Bollettino a diffusione interna a cura di RG
Quaderni Giorgiani 303
QGL303 - Anunnaki
 
appunti personali
Indice:
1 cibele
       1.1 CIBELE
       1.2 I Misteri di Cibele e Attis. La storia: dal mito delle origini alla romanizzazione del culto
       1.3 CIBELE – INFORMAZIONI GENERALI
       1.4 Cibele
       1.5 Cibele, la madre di tutti gli Dei
       1.6 i 7 veli di iside la nera
       1.7 i simboli della luna e del sole
       1.8 le misteriose pietre degli dei
       1.9 ai-khanoum: signora della luna
2 Varie di Legnano
       2.1 La chiesa della Purificazione (oggi S. Rita) per tre secoli utilizzata come Parrocchia
       2.2 Questo è l'elenco delle vittorie al Palio di Legnano.
 
 
 
cibele
 
CIBELE
 
Galleria delle Dee - Incontrare le Dee attraverso storia, mito, immagini e racconti 
 
Madre degli Dei immortali,
Lei prepara un carro veloce, tirato da leoni uccisori di tori:
Lei che maneggia lo scettro sul rinomato bastone,
Lei dai tanti nomi, l'Onorata!
Tu occupasti il Trono Centrale del Cosmo,
e cosi' della Terra, mentre Tu provvedevi a cibi delicati!
Attraverso Te c'è stata portata la razza degli essere immortali e mortali!
Grazie a Te, i fiumi e l'intero mare sono governati!
Vai al banchetto, O Altissima! Deliziante con tamburi, Tamer di tutti, Savia dei Frigi, Compagna di Kronos, Figlia d'Urano, l'Antica, Genitrice di Vita, Amante Instancabile,  Gioconda, gratificata con atti di pietà!
Dea generosa dell'Ida, Tu, Madre di Dei,
Che porta la delizia a Dindyma e nelle città turrite  e nei leoni aggiogati in coppie, ora guidami negli anni a venire!
Dea, rendi questo segno benigno!
Cammina accanto a me con il Tuo passo grazioso!
 
Virgilio - Eneide - preghiera di Enea
 
La grande Dea anatolica
Dea creatrice che ha dato origine all’intero universo* senza bisogno di intervento maschile, vergine inviolata e tuttavia madre degli dei. La grande dea anatolica si manifestava nella dura sostanza della roccia e si riteneva fosse caduta dal cielo sotto forma di una Pietra nera.
Sul confine occidentale della Paflagonia c’era una scogliera deserta che si chiamava Agdo e Cibele vi veniva adorata sotto forma di una pietra nera.
La leggenda narra che Zeus era innamorato di Cibele ma invano cercava di unirsi alla dea e nell'angoscia di una notte d'incubo, mentre la sognava ardentemente, il suo seme schizzò sulla pietra generando l'ermafrodito Agdistis. Questi era malvagio e violento, con le sue continue prepotenze aveva già maltrattato tutti gli dei. Sicché Dioniso, giunto all’esasperazione, volle vendicarsi e architettò ai suoi danni uno scherzo atroce. Gli portò in dono dell'ottimo vino e lo accompagnò a bere in cima a un grande albero di melograno, finché Agdistis si addormentò ubriaco fradicio in bilico su un ramo. Pian piano con una cordicella Dioniso gli legò i genitali al ramo e, sceso in terra, scosse l'albero con tutta la sua forza. Nel brusco risveglio il malcapitato precipitò strappandosi di netto il prezioso organo: così Agdistis morì dissanguato mentre il suo sangue lavava il melograno e lo faceva rifiorire rigoglioso e stupendo e carico di succosi magici frutti. La ninfa del Sangario, il fiume che scorreva nelle vicinanze, sfiorò con la sua pelle vellutata uno di quei frutti e rimase incinta di un dio.
Fu così generato Attis il bello, il grande amore di Cibele. La Signora delle fiere suonava la lira in suo onore e lo teneva perennemente occupato in voluttuosi amplessi. Ma, ingrato e irriconoscente, Attis volle abbandonare quelle gioie celesti e se ne fuggì via per vagare sulla terra alla ricerca di un'altra donna. Cibele sapeva bene che nessuna infedeltà avrebbe potuto sfuggire alla sua vista onnipotente e, trainata dai leoni, lo sorvegliava dall'alto del suo carro. Colse così Attis mentre giaceva spensieratamente con una donna terrena, convinto che le fronde di un alto pino fossero sufficienti a nascondere il suo tradimento. Vistosi scoperto, Attis fu assalito da un rimorso tormentoso e implacabile, finché all'ombra del pino si evirò.
 
 
 
La castrazione divina
L’immagine dell’ape regina, che durante l’atto nuziale effettua la castrazione del fuco, incarna l’essenza del mito classico su Cibele. Presso gli Ittiti, Kumarbi stacca con un morso i genitali del dio del cielo Anu, ne inghiotte una parte dello sperma e sputa il resto contro la roccia, ove si genera una bellissima dea. Benché argomento apparentemente peregrino, la castrazione è un tema mitico universalmente diffuso e si collega al nucleo della trasmissione del potere regale cui si è alimentata tanto la tradizione egiziana (Osiride) che quella Greca (con Urano).
Il culto
Cibele era la grande madre di tutti i viventi, protettrice della fecondità, signora degli animali selvatici e della natura selvaggia, attraversava le foreste montane su un cocchio tirato da leoni, accompagnata dal corteo orgiastico dei coribanti.
 
Era anche una divinità poliade, fondatrice di città e patrona del suo popolo in pace e in guerra, aveva anche caratteri oracolari.
Il suo culto,che aveva il centro principale in Pessinunte, in Asia minore, era in   origine di carattere nettamente orgiastico, con danze sfrenate al suono di flauti, timpani e cembali ed estasi deliranti, durante le quali i galli, suoi sacerdoti servitori,  si flagellavano e arrivavano a autoevirarsi. In seguito il suo culto passo in Grecia e specialmente a Creta, sotto il nome di Rea. Sotto l'influenza greca, questo culto perse molte delle sue caratteristiche barbariche, che riaffiorarono in epoca ellenistica.
A Roma ella fu venerata a partire dal 205 a. c.  come simbolo di fecondita’.
I suoi scerdoti si chiamavano Galli nella Galizia, Coribanti nella Frigia, Dattili Idei nella Troade e Cureti a Creta. In suo onore furono incisi  svariati fregi e solchi su marmo quale atto per ridestare l’insita sua presenza. Santuari imponenti le venivano dedicati in posti inaccessibili, ricavandoli nelle pareti a picco mille metri sul mare. Il suo misterioso culto ctonio era praticato nelle fenditure della montagna, entro nicchie e gallerie. Talora l’apertura era un lontano punto visibile su un dirupo, tal altra corrispondeva al punto più alto di un’acropoli: era l’ingresso a tunnels scavati interamente nella roccia con gradinate discendenti nelle viscere della montagna, ad andamento elicoidale e senza sbocco. Ieratica in trono, Cibele riceve gli omaggi delle processioni che avanzano al ritmo frenetico di timpani, cembali, flauti e tamburi.         
Porta sul capo un ornamento cilindrico, di solito a forma turrita; è coperta da un velo o da un mantello, regge uno specchio nella mano e, sette volte su dieci, possiede una melagrana. Come Demetra, impugna le spighe d’orzo la cui Claviceps purpurea forniva la bevanda allucinogena.
Il leone è il veicolo di Cibele ed immancabilmente lo troviamo ai suoi piedi. Anche nei bassorilievi della corrispondente dea ittita (Kubaba) compare un leone ai piedi del trono. Non solo in Anatolia: nel 1200 a.C. l’iconografia di una donna nuda in equilibrio sulla schiena del leone era presente in una vasta area del bacino mediterraneo orientale che interessava Assiri (Ishtar), Fenici (Astarte) ed Egiziani (Quadesh). La criniera del leone e le sue fauci spalancate sono l’emblema del pube femminile. Solo più tardi, quando le società patriarcali hanno sviluppato concezioni misogine, nel pelo leonino è stata proiettata l’immagine raggiata della corona solare. Non deve stupirci la banalità dell’attribuzione sessuale, l’idea dell’antro genitale femminile è insita nel nome stesso di Cibele, che significa grotta. Bisogna considerare che in Cibele c’è la continuità con le semplici concezioni religiose dell’uomo del neolitico e che in Anatolia, già nel 6.000 a. C., la grande dea veniva rappresentata seduta in trono fra due leonesse.
 
La MAGNA MATER 
Patrona dei Mermnadi di Lidia, nel mito greco fu assimilata a Rea e associata a Demetra e venerata ovunque, in genere sotto l'appellativo di Grande Madre o Madre degli dei.  
 
Perciò essa sola fu detta Gran Madre degli dei
e madre delle fiere e genitrice del nostro corpo.
Di lei cantarono un tempo i dotti poeti di Grecia
che dal trono su un cocchio guidasse due leoni aggiogati,
significando così che l'immensa molte terrestre
è sospesa negli spazi dell'aria e che la terra non può poggiare sulla terra.
Lucrezio, De Rerum Natura
     
La Magna Mater altri non è che la dea Cibele, la grande divinità della Frigia, il cui culto è importato a Roma nel 204 a. C., durante le guerre con Cartagine, quando il senato decide di far venire da Pessinunte la "pietra nera" (magica, perché caduta dal cielo), simbolo della dea e di costruirle un tempio sul Palatino. Nelle intenzioni del senato il culto di Cibele avrebbe forse rinfrancato il sentimento religioso e il morale della popolazione, stremata dalla guerra. L'adozione del culto di Cibele sarebbe stata suggerita dagli auguri, che avevano consultato i Libri Sibillini e ne avevano ricavato un'allusione alla dea e all'opportunità di introdurla in Roma, per avvantaggiarsi nella situazione bellica. Per questo vengono mandati ambasciatori al re Attalo, che acconsente, dietro assicurazione che alla dea sarà tributato il culto che le compete. A Roma la pietra sacra doveva essere accolta dall'uomo e dalla donna migliori tra i cittadini. Per gli uomini fu scelto Publio Scipione Nasica, lo strenuo avversario dei Gracchi. Più confusa, nelle fonti antiche, l'identità della donna prescelta per il delicato incarico. Insieme a Cibele giungono a Roma anche i suoi sacerdoti, detti Galli, il cui capo è l'Arcigallo. Il culto di Cibele,  rappresentata con la testa coronata di torri, accompagnata da leoni, o su un carro trainato da questi animali, sopravvive a lungo nella storia dell'impero romano.
Dal 4 aprile iniziavano le feste dedicate alla dea Cybele, Magna Mater. Avevano termine il 10 aprile. Nello stesso periodo si svolgevano i Ludi Megalenses. L'11 si celebrava la dedicatio del tempio sul colle Palatinus.
Ave, Grande Madre dell'Ida, Madre degli Dei!
Ave, O piu'antica Sacra Dea!
io ti offro preghiere devote, O Cibele,
Berecinziana Madre di Dindymus!
Accoglici sotto la Tua protezione
Che Tu possa difenderci!
A Te offro questa supplica
Per garantire pace, sicurezza,
E salute alla nostra famiglia.
Possa tu essere benevolente e a noi propizia
e non abbandonare mai la Tua progenie.
se si presenta un'offerta di vino:
Per queste cose sii Tu onorata da questa libagione.
Sii Tu benevola e a noi propizia!
 
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NOTE:
*Il mito pelasgico della creazione
In principio la grande Dea emerse nuda dal Chaos.
Non trovando nulla ove posare i piedi, divise il mare dal cielo e intrecciò sola una danza sulle onde. Danzando si diresse verso sud e il vento che turbinava alle sue spalle le parve qualcosa di nuovo e di distinto, pensò allora di cominciare l’opera della creazione: si voltò all’improvviso, afferrò il vento del nord e lo sfregò tra le sue mani finché apparve un enorme serpente.
La Dea danzava accaldata, danzava con ritmo sempre più selvaggio e il serpente, acceso dal desiderio, l’avvinghiò nelle sue spire e si unì a lei.
Volando a pelo dell’acqua la Dea assunse forma di colomba e poi, a tempo debito, depose l’uovo cosmico.
Ordinò allora al serpente di avvolgere l’uovo per sette volte: il guscio si dischiuse e ne uscirono tutte le cose esistenti. Ma ben presto il serpente si vantò d’essere egli stesso il creatore e irritò così la grande Madre che lo relegò nelle buie caverne.
E’ questo il mito Pelasgico, che alcuni Autori ascrivono ad un’origine anatolica. Si tratta di una versione in accordo con la tradizione indoeuropea degli antichi Veda (i testi sacri degli invasori giunti in India da nord e attraverso le steppe caucasiche). V’è un parallelo con Vinata, dea primordiale che guarda verso dove il limite dell’oceano si unisce con il cielo: dall’uovo cosmico che ella depone nasce un figlio alato il cui primo compito sarà di riscattare la madre dal potere dei serpenti.
I Misteri di Cibele e Attis. La storia: dal mito delle origini alla romanizzazione del culto
 
Autore: Stefano Arcella
 
Statua in marmo di Cibele del I secolo a.C. da Formia, Lazio.
Statua in marmo di Cibele del I secolo a.C. da Formia.
 
L’ ingresso del culto in Roma.
 
L’introduzione del culto della dea Cibele a Roma, il 4 aprile del 204 a.C., ci è narrata dallo storico Tito Livio che così si esprime.
Liv. XXIX 10, 4.-5.8;14, 11-14. “In quel periodo all’improvviso una forma di panico superstizioso aveva invaso Roma: quell’anno con eccessiva frequenza piovvero pietre dal cielo e in seguito all’esame dei libri Sibillini si trovò un vaticinio secondo il quale, quando un nemico esterno avesse portato guerra in Italia, sarebbe stato possibile cacciarlo e vincerlo se si fosse fatta giungere a Roma da Pessinunte la madre Idea… Quindi, per poter fruire quanto prima di quella vittoria che pronosticavano fati, presagi e oracoli, si cominciò a riflettere sul modo di trasferire a Roma la dea…
La nave raggiunse le foci del fiume Tevere; (Scipione) secondo l’ordine ricevuto, spintosi in mare su una imbarcazione, ricevette dai sacerdoti la dea e la trasportò a terra. Le più insigni matrone della città… la accolsero … Esse si passarono la dea di mano in mano una dopo l’altra; intanto l’intera città si era slanciata loro incontro; davanti alle porte delle case dove la dea veniva fatta passare furono collocati dei turiboli dove fu fatto bruciare l’incenso, mentre si pregava la dea di entrare nella città di Roma di sua volontà e propizia. Il dodici aprile la dea fu portata nel tempio della Vittoria che si trova sul Palatino. La giornata fu proclamata festiva. Il popolo in massa recò doni alla dea sul Palatino ed ebbero luogo un lettisternio e dei ludi, detti Megalesia” .
Dal racconto liviano si evincono numerosi elementi di valutazione. Anzitutto, l’invasione annibalica vista come manifestazione storica, terrena, di un turbamento della pax deorum, dell’armonico rapporto con le divinità che l’uomo deve curare secondo un sentimento religioso di pietas, di sentito e scrupoloso adempimenti dei doveri religiosi, di collegamento (religio viene da re-ligare = collegare) coi Numi, tant’è che il Senato avverte la necessità di consultare i Libri Sibillini, ossia i testi oracolari per rinvenirvi una predizione adatta alla situazione di quel momento.
Cibele è inoltre collegata strettamente alla Vittoria, poiché il suo ingresso in Roma è concepito e creduto quale garanzia e segno di vittoria militare su Annibale; in ciò deve vedersi una esplicazione della concezione religiosa romana che prevedeva la necessità di propiziarsi le divinità straniere e, più specificamente, quelle del nemico.
La Magna Mater, come la dea viene appellata, è una divinità tipica di molte popolazioni del bacino orientale del Mediterraneo e quando i Frigi giunsero nella penisola anatolica, il culto era già presente ma venne reinterpretato secondo la sensibilità religiosa del nuovo popolo.
Cartagine era la potenza egemone nel Mediterraneo, la sua religione dava uno spiccato risalto alle divinità femminili (si pensi, ad esempio, al culto di Astarte) e questo spiega  la logica sottesa al responso dei Libri Sibillini ed alla decisione del Senato circa l’accoglimento della dea Cibele in Roma.
 
Si noti che nel racconto liviano la dea fa tutt’uno con la sua statua; accogliere la statua è accogliere la dea, poiché si riteneva che la statua consacrata fosse impregnata della presenza di quella divinità.
Significativo è, peraltro, il risalto dato nel racconto – e nelle fonti dell’annalistica romana alle quali Tito Livio attinse – alla presenza ed al ruolo delle matrone romane, a sottolineare l’importanza che anche Roma riconosceva al ruolo sacerdotale delle donne, in un diverso contesto culturale e sociale, fondato sulla figura centrale e preminente del pater familias e sulla esclusività del ruolo pubblico degli uomini, sebbene poi, nella storia di Roma, le donne compaiano puntualmente in tutti i momenti cruciali e di crisi, svolgendo una funzione di mediazione sociale o religiosa, come appunto in questo caso, in cui le matrone sono in primo piano nell’atto di accogliere la dea straniera.
Il Senato, reputando che l’esuberanza rituale di questo culto fosse troppo lontana dal severo ed austero costume religioso romano – ricordiamo che siamo in periodo repubblicano, nel pieno della guerra annibalica  – proibì ai cittadini romani di partecipare ai rituali del culto e, ancor di più, di diventarne sacerdoti.
Col tempo il culto si andò amalgamando col diverso clima culturale romano e l’imperatore Claudio, nel I secolo d.C., conferì alla Magna Mater una posizione di privilegio, per cui, a quel punto, le interdizioni disposte secoli addietro non ebbero più senso, tanto più che le confraternite di cultores della Magna Mater accettarono volentieri le norme di disciplina religiosa stabilite dallo Stato per rendere il culto più adatto alla sensibilità religiosa romana che, nel frattempo, era stata ampiamente impregnata di apporti religiosi stranieri, greci, egizi, persiani o comunque ellenistici.
 
La romanizzazione del culto della Mater Magna.
La  regola più importante di tale disciplina rituale d’età imperiale fu la sostituzione dell’evirazione col sacrificio, offerto alla dea, dei genitali del toro sacrificato (taurobolium). In virtù di tale innovazione anche i cittadini romani entrarono a far parte del sacerdozio della dea sia come Arcigalli (qualificati nelle iscrizioni come Antistites sacrorum, sacerdotes maximi, sanctissimi), sia come semplici sacerdoti. Sotto questo aspetto, il culto romanizzato della Dea presenta affinità col rituale mitriaco della tauromachìa, benché le più recenti acquisizioni inducano a ritenere che nel mitraismo il sacrificio di sangue dell’animale riguardasse solo i gradi minori della gerarchia mitriaca.
Gli Arcigalli venivano reclutati fra le persone più facoltose di un dato municipio o di una data colonia e la loro carica era confermata dal senato municipale e convalidata dal collegio sacerdotale dei Quindecemviri, che in Roma sovrintendeva ai culti stranieri. La nomina di questi sacerdoti era vitalizia e li obbligava alla residenza nel luogo ove si esercitava la loro giurisdizione religiosa; essi avevano la funzione primaria di compiere i vaticinii – ossia interpretare la volontà della Dea Madre  sia nelle grandi feste di marzo sia in circostanze speciali nelle quali venivano consultati – nonché di celebrare i sacrifici del toro (taurobolii) per il bene di Roma e dell’Impero.
I sacerdoti semplici venivano scelti nell’ambito dei liberti, ossia gli ex schiavi emancipati, com’è attestato ampiamente dalla documentazione epigrafica d’età imperiale. La loro nomina non era vitalizia e non era affatto incompatibile con altre cariche sacerdotali relative ad altri culti; ciò li poneva in contatto coi sacerdoti ufficiali dell’Impero (pontefici, flamini, auguri) a dimostrazione del sincretismo religioso d’età imperiale.
La seconda regola fu la subordinazione del sacerdozio metroaco al collegio dei Quindecemviri che  oltre alla funzione di sorveglianza già detta sui culti stranieri, ebbe ad occuparsi in modo particolare di questo culto, tenuto conto dell’importanza e della solennità ufficiale della sua introduzione in Roma. Un’iscrizione rinvenuta a Cuma (CIL, X, 3698) ci tramanda un pubblico diploma col quale i Quindecemviri ratificavano le nomine del sacerdozio di Cibele fatte in un municipio.
I Quindecemviri assistevano alle feste di marzo in onore della dea quali rappresentanti della città ma non entravano mai nelle relazioni di culto fra la Dea ed i suoi fedeli.
Il culto della Mater Magna prevedeva il sacerdozio femminile; le donne avevano il compito di preparare i candidati ai Misteri, candidati che esse nutrivano col miele della pura dottrina, sì da ricevere il titolo di Api (Melissae). Esse disponevano i i seggi per l’introduzione dei mysti (i nuovi adepti), preparavano il letto funebre di Attis ed il talamo delle nozze sacre dopo la resurrezione del dio, predisponevano le immagini sacre e curavano la manutenzione degli arredi sacri. La prima sacerdotessa del tempio di Cibele in Roma è la prima delle ancelle della Grande Madre, ma non ha parità di rango con l’Arcigallo.
 
La musica rituale ed il sacerdozio metroaco.
Il rituale della Dea prevedeva un largo uso della musica rituale, al fine di propiziare particolari stati emotivi nel fedele; nelle loro origini arcaiche tali riti avevano i caratteri già visti nel mito: la frenesia, il delirio, l’estasi, unitamente ad una musica capace di suscitare uno stato di trance. Probabilmente anche lo stile musicale, pur conservando tratti gioiosi ed esuberanti, venne modificato presso i Romani; si adoperavano strumenti musicali quali il flauto diritto (tibia) che dava un suono acuto e stridulo, ed il flauto ricurvo (keras) che dava un suono rauco lugubre, adoperati rispettivamente nel giorno di Hilaria – la festa della letizia per la resurrezione di Attis -  ed in quello della sepoltura del dio. Altri strumenti musicali erano i cembali che davano un suono acuto e forte (in consonanza con quello della tibia) ed i timpani che producevano una sonorità grave corrispondente al suono del flauto ricurvo. In tutto ciò può vedersi un’affinità col rituale dionisiaco, che rievocava e riattualizzava il mito dello smembramento e della ricomposizione del dio, con l’alternanza del dolore e dell’esultanza, del lutto e della gioia estatica. Il clima psichico, estatico ed esuberante, del rituale metroaco ci è descritto in modo suggestivo nei versi di Catullo (63,1-36):
 
“…Bando agli indugi pigri del pensiero: correte insieme, seguitemi
al tempio frigio di Cibele, ai boschi frigi della dea,
dove risuona la voce dei cembali, dove rimbombano i timpani,
dove il flautista frigio emette cupi suoni dalla canna ricurva,
dove le Menadi coronate d’edera agitano con forza il capo,
dove esse celebrano le sacre orge con squillanti ululati,
dove di solito volteggia l’errabondo corteo della dea,
dove ci conviene andare veloci con impetuose danze”
 
Per la celebrazione della fastosa e complessa liturgia, nell’Impero si costituirono confraternite di laici che partecipavano all’uno o all’altro dei rituali.
I Cannophori partecipavano alla processione del 15 marzo (Canna intrat) e venivano reclutati negli strati popolari senza distinzione di sesso né di età; essi avevano lo stesso modello statutario ed organizzativo degli altri collegia cultorum che gremivano l’Impero, con un luogo di sepoltura per i confratelli (come accade ancor oggi per le Arciconfraternite cattoliche) ed un luogo di riunione per il culto. La loro funzione è verosimilmente connessa all’aspetto pubblico, exoterico del culto.
I Dendrophori partecipavano ufficialmente al rituale del 22 marzo (Arbor intrat) e venivano reclutati fra persone facoltose, soprattutto fra i commercianti di legname; le loro associazioni sono attestate dalle iscrizioni soprattutto nei centri marittimi e commerciali dell’Impero. La loro funzione era quella di garantire un adeguato supporto economico per la continuità del culto e si colloca comunque nel profilo esterno, exoterico, del culto stesso.
 
Le ricorrenze calendariali : Attis e l’Equinozio di primavera.
Il calendario romano (CIL,I, p.312) colloca nel mese di marzo le celebrazioni di Cibele, fra le Idi, l’Equinozio di primavera ed i giorni immediatamente successivi. Ciò ha indotto gli studiosi di una certa epoca, nella prima metà del Novecento, a leggere il culto nei termini di un culto agrario, di una allusione simbolica alla vicenda delle stagioni, al fiorire della primavera, alla fecondità della terra. In ciò vi è del vero, purché si abbia chiaro che la percezione e la concezione che l’uomo antico aveva della natura era diversa da quella dell’uomo moderno; la natura era espressione sensibile del sovrasensibile, manifestazione del sacro, vissuto come Trascendenza immanente, come una sacralità che si cala nel mondo della manifestazione e nella stessa quotidianità dell’uomo.
Peraltro, sul piano più propriamente misterico, ossia delle conoscenze appannaggio delle élites sacerdotali e degli iniziati, le vicende di questa ierofania della natura erano concepite come supporto per propiziare analoghi processi di trasformazione interiore, secondo quella assonanza fra microcosmo e macrocosmo  che ritroveremo, più tardi, esplicitata in epoca rinascimentale nel Corpus Hermeticum.
Il risveglio primaverile della natura era associato dunque ad un manifestarsi ed esteriorizzarsi di quel principio interiore, di quella scintilla spirituale che, coltivata nel proprio intimo durante l’autunno e trasformata col solstizio invernale, veniva ora a maturazione.
La sequenza liturgica partiva dall’ingresso del giunco (Canna intrat) il 15 marzo, che simboleggiava la nascita di Attis, passando poi all’ingresso dell’albero (Arbor intrat) il 22 marzo, del pino consacrato che simboleggiava Attis defunto, variante del simbolismo universale dell’albero come “Axis Mundi”. Il pino veniva portato in processione al tempio di Cibele sul Palatino dove veniva esposto alla venerazione dei fedeli, come una salma prima della sepoltura. Intorno al pino-Attis risuonavano le lamentazioni funebri, che riattualizzavano l’evento mitico della morte del dio.
Il compianto funebre raggiungeva il parossismo il 24 marzo, giorno della sepoltura del pino e celebrazione del Sangue; i Galli si flagellavano a sangue le braccia, si percuotevano il petto; il sangue offerto alla Dea, l’offerta sacrificale del principio vitale che esso rappresentava era un atto di fecondità, interiore ed esteriore. Sul piano interiore, offrire il sangue voleva dire compiere un dono alla dea per riceverne protezione, ossia per riarmonizzarsi col Principio femminile, visto come principio tellurico-materno. Sotto l’aspetto esteriore, era un atto inteso a propiziare la fecondità della natura.
Seguiva poi la sepoltura del pino-Attis, la veglia funebre notturna con relative lamentazioni rituali, cui subentrava poi l’annuncio del sacerdote “Confidate, o iniziati, nel dio che si è salvato, poiché anche a voi ne verrà la salvezza dai dolori ”. Era l’annuncio della resurrezione del dio che preludeva alla festa Hilaria del 25 marzo, giorno della letizia che, secondo l’astronomia antica, era il primo giorno più lungo della notte, quindi giorno e festa della luce, del sole e della primavera. Durante la festa Hilaria, si svolgeva una solenne, fastosa e rumorosa processione in cui la statua della Madre era portata su una quadriga avendo al fianco Attis, di cui si esaltava il matrimonio sacro con Cibele.
Alla Letizia seguiva il Riposo (Requietio) giorno sul quale, stranamente, diversi storici delle religioni non hanno nulla da dire, neppure una parola di commento. Orbene, se un giorno di riposo è inserito nella sequenza cultuale di un ciclo liturgico, vuol dire che esso ha una preciso significato ed una precisa rilevanza religiosa. Il Riposo è il momento del raccoglimento, del silenzio interiore ed esteriore, quello in cui si interiorizza il senso di tutta la esperienza religiosa precedente, con la sua vicenda di morte e rinascita; è il giorno in cui si personalizza il senso del rinnovamento, si assimila tutta la valenza del ciclo di Attis in tutte le sue sfumature.
Il ciclo di Attis terminava poi col giorno della Lavatio, la purificazione della statua della Dea – che recava nel capo la pietra nera, simbolo universale, presente in tante tradizioni, con significati di stabilità spirituale e di centralità metafisica – e coi Ludi sacri nel Circo il 28 marzo.
 
Considerazioni conclusive
La vicenda di morte e rinascita del dio, comune a vari Misteri (Demetra, Cibele, Dioniso, Osiride) ci induce a riflettere su un punto: il mondo antico polarizzò la sua attenzione sui processi di trasformazione nel senso dell’unione dell’uomo col divino, per cui tutte le sue energie e facoltà venivano orientate sacralmente, persino la scompostezza emotiva, il furore, l’estasi; tutto era supporto per avvicinarsi al Sacro, al “più che umano”. Gli Antichi conoscevano benissimo le pulsioni inferiori dell’uomo, ma le utilizzavano trasfigurandole, sublimandole, dando loro una diversa orientazione “verso l’alto”. Oggi, nel mondo della secolarizzazione, mancando questi riferimenti sacrali, sempre meno sentiti nella coscienza collettiva, è aperta la strada per l’irruzione dell’elementare, delle spinte brute ed istintive, che si manifestano nella vita privata come in quella pubblica, con problematici fenomeni sociali. Ancora una volta, la saggezza antica ci è di monito come lezione esistenziale. Evidenti sono poi le analogie della liturgia di Attis con quella cristiana della Pasqua, dal “giovedi santo” alla domenica, dai Sepolcri alla morte di Cristo alla resurrezione. In effetti il cristianesimo ci appare come una versione popolarizzata, divulgativa, aperta a tutti (e quindi livellata poiché esclude tutta la dimensione esoterica) di un iter misterico i cui tratti affondano le loro radici nel paganesimo misterico greco-romano che, sotto certi aspetti,  non è affatto scomparso, ma vive sotto altre sembianze.
Nel leggere le notizie del Calendario Filocaliano sul giorno del “Sangue” e i commenti della letteratura in materia, venivano alla mente le scene dei “battenti” di Guardia Sanframondi o la emotività e la frenesia dei fedeli della Madonna dell’Arco nelle adiacenze di Napoli….
CIBELE – INFORMAZIONI GENERALI
Divinità dell’Antico Oriente e Greco-Romana, è conosciuta con varie denominazioni. Il nome Cibele o Cibebe predominano nella letteratura greca e romana a partire dal Quinto secolo avanti Cristo. Il suo nome completo, a Roma, era Mater Deum Magna Mater.
La grande Dea Pagana Cibele (Kybele: “Keh – Ba’al – Leh” – colei (la divinità) che dimora nelle caverne, nelle grotte), sarebbe stata confusa e nel tempo conosciuta, successivamente ad una serie di trasformazioni operate dai Greci, come Sibilla/e. La grande Dea dell’Asia Minore è la più antica Dea conosciuta dalla storia, anticipando di ben 5000 anni le divinità Sumere e dell’Antico Egitto, così come le derivate divinità greche e romane, ponendosene inoltre come archetipo fondamentale.
Una immagine trovata a Catal Huyuk, datata ad 8000 anni fa, rappresenta la Dea Madre acquattata in procinto di partorire, affiancata da due leopardi. Nei secoli successivi, i leopardi sarebbero stati sostituiti dai leoni – Atalanta e Ippomene dopo la metamorfosi, nonostante il fatto che i leopardi fossero ritenuti leoni femmina nell’antichità. La sua adorazione era di solito combinata con quella del Toro Celeste, la cui presenza è prominente a Catal Huyuk.
Le leggende sono in accordo nel situare la nascita dell’adorazione della Dea Madre nell’area della Frigia, in Asia Minore (odierna Turchia centro-occidentale), ed in epoca classica il centro più importante del suo culto era a Pessinus, città situata alle falde del monte Dindymus, o Agdistis (di qui alcune sue denominazioni quali Dindymene ed Agdistis). Tuttavia, l’esistenza di numerose divinità simili in aree esterne alla Frigia sta ad indicare che Cibele rappresentasse la forma Frigia di una dea della Natura comune a tutta l’Asia Minore. A partire dall’Asia Minore, il suo culto si diffuse poi nel territorio greco. I Greci riconobbero nella Grande Madre una notevole somiglianza con la propria dea Rhea finendo con il tempo con l’identificarle completamente.
Durante l’invasione della penisola italiana ad opera di Annibale, nel 204 avanti Cristo, i Romani seguirono le istruzioni dettate da un oracolo della Sibilla in base al quale il nemico sarebbe stato sconfitto e scacciato solo se la “Madre Idea” fosse stata portata a Roma, insieme al suo simbolo più sacro,una enorme meterorite che si riteneva fosse caduta dal cielo. La sua identificazione da parte romana con divinità quali Maia, Ops, Rhea, Tellus e Cerere contribuì notevolmente all’affermarsi del suo culto. Alla fine del periodo repubblicano, il culto di Cibele si era decisamente affermato, mentre nel periodo imperiale divenne uno dei principali culti del mondo Romano.
La grande Madre Cibele fu portata da Pergamo a Roma nel 204 avanti Cristo.
La dea fu accolta con tutti gli onori dai più importanti cittadini Romani. Il Pontefice Massimo(Pontifex Maximus) le tributò un assai caloroso benvenuto e la Dea divenne la Magna Mater o “sacra” (“holy”) Madre di Roma:
“Quando Cibele fece il suo ingresso a Roma, ella rappresentava la dea che, provenendo da un mondo antico,  giungeva nel nuovo a garantire la vittoria. E’ quindi facile arguire il perchè della sua iniziale collocazione nel Tempio della Vittoria. Nello stesso anno del suo arrivo, comunque, la costruzione di un tempio, a lei espressamente dedicato, fu affidata ai Censori M. Livius Salinator e C. Claudius Nero. Dopo tredici anni – un periodo così lungo fu probabilmente dovuto alle difficoltà di quei giorni – il nuovo edificio in suo onore venne quindi inaugurato dal Pretore M. Junius Brutus il 10 Aprile del 191 avanti Cristo. Le nuove rilevazioni archeologiche operate da Pietro Romanelli nel 1951 hanno mostrato che ad oggi ben poco è rimasto dell’originale costruzione. L’anniversario dell’inaugurazione di questo tempio veniva celebrato annualmente”. (Vermaseren, Cybele and Attis, p. 41.)
In tutti i loro elementi caratteristici, tanto Romani, quanto Greci ed Orientali, la grande Madre era caratterizzata essenzialmente dalle stesse qualità. La più prominente tra queste riguardava il concetto della sua universale maternità. Ella rappresentava la grande madre non solo degli Dei ma anche degli uomini e degli animali. Era anche chiamata Montagna Madre o Madre Montagna, ed un’enfasi particolare era posta sul concetto della sua maternità nei confronti della natura selvaggia. Tale aspetto si manifestava in particolare nel carattere orgiastico della sua adorazione. I suoi mitici assistenti, i Corybantes, erano esseri selvaggi, semi-demoniaci. I suoi sacerdoti, i Galli o Galloi, venivano castrati nel momento in cui entravano a servizio della Dea.
L’auto-mutilazione era giustificata sulla base del mito riguardante il suo amante, il Dio della fertilità Attis, eviratosi all’ombra di un albero di pino, punto in cui era sanguinato fino alla morte. Alle festività annuali dedicate a Cibele (tra il 15 ed il 27 Marzo), un albero di pino veniva tagliato e portato nel suo tempio dove veniva onorato come una divinità ed adornato di violette, le quali si riteneva originatesi dal sangue stesso di Attis. Il 24 Marzo, il “Dies Sanguinis” o”Giorno del Sangue”, il suo sacerdote più importante, chiamato Arci-Gallus, si inferiva ferite alle braccia per trarne il sangue da offrire in dono alla Dea al suono di cimbali, tamburi, e flauti, mentre il clero minore danzava vorticosamente inferendosi ferite sul corpo intorno al suo altare bagnando così di sangue il pino sacro e l’altare stesso della Dea. Il 27 Marzo, la statua argentea della Dea, adornata da una piccola pietra sacra incastonata sul capo, veniva condotta in processione e bagnata nell’Almo, un tributario del fiume Tevere.
 
STRUTTURA RELIGIOSA
In ogni tempio della Dea, l’Alta Sacerdotessa ricopriva il ruolo più importante, seguita dagli Arci-Galli.
Immeditamente sub-ordinate nello status erano le Sacerdotesse ordinarie. Al punto più basso della gerarchia si trovavano i Galli o Galloi.
Perpetuarsi dell’adorazione di Cibele presso il Phrygianum restaurato sul colle Vaticano
L’altare principale della Dea Frigia Cibele, dai quali numerosi modelli di altari con iscrizioni sono derivati, era situato in un luogo non ben identificato vicino alla Basilica Vaticana. Dovrebbe essere stato chiuso in occasione delle misure prese dall’imperatore Teodosio contro i culti pagani tra il 391 ed il 392 dopo Cristo. Tra i numerosi altari con iscrizioni ritrovati, vi è questo altare dedicato a Cibele ed Attis, adornato con il pino sacro di Attis, un toro, un ariete, un souvenir dei sacrifici condotti ed i numerosi oggetti di culto. La data esatta della dedica alla Dea è inscritta sull’altare stesso: il 19 Luglio del 394 d.C.
Cibele
 
Origine del culto di Cibele a Roma
 
Secondo la testimonianza dello storico Livio, nel pieno della seconda guerra punica, nel 205 a.C., poiché in quell’anno erano cadute pietre dal cielo, si consultarono i libri Sibillini (raccolta di profezie ed oracoli di probabile origine greca introdotte a Roma, secondo la tradizione, dal re etrusco Tarquinio il Superbo). I libri avevano spiegato questa profezia: qualora un nemico, proveniente da terra  straniera, avesse portato guerra in Italia, sarebbe stato possibile sconfiggerlo e cacciarlo solo se la statua della dea Mater Idaea fosse stata portata da Pessinunte (in Asia minore) a Roma.
A seguito di questa indicazione, i Romani, nel 204 a.C. trasportarono via mare la statua della dea, (simboleggiata da una grande pietra nera , forse di origine meteoritica), fino a Roma, ove fu ospitata nel santuario della Vittoria sul Palatino e garantì, per quell’anno, un raccolto straordinario e nel 202 a.C. il trionfo di Scipione su Annibale con cui si concluse la seconda guerra Punica.
Dopo questi fatti significativi il 10 aprile del 191 a.C. venne dedicato sul Palatino un tempio alla Magna Mater, di cui sono oggi visibili solo i resti del basamento. Sappiamo che l’edificio bruciò due volte : nel 111, dopo di che fu restaurato da un membro della famiglia dei Metelli (forse C. Cecilio Metello Capraio, console nel 113) e nel 3 d.C. quando fu ricostruito dall’imperatore Augusto. I dati di scavo permettono di collocare l’abbandono del tempio e delle strutture ad esso collegate nel corso del V secolo d.C.
In onore della dea si celebravano delle cerimonie specifiche chiamate Ludi Megalenses, nel corso delle quali, il 4 ed il 10 aprile, si apriva il santuario ed avevano luogo anche delle rappresentazioni teatrali.
Altare votivo dedicato a Cibele. Roma, Musei Capitolini - Foto da Ghedini F., "Donne al potere nell'antica Roma", Archeo Dossier 33, p. 22
 
Accanto alla dea Cybele è attestato, fin dalle prime fasi del culto, il paredro (termine dal greco paredros = che siede accanto, con cui sono detti gli dei associati nel culto ad una divinità principale) Attis, un giovane e bellissimo pastore, proveniente dalla Frigia, che, secondo differenti versioni, in preda all’esaltazione si taglia i genitali e poi muore sotto un albero di pino. Tuttavia  la vita del giovane non finisce del tutto perché la dea ne raccoglie i genitali, li seppellisce dopo averli avvolti in un panno ed ottiene che il corpo del defunto sia esente dalla corruzione e dalla dissoluzione.
 
Rituali del culto di Cibele: il Taurobolio
Il Taurobolio (sacrificio di un toro) connesso con il Criobolio (sacrificio di un ariete) era una sorta di battesimo di sangue che ebbe largo sviluppo in epoca imperiale (non prima della seconda metà del II secolo d.C.).
Il fedele o il sacerdote, che doveva essere consacrato, scendeva sul fondo di una fossa chiusa da tavole di legno forate ed appena accostate, sulle quali veniva sgozzato il toro.  Attraverso le fessure, del legno, una pioggia di sangue colava e bagnava l’uomo sottostante,  che usciva dalla fossa e si mostrava ai partecipanti in adorazione come se fosse “rinato” a una nuova vita.
Tale sacrificio, documentato da numerose iscrizioni votive e monumenti figurati, poteva avere sia carattere di cerimonia pubblica ed assicurare la protezione divina per l’imperatore, per la sua famiglia o per città, colonie e municipi specifici, sia a carattere privato e quindi purificare il singolo che vi si sottoponeva.
Altare in marmo dalla via Appia. Roma, Villa Albani - Foto da Vermaseren, J. M., "Corpus Cultus Cybelae Attidisque", 3 - Italia. Latium, tav. CCVII, n. 357, Leiden 1977
 
Misteri
La caratteristica peculiare delle divinità e dei culti orientali (originari dell’Egitto e del vicino Oriente antico) è quella di garantire ai singoli fedeli salute e prosperità in questa vita e prospettive di salvezza nell’aldilà attraverso riti iniziatici dai contenuti misterici. Anche nel culto di Cibele, distinti dai riti a cui tutti potevano partecipare, si celebravano anche riti misterici per la dea ed il suo paredro Attis. Gli scrittori antichi ci hanno conservato, con alcune differenze,  la formula pronunciata dal fedele durante la sua partecipazione alla cerimonia iniziatica :” ho mangiato dal timpano, ho bevuto dal cembalo, ho portato la lucerna, sono penetrato nella camera nuziale”. Il fedele doveva dunque consumare un pasto sacro, entrare in un locale riservato, doveva vedere gli oggetti ed i simboli sacri e doveva quindi ricevere la rivelazione integrale la vicenda divina.
Anche se le fonti antiche tacciono circa le attese di salvezza di tale iniziazione è lecito pensare che dalla partecipazione a questi misteri i fedeli si aspettassero benefici e prospettive di successo e salute per questa vita e non per l’oltretomba.
Testa di Cibele in marmo. Roma, Musei Capitolini - Foto da Foto da Vermaseren, J. M., "Corpus Cultus Cybelae Attidisque", 3 - Italia. Latium, tav. CII, n. 204, Leiden 1977
 
 
Luoghi di culto a Roma
 
 
1) Tempio della Magna Mater sul Palatino
2) Tholus di Cybele sul Palatino
3) Aedem tempietto di Cybele nel Circo Massimo
4) Luogo di culto presso via Marmorata nel quartiere dell’Emporium
5) Phrygianum del Vaticano (non sono state identificate strutture, ma numerose are iscritte che fanno spesso riferimento al rito del Taurobolio)
6) Basilica Hilariana sul Celio (ove è attuale ospedale militare) sono state individuate strutture di un complesso semisotterraneo, sede del collegio dei dendrophori, ( i portatori dell’albero di pino) consacrato al culto del pino, albero sacro a Cybele perché legato alle vicende di Attis.  
Cibele, la madre di tutti gli Dei
 
Cibele, la potente divinità anatolica che ha originato l'intero universo senza bisogno d'intervento maschile, la madre di tutti gli Dei e, al tempo stesso, vergine inviolata era la tipica dea della montagna, con marcate caratteristiche oracolari e misteriche. Il nome Cibele è un soprannome (frigio, Kubile) derivato da una sua sede di culto. Altri epiteti cultuali di Cibele erano: Berecinzia, dal nome di una regione frigia, Dindimene, dal monte Dindimo, e Madre o Grande Madre. La dea non aveva bisogno di un nome personale perché era “la dea” per eccellenza, una specie di essere supremo femminile, una dea sovrana, una Terra-Madre. Suoi subordinati erano un dio-Cielo (detto talvolta Papas, Padre), un mitico essere semidivino, Attis, e una schiera di spiriti-demoni (Coribanti).
Cibele era la dea che si voleva caduta dal cielo sotto forma di un oggetto (una pietra) di color nero; e da questa provenienza extraterrestre e dal forte legame con l'elemento terra sarebbe in seguito scaturita la richiesta ai fedeli d'incidere la pietra con fregi e solchi, così come quella d'innalzare imponenti santuari in luoghi spesso inaccessibili.
La dea frigia Cibele si innamorò di Attis, fanciullo meravigliosa bellezza; la dea lo assisteva nella caccia, assicurandogli prede abbondanti. Alle nozze di Attis con la figlia del re Mida, Cibele fece la sua apparizione suscitando la follia in tutti gli invitati alla festa; Attis stesso si evirò sotto un albero di pino. La Dea addolorata, trasformò il corpo di Attis in pino e istituì in suo onore una festa funebre da celebrare ogni anno durante l'equinozio di primavera.
In età ellenistico-romana i sacerdoti di Cibele, sottoponendosi a castrazione rituale, imitavano il sacrificio di Attis.
Attis - "Amore-Attis" di Donatello
 
Attis è il paredro di Cibele, il servitore eunuco che guida il carro della dea. Il centro principale del suo culto era Pessinunte, nella Frigia, da cui attraverso la Lidia passò approssimativamente nel VII secolo a.C. nelle colonie greche dell'Asia Minore e successivamente nel continente, da cui fu esportato a Roma nel 204 a.C.
Secondo la tradizione frigia, conservata in Pausania (Perieghesis, VII, 17, 10-12) ed in Arnobio (Adversus Nationes, V, 5-7), il demone bisessuale Agdistis sarebbe nato dallo sperma di Zeus caduto sulla terra, mentre il dio cercava di accoppiarsi con la Grande Madre sul monte Agdos.
Gli dei dell'Olimpo spaventati dalla forza e dalla ferocia dell'essere lo evirarono: dalle gocce del sangue fuoriuscito dalla ferita nacque un albero di mandorlo.
La figlia del fiume Sangarios, Nana, colse un frutto dall'albero e rimase incinta.
Tempo dopo nacque, il 25 dicembre, il figlio che venne chiamato Attis, in quanto fu allattato da una capra (in frigio attagos), dopo essere stato cacciato sulle montagne per ordine di Sangarios.
Attis crebbe e fu mandato a Pessinunte per sposare la figlia del re. Durante la celebrazione del matrimonio, Agdistis, innamorato del giovane, fece impazzire Attis, che si recise i genitali sotto un pino. Cibele, madre degli dei, ottenne che il corpo del giovane rimanesse incorrotto.
In epoca imperiale il ruolo di Attis, la cui morte e resurrezione simboleggiava il ciclo vegetativo della primavera, si accentuò gradualmente, dando al culto una connotazione misterica e soteriologica.
Ad Attis erano dedicate un ciclo di festività che si tenevano tra il 15 e il 28 marzo, che celebravano la morte e la rinascita del dio. Tra queste vi erano il Sanguem e l'Hilaria. Tracce di questi culti, che presero il nome di Attideia, sono presenti anche in colonie greco-romane (per esempio quella di Egnazia in Puglia).
Il culto di Cibele era caratterizzato anche da forti componenti sessuali, era praticato proprio nelle fenditure delle montagne, o in profonde nicchie e lunghe gallerie: un simbolismo che rimanda all'«antro » genitale femminile. Analoga immagine viene evocata dal leone con la bocca aperta e la criniera in evidenza, frequente nell'iconografia della dea in area anatolica e in tutto il bacino mediterraneo orientale. Solo successivamente, infatti, nel pelo leonino è stata proiettata l'immagine raggiata della corona solare.
Statua in marmo di Cibele -  I secolo a.C. da Formia, LazioAltre caratteristiche dell'iconografia di Cibele sono poi il velo (o mantello), uno specchio, una melagrana e (come Demetra) le spighe d'orzo. Da cui si estraeva una sostanza che serviva a preparare una bevanda allucinogena indispensabile alle caotiche processioni dei fedeli, avanzanti al ritmo frenetico di timpani, cembali, flauti e tamburi. A guidare le cerimonie erano sacerdoti che dovevano innanzitutto raggiungere l'unione estatica con la dea attraverso il massimo distacco possibile dalle tentazioni della carne: l'evirazione. Dopo la consacrazione, indossavano abiti lunghi di color giallo-verde o arancione (tipicamente femminili) e si coloravano i lunghi capelli (non li tagliavano); inoltre si truccavano il volto (in particolare le sopracciglia) e, così preparati (travestiti), portavano le immagini della dea nei paesi della zona cavalcando degli asini e facendosi accompagnare dal suono di tamburi, corni e flauti, e dal lancio di petali di rose. Un corteo spettacolare che serviva per attirare i fedeli, in modo da raccogliere le elemosine e permettere ai sacerdoti di esercitare le loro pratiche esorcistiche e divinatorie. Nella versione più popolare, inoltre, il culto prevedeva cerimonie assai violente, con danze di tratto sciamanico (il vorticoso girare su se stessi che oggi conosciamo grazie ai Dervisci), che davano vita a fenomeni di estasi e trance, preludio alle attività profetiche, e sfociavano pure nel ferimento dei partecipanti con lame e coltelli. Dalla Frigia il culto di Attis e Cibele si diffuse in tutta la Grecia, sino a giungere in Italia, caso unico di religione misterica introdotta dall'Urbe con una delibera statale. Perché, come scrivono Livio, Ovidio e Varrone, durante la seconda guerra punica e le campagne di Annibale, un'interpretazione dei Libri Sibillini profetizzò che il pericolo sarebbe stato allontanato solo portando in città la Madre degli Dei.
Tito Livio scrive in Ab urbe condita XXIX, 10 :
"Un’ improvvisa superstizione aveva invaso la città in quel tempo, trovato un carme nei libri Sibillini, esaminati a causa della troppo frequente caduta di pietre dal cielo in quell’anno, (cioè che) qualora il nemico straniero avesse portato guerra alla terra dell’Italia, quello poteva essere cacciato dall’Italia e vinto se la madre Idea fosse stata trasportata a Roma da Pessinunte. Quel carme trovato dai decemviri tanto più ammonì i senatori che, cosa che anche i legati, che avevano portato un dono a Delfi, riferivano, e, facendo sacrifici proprio quelli ad Apollo Fizio, tutte le cose erano state liete e era stato comunicato dall’oracolo il responso che per il popolo romano ci sarebbe stata una vittoria molto più grande di quella dalle cui spoglie portavano doni. Nella sommità della medesima speranza univano l’animo di Publio Scipione, che quasi presagiva la fine della guerra perché aveva richiesto la provincia dell’Africa. Perciò, affinché più opportunamente fossero padroni della vittoria preannunciata dal fato, dai presagi e dagli oracoli, pensava e meditava su quale fosse il mezzo per trasportare a Roma la dea." (**)
Così, nel 204 a.C., il Senato ufficializzò il culto della dea facendo venire da Pessinunte la cosiddetta «pietra nera», suo simbolo, per accogliere la quale fu costruito un tempio sul Palatino ed una festa annuale in aprile (i ludi Megalenses). Tre secoli prima, la dea aveva fatto il suo ingresso trionfale ad Atene, anche in quel caso introdotta da un oracolo, quello di Delfi. Per Roma, fu anche un modo per evitare che il fermento eversivo contenuto nel culto popolare potesse finire fuori controllo. Con riferimento alle origini troiane (ossia frigie) dei fondatori di Roma, i patrizi (che si vantavano loro discendenti) la onorarono come divinità della loro stirpe e la opposero alla plebea Cerere. Presto si diffusero anche i misteri ellenistici di Cibele, che in epoca imperiale presero forma di religione autonoma. Ancor oggi la donna con le torri in testa (l'immagine di Cibele) rappresenta l'Italia. E va pure segnalata la traccia del culto di Attis e Cibele che si ritrova nel mondo cristiano: l'albero addobbato una volta all'anno (allora era un pino); la castità dei sacerdoti; il rito dell'eucarestia (mangiavano carne e bevevano il sangue del dio «che moriva e risorgeva»). E a proposito del rito del sangue va osservata più da vicino quella che Tertulliano definirà effusio sanguinis, che diventa semen christianorum.
Prima del cristianesimo fu proprio la Grande Madre a richiedere che il neofita venisse coricato in una fossa e ricevesse una pioggia di sangue di toro (come ricorda Prudenzio). Una cerimonia magica dalle origini remotissime che nei secoli si trasformò da rito propiziatorio in purificazione iniziatica, un mistero di trasformazione che rimanda a un'altra grande divinità che ha segnato non poco il cristianesimo: il dio Mithra.
i 7 veli di iside la nera
 
di Selene Ballerini
 
Le valenze occulte della Dea-Madre dell'antico Egitto. Punteremo la nostra attenzione nel tentativo di togliere i 7 successivi veli - un numero simbolico - che hanno ricoperto con il tempo l’identità originaria di Iside e carpirne così l’essenza più intima e radicale.
È ormai ipotesi accreditata che nel 2.450 a.C., quando cioè la Grande Piramide sarebbe stata costruita (anche se a parere di qualcuno esisteva già), i due condotti sud dell’edificio - quelli che partono dalla Camera del Re e dalla Camera della Regina - puntassero rispettivamente verso la costellazione di Orione e la stella Sirio, che erano identificate nell’antico Egitto con Osiride e Iside.
Se così fosse, la colossale costruzione veniva forse percepita dallo spirito egizio come un luogo di unione e fecondità, dove la vita del Nilo - le cui acque, s’ipotizza, furon fatte confluire proprio lì - si rinnovava tramite un processo di rigenerazione simbolica di Osiride (nel suo aspetto di Dio morente e risorto) a contatto con la Dea. E proprio su uno dei poli di questo scenario mitico, Iside, punteremo qui la nostra attenzione, nel tentativo di togliere i 7 successivi veli (un numero simbolico, ovviamente) che ne hanno ricoperto con il tempo l’identità originaria - facendone una Dea stratificata e multiforme - e carpirne, così, l’essenza più intima e radicale.
Il primo velo che toglieremo a Iside è appunto quello della sua versatile adattabilità, che l’ha resa plasmabile in differenti contesti religiosi, misterici e sapienziali. E per farlo partiremo dalla celeberrima descrizione che nell’XI Libro dell’"Asino d’oro" ne ha data Lucio Apuleio.
 
PRIMO VELO - LA DEA UNIVERSALE
"Avevo appena chiuso gli occhi, quand’ecco che sulla superficie del mare apparve una divina immagine, un volto degno d’essere venerato dagli stessi dei.
Poi la luminosa parvenza sorse a poco a poco con tutto il corpo fuori dalle acque e a me parve di vederla, ferma, dinanzi a me.
Mi proverò a descrivervi il suo aspetto mirabile [...]
Anzitutto i capelli, folti e lunghi, appena ondulati, che mollemente le cascavano sul collo divino.
Una corona di fiori variopinti le cingeva in alto la testa e proprio in mezzo alla fronte un disco piatto, a guisa di specchio ma che rappresentava la luna, mandava candidi barbagli di luce.
Ai lati, a destra e a sinistra, lo stringevano le spire irte e guizzanti di serpenti e, in alto, era sormontato da spighe di grano.
Indossava una tunica di bisso leggero dal color cangiante [...] ma [...] soprattutto confondeva il mio sguardo [...] la sopravveste nerissima, dai cupi riflessi, che - girandole intorno alla vita - le risaliva su per il fianco destro fino alla spalla sinistra e di qui stretta da un nodo le ricadeva sul davanti in un ampio drappeggio ondeggiante [...]
Quei lembi e tutto il tessuto erano disseminati di stelle scintillanti e in mezzo a esse una luna piena diffondeva la sua vivida luce: lungo tutta la balza di questo magnifico manto, per quanto esso era ampio, correva un’ininterrotta ghirlanda di fiori e di frutti d’ogni specie.
Gli attributi della dea erano poi i più diversi.
Nella destra recava, infatti, un sistro di bronzo [...]
Dalla mano sinistra, invece, pendeva un vasello d’oro a forma di barca dal manico ornato da un’aspide con la testa ritta e il collo rigonfio.
Ai suoi piedi divini calzava sandali intessuti con foglie di palma, il simbolo della vittoria.
Tale e così maestosa [...] si degnò di parlarmi la dea.
Eccomi o Lucio, [...] io la madre della natura, la signora di tutti gli elementi, l’origine e il principio di tutte le età, la più grande di tutte le divinità, la regina dei morti, la prima dei celesti, colei che in sé riassume l’immagine di tutti gli dei e di tutte le dee, che con il suo cenno governa le altezze luminose del cielo, i salubri venti del mare, i desolati silenzi dell’oltretomba e la cui potenza, unica, tutto il mondo onora sotto varie forme, con diversi riti e differenti nomi. Per questo i Frigi [...] mi chiamano Pessinunzia (1) Madre degli dei, gli autoctoni attici Minerva Cecropia (2), i Ciprioti circondati dal mare Venere Pafia (3), i Cretesi arcieri famosi Diana Dittinna (4), i Siculi trilingui Proserpina Stigia (5), gli antichi abitatori di Eleusi Cerere Attica (6), altri Giunone, altri Bellona (7), altri Ecate, altri ancora Ramnusia, ma [gli] Etiopi [...] e gli Egizi, così grandi per la loro antica sapienza [...], mi chiamano con il mio vero nome: Iside Regina (8)."
Siamo nel II secolo d.C., in piena epoca alessandrina e la Dea egizia ha ormai acquisito quei tratti universalistici che permetteranno al suo culto di sopravvivere ancora a lungo sotto le più svariate maschere. Lo stesso Apuleio era iniziato ai Misteri di Iside, una forma cultuale ellenizzata che s’ispirava ai poteri rivitalizzanti della Dea. Lo scrittore propone Iside come fonte originaria e prototipo di tutte le Dee, quasi che nella "Regina" egizia si concentrasse ogni possibile aspetto della Femminilità, quello oscuro di morte e guerra al pari di quelli luminosi dell’amore, della maternità, della magia, della virtù terapeutica.
In particolare Iside fu sovrapposta in una quasi assoluta identità di alcuni episodi mitici (non abbiamo agio di ripercorrerli ma chiunque può procedere a rapidi confronti su un qualsiasi testo divulgativo) con la greca Demetra, Dea del grano, tema su cui peraltro avremo modo di tornare e già accennato nella connotazione iconografica fornita da Apuleio, dove appunto la Iside-"Cerere Attica" è raffigurata con le spighe di grano che sormontano il disco lunare. Inoltre Iside era chiamata "la Nera" (9) proprio come Demetra (nel mondo antico era il colore della fertilità) e tale caratteristica sarà forse il principale veicolo del proliferare di Madonne Nere in Europa, tutte - non a caso - dotate di virtù curative.
Dea-Uccello (le sono sacri l’avvoltoio, l’anatra, la rondine) e Dea-Serpente come la Grande Madre della preistoria europea, Dea-Vacca in quanto Signora della Luna e sposa di Osiride-Toro, e ancora Dea del mare e della navigazione (funzione poi ereditata in epoca cristiana da Maria), Iside è stata, e per molti versi è ancora, un personaggio di forte rilievo in ambiti magici e alchemici: basti pensare - ma è solo un esempio - ai documenti ermetici dei primi secoli d.C., come "Kore Kosmou", "Fanciulla del Cosmo", o l’alchemico "Iside la profetessa a suo figlio Horo", nei quali viene effigiata quale detentrice di Sapienza.
Il culto di Iside ebbe straordinaria diffusione nel mondo ellenistico-romano e ancora il suo mito fu recuperato nel Rinascimento, che la sovrappose anche alla Dea Fortuna.
Ritroviamo Iside perfino nel secolo dei lumi, quando certi studiosi francesi, e poi Napoleone con loro, dettero credito alla leggenda che voleva la Dea fondatrice di Parigi: argomento per una lettura approfondita del quale rimandiamo al celebre saggio "La ricerca di Iside" di Jurgis Baltrusaitis, dove sono appunto analizzati i molteplici modi con cui l’Egitto ha continuato ad affascinare per secoli l’Occidente, talora sotto forma di una vera egittomania.
 
SECONDO VELO - LA DEA MADRE
Un ulteriore filone di persistenza dell’immaginario religioso di Iside nella cultura europea è quello - a cui si è già fatto cenno - del sovrapporsi di elementi cultuali mariani su precedenti peculiarità isidiane.
E non solo per quanto riguarda la tradizione delle Madonne Nere, bensì soprattutto per l’immagine egizia di Iside che seduta in trono allatta il Figlio Horus, sorta di prefigurazione iconografica della Vergine con Gesù. Inoltre le ali tese con cui Iside copre e protegge Osiride e i defunti sembrano un modello dei grandi manti con cui molte Madonne coprono e proteggono i santi e i fedeli.
 
TERZO VELO - LA DEA LUNA
Il terzo velo è costituito dall’aspetto che più di ogni altro ha permesso a Iside di coincidere con varie altre Dee e che abbiamo rilevato anche nel ritratto apuleiano: il suo legame con la Luna. Legame che tuttavia assume connotati diversi da quelli cui siamo abituati se si pensa che nelle concezioni egizie la Luna era attinente non soltanto a Iside ma anche al suo sposo e fratello Osiride (10), il cui rapporto con la nostra Dea, articolato e complesso, sarà appunto il quarto e quinto velo che adesso solleveremo.
 
QUARTO VELO E QUINTO VELO - LA DEA SPOSA, CELESTE E TERRESTRE (11)
Ecco, io tua sorella ti amo più di tutto quanto in terra e tu non ami un’altra come ami tua sorella, certo non ami un’altra come ami tua sorella! [...]
Procede da te il forte Orione nel cielo vespertino, quando i giorni vanno a riposo uno dopo l’altro!
Ché sono io - all’approssimarsi del periodo di Sothis - che veglio su di lui.
Questi frammenti tratti da un antico papiro conservato a Berlino (12) in cui Iside si rivolge allo sposo, e che confermano l’identificazione di queste due Divinità con Sirio ("Sothis" in egizio) e Orione, mostrano l’intensità dell’amore che secondo il mito li legava.
La leggenda - riportata anche da Plutarco (47-127 d.C.) - narra che Osiride fu prima ucciso e in seguito smembrato in 14 pezzi dal fratello Seth (13), che li gettò nei 7 bracci del Nilo. Iside andò alla ricerca dei pezzi per ricomporre il corpo dell’amato, ma ne trovò solo 13, perché il fallo era stato ingoiato dai pesci (14). Horus, il figlio di Osiride e Iside, vendicherà la morte del padre, che dal canto suo diventerà sovrano dell’oltretomba (o Duat), acquisendo peculiarità inferiche. D’ora in poi il Faraone identificherà se stesso con Horus finché sarà in vita e con Osiride una volta che avrà varcato la soglia dell’aldilà, trasformandosi in stella di Orione (15).
L’episodio dello smembramento collega Osiride a Dioniso, il Dio greco che secondo il mito fu appunto fatto a pezzi dai Titani, gli oscuri Figli di Madre Terra, e il cui animale sacro era parimenti il Toro, le cui corna segnalano la natura lunare di ambedue i personaggi.
E qui occorre una digressione mitologica per comprendere l’intensa pregnanza e i significati di un topos delle religioni euroasiatiche: quello del "Dio morente", che risalirebbe addirittura alla preistoria.
Iniziamo la nostra deviazione proprio da Dioniso, alter ego di Osiride in terra greca insieme a Ade, Dio degli Inferi. Firmico Materno e Clemente d’Alessandria sono i primi a riferire il mito della sua morte. Secondo il loro racconto i Titani avrebbero fatto a pezzi il Dio ancora bambino, per poi cuocerne le membra e mangiarle. Ma Minerva riuscì a sottrarre il cuore e denunciò il crimine al padre Zeus, che diede la morte ai colpevoli.
Della sua rinascita né Firmico né Clemente parlano e non ne parlerà il cristiano Arnobio, per non accomunare un Dio pagano al Cristo nel miracolo della vittoria sulla morte. Ma quando fra IV e V secolo d.C. rifiorirono le correnti orfiche il mito di Dioniso si consolidò proprio sulla resurrezione, il fulcro più attivo nelle aspirazioni soteriologiche dei Misteri orfici.
Evidenti le corrispondenze con gli antichi culti orientali che in periodo ellenistico affluirono nell’impero di Roma. Tali culti, le cui radici erano probabilmente mesopotamiche, avevano come tema comune proprio il rito di morte e resurrezione di un Dio, motivo sia naturistico - l’alternarsi delle stagioni - sia sviluppato successivamente in senso animistico o spirituale, come esemplificazione del percorso dell’anima immortale.
Forse il più diffuso in tarda epoca ellenistica è il culto di Cibele e Attis, importato a Roma nel 204 a.C. Attis, Dio della vegetazione, moriva e risorgeva e all’equinozio di primavera la sua vicenda veniva commemorata da una festa scandita in vari momenti: lutto, processione funebre, sepoltura e resurrezione.
Dalla Siria proveniva il culto di Adone, adorato, come Dioniso, soprattutto dalle donne. La sua amante era Astarte - Dea della bellezza e dell’amore - e come Attis anche Adone muore, risorge, viene pianto e infine festeggiato in riti primaverili.
La vicenda di Cristo è analoga ai mitologemi degli Dei asiatici. Infatti Gesù, come Dioniso, nasce da una mortale e dona al la madre l’immortalità.
Compaiono inoltre in ambedue i miti il vino, la grotta con un asino, la culla, la persecuzione. E sia Cristo sia il Dioniso misterico assumono la figura di Salvatore e soffrono una Passione in quattro momenti, pur se disposti in differente ordine cronologico): uccisione, spezzettamento delle membra, cannibalismo e resurrezione.
Vicende, periodi dell’anno implicati e molteplici altri indizi rivelano il risvolto naturalistico racchiuso in questi miti, che fa di Osiride - come di Attis, di Adone e degli altri Dei citati - una Divinità connessa alla natura e in particolare alle fasi lunari.
Del resto il mito egizio ce lo testimonia con palese evidenza: il corpo di Osiride viene diviso in 14 parti (numero dei giorni di un emiciclo lunare: il ciclo dura infatti 28 giorni), che sono gettati in 7 bracci del Nilo (numero ritmico delle fasi) e infine recuperati tutti fuorché uno (e il 13 è il numero di volte in cui nel corso di un anno la Luna effettua il suo giro completo).
Osiride rappresentava dunque tutto ciò che è fasico: Luna, stagioni, vegetazione, messi... e in Egitto ovviamente il sacro Nilo (16), la più potente esemplificazione della ciclicità, dato che ogni anno per nutrire la terra con il suo prezioso limo il fiume esondava così puntualmente che l’evento fu usato come momento d’avvio per il calendario.
Ecco perché Apis, Dio-Toro con cui il fiume era identificato, fu assimilato con il tempo a Osiride, del quale condivideva appunto l’attitudine ai corsi e ricorsi che scandiscono i ritmi dell’esistenza.
In origine invece Osiride più che il fiume ne rappresentava l’esondazione, quindi il principio di fertilità, quasi che il limo simboleggiasse il suo sperma divino.
Va pure detto che in siffatto scenario mitologico Iside recitava la parte della terra fecondata, quella che si adagiava intorno al fiume, mentre i suoi fratelli Seth il "Rosso" e Neftys, altra Coppia del pantheon egizio, alludevano Lui all’aridità solare del deserto - la "terra rossa" - e Lei ai terreni lontani dal Nilo e dunque quasi mai raggiunti dalle acque esondate.
Si narra in effetti che Neftys ottenne la sua unica gravidanza dopo un amplesso con il fratello equoreo Osiride, dal momento che Seth era sterile (17).
Ma se Osiride è l’esondazione, Iside che ne ricompone il corpo risulta essere, oltre che terra fecondata, anche la Natura che organizza e determina, nella funzione di potenza primeva, il ciclo stagionale. Occorre inoltre ricordare che il primo giorno dell’anno era determinato in Egitto dal coincidere della levata eliaca di Sirio (quella cioè che precede immediatamente l’alba) (18) e della piena del Nilo. E poiché il fiume/Osiride era visualizzato zoomorficamente come un toro e Sirio/Iside in forma di vacca (19) la loro contemporaneità sottintendeva anche un’unione sessuale, che in quanto tale era propiziatoria, tanto feconda quanto fecondante (20).
Un’altra spia dell’iperfunzione di Iside quale regolatrice della Natura ce l’offre l’episodio mitico in cui la Dea invece di uccidere Seth, catturato da Horus per vendicare Osiride, libera questo suo fratello rosso, incarnazione sia del principio di secchezza e aridità sia delle acque salate, e quindi non potabili, del mare (21).
Il magnanimo gesto è interpretato da Plutarco - nel suo "Iside e Osiride" - come una decisione saggia della nostra Dea, che in tal modo, Signora di Ordine e Misura, "non volle annullare completamente il principio opposto all’umidità, ma intese unicamente ridurlo e poi lasciarlo di nuovo libero per mantenere la composizione dell’atmosfera", poiché "il cosmo non può essere perfetto se viene a mancare in esso l’elemento igneo (22)".
Plutarco ci segnala anche che le vesti rituali dei culti isiaci erano "di color variegato: il suo ambito, infatti, è quello della materia, la quale si evolve in tutte le forme e a tutte le forme si presta, luce e oscurità, giorno e notte, fuoco e acqua, vita e morte, principio e vita (23)".
Iside, c’informa ancora lo studioso e sacerdote greco (che scriveva tra il I e il II secolo d.C., quindi in epoca tarda), personifica l’essenza della materia che porta in sé i semi di vita (24), la "casa cosmica" delle concezioni (25), il principio generativo che dissemina elementi germinali in ogni parte del mondo (26).
E questo c’introduce al sesto, decisivo velo che dobbiamo alzare e che imprevedibilmente ci riporterà a Sirio...
 
SESTO VELO - LA DEA FERMENTO
Continuando a dissertare con Plutarco merita rilevare come a suo parere gli egizi ritenessero la natura di Iside un "movimento animato e intelligente" (27), concetto a cui alluderebbe anche il suo strumento musicale: il sistro (28). Il termine "seistron" - spiega infatti l’erudito - deriva da "seiesthai", "scuotere", e significa che gli esseri viventi devono essere scossi e non possono mai smettere di muoversi, e se si trovano a essere [...] addormentati e intorpiditi bisogna svegliarli e incitarli (29). Un’espressione dove par risuonare quel frammento in cui il filosofo Eraclito parlando della bevanda sacra alla Dea Demetra (che abbiamo visto fu identificata con Iside) scrisse: "kai o kiukeòv diìstatai mè kinoùmenos", ossia: "anche il ciceone si disfa se non viene agitato" (30).
Il riferimento a Demetra è particolarmente significativo perché anche Iside fra le sue tante forme assunse quella di "campo di grano", quella cioè della matrice in cui il grano nasce e si sviluppa. E il grano, come tutti i vegetali, specie da coltura, altro non è che la trasposizione naturistica del mitologema del Dio morente, che appunto si sprofonda nelle regioni ctonie durante ogni inverno per poi rinascere a ogni primavera.
Sul tema, e proprio in base ai motivi che c’interessano, la mitoarcheologa Marija Gimbutas offre uno spunto illuminante nel suo pregevole saggio "Il linguaggio della Dea", dove scrive: "Il dio morente ha discendenti, nell’antica Grecia e nelle credenze popolari europee, nel dio del lino, o del grano, nato dalla terra sotto forma di lino, o grano, e che troviamo torturato, morente e risorto fuori dalla terra". E fa l’esempio di un vaso di steatite nera del XIV secolo a.C. in cui è ritratta "una danza di mietitori che portano spighe di grano agitando i sistri" (31).
Legame forte e antico, dunque, quello fra campo di grano fecondato e sistro, un oggetto la cui precipua funzione sarebbe perciò di risvegliare, incitare, stanare le energie vitali assopite nel ventre di Madre Terra e condurle a resurrezione.
E giunge allora a proposito un’altra interessante citazione, tratta stavolta dalla monumentale indagine antropologica di Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend "Il mulino di Amleto", laddove i due storici della scienza ricordano che Istar - corrispondente assiro-babilonese di Iside - era la Dea che "sommuoveva" l’Apsu (le "acque dolci" primeve) davanti a Ea, il Dio dell’acqua.
Nell’"Avesta" (32) - continuano i due ricercatori - si dice che Sirio "fa sì che il lago ribolla [...] che fermenti [...] che rifluisca", mentre il romano Plinio assicura che "il mare intero è consapevole del sorgere di questa stella, come si vede nei Dardanelli, ove appunto le alghe e i pesci vengono a galla e ogni cosa vien portata su dal fondo".
E Plinio aggiunge che quando Sirio sorge "il vino nelle cantine si agita e le acque stagnanti si muovono" (33), tutti fenomeni che peraltro il mondo antico associava alla sfera femminile, con forte riferimento alla Luna, alle sue fasi e all’energia perturbante del sangue mestruale.
In breve tutte queste considerazioni inquadrano Iside secondo la radicale prospettiva di una Forza dinamica e scardinante che non soltanto genera l’universo ma lo fa anche fermentare, in un processo ininterrotto di nascita-morte-rinascita affinché non degeneri mai nel ristagno.
 
SETTIMO VELO - LA DEA TRONO
Se queste successive testimonianze mitiche - la cui valenza antropologica nell’immaginario sacrale è incontestabile - ci mostrano Iside come Signora dell’"Ank", Chiave della Vita, e dei meccanismi rigenerativi che sottendono alla sua perpetuazione, non dovrebbe far meraviglia che i sapienti egizi la indicassero con il geroglifico che effigia il simbolo del potere sacro: il "Trono", posto anche sulla sfera tra le corna della Dea e con il quale Iside s’identificava tout court.
Un’immagine che nasconderebbe, quindi, un grande segreto: il Faraone, quale sintesi microcosmica del macrocosmo Egitto, acquisirebbe la sua Energia, la sua Saggezza, la sua Salute fisica e interiore ma soprattutto il suo misterioso Potere fecondante dal Trono su cui siede e al quale aderisce come fosse sia la propria matrice occulta, sia il ventre della Madre Celeste da cui è sorto e da cui continua a suggere nutrimento.
Un’interpretazione plausibile se si pensa che il Faraone personificava in vita Horus, figlio appunto di Iside, e dopo la morte Osiride, cui la Dea aveva ridonato esistenza in un contesto mitico di resurrezione.
Il Trono manifesterebbe così il fermento vitale che proviene da Iside e che come una corrente elettrica investe e fa rinascere il Faraone ogniqualvolta vi si siede nella solenne pienezza della sua regalità.
E ora che anche quest’ultimo velo - il settimo - è stato tolto, ecco la complessità della nostra Dea, straordinaria quanto ancora imperscrutabile, abbagliarci, nuda eppure ancora colma di maschere da scoprire, da indagare e sulle quali riflettere, nella certezza che Iside dai Nomi infiniti e dagli innumerevoli Anni abbia ancora molti, moltissimi veli da svelare.
 
Note:
1. Cibele, qui chiamata così per un suo tempio nella città di Pessinunte.
2. Da Cecrope, il mitico fondatore di Atena, metà uomo metà serpente.
3. Afrodite sarebbe nata nelle acque di Pafo.
4. "L’irretita", epiteto della dea cretese Britomarti, identificata dai Greci con Artemide.
5. Dal fiume Stige, che gira nove volte intorno all’Ade, regno infero di Proserpina.
6. Cioè Demetra.
7. Dea romana della guerra.
8. Lucio Apuleio - "L’asino d’oro", Milano, Garzanti, 2. ed., 1977, p. 59. La descrizione apuleiana fu iconografata nel 1652 da Athanasius Kircher.
9. Anche Osiride aveva la pelle nera.
10. Scrive Plutarco nel suo "Iside e Osiride": "La morte di Osiride corrisponde, secondo il mito egiziano, al 17 del mese, quando cioè il plenilunio si compie e risulta perfettamente visibile. [...] Gli anni della vita di Osiride, o [...] quelli del suo regno, furono 28: tale infatti è il numero delle lunazioni e anche quello delle giornate necessarie perché il ciclo lunare si compia. Il tronco che viene tagliato nel rito detto ‘Sepoltura di Osiride’ serve a costruire un’urna funeraria a forma di falce di luna: questo perché la luna, quando si avvicina al sole, prende l’aspetto di una falce fino a diventare invisibile" (cap. 42). Questa e le prossime citazioni sono tratte dall’edizione: Milano, Adelphi, 1990 (3. ed.).
11. Del resto Iside (il cui nome egizio era Aset) è proprio figlia del Dio-Terra (Geb) e della Dea-Cielo (Nut).
12. Papiro di Berlino 1425, intitolato "I lamenti di Iside e di Nefti". Versi tratti da: "La leggenda di Iside e Osiride nei testi originali", Roma, Tilopa, 1993, p. 63 e 65.
13. Nella protostoria egizia, invece, il mito narrava che Osiride era morto per annegamento e Seth non vi era implicato.
14. Nella primitiva versione dei "Testi delle Piramidi" (VI Dinastia, 2420-2270 a.C.) è la madre Nut a rimettere insieme il corpo di Osiride, che poi Iside e Neftys ritrovano nel fiume.
15. In quanto Divinità connessa alla morte Osiride è costantemente raffigurato sotto forma di mummia. Nella prospettiva naturistica del mito la morte di Osiride corrisponderebbe alla secca del Nilo.
16. "Anche la crescita del livello del Nilo, secondo gli Egiziani, è in rapporto con le lunazioni". Apis è l’"immagine vivente di Osiride e la sua nascita avviene quando dalla luna cade un raggio di luce fecondante e va a colpire una mucca in calore. È per questo che Apis col suo mantello misto di chiaro, grigio e nero somi glia molto ai vari aspetti della luna" (Plutarco, "Iside e Osiride", cap. 42).
17. Dall’unione di Neftys con Osiride nacque Anubis, ma Iside portò via il figlio a Neftys "e lo fece suo. Neftys è ciò che sta sotto la terra ed è invisibile, Iside invece è ciò che sta sopra la terra ed è visibile. Il circolo che tocca questi due estremi, chiamato orizzonte, essendo comune a entrambi prende il nome di Anubis" (Plutarco, "Iside e Osiride", cap. 42).
18. Invece con Anno Sothiaco s’intendeva un ciclo celeste di 1461 anni che iniziava quando il levarsi eliaco della stella avveniva all’Orizzonte Orientale. Sirio, detta "la Nutrice", è la stella più luminosa della costellazione del Cane Maior e il suo nome rivela appunto questa peculiarità: deriva infatti dal greco "seirios", "sfavillante, ardente".
19. Viene rappresentata così anche nello Zodiaco di Dendera.
20. La testa di vacca con cui è rappresentata talvolta Iside viene spiegata nel mito originario con un episodio piuttosto crudo: Horus cerca di violentare la madre, lei allora per punizione gli amputa le mani e le dà in pasto ai coccodrilli, poi il figlio la decapita e la testa di Iside verrà appunto sostituita con quella di una vacca.
21. Vedi a questo proposito Plutarco. "Iside e Osiride", cap. 40: "Anche se non è espressamente ammesso dalla religione egiziana, non si può tuttavia respingere la validità del racconto secondo cui Tifone [Seth] all’inizio aveva il predominio sul regno di Osiride. L’Egitto, infatti, era un mare: per questo nelle miniere e sulle montagne si trovano ancora delle conchiglie. Tutte le sorgenti poi e tutti i pozzi, che sono tanti, hanno ancora acqua amara e salata, come se lì si fosse raccolto un vecchio residuo del mare che c’era prima. Col tempo Horos ebbe la meglio su Tifone, vale a dire che il Nilo, grazie al benefico avvento delle piogge, riuscì a respingere il mare, a mettere allo scoperto la pianura e a riempirla di depositi alluvionali".
22. Ivi.
23. Plutarco. "Iside e Osiride", cap. 77.
24. Ivi, cap. 53.
25. Ivi, cap. 56.
26. Ivi, cap. 42.
27. Ivi, cap. 60.
28. Il sistro era formato da un telaio, in genere rettangolare, al quale erano appese sbarrette - spesso munite di dischetti tintinnanti - e sormontato da un manico. Il suono si otteneva facendo sbattere le sbarrette, e quindi i dischi, sui bordi del telaio.
29. Plutarco, "Iside e Osiride", cap. 63.
30. Frammento 125. Il "ciceone" era una miscela di farina, cacio e vino o miele.
31. Marija Gimbutas, "Il linguaggio della Dea. Mito e culto della Dea Madre nell’Europa neolitica", Milano, Longanesi, 1989, p. 182-183.
32. L’"Avesta" è il testo sacro del Mazdeismo, di cui conserviamo una redazione frammentaria che risale ai secoli II-VII.
33. Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend. "Il mulino di Amleto. Saggio sul mito e sulla struttura del tempo", Milano, Adelphi, 1998, 6. ed., p. 260-261. L’opera di Plinio citata è la "Naturalis historia".
i simboli della luna e del sole
 
di Stelio Calabresi
Non ci si meravigli se l'icona della luna (l'eterno femminino), forse in contrasto con una consolidata progressione di logica maschilista, precede quella del sole (elemento maschile).
È questione di antichità del simbolo.
Ed anche di logica: la logica del simbolismo espresso in questi geroglifici è diversa dalla consueta che mette il maschile al primo posto.
Non è un caso che il primo simbolo di cui sia documentata l'esistenza è stato trovato presso le piú antiche società matriarcali: nelle culture asianiche pre-sumeriche e pre-assiro-babilonesi.
In effetti il segno che conduce alla "luna" appartiene agli albori dell'umanità: affonda le radici nel genio artistico dei primi esemplari di "homo erectus", addirittura nel neolitico al quale appartengono le "Veneri steatopigiche". Quell'essere, poco piú che un "ominide", era rimasto affascinato (non tanto dal sole che faceva parte del suo mondo quotidiano) dal mistero della donna e della maternità e la riprodusse in un blocchetto di pietra.
A quelle "Veneri" seguirono, nell'immediato volgersi del tempo, le raffigurazioni della "Grande Madre"; essa condivideva con la Venere steatopigica, l'opulenta rappresentazione di una femminilità esasperata: gli attributi sessuali erano rimasti invariati nonostante l'indubbio progresso dell'espressione artistica.
Spuntano e si moltiplicano.
Alludo alle raffigurazioni muliebri dalle molteplici mammelle (1) delle statue provenienti di Hatty in Anatolia.
Viene elaborata "Ku-Ba-Bah"; e questa in rapido volgere di tempo diviene "Ku-Ba-Lah", poi definitivamente incarnata in Cibele.
Raramente viene raffigurata isolatamente: in Egitto, Cibele sarà chiamata Iside e spesso si vedrà raffigurata nell'atto umanissimo di allattare un bambino, ricchissima di simbologie sottintese, divina nella sua essenza.
La "Divina Iside" è la piú classica rappresentazione della femminilità: anche Iside allatta Horus, il vendicatore di Osiride, all'ombra di un sicomoro (che è simbolo di rinascita).
Iside qui è vista su un piano umano: è divenuta Mut, lo stesso sicomoro dal quale fuoriesce una mammella che allatta ed alleva la stirpe reale.
In Orus vediamo il faraone a sua volta destinato alla divinizzazione.
A questo processo allude l'iconografia di Iside che, per un momento, torna ad essere la Grande Madre.
Nella sfera del mito e del simbolo è entrata peró una novità. Alla Grande Madre (elemento femminile, simbolo della fertilità) si è cominciato ad opporre il Toro (elemento solare, maschile, simbolo della fecondità).
Anche l'uomo del neolitico aveva compresso che entrambi gli elementi (maschile e femminile), tra di loro complementari, erano necessari per produrre la vita.
Essi, tuttavia, non operavano su un piede di parità: abbiamo ricordato che le piú antiche società erano basate sul matriarcato. Il re, il Paredro, il Toro-Sole appunto, aveva la sola funzione fecondadrice; dopo aver prodotto l'effetto doveva essere sacrificato. E il suo sacrificio fu prima reale, fisico, poi divenne puramente simbolico (rituale).
A Creta l'atleta che supera con un balzo il toro non è la raffigurazione di una corrida "ante litteram", ma esprime la vocazione al sacrificio del Toro in una giostra di vita, morte, rinascita.
Non è un caso infatti che, mentre la femmina cretese ostenta i propri attributi "materni" (i seni nudi), il maschio resta imprigionato nella propria virilità (il Labirinto).
In Egitto, Osiride sostituisce, appunto, l'icona del Sole.
Per rinascere ogni mattina, deve morire ogni sera, mentre nella notte percorre il fiume sotterraneo (il Duat) nella barca che si muove sull'acqua della vita.
Anche la Grande Madre, come meglio ci appare nelle raffigurazioni della celtica "Hertha", poggia il piede su una barca che, come quella egiziana di papiro, è al tempo stesso la falce lunare.
È proprio il tramite della falce lunare che, col passare del tempo e col mutare dei costumi sociali, accosta ed unisce i simboli della Luna e del Sole.
È solo allora che il Sole-Toro ottiene la sua "par condicio" per passare, immediatamente dopo, ad una vera e propria sovversione per assumere una condizione di supremazia.
La logica di questa successione temporale ha, ovviamente, una spiegazione sia sotto l'aspetto antropologico che sotto quello esoterico.
Sotto il primo aspetto basterà pensare che l'Uomo preistorico era ignaro delle leggi fisiche che presiedono alla procreazione. Ció non toglie che fosse affascinato dal mistero della riproduzione e, quindi, della rigenerazione della vita.
Per comprendere compiutamente il secondo aspetto bisogna ragionare sulla natura del simbolo. Nel momento in cui, in epoca protostoria o storica l'uomo comprende i segreti della vita che si perpetua pur continuando a chiedersi "chi sono?", espleta la sua riflessione anche sul "da dove vengo?" e sul "dove vado?"
I simboli, come la vita, passano ad indicare un fenomeno di socializzazione ed il rapporto femmina-maschio subisce una brusca inversione di rotta.
In che senso?
Nelle società originariamente matriarcali il suolo del maschio era limitato alla fertilizzazione della femmina. L'elemento maschile, socialmente in subordine, era - di fatto - rappresentato dal Toro, personificazione della potenza virile.
Il Toro era il Paredro, che giustificava la sua presenza sulla scena della vita esclusivamente per il suo legame annuale con la procreazione. Di conseguenza l'esaurirsi della funzione determinava la cessazione della sua unica ragione d'essere: l'essere Paredro culminava, come per il maschio della Mantide, in un sacrificio divenuto col tempo da fisico a rituale, che determinava la soccombenza dinanzi ad altri maschi nei riti di primavera (abbiamo altrove trattato della sopravvivenza di questi costumi nei riti celtici che sono attestati dalla saga arturiana).
Vita e morte (e palingenesi) scandiscono cosí la vita della specie con un alternarsi senza fine che si modella sui ritmo della natura, dell'alternarsi di notte e giorno, dal tramonto all'alba, dalla morte alla vita.
Il simbolo (geroglifico o icona) di ció è costituito dall'Albero della vita che trova spazio in tutte le religioni. Esso trova rispondenza nei percorsi rituali dei piú antichi templi.
Non è infatti un caso che nei templi ove si celebrava la vita (come nella Cambogiana Angkor-Tom) il percorso rituale era destrorso (come il movimento del sole) mentre quelli dove si celebravano i riti della morte erano sinistrorsi (come nel deambulatorio della tomba B di Micene).
In questa nuova teologia si evolvono gli antichi simboli: la Grande Madre neolitica diviene la raffinata Iside; al Toro succede Osiride, redivivo, Rhâ ed Horus Harpocrates. Essi sono divenuti i geroglifici dell'eterno femminino e dell'eterno mascolino dove l'antico re sacrificale (Osiride) morto per mano di Seth risorge per concorrere alla realizzazione della miracolosa fecondazione di Iside.
I simboli di Iside e Osiride sono divenuti il segno di tutte le apparenti contrapposizioni della vita che, nonostante tutto, si perpetua alla ricerca di una sintesi del molteplice; la fecondazione di Iside costituisce una sintesi dialettica di distinti (non di opposti) perché la loro è divenuta, da contrapposizione, complementarità necessaria perpetuazione della vita.
Chi sono Iside e Osiride?
Iside in egiziano è Aset cioè [A] S [E] T; tale nome, nella sacra scrittura degli "dei" è composto da due geroglifici.
Il primo è il segno del trono che alfabeticamente riproduce il suono A + S (si ricordi che sul trono era assisa la "Grande Madre") seguito dal segno del sole al tramonto che riproduce il suono T con l'interposizione di una E eufonica.
Graficamente il nome di Iside è scritto:
 
Il nome di Iside
Iside è la signora del Tramonto, è l'attesa e incarna la speranza di nuova vita, è il trono della notte, colei che sorge al calar del sole. Non è tutto perché la sua natura esprime un significato molto piú profondo, perché il sacrificio del Paredro è avvenuto prima del congiungimento rituale: ed allora la "Virgo dolorosa" alla ricerca delle membra sparse del suo fecondatore che, per giunta, risulterà mutilato dalla profanazione dell'ossirinco, il pesce tuttora maledetto delle popolazioni nilotiche.
L'uccisore e smembratore di Osiride è Seth (geroglifico del buio assoluto, della totale assenza di luce, del buio primordiale del caos precedente il fiat).
Iside concepirà "Horus - ORO" con un atto di magia-miracolo. E sarà il concepimento della vergine.
Proviamo per un momento a meditare su questi punti.
Ho detto di Iside = ASET ed ho dato una lettura simbolica basata esclusivamente sul geroglifico del nome. Ma esiste un secondo livello di lettura possibile che faccio con l'ausilio della Kabalah fonetica avvalendomi di quella che Fulcanelli chiama la "Lingua degli uccelli", quel greco che è la matrice di tutti i "linguaggi - rebus" e, in particolare, del linguaggio alchemico.
Leggeró allora "A" come "priva di" (cioè come alfa privativa), e "Set" come "buio".
Comprendo allora che Aset è la privazione del buio primordiale (ricordate il primo atto della creazione? "fiat lux") e che l'eterno femminino è il geroglifico della Luna che oblitera il buio della notte o, per dirla con il linguaggio della scienza fisica, è la luce che deriva dalla sintesi sottrattiva dello spettro solare.
Leggiamo allora, con lo stesso metodo, il nome di Osiride.
Orbene leggeró OS = "viso, occhio" e per traslato "luce" e IRIDE che rafforza il concetto di occhio; stiamo parlando, in sostanza di Râ, del sole radiante, della "vita" attiva e rigeneratrice.
La risultante della partenogenesi isidea è "Horus - ORO", ovverosia "Oro Alchemico" geroglifico di "Dio".
 
Note:
1. Qualcuno dice che, in realtà, si trattasse di testicoli del toro.
le misteriose pietre degli dei
 
di Stelio Calabresi
 
Da Stonehenge a Carnac, dalle Piramidi ai Mohai, dall’omphalos ai ciottoli Aziliani, dalla Pietra di Faal alla Kaaba... tutta la storia della civiltà dell’uomo ruota intorno alle "pietre".
Le "ossa della terra" caratterizzarono la più antica cultura dello uomo... e non solo quella, ne costituirono il primo materiale da costruzione, il primo mezzo per comunicare agli altri il proprio pensiero.
È fuori discussone che le pietre, ma anche altri manufatti, abbiano rivestito un particolare significato, non solo strumentale, per l’uomo megalitico. Ma non solo per lui.
Questa circostanza era ben presente al redattore della Bibbia che dichiarò: "E Giosuè scrisse queste parole nel libro della legge di Jahveh e, presa poi una grande pietra, la eresse ivi sotto il terebinto che era sotto il santuario del Signore". Non sappiamo se si trattasse di un menhir o un altare. Certamente era un simbolo di alleanza.
Andando avanti nel tempo neppure i greci pensarono di sottrarsi al fascino della pietra. Essi venerarono l'omphalos, pietra di forma conico-arrotondata, posta nel tempio di Apollo a Delfi e ne fecero il punto centrale, l'ombelico del mondo.
Forse in quella stessa epoca (1), i Celti fecero di una pietra, la "Pietra di Faal", uno dei quattro doni che i Tuata de Danaan lasciarono agli uomini quando decisero di lasciare la terra.
Non mi sembra il momento di dilungarmi su tanti altri aspetti di pietre famose: vi tornerò tra breve.
 
GLI AEROLITI E LE PIETRE DEGLI DEI
Un geologo austriaco, Otto Much, stabilì - sulla base di calcoli di vari studiosi di chiara fama (2) - che il 5 giugno 8496 a.C. un corpo celeste di notevoli proporzioni, a causa di una inconsueta congiunzione Terra-Luna-Venere, era precipitato nell’Atlantico settentrionale spaccandosi in diversi frammenti.
Sulla terra del pleistocene prosperava la cultura dell’uomo di Crô Magnon che conservò nel mito il ricordo delle catastrofi che ne seguirono (tra le quali l’inabissamento di Atlantide ed il diluvio Universale del quale ho trattato in "I misteri del Diluvio nella storia e nel mito".
Indipendentemente dal fatto che la teoria di Much possa essere condivisibile, resta il fatto che gli antichi ebbero una vera e propria venerazione per le pietre cadute dal cielo.
Come ci fa osservare Peter Kolosimo, nell'antichità gli aeroliti furono "...avvolti da un alone magico: chiamati cerauni, bétili, pietre fulmine, pietre animate, erano considerati veri doni del cielo, forniti di virtù mirabolanti, se non addirittura abitati da divinità".
E Robert Charroux, ci parla di altre famose meteoriti dei tempi andati. Si pensi alla Pietra Nera della Kaaba (La Mecca) che fu portata dagli angeli, alle pietre del tempio del Sole dell'isola del Lago Titicaca che ricordavano la storia di giganti discesi dal cielo per edificare le prime case degli uomini; la pietra di Apollo che Eleno (3) avrebbe ricevuto da un dio; le pietre di Cibele del monte Ida (Troade), di Pessinunte (Frigia), di Creta e di Tebe; la Pietra di Diana ad Efeso accompagnata dalla celebre statua della dea; l’ancile romano lasciato cadere da Marte a protezione di Roma; la Pietra di Argo (Tracia) la cui natura sarebbe stata svelata al filosofo Anassagora; la pietra caduta nel 1492 e custodita nella Chiesa di Eisenheim in Alsazia (4).
 
AEROLITI E SCIENZA
Cosa fossero gli aeroliti è stato stabilito, fin dal 1795, dal fisico tedesco Ernst Florens Chladni di Wittenberg, ma la teoria venne accettata solo agli inizi dell'800 ad opera dal chimico M.H. Klaproth e dall'astronomo K. F. Rommelsberg entrambi tedeschi.
Questi studiosi videro negli aeroliti delle sopravvivenze del passaggio di comete "...da tempi immemorabili erano state considerate apportatrici di sfortuna, di epidemie, di catastrofi naturali, di grossi rivolgimenti politici. Quanto nel 44 a.C. Giulio Cesare morì ... molti posero l'avvenimento in relazione con la comparsa di un astro chiomato. E nel 68 d.C. qualcuno ci dirà che la fine di Nerone era stata annunciata da un fenomeno analogo."
Documenti storici di particolare importanza - come il papiro Ipuwer ed i geroglifici di Medinet Habu, del resto ci dicono che anche i figli del Nilo, parlavano di un astro il cui passaggio sarebbe stato all’origine o messo in relazione a grandi distruzioni. È sintomatico il racconto delle battaglie combattute da Ramses III, contro gli iperborei (popoli del mare) nel 1300 a.C. La leggenda narra di avvenimenti connessi al passaggio di una cometa che, simile a un tizzone ardente, avrebbe flagellato la Libia riducendola a un deserto sabbioso.
Ovviamente l’unico caso di evento "fortunato" connesso ad una cometa, è quella che apparve per indicare ai Re Magi la via per giungere al Salvatore.
Per inciso mi limiterò ad osservare che il segno celeste fu considerato favorevolmente solo dai Magi, mentre gettò nel panico Erode e la popolazione (5).
 
ALTRE PIETRE FAMOSE
Nel complesso monumentale di Palenque, c’è la Piramide delle iscrizioni. È stata scoperta nel 1949 da Albert Ruiz Lhuillier, risale al 692 d.C. ed è l’ultima dimora del re maya Pacal.
Palenque, Messico, ai giorni nostri. Decine di curiosi visitano il Tempio Maya delle Iscrizioni, datato 692 d.C. e scoperto nel 1949 dall’archeologo Albert Ruz Lhuillier. La piramide è per molti versi un inestricabile enigma.
Tanto per cominciare è piramide del mesoarmerica ad ospitare una tomba. In secondo luogo la pietra tombale è nota come "tomba dell’astronauta": certo la stranezza del bassorilievo non sfugge neppure al più feroce degli avversari degli ufologi (6).
Ma il tempio delle iscrizioni di Palenque non esaurisce il fenomeno che mi riguarda. Infatti il dottor Javier Cabreras Darquea, Peruviano, possiede una raccolta straordinaria. Il suo personale museo custodisce oltre ventimila pietre di andesite delle forme e dimensioni più svariate, con una caratteristica che le accomuna: tutte indistintamente sono coperte da segni e disegni le cui origini si perdono nella notte della preistoria. Le pietre del medico sono ben note agli studiosi americani che le conoscono come "I petroglifi di Ica": Ica è la piccolissima località dalla quale provengono.
Il giornalista nordamericano Steiger fa osservare che "In molte di queste pietre si vedono i progenitori dell’homo sapiens, esseri prima anfibi, poi rettili ed infine mammiferi, comunque anteriore alle scimmie (della tradizione darwiniana)".
Dirò per inciso che Cabreras è convinto di una assoluta follia: che questi esseri siano manipolazioni genetiche d una razza delle Pleiadi stanziati su una base esplorativa venusiana. Vero o falso? Impossibile dirlo. Cabreras si limita ad osservare che esisterebbero almeno altre 50.000 pietre analoghe e che il loro insieme costituirebbe un vero e proprio tesoro nazionale.
È fuori discussione che non tutti condividano gli entusiasmi del dottor Cabreras. Molti, come Federico Kauffmann Doig, ritengono che i Petroglifi di Ica altro non siano che le locali "Patacche" per turisti deficienti: Infatti già nel 1967 sarebbe stato rintracciato uno degli autori di questi petroglifi: un certo Basilio Uchuya il quale avrebbe confessato di essere l’autore delle incisioni sulle pietre laviche.
L’argomento non meriterebbe altro commento (7).
Tuttavia le avverse considerazioni sembrarono non convincere lo studioso francese Robert Charroux il quale, nel 1977, pervenne alla conclusione che i falsi di Uchuya non avevano nulla in comune con i petroglifi originali. Egli affermò: "Ho esaminato le pietre false incise da Uchuya e la differenza è palese, il tratto è pesante e grossolano. Non è possibile confondere questi disegni così maldestri con le magistrali incisioni autentiche. Vorrei sapere poi come ha fatto Basilio a realizzare, dal 1960 al 1967, ben 11.000 pietre. Esiste poi una collezione analoga, in Colombia. L’archeologo dilettante Jaime Gutierrez Lega ha raccolto un centinaio di piccole pietre, la più interessante delle quali, ribattezzata il disco genetico, è larga 22 centimetri e riporta, finemente incisa, quella che Gutierrez ritiene la struttura microscopica dei geni e dei cromosomi..."
A mio avviso il vero problema che avvolge i petroglifi è di natura diversa. Quelli di Ica non sono gli unici: il Sud America (non è il solo continente: ne conta anche l’Europa, ad esempio, ad Eisenheim) letteralmente pullula di pietre degli dei. Sono decisamente troppi per una possibile falsificazione!
Peraltro le pietre di Ica erano già note nel XVII secolo come è possibile verificare da documenti la cui autenticità non è stata mai messa in dubbio.
Possono esservi dei falsi fra le pietre del dottor Cabreras, è possibilissimo; Ma di qui a credere che siano tutte pietre "fasulle" ce ne corre. Vero è che il sospetto nasce legittimo sulla base di una diversa considerazione: dalla generale indifferenza dell’archeologia ufficiale nei confronti delle pietre di Ica.
In effetti questa "sottostima" si spiega col fatto che la zona è estremamente ricca di reperti molto più preziosi ed interessanti (dai reperti dei Paracas alle selci lavorate, ai disegni di Nazca).
Indipendentemente da ogni diversa considerazione sta di fatto che la cultura ufficiale peruviana è rimasta pressoché indifferente nei confronti delle pietre di Ica.
Mentre, per parte sua, Cabreras da tempo si è convinto che i disegni di Ica abbiano la medesima natura delle altrettanto enigmatiche linee di Nazca. A suo avviso nell’uno e nell’altro caso comparirebbero i medesimi disegni soprattutto tra quelli di natura geometrica.
E non solo: gli uni e gli altri sarebbero da collegarsi agli atterraggi degli abitanti delle Pleiadi. La prova, se di prova si tratta, starebbe nella scoperta di frammenti di un materiale scuro, infrangibile, capace di incidere il quarzo, fatta nell’anno 1955 da un geologo dell’Università di Lima, tale Klaus Dikudt. Il Dikudt, dopo vari test, si sarebbe infine reso conto che il materiale reagiva in modo anomalo agli esami; per giunta esso rimaneva inalterato anche quando veniva sottoposto ad una temperatura di 4000 gradi. Naturalmente resta ignoto cosa fossero i frammenti, a quale corpo appartenessero e, soprattutto, da dove provenissero.
Quando parliamo di corpi che escono fuori della comune esperienza, naturalmente possiamo fare solo due cose: descriverli o rilevare della somiglianze oggettive (8). È appunto il caso delle affinità tra le pietre di Ica ed una placca in metallo trovata ad Edmonton, in Canada.
Era i 4 novembre del 1967 quando un italiano residente ad Edmonton - tale Leonardo Romano - ebbe modo di osservare un globo luminoso che scendeva nel campo vicino alla fattoria nella quale si trovava. Nel posto del presunto atterraggio, dove la terra risultava bruciata, Romano trovò una piccola lastra di metallo (9). Va da sé che questo reperto è stato ignorato dalla scienza ufficiale. E quindi il mistero rimane.
Indubbiamente esistono (o sono esistiti) migliaia di reperti (10) che vengono ignorati - o peggio distrutti - per il semplice fatto di non corrispondere ad un modello precostituito e che potrebbero parlarci di epoche sconosciute della storia umana se solo fossimo capaci di dimenticare i nostri preconcetti accademici.
M. Cremo e R. Thompson lasciano, a questo proposito intendere, pur negandolo, che ci troviamo di fronte ad una congiura della disinformazione e parlano di un illogico quanto ingiusto "filtraggio della conoscenza".
Per quello che mi riguarda mi limiterò ad osservare, di fronte a fenomeni come quelli di cui sto per parlarvi, di una mancanza assoluta di correttezza tutte le volte in cui, quando non si riesce a spiegare una cosa, la cosiddetta "scienza" preferisce limitarsi ad ignorarla.
Mi riferisco a:
Il pestello con mortaio in pietra trovato da J.H. Neale, sovrintendente della Montezuma Tunnel Company, nel Table Mountaine di Tuolumne, datato a 33-35 milioni di anni fa insieme ad un cranio fossilizzato ed altri reperti anomali.
L'incavo rettangolare ritrovato all'interno di un blocco di marmo proveniente di una cava a nord-ovest di Philadelphia (11). Il pezzo sembra recare incisi segni alfabetici fatti da mani umane intelligenti.
La presunta impronta di suola di scarpa trovata dal dr. W.H. Ballou, nel 1922, in una roccia del Triassico (almeno 5 milioni di anni fa) (12).
La sfera metallica ritrovata in un deposito minerale del periodo Precambriano, datato oltre 2,8 miliardi di anni fa, in Sud Africa (13); A quanto pare il ritrovamento di tali sfere è "normale" nella zona mentre pare da escludere la naturalità del fenomeno.
Il petroglifo rinvenuto dalla spedizione scientifica Dohenny nel 1924 nel Canyon Havai Supai dell’Arizona che sembra la raffigurazione di un tirannosauro (14).
Ciò che più di tutto colpisce sono le cosiddette "ceramiche di Acambàro".
Acambàro è una località del Messico Meridionale nella quale lo studioso autodidatta Waaldemar Julsrud, ed il suo cameriere (Odilon Tinajero) riuscirono a raccogliere 32.000 statuette che rappresentavano diversi manufatti come pipe, rettili, dinosauri ed anche persone dai lineamenti più diversi: polinesiani, europoidi, negroidi, ecc. Il tutto frammisto ad animali impossibili come il dromedario americano ad una gobba (15), i denti di un tipo particolare di cavallo, dei rinoceronti di una specie estinta, scimmie giganti del Pleistocene sudafricano.
Non sappiamo assolutamente nulla su chi produsse quelle statuette che ci limitiamo a definire "di Acambàro". In termini di datazione relativa possiamo dire che sono più antiche di quelle di Ica.
Un tentativo di datarli con radiocarbonio non ha dato risultati ottimali comunque la produzione dovrebbe risalire alla metà del III millennio a.C. Questo collocherebbe la cultura di Acambàro più o meno all’epoca della piramide di Cuilcuilco a Città del Messico.
È inutile dire che, nonostante i soliti ipercritici, le statuette di Acambàro costituiscono l’ennesimo enigma.
Né a più precise conclusioni riesce a portarci il rullo compressore attribuito al popolo di Vicus dell’Altopiano di Nazca. E si badi che al popolo di Vicus non è mai stato accreditata l’invenzione della ruota! Tuttavia il reperto stavolta, è stato autenticato da un autorevole museo di Arte Precolombiana negli Stai Uniti come prodotto intorno al 300 a.C.
Tuttavia, se concentriamo la nostra attenzione sui petroglifi di Ica, sulle ceramiche di Acambàro, e sul contesto della storia nota possiamo azzardare la formulazione di alcune ipotesi.
I dinosauri si sono estinti circa 65.000.000 di anni fa, vale a dire circa 60.000.000 di anni prima della comparsa dell’uomo. Sembra perfettamente logico pensare che le prime generazioni di uomini non fossero in grado di compiere un lavoro da paleontologi per ricostruire, magari da un osso, bestioni estinti almeno da 5.000.000 di anni. Allora delle due l’una: o gli uomini del passato ebbero modo effettivamente di vedere i dinosauri (ed allora è da posticiparne notevolmente l’estinzione, ovvero è da retrodatare la comparsa dell'uomo e riscriverne la storia) oppure le pietre di Ica e le ceramiche di Acambàro sono un falso colossale.
Rimane in ogni caso una domanda che non possiamo incasellare in questo ragionamento: perché mai gli studiosi continuano a sprecare il loro prezioso tempo dietro a queste pietre?
In ogni caso gli enigmi che ci pongono le pietre non si esauriscono con i dinosauri di Ica. Anzi, i misteri iniziano da ben più lontano.
In effetti, potremmo individuare una costante comportamentale che accompagna la nascita e la crescita dell’uomo fin dalle epoche più remote. L’uomo si è sempre circondato di pietre e ha con esse delimitato in proprio habitat e lo hanno caratterizzato, quanto meno, come luogo di culto.
Mi riferisco ai "Circoli Megalitici", alle costruzioni tipiche della cultura megalitica costituiti da cerchi di pietre (menhir) disposte lungo una circonferenza, di solito raggruppate intorno ad un dolmen come a Stonehenge.
Una delle teorie più diffuse ritiene che i circoli megalitici servissero per rilevazioni astronomiche molto accurate: Per loro tramite l’uomo preistorico sarebbe stato in grado di osservare il punto del sorgere e del tramonto del sole e della luna arrivando a pronosticare le eclissi ed i movimenti delle stelle.
Troviamo circoli megalitici in Europa (Gran Bretagna), Africa (Gambia) ed in U.S.A. (nel Wyoming). Ricordiamo, in particolare, ancora le Standing Stones di Stenness e il cosiddetto Ring of Brodgar, ascrivibili ad un periodo compreso tra il 3000-2500 a.C.. Non possiamo poi dimenticare le presunte fortificazioni dell'età del ferro dette "Broch of Gurness" nelle isole Orcadi.
Circoli megalitici sono stati trovati anche in Perù, nei pressi di Arequipa, sul Coronado grande a 5480 m. di quota: un luogo di sepoltura nel quale sono stati rinvenuti vasellami, oggetti di legno e d'oro (16), tessuti e frammenti di conchiglie. Si tratta di tracce di culture sconosciute scomparse presumibilmente a seguito di una catastrofica eruzione in genere associata alla scomparsa di Atlantide ed all'innalzamento delle Ande. Questi Circoli andini sono chiamati "pascanas" dagli abitanti del luogo e sono ritenuti luoghi di tappa e di riposo sul cammino degli dei.
In ogni caso i petroglifi di Ica non esauriscono la casistica delle pietre "misteriose": esistono anche i petroglifi dell’Europa più noti con il nome di ciottoli Aziliani. Si tratta di pietre incise o dipinte all’età mesolitica (Maddaleniano) e ne è autore l'uomo di Crô Magnon (circa 30.000 anni fa). Ne fanno parte sia le pietre scoperte nelle caverne di Mas d'Azil che quelle di La Madaleine. Le opinioni non sono però concordi perché taluni ritengono che queste ultime in realtà provengano da Tarshish o Tartesso (17). Alcuni studiosi ritengono che i simboli incisi o dipinti costituiscano il primo esempio di alfabeto (18).
Ben più antiche sono altre pietre europee: le cosiddette pietre o tavolette di Glozel. Vengono riferite ad una cultura megalitica, per quanto anch’esse siano di tipo alfabetico. Furono disseppellite a Glozel nei pressi di Vichy (Francia) frammiste a reperti di provenienza magdaleniana. Sulla loro superficie si possono osservare incisioni simboliche e, allo stesso tempo, incisioni che sono interpretabili come simboli fonetici o alfabetici. Sono state ritenute dei falsi ma, se fossero autentiche si presenterebbe il solito problema: la necessità di rivalutare tutti i sistemi di datazione.
Non si può porre un limite alla casistica dei misteri impossibili. Abbiamo già detto di Tartesso o Tarshish, ma credo sia il caso di tornarci su.
Si tratta di una città semi-mitica della costa occidentale della Spagna, presso l’attuale Cadige. Ben nota ai greci per la grande abbondanza di argento e per essere la patria dell'"oricalco" è scomparsa dal novero delle località note per scomparire nelle nebbie del Mito come una novella Avalon. Si pensa che fosse edificata su un'isola della foce del Guadalquivir, dai fenici. Venne distrutta presumibilmente dai Cartaginesi nel V secolo a.C. (533), lasciando dietro di sé la leggenda, di una grande civiltà scomparsa (19).
Di Tartesso, comunque esistono anche due citazioni della Bibbia. Una prima volta il Libro dei Re, al cap. 10,22 dichiara: "Infatti il re aveva in mare la flotta di Tarshish insieme a quella di Hiram e ogni tre anni la flotta di Tarshish veniva portando oro, argento, avorio, scimmie e pavoni". Una seconda volta il capitolo 27,12 del Libro di Ezechiele dice: "Tarshish (Tarsis) era [nota]... per l'abbondanza di ogni ricchezza. Essi scambiavano le sue mercanzie con argento, stagno e piombo".
I pochi documenti che riguardano Elche (in primo luogo i Libri I e II delle "Storie" di Erodoto), parlano di una città d’arte ricca, dai gusti raffinati ma, purtroppo non ne consentono una precisa allocazione. Molti ritengono che il luogo sia stato sommerso dal mare o, come ho già detto, dal fiume Guadalquivìr. Tra le teorie più o meno immaginifiche sulla città di Tartesso ci sono quelle che la immaginano sepolta al di sotto di Siviglia, ovvero in località conosciuta Niebla e Ronda (lo confermerebbe il ritrovamento di antiche rovine), altri nei pressi delle costruzioni ciclopiche di Huelva.
Greci o Cartaginesi, o entrambi, non si posero il problema della sopravvivenza di una città che era nota fin dall’epoca della talassocrazia cretese; si limitarono a distruggerla per occuparne gli spazi economici, come era già avvenuto circa cinque secoli prima per Troia.
Probabilmente se ne occuparono quegli stessi fenici che avevano diffuso strane leggende sui pericoli della navigazione in Atlantico per nascondere la rotta dello Stagno verso la Bretagna.
L'anello detto di Tartesso, per quanto troppo breve per poter essere decifrato, rivela tuttavia alcuni dati storici di straordinaria importanza: innanzi tutto che, a fronte del coevo lineare "A", a Tartesso veniva utilizzata una scrittura lineare del tipo "B" ponendosi un gradino più avanti nella scala del progresso civilizzatore (20).
D’altro canto l’esistenza di una scrittura evoluta dovrebbe significare possibilità di una documentazione anche se, purtroppo, non siamo in grado di trovarla. Non possiamo neppure escludere che minoici ed etruschi la conoscessero. I caratteri impiegati sono simili a quelli etruschi e ce lo conferma anche Stradone, mentre nel 1920 l'archeologo tedesco Adolf Schulten affermò di averne trovato tracce nei pressi di Cadige, l’antica Gades.
Ebbene Gades è essa stessa una città del mistero che spesso si accomuna a Tartesso: entrambe sono state ritenute capitali o città principali di Atlantide ed il collegamento è di per sé sintomatico. Un re di Gades avrebbe avuto il nome di Gad[iro]. Il suo nome sarebbe derivato da Gadeiros, uno dei figli di Poseidon secondo quanto afferma Platone. Del resto la mitologia greca ricorda che Eracle soggiornò a Tartesso quando edificò le famose colonne che da lui presero il nome.
I Greci, in epoca storica, ebbero un vero e proprio culto per gli aeroliti. Ricorderò che venerarono col nome di "palta" le pietre che ritenevano cadute dal cielo o con il nome di "cerauni" (21).
Naturalmente non si può chiudere l’argomento "pietre" senza citare le tre sedi più famose almeno per il grosso pubblico la cui memoria corre, quasi automaticamente a Stonehenge in Gran Bretagna, all’allineamento megalitico di Carnac (Francia) ed ai Mohai dell’Isola di Pasqua.
Altri tre grandi misteri circondano i primi due siti megalitici - quindi provenienti dalla preistoria - mentre del terzo non si sa assolutamente niente tranne il fatto che i Mohai di Rapa Nui (è questa la denominazione con la quale i locali chiamano l’isola: ombelico del mondo) vennero prodotti da una civiltà che conosceva la scrittura.
Non è mai risultato possibile tentare la decifrazione dei Rongo Rongo.
Ma questa è un’altra storia di cui ci occuperemo un'altra volta.
 
Note:
1. Tra il terzo ed il secondo millennio a.C.: la prima invasione di Indo ariani faceva la sua comparsa sul palcoscenico della storia.
2. I cosiddetti Catastrofisti.
3. Indovino figlio di Priamo. Quella pietra, opportunamente, scossa, avrebbe mormorato il futuro al suo interprete.
4. La pietra di Eisenheim è accompagnata da una iscrizione: "Gli studiosi definiscono questo oggetto un miracolo di Dio, poiché nessuno finora ha mai sentito parlare, né ha scritto, né ha udito di qualcosa di simile".
5. La cometa di Halley, che è probabilmente quella del Vangelo di Matteo, veniva registrata anche dai Cinesi nel 240 e nel 12 a.C.
6. All’interno di questa c’è un gigantesco sarcofago di pietra chiuso da una pesantissima lastra di pietra finemente incisa. Essa Contiene le spoglie di re Pacal. Difficilmente sfugge una strana circostanza: il disegno della pietra tombale, che risale ad oltre mille anni or sono, ha tutta l’aria di rappresentare un razzo in volo con tanto di piedoni di atterraggio e getti di propulsione. Per giunta il re Pacal è posizionato nella tomba come un moderno astronauta nella sua navicella intento ad osservare in un oculare. Appare logico chiedersi se il sovrano maya abbia mai viaggiato su un’astronave spaziale oppure se la pietra di Palenque ricordi, in qualche modo degli alieni in visita ai maya. È Possibile che la tomba abbia semplicemente un significato simbolico tutto terrestre?
7. Viviano Domenici, responsabile delle pagine scientifiche del Corriere della Sera, ebbe occasione di ribadire che: "Gli esseri raffigurati sulle pietre fanno cose strabilianti: trapiantano cuori, fegati e cervelli con coltellacci da cucina poco consoni al loro altissimo livello tecnologico, ma del tutto uguali a quelli che i contadini peruviani, i falsari, usano ogni giorno. La stessa incongruenza la si riscontra nelle cavezze che imbrigliano gli animali fantastici, che sono identiche a quelle dei moderni asinelli. Anche nella strumentazione astronomica gli extraterrestri di Ica rivelano poca fantasia e rimirano il cielo stellato con cannocchiali che sembrano usciti da un film di pirati. Quanto ai dinosauri e alla deriva dei continenti, queste immagini sono copiate di sana pianta dai libri di scuola...".
8. Il mistero nascosto nelle pietre incise dagli "dei" in effetti resta tutto da rivelare. Ad esempio, è stato rilevato che la simbologia caratterizzante le pietre di Ica, vere o false che siano, equivalgono al mistero che circonda i glifi maya della lastra tombale di Palenque, solo parzialmente decifrati. Gli uni, come gli altri, sembrano unicamente parlarci di un remotissimo passato e quale la Terra probabilmente fu meta di visitatori (provenienti da dove?) mentre risulta assai facile contestare questa tesi che eccessivamente fantastica. Il problema vero è che negare con equivale a dare una spiegazione. Per questo motivo gli enigmi vuoi di Ica che di Palenque non potranno mai essere spiegati.
9. La lastra era lunga 17 centimetri e spessa solo 1 millimetro.
10. Si pensi, ad esempio, al "Meccanismo di Antikythera" del Museo Archeologico di Atene.
11. Il blocco fu estratto da una profondità di 18-20 metri e la notizia fu pubblicata nel 1831 sull'"American Journal of Science".
12. È mancante della parte anteriore ma si possono notarne almeno 2/3 e anche una cucitura di filo che doveva unire suola e tomaia.
13. Che presenta tre chiare scanalature che corrono parallele attorno al suo equatore.
14. Venne ritrovata con una patina ferruginosa che negli anni si è accumulata sulla superficie della roccia, nei solchi del glifo e attorno allo stesso (ciò richiede un lasso di tempo molto lungo). La curiosità è che i dinosauri si estinsero, in quella zona, più di 12 milioni di anni fa; a che epoca risale, quindi, questa incisione? Un'altra incisione ritrovata in Arizona, rappresenta un gigante che viene attaccato o attacca un mammuth. Chi erano questi giganti?
15. Tipico dell'Era glaciale ed estinto da milioni di anni.
16. Vi furono trovati essenzialmente gioielli tra i quali la statuetta d'oro detta "La dea delle nevi".
17. Tartesso, la città scomparsa, costituisce un mistero a parte del quale parleremo un’altra volta.
18. Uno dei simboli più ricorrenti è quello di una croce iscritta in un cerchio, simbolo di forza vitale che come la svastica compare in molti luoghi della terra.
19. Singolare la tesi sostenuta da Paul Brochardt (in Berliner Tageblatt, marzo 1928) che la colloca nella Piccola Sirte, località nella quale sarebbe custodita anche Troia, entrambe colonie Atlantidee (ma le scoperte di Schliemann non erano state ancora effettuate). In effetti l'autore imputa l'errore di dislocazione ai Greci (per ignoranza geografica): ciò avrebbe determinato la successiva confusione verificatasi ai tempi di Solone (V secolo) e di Erodoto (VI secolo). La tesi è riportata in G. D'Amato (in "Platone e l'Atlantide" - Genova, 1989, pp. 126-131) che la situa al di là delle Colonne d'Ercole, conosciute, ancor prima dei due scrittori, anche come Colonne di Atlante o Colonne di Melkart. Tutte le altre indicazioni, comprese quelle bibliche, sembrano collocarla alle bocche del Mediterraneo.
20. Ricorderò che a Creta la scrittura lineare del tipo "B" corrispondeva al Greco arcaico (Miceneo).
21. Si pensi al Palladio dell'Iliade; all'ègida di Atena; alla Cibele di Pessinunte venerata sotto forma di un blocco informe di pietra; alla fenicia Ishtar; all'Afrodite urania greca. In particolare Hermes costruì una lira paragonabile alla tromba del dio di Tiahuanaco.
 
Testi della biblioteca dell’Autore:
- Ch. Berlitz - "I misteri dei mondi perduti", Bergamo, 1977.
- P. e C. Kolosimo - "I Misteri dell'Universo", Milano, 1978.
- P. Kolosimo - "Odissea Stellare", Bergamo, 1977.
- F. Hitching - "Magia della terra", Bergamo 1979.
- Otto Muck - "I Segreti di Atlantide", Bergamo, 1986.
- Simone Waisbard - "Tiahuanaco, 10.000 ans d'énigmes incas", Paris, 1971.
 
Riferimenti da Edicolaweb:
- Mauro Paoletti - "Palenque l'ultimo steccato"
- Mauro Paoletti - "Ica: una pietra d troppo"
- Mauro Paoletti - "Nazca: geometrie aeronautiche"
- Mauro Paoletti - "Sulle orme degli avi"
- Valentino Rocchi - "Il meccanismo di Antikytera"
 
ai-khanoum: signora della luna
 
di Mauro Paoletti
 
Una delle tante Alessandrie fatte edificare da Alessandro il Grande, il quale usava istituire nei luoghi conquistati avamposti militari per controllare il territorio, nel caso specifico quello Bactriano.
Alessandro passò due anni in quei luoghi, trattenuto da agguerrite orde di cavalieri che abitavano la steppa. Impressionato dalla posizione strategica di questo luogo può darsi abbia ordinato la fondazione di una colonia per difendere il confine.
Di conseguenza un’Alessandria dimenticata tornata all’attenzione del mondo quando nel 1961 il re dell’Afghanistan rinvenne un capitello corinzio e si chiese come poteva essere presente in quel luogo.
Un’antica città a Nord dell’Afghanistan, nella zona di Kunduz, edificata ala fine del IV secolo sulla confluenza dei fiumi Kokcha e l’Amou-Daria, l’antico Oxus.
Posta fra il regno Bactriano e quello Seleucide, un luogo scelto per la sua posizione strategica a causa della vicinanza ai confini orientali, delle risorse minerarie, la fiorente e ricca agricoltura; dal territorio percorso da carovane dirette in Cina e provenienti da quelle terre. Sulle strade che saranno conosciute come quelle della seta; crocevia di un fiorente commercio di merci di ogni genere, l’ultima tappa di carovane cariche di lapislazzuli e pietre semipreziose.
Quando Alessandro morì il suo regno fu diviso in tre parti: la Macedonia, l’Egitto Tolemaico e il regno Seleuicide Bactriano; Ai-Khanoum - chiamata anche Ai-Khanum - rappresentava il più importante centro di quest’ultimo regno.
La città si estendeva in un’area di due chilometri di lunghezza per uno e mezzo di larghezza, su due livelli, fin sotto un altopiano a terrazzamenti. I fiumi fornivano una protezione naturale su due lati, mentre a nord ovest la pianura era protetta da un fossato e quattro chilometri di mura con torrette alte dieci metri, con una base di venti; una città fortezza in grado di resistere agli attacchi nemici. Al centro di essa una Acropoli di 60 metri. Al suo interno gli edifici pubblici e religiosi, le abitazioni poste lungo l’asse della strada principale intersecate dalle altre vie secondarie disposte a croce.
I palazzi erano costruiti con mattoni quadrati seccati al sole secondo la tradizione iraniana, la pietra era riservata alle colonne ioniche, doriche e corinzie; pilastri, capitelli; blocchi dove apporre decori e iscrizioni. L’illuminazione interna delle abitazioni era assicurata da piccole aperture nella parte alta dei muri o da lucernari sui tetti.
Di proporzioni monumentali il gynnasium, addossato alle mura situate ad ovest, contraddistinto da due cortili, quello a nord circondato da colonne doriche; in pratica la più grande palestra del mondo antico, quadrata, con lati della lunghezza di cento metri.
Il tempio principale, una grande costruzione rettangolare con gradinate di stile orientale, si trovava sulla grande via; al suo interno una grande statua di Giove. Costruito nei primi anni del terzo secolo, quando Bactria era parte dell’impero Seleucita, amministrato dai successori di Alessandro. Una scala monumentale conduceva alla corte, al vestibolo e alla cappella centrale.
Il rinvenimento di un gigantesco piede di 28 centimetri per 21 con la riproduzione di un fulmine sopra il sandalo, tipico e caratteristico simbolo di Zeus, ha permesso, utilizzando uno scanner, la ricostruzione virtuale della statua del dio, alta sei metri, alla quale dovevano anche appartenere tre gigantesche dita salvate dagli addetti del museo. La statua rappresentava in effetti Zeus in posizione seduta con la testa coronata da raggi luminosi, come raffigurato in alcune monete rinvenute nella regione; gli stessi raggi usati dalla civiltà iraniana e mesopotamica per adornare la tesa del dio solare Mitra, divinità raffigurata con i tipici raggi di luce intorno al capo anche sul Nemrut Dag.
Presenti altri templi eretti sopra piattaforme a gradini simili alle costruzioni di Babilonia, non collegabili alla cultura greca, dentro e fuori delle mura.
Sulla prima terrazza dell’altopiano l’arsenale militare e l’anfiteatro, addossato al monte, di 84 metri di diametro; in stile architettonico greco, con 35 file di gradini e capace di accogliere 6000 spettatori per assistere alle rappresentazioni delle opere di Sofocle, Euripide e Aristotele.
Notevole e immenso il palazzo Bactriano dei Re, formato da un grandissimo cortile quadrato circondato da ben 160 colonne alte dieci metri, disposte su tre file, rifinite con capitelli corinzi. Dal cortile partivano i corridoi che conducevano alle stanze. Il maggiore, con 18 colonne su tre file di sei, conduceva ad una grande stanza con pareti verniciate e decorate da pilastri con teste di leone; da questo un altro corridoio che portava ad una zona divisa in quattro sezioni da cui dipartivano altri corridoi e altre stanze tutte decorate.
Il palazzo ricordava quello di Ciro a Susa, in Persia. Delfini, granchi, draghi marini, ippocampi con le code arricciate ornavano i mosaici dei bagni reali tutti forniti di vestiboli. Di raffinata fattura il mosaico che rappresentava il sole macedone.
Nell’intera pianura esisteva un sistema di canali per l’irrigazione con lo scopo di rifornire i numerosi, piccoli villaggi sparsi sul territorio e, al contempo, rappresentava il fulcro di un ambizioso programma di sviluppo che doveva consentire il fiorire dell’agglomerato urbano. Molte le abitazioni dei coloni greci installatesi negli appezzamenti agricoli; grandi case, ville con cortili e giardini, appartamenti privati costituiti da un salone centrale provvisto di vestibolo circondato da un largo corridoio. Case costruite intorno al padrone, non come quelle greche intorno al cortile. Un architettura che rappresentava il punto di incontro fra quella greca e quella persiana.
Nel 1964 iniziarono gli scavi archeologici condotti dal prof. Paul Bernard Direttore della missione archeologica francese. I lavori si protrassero per quindici anni fino al 1978; un anno dopo vennero interrotti a causa dell’invasione sovietica in Afghanistan. Dopo che i russi si ritirarono il territorio divenne teatro di guerra fra le fazioni afgane ed il sito archeologico venne trasformato in un luogo di saccheggio da parte di russi e afgani.
Alla fine del 2002 una parvenza di pace permise agli archeologici di ritornare a Kabul con l’intenzione di proseguire gli scavi ad Ai-Khanoum. Il museo era ridotto ad uno scheletro murario a cielo aperto con le stanze completamente svuotate di tutto il loro contenuto. Reperti, gioielli, pezzi d’oro e argento, monete, spariti per sempre, oggetto di compravendita nei bazar. Fortunatamente alcuni addetti al Museo ebbero il tempo di salvarne una piccola parte nascondendola in un magazzino.
Dagli scavi condotti a suo tempo riaffiorarono fregi greci, ceramiche con iscrizioni simili a quelle greche, coppe sulle quali si trovavano incisi nomi greci probabilmente quelli dei proprietari; centinaia di monete d’oro e argento con nomi di regnanti in lingua greca. Una testa di gargoil, iscrizioni con precetti greci, monete greco bactriane uniche, dracme seleucide in argento, alcune con incise divinità Indù; monete d’oro, tre dita di una grande mano; un vaso di alabastro usato per il vino, una testa di Ermes ritrovata nel luogo dove sorgeva il ginnasio. Anche una statuetta in bronzo di Eracle di 21 centimetri raffigurato con la mano destra poggiata sopra un randello mentre con la sinistra regge una pelle di leone; un pezzo in avorio che raffigura Afrodite ed un Eros alato; una piastra rotonda con la figura della dea Cibele sopra un carro tirato da leoni, rinvenuta sotto il pavimento del tempio; non possiamo sapere con certezza se apparteneva a quel luogo oppure vi era stata portata da qualche viaggiatore. Ritrovati anche numerosi i monili e bracciali dorati.
Dagli scavi una scatola di scisto grigio con disegni geometrici colorati e intarsiata a mano, rinvenuta in un sepolcro, suddivisa in comparti intorno ad uno centrale rotondo; molto simile ai reliquari buddisti del tardo periodo di Kushan. Curiose le placche di bronzo rettangolare indo-greche risalenti al 180 a.C. con incise le immagini di Visnù e di Khrisna.
Sembra che durante i lavori siano stati ritrovati, sotto due mortai rovesciati, ben 677 contrassegni indiani in argento e moltissime monete coniate al tempo del re Agathocles; probabilmente nascoste in fretta a causa dell’invasione, avvenuta intorno al 130 a.C., che pose fine alla città, come testimoniato dai segni di incendi sulle rovine e la distruzione dei monumenti e delle colonne.
Oggi l’intera regione è un luogo insicuro, un paesaggio di rocce e deserto: delle rovine di Ai-Khanoum non è rimasto niente di quanto scoprirono gli archeologi, solo pochi capitelli privi di valore commerciale. Sul luogo innumerevoli buche quadrate, che lo rendono simile al suolo lunare, nelle quali si appostavano gli uomini delle bande armate che controllavano l’intera regione durante il conflitto.
La ricostruzione del sito è stata resa possibile solo in modo virtuale dalla collaborazione fra il Laboratorio di Archeologia e l’équipe della televisione giapponese NHK. Nel 2000 è stato girato un film prodotto da Masahiro Kikuchi e la consulenza di Paul Bernard del DAFA esaminando gli archivi fotografici realizzati durante gli scavi effettuati dal 1964 al 1978.
L’intera città è sparita, commercializzata a pezzi; capitelli dorici e corinzi, statue, bronzi, ori, argenti, monili, agate, intagli e avori, passati dai bazar pakistani a collezioni private. Con tali oggetti, che testimoniavano la storia politica ed economica della Bactria e dell’India sotto il regno di Alessandro, è andato perduto un tassello importante della storia greca e dei successori di tale civiltà nelle terre Bactriane e Indiane. Un tassello perduto per sempre a causa di guerre, carestie, epidemie, ideologie politiche e religiose che, come ha dichiarato Osmund Bopearachchi, Direttore del Centro Nazionale della Ricerca Scientifica di Parigi, "riducono il genere umano subalterno agli interessi economici internazionali", non giustificabili, aggiungiamo, come non lo è, di fronte a tali scempi, il comportamento delle nazioni che fanno finta di non vedere in quanto tali antichi reperti rappresentando un’eredità culturale collettiva ed è il mondo intero che ha la responsabilità di tale perdita.
Sempre dalla testimonianza del dottor Bopearachchi sappiamo che nel mercato di Kabul vennero recuperati reperti e gioielli che testimoniano il collegamento di quella regione con l’India e la Birmania; che nel mercato di Peshawar riapparvero alcune delle trentamila monete greco bactriane ritrovate nel sito di Ai-Khanoum, per la maggior parte finite con altri reperti in collezioni private.
Nel 1992 venne scoperto casualmente il più grande deposito di monete d’oro, argento e bronzo a Mir Zakah a 53 chilometri da Gardez; oltre cinquecentomila pezzi per circa quattro tonnellate; insieme a trecento chili di oggetti d’oro e argento. Osmand Bopearachchi ha dichiarato che monete e monili sono stati venduti a collezionisti giapponesi, inglesi e americani per svariati milioni di dollari.
Lo sgomento, il senso di impotenza, la rabbia istintiva per quanto viene distrutto e tolto al patrimonio culturale dell’umanità è talmente grande quanto l’incomprensione dei motivi dei contrasti etnici, politici, religiosi ed economici che sono all’origine dei conflitti civili, degli eventi bellici che espongono al saccheggio e alla distruzione siti come Ai-Khanoum; calpestando e cancellando le tracce di un glorioso passato di luoghi che devono essere considerati e dichiarati, a tutti gli effetti, patrimonio dell’umanità, in quanto è in quei territori che sono state gettate le basi della civiltà.
Non si può giustificare la distruzione di tali patrimoni in seguito al cambio di un ordinamento, sia politico, sia religioso; nessuna necessità di sopravvivenza può giustificare la svendita delle radici delle civiltà che ci hanno preceduto perché nelle eredità culturali antiche, facenti parte del nostro comune passato, si possono trovare le risposte per capire chi eravamo, chi siamo, chi potremo essere.
Dobbiamo smettere di considerarci civili se le nostre azioni ci conducono a compiere simili atti vandalici; siamo noi i barbari, i distruttori di civiltà, se continuiamo a distruggere tutto quello che è stato costruito dai nostri antenati.
La cosa più sconvolgente è che tali azioni sono compiute in tutte quelle terre dove è iniziata la storia dell’umanità; dove l’uomo, costretto a fuggire inseguito dal mare che invadeva il territorio alla fine dell’era glaciale, si è fermato, ha piantato la sua tenda, ha iniziato a coltivare quelle fertili terre ricavando i mezzi per la sua sopravvivenza, il suo sviluppo economico e culturale.
Il settarismo politico e religioso che si nutre di odio e paura, i morsi della fame, l’ignoranza, la speculazione, l’egoistico interesse di trafficanti che, durante le pause tra un evento bellico e l'altro, portano avanti i loro loschi traffici, coadiuvati dai tombaroli impegnati nell’indiscriminato saccheggio, causano irreparabili emorragie che interrompono la ricostruzione storica delle vicende dell’umanità.
Viene cancellata la storia di terre come la regione dove si trovano, o meglio si trovavano, le rovine di Ai-Khanoum, dove già nel terzo millennio prima di Cristo si lavorava il bronzo e si consolidava una delle più antiche e avanzate civiltà del mondo; una civiltà in grado di intrattenere rapporti commerciali con la valle dell’Indo, la Mesopotamia e la lontana Cina.
Si dimentica che in tali terre vissero grandi personaggi come il profeta Zoroastro e Ciro il grande; terre definite culle della filosofia e della mistica occidentale, dove gli arabi irradiarono la cultura islamica; percorse da conquistatori come Alessandro Magno e che portano ancora oggi i segni del grande regno greco iraniano.
Quando Gengis Khan e Tamerlano le percorsero, a cavallo dei loro destrieri, non potevano immaginare che la devastazione ed il saccheggio indiscriminato dei luoghi dove eressero le loro corti, avrebbero cancellato le tracce della loro presenza e della potenza dei loro regni, della loro cultura; mai avrebbero immaginato che i loro successori non fossero a conoscenza dell’importanza per tutta l’umanità del loro passato storico.
Resta la magra consolazione di sapere con certezza che Ai-Khanoum era un centro civile, di elevato livello culturale, come dimostra il ritrovamento dell’iscrizione greca copiata dall’oracolo di Delfi:
"Quando sei un bambino usa buone maniere, quando sei adolescente controlla le tue passioni, quando sei un uomo sii giusto; quando sei vecchio dai buoni consigli e quando muori, muori senza rimpianti".
 
 
 
Varie di Legnano
 
 
 
La chiesa della Purificazione (oggi S. Rita) per tre secoli utilizzata come Parrocchia
Nel 1584 il cardinale Borromeo la confermò cappellania del rione Legnanello.
Chiesa di S.RitaQuando Il cardinale Sfrondati di Cremona, nel luglio del 1586, eseguì per conto di Papa Gregorio XIII un'inchiesta in seguito al trasferimento, avvenuto due anni prima, della Prepositura da Parabiago a Legnano, definì Legnanello "una contrada lunga solo un'archibugiata", come dire un tiro di schioppo, cioè circa trecento metri. È certo comunque che era uno dei due nuclei più antichi di Legnano fin dall'epoca romana (nel censimento del 1594 contava 500 abitanti) ed è anche il rione che più di ogni altro ha conservato le sue tradizioni popolari e religiose, come la Festa della Purificazione o "della Candelora", solennizzata ogni anno il 2 febbraio.
A riprova delle origini antichissime di Legnanello sembra addirittura che questa festa abbia avuto inizio nell'anno 687, cioè da quando Papa Sergio I introdusse la cerimonia della benedizione e dell'offerta delle candele.
A sottolineare come fosse importante questo rione è prova anche una concentrazione di cinque tra chiese e cappelle in questi trecento metri rilevati dal Cardinale Sfrondati: S. Erasmo, il tempio annesso al monastero di Santa Caterina che si trovava all'inizio di via Lampugnani all'attuale angolo con via Diaz, la chiesa della Madonnina sorta nel 1643 su un precedente oratorio, e Santa Maria Annunciata (ubicata sul Sempione) tra palazzetto Corio e la via Lampugnani. La quinta è infine la chiesa di Santa Maria della Purificazione, certamente già esistente nel XVI secolo, sempre su corso Sempione, oggi all'angolo con via Barbara Melzi, chiesa oggi annessa al complesso monastico delle Canossiane.
Una bolla papale datata 15 dicembre 1541 attesta che Papa Paolo III concedeva ad Andrea Moroni i benefici già tenuti dal defunto Melchiorre Bossi, designandolo cioè rettore della "cappellania di Santa Maria della Purificazione in borgo di Legnano" (Archivio segreto del Vaticano - registro n° 1556, f. 204: 1540).
La chiesa a quell'epoca era già de- dicata a Santa Maria della Purificazione, ma secondo Sutermeister ed altri studiosi, aveva avuto forse altra denominazione, quando in precedenza era solo una cappelletta di più modeste dimensioni. La bolla papale sopracitata la indica dunque come cappellania di Santa Maria della Purificazione e dal 7 agosto 1584, per disposizione del cardinale Carlo Borromeo, fu elevata a sede di coadiutoria titolare, una funzione che durò fino al 13 agosto 1898, giorno in cui il cardinale Ferrari la eresse parrocchia autonoma, in attesa l'interno della chiesetta oggi dedicata a S.Ritadella costruzione della nuova chiesa del SS. Redentore di Legnanello, i cui lavori, iniziati nel 1901, furono condotti a termine l'anno successivo. La chiesa della Purificazione, in epoca più recente dedicata a Santa Rita, è di linee semplici ma aggraziate.
La facciata è caratterizzata da un bel portichetto a quattro colonne portanti ; completano il frontale del tempio una finestra centrale, che dà la luce alla navata interna, e due laterali rotonde, con decorazioni in stucco costituite da festoni floreali e di frutta, eseguite nel 1890 dai fratelli Daniele ed Elia Turri, quando la chiesa fu ristrutturata con rifacimento anche della facciata. Negli anni ottanta, in occasione di un nuovo restauro della chiesa, vennero tolte due statue che figuravano sulla sommità della facciata. L'interno della chiesa è ad unica navata. Nel presbiterio vi sono affreschi di G. Battista e Francesco Maria Lampugnani (sec. XVII), autori anche delle decorazioni della volta dell'abside; sulla parete laterale destra vi sono infine due dipinti di autore ignoto.
Un piccolo altare secondario, a destra entrando, è sormontato da un dipinto che ritrae Santa Rita, alla quale, come si è detto, è stata dedicata recentemente la chiesa, la quale, oltre che in occasione della festa liturgica della santa, viene tenuta viva al culto dal gruppo di preghiera "Rinnovamento nello spirito", con riunioni settimanali alle 20,30 di tutti i martedì.
Questo è l'elenco delle vittorie al Palio di Legnano.
 
Anno       Contrada       Fantino       Cavallo       Note
1935       San Domenico       Vittorio Ciapparelli       Lugano       -
1936       Legnarello       Vittorio Ciapparelli       Lugano       -
1937       Sant’Erasmo       Antonio Braca (Cucciolo)       Miki       -
1938       La Flora       Antonio Braca (Cucciolo)       Miki       -
1939       Sant’Erasmo       Antonio Braca (Cucciolo)       Miki       -
Il Palio di Legnano viene interrotto dal 1939 al 1952, a causa delle vicende belliche legate alla Seconda guerra mondiale.
1952       Legnarello       Angelo Lorenzetti       Muccia       -
1953       Legnarello       Angelo Lorenzetti       Noia       -
1954       Legnarello       Angelo Lorenzetti       Muccia       -
Il Palio del 1955 non viene assegnato, causa contestazioni.
1956       San Bernardino       Rosario Pecoraro (Tristezza)       Incantatella       -
1957       San Martino       -       -       -
1958       Sant’Erasmo       Donato Tamburelli (Rondone)       Shim      -
1959       San Bernardino       Dino Pieraccini (Bubbolino)       Ultipat       -
1960       La Flora       Francesco Zoni       Argea       -
1961       San Bernardino       Dino Pieraccini (Bubbolino)       Atomica       -
1962       Sant’Ambrogio       Giorgio Terni (Vittorino)       La Gigolette       -
1963       San Magno       Giorgio Garzonio       Domazzo (Fulmine)       -
1964       Sant’Erasmo       Bruno Blanco (Parti e Vai)       Frestola       -
1965       Legnarello       Maurizio Franchini (Maurizio)       Tigri       -
1966       Legnarello       Maurizio Franchini (Maurizio)       Tigri       -
1967       San Martino              -       -
1968       Sant’Ambrogio       Ettore Simonazzi       Capriccio       -
1969       Sant’Erasmo       Francesco Cuttoni (Mezz'etto)       Pasquetta       -
1970       Sant’Erasmo       Francesco Cuttoni (Mezz'etto)       Pasquetta       -
1971       San Magno       Costantino Giuggia (Morino IV)       Tom Jones       A partire da questa edizione viene abolito l'uso della sella.
1972       San Domenico       Rinaldo Spiga (Spingarda)       Dominga       -
1973       San Magno       Vincenzo Foglia (Frasca)       Pou Pouch      -
1974       Sant’Erasmo       Andrea Degortes (Aceto)       Pou Pouch       -
1975       Sant’Erasmo       Vincenzo Foglia (Frasca)       Lucianella       -
1976       Sant’Erasmo       Vincenzo Foglia (Frasca)       Lucianella       -
1976       San Magno       Pasquale Beretta       Utrillo       Palio straordinario, corso per commemorare l'ottavo centenario della battaglia di Legnano. Si corre all'Arena Civica di Milano.
Il Palio 1977 vinto da Sant'Erasmo, ma non assegnato a causa dei diverbi tra i fantini di San Bernardino, San Magno e Flora.
1978       San Bernardino       Leonardo Viti (Canapino)       Faberina       Sant'Erasmo non partecipa per protesta a causa della non assegnazione del Palio del 1977.
1979       San Magno       Bruno Blanco (Parti e Vai)       Peccatrice       Finale corsa due volte. La prima volta corre Salvatore Ladu (Cianchino)
1980       San Bernardino       Leonardo Viti (Canapino)       Valsandro       -
1980       San Martino       Luigi Croci (Il Noce)       Peccatrice       Palio straordinario corso per celebrare il 25º anniversario della fondazione del Collegio dei Capitani e delle Contrade.
1981       San Domenico       Mario Cottone (Truciolo)       Hirish Karabas       Finale corsa due volte, causa arrivo in parità.[1]
1982       San Bernardino       Leonardo Viti (Canapino)       Valsandro       -
1983       Legnarello       Massimo Alessandri (Bazzino)       Raggio di Sole       -
1984       San Domenico       Mario Cottone (Truciolo)       Master Fullness       Corsa rimandata di una settimana per maltempo.
1985       San Bernardino       Leonardo Viti (Canapino)       Sir Brunetto       -
1986       Sant’Ambrogio       Giovanni Antonio Casula (Moretto)       Sarazar       -
1987       San Magno       Giuseppe Pes (Il Pesse)       Alpha Shariba       -
1988       Sant’Ambrogio       Luca Semenzato (Cecchetti)       Sarazar       -
1989       Legnarello       Salvatore Ladu (Cianchino)       Veronica Gambara       -
1990       San Magno       Maurizio Farnetani (Bucefalo)       Phantasm       -
1991       Legnarello       Tonino Cossu (Cittino II)       Pitheos       -
1992       San Martino       Salvatore Ladu (Cianchino)       Mattia       -
1993       San Magno       Maurizio Farnetani (Bucefalo)       Phantasm       -
1994       Sant’Erasmo       Martin Ballesteros (Pampero)       Slavi       -
1995       San Bernardino       Giovanni Antonio Casula (Moretto)       Tulipan       -
1996       San Domenico       Luigi Bruschelli (Trecciolino)       Vittorio       -
1997       La Flora       Sebastiano Deledda (Legno)       Blue Baker       -
1998       Sant’Erasmo       Martin Ballesteros (Pampero)       Noble Nord       -
1999       San Magno       Martin Ballesteros (Pampero)       Noble Nord       -
2000       San Magno       Maurizio Farnetani (Bucefalo)       Ombra (Amalin)       -
2001       San Magno       Maurizio Farnetani (Bucefalo)       Guazza       -
2002       Sant’Erasmo       Giuseppe Pes (Il Pesse)       Pierino       -
2003       San Martino       Massimo Coghe (Massimino II)       Millenium Bug       -
2004       Sant’Ambrogio       Dino Pes (Velluto)       Soldato       -
2005       La Flora       Walter Pusceddu (Bighino)       Calendimaggio       -
L'edizione 2006 viene sospesa per invasione di pista dei contradaioli di San Domenico.[2]
2007       San Bernardino       Giuseppe Zedde (Gingillo)       Domizia       -
2008       La Flora       Walter Pusceddu (Bighino)       Yanti       -
2009       La Flora       Silvano Mulas (Voglia)       Zanzuela       La corsa si svolge per la prima volta sulla sabbia.
2010       La Flora       Antonio Siri (Amsicora)       Abbashan       -
2011       San Magno       Giovanni Atzeni (Tittìa)       Aberrant       -
2012       Sant'Ambrogio       Silvano Mulas (Voglia)       Deo Volente       -