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PE-n1444-sergente-neve-.mm . una lezione o presentazione incentrata sul romanzo "Il sergente nella neve" di Mario Rigoni Stern e sul suo contesto storico: la campagna italiana in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale.
PE-n1445-sergente-neve-.mm . E lui è una sorta quasi di padre, di padre che sente l'urgenza di riportare a casa questi suoi figliuoli, ma non ha 40 anni, ha solamente 23 anni
PE-n1446-romanzo-guerra.mm . - Discussione: Romanzo e Guerra. - Il tema di "Romanzo e Guerra" si incentra principalmente su Il sergente nella neve, il capolavoro di Mario Rigoni Stern, e sul contesto tragico della campagna italiana in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale.
PE-n1447-campagna-Russia-.mm . - Discussione: Campagna di Russia. - La Campagna di Russia, combattuta dalle forze italiane a sostegno della Germania nazista durante la Seconda Guerra Mondiale, rappresenta una delle pagine più tragiche e sanguinose della storia militare italiana
PE-n1448-alpini-ritirata-.mm . - Discussione: Alpini e Ritirata. - Il tema degli Alpini e della Ritirata è centrale nel racconto della Campagna di Russia durante la Seconda Guerra Mondiale
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PE-n1450-Stalingrado-Don-.mm . - Discussione: Stalingrado e Don. - Certamente. La discussione su Stalingrado e il Don è fondamentale per comprendere il contesto della Campagna di Russia e il dramma vissuto dai soldati italiani, in particolare gli Alpini, come narrato in opere come Il sergente nella neve.
PE-n1451-sergente-neve.mm - Il sergente della neve - Un dialogo
PE-n1444-sergente-neve-.mm . una lezione o presentazione incentrata sul romanzo "Il sergente nella neve" di Mario Rigoni Stern e sul suo contesto storico: la campagna italiana in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale.
La fonte è una trascrizione di una lezione o presentazione incentrata sul romanzo "Il sergente nella neve" di Mario Rigoni Stern e sul suo contesto storico: la campagna italiana in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale. La discussione copre la figura di Rigoni Stern, un alpino ventitreenne con il compito di guidare i suoi uomini a casa, e la tragedia della ritirata (Armir), con particolare enfasi sulle condizioni disumane dovute al freddo glaciale, alla fame e agli attacchi sovietici. Vengono analizzati momenti cruciali come la battaglia di Nikolajewka e un episodio di spontanea umanità tra Rigoni Stern e soldati russi, un passaggio significativo su cui intervenne l'editore Elio Vittorini per attenuare percezioni antisovietiche. La lezione si conclude con la riflessione sulle enormi perdite umane subite dall'esercito italiano, specialmente nei campi di prigionia sovietici, e sull'evoluzione ideologica di Rigoni Stern da giovane fascista a democratico, offrendo infine un messaggio ai giovani sulla libertà di pensiero e l'impegno etico.
PE-n1445-sergente-neve-.mm . E lui è una sorta quasi di padre, di padre che sente l'urgenza di riportare a casa questi suoi figliuoli, ma non ha 40 anni, ha solamente 23 anni
con un secondo libro di Rigon Ster che noi non citeremo questa sera, comunque Ritorno sulla donna. Questa è un'altra copertina. Chi sono questi? Sono prigionieri italiani. Prigionieri italiani nelle mani dei russi. Quindi oltre alla ritirata, parleremo, ecco, di un altro capitolo molto doloroso. Vedremo con diverse decine di migliaia di morti, cioè i soldati italiani catturati dei russi, finiti in campi di concentramento più o meno improvvisati e morti, morti di fame, morti di freddo soprattutto. Quindi, insomma, una grande tragedia legata al romanzo. Questo è Mario Rigoni nella sua Ziago la nel momento in cui è diventato grande scrittore ha dedicato molte delle sue energie letterarie per raccontare la storia di Asiago. Asiago durante la Prima Guerra Mondiale che venne praticamente a rasassuolo, dai bombardamenti austriaci prima e italiani dopo, alla fine della guerra, credo che ad Asiago non fosse rimasto un muro, un muro la intero. Questo nel 1918. E poi di nuovo la tragedia di abitanti di Aziago dall'altopiano che divennero soldati e alpini e vennero mandati un po' dappertutto durante la seconda guerra mondiale spesso a morire. Allora, cerchiamo di vedere adesso chi è il protagonista del sergente. alla neve. Sergente maggiore Mario Rigoni Stern, nato nel 1921, nato ad Asiago, divisione tridentina, battaglione Vestone, il Vestù. Nel dialetto locale il Vestone, che è il battaglione di Mario Rigonister è il Vestù 1921. Questo vuol dire che nel momento in cui inizia la tragedia della degli alpini, ma non solamente degli alpini, la ritirata della R Russia, il nostro Rigon ha 23 anni, quindi ragioniamo sul fatto, ecco, che sono tutti soldati giovanissimi. Rigoni ha una notevole responsabilità che è quello di portare a casa, riportare a Bit i suoi alpini, una ventina di uomini. E lui è una sorta quasi di padre, di padre che sente l'urgenza di riportare a casa questi suoi figliuoli, ma non ha 40 anni, ha solamente 23 anni. E questo vuol dire che altri soldati sotto di lui, altri alpini sono ancora più giovani. Comunque prima di approdare all'Unione Sovietica, la campagna di Russia, il nostro Rigon esternevole esperienza militare perché ha fatto la campagna di Francia, la campagna di Grecia, la campagna di Albania e poi adesso la campagna di Russia. Certo, la campagna di Francia, appena scoppiata la guerra, quando l'Italia entra in guerra 10 giugno del 1940, dura 15 giorni, quindi 15-20 giorni.
E poi c'è ci sono le trattative, eh, c'è l'armistizio tra Hitler e le autorità francesi e quindi finisce la campagna di Francia che è molto rapida, è molto breve, però poi la campagna di Grecia porterà via 40.000 soldati, 40.000 morti. Questo tra il 1940 e il 1941, poi la campagna di Albania, ecco, e poi la Russia e nel caso di Rigonern vedremo poi la deportazione in un campo di concentramento tedesco, meglio dire in un campo di lavoro. la in uno stalag tedesco, quindi una vicenda estremamente dolorosa, seppure sul piano personale. Infatti abbiamo citato l'Albania, se volete approfondire l'esperienza drammatica di Rigonerna in in Albania, l'Albania vuol dire naturalmente il tentativo di conquistare la Grecia, no? Spezzeremo le regeni alla Grecia, ricorderete il famoso motto di Mussolini, vanificato poi dalla realtà quota Albania. è sicuramente un testo molto molto valido che ci dà l'idea l'idea ecco della in questo caso ancora della dramma dei soldati italiani durante la seconda guerra mondiale. Il romanzo è molto interessante, però secondo me per capire il romanzo è necessario una parentesi di carattere storico. Prima di tutto sentite bene là dietro, senò cerco di alzare il volume cercando di evitare come le altre volte, no? Ricorderete. Spero che questa volta mi vada bene, le altre volte Ecco, una un po' di tosse, un po' di tosse con l'acqu un po' esagerata. Allora, vediamo un po' che cosa ci facevano gli italiani in Russia, meglio dire in Unione Sovietica, attraverso quali circostanze circa 300.000 uomini, non stiamo parlando quindi di piccoli contingenti di soldati in due momenti diversi sommando arriviamo circa 300.000 uomini tra mobilitati tra il 41 e il 4243. Allora, 22 giugno 1941, ab detto un po' di storia, perdonerete, è l'inizio dell'operazione Barbarossa. È il giorno in cui Hitler la scaglia 3 milioni di uomini verso l'Unione Sovietica nel tentativo naturalmente di annichilire l'armata rossa e arrivare a Leningrado, Mosca e Stalingrado. Sono i tre obiettivi da raggiungere durante l'estate del 1941. Come sappiamo Le cose non andarono esattamente così. Qual è il motivo per cui Hitler sfida l'Unione Sovietica? Ben sapendo, ecco, delle potenzialità dell'Unione Sovietica, un numero maggiore di uomini, un numero maggiore di carri armati, quindi potenziali pericoli per l'esercito tedesco. L'Unione Sovietica, una volta conquistata, avrebbe permesso a Hitler di fare un grande salto di qualità. Immaginate milioni di uomini, di slavi, di russi da schiavizzare. Il grano il grano dell'Ucraina, diremmo, ma anche delle pianure russe, le materie prime, ferro e carbone, magari il carbone del Donbas, tanto per intenderci. Se Hitler fosse riuscito ad annichilire l'armata rossa, conquistare Mosca eccetera, non c'è dubbio che la Germania avrebbe fatto un grande salto di qualità che avrebbe permesso alla Germania di vincere contro la Gran Bretagna di Churchill e molto probamente di tenere lontani gli Stati Uniti dalla guerra. Poi invece le cose sono andare così. Gli Stati Uniti intervennero in guerra contro il Giappone e contro la Germania e sappiamo come le cose sono andate a finire. Mussolini non poteva sapere come le cose sarebbero andate a finire nel 1943-44.
Mussolini preme su Hitler, vuole che gli italiani diano il loro contributo, il loro contributo alla la civiltà europea, perché dall'altra parte abbiamo la il comunismo che deve essere sicuramente abbattuto. Quindi poche Settimane dopo, il 22 giugno del 41, è pronto il Xir. Il Xir è il corpo di spedizione italiano in Russia. È una corpo di spedizione direi discreto come numero di mezzi e numero di uomini. Sono tre divisioni, saranno poi nove l'anno successivo, comunque sono tre divisioni. 61.000 uomini, per essere precisi, 61.700 uomini, 5.500 automezzi, 4600 quadrupidi, cioè cavalli Cavalli e muli che la avranno un compito molto importante, 83 aerei la al comando del generale Messe. E questo corpo di spedizione deve conquistare una zona, adesso vedremo, concordata con Hitler, una zona dell'Unione Sovietica. Questa carta ci dà l'idea di quello che è avvenuto a partire dal 22 giugno del 1941. Come vedete, tre grandi direzioni per strang rapidamente l'Unione Sovietica prima che arrivasse il generale inverno, come è sempre stato definito, dai dai generali veri, prima che arrivasse l'inverno e magari arrivasse anche l'autunno estremamente piovoso ma anche nevoso. Quindi la gli obiettivi devono essere raggiunti durante l'estate, l'estate primo autunno del 1941, quindi Leningrado, anche simbolicamente la grande città titolata enin, il la il capo dei bolchevichi, dei comunisti russi che prendono potere nel 1917, altri un milione di uomini verso Mosca, perché in queste guerre, se tu conquisti la capitale la guerra è terminata. Così come Hitler conquista Parigi e la Francia cade nel 1940, la Hitler vuole la caduta di Mosca. Questo non avverrà. E poi notate questa grande manovra atenia, ecco, che deve servire per in qualche modo isolare eh intere divisioni sovietiche e poi distruggerle, distruggerle perché questa è una guerra di sterminio in cui il nemico lo fai prigioniero, d'accordo? Ma se lo anni sul campo di battaglia è tanto meglio. Quindi le le cose però non andarono in in questo modo perché l'enigrado viene cinta ad assedio. L'assedio durerà 900 giorni con un numero spropositato di vittime. Mosca i tedeschi la sempre con il binocolo a una distanza di 30-50 km. Vedranno talvolta le guglie del Cremelino, però nessun soldato tedesco riuscirà ad entrare a Mosca e anche Stalingrado, almeno nel 41, regge bene, nonostante quella manovra a Tenaglia. Qual è l'obiettivo della degli italiani concordato naturalmente con Hitler? L'obiettivo è l'occupazione della zona industriale di Stalino. Stalino che oggi non esiste più, sarebbe la piccola Stalin. Esiste Stalingrado da un'altra parte e Stalino, la piccola Stalin, una città nel bacino del Donc e questo, ecco, ci suona magari abbastanza la località risapute eccetera. Quindi il bacino delle donne che siamo in Ucraina, potremmo dire nell'Ucraina di oggi, nei bacini carboniferi e ferrosi che sarebbero molto importanti, cioè se gli italiani conquistano questa zona vuol dire carbone e ferro, quel carbone e ferro di cui Mussolini, ma anche totalmente, visto che l'Italia viene rifornita di carbone e di ferro dai tedeschi, però con grossi problemi. Gli italiani combattono nella zona di Stalino e la il Donbas in sostanza, adesso vedremo, combattimenti furiosi contro l'armata rossa, però gli italiani conquistano la città il 20 ottobre del 1941, quindi alcune settimane dopo la mobilitazione. Quindi insomma è una zona di interesse economico.
Certo, i soldati non è che si dice dice "Noi andiamo in Russia per conquistare una zona ricca di ferro e di carbone che poi verranno utilizzati dagli industriali italiani per la produzione di anni." Ai soldati si raccontano, si dicono altre cose, però non c'è dubbio, ecco, che una delle motivazioni per cui Mussolini è molto contento di contribuire è il fatto che quella zona, una volta conquistata, diventerà una zona italiana e verrà sfruttata sulla base degli interessi italiani. Eh, la zona del di ecco quella la la zona di Stalino è questo. Questo è il Donbassa. Sono località oggi tristemente conosciute, no? La la zona di Cerson, qui la Crimea, naturalmente già occupata dalla Russia di Putin nel 2014 sono zone la oggetto della guerra, oggetto dell'occupazione russa di oggi. Questi sono reparti italiani, ecco, notate, all'interno di un enorme centro industriale, perché abbiamo detto questa non è campagna, ecco, campagna priva di inentità, è una zona altamente industri realizzato è una zona ricca di materie prime, di miniere, eccetera che potrebbero permettere all'esercito di Mussolini un salto di qualità. Questa fotografia, per la ribadire quello che già sappiamo, gli italiani sono alleati con con i tedischi. Ecco qua abbiamo bersaglieri italiani sorridenti, probalmente in una la pausa del dei combattimenti eccetera eccetera con soldati tedeschi, con il camerata tedesco. si diceva, ecco, una alleanza alla pari tra il camerata italiano e il camerata tedesco. Questa è prima del febbraio del 22, sappiamo, no? Quindi invasione della Russia eccetera. Quindi Stalino sarebbe la Stalino dell'epoca. Poi una volta crollato il mito di Stalin hanno dato un altro nome alla città. Come vedete una bella città sembra di capire con con il verde, abitate eccetera. Questa è una fotografia di oggi che ci dà l'idea naturalmente, ma insomma un'idea seppure parziale, ecco, di delle distruzioni operate dalla guerra attualmente in Ucraina. Visto che gli obiettivi di Hitler, Leningrado, Stalingrado e Mosca non vengono raggiunti nel 41, Hitler cerca di raggiungerli nella l'anno successivo. Siamo nel 1942 e a questo punto Mussolini dopo aver mandato in Russia abbiamo detto 62.000 uomini ne manda 229 eh 229.000 uomini. Questa è l'armir che forse è rimasta di più, ecco, nella nei nostri ricordi perché questa enorme massa di soldati eccetera ha provocato lutti in tante famiglie italiane. Infatti io penso che se c'è un argomento che bene o male gli italiani un pochino conoscono eccetera eccetera, è proprio la campagna di Russia. Come mai la campagna di Russia? Perché ha provocato la morte, sofferenze c di centinaia di migliaia di soldati. È ovvio che poi questi soldati morti oppure ritornati eccetera abbiano raccontato la loro odissea. Quindi insomma dal Xir si passa alla Armir e l'obiettivo di Hitler in questo momento è la città di Stalingrado, cioè Hitler dice "Non siamo in grado di arrivare a Mosca, sicuramente non ce la faremo, non siamo in grado di spezzare la l'assedio di Leningrado." Adesso invece l'obiettivo, come sappiamo, è Stalingrado. Stalingrado, città titolata Stalin. eh è nodo cruciale e cercheremo di capire il motivo adesso la della guerra in Unione Sovietica nel 1942.
Ecco, se guardiamo questa cartina, perché la geografia è molto importante sempre, soprattutto quando ci sono guerre eccetera, siamo in grado di capire come mai l'ossessione di Hitler è conquistare Stalingrado e a Stalingrado moriranno centinaia e centinaia di migliaia di soldati tedeschi e di soldati russi, naturalmente. Perché l'obiettivo vero e proprio di Hitler è il Cauo. Vedete qua sotto il Cauo è una la grande regione montuosa con montagne anche di 5000 m che si trova tra il Mar Nero e il Mar Caspio. Perché il Cauo, perché nel Caucaso c'è il ferro, c'è il carbonio, ma c'è anche il petrolio. Il petrolio che oggi è il petrolio di Baku dell'Azerbaijan. Quindi Ital dice per continuare la guerra abbiamo bisogno di materie prime. In Germania non c'è una goccia di petrolio, è ovvio, c'è il carbone. C'è ferro, ma con la le nostre riserve magari non ci basteranno. Però per infilare eh in questa specie di grande budello le armate di Inter è necessario la che questa pistola puntata, così viene definita Staligrado, venga anni agnientata, cioè non è possibile penetrare nel territorio del Caucaso con il rischio che poi i russi taglino la strada, ecco, a intere armate tedesche. Quindi i generali di HER dicono "Dobbiamo conquistare Stalingrado". la dobbiamo a tutti i costi perché altrimenti non è possibile penetrare all'interno della Caucaso. Rischiamo eh una sconfitta la eh militare clamorosa nel momento in cui i tedeschi ci taglieranno la strada. E intanto con questi due colori, diciamo questo giallino e questo più o meno verdino, sono i territori questi conquistati da Hitler la nel 1900 la 41 e questi invece l'ha conquistati nel 1900. 142. Ecco, notate la posizione della città di Stalingrado. Allora, l'Armir in russo, un po' rapidamente perché naturalmente urge parlare del romanzo, quindi sono nove divisioni, tre divisioni sono di alpini, quindi sarebbe svelato dire che in Russia vanno solamente gli alpini, sono tre divisioni su nove. Sono in particolare la tridentina, la Julia e la Cunense. Ecco, tenete conto che questi alpini quando arrivano in Russia hanno una eh hanno armi, cannoncini da montagne, eccetera, perché è stato detto a loro che combatteranno nel Caucaso, combatteranno a 3000 m d'altezza, combatteranno magari ancora di più e questi alpini che amano la montagna e sono addestrati per la montagna sono tutto sommato contenti perché il loro obiettivo è quello appunto la di scrivere una grande pagina di storia degli alpini. Invece il Caucaso, nessuno di loro vedrà il Caucaso e neanche le montagne del Caucaso, la la verranno in posizione lungo il donna. Il problema che non hanno grandi cannoni a disposizione, hanno i cannoncini. I cannoncini che in montagna a 3000 m possono essere efficaci, ma non sono efficaci di fronte ai carmati sovietici che la che pesano 30 tonnellate, tanto per intenderci. Ecco, breve parentesi, l'altra volta non l'ho detto. La questi file, se vi possono interessare poi me li chiedete, cioè alla fine mi date la mail. eccetera. E io vi do anche i file precedenti, eh, non esiste proprietà privata da questo punto di vista.
Chiusa la parentesi, quindi il nell'impossibilità di arrivare alla nel Caucaso il corpo di spedizione italiano viene dislocato lungo il donna. Ecco qua, magari non è molto chiaro, ecco, però notate questa è Stalingrado. Ecco qua sopra è Stalingrado. Qua abbiamo armate germaniche, armate ungheresi. Questo è l'ottavo. La corpo italiano e l'armira. Poi abbiamo i rumeni che in questo momento combattono per Ital. Poi abbiamo ancora i tedeschi, la sesta armata che deve penetrare a Stalingrado e deve vincere a tutti i costi. E questa è lo schieramento della dell'Armir. Sono nove divisioni. Al confine con gli Ugheresi abbiamo la tridentina. La e all'interno della tridentina c'è il battaglione Vestone. E nel Vestone c'è il nostro Mario Origonera, poi c'è la Julia, la Cunense, poi abbiamo i fanti, divisioni di fanti, abbiamo la Cosseria, la Ravenna, poi abbiamo la Pasubbio, la Torino, la Celere e l'ultima è la Sforzesca. Il loro compito è quello di posizionarsi al di qua del D fronte a una possibile iniziativa militare da parte degli sovietici di cui i generali sospettano che prima o poi ci sarà, magari approfittando del fatto che durante l'inverno il don ghiaccia, cioè i carmati ci passano sopra, pesano 30 tonnellate, ma il ghiaccio, mentre sono metri di ghiaccio, non vengono e non viene neanche scalfito. Certo, 229.000 soldati possono sembrare tanti, però la in 270 k, cioè gli italiani tengono 270 km lungo il donna, cioè vuol dire un fante ogni 7 m. Quindi io sono qua 7 m là, 7 m. Non si può parlare di una barriera umana davanti al rischio che i sovietici possano passare, possano e poi soprattutto gli italiani non hanno la armi contro carro. Se avanzano i sovietici con i loro T34 che ripeto pesano 30 tonnellate, non abbiamo la armi per poter distruggere i carri armati. Non non c'è la contraerea, la l'aviazione è molto ridotta. L'aviazione magari potrebbe servire per bombardare i carri armati durante l'avanzato e le postazioni russe. Gli italiani hanno un piccolo carro armato che è l'L6/40 il codice che è una un caramato di 3 tonnellate, cioè caramati russi 30 tonnellate, questi invece sono 3 tonnellate. Vi chiederete ma che cosa ci fanno queste questi carri armati tra virgolette chiamate anche scatoletti di sardine o bara semovente? I soldati sapevano benissimo, no, che se un T34 avesse sparato la scatoletta di Lata sarebbe stata Ferrario, no? Erano carnal molto agili, molto veloci, che andavano bene in Libia, che andavano bene magari sugli alti piani dell'Etiopia al tempo della conquista dell'Etiopia. Se nei nei terreni la della Libia, terreni sassosi ai margini del deserto, questi filavano bene, ecco, potevano essere di fronte poi a una resistenza libica anni 30. praticamente la nulla a livello militare, però in Russia queste scatolette di latta, ripeto, scatole di sardina o baris semoventi e poi via altri soprannomi la erano la armamenti del tutto inadeguati.
Ecco, manca poco nella Natale del 42, cioè il romanzo inizia, manca poco nel Natale del 42 e qui inizia il romanzo di Rigoni Terna di cui leggiamo. Ecco un attimo per evitare che poi Leggiamo qualche riga anche per sentire un po' che cosa come scrive Rigone esterno proprio è l'incipite. Ho ancora nel naso l'odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe. Gli starnuti e i colpi di tosse delle vedette russe si sentono. Quasi parlano perché stanno a 50-100 m. Il suono delle erbe che battute dal vento sulle rive del don. Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno. E quando ci ripenso provo il terrore di quella mattina di gennaio quando inizia l'offensiva sovietica, quando la Katiusha per la prima volta ci scaraventò le sue 72 bombarde. Come vedete, ecco i grandi narratori. Bastano 10 righe, anche meno e subito Il lettore subito trasportato trasportato dentro. Sente quasi gli odori gli odori del grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Il lettore sente i rumori il rumori del vento. Naturalmente non è il nostro vento della pianura padana, ma è il vento che la del della Russia e poi ecco i grandi spettacoli, le stelle eccetera nelle notti assolutamente non illuminate. Al di là dal don però il don è ghiacciato e questo fa molta eh paura, perché ci possono essere anche truppe che approfittando del buio e del ghiaccio possono tentare di forzare le difese italiane al di là dei carramati. Comunque a una distanza di 50 m ci sono le postazioni russe. Rigoni in questo momento ha 22 anni, abbiamo detto è volontario. Ecco, questo è importante, non è che lui sia stato chiamato alle armi, no, è volontario. Volontario, quindi vuol dire che crede in questa guerra e vedremo poi alla fine sulla base di quali valori tra tra virgolette, naturalmente Rigon Stera, è volontario, è graduato perché ha fatto la Francia, la la Grecia, l'Albania e adesso è quindi è sergente maggiore. Sergente nella neve proprio lui, sergente maggiore. Cosa fanno gli alpini per non morire assiderati, visto che è Natale, temperature che che picchiano giù sotto lo zero la costruiscono le tane così chiamate. Visto che la superficie del donna è argillosa Con un buon lavoro di pala si possono scavare delle buche. Delle buche dove molto probabilmente ciascuno, soprattutto il sottoscritto la non entrerebbe mai perché immagino gli odori gli odori fortissimi, stordenti, però le buche danno è la loro casa e del resto sotto terra la con delle scalette per poter uscire la temperatura non è la temperatura dell'esterno. All'esterno sarebbero morti tutti di freddo, mentre all'interno è probabile che la temperatura sia intorno allo allo zero, quindi insomma per gente eh vigorosa, stavo per dire sana fino a un certo punto, perché le condizioni di vita, però gente giovane eccetera, le tane sono veramente uno spazio che poi la questi soldati aline hanno decorato con magari con un ricordo di casa, con le fotografie della fidanzata, della moglie e tutto il resto.
Quindi nel Natale del 42, tra poco inizia l'offensiva, Natale 42 tutto è tranquillo. la e c'è spazio anche per un po' di buon umore. Diciamo che all'inizio del romanzo si sorride, poi il lettore non avrà occasioni per sorridere. Era il pomeriggio di Natale, Natale del 42. Il sole cominciava ad andarsene, per i fatti suoi, dietro la Mugila e noi si stava nella tana attorno alla stufa, vuol dire che c'è una stufa, una stufa, ecco, che porta poi il fumo al di sopra, una una stufa fumando e chiacchierando venne Poi dentro il cappellano del vestone. Buon Natale, figliuoli, buon Natale. E si appoggiò quella schiena ad un palo di sostegno. Sono stanco disse. Ho fatto tutti i bunker del battaglione. Quanti ce ne sono ancora dopo il vostro? Una squadra sola dissi. Dopo viene il morbegno dite il rosario stasera, poi scrivete a casa. State allegri e sereni, scrivete a casa. Ora vado dagli altri. Arrivederci. Ma non ha neanche un pacchetto di milit da darci, padre? Ah, sì. Sì, prendete. E ci butta sul tavolo due pacchetti di Macedonia e va fuori. Meschini bestemmia, Bodei bestemmia. Gianin dalla sua nicchia dice zitti, oggi è Natale. Meschini bestemmia ancora più fiorito. Sempre Macedonia dice, e mai trinciato forte o popolari o milit. Questa è paglia per signorine. Praticamente avevano le sigarette, sapevo benissimo che c'erano sigarette e sigarette le sigarette Macedonia era proprio paglia. Poi invece delle milit po' meglio, ma il cappellano aveva solamente ecco la macedonia e nessuno di loro aveva sigarette. Boia Faus disse Turna, Macedonia, p**** la mula disse Moreschi, macedonia si sorride, eh, perché la scena è molto viva, è molto vivace. Sembra di vedere questi giovani che inveiscono, magari un po' bonariamente, ma anche un po' cattivelli, ecco, perché abituati a fumare eccetera eccetera, ecco, la non avevano in tasca una sigaretta che fosse, diciamo, umana. Il personaggio che poi il lettore non dimentica anche a distanza di tempo è Gianin. Gianinna e la frase che ripeteva in continuazione Sergente Magiù si rivolgeva a Rigon esterno. Geriva Reema. Ecco qua è interessante, leggiamo ancora brevemente perché è un personaggio certo ingenuo, ma molto umano il nostro Gianin Gari baita vuol dire quando torneremo a casa, anzi riusci a tornare a casa la baita perché vengono tutti da zone di montagna, quindi la baita è la loro casa. Gianinve ogni volta che gli capitavo a tiro mi cavava in disparte, mi strizzava l'occhio, come dire "A me la verità la puoi dire". E sottovoce mi chiedeva: "Sergent maju gerivare ma baita perché lui era certo che io sapessi come sarebbe andata a finire la guerra, chi sarebbe restato vivo, chi morto e quando." Così io rispondevo con sicurezza: "Sì, Gianin! Arriva a Bite. Secondo lui dovevo anche sapere se avrebbe sposato la sua ragazza. Qualche volta gli dicevo che doveva stare attento agli imboscati. Si affolliava nella sua nicchia vicino alla stufa e con gli occhi mi ripeteva: "Con gli occhi, sergente Maggiù, deriveremo a Baita". Pareva che fra noi due gli fosse un segreto. Poi non ce la farà Giovanni, posso già anticipare. Ecco, durante la ritirata lui scomparirà, ecco, in quel grande inferno che, appunto, la la ritirata quell'inferno di ghiaccio. Però il romanzo è anche in una straordinaria galleria di personaggi. Non c'è solamente Rigoni che domina Rigonerna con i suoi uomini. Av detto una ventina di uomini e questo è una un altro bel ritratto, ci sembra quasi di vederlo qui adesso, come vedrete. Un bel tipo era anche Meschini.
Era lui che faceva la polenta la sera, mescolava con energia, le maniche della camicia rimboccate fino al gomito, una goccia di sudore per ogni pelo di barba, si vedevano i muscoli delle braccia e del viso irrigidirsi, si piantava gambe larghe, così mescolava la polita meschini. Pareva vulcano che batteva sull'incudine. Raccontava che quando era in Albania la tormenta faceva bianco il pelo dei muli neri e il fango cambiava in neri i muli bianchi. Quelli che avevano pochi mesi di naia lo stavano ad ascoltare increduli. Era un ex conducente, meschini e odorava ancora di mulo. La sua era pelo di mulo. La sua forza era di mulo. La guerra la faceva come un mulo. La polenta che mescolava era mangime di mulo. Aveva il colore della terra e noi eravamo come lui. Straordinario, no? Ci sembra quasi di vedere lì meschini tutto sudato, accalorato, a girare la polenta per tutti. Ed è interessante anche il tenente Moscioni è un tenente, anche il tenente Moscioni che comandava il caposaldo era come noi, riposava lavorando come i muli, scavava camminamenti con noi durante giorno. e veniva con noi di notte a portare i reticolati davanti alla trincea, a fare postazioni, a prendere pali tra le macerie delle case. Mangiava polenta come mangivi di mul. Cioè la forza degli alpini, almeno una delle forza degli alpine era il fatto che tra graduati e diciamo soldati non c'era differenze. Cioè i graduati facevano la vita dei soldati. Sì, si facevano rispettare un momento giusto, eh, però mangiavano come loro, non avevano la puzza i graduati sotto al naso, mentre nel resto dell'esercito è facile immaginare che la prima guerra mondiale Ecco che chi aveva i galloni da ufficiale poi venivano anche da famiglie spesso, magari famiglie di professionisti eccetera. Quindi, insomma, interessante anche il tenente Moscioli. Già si combatte a Stalingrado, si combatte già dall'estate della 42, però le distanze sono centinaia di chilometri, per cui non arriva neanche l'eco delle cannonate. I soldati soldati al fronte hanno notizie abbastanza generiche, no? C'è radioscarpa, sapete, no? La mitica radioscarpe che dovrebbe informare su tutti su tutto, però spesso magari dava anche delle informazioni sbagliate. Quindi l'idea è tutto è tranquillo, ma stal in grado si moriva. Morivano i tedeschi lanciati, c'erano anche dei film colossali straordinari lanciati all'assalto, ma morivano anche i russi mandati avanti spesso senza armi vere e proprie tra tra le mani. Quindi, insomma, nell'autunno del 42 la mentre la Rigoni esterna sta scavando le buche, le tane, eccetera eccetera, i teschi sono sempre di più in difficoltà a stare in grado, cioè trovano una vera e propria barriera di armi, di uomini eccetera per cui stan grado vuol dire la vita o la morte della Unione Sovietica. Però quando i russi ehm hanno tra le mani le sorti della battaglia di Stalingrado e la resa tedesca è una questione di poche settimane, preparano l'offensiva lungo il donna per accerchiare accerchiare quindi le truppe italiane. se fossero riusciti a sfondare in qualche settore di quei 270 km tenuti dagli italiani, un soldato di 7 m, abbiamo detto, la sarebbero riusciti con i carmati a creare un'enorme sacca, a prendere tutta l'armata italiana e poi a annientarla, così come i tedeschi avevano fatto all'inizio della guerra, quando circondavano le divisioni sovietiche, poi alla fine le bombardavano e morivano centinaia e centinaia di migliaia di soldati.
Quindi l'offensiva sovietica lungo il don inizia il 17 dicembre 42. Qual è il paradosso? Che il Natale di Rigonistin è tranquillo. C'è anche la modo per la ridere delle sigarette Macedonia, Milit, eccetera, però a a qualche centinaia di chilometri i sovietici già stanno passando la donna. I reparti alpini però non sono ancora coinvolti, verranno coinvolti all'inizio di gennaio. Solo verso il 10 di gennaio del 43. Ecco, si rende conto che qualcosa non funziona perché ci sono voci concitate tra gli ufficiali, gli ufficiali che più o meno sanno le cose, gli ufficiali alpini sembrano molto preoccupati, quindi si rende conto anche lui che sta accadendo qualche cosa di di negativo, anche se nessuno dice nulla, però a un certo momento era inevitabile. Arriva la notizia che sono stati accerchiati, sono stati circondati, cioè i russi sono riusciti a passare in più punti il Donna e a creare enormi sacche protette dai carri armati stanno procedendo all'annientamento di intere divisioni italiane e naturalmente poi i soldati che si arrendevano subito deportati verso i campi di concentramento. Quindi immaginate Rigon Stelle che viene a sapere non che i russi stanno preparando un'offensiva, ma che sono circondati e devono abbandonare tutto al più presto. Naturalmente per abbandonare tutto devono aspettare l'ordine dei comandi. Non possono fare di testa loro. Infatti Rigon Sterne che Ligio ha i regolamenti che crede a questa guerra aspetta l'ordine l'ordine per la abbandonare le posizioni e tornare indietro in sostanza verso il 10 di gennaio cominciarono ad arrivare insieme al rancio notizie poco buone. Tourn e Bodei che erano andati alle cucine ci dissero di aver sentito dei conducenti che eravamo accerchiati da diversi giorni. Ci soldati vengono a sapere da conducenti di mulo eccetera, di camion. che erano già circondati. Ogni giorno arrivava qualche novità a mezzo di radioscarpe. Ecco, gli alpini cominciavano a diventare nervosi. Mi chiedevano qual era la direzione che bisognava prendere per arrivare in Italia e quanti chilometri c'erano, perché lì non ci sono punti di riferimento, non è che vedi una grande città e dopo una grande città sai che ce n'è un'altra. La pianura è enorme. Da che parte andiamo in caso di ripiegamento andiamo di là. Dobbiamo, l'unica cosa sicura era non dobbiamo superare il don, sennò andiamo direttamente Ecco, dalla verremo arrestati tutti, ma da che parte andiamo? E qualcuno si chiede, ma quanti chilometri sono se dovremmo farla a piedi per arrivare in in Italia? Gianin mi domandava sempre, anzi sempre più spesso, sergente Maggiù che arriveremo a Baita, anch'io sentivo che qualcosa non andava. Una sera che ero nella tana del tenente a fumare una sigaretta ed eravamo soli, "Rigoni", mi disse il tenente. Ho avuto disposizione in caso di ripiegamento. Non risposi nulla. Capivo che ormai era finita, veramente finita, ma non volevo ammetterlo. Sentivo il mio solito dolore allo stomaco. Capivo che cosa eravamo noi e che cosa volessero i russi. Tornando nella mia tana, dissi forte: "Qualunque cosa succeda, ricordatevi e mettetevelo bene in testa che dobbiamo restare sempre uniti."
Quindi è una giovane di 22 anni, eh, che si rivolge ad altri giovani che hanno la stessa etità o qualche anno in meno che dice dobbiamo rimanere uniti, non possiamo disperderci, la nostra forza è rimanere uniti, combattere insieme. Se ci disperdiamo alla fine sarà la fine per tutti. Però il dolore che sente dentro di sé è notevole, non è la gioia, ecco, la gioia, finalmente torniamo indietro, no? Il dolore, perché sa che sono morti tanti altri alpini, che è morta tanta gente e adesso devono ripiegare, non possono neanche in qualche modo difendere le tombe, le fosse comuni degli altri. soldati e una sera arriva l'ordine di ripiegamento finalmente, cioè i reparti alpini sono gli ultimi a muovere per la ritirata, perché i russi sono già arrivati al comando di corpo d'armata che moltamente sta un 50 km dietro, quindi la gli alpini è opportuno che si muovano perché altrimenti rischiano di essere tutti eh catturati, tutti deportati. Esattamente il 17 gennaio del 43 i i testi di storia eccetera ci dicono che l'ordine di pregamento per gli alpini. Ecco, a questo punto ci chiedo, ma perché gli alpini sono gli ultimi a ripiegare? Non avrebbero dovuto ripiegare con gli altri la oppure magari addirittura essere i primi? Molto probabilmente i comandi italiani fanno una scelta. È opportuno che gli alpini siano gli ultimi ad evacuare perché possono poi contrapporsi all'avanzata dei sovietici. Sono i soldati meglio armati entro certi meglio motivati rispetto alle divisioni di fanteria, quindi li lasciamo lì fino all'ultimo. Quando poi ripiegheranno sapranno combattere la combattere e salvarsi, mentre i soldati, la fanteria eccetera è opportuno che invece torni indietro il più possibile. Ed è interessante vedere quali sono i sentimenti di grande avvelimento di Rigoni quando lascia la sua tana. Anche qua una breve lettura un po'. Ero solo, dice gli altri già hanno cominciato da qualche minuto ad allontanarsi. Lui vuole essere sicuro di essere l'ultimo, che qualcuno non sia rimasto indietro. Ero solo. Dalla trincea. Sentivo i passi degli alpini che si allontanavano. Erano vuote le tane sulla paglia, che una volta era il tetto di un giacevano calze sporche, pacchetti vuoti di sigarette, cucchiai, lettere gualcite. Sui pali di sostegno erano inchiodate cartoline con fiori, fidanzati, paesi di montagna e bambini. Ed erano vuote. Le tane vuote, vuote di tutto ed io ero come le tane, cioè vuoto dentro. Ero solo sulla trincea e guardavo nella notte buia. Non pensavo a nulla. Stringevo forte il mitragliatore, premetti il grilletto, sparai tutto un caricatore, ne sparai un altro e piangevo mentre sparavo. Saltai nella trincea, entrai nella tana di Pintossi a prendere lo zaino. Erano delle bombe a mano e le gettai nella stufa, lei ad altre bombe le due sicurezze le posai piano sul fondo della trincea. Mi incamminai verso la valletta, incominciava a nevicare. Piangevo senza sapere che piangevo e nella notte nera sentivo solo i miei passi nel camminamento buio. Nella mia tana inchiodata un palo rimaneva il presepio in rilievo che mi aveva mandato alla ragazza per il giorno di Natale. Quindi, insomma, sentimenti di profondo dolore nel momento in cui deve abbandonare tutto.
Era stata la casa di tutti loro. abbandonare tutto in fretta furia per l'ignoto, per quasi ignota destinazione, potremmo dire, perché nessuno di loro la poteva immaginare che cosa sarebbe accaduto successivamente. I primi giorni della ritirata, ci dice Rigon Stern, ma anche gli storici c'è una grande quantità di libri, avvengono in maniera sufficientemente ordinata, cioè i reparti indietreggiano compatti, magari con alla testa l'ufficiale, il sergente e dietro i soldati che portano naturalmente i grossi pesi, gli strapieni di munizioni, le mitragliatrici che sono state smontate, quindi pesi enormi e sudano, nonostante il freddo, sudano terribilmente. Nei giorni successivi invece si scatena il caos, era inevitabile. Quindi reparti che non si ritrovano più, soldati che perdono il contatto con i loro reparti, con i loro ufficiali, soldati che rimangono in indietro, altri che magari sono un po' troppo avanti rispetto agli altri. Comunque è una è una fuga contro il tempo, potremmo dire. Perché il grande timore di questi soldati sono i partigiani russi, perché i partigiani russi, muovendosi prevalentemente sui carri armati, arrivano magari dietro una collinetta e e tendono del delle vere e proprie trappole nei confronti di questi soldati che avanzano e non hanno la possibilità di difendersi. Questi carmati sono stati paragonati ai lupi della steppa. Come i lupi della steppa, no? Che attaccano magari di lato in branco dicendo, ecco, che avrebbero potuto avere il sopravvento. Quindi nessuno vuole morire, tutti vogliono tornare a Baita. L'idea del campo di concentramento è terrorizzante e quindi è una lunghissima marcia che dura 18-19 ore al giorno, tanto per intenderci. Si fermano la notte anche perché le temperature sono così la glaciali, men 40 anche anche di più, per cui devi trovare un giaciglio, un giaciglio oppure più semplicemente devi entrare in un ISBA sono le povere eh abitazioni dei contini russi, la dove però la temperatura se fuori c'è -40 dentro oscilla tra 1° sopra lo zero, pochi gradi sotto lo zero e in queste condizioni si può sopravvivere. Ecco alcune fotografie, questa è una delle più diffuse che si trova le libri eccetera, vedete questa enorme massa. Abamo detto 229.000 soldati. Certo, qualcuno nel frattempo è morto, quindi sono decine di chilometri. La eh punteggiate, ecco, da queste colonne. Ecco, notate questo soldato che non ce la fa più, ecco, si appoggia alla slitta, però forse era peggio, ci dice Rigonna, perché a questo punto poi il sudore gelava, gelava e improvvisamente, magari il corpo era anche relativamente caldo, bastava poco per gelare e magari non muoversi più. Tutti utilizzano coperte, eh, utilizzano tutto quello che si può utilizzare. Questa è una fotografia a colori che ci dà l'idea dei colori, la della quindi le divise dei soldati, le coperte tirate sulla testa. In alcuni punti magari non c'era la neve, in altri punti invece la neve e il ghiaccio soprattutto rendono la la strada tra virgolette ancora più difficile. Ecco, questo è interessante anche questa fotografia. Ecco, notate che il paesaggio non è piatto come magari potremmo immaginare.
Ci sono delle collinette certo delle collinette di meglio dire magari rialzi del terreno, poche decine di metri che eh d'estate per il turista rendono il paesaggio, se vogliamo, ancora più bello. Però in queste condizioni voleva dire che la Slit magari non la governi più, che la Slit poi travolge coloro che stanno davanti, che i muli scivolano, la che i soldati cadono per terra e quando cadono per terra non hanno più la forza per alzarsi e se non ha c'è qualcuno che li aiuta rischiano rapidamente di morire, di morire in mezzo al freddo. Ecco, vediamo cosa scrive ancora Rigonerna che sembra proprio questa immagine. Dice: "Attraverso la steppa si snodava la colonna che poi spariva dietro una collina lontano. Era una striscia come una s nera sulla neve bianca. Mi sembrava impossibile che ci fossero tanti uomini in Russia, una colonna così lunga, quanti caposaldi! Come il nostro eravamo una colonna lunga che per tanti giorni doveva restarmi negli occhi e per sempre nella memoria. Ecco, questa fotografia ci dà maggiormente l'idea delle sofferenze di questi soldati, la il vento micidiale che si alzava e non c'erano barriere a frenare il vento. Quando si alzava diventava devastante il freddo, il ghiaccio e poi naturalmente dovevano muoversi portandosi dietro i fucili. I mitragliatori, la cassetta delle munizioni. Non tutti i reparti fanno così, molto probamente. Anzi, sicuramente l'avrei fatto anch'io. Dopo un paio di giorni di marcia questi pesi insopportabili vengono buttati per terra. Però questo era estremamente pericoloso perché voleva dire che in caso di attacco da parte dei partigiani eccetera il soldato non era in grado di sparare. Infatti Rigonisterna dice ai suoi uomini la di la tenere le armi, di non buttarle via, ecco, di tenerle possibile, pronte per essere utilizzate. Anche questa è una fotografia, una raro momento di pausa. Ecco, però notate che nessuno, tranne magari questo soldato che sembra un graduato, sorride. Ecco, tutti sono molto provati. In genere quando qualcuno fa una fotografia tutti abbozzano magari un sorriso e si vede chiaramente che sono molto provati, la stanchezza, il freddo, eccetera. Sì, questo è un disegno, però dà l'idea di quello che accadeva, quindi i armati che colpiscono le colonne, gli aerei, gli aerei che sorvolano e sganciano spezzoni, lanciano bombe, mitragliano e non c'è nulla da fare. I partigiani che magari a cavallo compiono delle delle incursioni, un po' come la i russi al tempo di Napoleone, una sorta di mordi e fugi. Il ricordo della ritirata assume nel romanzo, come facile immaginare, tinte epiche. Anche questo è un passo, direi Và la pena di leggerlo perché è importante. Era freddo, molto freddo, ma sotto il peso dello zaino pieno di munizioni si sudava. Sembra incredibile. Molto freddo, temperature glaciali. La di giorno, di notte poi naturalmente la temperatura scendeva ancora di più, ecco. Ma il corpo era eh sudato. Ogni tanto qualcuno cadeva nella neve e si rialzava a fatica. Si levò il vento. Il vento arrivava improvvisamente. La prima quasi insensibile, poi forte sino a diventare tormenta. Veniva libero, immenso, dalla steppa senza limiti.
Nel buio freddo trovava noi povere piccole cose sperdute nella guerra. Ci scuoteva, ci faceva barcollare. Bisognava tenere forte la coperta che ci riparava la testa e le spalle, ma la neve entrava da sotto e pungeva il viso, il collo, i polsi come aghi. Si camminava uno dietro l'altro con la testa bassa. Sotto la coperta e sotto il camice bianco si sudava, ma bastava fermarsi un attimo per tremare dal freddo. Ed era molto freddo. Lo zaino, pieno di munizioni, ad ogni passo aumentava di peso. Par un momento all'altro di dover schiantare come un abetti giovane carico di neve. Ora mi butto nella neve e non mi alzo più. È finita. Ancora 100 passi e poi butto via le munizioni. Ma non finisce mai questa notte, questa tormenta. Ma si camminava un passo dietro l' un passo dietro l'altro, un passo dietro l'altro. Ecco, notata la differenza. Qua c'è proprio il dramma, la tragedia, mentre all'inizio Meschini eccetera si sorrideva. Quindi Rigoni bravo anche a raccontare quello che lui ha vissuto, a renderlo con parole semplici, ma con immagini estremamente forti. Rigonerna rischia di rimanere anche lui sepolto sotto la neve perché la tentazione di cadere nella neve e rim rimanere lì, rimanere lì, non aspettando che qualcuno lo aiuti, proprio rimanere lì perché era preferibile quindi stare in qualche modo sulla neve rispetto a continuare a camminare, ma chi cadeva per terra non si rialzava e nessuno lo aiutava, rischiava di morire rapidamente. E questo rischio è capitato anche al nostro rige. Racconta. Si cammina e viene ancora notte. È freddo, più freddo di sempre, forse 40°. Il fiato si gela sulla barba e sui baffi. Con la coperta tirata sulla testa si cammina in silenzio. Ci si ferma. Non c'è niente, non alberi, non case, neve e stelle. E noi mi butto sulla neve e sembra che non ci sia neanche la neve. Chiudo gli occhi sul niente. Forse sarà così la morte o forse dormo. Sono in una nuvola bianca. Ma chi mi chiama? Chi mi dà questi scossoni? Lasciatemi stare. Rigoni, Rigoni, Rigoni in piedi. La colonna è partita. Svegliati, Rigone. È il tercioni che mi chiama quasi con angoscia e aprendo gli occhi lo vedo curvo su di me. Mi dà un paio di scossoni e vedo bene il suo viso ora e i due occhi scuri che mi fissano. La barba dura e lucenti di Brina, la coperta sopra la testa. Rigoni prendi dice e mi dà due piccoli le pastiglie, inghiotti, fatti forza, avanti, mi alzo, cammino con lui e a poco a poco raggiungiamo la compagnia e capisco tutto. Cioè, capisce che se non fosse stato per moscione o qualcuno sarebbe rimasto lì nella neve e non avremmo avuto, oltre naturalmente a perdere un altro soldato ufficiale, non avremmo avuto trante opere anche il sergente sulla neve. Ma quanti che si sono buttati sulla neve alzeranno più? Cinci e moscioni mi fanno salire su un cavallo, ma Peggio che camminare, temo di congelarmi, ridiscendo e cammino. Paradosso, ecco, che sul cavallo, sulla slit, eccetera, era preferibile camminare. E qui c'è l'episodio più importante della ritirata dalla Russia, che è la battaglia di Nicolaevica il 26 gennaio del 1943, perché i russi fanno diversi tentativi per insaccare i soldati italiani in ritirata con i cararmati, con i partigiani, con le truppe a cavallo.
Abbiamo sentito la e gli italiani di volta in volta devono sfondare queste barriere, queste barriere fatte di mitragliatrici e di soldati, perché se non hanno le forze per sfondare però a Nicolaevka i russi tentano, diciamo, l'ultima volta con un numero maggiore di armi, numero maggiore di soldati di eh frenare l'avanzata. A questo punto un'enorme massa di soldati sarebbe finita, ecco, nelle nelle mani dei russi. Nikolayev, che è un villaggio, un villaggio di povere case, povere case pochissime in muratura sono tutte isb, sono case costruite dai contadini in maniera molto semplice con la paglia, con il fango. Destate puzzavano orribilmente. Infatti i soldati italiani quando arrivavano per la ruota in Russia dicevano "No, non possiamo stare". Poi con piccole finestre, una piccola porta d'ingresso, poi avevano capito come mai c'erano piccole finestre eh e una piccola porta. Era fatto in maniera tale da poter conservare il calore durante l'inverno, quindi Estate potevano essere, diciamo, abitazioni in ospitali, ma d'inverno salvavano la vita ai contadini russi, i bambini, le donne, gli anziani, eccetera e adesso salvano la vita ai soldati. Quindi il villaggio è presidiato dai russi. Per avanzare devono sfondare lo schieramento russo. Molti reparti italiani stanno dietro perché non hanno armi, hanno buttato tutto, mentre gli alpini hanno conservato in gran parte le armi e rigoni estern e tra i primi tra i primi ad arrivare e tra i primi a capire un po' la come fare per poter passare anche in questo momento. È un caporal maggiore sergente, vuole riportare i suoi uomini a casa. Sì, la cartina non so se dà l'idea. Comunque ecco, vedete la quello lo schieramento degli alpini, Tridentina, poi la Cunense, la Julia, eccetera. Questi con questi segni sono barriere, alcune barriere che i russi cercano di eh di appunto per frenare l'avanzata degli italiani. E qua c'è Nicola Yevka. Nicola Yevka che è l'ultima, come vedete, l'ultimo tentativo di frenare la ritirata degli italiani. Poi, naturalmente, gli italiani la dovranno continuare a camminare, a marciare per settimane perché il rischio era che i russi arrivassero dietro di loro. Ecco qua c'è l'episodio più famoso della della sergente Nalave eccetera. Ecco, e vale la pena di sofferme. un un attimo. Ecco, cominciamo a leggere che cosa dice la Vittorini, perché mentre Vittor, mentre, anzi, scusate, sì, Vittorini, cioè ancora Vittorini, come vedre, ecco, mentre Rigoni Terna sta combattendo, sta sparando contro i i soldati dell'Armata Rossa, eccetera, c'è un'abitazione che sembra occupata, ecco, da contadini eccetera. Lui ha fame, ha una grande fame, una fame così insopportabile. che tenta addirittura rischiando di entrare nell'abitazione, potrebbero accoglierlo fucilato. Ecco, però la fame è notevole. Attraverso lo steccato e una pallottola missibile vicino. I russi ci tengono d'occhio. Corro e busso alla porta di un'isba, entro. Vi sono dei soldati russi. Quindi l'Isba è abitata. Non c'è solamente una donna con i propri bambini, ma ci sono dei soldati russi che stanno a tavola, stanno mangiando anche loro. Vi sono dei soldati russi là, dei Pigionieri no, sono armati con la stella rossa sul berretto. Io ho in mano il fucile, li guardo impietrito. E immaginate la scena. Lui entra, ha il fucile in mano, dall'altra parte 1 m perché sono piccole 2 m. Al massimo ci sono alcuni soldati russi che lo guardano impietriti, ma anche rigisterne è impietrito davanti a loro. Motamente la pronta che vi dà da vicino il nemico tra virgolette prendono
Essi stanno mangiando attorno alla tavola, prendono cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune e mi guardano con i cucchiai sospesi in aria. Rimangono così impietriti, bloccati, non pensavano che sarebbe entrato un soldato italiano. Mnie cocestia Iesti, perdonate mio russo che è tremendo. Ecco, però è sterna a parlare, dico, cioè chiede della minestra in sostanza vi sono anche delle donne, una prende un piatto Lo riempie di latte miglio con un mestolo dalla zuppiera di tutti e me lo porge. Io faccio un passo in avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Lui mani in piedi, ha così tanta fame che non è caso di sedersi, poi sedersi, insomma, gli altri invece sono seduti, quindi lui mangia e gli altri lo guardano, lo guardano ancora impietriti, magari con il cucchiaio è rimasto ancora così, lo guardano mentre mangia. Il tutto sarà durato poche decine di secondi. Infatti dice il tempo non esiste più. Il I soldati russi mi guardano, le donne mi guardano, i bambini mi guardano, nessuno fiata, c'è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto ed ogni mia boccata. Spazziba, dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. Pasausta mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell'ingresso vi sono delle armie. La donna che mi ha dato la minestra è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a Gesti di darmi un un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco. Una situazione, qual è la riflessione che fa eh il nostro rigono esterno? Dice così è successo questo fatto, ora non lo trovo affatto strano a pensarvi, ma naturale, di quella naturalezza che una volta deve esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali. Non sentivo nessun timore, nessun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Quindi dice in tempo di guerra queste cose la anzi non in tempo di guerra queste cose sono comuni. Il fatto di sedersi a tavola anche tra persone che non si conoscono, il fatto di dire siamo simili, non non parliamo una lingua, io non conosco la parola di russo, voi di italiano, ecco, ma ci possiamo benissimo intendere. Quindi è un fatto, dice naturale, come vedete la Rigon esterna la rielabora questo episodio, però in maniera molto semplice. A questo punto inter Vittorini, Elio Vittorini che noi abbiamo visto responsabile del fatto che il che il gatto Pardo non era stato pubblicato perché romanzo giudicato di destra, poi rifiuta anche il dottor Scivago, il nostro Vittorini perché non si inquadrava bene nella narrazione di sinistra della rivoluzione d'ottobre eccetera. Interviene Vittorini e è ovvio che Rigoni esterne è d'accordo, cioè noi sappiamo che queste 10 righe che adesso vi leggo sono state scritte da Vittorini e cercheremo di capire perché e qual è il significato. Anche i russi, poi Vittorini che scrive, erano come me, lo sentivo. In quell'isba, si era creata tra me i soldati russi e le donne, i bambini, un'armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l'uno per l'altro. Una volta tanto, le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno
Ora quei soldati, quelle donne, quei bambini, io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo tutti quanti eravamo come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere, potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini diventare un costume e un modo di vivere. Se vogliamo, è anche bello quello che scrive. Dice quello che è accaduto in quell'ISBA eccetera l'ha è già accaduto prima. Può benissimo ripetersi. eh anche i momenti di guerra, perché gli uomini, anche se vestono una divisa di un altro colore, no? Parafrasando un po' De André, si riconoscono in quanto esseri umani anche in tempo di guerra. Però a questo punto ci chiediamo, ma perché Vittorini entra prepotentemente all'interno della narrazione? Perché abbiamo detto l'altra volta Vittorino, un intellettuale di punta del Partito Comunista e ha un po' di timore a pubblicare questo romanzo perché potrebbe suonare, siamo nel 1953, in un momento molto difficile c'è la legge truffa cosiddetta voluta dai nemoc cristiani. Il Partito Comunista sta ditogliati, sta portando avanti una grande battaglia parlamentare contro la legge truffa eccetera. È un momento di scontro. Quindi Vittorini si chiede ma questo romanzo, se lo pubblichiamo così com'è, non suonerà come antisovietico? In fondo, sì, è vero che gli italiani sono lì in Russia, ecco che non è casa loro, però in questo romanzo sono gli italiani sono i buoni, ecco, e i russi sono i cattivi che li inseguono, li tallonano con i carmati che li uccidono negli agguati, partigiani eccetera. Se invece noi mostriamo che i russi erano i sovietici, l'uomo sovietico era capace di di umanità, era capace di trasporto nei confronti del nemico, a questo punto è diverso. Quindi anche qua il romanzo viene pubblicato, però è molto probabile che Vittorini abbia detto sì, il romanzo si può pubblicare, bella quella scena lì nell'ISBA significativa, eccetera, però se sei d'accordo, Mario Ecco, io la inserirei eccetera eccetera. Rigoni esterna la non ha pensato, ecco, che fosse una intrusione di campo, ha pensato che, insomma, un collega narratore, anzi più famoso in questo momento di lui potesse arricchire il romanzo. Però è ovvio che l'obiettivo di Vittorin è quello di rendere accettabile a un pubblico italiano di sinistra eccetera, un romanzo che non doveva suonare come antisovietico, quindi mettere i sovietici che ora uccidono mil italiani in una condizione positiva. Non era necessario. Non è necessario visto che gli italiani sono andati lì a fare la guerra, se vogliamo. Quindi è ovvio che quando invadi un altro paese la logica è che chi è invaso ha tutto il diritto di difendersi. Comunque la battaglia di Nicolaevka è diventato una ulteriore giornata della memoria. Eh, provvedimento del Parlamento di qualche anno fa, penso l'anno scorso, forse quest'anno, anzi l'anno prossimo sarà eh il secondo anno, giornata nazionale della memoria del sacrificio degli alpini. Sospendiamo il giudizio eccetera. Diciamo che siamo d'accordo. Certo, alla vigilia magari del giorno della memoria 27 gennaio in cui si ricorda la liberazione di Auschwitz potrebbe creare magari qualche problema, cioè il giorno prima ricordiamo gli alpini, il giorno dopo ricordiamo gli ebrei e non solamente gli ebrei uccisi ad Auschwitz. Però vabbè, in fondo se vogliamo se non ci sono eh la preoccupazioni politiche si dietro però alla legge non ci sono magari strumentalizzazioni politiche e si sa che i partiti quando possono eccetera eccetera. Benvenga ecco questa giornata che invita tutti a riflettere, a ragionare ecco su una pagina estremamente tragica della storia europea e non solamente della storia italiana.
Comunque continua dopo Nicolaevka, Rigonister si comporta da eroe, potremmo dire, la devono continuare a a marciare a marciare sempre la 18 ore al giorno perché altrimenti alla sacca successiva vengono tutti intrappolati. Però è il momento dopo Nicolaevka di tirare il respiro e di fare la conta dei morti. Infatti il Rigonerna vuole sapere dei suoi uomini, una ventina e gli dicono che anche Gianin è morto. A un certo momento non si è visto più, sicuramente è stato colpito. Ecco, è morto nella nella neve. Joanin, quello che arriveremma a Baita, eccetera. Quando poi arriveranno, più o meno in Bielorussia, la dove c'erano degli avamposti tedeschi. A questo punto siamo nei mesi di marzo, eh, quindi durata due mesi la ritirata nel mese di marzo. A questo punto i soldati, chi era arrivato, ecco, può poteva sentirsi al sicuro. Ecco, vediamo un po' l'armata scomparsa. Mh, perché è una grande tragedia che va al di là, come adesso vedremo, della della ritirata dalla Russia. Ecco, vediamo qualche numero. Quindi 229.005 Questo è il numero di soldati che partono nel 42 e l'Armirra che partono per il Caucaso che poi finiscono, abbiamo detto lungo il Donna. 90.000 non fecero ritorno, quindi il numero dei morti 229.000 numero dei morti ci dicono gli storici è una delle pagine più studiate dagli storici 90.000. Quindi chiediamoci questi 90.000 dove e quando sono morti. 5.000 sono morti per eh nel periodo precedente l'offensiva sovietica 11 dicembre del 42. Le perdite della ritirata, quindi, furono 85.000 uomini. 25.000 morirono durante la ritirata. La ritirata, perché non so, la sacca di Nikolaevka richiede un grosso tributo di sangue perché i russi sparano e e gli italiani avanzano avanzano nella neve, nel ghiaccio. Quindi 25.000 morirono durante la ritirata, la di fame eh di di malattia la oppure ecco per l'azione dei partigiani sovietici. Quindi a questo punto, facendo un rapido calcolo, abbiamo 70.000 prigionieri. Dei 90.000 morti abbiamo 70.000 prigionieri e di questi 70.000 prigionieri che finiscono nei campi di concentramento sovietici, tipico di tutte le guerre, che cosa fai dei prigionieri se uno d'accordo? Ecco, ma quando sono grandi masse costruisce un campo di concentramento di questi 70.000 prigionieri, 10.000 sono i sopravvissuti, quindi sono 60.000 i morti, quindi un numero ancora maggiore. Noi magari penseremmo che il maggior numero di soldati sono morti durante la ritirata, invece no, un numero doppio è morto all'interno dei campi di concentramento sovietici che non esistevano, che vengono costruiti rapidamente perché un campo di concentramento potrebbe essere all'inizio filo spinato e le torrette di guardia. Poi la si costruiscono le baracche e intanto muoiono i soldati perché stanno all'addiaccio, stanno al freddo e magari non mangiano. E c'è questo film interessante, stavamo parlando prima con l'amico, anche lui in qualche modo amante di questo tipo di di film, i girasoli, uno dei film più belli, Mastro Ianni e Sofia Loreno. La di quale anno è?
Ecco che nasce questo film nel momento in cui molti italiani si chiedono ancora, ma che fine hanno fatto? Ecco, i nostri soldati? Com'è possibile che dalla Russia siano tornati così pochi? 90.000. Certo, molti sono morti durante la ritirata, ma non possono essere morti tutti. E allora nasce un po' una leggenda che è quella raccontata nel film Girasoli, che molti italiani sono stati soccorsi o da uomini o da donne, russi eccetera, come succede al nostro Mastroiani, portati in unma e poi in qualche modo Puditi, eccetera eccetera e poi han deciso di rimanere di rimanere in Russia perché sarebbe stata la loro casa e ed è una leggenda che la nell'Italia degli anni 60 la era un po' di domino pubblico perché c'era sempre qualche camionista che dall'Italia arrivava in Unione Sovietica e magari chiedeva un'informazione e c'era qualcuno che rispondeva in italiano. Poi tornava a casa dicendo "Mi hanno risposto in italiano" e dicevano "Certo, sono italiani che sono rimasti là", ma chi non l'avrebbe fatto, no? Ecco la accudito magari da qualche bella donna russa eccetera. Vabbè, il film è piuttosto complesso, è un po' la storia di del soldato Mastroianni che viene la che sopravvive grazie a una donna, si innamora, però Sofia Loren, che è la moglie vera, non ci sta e va con grande coraggio, va in Unione Sovietica sulle traccia perché lì sente che il marito non è morto. Il suo istinto di donna, la di la di moglie la le dice che il marito è sicuramente vivo. Infatti lo trova vivo, lo trova vivo, però è sposato e poi torna indietro in Italia Bilita. Poi il film continua, naturalmente non è caso de parlare, però è un film, ecco, che eh in quel momento dà forza all'idea che non sono tutti morti, sono rimasti là, ecco, in una società, ecco, che magari non è quella italiana, ma sicuramente. Infatti, questo è un titolo la della degli anni successivi del Corriere di informazione. Vedete, 600 italiani ancora vivi. Ecco, quindi la speranza era che da questi soldati tornassero prima o poi, tornassero magari 10 anni dopo, 20 anni dopo. In realtà non era vero. Togliati lo sapeva bene che erano tutti morti, però l'idea era ecco che erano vivi e poi con la complicità delle autorità sovietiche saranno sarebbero tornati. Questi sono soldati italiani che sono stati disarmati, fa freddo, come si vede chiaramente, sono all'interno di un campo di concentramento russo. Ma prima di arrivare a questi campi di concentramento ci sono le marce del Davai. Davai in russo vuol dire avanti. La chi è sopravvissuto poi ha raccontato ecco che per giorni e giorni marciavano. Se i soldati italiani marciavano verso Occidente loro marciavano verso Oriente. La davai davai si sentivano ripetere dei soldati russi. Chi rimaneva indietro un colpo di fucile come facevano i tedeschi per durante l'evacuazione. di Auschwitz e poi dopo giorni e giorni, chissà in quali condizioni, ecco, arrivavano all'interno, ecco, questi sono ancora soldati italiani, prigionieri, c'è il fotografo che li invita a un po' manifestare un po' di entusiasmo, ma non sembra, ecco, più di tanto. E poi entravano che questo, vedete, è una lunga colonna, il campo di concentramento, come ho detto, potrebbe essere benissimo il filo spinato necessario perché altrimenti scappano. Qu la prima cosa stendere il filo spinato, qualche torretta per osserv are quello che avviene e poi si scava si scava per costruire le baracche. Spesso baracche non in muratura, ma baracche di legno in condizioni sicuramente molto molto pesanti, eccetera. E questo, visto che stiamo parlando adesso della della sorte di questi prigionieri di cui magari non sappiamo molto la una un breve documento, però molto significativo, un documento agghiacciante.
Attenzione, l'aggettivo agghiacciante non è è stato cognato da me, ma è stato cognato da Achille Occhetto che è stato l'ultimo segretario del Partito Comunista. Poi il Partito Comunista nel 1991-92 si dissolve, nascono varie formazioni politiche e Achille Ochetto diventa segretario della PDS DS e adesso il PD che comunque non non ci riguarda. Questa è una lettera di Togliati a Vincenzo Bianco. Tutti e due stanno in Unione Sovietica. Vincenzo Bianco è una elemento molto importante del Partito Comunista in Unione Sovietica, certamente nel 43 in Italia non c'era spazio. Eh visita Vincenzo Bianco, visita questi campi di concentramento, vede che sono pieni di italiani, vede che vivono male, malissimo, e chiede a Toliatti che cosa possiamo fare, che cosa dobbiamo fare. Sì, è vero che sono partiti tutti i fascisti, però sono figli di mamma, potremmo dire, sono soldati, sono giovani. La possiamo fare qualche Cosa? La risposta di Togliati che venne trovata, poi adesso leggiamo perché era un po' di suspens che venne trovata negli archivi sovietici quando vennero aperti nel 1992, forse ricorderete su Panorama una polemica schiosa durissima, venne pubblicata questa lettera perché questa lettera la negli archivi del Kegev venne trovata da uno storico il quale tradusse poi perché molmente dialogavano tra di loro in russo. Comunque a scrivere e Togliati 15 fer del 43. L'altra questione sulla quale sono in disaccordo con te, perché Vincenzo Bianco dice aiutiamo questi soldati, facciamo qualche cosa per loro, diamo magari da mangiare qualcosa in più, è quella del trattamento dei prigionieri. La nostra posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso l'Unione Sovietica è stata definita da Stalin e non vi è più niente da dire. Quindi Stalin decide e noi ha deciso lui, non è il caso attualmente di entrare in polemica. Nella pratica però se un buon numero di prigionieri morirà in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo niente da dire. Anzi, ecco perché ho anche se era lo stesso partito, naturalmente nel momento in cui legge questa lettera che è più lunga, eh naturalmente questa è la parte più significativa perché poi la Togliatti cerca di giustificare questa affermazione e lo fa in maniera non convincente. Come fai a a essere convincente dicendo che se muoiono è tanto meglio? Quindi la le argomentazioni togli atti non sono significative. Ecco, questo è è importante perché io credo che eh chi parla di storia non deve avere pietà per nessuno. Ecco, forse ne avevamo parlato anche per la la prima lezione. La mia posizione di principio è questa. Non esistono la armadi all'interno dei quali non si può vedere cosa c'è dentro. Negli armadi ci sono i famosi scheletri e gli scheletri devono essere portati fuori, essere mostrati.
Altrimenti si fanno operazioni politiche e non è il mio caso, naturalmente. Cioè, se io insisto adesso su queste cose, non è perché io sono di destra, figuriamoci, per carità, ecco, se ne parla proprio perché parlo dal presupposto che non ci sono la argomenti sui quali non è possibile analizzare, discutere e anche se vogliamo condannare, perché di fronte a queste prese di posizione, quindi è una questione destra e sinistra, questione che se qualcuno ha la presosizione di questo genere contribuendo poi alla morte di 60.000 soldati italiani, tanto per intenderci, è ovvio che chi parla deve un attimo. Ecco, torniamo al romanzo di Rigoni Stellicho ancora qualche minuto per qualche precisazione. Sembrerebbe un romanzo antimilitarista. Uno lo legge e dice sì, in questi tempi in cui sembra che il mondo tra poco precipiterà in una guerra eccetera. Questo è un romanzo antimilitarista. Ma non è esattamente così perché se noi leggiamo attentamente rileggiamo il sergente nella neve. Vediamo che in nessun momento Rigoni e scrive qualche anno dopo prende posizione contro la guerra fascista. Cioè lui nel 38 quando decide di arruolarsi a negli alpini alla scuola militari di Osta eccetera, è un fascista al 100% come tanti italiani eh del resto in quel periodo. Infatti nel romanzo non ci sono puntate polemiche contro Mussolini che li ha mandati là con le scarpe di cartone, no? Le famose scarpe di cartone. In nessun momento Rigoner si chiede se questa guerra è giusta, ma è giusta portare la guerra a migliaia di chilometri dall'Italia e contemporaneamente nel romanzo, sempre qua bisogna in qualche modo rileggerlo, ci accorgiamo che non c'è nessuna la nessuna polemica contro la dirigenza eh diciamo lo Stato maggiore degli alpini. Gli alpini in Russia hanno un generale, si chiama generale Nasci, che responsabile del mancato ripiegamento. Ci aspetteremmo che Rigoni esterna spenda magari anche qualche parola cattiva nei confronti di quel generale che tarda fino all'ultimo, anzi che dà l'ordine di ripiegamento quando praticamente sono già circondati. Ma anche in questo caso contro i propri ufficiali non c'è una parola, una che possa suonare contraria. Cioè Rigoni sembra dire ecco che la guerra è una brutta necessità, che le guerre ci sono sempre state e che dovere in proprio modo la combattere. Ecco, quando ci sono le guerre, il tuo paese è impegnato, le devi combattere, che non è naturalmente una posizione che almeno io possiamo giustificare, però insomma siamo in quel periodo, non possiamo pensare che tutti allora ragionassero come ragioniamo noi. Quindi nel 38, nel 38 ha meno di 20 anni Rigoner, quindi un giovane fascista educato nella scuola fascista eccetera, che crede, ecco, nei miti della patria eccetera e addirittura parte come volontario, ama molto le montagne, uno che è nato ad Asiago, non può non amare le montagne e e soprattutto è fortemente indottrinato.
Infatti nella la maggio del 42, credo in una lettera scritta a casa, Rigoner scrive: "Non vi è stata una guerra più giusta di questa contro la Russia sovietica. Sì, questa guerra che facciamo è come una crociata santa e sono contento di parteciparvi, anzi fortunato. Ciò che Rigon esterna fa proprio la propaganda sia di Mussolini, ma anche della Chiesa cattolica, perché la Chiesa cattolica benedice la eh la la campagna di Russia perché è contro il comunismo, comunismo ateo e distruttore si diceva. Ecco la c'è una dottrina che dice che Dio non esiste, anzi che è un'invenzione da parte di qualche furbacchione, eccetera eccetera. È ovvio che il comunismo non può piacere alle gerarchie vaticane, alla alle gerarchie religiose, eccetera. Quindi la La campagna di Russia è per la distruzione del bolchismo, la distruzione del comunismo di una ideologia che noi italiani, noi cattolici, fascisti eccetera, non possiamo far altro che la nutrire un grande disprezzo. Ecco, notate crociata santa, come i crociati che partivano per la conquista di Gerusalemme. Sì, magari noi oggi di fronte a tutte queste cose possiamo anche così la avvertire la distanza Però tenete conto che allora la propaganda nell'Italia fascista, come sappiamo, era martellante, era formidabile come nella Germania nazista, cioè Gubbes era un genio della propaganda e così chi circondava Mussolini sapeva il fatto proprio, ma anche nell'Unione Sovietica di Stalin la propaganda era il fiore all'occhiello, perché quella propaganda tu hai il compito eh di istruire i giovani. I giovani devono crescere così come vuoi tu. E la scuola la scuola fa fascista ha un ruolo di primissimo piano. Tutte le materie, ecco, ven immaginate la storia o la filosofia al liceo, ma anche la storia per i bambini delle elementari, il Risorgimento, gli eroi, gli italiani che combattono, che muoiono con il sorriso sulle labbra, eccetera, erano messaggi per i bambini che poi sarebbero diventati più grandi, più grandi ancora, ecco, fino ad arrivare ai principi del fascismo, alla filosofia di Gentile e gli altri. Poi, vabbè, la campagna di Russia apre gli occhi, eh, Vedete? Perché poi una volta tornato a casa la Rigoner è un democratico. Infatti l'8 settembre se fosse stato fascista l'8 settembre sarebbe sceso in piazza per stare dalla parte di Mussolini. Per esempio la Bedeschi, l'autore di 100.000 gavette, Giulio Bedeschi, autore di 100.000 gavette di ghiaccio, altro romanzo significativo. Anche lui è un reddice dalla Russia, però è rimasto fascista. Con l'8 settembre del 43 lui aderisce al fascismo. finché dura la guerra. La invece Rigonisterna la non aderisce al fascismo, viene arrestato dai tedeschi la e questo è capitato, tenete conto, a migliaia e migliaia di altri ex soldati e viene deportato in un campo di concentramento e rimarrà fino al maggio del 45. Qui immaginate e la vita di Rigoni che è iniziato con la campagna di di Francia 40 ha fatto la Francia, l'Albania eccetera, ha fatto la ritirata dalla Russia e adesso si fa 2 anni praticamente o poco meno di 2 anni di campo di lavoro è meglio dire perché gli IMI gli imi internati militari italiani eccetera, i soldati disarmati dai tedeschi finiscono negli Stalaga, ovvero campi di lavoro che comunque molto duri eh la non si arriva alle durezze di Buckv di Daku, eccetera. Ecco, però 650.000 ex soldati che finiscono nell'Istal a lavorare per la vittoria della Germania, 40.000 morti. per dare l'idea di campi di lavoro gestiti dai tedeschi in piena guerra, campi durissimi. Ecco, questa è la fotografia di Rigoni sterna. La lui lavorava all'interno del della Hermangur, no? Che era una potrà essere naturalmente un un pezzo grosso della dirigenza nazista. La era a capo il il maresciallo Ging era capo di un enorme complesso di industrie e questo era una sorta di lascia passare oppure di tesserino. di identificazione per il per l'internato Rigoni esterna. Ecco, stiamo arrivando alle ultime battute. Questo mi sembra interessante, ecco perché qua vedete sono due libri, due libri però profondamente diversi che ci danno due idee diverse. Ecco perché quando uno è interessato a un discorso storico sarebbe il caso di leggere qualche libro in più, magari anche diversi, perché il libro sulla sinistra è, diciamo, di stampo tradizionale, come vedete l'Odissea dell'Armira dal Donna Nikolaevka, la ritirata degli alpini raccontata dai reduci, sicuramente un testo significativo che però racconta metà della nostra storia perché è giusto raccontare il ritorno, la ritirata, ma è giusto raccontare l'andata.
L'andata, ovvero quando gli italiani arrivano in Russia, non per difendere il passo del Brennero, perché insomma era un po' distante, ma per quella logica imperialistica, quella logica di mettere le mani sulle risorse degli altri. Cioè, infatti c'è questo testo che vi raccomando che è leggibilissimo, addirittura uno storico tedesco che la dice lunga anche su certi limiti della storiografia italiana. È uno storico tedesco che però ha studiato in Italia, ci sono le sue interviste su YouTube, parla un discreto italiano, Thomas Schlemmer, invasori non vittime. Ecco perché se noi raccontiamo solo la ritirata dalla Russia, italiani vittime. Però se la raccontiamo anche la prima parte, invasori e vittime, cioè non che la parola vittima non vada bene assolutamente, però invasori. Ecco, questo per ricostruire la storia, diciamo, idealmente un po' a 360°. E questo spesso non viene fatto. Sono sicuro che il 26 di gennaio, il giorno dedicato agli alpini, che poi è anche sbagliato perché abbiamo visto che non c'erano solamente gli alpini, tre divisioni su nove. Ricordate anche gli altri, no? Ricordate nella ricordate anche i fanti, poverini, ecco che sembra quasi che il 26 gennaio non ci sia spazio per loro. Comunque il 26 gennaio molte le ricostruzioni storiche calcheranno la mano sulla ritirata e e l'andata dove la mettiamo? La certo magari potrebbe essere per certi ambienti politici un po' pesantino dire abbiamo attaccato noi, abbiamo invaso noi, però la storia è andata così. Questo è uno dei pochi libri sulla sugli italiani prigionieri in Russia la comunque eh l'edizione Mulino, quindi è un testo attendibile. Prigionieri italiani in Russia ribadiamo le cifre 70.000 prigionieri, 10.000 sopravvissuti. Questi sono alcuni libri perché poi Rigoni come Primo Levi, Primo Levi non pensava di diventare un grande scrittore, di raccontare, di avere cose da raccontare in sostanza. Poi Auschwitz che lo porta ad diventare testimone e poi a diventare scrittore. Anche Rigonerna dopo l'esperienza in Russia scopre la sua vocazione di scrittore e penso che a casa nostra la tutti noi abbiamo uno o più libri di Rigonerna e della sua Asiago. Questo è Rigonerna l'ha appena tornato dalla duplice esperienza Russia più Stalag in Germania e in Polonia, quindi sono gli anni medamente successivi il 45. Ecco, questa è interessante, molto bella perché Abbiamo Primo Levi, tre grandi testimoni, ecco, della tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Primo Levi, la Rigon Stern al centro e questo è Nuto Revelli. Nuto Revelli, anche lui ha fatto anche lui era un ufficiale degli alpini, anche lui ha fatto la ritirata dalla Russia, però a un certo momento con l'8 settembre decide di diventare partigiano. Quindi la esperienza mirabile, significativa quella di di Nut Rebell che racconta in alcune opere, soprattutto il mondo dei vinti legato anche al mondo contadino italiano. Questo ve lo raccomando, eh la moltamente lo conoscete. Ecco, questo è Marco Paolini, ecco, che è un grande attore, regista di la sua produzione teatrale e direi che di alta, se non altissima qualità, perché a un certo momento Marco Paolini va a casa di Rigon esterna perché vuole realizzare eh una sua lettura dell'esperienza in Russia va a casa di Rigonster, vedete questo è il primo colloquio e Rigonist cosa fa? Gli apre una cartina. La cartina vu dire ecco fai attenzione anche perché gli dice vai eh la in Russia, vai a vedere. Naturalmente Paolini avrebbe voluto che Ricordonister cominciasse a raccontare. Qui ci dice no, vai a vedere, vai a vedere e poi ne parliamo casomai. E Marco Paolini cosa fa? Prende il treno, ma non una sorta di super freccia rossa, no? Un treno molto lento. Ecco, la arriva lentamente in Russia, non così lentamente come i soldati, però prende, ecco, i treni più lenti possibile per poter in qualche modo anche vedere la quello che i soldati vedevano durante le grandi tradotte che portano fino a un certo punto. E questo è il suo lavoro su YouTube.
Poi se volete il link me lo chiedete, non è è un problema. Oppure basta la digitare sergente nella neve Paolini. Vi posso assicurare che lui da solo all'interno di una caverna, quindi un gran freddo, umidità, c'era ancora Rigon esterna, il pubblico era lì tutto inizzito, ma molto era proprio lo spazio giusto al freddo. Ecco, e lui che racconta racconta mirabilmente da solo, ecco. Ma in alcuni momenti Marco Paolini è davvero epico. È morto nel 2008, Rigoni Questa è la sua tomba nel cimitero di Asiago. Sicuramente. Ecco, questo poi basta, eh, poi basta. Non sono le ultime parole famose, è un basso è una riflessione di Rigon esterna sulla eh sui giovani. Quale c'eravamo interrogati soprattutto settimana scorsa, su quali messaggi rivolgere ai giovani e lui dice leggete, studiate e la Lavorate sempre con etica e passione. Ragionate con la vostra testa e imparate a dire di no. Siate ribelli per la giusta causa. Difendete la natura e i più deboli. Non siate conformisti e non accodatevi al carro del vincitore. Siate forti e siate liberi, altrimenti quando sarete vecchi e deboli, rimpiangerete le montagne che non avete salito e le battaglie che non avete combattuto. Direi perfetto. Ecco la difficile immaginare un messaggio ai giovani ancora più accattivanti. Ultima immagine del nostro sergente con i suoi alpini. Io vi ringrazio per la pazienza. Se non siete proprio cotti, come suol dire, volete rimanere
PE-n1446-romanzo-guerra.mm . - Discussione: Romanzo e Guerra. - Il tema di "Romanzo e Guerra" si incentra principalmente su Il sergente nella neve, il capolavoro di Mario Rigoni Stern, e sul contesto tragico della campagna italiana in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il tema di "Romanzo e Guerra" si incentra principalmente su Il sergente nella neve, il capolavoro di Mario Rigoni Stern, e sul contesto tragico della campagna italiana in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il sergente nella neve: Il Contesto e la Pubblicazione
Il sergente nella neve fu pubblicato nel 1953 ed è basato sull'esperienza vissuta dall'autore, Mario Rigoni Stern, Sergente Maggiore del battaglione Vestone (Vestù) della Divisione Tridentina.
Il romanzo è strettamente legato a una delle pagine più dolorose della storia italiana recente: la Campagna di Russia (o Campagna in Unione Sovietica). L'Italia, alleata della Germania nazista, inviò dapprima il CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) nel 1941 (circa 61.000 uomini) e poi l'ARMIR (Armata Italiana in Russia) nel 1942, che contava circa 229.000 uomini. L'obiettivo strategico, concordato con Hitler, era inizialmente l'occupazione della zona industriale di Stalino (Donbas), ricca di carbone e ferro.
I soldati italiani, molti dei quali giovanissimi (Rigoni Stern aveva 22-23 anni), erano schierati lungo il fiume Don. La loro dotazione era inadeguata per il fronte orientale: le divisioni alpine (Tridentina, Julia e Cuneense) avevano cannoncini da montagna, inutili contro i carri armati sovietici T34 (che pesavano 30 tonnellate), e i loro carri armati leggeri L6/40 erano soprannominati "scatolette di sardine".
La Vita al Fronte e l'Inizio del Romanzo
Il romanzo inizia in un periodo di relativa calma, attorno al Natale del 1942. Gli alpini si riparano dal freddo glaciale (che poteva raggiungere i -40° C) nelle tane, buche scavate nella superficie argillosa, arredate con piccoli ricordi di casa. Inizialmente, la narrazione presenta momenti di buon umore e scene vivaci, come la discussione sulle sigarette (sigarette Macedonia, considerate "paglia per signorine," al posto delle più forti Milit).
Rigoni Stern dipinge una straordinaria galleria di personaggi, come Meschini, che faceva la polenta con la forza di un mulo, e Gianin, il cui desiderio costante era "Sergent majù, g'eriverema a baita?" (Sergente maggiore, torneremo a casa?). Il tenente Moscioni incarna lo spirito alpino di unità, condividendo la fatica e i pasti dei soldati.
La Tragedia della Ritirata
L'offensiva sovietica lungo il Don iniziò il 17 dicembre 1942. Gli alpini furono tra gli ultimi reparti a ricevere l'ordine di ripiegamento, il 17 gennaio 1943. Questo ritardo, forse una scelta dei comandi per usare gli alpini, meglio armati e motivati, come retroguardia, li espose all'accerchiamento.
La ritirata è descritta come un inferno di ghiaccio e una fuga contro il tempo. I soldati dovevano affrontare temperature estreme (fino a -40° C), la tormenta, e il terrore dei carri armati e dei partigiani russi, paragonati ai "lupi della steppa". Il peso dell'equipaggiamento e delle munizioni era insopportabile, ma Rigoni Stern insisteva affinché i suoi uomini conservassero le armi, nonostante la tentazione di buttarle via.
L'abbandono delle postazioni è un momento di profondo dolore per Rigoni Stern, che si sente "vuoto dentro" come le tane che lasciava.
Il culmine della ritirata è la battaglia di Nikolayevka (26 gennaio 1943), un tentativo russo di bloccare definitivamente la marcia degli italiani.
Umanità e Politica: L'episodio dell'Isba
Durante la battaglia di Nikolayevka, si colloca un episodio fondamentale di umanità. Rigoni Stern, spinto da una fame insopportabile, entra in un'isba (povera casa di contadini), scoprendo al suo interno non solo donne e bambini, ma anche soldati russi armati. Nonostante si trovassero faccia a faccia con il nemico, una donna gli offre del latte miglio. Rigoni Stern descrive questo momento come un'esperienza di naturalezza umana, dove "si era creata tra me i soldati russi e le donne, i bambini, un'armonia che non era un armistizio".
Questa scena, e in particolare il commento che la segue, fu arricchita dall'intervento di Elio Vittorini, un intellettuale di punta del Partito Comunista e responsabile della pubblicazione. Vittorini temeva che il romanzo, pubblicato nel difficile clima politico del 1953, potesse suonare "antisovietico", in quanto presentava i russi principalmente come aggressori. L'introduzione del concetto di umanità dei sovietici rendeva l'opera più accettabile per un pubblico di sinistra.
Romanzo e Antimilitarismo
Nonostante la narrazione vivida e drammatica delle sofferenze, il romanzo non è strettamente antimilitarista, specialmente se letto nel suo contesto storico.
1. Ideologia Iniziale: Rigoni Stern, arruolatosi volontario e formatosi nella scuola fascista, credeva pienamente nella guerra. In una lettera del 1942, definiva la campagna contro l'Unione Sovietica come una "crociata santa," espressione della propaganda fascista e della Chiesa cattolica contro il comunismo ateo.
2. Mancanza di Polemica: Nel romanzo non ci sono esplicite polemiche contro Mussolini, che aveva mandato gli italiani in Russia (spesso con le famigerate "scarpe di cartone"), né contro l'alto comando (come il generale Nasci), ritenuto responsabile del ritardato ordine di ripiegamento. Rigoni Stern sembrava accettare la guerra come una "brutta necessità".
Tuttavia, l'esperienza in Russia e la successiva deportazione in un campo di lavoro tedesco (Stalag, dove rimase fino al maggio 1945) aprirono gli occhi a Rigoni Stern, che tornò in Italia come un democratico convinto, a differenza di altri reduci. La sua opera, pur non essendo un atto d'accusa politico esplicito, è diventata una testimonianza fondamentale della tragedia della guerra.
Le Conseguenze della Guerra e i Prigionieri
Il bilancio della campagna di Russia fu devastante: su 229.000 uomini dell'ARMIR, 90.000 non fecero ritorno. Di questi, circa 25.000 morirono durante la ritirata (per fame, malattie, o in combattimento).
I restanti 70.000 furono fatti prigionieri e inviati nei campi di concentramento sovietici (gulag). Le condizioni disumane durante le marce del Davai (Avanti) verso Oriente e la vita nei campi improvvisati portarono alla morte di 60.000 prigionieri italiani; i sopravvissuti furono solo 10.000.
Un documento agghiacciante, ritrovato negli archivi sovietici, rivela la posizione del leader comunista italiano Palmiro Togliatti, che nel febbraio 1943 scrisse a Vincenzo Bianco:
"Nella pratica però se un buon numero di prigionieri morirà in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo niente da dire.".
Questo dimostra come la tragedia della guerra e il destino dei soldati italiani in Russia fossero intrecciati con questioni ideologiche e politiche sia al momento del conflitto che negli anni successivi.
PE-n1447-campagna-Russia-.mm . - Discussione: Campagna di Russia. - La Campagna di Russia, combattuta dalle forze italiane a sostegno della Germania nazista durante la Seconda Guerra Mondiale, rappresenta una delle pagine più tragiche e sanguinose della storia militare italiana
La Campagna di Russia, combattuta dalle forze italiane a sostegno della Germania nazista durante la Seconda Guerra Mondiale, rappresenta una delle pagine più tragiche e sanguinose della storia militare italiana, ampiamente documentata e analizzata, in particolare attraverso l'esperienza degli Alpini narrata nel romanzo Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern.
Obiettivi e Contesto Storico
La decisione di inviare truppe in Unione Sovietica fu presa da Benito Mussolini poco dopo l'inizio dell'Operazione Barbarossa (22 giugno 1941), l'invasione tedesca volta ad annientare l'Armata Rossa e raggiungere Leningrado, Mosca e Stalingrado. Mussolini premeva per un contributo italiano alla "civiltà europea" contro il Comunismo.
L'obiettivo strategico, concordato con Hitler, era l'occupazione della zona industriale di Stalino (oggi Donbas), ricca di ferro e carbone. L'invasione era motivata dalla logica imperialistica di mettere mano sulle risorse altrui.
I Contingenti Italiani
La Campagna si svolse in due fasi distinte:
1. CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia): Istituito poche settimane dopo l'inizio dell'Operazione Barbarossa, contava circa 61.700 uomini, tre divisioni, 5.500 automezzi e 4.600 quadrupedi (cavalli e muli). Gli italiani riuscirono a conquistare Stalino il 20 ottobre 1941.
2. ARMIR (Armata Italiana in Russia): Poiché gli obiettivi tedeschi del 1941 non furono raggiunti, nel 1942 Hitler intensificò lo sforzo, e Mussolini inviò un contingente molto più grande, l'ARMIR, che raggiunse un totale di 229.000 uomini.
Lo Schieramento sul Don e l'Inadeguatezza Bellica
L'ossessione di Hitler nel 1942 divenne Stalingrado, punto cruciale per aprire la strada al Caucaso, regione ricca di petrolio (Baku), ferro e carbone.
L'ARMIR, composta da nove divisioni (tra cui le tre divisioni alpine: Tridentina, Julia e Cuneense), fu schierata lungo il fiume Don. La linea tenuta dagli italiani si estendeva per circa 270 chilometri, con un'insufficiente densità di un fante ogni 7 metri.
Le truppe italiane erano mal equipaggiate per il fronte orientale:
• Gli alpini erano stati preparati per combattere in montagna (il Caucaso).
• I loro cannoncini da montagna erano inutili contro i carri armati sovietici T34, che pesavano 30 tonnellate.
• I carri armati leggeri italiani (L6/40) pesavano solo 3 tonnellate ed erano soprannominati "scatolette di sardine" o "bare semoventi". Le forze italiane non disponevano di armi efficaci contro i carri.
La Tragedia della Ritirata
L'offensiva sovietica lungo il Don iniziò il 17 dicembre 1942.
• L'Accerchiamento: L'ordine di ripiegamento per i reparti alpini (come il Vestone di Rigoni Stern) arrivò tardi, solo il 17 gennaio 1943. Questo ritardo, forse dovuto alla scelta dei comandi di usarli come retroguardia a causa della loro maggiore motivazione e armamento, portò all'accerchiamento.
• L'Inferno di Ghiaccio: La ritirata si trasformò in una fuga contro il tempo in condizioni estreme. Le temperature arrivavano fino a -40° C. I soldati dovevano affrontare la tormenta, marciare 18-19 ore al giorno, e combattere contro i carri armati e i partigiani russi, paragonati ai "lupi della steppa".
• La Battaglia di Nikolayevka: Il momento culminante fu la battaglia di Nikolayevka, il 26 gennaio 1943. I russi tentarono di bloccare la colonna italiana in ritirata. Durante questa fase di disperata avanzata, si colloca l'episodio di Rigoni Stern che, spinto dalla fame, entra in un'isba e viene nutrito dai soldati russi e dalle donne, un momento di "naturalezza" e umanità in tempo di guerra.
Il Bilancio Tragico e i Prigionieri
La Campagna di Russia si concluse con un tributo altissimo in vite umane. Dei 229.000 uomini dell'ARMIR, 90.000 non fecero ritorno.
• Perdite durante la Ritirata: Circa 25.000 soldati morirono durante la ritirata stessa.
• I Prigionieri (I Dispersi): Circa 70.000 soldati italiani furono catturati.
? I prigionieri furono costretti a marce forzate verso Oriente (le marce del Davai).
? I campi di concentramento (Stalag/campi di lavoro) sovietici furono improvvisati, causando tassi di mortalità altissimi a causa del freddo e della fame.
? Dei 70.000 prigionieri, 60.000 morirono nei campi, un numero doppio rispetto a quelli caduti durante la ritirata. Soltanto 10.000 sopravvissero e fecero ritorno.
? La questione dei prigionieri fu oggetto di polemiche, in particolare per una lettera del febbraio 1943 in cui il leader comunista Palmiro Togliatti, pur sapendo delle dure condizioni, dichiarò che se un "buon numero di prigionieri morirà in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo niente da dire".
Nonostante la narrazione predominante si concentri sulla sofferenza e sul valore degli italiani come vittime (specialmente attraverso la memoria degli alpini), l'analisi storica completa richiede di riconoscerli anche come invasori nella prima fase del conflitto, poiché il loro scopo era quello di conquistare risorse territoriali al di fuori dei confini nazionali.
PE-n1448-alpini-ritirata-.mm . - Discussione: Alpini e Ritirata. - Il tema degli Alpini e della Ritirata è centrale nel racconto della Campagna di Russia durante la Seconda Guerra Mondiale
Il tema degli Alpini e della Ritirata è centrale nel racconto della Campagna di Russia durante la Seconda Guerra Mondiale, in particolare attraverso l'esperienza narrata nel romanzo Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern.
La Posizione degli Alpini e l'Equipaggiamento
Gli Alpini costituivano una parte significativa dell'ARMIR (Armata Italiana in Russia), che contava 229.000 uomini. Delle nove divisioni inviate al fronte nel 1942, tre erano divisioni alpine: la Tridentina, la Julia e la Cunense. Rigoni Stern era un Sergente Maggiore del battaglione Vestone (Vestù) della Divisione Tridentina.
Inizialmente, gli Alpini si aspettavano di combattere nel Caucaso, sulle montagne. Per questo motivo, erano dotati di cannoncini da montagna, un armamento inadeguato per la difesa lungo la pianura del fiume Don. Questi cannoncini risultavano inefficaci contro i carri armati sovietici T34, che pesavano circa 30 tonnellate. Le forze italiane disponevano di carri armati leggeri L6/40 (di sole 3 tonnellate) soprannominati dai soldati "scatolette di sardine" o "bara semovente".
L'Armir era schierata lungo 270 km del Don, con una densità di circa un fante ogni 7 metri, rendendo la linea difensiva molto vulnerabile.
L'Ordine Ritardato di Ripiegamento
L'offensiva sovietica lungo il Don iniziò il 17 dicembre 1942. Tuttavia, i reparti alpini non furono coinvolti immediatamente e trascorsero un Natale relativamente tranquillo nelle loro tane (bunker sotterranei scavati nel terreno argilloso).
Solo verso il 10 gennaio 1943, Rigoni Stern iniziò a percepire il nervosismo tra gli ufficiali, realizzando che erano stati accerchiati. L'ordine di ripiegamento per gli Alpini arrivò il 17 gennaio 1943.
Gli Alpini furono gli ultimi a muovere per la ritirata. Gli storici ritengono che i comandi italiani avessero fatto questa scelta per utilizzare i reparti alpini, considerati meglio armati e motivati rispetto alle divisioni di fanteria, come retroguardia per contrastare l'avanzata sovietica.
L'Inizio della Ritirata e il Carico Emotivo
L'abbandono delle postazioni fu un momento di grande dolore per Rigoni Stern, che si sentiva "vuoto dentro" come le tane che lasciava. Lasciò le sue cose, conservando solo un presepe che gli aveva mandato la sua ragazza, e sparò due caricatori del mitragliatore in segno di profondo turbamento, piangendo senza rendersene conto.
Nei primi giorni, la ritirata avvenne in modo relativamente ordinato, con i reparti che indietreggiavano compatti. Tuttavia, il caos si scatenò in seguito, con soldati che perdevano il contatto con i loro ufficiali e i loro reparti.
Mario Rigoni Stern, che aveva solo 22 anni ma la responsabilità di una ventina di uomini (i suoi "figliuoli"), insisteva sull'importanza di rimanere uniti: "Qualunque cosa succeda, ricordatevi e mettetevelo bene in testa che dobbiamo restare sempre uniti".
Le Condizioni Estreme della Marcia
La ritirata si trasformò in una fuga contro il tempo, una marcia lunghissima che durava anche 18-19 ore al giorno. I soldati dovettero affrontare:
1. Temperature glaciali: Il freddo era micidiale, raggiungendo anche -40° C. Il fiato si gelava sulla barba e sui baffi.
2. Sforzo Fisico: Nonostante il freddo, i soldati sudavano terribilmente sotto il peso dello zaino pieno di munizioni e delle mitragliatrici smontate. Il sudore gelava rapidamente se si fermavano, rischiando il congelamento.
3. La Tormenta: Il vento, libero e immenso sulla steppa, diventava tormenta, scuotendo i soldati e pungendo la pelle come aghi.
4. Il Pericolo Russo: Il grande timore era rappresentato dai partigiani russi e dai carri armati, paragonati ai "lupi della steppa" che attaccavano con incursioni rapide.
La tentazione di buttare via i pesi insostenibili (come munizioni e armi) era forte, ma Rigoni Stern esortava i suoi uomini a tenere le armi, fondamentali in caso di attacco. Lo stesso Rigoni rischiò di morire: esausto, si buttò nella neve, sentendo di essere in una "nuvola bianca" e credendo che fosse la morte o il sonno. Fu salvato dal Tenente Moscioni che lo scosse e lo aiutò a riprendere la marcia.
La Battaglia Decisiva: Nikolayevka
Il culmine della ritirata fu la battaglia di Nikolayevka il 26 gennaio 1943. In questo villaggio, costituito da povere isbe (case contadine), i russi avevano tentato un ultimo, massiccio sforzo per bloccare definitivamente l'avanzata e intrappolare l'intera massa di soldati italiani. Gli Alpini, avendo conservato gran parte delle loro armi, furono in prima linea nello sfondare lo schieramento russo.
È durante questa battaglia che si verifica l'episodio di umanità, quando Rigoni Stern, affamato, entra in un'isba e viene nutrito con latte miglio da una donna, anche in presenza di soldati russi armati.
Le Perdite della Ritirata
Dopo Nikolayevka, la ritirata continuò, ma fu il momento di fare la conta dei morti. Tra le vittime ci fu anche Gianin, il soldato che continuava a chiedere: "Sergente Maggiù, g'eriverema a baita?" (Sergente maggiore, torneremo a casa?).
Il bilancio totale della Campagna di Russia fu disastroso:
• Su 229.000 soldati dell'ARMIR, 90.000 non fecero ritorno.
• Circa 25.000 uomini morirono direttamente durante la ritirata a causa della fame, delle malattie, o nei combattimenti (come a Nikolayevka).
• I restanti 70.000 furono fatti prigionieri e deportati nei campi di concentramento sovietici, dove altri 60.000 morirono.
Il 26 gennaio è oggi commemorato in Italia come la Giornata nazionale della memoria del sacrificio degli Alpini. È importante notare, tuttavia, che i fanti delle altre sei divisioni (come Cosseria, Ravenna, Pasubio, ecc.) erano anch'essi coinvolti nella ritirata e nelle perdite, sebbene la narrazione storica tenda a focalizzarsi maggiormente sugli Alpini.
PE-n1449-prigionieri-italiani-.mm . - Discussione: Prigionieri Italiani. - sorte tragica delle decine di migliaia di soldati dell'ARMIR (Armata Italiana in Russia) catturati dalle forze sovietiche dopo la disastrosa ritirata dal fiume Don,
La discussione sui "Prigionieri Italiani" si concentra sulla sorte tragica delle decine di migliaia di soldati dell'ARMIR (Armata Italiana in Russia) catturati dalle forze sovietiche dopo la disastrosa ritirata dal fiume Don, un capitolo estremamente doloroso della Campagna di Russia.
Le Cifre della Tragedia
Il bilancio della Campagna di Russia è spaventoso. Su 229.000 soldati dell'ARMIR inviati in Russia, 90.000 non fecero ritorno.
Queste perdite si dividono in due momenti principali:
1. Circa 25.000 uomini morirono durante la ritirata (per fame, freddo, malattie o in combattimento).
2. Il numero restante di prigionieri catturati dai russi fu di circa 70.000 uomini.
La vera tragedia si consumò nei campi di prigionia sovietici (spesso gulag o campi improvvisati). Dei 70.000 prigionieri, i sopravvissuti furono solamente 10.000, il che significa che 60.000 soldati italiani morirono in prigionia. Questo numero di vittime in cattività è doppio rispetto a quello di coloro che morirono durante la ritirata stessa.
Le Marce del Davai e le Condizioni dei Campi
Dopo la cattura, i soldati dovettero affrontare le estenuanti marce forzate verso Oriente, conosciute come le marce del Davai ("Avanti" in russo). Chi rimaneva indietro durante queste marce veniva fucilato, un trattamento simile a quello subito dai prigionieri durante l'evacuazione di Auschwitz da parte dei tedeschi.
I campi di concentramento sovietici non esistevano inizialmente come strutture permanenti, ma furono costruiti rapidamente per ospitare le grandi masse di prigionieri. La costruzione iniziale consisteva spesso solo nel filo spinato e nelle torrette di guardia; in seguito venivano scavati e costruiti alloggiamenti, spesso baracche di legno in condizioni durissime. I soldati, esposti al freddo e alla mancanza di cibo, morivano rapidamente all'addiaccio.
La Questione Politica: La Lettera di Togliatti
Il destino dei prigionieri italiani in Unione Sovietica è legato anche a una questione politica e ideologica, evidenziata da un "documento agghiacciante" ritrovato negli archivi sovietici.
Questo documento è una lettera scritta il 15 febbraio 1943 da Palmiro Togliatti (allora leader del Partito Comunista Italiano, residente in Unione Sovietica) a Vincenzo Bianco, anche lui un importante elemento del PCI in URSS. Bianco aveva visitato i campi e chiesto a Togliatti se fosse possibile fare qualcosa per aiutare questi soldati, molti dei quali giovani, che vivevano in condizioni disumane.
Togliatti rispose che, riguardo al trattamento dei prigionieri:
"La nostra posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso l'Unione Sovietica è stata definita da Stalin e non vi è più niente da dire".
E, in un passaggio particolarmente duro:
"Nella pratica però se un buon numero di prigionieri morirà in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo niente da dire.".
Questa dichiarazione, che non mostrava pietà né preoccupazione per la sorte dei soldati italiani prigionieri, fu una rivelazione significativa quando gli archivi sovietici vennero aperti nel 1992.
Il Mito dei Sopravvissuti
A causa del bassissimo numero di superstiti (solo 10.000) e della mancanza di informazioni certe, in Italia negli anni '60 si diffuse una leggenda popolare, alimentata anche dal film I Girasoli.
La leggenda sosteneva che molti dei dispersi non fossero in realtà morti, ma fossero stati soccorsi e "accuditi" da donne o famiglie russe, decidendo poi di rimanere in Unione Sovietica, stabilendovi la loro nuova vita. Questa speranza fu alimentata dalle voci (spesso infondate) di camionisti che sentivano parlare italiano in URSS. Tuttavia, la realtà storica confermata dalle cifre è che la stragrande maggioranza dei prigionieri italiani era morta nei campi di concentramento a causa delle condizioni estreme.
PE-n1450-Stalingrado-Don-.mm . - Discussione: Stalingrado e Don. - Certamente. La discussione su Stalingrado e il Don è fondamentale per comprendere il contesto della Campagna di Russia e il dramma vissuto dai soldati italiani, in particolare gli Alpini, come narrato in opere come Il sergente nella neve.
Certamente. La discussione su Stalingrado e il Don è fondamentale per comprendere il contesto della Campagna di Russia e il dramma vissuto dai soldati italiani, in particolare gli Alpini, come narrato in opere come Il sergente nella neve.
Contesto Geografico e Strategico (1941-1942)
La Campagna in Unione Sovietica, iniziata con l'Operazione Barbarossa il 22 giugno 1941, aveva l'obiettivo per Hitler di raggiungere e annichilire l'Armata Rossa a Leningrado, Mosca e Stalingrado.
Nel 1941, le cose non andarono come previsto da Hitler. Mosca non fu conquistata, e Stalingrado, almeno inizialmente, resistette bene. Nonostante questo, l'obiettivo per gli italiani del primo corpo di spedizione (CSIR) era l'occupazione della zona industriale di Stalino (oggi non più esistente con quel nome), nel bacino del Donec (Donbas). Questa zona era di vitale interesse economico poiché ricca di carbone e ferro. Il CSIR conquistò Stalino il 20 ottobre 1941.
Nel 1942, non essendo stati raggiunti gli obiettivi iniziali, l'attenzione di Hitler si concentrò su Stalingrado, che divenne l'ossessione principale.
Stalingrado: Il Nodo Cruciale
Stalingrado, città intitolata a Stalin, era un nodo cruciale. La sua conquista era considerata indispensabile dai generali di Hitler (e dallo stesso Führer) per due motivi principali:
1. Apertura al Caucaso: L'obiettivo strategico vero e proprio di Hitler nel 1942 era il Caucaso, una vasta regione tra il Mar Nero e il Mar Caspio, ricca di petrolio (Baku), ferro e carbone. La Germania aveva bisogno di queste materie prime per continuare la guerra.
2. Sicurezza delle Armate: Stalingrado, definita una "pistola puntata", doveva essere annientata per evitare che le armate sovietiche tagliassero la strada alle forze tedesche che penetravano nel Caucaso.
Lo Schieramento Italiano lungo il Don
Mentre i tedeschi erano impegnati nella battaglia per Stalingrado, l'ARMIR (Armata Italiana in Russia), forte di 229.000 uomini, fu dislocata lungo il fiume Don.
• Posizionamento: Le nove divisioni dell'ARMIR (tra cui le alpine Tridentina, Julia e Cunense) furono schierate al di qua del Don per proteggere il fianco tedesco da una possibile offensiva sovietica.
• Vulnerabilità: Gli italiani tenevano un fronte di 270 chilometri lungo il Don. La densità delle truppe era insufficiente, con circa un fante ogni 7 metri. Questa linea era considerata una "barriera umana" precaria.
• Pericolo del Ghiaccio: Il Don, in inverno, ghiacciava con uno strato di ghiaccio di metri, permettendo ai carri armati sovietici, pesanti 30 tonnellate (i T34), di attraversarlo senza problemi. Ciò rappresentava un enorme pericolo per le difese italiane, già carenti di armi controcarro.
L'Offensiva Sovietica e la Caduta del Don
Mentre a Stalingrado si combatteva ferocemente e la resistenza russa si intensificava, l'Unione Sovietica preparò l'offensiva lungo il Don per accerchiare le truppe italiane.
• L'offensiva sovietica iniziò il 17 dicembre 1942.
• L'obiettivo era sfondare i 270 km di fronte italiano per creare un'enorme sacca e annientare l'intera armata italiana, una tattica che i tedeschi avevano usato all'inizio della guerra.
• I reparti alpini, come quello di Rigoni Stern (Divisione Tridentina, Battaglione Vestone) erano inizialmente in una zona tranquilla, ma già a centinaia di chilometri i sovietici stavano attraversando il Don.
Il successo dell'offensiva sovietica sul Don portò rapidamente all'accerchiamento delle forze italiane. Gli Alpini ricevettero l'ordine di ripiegamento solo il 17 gennaio 1943, quando erano già circondati. Questo segnò l'inizio della disastrosa ritirata, un "inferno di ghiaccio" che causò 25.000 morti, oltre ai 60.000 prigionieri che morirono nei successivi campi di concentramento sovietici.
PE-n1451-sergente-neve.mm - Il sergente della neve - Un dialogo
oggi ci immergiamo in una storia potente, una storia che lascia il segno. Parliamo del libro di Mario Rigonern, Il sergente nella neve.
Un testo fondamentale.
Sì, non è solo un romanzo, è proprio una testimonianza diretta. Useremo le fonti che abbiamo per esplorare sia questo racconto incredibile sia il contesto storico che, diciamo ce l'ho a volte un po' dimenticato, no? Quello della campagna italiana in Russia.
Proprio così. E Rigon Stern era lì, era quel sergente, un ragazzo di 23 anni con la responsabilità dei suoi uomini. È in mezzo a eventi enormi, catastrofici,
già
è una vicenda che intreccia in modo, direi quasi fisico, l'individuo e la storia con la S maiuscola, l'esperienza personale e le decisioni prese altrove.
E con questa analisi cercheremo proprio di capire questo, perché l'Italia finì in Russia, come fu quell'inferno della ritirata descritto da Rigoni e poi cosa ci resta oggi.
Esatto. C'è un groviglio complesso di di eroismo sofferenza, ma anche di responsabilità storica. Cercheremo di scioglierlo almeno in parte.
Perfetto. Vogliamo capire cosa significò quella guerra per chi stava lì in trincea, insomma, attraverso le sue parole. Bene, allora iniziamo questa questa esplorazione.
Partiamo dal principio, forse.
Sì, la domanda base, credo. Ma come ci finirono centinaia di migliaia di italiani a combattere e spesso a morire così lontano da casa in Russia?
Beh, tutto parte dall'operazione Barbarossa, la decisione di Hitler. Giugno 41, invasione dell'Unione Sovietica
e Mussolini volle partecipare
a tutti i costi. Le ragioni erano un misto, diciamo, da un lato l'ideologia, la lotta al comunismo, la crociata, come veniva chiamata. Dall'altro ambizioni più concrete, ottenere risorse strategiche, peso politico,
risorse tipo
Beh, le fonti indicano che il primo obiettivo specifico per gli italiani fu la zona industriale di Stalino, l'attuale Donesk, nel Donbas.
Ah, il Donbas. ricco di carbone, ferro.
Esattamente. E la conquistarono eh ottobre il 41, quindi non una presenza simbolica fin dall'inizio,
no? Un impegno militare notevole.
Notevole, sì. Si iniziò con il CSR, il corpo di spedizione italiano in Russia. Parliamo di circa 62.000 uomini già nel 41.
Già tanti.
E poi l'anno dopo, nel 42, l'impegno diventò massiccio. Si creò l'Armir, l'armata italiana in Russia.
Armir e lì I numeri
impressionanti, circa 230.000 uomini, una forza enorme. Questo perché nel 42 la strategia tedesca si era spostata. Puntavano a Stalingrado, certo, ma soprattutto ai pozzi petroliferi del Caucaso.
E gli italiani dovevano dare supporto a questa avanzata?
Proprio così, l'Armir. E qui entrano in gioco anche le famose divisioni alpine, la Tridentina, la Julia, la Cunense,
gli alpini.
Loro vennero schierati lungo il fiume Donna. Un fronte lunghissimo, quasi 270 km. Dovevano tenere quella linea mentre i tedeschi avanzavano a sud. Ma era un fronte troppo vasto, sai? Quasi una linea umana più che difensiva in certi punti.
E qui c'è il paradosso. Gli alpini, truppe da montagna per eccellenza,
si ritrovarono nella steppa. Esatto. Una pianura sconfinata, gelida.
Immagino la delusione oltre alla difficoltà tattica.
E fu un colpo duro. Alloro, stando ai racconti era stato detto a Andrete nel Caucaso, l'ambiente per cui erano addestrati, equipaggiati,
invece
la steppa
e con armi
spesso inadeguate, pensa ai loro cannoncini da montagna, utili tra le rocce, ma contro i carri armati sovietici T34.
IT34, un incubo,
servivano a poco. E anche i carri italiani, i famosi L640,
le scatolette di sardine o bar e semoventi. Ho letto.
Esatto. Li chiamavano così gli stessi soldati. con sarcasmo amaro. Erano leggeri, fragili, totalmente surclassati. Mancavano armi anticarro efficaci, mancava supporto aereo, insomma, erano esposti, molto esposti.
Ed è esattamente in questo contesto, in questo scenario drammatico, che si inserisce il sergente nella neve, Rigonerna, sergente maggiore nel vestone, divisione tridentina.
Giovanissimo, 23 anni, ma già un veterano. Aveva fatto la Francia, la Brecia, l'Albania. Era un punto di riferimento per la sua squadra, una ventina di uomini, quasi un padre nonostante l'età.
E il libro ci butta lì senza preamboli, sul Don Natale 1942, un momento di calma apparente prima della catastrofe.
Sì, descrive la vita nelle tane, queste buche scavate nella terra dura, gelata, un rifugio precario, ma che diventava casa.
Immagino, con dentro
foto, ricordi portati dall'Italia, piccoli oggetti personali, tentativi di umanizzare uno spazio di L'inizio del libro è Ti resta addosso quel passaggio sull'odore del grasso sul fucile mitragliatore rovente.
Ho ancora nel naso l'odore
o ancora nelle orecchie e sì nel cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe. È incredibile. Ti fa sentire lì il freddo, i suoni, la tensione, il nemico a pochi metri
e attraverso questa scrittura così fisica, così sensoriale, ci fa conoscere personaggi indimenticabili.
Verissimo che Sono poi l'incarnazione dell'umanità che resiste. Pensa all'aneddoto quasi buffo del cappellano che a Natale porta le sigarette Macedonia.
Ah, sì, quelle considerate paglia per signorine.
Esatto. E i soldati abituati a tabacco forte che bestemmiano buonariamente. Un lampo di umorismo nero, no? In mezzo alla tragedia.
Bellissimo. E poi c'è Jenin, quel soldato semplice, ingenuo che continua a chiedere: "Sergente Maggiù, già arriveremo a Baita."
Sergente Maggiore, riusciremo a tornare a casa è il simbolo della speranza più elementare, quasi infantile della nostalgia.
E Meschini, l'ex mulattiere che scrive Rigoni odorava ancora di mulo
e che preparava la polenta con un'energia quasi animale. Rappresenta la resistenza fisica, la concretezza del mondo contadino da cui molti venivano, la fame
e non possiamo dimenticare il tenente Moschioni,
figura chiave, un ufficiale che dai racconti emerge come esemplare. Uno che condivideva tutto, scavava le tale con i suoi uomini, mangiava la stessa polenta, faticava con loro.
Niente privilegi, insomma,
proprio così. E questo spirito di corpo, questa condivisione della sorte tra gradi diversi era una forza per gli alpini, un collante fondamentale che si vedrà dopo.
Ma quella calma del Natale 42 era appunto precaria. La tempesta stava arrivando.
Sì. Mentre a Stalingrado si combatteva allo stremo, sul fronte del Don, l'Armata Rossa preparava e poi lanciava nel dicembre 42 una controffensiva. su larga scala
e le linee tenute dagli alleati dei tedeschi, italiani, rumeni, ungheresi, iniziarono a cedere.
Esatto. Progressivamente vennero accerchiate. Gli alpini, che erano più a nord furono investiti dall'urto un po' dopo. Sembra che la consapevolezza vera della gravità arrivò solo verso il 10 gennaio del 43,
tramite la famosa radioscarpa. Le voci che giravano
proprio così, voci frammentarie, allarmanti. Si capiva che qualcosa di grosso stava succedendo,
ma l'ordine ufficiale di ritirata per il corpo armata alpino arrivò tardi, vero? Solo il 17 gennaio.
Molto tardi. E questo ritardo è stato oggetto di analisi. Alcuni storici ipotizzano una scelta quasi cinica dei comandi,
cioè,
beh, gli alpini erano considerati reparti più combattivi, più solidi. È possibile che si sia deciso di tenerli lì sulla linea del Don il più a lungo possibile
per coprire la ritirata di altri, sacrificandoli quasi,
di fatto usandoli come retroguardia. Sì, pur sapendo che questo aumentava enormemente rischio che venissero accerchiati completamente.
E Rigoni descrive il momento dell'abbandono delle tane. È straziante.
Lo è. Sparare un ultimo caricatore nel vuoto, quasi per rabbia, lasciare lì le foto, i ricordi, un piccolo presepe fatto per Natale.
E quella frase ero come letane vuote,
potentissima, un senso di svuotamento totale, di perdita d'identità quasi.
E da lì inizia la ritirata, l'inferno bianco.
Unodissea. Le testimonianze parlano di marce e di disumane 18-19 ore al giorno nel caos più totale con quel freddo polare -30 men40°
in colonne infinite
una striscia nera sulla neve bianca scrive Rigoni e sempre sotto la minaccia dei carri armati sovietici degli attacchi improvvisani che lui paragona a lupi della steppa
la fatica non riesco nemmeno a immaginarla lui scrive era freddo, molto freddo, ma sotto il peso dello zaino pieno di munizioni si E poi ogni tanto qualcuno cadeva nella neve e si rialzava a fatica. La tentazione di lasciarsi andare, di addormentarsi per non svegliarsi più doveva essere fortissima.
Lo stesso Rigoni rischio di morire così.
Sì, lo racconta lui stesso. Un momento di sfinimento totale. Si butta sulla neve, chiude gli occhi, è finita.
E chi lo salva?
Il tenente Mosconi, ancora lui lo trova, lo scuote, gli urla contro, gli dà delle pastiglie energetiche, lo costringe letteralmente a di alzarsi a camminare.
Senza moscioni forse non avremmo avuto il sergente nella neve.
È molto probabile. Quell'intervento gli salvò la vita e ci ha permesso di avere questa testimonianza.
Il culmine di questa ritirata disperata è la battaglia di Nikolaevka. 26 gennaio 1943.
Nikolajevka, un nome che è diventato simbolo. Era un villaggio qualunque, eh. Povere isbe, le case russe di fango e paglia, ma in quel momento era l'ultimo sbarramento. dai sovietici.
L'ultimo tappo per bloccare la colonna italiana.
Esattamente. Una colonna ormai disordinata, un fiume di sbandati, ma con un nucleo ancora combattente, soprattutto gli alpini. Sfondare lì era l'unica speranza, l'ultima.
E proprio lì, nel mezzo dei combattimenti furiosi, c'è quell'episodio incredibile nell'isba.
Sì, uno dei momenti più famosi e toccanti del libro. Rigoni, sfinito, affamato, cerca ripalo un attimo in unba
e dentro
soldati russi. Armati, seduti a tavola che mangiano.
Gelo,
immaginati la scena. Nemici faccia a faccia in uno spazio minuscolo, fucili alla mano, ma la fame è più forte della paura dell'odio. E Rigoni fa un gesto istintivo, chiede da mangiare.
Il russo stentato, mnie coccisti agliesti, io vorrei mangiare.
E accade l'impensabile. Una donna russa lì nell'isba prende un piatto, lo riempie di zuppa di miglio dalla scodella comune e glielo dà.
E lui mangia in piedi in fretta, sotto gli sguandi dei russi, immobili.
Silenzio assoluto. Nessuno parla, nessuno spara. Finito di mangiare, Rigoni dice solo spassiba, grazie.
E la donna risponde Pajausta, prego.
E lui esce, porta via anche un favo di miele che ha chiesto per i compagni feriti. Rigoni riflette su questo, la definisce una scena naturale
di quella naturaleza. che una volta deve esserci stata tra gli uomini.
Un momento quasi sacro, potremmo dire, in cui l'umanità fondamentale, il bisogno primario, supera la guerra, le divise.
Però attenzione, su questa scena così potente sono emerse delle letture, diciamo, più critiche o comunque più complesse.
Sì, c'è un'ipotesi interessante basata su analisi filologiche e sul contesto editoriale dell'Italia del dopoguerra. Si è ipotizzato un possibile intervento di Elio Vittorini, lo scrittore Figura di spiccodi e inaudi, intellettuale comunista.
Proprio lui. L'ipotesi è che Vittorini possa aver, diciamo, guidato o enfatizzato le riflessioni di Rigoni su questo episodio per accentuare cosa? L'umanità dei soldati sovietici, la fratellanza universale.
Con quale scopo?
Raddominante. Bilanciare la narrazione e evitare che suonasse troppo antisovietica.
Capisco. Un dettaglio che aggiunge un livello di lettura non sminuisce la forza della scena, ma la contestualizza.
Certamente. Comunque Nikolavka fu uno sfondamento pagato a prezzo altissimo, ma non la fine della sofferenza. Anzi,
il bilancio finale della campagna di Russia è
spaventoso. I numeri sono terribili. Dei quasi 230.000 uomini dell'Armir, quelli partiti nel 42, si stima che circa 90.000 non siano più tornati.
90.000, quasi il 40%, una cifra enorme.
Enorme. E di questi 90.000 gli storici dicono che circa 25.000 morirono proprio durante la ritirata.
Combattimenti, fred. Fame, malattie, partigiani.
Esatto. Tra dicembre 42 e la primavera del 43. Ma questo significa che la maggioranza dei dispersi, circa 70.000 uomini,
furono fatti prigionieri dei sovietici.
Che, esatto, 70.000 prigionieri e per loro la sorte fu, se possibile, ancora peggiore,
peggiore della ritirata.
Tragica è dire poco. Dai dati che abbiamo, di quei 70.000 italiani finiti nei campi sovietici, ne tornarono in Italia solo 10.000. Forse anche meno.
10.000 su 70.000.
Sì, significa che 60.000 morirono nei Gulag o durante le marce di trasferimento.
Le marce del Davai,
le famigerate marce del Davai Davai. Avanti avanti. Chi restava indietro veniva abbandonato o peggio. E poi i campi, baracche gelide, sovraffollate, fame, malattie come il tifo petecchiale che faceva stragi, condizioni disumane.
Una realtà terribile che è stata nascosta per tanto tempo. No, c'era quasi una leggenda diversa, alimentata anche da film come i girasoli.
Esatto. E l'idea che molti fossero rimasti lì per scelta, magari per amore. La verità storica era ben diversa e molto più dura ed è stata rimossa per decenni.
E proprio sui prigionieri è emerso un documento sconcertante dagli archivi di Mosca.
Sì, dopo il crollo dell'URS. Una lettera del febbraio 1943. Mittente Palmiro Togliatti, il leader comunista italiano in esilio a Mosca
e il destinatario
Vincenzo Bianco, un altro dirigente comunista che si trovava nei campi e che aveva scritto a Togliatti segnalando le condizioni drammatiche, la mortalità altissima tra i prigionieri italiani.
E Togliatti cosa rispose?
La sua risposta, beh, è gelida. Pur ammettendo le difficoltà, Togliatti ribadisce la linea dura di Stalin. Erano invasori, quello era il trattamento. E arriva a scrivere, le fonti che citano il documento riportano queste parole: "Se un buon numero di prigionieri morirà. Non ci trovo niente da dire.
Parole pesantissime.
Agghiaccianti sono state definite così anche all'interno del suo stesso partito quando la lettera divenne pubblica molti anni dopo. Una pagina oscura che mostra come la politica, la ragion si intrecciò con la tragedia umana in modo spietato.
Torniamo un attimo a Rigonna. Lui sopravvisse a tutto questo. Ma come ne uscì? È interessante notare che nel sergente, come dicevamo, non ci sono accuse dirette al fascismo ai generali.
È vero. Nel romano, in sé la polemica politica è esplicita e assente. Anzi sappiamo da altre fonti come Lettere sue di quel periodo, tipo una del maggio 42, che lui partì volontario.
Credeva nella propaganda.
Sì, in quel momento sì. Definiva la guerra all'URS una crociata santa. Era un giovane italiano del suo tempo, cresciuto sotto il fascismo. Non possiamo dimenticarlo.
Ma l'esperienza ovviamente lo cambiò nel profondo,
radicalmente. La guerra vera, la ritirata, la morte vista così da vicino la sofferenza. Tutto questo sgretolò quelle certezze iniziali e poi ci fu un altro momento cruciale, l'8 settembre 43, l'armistizio.
Esatto, quello fu il punto di svolta definitivo per lui. A differenza di molti altri commilitoni, Rigoini rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale di Salò, rifiutò di continuare a combattere con i tedeschi
che da alleati erano diventati occupanti.
Proprio così. Fece una scelta di coscienza netta e la pagò. arrestato dai tedeschi.
Sì. Deportato in Germania come EM, internato militare italiano. Finì in uno Stallag, un campo di lavoro forzato e ci rimase fino alla fine della guerra, maggio 1945.
Quindi sopravvisse a due inferni, la Russia e la prigionia in Germania.
Due inferni, hai detto bene, e questa doppia terribile esperienza lo plasmò in modo definitivo, lo trasformò nel democratico convinto, nel l'antifascista nel grande testimone e scrittore che abbiamo conosciuto
e questo ci porta all'eredità complessa di questa vicenda. Da un lato c'è la memoria molto forte del sacrificio degli alpini. C'è persino una giornata nazionale,
vero? Una narrazione che enfatizza l'eroismo, la resistenza nella sofferenza.
Dall'altro lato però c'è la prospettiva storica più ampia. Studiosi come il tedesco Thomas Schlemmer, che ha intitolato un suo libro proprio Invasori, non vittime, ci ricordano che quegli italiani erano parte di un esercito di aggressione in una guerra voluta dal fascismo.
E questi due aspetti come si conciliano? Devono conciliarsi?
Bella domanda.
Credo sia fondamentale tenerli insieme. Non si tratta di negare la sofferenza immensa dei singoli soldati. Quella fu reale, spaventosa, ma va inserita nel suo contesto.
Che era quello di una guerra di invasione.
Esatto. Una guerra ingiusta, imperialista e figure come Rigonerna, ma penso anche a Primo Levi per la o Annuto Revelli, anche lui il reduce di Russia e poi partigiano.
Grandi testimoni
diventano cruciali proprio per questo. Attraverso il racconto della loro esperienza ci costringono a guardare questa complessità, a non semplificare, a ricordare tutto per non ripetere. E il lavoro di Rigoni continua a parlare, eh, pensa a quanto ha ispirato artisti come Marco Paolini.
Assolutamente. Quindi questo nostro percorso nel sergente nella Neve e nel suo contesto ci lascia con Beh, con la brutalità della guerra, innanzitutto, con le storie individuali travolte dalla storia e con un'eredità difficile ancora oggi.
Ci mostra la disumanità di cui siamo capaci, certo, ma anche forse quegli sprazzi di umanità inaspettata, come nell'isba di Nikolaevska, quel riconoscere l'altro anche nel nemico nel momento del bisogno estremo.
E allora per chiudere, forse possiamo lasciare una riflessione prendendo spunto proprio dalle parole che Rigoni Stern, già anziano, rivolse ai giovani. Parole forti.
Quali?
Diceva, ragionate con la vostra testa e imparate a dire di no. Siate ribelli per la giusta causa, non siate conformisti. E poi aggiungeva: "Siate forti e siate liberi, altrimenti quando sarete vecchi e deboli, rimpiangerete le montagne che non avete salito e le battaglie che non avete combattuto."
Un messaggio potente è nato da un'esperienza limite e fa pensare, no? Come risuona oggi questo invito alla libertà interiore. al pensiero critico, al coraggio di dire no, in un mondo che ci pone sfide diverse, magari meno brutali fisicamente, ma forse più subdole di conformismo, di indifferenza.
Resta una domanda aperta, credo,
decisamente. A presto.