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PE-1400-6
 
PE-.n1433-vita-Garibaldi.mm - vita di Giuseppe Garibaldi sull'isola di Caprera, focalizzandosi sulle sue abitudini quotidiane e sull'insolito rapporto con un giovane di nome Luca Spano,
 
PE-.n1434-vira-Garibaldi.mm - È un episodio della vita di Garibaldi. La scena è a Caprera.
 
PE-.n1435-vita-Caprera.mm - Discussione: Vita a Caprera. - La vita di Garibaldi a Caprera è descritta dettagliatamente, evidenziando le sue abitudini, l'ambiente domestico e il suo ruolo di "re dell'isola".
 
PE-.n1436-garibaldi-quotidiano.mm - Discussione: Garibaldi quotidiano. - Il quotidiano di Giuseppe Garibaldi, descritto nel contesto della sua vita a Caprera, in particolare intorno al 1865,
 
PE-.n1437-eroe-cretino.mm  - Discussione: L'eroe cretino - .L'episodio intitolato "L'eroe cretino" fa parte della serie dei racconti di Garibaldi, diffusi
 
PE-.n1438-Luca-Spano.mm - Discussioe Luca Spano. - Luca Spano è un personaggio centrale negli aneddoti riguardanti la vita di Garibaldi a Caprera, noto per essere stato un giovane ospite del generale e per la sua sorte in battaglia.
 
PE-.n1439-esercito-guerra.mm - Discussione: Esercito e guerra. - Il tema dell'Esercito e della Guerra emerge nelle fonti principalmente attraverso la narrazione della Campagna del 1866 e il coinvolgimento del giovane Luca Spano, che da semplice ospite di Caprera divenne soldato garibaldino
 
PE-n1442-Garibaldi-Caprera.mm - Garibaldi a Caprera - testo
 
PE-n1443-Garibaldi-Caprera.mm - Garibaldi a Caprera - Un dialogo
 
 
PE-.n1433-vita-Garibaldi.mm - vita di Giuseppe Garibaldi sull'isola di Caprera, focalizzandosi sulle sue abitudini quotidiane e sull'insolito rapporto con un giovane di nome Luca Spano,
 
Questo testo narra un episodio della vita di Giuseppe Garibaldi sull'isola di Caprera, focalizzandosi sulle sue abitudini quotidiane e sull'insolito rapporto con un giovane di nome Luca Spano, soprannominato "il cretino." L'episodio descrive la routine austera di Garibaldi a Caprera, che viveva in una casa modesta e si dedicava alla lettura, alla caccia, e ai lavori nell'orto, insistendo su un'atmosfera informale, persino a tavola. Il cuore del racconto, tuttavia, è il profondo desiderio di Garibaldi di istruire Luca, un giovane orfano bisognoso e mentalmente lento che aveva accolto in casa e vestito con la sua gloriosa divisa militare, dedicandogli ogni giorno una tormentata lezione di un'ora, specialmente di aritmetica. Il destino di Luca si compie durante la guerra del 1866, quando decide di seguire Garibaldi sul campo di battaglia, esprimendo il desiderio di morire per liberarsi dai numeri; il racconto si conclude con il ritrovamento del suo corpo e la successiva decisione di Garibaldi di assegnargli la medaglia al valor militare, a testimonianza di un coraggio inaspettato e del valore intrinseco di ogni anima. - QGLE187-Garibaldi-cretino.mp3
 
 
 
 
PE-.n1434-vira-Garibaldi.mm - È un episodio della vita di Garibaldi. La scena è a Caprera.
 
Garibaldi. Questo è L'eroe cretino. È un episodio della vita di Garibaldi. La scena è a Caprera. Caprera, l'isola che era abbandonata dalle capre selvatiche e che nessuno, 30 anni fa, 1850, avrebbe mai immaginato che fosse destinata a divenirci Gebaldi, avendo ereditato da suo fratello qualche cosetta, comperò per pochissimi quadrini una parte dell'isola nel 1852 e si ritirò lassù. Abitava sotto una tenda con la sua famigliola. La tenda poi si montò in baracca e finì per diventare una casetta quella oggi. Nel 1865, anno nel quale accade ciò che sto per narrare, La casa in muratura era già fatta e Garibaldi, non ancora malato, era com'è il re dell'isola. Stavamo là, lui Menotti, Ricciotti, Achille, Fazzari, Pastoris, poi morto a Gigion, Giovanni Basso, Giovanni Fruscianti e una Conta di Notta, la Fiorina. Garibaldi andava in letto poco dopo l'Ave Maria, verso le 3 ore dopo la mezzanotte e si desta e si metteva a leggere. Nessuno entrava in camera sua affinché egli non chiamasse prima che gli altri in casa si destassero. Appena fatto giorno, egli soleva andare a darda mangiare le occhie e le occhie lo conoscevano da lontano e in vederlo cominciavano a schiamazzare e verso le ore 8:00 chiacchierava un po' e poi se ne andava su per i monti col fucile in spalla. Qualche volta tornava con una caccia qualche altra volta senza nulla. A mezzogiorno il desinare era in tavola. Tavola senza tovaglia sulla quale i giornali servivano sovemente da tovaglioli. Il generale aveva ordinato che si cominciasse a mangiare ancorché mancasse lui. Se lo si aspettava e gli si metteva di cattivo umore. Era tutto contento quando vedeva che mancando lui gli altri avevan cominciato a designare. Il Il desinare si compeneva di una minestra, di un piatto di carne e non sempre qualche frutto. Il generale è un gran maniatore di frutta, specialmente di fichi. Ma quando, per esempio, era una sola pera bella o una sola bella pesca che egli naturalmente era il primo a servirsi, la lasciava nel piatto e poiché gli altri facevano lo stesso, la pera o la pesca rimanevano per il giorno appresso. A tavola Garibaldi chiacchierava più facilmente. Non beveva vino e non beveva un bicchierino. Chiacchierava sempre facilmente e provocato dai suoi ospiti, raccontava episodi dell'avventurosa e della leggendaria sua vita. Era parlatore piacevolissimo e facile narratore. Finito il desinare, Garibaldi spezzava in due un siglo toscano e ne fumava mezzo davanti la porta da casa, poi andava a potare qualche pianta o scendeva nel suo piccolo orto e ingannava così il tempo finché veniva sera. Andava, leggeva, chiamava, tornava, chiacchierava, fumava. Era tutto al tempo passato. Oggi egli non si muove più. Sul lettuce ruote si fa trascinare or qua or là, parla meno. Non sempre può fare ciò che vuole. Non possiede più la mensa, ha dovuto abbandonare quasi tutte le sue abitudini più care. Non gli resta che il pensare, il sorridere ai figlioli e a contemplare il mare, il mare, cioè lo sconfinato, però che antica e immortale è la nostalgia della grandezza di quell'anima. Ma torniamo al passato. Quei giovanotti che erano col generale non potevano naturalmente fare la stessa vita. Allora non bastava correre per i monti o cacciare le capre. Essi, quando il generale non ordinava loro di rimanere nell'isola, pigliavano la barca e correvano alla Maddalena. E di barche venerano due, un cutter e una specie di sandoletto, basso basso, atto più andare sui laghi che sul mare, fatto anzi per potersi portare in spalla da un luogo a un altro. Quel medesimo canotto che chiamavamo beccaccino, su quale generale, eludendo la vigilanza della squadra italiana, sparì il 1867 da Caprera e piombò sul continente. Un giorno uno di quei giovanotti che chiamavano il falco, poiché addocchiava la preda, le piombava su rapidissimo e la germiva. Uno di quei giovanotti, dunque allora dal desinare mancava. Finì il desinare ed egli non tornava ancora. Il generale aveva finito di fumare su mezzo siglo toscano e l'amico era ancora la via. "Ma dove sarà andato?" diceva il generale. "Certo la Maddalena ed ha avuto paura del cattivo tempo o è rimasto lì?" Il giovane, infatti era andato su quel piccolo burchiello alla Maddalina dove l'aspettava una bella fanciulla. Una querugiola uggiosissima gli fiacca a temere di trovarla nel campicello dove dov'ella gli aveva dato la posta e andava lì per rimanere tranquillo nella coscienza d'amante, ma senza speranza alcuna di vederla. Ma la fanciulla lo amava davvero ed era lì ad aspettarlo. Povera bimba, tutta fragice della pioggia. Due parole, amor mio, perché i miei mi cercheranno. Grazie, grazie, grazie di essere venuto con questo tempgo. Come sei venuto con guscio di noce? Eh, non potevo altrimenti. E come torni con quello? Eh, non posso, altrimenti. Oddio, si diedero un bacio e si divisero. Il giovane era così felice d'averla potuta vedere, d'averle potuto dare un bacio, che non pensò al pericolo e si rimise male su quel guscio di noce. Si era appena allontanato un tiro di fucile dalla Maddalena che si mise un vento così furioso che le onde pare volessero ingoiare la barchetta. Il giovane un po' remava, un po' inzuppava il fazzoletto nell'acqua che che era entrata dentro e lo strizzava fuori. Qualche momento si vide perduto, la corrente era forte ed egli non giungeva a vincerla. Finalmente fu gettato su uno scoglio dell'isola di Caprera, dalla parte opposta e da quella della riva abitata dal generale. che fare? Avventurarsi ancora in mare, ma gli pareva folia. Lasciò il canotto, ineppicandosi per eh ferte balze, andò a piedi verso la casa dove giunsero una mezz'ora prima della sera. "Dove siete stato" "Ala Maddalena?" chiese il generale. "Beh, sì, signore. E ho fatto tardi per vento. E il canotto dove l'avete messo il canotto? e gli raccontò dove l'aveva lasciato. Ah, l'avete ammazzonato lì. Bravo, chiamate la fiorina. E venne la Fiorina, la contedina che serviva lì in casa. Fiorina disse il generale, andate a prendere il canotto che questo signore abbandonato. Andateci per mare. Il mare è grosso, ma voi non avete paura. E se non volete rischiarvi sola, conducete con con voi Luca. Ecco quali erano le punizioni che dava il generale. Scudisciate morali terribili e indimenticabili, serenamente inflitte. Luca, ma chi era Luca? Luca Spano. Ma chi era Luca Spano? Un cretino. Un giorno Menotti e Achille Fazzari alla Maddalina videro un infelice giovanotto diciottenne orfano quasi nudo, affamato, brutto, tremante per freddo e ner ebbero compassione. Lo condussero a Caprera, dove il generale gli fece accendere un bel fuoco, gli diede da mangiare e gli offrì di rimanere in casa. Luca fu lietsimo dell'offerta. Egli dunque restò lì, lavava i piatti, guardava le occhie e le capre. Con le capre era amicissimo. Esse gli stavano sempre intorno, gli lecavano le mani e d'inverno se lo lo stringevano in mezzo come per riscaldarlo e si intendevano fra loro così bene che parevano animali della stessa famiglia. Ma come ho detto Luca era andato a Caprera, quasi nudo e freddo e il freddo era intenso, bisognava vestirlo. Il generale non aveva che un solo paio di pantaloni e un solo punto. E i suoi figlioli erano ospiti e non erano più ricchi di lui. Eh, come fa? Garibaldi conserva, ricordo della gloriosa campagna del 1859, i suoi abiti militari e non avendone altri per coprire, Luca gli diede quelli non perché li spregiasse, ma per la grande bontà d'animo, perché vestire un nudo, pensava valeva meglio che conservare una tunica gloriosa. E Luca lavava i piatti e guardava le capre, avendo i pantaloni con la fascia d'argento e la tunica del generale dell'esercito italiano. Luca, come ho detto, era un cretino, non già cretino nel senso scientifico della parola, ma nel senso nostro. Era duro, ottuso, scemo, ma il generale si era fitto in capo di istruirlo e diceva che a furia di costanza, a furia di pazienza, l'impossibile diventava possibile. Alle ore 11:00 del mattino Luca doveva entrare nella camera di Garibaldi. Il generale gli faceva la lezione che durava un'ora. Non un giorno fu interrotta quella lezione. Non un giorno Luca la potè evitare. Era per lui un tormento, un suprizio, una tortura. Ma quando veniva l'ora, Luca diventava di cattivo umore. Diceva Dio alle capre e le baciava come se andasse la ghigliottina. Carezzava le occhie e saviava. Tremante verso la camera del generale. Gebaldi consacrava la prima mezz'ora ad insegnargli a leggere e a scrivere. L'altra metà insegnargli l'artimmetica. Ma l'aritmetica o l'aritmetica era proprio la disperazione di Luca. Eppure diceva Garibaldi, io farò di te un matematico generale rispondeva Melanconicamente Luca. Se voi non vi aprite la testa e non ci mettete dentro il libro. Io questa affare dei numeri non lo capirò mai. E venne la guerra del 1866. Il generale stava per salire sul cutter quando vide Luca che piangeva. Perché piangi, Luca? Perché voglio venire anch'io. Ebbene, vieni, ma attenzione, si va forse a morire. Tanto meglio generale in paradiso non si i numeri e il generale rise e lo fece salire a bordo e Luca fu soldato. Terribile montagne quelle del Tirolo. Un battaglione con due cannoni in una di quelle gole manda indietro un esercito e Garribaldi sanzava fra quelle gole. Ben nel giorno di Monte Suello, a sera, dopo la sanguinosa battaglia si faceva la chiama. Luca Spano che Ato non risposi. Il giorno appresso percorrendo il campo di battaglia Menotti e Achille videro un garibaldino e un tirolese che si erano passati da parte parte l'un l'altro con la baionetta e che giacevano colà morti quasi abbracciati. Il garibaldino era Luca Luca Spano. Il suo cadavere sorrideva col solito sorriso debite e aveva sul volto quando usciva dalla camera del generale libero dal peso della lezione che aveva già fatta. Luca si era liberato dalla matematica. Quando Menotti dipinse al generale come avesse riveduto Luca sul campo di battaglia, il generale declinò il capo e per un pezzo non parlò. Così Napoleone quando vide morto dei sei amarenco Quando il governo del re Chiesa Garibaldi l'elenco delle onoreficienze da dare al corpo dell'esercito del Tirolo e i capi di reggimento sottopose le loro proposte all'approvazione generali. Questo, dopo aver letto l'elenco dei proposti del primo reggimento per la medaglia a valor militare, prese la penna e aggiunse, senza pronunciare parola, un solo nome, Luca Spano. Ad una servetta sorella del morto, fu mandata questa medaglia ed ella la conserva ancora e ancora si domanda se fu davvero suo fratello quel Luca Spano che morì combattendo con esemplare valore nelle gole del tirolo. www.redigio.it e la storia continua. ?
 
 
PE-.n1435-vita-Caprera.mm - Discussione: Vita a Caprera. - La vita di Garibaldi a Caprera è descritta dettagliatamente, evidenziando le sue abitudini, l'ambiente domestico e il suo ruolo di "re dell'isola".
 
La vita di Garibaldi a Caprera è descritta dettagliatamente, evidenziando le sue abitudini, l'ambiente domestico e il suo ruolo di "re dell'isola".
 
L'Insediamento a Caprera
 
L'isola di Caprera, un tempo abbandonata persino dalle capre selvatiche, divenne la dimora di Garibaldi dopo che questi, avendo ereditato alcune risorse dal fratello, ne acquistò una parte nel 1852 per pochissimi soldi. Inizialmente, Garibaldi abitava sotto una tenda con la sua famiglia, che in seguito fu trasformata in una baracca e infine in una casetta, che al giorno d'oggi è una casa in muratura. Nel 1865, anno in cui si svolge l'episodio narrato, la casa in muratura era già stata edificata, e Garibaldi, ancora in salute, era considerato il sovrano dell'isola.
 
Gli Abitanti e le Abitudini Quotidiane
 
A Caprera, Garibaldi viveva con diversi giovani, tra cui i suoi figli Menotti e Ricciotti, Achille, Fazzari, Pastoris, Giovanni Basso, Giovanni Fruscianti e la contadina che serviva in casa, la Fiorina.
 
Le sue abitudini erano rigorose e ben definite:
 
1. Notte e Mattina: Andava a letto poco dopo l'Ave Maria e si destava circa tre ore dopo la mezzanotte per leggere. Nessuno era autorizzato a entrare nella sua stanza prima che egli chiamasse, o prima che gli altri si svegliassero.
2. Lavoro e Natura: Appena faceva giorno, Garibaldi dava da mangiare alle oche, che lo riconoscevano da lontano e iniziavano a schiamazzare al suo arrivo. Verso le ore 8:00 chiacchierava un po' e poi si recava sui monti con il fucile in spalla per cacciare, tornando talvolta con la preda, talvolta a mani vuote.
 
I Pasti e la Vita Sociale
 
Il pranzo (desinare) era servito a mezzogiorno su una tavola priva di tovaglia; i giornali erano spesso usati come tovaglioli. Garibaldi aveva stabilito che si dovesse iniziare a mangiare anche in sua assenza, poiché aspettarlo lo metteva di cattivo umore. Era invece contento se, mancando lui, gli altri avessero già cominciato a desinare. Il pasto era semplice: consisteva in una minestra, un piatto di carne e non sempre qualche frutto. Garibaldi era un grande consumatore di frutta, specialmente di fichi.
A tavola, chiacchierava volentieri e, stimolato dai suoi ospiti, raccontava episodi della sua vita leggendaria e avventurosa. Era un narratore piacevole e facile. È notevole l'episodio riguardante la frutta: se c'era una sola pera o una sola pesca particolarmente bella, Garibaldi, che era il primo a servirsi, la lasciava nel piatto. Poiché gli altri facevano lo stesso, il frutto rimaneva per il giorno successivo. Non beveva vino né liquori.
Dopo pranzo, fumava metà di un sigaro toscano spezzato in due davanti alla porta di casa. Passava poi il tempo finché non veniva sera potando qualche pianta o lavorando nel suo piccolo orto.
 
I Giovani e le Punizioni Morali
 
I giovani ospiti non potevano mantenere le stesse abitudini del Generale e, quando non erano obbligati a rimanere sull'isola, prendevano la barca e andavano alla Maddalena. Vi erano due barche a disposizione: un cutter e un sandolino/canotto basso, chiamato beccaccino, adatto più ai laghi che al mare e progettato per essere trasportato in spalla. Questo stesso canotto fu usato da Garibaldi per eludere la sorveglianza della squadra italiana e fuggire da Caprera nel 1867 per raggiungere il continente.
Garibaldi infliggeva "scudisciate morali terribili e indimenticabili" attraverso punizioni serene. Un esempio è l'episodio del giovane chiamato "il falco" che, rientrando in ritardo dalla Maddalena a causa del maltempo e avendo abbandonato il canotto beccaccino su uno scoglio, fu punito con l'ordine dato alla Fiorina di recuperare la barca via mare, facendosi accompagnare da Luca Spano.
 
L'Impegno nell'Istruzione (Luca Spano)
 
Un aspetto distintivo della vita a Caprera era l'inclusione di Luca Spano, un giovane diciottenne orfano, affamato e quasi nudo, che Menotti e Achille avevano portato sull'isola. Garibaldi gli diede un fuoco, da mangiare e lo invitò a restare. Luca, definito "cretino" nel senso di ottuso o scemo (non nel senso scientifico), rimase a Caprera lavando i piatti e badando alle capre e alle oche, con cui aveva un rapporto particolarmente stretto. Per vestirlo, poiché non possedeva altri abiti e i suoi figli non erano più ricchi di lui, Garibaldi gli diede i suoi abiti militari, inclusi i pantaloni con la fascia d'argento e la tunica di generale dell'esercito italiano. Questo gesto fu fatto per grande bontà d'animo, ritenendo che vestire un nudo fosse più importante che conservare una tunica gloriosa.
Garibaldi si era intestardito a voler istruire Luca, convinto che con costanza e pazienza l'impossibile potesse diventare possibile. Ogni giorno alle 11:00, Luca doveva sottoporsi a una lezione di un'ora nella camera di Garibaldi, lezione che non fu mai interrotta. La prima mezz'ora era dedicata all'insegnamento della lettura e della scrittura, e la seconda metà all'aritmetica. L'aritmetica era la disperazione di Luca, che spesso diceva: "Se voi non vi aprite la testa e non ci mettete dentro il libro, io questa affare dei numeri non lo capirò mai". Nonostante le sue sofferenze, Luca seguì Garibaldi nella guerra del 1866.
 
Condizione Successiva di Garibaldi
 
Si fa un breve accenno alla condizione di Garibaldi in un tempo successivo (l'"oggi" della narrazione, implicito essere posteriore al 1865), quando non possedeva più le sue amate abitudini. In quel periodo, non poteva più muoversi autonomamente, veniva trascinato su sedie a rotelle, parlava meno e non poteva sempre fare ciò che desiderava. Gli rimaneva solo il pensare, il sorridere ai figli e il contemplare il mare, simbolo della nostalgia della grandezza della sua anima.
 
 
PE-.n1436-garibaldi-quotidiano.mm - Discussione: Garibaldi quotidiano. - Il quotidiano di Giuseppe Garibaldi, descritto nel contesto della sua vita a Caprera, in particolare intorno al 1865,
 
Il quotidiano di Giuseppe Garibaldi, descritto nel contesto della sua vita a Caprera, in particolare intorno al 1865, era caratterizzato da una routine ben definita che combinava impegni domestici, attività fisica, lettura e convivialità.
 
La Residenza e il Contesto
 
Garibaldi si era ritirato a Caprera, un'isola che aveva acquistato in parte nel 1852. Inizialmente viveva in tenda con la famiglia, poi in una baracca, e nel 1865 la casa in muratura era già completata. Egli era considerato il "re dell'isola".
 
Routine Mattutina e Lettura
 
La sua giornata iniziava molto presto:
• Andava a letto poco dopo l'Ave Maria e si destava circa tre ore dopo la mezzanotte per mettersi a leggere.
• Nessuno poteva entrare nella sua stanza finché non chiamava, prima che gli altri in casa si destassero.
• Appena fatto giorno, era solito andare a dar da mangiare alle oche, le quali lo riconoscevano e cominciavano a schiamazzare non appena lo vedevano.
Verso le ore 8:00, Garibaldi chiacchierava un po'. Successivamente, si allontanava per i monti con il fucile in spalla. A volte tornava con della caccia, altre volte senza nulla.
 
Il Desinare (Pranzo)
 
Il pranzo, o "desinare," era servito a mezzogiorno:
• La tavola era apparecchiata senza tovaglia, e i giornali sovente fungevano da tovaglioli.
• Garibaldi aveva l'abitudine di ordinare che si cominciasse a mangiare anche in sua assenza, poiché aspettarlo lo metteva di cattivo umore. Era contento di vedere che gli altri avevano iniziato a desinare se lui mancava.
• Il pasto era composto da una minestra, un piatto di carne e, non sempre, della frutta. Garibaldi era un grande mangiatore di frutta, specialmente fichi.
• Riguardo la frutta, se c'era un solo frutto bello (come una pera o una pesca), sebbene lui fosse il primo a servirsi, la lasciava nel piatto. Poiché anche gli altri facevano lo stesso, il frutto rimaneva per il giorno dopo.
A tavola, Garibaldi era particolarmente loquace. Non beveva vino né un bicchierino. Era un parlatore piacevolissimo e un narratore facile, e provocato dai suoi ospiti, raccontava volentieri episodi della sua vita avventurosa e leggendaria.
Attività Pomeridiane e Sera
Finito il desinare, il Generale spezzava in due un sigaro toscano e ne fumava metà davanti alla porta di casa. Passava poi il tempo finché veniva sera potando qualche pianta o scendendo nel suo piccolo orto. In sintesi, il suo tempo era scandito da diverse attività: leggeva, chiamava, tornava, chiacchierava e fumava.
 
Il Contrasto con la Tarda Età
 
Le fonti fanno un breve confronto con una fase successiva della sua vita, indicando che con l'avanzare della malattia, la sua routine mutò radicalmente:
• Non si muoveva più, facendosi trascinare su una "lettiga a ruote" ora qua ora là.
• Parlava meno.
• Aveva dovuto abbandonare quasi tutte le sue abitudini più care.
• Non gli restava che pensare, sorridere ai figlioli e contemplare il mare, il "sconfinato," espressione della "nostalgia della grandezza di quell'anima".
 
 
PE-.n1437-eroe-cretino.mm  - Discussione: L'eroe cretino - .L'episodio intitolato "L'eroe cretino" fa parte della serie dei racconti di Garibaldi, diffusi
 
L'episodio intitolato "L'eroe cretino" fa parte della serie dei racconti di Garibaldi, diffusi tramite www.redigo.it. Questo racconto si concentra su un periodo della vita di Garibaldi a Caprera, in particolare l'anno 1865, e narra la storia di Luca Spano, la figura centrale che dà il titolo all'episodio.
 
L'Ambientazione e la Vita a Caprera
 
La scena è ambientata a Caprera, un'isola che Garibaldi aveva acquistato nel 1852 per pochissimi quadrini, dopo aver ereditato qualcosa dal fratello. Inizialmente aveva vissuto sotto una tenda, poi in una baracca, e nel 1865 la casa in muratura era già stata costruita. In quell'anno, Garibaldi, non ancora malato, era il "re dell'isola".
 
La vita quotidiana del Generale era molto disciplinata:
 
• Andava a letto poco dopo l'Ave Maria e si svegliava verso le 3 ore dopo la mezzanotte per leggere.
• All'alba, nutriva le oche (occhie), che lo riconoscevano schiamazzando.
• Verso le 8:00, chiacchierava un po' e poi si recava sui monti con il fucile in spalla per la caccia.
• Il pranzo (desinare), senza tovaglia (i giornali fungevano da tovaglioli), era a mezzogiorno e consisteva in una minestra, un piatto di carne e talvolta frutta.
• Garibaldi era un grande consumatore di frutta, specialmente fichi. Se c'era un solo bel frutto (come una pera o una pesca), lo lasciava nel piatto anche dopo essersi servito per primo, e poiché gli altri facevano lo stesso, rimaneva lì fino al giorno dopo.
• Era un narratore piacevole e facile, raccontando spesso episodi della sua vita avventurosa.
• Non beveva vino o alcolici (un bicchierino).
• Dopo pranzo, fumava mezzo siglo toscano, poi andava a potare piante o si dedicava al suo piccolo orto.
 
La Disciplina e la Punizione Esemplare
 
Il racconto delinea la severità morale di Garibaldi attraverso un incidente che coinvolge uno dei giovani che lo circondavano. Questi giovani, tra cui Menotti, Ricciotti, Achille, e Fazzari, non seguivano lo stesso ritmo di vita del Generale e si recavano spesso a La Maddalena usando una barca, in particolare un piccolo sandoletto chiamato beccaccino (lo stesso usato da Garibaldi per fuggire nel 1867).
Un giorno, uno dei giovani, chiamato "il falco", mancò al pranzo perché era andato alla Maddalena per vedere una ragazza che lo aspettava. Colto da un vento furioso al ritorno, fu costretto ad abbandonare la sua barchetta (un "guscio di noce") su uno scoglio di Caprera.
Quando il giovane tornò, Garibaldi, appreso che la barca era stata abbandonata ("ammazzonato"), impartì una punizione che le fonti definiscono come "scudisciate morali terribili e indimenticabili, serenamente inflitte". Ordinò immediatamente a Fiorina, la contadina che serviva in casa, di andare a recuperare il canotto per mare, benché fosse grosso. E per accompagnarla, le disse di portare Luca.
 
Luca Spano: Il "Cretino"
 
Luca Spano era l'uomo scelto per questa "punizione" (sebbene fosse un modo per Garibaldi di sottolineare l'irresponsabilità del giovane che aveva abbandonato l'imbarcazione).
• L'Arrivo a Caprera: Luca era stato trovato alla Maddalena da Menotti e Achille Fazzari: un orfano diciottenne, infelice, quasi nudo, affamato, brutto e tremante. Garibaldi, mosso a compassione, gli diede cibo, lo scaldò con un bel fuoco e gli offrì di restare. Luca accettò lietissimo.
• Mansioni e Abbigliamento: A Caprera, Luca lavava i piatti e accudiva le oche e le capre. Aveva un legame speciale con le capre, che gli leccavano le mani e si stringevano intorno a lui in inverno. Non avendo vestiti per coprirlo, Garibaldi, per la sua "grande bontà d'animo" e perché vestire un nudo valeva più che conservare una tunica gloriosa, diede a Luca i suoi abiti militari, conservati dalla campagna del 1859: pantaloni con la fascia d'argento e la tunica del Generale dell'esercito italiano.
• Lezioni e Tormento: Luca era definito un cretino, non in senso scientifico, ma nel senso comune di duro, ottuso e scemo (duro, ottuso, scemo). Nonostante ciò, Garibaldi si era fissato l'obiettivo di istruirlo, convinto che con costanza e pazienza l'impossibile diventasse possibile. Luca doveva ricevere una lezione di un'ora tutti i giorni alle 11:00, senza interruzioni. La lezione era per lui un tormento, una tortura.
• La Disperazione dell'Aritmetica: Garibaldi dedicava la prima mezz'ora a leggere e scrivere e la seconda metà all'aritmetica. L'aritmetica era la disperazione di Luca, che replicava melanconicamente al Generale che non avrebbe mai capito i numeri se non gli avesse aperto la testa per metterci dentro il libro. Garibaldi, tuttavia, era determinato a fare di lui un matematico.
 
L'Eroismo e la Liberazione dalla Matematica
 
La svolta arriva con la guerra del 1866. Mentre Garibaldi stava salendo sul cutter, vide Luca piangere e chiese perché. Luca rispose che voleva venire anche lui. Garibaldi lo mise in guardia sul pericolo di morire, ma Luca rispose con un'osservazione ironica che fece ridere il Generale: "Tanto meglio generale in paradiso non si i numeri".
Luca divenne soldato, combattendo nelle montagne del Tirolo. Durante la chiamata serale dopo la sanguinosa battaglia di Monte Suello, Luca Spano non rispose. Il giorno dopo, Menotti e Achille trovarono il suo corpo sul campo di battaglia. Luca e un soldato tirolese erano morti, trapassati dalle rispettive baionette, giacendo quasi abbracciati.
Il cadavere di Luca Spano sorrideva con "il solito sorriso debite" che aveva in volto quando usciva dalla stanza del Generale libero dalla lezione. "Luca si era liberato dalla matematica".
Garibaldi, appreso il racconto da Menotti, chinò il capo e rimase a lungo in silenzio. In seguito, quando il governo chiese l'elenco delle onorificenze per il corpo d'esercito del Tirolo, Garibaldi aggiunse un solo nome alla lista dei proposti per la Medaglia al Valor Militare del primo reggimento: Luca Spano. La medaglia fu inviata a sua sorella, che ancora la conserva, e si chiede ancora se quel Luca Spano che morì combattendo con esemplare valore fosse davvero suo fratello.
 
 
PE-.n1438-Luca-Spano.mm - Discussioe Luca Spano. - Luca Spano è un personaggio centrale negli aneddoti riguardanti la vita di Garibaldi a Caprera, noto per essere stato un giovane ospite del generale e per la sua sorte in battaglia.
 
Luca Spano è un personaggio centrale negli aneddoti riguardanti la vita di Garibaldi a Caprera, noto per essere stato un giovane ospite del generale e per la sua sorte in battaglia.
 
Arrivo a Caprera e Caratteristiche Personali
 
Luca Spano fu condotto a Caprera da Menotti e Achille Fazzari, che lo avevano incontrato a La Maddalena. Era un giovane di diciotto anni, orfano, descritto come infelice, quasi nudo, affamato, brutto, e tremante per il freddo. I due ebbero compassione di lui. A Caprera, Garibaldi gli offrì di rimanere, gli fece accendere un bel fuoco e gli diede da mangiare; Luca accettò con grande gioia.
Luca era etichettato come un "cretino," non nel senso scientifico del termine, ma nel senso comune del tempo: era duro, ottuso e scemo.
 
Vita e Abitudini a Caprera
 
Una volta stabilitosi, Luca lavava i piatti e si prendeva cura delle oche e delle capre. Luca era particolarmente amico delle capre: esse gli stavano sempre intorno, gli leccavano le mani e d'inverno si stringevano intorno a lui per riscaldarlo, comportandosi come animali della stessa famiglia.
Poiché era arrivato quasi nudo e il freddo era intenso, aveva bisogno di vestiti. Garibaldi, per la sua grande bontà d'animo e pensando che vestire un nudo fosse meglio che conservare una gloriosa tunica, gli diede la sua divisa militare. Così, Luca si trovò a indossare i pantaloni con la fascia d'argento e la tunica da generale dell'esercito italiano, reliquie della gloriosa campagna del 1859.
 
L'Ossessione Educativa di Garibaldi
 
Nonostante la sua ottusità (duro, ottuso, scemo), Garibaldi si fissò l'obiettivo di istruirlo. Il generale era convinto che attraverso la costanza e la pazienza, l'impossibile potesse diventare possibile.
Per Luca, questo tentativo di istruzione si trasformò in un tormento, supplizio e tortura. La lezione si teneva ogni giorno alle 11:00 del mattino nella camera di Garibaldi e durava un'ora, senza interruzioni. Luca diventava di cattivo umore all'avvicinarsi dell'ora, salutava le capre e le baciava come se andasse alla ghigliottina, accarezzava le oche e andava tremando verso la stanza del generale.
Garibaldi dedicava la prima mezz'ora all'insegnamento della lettura e della scrittura, e la seconda metà all'aritmetica. L'aritmetica era la disperazione di Luca. Nonostante Garibaldi giurasse di fare di lui un matematico, Luca rispondeva malinconicamente che non avrebbe mai capito i numeri "Se voi non vi aprite la testa e non ci mettete dentro il libro".
 
Luca Spano Soldato e Morte
 
Con l'arrivo della guerra del 1866, Garibaldi stava per partire quando vide Luca piangere. Luca spiegò che voleva venire anche lui. Quando Garibaldi lo avvertì che sarebbero potuti andare a morire, Luca rispose: "Tanto meglio generale in paradiso non si i numeri". Garibaldi rise e lo fece salire a bordo, trasformando Luca in un soldato.
Luca Spano cadde durante le terribili battaglie sulle montagne del Tirolo. Non rispose all'appello (chiamata) che si fece la sera del giorno di Monte Suello, dopo la sanguinosa battaglia. Il giorno successivo, Menotti e Achille trovarono il suo corpo sul campo di battaglia: Luca, da garibaldino, e un tirolese giacevano morti, trapassati dalle baionette l'uno dell'altro, quasi abbracciati.
Ciò che colpì fu che il cadavere di Luca Spano "sorrideva col solito sorriso debite" (il sorriso che aveva quando usciva sollevato dalla camera del generale, libero dal peso della lezione). Come notato nel racconto, Luca si era finalmente liberato dalla matematica.
 
Onorificenza Postuma
 
Quando Menotti descrisse a Garibaldi la morte di Luca, il generale chinò il capo e non parlò per un lungo periodo.
Successivamente, il governo chiese a Garibaldi l'elenco delle onorificenze da conferire al corpo d'esercito del Tirolo. Leggendo l'elenco delle proposte per la medaglia al valor militare, Garibaldi prese la penna e, senza pronunciare parola, aggiunse un solo nome: Luca Spano.
La medaglia fu inviata alla sorella del defunto, che la conserva tuttora, domandandosi ancora se quel Luca Spano che morì combattendo con esemplare valore nelle gole del Tirolo fosse davvero suo fratello.
 
PE-.n1439-esercito-guerra.mm - Discussione: Esercito e guerra. - Il tema dell'Esercito e della Guerra emerge nelle fonti principalmente attraverso la narrazione della Campagna del 1866 e il coinvolgimento del giovane Luca Spano, che da semplice ospite di Caprera divenne soldato garibaldino.
 
Il tema dell'Esercito e della Guerra emerge nelle fonti principalmente attraverso la narrazione della Campagna del 1866 e il coinvolgimento del giovane Luca Spano, che da semplice ospite di Caprera divenne soldato garibaldino.
 
La Conservazione degli Abiti Militari
 
Prima dello scoppio del conflitto, Garibaldi conservava ancora, come ricordo, i suoi abiti militari risalenti alla "gloriosa campagna del 1859". Questi abiti non furono conservati per ostentazione, ma per la grande "bontà d'animo" di Garibaldi furono donati a Luca Spano, un giovane orfano accolto sull'isola che si trovava quasi nudo e tremante di freddo. Garibaldi riteneva che fosse meglio vestire un nudo piuttosto che conservare una tunica gloriosa. Luca si ritrovò così ad avere i pantaloni con la fascia d'argento e la "tunica del generale dell'esercito italiano".
 
La Guerra del 1866 e la Partenza
 
L'occasione per Luca di partecipare direttamente al conflitto si presentò con lo scoppio della Guerra del 1866.
• Garibaldi stava per salire sul cutter, presumibilmente per partire e raggiungere il teatro delle operazioni.
• Vedendo Garibaldi in partenza, Luca Spano si mise a piangere, esprimendo il desiderio di seguirlo.
• Garibaldi lo mise in guardia, avvertendolo che andavano "forse a morire".
• Luca rispose, con un tono misto tra malinconia e sollievo, che per lui sarebbe stato "tanto meglio generale, in paradiso non si [studiano] i numeri" (riferendosi alle sue odiate e costanti lezioni di aritmetica imposte da Garibaldi).
• Garibaldi rise e fece salire Luca a bordo, e così il giovane divenne soldato.
 
Il Teatro di Guerra e la Morte di Luca Spano
 
La campagna militare descritta si svolse nelle "terribili montagne quelle del Tirolo". Il testo sottolinea la difficoltà del teatro operativo, dove un "battaglione con due cannoni in una di quelle gole manda indietro un esercito", e Garibaldi si muoveva ("sanzava") fra queste gole.
Luca Spano fu coinvolto nella sanguinosa battaglia di Monte Suello. La sera della battaglia, durante l'appello ("la chiama"), il nome di Luca Spano fu pronunciato, ma egli non rispose ("non risposi").
Il giorno successivo, sul campo di battaglia, Menotti e Achille trovarono il cadavere di Luca. Egli era morto in un combattimento corpo a corpo:
• Luca e un soldato tirolese si erano "passati da parte parte l'un l'altro con la baionetta".
• Giacevano "morti quasi abbracciati".
• Il cadavere di Luca sorrideva con lo stesso "solito sorriso debite e aveva sul volto quando usciva dalla camera del generale libero dal peso della lezione che aveva già fatta".
• La fonte conclude poeticamente che Luca si era "liberato dalla matematica".
Nel descrivere la reazione di Garibaldi alla notizia della morte di Luca, il testo lo paragona a Napoleone quando vide morto dei sei amarenco (Desaix, figura che presumibilmente la fonte intende richiamare).
 
Onorificenze Militari
 
Dopo la guerra, il governo del re chiese a Garibaldi di stilare l'elenco delle onorificenze da assegnare al "corpo dell'esercito del Tirolo". Quando i capi di reggimento presentarono le loro proposte per la medaglia al valor militare, Garibaldi prese la penna e aggiunse, senza dire una parola, un solo nome: Luca Spano.
La medaglia fu inviata alla sorella del defunto, e la fonte sottolinea che Luca Spano morì combattendo con "esemplare valore nelle gole del Tirolo".
 
 
 
PE-n1442-Garibaldi-Caprera.mm - Garibaldi a Caprera - testo
 
Benvenuti. Oggi ci immergiamo in un aspetto forse meno noto di Giuseppe Garibaldi. Parliamo del suo periodo a Caprera, guidati da una fonte audio particolare, l'eroe cretino. Ci porta dritti lì. Mh
 
mh.
 
La fonte ci dice che Caprera era quasi un'isola deserta prima che lui arrivasse nel 52 e comprasse un pezzo di terra.
 
Esatto.
 
E ci racconta di com'era la vita lì intorno al 1865. Garibaldi non era ancora, diciamo, indebolito dalla malattia. Era una specie di patriarca dell'isola.
 
Sì.
 
Aveva figli, pochi fedelissimi, una routine molto semplice. E poi, beh, c'è questo episodio specifico, c'è un giovane, una bata una punizione strana.
 
Certo.
 
E un personaggio che non ti aspetti, Luca Spano. Oggi cerchiamo proprio di capire cosa ci dice questo racconto su Garibaldi, sull'uomo,
 
dovunque.
 
Certo.
 
Eppure qui lo vediamo in una dimensione quasi privata, ritirato nel suo piccolo regno e subito salta all'occhio un contrasto forte, no?
 
Quale?
 
La fama mondiale è questa vita. quotidiana. Beh, è incredibilmente frugale. Quasi due facce della stessa persona.
 
Esatto. Partiamo proprio da lì, dalla vita di tutti i giorni. La fonte descrive un ritmo quasi da monastero. Eh. Mh.
 
Mh.
 
Sveglia prima dell'alba, tipo alle 3:00 del mattino, per leggere, poi alle prime luci andava dalle sue oche che lo riconoscevano, gli facevano festa.
 
E questo è già un dettaglio che colpisce. Questo rapporto così personale con gli animali, le oche, poi vedremo le capre.
 
È vero. pensare a un legame profondo con quell'ambiente naturale che si era scelto. Forse un modo per allontanarsi dai clamori della storia, chissà.
 
E dopo le oche verso le 8:00 fucile in spalla e via a caccia sui monti dell'isola. A volte prendeva qualcosa, a volte no.
 
Immagino.
 
Il pranzo era a mezzogiorno. Tavola spoglia, niente tovaglia, magari i giornali come sottopiatti,
 
addirittura giornali,
 
sì. E pasti semplicissimi, minestra, carne, non sempre, frutti. Pare andasse matto per i ficchi.
 
Questa frugalità è è quasi un manifesto, non trovi? Sembra quasi voluta.
 
Sì, quasi ostentata.
 
Non è solo semplicità, è come un rifiuto del superfluo che certo fa un po' a pugni con l'immagine pubblica dell'eroe, ma forse rifletteva anche le condizioni economiche reali. Eh, non navigavano nell'oro lì a Caprera,
 
probabile. E c'è un altro aneddoto sulla tavola che secondo me è significativo. Garibaldi non voleva essere aspettato.
 
Ah, sì.
 
Ah! Anzi, se arrivava tardi e gli altri avevano già iniziato, era contento,
 
curioso.
 
E poi la storia del frutto, se c'era un solo frutto bello, una pera, una pesca, lui lo lasciava lì nel piatto e tutti gli altri di conseguenza facevano lo stesso. Lo conservavano per il giorno dopo,
 
 
vedi?
 
Vino non ne beveva. Dopo pranzo mezzo sigaro toscano e poi piccoli lavori, l'orto, potare le piante.
 
Qui emerge un'altra cosa, secondo me. Eh, l'autorità.
 
Come Non è un'autorità che impone con ordini diretti, capisci? E più eh l'esempio
 
Sì.
 
il fatto di non voler essere aspettato in fondo ribalta un po' le gerarchie, no?
 
Giusto.
 
E il gesto del frutto conservato e cosa vuol dire senso di comunità, gestione attenta delle risorse che magari scarseggiavano,
 
forse entrambe le cose.
 
In ogni caso è lui che detta le regole, anche se non scritte con questi piccoli gesti. Questo ci dà una prima idea del suo stile di comando. lì in quel contesto indiretto basato sull'esempio, ma ma indiscutibile.
 
E chi c'era lì con lui in quel periodo? La fonte elenca i figli Menotti e Ricciotti, poi fedelissimi, Achille Fazzari, Pastoris, Giovanni Basso, Fruscianti e una contadina, Fiorina. Mh
 
mh.
 
A tavola però pare che Gariballi si sciogliesse un po', diventava più chiacchierone, raccontava episodi della sua vita avventurosa. Dice la fonte che era un narratore piacevole.
 
Ah, ci credo.
 
Una vitalità che Poi, purtroppo, la fonte lo accenna con un po' di malinconia, la malattia avrebbe spento negli anni successivi.
 
Terra frugale all'estremo, capace di creare una comunità forte con regole non dette. Un uomo d'azione che vive quasi da eremita.
 
Esatto. E qui si arriva all'episodio Clu. Un giorno a pranzo manca uno dei ragazzi, lo chiamavano il falco.
 
Il falco.
 
Passa il tempo, non si vede. Garibaldi, finito il suo mezzo sigaro, si chiede dove sia. Fa un'ipotesi, magari è andato alla Maddalena il maltempo lo trattiene lì. Sì.
 
E l'ipotesi del maltempo non è messa lì a caso, eh, ci prepara.
 
Infatti il giovane era andato proprio alla Maddalena, ma con che cosa? Una barchetta minuscola. La fonte dice una specie di sandoletto, per niente adatta al mare mosso.
 
Mamma mia!
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E attenzione, qui c'è il dettaglio chiave. Quella barchetta si chiamava Becaccino ed era la stessa identica barca che Garibaldi userà nel 67 per la sua fuga pazzesca da Caprera quando eluse la sorveglianza della flotta.
 
Ecco, questo non è un taglio è fondamentale usare proprio quella barca lì così così importante, almeno simbolicamente per Garibaldi.
 
Certo.
 
Per una scappatella amorosa, perché poi la fonte dice che era andato a incontrare una ragazza sotto la pioggia.
 
Proprio così.
 
Ma questo aggiunge un livello di gravità pazzesco all'azione del giovane, irresponsabilità pura.
 
Eh sì, un incontro veloce, un bacio sotto l'acqua e poi via il ritorno che diventa un inferno. Vento, onde, la barca che imbarca acqua, lui che prova a svuotarla con un fazzoletto.
 
Con un fazzoletto? Impossibile.
 
Unodissea. Alla fine la corrente lo butta su uno scoglio dall'altra parte dell'isola, lontano da casa. Decide che non può riprendere il mare, lascia la barca lì e torna a piedi. Arriva che è quasi sera.
 
Immagino la scena. Bagnato, fradicio, stanco morto, spaventato e sapendo di averla combinata grossa.
 
E Garibaldi è lì che lo aspetta. Gli chiede subito dov'è stato e poi diretto dov'è il canotto? La domanda fatidica.
 
Il giovane confessa, l'ho lasciato sullo scoglio. La reazione di Garibaldi è gelida. Dice solo "Ah, l'avete ammazzato lì, bravo!"
 
Urca!
 
Poi si gira verso Fiorina, la contadina, e le ordina: "Fiorina, andate a prendere il canotto che questo signore ha abbandonato. Andateci per mare".
 
Per mare? Con quel tempo.
 
Eh, già. E aggiunge: "Il mare è grosso, ma voi non avete paura. E se non volete rischiarvi sola, conducete con voi Una punizione terribile. La fonte la chiama scudisciate morali. Niente schiaffi, niente urla.
 
No,
 
solo un ordine calmo che però è una pugnalata all'orgoglio del ragazzo. Primo, sottolinea il suo fallimento. L'avete ammazzato lì. Secondo, esalta il coraggio di Fiorina, dato per scontato. Voi non avete paura. E terzo, l'umiliazione finale, fatti accompagnare da Luca, che tra poco scopriremo essere considerato è cretino.
 
Giusto.
 
Questo ci dice un'altra cosa forte su Garibaldi. Eh, un comando che agisce sulla psicologia, indiretto, forse persino crudele nella sua calma apparente.
 
Ma questa freddezza, così calcolata, non rischiava di allontanare anche i più fedeli? O era parte del suo carisma, magari un po' ruvido, che tutti accettavano e basta?
 
Bella domanda, forse un po' tutte e due le cose. Era sicuramente uno stile esigente, duro, ma Forse proprio questa coerenza, questa capacità di essere accogliente un momento prima e severissimo quello dopo faceva parte del suo fascino, dell'autorità che gli riconoscevano.
 
Può essere.
 
Non dimentichiamo che parliamo di gente che aveva combattuto con lui, eh, ne conoscevano il valore, ma probabilmente anche il carattere non sempre facile.
 
Certo. E così, appunto, entra in scena Lucca Spano. Chi era costui? La fonte lo introduce con una scena quasi toccante.
 
Sentiamo. Un ragazzo di 18 anni, orfano, lo trovano Menotti Garibaldi e Achille Fazzari alla Maddalena. Era quasi nudo, affamato, brutto, tremante per freddo.
 
Poveretto.
 
Lo portano a Caprera e Garibaldi lo accoglie, lo fa scaldare, gli dà da mangiare, gli dice "Puoi restare qui se vuoi". E Luca felicissimo accetta.
 
Ecco, vedi il gesto d'accoglienza, l'emarginato che trova un rifugio che contrasta nettamente con la durezza vista un attimo prima. Sembra capace di registri emotivi molto diversi.
 
Sembra di sì. I compiti di Luca erano umili, eh? Lavava i piatti, badava alle e soprattutto alle capre.
 
Le capre.
 
C'era un legame speciale. La fonte dice che gli stavano sempre intorno, lo leccavano, d'inverno si stringevano a lui per di caldo. Pare animali della stessa famiglia.
 
Carino.
 
Ma Luca era arrivato quasi nudo. E qui, altro gesto sorprendente di Garibaldi, visto che non c'erano altri vestiti, prende la sua uniforme, quella della campagna del 59.
 
Ma dai!
 
Sì, pantaloni con la fascia d'argento, tunica da generale e la dà a Luca.
 
Incredibile!
 
Dare via una tunica gloriosa, il simbolo delle sue imprese, per vestire un ragazzo povero e, diciamolo considerato da tutti, un po' scemo.
 
Già, la fonte dice che lo fece per pura bontà. L'idea che vestire un nudo valeva meglio che conservare una tunica gloriosa.
 
Ma non potrebbe esserci anche dell'altro?
 
Tipo,
 
che so, pragmatismo estremo, servivano vestiti C'erano quelli.
 
Esatto.
 
O magari un gesto un po' eccentrico, quasi teatrale, da personaggio fuori dagli schemi qual era?
 
Appunto, potrebbe essere un mix. Carità, sì, pragmatismo assoluto, forse e magari anche un pizzico di quella grandezza un po' bizzarra che spesso hanno le figure storiche così importanti.
 
Comunque sia,
 
fatto sta che questo ragazzo descritto come cretino, nel senso popolare di duro, ottuso, scemo, si ritrova a pascolare le ha prevestito da generale. L'immagine è potentissima
 
e non è finita. Garibaldi, che la fonte descrive come uomo di pazienza inflessibile, si mette in testa una cosa: istruire Luca.
 
Oddio,
 
ogni giorno alle 11:00 un'ora di lezione, mezz'ora leggere e scrivere, mezz'ora rimmetica. Mai un giorno di pausa.
 
Un'impresa quasi donchisciottesca, verrebbe da dire. E ti chiedi subito perché
 
già
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è paternalismo, è quella fede incrollab nel potere dell'istruzione, un ideale forte nel Risorgimento applicato anche al caso più disperato, o è ancora la sua ostinazione, quella volontà di piegare la realtà, anche quella più difficile?
 
Chissà. Per Luca comunque quelle lezioni erano una tortura. La fonte usa parole pesanti, tormento, supplicio,
 
mamma mia!
 
Si avvicinava all'ora della lezione terrorizzato, salutava le sue capre come se andasse alla ghigliottina.
 
Povero Lucca!
 
L'arimmetica poi Era il suo incubo. Arrivò a dire a Garibaldi, generale, se voi non vi aprite la testa e non ci mettete dentro il libro, io questa affare dei numeri non lo capirò mai.
 
Quasi comico ma tragico insieme, la disperazione di Luca davanti ai numeri e la fiducia cieca di Garibaldi che gli prometteva: "Io farò di te un matematico".
 
Incredibile.
 
C'è un contrasto pazzesco tra la pazienza infinita che Garibaldi mostra qui e la severità tagliente usata con il falco.
 
Vero.
 
Sembra quasi che la sua determinazione si applichi in modo diversi, ma con la stessa identica intensità. Vuole raddrizzare il giovane impulsivo con una lezione morale e vuole elevare Luca con l'istruzione contro ogni logica apparente.
 
Arriva poi il 1866, terza guerra d'indipendenza. Garibaldi sta per imbarcarsi da Caprera, vede Luca che piange,
 
gli chiede perché e Luca, perché voglio venire anch'io? Garibaldi lo avverte. Ebbene, vieni, ma attenzione, eh, si va forse a morire.
 
Una bella responsabilità.
 
E qui arriva la Risposta di Luca che la fonte riporta come storica. Tanto meglio generale, in paradiso non si studiano i numeri.
 
Ma che battuta fulminante, piena di tragica ironia. La guerra come liberazione dalla matematica è surreale, ma fa capire quanto fosse profondo quel suo supplio quotidiano.
 
Eh sì, Garibaldi, dice la fonte, rise e lo prese a bordo. E così Luca, il cretino vestito da generale, parte per la guerra.
 
Diventa un soldato gari. La campagna nel Tirolo è terribile. Dopo la battaglia di Montesuello fanno l'appello serale. Luca Spano non risponde.
 
Oh no!
 
Il giorno dopo Menotti e Achile Fazzari vanno a perlustrare il campo di battaglia. Trovano due corpi vicini, un garibaldino e un soldato tirolese. Morti entrambi, trafitti a vicenda dalle baionette, quasi abbracciati nell'ultimo scontro.
 
Mamma mia!
 
Il garibaldino era Luca e la fonte aggiunge un dettaglio che mette i brividi. Sorrideva col solito sorriso debete che aveva sul volto quando usciva dalla camera del generale, libero dal peso della lezione.
 
Questa immagine è potente e disturbante. La morte come liberazione finale, ma quel sorriso che significa?
 
È solo un'espressione casuale, postem.
 
Difficile dirlo.
 
O la fonte vuole suggerire che Luca in quel momento estremo ha trovato una sua forma di riscatto, un coraggio che nessuno si aspettava, liberandosi davvero non solo della matematica, ma di tutti i suoi Forse
 
quell'immagine del corpo a torpo finale, uccidere ed essere ucciso, è l'esatto opposto della sua vita umile e passiva a Caprera.
 
Quando Menotti torna e racconta al padre come ha trovato Luca, Garibaldi, dice la fonte, declinò il capo e per un pezzo non parlò.
 
Silenzio, un silenzio lungo, pesante. La fonte fa un paragone ardito, addirittura con Napoleone dopo Marengo per la morte di De Sex.
 
Beh, il paragone è forte, forse esagerato, ma serve a far capire Quanto profonda fu la reazione di Garibaldi. Quel silenzio dice più di 1000 parole. No,
 
sicuramente.
 
Cosa c'era dentro? Dolore, sorpresa, senso di responsabilità per averlo portato lì a morire o forse un riconoscimento tardivo del valore nascosto di quel ragazzo che tutti chiamavano cretino.
 
E il gesto finale sembra confermarlo. Passa un po' di tempo. Il governo chiede le proposte per le medaglie al valor militare.
 
Sì.
 
I comandanti preparano gli elenchi. Garibaldi legge le proposte del primo reggimento. Poi prende la penna e in silenzio aggiunge un solo nome in fondo alla lista, Luca Spano.
 
Ecco la chiusura del cerchio. Quel gesto muto, senza parole è la sua risposta, è il suo epitafio per Luca.
 
Esatto.
 
È il riconoscimento ufficiale del valore forse totalmente inaspettato di quel ragazzo. È il suo modo per onorare il sacrificio dell'ultimo, del più umile dei suoi. Quello che aveva accolto, vestito con la sua uniforme, tentato di istruire con ostinazione.
 
Completa il ritratto?
 
Sì, completa il ritratto di questo Garibaldi così complesso, capace di durezza estrema e di tenerezza, ostinato fino all'irragionevolezza, ma profondamente umano nel legame coi suoi uomini, anche i più semplici.
 
E la medaglia fu mandata alla sorella di Luca, una servetta che la conservava pare, chiedendosi se quel Luca Spano, che morì combattendo con esemplare valore fosse davvero suo fratello.
 
Che tocco finale, riporta tutto a una dimensione quasi incredula di fronte a quell'eroismo certificato sulla carta.
 
Dunque, se proviamo a tirare le fila di questo nostro approfondimento basato su questa fonte così particolare, cosa ci portiamo a casa? Uno sguardo intimo su Garibalti a Caprera, direi.
 
Sì,
 
la sua vita spartana, quasi ascetica, la sua autorità esercitata più con i gesti che con le parole, la sua capacità di essere, beh, generoso fino all'eccesso, dando via la sua uniforme e severo fino alla crudeltà psicologica.
 
Esatto.
 
La sua determinazione quasi cieca nell'educare Luca e poi la sua commozione muta, silenziosa di fronte alla morte di quel ragazzo. Proprio così. Al di là dell'aneddoto in sé che è potente, questa storia ci fa vedere l'uomo dietro l'icona in una fase precisa della sua vita. Mh
 
mh.
 
E tocca temi universali, no? La lealtà, il dovere, l'imprevedibilità della vita, la mortalità della guerra che non fa sconti a nessuno, ma anche quella possibilità che il coraggio, una scintilla emerga proprio dove meno te l'aspetti,
 
vero?
 
Il tentativo di Garibaldi di migliorare Luca sul piano intellettuale fallisce, ma si conclude con un esito totalmente imprevisto, tragicamente eroico, sul campo di battaglia.
 
La fonte stessa sottolinea il contrasto tra il Garibaldi ancora vigoroso del 65 e quello più fragile degli anni successivi. E forse proprio la storia di Luca, no? Il cretino che muore da eroe, riconosciuto da Garibaldi St. ci lascia con una domanda aperta.
 
Quale?
 
Forse ci suggerisce che i limiti che vediamo negli altri o che ci vengono attribuiti contano meno delle circostanze, meno delle sfide estreme o di una forza interiore che può sorprenderci tutti.
 
È una bella riflessione.
 
Chissà se Garibaldi stesso, magari negli ultimi anni della sua vita, ripensando a Luca Spano, avrà meditato su questo, su questo paradosso dell'eroismo inatteso. Beh, una riflessione che Possiamo lasciare aperta.
 
 
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PE-n1443-Garibaldi-Caprera.mm - Garibaldi a Caprera - Un dialogo
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