PE-1400-8
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PE-n1460-osterie-Saronno.mm - storia vinicola di Saronno, una città oggi nota per i biscotti e l'industria, ma che un tempo era ricoperta di rigogliosi vigneti.
PE-n1461-osterie-Saronno.mm - Le osterie di Saronno e Ulvendi.
PE-n1462-osterie-Saronno.mm - Discussione: Osterie di Saronno.
PE-n1463-storia-vinicola.mm - Discussione: Storia vinicola locale. - La storia vinicola locale di Saronno rivela un passato sorprendentemente ricco, in netto contrasto con l'aspetto attuale della città, oggi rinomata per l'industria
PE-n1464-vigneti-neve.mm - Discuss Vigneti e neve. - racconto storico riportato dal prevosto Anton Francesco Cozzi, che documentò le straordinarie conseguenze di una grande nevicata sui vigneti locali.
PE-n1465-documenti-longobardi.mm - Discuss Documenti antichi Longobardi. - I documenti antichi che risalgono all'epoca dei Longobardi rappresentano una prova fondamentale della secolare vocazione vinicola di Saronno.
PE-n14566-coltivazione-gelsi.mm - Discuss Coltivazione viti gelsi. - La coltivazione delle viti a Saronno era strettamente legata a una specifica pratica locale che integrava la viticoltura con la risorsa economica fondamentale del territorio
PE-n1467-vigneti-Saronno.mm - dialogo
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PE-n1460-osterie-Saronno.mm - storia vinicola di Saronno, una città oggi nota per i biscotti e l'industria, ma che un tempo era ricoperta di rigogliosi vigneti.
Il brano esplora la sorprendente e dimenticata storia vinicola di Saronno, una città oggi nota per i biscotti e l'industria, ma che un tempo era ricoperta di rigogliosi vigneti. Attraverso le ricerche d'archivio di Vittorio Pini, definite da "Indiana Jones della cultura locale", si documenta che la viticoltura risale almeno all'epoca dei Longobardi, come attestano rogiti del 769 e 809 che registrano il trasferimento di campi e vigne. La fonte cita anche documenti ecclesiastici e racconti di cronisti, come il prevosto Cozzi, che descrivevano il borgo cinto da vigneti e ricorda un'eccezionale nevicata del 1857 che, pur causando freddo intenso, curò le viti dalla devastante malattia crittogamica. Infine, si menziona la pratica di far arrampicare i tralci sulle piante di gelso, evidenziando come vite e morone fossero intrinsecamente legati al paesaggio e all'economia locale. - QGLG351-osterie-vino-pt01.mp3
PE-n1461-osterie-Saronno.mm - Le osterie di Saronno e Ulvendi.
Le osterie di Saronno e Ulvendi. Prima di insegnare la maniera di coltivare le viti, diceva il Columel, muoversi può questione se coltivare convenga. È un dubbio che sorge spontaneo guardando oggi la piatta Saronno, città rinomata per i biscotti, gli amaretti e l'industria laboriosa, ma priva di colline. Eppure Saronno ebbe un tempo rigogliosi vigneti e il vino correva a fiumi nelle numerosissime osterie cittadine. Vittorio Pini, che è un appassionato Indiana Jones della cultura locale, si è preso la briga di fare lunghe ricerche d' archivio per documentare l'antica vocazione vinicola della città e ha scoperto che essa ebbe una secolare confidenza con Filari. Pergole e topie con torchi, tini, brente e bigonce e sin dal tempo addirittura dei longobardi. Un rogito del 18 giugno 769 conservato nel Codex Diplomaticus Longobardie testimonia un trasferimento di campi, prati, viti e serve di Saronne di Saronno di da un certo Giovanni a un altro Tanto sconosciuto Erminaldo. 40 anni più tardi, in un secondo rogito del 14 marzo 809 viene messo nero su bianco il passaggio impegno di case, viti, orto, aia, vigne e serve dei fratelli Dalchimando e Valderisso, figli di Rifrido e abitanti di Solomno, che sarebbe Saronno ai fratelli Sespoldo e Trasemondo. Dei vigneti che cingevano e abbellivano la la fronte del borgo. Parla molto più tardi il prevosto Anton Francesco Cozzi, spiegando che vi si tenevano casotti per le merende e le uccellande autunnali. L'archivio della Chiesa prepositurale di Saronno censisce nel 773 le vigne di casa Brasca Visconti di San Cristoforo e le vignacce di casa Maderna. E oltre 100'anni più tardi, nel 1885 enumera una decina di vigneti, tra cui quello dell'albergatore Pitot e del mastro di posta Fedel. Numerosi altri altri appezzamenti di terreno tenuti a vite con riferivano a Saronno nei secoli passati un aspetto molto diverso da quello attuale. La Cassina Ferrara era tutta una vigna fino a Ceriano Laghetto e in contrada de Zoppetti, poi via Cavour, c'era sin dal 1785 una corte detta del Torchio. Dal passato emergono cronache ricche di fascino e il prevosto Cozzi racconta di una straordinaria nevicata che ebbe fortunate conseguenze per i vigneti locali e così scrisse: "L'anno 1857 a noi fecondo di cereali finì con regalarci negli ultimi due giorni tanta coppia di neve che in aperta campagna levavasi all'altezza di 17 once, circa 85 cm e cagionò Un freddo di Siberia, simile non ricordato nella memoria dei vecchi, durata ben due mesi. Molte viti morirono, ma quelle rimaste risanarono dalla malattia crittograma, ossia dalla malefica polvere, cenera l'aspetto che da 8 anni investiva i tralci, involgendo pampini e raccemi e distruggendo ogni vendemmia. Insomma, La grande nevicata e l'intenso freddo guarirono nelle vigne e sorpresa dalla terribile malattia e i contadini tornarono a sorridere. Nelle osterie di vino si beveva facile e abbondante. A Saron Imurunga dicevano i vecchi, nel senso che i tracci di vite si arrampicavano sulle piante di Gelso, Muron, appunto. e che erano la grande risorsa della bacchicoltura locale. Viti e Moroni erano spesso, dal punto di vista erano così abbracciati da parer che fossero i gesti e non le viti, dai pampini in un sol verdeggiar con altre foglie e produrre grappoli. Continua con la prossima puntata.
PE-n1462-osterie-Saronno.mm - Discussione: Osterie di Saronno.
Le osterie di Saronno sono strettamente legate alla storica e abbondante produzione vinicola della città, un aspetto del passato che contrasta fortemente con l'immagine attuale di Saronno, oggi rinomata per i biscotti, gli amaretti e l'industria laboriosa, e priva di colline.
La Confidenza Vinicola e le Osterie Numerose
Un tempo, Saronno possedeva rigogliosi vigneti, e il vino scorreva "a fiumi" nelle numerosissime osterie cittadine. Vittorio Pini, attraverso lunghe ricerche d'archivio, ha documentato l'antica vocazione vinicola di Saronno, scoprendo che la città ha avuto una confidenza secolare con filari, pergole, topie, torchi, tini, brente e bigonce, risalente addirittura ai tempi dei Longobardi.
Le testimonianze di questa tradizione vinicola che alimentava le osterie sono antiche:
• Un rogito del 18 giugno 769, conservato nel Codex Diplomaticus Longobardie, documenta un trasferimento di campi, prati, viti e servi a Saronno.
• Quaranta anni dopo (14 marzo 809), un secondo rogito descrive il passaggio di case, viti, orto, aia e vigne.
• Il prevosto Anton Francesco Cozzi parlò dei vigneti che circondavano e abbellivano il borgo, spiegando che vi si trovavano casotti usati per le merende e le uccellande autunnali.
• L'archivio della Chiesa prepositurale di Saronno già nel 773 censiva le vigne di alcune importanti famiglie, e nel 1885 enumerava una decina di vigneti, inclusi quelli dell'albergatore Pitot e del mastro di posta Fedel.
Il Paesaggio e la Cultura del Vino
Nei secoli passati, Saronno presentava un aspetto molto diverso da quello attuale, grazie ai numerosi appezzamenti di terreno tenuti a vite. Ad esempio, la Cassina Ferrara era tutta una vigna fino a Ceriano Laghetto, e nella contrada de Zoppetti (oggi via Cavour), esisteva sin dal 1785 una corte nota come "del Torchio".
Il Flusso del Vino nelle Osterie
L'abbondanza del vino nelle osterie era strettamente legata alla salute delle coltivazioni. Una cronaca ricca di fascino, raccontata dal prevosto Cozzi, descrive l'anno 1857, quando una nevicata straordinaria (alta circa 85 cm) e un freddo siberiano, durato due mesi, uccisero molte viti, ma quelle sopravvissute furono risanate dalla "malattia crittograma" (la polvere cenera) che da anni distruggeva i raccolti. In seguito a questa guarigione dei vigneti, che fece tornare a sorridere i contadini, "Nelle osterie di vino si beveva facile e abbondante".
Il metodo di coltivazione locale rifletteva l'integrazione della viticoltura nella vita cittadina, come ricordato dal detto popolare: "A Saron Imurunga". Ciò significava che i tralci di vite si arrampicavano sui gelsi (Muron), che erano la risorsa principale per la bacchicoltura locale. Le viti e i gelsi erano spesso così intrecciati da sembrare un tutt'uno.
PE-n1463-storia-vinicola.mm - Discussione: Storia vinicola locale. - La storia vinicola locale di Saronno rivela un passato sorprendentemente ricco, in netto contrasto con l'aspetto attuale della città, oggi rinomata per l'industria
La storia vinicola locale di Saronno rivela un passato sorprendentemente ricco, in netto contrasto con l'aspetto attuale della città, oggi rinomata per l'industria, i biscotti e gli amaretti, e priva di colline. Nonostante ciò, Saronno fu un tempo caratterizzata da rigogliosi vigneti, e il vino scorreva in grande quantità nelle numerose osterie cittadine.
Questa antica vocazione vinicola è stata documentata grazie alle lunghe ricerche d'archivio condotte da Vittorio Pini.
Le Origini Storiche
La confidenza di Saronno con la viticoltura, attestata da filari, pergole e topie, insieme a strumenti come torchi, tini, brente e bigonce, affonda le radici addirittura nell'epoca dei Longobardi.
Prove documentali molto antiche includono:
1. Rogito del 769: Un rogito datato 18 giugno 769, conservato nel Codex Diplomaticus Longobardie, testimonia un trasferimento di campi, prati, viti e servi a Saronno da parte di Giovanni a Erminaldo.
2. Rogito dell'809: Quaranta anni dopo, in un secondo rogito del 14 marzo 809, è documentato il passaggio di case, viti, orti, aie, vigne e servi appartenenti ai fratelli Dalchimando e Valderisso (abitanti di Solomno, ovvero Saronno) ai fratelli Sespoldo e Trasemondo.
Estensione e Aspetto del Territorio
Nei secoli passati, i numerosi appezzamenti di terreno coltivati a vite conferivano a Saronno un aspetto molto diverso da quello attuale.
• Il prevosto Anton Francesco Cozzi parlò in seguito dei vigneti che cingevano e abbellivano la fronte del borgo. In queste aree si trovavano anche dei casotti utilizzati per le merende e le uccellande (la caccia agli uccelli) autunnali.
• L'archivio della Chiesa prepositurale di Saronno nel 773 censiva le vigne di casa Brasca Visconti di San Cristoforo e le vignacce di casa Maderna.
• Nel 1885, l'archivio enumerava ancora una decina di vigneti, tra cui quelli dell'albergatore Pitot e del mastro di posta Fedel.
• La Cassina Ferrara era interamente una vigna fino a Ceriano Laghetto.
• Nella contrada de Zoppetti (poi Via Cavour), esisteva sin dal 1785 una corte nota come "del Torchio".
Pratiche Agricole e Tradizione Locale
I vecchi abitanti usavano l'espressione "A Saron Imurunga". Questo modo di dire descriveva la pratica in cui i tralci della vite si arrampicavano sulle piante di Gelso (Muron), che rappresentavano una grande risorsa per la locale bacchicoltura (allevamento del baco da seta). Viti e Moroni (gelsi) erano spesso così strettamente intrecciati da sembrare un'unica entità vegetale, dove i pampini della vite si univano alle altre foglie, producendo grappoli in un solo verdeggiare.
La Guarigione dalla Malattia (1857)
Dalle cronache del passato, il prevosto Cozzi raccontò un evento straordinario che ebbe conseguenze fortunate per i vigneti locali.
• Nel 1857, una straordinaria nevicata cadde negli ultimi due giorni dell'anno. La neve raggiunse l'altezza di 17 once (circa 85 cm) in aperta campagna, causando un freddo "di Siberia" che durò ben due mesi.
• Sebbene molte viti morirono a causa del freddo intenso, quelle che sopravvissero risanarono dalla malattia crittogama.
• Questa malattia, nota anche come "malefica polvere" o cenera per il suo aspetto, aveva infestato i tralci, avvolgendo pampini e raccemi e distruggendo ogni vendemmia per otto anni.
• La grande nevicata e il freddo intenso agirono come una cura per le vigne colpite dalla terribile malattia, permettendo ai contadini di tornare a sorridere e garantendo che, nelle osterie, il vino fosse nuovamente facile e abbondante.
PE-n1464-vigneti-neve.mm - Discussione: Vigneti e neve. - racconto storico riportato dal prevosto Anton Francesco Cozzi, che documentò le straordinarie conseguenze di una grande nevicata sui vigneti locali.
La discussione sui "Vigneti e neve" a Saronno si basa su un affascinante racconto storico riportato dal prevosto Anton Francesco Cozzi, che documentò le straordinarie conseguenze di una grande nevicata sui vigneti locali.
La Nevicata del 1857 e il Freddo Siberiano
Nel 1857, anno descritto come fecondo di cereali, Saronno fu colpita da un evento meteorologico eccezionale negli ultimi due giorni dell'anno. Si registrò una "tanta copia di neve" che, in aperta campagna, raggiunse l'altezza di 17 once, equivalenti a circa 85 cm.
Questa massiccia nevicata innescò un freddo estremo, descritto come un "freddo di Siberia", la cui intensità e durata non erano ricordate nella memoria degli anziani. Questo freddo intenso durò per ben due mesi.
Effetti Drammatici e Conoscenze Fortunate sui Vigneti
L'impatto immediato del gelo fu devastante: molte viti morirono.
Tuttavia, l'intenso freddo e la grande nevicata ebbero una conseguenza inaspettatamente positiva per i vigneti sopravvissuti: risanarono dalla malattia crittogama.
Questa malattia, che aveva afflitto i vigneti per otto anni ("da 8 anni"), era descritta come una "malefica polvere" o "cenera" che attaccava i tralci, avvolgeva i pampini e i raccemi, e aveva distrutto ogni vendemmia. In sostanza, la nevicata e l'intenso freddo guarirono le vigne sorprese dalla terribile malattia, portando i contadini a "tornare a sorridere".
Questa cronaca, che emerge dal passato di Saronno, evidenzia come i numerosi appezzamenti di terreno tenuti a vite conferissero alla città un aspetto molto diverso da quello attuale, prima che Saronno diventasse nota per l'industria e i prodotti dolciari.
PE-n1465-documenti-longobardi.mm - Discussione: Documenti antichi Longobardi. - I documenti antichi che risalgono all'epoca dei Longobardi rappresentano una prova fondamentale della secolare vocazione vinicola di Saronno.
I documenti antichi che risalgono all'epoca dei Longobardi rappresentano una prova fondamentale della secolare vocazione vinicola di Saronno.
Le ricerche d'archivio condotte da Vittorio Pini hanno permesso di documentare che la città ebbe una confidenza storica con filari, pergole, topie, torchi, tini, brente e bigonce sin dai tempi dei Longobardi.
Rogito del 18 giugno 769
Il primo documento specifico che testimonia questa antichissima tradizione è:
• Un rogito datato 18 giugno 769, che è conservato all'interno del Codex Diplomaticus Longobardie.
• Questo atto documenta il trasferimento di beni a Saronno (chiamata Saronne nel testo).
• I beni oggetto del trasferimento includevano campi, prati, viti e servi.
• Il passaggio avvenne da un certo Giovanni a un altro individuo, Erminaldo.
Questo rogito è cruciale perché attesta in modo diretto la presenza di vigneti a Saronno già nell'VIII secolo.
Rogito del 14 marzo 809
Quaranta anni dopo, un secondo rogito, sebbene successivo alla caduta del regno longobardo, continua a documentare la tradizione viticola locale in un contesto post-longobardo che ne eredita le strutture:
• Il documento è datato 14 marzo 809.
• In esso viene messo nero su bianco il passaggio di proprietà e l'impegno di case, viti, orto, aia, vigne e servi.
• I venditori erano i fratelli Dalchimando e Valderisso, figli di Rifrido e abitanti di Solomno (ossia Saronno).
• I beni furono ceduti ai fratelli Sespoldo e Trasemondo.
Questi antichi atti notarili dimostrano che la coltivazione della vite a Saronno non era un fenomeno tardivo, ma una pratica integrata nella vita e nell'economia del borgo sin dal periodo longobardo.
A ulteriore conferma dell'antichità dei vigneti, l'archivio della Chiesa prepositurale di Saronno censisce le vigne di alcune importanti famiglie, come casa Brasca Visconti di San Cristoforo e le vignacce di casa Maderna, già nell'anno 773.
PE-n1466-coltivazione-gelsi.mm - Discussione: Coltivazione viti gelsi. - La coltivazione delle viti a Saronno era strettamente legata a una specifica pratica locale che integrava la viticoltura con la risorsa economica fondamentale del territorio
La coltivazione delle viti a Saronno era strettamente legata a una specifica pratica locale che integrava la viticoltura con la risorsa economica fondamentale del territorio: la bacchicoltura (l'allevamento dei bachi da seta). - La coltivazione delle viti a Saronno era strettamente legata a una specifica pratica locale che integrava la viticoltura con la risorsa economica fondamentale del territorio: la bacchicoltura (l'allevamento dei bachi da seta).
Questa antica usanza è efficacemente riassunta nel detto popolare locale: "A Saron Imurunga".
Il significato di tale espressione descrive il metodo di coltivazione: i tralci di vite (tracci di vite) venivano fatti arrampicare sulle piante di Gelso (Muron in dialetto locale).
Punti chiave di questa tecnica:
• Sostegno e Integrazione: I gelsi (i Muron) erano considerati la grande risorsa della bacchicoltura locale. Utilizzando i gelsi come sostegno per le viti, si massimizzava l'uso del terreno e si combinavano le due coltivazioni principali del borgo.
• L'Aspetto Visivo: Le Viti e i Moroni (gelsi) erano spesso talmente abbracciati che, dal punto di vista visivo, si poteva credere che fossero i gelsi stessi e non le viti a produrre i grappoli.
• Verdeggiare Insieme: La forte integrazione tra le due piante faceva sì che i pampini della vite e le foglie del gelso producessero un'unica chioma, in "un sol verdeggiar con altre foglie".
Questa pratica evidenzia come la cultura vinicola, attestata sin dai tempi dei Longobardi con viti, pergole e topie, fosse profondamente radicata nel tessuto agricolo e sociale di Saronno.
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La registrazione audio tratta estesamente della storia e della cultura delle osterie a Saronno, notando che fino agli anni '40 del secolo scorso la città era piena di questi locali popolari, spesso a causa della vicinanza al mercato e della conseguente necessità di ospitare mercanti forestieri. Si esplorano anche le ragioni della scomparsa delle vigne nella campagna di Saronno, attribuita allo sviluppo edilizio, alle malattie delle piante e ai furti. Infine, l'audio cita una guida umoristica dialettale del 1881 che descrive in modo arguto il viaggio in tramvai da Milano verso Varese, documentando la presenza di abbondanti vigneti e la qualità del vino in diverse località lungo il percorso. La fonte, proveniente dal sito www.reijio.it, collega la storia delle tradizioni vinicole e dei luoghi di ristoro nella regione.
Bentrovati. Oggi facciamo un viaggio, beh, un viaggio particolare nel tempo e nello spazio. Ma restando qui in Lombardia andremo a esplorare l'area di Saronno e, diciamo, la direttrice verso Varese per riscoprire due cose che una volta definivano la vita quotidiana e che oggi beh, sono quasi sparite. Parlo delle osterie popolari e delle vigne locali.
Esatto. Un mondo quasi perduto.
E per questa esplorazione usiamo delle fonti direi affascinanti. Da un lato abbiamo dei risoconti storici che ci raccontano di Saronno e delle sue tantissime osterie.
Li abbiamo trovati su regio.
E dall'altro lato una cosa un po' diversa. Una guida turistica dell'800.
Ah,
sì, ma non una guida normale, una guida umoristica che racconta un viaggio in tram da Milano verso Tradate.
Interessante questa combinazione,
eh? Sì. E l'obiettivo qual è? Non solo vedere com'era il passato, ma capire un po' le dinamiche sociali, no? Quelle legate al vino, alle osterie, vedere come è cambiato il paesaggio agricolo e chiederci alla fine cosa ci dice tutto questo sul nostro presente, sulla velocità con cui cambiano le cose.
È proprio questo il punto, secondo me. Spesso ci concentriamo sui grandi eventi, ma sono queste microstorie, questi dettagli, lo steriallancolo, i filari di vite che ci danno una prospettiva unica sui cambiamenti sociali, economici. È anche una fonte come una guida umoristica che può sembrare leggera, in realtà diventa preziosa. Ci fa capire come la gente viveva, come vedeva il proprio mondo.
Perfetto. Allora, partiamo da Saronno, dalle osterie. Una delle fonti ci dà un'immagine, beh, sorprendente. Fino agli anni 40 del 9 Saronno era letteralmente, dice, costellata di osterie.
Sì, ne ho letto anch'io.
Si parla di almeno 40 locali, 40 solo nel centro storico che non era grand all'epoca.
Ah, no.
E allora vien da chiedersi, ma come mai così tante?
Beh, la spiegazione principale che emerge dalle fonti è legata a un fattore economico molto pratico. C'era il mercato trisettimanale, un evento importantissimo che richiamava a Saronno un sacco di gente, mercanti forestieri li chiamano, gente da fuori, insomma, che aveva bisogno di mangiare, bere qualcosa e spesso anche di un posto per dormire per sé e magari per i cavalli. Quindi, ecco che fioriscono locande, stallazze Possiamo immaginarci il via e che tipo di locali erano. La descrizione è molto colorita. C'erano quelle nel centro, nel cuore della città, altre sulla statale Varesina che era già una strada importante.
Certo.
Molte avevano la pergola, no? Per l'ombra fondamentale per chi viaggiava, per i vetturini, mh
mh per ripararsi dal sole.
Alcune erano solo di passaggio, altre più nascoste ai margini del paese. E poi le insegne, i segni notone, come li chiamano. magari un disegno, un oggetto e quasi sempre il campo da bocce. Immancabile. Erano davvero, come dice la fonte, locali per il popolo.
Esattamente. Erano i centri della vita sociale popolare, luoghi dove ci si trovava. Sì, per bere, ma non solo, per chiacchierare, giocare a carte, sfogarsi un po' dopo il lavoro, il famoso alzare il gomito, insomma. Però questa frequentazione così assidua pare abbia contribuito anche a una certa fama, diciamo, non proprio Lusinghiera, la fonte parla della cattiva fama dei sarunat.
Addirittura c'è un aneddoto che mi ha colpita. Pare che San Carlo Borromeo in visita a Saronno nel 1583, parliamo del 500, eh
ah sì. Mh
mh. Abbia sentito il bisogno di predicare contro il turpe vizio dell'ubriachezza. Evidentemente era già un tema caldo.
Segno che il problema o comunque l'abitudine era ben radicato
e i nomi di queste osterie sono bellissimi. Osteria delle due spade, la frascata, il leoncino, la Busotta, la corona, la fontana, sembrano usciti da un romanzo,
veramente suggestivi. E cosa si beveva lì dentro, diciamo, nella seconda metà dell'800? Le fonti dicono un po' di tutto. Il vino ovviamente era re, ma è interessante notare che non era per forza vino locale, anzi, arrivava vino dal Piemonte, dalla Puglia, addirittura dalla Sicilia, segno che c'era già un commercio.
Un bel giro già. Allora,
esatto. Ma non solo vino, c'era anche un prodotto simbolo di Saronno, l'amaretto. Lo chiamano liquore saronese di mandorle amare e lo legano a quella che la fonte definisce l'antica drogheria vago. Chiaramente un riferimento a Lazzaroni, no? La storica azienda.
Ecco, a proposito di vino locale, qui emerge una cosa strana, quasi un paradosso. Abbiamo detto Saronno piena di osterie, vino che scorreva a fiumi, però la fonte è chiara. Il vino fatto proprio lì, nelle vigne di Saronno. Beh, Quello non era per il popolino. Sembra una contraddizione, no?
Eh, sì, a prima vista sì, ma è una contraddizione che ci dice tanto sulla società di allora. Quel vino era il vino dei posidenti, cioè delle famiglie ricche, dei proprietari terrieri. La classe agiata. Difficilmente lo trovavi nelle osterie popolari. Ero considerato migliore, forse più curato, destinato alle tavole buone. Era uno status symbol, potremmo dire.
Incredibile.
Anche un bicchiere di vino poteva segnare una differenza sociale netta, persino in un paese.
Impressionante come un semplice bicchiere racconti così tanto. Peccato che però di tutte quelle osterie e anche delle vigne locali oggi sia rimasto ben poco. Le fonti sono piuttosto dirette. Osterie e vigne oggi sono scomparse e la causa principale per entrambe sembra essere la stessa. Lo sviluppo edilizio.
Ah, il cemento.
L'espansione delle città, case, strade e fabbriche hanno mangiato via i campi e cambiato proprio il modo di nei paesi,
vero, lo sviluppo edilizio è stato un fattore chiave, non c'è dubbio, ma per le vigne la storia è beh, un po' più articolata. Non è stato solo il cemento. Le fonti, specialmente attraverso la testimonianza di un certo Vittorio Fini, ci raccontano una serie di cause concatenate ed è una storia emblematica, secondo me.
Ah, quindi non solo le case costruite sui campi. Cosa c'è stato d'altro?
No, no, è stata, diciamo, una specie di tempesta perfetta. Prima è arrivata la malattia, la fillossera. La fonte la chiama Crittogama. Era un parassita terribile che ha distrutto vigne in tutta Europa. C'è stato un tentativo di ripresa, eh, si innestavano le viti locali su radici di vite americana che resisteva, ma è stato un recupero così limitato, magari qualche filare steso da gelso a gelso, come si usava una volta, non più vigneti estesi.
Capisco. E dopo la malattia
poi è subentrato un conflitto con l'agricoltura che cambiava, ci si è resi conto che i filari tradizionali, messi magari in mezzo ai campi, davano fastidio. Disturbavano il girodalogo ai cavalli, dice la fonte, cioè rendevano difficile arare prima con gli animali, poi con i trattori, erano un ostacolo all'efficienza e quindi molti contadini hanno iniziato a toglierli semplicemente per lavorare meglio la terra per altre colture.
È quasi un simbolo il progresso tecnico che cancella un pezzo di paesaggio. In un certo senso, sì, ma non basta. Si è aggiunta un'altra piaga, questa volta sociale, e forse la più demoralizzante, i furti d'uva. Le fonti li descrivono come ripetuti, inarrestabili, devastanti. Pensa la scena, l'uva è quasi matura, pronta e di notte ti rubano tutto.
Ma davvero?
Sì, bastava poco, dice la fonte, per rubare una sgrassa duga, un bel grappolo. C'è anche il lamento dei vecchi contadini in in dialetto. Noda fan più 6 anni che tu scorsei scotevano il capo, che significa più o meno sono più le annate in cui ce la rubano che quelle in cui la raccogliamo e scuotevano la testa rassegnati.
Ma è terribile
furti così frequenti da spingere la gente a smettere? Sembra proprio di sì. Metti insieme tutto, la malattia, l'intralcio ai lavori agricoli, i furti continui e aggiungi un ultimo fattore, quello economico. Con i trasporti che miglioravano diventava sempre più facile e conveniente comprare vino buono da altre regioni, magari più specializzate. A quel punto, per il piccolo contadino locale, coltivare l'uva era faticoso, rendeva poco e in più c'era la frustrazione dei furti. Questa miscela, dicono le fonti, è stata la causa definitiva, fine della storia per la viticoltura locale.
Davvero una fine malinconica per le vigne, ma proviamo a fare un salto indietro nel tempo. Com'era quel paesaggio prima, visto magari con gli occhi di chi ci viaggiava in mezzo? E qui cambiamo prospettiva, saliamo su un tram, un tram dell'800.
Ah, la guida.
Esatto. La guida ballografo umoristica del 1881, un libricino stranissimo pubblicato dalla tipografia Lombardi. Non era una guida seria, eh, era il racconto ironico di un viaggio in tramvai, come lo chiamavano, da Milano a Saronno, Mozzate e Fino a Tradate. L'autore anonimo guardava fuori dal finestrino e commentava tutto. Facce, case, campagne, paesi con uno stile acuto, pieno di battute, spesso in dialetto varesotto Il vernacolo Bosino. La fonte dice che è poesia popolare lombarda, godibilissima e credo abbia ragione.
E al di là dell'umorismo, che la rende piacevole anche oggi, questa guida è un documento pazzesco. È una fotografia del 1881, ci conferma che c'erano vigneti ovunque in quelle campagne tra Milano e Varese. Ci restituisce un paesaggio segnato dalla vite che oggi, beh, facciamo fatica persino a immaginare percorrendo quelle stesse strade.
Assolutamente. Senti Per esempio, come descrive abbiate Guazzone, un paese distesa tra ronchi e vallette, cioè adagiato tra colline e piccole valli. L'autore nota subito le vigne. Basta, basta, andà a ved'è i videtti in un ransul sulla saggia. Quasi un invito a scendere e andare ad assaggiare.
Bello.
E loda i vini locali e scufia i bonvin de rock di run, di Albin, di quei di Baragon. Un elenco orgoglioso. dei vini di quelle colline.
Fantastico, come il dialetto renda tutto più vivo.
E poi continua, osserva la pianura coltivata a furmente, furmenton, grano e mais, nota i terrazzamenti, poi guarda le montagne in una giornata limpida e si vedono il resegone, il monte generoso, il bisbino,
le nostre montagne.
Esatto. E qui c'è una cosa buffa. Immagina che queste montagne siano quasi intimidite dal tram, dal simbolo del Modernità il parivarde stende la man salut e av tramvai come se le montagne salutassero il tram con un po' di timore. Fa sorridere.
Fa sorridere ma è significativo. Mostra come il tram fosse visto come qualcosa di nuovo, potente che si inseriva in un mondo ancora molto rurale, dominato dalla vite. È proprio l'incontro tra vecchio e nuovo.
Il viaggio va avanti e la guida continua a regalare perle a carbonate, per dire, cita Le vigne di casa Viscontina, segno che al Alcune tenute erano famose. Passando da Late Varesino, l'autore si entusiasma per il vino. Parla dei ronchi di qui bumassi in bianca, capaci di far vivere un morto. A
ah un'ottima recensione.
La scudella è un po' oscuro, ma sembra voler dire che lì era più facile trovare vino buono da bere nel bicchiere. L'indica forse indeca nel calice che vino sfuso da osteria da bere nella scodella.
Ah, quindi suggerisce una qualità superiore, una certa reputazione. Pare di Sì. E alla fine tre date. Famosa per Luca buona e bella dice, e per il suo vino bianco descritto in modo efficace, famoso per il vin bianco che quando beve sedre semai alle ass.
Cioè,
cioè un vino così buono che quando ti siedi a berlo non ti alzeresti più.
Meraviglioso. Quello che trovo incredibile in questa guida è proprio come con leggerezza, con l'umorismo, con il dialetto ci dia un quadro così così capillare dell'importanza della vite in quel territorio. Non era solo paesaggio. Era economia, era vita sociale, era identità dei paesi, ognuno col suo vino, la sua fama e il confronto con l'oggi è beh è forte. Quel mondo lì, descritto meno di 150 anni fa, fatto di ronchi, videti, vini miracolosi, è sparito, travolto dalle dinamiche di cui parlavamo prima.
Allora, cosa ci portiamo a casa da questo viaggio tra osterie e vigne perdute? Abbiamo visto la vitalità delle osterie di Saronno, veri centri della vita popolare. Mh.
Abbiamo seguito il declino delle vigne, una storia complessa fatta di malattie, progresso, furti, mercato,
giusto?
E abbiamo intravisto, grazie a quella guida un po' matta, un paesaggio lombardo che non c'è più, visto da un tram dell'800.
Sì. E se colleghiamo i pezzi, quello che emerge con forza è la rapidità, a volte la brutalità, con cui paesaggi, economie e tradizioni possono essere cancellati. Lo sviluppo, la tecnologia, il commercio sono forze enormi. Queste fonti però sono preziose, sono come finestre aperte su quei mondi scomparsi. Ci fanno sentire le voci, immaginare i luoghi, capire le vite di chi c'era prima. Ci restituiscono una memoria che altrimenti silenzio.
E questo ci porta all'ultima riflessione. Chissà, chissà quale cose della nostra vita di oggi, quali luoghi che magari attraversiamo senza farci caso, quali abitudini che ci sembrano eterne, un giorno sembreranno lontane, strane, affascinanti, come ci sembrano Oggi le oosteria con la pergola e le bocce o i filari di vite tra i campi di mais. Quali storie si stanno perdendo proprio adesso, mentre noi parliamo sotto la spinta di cambiamenti che forse nemmeno vediamo bene.