia.
Tutto ciò pone sotto un’ottica nuova l’intero periodo durante il quale l’Homo Sapiens colonizzò la Terra, da 100 millenni fa fino ad oggi.
Ora, se si considera che durante questo lungo lasso di tempo, la glaciazione di Wisconsin-Wurm (che durò da 110 a 11,5 millenni fa) era al suo massimo, si può affermare che il livello dei mari era più basso di circa 120 metri rispetto all’attuale. Ciò verosimilmente permise all’uomo di spostarsi più facilmente attraverso gli oceani proprio perchè molte terre ora sommerse affioravano sulla superfice dei mari.
E’ possibile che alcuni gruppi di umani, appartenenti ad etnie a tutt’oggi sconosciute, abbiano fondato delle città costiere, che successivamente furono spazzate via da spaventose inondazioni?
In effetti molte culture hanno lasciato opere letterarie nelle quali si narra di un diluvio, o di un periodo di sconvolgimenti climatici di portata eccezionale: Atrahasis (mito sumero), l’epopea di Gilgamesh (leggende babilonesi), la Bibbia (la Storia degli ebrei), Shujing (classico di Storia cinese), Matsya Purana e Shatapatha Brahmana (testi sacri indiani risalenti al primo millennio prima di Cristo), Timeo e Crizia di Platone (Grecia), il Popul Vuh della civiltà Maya, per citarne solo alcune. Secondo molti ricercatori di frontiera, ma ultimamente anche vari geologi e climatologi, il diluvio universale fu proprio la fine dell’era glaciale, e accadde circa 11,5 millenni or sono.
Alcuni ricercatori del XX secolo hanno ipotizzato che i sopravvissuti di alcune di queste civiltà antidiluviane si siano rifugiati nei luoghi interni dei continenti, in particolare del Sud America, dove avrebbero rifondato alcune città e gettato le basi per nuove colonizzazioni.
Il primo ricercatore che sostenne questa tesi fu il più grande avventuriero del XX secolo, il colonello inglese Percy Harrison Fawcett. Alla base dei suoi convincimenti vi fu il ritrovamento di un manoscritto (il n.512), conservato alla Biblioteca Nazionale di Rio de Janeiro, nel quale vi era descritto il ritrovamento da parte del bandeirante Francisco Raposo, nel 1743, di una fantomatica città di pietra nascosta nella selva del Mato Grosso, non lontano dal fiume Xingù.
Fawcett partì varie volte dopo il 1920, esplorando la selva compresa tra i fiumi Xingù e Araguaia, all’altezza della Serra do Roncador. La sua scomparsa proprio nell’area forestale della Serra do Roncador, alla fine di maggio del 1925, non fece altro che ravvivare la leggenda di una misteriosa città antidiluviana, che inghiottì l’esploratore, suo figlio Jack e un amico che partecipava alla spedizione. Un altro sostenitore della tesi che i superstiti del diluvio si rifugiarono in Sud America fu l’austriaco Arthur Posnansky, che, nel suo libro Tiwanacu, il luogo d’origine dell’uomo americano, indica per il sito archeologico vicino al lago Titicaca una data di fondazione che risalirebbe al 10.000 A.C. Anche le piramidi di Pantiacolla (o Paratoari), strane formazioni simmetriche che si ergono, coperte dalla vegetazione, non lontano dal Fiume Alto Madre de Dios (Perù), sono indicate da alcuni come centri di energia utilizzate da popoli antidiluviani che si rifugiarono nella foresta amazzonica molti millenni or sono.
L’ipotesi di civiltà antidiluviane sono state supportate ultimamente anche da alcuni ritrovamenti eccezionali, tutti effettuati sotto il livello dei mari fino a ben 900 metri di profondità.
La prima affascinante scoperta avvenne nel settembre del 1968 quando il Dott.Valentine, mentre stava nuotando al largo dell’isola di Bimini, nelle Bahamas, osservò una strada pavimentata con enormi blocchi di pietra rettangolari e poligonali. Secondo alcuni, queste pietre ciclopiche, perfettamente squadrate e lunghe fino a cinque metri, ricordano molto i massi di Sacsayhuaman, l’imponente struttura situata a pochi chilometri dal Cusco, a ben 3300 metri d’altitudine sul livello dei mari.
Alcuni scettici ritengono che la famosa strada di Bimini non sia altro che un fenomeno naturale chiamato “pavimento a tasselli”, che si origina quando la crosta terrestre viene soggetta a tensione e quindi si frattura in blocchi regolari. Per altri invece, come lo stesso Valentine, ma anche il linguista e scrittore Charles Berlitz, e l’archeologo subaqueo Robert Marx, l’origine della strada di Bimini è artificiale e risale all’era glaciale. Il secondo interessante ritrovamento, ebbe luogo nel 1969. L’equipaggio del sottomarino statunitense Aluminaut, scoprì per caso, nel fondale della Florida, a 900 metri di profondità, un’altra strada lunga più di 20 chilometri costituita di alluminio, silicio e ossido di magnesio. Ancora oggi non si sa se la misteriosa via sottomarina sia opera di una civiltà evoluta o semplicemente uno stranissimo scherzo della natura.
Nel 1987 sono state individuate al largo dell’isola Yonaguni, la più a sud delle isole Ryukyu, in Giappone, delle strane formazioni megalitiche, a partire dalla profondità di 40 metri.
Lo scienziato Masaaki Kimura visitò le strutture subaquee e dopo attenti studi giunse alla conclusione che l’artefice di quell’opera ciclopica non può essere che l’uomo. Il cosidetto monumento di Yonaguni, detto anche la “tartaruga” è una grande struttura di roccia rettangolare di 150 x 40 metri, alta 27 metri. La cima del monumento si trova a cinque metri sotto il livello dell’acqua.
Secondo l’archeologo subaqueo Sean Kingsley, queste mura, i cui lati sono perpendicolari tra loro, sono opera dell’uomo. Per Kimura invece queste strani momumenti possono essere stati modificati dall’uomo in un epoca pre-diluviana, quando i ghiacci coprivano gran parte dell’emisfero boreale e il livello dei mari era più basso dell’attuale.
Nel 2000 l’Instituto nazionale di Tecnologia Marina dell’India annunciò di aver trovato, nel fondale prospicente la costa dello stato del Gujarat, a 40 metri di profondità, delle strutture megalitiche simili ad una città. Alcuni archeologi indiani confutarono questa notizia, dicendo che era stata diffusa non seguendo stretti canoni archeologici, ma soprattutto per motivi politici, ovvero per dare all’India il primato di avere dato i natali alla prima civiltà del mondo. Nel 2001 però il Ministro per la Scienza e Tecnologia Murli Manohar Joshi annunciò ufficialmente la scoperta: le strutture sommerse trovate nel golfo di Khambhat (Cambay) sono i resti di un’antica città che fu cancellata da inondazioni improvvise. Si affermò anche che le rovine dimostrano una notevole somiglianza con i resti delle civiltà della valle dell’Indo, che si svilupparono ad Harappa e a Mohenjo-Daro, intorno al 2700 A.C. Verso la fine del 2001 furono incontrati dei pezzi di legno carbonizzato nelle vicinanze della città sommersa, che vennero datati, con il metodo del carbonio 14, 9500 anni prima di Cristo. Nel 2003 e 2004 l’Instituto Nazionale di Tecnologia Marina dell’India fece altre esplorazioni subaquee, durante le quali furono incontrati dei pezzi di ceramica, indizi di attività artistica e artigianale di un popolo antico. I reperti furono inviati in alcuni laboratori indiani ed europei e, per mezzo del metodo della termoluminescenza, furono datati 31 millenni fa. Il geologo indiano Batrinaryan confermò l’autenticità dei ritrovamenti, sostenendo che le reliquie sono state sottoposte ad analisi con la tecnica della diffrazione dei raggi X. In base a questi ritrovamenti la città sommersa di Khambhat sarebbe stata la più antica del mondo risalendo a 31 millenni or sono.
Nel maggio del 2001 la oceanografa canadese Paulina Zelitsky, responsabile della Advanced Digital Communications Company decsrisse i risultati di una esplorazione marina nel Mar dei Caraibi, detta Exploramar. Utilizzando un sofisticato robot, dotato di sonar, magnetometro e videocamera, che fu calato nelle profondità del mare e comandato a distanza con un cavo a fibra ottica, fu possibile mappare una zona di fondale immensa, e i risultati furono stupefacenti.
Delle enormi strutture megalitiche situate a ben 600 metri di profondità sono state trovate al largo del Cabo San Antonio, o penisola Guanahacabibes, nell’estremo ovest dell’isola di Cuba. Le strane formazioni sommerse, cubi, parallelepipedi e piramidi, si estendono per ben venti chilometri quadrati. Per la loro grandezza e complessità, sono state battezzate Mega. Per molti è semplicemente una città impossibile, che non si può spiegare con le tecniche scientifiche attuali. Per altri invece le enormi pietre squadrate sono i resti di antiche mura ciclopiche, in quanto dopo un’attenta analisi si giunge alla conclusione che un tempo dette pareti furono esposte agli agenti atmosferici, poichè vi si trovano i resti di un’antica ossidazione. Inoltre in base alle fotografie e ai video divulgati, si nota che esistono delle strutture ripetute come fossero muri utilizzati per abitazioni. Il geologo Manuel Iturralde, che partecipò alle ricerche, sostiene che è possibile che le rovine sommerse siano attribuibili a una civiltà anti-diluviana, che risalirebbe al decimo millennio prima di Cristo.
In seguito a tutti questi ritrovamenti si può giungere alla conclusione che le possibilità che siano esistite delle etnie antidiluviane sono numerose. In effetti lo studio del lunghissimo periodo di tempo durante il quale l’Homo Sapiens ha dominato il planeta (130 millenni), è solo agli inizi: sembra abbastanza riduttivo pensare che solo a partire dal 8.000 A.C. sia nata la civiltà. La nostra visione, che definisce la civiltà come una società di persone che praticano l’agricoltura e vivono in villaggi, dandosi delle regole comuni di comportamento, potrebbe essere limitata. Probabilmente alcuni gruppi di umani, pur non raggiungendo livelli tecnologici più avanzati, avevano sviluppato una rete di collegamenti marittimi e praticavano il commercio, basato sul baratto. Non avevano previsto però che la natura può essere a volte brutale, e molti di loro perirono durante gli sconvolgimenti climatici della fine della glaciazione. E’ verosimile pensare che i sopravvissuti si addentrarono all’interno dei continenti, dove poi si mischiarono con altri loro simili.
La prova definitiva di queste ipotesi tuttavia non è stata ancora dimostrata. Probabilmente è il Sud America che, con le sue foreste ancora oggi impenetrabili, racchiude il mistero delle civiltà antidiluviane che prosperarono durante la lunghissima era glaciale. Siamo solo agli inizi di questa avvincente sfida. Il nostro lontano passato, potrebbe fornirci preziose informazioni non solo sulle nostre origini, ma anche su come affrontare il futuro, migliorando così la nostra vita, soprattutto sul piano della serenità.

6.2 LA CULTURA VILLANOVIANA

LA CULTURA VILLANOVIANA
Cultura Villanoviana è il nome moderno dato ad una civiltà preistorica che è stata identificata in base alle caratteristiche dei reperti rinvenuti. Prende il nome dalla cittadina della provincia di Bologna, Villanova appunto, dove tra il 1853 ed 1856, Giovanni Gozzadini scoprì i resti di una necropoli. Tra il X e l’VIII secolo a.C, quindi durante l’Età del Ferro, si estese parzialmente in Emilia Romagna, in tutta l’Italia centrale e in Campania. La caratteristica principale è lRsquo;utilizzo delle sepolture ad incinerazione, nelle quali le ceneri del defunto cremato vengono deposte in urne biconiche. Questo genere di pratica è molto simile ai campi d’urne nella pianura danubiana. Le tombe di tipo singolo sono scavate a pozzetto, con rivestimento in ciotoli, oppure a cassetta, con rivestimento in lastre di pietra.Il corredo funerario maschile poteva comprendere morsi di cavallo, rasoi lunati, spille chiuse per abiti o elementi di cinturoni; mentre quello delle donne includeva generalmente fibule ad arco e elementi del telaio. Le abitazioni erano costituite da capanne di forma circolare in legno e fango, mentre gli edifici per le attività comuni erano di forma rettangolare. La ceramica era lavorata in forme molto varie e mostrava pareti alquanto spesse con decorazioni prevalentemente geometriche. Inizialmente l’economia dei villanoviani era essenzialmente basata sull’agricoltura e sull’allevamento, ma progressivamente la metallurgia e l’artigianato generarono un aumento della ricchezza e l’inizio di una stratificazione della società. Rimangono da chiarire i rapporti che i villanoviani ebbero con i Terramaricoli, che praticavano lo stesso rito dell’incinerazione dei morti, ma con i quali manca la continuità negli insediamenti. Rispetto alle culture appenninica e subappenninica, diffuse in tutto il resto della penisola, i dati archeologici indicano una discontinuità negli insediamenti, mostrando una generalizzata distruzione degli insediamenti dell’età del Bronzo, che avvenne contemporaneamente al passaggio dall’inumazione all’incinerazione, mentre nella lavorazione della ceramica la trasformazione sarà più graduale.In Emilia i centri abitati prosperano per gli scambi commerciali intrattenuti con le regioni più settentrionali, in particolare di ambra del Mar Baltico. L’insediamento più importante risultava essere Verucchio, in Emilia Romagna; altre tracce di insediamenti villanoviani sono stati rinvenuti a Carpi, Bologna e nella zona di Modena: Castelfranco Emilia, Corgnento e Savignano. In Toscana e nel Lazio, si assiste alla formazione di grandi insediamenti composti da più villaggi vicini unitisi a formare un unico grande centro. A partire dal X secolo a.C. prendono forma quelle che diverranno successivamente importanti città etrusche: Volterra, Chiusi, Vetulonia, Tarquinia, Cerveteri e Veio. Durante il IX secolo a.C., ci sarà un’accentuazione di questo fenomeno, con sempre maggiore concentrazione di popolazione in questi grandi centri, ancora formati da nuclei abitati distinti, con ciascuno la propria necropoli. Sorgevano su pianori contigui e nelle vicinanze di punti di comunicazione strategici, da dove potevano controllare vasti territori. In Campania, con la cultura villanoviana si diffonderà all’inizio dell’Età del Ferro, la cultura delle tombe a fossa, caratterizzata dall’inumazione. Data la sua diffusione sul territorio che più tardi vedrà la nascita della civiltà Etrusca, la cultura villanoviana è stata da molti riconosciuta come una fase iniziale di questa, anche se recentemente è stata negata un’identità di etnia, ipotizzando piuttosto delle comunità miste nelle quali alla fine la popolazione di origine etrusca prese il sopravvento.

6.3 IL NOSTRATICO, LA LINGUA FRANCA DELL'ETĄ ANTIDILUVIANA

IL NOSTRATICO, LA LINGUA FRANCA DELL'ETÀ ANTIDILUVIANA
Autore: Yuri Leveratto
 
In seguito agli ultimi studi di archeologia e genetica, si può affermare che l’uomo moderno (Homo Sapiens), si originò in Africa (attuale Etiopia), circa 200 millenni or sono.
Il suo più lontano antenato, l’Homo Habilis, a sua volta evolutosi in Africa ben 2 milioni di anni fa, già era in grado di parlare: alcuni archeologi hanno dimostrato che vari crani di Homo Habilis hanno una cavità accentuata nella regione dell’emisfero cerebrale dove si trova, nell’Homo Sapiens, una protumberanza del cervello presso il centro di Broca, responsabile neurologico della parola. Si è così dimostrato che già il nostro più lontano progenitore poteva emettere dei suoni ai quali iniziava a dare diversi significati.
Il primo appartenente alla specie Homo che uscì dall’Africa e tentò una prima colonizzazione del pianeta fu l’Homo Erectus, i cui resti, trovati in Indonesia e in Cina, risalgono a circa 500.000 anni fa.
Intorno a 200.000 anni or sono una specie di Homo chiamata Neanderthal si espanse in Europa. Era discendente del Homo Heidelbergensis.
Il fatto fondamentale della storia dell’umanità fu però, come già accennato, l’avvento dell’uomo moderno (Homo Sapiens), circa 200 millenni or sono, in Africa.
L’Homo Sapiens era in grado di utilizzare meglio gli strumenti litici a sua disposizione, ma soprattutto si distingueva dalle altre specie umane perché era in grado di esprimersi meglio e di comunicare con ricchezza di particolari. Sapeva così tramandare la sua cultura, ovvero l’insieme delle sue conoscenze e tradizioni.
Eminenti scienziati, come ad esempio l’archeologo Glunn Isaac, sostengono che la lingua madre dell’umanità, o lingua primigenia, si sia sviluppata in Africa tra i 150 e i 100 millenni or sono. Lo studioso è giunto a questa conclusione notando che le culture paleolitiche est-africane di quel periodo rivelavano un’elevata differenziazione locale. Isacc fece un parallelo tra l’incremento delle culture litiche e la differenziazione del linguaggio.
Circa 100 millenni or sono, quando gruppi di Homo Sapiens uscirono dall’Africa intraprendendo la colonizzazione del mondo, la loro consistenza numerica totale era piuttosto limitata (circa 20.000 individui secondo il celebre scienziato A.J.Coale).
A partire da quella data, si è verificata una notevole evoluzione nell’utilizzo degli strumenti litici, e una diffusione sia delle tecniche di navigazione (di cui purtroppo si sono trovati pochi resti), sia dell’uso di legno e avorio.
Questo passaggio culturale dall’epoca musteriana a quella aurignaciana venne accompagnato da un miglioramento e arricchimento costante della lingua primigenia. La possibilità di comunicare in modo raffinato deve aver aiutato molto nel grande viaggio di espansione che portò i Sapiens a colonizzare tutto il pianeta soppiantando gli Herectus e i Neanderthal.
Intorno a 100 millenni or sono alcuni gruppi di umani si spinsero verso il sud dell’Africa, mentre altri piccoli gruppi viaggiarono verso l’ovest e il nord del continente. Con il passare dei secoli questi umani iniziarono a differenziare la loro lingua dalla primigenia dando così origine alle quattro proto-lingue africane: Niger-Kordofaniano (attuali Bantú, Yoruba e Wolof, tra le altre), Nilo-Sahariano (per esempio le lingue Masai e Nubiane), Koisan (Boscimani e Ottentotti), e la lingua dei Pigmei.
Come eccezione a questa espansione c’è da ricordare che un limitato gruppo di Sapiens giunse in Brasile (Piauí), direttamente dall’Africa circa 60 millenni or sono (tesi dell’archeologa Niede Guidon riconosciuta internazionalmente). Per ora è impossibile individuare che lingua parlassero, ma si pensa che si esprimessero nella lingua primigenia.
Tornando al gruppo di umani che, a partire da 100 millenni or sono, si diresse in Asia, passando probabilmente attraverso lo stretto di Aden, si può ipotizzare che la loro lingua si differenziò da quella primordiale, e si sviluppò in una forma che viene chiamata nostratico da alcuni studiosi.
Il nostratico fu ipotizzato inizialmente dal linguista danese Holger Pedersen nel 1903.
Un altro scienziato che teorizzò l’origine unica delle lingue fu l’italiano Alfredo Trombetti (1866-1929), nel suo libro L’unità d’origine del linguaggio, del 1905 (l’italiano si distinse sullo studio delle lingue sinodenecaucasiche).
Successivamente i linguisti russi Illic-Svityc e A. Dolgopolskij confermarono le tesi di Pedersen e individuarono il nostratico come la lingua dalla quale poi si originarono sia l’indo-europeo, che il semitico, il georgiano, l’uralico, l’altaico, e le lingue dravidiche. Questi studiosi giunsero a tali conclusioni facendo un percorso “a ritroso”, ovverosia analizzando le lingue moderne e rapportandole tra loro. Essi giunsero anche alla conclusione che le lingue sinodenecaucasiche (idiomi sinotibetani, nadene, basco, e nord-caucasici), si differenziarono dal nostratico circa 80 millenni or sono.
Successivamente l’eminente linguista Joseph Greenberg (1915-2001), incluse anche la maggioranza delle lingue amerindie (ma non il ceppo nadene, le cui lingue principale sono l’athabaska dell’Alaska e gli idiomi apache e navajo), nella famiglia del nostratico.
In seguito a quest’ultimo studio si può affermare che la maggiorparte degli amerindi, pur avendo un’origene asiatica (dal punto di vista genetico), parlano lingue derivate dal nostratico e non dal gruppo sino-denecaucasico.
Se si accetta la teoria che il nostratico fu la lingua madre delle famiglie indo-europee, georgiane, dravidiche, altaiche, uraliche e afroasiatiche, si può giungere alla conclusione che il luogo dove si parlava andasse dalla Palestina alla Turchia centrale, fino all’India, includendo Mesopotamia e Iran. Il nostratico continuò ad essere la lingua franca anti-diluviana per circa 90 millenni, ovviamente evolvendosi durante questo tempo.
Ma quando avvenne la differenziazione tra nostratico e le altre famiglie asiatiche, indo-pacifiche e australiane?
A tale proposito bisogna ricordare che durante l’era glaciale la linea di costa nei vari continenti era completamente diversa dall’attuale. E’ probabile che il gruppo di umani che uscì dall’Africa, circa 100 millenni or sono, si diresse verso est passando lungo le coste della penisola arabica e dell’attuale Iran.
Alcuni si fermarono e trovarono delle condizioni di vita ideali per le loro esigenze, mentre altri, continuarono il viaggio verso est.
Le prime tracce di Homo Sapiens trovate in Cina risalgono a circa 67 millenni fa. Furono necessari pertanto ben 33.000 anni per giungere dall’Africa alla Cina.
I Sapiens giunsero in Australia, probabilmente viaggiando su imbarcazioni di fortuna attraversando brevi tratti costieri, circa 50.000 anni or sono.
Si può cosi supporre che le differenze tra il proto-nostratico parlato nel Medio Oriente a partire dai 100 millenni or sono e le altre famiglie linguistiche, avvenne circa 80 millenni or sono. Durante il grande viaggio di espansione si originarono così le famiglie: sinodenecaucasica (lingue sinotibetane e altre), austrica (thay, viet), indopacifica e australiana.
Non mancano le eccezioni: secondo Greenberg il basco fa parte della famiglia sinodenecaucasica: è pertanto possibile che un gruppo di Sapiens del Medio Oriente (che si erano già staccati dal gruppo dei nostratici), decisero, per motivi ignoti, di tornare indietro, viaggiando verso nord-ovest.
Questo gruppo di umani fu pertanto il primo ad entrare in Europa, circa 40.000 anni fa, in piena era glaciale, dando inizio cosi alla più antica lingua europea, quella basca.
L’altra eccezione molto importante riguarda le lingue amerindie: secondo Greenberg la maggioranza di esse (escluso l’athabaska e il nadene degli Apache e Navajo), derivano dal nostratico. Pertanto si può supporre che un gruppo di nostratici si diresse verso il nord dell’Asia, probabilmente intorno ai 60 millenni or sono. Alcuni colonizzarono l’attuale Siberia dando origine alle lingue altaiche e uraliche, mentre altri viaggiarono in America attraverso lo stretto di Bering entrando nel Nuovo Mondo circa 40 millenni or sono e dando origine alle lingue amerindie. Si ipotizza pertanto che vi furono tre flussi di espansione dall’Asia verso l’America (attraverso l'Alaska): il primo, nostratico 40 millenni or sono; il secondo, sinodenecaucasico 14 millenni fa, che diede origine alla cultura Clovis; infine l’ultimo, pochi millenni or sono, degli Eschimesi.
Tornando al nostratico, eminenti studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la zona di espansione di questo idioma si estendeva dalla Palestina all’India. Alcuni studiosi indicano nelle culture Kebaran (Israele 18-10 millenni a.C.), e Natufiana (Palestina, Siria, 10500-8500 a.C.), la culla del nostratico, mentre altri sostengono che il luogo da dove si espanse fu la cultura Zarziana (nord dell’Iraq 18-8 millenni a.C.).
E’ possibile che il nostratico si parlasse a Khambat, 9500 anni fa?
Siccome secondo Greenberg l’attuale idioma dravidico, parlato oggi nel sud dell’India, deriverebbe dal nostratico, è realmente possibile che quest’ultimo fu la lingua utilizzata a Khambat e Dwarka, civiltà le cui vestigia sono state cancellate dall’innalzamento repentino dei mari, durante la fine dell’era glaciale. E’ inoltre possibile che il sumero derivi a sua volta dal proto-dravidico, ma questa tesi non è stata confermata da alcun scienziato.
A mio parere nell’arco temporale che va dai 40 ai 10 millenni or sono è possibile che il nostratico fu utilizzato anche in forma scritta, magari solo da una ristretta cerchia di sacerdoti esoterici, ma a tutt’oggi non si sono trovate evidenze di tale supposizione.
Probabilmente a partire dagli 80 millenni or sono iniziarono a diffrenziarsi altre lingue che ebbero come origine il nostratico.
Innanzitutto vi fu la citata espansione verso l’Asia del nord (lingue altaiche e uraliche).
Quindi vi fu un espansione verso l’Africa che diede inizio alle lingue afroasiatiche (egizio, lingue semitiche e cuscitiche). Poi vi fu un’espansione verso la Turchia e quindi verso le steppe del Kurgan da dove poi si evolsero le lingue indoeuropee.
In seguito alla repentina fine dell’era glaciale e a sconvolgimenti climatici di portata eccezionale (diluvio universale), accaduti nel 9500 a.C., molte civiltà antidiluviane vennero distrutte. Si persero purtroppo quasi tutte le evidenze dell’antico nostratico scritto, ma rimangono oggi giorno alcune tracce, come l’enigmatico disco di Festo, o, nel Nuovo Mondo, il petroglifo di Ingá, la Fuente Magna e il Monolito di Pokotia, che riportano iscrizioni che potrebbero derivare dal nostratico.
 
Bibliografia
Luigi Luca Cavalli Sforza - Geni, popoli e lingue
Paul Rivet - L'origine dell'uomo americano

6.4 Insediamenti dell'Etruria Padana: Marzabotto

articolo di Ilaria Bendinelli
Insediamenti dell'Etruria Padana: Marzabotto
 
Premessa
Nelle fonti antiche (Polibio, Strabone) troviamo riferimenti espliciti ad una massiccia presenza di Etruschi che, attratti dalla fertilità del suolo, si insediarono nella pianura Padana, dove fondarono centri importanti quali: Marzabotto, Bologna, Spina, Adria e Mantova. Alcuni di essi, sono stati popolati dalla compagine etrusca a partire dal IX secolo a.C. (Età Villanoviana), è il caso di Bologna (Felsina in lingua etrusca) che ha restituito numerose tombe di facies villanoviana. Altri insediamenti, invece, vengono fondati fra il VI e il V secolo a.C. in punti nevralgici per il commercio internazionale, è il caso di Adria e Spina, la prima fondata nella prima metà del VI secolo a.C. a circa dodici chilometri dal mar Adriatico, al quale era collegata da un canale, la seconda fondata nel 530 a.C., più a sud e più vicina al mare rispetto ad Adria. Alcuni centri, poi, che sono stati abitati fin da epoca più antica, vengono rivitalizzati, è il caso di Marzabotto che viene rifondata fra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.C. e diventa punto nevralgico per gli scambi commerciali fra la valle del Reno e il mare Adriatico. La fondazione o rifondazione di nuovi centri di sviluppo è favorita dalle città dell'Etruria propria, interessate sia allo smistamento dei propri prodotti e di quelli importati da altre aree e ridistribuiti nell'interno della regione (con la mediazione di Felsina/Bologna), sia all'insediamento di parte della popolazione che era ormai in numero sovrabbondante nelle città soprattuto della costa tirrenica.
I centri etruschi della pianura Padana accusano un calo di importanza commerciale e politica quando, nel IV secolo a.C. (390 a.C.), i Galli calano a tutti gli effetti nel territorio della penisola (1). Alcuni centri resisteranno, altri invece scompariranno nel corso del III secolo a.C., è il caso di Spina e Marzabotto, altri ancora verranno, invece, occupati dalle popolazioni galliche fino alla deduzione di una colonia o un municipio romano, è il caso di Bologna e Mantova.
Marzabotto
L'antica città è il miglior esempio di centro etrusco organizzato, del quale, purtroppo, non conosciamo il nome in lingua etrusca (2). L'insediamento sitrovava su un pianoro, chiamato Pian di Misano, sulla riva sinistra del fiume Reno, sul basso appennino bolognese.
Storia degli scavi
Nel 1550 Leandro Alberti, nella Descrittione di tutta Italia, parla di edifici abitanti del luogo e di essersi recato direttamente sul posto per accertarsene. Altri dotti dei secoli XVII e XVIII riferiscono più o meno la stessa situazione. Gli scavi veri e propri nell'insediamento antico cominciarono nel 1839, in seguito ai lavori per sistemare a zona di parco i terreni circostanti la villa Bardazzi, voluti dal nuovo proprietario, il conte Giuseppe Aria. A questo periodo risalgono la scoperta degli edifici dell'acropoli e la necopoli settentrionale. Il conte Giovanni Gozzadini, scavatore della necropoli di Villanova nel 1856 (3), amico del conte Aria, potè accedere agli scavi di Marzabotto a più riprese fra il 1862-63 e il 1866- 69. In questo periodo vengono riportati in luce alcuni edifici dell'impianto abitativo che sono, però, scambiati per sepolture, a causa del rinvenimento di tombe galliche all'interno di essi. Tuttavia, nelle campagne di scavo successive, Gaetano Chierici e, in particolare, Edoardo Brizio, nel 1888-89, stabilirono che si trattava dell'area urbana e ne venne fatta anche una pianta. Nella seconda metà del XX secolo nuove campagne di scavo, dirette da Paolo Enrico Arias, Guido Achille Mansuelli e Giuseppe Sassatelli, hanno permesso di mettere in luce l'intero impianto abitativo, approfondendone l'esplorazione e mettendone in luce le caratteristiche urbanistiche e socio-economiche.
Storia dell'insediamento Marzabotto etrusca risale al periodo Villanoviano (Età del Ferro, IX secolo a.C.) . Le testimonianze di questa facies sono, però, limitate a pochi frammenti di impasto e a qualche fibula e non rendono l'idea della consistenza dell'insediamento. Databili alla facies Orientalizzante (VII secolo a.C.) risalgono alcune fibule e qualche balsamario di tipo corinzio, che sono andati distrutti durante la seconda guerra mondiale e sono noti soltanto da vecchie fotografie conservate nell'archivio del museo etrusco locale (4). Agli inizi del periodo Arcaico (VI secolo a.C.) risalgono manufatti greci: una testa marmorea di kouros rinvenuta nell'area urbana, in una strada nord-sud, parte del busto di una figura maschile e ceramica attica a figure nere. In questo periodo il modello di struttura abitativa è ancora la capanna straminea. Una vera e propria rinascita della città (dovuta ad una rioganizzazione insediativa dei centri sulla valle del Reno ad operadelle  città  dell'Etruria propria, con la mediazione di Felsina/Bologna) la abbiamo a partire dal tardo arcaismo (fine del VI-inizi V secolo a.C.), quando l'impianto urbanistico viene risistemato, secondo un preciso piano regolatore, in insulae (> insule, dal latino isolati), con il cardo e il decumano maggiori che arrivavano a quindici metri di ampiezza. La pianta della città è piuttosto regolare, orientata secondo i punti cardinali, suddivisa in otto quartieri da quattro strade principali e agli incroci stradali sono stati riscontrati cippi di confine che ripartivano la pianificazione urbana. All'incrocio di due assi stradali è stato ritrovato un ciottolo, sul quale è stato inciso un segno a croce, orientato secondo i punti cardinali. La sua incisione ha sicuramente un significato simbolico, relativo alla fondazione della città, che affonda sicuramente le sue radici nell'urbanistica delle colonie greche dell'Italia meridionale (5), ma è anche un rito inerente alle dottrine religiose etrusche contenute nei libri rituali. 
Adesso le abitazioni sono ricostruite in pietra, con un alzato in mattoni crudi e il tetto di laterizi e sono distribuite lungo strade che si intersecano perpendicolarmente e raggruppate all'interno degli isolati. La struttura interna dell'abitazione tipica di questo periodo presenta una superficie di alcune centinai di metri quadrati, con un corridoio interno che immette in un cortile centrale, al centro del quale si trova una cisterna come riserva d'acqua e sul quale siaffacciano diversi ambienti: il tablino (stanze della casa riservate alla vita sociale) e i cubicoli (stanze da letto). Direttamente sulla strada si affacciano, invece, i vani per le attività lavorative o riservati all'eventuale esposizione di manufatti prodotti nel laboratorio domestico e destinati alla vendita. Abbiamo testimonianza diretta che all'interno dei laboratori casalinghi potevano avvenire anche attività metallurgiche, ad esempio in un'abitazione sono stati rinvenuti resti di crogiuoli, tenaglie, scarti della lavorazione di ferro e residui di carbone. Anche in ambienti esterni, ma circostanti l'abitato domestico, sono state riscontrate tracce di veri e propri impianti metallurgici, insieme a matrici e a una testa di statua bronzea, segno che in alcuni casi ci troviamo di fronte a case-botteghe. Nei ripostigli votivi locali sono venuti alla luce numerosi bronzetti databili al V e al IV secolo a.C., come ad esempio il gruppo di un guerriero e di una donna che costituisce la cimasa di un candelabro. Alcune di queste opere bronzee sono sicuramente state importate dall'Etruria propria, ma altre sono state prodotte sul luogo, come statue monumentali destinate, probabilmente, al mercato estero. I metalli arrivavano, con ogni probabilità, dalle colline Metallifere o dall'isola d'Elba, non essendo state rinvenute coltivazioni minerarie nei pressi della città. Nella seconda metà del V e nel corso del IV secolo a.C., è stata riscontrata la presenza di vasi attici a figure rosse, giunti in città tramite Adria e poi Spina che, trovandosi a pochi chilometri dal mare Adriatico, commerciavano direttamente con la Grecia.
Al V secolo a.C. è databile un tempio in onore del dio etrusco Tinia (il greco Zeus e il romano Giove), rinvenuto all'interno dell'area urbana, nei pressi della porta nord.
All'interno dell'assetto urbanistico della città rientrano due punti fondamentali dell'insediamento: l'acropoli e le necropoli.
L'acropoli si trova sull'altura di Misanello, nella parte ovest del Pian di Misano.
Qui sono stati rinvenuti i resti di cinque strutture di culto, orientate allo stesso modo dell'abitato: un altare con il mundus (6), un altare con base sagomata e gradinata di accesso, un tempio tripartito, un tempio a una sola cella e un auguraculum (7), quest'ultimo ritrovato nel punto più alto della collina.
L'area riservata ai morti comprende due necropoli, situate rispettivamente a nord e ad est dell'abitato e rese accessibili attraverso porte. Il tipo tombale qui rinvenuto è a fossa o a cassone, costituito da lastroni di pietra e coperto da un ciottolo fluviale o da un cippo a sfera, bulbo o colonnetta. Il rito praticato è quello della cremazione.Fra la metà del IV e la metà del III secolo a.C., Marzabotto viene occupata dai Galli (scesi in Italia nel 390 a.C.) che, insediandosi nel centro, provocano numerosi cambiamenti alla realtà locale, ad esempio il settore dell'area urbana meridionale viene abbandonato, provocando un calo della popolazione; inoltre vengono costruiti edifici più modesti di quelli di epoca etrusca, che sono innalzati al di fuori del piano urbanistico, addirittura sulle carreggiate stradali; l'area riservata alle necropoli non è più separata dalla vita cittadina, dato che sono state riscontrate sepolture, oltre che in necropoli, all'interno dell'impianto urbano e nell'area occupata da abitazioni precedenti, ormai abbandonate. Questi repentini cambiamenti provocarono la fine dell'insediamento etrusco. I Galli occuparono la città fino alla deduzione di un insediamento romano di piccole dimensioni, impiantato nel corso del I secolo a.C. alle estremità nord orientali dell'area abitativa, un insediamento che fu, però, di breve durata. Nel corso dei secoli dell'impero romano la città fu poi abitata a fasi alterne come insediamento rurale (8).
 
 
Note
(1) La presenza gallica nel nord Italia è attestata già prima del IV secolo a.C. dal rinvenimento di epigrafi nella loro lingua, datate al VI secolo a.C., che convenzionalmente vengono definite scritte in lingua leponzia, dal luogo del loro ritrovamento, le Alpi Lepontine. In realtà si tratta di lingua gallica a tutti gli effetti, ma la vera e propria discesa dei Galli nella penisola italiana è databile agli inizi del IV secolo a.C., quando occuparono numerosi centri della pianura Padana, scesero nel territorio dell'Etruria propria assediando e saccheggiando Chiusi e giunsero fino a Roma (nel 390 o 386 a.C.).
(2) Secondo alcune ipotesi, il toponimo etrusco di Marzabotto sarebbe Misa, che avrebbe poi dato il nome al colle sul quale sorgeva l'antico centro, Pian di Misano.
(3) Giovanni Gozzadini effettuò campagne di scavo a Villanova, un centro in provincia di Bologna, nel 1856. Dalle scoperte effettuate vennero in luce sepolcreti dell'Età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.) caratterizzati dal rito funebre dell'incenerazione e dalle tipiche tombe a pozzetto con custodia al cui interno si trovavano uno o più cinerari biconici e gli oggetti facenti parte del corredo (fibule, spilloni, rasoi, pinzette depilatorie, elmi, ciotole-coperchio, morsi equini, oggetti da toilette...). Questo tipo di sepolture caratterizza una facies della cultura etrusca (presente in quasi tutti i centri sia dell'Etruria propria, che dell'Etruria padana ecampana), chiamata facies Villanoviana, dal nome della località di rinvenimento, corrispondente all'Età del Ferro.
(4) Il museo Etrusco di Marzabotto è dedicato al conte Pompeo Aria, che, seguendo il volere di suo padre Giuseppe, ne inaugurò la prima collezione.
(5) Le nuove città fondate fra il V e il IV secolo a.C., in seguito alla colonizzazione greca, presentavano un'ordinata articolazione per assi viari tra loro perpendicolari, che davano luogo a un sistema di strade principali e secondarie.
Questo tipo di sistemazione urbanistica è stata attribuita all'architetto Ippodamo di Mileto, che la teorizzò nel V secolo a.C. e che da lui prende il nome di schema ippodameo. Certamente tali teorie organizzative esistevano già prima di Ippodamo, ma in lui è presente un'elaborazione nuova, con un assetto più armonico delle vie. Ad Ippodamo è attribuita la pianta di Thuri in Calabria, colonia ateniese fondata nel 444-443 a.C., del Pireo (il porto di Atene), voluto da Pericle nel 441 a.C. e di Rodi (isola del mar Egeo) nel 408-407 a.C.
(6) Il mundus, nella religione etrusca e romana, era una fossa circolare di fondazione della città, scavata al centro di essa, nella quale ciascuno dei fondatori portava un cumulo di terra del suo luogo di origine, insieme alla quale venivano unite le primizie della nuova città. Da questa fossa, inoltre, secondo le credenze dell'epoca, si riteneva che i morti potessero risalire sulla terra.
(7) L'auguraculum era un antico recinto sacro, orientato secondo i punti cardinali.
All'interno di esso gli auguri traevano gli auspici attraverso l'osservazione del cielo.
(8) L'abbandono del centro ha favorito, a differenza di altre città che sono state abitate ininterrottamente dall'antichità fino ad oggi, il mantenimento dell'impianto urbanistico originale.
Bibliografia
-Camporeale Giovannangelo, Gli Etruschi, storia e civiltà, Torino 2004, pagg. 62-
65, 393-399
-Enciclopedia la piccola Treccani, Milano-Roma 1995, voll. I, VI, VII
-Quilici Lorenzo-Quilici Gigli Stefania, Introduzione alla topografia antica,
Bologna 2004, pagg. 85-86, 98-100

6.5 IL MISTERO DEI PETROGLIFI DI QUIACA

IL MISTERO DEI PETROGLIFI DI QUIACA
Autore: Yuri Leveratto
 
Dopo aver passato due giorni nel paese-miniera d’oro de La Rinconada, il centro abitato più alto del mondo con i suoi 5200 metri d’altezza, io e il mio amico archeologo Ricardo Conde Villavicencio abbiamo deciso di proseguire il nostro viaggio per iniziare l’esplorazione archeologica della valle di Quiaca (pronuncia: chiaca).
Da alcune conoscenze comuni avevamo avuto alcuni indizi che nel distretto di Quiaca avremmo potuto trovare importanti resti di culture pre-incaiche sia della sierra che della selva, ovvero provenienti dall’Amazzonia. Così abbiamo caricato i nostri bagagli su un camion e siamo partiti in direzione di Untuca, il primo paese della valle di Quiaca.
Untuca sta proprio alle spalle del ghiacciaio Ananea (5829 m.s.l.m.), che domina La Rinconada, ma per raggiungerla con mezzi motorizzati si deve fare un giro abastanza largo che passa da Ananea e attraversa desolati altipiani. Quindi, dopo aver costeggiato un lago meraviglioso, incastonato tra la roccia, si entra nella stretta valle che conduce ad Untuca. Durante il percorso si notano molti lama e alpaca pascolare tranquilli e anche molte lepri, che zampettano timide tra i massi.
Non siamo i soli a percorrere la strada per Untuca, vi sono anche grossi camion Mercedes ed enormi Caterpillar, che si dirigono nei pressi del villaggio, dove c’è un’altra miniera d’oro. L’autista mi racconta che è stata data in concessione ad una impresa cilena ed io mi domando se saranno prese le necessarie precauzioni per non inquinare fiumi e laghi con il mercurio, sarebbe un altro immane disastro ambientale. Verso le 11 siamo giunti ad Untuca, dove abbiamo consumato un pasto frugale a base di uova e camote. Untuca si trova a circa 4000 metri s.l.d.m. e, anche se non fa freddo come a La Rinconada, tira un’aria piuttosto frizzante. Poco dopo abbiamo conosciuto due ragazzi, forti e agili, che ci hanno fatto da guida nella nostra camminata nei giorni seguenti. Si chiamano Eloy e Henry.
Verso l’una siamo partiti e abbiamo iniziato a camminare in direzione del villaggio di Poquera Grande. Si cammina nella stretta valle bordeggiando il torrente impetuoso e spesso ci si avvicina ai lama e alpaca che pascolano indisturbati. Dopo circa due ore si giunge a Poquera grande, un villaggio di circa 100 famiglie incastonato in una fredda ansa della montagna.
Abbiamo subito fatto conoscenza con le autorità del villaggio, che ci hanno permesso di accampare nella piazza principale. L’indomani mattina alcuni di loro ci hanno accompagnato non lontano dal villaggio per vedere uno strano petroglifo, molto simile ad una antica mappa. La prima impressione è stata di trovarsi di fronte a incisioni fatte da antichi popoli amazzonici, forse in viaggio verso la sierra, ma non essendo ancora sicuri di questa tesi, abbiamo deciso di proseguire il viaggio per cercare altri indizi di questa teoria. Camminando verso il villaggio di Poquera Chico, situato a circa un ora più a valle, abbiamo potuto osservare da vicino una chullpa (urna funeraria), tipica di culture pre-incaiche della sierra, probabilmente Lupaca o Pukara. Nell’interno di una di queste urne abbiamo trovato ancora intatta la mandibola di un essere umano, probabilmente colui che vi fu tumulato, circa 1200 anni fa. Queste urne funerarie infatti servivano come mausolei dei capi tribù o cacique delle culture pre-incaiche. Di solito le ossa dei capi-villaggio vi venivano posizionate dopo essere state disotterrate, in una cerimonia sacra, dove venivano fatte delle offerte agli Dei. Vicino alle ossa del defunto venivano sitemate delle foglie di coca, della chicha, mais e quinua, oltre a oggetti di giada, pietre semi-preziose e altri oggetti rituali.
Dopo alcune foto decidiamo di continuare il viaggio. Abbiamo camminato per due ore circa prima di giungere al fiume, dove ci siamo fermati per pranzare. Poco dopo abbiamo deciso di esplorare le vicinanze del fiume, perchè alcuni contadini ci avevano detto che proprio nella parte destra del torrente avremmo potuto trovare il petroglifo più importante. In effetti dopo circa un ora di ricerche, aprendoci la strada con i machete attraverso la fitta vegetazione, abbiamo trovato il petroglifo di Quiaca, enigmatico indizio di antiche culture amazzoniche.
E’ una parete di circa tre metri dove vi sono vari segni astratti e antropomorfi, ma ciò che più mi ha interessato sono due volti stilizzati, le classiche faccie amazzoniche, molto simili a quelle che si possono apprezzare a Pusharo, nel Rio Shinkibeni (braccio del Palotoa, affluente del Madre de Dios).
Insieme all’archeologo Ricardo Conde Villavicencio, siamo venuti alla conclusione che gli artefici del petroglifo di Quiaca, appartennero alla stessa etnia di coloro che incisero magistralmente il petroglifo di Pusharo, situato a circa trecento chilometri di distanza. L’incisione delle famose faccie di Pusharo e dei meno conosciuti volti di Quiaca simboleggiano a nostro parere l’appartenenza alla stessa etnia amazzonica, che in un lontano passato stava spostandosi dalla selva alla sierra.
A nostro avviso infatti, cuando era ancora in corso la glaciazione, circa 11,5 millenni fa, molta acqua era intrappolata nei ghiacci andini e i fiumi amazzonici erano meno volominosi. La vegetazione era meno densa e i popoli tribali potevano muoversi con molta più facilità. Alcuni di queste etnie cercavano di intercambiare i loro prodotti, tipici della selva (coca, frutta, oro, pesce), con altri che si trovavano solo nella sierra (quinua, quiwicha, maca, patate, e anche animali come lama e alpaca). Questa fu la ragione di queste antiche migrazioni e questa è la chiave per comprendere questi viaggi, che sono stati descritti nei petroglifi della zona dove sono state incise delle antiche mappe nella pietra, alcuni di essi marchiati dal simbolo dell’etnia, il “volto amazzonico”.
Ma chi erano quegli antichi viaggiatori amazzonici? E soprattutto chi sono i loro discendenti?
Vi sono due teorie al riguardo. La prima teoria sostiene che essi si mischiarono con popoli di lingua Aymara e Quechua, dando inizio alla cultura Pukara (antecedente di Tiwanacu). I termini Pusharo, Poquera e Pukara sono infatti stranamente simili.
La seconda teoria invece sostiene che i discendenti dei popoli amazzonici che risalirono la valle di Quiaca in epoche remote, non sono altro che gli Uros del lago Titicaca, popoli di lingua Arawak, la cui origine amazzonica è provata linguisticamente.
Il fatto che la valle del Rio Quiaca sia praticamente inesplorata anche più in basso, dove il fiume assume la denominazione di Rio Huari Huari (detto poi Rio Iñabari), fa pensare che vi possano essere altri importanti indizi di questa antica etnia amazzonica. La spedizione nel Rio Huari Huari richiederebbe però molti giorni e notevoli risorse economiche.
Durante il pomeriggio abbiamo continuato il nostro cammino verso il villaggio di Quiaca. Nel percosro abbiamo osservato altre urne funerarie e siamo giunti al paese verso sera, dove abbiamo dormito.
A Quiaca, paesello di circa 500 persone a circa tremila metri d’altezza, termina il sentiero. Per procedere oltre bisognerebbe organizzare una spedizione in grande stile, con viveri sufficienti per almeno sette giorni. Con il Conde Villavicencio ci siamo riproposti di tornare il prossimo anno, tempo e risorse permettendo, per esplorare il Rio Huari Huari.
Il nostro viaggio di ritorno si è svolto in due tappe, inizialmente abbiamo camminato fino a Sandia, il capoluogo di provincia, e quindi il giorno seguente siamo tornati a Juliaca con un autobus di linea.
 
A tutti i lettori di questo articolo, suggerisco di acquistare l'ultimo libro realizzato da Yuri Leveratto e che tratta dei primi navigatori del Rio delle Amazzoni. Si potranno avere maggiori informazioni in merito cliccando sul secondo link a fondo scheda.

6.6 LE ORIGINI DI ROMA TRA REALTĄ E LEGGENDA

LE ORIGINI DI ROMA TRA REALTÀ E LEGGENDA
Originariamente il nome Lazio venne dato alla regione situata a sud del Tevere e sui colli Albani abitata dai Latini. Questo territorio presentava una zona di pianura paludosa e malsana interrota da colline sulle quali i Latini edificarono i loro villaggi. Questo popolo numeroso e tenace bonificò la pianura e si dedicò alla coltivazione del terreno. Poich` la regione non presentava difese naturali ed era quindi aperta alle invasioni, i Latini furono spesso costretti a difendere la propria terra contro gli attacchi dei popoli confinanti. Spesso gli stessi villaggi latini venivano alle mani tra loro ed i più forti imponevano la propria volontà ai più deboli. La città di Roma ebbe origine dall’unione di alcuni vilaggi situati sui colli alla sinistra del Tevere: Capitolino, Quirinale, Viminale, Esquilino, Palatino, Aventino e Celio. Grazie alla sua posizione geografica privilegiata, la città venne ad assumere un’importanza sempre maggiore. Essa era situata infatti nel punto nel quale si incrociavano le due strade di comunicazione tra l’Etruria, a nord, e il meridione, e tra i paesi costieri e quelli dell’interno; inoltre era posizionata vicino al mare e sul Tevere, che all’epoca era l’unica via fluviale dell’Italia centrale. Tutte queste fortunate coincidenze, portarono la città ad accentrare e controllare il traffico commerciale nell’intera regione. Queste dovrebbero essere le origini storiche di Roma. Esiste poi la versione leggendaria dove si narra che Enea, l’eroe troiano figlio di Venere e del re di Troia Anchise, sbarcato alla foce del Tevere, dovette combattere a lungo contro i popoli locali per garantire alla propria gente una nuova patria. Questo scopo venne raggiunto quando Enea sposò la figlia del re dei Latini e fondò la città di Lavinio. Ascanio figlio di Enea fondò la città di Albalonga, la città latina più importante prima della fondazione di Roma. Dopo di lui la città venne governata da una serie di re, i re Albani. L’ultimo di questi re lasciò due figli: Numitore ed Amulio. Il primo venne nominato dal padre suo successore, ma il secondo, invidioso, lo spodestò e costrinse la figlia di questi Rea Silvia a farsi vestale. La sacerdotessa ebbe dal dio della guerra Marte due gemelli, Romolo e Remo, che Amulio ordinò fossero gettati nel Tevere. I due piccoli, miracolosamente salvatisi dalle acque del fiume, vennero dapprima nutriti da una lupa ed in seguito accolti e allevati da un pastore. Divenuti adulti e saputo della loro origine, decisero di vendicare il nonno Numitore rimettendolo sul trono. Questi, per ringraziare i nipoti, concesse loro le terre nelle quali erano stati allevati affinchè vi fondassero una città. A seguito di una contesa sorta a proposito del luogo e del nome da dare alla nuova città, Romolo uccise il fratello Remo e, rimasto solo fondò la città a cui decise di dare il nome di Roma. Era il 21 aprile del 753 a.C..

6.7 SANTA MARIA MAGGIORE A LOMELLO. LA CHIESA DEL DIAVOLO

SANTA MARIA MAGGIORE A LOMELLO. LA CHIESA DEL DIAVOLO
Autore: Massimo Fois
 
Lomello è un centro di circa 2400 abitanti in provincia di Pavia .Era conosciuto in epoca romana come Laumellum ,ma ebbe origini ben più antiche ,pare infatti che fu abitato dai Levi.
In epoca longobarda ebbe molto importanza in quanto era posta sulla strada che portava dalla capitale Pavia alla Francia. Era inoltre sede del graf , il conte ed era sede del gau , il contado. La sconfitta del 774 di re Desiderio , ultimo re Longobardo, da parte di Carlo Magno, segna per il borgo un nuovo periodo storico, ancora più glorioso, quello dei conti Palatini.
La contea di Lomello fu creata nell’ 847 e farà parte della potentissima marca d’Ivrea.
La chiesa pare sia sorta sui ruderi e sul tracciato esatto di un antichissimo tempio paleocristiano. La tradizione da parecchie versione sulla costruzione di questa chiesa ,ma forse la più interessante pare sia quella trascritta dal comm. Attilio Baratti di Mortara che riproponiamo integralmente:
"Teodolinda volle celebrare nella Chiesa di S. Maria in Lomello le sue seconde nozze con Agilulfo duca di Torino. Una curiosa leggenda vuole che queste nozze non andassero a genio al demonio perché i Longobardi erano ariani e Teodolinda era cattolica. Con re Autari, il diavolo aveva potuto ottenere che fosse vietato ai Longobardi il Battesimo Cattolico, ma questa volta era la regina stessa che si eleggeva lo sposo acquistando una potenza diretta, che avrebbe poi adoperata a favore della causa cattolica; e per il diavolo il grosso guaio era lì. Allora pensò di farne una delle sue. Il giorno prima delle nozze portò sul cielo di Lomello tutte le nubi più cariche di tuoni e di lampi che aveva in riserva e scatenò un tremendo temporale. I fulmini caddero sulla chiesa già preparata per le nozze, suscitando un grave incendio e in poche ore la chiesa di Lomello fu un mucchio di rovine. Teodolinda che da santa donna si era preparata alle nozze con la preghiera, si mise a piangere e a supplicare il Signore. Ed il Signore accettò la preghiera della sua serva fedele. Ed eccolo a ordinare al diavolo che sghignazzava in mezzo al fumo, di rifabbricare durante la notte, prima del suono dell'Ave Maria, quello che era stato distrutto, pena la costruzione di tre nuove chiese con la badia. La pia Regina Teodolinda, sentite le parole del Signore, andò tutta felice incontro allo sposo per comunicargli la lieta novella. La notizia udita dai cortigiani corse di bocca in bocca, e tutti aspettavano che si facesse notte per assistere al miracolo. Ma il diavolo, per nascondere la sua vergogna, sull'imbrunire fece calare una nebbia così fitta e fredda da costringere tutti i cortigiani a starsene chiusi in castello. Quel che capitò nel buio fitto, nessuno lo poté sapere. Il diavolo pescò nel fondo dell'inferno i migliori ingegneri, architetti e muratori che poté trovare e diede loro l'ordine di rifare la chiesa in tutta fretta. Ma, senza una direttiva unica, senza ingegnere capo, ciascuno fece a modo suo. Intanto l'Ave Maria era lì per suonare. Mancava di portare a termine la facciata. Ma il Signore che dall'alto stava ad osservare, diede l'ordine di tralasciare: "Lascia di finire la Chiesa, perché si sappia che le cose belle e buone il diavolo non le sa fare; ma farai viceversa il Battistero, dove il figlio di Agilulfo prenderà il Battesimo Cattolico. Non volevi che la mia Chiesa trionfasse, sarà quel Battesimo lo scorno tuo più pungente". Suonata l'Ave Maria, il corteo nuziale si mosse dal castello. Quando il corteo regale, composto di conti, paladini, duchi longobardi, passò il vasto portone della Chiesa, ed entrò nel tempio di S. Maria, poté notare come in quella bellissima Chiesa c'era un curioso disordine di costruzioni: le muraglie non correvano parallele, i colonnati erano di forme e dimensioni diverse nei fusti, nei capitelli, nel giro dell'arco e nell'altezza dei piedi. E, meraviglia ancora più grande, ebbero, all'uscita di Chiesa, quando a fianco di essa, trovarono lì, nuovo di zecca il Battistero, regalo nuziale di Belzebù!".
 
Bibliografia:
Dattiloscritto rinvenuto fra le carte del Comm. Attilio Baratti di Mortara ( tratto dal sito del Comune di Lomello)
Le istituzioni storiche del territorio lombardo ( Regione Lombardia ) progetto Civita
Notizie storia indicazioni di Pavia e Provincia di Mario Merlo e Giuseppe Mazza

6.8 UNITĄ DI MISURA PAVESI

UNITÀ DI MISURA PAVESI
Autore: Massimo Fois
 
La base del sistema delle unità geometriche era il piede, detto anche Piede Liprando (43,6 cm ), dal nome del re Liutprando. Si narra che il sovrano un giorno fosse interpellato da alcuni sudditi che, stufi di essere ingannati da mercanti senza scrupoli durante le compravendite, gli chiesero di stabilire una precisa e determinata unità di misura facilmente utilizzabile durante le transazioni commerciali.
Liutprando decise, allora, di stabilire che tale misura fosse determinata dalla lunghezza del suo piede e, così, a titolo esemplificativo lo posò su una pietra. Ma su di essa, quasi per miracolo, ne rimase indelebile l’impronta e, così, venne a lungo custodita a prova di quanto dovesse essere lunga l’unità di misura di un piede, da quel momento detto Piede Liprando.
Il piede liprando era circa una volta e mezza quelle delle altre città e in rapporto aureo (1,612) con il piede romano,che misurava 29,5 cm.
Nel 1895 furono rinvenuti a Pavia i resti umani che dopo studi furono attribuiti alle ossa del Re longobardo. Più specificatamente la statura risultò di 1,73 m e i piedi pari a 254 mm il destro e 261 mm il sinistro.La somma è di 515 mm e differisce di pochissimo dal piede liprando utilizzato in Piemonte.
Naturalmente non vi è un parere unanime sul reale valore del piede liprando anche perché il valore poteva cambiare anche all’interno della stessa provincia. A Pavia era per esempio più grande che a Milano.
Dal 1781 le misure pavesi furono unificate a quelle milanesi. Misure di Lunghezza Piede pavese = 47,1954 cm Sottomultipli Oncia = 1/12 del piede = 3,933 cm Punto = 1/12 dell'oncia = 3,277 mm Atomo = 1/12 del punto = 0,273 mm Multipli per l'agrimensura Trabucco pavese = 6 piedi = 2,8317 m Gettata = 2 trabucchi = 5,6635 m Multipli per l'edilizia Braccio pavese = 16 once = 62,9272 cm Misure di superficie Piede quadro = 2227,41 cm2 Braccio pavese quadro = 3959,83 cm2 detto anche quadretto Braccio da legname = 4 braccia quadre = 1,5839 m2 Misure agrimensorie Trabucco pavese quadro = 8,0187 m2 Tavola pavese = 4 trabucchi quadri o 1 gettata quadra = 32,0746 m2 Pertica pavese = 24 tavole = 769,7918 m2 Anticamente erano in uso anche lo iugero di 12 pertiche e il manso di 12 iugeri. Misure di capacità Per gli aridi: Coppo = 1,698101 l Quartaro = 6 coppi = 10,18861 l Mina o Emina = 2 quartari = 20,37721 l Sacco = 6 mine = 122,2633 l La mina era detta anche mina rasa, usata per il riso, l'erba medica ecc,; per il grano si usava l'eminacolma di 1/8 maggiore (22,9243 l). Per i liquidi:Pinta = 1,48839 l Secchia = 8 pinte = 11,90712 l Brenta = 6 secchie = 71,44272 l Boccale = 1/2 pinta = 0,744195 l Quartino = 1/4 di pinta = 0,372097 l Misure di peso libbra o libbra piccola = 318,725 g Oncia = 1/12 di libbra = 26,56 g Denaro = 1/24 di oncia = 1,1067 g Grano = 1/24 di denaro = 46,12mg Libbra grossa = 28 once = 2 libbre piccole e 1/3 = 743,692 g usata per la carne e il pesce Rubbo = 25 libbre piccole = 7,968 kg Moggio piccolo o fascio = 100 libbre grosse = 74,369 kg usato per la calce e il gesso Moggio da carbone = 12 rubbi = 95,6175 kg Moggio grosso = 2 moggi piccoli = 148,738 kg.
Varianti locali
A Voghera si utilizzavano per lo più le misure pavesi. Da notare l'uso del Piede di Tortona (47,625 cm, leggermente superiore al piede pavese) e del Carro tortonese (52 piedi cubi tortonesi e 1/2) per la legna da ardere, e l'uso molto limitato della giornata piemontese per le superfici e della brenta piemontese per i liquidi. I pesi erano leggermente diversi in quanto la libbra vogherese era leggermente maggiore di quella pavese (319,38 g), e di conseguenza tutti i suoi multipli e sottomultipli.
A Vigevano si usavano le misure milanesi per i pesi e liquidi; per gli aridi era in uso il coppo di Vigevano, un po' maggiore di quello pavese (1,711 l), e invece della mina si usava lo staio (pari sempre a 12 coppi). Al posto del piede pavese si usava il piede di Vigevano, un po' più piccolo (46,2383 cm), e di conseguenza variavano tutte le misure geometriche.
In Lomellina le misure pavesi convivevano con quelle vigevanesi e piemontesi. Le prime erano quelle più antiche e tradizionali: si noti che per esempio il braccio di Mortara o il sacco lomellino erano identici a quelli di Pavia. Per le capacità e i pesi erano in uso le misure di Pavia; si notino lo staio per il latte di 32 pinte (28,814 l) e la saina pari a mezzo quartino (0,18605 l).
 
Bibliografia
Angelo Martini: Manuale di metrologia, ossia misure, pesi e monete in uso attualmente e anticamente presso tutti i popoli, Torino, 1883
Alberto Arecchi: La leggenda di Liutprando e il piede liprando

6.9 I TERRAMARICOLI

 
I TERRAMARICOLI
Gli insediamenti di queste popolazioni si svilupparono tra la fine del XVII e fino al XIII secolo a.C.non solo nella Pianura Padana ma in tutta Europa. I villaggi, solitamente di forma quadrangolare, sorgevano generalmente nelle vicinanze di corsi d’acqua, difesi da terrapieni o fossati spesso di grandi dimensioni. Il villaggio comprendeva, oltre alle capanne d’abitazione, magazzini per i prodotti agricoli, pozzi e altre infrastrutture. Fino ad ora sono stati individuati più di duecento villaggi terramaricoli nell’area della Pianura Padana compresa tra il corso dell’Adda e dell’Adige a settentrione e tra il Reno e l’Arda a meridione. Nonostante siano passati 3.000 anni dalla loro comparsa, questi insediamenti sono ancora ben riconoscibili. La forma di collinette rende semplice sia l’individuazione che la possibilità di ricostruire la toponomastica dei villaggi. Durante la prima età del bronzo la Padania era ricca di boschi e di foreste. A causa dello sviluppo avvenuto in modo abbastanza rapido dei terramaricoli, si assiste nella fase media dell’età del bronzo ad un processo di deforestazione causato dalla pressante necessità di legname da costruzione utilizzato, oltre che per l’edificazione delle abitazioni, anche per la costruzione di attrezzi da lavoro e utensili vari. Le popolazioni terramaricole, oltre all’agricoltura erano esperte nella lavorazione dei metalli, nella produzione di oggetti in ceramica e nella tessitura. Il tenore di vita doveva essere alto grazie anche agli scambi di merci effettuati con i popoli confinanti e anche con popolazioni più lontane. Pare infatti che abbiano mantenuto rapporti commerciali con Egizi, Fenici e Micenei. Gli scambi commerciali con queste popolazioni sono testimoniati dal ritrovamento di oggetti in ceramica provenienti da quei paesi. Sembrerebbe addirittura che ci siano stati contatti con popoli scandinavi. La produzione artigianale è documentata dal ritrovamento di fibule metalliche a forma di arco di violino, spilloni di bronzo ma anche armi di vario tipo come pugnali, coltelli, asce, elmi e corazze. Tutto questo fa pensare ad una civiltà piuttosto evoluta dotata di una sua struttura governativa di tipo oligarchico che governava la popolazione. I villaggi erano in contatto tra loro grazie ai continui scambi di merci. Con i loro traffici i terramaricoli svolgevano inoltre opera di mediazione tra il Mediterraneo e le regioni del centro e del nord Europa. Ciò è documentato dalla presenza nelle terremare dell’ambra, resina fossile proveniente dalle foreste del terziario, in particolare dell’area baltica. Il suo aspetto lucente la rendeva già molto apprezzata in epoca molto antica. Perle d’ambra vengono spesso rinvenute nei siti terramaricoli ed in modo particolare come corredi funebri nelle sepolture femminili di alto rango. Altra merce di scambio erano i prodotti in vetro ed in particolare sono stati ritrovati bottoni in faience o in pasta vitrea di produzione locale. Di contro sono state rinvenute perle e perline in pasta di vetro provenienti da altri paesi. A confermare l’importanza rivestita dal commercio e dagli scambi è stata la scoperta di pesi in pietra con incisi i valori ponderali. Tutto fa quindi pensare che il periodo delle terremare doveva essere un periodo interessante per la circolazione di idee, mode e rapporti commerciali in tutta Europa.

6.10 EVOLUZIONE ED ASPETTATIVE RIGUARDANTI L'ABITATO PREISTORICO SCOPERTO NEL TERRITORIO SOLAROLESE.

EVOLUZIONE ED ASPETTATIVE RIGUARDANTI L'ABITATO PREISTORICO SCOPERTO NEL TERRITORIO SOLAROLESE.
Autore: Giuseppe Sgubbi
 
In un periodo risalente almeno a 4 o 5 mila anni fa, popolazioni di non sicura provenienza fondarono un abitato nell’attuale territorio solarolese; si tratta del villaggio preistorico detto di via Ordiere, uno dei più grandi abitati preistorici dell’alta Italia.
L’abitato si trova sopra un deposito alluvionale portato in loco da un corso d’acqua che fino ad alcune decine di migliaia di anni fa raccoglieva le acque sia della vallata del Santerno che quelle della vallata del Senio. Si tratta di una striscia di terreno stabilmente alta che essendo per questo esente da alluvioni, ben si prestava ad essere abitata. Tale striscia, di larghezza variabile, parte dalla via Emilia , e arriva nella bassa lughese.
Questo aggregato, molto esteso ,si trovava a non meno di una quindicina di km dal mare, in una antichissima direttrice di traffico che, passando per la valle del Senio, metteva in comunicazione il mare Adriatico con il mare Tirreno. Molto probabilmente si tratta della direttrice ricordata nel periplo dello Ps Scilace, risalente al IV secolo a.C. che con un viaggio di tre giorni da Spina arrivava a Pisa . Tale direttrice corrisponde alla attuale via Lunga. Questo abitato si trovava pure in prossimità di un corso d’acqua, probabilmente formato dal corso del Santerno del Rasena , dai Romani detto Vatreno e dai Greci Spinete.
Tipologicamente il villagio sembra inquadrabile fra le così dette “terramare” ma la mancanza di alcune caratteristiche , che in genere evidenziano questo genere di aggregazioni, mettono in discussione tale tipologia: la disposizione non ha nessuna forma geometrica ,(infatti si espande irregolarmente verso varie direzioni), il terreno interessato non è emergente sopra il territorio circostante,(il breve tratto di terrapieno fu probabilmente costruito come argine difensivo per frenare le acque del fiume), non risulta che sia mai stato una cava di marna; tutto il territorio circostante è disseminato da numerosi abitati preistorici, alcuni distanti anche poche centinaia di metri, segno evidente di una totale mancanza di pianificazione, e, molto interessante non risulta che verso il XII secolo a.C l’insediamento sia stato interessato da un abbandono abitativo, durato un paio di secoli, riscontrato invece nelle altre terramare padane. Si tratta riguardo a quest’ultimo, di un enigmatico abbandono insediativo, un vero rompicapo per gli studiosi; non si sa infatti quali siano gli eventi che lo avrebbero provocato. Tale abbandono non è facilmente spiegabile, anche perché le aree preistoriche venete, dello stesso periodo, non sembra siano state interessate dal fenomeno. Le causa dovrebbe essere stata “climatica”. Mi pare che si debba escludere quella di una persistente siccità, con conseguente messa in discussione di qualsiasi pratica agricola, in quanto, se quella fosse stata la causa, il fenomeno avrebbe sicuramente interessato anche le zone dell’oltre Po veneto.
Più probabile perciò che l’abbandono sia stato provocato da un lungo periodo piovoso, con conseguente impaludamento, che ha impedito non solo una qualsiasi pratica agricola ma ha creato anche grossi problemi di transitabilità stradale. Se così stanno le cose, si spiegherebbe l’abbandono per un lungo tempo delle terremare padane, come pure si comprenderebbe il non necessario abbandono abitativo della nostra area preistorica , dal momento che , come detto, questo abitato si trovava in una fascia di terreno eccezionalmente alta, esente da alluvioni. Naturalmente solo i risultati degli scavi potranno dare al riguardo risposte definitive.
L’orientamento Nord –Sud delle numerose capanne facilmente individuabili, fa pensare che i fondatori di tale abitato conoscessero molto bene il vantaggio dell’orientamento solare; la leggerissima deviazione a levante di alcuni gradi, fu resa probabilmente necessaria per seguire la pendenza del terreno.
Oltre che alla centuriazione romana, il loro orientamento corrisponde esattamente a quello della via Lunga, una via che a sua volta partiva a perfetto angolo retto dalla via Emilia. Si tratta di aspetti non casuali che meriterebbero di essere approfonditi. Un abitato tanto grande, attraversato da una importante direttrice terrestre e con un breve percorso fluviale, facilmente collegabile alle rotte marittime, non poteva non essere stato in rapporti anche con popolazioni lontanissime.
In attesa che i dati dello scavo facciano luce su questi rapporti, mi sembra opportuno “rispolverare” alcune antichissime cronache , che ricordano antichi rapporti fra le nostre zone ed alcune antiche popolazioni.
Si tratta di resoconti di viaggi e di migrazioni, alcuni dei quali non tenuti nella giusta considerazione in quanto ritenuti solamente frutto della fantasia degli autori greci.
Vediamo gli antefatti: verso il XII secolo A.C. tutto il Mediterraneo fu teatro di grandiosi sconvolgimenti : avvenimenti ricordati nelle Bibbia, avvenimenti ricordati nella Iliade e nella Odissea, (in particolare la caduta di Troia), invasioni dei così detti “Popoli del Mare,” ricordati in alcune stele egiziane, crollo di alcuni imperi fra cui quello Ittita ed il Miceneo,ecc. Tutti questi sconvolgimenti crearono delle migrazioni che a loro volta crearono altre migrazione; alcune delle quali interessarono anche l’alto Adriatico.
Molti sono gli autori della antica Grecia , che direttamente o indirettamente ricordano l’alto Adriatico: Esiodo, Erodoto, Tucidide, Licofrone, Ellanico di Mitilene, Eumelo di Corinto, Artemidoro di Efeso, Callimaco.
Molti sono i popoli che risultano approdati nelle nostre coste: Pelasgi, Lelegi, Tirreni, Tessali; a questi vanno aggiunti i leggendari Iperborei.
Moltissimi i miti Greci ambientati anche in Adriatico: Fetonte, le isole Elettridi, tre fatiche di Ercole, (mandrie di Gerione, cerva Cerinea, e Pomi delle Esperidi), due saghe Argonautiche (quella di Apollonio Rodio e quella tramandataci da Eumelo di Corinto, la cosi detta Leggenda Minia), la maga Circe, Dedalo ed Icaro, Cadmo ed Armonia, Gerione, Castore e Polluce. Alcuni eroi: Antenore, Diomede, Odisseo, Enea, ed alcune divinità: Artemide e Tiberino.
Molte le città che sarebbero state fondate da questi popoli oppure da questi eroi: fra queste, Padova da Antenore, Ravenna dai Tessali, Spina da Diomede. Faenza dagli Attici, pure Imola sarebbe stata fondata da un eroe fuggito da Troia.
Sarebbe troppo lungo elencare tutti gli avvenimenti che hanno avuto per protagonisti questi popoli, questi eroi e queste divinità nell’arco Adriatico, perciò vediamo di passare in rassegna solo i miti e le cronache che possono avere direttamente interessato il nostro abitato preistorico.
 
Isole Elettridi
Queste isole leggendarie, che si sarebbero trovate alla foce del Po e che sono ricordate da tantissimi autori greci, erano il punto terminale dell’ambra , una resina all’epoca ricercatissima , proveniente dal mar Baltico. Considerato che l’ambra è stata trovata in quasi tutti gli abitati preistorici, sicuramente sarà trovata anche nel nostro insediamento.
La prima tappa degli Iperborei, leggendaria popolazione residente nell’Europa centrale, era in una delle isole Elettride, ebbene la città di Pisa, punto terminale della direttrice Spinete –valle Senio –Tirreno, sarebbe stata fondata da Piso , re degli Iperporei.
Codeste isole erano sacre alla dea Artemide, una dea corrispondente alle romane Diana e Feronia . Ebbene due santuari dedicati a Diana si trovavano nel lughese: uno di questi era nei pressi della via Lunga, quello di Feronia si trovava a Bagnacavallo.
A proposito di Bagnacavallo, vuole una antica tradizione che questa cittadina sia stata costruita sopra una delle isole Elettridi. Considerato che su queste isole sarebbero approdati i protagonisti della Saga Argonautica, cioè la spedizione partita alla conquista del “vello d’oro”, stranamente nello stemma di questo comune appare un cavallo bianco con scritto Cillaro, (cavallo più volte ricordato dallo storico greco Stersicoro) appartenente a Polluce, uno dei Dioscuri, cioè la coppia di fratelli che risultano fra i partecipanti della già ricordata saga degli Argonauti.
 
Enea
Come è noto questo eroe sarebbe fuggito da Troia dopo la distruzione della città.
Tutti gli studiosi concordano che questi avrebbe fondato la città di Lavinio, da cui poi avrebbe avuto origine Roma. Divergenze si riscontrano invece riguardo alla strada che questi intraprese per raggiungere il Lazio.
Quasi tutti gli studiosi ritengono che Enea raggiunse questa regione con una rotta tirrenica e una breve risalita del Tevere; non mancano comunque tradizioni che indicano invece un diverso tragitto marittimo (risalita dell’Adriatico) e conseguente diverso tragitto terrestre.
Approfondiamo questa ultima e non impossibile direttrice.
Una antica tradizione vuole che Enea per arrivare nel Lazio da Troia avrebbe percorso a ritroso la strada che il suo avo Dardano aveva fatto per arrivare da Cortona alla Troade. Ebbene, se questa antica tradizione contiene un barlume di verità,( tradizione riportata anche nella Eneide Virgiliana), significa che Enea avrebbe fatto il tragitto fiume Spinete , Cortona, Lazio , conseguentemente sarebbe passato dal nostro territorio. Anche un passo di Licofrone potrebbe mettere in discussione il tragitto “tirrenico” tenuto da Enea, infatti si legge che l’eroe prima di arrivare nel Lazio si trovava nei pressi di Pisa, un passaggio inspiegabile per chi da Troia dovesse andare, via tirrenica, nel Lazio. Spiegabile invece per chi avesse invece usato il tragitto Adriatico, Spinete , valle Arno, Lazio.
Qualcuno potrebbe giustamente chiedere la ragione per cui Enea, intenzionato a raggiungere il Lazio, col tragitto Adriatico- Cortona, avesse dovuto per forza approdare e risalire il fiume Spinete: ebbene la risposta si ricava da un passo di Ellanico di Mitilene, questi parlando dei Pelasgi dice:… i Pelasgi scacciati dal loro paese, la Grecia, arrivati al fiume Spinete lasciarono le navi, proseguirono il viaggio via terra e arrivati a Cortona l’occuparono poi proseguirono verso la Tirrenia …. Questo significa che anche la direttrice Spinete-valle del Savio- Cortona, Lazio, era nella antichità molto praticata.
A parere di molti studiosi, il culto del dio Tiberino, dio delle acque, sarebbe stato portato in Italia da Enea, non a caso il Tevere si chiamava Tiberiacum e pure Tiberiacum si chiamava in antico il Senio. Semplice coincidenza? E allora come spiegare che il nome ancor più antico del Tevere era Spino, cioè come il nome antico del fiume che attraversava il nostro abitato preistorico? Sappiamo dallo storico romano Plinio il Vecchio che lo Spinete era un fiume proveniente dall’Imolese, il Vatreno, un fiume formato dal Santerno, dal Rasena e dal Senio.
Oltre a quelle già elencate non mancano nelle nostre zone altre tracce di presenze di antichissime popolazioni.
Da molte cronache antiche risulta che vi era una città chiamata Spina, fondata all’epoca della guerra di Troia dai Pelasgi: Questa Spina non può assolutamente corrispondere alla Spina etrusca scoperta nei pressi di Comacchio, risalente al V secolo a.C, ma corrisponde ad una città più antica di almeno sette secoli, città ricordata da molti scrittori antichi; Strabone, Dionisio di Alicarnasso, Plinio, Polemone, Ellanico di Mitilene, Stefano Bizantino, Artemidoro di Efeso, città che aveva eretto un “tesoro” nel santuario greco di Delfi. Si tratta quest’ultimo di un abitato che se si vuole scoprirlo occorre cercarlo lungo la già ricordata antica direttrice, cioè la via Lunga.
Vi sono buone ragioni per credere che questa direttrice, dallo Spinete al Tirreno, sia stata usata dai Micenei antica popolazione greca. Tracce del loro passaggio sono già state rinvenute lungo la valle del Senio, nei pressi di Monte Battaglia e nel versante toscano. Sicuramente le tracce “micenee” saranno trovate anche nel Solarolese.
Riassumendo: l’importanza di questo abitato preistorico è in particolare dovuto al fatto che si trovava in una delle più importanti direttrici di traffico della antichità; infatti le popolazioni che dal centro Europa intendevano andare nell'Italia centrale, dovevano obbligatoriamente usare le due direttrici Spinete-valle del Senio oppure Spinete valle del Savio, perciò dovevano passare dal nostro abitato preistorico. Altrettanto dicasi per le popolazioni che per tale scopo usavano la rotta Adriatica.
Gli scavi intrapresi faranno molta “luce” al riguardo di queste antichissime migrazioni: Vi sono buone ragioni per credere che, a scavi conclusi, la preistoria e la protostoria romagnola ( e non solo romagnola) sarà in parte da riscrivere.
Gli scavi “diranno” molte cose ma un “enigma” che riguarda il nostro abitato preistorico difficilmente sarà svelato : la inspiegabile ragione per cui nell’area dell’abitato non sono state nel medioevo costruite le cittadine di Bagnara oppure di Solarolo. Bagnara vecchia si trova a meno di due Km, l’attuale Bagnara a poco più di due Km, Solarolo a circa 3 Km. Cosa avrà impedito che una di queste cittadine fosse costruita in loco?
 
Per saperne di più
I temi qui sommariamente trattati sono solo una piccola parte di quelli scaturiti in oltre vent’anni di mie ricerche al riguardo della protostoria solarolese, infatti questi temi, con maggiori approfondimenti, li ho più volte trattati in vari saggi: Circe Ulisse ed Enea in Adriatico?; Alla ricerca del tesoro di Spina nel santuario greco di Delfi; Le radici della Romagna affondano nella saga Argonautica; La via Lunga ed il Periplo dello Ps Scilace; Il Senio l’antico Tiberiacum?; Si tratta di saggi facilmente consultabili in varie biblioteche della Emilia-Romagna.
 
Le radici della Romagna affondano nella saga argonautica
Già in mie altri scritti ho portato testimonianze antiche riguardanti “Tracce di frequentazioni greche nell’alto Adriatico”.
Con questo scritto intendo fare una indagine riguardante possibili collegamenti fra eroi greci e santi cristiani.
Come è noto la “cristianizzazione” trovò grandi difficoltà in quanto in ogni area dell’impero romano era contrassegnata da una diffusa e ben radicata religione pagana.
La chiesa usò un ottimo “stratagemma”: dove vi era un tempio pagano levò le insegne pagane e mise le religiosi, in particolare le croci, ove era venerato un eroe greco, fece in modo che venisse venerato un santo cristiano, le feste pagane diventarono feste cristiane.
Non si vuole con questo voler affermare che tutte le chiesi siano state erette sopra a delle fondamenti di templi pagani, ma molte delle più antiche, come per esempio le pievi, come gli scavi hanno ampiamente dimostrato,detengono tali caratteristiche Come pure non si vuole affermare che tutte le feste cristiane corrispondono a delle feste pagane, ma come è noto molte hanno tali origine.
Molte incertezze riguardano i sicuri collegamenti fra feste di eroi pagani e feste di santi cristiani, infatti si possono fare solo delle ipotesi.
Si tenga presente che quest’ultimo tema è stato oggetto, all’inizio del secolo scorso,di un vivace dibattito,da una parte studiosi inglesi e tedeschi, e dall’altra parte studiosi francesi ed italiani.
Scopo di questa ricerca è di indagare ciò che può essere accaduto in Romagna, cioè se gli eroi greci che risultano approdati nelle nostre terre siano stati soppiantati da santi cristiani.
Si tratta di una ricerca irta di difficoltà, infatti occorre fare indagini sia sulle leggende classiche cioè avvenimenti accaduti almeno mille anni prima della nascita di Cristo, sia sui primi tempi del cristianesimo che come è noto vi è grande penuria di testimonianze degne di fede.

6.11 ATTIVIT&AGRAVE;, ORGANIZZAZIONE SOCIALE E RELIGIONE PRESSO I CELTI

ATTIVIT&AGRAVE;, ORGANIZZAZIONE SOCIALE E RELIGIONE PRESSO I CELTI
I Celti introdussero per primi l’uso dei mantelli colorati e dei pantaloni, dimostrando una notevole dimestichezza nella tessitura e coloritura dei tessuti. Molto abili nella lavorazione dei minerali ed in modo particolare del ferro, erano molto esperti anche nelle varie tecniche di fusione. Maestri nella cottura del vetro nell’utilizzazione dello smalto e nella lavorazione dell’ambra. Tutte queste tecniche vennero affinate dai Celti durante il passaggio dalla cultura hallstattiana alla lateniana. Dediti all’allevamento del bestiame, mucche ma soprattutto pecore dalle quali ottenevano la lana. Popolo guerriero, in combattimento utilizzava una spada corta impiegata come arma da taglio. Solo dal 500 d.C. vennero forgiate spade più lunghe e finemente intarsiate. In combattimento preferivano la lotta corpo a corpo ed il primo assalto, nel quale impegnavano le loro maggiori energie. A causa del loro furore e della scarsa strategia, i Celti erano destinati a soccombere quando innanzi si trovavano un esercito ben organizzato come ad esempio quello romano, che in più di un’occasione li sconfisse pesantemente. L’unico re celtico che al furore sostituì una valida strategia ottenendo dei buoni risultati contro le legioni romane di Giulio Cesare fu il gallo Vercingetorige, che attuando la tattica della terra bruciata mise in seria difficoltà gli approvvigionamenti dei romani ottenendo qualche sporadico successo, conscio che in uno scontro diretto sarebbe stato sicuramente sconfitto. I Celti abitavano in villaggi formati da capanne di legno di forma circolare o rettangolare. Essi indicavano come Dunum i villaggi fortificati e Nemeton i luoghi sacri. Influenzati dagli Etruschi e dai Greci che dopo la fondazione di Marsiglia monopolizzavano il commercio in quell’area, iniziarono a costruire le prime abitazioni in pietra. Un grande esempio di città fortificata fu Manching, situata nelle paludi del Danubio. Dotata di una cinta muraria di 7 KM, ospitava al suo interno diverse fabbriche vicine fra loro e basate sul modello greco della catena di montaggio. Città derivata dalla cultura lateniana, tra le sue mura c’erano schiavi e nobili e il commercio rivestiva un’importanza primaria. Questa città venne distrutta in maniera misteriosa e alquanto violenta nel 15 d.C..Il culto dei defunti prevedeva la sepoltura in tombe a tumulo ereditata dai Kurgan, per poi passare definitivamente all’inumazione. Tra le loro attività commerciali una delle più importanti era l’estrazione ed il commercio del sale, del quale la zona del Salzkammergut era molto ricca. Anche la lavorazione dell’ambra per la produzione di colane ed altri monili era tra le attività artigianali praticate dai Celti. Oltre al vino producevano anche birra. Le popolazioni celtiche che vivevano in zone costiere, svilupparono una notevole capacità nell’arte della navigazione. Costruivano robuste navi in legno di quercia dotate di vele in pelle. Britanni e Bretoni esrcitarono spesso anche attività di pirateria. Amanti della musica, soprattutto generata dall’arpa celtica, che veniva utilizzata per la celebrazione di riti sacri o per raccontare le gesta di eroi. Molto diffusa presso i Celti era infatti la divinizzazione degli eroi attraverso le saghe. La società celtica si suddivideva in tre settori: i Druidi, i Cavalieri ed il Popolo. I Druidi erano i sommi sacerdoti, ma ricoprivano anche incarichi di uomini di legge, scienziati, indovini, conoscitori degli astri e della natura e anche di interpretazione dei sogni. I Cavalieri rappresentavano il ceto ricco e la classe politico-militare. La loro fonte di ricchezza era rappresentata nel periodo hallstattiano dal possesso di bestiame, mentre nel periodo lateniano era rappresentata dall’industria e dal commercio. Il popolo era formato da servitori. Le decisioni di maggiore importanza spettavano al druido mentre il re della tribù era solitamente il cavaliere che disponeva del maggior numero di cavalli. Nel periodo lateniano, le comunità celtiche si identificavano in un gruppo economico e tutti vivevano per l’attività gestita dal cavaliere locale. Quando questi decideva di combattere, tutto il popolo si mobilitava poichè dall’esito dello scontro dipendeva la sua sopravvivenza. Nel tempo i vari gruppi economici si unificarono per motivi di opportunità determinando la formazione di tribù sempre più grandi. Nei Celti il maschio rappresentava il vigore e la forza ed i maschi vivevano insieme fino all’età della maturità, nella quale si avvicinavano alle femmine e mettevano al mondo dei figli, pur continuando a frequentare la comunità maschile. Le donne vivevano in gruppi, separate dagli uomini e allevavano i figli. Esse erano espressione di coraggio e tenacia ed erano rispettate dagli uomini che erano loro molto legati. Gli uomini celtici amavano raccogliersi insieme e organizzare feste nel corso delle quali si narravano saghe e favole, il tutto accompagnato da una buona bevuta e da un abbondante pasto spesso a base di maiale arrosto. In battaglia erano soliti dipingersi il viso di diversi colori e urlare durante l’assalto per spaventare il nemico. Riepilogando, la struttura sociale celtica era piuttosto semplice e nel corso degli anni si potè sviluppare al suo interno, durante la fase lateniana, anche la borghesia. Questa società ebbe il suo pieno sviluppo unicamente in Irlanda, dove si articolò su diversi livelli: I re, i druidi, i nobili, i contadini possessori di terra propria, i bardi che rappresentavano il ceto borghese e che avevano il compito di tramandare le tradizioni, ed infine le due classi considerate dipendenti: i lavoratori e gli artisti d’intrattenimento. Con l’avvento del cristianesimo, i druidi assumono il ruolo di consiglieri della chiesa celtica, che avrà spesso contrasti con la Chiesa di Roma, che in alcuni casi sfociarono nell’eresia. La religione celtica si basava su concetti semplici: la reincarnazione della vita, la rigenerazione, la resurrezione, l’amore per la natura. La sacralità di alcune piante era dovuta a una credenza dei Celti secondo la quale gli alberi rappresentavano il tramite con il cielo e separavano gli uomini dagli dei del firmamento. A testimoniare ciò, attorno ad ogni villaggio c’era un bosco sacro dove si tenevano i riti e dove avvenivano i processi condotti dai druidi. Venivano utilizzati spesso anche Dolmen e Menhir per rappresentare la continuità tra uomo e firmamento. La morte era considerata una breve pausa prima della vita eterna che veniva garantita dalla reincarnazione. Questo era il principale motivo per il quale la natura veniva tanto amata; si credeva infatti che nella nuova vita si potesse rinascere in altre forme di vita. La rigenerazione era considerata dalle popolazioni celtiche come fondamentale ed era rappresentata dalla croce celtica. La ressurrezione, altro elemento importante della loro religione, indicava una continuità della vita a discapito della limitatezza della morte. Di conseguenza i guerrieri Celti non avevano preoccupazione di morire in battaglia poichè avevano la certezza di risorgere. Le popolazioni celtiche ed in particolari quelle stanziate in Irlanda, credevano nell’esistenza di dei del sottosuolo e che fosse possibile entrare in contatto con loro attraverso stagni e pozzi. Attorno ai villaggi esistevano luoghi sacri adibiti a questi riti. In Vandea, all’interno di un pozzo sono stati rinvenuti resti umani e animali e perfino alberi. Esistevano infatti cerimonie nelle quali si portavano in una processione accompagnata da un sottofondo musicale degli alberi che al termine venivano sepolti in pozzi. Non credendo al peccato i Celti avevano una morale molto semplice. Erano soliti collezionare le teste dei nemici uccisi sopra l’ingresso delle loro capanne o conficcate su di un palo all’esterno delle stesse. Questo pratica serviva ad accrescere la fama dell’uccisore ed era conseguenza della credenza che se il nemico fosse rinato, senza la testa sarebbe stato più debole. Dai Galati appresero l’adorazione del Dio Attis e di sua madre la dea Cibele, dispensatrice di coraggio e grande madre di tutta la comunità. I druidi rappresentavano il centro della religione celtica ed ebbero anche una notevole valenza politica. Particolarmente in Gallia, difesero le tradizioni ed i costumi del proprio popolo al tempo della dominazione romana, portando avanti un sentimento antiromano che nei secoli successivi portò alla fine dell’Impero Romano. Esentati dalle tasse e dagli obblighi militari, non erano legati al territorio come il resto del popolo. Il falcetto che stringevano in mano stava a simboleggiare la loro conoscenza delle erbe mediche. I druidi provvedevano anche alla tumulazione dei morti, secondo la tradizione trasmessa dai Kurgan. Per diventare druidi si doveva sostenere un esame che consisteva nel ritirarsi nel bosco sacro e raggiungere l’aldilà mediante prove di allucinazioni ed ipnosi. Solo chi superava la prova e riusciva a ritornare tra i mortali diventava guida spirituale del popolo. Tra i numerosi dei adorati dal Celti i più importanti erano Teutate, un dio barbuto sempre presente durante i riti sacrificali; Beleno, che era l’equivalente celtico del dio greco Apollo; la dea Arduinna, dalla quale presero il nome le Ardenne; Belisama, dea corrispondente a Minerva; Nemetona, la dea della guerra. Quello che però era considerato il maggiore come importanza era il dio Lug, che simboleggiava un grande Druido esperto suonatore d’arpa, artigiano del ferro, valoroso combattente e maestro di magia. Fu il progenitore del dio germanico Wotan chiamato anche Odino, il signore del Walhalla. Germani e Celti avevano in comune una trinità divina: per i Germani Wotan - Donar e Ziu che erano anche chiamati rispettivamente Odino-Thor- Tyr; per i Celti Teutate - Eso- Tarani. Teutate era il più importante e poteva essere placato con sacrifici di sangue. Eso, con sembianze di toro era anch’esso assetato di sangue. Tarani, dio della guerra preferiva il fuoco. In seguito Lug prese il potere su tutti e segnò il successo dei druidi.

6.12 PERCHČ CI CHIAMIAMO SICILIANI?

PERCHÈ CI CHIAMIAMO SICILIANI?
Autore: Agostino Spataro
 
Sarà capitato anche a voi domandarsi: perché ci chiamiamo siciliani? O, perché la nostra Isola si chiama Sicilia e non Trinacria o Sicania?
Le risposte sono facili a darsi. “Sicilia” e “siciliani”derivano da “siculi” ossia dal nome di un popolo del nord che, circa tredici secoli prima di Cristo, si sarebbe insediato nella parte orientale dell’Isola e, dopo avere sconfitto e, in qualche modo, integrato i preesistenti sicani (di probabile origine iberica) e gli elimi, impose i suoi costumi e le sue leggi all’Isola intera e quindi anche il nome.
Questa, in estrema sintesi, la “storia”. Tuttavia, nessuno ha mai chiarito, con nettezza, l’origine geo- etnica di questo popolo che ha imposto il suo nome alla Sicilia e ai suoi abitatori.
Un nome dimostratosi forte, affascinante visto che è riuscito ad abolire il precedente (Trinacria?) e a sopravvivere alle successive dominazioni, talune molto potenti e longeve come furono quelle dei greci, romani, bizantini, arabi, normanno-svevi, francesi, spagnoli, ecc. Fino ai nostri giorni.
Stranamente, conosciamo origini e storia dei principali popoli dominatori sopravvenuti in Sicilia, ma non, esattamente, quelle dei siculi che ci hanno dato il nome.
La storiografia, antica e moderna, concorda sul fatto che i “siculi” giunsero nell’Isola, provenienti dal nord. Ma da quale regione del Nord? Dal nord cis o trans alpino?
Su questi interrogativi le ipotesi si biforcano: una sostiene che siano “liguri”, ossia provenienti dalle regioni del nord-ovest, un’altra popolazioni illiriche. Altre ancora ampliano il campo delle supposizioni, addirittura, alle regioni caucasiche e ai popoli del mare.
Ipotesi suggestive, complesse che auspichiamo gli storici vogliano indagare, sperando che giungano ad una conclusione univoca ed esaustiva.
A noi, che storici non siamo, non resta che affidarci alle fonti note (da Tucidide a Diodoro Siculo, da Ignazio Scaturro a Lorenzo Braccesi, ecc) le quali, grosso modo, concordano sul fatto che i “siculi” provengano dall’area illirica -balcanica e giunsero in Trinacria perché sospinti da altri popoli insediati nelle regioni del centro-nord della penisola.
Come dire: in fondo c’è posto!
I Siculi a Bolzano
Un tourbillon d’ipotesi e congetture riaffacciatosi alla mia mente recentemente, mentre leggevo sul web una notizia, a dir poco, sorprendente : “Il Consiglio nazionale dei Siculi in visita a Bolzano… per “conoscere il modello dell’autonomia altoatesina…”
Confesso che quel titolo mi fece sobbalzare sulla sedia del cafe-internet di Budapest.
Di fronte un annuncio così chiaro e inatteso non sapevo che cosa pensare.
Vuoi vedere- mi dissi- che, in mia assenza, in Sicilia hanno fatto la rivoluzione? Che a Palermo è arrivata l’onda della “primavera araba” e sbaraccato l’Ars e la Regione e instaurato un comando transitorio, il “Consiglio nazionale dei siculi”, per l’appunto? La rivoluzione in Sicilia? Sapendo quel che avevo lasciato, rimasi fortemente perplesso.
Forse, poteva trattarsi di un gruppo di volenterosi politici siciliani recatisi a Bolzano per apprendere l’arte del buon governo.
Anche questa mi parve un’improbabile eventualità: difficilmente il ceto dominante siciliano andrebbe a Bolzano per far tesoro di quella virtuosa gestione dell’Autonomia che ha fatto dell’Alto Adige una delle regioni più ricche e progredite d’Europa.
Andare a Bolzano, sarebbe un’umiliazione, un’ammissione del fallimento in cui hanno trascinato la nostra regione.
Continuando la lettura, scoprii che i “siculi” di cui l’articolo parlava non erano quelli di Sicilia, ma i rappresentanti di una consistente minoranza ungherese che, da molti secoli, vive in Transilvania, nel nord della Romania.
Una singolare omonimia mai veramente indagata, ai più sconosciuta.
Le due comunità, infatti, non hanno alcuna relazione anche se- come vedremo- potrebbero avere una comune origine etnica, antropologica.
 
Szekelorum, Siculorum, Siculi
Ed è su questo punto che desidero soffermarmi, senza pretendere di dimostrare alcunché, ma solo per mostrare, raccontare gli esiti di alcuni rinvenimenti bibliografici che rafforzano l’ipotesi della probabile comunanza fra i siculi di Transilvania e quelli di Sicilia.
Nulla di sensazionale, dunque. Anche perché la ricostruzione di tali rapporti è inficiata dalle accennate lacune sulle origini dei “siculi” nostrani e dall’oscurità che avvolge l’esistenza di quegli altri “siculi”.
Da tutto ciò, taluni deducono, erroneamente, che gli unici siculi al mondo siamo noi: i siciliani.
Invece, così non è. Non solo perché, oggi, leggiamo di un “consiglio nazionale dei Siculi” di Transilvania, ma per una serie d’indizi che taluni autori hanno segnalato.
Infatti, qualche sentore della loro presenza in quella montuosa regione rumena l’avevo riscontrato anch’io durante una ricerca mirata a conoscere il significato del cognome della mia compianta suocera ungherese: Ilona Szekely la cui famiglia è originaria dalla città di Torda, in Transilvania.. Successe mesi addietro, in una libreria antiquaria di Budapest, quando ebbi fra le mani un antico tomo in latino “Geographica globi terracquei Synopsis” del celeberrum geographo Hubnero (edizione: Cassovlae Typis Academicis Soc. Iesus…) dove l’autore afferma, senza indugio, che Skekely vuol dire “Siculi”. Scrive, infatti: “In Transilvania Siculorum, seu Szekelorum…à Szekely comitiorum loco habetur Warfalea castellum….”
In famiglia, la scoperta un po’ diverte, giacché mia moglie, calata in Sicilia come fiera discendente degli unni di Attila, in realtà si è ritrovata in una comunità di lontani consanguinei.
Insomma, cercavo il significato del cognome di una congiunta e trovai un’indiretta conferma dell’esistenza di un popolo che ha lo stesso nome del nostro.
Continuando nella ricerca, trovai un altro libro (in francese) “Manual de la geographie” dell’eminente professore geografo Louis De Foris (editeur: Chez Jh. Maronval- Paris, 1831) nel quale asserisce: “La Sicile, appellé d’abord Trinacrie à cause de ses trois promontaires les plus remarquables… tire son nom actuel des Sicules, peuple illyrien, qui y passarent de l’Italie dont elle est separée par le phare de Messine…”
Per brevità, ho citato solo questi scarni passaggi, omettendo altre considerazioni rafforzative della suggestiva ipotesi. A mio parere, ora che sappiamo dell’esistenza certa di questa comunità, la ricerca va ripresa, magari, questa volta, sulla base di una collaborazione storica e scientifica fra i siculi di Transilvania e i siculi di Sicilia.

6.13 LE ACQUE DEGLI ANTICHI

LE ACQUE DEGLI ANTICHI
Testo di Gianluca Padovan
 
 
La cultura dell’acqua.
Analizzando le varie culture che si sono avvicendate sulla Madre Terra è interessante capire come queste abbiano risolto il fattore dell’approvvigionamento idrico, anche in rapporto al terreno geologico, per rispondere alle esigenze che la vita cosiddetta civile prospettava di volta in volta. Gli acquedotti scavati manualmente nel sottosuolo, come del resto i vecchi pozzi, sono manufatti vicini alla vita di tutti i giorni, alla gente “comune” che non si menziona nei libri di storia, ma che di fatto la Storia l’hanno fatta proprio loro. In Italia hanno accompagnato la vita di molti almeno fino alla fine del XIX secolo e ancora si utilizzano. In varie zone della Terra sono tutt’oggi l’unico sistema per l’approvvigionamento idrico. Sono opere architettoniche da preservare, recuperare e studiare, perché faticosamente realizzate affinché durassero nel tempo e dissetassero possibilmente fino alla fine dello stesso. Oggi in Europa le si documenta, ma domani potrebbe essere necessario rimetterle in funzione o scavarne di analoghe.
 
La storia dell’acqua.
In generale l’acquedotto è un sistema che consente di condurre l’acqua dal punto di presa a quello di utilizzo. Sfruttando la forza di gravità, un semplice canale scavato alla luce del sole può consentire all’acqua di scorrere fino al luogo di fruizione, fino all’insediamento da approvvigionare. Ma gli inconvenienti sono molti: animali che ne inquinano le acque, franamento delle sponde, intorbidamento quando piove e via così. Non ultimo il fattore bellico: la prima cosa che si faceva, quando si assediava una fortezza o un borgo, era quello di togliere l’acqua interrompendo il flusso nei canali. Generalmente, per tutti questi motivi ed altri d’ordine pratico, già dall’antichità si scavano gallerie e cunicoli sotterranei per il trasporto dell’acqua entro le mura. I cinque fattori legati all’attuale approvvigionamento idrico, ovvero il prelievo, il trasporto, il sollevamento, l’immagazzinamento e la distribuzione, erano stati risolti almeno tremila anni fa. E con ogni probabilità ne sono stati realizzati anche in precedenza. Si hanno quindi pozzi (più raramente discenderie e finestrature) che servono alle seguenti funzioni
:
- raggiungere la quota prefissata per la realizzazione del condotto sotterraneo;
- evacuare il materiale scavato e ventilare l’ambiente;
- sollevare il liquido a giorno a lavoro ultimato;
- manutenzionare l’acquedotto (Padovan G., La classificazione per tipologia delle cavità artificiali, in Padovan G. (a cura di), Archeologia del sottosuolo. Lettura e studio delle cavità artificiali, British Archaeological Reports, International Series 1416, Oxford 2005, p. 18).
 
In Italia, soprattutto nella parte centrale, abbiamo uno sviluppo di opere idrauliche sotterranee a dir poco sorprendente. Più le indagini sul campo si estendono più vengono alla luce acquedotti probabilmente millenari i quali, senza manutenzione alcuna, fanno fluire all’esterno il loro liquido in pacato silenzio. Spesso gli sbocchi di tali acquedotti sono occultati da movimenti franosi. Ma l’acqua prosegue, filtrando attraverso i detriti ed oggi molti scambiano queste vene d’acqua per sorgenti. Magari pure misteriose perché si trovano in posti laddove la natura del terreno non consentirebbe la presenza di acqua perenne.
 
Come “nasce” la tecnica idraulica?
Come ha fatto l’essere umano a “inventarsi” gli acquedotti sotterranei? La seconda domanda è: chi li ha, se così si può dire, esportati? In varie miniere le maestranze avevano la necessità di eliminare le acque sia sorgenti sia d’infiltrazione dai cantieri sotterranei. Un sistema era quello d’installare impianti di sollevamento di vario tipo come, ad esempio, norie e coclee. Oppure le si poteva incanalare in una galleria, o in un cunicolo, aventi leggera pendenza e condurle all’esterno. Probabilmente proprio per trovare una soluzione all’eduzione dell’acqua dai cantieri si sono poste le basi per lo sviluppo dell’ingegneria idraulica. L’argomento è lungo e, se vogliamo, pure affascinante, e magari si potrà riprenderlo. Ma non tutte le opere idrauliche erano destinate all’eduzione, oppure all’irrigazione dei coltivi o all’approvvigionamento di acqua potabile: alcune servivano all’estrazione dell’oro.
 
Aurifodine e opere idrauliche.
Antiche popolazioni hanno coltivato l’oro un po’ in tutto il mondo, ma in Piemonte la cosa assume un sapore particolare. Innanzitutto con la parola «coltivazione» s’intende l’insieme dei lavori condotti per acquisire materie prime, come i minerali, mediante scavi in superficie e nel sottosuolo. Con «aurifodina» si indica, invece, la miniera d’oro. Nell’arco alpino centro-settentrionale sono presenti alcuni giacimenti auriferi e nella parte alta del Po e dei suoi affluenti montani la presenza dell’oro è nota fin dall’antichità. Determinati studi hanno fatto emergere come la coltivazione dell’oro sia avvenuta anche utilizzando l’acqua, per muovere ingenti quantità di sabbie aurifere. Nei giacimenti secondari, ovvero dove l’oro si trova disperso nei terreni alluvionali, l’acqua è raccolta in bacini situati nella parte sommitale del giacimento, all’interno del quale si scavano trincee oppure gallerie. L’acqua viene fatta poi fluire, lasciando così che eroda il terreno ricco d’oro trascinandolo a valle in un bacino di raccolta, in cui il metallo è poi separato. Tale tecnica, denominata ruina o arrugia montium, è stata utilizzata in Italia nord-occidentale nelle miniere d’oro coltivate dai Salassi e dagli Ictimuli, oppure a Las Medulas in Spagna, dove pare che i romani abbiano impiegato le stesse genti, deportate. Veniamo ora a quanto di “misterioso”, ovvero non adeguatamente studiato, vi è in Italia tra miniere e opere idrauliche.
 
“Misteriose” coltivazioni.
Alcuni studiosi, pochi per la verità, considerano che il Piemonte orientale fosse una gigantesca miniera d’oro a cielo aperto, coltivata soprattutto grazie alla realizzazione d’imponenti opere idrauliche. Taluni lo negano a priori. Qualcun’altro sostiene invece che non sia opera nostrana: «Risulta quindi che nella regione Piemonte vi è stata un’immigrazione dall’India, o meglio, per vari indizi trovati nella zona di partenza degli immigrati, fuggiti perché l’Indo si era spostato di centinaia di chilometri in breve tempo, dal Belucistan verso il 3000 a.C. Un’altra importante immigrazione fu quella dei Dori, staccatisi nel XIV Sec. a.C. dal gruppo principale che si dirigeva verso la Grecia» (Micheletti T., La preistoria dell’attività estrattiva e la pesca dell’oro in Piemonte, in Politecnico di Torino – Facoltà di Ingegneria, Piemonte minerario. Minerali Storia Ambiente del territorio piemontese e valdostano, C.E.L.I.D., Torino 1992, p. 19). Tale teoria vuole che migliaia di anni fa siano migrate delle genti che dall’India (o meglio dal bacino dell’Indo) sono poi giunte in Piemonte a coltivare l’oro. La qual cosa mi lascia perplesso.
 
“Misteriosi” acquedotti.
Secondo altre fonti la tecnica idraulica dello scavo d’acquedotti ipogei (qui denominati karez) sarebbe giunta in Italia e quindi in Europa dall’antica Persia o addirittura dalla Cina e per l’esattezza dai territori del nord-ovest, nel Bacino del Tarim, posto a ovest del Deserto del Gobi e a nord del Tibet: «Nella sola prefettura di Turpan nel 1948 furono censiti 478 karez, alcuni dei quali andati successivamente in disuso a causa del pompaggio di acque sotterranee che ha abbassato il livello di falda. Tuttavia nel 1983 nell’intera zona alle falde delle Montagne Fiammeggianti si contavano ancora 1154 karez (Pan e Chao 1993 [Pan C., Chao T. 1993, The relation of the Karez systems of Xinjang and the central plains of China, Proceed. Intern. Conf. on Karez irrigation, p. 23, Urumqi]). Tenendo presente che lo sviluppo di un tipico karez supera in media i 3 chilometri, se ne ricava che la cifra di 3000 chilometri di gallerie sotterranee è tutt’altro che esagerata. Un lavoro che non a torto è stato da alcuni paragonato al lavoro necessario per l’erezione della famosa Grande Muraglia» (Castellani V., Civiltà dell’acqua. Archeologia del territorio da Roma arcaica alle antiche civiltà mediterranee, Editorial Service System, Roma 1999, pp. 242-243). E la conclusione, sulla quale rimango perplesso, è la seguente: «da parte di alcuni ricercatori cinesi viene sostenuto che la tecnica dei karez sia nata in tempi antichissimi sugli altopiani del Fiume Giallo (Shouchum 1993 [Shouchum C. 1993, The study of historical geography on the origin of the Karez of Turpan, Proceed. Intern. Conf. on Karez irrigation, p. 47, Urumqi]) e da qui importata nello Xinjang e dallo Xinjang verso la Persia ed il mondo occidentale. Un’ipotesi per molti versi affascinante, che vedrebbe ancora una volta l’occidente come debitore dell’antico sviluppo della civiltà cinese» (Ibidem, p. 246). Questo senza tenere conto che tale territorio ha restituito numerose sepolture i cui cadaveri, mummificatisi naturalmente, non sono cinesi (si veda utilmente: Mallory J. P., Mair V. H., The Tarim Mummies, Thames & Hudson, London 2000). Senza tenere conto che gli acquedotti non sono stati studiati e men che meno gli insediamenti.
 
“Misteriose” tombe.
Innanzitutto molte tombe sono rivestite in pali di legno, di dimensioni anche ragguardevoli e questo dimostra che l’area è diventata deserta in tempi relativamente recenti. Inoltre: «Settanta chilometri ad ovest del letto prosciugato del lago di Lop Nor, lungo il fiume Könch Darya (chiamato in mandarino Kong-que he, “Fiume del pavone”), lo scavo di 42 tombe ha portato alla luce 18 crani, riferibili, sulla base della tipologia delle tombe, a due diverse serie, una più antica e una più recente. I crani sono chiaramente europoidi (dolicocefali) e strettamente somiglianti ad un tipo proto-europeo, con qualche tratto nordico. La serie di tombe più antiche si trova nel centro di 7 cerchi concentrici di pali di legno piantati verticalmente, con altri pali posti a raggiera rivolti verso le quattro direzioni cardinali» (Mair V. H., I corpi essiccati di popolazioni caucasoidi dell’Età del Bronzo e del Ferro rinvenuti nel Bacino del Tarim (Cina), in Cadonna A., Lanciotti L. (a cura di), Cina e Iran da Alessandro Magno alla dinastia Tang, Olschki Editore, Firenze 1996, p. 10-11).
 
Europei stanziali in territorio oggi cinese.
In linea generale i corpi conservatisi nelle tombe del bacino del Tarim presentano stature medio-alte, capelli biondi o biondo-rossi o castani, pelle chiara, barbe e baffi: le foto sono da vedere. Le vesti sono ben fatte, accuratamente tessute e colorate, hanno pantaloni, gonne, cappelli. In una tomba è stata rinvenuta una donna cha indossa un singolare cappello di feltro conico e lungo, con falda circolare: sembra il tipico cappello da strega raffigurato nelle nostre fiabe. In particolare molti tessuti sono assimilabili, o identici, al tartan celtico e successivamente scozzese: «I fili blu, bianchi e marroni danno origine a un bel motivo, incontestabilmente di tipo plaid. Si tratta di un’armatura diagonale 2.2, molto simile a quelle ritrovate in Europa nel periodo di Hallstatt (inizio del 1100 a.C. circa e terminato attorno al 500 a.C.). Quindi i tessuti di Hami corrispondono all’incirca ai primi tessuti in diagonale provenienti dalle miniere di sale del periodo Hallstatt in Germania e in Austria. Stando alle nostre attuali conoscenze sulla storia della tessitura, questo tipo di tessuti è tipicamente europeo» (Ibidem, pp. 14-15).
 
Il «Mito Europeo».
Tornando alle opere idrauliche, sull’argomento della «importazione» ho avuto modo di osservare così: «Ben pochi acquedotti scavati interamente a mano sono stati interamente studiati. In diverse regioni mediorientali esistono acquedotti ipogei che per vari motivi vengono definiti “antichissimi”. Occorre dimostrarlo. In quest’ultimo decennio taluni ricercatori sono stati in Iran, in Iraq, nel Turfan Cinese e qualcuno asserisce che quelli del Turfan, essendo più antichi e forse scavati dai Cinesi, sono i progenitori degli altri» (Padovan G., Archeologia del sottosuolo. Manuale per la conoscenza del mondo ipogeo, Mursia, Milano 2009, pp. 148-149). Per le opere minerarie e per quelle idrauliche ci si trova dunque «debitori» di altre culture? Di altre popolazioni non europee? Può darsi. Personalmente sono di parere differente e ho cercato di argomentarlo scrivendo un libro: «Il Mito Europeo. Le culture che ci hanno preceduto». Ho parlato delle genti che sono partite da quel territorio oggi noto con il nome di Europa e sono migrate altrove, portando con sé usi, costumi e miti. Ho parlato di «europei» e non di «indoeuropei», perché le genti europee giunsero quasi in ogni angolo del mondo. Se gli acquedotti sotterranei del Turfan, assieme alle loro mummie silenti con la pelle chiara, i baffoni biondi o rossi e le fattezze da vichinghi affascinano, il deserto ha fatto sparire quasi tutto sotto una coltre arida. In Iran, invece, la vita è continuata, grazie soprattutto alle genti tenaci che lo hanno abitato e agli impianti idraulici sotterranei a dir poco eccezionali, ancora ampiamente usati e manutenzionati con cura.
 
L’Iran.
L’Iran, o Repubblica Islamica d’Iran, occupa la parte occidentale di un vasto altipiano che si estende nelle terre comprese tra il Mar Caspio a nord e il Golfo Persico a sud, fino quasi al confine naturale della Valle dell’Indo. È la terra della mitica Persia. Qui assistiamo al movimento di varie civiltà, che ci hanno lasciato più di quanto noi si possa sospettare sull’attività degli artigiani e degli specialisti antichi, sul pensiero filosofico e politico, sullo sviluppo di una società stratificata e articolata, sui commerci che si spingono lontano: «Concentrazione e dilatazione sono i due pistoni a movimento sincrono del motore della civiltà. La fusione tra l’uomo e le idee produce un aumento di potenziale che si scarica nello spazio circostante, stimolando o distruggendo le comunità vicine. La rapida diffusione del nuovo sistema di produzione raggiunge molto presto l’Iran ed è quindi a partire dalla fine del settimo millennio a.C. che l’altopiano entra nella storia umana, costituendo una delle regioni più avanzate. Allorquando si formerà lo stato achemenide, il paese avrà pertanto già tremila anni di civiltà urbana alle sue spalle» (Tosi M., Iran l’alba della civiltà, Provinciali Spotorno Editori, Novilara 1972, p. 20). Parlando della storia e della preistoria del suo Paese, l’archeologo iraniano Zabihollah Rahmatian descrive con semplicità e chiarezza chi sono gli Ariani e come si stanziano in Iran nel I millennio a.: «Questi Ariani, che possedevano grande abilità e talento, riuscirono facilmente a stabilirsi sull’altipiano e allacciarono buone relazioni con le popolazioni già inserite, mescolando così e influenzando a loro volta la cultura degli annessi» (Rahmatian Z., La cultura ariana nell’altipiano iranico, in Mondo Archeologico, n. 1, Tedeschi Editore, Firenze 1976, p. 20). Giuseppe Tucci così ci racconta di questa terra: «L’Iran ha fornito, per millenni, un contributo di pensiero e ispirazione d’arte a gran parte del continente euro-asiatico ed è stato mediatore fra diverse culture dell’Oriente e dell’Occidente. L’Impero achemenide congiunse l’Oceano Indiano con il Mediterraneo e raccorciò quasi le distanze immense con strade che solcano la vastità del terreno, per deserti e montagne, ostile ai commerci dell’uomo. Con Ciro riconobbe parità di diritti a tutti i sudditi e con generosità, fino ai suoi tempi insolita, tollerò tutte le religioni che, sotto il dominio di lui, fraternamente si incontrarono. La dottrina zoroastriana che inculcò l’etica scrupolosa, il dualismo fra bene e male che valicò i confini dell’Iran, il mitraismo che dilagò nell’Impero Romano, le idee escatologiche sono i bagliori di un tormento mai sopito. Poi l’Islam dovette anch’esso far molte concessioni alla resistenza d’una tradizione di cultura che è creazione imperitura dell’Iran» (Tucci G., Presentazione, in Tosi M., Iran l’alba della civiltà, Provinciali Spotorno Editori, Novilara 1972, p. 11).
 
Le acque sotterranee degli Arii.
Le vaste zone aride dell’Iran sono approvvigionate da ben organizzate reti di canalizzazioni sotterranee, le quali consentono la vita di superficie, oggi come allora: «L’ingegno e lo sforzo congiunti hanno prodotto uno degli elementi caratterizzanti del paesaggio iranico: i qanats. È un sistema di pozzi verticali collegati sulla base da un cunicolo sotterraneo che congiunge il pozzo principale al villaggio. L’acqua scorre al riparo dal sole e dalla siccità della superficie, per distanze spesso superiori ai 30 chilometri. In questo modo è assicurata una costante erogazione che, se avvenisse all’aperto, tenderebbe ad evaporare soprattutto sui lunghi percorsi. L’invenzione tutt’ora operata in Iran per una rete sotterranea di 170.000 miglia, risale con ogni probabilità al I millennio a.C.» (Tosi M., op. cit., p. 28). Ecco un utile passo tratto dallo storico Polibio (203-120 a.) che ci parla degli acquedotti sotterranei: «Arsace credeva che Antioco sarebbe venuto fino a questi luoghi ma non avrebbe osato, soprattutto a causa della mancanza d’acqua, attraversare con un così numeroso esercito il deserto con essi confinante. In quelle regioni non esiste acqua alla superficie della terra, benché vi siano molti canali sotterranei e pozzi scavati nel deserto, sconosciuti a chi non abbia pratica dei luoghi. Gli indigeni raccontano -ed è una notizia plausibile- che i Persiani, al tempo della loro egemonia sull’Asia, concedettero a chiunque avesse condotto acqua di fonte in località precedentemente non irrigate la facoltà di godere dei frutti del terreno per cinque generazioni. Essendo il Tauro ricco di molte e copiose acque, gli abitanti si sottoposero a ogni spesa e sacrificio per costruire lunghi canali sotterranei, di modo che ai nostri giorni chi usa di queste acque non sa donde sgorghino e siano state condotte» (Polibio, Storie, Schick C. (traduzione e note), Mondadori, Milano 1992, X, 28).
 
L’identità europea da mantenere.
Occorrerà oggi preservare questi sistemi sotterranei che non necessitano di energia per condurre l’acqua ai punti di fruizione. Si dovrà quindi capire che sostituire a tali sistemi sotterranei le condotte superficiali in materiale plastico è inutile ancorché dannoso. Occorre studiare come i nostri predecessori hanno sfruttato consapevolmente le risorse della natura e farne tesoro, perché le opere del passato continuano a parlarci. Se noi sapremo ascoltarle ne trarremo insegnamento nonché beneficio anche dal punto di vista culturale. Il sistema di vita facile, incentrato sul consumo del suolo, sulla cementificazione, sull’indiscriminata cattura delle acque di superficie e di falda, non solo determina la perdita dei valori tradizionali, ma innanzitutto inficia la consapevolezza di chi noi siamo e di chi siamo stati. In Europa e soprattutto in Italia, in Grecia, Spagna e Francia, abbiamo un rilevante sviluppo di opere cunicolari, destinate al trasporto dell’acqua. Occorre osservare come vi sia una certa corrispondenza tra bacini minerari e sviluppo di opere cunicolari, tra l’acquisizione di tecniche minerarie da parte di determinate genti e l’applicazione delle tecniche di abbattimento della roccia per la creazione di percorsi sotterranei, generalmente ad uso di condotta idraulica. La qualcosa meriterebbe degli studi approfonditi, che potrebbero comprovare la nascita o quantomeno lo sviluppo della tecnica mineraria e conseguentemente idraulica proprio nel cuore battente europeo, agli albori della Storia. Il viaggio dei nostri progenitori Europei ha creato il mito. Oggi i miti d’allora dob

6.14 L'ORIGINE DEGLI INDIGENI AMERICANI: LA TEORIA POLIGENETICA

L'ORIGINE DEGLI INDIGENI AMERICANI: LA TEORIA POLIGENETICA
Autore: Yuri Leveratto
 
Negli ultimi anni si sta sviluppando, in ambito scientifico, la teoria che l’uomo americano abbia avuto origini multiple.
L’ipotesi iniziale, ovvero l’idea che gruppi di Homines Sapientes attraversarono le praterie di Beringia (l’attuale stretto di Bering), circa 14 millenni fa, non è stata accantonata, ma deve essere completata da altre tesi. Fino a pochi anni fa, anche per puro spirito nazionalistico, molti studiosi statunitensi indicavano il sito di Clovis del Nuovo Messico come il luogo dove ebbe origine la cultura madre di tutte le Americhe (13,5 millenni or sono).
Negli ultimi anni però, in seguito ai sorprendenti ritrovamenti effettuati in Sud America (Pedra Furada, Brasile, Monte Verde, Cile e caverna di Pedra Pintada, Brasile), per citarne solo alcuni, si è giunti alla conclusione che l’Homo Sapiens sia arrivato inizialmente in Sud America e solo dopo vari millenni, nel Nord America.
La seconda teoria, detta africana, è supportata dai ritrovamenti di Pedra Furada, luogo nel Piauì (stato del Brasile), studiato dall’archeologa Niede Guidon. Vi sono state rinvenute ossa umane datate 12.000 anni fa, che provano la presenza dell’uomo nell’odierno Brasile contemporaneamente alla cultura Clovis del Nord America. Inoltre alcuni resti di focolari (datati con il metodo del carbonio 14 e della luminescenza), hanno provato che il sito fu abitato 60 millenni or sono. Chi erano gli antichi abitanti del Piauì, e da dove venivano? Secondo Niede Guidon erano dei Sapiens arcaici, non più di qualche migliaio, la cui origine era l’Africa settentrionale, dalla quale per caso erano giunti, su rustiche imbarcazioni, presso le coste del Nuovo Mondo. Queste considerazioni sono state supportate dai ricercatori Walter Neves e Danilo Bernardo (del Dipartimento di Genetica e Biologia Evolutiva, Università di San Paolo, Brasile), che hanno individuato, nei crani trovati nel Piauì il tipo umano Sapiens arcaico (presente in Africa fin da 130 millenni or sono).
La terza teoria, che indica l’origine dell’uomo americano nella Melanesia e Polinesia, è supportata da prove antropologiche, etnografiche e linguistiche.
Le prime si basano sulla notevole somiglianza di vari gruppi indigeni americani attuali al tipo umano melanesiano e polinesiano. A titolo d’esempio si possono citare i Tunebo della Colombia, che secondo eminenti studiosi hanno straordinarie somiglianze con autoctoni della Nuova Guinea, o i Sirionò della Bolivia, che hanno caratteristiche morfologiche melanesiane. Vi sono poi alcune prove morfologiche indirette, come le famose teste Olmeche, del Messico, o le statue di San Agustin della Colombia meridionale, che presentano spiccate caratteristiche negroidi, quindi melanesiane (o africane).
Vi sono poi alcune prove etnografiche. A tale riguardo l’eminente studioso Erland Nordenskiold ha individuato numerosi strumenti, usi e costumi propri delle varie culture autoctone americane, stranamente simili ad altri, tipici d’etnie della Nuova Guinea, Melanesia e Polinesia. Ad esempio: cerbottane, mazze, archi, frecce, lance, fionde, ponti di liane, remi, zattere, capanne, ceramiche, mortai, amache, zanzariere, pettini, procedimenti tessili, ponchos, astucci fallici, ornamenti nasali, placche pettorali, sistemi arcaici di numerazione come il quipu, tamburi di legno e di pelle, maschere di legno, tatuaggi, utilizzo di pietre di giada incastonate nei denti, deformazione del cranio e delle ginocchia per mezzo di strette bende e infine l’utilizzo delle conchiglie come mezzo di scambio.
L’etnologo e linguista francese Paul Rivet (1876-1958), ha provato inoltre, con approfonditi studi filologici, che gli idiomi americani hanno stupefacenti analogie con quelli indonesiani, melanesiani e polinesiani. Rivet ha studiato il gruppo linguistico Hoka, che comprende l’ormai estinta lingua Shasta dell’Oregon, la Chantal dell’istmo di Tehuantepec, la Subtiaba del Nicaragua e la Yurumangui della Colombia. Comparando l’Hoka con le lingue malesi-polinesiane, Rivet ha trovato più di 280 somiglianze nei vocaboli e nelle forme grammaticali.
Molto difficile è, una volta ammessa la veridicità di tali prove, individuare come i popoli melanesiani e polinesiani giunsero in America, seguendo quali rotte, e soprattutto dove e quando sbarcarono.
Vari studiosi hanno proposto che, a differenza della teoria africana, le emigrazioni dei popoli oceanici si siano svolte in più riprese e non occasionalmente. I polinesiani infatti, sono sempre stati degli eccellenti navigatori e non sembra affatto strano ammettere che abbiano navigato d’isola in isola probabilmente partendo dalla Nuova Guinea. Dallo studio delle lingue indigene americane, analizzando quelle che mostrano più analogie con quelle melanesiane, si giunge alla conclusione che vi furono numerosi sbarchi, in molti luoghi: Oregon, Messico, Colombia meridionale, Ecuador. Probabilmente questi sbarchi coprirono un arco temporale che va dal 12.000 fino al 1000 a.C. La quarta teoria che intende spiegare il popolamento delle Americhe, è basata sul fatto che alcuni gruppi di Sapiens Australoidi giunsero in America dall’Australia circa 6 millenni or sono.
Le prove filologiche di questa antica emigrazione risalgono al 1907, quando lo studioso italiano Trombetti segnalò che gli idiomi della Terra del Fuoco, appartenenti al gruppo linguistico Chon, propri delle etnie Patagones e Onas avevano sorprendenti affinità con le lingue australiane. Trombetti individuò 93 affinità di vocaboli e regole grammaticali. Vi sono poi alcune prove etnografiche che legano gli Australoidi arcaici agli indigeni americani, per esempio la cultura Fueguinos della Terra del Fuoco, simile a quella degli aborigeni australiani. Entrambi i popoli ignoravano la ceramica e l’amaca, e usavano il boomerang e coperte di pelli per ripararsi dal freddo.
Difficile è individuare la rotta oceanica che fu intrapresa da questi antichi abitanti Australoidi per giungere nel cono sud del continente americano. In effetti, a differenza dei Melanesiani e Polinesiani, gli antichi australiani non furono mai esperti naviganti e questo fatto complica le cose.
Se analizziamo però le correnti oceaniche del Pacifico, ci rendiamo conto che, mentre nell’emisfero nord hanno una circolazione come le lancette dell’orologio, nell’emisfero sud avviene il contrario. Ciò spiega il fatto che i Melanesiani e Polinesiani, insieme agli antichi giapponesi, come vedremo più avanti, siano giunti nelle coste del Nord America, fino all’Ecuador, mentre gli Australoidi, ammettendo la loro ipotetica perizia nel navigare, siano sbarcati nella zona di Sud America che va dal cono sud fino al Perù meridionale.
L’antropologo portoghese Mendes Correa ha immaginato una strana teoria che cito a titolo di curiosità. Secondo lui gli australiani arcaici sarebbero giunti nel cono sud dell’America meridionale seguendo la via Australia-Tasmania-Isole Maquarie-Continente Antartico-Terra del Fuoco.
Secondo questa supposizione gli antichi australiani si trovarono di fronte a bracci di mare non molto estesi, al massimo di 200 chilometri, considerando che durante l’ultima era glaciale (che durò da 130 a 11,5 millenni or sono), il livello dei mari era molto più basso dell’attuale (di circa 120 metri). E’ verosimile che abbiano seguito questo itinerario? Secondo Correa il clima dell’Antartide (i cui ghiacci iniziarono a sciogliersi 17 millenni fa), non è sempre stato uguale a quello di oggi. Secondo eminenti climatologi, durante la glaciazione di Wisconsin-Wurm, la maggioranza dei ghiacci del pianeta sarebbe stata imprigionata nella calotta polare artica e nell’emisfero boreale, ma non nell’Antartico. Sempre in base alle sue supposizioni alcuni australiani arcaici avrebbero potuto vivervi, adattandosi al clima rigido in un modo simile agli esquimesi dell’Artico. Quando poi il clima dell’Antartide si fece più freddo, cercarono nuove terre da colonizzare e attraverso la penisola antartica giunsero navigando alla Terra del Fuoco. La quinta teoria sul popolamento delle Americhe si basa sul fatto che giapponesi arcaici della cultura Jomon, siano giunti in America, intorno al 3000 a.C., costeggiando le coste del Pacifico settentrionale, giungendo presso le coste dell’odierno Ecuador. Questa tesi fu sostenuta dagli archeologi Evans, Meggers e Estrada, verso il 1950.
La cultura Jomon, che si evolse a partire dal decimo millennio a.C. si distinse per essere la prima al mondo a utilizzare la ceramica, ma adottò l’agricoltura intensiva solo in epoca tardia.
Le sorprendenti similitudini con la ceramica della cultura Valdivia dell’Ecuador, hanno spinto alcuni studiosi a considerare come possibile questa emigrazione. Le somiglianze non sono solo nelle decorazioni, ma anche nella forma dei vasi. Anche le date collimano: la cultura Jomon ebbe il suo periodo centrale dal 4835 al 1860 a.C., mentre il periodo classico della cultura Valdivia vi fu dal 3600 al 1500 A.C.
Vi sono però alcuni punti oscuri. Perché i giapponesi della cultura Jomon, dopo aver navigato circa 13.000 Km, costeggiando le coste di: Alaska, Oregon, California, Messico, America centrale e Colombia, si fermarono proprio in Ecuador? E’ possibile, per un popolo che non domina ancora l’agricoltura, quindi non può approvvigionare le sue navi di cereali, intraprendere viaggi così lunghi?
Non è facile immaginare le condizioni ambientali di questi viaggi transpacifici, né i motivi che spinsero i navigatori preistorici a cominciarli, con destinazione ignota. Bisogna considerare comunque, che, più che migrazioni, queste esplorazioni antiche furono intraprese da limitati gruppi di persone. La popolazione dell’America preistorica era talmente limitata che l’arrivo anche di una decina di uomini con poche donne, in una sola imbarcazione, potrebbe essere stato sufficiente per lasciare significativi cambiamenti nella storia genetica di intere regioni.
Perché se fu così semplice per popoli preistorici africani, melanesiani, polinesiani, australiani e giapponesi attraversare il più grande degli oceani senza aver raggiunto le conquiste tipiche della civiltà occidentale, come l’agricoltura e l’uso del ferro, non fu altrettanto facile per gli europei valicare l’Atlantico, cosa che fecero solo a partire dall’anno 1000 d.C. con il viaggio di Leif Erikson (il figlio di Erik il rosso) e nel 1492 d.C. con la spedizione di Cristoforo Colombo? Bisogna considerare che la civiltà occidentale, con le culture dei Sumeri, degli Egizi e poi dei Greci e Romani era incentrata soprattutto nel Mediterraneo, un enorme mare quasi chiuso e connesso all’Oceano Atlantico solo attraverso lo stretto di Gibilterra. Fu proprio la conformazione geografica del Mediterraneo che contribuì a non divulgare più di tanto le tecniche di navigazione oceanica, con l’eccezione de Fenici che secondo Erodoto circumnavigarono l’Africa nel VII secolo A.C. Non vi sono prove certe però di contatti tra i Fenici e i popoli del Nuovo Mondo, anche se alcuni ricercatori affermano che l’antica città di Tartessos, nell’attuale Andalusia (Spagna), fu il porto base nell’antichità per le navigazioni transatlantiche.
Come si vede, la chiave per comprendere le multiple origini degli autoctoni americani sta nello studio dell’antropologia, etnografia, linguistica e ora anche della genetica, per mezzo della quale in futuro si potrà mappare l’intero genoma di molti indigeni del Nuovo Mondo, comprendendo ancora di più le loro origini e svelando finalmente uno dei più grandi misteri dell’archeologia. Purtroppo la scomparsa di decine di gruppi di nativi americani, soprattutto a partire dal XX secolo, ha cancellato per sempre la possibilità di conoscere più a fondo la loro storia ancestrale e le loro origini. Preservando gli ultimi indigeni, che per fortuna in Sud America sono ancora numerosi, potremo far luce su uno dei più avvincenti enigmi dell’avventura dell’uomo sul pianeta Terra.

6.15 L’EUROPA POST-ROMANA

 
L’EUROPA POST-ROMANA
Come conseguenza della progressiva ger- manizzazione della maggior parte dell’Europa, Italia compresa, nel VII e VIII secolo si verificarono dei grandi mutamenti nella vita politica, economica e spirituale. La caduta dell’Impero Romano d’Occidente, comportò un’ibarbarimento di quella che era una delle civiltà più evolute del mondo conosciuto. Nonostante tutto alcuni tratti della tradizione socio-culturale del passato Impero sopravvissero fra le popolazioni dei Visigoti, dei Franchi, dei Longobardi e di altri popoli germanici che si stanziarono sui territori un tempo appartenuti all’Impero d’Occidente. Il merito di ciò fu della Chiesa; i barbari convertiti alla religione Cristiana, si sentirono infatti motivati ad integrarsi nell’unità spirituale e culturale occidentale ricostituita dalla Chiesa, che aveva ripreso alcuni degli elementi della tradizione romana quali la lingua latina, la cultura ed il diritto. In Spagna, I Visigoti convertiti al Cristianesimo si erano rapidamente integrati con le popolazioni iberiche latinizzate e avevano fondato un Regno che durò fino al 711, anno nel quale la Spagna cadde sotto il dominio degli Arabi. In Gallia il Regno dei Franchi divenne il più vasto e ben organizzato degli Stati romano-barbarici; nonostante le guerre di confine e le lotte di successione dinastica, il Regno dei Franchi risultò uno Stato solido, all’interno del quale istituzioni e cultura romana non si interruppero totalmente. Anche i Franchi si integrarono rapidamente con la popolazione gallo-romana; la Chiesa assunse all’interno del Regno quei compiti amministrativi che i regnanti non erano in grado di svolgere. L’Inghilterra venne invasa già dal 450 dalle tribù germaniche dei Sassoni, degli Angli e degli Juti, i quali distrussero ogni traccia della precedente civiltà romana; solo in Irlanda sopravvissero alcune comunità cristiane convertite da San Colombano. Nei secoli VI, VII, VIII e IX, l’Europa Centrale, la Germania, la media e la bassa valle del Danubio e la Russia, erano costantemente percorse da orde di popolazioni nomadi di germanici, slavi e asiatici: Bulgari, Avari, Cumani e Ungari.In queste regioni europee si sarebbero costituite delle societààorganizzate, solo nel X secolo dopo la conversione al Cristianesimo. Nel corso del VII secolo l’Italia era divisa praticamente in due Stati : la Románia, che comprendeva i territori appartenenti all’Impero Bizantino, e la Longobardía, ovvero il Regno Longobardo. Il primo comprendeva le isole venete, l’Esarcato, ovvero la città di Ravenna, sede del governatore bizantino in Italia, la Pentapoli, corrispondente alle attuali Marche, il Lazio, la costa campana, le regioni costiere dell’Italia meridionale, la Sicilia e la Sardegna. Il Regno longobardo estendeva la sua dominazione sull’Italia settentrionale, sulla Toscana, su parte dell’Umbria, degli Abruzzi e della Campania. L’Impero Bizantino a causa dei problemi religiosi interni e impegnato a difendere i propri confini orientali, perse sempre più interesse ai suoi domini italiani. In questo modo vi fu una crescita di prestigio del papato, che in mancanza dell’autorità imperiale si assunse il compito di difendere le popolazioni stremate dai continui conflitti e dalla miseria dilagante. Il territorio bizantino di Roma, godette di una sempre maggiore autonomia ed il papa ne divenne di fatto il vero sovrano.

6.16 GLI ULTIMI ANNI DI FEDERICO I BARBAROSSA

GLI ULTIMI ANNI DI FEDERICO I BARBAROSSA
La lotta contro i Comuni italiani aveva impedito a Federico I di potersi occupare con più continuità delle questioni interne della Germania; in patria si andava facendo sempre più minacciosa la potenza di Enrico il Leone della casa Welf, signore della Baviera e della Sassonia, che in precedenza si era rifiutato di fornire truppe all'Imperatore in occasione della sua discesa in Italia, esponendolo in tal modo alla sconfitta di Legnano. Tornato in Germania, Federico I convocò una dieta nel corso della quale mise al bando Enrico e lo privò di tutti i suoi possedimenti: la Baviera venne ceduta alla nobile famiglia dei Wittelsbach, che ne detennero il possesso fino al 1918, mentre il Ducato di Sassonia venne diviso tra alcuni feudatari di minore importanza. Operando in questo modo, egli accelerò la frammentazione feudale dell'impero, indebolendo ulteriormente la già traballante autorità imperiale. Rovinosa in questo senso fu anche la sua politica nei confronti delle città: mentre nel resto dell'Europa i sovrani mantenevano ottimi rapporti con le città, che con i commerci e la propria vitalità rappresentavano la loro fonte primaria di sostentamento, Federico I le combatteva duramente, rafforzando in tal modo la feudalità, che era la principale nemica dell'autorità centrale. Inoltre il Barbarossa dissipò le residue forze imperiali partecipando personalmente alla Terza Crociata, bandita in seguito alla caduta di Gerusalemme, avvenuta nel 1187 ad opera del Saladino. Emiro di Mossul, questi aveva fondato un vasto Stato comprendente la Mesopotamia, la Siria e l'Egitto. Oltre a Federico I, a questa crociata parteciparono in prima persona il re di Francia Filippo II Augusto e il re d'Inghilterra Riccardo Cuor di Leone. Questi ultimi giunsero in Palestina per mare e occuparono la piazzaforte costiera di San Giovanni d'Acri ristabilendovi il dominio cristiano; in seguito litigarono fra loro e ritornarono in patria sempre via mare. Federico I preferì invece intraprendere il viaggio via terra, attraversando l'Asia Minore, che già era stato fatale alla spedizione militare di Corrado III. Quasi tutto l'esercito imperiale andò perduto e lo stesso Barbarossa morì annegato nel 1190 durante l'attraversamento di un fiume; la pesante corazza che indossava nell'occasione fece da zavorra trascinando l'imperatore sott'acqua. Federico I aveva sempre sognato di restaurare l'aurorità imperiale e a questo progetto aveva lavorato per buona parte della sua vita. Al momento della sua morte fu chiaro quanto l'idea di un grande impero di tipo feudale fosse in contrasto con l'evolversi del processo storico. In Italia i Comuni ed il Papato avevano conservato e anche rafforzato la propria autonomia, mentre in Germania l'autorità imperiale risultava sempre più debole.

6.17 LA SITUAZIONE POLITICA NELLA GERMANIA DEL XII SECOLO

LA SITUAZIONE POLITICA NELLA GERMANIA DEL XII SECOLO
L’Imperatore Enrico V morì nel 1125 senza lasciare discendenti diretti. Lo scettro imperiale passo quindi a Lotario di Sassonia,che per mantenere il suo debolissimo potere, dovette continuamente bilanciarsi fra i due suoi più potenti vassalli: gli Hohenstaufen, duchi di Svevia e i Welf, signori di Baviera. I sostenitori delle due casate diedero vita a due partiti dinastici che in Italia assunsero i nomi di Guelfi e Ghibellini; i primi appoggiavano i Welf, mentre i secondi, il cui nome derivava dal castello di Weiblingen, sostenevano gli Hohenstaufen. Con l’appoggio di Lotario, i Welf occuparono il Ducato di Sassonia; la loro crescente potenza iniziò a preoccupare gli altri principi tedeschi, che alla morte di Lotario elessero come Imperatore Corrado III di Hohenstaufen, il quale regnò dal 1138 al 1152, durante il proprio governo riuscì a togliere ai Welf la Baviera ma non la Sassonia. Questa importante regione non potè essere conquistata a causa dell’indebolimento delle forze imperiali precedentemente impegnate nella Seconda Crociata (1147-1149), alla quale partecipò personalmente anche Corrado III. Nello stesso periodo era ripresa anche l’aggressione tedesca contro le popolazioni slave dell’Elba. Nel 1152, alla morte di Corrado III, il trono passò a suo nipote Federico I di Svevia, che in Italia venne soprannominato Barbarossa. La politica del nuovo imperatore era tutta tesa alla restaurazione dell’Autorità imperiale, imponendola nuovamente ai feudatari, ai Comuni e al Papato, rinforzandola soprattutto in Italia, nella quale era stata scossa in modo particolare dalla fioritura comunale. Ed era proprio in Italia, la cui economia in quel periodo era particolarmente florida, che egli sperava di procurarsi i mezzi per imporsi in Germania.I fatti le diedero però torto poichè, mentre Federico I Barbarossa esauriva le proprie forze in Italia, i suoi avversari aumentavano la propria potenza con la conquista dei paesi slavi; approfittando delle frequenti assenze dell’Imperatore, essi ne minavano l’autorità. Nonostante tutto, in un primo momento sembrò che i suoi ambiziosi piani dovessero attuarsi: nei territori posti sotto la sua diretta amministrazione, Svevia e Franconia, Federico I riuscì a reclutare un numero rilevante di nuove truppe tra i contadini liberi. Per governare i suoi possedimenti ricorse a uomini a lui devoti, i ministeriales. Per legarli maggiormente a se e al proprio casato, egli concesse loro dei piccoli feudi. Essi costituirono una nuova nobiltà fedele a colui che l’aveva innalzata a tale rango. Per poter meglio concretizzare i propri progetti di conquista in Italia, il Barbarossa con un’abile manovra diplomatica, restituì ai Welf i Ducato di Baviera. Al termine di questi preparativi, nel 1154 egli scese in Italia.

6.18 IL FALSO MITO DEI 'SECOLI BUI'

IL FALSO MITO DEI 'SECOLI BUI'
Autore: Nicola Marrone
 
I secoli successivi alla caduta dell’impero romano d’occidente conclusasi con la deposizione di Romolo Augustolo, detto l’Augustolino per via della sua giovanissima età, hanno portato la nomea di “secoli bui” fino alla scoperta del continente americano da parte di Cristoforo Colombo, evento che ha determinato la nascita dell’Età Moderna.
Nonostante gli studiosi abbiano marchiato erroneamente questo periodo storico facendolo passare in secondo piano rispetto ai restanti,la linea del tempo porta con sé una vastissima e preziosa quantità di eventi che hanno reso possibili innovazioni in campo agricolo,culturale e societario alla base dell’odierna società.
Sul profilo di vista artistico il medioevo presenta sul nascere il termine dell’arte paleocristiana con importanti costruzioni nel territorio romano e una non meno trascurabile presenza nei pressi di Ravenna dove spicca la figura della Basilica di Sant’Apollinare in Classe.
L’incontro tra la civiltà barbarica entrata di prepotenza nel territorio italico si scontra con una franca raffinatezza bizantina dando vita a correnti artistiche romaniche e gotiche.
Dal primo movimento artistico sono rimaste diverse opere,maggiormente diffuse in Italia ma con presenze registrate in Spagna, Francia, Germania e perfino nel Regno Unito, nella città di Durham, nei pressi della quale in epoca romana fù costruito l’Hadrian’s wall, cinte di mura innalzate per comando dell’imperatore Adriano al fine di scongiurare e proteggere i possedimenti britannici romani dalle invasioni dei popoli barbarici presenti nel territorio scozzese.
Ritroviamo in questo periodo artisti come Brioloto, Buscheto, Rainaldo,Wiligelmo (XI – XII secolo) Bonanno Piasano e Benedetto Antelami maggiori scultori italiani attivi tra i secoli XII e XIII.
Rimanendo in campo artistico sono seguite le influenze artistiche dell’arte gotica, nata in Francia per mano dell’abata Suger e diffusasi in tutta Italia tramite le abbazie cistercensi. La nascita del “comune” e la nascita con successiva ascesa della classe borghese caratterizzano la fase centrale del Medioevo.
Ogni signoria d’Italia ha trovato il proprio prestigio nell’imponete opera gotica territoriale. Costruzioni fondate sull’uso del arco a sesto acuto che ha permesso la maggior elevazione delle costruzioni tese a “raggiungere Dio”.
I vari Duomo di Milano, Siena ed Orvieto sono soltanto alcune della maggiori opere del periodo gotico in Italia.
I talenti di Nicola Pisano, Arnolfo di Cambio, Giovanni Pisano, Cimabue, Giotto, Duccio di Boninsegna , Simone Martini e Pietro Lorenzetti affiancati dai poeti delle scuole siciliana,toscana, stilnovista,personalità come Jacopone da Todi, Bonvesin da la Riva, Giacomo da Lentini, Guido Guinizzelli, Guido Cavalcanti, Brunetto Latini, Geoffrey Chaucer, Thomas Malory Cecco Angiolieri e dulcis in fundo Dante Alighieri sono soltanto una parte delle grandi figure culturali,artistiche ed intellettuali che portano in se le caratteristiche dell’epoca medievale di cui proprio lo stesso Dante è stato riconosciuto essere portatore della miglior sintesi di questo periodo, anni i quali han fatto nascere Francesco Petrarca che è stato ponte tra la fine medievale e la nascita del pensiero rinascimentale.
Celebre evento avvenuto nel 1087 è stata la traslazione delle ossa di San Nicola da Myra a Bari città di cui il santo è tutt’ora patrono e da sempre rende possibili i contatti tra il capoluogo pugliese e le alte cariche della Chiesa ortodossa.
Restando nel meridione notevole è stato il contributo che Federico II Barbarossa ha saputo fornire in questo territorio dalla costruzione del Castel del Monte fino all’istituzione dell’università,oltre ad aver culturalmente arricchito l’area italica grazie alle proprio esperienze di vita ed al suo bagaglio culturale molto vasto che racchiude in sé svariati campi del sapere dal linguistico fino alla falconeria.
Durante la fase acuta del medioevo circa dall’anno 1095 fino all’anno 1270 si ha il periodo delle crociate, fondamentali in ambito storico-politico e religioso.
Quest’arco di tempo contenente circa 1000 anni di storia fino a pochissimi anni fa era marchiato con il nomignolo “secoli bui”; avendo fatto una discreta e sintetica analisi degli avvenimenti che più hanno riguardato il nostro territorio credo di poter sradicare definitivamente dai libri di storia questo erroraccio vissuto per troppo tempo.

6.19 , IL VIAGGIO DEI FRATELLI VIVALDI

1291, IL VIAGGIO DEI FRATELLI VIVALDI
41 anni prima moriva Federico II di Svevia e, dopo do lui, anche Manfredi e Corradino decretando così la definitiva vittoria dei Guelfi in Italia, la dominazione Angioina, i Vespri siciliani che portano gli Aragonesi in Sicilia (1282).
Data importante nella storia perchè in quell'anno cadde San Giovanni d'Acri, ultima roccaforte cristiana in Terrasanta. Questo fatto, oltre all'avanzare dei Turchi ai danni dei Bizantini, spinse l'Europa cristiana alla ricerca di nuove vie di comunicazione con l'Oriente.
Anche se è vero che la pax mongolica rese più facili gli spostamenti via terra, è anche vero che essi rimanevano sempre più pericolosi e meno remunerativi di quelli via mare. Inoltre già si pensava a creare una linea diretta con l'Oriente senza la mediazione Araba, Turca o Mongola.
Insomma, l'Europa cristiana toccava il suo apice ma ancora non si accorgeva dei primi segnali di crisi che l'avrebbero portata alla crisi del Trecento e la peste nera. E' in questo contesto che i fratelli Vivaldi, Ugolino e Vadino, Teodisio Doria e circa trecento marinai, più due frati francescani, intrapresero il "folle volo".
Su due galee, l'Allegranza e la Sant'Antonio, si misero in cerca dell'Oriente tentando la stessa via che intrapresero, decenni più tardi, Cristoforo Colombo e i Portoghesi. Solo che gli ultimi due avevano delle tecnologie ben più adatte a effettuare un viaggio nell'Oceano Atlantico. Le galee erano navi ottime per il Mediterraneo, ma avendo lo scafo basso e i remi, erano inadatte per l'oceano.
Se si pensa poi che la bussola venne usata solo pochi anni più tardi (1303) ad Amalfi per merito di Flavio Gioia, si capisce quanto in anticipo coi tempi e quanto sfortunata fosse la loro impresa.
I Genovesi partirono dunque per una spedizione che avrebbe dovuto giungere "ad partes Indiae per mare oceanum" nel mese di maggio.
Fino alle Colonne d'Ercole tutto bene...dopo si hanno meno notizie e confuse.
Certo è che dopo Gozora (isole Canarie) si perdono le loro tracce.
C'è chi sostiene che abbiano tentato l'attraversamento dell'Atlantico, ma è più probabile che siano andati lungo la costa africana.
E' probabile che siano arrivati fino alle foci del fiume Senegal. Ma è da qui che iniziano a nascere supposizioni: alcune cronache del tardo medioevo dicono che una delle due navi sarebbe naufragata sulla costa africana, tra il Senegal e il Gambia, l'altra avrebbe preseguito fino alla città di Mena, in Etiopia, dove l'equipaggio sarebbe stato catturato dai sudditi del Prete Gianni.
Inoltre, in una lettera del 1455, un viaggiatore genovese afferma di aver incontrato in Africa, vicino al fiume Senegal, "gente della nostra stirpe". Il tale affermava di discendere dai superstiti di quel viaggio.
Comunque siano andate le cose è interessante notare alcune cose: che la rivalità con Venezia e la ricerca di nuove rotte commerciali, spinse quegli uomini a intraprendere un viaggio tanto affascinante e tanto pericoloso per l'epoca; inoltre, è probabile che questo viaggio sia stato una fonte di ispirazione per il Divin Poeta Dante Alighieri, che nel canto XXVI dell' Inferno compose la storia del viaggio di Ulisse oltre le Colonne d'Ercole.
Un viaggio definito da Dante "un folle volo", affascinante e folle allo stesso tempo, poichè, sia Ulisse, sia i fratelli Vivaldi e il Doria, tentarono un viaggio ben al di sopra delle loro possibilità.
 
Fonti citate:
-"le rane e lo stagno" ed. SEI di Gianluca Solfaroli Camillocci vol. 4; -La Divina Commedia - Inferno, di Dante Alighieri;
-Wikipedia

6.20 PUDORE E MERETRICIO NELL'ANTICA ROMA

PUDORE E MERETRICIO NELL'ANTICA ROMA
Autrice: Rosa Ventrella
 
Il rapporto che gli antichi Romani avevano con l’amore era piuttosto ambiguo: da una parte c’era l’istituzione del matrimonio, rispettato e protetto, dalle cui viscere nascevano i cives romani, dall’altra c’era l’amore passionale, quello che si consumava fuori dalle mura domestiche, quello dei rapporti occasionali, che alimentava le file della prostituzione
. I matrimoni, come ci dicono le copiose testimonianze, soprattutto della prima età imperiale, erano combinati già in tenera età. Dai 12 anni in poi le ragazze potevano sposarsi. La giovane, destinata a diventare moglie e madre, doveva contraddistinguersi per il suo pudore e per i suoi sani costumi. La vita della matrona doveva svolgersi prevalentemente entro le mura domestiche ed, ovviamente, doveva essere “ univira”, appartenere ad un unico uomo. I tradimenti erano puniti con estrema severità. Il reo macchiatosi di atti impuri con una donna sposata era sottoposto a pesanti punizioni corporali; taglio del naso, delle orecchie, evirazione erano solo alcune delle menomazioni che gli venivano inflitte.
L’amore coniugale era spesso piuttosto scarso sia per il rispetto dovuto alla mater familias, che doveva preservarsi honesta, sia per la frequente scarsa complicità sessuale tra i coniugi, dovuta ai matrimoni combinati. Fuori dal talamo nuziale il maschio romano poteva dare libero sfogo ai suoi più reconditi desideri. È qui che si inserisce il ruolo, anche sociale, della meretrix.
Nonostante la sua immagine fosse comunque macchiata di infamia, la sua utilità sociale era indiscussa: raccoglieva e incarnava le fantasie sessuali più proibite, salvaguardando così il pudore delle mogli e madri romane, per le quali era sconveniente dedicarsi a certe arti amatorie. La città era popolata di donne di malcostume, la cui lussuria superava ogni immaginazione! Le commedie di Plauto ci offrono una vasta casistica: nella commedia Truculentus la cortigiana Fronesio viene descritta come una prostituta rapace e insaziabile, ma tante sono le storie che vedono invischiati servi e lenoni con le loro cortigiane. Anche nel Satyricon Petronio ci racconta che Encolpio, persosi per le vie di Roma, viene accompagnato direttamente in un bordello da una vecchietta a cui aveva chiesto indicazioni per ritrovare la strada! L’atto amoroso poteva essere consumato ovunque. I luoghi per eccellenza del meretricio erano i lupanara ( delle vere e proprie case chiuse). Se ne contavano a decine per la città. Nella sola Pompei gli scavi archeologici hanno fatto rinvenire diversi luoghi adibiti a questo uso, tra i più notevoli il lupanare di Africano e Vittore, che con i suoi innumerevoli affreschi erotici delinea un quadro preciso di ciò che avveniva al suo interno. I bordelli divennero anche una fonte di introito per lo Stato perché, a partire dal IV secolo d. C. con Costantino, prostitute o tenutari dei bordelli, dovevano versare un’imposta chiamata “collatio lustralis”, perché si pagava inizialmente ogni cinque anni. Un esempio simile si era avuto in precedenza con Caligola, il quale, oltre a farsi pagare dalle prostitute, aveva anche aperto un grande lupanare nel suo palazzo, nel quale si prostituivano donne e uomini del ceto senatorio. La nefandezza dei costumi romani stava raggiungendo il culmine. Qualsiasi luogo chiuso o all’aperto però poteva andar bene per soddisfare gli appetiti del maschio romano e i siti della prostituzione spesso davano il nome a colei che esercitava il mestiere. La fornicatrix, per esempio, la fornicatrice, si prostituiva sotto le volte (fornices) di circhi, ponti, ippodromi; ancor più di infimo rango quelle che si concedevano ai crocicchi delle strade o nelle zone accanto ai sepolcri, come la via Appia a Roma, le bustuariae, che si vendevano tra le tombe. La meretrix in senso stretto, invece, era più simile alla cortigiana greca e poteva essere esperta di musica, danza, a volte anche di poesia. La prostituta veniva chiamata anche lupa, da cui il termine lupanare, colei che aveva nutrito Romolo e Remo, Acca Larenzia, una prostituta rurale. Il primo re di Roma fu allevato quindi da una prostituta e questo ci dà l’idea di quanto fosse una realtà radicata nella cultura stessa della Roma antica. Una cura particolare, allora come oggi, veniva data ovviamente all’aspetto fisico che doveva attrarre i clienti. Le prostitute avevano però l’obbligo di non indossare le vesti tipiche della matrona, che portavano la stola, ma dovevano vestire con la toga, un tipico abito maschile, sinonimo dell’emancipazione sessuale che le caratterizzava, avvicinandole così al sesso maschile. Più le prostitute erano di alto rango più potevano permettersi abiti raffinati, spesso leggeri e trasparenti, molto colorati, per mostrare le fattezze del corpo. Molto usati ovviamente anche trucco e parrucche. Un problema legato alla pratica della prostituzione era quello delle gravidanze indesiderate. Le donne romane ricorrevano spesso alla pratica dell’aborto, anche perché i metodi utilizzati per il controllo delle nascite erano del tutto inefficaci, alcuni legati più che altro alla sfera della superstizione. Gli “esperti” consigliavano spesso di applicare come agente contraccettivo della lana con unguenti. Si riteneva che anche il pepe nero, applicato dopo il rapporto amoroso sul collo dell’utero , potesse impedire il concepimento. Dinanzi a rimedi di questo tipo molte donne, non solo prostitute, praticavano purtroppo all’infanticidio; la gravità della situazione rese necessario l’intervento dello Stato, con la Lex Cornelia, con cui si puniva con la deportazione e la confisca dei beni coloro che ricorrevano all’aborto. L’ altra alternativa era ovviamente l’abbandono dei bambini appena nati. Altro grosso dramma legato alla diffusissima pratica della prostituzione era la notevole diffusione di malattie veneree. Non si conoscono infatti interventi sanitari di controllo su questi ambienti. Le prostitute curavano l’igiene intima con dell’acqua dopo i rapporti ma chiaramente questo non era un rimedio alla diffusione delle malattie. Le testimonianze dell’epoca parlano di sifilide, gonorrea, scolo. Questo tuttavia non fermò la passione inarrestabile degli antichi romani per la prostituzione. Il fenomeno andò assumendo con il tempo proporzioni enormi; sogni e desideri proibiti, prestazioni inconsuete, rendevano la meretrice appetibile agli occhi di qualsiasi maschio romano, senza distinzione di ceto alcuna.

6.21 MARE NOSTRUM. LE FONDAMENTA MEDITERRANEE DELLA NOSTRA CIVILTĄ E IL RUOLO DI ROMA

MARE NOSTRUM. LE FONDAMENTA MEDITERRANEE DELLA NOSTRA CIVILTÀ E IL RUOLO DI ROMA
di Domenico Carro
 
I. Una fucina di civiltà
Esiste, sul nostro azzurro Pianeta, un ampio specchio d’acqua talmente privilegiato dalla Natura, da costituire un unicum inimitabile ed irriproducibile. In esso convergono infatti molteplici fattori estremamente favorevoli, quali la centralità geografica rispetto ai tre continenti del vecchio mondo, la mitezza del clima, il tepore delle sue acque, la splendida bellezza e la generosità delle sue coste, nonchè la gioia di vivere, la versatilità individuale e la ricchezza spirituale delle popolazioni rivierasche.
Che questa sia la reale essenza e l’assoluta specificità del Mediterraneo, lo dimostrano non solo l’analisi del presente, ma innanzi tutto l’immenso patrimonio storico e culturale accumulatosi negli ultimi tre millenni in questa laboriosa fucina di civiltà
. È infatti sulle sponde di questo mare che sono sbocciate, sono fiorite e si sono confrontate tutte le grandi civiltà dell’antichità classica: dalle più remote e misteriose, all’intraprendenza navale dei Fenici, alla grandiosità degli Egizi, all’industriosità terrestre e marittima degli Etruschi e dei Cartaginesi, alla poliedricità del mondo ellenico che seppe raggiungere le più elevate espressioni del pensiero umano e produrre forme artistiche di insuperata bellezza.
 
II. L’affermazione di Roma
In quello scenario composito e variegato, in cui tutte le popolazioni rivierasche erano strettamente collegate dal commercio marittimo, ma erano allo stesso tempo divise e lacerate da gelosie, rivalità e reiterati conflitti armati, si affermò progressivamente un piccolo popolo collocato nel Mediterraneo centrale, non lontano dalla foce del Tevere.
Pur non avendo nè la costituzione fisica dei feroci guerrieri barbari, nè la potenza numerica degli sterminati eserciti orientali, nè le tradizioni marinare dei Punici, nè la perizia strategica degli Elleni, nè forze armate permanenti e professionali come ogni potenza militare, nè una gestione unitaria del potere come le grandi monarchie e gli altri Stati con un governo assoluto, nè un preventivo disegno espansionista come molti dei propri antagonisti, i Romani sempre vollero difendere fieramente la propria città ed i relativi interessi vitali, nonchè quelli dei propri alleati. Così procedendo, ed imponendosi costantemente di rispettare i trattati sottoscritti, di onorare ogni altro impegno liberamente assunto e di salvaguardare il rispetto della legalità nelle relazioni internazionali, essi furono naturalmente portati ad estendere la propria sfera d’influenza su tutta l’Italia ed oltremare, fino ad interessare tutti i litorali bagnati dal Mediterraneo.
Vennero certamente commesse, da parte dei Romani, anche delle azioni arbitrarie e delle illegalità; ma queste furono il frutto della grettezza o della rapacità di singoli individui (alcuni di essi presero le armi perfino contro la stessa Roma) e non possono in alcun modo suffragare una deliberata volontà di sopraffazione da parte del Senato e del popolo di Roma. È peraltro piuttosto evidente che gli stessi Romani non mancarono mai di condannare ogni decisione che non fosse coerente con il loro connaturato senso dell’equità naturale e della lealtà.(le divine Aequitas e Fides).
 
III. La sicurezza del Mediterraneo.
Prima dell’affermazione di Roma, il Mediterraneo era teatro del confronto di tutte le potenze marittime rivierasche, che vi si ritagliavano delle proprie aree di dominio esclusivo controllate dalle flotte da guerra e regolate da appositi trattati navali [1]. Nel bacino occidentale operavano soprattutto Cartagine, Marsiglia, gli stati dell’Etruria e le marinerie della Campania; nello Ionio, Taranto e Siracusa; nel Mediterraneo orientale e mar Nero, Rodi, i regni di Pergamo, di Macedonia, del Ponto, di Siria e d’Egitto, e una moltitudine di altre città elleniche.
Il commercio marittimo, già fortemente condizionato dai vincoli e divieti presenti nelle varie aree controllate dalle predette potenze e dai rischi derivanti dalle situazioni di conflitto in atto sui mari, era anche soggetto al depredamento da parte dei pirati che infestavano tutte le acque in cui potevano impunemente condurre i loro lucrosi agguati.
I Romani ebbero fin dai primi anni della Repubblica la necessità di avvalersi del commercio marittimo (il detto Navigare necesse est si riferiva proprio l’ineludibilità della navigazione per soddisfare, innanzi tutto, le esigenze vitali dell’Urbe [2]); essi si trovarono pertanto a confrontarsi sul mare sia con le maggiori potenze navali del Mediterraneo, sia con i pirati. Per quanto concerne, in particolare, quest’ultima insidiosa minaccia, essi sperimentarono - fra il IV ed il I secolo a.C. - delle incursioni condotte da navi delle isole Lipari, di alcuni tiranni della Sicilia, di Anzio, di Calcide, di Sparta, di flotte al soldo dei re Filippo V di Macedonia ed Antioco III il Grande di Siria, di Cefalonia, degli Illiri, dei Liguri, delle isole Baleari, di Creta e della Cilicia [3]. Essi si impegnarono ogni volta per far cessare quelle illegalità, anche se, nel caso della pirateria Cilicia - che aveva infestato tutto il Mediterraneo -, furono costretti a condurre una lunga ed onerosa serie di operazioni navali dai risultati effimeri. Ma anche questa minaccia venne infine completamente rimossa in seguito alla sbalorditiva guerra piratica condotta nel 67 a.C. da Pompeo Magno, che riuscì a rastrellare con 500 navi l’intero bacino del Mediterraneo ed a liberarlo del tutto da quella piaga [4].
La sicurezza del mare venne poi definitivamente assicurata dalle vittorie navali riportate da Marco Agrippa, ammiraglio di Ottaviano, contro le nuove flotte piratiche di Sesto Pompeo e contro la flotta della coalizione orientale diretta da Antonio e Cleopatra (Azio, 2 settembre 31 a.C.).
 
IV. La Pax Augusta
Con la vittoria navale di Azio ed il successivo sbarco in Egitto, Roma aveva dunque completato sia la rimozione di ogni minaccia navale, sia la propria espansione su tutte le rive del Mediterraneo. Ottaviano Augusto ebbe il grande merito storico di comprendere che il neonato Impero aveva a quel punto già raggiunto la sua estensione ottimale, e che ogni sforzo sul piano militare doveva essere limitato alla sola esigenza di salvaguardia della sicurezza dell’Impero stesso, fermi restando i suoi confini.
Venne in tal modo ad instaurarsi la Pax Augusta - poi detta Pax Romana [5] (talvolta con significato arbitrariamente alterato) -, cioè quella situazione di stabilità e di sicurezza che favorì la prosperità di tutte le popolazioni dell’Impero. Essa venne basata sulla maestà di Roma, sull’applicazione delle sue leggi, su di una ramificata struttura amministrativa, su di una fitta ed efficiente rete di comunicazioni terrestri e marittime, nonchè su di un apparato militare divenuto permanente, ma che comunque rimase strettamente commisurato all’entità dei maggiori fattori di rischio. Le legioni, di consistenza piuttosto esigua a fronte della sterminata estensione dell’Impero, vennero prevalentemente schierate ai più lontani confini terrestri. Le flotte vennero stanziate in poche basi navali stabilmente costituite, con saltuari rischieramenti di qualche gruppo navale nei porti delle aree più periferiche: esse assicurarono, con la loro silenziosa operosità [6], il mantenimento di condizioni di massima sicurezza nel mare Mediterraneo, interamente posto - per la prima e unica volta nella storia - sotto la piena sovranità di un solo Stato. Questa situazione straordinaria, che si protrasse per oltre quattro secoli, risultò vantaggiosa per tutte le popolazioni rivierasche, poichè ad esse vennero progressivamente estesi i benefici della cittadinanza romana, e tutti furono parimenti garantiti dalle leggi di Roma.
 
V. Il mare proprietà di tutti
Per quanto concerne, in particolare, il regime del mare, Roma - indiscussa maestra del Diritto – sancì la libertà di utilizzo del mare in qualsiasi modo, purchè non venissero lesi dei diritti altrui. Ciò venne basato sul convincimento che il mare rientrasse nel novero delle res communes omnium, cioè nella categoria dei beni che appartengono a tutti e che possono pertanto essere liberamente utilizzati da chiunque. Si trattava di un principio profondamente radicato fra i Romani, tanto da essere ripetuto dai maggiori scrittori latini - come Plauto (il mare è di tutti [7]), Cicerone (sono resi disponibili dalla Natura, per il comune vantaggio degli uomini: l’aria per i vivi, la terra per i morti, il mare per i naviganti e le rive del mare per i naufraghi [8]), Virgilio (l’acqua e l’aria libere per tutti [9]) ed Ovidio (a nessuno venne data, dalla natura, la proprietà del sole, dell’aria e delle onde del mare [10]) - oltre ad essere oggetto di precise norme di legge, che vennero poi in buona parte trascritte nelle monumentali raccolte (Codice, Istituzioni e Digesto) volute dall’imperatore Giustiniano (secondo il diritto naturale, sono comuni a tutti: l’aria, l’acqua corrente e il mare, e per conseguenza le spiagge del mare [11]).
Il principio generale di libero utilizzo del mare includeva naturalmente anche la libertà di sfruttamento delle risorse marine. Il più comune campo di applicazione di tale libertà era, a quei tempi, quello della pesca (è stato più volte decretato che non si possa impedire ad alcuno di pescare [12]), attività fiorente in tutte le acque del Mediterraneo, come ci viene confermato, fra l’altro, dalle infinite illustrazioni di placide scene di pesca negli affreschi e nei mosaici presenti su tutte le rive del bacino. Altre applicazioni erano relative all’utilizzo della stessa acqua del mare, per uso medico, per esigenze culinarie o nella realizzazione di ardite ed ingegnose strutture costiere per l’allevamento dei pesci e dei crostacei marini (come le celebri piscine di Lucullo ed i molti altri analoghi vivai sparsi un pò ovunque [13]).
 
VI. La libertà di navigazione
Se la possibilità di sfruttare liberamente le risorse del mare costituiva già un importante fattore di benessere per tutte le popolazioni rivierasche (la fauna marina era ovunque molto ricercata, e veniva pagata profumatamente), ben più importanti ricadute vennero conseguite dalla legislazione romana per aver sancito - con il principio del libero utilizzo del mare - anche e soprattutto il principio basilare della libertà di navigazione.
Non si trattava certo, a quei tempi, di una scontata banalità. Prima di allora, al contrario, ogni nazione vincitrice non mancava di privilegiare il proprio commercio marittimo imponendo severi vincoli a quello della nazione vinta; ed anche Roma si era sistematicamente avvalsa di quella facoltà nel corso della sua espansione transmarina. Ma quando i Romani ebbero acquisito su tutto il Mediterraneo la più assoluta forma di dominio del mare che sia mai stata concepita (cioè non solo il controllo, la dissuasione o l’interdizione, ma l’effettiva sottomissione dell’intero mare alla propria legge), la stessa legge di Roma garantì la libertà di navigazione, rendendo operante a favore di tutti il criterio di salvaguardia dell’interesse comune; ed anche tale criterio era caro ai Romani, come ci hanno tramandato molti scrittori latini, fra cui il filosofo Seneca che accenna con somma semplicità proprio alla navigazione marittima (l’apertura del mare al traffico era di comune utilità [14]). L’identica libertààdi navigazione era peraltro riconosciuta anche su tutti i fiumi [15]: chi era cresciuto sulle sponde dell’antico Tevere non poteva ignorare che tali vie d’acqua sono una naturale prosecuzione delle rotte marittime.
I Romani, inoltre, essendo sempre molto sensibili ai problemi dei rifornimenti alimentari vitali (i cereali, in particolare) - a cui essi riservavano, fin dai primi tempi della Repubblica, ogni possibile cura attraverso l’efficiente organizzazione dell’annona - esentarono da qualsiasi imposta i naviganti che trasportavano specie annonarie, prevedendo anche una multa particolarmente salata (dieci libbre - cioè oltre 3 kg – d’oro) per chi avesse provato a molestarli [16].
 
VII. Le costruzioni navali
Nelle costruzioni navali i Romani seppero riversare tutta la loro maestria di edificatori di opere rispondenti ed affidabili, con l’applicazione di tecniche sofisticate ed innovative nei campi dell’architettura navale (fra l’altro, le perfette unioni ad incastro ed un sorprendente rivestimento metallico degli scafi), della meccanica (ruote dentate, piattaforme girevoli, ecc.), dell’idraulica (tubazioni, valvole e pompe) e dell’attrezzatura marinaresca (bozzelli, carrucole, timoni ed un’ancora di ferro a ceppo mobile, simile a quella che la Marina britannica volle in epoca moderna brevettare con il presuntuoso nome di ancora dell’Ammiragliato). Tutto questo ci è noto da quando vennero direttamente esaminati e minuziosamente analizzati [17] gli scafi e gli accessori delle due gigantesche navi recuperate nel lago di Nemi negli anni 1928-31 (e poi purtroppo incendiate durante la guerra). Peraltro, appare oggi abbastanza chiaro che le tecniche usate per quei due stupefacenti colossi non erano una eccezione, giacchè delle analoghe soluzioni vengono ora ritrovate anche su qualche scafo minore esaminato negli anni più recenti con i più accurati accorgimenti consentiti dall’archeologia subacquea.
L’ingegneria navale romana - che aveva costituito ad Ostia (nello storico centro di affari del porto marittimo dell’Urbe) la propria potente corporazione dei fabri navales - seppe quindi incrementare le capacità dei cantieri, ponendoli in condizione di fornire dei prodotti di elevata qualità ed in linea con i migliori canoni dell’arte marinaresca.
Avvalendosi di tali capacità, ed al fine di conseguire il più intensivo interscambio fra tutte le rive del Mediterraneo, i Romani diedero un vigoroso impulso alle costruzioni navali, sviluppando una flotta mercantile di dimensioni sbalorditive. Il creare e mantenere questa flotta fu la più grande impresa marittima di Roma; allo stesso tempo essa servì egregiamente come un efficiente servizio passeggeri e trasporti. ... furono i Romani che idearono questo tipo di flotta e fu il loro spirito organizzativo che rimase alla base della sua organizzazione ed amministrazione. Per ritrovare uguale grandezza di navi e volume di carico dobbiamo arrivare alla compagnia delle Indie Orientali dell’inizio del sec. XIX [18].
 
VIII. Le opere marittime
Un altro importante campo d’azione del fervore organizzativo dei Romani, e della loro concretezza in fase di realizzazione, fu senz’altro quello delle opere marittime, anch’esse intese ad incrementare la consistenza, l’efficienza e la sicurezza delle linee di comunicazioni marittime.
Vennero allestiti numerosi nuovi porti, potenziati quelli esistenti e resi tutti più sicuri con la costruzione di estese dighe foranee. Queste opere sono oggi molto ben conosciute per le numerose testimonianze rilevabili su tutte le coste del Mediterraneo: sulla terraferma, nei casi dei porti che nel corso dei secoli si sono insabbiati, o sui fondali marini, laddove si è verificato un fenomeno inverso, oppure - in qualche caso - ancora in sito, essendo state solo ricoperte da successive aggiunte di materiali [19]. Esse dimostrano un’eccellente capacità progettuale - che tiene perfettamente conto dei fenomeni meteorologici locali - e la sicura rispondenza delle tecniche romane di costruzione di opere di calcestruzzo in acqua [20]. Parimenti rispondenti si presentano tutte le altre strutture portuali, quali le banchine - robuste, accuratamente pavimentate e dotate di anelli per i cavi d’ormeggio -, gli ampi magazzini, le torri per il controllo del traffico, i fari per l’ingresso notturno, ecc. (vedasi, ad esempio, il porto di Leptis Magna).
Le maggiori risorse vennero ovviamente dedicate alla realizzazione del grandioso complesso portuale della città di Roma, affiancando all’originario porto di Ostia, i due vasti porti imperiali di Claudio e di Traiano, i cui splendidi resti sono ora in buona parte visitabili nei pressi dell’aeroporto internazionale Leonardo da Vinci di Fiumicino.
A beneficio della sicurezza della navigazione, inoltre, i Romani realizzarono una vera e propria rete di fari disseminati su punti cospicui, integrando in tale rete anche i pochi fari precedentemente esistenti (incluso l’antesignano faro di Alessandria, celebrato fra le meraviglie del mondo). Il più noto dei fari romani divenne inevitabilmente il grande faro del Porto di Roma (eretto dall’imperatore Claudio), poichè orientava la rotta dei naviganti verso la meta che veniva universalmente considerata il centro del mondo.
 
IX. Il Mare Nostrum e la civiltà romana
L’impulso conferito dai Romani allo sviluppo della navigazione marittima conseguì nel Mediterraneo dei risultati straordinari. Roma, infatti, con il complesso dei provvedimenti precedentemente illustrati, riuscì a fare di quell’ampio e bellicoso mare un placido lago interno brulicante di vita, di traffici commerciali e di ogni genere di altre attività marittime, come pesca, viaggi e diporto. A questo proposito, Publio Elio Aristide (II secolo d.C.) poteva scrivere, parlando di Roma e del suo grande porto marittimo: Il mare Mediterraneo come una cintura cinge il centro del mondo ... E così numerose approdano qui le navi mercantili, in tutte le stagioni, ad ogni mutare di costellazioni, cariche di ogni sorta di mercanzie, che l’Urbe si può paragonare al grande emporio generale della terra. ... Partenze ed arrivi di navi si susseguono senza sosta; c’è da meravigliarsi che non nel porto ma nel mare ci sia abbastanza posto per tutte le navi mercantili [21].
La facilità delle comunicazioni marittime fra tutte le rive del Mediterraneo favorì la romanizzazione dell’Impero, che non fu una monotona riproduzione stereotipata della matrice con gli usi e costumi dei Romani, ma un ampio e complesso fenomeno di osmosi che consentì il reciproco arricchimento delle varie popolazioni. Anche se il latino era la lingua ufficiale dello Stato e veniva progressivamente adottato in tutto l’Occidente, Roma non impose a nessun popolo l’abbandono del proprio idioma: si trovano tuttora sulle rovine romane del nord-Africa delle scritte bilingui, in latino ed in punico (la lingua del peggiore nemico che Roma avesse mai avuto); per l’intera durata dell’Impero, inoltre, tutta la metà orientale del Mediterraneo ha sempre continuato a parlare greco. Per contro, proprio in Roma (che in origine si era alimentata della cultura etrusca e di quelle delle altre popolazioni d’Italia) permaneva una costante propensione ad assorbire tutte le novità che le pervenivano dalle varie parti dell’Impero: dalla cultura ellenica alle suggestioni dell’Oriente, passando attraverso l’immissione di idee, prodotti, abitudini, mode, filosofie, culti e superstizioni di tutte le popolazioni del Mediterraneo.
In quel mondo cosmopolito, multietnico, multirazziale e multilingue, tutti divennero Romani e tutti furono posti in condizione di contribuire all’arricchimento culturale ed alla gestione della cosa pubblica, senza preclusioni, fino a raggiungere le più alte cariche politiche, amministrative o militari, in ambito locale o a livello centrale. Gli stessi Imperatori vennero generati da tutte le rive del Mediterraneo: dalla penisola iberica (Traiano, Adriano, Teodosio) a quella balcanica (Aureliano, Probo, Caro, Diocleziano, Costantino, Giuliano, ecc.), dall’Africa (Settimio Severo, Clodio Albino, Macrino) al Medio Oriente (Eliogabalo, Alessandro Severo, Filippo l’Arabo).
In definitiva, quando si parla di Civiltà Romana, occorre necessariamente riferirsi all’insieme dei valori che hanno governato e reso grande l’Impero di Roma, valori che riflettono ampiamente i contributi provenienti da tutte le rive di questo grande mare interno che tutto il mondo romano chiamò, a giusto titolo, Mare Nostrum.
 
X. L’eredità di Roma
Oggigiorno, nonostante il lungo tempo trascorso, non èèdifficile riconoscere che un’ampia parte dei valori fondamentali che danno sostanza alla cultura occidentale affonda le proprie radici in quel pragmatico sincretismo mediterraneo che accompagnò lo sviluppo e l’affermazione della Civiltà Romana. Inoltre, nonostante i vasti fenomeni migratori che, negli scorsi secoli, si sono sviluppati nel Mediterraneo - mutandone sensibilmente la fisionomia generale -, la stessa Civiltà Romana ha lasciato splendide tracce presso tutte le Nazioni rivierasche, permanendo anche, in qualche misura, nel DNA delle relative popolazioni, come un inalienabile patrimonio genetico comune all’intero bacino.
Quanto al Mare Nostrum, esso è stato per tutto questo tempo, sia il teatro delle rivalità e dei cruenti scontri che hanno progressivamente portato le varie Nazioni rivierasche a raggiungere il loro attuale assetto, sia una palestra per l’affermazione di potenza di svariate Nazioni non mediterranee. La fine della guerra fredda ha certamente consentito una certa sdrammatizzazione della situazione, anche se permangono dei latenti fattori di rischio che consigliano di non allentare la vigilanza.
Vi è tuttavia, nello scenario odierno, un incoraggiante elemento di novità: i popoli rivieraschi paiono ora prevalentemente orientati ad accantonare i feroci rancori legati alle precedenti conflittualità e, pur senza nulla rinnegare del passato (da ciascuno giustamente onorato, in quanto parte del proprio patrimonio nazionale), tendono a mantenere un atteggiamento di maggiore attenzione e rispetto nei confronti delle altre Nazioni, ed a privilegiare le occasioni di reciproca cooperazione rispetto alle sterili logiche della contrapposizione ad oltranza. È peraltro presumibile che tale tendenza, in un mondo sempre più strettamente interconnesso dalle comunicazioni e dall’economia, abbia la possibilità di consolidarsi ulteriormente.
In questa prospettiva, il riferimento all’eredità di Roma può favorire lo sviluppo di una più adeguata valorizzazione degli elementi mediterranei della cultura occidentale, rafforzando nel contempo la comune consapevolezza della necessità di salvaguardare il Mare Nostrum con l’apporto di tutte le Nazioni bagnate da questo antichissimo ed incantevole mare.
 
 
 
Note
[ 1] Polyb., III, 22-26; App., Samn. 7;
[ 2] Plut., Pomp. 50;
[ 3] Per le Lipari: Liv., V, 28; per i tiranni di Sicilia: Liv., VII, 25-26; per Anzio: Liv., VIII, 12-14; per Calcide: Liv., XXXI, 22; per Sparta: Liv., XXXIV, 32; per Filippo: Diod., XXVIII, 1; per Antioco: Liv., XXXVII, 21; per Cefalonia: Liv., XXXVII, 13; per gli Illiri: Polyb., II, 8 e Liv., XL, 42; per i Liguri: Plut., Aem. P. 6 e Liv., XL, 28; per le Baleari: Flor., I, 43 e Strabo., III, 5, 1; per Creta: Flor., I, 42, Plut., Pomp. 29 e Dio. C., XXXVI, 17-19; per i Cilici: nota successiva;
[ 4] Plut., Pomp. 24-28; App., Mithr. 92-96; Dio. C., XXXVI, 20-37; Flor., I, 41; Vell., II, 31-32; ecc.
[ 5] Sen., De prov. IV, 14;
[ 6] Michel Reddè, Mare Nostrum - Les infrastructures, le dispositif et l’histoire de la Marine Militaire sous l’Empire Romain, École Française de Rome, Roma, 1986;
[ 7] Plaut., Rud. IV,3, 35;
[ 8] Cic., De off. I, 16 e Pro Sex. Rosc. Am. XXVI, 72 ;
[ 9] Verg., Aen. VII, 229-230;
[10] Ovid., Met. VI, 349-351;
[11] Ius., Ist. II, 1;
[12] Ius., Dig. 47,10;
[13] Colum., De r. r. VIII, 16; Plin., Nat. hist. IX, 79-80; Val. Max., IX,1,1; Varro., De r. r. III,2,17 e III,3,10; Vell., II,33,4 ;
[14] Sen., De benef. IV, 28;
[15] Ius., Ist. II, 4;
[16] Ius., Cod. XI, I,3;
[17] Guido Ucelli, Le Navi di Nemi, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 1983;
[18] Lionel Casson, Navi e marinai dell’antichità, Mursia, Milano, 1976 (titolo originale: The Ancient Mariners; traduzione dall’inglese di Clelia Boero Piga);
[19] Enrico Felici, Anzio: un porto per Nerone, da Archeologia viva n. 52 (lug/ago 1995), estratto messo in linea su Internet da ASSONET - Archeologia Subacquea, dicembre 1997;
[20] Vitr., V,12;
[21] Arist., 11-13; da Elio Aristide - In Gloria di Roma, introduzione, traduzione e commento a cura di Luigia Achilleia Stella, Edizioni Roma, Roma, Anno XVIII (1940);
 
 
Testo tratto dal sito Roma Aeterna http://www.romaeterna.org/, per gentile concessione dell’autore, Amm. Domenico Carro. Ne è vietata la riproduzione, anche parziale, senza l’assenso scritto di chi ne detiene la proprietà letteraria (copyright). Eventuali richieste di riproduzione vanno inoltrate direttamente al titolare del predetto sito.

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