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PE-n1560-Primo-Levi.mp3 "Se questo e' un uomo" - Se questo è un uomo, inquadrandola nel contesto storico della Shoah e della Resistenza italiana. Il testo esplora la biografia di Levi, dalla sua laurea in chimica alla breve esperienza partigiana che portò al suo arresto
PE-n1561-Primo-Levi.mm - il podcast - Siamo arrivati al penultimo incontro, oggi se questo uomo e poi l'ultimo 1984 di Orwell. Orwell che abbiamo già conosciuto con la fattoria degli animali.
PE-n1562-Primo-Levi.mm - Discussione: Primo Levi. - Primo Levi è stato uno scrittore e chimico italiano, la cui vita e opera sono indissolubilmente legate alla sua esperienza come deportato ad Auschwitz.
PE-n1563-Primo-Levi.mm -Discussione: Se questo è un uomo. - Se questo è un uomo (Se questo è un uomo) di Primo Levi è uno straordinario romanzo e una fondamentale testimonianza storica e letteraria dell'esperienza dell'autore nei lager nazisti.
PE-n1564-Primo-Levi.mm - Discussione: Campo di concentramento. - Il termine "Campo di concentramento" (Lager, o KZ in tedesco) si riferisce a strutture detentive e coercitive che assunsero diverse funzioni sotto il regime nazista, spaziando dai campi di lavoro forzato (KZ) ai campi di sterminio (Vernichtungslager).
PE-n1565-Primo-Levi.mm - Discussione: Viaggio di ritorno. - Il "Viaggio di ritorno" (il Viaggio di ritorno) si riferisce al lungo e incredibile percorso intrapreso da Primo Levi per tornare a casa dopo la liberazione del campo di Auschwitz. Questo viaggio è narrato nel suo secondo romanzo, "La tregua".
PE-n1566-Primo-Levi.mm - Discussione: Shoah e memoria. - Il tema della Shoah (che nella lingua yiddish significa devastazione o genocidio degli ebrei) e il dovere della memoria sono elementi centrali e inscindibili nell'opera e nella vita di Primo Levi.
PE-n1567-Primo-Levi.mm - Un dialogo - Questo approfondimento si concentra sulla figura di Primo Levi e sul suo fondamentale memoriale,
PE-n1568-Primo-Levi.mm - Un dialogo - Oggi parliamo di un libro, ma anche di una ferita aperta nella storia. Se questo è un uomo di Primo Levi, una testimonianza direi fondamentale sull'inferno di Auschwitz.
PE-n1569-Primo-Levi.mm - Discussione Complicità Fascista. - La discussione sulla Complicità Fascista nelle deportazioni degli ebrei, come trattata nei testi, è un punto focale per comprendere il contesto storico in cui si è svolta la tragedia di Primo Levi.
PE-n1570-Primo-Levi.mm - Discussione: Memoria Testimonianza. - a discussione sulla Memoria e sulla Testimonianza è centrale nell'opera e nell'esperienza di Primo Levi, poiché il suo racconto, Se questo è un uomo, è definito una testimonianza fondamentale sull'inferno di Auschwitz.
PE-n1571-Primo-Levi.mm - Discussione: Dignità Umana. - La Dignità Umana è il concetto fondamentale che sottende l'intera opera di Primo Levi successiva all'esperienza di Auschwitz, servendo da obiettivo morale per la sua testimonianza e da monito per il futuro.
PE-n1560-Primo-Levi.mp3 "Se questo e' un uomo" - Se questo è un uomo, inquadrandola nel contesto storico della Shoah e della Resistenza italiana. Il testo esplora la biografia di Levi, dalla sua laurea in chimica alla breve esperienza partigiana che portò al suo arresto
Questo brano offre una disamina approfondita e strutturata dell'opera di Primo Levi, Se questo è un uomo, inquadrandola nel contesto storico della Shoah e della Resistenza italiana. Il testo esplora la biografia di Levi, dalla sua laurea in chimica alla breve esperienza partigiana che portò al suo arresto, evidenziando come la sua ebraicità e le sue competenze tecniche furono determinanti per la sua deportazione ad Auschwitz-Buna Monowitz. Un tema centrale è la difficile pubblicazione iniziale del romanzo, rifiutato da Einaudi prima di trovare un piccolo editore nel 1947 e ottenere il successo definitivo solo con la ristampa Einaudi del 1958, a causa del generale rigetto della memoria bellica nel dopoguerra. Infine, l'analisi si sofferma sull'agghiacciante viaggio verso Auschwitz, sulle procedure disumanizzanti del campo, in particolare la selezione e il tatuaggio numerico, e sulla straziante poesia introduttiva che funge da imperativo etico per la memoria, concludendo con una riflessione sul dilemma teologico posto dalla barbarie di Auschwitz.
PE-n1561-Primo-Levi.mm - il podcast - Siamo arrivati al penultimo incontro, oggi se questo uomo e poi l'ultimo 1984 di Orwell. Orwell che abbiamo già conosciuto con la fattoria degli animali.
Siamo arrivati al penultimo incontro, oggi se questo uomo e poi l'ultimo 1984 di Orwell. Orwell che abbiamo già conosciuto con la fattoria degli animali. Secondo me è un testo straordinario per capire in questo caso la rivoluzione d'ottobre, la rivoluzione comunista in Russia che poi diventa Unione Sovietica e il tradimento il tradimento dello stalinismo. Naturalmente secondo Giorgio Orwell perché come potete immaginare di fronte a questi avvenimenti 1900 17, l'avvento di Stalin, eccetera, c'è una letteratura che è enorme, tutto è stato scritto, tutto è il contrario di tutto. Quindi noi abbiamo visto l'opinione che vabbè io condivido, è chiaro, l'ultima volta di di Orwell. Oggi un contesto storico del tutto diverso grazie a questo straordinario romanzo che tutti abbiamo letto, abbiamo ripreso durante insomma la nostra attività di lettura. Ecco, se questo è un uomo di di primo legno di cui leggeremo alcune pagine e contemporaneamente cercheremo di capire che cos'era Auschwitz, perché la questo è un corso non direi particolare perché non è che stiamo scoprendo chissà quali nuove prospettive, però insomma c'è la letteratura, però anche la storia e quando riesco ecco il tutto è un po' mescolato, senza naturalmente perdere il filo e chiedersi "Ma sto parlando di storia o sto parlando del romanzo?" Ecco, cercando sempre un po' di di chiarire. Stavamo pensando un attimo fa che oggi è il 28 di ottobre che uno dice, "Vabbè, 28 di ottobre. Mi si vedere benissimo che è una data storica. 28 ottobre 1922 è l'inizio della marcia su Roma. Che cosa c'entra con oggi? Conoggi c'entra molto con il nostro romanzo perché se Primo Lempi è stato deportato ad Auschwitz, certo è stato deportato in un campo nazista. Non c'è dubbio che Auschwitz era diretto dai nazisti, dalla Germania nazista in quel momento che aveva occupato quella parte della Polonia, però con la complicità dei fascisti. Su questo non c'è alcun dubbio. Storicamente la depostazione degli ebrei avviene anche con la complicità dei fascisti. Ci sono ottimi libri da questo punto di vista. Gli arresti degli ebrei italiani, stiamo parlando, la avvennero per il 40-50% da parte di carabinieri, polizia e milizia fasciste. Questo è un altro argomento, se capiterà di parlarne, eccetera. Allora, vediamo Primo Levi la sua qualche elemento biografico.
Se questo e' un uomo - 02 - Nasce a Torino nel 1919, si laurea in chimica nel 1941. potrebbe sembrare un particolare, magari così un po' curioso la però se è finito ad Auschwitz e in particolare a Buna Monovit, vedremo. Ecco, è il terzo campo di concentramento di Auschwitz è perché era laureato in chimica. Pensavo, pensavano i dirigenti nazisti del campo di poterlo utilizzare per la produzione della benzina sintetica e della gomma sintetica. Comunque poi ci arriveremo. La svolta nella sua vita avviene dopo l'8 settembre. del 1943, quando aderisce a una banda partigiana con l'obiettivo non tanto magari di combattere il il fascismo e anche l'occupazione nazista dell'Italia, sappiamo dopo l'8 del 43, ma l'obiettivo è di non essere arrestato dalle SS. Lui è ebreo sa benissimo, ecco, qual è la politica del cosiddetto nazional socialismo nei confronti degli ebrei. Sa benissimo che gli ebrei, polacchi, bielorussi, russi, belgi, francesi tedeschi sono stati deportati, anche se le informazioni in questo momento 1943 sono ancora frammentarie, quindi lui sa di essere in pericolo perché dopo l'8 settembre del 43 l'Italia centro settentrionale e centro meridionale è stata invasa dalla Germania e i tedeschi danno una caccia spietata agli ebrei italiani. Quindi sale in montagna più che altro con l'obiettivo, insomma, di far passare magari alcuni mesi, poi magari finisce la guerra eccetera. Però dopo alcune settimane, poche settimane, prima ancora che questa banda partigiana un po' raccogliiticcia possa operare militarmente contro i fascisti e contro i tedeschi, viene arrestato. Arrestato perché la scriverà la parole piuttosto pesanti Primo Levi ricordando la sua esperienza partigiana, tra virgolette, diceva in sostanza che non eravamo pronti a nulla, ma del resto era normale che questo avvenisse perché la grande stagione della resistenza non è tanto l'autunno del 43, ma sarà la primavera e l'estate del 44. Qui avremo decine e decine di migliaia di partigiani, di antifascisti, di giovani, di operai eccetera, che saliranno in montagna e cominceranno a operare. Nel settembre ottobre del 43 la resistenza è alle prime armi. Quando viene arrestato viene arrestato perché dormivano una decina di uomini in un casolare e arrivano i fascisti e li soffrendono nel sonno. Anche questo, naturalmente, è un aspetto piuttosto curioso che dimostra come l'attività partigiana dovesse essere ancora imparata. Nel momento in cui viene arrestato lui si dichiara ebreo, ebreo cittadino italiano e non partigiano perché eh la temeva, se mi dichiaro partigiano mi fucilano, perché già è in atto una lotta spietata contro le prime bande di partigiani. La pensiamo a San Martino, Monte San Martino, qua a Varese eccetera, in cui ci fu proprio in questo periodo la in cui venne arrestato Primo Levi una terribile repressione, quindi si dichiara ebreo, il cittadino italiano eccetera la non poteva sapere che per gli ebrei di tutta l'Europa erano aperte le porte di Auschwitz, quindi capirà dopo, una volta tornato a casa che entro certi limiti aveva commesso un errore, però è molto probabile che poi la sarebbero, anche se lui si fosse dichiarato partigiano, poi sarebbero riusciti a scoprire che lui era ebreo.
Se questo e' un uomo - 03 - Quindi con 650 ebrei sulle famose tradotte che portano gli ebrei ad Auschwitz, viene deportato ad Auschwitz Monovit e vedremo più avanti che cosa vuol dire. 650 ebrei che partono dal carcere di Torino, poi il Brennero, la per poi arrivare ad Auschwitz dopo giorni, 5 giorni di viaggio durissimi perché avviene la durante l'inver non hanno niente da mangiare e non hanno praticamente niente da bere. Tornerà con 14 altri compagni. Ecco, quando parliamo della Shoa, la che nella lingua idish vuol dire devastazione, genocidio, genocidio degli ebrei, questi sono numeri efficaci. Anche Ligiana Segre, adesso non ricordo bene i numeri, mi sembra che anche lei è partita in questo caso dal binario 21 di Milano, 630 deportati e sono tornati in una decina, un una dozzina di persone, non di più, rimane all'interno dell'ager fino alla liberazione da parte dei sovietici. La liberazione è il 27 gennaio del 45, non a caso, come sappiamo, è il giorno della memoria. Potremmo immaginare che Primo Levi avesse la l'opportunità di tornare a casa qualche settimana dopo. In realtà invece torna a casa, lo dice lui stesso, il 19 ottobre del 45, quindi viene liberato dai sovietici che avanzano verso verso Berlino. L'obiettivo era quello, quindi liberano quella zona della Polonia. 27 gennaio torna a casa 19 ottobre. E uno si chiede come mai? Beh, c'è la guerra nel momento della liberazione di Auschwitz. La guerra non è assolutamente terminata. Terminerà per noi italiani intorno al 25 aprile, ma la guerra vera e propria termina l'8 maggio del 1945, quindi nessun treno di ex deport avrebbe potuto tagliare, superare le linee. Quindi questo è il viaggio incredibile che fa la primo Levica. Quindi guardate da Auschwitz, là vicino dove dice Katovit, ecco in quella lì vicino c'è Auschwitz, Cracovi, eccetera, vanno dalla parte opposta, quindi vanno verso l'Ucraina, attraversano tutto l'Ucraina. Naturalmente con Primo Levi ci sono tanti altri deportati di tutte le nazionalità, sono nelle mani dei sovietici, dei russi, poi li portano in via Russia, sempre in treno con tappe diverse, sono indicate anche le date, vedete? Poi dalla sopra un calcio incredibile, vero Odisea, scendono di nuovo, ecco, vanno verso la Moldavia, attraversano la Moldavia, poi arrivano in Romania, qua siamo nel settembre del 45, attraversano tutta la Romania, questo è il viaggio di ritorno, attraversano l'Ungheria, la Slovacchia, poi l'Austria, come vedete. Passano per Vienna l'8 ottobre. Monaco, Monaco che vuol dire la Germania che non è più, insomma, la Germania nazista in questo momento Hitler è morto da da mesi. Ecco, però tornare in la Germania oppure essere in Germania, seppure per una tappa, era un momento piuttosto forte. In effetti la Primo Levi lo racconta. Poi da Monaco scendono attraverso il Brennero, Verona e finalmente Torino. 19 ottobre del 45. Eh, sono anni praticamente che Primo Ladyvi non aveva eh rivisto la sorella, non aveva visto la madre, non sapeva neanche se la casa era in piedi la sua casa, l'appartamento, perché durante la seconda guerra mondiale, soprattutto nel 43 423, le grandi città italiane vennero devastate dal bombardamento. In Milano soprattutto, ecco, la Napoli, Roma, la anche Torino attualmente fu bombardata. E tutto questo lui lo racconta nel romanzo successivo. Dopo se questo è un uomo che è il suo primo romanzo c'è la tregua. La tregua parte dal momento in cui arrivano i russi nel campo di Auschwitz, questo è il punto di partenza, fino al momento in cui torna a Torino, suona il campanello e la sorella apre la porta e potete immaginare la gioia, eccetera.
Se questo e' un uomo - 04 - E il viaggio incredibile di Primo Levi è oggetto di un film che Anche questo, se non l'avete visto, vi raccomando, di Francesco Rosi, credo del 1997, però potrei sbagliare, certo non è un film di ieri, eh, con Johnno Torturro, ecco, il famoso attore americano che in persona appunto Primo Levi ed è tutto il viaggio di ritorno, le incredibili esperienze, perché Primo Levi è libero, se vogliamo libero, però non può tornare in Italia, non può tornare a casa sua in una Europa devastata dalla dalla guerra. Allora, vediamo un po' se questo è un uomo un po' la storia del romanzo. Abbiamo detto che torna a Torino nell'autunno del 45, non perde tempo e scrive di getto la sua testimonianza. C'è un grande desiderio di raccontare, ma primo Levi lo scrive poi più volte nella sua esperienza letteraria, nelle notti feroci, scrive, nelle notti atroci, eccetera, che cosa sognavamo noi? Sognavamo di mangiare, ecco, e sognavamo poi di raccontare di raccontare la nostra esperienza, di avere intorno i nostri familiari, i nostri amici e di poter raccontare. Quindi si mette subito a scrivere. Lui che non aveva molto probmente mai pensato diventare una romanziere, lui si era laureato in chimica. Certo, allora nelle università italiane chi si laureava in chimica aveva una buona formazione letterario umanistica, il liceo classico e tutto il resto. Però pensava insomma di dedicare alla sua grande passione che era la chimica. Quindi scrive di getto il romanzo e si rivolge alla casa editrice Einudi. Si rivolge a Natalia Gisburg, la la moglie di Leone Gisbur, la se vogliamo Natalia Gisbur è stata anche una una delle voci più importanti della letteratura italiana, della narrativa italiana, lessico familiare, tanto per intenderci. Natalia Ghisbor è anche amica di Primo Levi, quindi insomma sembrerebbe una cosa fatta. Mi rivolgo alla mia amica Natalia e concordiamo in qualche modo la pubblicazione. Ma Natalia Gismo dice ahimè primo lo chiama per nome, non è possibile la pubblicazione perché in questo periodo credo che abbia detto la l'attenzione della gente, siamo nel 46, l'attenzione della gente non è più nei confronti della guerra, c'è un rigetto della guerra. Nessuno vuole parlare della guerra perché tutti in qualche modo hanno sofferto, però adesso tutti vogliono pensare a tutt'altro. Questi racconti sono racconti tristi, eccet ec. Quindi, insomma, Natalia Gismon ragiona in termini, se vogliamo, un po' economici. Se pubblichiamo questo libro, poi nessuno lo compra ed è un flop a livello editoriale. Ma anche Cesare Pavese, Cesare Pavese che è amico anche lui sicuramente di Primo Levi oppure lo conosce all'interno della casa editrice e in Audi anche Cesare Pavese dà un parere negativo, dice ci sono già diversi libri sulla deportazione perché non solamente Primo Levi vuole scrivere sulla testimonianza, ma ci sono altri, ecco, che vogliono scrivere.
Se questo e' un uomo - 05 - Abbiamo già pubblicato altri libri e questo è vero perché tra il 45 e il 47, più o meno, vengono pubblicati tutta una serie di libri, di testimonianze, poi il vuoto, il vuoto almeno fino all'inizio degli anni 60 perché durante il boom economico a chi interessavano i racconti del laer? Figuriamoci, quindi la Cesare pavese, nonostante fosse stato già al in quel momento un grande narratore, tutto il resto e avesse se eh l'ha individuato la fattura letteraria di del romanzo, gli dice di no. Quindi grande costernazione da parte di Primo Levi che voleva che la sua testimonianza fosse pubblicata perché c'era questo irresistibile desiderio di parlare, di ragionare eccetera. Si rivolge all'editore Da Silva. Da Silva di Torino. La collana era diretta da Franco Antonicelli cheed era stato un antifascista. E da Silva, che è un piccolo editore, non è in Audi, pubblica 2500 copie, non tutte vendute, le 1947, anzi poi ci fu la piena del Po e le ultime 500-700 copie se le portò via il il fiume. Quindi grande delusione da parte dell'autore che vede solo poche centinaia di copie vendute e in Audi però pubblica il suo romanzo facendo la le debite scuse nel 1958. quando comincia ad avvertirsi un certo desiderio, insomma, di ragionare su quello che è stato il fascismo, il nazismo e naturalmente la deportazione. Quindi l'anno di pubblicazione vero e proprio la del romanzo è il 1958 ed è subito un grande successo. Ecco, questa è l'edizione da Silva, la copertina originale sicuramente suggestiva in cui si vede un uomo, un uomo a terra agonizzante magari morto oppure, ecco, in quella tipica posa, potremmo dire, tra virgolette dei musulmani all'interno del lagher, dei muselman, perché il lager di Auschwitz aveva un suo gergo, un suo gergo quasi internazionale e il musulman, il musulmano all'interno del lagher era un uomo, come scrive Primo Levi, ecco, la incapace di stare in piedi, incapace di reagire, sembrava quasi un arabo in preghiera. Era un uomo arrivato, anche una donna, naturalmente a arrivato all'ultimo stadio della propria esistenza. Vedremo più avanti il passo dei Muselman. Questa invece è la prima edizione, la copertina della prima edizione 1958 e en Audi. En Audi, quindi grande casa editrice ancora oggi naturalmente la però in quel momento un po' tempio della cultura della sinistra. Anche in questo caso mi sembra che la copertina sia efficace. Ecco, vediamo alcuni momenti della del romanzo con qualche lettura e intanto queste immagine ci dà l'idea di una delle particolarità di Auschwitz, ovvero il tatuaggio sulla sull'avambraccio come Primo Levi che cosa come Liliana Segre che è un tatuaggio indelebile. Non tutti i lagervano la questa questa prassi chi arrivava e non finiva in gas m chi arrivava giovane per poter lavorare eccetera, dopo la docce dopo il taglio dei capelli probamente rasati a zero eccetera, c'era eh il tatuaggio del numero della propria identità, naturalmente questo numero sulla sull'avambraccio. In altri lagger invece la preferiscono la che il numero venga stampigliato, ecco, sulla sul pantalone, sulla giacca, eccetera. Diciamo che da un punto di vista puramente burocratico per le autorità del campo, le cose non cambiavano. Certo che per chi arrivava ad Auschwitz capire che quei numeri sarebbero diventati la loro unica identità. Era un momento anche questo estremamente difficile. Ecco, merita di essere letta questa poesia, cioè se questo uomo la ha come introduzione questa poesia scritta da Primoi. Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepite case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici, considerate se questo è un uomo che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no. Morire ad Auschwitz era estremamente facile.
Se questo e' un uomo - 06 - Considerate se questa è una donna senza capelli e senza nome, senza più forza di ricordare, vuoti gli occhi e freddo il grembo come una rana d'inverno. Meditate che questo è stato. Vi comando queste parole, scolpitele nel nel vostro cuore, stando in casa, andando per via, coricandovi, alzandovi. Ripetetele ai vostri figli o vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi. Quindi si conclude con versi molto forti, una sorta di maledizione. Chi non ricorda, chi dimentica, chi è indifferente rispetto a tutto questo, la casa quasi primo levi, ma Dietro il primo Levi ci sono tutti i deportati. La chi dimentica, chi non eh fa fronte al proprio dovere della memoria, idealmente la la casa crollerà su su di lui, la malattia la malattia vi impedisca e i vostri nati la porgeranno altrove il loro sguardo. Torcano il viso da voi. Qu proprio l'imperativo della memoria. Possiamo capire Qual è lo stato d'animo di Primo Levi? Pensando alle esperienze assolutamente brucianti vissute da lui, ma in questo caso non parla solo Primo Levi, parla tutti i deportati, ebrei e non ebrei. La storia della deportazione Primo Levi passa dal campo di Fossoli. Fossoli, di Carpi vuol dire vicino a Modena. Questo è un campo fascista che nasce durante la seconda guerra mondiale, già nel 1942, ecco, per la l'interramento. di civili, civili che vengono dalla Jugoslavia che l'Italia aveva invaso nel 1941. Poi ci sono gli antifascisti eccetera. Poi a un certo momento con l'8 settembre del 43 arrivano la gli ebrei per la deportazione ad Auschwitz. Ecco, come notate oggi purtroppo il campo di Fossoli in alcuni punti ecco l'ha persa in uno stato che non è proprio ottimale. Allora, vediamo il momento in cui stanno apostoli, non sanno niente di quello che è il loro futuro, però arriva la notizia che il giorno dopo sarebbero partiti. Partiti per dove? Ecco, per ignota destinazione. Nessuno dice a loro dove sarebbero andati, figuriamoci, no? Le autorità della dell'Ager. Sì, sanno che andranno in un campo di concentramento. Campo di concentramento del Rik, ecco. Ma dove? Ecco, la questo non lo sanno, anche perché la parola Auschwitz in quel momento diceva poco. Quando Primo Levi arriva alla stazione la di di Modena, di CP Modena e e vede sul treno scritto Auschwitz legge Austerlz, pensa Austerlitz, dove c'è stata la famosa battaglia vinta da Napoleone Austerli in Boemia, Repubblica Ceca, oggi diremmo, perché la parola Auschwitz, ecco, in quel momento non aveva ecco, la valenza che può avere oggi. Ecco, vediamo come vivono questa notte, questa notte terribile. sapendo che poi lindomani sarebbero partiti. È il 21 dicembre del 43 e venne la notte e fu una notte tale che si conobbe che occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere. Tutti sentirono questo. Nessuno dei guardiani, né italiani né i tedeschi, ebbe animo di venire a vedere che cosa fanno gli uomini quando sanno di dover morire. Addirittura neanche i tedeschi, i soldati tedeschi di guardie al campo di Fossoli che erano rompevano inno delle baracche, magari con risate, sguaiate, c quella notte non si fecero vedere.
Se questo e' un uomo - 07 - Ognuno si concedò dalla vita nel modo che più gli si addiceva. C'è proprio un senso di morte. Ci porteranno non a lavorare per la vittoria del Rai che ci porteranno a morire, anche se non potevano immaginare dove e come. Alcuni pregarono, altri bevbero oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione. Ma le madri Ma le madre vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio e lavarono i bambini e fecero i bagagli e all'alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare e non dimenticarono le fasce e i giocattoli e i cuscini e le 100 piccole cose che essi ben sanno e di cui i bambini hanno in ogni caso bisogno. Non fareste anche voi altrettanto Se dovessero uccidervi domani con il vostro bambino, voi non gli dareste oggi da mangiare.
E poi, ecco, passa questa notte in cui tutti, insomma, in qualche modo cercano, ecco, di dimenticare quello che sarebbe accaduto. L'alba ci colse come un tradimento. Ecco, notate la potenza del del linguaggio. La prima prova letteraria, ma la solamente a livello linguistico, Primoi dimostra di essere già un grandissimo autore. L'alba ci come un tradimento, come se il nuovo sole si associasse agli uomini nella deliberazione di distruggerci, eccetera eccetera. Il viaggio avviene nei vagoni bestiame, come sappiamo, vagoni blindati al dall'esterno in cui, insomma, era impossibile muoversi. Qua siamo all'interno di Auschwitz. Ecco, vedete sul fondo il portale, famoso portale. Questo è Auschwitz Birkena dove si uccide, dove ci sono le camerag dove ci sono i bunker eccetera. C'è lo spazio enorme, sembra poche un centinaio di metri, no, invece sono diverse centinaia di metri. E al centro di questo spazio enorme c'è questo vagone. Questo vagone che potrebbe essere stato utilizzato per la deportazione degli ebrei. Prima lei vi racconta che era un vagone molto piccolo e stavano tutti pigiati. Non c'era spazio per potersi sedere, per la potersi la per poter dormire. se non a turno. Adesso c'è una lettura, se non ricordo male. Ecco qua. Questa è la lettura in cui racconta questo viaggio allucinante e questo avete riconosciuto, è il binario 21, binario 21 di Milano nei sotterranei della stazione centrale di di Milano, da dove è partita l'inana Segre, un po' tutti gli ebrei milanesi oppure gli ebrei confluiti nel carcere di San Vittore. Ecco, vediamo. I vagoni erano 12 e noi 600 Nel mio vagone eravamo 45 soltanto, ma era un vagone piccolo. Ecco dunque sotto i nostri occhi, sotto i nostri piedi, una delle famose tradotte tedesche, quelle che non ritornano, quelle di cui, fremendo e sempre un poco increduli, avevamo così spesso sentito narrare proprio così, punto per punto, vagoni merci chiusi dall'esterno e dentro uomini, donne, bambini compressi senza pietà come merce di dozzina. in viaggio verso il nulla, in viaggio all'ingiù, verso il fondo, questa volta dentro siamo noi. Ecco, notate il ritmo.
Se questo e' un uomo - 08 - Ecco il ritmo, la quasi martellate, frasi brevi spezzate dalla punteggiatura per dare più forza, più risalto, quindi compressi senza pietà. 45, magari qualcuno dice "Beh, eravate in pochi, avevate spazio, uno si metteva in un angolo, l'altro si sdraiava, adesso dormo io". No, proprio pigiati come sardine. La E tenete conto che anche qua c'era una sorta di gerarchia del più forte, perché c'erano nei vagoni è stato scritto più volte la solidarietà veniva a mancare se non la solidarietà nei confronti dei propri familiari, dei propri figli, questa c'era un'altra, però solidarietà nei confronti degli altri non c'era. Quindi chi stava vicino alla finestra del vagone dove entrava aria, cioè immaginate d'estate, ma anche d'inverno, chi stava vicino tutto il tempo a respirare, i più forti gli uomini, i più forti, la mentre eh gli anziani se non avevano qualcuno, ecco, la i bambini se magari viaggiavano solamente con la madre eccetera, erano tenuti lontani. Quindi anche qua, ecco, la sono meccanismi che potrebbero anche non piacere a noi, ecco, questa mancanza di solidarietà all'interno del vagone, però da un punto di vista psicologico credo che sia tutto sommato facile, purtroppo, ecco, capire. Poi un altro passo, gli sportelli erano stati chiusi subito, ma il treno non si mosse che a sera. Avevamo appreso con sollievo la nostra destinazione, Auschwitz, un nome primo di privo di significato allora e per noi, ma doveva pur corrispondere a un luogo di questa terra. Quindi, paradosso, leggono Auschwitz sulla sul portellone del vagone, sui vagoni eccetera. La tiro un sospiro di sollievo. M non sappiamo dove sia questo posto, quindi possiamo sperare forse qualcosa. Il treno viaggiava lentamente, sono treni a vapore con lunghe soste snervanti perché hanno la priorità i treni che portano i soldati, i soldati verso i tedeschi verso l'Italia in questo momento che portano armamenti, cibo, tutto quello che serviva. Dalla feritoia vedemmo sfilare le alte rupi pallide della Valdige, gli ultimi nomi di città italiane. Passammo il Brennero alle 12 del secondo giorno e tutti si alzarono in piedi, ma nessuno disse parola. Mi stava nel cuore il pensiero del ritorno e poi qualche riga dopo fra le 45 persone del mio vagone quattro soltanto hanno rivisto le loro case e fu di gran lunga il vagone più fortunato. Ecco, a questo punto avviene la selezione ad Auschwitz. La selezione riguarda tutti gli che arrivano da tutti i paesi occupati dalla Germania nazista per stabilire chi può vivere e chi invece deve morire. Deve morire rapidamente nei giro di un paio d'ore nelle camere a gas. Ecco, questa è una fotografia che è stata scattata dal fotografo ufficiale di Auschwitz, naturalmente tedesco Ariano, anche lui con l'autorizzazione del comandante, se non ricordo male, la l'8 di agosto del 44. Comunque è un giorno qualunque ad Auschwitz era arrivato un treno di ebrei ungheresi, circa un migliaio di ebrei ungheresi che eh la scendono dal treno e vengono sottoposti ad eh in questo momento alla selezione.
Se questo e' un uomo - 09 - Sono circa 200 fotografie che miracolosamente sono sopravvissute. Infatti uno dei documenti più straordinari di Auschwitz si chiama Album di Auschwitz che si trova facilmente anche in biblioteca, basta chiedere. E Sono tutte le fotografie scattate quel giorno dal fotografo ufficiale di Auschwitz. Vi chiederete perché. Molto probabilmente la per ricordare dopo la vittoria della Germania, ricordare nel tempo, quando sarebbero diventati vecchi questi dirigenti, i bei tempi. I bei tempi in cui sapevamo agire contro gli ebrei. I bei tempi, ecco, di Auschwitz. Credo che l'ottica fosse questa. Quindi avere un ricordo. Si era vietatissimo scattare fotografie all'interno dei lager come facile immaginare, però quel giorno il fotografo ebbe eh l'autorizzazione e qua si vede sulla sinistra un ufficiale eh nazista, potrebbe essere un medico, ma potrebbe benissimo anche essere un ufficiale che sta chiedendo a una ad un uomo che sembra un po' in là negli anni, quanti anni hai in sostanza? Perché era fondamentale stabilire l'età. Tante volte non chiedevano neanche qual era l'età, però talvolta insomma le chiedevano qual era l'età, cioè in sostanza dai 16 anni fino ai 40-45 anni si entrava nel nel laer per lavorare, quindi vuol dire che da 0 a 14-16 anni si moriva subito, si andava nelle camere a gas. Dai 45 anni, 40-45 anni in su si andava direttamente nelle camere a gas. Il criterio credo che nella sua disumanità sia comprensibile, ovvero di un sessantenne cioè di uno come me a lavorare, fare il lavoro che di cui parla primo le questo uomo non avevano assolutamente bisogno perché il parlo per me naturalmente il sottoscritto la forse non avrebbe retto neanche una giornata, ecco, in quel lavoro. Sì, sì, ecco, sì, più o meno, ecco, siamo un po' tutti, infatti quando vado nelle scuole medie, se magari non è molto bello per i ragazzini, dico voi quanti anni avete? 14-15, insomma, se foste arrivati ad Auschwitz un è un po' Non tutti voi, moltamente quelli un po' più grandi, più alti, eccetera, potevano passare, quelli un pochino ecco, più piccoli molto non sarebbero passati. Quindi facile immaginare che questo signore di cui non sappiamo nulla, è un ebreo ungherese arrivato per caso quel giorno, sia finito poi nelle camere a gas. Quindi, insomma, ad Auschwitz Birgenau c'è la selezione. Perché c'è la selezione a partire dal 43? Prima gli ebrei vengono tutti uccisi nel 1942. Adesso vedremo la a Treblinca, Sobibor, eccetera. Tutti gli ebrei che arrivano nei campi di sterminio vengono da anche quando di fronte a loro ci sono uomini e donne nel pieno delle loro forze, energie, vengono messi a morte. Nel 43 è chiaro alla dirigenza di Berlino, Hitler, Himler, eccetera, che la guerra si prolungherà ancora per parecchio tempo. L'idea di vincere rapidamente contro l'Unione Sovietica, contro la la contro l'Inghilterra, poi Tra poco si aggiungeranno anche gli Stati Uniti. È un'idea del passato. Quindi abbiamo bisogno di forza lavoro. Forza lavoro per portare avanti la guerra perché ogni guerra ha bisogno almeno di due elementi. Soldati al fronte che combattono, carne da cannone si dice e dall'altra parte la milioni di persone la che producono armi, perché se non vengono prodotte armi di tutti i tipi la guerra si arena, la la guerra si ferma. Quindi la selezione ad Auschwitpitz funziona in questo modo.
Se questo e' un uomo - 10 - Gli inabili al lavoro direttamente nel camera gas perché non abbiamo bisogno di loro, sarebbero bocche inutili da sfamare. Questo è un po' nella loro interpretazione. Gli abili, tra virgolette, ecco, lavorano come schiavi finché ce la fanno. Nel momento in cui non ce la fanno, la verranno la uccisi nei mille modi in cui si poteva uccidere ad Auschwitz, non c'erano solamente Cameraga Gazze. Ecco, questa è una delle fotografie scattate delle 200 scattate al album di Auschwitz come un album di fotografie. Ecco, la è stata colorata molto brevemente e questa ci dà un po' l'idea l'idea anche dei colori tra virgolette di Auschwit. Si vedono i deportati con la famosa casacca a righe, insomma il famoso pigiama a righe, uomini da una parte e anzi maschi da una parte e femmine dall'altra. Due file in genere, file di cinque che avanza e a un certo momento, vedete qua sopra c'è un ufficiale nel esista, poteva essere un medico, come prescrivevano la i regolamenti, ma poteva benissimo andar bene anche un altro la anche un ufficiale vero e proprio che con un cenno della mano indicava indicava quindi o la destra andare a destra oppure andare a sinistra. La fila di destra, fila di sinistra, chi arrivava lì non riusciva bene a capire, poi rapidamente capivano che cosa voleva dire. Ecco, notate che qua sulla c'è una madre con il bambino che sta andando in una direzione. Ci chiediamo quale è stato il destino di questa madre. Probabilmente i regolamenti prescrivevano che quando una madre arrivava con il bambino in braccio dovesse andare direttamente con il bambino nelle camere a gas. Talvolta c'era il tentativo di dire lascia il bambino alla nonna oppure lascia il bambino alla a una persona che poteva essere dello stesso villaggio. In fondo vengono tutti da uno stesso villaggio. La del dellung Ma quando questo non era possibile, perché nessuna madre avrebbe lasciato il proprio bambino a un'ranea, se non fosse stata una persona di famiglia. A questo punto, ecco, e ed è lo stesso Mengele, Mengele di cui vedremo poi, no, il famoso dottor Morte con lui faceva l'esperimento sui Gemelli eccetera. Un giorno a raccontare a un deportato ebreo italiano qual era il motivo. Diceva sostanza Megel che nel momento in cui una madre eh avesse saputo che il proprio figlio era morto, era già morto quando avrebbe capito in una camera gas questa madre avrebbe perso ogni volontà di vivere e a noi interessano quindi pezzi da lavoro, interessano stucche che in tedesco vuol dire pezzi da lavoro. Noi vamo, quindi la animali da lavoro, ecco, è l'espressione che usa Mengere pienamente nella loro forze per poter lavorare. Quindi una madre che non che il proprio figlio non l'ha più, ecco, in braccio e viene a sapere qual è stato il suo destino. A questo punto non potrà essere per noi un animale di lavoro. Una particolarità, ecco, notate quello quello strano personaggio, tra virgolette, ecco, la lì sulla destra che è è primo di una scarpa, non ha i pantaloni e indossa una sorta di di camicione, eccetera. E poi soprattutto soprattutto e fuori dalla fila.
Se questo e' un uomo - 11 - Chi arrivava ad Auschwitz sapeva bene che era molto importante stare all'interno delle file, magari al centro, perché l'atteggiamento delle guardie era un atteggiamento che appariva subito violento nel momento in cui scendevano proprio buttati giù dai vagoni. Invece sta è proprio di fronte la si intravede un ufficiale nazista, quindi stare a 2 m era anche pericoloso guardare negli occhi. Quindi i casi sono due o questo ebreo eh oggi diremmo disabile, mentale, era stato anche lui caricato sui vagoni per essere ucciso ad Auschwitz oppure era impazzito e capitava durante questi viaggi. Questi viaggi che nel caso della di questi ebrei ungheresi ad Auschwitz è un giorno e mezzo, però poteva eh le condizioni all'interno della del vagone erano allucinanti. C'erano i vecchi che morivano, c'erano i bambini che morivano, la sete la e era la insopportabile più la sete, ecco, che la mancanza di cibo. Quindi c'erano talvolta situazioni in cui una persona perdeva il sello. Anche in questo caso è facile immaginare qual è stato il suo destino. Ecco, vediamo la selezione perché Primo Levi racconta di una selezione, ecco, che è avvenuta in maniera un po' diversa rispetto, ecco, notate là sopra quella lunga fila, vedete? Quindi, maschio e fem una parte, le operazioni vanno avanti e là sopra c'è quella lunga fila dove sta andando si intravedono la le strutture di sterminio che sono quattro bunker eh ad Auschwitz Birkena. All'interno dei bunker abbiamo eh la la camera gas o le camere gas più i forni di incenerimento. Non lo possono sapere, ma guardate quante persone stanno andando verso la morte. A loro è stato detto che avrebbero fatto la doccia, si sarebbero cambiati d'abito, si sarebbero andati rapidamente nelle baracche avrebbero ritrovato la loro famiglia perché maschi da una parte, femmine dall'altra è già una separazione delle famiglie. Non era vero assolutamente. Quando stavano poi all'interno del camera gas era troppo tardi per poter reagire. Allora, vediamo la selezione che subisce Primo Leppi. Venne ad un tratto lo scioglimento. La portiera fu aperta con fragore. Il buio echeggiò di ordini stranieri e di quei barbarici latrati dei tedeschi quando comandano. Che che sembrano dar vento a una rabbia vecchia di secoli. Ci apparve una vasta banchina illuminata da riflettori, poco oltre una fila di autocarri. Poi tutto tacque di nuovo. Qualcuno tradusse: "Bisognava scendere con i bagagli e depositare questi lungo il treno." In un momento la banchina fu brulicante di ombre, ma avevamo paura di rompere quel silenzio. Tutti si affaccendavano intorno ai bagagli, si cercavano, si chiamavano l'un l'altro, ma timidamente a mezza voce. Nessuno quindi farebbe come potremmo fare noi se non vediamo i nostri familiari, magari una piazza gremita di persone, ci mettiamo a urlare i nomi, ecco, magari dei dei nostri figli che temporaneamente non riusciamo a vedere tutti, quindi stanno in silenzio, nonostante fossero 650 arrivati in quel momento. Una decina di SS stavano in disparte, l'aria indifferenti indifferente, piantati a gambe larghe. A un certo momento entrarono fra noi e con voce sommessa, con visi di pietra, presero a interrogarci rapidamente, uno per uno, in cattivo italiano. Non interrogavano tutti, solo qualcuno. Quanti anni, sano o malato? E in base alla risposta ci indicamono due diverse direzioni. Quindi, quando era chiaro che quello era un ventenne, era inutile chiedere quanti anni hai la oppure magari un ventenne che appariva un po' malatici, un po' claud Ante, allora sano o malato?
Se questo e' un uomo - 12 - E sulla base delle risposte che potevano essere anche risposte un po' ingenue e c'era uno in quel momento, la dico la mia età, non si sa mai, eh poi magari se salta fuori che ho detto qualcosa, chissà che cosa mi succede. Quindi sulla base dell'età, delle condizioni di salute, alla fine decidevano per la vita o la morte. In meno di 10 minuti tutti noi, uomini validi, fummo radunati in un gruppo. Primo Levi a 23 anni e giovane, forte a fisico temprato perché in gioventù praticava l'alpinismo. A Torino raggiungere le Alpi si può quasi quasi in bicicletta. Quindi, insomma, amava l'alpinismo fisico asciutto, la fisico di ventenne. Quello che accade degli altri, delle donne, dei bambini, dei vecchi, noi non potemmo stabilire allora né dopo. La notte linghiottì puramente e semplicemente. Oggi però sappiamo che in quella scelta rapida e sommaria di ognuno di noi era era stato giudicato se potesse o no lavorare utilmente per il RAI. Sappiamo che nei campi rispettivamente di Bunamonov e Birkena non entrarono nel nostro convoglio che 96 uomini e 29 donne e che di tutti gli altri in numero di più di 500 non uno era vivo due giorni più tardi. Ecco, questa è la show. Quindi vuol dire che l'80% di coloro che arrivavano all'interno dei vagoni il bestiame era destinato al gas, quindi trattenevano tra virgolette solo coloro che erano utili utili per il lavoro. 650 entrano, 96 uomini e 29 donne, quindi 130 persone, poco più di 130 persone. Cosa non già visto? Ecco, questa è una delle fotografie, se vogliamo, più strogenti di Auschwitz. Appartiene sempre all'album di Auschwitz, a quelle 200 fotografie. Tra parentesi, questo volume è a disposizione della biblioteca di Legnano, un po' sgualcito perché a furia di metterci le mani anch'io ogni anno, insomma, più o meno per le mie lezioni nelle scuole, comunque è integra la copia e c'è questa fotografia che ricorda anche Foscolo i versi del foscolo, suo di tardo trao, no? Ecco, la madre del foscolo portandosi dietro il peso dei suoi anni. È una nonna, una nonna con i nipotini. Sta andando anche lei verso la la la camera o le camere a gas, perché la i bunker, i quattro bunker erano diversi tra di loro, dove c'era il Camer Gasass, i forni di incenerimento, una cinquantina di forni di incenerimento e tanto per capire qual è la produttività tra virgolette di Auschpit, visto che è un chimico, però Primo Levi non può saperlo, viene trasferito a Bunamonobit. Adesso vediamo anche un po' la posizione geografica di questo campo, di questo eh la piccolo, se vogliamo, campo di concentramento, ecco, che deve i cui i deportati devono lavorare all'interno di giganteschi impianti la per la produzione della benzina sintetica e della gomma sintetica. Perché la benzina sintetica? Perché per portare avanti la guerra, per alimentare la guerra, hai bisogno delle materie prime. La Germania non disponeva del petrolio. Certo, l'obiettivo di Hitler era arrivare in Medio Oriente, quindi la conquista dell'Africa settentrionale. la conquista dell'Egitto avrebbe dovuto portare poi a dilagare in Medio Oriente, ma in Medio Oriente poi c'erano gli inglesi che naturalmente si guardavano bene, ecco, dall'idea di lasciare il Medio Oriente, l'Iraq di oggi, per esempio, nelle mani dei tedeschi.
Se questo e' un uomo - 13 Quindi, grazie alla scienza chimica, grazie quindi ai grandi progressi della chimica tedesca eccetera, sono in grado di produrre, anche oggi non è un problema, benzina sintetica. Certo che costava molto di più. Un tempo la gomma arrivava dall'Indonesia eccetera, ma Adesso in Germania non arriva più niente, però la gomma è fondamentale per per gli aerei, per i camion, per le automobili militari e quindi ecco la gomma sintetica prodotta all'interno di Birkenhau. Questo è un piccolo campo di concernamento, meno piccolo rispetto ai grandi impianti, come vedremo, però, insomma, c'è tutto quello che uno si aspetta di trovare. Notate la piazza dell'appello, tutti i campi di conceramento hanno un grande spazio dove c'è l'app l'appel così chiamato alla mattina in cui i deport vengono chiamati non Primo Levi italiena o qualcosa di simile, ecco, ma il numero il numero di Primo Levi, se non sbaglio, è il 174.517, che già in italiano uno deve pensarci un attimo, immaginate interesco interesco il giorno dopo. Quindi se non c'era qualcuno la che ti aveva preso in simpatia appena arrivato e quando veniva urlato in tedesco o in polacco 174.000, ti dava uno spintone e uno rim maneva lì imbambolato, alla fine prendeva un sacco di botte perché poi arrivavano i capotò che utilizzavano il loro bastone e spesso in maniera molto pesante. Quindi la prima cosa da fare era imparare un minimo di tedesco, imparare il proprio nome, magari nonna stare sveglio una notte intera per continuare a ripetere, ripeto, perché era molto importante la mattina dire icio e fare un passo in avanti. Quindi questo eh quando noi leggiamo se questo uomo è questo il campo di concentramento di premolevi. E questi sono i giganteschi impianti, come vedete, della Buna Monopits, buna intereso, credo che voglia dire gomma, appunto, per la produzione della gomma sintetica. Poi a un certo momento arrivarono i bombardieri alleati, inglesi, americani, eccetera, e fecero tabula rasa, naturalmente di questi impianti, ma questo più avanti, già nel corso della 45. Vediamo il momento successivo di Primo Levi. Ecco lì la il capitoletto potremmo titolarlo sul fondo. Sul fondo perché scrive più in basso di così non è possibile. Altro momento importante. Siamo sempre nella nelle prime pagine del romanzo. 19. Il viaggio non durò che una ventina di minuti, quindi viene vengono selezionati appena arrivati ad Auschwitz 1 vengono selezionati. Poi per arrivare a Monovit sono circa 7 km. più o meno. Quindi ci sono i camion, i camion che portano eh all'interno del campo di concentramento. Ecco perché il viaggio non durò che una ventina di minuti, poi l'autocarro si è fermato e si è vista una grande porta e sopra una scritta vivamente illuminata il cui ricordo ancora mi percuota nei sogni. Arbite ma fry. Il lavoro era indecita di Auschwitz che poteva sembrare ben augurante per chi arrivava, no? Il qualcuno diceva cosa vuol dire il lavoro rende libera, allora è un campo di lavoro, noi lavoreremo, la Germania vincerà la guerra e torneremo a casa. Insomma, più o meno. Invece era l'estremo inganno, non era previsto, soprattutto per gli ebrei che sarebbero tornati a casa, ma anche per gli antifascisti, naturalmente, per i deportati italiani non ebrei. Siamo scesi, quindi 20 minuti arrivano la a Monovit, siamo scesi, ci hanno fatti entrare in una camera vasta nuda, debolmente riscaldata e la sana per fare la doccia. la doccia vera e naturalmente previsto dei regolamenti per poter poi arrivare puliti, tra virgolette nelle baracche. Ma nelle baracche erano infestati di pidocchi, di parassiti, quindi insomma questa polizia era estremamente relativa.
Se questo e' un uomo - 14 - Che sete abbiamo? Sono 5 giorni praticamente che non bevono, perché prima lei dice abbiamo trascurato di portare l'acqua e del resto era dicembre. Cioè dicembre uno dice ma l'acqua non ne abbiamo bisogno invece dopo 5 giorni la sete era opprimente. Quindi che sete abbiamo? Il debole fruscio dell'acqua nei radiatori ci rende feroci. Sono quattro giorni che non beviamo, eppure c'è un rubinetto sopra un cartello che dice che è proibito bere perché l'acqua inquinata. Sciocchezze. A me pare ovvio che il cartello è una beffa. Essi sanno che noi moriamo di sete e ci mettono in una camera e c'è un rubinetto e vasser trinken ferboten. Io bevo e incito i compagni a farlo. Ma devo sputare l'acque tiepida, il dolciastra a odore di palude perché in effetti Auschwit era stato costruito su un terreno acquitrinoso, c'è una grande falda acquifera, ecco, ma è terreno di palude perché in quelle zone piove tantissimo eccetera. Non si sono preoccupati assolutamente di costruire il campo, poi vedremo come mai proprio lì in un campo dove sotto la falda ecco fosse di acqua utilizzabile. Certo, i tedeschi e le guardie arrivano alle autob Ecco, però per gli altri l'acqua è inquinata a sapore di palude. Questo è l'inferno, scrive Levi. Oggi ai nostri giorni l'inferno deve essere così: una camera grande vuota e noi stanchi di stare in piedi e c'è un rubinetto che gocciola e l'acqua non si può bere e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente perché non c'era fretta, no? Non è che uno arriva subito alla doccia, no? Poteva passare anche un'ora. a discrezione di chi era responsabile di queste strutture. Come pensare, non si può più pensare. E come essere già morti. Qualcuno si siede per terra, il tempo passa goccia a goccia. Adesso il secondo atto. Entrano con violenza quattro con rasoi, pennelli e tosatrici. Hanno pantaloni e giacche a righe. Anche loro sono deportati. Un numero cucito sul petto. Forse sono della specie di quelli di stasera, stasera o ieri sera. Ma questi sono robusti e floridi. Noi facciamo molte domande. Loro invece ci agguantano in un momento, ci troviamo rasi e tosati con delle macchinette che spesso facevano anche delle delle ferite sotto le ascelle. Ecco, dovunque la nel giro di pochi pochissimi minuti uno si trovava raso e tosato. Che facci goffe abbiamo senza capelli? Ecco, tenete conto che non ci sono gli specchi. Però per capire qual era il pro proprio aspetto, bastava guardare gli altri. Ecco, quindi che facce goffe abbiamo senza capelli? I quattro parlano una lingua che non sembra di questo mondo. Certo, non è tedesco. Io un po' col tedesco lo capisco. Potrebbe essere polacco che la la Levi un pochino imparerà. Potrebbe essere iddish, quindi la lingua degli ebrei dell'Europa orientale di cui primo Levi non sapeva assolutamente nulla. Finalmente si apre un'altra porta. Ecco, eccoci tutti chiusi, nudi. tosati e in piedi coi piedi nell'acqua e una sala docce. Siamo soli, a poco a poco lo stupore si scioglie e parliamo e tutti domandano e nessuno risponde. Se siamo nudi in una sala di docce vuol dire che faremo la doccia. Se faremo la doccia perché non ci ammazzano ancora?
Se questo e' un uomo - 15 - E allora perché ci fanno stare in piedi e non ci danno da bere e nessuno ci spiega niente e non abbiamo né scarpe né vestiti, ma siamo tutti nudi con i piedi nell'acqua e fa freddo ed è 5 giorni che viaggiamo e non Possiamo neppure sederci. E le nostre donne, quindi tutti pongono domande, agli altri, ecco, ma gli altri rispondono con altre domande. Quindi, ecco, questo è l'inferno, scrive Primo Levi. Ecco, Auschwitz, il più grande campo di sterminio che la storia abbia visto, il Visel, anche lui deportato ad Auschwitz, ebreo ungherese, premio Nobel per la pace credo nel 1986. Ecco, vediamo un po' rapidamente qualche momento, ecco, della storia di Auschwit. Perché Auschwitz ha un giorno, un giorno in cui comincia la sua storia. È il 27 aprile del 1940. La guerra è già iniziata. È già iniziata il primo settembre del 39 con l'aggressione alla Polonia. Poi i tedeschi si prendono metà della Polonia, abbiamo visto il patore degli animali e i sovietici 15 giorni dopo si prendono la la metà centro orientale della Polonia. Così nel giro di un mese la Polonia che la esisteva da alcuni secoli non esiste. più metà tedesca e metà sovietica a Osvieciim. Ecco, se noi vogliamo andare oggi ad Auschwitz, a parte pare che è scritto dappertutto, comunque noi andiamo a Osvicim, questo è il nome polacco, diventa Auschwitz nel momento in cui arrivano i tedeschi e tedeschizzano questa parte della Polonia, quindi impongono nomi tedeschi. Nome originale è Osviecim, è una località vicina a confine con la Germania, ben collegata a livello ferroviario, adesso vedremo, ma soprattutto Auschwitz venne scelta da Himler, che è il numero due della gerarchia nazista, l'Onnipotente capo delle SS, perché Auschwitz si trova nell'Alta Slesia, nell'alta Slesia oggi polacca, che è un'area ricca di ferro e di carbone, ferro e di e carbone che è inutile dire sono materie prime fondamentali per alimentare la guerra. Quindi Auschwitz non viene creata da nulla in una zona assolutamente per periferica della eh viene creato in una zona centrale perché in quella zona ancora oggi credo la ci sono miniere di ferro e di carbone, anche se magari pesano un po' di meno nell'economia polacca. Questa raffigurazione, questa sorta di fotografia si trova ad Auschwitz, nel museo di Auschwitz, Auschwitz 1, adesso vedremo, che dà l'idea proprio della centralità, cioè nel momento in cui Himler dice a Rudolf Os che diventa il primo e quasi unico comandante di Auschwitz. Tu devi costruire un campo di conceramento nella località di Osviecim, 80 km da Cracovia vicino a Katovit eccetera. Himler sa bene che è una zona assolutamente centrale nei collegamenti ferroviari. Infatti come vedete si raggiunge Auschwitz, questa zona a Polonia, praticamente da tutta l'Europa, dall'Europa del Sud, dall'Europa occidentale, dall'Europa orientale, dall'Europa settentrionale. C'è una una sorta di concentrazione di binari ferroviari, di stazioni in quella zona, ecco, che fa di Auschwitz una meta sicuramente importante, visto che lì devono arrivare poi progressivamente gli ebrei di tutta l'Europa per essere sterminati oppure per essere utilizzati come forza lavoro. Ecco, questo è Auschwitz 1 dove Primo Levy subisce la prima la selezione. Vedete, Arbite Maed Fry, che vuol dire lavoro liberi. Fu una innovazione, se vogliamo, da parte del primo comandante di Auschwitz, Rudolf Os di cui adesso vedremo la fotografia, perché se andiamo ad Akau vicino a Monaco di Baviera, ecco, c'è un grande cancello in ferro e c'è la scritta Arbite McFry che è una invenzione di Rudolf, cioè Rudolf prima di arrivare nel 1940 ad Auschwitz ha già fatto tutta l'esperienza che era necessario fare nei campi di concentramento tedesco.
Se questo e' un uomo - 15 - Nel 33 il primo campo di concentramento che è Dakau aperto per i comunisti russi, per i comunisti tedeschi eccetera e c'è questa scritta, questa scritta che naturalmente era una presa in giro ad AV nel 1933 ed è ancora di più una presa in giro nel 1940. Nel giunno del 41, l'anno dopo, arrivano i primi arrivi. I primi arrivi sono più che altro polacchi, nonna ebrei i russi, perché l'obiettivo di Himler nel 41 eh perché come la come tutto Auschwitz ha una sua storia che è una storia anche di trasformazione. Auschwitz il primo obiettivo, deve diventare un grande campo di lavoro. Grande campo di lavoro in cui arriveranno le grandi aziende tedesche con i loro capannoni e verranno costruite armi di tutti i tipi per vincere la guerra. Questo è l'obiettivo. Quindi l'obiettivo non è eh la iniziare ad Auschwitz lo sterminio sistematico degli ebrei, anche perché nel 42 diventano operativi i primi campi di sterminio in Polonia. Ci sono campi di sterminio Fernictuns Lager in tedesco, dove tutti gli ebrei che arrivano da tutte le parti dell'Europa vengono subito, indipendentemente dall'età, dal sesso eccetera, messi a morte. Sono nomi oggi tristemente notti. Sobibor Cerno, Beugez, non si è mai capito come pronunciare, ma penso che in polacco si dica beugez o qualcosa di simile. Maidanek e soprattutto tre blinca. Treblinca 900.000 ebrei uccisi. Sono i campi della morte immediata. Chi arriva scende dal treno, ci sono le camera gas mascherate, mascherate come strutture per fare la doccia, eccetera eccetera, mentre in realtà entrano e vengono la uccisi. 2.ioni700 ebrei vengono uccisi con il gas nel 1942-1943. Poi, visto che la guerra si prolunga, a questo punto qualcuno a Berlino dice "Ma non possiamo uccidere tutti gli ebrei?" Ci sono utili. Ci sono utili. Certo, il nostro obiettivo è quello di disfarci di tutti gli ebrei del mondo, d'Europa, del mondo. Però in questo momento ci sono utili. I giovani ebrei devono lavorare per la nostra vittoria. Però questo avviene nel 43, la svolta. Nel 42 tutti vengono ammazzati. Ecco, questo per avere un'idea anche un po' della geografia, della deportazione. Come vedete i campi di sterminio vero e propri sono nelle zone più la, diciamo, desolate della Polonia, nelle zone dove ci sono poche città e quindi occhi pochi occhi che avrebbero potuto vedere a confine con la Bielorussia, a confine con l'Ucraina abbiamo la Sobivor, Maidanek, Bezzek, Bechez, la Trblink Kelmno e poi ecco, vedete Auschwitz. Mentre da questa parte in Germania, quasi tutti in Germania ci sono i KZ veri e propri, i campi di concentramento veri e propri come Daakau dove sono arrivati migliaia di italiani, Mountusen nell'alta Austria e poi Froenburg, Buckenwald, Mitleba Bergen Belsen che è il campo di concentramento dove è morta Anna Frank. Anna Frank con la sorella Margot No Ravesbrook, che è il campo di concentramento la in cui la maggioranza erano donne, donne non ebree, le donne ebree vanno ad Auschwitz, la donne antifasciste opera in sciopero, la rastrellate un po' in tutta l'Europa occupata vanno a Ravensbrook che è poco più a nord di Berlino. Questi sono campi di lavoro, cioè campi di lavoro durissimo in cui i deportati finché ce la fanno la eh hanno il diritto di vivere, se sono utili, eccetera, quando non ce la fanno più per malattie o d'altro, per la cattiva denutrizione.
Se questo e' un uomo - 16 - Naturalmente cattiva è una eufemismo, a questo punto vengono soppressi in un modo o nell'altro, ma vedete quindi due spazi diversi, però un'unica sofferenza. Nel 42 i piani originali vengono rivisti. Himler convoca ancora Rudolf Os e gli dice, "Guarda, un campo di lavoro non ci basta più. Qua abbiamo bisogno di qualcosa d'altro. Abbiamo bisogno quindi di strutture migliori di Treblinca per uccidere sistematicamente tutti gli ebrei che su cui metteremo le mani e poi di un grande campo di lavoro che diventa Buamonov, ma contemporaneamente anche di un grande campo di concentramento con 40 sotto campo. Vedete? Insomma, è molto complicato. Ecco la cominciamo a vedere i 40 sotto di Auschwitz. Cioè sarebbe sbagliato dire che in questa zona c'è Auschwitz, seppure diviso in tre strutture e poi basta. Abbiamo detto che ci sono miniere di ferro, miniere di carbone. Chi lavora all'interno delle miniere di ferro e di carbone? Dal dal ferro si ricavano i carro armati, tanto per intenderci, e tutto quello che può diventare la armi nella guerra tedesca. Lavorano i deportati in condizioni estreme, condizioni assolutamente brutali. La di tutti questi campi di lavoro non è rimasto nulla. Se noi volessimo fare un giro per come non troveremo nulla, forse qualche lapide vero e proprio. Si è conservata Auschwitz e con la perché appunto era una struttura imponente come Mountainusen da difficile immaginare che poi potesse essere completamente smantellata, però notate insomma questo universo concentrazionario fatto di sotto sottocampi in cui arrivano i deportati dopo un periodo di quarantena per verificare lo stato di salute, le condizioni fisiche e poi sottoposti a una lavoro. Ecco, per avere un po' un'idea della Auschwitz Tre Campi, abbiamo detto, ecco, notate al centro abbiamo il villaggio di Osviecim che oltretutto era una una cittadina abitata, credo in parte notevole da ebrei, da ebrei polacchi che vivevano lì. Arrivano i nazisti e cosa fanno gli ebrei di Osvieciim vengono deportati da un'altra parte all'interno di un ghetto e poi quando decideranno questi ebrei torn torneranno ad Osci, ma per essere gassati all'interno di Auschwitz 2 Birkena. Ecco questa è la struttura gigantesca, enorme. Ecco, dove ci sono le camere a gas, dove ci sono i forni di incernimento e la struttura dove si uccide, dove ci sono le strutture di messa a morte. Ecco, notate che i binari entrano all'interno del lagher, come si vede anche Shinder List, no? Il treno che entra all'interno. Perché entra all'interno il treno? È per fare più in fretta. Le operazioni di carico, di scarico devono avvenire rapidamente perché Auschwitz è una fabbrica della morte, una fabbrica efficiente che deve avere tutta una serie di aspetti oggi diremo di produttività. Lo scarico degli ebrei al all'esterno dell'ager la potrebbe essere anche reso difficoltoso, magari qualcuno scappa, tanto per intenderci, all'interno dell'ager nessuno scappa e facciamo più in fretta perché talvolta nel 44 arrivano anche tre treni al giorno. tre treni con 800, 900, 1000 e tante volte anche qualcuno in più, quindi anche 3.000 persone al giorno.
Se questo e' un uomo - 17 - Questo è Auschwitz 1, sono 3 km, si fanno a piedi oggi, chi vuole il M Camp dove c'è la scritta Arbite Mcfry. E questo è l'enorme campo di concentramento di Primo Lady, notate il rettangolino, quello è il campo di concentramento, ecco. E questa è l'enorme struttura, ecco, di eh Monit, dove si produce benzina sintetica e dove si produce la gomma sintetica. Ecco, questa è l'ingresso di Auschwitz 1, la dove ci sono già ecco uno dei motivi per cui Immer sceglie questa località, perché ci sono già queste costruzioni, sono caserme in muratura dell'esercito polacco, però l'esercito polacco si è dissolto come nella neve al sole per le operazioni belliche diinizio della guerra. Adesso è tutto nostro perché non utilizzarle in fondo sono strutture solide in muratura. Un attimo, questo è l'ingresso di Birkenho, dove i treni entrano, scaricano e poi c'era un sistema particolare per cui questi treni escono, visto che è una fabbrica della morte. È come se oggi in una azienda entrano i tir, scusate il paragone, ecco che sembra un po' irriverente, entrano i tir, scaricano, escono, però l'obiettivo dei nazisti era di fare di Auschwiit proprio una fabbrica della morte. Quindi organizzata come una fabbrica modello in cui tutto avviene secondo una certa logica. Poi sono anche i tedeschi se vogliamo, no? Magari sarà uno stereotipo, ma ci tengono alla funzionalità, alla puntualità del dell'intero sistema. Questo è Birkenau. Quando uno entra, una volta superato, se ci siete stati, no, il portale, non so da che parte guardare perché è enorme. Naturalmente le baracche non ci sono più, tranne in minima parte. E qua ci sono la la adesso un puntatore. Comunque ci sono le quattro strutture di messa a morte eh mascherate per cui nessuno poteva immaginare che là dentro sarebbe stato ucciso. Potevano sembrare, visto che c'era un camino, fabbriche per produrre pani, mattoni, insomma qualcosa di simile. E qua, come vedete, tutti quei rettangolini sono baracche. Unenorme quantità di baracche strapiene di ebrei, ma anche di zingari rastrellati all'interno dell'Europa. La anche eh nazisti, non necessariamente ebrei. Questo è ancora la Bunamonovit, gli impianti dove Primo Levi, seppure temporaneamente ha lavorato, anche se in realtà la siamo alla fine della guerra, quindi non è stato utilizzato più di tanto nonostante le sue competenze. Come vedete sono grandi impianti la realizzati da Lig Farbven. Lige Farben allora era un colosso della chimica tedesca, quindi ci sono grandi interessi in gioco, interessi privati, interessi dei grandi imprenditori, dei grandi gruppi economici. L'idea è costruiamo un grande campo di lavoro, utilizziamo la manodopera schiava, non li paghiamo oppure paghiamo alle SS una una quota minima e naturalmente tutto questo diventa profitto, quindi enormi quantità di profitto facendoli lavorare fino allo sfinimento, in cambio di pessime condizioni di vita e di alimentazione e in cambio di nessun salario. È ovvio che nessuno di loro percepiva un marco tedesco. Questa immagine credo che si commenti da sola. Ecco, questi sono alcuni dei dirigenti di Auschwitz. Rudolf, se vogliamo anche un bell'uomo, è il comandante di Auschwitz dal momento del in cui inizia a vivere.
Se questo e' un uomo - 18 - Abbiamo detto quel 27 aprile del 1940 fino agli ultimi ultimi giorni, poi cercherà di fuggire, verrà rintracciato dagli americani, ci sarà un conflitto a fuoco, verrà ferito, scriverà poi il suo memoriale fino al momento in cui i polacchi giustamente, ecco, lo impiccheranno la pensando però ai loro ai loro deportati, mentre al centro c'è Menghele, l'angelo della morte, il medico che faceva gli esperimenti sui gemelli, il macellaio di Auschwitz, però qua c'è una aspetto che mi ha l'ha molto incuriosito. Uno penserebbe che Mengele fosse veramente un macellaio, uno che prendeva poi la sega eccetera e faceva tutto quello che voleva. Tenete conto che Mengele è laureato in medicina e ha una doppia laurea anche in filosofia perché le scuole tedesche funzionano al meglio e si presupponeva che un medico dovesse avere anche una laurea in filosofia per un approccio, diremo oggi, umano, umanistico nei confronti del E questo non basta, era considerato un eh giovane ricercatore molto promettente. Quindi lui arriva ad Auschwitz con tutta una serie di attrezzature a disposizione che gli vengono messe a disposizione, ecco, delle maggiori fondazioni mediche ospedali, maggiori centri di ricerca della Germania dell'epoca. Questo è inquietante. Stiamo parlando di un giovane ricercatore promettente nel campo della medicina, della biologia tedesca, uno che uscito dall'università con i massimi voti, uno che aveva due lauree e sembrava più avanti rispetto ad altri concorrenti, anche loro con doppia laurea all'interno delle università tedesche. Questo è molto inquietante perché la sarebbe magari facile pensare che la barbarie arrivi da persone vissute, insomma, mentre non è sempre così. Ecco, e il personaggio qua sulla sulla sinistra non so chi sia sulla storia di Rudolf Os c'è questo film per me straordinario, io l'ho visto tre volte in momenti diversi ed è la vita della famiglia della bella entro certi limiti famiglia di Rudolfos al di qua del campo di concentramento di Auschwitz 1, dove c'è la scritta Arbite eccetera eccetera. Qual è il paradosso? Se avete visto il film, sapete tutto, c'è una villa che ancora oggi c'è, però è abitazione privata, quindi se uno va lì a guardare un po' di troppo, non so se viene ben accno entrare, però si vede questa villa è proprio a ridosso del campo. Quindi da una parte, come vedete, c'è un bellissimo giardino, poi la moglie di Rudolf Ossa può avere tutti i servitori, le cameriere che che vuole a disposizione. È possibile intrattenere gli amici vengono organizzate, la moglie ci tiene la delle feste con altri amici tedeschi naturalmente, al di là il buio. Ecco, una bella immagine questa il buio perché c'è il campo di concentramento è un film incredibile perché all'interno del campo non si vede nulla, si sentono i rumori, i rumori durante la notte, le urle, gli spari eccetera. I rumori perché all'interno del campo c'è sempre qualche automezzo in funzione, qualche motore che funziona. L'attretto del cane, se canti dei cani, eccetera. È un film veramente straordinario, molto sonoro.Eh,molto sonoro.
Se questo e' un uomo - 19 - Sì, sì, molto sonoro. Ecco, questo, anche se apparentemente non Allora, vediamo. la eh questa lettura perché mancano 10 minuti, se non sbaglio, ci sono un po' di cose da vedere. Ecco, beh, c'è un'altra lettura, poi naturalmente il libro ce l'avete anche voi. Ecco, tra parentesi queste sono baracche dell'epoca, sono baracche costruite un po' alla Belle meglio, sono state ristrutturate perché altrimenti sarebbero cadute dopo 10 anni anche meno. E l'aspetto qua siamo a Birkenau dove si uccide, abbiamo detto e queste sono le condizioni di vita, questi letti a castello a tre piani dove uno potrebbe dire vabbè certo le condizioni di vita però almeno di notte potevano la riposasse. Assolutamente. Ecco, non se ne parla perché spesso in questi spazi erano in quattro, in cinque, dormivano la a lista di pesci, so di quelle sardine per perché altrimenti non c'era lo spazio, faceva un freddo cane, non c'erano coperte oppure ce n'era una per tutti coloro che stavano nella nello spazio e il più forte la coperta se la tirava a sé e stava al centro. Perché anche qua una logica che sembra un po' incredibile. I più deboli, perché a pugni poi si vedeva chi era più forte, stavano all'esterno, il più forte, più muscoloso, eccetera, stava all'interno, scaldato in qualche modo dal corpo di chi stava a sinistra e chi stava a destra e la coperta la teneva saldamente lui. Quindi condizione, diciamo che facevano di tutto per mettere i deportati gli uni contro gli altri. E Himler un giorno ai suoi ufficiali l'aveva detto. Noi dobbiamo mettere i deportati l'uni contro, cioè in una baracca mettiamo i polacchi, i bielorussi, gli uraini, gli italiani, francesi, non capiranno niente e questo impedirà a loro di organizzare anche un minimo di rivolte. Se metti tutti i russi una baracca, tutti gli uraini, tutti gli italiani, f erano pochi, alla fine magari salta fuori qualcosa, invece no, una babele di lingue. E poi chi mettiamo all'interno di queste strutture per mantenere l'ordine? Mettiamo i capò. Chi sono i capò? Sono tedeschi, pluriomicidi, gente che aveva ammazzato la moglie, che aveva rubato, eccetera, che erano finiti in carcere a Dusseldorf, a Berlino, perché sarebbe stato un passo in avanti rispetto all'anguire in una prigione arrivare ad Auschwitz con il pastore in mano e far mangiare meglio, avere dell'alcol, accedere al bordello della della del campo, quindi una serie di privilegi. Questi avrebbero retto la disciplina la senza nessun problema, perché insomma se uno la era un pluriomicida è molto probabile ecco che ci provasse magari anche un certo gusto sadico a picchiare. E c'è una un romanzo che diciamo un romanzo testimonianza più testimonianza e che romanzo di Primo che è molto interessante I sommersi e i salvati in cui ragiona ancora all'interno della logica di Auschwit. Eh, ecco, chi sono i sommersi, chi sono i salvati? Sono due immagini. La I sommersi sono coloro che non ce l'hanno fatta, coloro che sono morti, coloro che troppo deperiti per poter stare in vita sono morti e dice sono la maggioranza intorno dell'aggi ecco prima lei vi si pone questa domanda perché anche lui è un salvato. Anche lui è riuscito a uscire dal carcere, a tornare a casa, anche se poi muore, suicida. Come sappiamo, nel 1900 87 e arriva alla conclusione che i salvati spesso o quasi sempre sono state persone che hanno badato solo a se stesse e non hanno badato agli altri. Cioè chi dava il pezzo di pane a chi era più affamato degli altri moriva rapidamente. Solo un estremo egoismo poteva permettere di salvarsi. E qui all'interno del romanzo, adesso non possiamo leggere perché il tempo è tiranno, comincio a dire la ci sono alcuni ritratti davvero straordinari di persone che prima lei vi ha conosciuto che sono riuscite a sopravvivere perché la avevano una marcia in più rispetto agli altri, avevano capito meglio come funzionava Auschwitz. Chiudo un attimo.
Se questo e' un uomo - 20 - Fare un po' di noi quindi l'idea che nasce in primo le che potrebbe essere alla base poi del suo suicidio quando quel giorno dell'aprile dell si butta dal quarto piano del suo palazzo a Torino. Cioè l'idea lancinante forse in Primo Levi potrebbe essere il fatto che anche lui la per uscire dal lagher la si sia comportato in un modo, ecco, la per cui in un certo momento ha avuto il sopravvento, il suo egoismo, la necessità di sopravvivere, ecco, quell'istinto che ci in tutte le situazioni, soprattutto le situazioni più estreme, ci porta ad privilegiare noi stessi rispetto agli altri.
Che anno è questo? - Dell'80 questo dell'86, se non ricordo male, 86 pubblica i sommersi salvati e dietro c'è una riflessione anche sulla sua esperienza. Chissà quante volte Primo Levi si è chiesto se la è sempre stato come doveva essere disponibile nei confronti degli altri. Certo, c'era poco da dare agli altri, però qualcosa si poteva dare. Oppure anche lui si è comportato come gli altri. Se senza arrivare a particolari eccessi. Anche qua c'è una lettura interessante che comunque poi trovate all'interno del romanzo. Ecco, questo è una riflessione che secondo me è molto interessante e che in qualche modo, insomma, ha anche un po' guidato il mio percorso eccetera. Cioè, Levi nei confronti della religione ebraica ha sempre manifestato, soprattutto quando era giovane a Torino, gli anni dell'università, una notevole indifferenza. cioè apparteneva a quelle elite eh ebraiche presenti nelle città italiane, per cui le tradizioni dell'ebraismo, in fondo, insomma, c'entravano poco. La il Vecchio Testamento diceva poco e la sinagoga, il sabato non era ecco, lo spazio in cui esprimere la loro ebraicità, cioè diciamo che Primo Levi si sentiva cittadino italiano a pieno titolo e il fatto di essere ebreo non gli diceva nulla. Ha scoperto poi la sua ebraicità quando è stato ad Auschwitz ed è tornato a casa, ma senza poi approdare a una visione messianica, eccetera, tipo estrema destra israeliana oggi. Tanto per intenderci, infatti c'è questa frase che secondo me dice molto, eh, certo molto dura, ma dice molto. C'è Auschwitz, quindi non può esserci Dio. C'è Dio e quindi non può esserci Auschwitz.
Se questo e' un uomo - 21 - Non trovo una soluzione al dilemma, la cerco ma non la trovo. C quindi approda all'ateismo. Ci sono i percorsi, poi sono sono stati molto diversi. Ci sono stati ebrei, anche non italiani, che sono approdati a una visione religiosa cercando di dare una risposta alla Shoata, al loro destino, al destino di milioni di persone. Altri che invece hanno rifiutato qualunque ipotesi religiosa, non solamente ebraica, ma qualunque forma di esistenza, di una giustizia superiore. Quindi c'è Auschwitz, Dio non esiste, perché se esistesse Dio Auschwitz non sarebbe stato possibile. Se Dio esiste, Auschwitz non ci sarebbe stato. Cerco una soluzione. Cerco, sembra direi, una strada, una terza strada, una terza via, ma non la trovo e in effetti è il problema del male. Quindi, insomma, c'è anche questo aspetto, quindi è una personalità con la di Levi, è un romanzo, vedete che ci parla dell'oggi, ci tra le tante domande ci la il romanzo ci impone, ecco, di chiederci come è possibile giustificare il male, comeè possibile pensare a Gazza, tanto per non andare tanto distante, e dall'altra parte l'esistenza di un essere supremo che è simbolo di giustizia. La il tutto finisce per Levedi, anche se poi naturalmente quella enorme viaggio di ritorno l'ha narrato nel romanzo La Tregua il 27 gennaio del 45, quando ecco Auschwitz viene liberato da un'avanguardia dell'esercito sovietico che naturalmente non voleva liberare Auschwitz, non sapevano nulla, stava avanzando in direzione occidente. Eh, erano appena arrivati a Cracovia i tedeschi in fuga, naturalmente, perché i sovietici sono sicuramente molto più forti. Dopo Cracovia arrivano ad Auschwitz, dopo Auschwitz continuano ad avanzare fino ad arrivare a Berlino, ecco quando Berlino verrà occupata dai dai sovietici. L'evacuazione dal lager, le famose marce della morte avviene dal 18 gennaio, quindi qua Lignana Segre con tanti altri che nelle condizioni fisiche per poter marciare viene condotta fuori dall'Ager per essere portata nella Germania centrale perché i nazisti sono convinti che la guerra potrebbe essere ribaltata.
Se questo e' un uomo - 22 Abbiamo bisogno di macchinari, abbiamo bisogno dei nostri deportati. Quindi viene evacuato Primo Levi per sua fortuna è in una infermeria. Infermeria perché è molto debilitato, è stato abbandonato a se stesso. con con altre migliaia di deportati, pensando che tanto sarebbero tutti morti fino all'arrivo dei sovietici e invece qualcuno muore, primo levio invece sopravvive. Ecco, questa è un'immagine del film La tregua di Francesco Rosi, ecco, che inizia proprio con l'arrivo dei sovietici. Quella quel giorno anzi no, è il 27 gennaio della 45. Anche qua leggete la parte finale della romanzo che per me sono 188 190. Naturalmente questa è una delle tante edizioni, sono proprio, cioè i tedeschi non ci sono più, hanno evacuato il lagher eccetera. Ecco la però si continua a morire forse ancora di più perché nessuno fa da mangiare, anche quel minimo non c'è. Ecco, questo è l'attore americano che in persona primo all'interno del film, vedete 174.517 corrisponde numero di primedi, il doppio triangolo, triangolo giallo e triangolo rosso, ebreo comunista, ebreo antifascista che era il peggio del peggio agli occhi dei nazisti, ebreo e nostro oppositore era la categoria peggiore, quella assolutamente da sterminare. Quanti morirono ad Auschwitz? 1 milione. 1.100.000 prevalentemente ebrei, però anche russi e polacchi. 6 milioni è la cifra totale, è quella. Questa un po' di fotografie all'interno di Birkeno, uno spazio coperto. Questo è lo Yad Bashem di Gerusalemme. Questa è una scritta, non so se è di Primoi, però mi sembra efficace. Solo quando nel mondo a tutti gli uomini sarà riconosciuta la dignità umana, solo allora potrete dimenticarci. Qui devo vuol dire che il ricordo di Auschwitz continuerà a lungo. E poi suicidio 11 aprile dell'87, il peso dell'Ag non era il primo deportato che si suicidava, abbiamo avuto anche prima di lui altri casi. Certo, l'esperienza è stata assolutamente totalizzante, bruciante il ricordo del lagger, difficile anche dormire di notte. Prima di cosa? Di
beh, l'ultima immagine più o meno con qualche taglio ce l'abbiamo fatta questa volta perché tra poco qua Grazie a voi.
PE-n1562-Primo-Levi.mm - Discussione: Primo Levi. - Primo Levi è stato uno scrittore e chimico italiano, la cui vita e opera sono indissolubilmente legate alla sua esperienza come deportato ad Auschwitz.
Primo Levi è stato uno scrittore e chimico italiano, la cui vita e opera sono indissolubilmente legate alla sua esperienza come deportato ad Auschwitz.
Biografia e L'Arresto
Primo Levi nacque a Torino nel 1919 e si laureò in chimica nel 1941. La sua formazione chimica fu un elemento cruciale, poiché fu deportato ad Auschwitz (nel campo di Buna Monovit) perché i dirigenti nazisti pensavano di poterlo sfruttare per la produzione di benzina e gomma sintetica.
Dopo l'8 settembre 1943, Levi aderì a una banda partigiana. Il suo obiettivo primario non era tanto combattere il fascismo o l'occupazione nazista, ma soprattutto evitare di essere arrestato dalle SS, essendo ebreo e consapevole della politica nazionalsocialista contro gli ebrei. Purtroppo, dopo poche settimane, la banda partigiana fu colta di sorpresa nel sonno dai fascisti e Levi fu arrestato.
Al momento dell'arresto, egli si dichiarò "ebreo cittadino italiano" e non partigiano, poiché temeva l'immediata fucilazione se si fosse dichiarato un combattente. Non poteva sapere allora che per gli ebrei di tutta Europa erano aperte le porte di Auschwitz.
La Deportazione e Auschwitz
Levi fu deportato ad Auschwitz Monovit con un convoglio di 650 ebrei, partendo dal carcere di Torino. Il viaggio, durato 5 giorni in vagoni bestiame chiusi dall'esterno, fu durissimo, senza cibo e bevande, avvenuto durante l'inverno.
La Selezione: All'arrivo ad Auschwitz (nello specifico Auschwitz 1, prima del trasferimento a Monovit), avvenne la selezione. Lo scopo della selezione, che iniziò sistematicamente nel 1943 a causa della necessità nazista di manodopera per la guerra, era stabilire chi poteva lavorare e chi doveva morire rapidamente nelle camere a gas.
Il criterio era l'età e la capacità lavorativa: i bambini (da 0 a 14-16 anni) e gli anziani (dai 40-45 anni in su) andavano direttamente alle camere a gas, considerati "bocche inutili da sfamare". Sebbene il suo vagone fosse considerato il più fortunato, solo quattro delle 45 persone rividero le loro case. Del totale del convoglio (650 persone), solamente 96 uomini e 29 donne (circa 130 persone) entrarono nei campi di Bunamonov e Birkena; gli altri, più di 500, non erano vivi due giorni dopo. L'80% di chi arrivava era destinato al gas.
Il Lager: Una volta nel campo, Levi fu identificato dal numero 174.517, tatuato sull'avambraccio (ad Auschwitz, i numeri sostituivano l'identità). Egli portava il doppio triangolo, giallo e rosso, che indicava ebreo e comunista/antifascista, la categoria peggiore agli occhi dei nazisti.
L'ingresso al campo era sovrastato dalla scritta beffarda "Arbite mach Fry" (il lavoro rende liberi). Levi descrive l'arrivo come "l'inferno," citando l'opprimente sete dopo giorni di viaggio e la presenza di un rubinetto con acqua inquinata e proibita da bere ("wasser trinken verboten").
Nel gergo del Lager, i deportati all'ultimo stadio della propria esistenza, incapaci di reagire o stare in piedi, erano chiamati "Muselman" (musulmani).
Il Ritorno e Le Opere
La Liberazione: Primo Levi rimase nel Lager fino alla liberazione da parte dell'avanguardia dell'esercito sovietico il 27 gennaio 1945. Egli era in infermeria a causa del suo stato di salute debilitato, il che gli permise di scampare alle marce della morte che evacuavano i deportati ancora in grado di marciare verso la Germania centrale. A causa della guerra ancora in corso, il suo ritorno a casa fu un'incredibile odissea attraverso l'Ucraina, la Russia Bianca, la Moldavia, la Romania, l'Ungheria, la Slovacchia e l'Austria. Fu liberato il 27 gennaio, ma tornò a Torino solo il 19 ottobre 1945.
Se questo è un uomo: Tornato a Torino, Levi, che inizialmente non aveva pensato di diventare romanziere, si mise subito a scrivere la sua testimonianza. Il romanzo inizia con una potente poesia che contiene l'imperativo della memoria: "Meditate che questo è stato. Vi comando queste parole..." e si conclude con una sorta di maledizione per chi dimentica.
Il romanzo fu inizialmente rifiutato dalla casa editrice Einaudi (da Natalia Ginzburg e Cesare Pavese) nel 1946/47, poiché si riteneva che in quel periodo (il dopoguerra) ci fosse un rigetto della guerra e che i racconti tristi non avrebbero venduto. Fu pubblicato da un piccolo editore, Da Silva di Torino, nel 1947. L'edizione Einaudi, che diede successo al libro, arrivò solo nel 1958, quando ricominciò l'interesse per la riflessione sul fascismo, nazismo e la deportazione.
La tregua: Questo romanzo successivo, di cui esiste anche un film del 1997 diretto da Francesco Rosi con John Turturro, narra l'enorme viaggio di ritorno da Auschwitz fino al momento in cui Levi suona il campanello della sua casa a Torino e rivede la sorella.
I sommersi e i salvati: In questo libro-testimonianza, Levi riflette sulla logica interna di Auschwitz. Egli giunse alla conclusione che i "salvati" (coloro che riuscirono a sopravvivere) erano spesso o quasi sempre persone che badavano solo a se stesse, suggerendo che un estremo egoismo fosse necessario per non morire rapidamente, contrapponendoli ai "sommersi".
Filosofia e Morte
La Fede: Pur essendo cresciuto con una notevole indifferenza verso le tradizioni dell'ebraismo, Levi scoprì la sua ebraicità ad Auschwitz. Tuttavia, l'esperienza del Lager lo portò all'ateismo, formulando il dilemma sul problema del male: "C'è Auschwitz, quindi non può esserci Dio. C'è Dio e quindi non può esserci Auschwitz. Non trovo una soluzione al dilemma".
Il Suicidio: Primo Levi si suicidò l'11 aprile 1987, buttandosi dal quarto piano del suo palazzo a Torino. Il peso del Lager (l'esperienza totalizzante e il ricordo lancinante) e il dubbio su come fosse sopravvissuto (il sopravvento del proprio egoismo) potrebbero essere stati alla base della sua decisione. Il suo non fu il primo caso di suicidio tra i deportati.
PE-n1563-Primo-Levi.mm -Discuss Se questo è un uomo. - Se questo è un uomo (Se questo è un uomo) di Primo Levi è uno straordinario romanzo e una fondamentale testimonianza storica e letteraria dell'esperienza dell'autore nei lager nazisti.
Se questo è un uomo (Se questo è un uomo) di Primo Levi è uno straordinario romanzo e una fondamentale testimonianza storica e letteraria dell'esperienza dell'autore nei lager nazisti.
Di seguito una discussione dettagliata sul contesto, la pubblicazione e i temi principali emersi dalle fonti.
Contesto Storico e Personale di Primo Levi
Primo Levi nasce a Torino nel 1919 e si laurea in chimica nel 1941. La sua deportazione ad Auschwitz è strettamente collegata alla sua identità ebrea e alla situazione politica in Italia dopo l'8 settembre 1943.
1. L'Arresto e la Deportazione: Dopo l'8 settembre 1943, Levi aderisce a una banda partigiana, principalmente per evitare l'arresto da parte delle SS, consapevole del pericolo che correva in quanto ebreo. Pochi mesi dopo, nel settembre-ottobre del 1943, periodo in cui la Resistenza era ancora alle prime armi, viene arrestato. Al momento dell'arresto, si dichiara cittadino ebreo italiano e non partigiano, temendo altrimenti l'immediata fucilazione. Fu deportato ad Auschwitz-Buna Monowitz insieme ad altri 650 ebrei, partiti dal carcere di Torino.
2. Destinazione e Ruolo: Levi venne deportato in un campo nazista. Auschwitz era diretto dalla Germania nazista, con la complicità dei fascisti italiani nella deportazione degli ebrei. Essendo laureato in chimica, fu destinato a Buna Monowitz, il terzo campo di concentramento di Auschwitz, dove i dirigenti nazisti pensavano di utilizzarlo per la produzione di benzina sintetica e gomma sintetica, materie prime cruciali per lo sforzo bellico.
3. Il Ritorno: Levi sopravvisse all'interno del lager fino alla liberazione da parte dei sovietici, avvenuta il 27 gennaio 1945, data che oggi è il Giorno della Memoria. A causa della guerra ancora in corso e delle linee non ancora terminate, il suo viaggio di ritorno fu una lunga e incredibile odissea attraverso l'Ucraina, la Bielorussia, la Moldavia, la Romania, l'Ungheria, la Slovacchia, l'Austria e la Germania. Tornò a Torino solo il 19 ottobre 1945.
La Scrittura e la Storia Editoriale del Romanzo
Tornato a Torino, Levi non perse tempo e scrisse subito di getto la sua testimonianza, spinto da un grande desiderio di raccontare l'esperienza vissuta.
1. Il Rifiuto di Einaudi: Levi si rivolse inizialmente alla casa editrice Einaudi e a Natalia Ginzburg, sua amica. Tuttavia, Ginzburg respinse il manoscritto nel 1946, sostenendo che l'attenzione del pubblico non era più rivolta alla guerra; c'era un "rigetto della guerra" e la gente voleva pensare ad altro, temendo che il libro fosse un "flop a livello editoriale". Anche Cesare Pavese espresse un parere negativo, notando che erano già stati pubblicati diversi libri sulla deportazione.
2. La Prima Pubblicazione: A seguito di questa grande costernazione, Levi si rivolse al piccolo editore torinese Da Silva, che pubblicò il libro nel 1947 in sole 2.500 copie, non tutte vendute.
3. Il Successo: L'edizione Einaudi fu pubblicata solo nel 1958, quando l'interesse per la riflessione sul fascismo, il nazismo e la deportazione iniziò a riemergere, e divenne subito un grande successo.
4. Continuazione: Se questo è un uomo narra l'esperienza di Levi dal momento della deportazione fino all'arrivo dei russi ad Auschwitz; il viaggio di ritorno è raccontato nel romanzo successivo, La tregua.
Temi e Scene Centrali del Romanzo
Le fonti evidenziano diversi passaggi e concetti cruciali presenti nel romanzo:
1. L'Imperativo della Memoria
Il romanzo si apre con una poesia che è un imperativo della memoria. Levi esorta coloro che "vivono sicuri nelle vostre tiepide case" a "considerare se questo è un uomo" che lavora nel fango, lotta per mezzo pane, e muore per un sì o per un no. La conclusione della poesia è una sorta di maledizione per coloro che dimenticano o sono indifferenti a ciò che è accaduto.
2. Il Viaggio e la Notte dell'Attesa
Il viaggio in vagoni bestiame, durato cinque giorni, fu allucinante, con i deportati compressi "senza pietà come merce di dozzina". L'esperienza della notte prima della partenza da Fossoli (il 21 dicembre 1943) è descritta come un momento in cui "si conobbe che occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere". Le madri, pur sapendo di dover morire, vegliarono per preparare il cibo e lavare i bambini, stendendo al vento "biancheria infantile stesa ad asciugare".
3. La Selezione e la Morte Immediata
All'arrivo ad Auschwitz-Birkenau (dove avveniva lo sterminio), i deportati venivano sottoposti alla selezione per stabilire chi potesse vivere (per lavorare) e chi dovesse morire rapidamente nelle camere a gas. Il criterio era l'abilità al lavoro: i bambini (0-16 anni), gli anziani (sopra i 40-45 anni) e gli inabili andavano subito al gas.
• Levi fu salvato perché era giovane (23 anni), forte e con un fisico temprato dall'alpinismo.
• Egli racconta che nella sua selezione, l'età e le condizioni di salute determinavano se si andava a destra o a sinistra.
• Nel suo convoglio, su 650 persone, solo 96 uomini e 29 donne (poco più di 130 persone) entrarono nei campi di Buna Monowitz e Birkenau. Più di 500 persone — l'80% — non erano vive due giorni più tardi.
4. L'Inferno del Lager
Dopo la selezione, il trasporto li portò a Monowitz, dove un'insegna luminosa recitava "Arbeit macht frei" (Il lavoro rende liberi), definito l'estremo inganno.
• L'Acqua Velenosa: Un momento cruciale dell'inferno è l'attesa nudi nella sala docce, tormentati dalla sete dopo cinque giorni di viaggio. Un rubinetto gocciolava, ma un cartello proibiva di bere. Levi bevve lo stesso, scoprendo che l'acqua era "tiepida, dolciastra, a odore di palude".
• La Perdita di Identità: L'arrivo era segnato dalla perdita dell'identità: i deportati venivano rasati e tosati, e ricevevano un tatuaggio indelebile sul braccio. Il numero (quello di Levi era 174.517) diventava la loro unica identità.
5. I Muselman
Il gergo del lager includeva il termine Muselman (Musulmano), che identificava l'uomo o la donna giunti all'ultimo stadio della propria esistenza, incapaci di stare in piedi, di reagire, e che sembravano quasi "un arabo in preghiera".
6. La Logica della Sopravvivenza e il Suicidio
In un'opera successiva (I sommersi e i salvati), Levi riflette sulla logica di Auschwitz. I sommersi (coloro che non ce l'hanno fatta) erano la maggioranza, mentre i salvati (come lui) spesso o quasi sempre erano persone che avevano badato solo a se stesse. L'estremo egoismo era necessario per sopravvivere; chi condivideva un pezzo di pane moriva rapidamente. Questa riflessione sul suo ruolo come "salvato" e il peso del lager (un'esperienza "totalizzante, bruciante") è stata ipotizzata come possibile causa del suo suicidio avvenuto a Torino nel 1987.
7. Il Dilemma di Dio e del Male
L'esperienza del lager portò Levi all'ateismo. Egli non trovò soluzione al dilemma del male, espresso nella frase: "C'è Auschwitz, quindi non può esserci Dio. C'è Dio e quindi non può esserci Auschwitz". Tale riflessione sul male è un aspetto centrale della personalità di Levi e un tema imposto dal romanzo.
PE-n1564-Primo-Levi.mm - Discussione: Campo di concentramento. - Il termine "Campo di concentramento" (Lager, o KZ in tedesco) si riferisce a strutture detentive e coercitive che assunsero diverse funzioni sotto il regime nazista, spaziando dai campi di lavoro forzato (KZ) ai campi di sterminio (Vernichtungslager).
Il termine "Campo di concentramento" (Lager, o KZ in tedesco) si riferisce a strutture detentive e coercitive che assunsero diverse funzioni sotto il regime nazista, spaziando dai campi di lavoro forzato (KZ) ai campi di sterminio (Vernichtungslager).
Le fonti fornite si concentrano in modo approfondito su Auschwitz, il più grande campo di sterminio della storia, e sul contesto della deportazione di Primo Levi.
L'Universo Concentrazionario di Auschwitz
Auschwitz (il cui nome originale polacco è Oswiecim) fu scelto da Himmler (capo delle SS) e dal primo comandante Rudolf Höss, poiché si trovava in Alta Slesia, un'area ricca di ferro e carbone, materie prime cruciali per l'industria bellica tedesca. La sua ubicazione era inoltre strategicamente centrale, ben collegata da binari ferroviari che permettevano l'arrivo dei deportati da tutta Europa.
Auschwitz era un complesso imponente, diviso in diverse strutture:
1. Auschwitz 1 (Il Campo Principale): Struttura iniziale, utilizzata per la selezione e il lavoro. L'ingresso presenta la famigerata scritta "Arbeit macht frei" (Il lavoro rende liberi), frase che era un inganno o una "presa in giro" per i deportati.
2. Auschwitz 2 – Birkenau: Il sito destinato allo sterminio di massa. Questa struttura enorme ospitava le camere a gas e i forni di incenerimento, mascherate per ingannare coloro che arrivavano. Birkenau ricevette la maggior parte dei deportati; qui morirono circa 1.100.000 persone, prevalentemente ebrei.
3. Auschwitz 3 – Buna Monowitz: Un campo i cui deportati erano sfruttati come manodopera schiava per lavorare in impianti giganteschi della I.G. Farben, un colosso chimico tedesco. L'obiettivo era produrre benzina sintetica e gomma sintetica. Primo Levi fu deportato a Buna Monowitz anche grazie alla sua laurea in chimica, poiché i dirigenti nazisti pensavano di poterlo utilizzare in questi impianti.
4. 40 Sottocampi: Oltre ai tre principali, esisteva un "universo concentrazionario" fatto di 40 sottocampi, dove i deportati lavoravano in condizioni estreme nelle miniere di ferro e carbone.
La Deortazione e la Selezione
Il viaggio verso i campi avveniva a bordo di vagoni bestiame, spesso blindati e chiusi dall'esterno, in cui uomini, donne e bambini erano "compressi senza pietà come merce di dozzina". Le condizioni di viaggio erano terrificanti, con mancanza di cibo e sete insopportabile (come nei 5 giorni di viaggio di Levi).
All'arrivo ad Auschwitz (principalmente Birkenau) si svolgeva la selezione. Lo scopo della selezione, in vigore dal 1943, era dividere gli abili al lavoro dagli inabili:
• Destinati alla Morte Immediata (Camere a Gas): Bambini (0-14/16 anni), anziani (sopra i 40-45 anni) e coloro giudicati malati o inabili. I regolamenti prevedevano che le madri con bambini in braccio andassero direttamente alle camere a gas. Circa l'80% dei deportati in arrivo era destinato al gas.
• Destinati al Lavoro Forzato: I giovani e adulti in salute (tra i 16 e i 45 anni). Questi erano considerati "pezzi da lavoro" (Stücke).
Dopo la selezione, i deportati venivano rasati e la loro identità sostituita da un numero tatuato sull'avambraccio. Il numero di Primo Levi era il 174.517.
Condizioni di Vita e Dinamiche Interne
All'interno del campo, le condizioni erano pensate per la disumanizzazione e lo sfruttamento:
• Identità e Linguaggio: Il deportato veniva chiamato per numero durante l'appello (Appel). La comunicazione era una "babele di lingue" per impedire l'organizzazione di rivolte.
• Muselmann: Questa parola, parte del gergo interno del Lager, definiva l'uomo o la donna che aveva raggiunto l'ultimo stadio dell'esistenza, incapace di reagire o stare in piedi, un individuo destinato a morire.
• Baracche: Erano baracche costruite in modo sommario e ristrutturate in parte oggi. I letti a castello a tre piani ospitavano spesso quattro o cinque persone, costrette a dormire "a lista di pesci," in condizioni di freddo estremo.
• Disciplina e Sopravvivenza: La disciplina era mantenuta dai Kapò, spesso tedeschi criminali comuni (pluriomicidi) che ricevevano privilegi in cambio di un regime brutale. Primo Levi rifletté sul fatto che la sopravvivenza nel Lager richiedeva spesso un "estremo egoismo"; coloro che badavano solo a sé stessi avevano maggiori probabilità di salvarsi, mentre chi mostrava solidarietà moriva rapidamente.
Altri Campi
Le fonti menzionano anche altri tipi di campi, distinguendo tra quelli prevalentemente di sterminio e quelli di concentramento/lavoro:
• Campi di Sterminio Puri (Vernichtungslager): Campi come Treblinka (dove furono uccisi 900.000 ebrei), Sobibor, Chelmno, Belzec e Majdanek, istituiti soprattutto nel 1942. Qui gli ebrei venivano messi a morte immediatamente, senza selezione.
• Campi di Concentramento (KZ): Campi come Dachau (vicino a Monaco, aperto per i comunisti tedeschi nel 1933), Mauthausen, Buchenwald, e Ravensbrück (principalmente per donne non ebree). Questi erano campi di lavoro durissimo, dove si moriva per sfinimento o malattia.
• Fossoli di Carpi: Questo campo, vicino a Modena, era originariamente un campo fascista (sorto nel 1942 per l'internamento di civili jugoslavi e antifascisti), che fu poi utilizzato per radunare gli ebrei italiani da deportare ad Auschwitz dopo l'8 settembre 1943.
La Liberazione
Il campo di Auschwitz fu liberato il 27 gennaio 1945 da un'avanguardia dell'esercito sovietico, data che oggi è celebrata come il Giorno della Memoria. Nonostante la liberazione, i deportati rimasero bloccati in un'Europa devastata dalla guerra, e molti, come Primo Levi, non riuscirono a tornare a casa che molti mesi dopo (Levi tornò il 19 ottobre 1945).
PE-n1565-Primo-Levi.mm - Discussione: Viaggio di ritorno. - Il "Viaggio di ritorno" (il Viaggio di ritorno) si riferisce al lungo e incredibile percorso intrapreso da Primo Levi per tornare a casa dopo la liberazione del campo di Auschwitz. Questo viaggio è narrato nel suo secondo romanzo, "La tregua".
Il "Viaggio di ritorno" (il Viaggio di ritorno) si riferisce al lungo e incredibile percorso intrapreso da Primo Levi per tornare a casa dopo la liberazione del campo di Auschwitz. Questo viaggio è narrato nel suo secondo romanzo, "La tregua".
Contesto della Liberazione e del Ritorno
Primo Levi fu liberato dai sovietici ad Auschwitz il 27 gennaio 1945, data che non a caso è riconosciuta come il Giorno della Memoria. Nonostante la liberazione, egli tornò a Torino solo quasi nove mesi dopo, il 19 ottobre 1945.
Ci si chiede il motivo di questo ritardo. Al momento della liberazione di Auschwitz, la guerra non era affatto terminata (sarebbe terminata in Europa l'8 maggio 1945), e nessun treno di ex deportati avrebbe potuto attraversare le linee del fronte. Sebbene Primo Levi fosse "libero" (tra virgolette), non poteva fare ritorno a casa in un'Europa devastata dal conflitto.
Il Percorso Incredibile
Il viaggio di ritorno fu un'odissea, descritto come "incredibile". Invece di dirigersi direttamente verso ovest, i liberati, tra cui Levi e molti altri deportati di varie nazionalità, si ritrovarono nelle mani dei sovietici e furono condotti nella direzione opposta.
• Dalla Polonia all'Ucraina e Bielorussia: Da Auschwitz (vicino a Katowice), si diressero verso l'Ucraina, attraversandola interamente. Successivamente furono portati in Bielorussia, sempre in treno con diverse tappe.
• Rotta del Sud: Da un luogo (forse Odessa), discesero verso la Moldavia, attraversandola.
• Attraverso l'Europa Orientale e Centrale: Arrivarono in Romania nel settembre del 1945, attraversarono l'Ungheria e la Slovacchia.
• L'arrivo in Occidente: Infine, attraversarono l'Austria, passando per Vienna l'8 ottobre. L'arrivo a Monaco (in Germania, dove Hitler era morto da mesi) fu un momento emotivamente forte per Levi.
• Ritorno in Italia: Da Monaco, scesero attraverso il Brennero, Verona, e giunsero finalmente a Torino il 19 ottobre 1945.
Levi, al suo rientro, non vedeva la sorella e la madre da anni e non sapeva nemmeno se la sua casa a Torino fosse ancora in piedi a causa dei bombardamenti subiti dalle grandi città italiane tra il 1942 e il 1943.
"La tregua" come Racconto del Ritorno
L'enorme viaggio di ritorno fu narrato da Levi nel romanzo successivo a Se questo è un uomo, intitolato "La tregua". La narrazione copre il periodo che va dal momento in cui i russi arrivano nel campo di Auschwitz fino al suo rientro a Torino, quando suona il campanello e sua sorella apre la porta, un momento descritto con grande gioia.
Questo viaggio incredibile è stato anche oggetto di un film, "La tregua", diretto da Francesco Rosi (credo intorno al 1997, anche se la fonte non è sicura sulla data esatta) e interpretato da John Turturro. Il film narra l'intero viaggio di ritorno e le incredibili esperienze vissute da Levi, libero ma impossibilitato a tornare subito a casa.
PE-n1566-Primo-Levi.mm - Discussione: Shoah e memoria. - Il tema della Shoah (che nella lingua yiddish significa devastazione o genocidio degli ebrei) e il dovere della memoria sono elementi centrali e inscindibili nell'opera e nella vita di Primo Levi.
Il tema della Shoah (che nella lingua yiddish significa devastazione o genocidio degli ebrei) e il dovere della memoria sono elementi centrali e inscindibili nell'opera e nella vita di Primo Levi.
La liberazione del campo di Auschwitz da parte dei sovietici, avvenuta il 27 gennaio 1945, è la data che, non a caso, oggi è riconosciuta come il Giorno della Memoria.
L'Imperativo della Testimonianza e della Memoria
Al suo ritorno a Torino nell'autunno del 1945, Levi manifesta un grande desiderio di raccontare la sua esperienza. La sua testimonianza nasce di getto, spinto dal sogno ricorrente nel lager di poter un giorno narrare la sua storia ai familiari e agli amici.
Il richiamo alla memoria è espresso con forza nella poesia che introduce Se questo è un uomo, dove Levi pone ai lettori un vero e proprio imperativo della memoria. Egli li esorta a considerare la condizione del deportato ("se questo è un uomo che lavora nel fango, che non conosce pace" o che è "senza capelli e senza nome").
La poesia si conclude con un appello diretto e un monito solenne:
• "Meditate che questo è stato".
• Egli comanda che queste parole vengano scolpite nel cuore del lettore, ripetute ai figli, sia "stando in casa, andando per via, coricandovi, alzandovi".
Chi dimentica, chi è indifferente o chi non adempie al dovere della memoria, è metaforicamente colpito da una maledizione.
In una frase che riassume la missione della memoria (e che si ritiene efficace sebbene la fonte ne metta in dubbio l'attribuzione diretta a Levi), si afferma che il ricordo di Auschwitz dovrà continuare finché a tutti gli uomini non sarà riconosciuta la dignità umana: "Solo quando nel mondo a tutti gli uomini sarà riconosciuta la dignità umana, solo allora potrete dimenticarci".
Shoah, Egoismo e Il Problema del Male
La riflessione sulla Shoah ha portato Primo Levi a confrontarsi con dilemmi morali e religiosi profondissimi:
1. Auschwitz e l'Ateismo: L'esperienza del lager lo conduce all'ateismo, rifiutando l'idea di una giustizia superiore. Egli non trova soluzione al dilemma posto dalla coesistenza del male assoluto e di un Dio giusto: "C'è Auschwitz, quindi non può esserci Dio. C'è Dio e quindi non può esserci Auschwitz. Non trovo una soluzione al dilemma, la cerco ma non la trovo". La Shoah impone di interrogarsi su come sia possibile giustificare il male di fronte a un essere supremo che è simbolo di giustizia.
2. I Sommersi e i Salvati: La memoria lo obbliga anche a riflettere sulle dinamiche psicologiche della sopravvivenza. Nel suo libro I sommersi e i salvati, Levi ragiona sul fatto che i salvati (coloro che ce l'hanno fatta) spesso o quasi sempre sono stati coloro che hanno badato solo a se stessi, mentre chi mostrava solidarietà e dava il proprio pezzo di pane moriva rapidamente. Egli conclude che solo un estremo egoismo poteva permettere di salvarsi.
3. Il Peso del Lager: Nonostante sia un "salvato," l'esperienza ad Auschwitz rimase "totalizzante" e "bruciante". Il peso del lager e i ricordi atroci rendevano difficile dormire la notte. Questo peso è ritenuto un fattore chiave che potrebbe essere alla base del suo suicidio nell'aprile del 1987. Egli stesso si interrogava se, per uscire dal lager, si fosse comportato in un modo in cui il suo egoismo o la necessità di sopravvivere avessero prevalso sugli altri.
PE-n1567-Primo-Levi.mm - Un dialogo - Questo approfondimento si concentra sulla figura di Primo Levi e sul suo fondamentale memoriale,
Questo approfondimento si concentra sulla figura di Primo Levi e sul suo fondamentale memoriale, Se questo è un uomo, contestualizzando la sua esperienza ad Auschwitz come parte di un sistema di annientamento burocratico. La discussione evidenzia la complicità fascista nelle deportazioni, notando come Levi fu arrestato dalle autorità italiane prima di essere consegnato ai tedeschi. Un tema cruciale è l'analisi di Auschwitz come un vasto complesso diviso (Auschwitz 1, 2 Birkenau, e 3 Monowitz), un'industria di morte pianificata dove la selezione e la disumanizzazione sistematica erano pratiche quotidiane. Il testo esplora come la laurea in chimica di Levi abbia involontariamente contribuito alla sua sopravvivenza in condizioni di lavoro meno brutali e, infine, riflette sul tragico rifiuto iniziale del libro, sottolineando la difficoltà dell'Italia post-bellica di affrontare le proprie responsabilità, concludendo con il monito etico di Levi sulla necessità della memoria per garantire la dignità umana universale.
PE-n1568-Primo-Levi.mm - Un dialogo - Oggi parliamo di un libro, ma anche di una ferita aperta nella storia. Se questo è un uomo di Primo Levi, una testimonianza direi fondamentale sull'inferno di Auschwitz.
Benvenuti al nostro approfondimento. Oggi parliamo di un libro, ma anche di una ferita aperta nella storia. Se questo è un uomo di Primo Levi, una testimonianza direi fondamentale sull'inferno di Auschwitz.
Esatto. Cercheremo di capire non solo il racconto di Levi, ma anche cosa fu Auschwitz come sistema, come macchina.
E partirei da una data, quella di oggi, 28 ottobre, è l'anniversario della marcia su Roma. Sembra un collegamento strano, ma non lo è.
No, affatto. Importante ricordare la complicità fascista nelle deportazioni. Levi fu arrestato dai italiani, dai fascisti prima di essere consegnato ai tedeschi. Fonti storiche parlano chiaro. Forse quasi la metà degli ebrei arrestati in Italia lo furono da autorità fasciste. Questo, ecco, ci dà il contesto.
Proprio così. Il nostro obiettivo oggi è questo, capire l'esperienza di Levi, il funzionamento di Auschwitz e perché, insomma, dobbiamo ancora parlarne, capire il significato profondo.
Allora, partiamo da Levi prima del baratro. Chi era? Nato a Torino 1919 e nel 41 si laurea in chimica.
Un dettaglio che non è un dettaglio
per niente, anzi qui la cosa si fa quasi paradossale. La sua laurea fu notata dai nazisti.
Sì, pensarono che potesse essere utile, utile per il lavoro forzato nell'impianto di Buna Monwit, Auschwitz 3, dove si produceva gomma sintetica.
Una competenza che in modo tragico giocò un ruolo nella sua sopravvivenza. Ma come ci arrivò?
Beh, tutto precipito. Dopo l'8 settembre 43 l'Italia è occupata dai tedischi al centro nord. L'alleato diventa nemico e per Levi ebreo il pericolo diventa mortale.
Inizia la caccia all'uomo con i fascisti che collaborano attivamente.
Assolutamente. Lui cerca di scappare, si unisce a un gruppo partigiano in Valle d'Aostaf, ma attenzione, come dice lui stesso, più per sfuggire alla cattura che per un vero impeto combattivo e mediato. Siamo all'inizio. Autunno 43. Sì, nella resistenza era ancora, diciamo, molto disorganizzata. Il suo gruppo viene descritto come impreparato e infatti l'esperienza dura pochissimo.
Già, nel dicembre del 43 vengono arrestati dalla milizia fascista. Li sorprendono nel sonno, in un casolale, senza quasi opporre resistenza.
E qui arriva la scelta, l'interrogatorio. Levi deve decidere cosa dire.
Esatto. E sceglie di non dichiararsi partigiano. Teme la fucilazione sul posto che era la prassi.
Quindi dice Sono un cittadino italiano di razza ebraica.
Sì, questo ci fa capire una cosa importante, la scarsa consapevolezza in quel momento di cosa significasse davvero la deportazione per gli ebrei.
Non poteva immaginare che dichiararsi ebreo lo condannasse ad Auschwitz. Pensava fosse il male minore.
Una scelta dettata dalla paura immediata, comprensibile, ma che lo indirizzò verso un orrore di cui non sospettava la portata.
Dopo l'arresto finisce a Fossoli, vicino Modena, un campo che era diventato il punto di raccolta per gli ebrei italiani da deportare.
Lì aspetta insieme ad altri 650 ebrei. L'attesa è terribile.
Levi descrive la notte prima della partenza, probabilmente a febbraio 44. Parole che gelano il sangue. Venne la notte e fu una notte tale che si conobbe che occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere.
M è una frase potentissima. Rende l'idea dell'angoscia assoluta, del silenzio prima degli ignoto, la fine di un mondo e poi il viaggio 600 50 persone su 12 vagoni merci.
Condizioni disumane. Levi ricorda il suo vagone piccolo con 45 persone compressi senza pietà come merce di dozzina.
5 giorni inverno, senza cibo, senza acqua, al freddo, immaginiamo.
E poi vedono un cartello, Auschwitz. Ma quel nome allora non diceva nulla. Levi pensa ad Austerlitz, la battaglia napoleonica. Quasi un sollievo momentaneo, assurdo a pensarci. Oggi, prima della caduta definitiva e le cifre parlano chiaro, di quel convoglio 650 persone tornarono in 15, lui e altri 14.
Una percentuale infinitesimale come per altri trasporti. Penso a Liliana Segre.
Esatto. Questo ci dà la scala della Shoa, la catastrofe, non episodi isolati, ma un'industria di morte pianificata.
Proviamo a capire meglio. Auschwitz non era un solo campo.
No, era un complesso vastissimo. C'era Auschwitz 1, lo Stamlagger, il campo principale, eh diciamo l'amministrazione con la famosa scritta all'ingresso Arbite Mared Fry, il lavoro rende liberi.
Poi c'era Auschwitz 2, Birkena.
Quello era il vero centro di sterminio. Le rampe di arrivo, le camere a gas, i crematori e infine Auschwitz 3 Monovit, chiamato anche Buna, il campo di lavoro forzato per la IG Farben, l'industria chimica.
Dove fu mandato Levi?
Senza contare le decine di sotto campi collegati a miniere, fabbriche, un sistema articolato per lo sfruttamento e l'annientamento.
E all'arrivo a Birkenau subito la selezione sulla banchina.
Sì, un ufficiale SS con un semplice cenno della mano decideva vita o morte.
Da una parte chi era considerato abile al lavoro, uomini e donne giovani, diciamo tra i 16 e i 45 anni, più o meno.
Dall'altra tutti gli altri, bambini, anziani, malati, molte donne con bambini piccoli diretti subito alle camere a gas.
Esistono delle foto, quelle dell'album di Auschwitz, che documentano proprio una selezione, un convoglio di ebrei ungheresi. Sono immagini agghiaccianti. Sì, un documento unico e terribile mostrano questa burocrazia dello sterminio, la freddezza con cui si decideva della vita e della morte di migliaia di persone.
Levi racconta la sua disselezione. Poche domande, rapide, impersonali. Quanti anni, sano o malato? e basta. Su 650 del suo convoglio ne selezionano per il lavoro 96 uomini e 29 donne, meno di 130 persone.
Gli altri, oltre 500, sparirono quasi subito. Levi scrive: "La notte li inghiottì puramente e semplicemente lui e gli altri salvati temporaneamente vengono caricati su camion. 20 minuti di viaggio e arrivano a Monowitz.
E anche sì, all'ingresso quella scritta Arbite Macht Fry".
L'inganno supremo. Levi dirà che il ricordo di quella scritta lo perseguitava nei sogni.
A Monov Levi capisce di essere arrivato sul fondo, come intitola un capitolo cruciale, la discesa agli inferi.
Racconta la scena della prima doccia dopo l'arrivo. La sete pazzesca, l'acqua dal rubinetto, ma con la scritta Vasser trinken ferboten, vietato bere perché inquinata.
L'attesa nudi al freddo pungente per ore, la perdita della capacità di pensare, di reagire.
È lì che arriva la sua riflessione. terribile. Questo è l'inferno. Oggi ai nostri giorni l'inferno deve essere così. Un inferno moderno, organizzato, burocratico.
E inizia subito la spersonalizzazione sistemica, rasatura completa, capelli e peli, via i vestiti civili sostituiti dalla divisa righe, logora inadatta.
E poi il numero tatuato sull'avambraccio sinistro. Levi diventa il numero 174.517.
Il nome non conta più nulla. Sei un numero Imparare a riconoscerlo, a rispondere all'appello in tedesco o polacco era questione di vita o di morte per evitare le percosse dei capò.
Chi non ce la faceva più, chi si lasciava andare fisicamente e mentalmente veniva chiamato Muselman, un termine terribile del gergo del lagher. Erano gli scheletri viventi, gli occhi spenti, quelli ormai rassegnati, destinati alla prossima selezione per il gas.
E la violenza quotidiana era gestita dai capot. Sì, prigionieri anch'essi, ma scelti dai nazisti, spesso criminali comuni tedeschi. In cambio di privilegi, mantenevano l'ordine con una brutalità estrema.
Una strategia precisa, mettere i prigionieri gli uni contro gli altri.
Esatto. Himler voleva evitare solidarietà. Mescolavano le nazionalità nelle baracche. Così era difficile comunicare, organizzarsi. Divide e timpera nel modo più crudele.
Le condizioni di vita poi studiate per annientare, baracche sovraffollate. Gelide d'inverno, lette a castello a tre piani con quattro cinque persone per tavola all'isca di pesce, dice Levi.
Una lotta continua anche di notte per un posto al centro meno esposto al freddo, per strappare un lembolta.
Un sistema progettato per distruggere ogni senso di comunità, ogni umanità residua.
Questo ci porta un altro libro fondamentale di Levi, I sommersi e i salvati.
Sì, la sua riflessione più tarda, forse più amara. chi non ce l'ha fatta, i sommersi, la stragrande maggioranza e chi ha sopravvissuto, i salvati come lui.
E la sua analisi è spietata anche con se stesso, molto lucida. Dice che i salvati non erano necessariamente i migliori, moralmente parlando, anzi, spesso la sopravvivenza richiedeva un adattamento alle regole disumane, un egoismo estremo, a volte anche azioni che in una vita normale sarebbero state impensabili.
Non un giudizio morale, ma una constatazione terribile sulla condizione umana al limite. Esatto. E forse proprio questa consapevolezza, questo peso di essere un salvato in quelle condizioni ha contribuito al suo malessere profondo più tardi.
È una domanda che resta aperta. Il peso di quella memoria.
Un fardello immenso che molti sopravvissuti si sono portati dentro. Levy l'ha analizzato come nessun altro, ma non era immune.
In questo contesto infernale, però la chimica per Levy è stata una specie di appiglio.
Sì, dopo mesi di lavoro manuale durissimo all'aperto. massacrante.
Viene riconosciuta la sua laurea e lo assegnano a un laboratorio chimico dentro la Buna a Monovizz.
Questo significò condizioni leggermente migliori. Lavoro al chiuso, meno brutale fisicamente fu un fattore importante, non l'unico, ma importante, per la sua sopravvivenza.
Un privilegio minimo, ma che fece la differenza.
Una piccola crepa nella macchina di distruzione, quasi un caso.
Poi arriva la liberazione. 27 gennaio 1945. L'armata rossa arriva ad Auschwitz. Oggi è il giorno della memoria. Levi in quel momento è in infermeria nel Cabbe, molto malato. I tedeschi ricenandosi portano via con sé i prigionieri ancora in grado di camminare nelle terribili marce della morte.
Quindi la malattia paradossalmente lo salva da quell'ultima tragedia. Viene lasciato indietro.
E inizia un altro odissea, il ritorno a casa attraverso un'Europa distrutta dalla guerra, un viaggio lunghissimo che durerà fino all'ottobre del 45.
E questo viaggio lo racconterà nel suo Secondo libro, La tregua. Bellissimo anche quello.
Appena torna a Torino sente un bisogno quasi fisico di scrivere, di raccontare.
Se questo è un uomo nasce così, di getto. Diceva: "Sognavamo di mangiare e sognavamo poi di raccontare l'urgenza di testimoniare."
Eppure, incredibilmente il libro all'inizio non trova un editore importante. Viene proposto allaudi nel 46-47
e rifiutato. Tra chi diede parere negativo c'è erano Natalia Ginsburg e Cesare Pavese. Sembra assurdo oggi.
Le ragioni furono diverse. Forse il clima del dopoguerra, questa voglia diffusa di dimenticare, di guardare avanti, forse temevano che ci fossero già troppi libri sulla deportazione.
Ci dice molto questo rifiuto sulla difficoltà dell'Italia di allora a fare i conti col passato, con le proprie responsabilità.
Assolutamente era una testimonianza troppo cruda, troppo scomoda, forse.
Levi però non si dà per vinto, trova un piccolo editore di Torino, De Silva.
Il libro esce nel Tiratura limitata, 2500 copie, ne vende poche, una grande delusione per lui.
Ma poi 11 anni dopo, nel 1958, e in Audi ci ripensa, lo ripubblica e questa volta è un successo enorme.
Il clima era cambiato, c'era più consapevolezza, più volontà di capire.
Sì, il libro diventa un classico tradotto ovunque. Il suo successo segna anche una nuova fase della memoria pubblica della Shua.
E all'inizio del libro c'è quella poesia che è un pugno nello stomaco, un vero e proprio comandamento laico.
Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, leggo solo la parte centrale, quella più dura. Considerate se questo è un uomo che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no. Meditate che questo è stato. Vi comando queste parole, scolpitele nel vostro cuore, ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca. I vostri nati torcano il viso da voi.
È un monito potentissimo, non si può dimenticare, ricordare un dovere civile e morale.
Levi, che veniva da una famiglia ebrea assimilata, scopre o riscopre la sua identità ebraica nel lagher, ma come un marchio imposto.
E l'orrore che vive non lo avvicina a una fede religiosa, anzi lo porta a un agnosticismo sofferto, tormentato. C'è quella sua frase terribile:
"C'è Auschwitz, quindi non può esserci Dio." "Non trovo una soluzione al dilemma, la cerco ma non la trov". il problema del male radicale che resta senza risposta.
E c'è un'altra frase che viene spesso citata che forse riassume tutto il senso della sua opera, della sua vita dopo Auschwitz.
Quale?
Solo quando nel mondo a tutti gli uomini sarà riconosciuta la dignità umana, solo allora potrete dimenticarci.
Eh sì, finché ci sarà anche una sola persona qui è negata la dignità, il ricordo di Auschwitz resterà necessario, indispensabile.
Un peso però quello del ricordo che per Levi si rivellò alla fine insostenibile.
Purtroppo Nell'aprile del 1987 Primo Levi muore, una caduta dalle scale di casa sua a Torino, un gesto interpretato da quasi tutti come suicidio.
L'esito tragico di una ferita che non si è mai chiusa, come per altri sopravvissuti.
L'abisso che continua a reclamare le sue vittime anche a distanza di decenni.
Quindi cosa ci portiamo a casa da questa analisi? Capire Levi, capire se questo è un uomo non è solo un esercizio di memoria storica, no? È molto di più. È uno strumento per capire le profondità abissali della crudeltà umana, ma anche la resistenza della dignità, il potere della parola, della testimonianza.
La lucidità di Levi ci costringe a guardare l'orrore negli occhi per non dimenticare mai il valore di ogni singola vita umana.
Esattamente. Non è una storia che riguarda solo il passato, riguarda l'oggi, riguarda i meccanismi di disumanizzazione che possono sempre riattivarsi, riguarda la nostra responsabilità.
Ricordare per capire e capire per agire, come dicevi.
Proprio così. E forse, come pensiero finale potremmo tornare proprio a quella frase sulla dignità umana.
Solo quando nel mondo a tutti gli uomini sarà riconosciuta la dignità umana.
Ecco, la domanda che forse dovremmo porci è a che punto siamo oggi, quanto siamo lontani da quel traguardo. La dignità umana è davvero riconosciuta a tutti, ovunque? E cosa possiamo fare noi nel nostro piccolo ogni giorno per contribuire a costruire un mondo dove quella dignità sia davvero universale? Affinché la memoria di Levi e di tutte le vittime non sia stata vana.
PE-n1569-Primo-Levi.mm - Discussione Complicità Fascista. - La discussione sulla Complicità Fascista nelle deportazioni degli ebrei, come trattata nei testi, è un punto focale per comprendere il contesto storico in cui si è svolta la tragedia di Primo Levi.
La discussione sulla Complicità Fascista nelle deportazioni degli ebrei, come trattata nei testi, è un punto focale per comprendere il contesto storico in cui si è svolta la tragedia di Primo Levi.
Questa complicità è considerata talmente importante da essere richiamata anche in relazione a date simboliche, come l'anniversario della Marcia su Roma (28 ottobre), sottolineando che il collegamento con Auschwitz, sebbene possa sembrare strano, non lo è affatto.
I punti chiave che definiscono la complicità fascista sono:
Il Contesto dell'Arresto e il Ruolo delle Autorità Fasciste
• Responsabilità Diretta: È fondamentale ricordare la complicità fascista nelle deportazioni. Primo Levi, prima di essere consegnato ai tedeschi, fu arrestato dagli italiani, dai fascisti.
• L'Estensione della Collaborazione: Le fonti storiche indicano chiaramente che quasi la metà degli ebrei arrestati in Italia lo furono da autorità fasciste. Questo dato fornisce il contesto della vasta collaborazione.
• La Caccia all'Uomo: Dopo l'8 settembre 1943, con l'Italia occupata dai tedeschi nel centro-nord e il pericolo divenuto mortale per Levi in quanto ebreo, ebbe inizio la caccia all'uomo con i fascisti che collaboravano attivamente.
Il Caso Specifico di Primo Levi
• L'Arresto della Milizia Fascista: Nel dicembre del 1943, mentre Levi era unitosi a un gruppo partigiano (più per sfuggire alla cattura che per vero impeto combattivo, essendo la resistenza ancora disorganizzata), lui e il suo gruppo vennero arrestati dalla milizia fascista. Furono sorpresi nel sonno in un casolare, senza quasi opporre resistenza.
• La Scelta Fatale: Durante l'interrogatorio, Levi dovette decidere cosa dichiarare. Egli scelse di non dichiararsi partigiano, temendo la fucilazione sul posto, che era la prassi in quei casi.
• La Dichiarazione: Dichiarò invece: "Sono un cittadino italiano di razza ebraica". Questa scelta fu dettata dalla paura immediata, ma rivelò anche una scarsa consapevolezza in quel momento di cosa significasse davvero la deportazione per gli ebrei.
• La Condanna Indiretta: Non poteva immaginare che dichiararsi ebreo lo avrebbe condannato ad Auschwitz, pensando che fosse il male minore. Una scelta dettata dalla paura che lo indirizzò verso un orrore di cui non sospettava la portata. Dopo l'arresto finì a Fossoli, il campo di raccolta per gli ebrei italiani destinati alla deportazione.
La Difficoltà nel Riconoscere la Responsabilità
La testimonianza di Levi e le responsabilità italiane emersero con difficoltà nel dopoguerra. Il rifiuto iniziale di Se questo è un uomo da parte di un editore importante (Einaudi, nel 1946-47) è visto come un sintomo della difficoltà dell'Italia di allora a fare i conti col passato, con le proprie responsabilità. Si trattava forse di una testimonianza troppo cruda e scomoda per il clima diffuso di voglia di dimenticare e guardare avanti.
PE-n1570-Primo-Levi.mm - Discussione: Memoria Testimonianza. - a discussione sulla Memoria e sulla Testimonianza è centrale nell'opera e nell'esperienza di Primo Levi, poiché il suo racconto, Se questo è un uomo, è definito una testimonianza fondamentale sull'inferno di Auschwitz.
La discussione sulla Memoria e sulla Testimonianza è centrale nell'opera e nell'esperienza di Primo Levi, poiché il suo racconto, Se questo è un uomo, è definito una testimonianza fondamentale sull'inferno di Auschwitz.
La necessità di testimoniare non fu per Levi solo un atto letterario, ma un'urgenza esistenziale e un dovere morale.
L'Urgenza della Testimonianza
Appena tornato a Torino, dopo la lunga odissea del rientro, Levi sentì un bisogno quasi fisico di scrivere, di raccontare. L'atto di testimoniare era un desiderio che risaliva persino al periodo di prigionia: egli racconta che i deportati "sognavamo di mangiare e sognavamo poi di raccontare l'urgenza di testimoniare".
Attraverso la sua lucidità e il potere della parola, la testimonianza di Levi diventa uno strumento cruciale non solo per la memoria storica, ma per capire le profondità abissali della crudeltà umana, ma anche la resistenza della dignità. La sua analisi costringe a guardare l'orrore negli occhi per non dimenticare mai il valore di ogni singola vita umana.
Il Comandamento della Memoria
La memoria, secondo Levi, non è facoltativa, ma un dovere civile e morale. Questa imposizione è chiaramente espressa nella poesia che apre Se questo è un uomo, un vero e proprio comandamento laico. Levi rivolge un monito potentissimo a coloro che vivono "sicuri nelle vostre tiepide case", comandando loro di:
• Meditare che questo è stato.
• Scolpire le sue parole nel cuore.
• Ripeterle ai propri figli.
La finalità della memoria va oltre il passato; riguarda l'oggi e i meccanismi di disumanizzazione che possono sempre riattivarsi. L'obiettivo è ricordare per capire e capire per agire.
Il Peso della Memoria (Il Fardello dei Salvati)
La memoria di Auschwitz, tuttavia, si rivelò un fardello immenso e un peso che i sopravvissuti si sono portati dentro.
Nella sua riflessione successiva, in I sommersi e i salvati, Levi analizza la condizione di chi è sopravvissuto, i salvati, chiarendo che non erano necessariamente i migliori moralmente. La sopravvivenza in quelle condizioni estreme richiedeva spesso un adattamento alle regole disumane, un egoismo estremo, a volte anche azioni che in una vita normale sarebbero state impensabili. Proprio questa consapevolezza e il peso di essere un salvato hanno contribuito al suo malessere profondo, tanto che, purtroppo, il peso di quel ricordo si rivelò alla fine insostenibile. La sua morte è interpretata come l'esito tragico di una ferita mai chiusa, un caso in cui l'abisso continua a reclamare le sue vittime anche a distanza di decenni.
La Difficoltà di Accettazione Iniziale
Un aspetto rivelatore della difficoltà dell'Italia post-bellica nell'affrontare la memoria è il rifiuto iniziale di Se questo è un uomo.
Proposto a Einaudi nel 1946-47 e poi rifiutato, questo episodio è visto come un sintomo della difficoltà dell'Italia di allora a fare i conti col passato, con le proprie responsabilità. La testimonianza di Levi era considerata troppo cruda, troppo scomoda, forse per il clima diffuso di desiderio di dimenticare e guardare avanti. Solo nel 1958, quando Einaudi lo ripubblicò con enorme successo, il clima era cambiato, indicando una nuova fase nella memoria pubblica della Shoah.
La Memoria Legata alla Dignità Umana
Il significato profondo della testimonianza e della memoria, secondo Levi, è inseparabile dal concetto di dignità umana. La sua frase, che riassume il senso ultimo della sua opera, è un invito al monitoraggio costante della condizione umana nel mondo:
"Solo quando nel mondo a tutti gli uomini sarà riconosciuta la dignità umana, solo allora potrete dimenticarci".
Finché c'è anche una sola persona a cui è negata la dignità, il ricordo di Auschwitz resterà necessario, indispensabile. La memoria, quindi, è un continuo stimolo a costruire un mondo dove la dignità sia davvero universale.
PE-n1571-Primo-Levi.mm - Discussione: Dignità Umana. - La Dignità Umana è il concetto fondamentale che sottende l'intera opera di Primo Levi successiva all'esperienza di Auschwitz, servendo da obiettivo morale per la sua testimonianza e da monito per il futuro.
La Dignità Umana è il concetto fondamentale che sottende l'intera opera di Primo Levi successiva all'esperienza di Auschwitz, servendo da obiettivo morale per la sua testimonianza e da monito per il futuro.
L'Imperativo della Dignità Universale
Il significato ultimo dell'opera e della vita di Levi dopo la prigionia è riassunto in una frase spesso citata che definisce la condizione per la quale il ricordo di Auschwitz potrà cessare di essere un fardello:
"Solo quando nel mondo a tutti gli uomini sarà riconosciuta la dignità umana, solo allora potrete dimenticarci".
Finché ci sarà anche una sola persona a cui tale dignità è negata, il ricordo di Auschwitz resterà necessario, indispensabile. La memoria, dunque, non è fine a sé stessa, ma serve a stimolare un continuo esame della condizione umana nel mondo.
La Disumanizzazione come Negazione della Dignità
L'esperienza di Auschwitz, come descritta da Levi, è l'esempio estremo della negazione della dignità umana, operata attraverso un processo di disumanizzazione sistematico.
• La Spersonalizzazione: Il sistema del Lager mirava alla spersonalizzazione sistemica dei prigionieri. Il nome non contava più nulla; i deportati venivano privati della loro identità attraverso la rasatura completa di capelli e peli, la sostituzione degli abiti civili con la divisa a righe e, soprattutto, il numero tatuato sull'avambraccio sinistro (Levi divenne il numero 174.517).
• Condizioni di Annientamento: Le condizioni di vita erano studiate per annientare. I deportati lottavano per "mezzo pane" e la loro vita valeva "un sì o per un no". Il sistema era progettato per distruggere ogni senso di comunità e ogni umanità residua, portando alla figura del Muselman, gli "scheletri viventi" con gli occhi spenti, ormai rassegnati e destinati al gas.
La sua poesia introduttiva in Se questo è un uomo è un comandamento laico che chiede a coloro che vivono "sicuri nelle vostre tiepide case" di considerare l'uomo che "lavora nel fango, che non conosce pace", evidenziando per contrasto la totale perdita di dignità subita.
La Resistenza e la Responsabilità
Nonostante l'orrore, la testimonianza di Levi mira anche a mostrare la resistenza della dignità e il potere della parola. La sua lucidità costringe a guardare l'orrore negli occhi per non dimenticare mai il valore di ogni singola vita umana.
La storia di Auschwitz non è confinata al passato, ma riguarda l'oggi, perché i meccanismi di disumanizzazione possono sempre riattivarsi. Per questo, l'obiettivo ultimo del ricordo e della riflessione di Levi è contribuire a costruire un mondo dove quella dignità sia davvero universale, affinché la memoria delle vittime non sia vana.