lib927-2025-pensieri-corti-1300

 
 
2025-pensieri-corti-1300
 
 
-------------------------------------------------------------------------------------
 
 
PE-1300-1
 
PE-n1306-Legnano-biloria.mm - la storia di un cruciale punto di attraversamento ferroviario a Legnano, focalizzandosi in particolare sulla "biloria",
 
PE-n1307-biloria-Legnano.mm - La biloria in Legnano. L'amministrazione comunale ha programmato la costruzione di un sottopasso ciclopedonale alla ferrovia per realizzare un rapido collegamento tra il Corso Italia e piazza del popolo,
 
PE-n1308-amministrazione-comunale.mm - Discussione Amministrazione Comunale.
 
PE-n1309-sottopasso-ciclopedonale.mm - Discussione: Sottopasso ciclopedonale.
 
PE-n1310-attraversamento-ferroviario.mm - Discussione: Attraversamento Ferroviario.
 
PE-n1311-linea-ferroviaria.mm - Discussione: Linea Ferroviaria.
 
PE-n1312-vecchia-biloria.mm - Discussione: Vecchia Biloria.
 
PE-n1313-considerazione-castello.--  Oggi facciamo un viaggio nel tempo, un approfondimento sulla storia, beh, decisamente complessa e affascinante del castello di Legnano.
 
PE-n1314-considerazioni-biloria-legnano.mm - c'è quella piccola parentesi sulla biloria
PE-1300-2
PE-n1315-Ester-Cuttica.mm - la figura di Ester Martini Cuttica, una donna straordinaria del Rinascimento italiano originaria di Legnano, celebre per il suo ardente patriottismo risorgimentale
 
PE-n1316-Ester-Cuttica.mm - Ester Martini Cuttica nell'albo del Rinascimento italiano anche Legnano ha iscritto i nomi di rilievo, per non parlare di Saule Banfi,
 
PE-n1317-Ester-Cuttica.mm - Discussione: Ester Martini Cuttica.
 
PE-n1318-patrioti-Lombardi.mm - Discussione: Patrioti lombardi. I "patrioti lombardi" menzionati nelle fonti sono figure che hanno giocato un ruolo cruciale nelle lotte per l'unificazione e l'indipendenza italiana, in particolare durante il Risorgimento.
 
PE-n1319-colpo-mano.mm - Discussione: Colpo di mano. Il "colpo di mano" (raid o tentativo insurrezionale) si riferisce a un evento cruciale nel contesto delle attività cospirative dei patrioti lombardi durante il Risorgimento
 
PE-n1320-Ester-Cuttica.mm - Discussione: Carcerazione a Mantova. - La carcerazione a Mantova si riferisce al periodo di prigionia subito da Ester Martini Cuttica a seguito del fallit
 
PE-n1321-Risorgimento-Italiano.mm - Discussione: Contributo al Risorgimento. - Il contributo al Risorgimento italiano, come evidenziato dalle fonti relative all'area di Legnano,
PE-1300-03
 
PE-n1322-proprieta-castello.mm - storia della proprietà del Castello di Legnano,
 
PE-n1323-testamento-Lampugnani.mm -  testamento, contese interminabili fra parenti, cominciò a sentire le conseguenze la sua stessa nuora, bianca Giuditta Visconti,
 
PE-n1324-castello-abitanti.mm -  la successione degli abitanti del Castello di Legnano, focalizzandosi sulla famiglia Lampugnani dal XV al XVIII secolo
 
PE-n1325-castello-abitanti.mm - Gli abitatori pro Tempore del Castello. Dopo tutto il predetto non occorre più dire chi ha abitato Castello, furono i lampugnani.
PE-1300-04
 
PE-n1326-Carmelitane-Scalze.mm - caratteristiche artistiche della chiesa del monastero delle Carmelitane Scalze, dedicata a San Giuseppe Lavoratore, nel quartiere La Canazza di Legnano.
 
PE-n1327-carmelitane-scalze.mm - La chiesa del monastero delle Carmelitane Scalze è dedicata a San Giuseppe Lavoratore e contiene opere d'arte di insegni artisti contemporanei.
 
PE-n1328-chiesa-Monastero.mm - Discussione: Chiesa Monastero.
 
PE-n1329-opere-arte.mm - Discussione Opere d'Arte.
 
PE-n1330-progetto-costruzione.mm - Discussione: Progetto Costruzione.
 
PE-n1331-Famiglia-Mocchetti.mm - Discussipone: Famiglia Mocchetti.
 
PE-n1332-carmelitane-scalze.mm - Discussione: Artisti Contemporanei.
 
PE-n1333-Carmelitane-scalze-xxxx.mm - il patrimonio artistico della chiesa del monastero delle Carmelitane Scalze a Legnano, dedicata a San Giuseppe Lavoratore,
 
PE-n1334-Carmelitane-scalze.mm - il patrimonio artistico della chiesa del monastero delle Carmelitane Scalze a Legnano, dedicata a San Giuseppe Lavoratore,
PE-1300-05
 
PE-n1335-cotonificio-dellAcqua.mm - storia del Cotonificio dell'Acqua a Legnano, fondato nel 1871 dai fratelli dell'Aqua e successivamente gestito da vari attori.
 
PE-n1336-cotonificio-dellAcqua.mm - Nel 1904 è il cotonificio dell'acqua visto dall'Olona. C'è un'immagine del 1904 che ci mostra il cotonificio dell'acqua visto dall'olona
 
PE-n1337-cotonificio-dellAcqua.mm - Discussione: Cotonificio dell'acqua.
 
PE-n1338-storia-industriale.mm - Discussione: Storia industriale.
 
PE-n1339-Legnano-Olona.mm - Discussione; Legnano Olona.
 
PE-n1340-lavoratori-energia.mm - Discussione: Lavoratori energia.
 
PE-n1341-fusione-liquidazione.mm - Discussione: Fusione liquidazione. - La storia del Cotonificio dell'acqua a Legnano è segnata da due eventi finanziari e strutturali fondamentali:
PE-1300-06
 
PE-n1342-Fontanara-Ignazio.mm - Fontanara - Questo approfondimento si concentra sul romanzo di Ignazio Silone, "Fontamara", un'opera fondamentale della letteratura italiana scritta durante il Fascismo e pubblicata inizialmente a Zurigo
 
PE-n1343-Fontanara-Restelli.mm - La conferenza
 
PE-n1344-Romanzo-antifascista.mm - Discussione: Romanzo antifascista. - Il romanzo antifascista è un genere ben rappresentato da Fontamara di Ignazio Silone, che viene definito come uno dei migliori romanzi italiani scritti durante il fascismo.
 
PE-n1345-poverta-ingiustizia.mm - Discussione: Povertà e ingiustizia. - Certamente. La povertà secolare e le profonde ingiustizie sono temi centrali nel romanzo Fontamara di Ignazio.
 
PE-n1346-vita-Igfnazio.mm - Discussione: Vita Ignazio - Silone Ignazio Silone (nome d'arte di Secondino Tranquilli) è una figura centrale nella letteratura e nella politica italiana del Novecento, con una storia personale e politica piuttosto travagliata.
 
PE-n1347-lotta-organizzazione.mm - Discussione: Lotta e organizzazione. - La lotta e l'organizzazione rappresentano il messaggio centrale e risolutivo del romanzo Fontamara, contrapponendosi al fatalismo che aveva per secoli dominato la vita dei cafoni.
 
PE-n1348-mondo-contadino.mm - Discuss Mondo contadino. - Certamente. Il mondo contadino è l'ambiente e il soggetto principale del romanzo Fontamara di Ignazio Silone, ed è descritto con una cruda attenzione alla povertà, all'ingiustizia e al fatalismo che lo caratterizzano.
PE-1300-07
 
PE-n1349-leggenda-milanese.mm - Storicamente, la leggenda si inserisce nella narrazione di Tito Livio sull'invasione dei Galli e la fondazione di Mediolanum,
 
PE-n1350-scrofa-semilanuta.mm - Oggi è conosciuto come il palazzo della ragione, fronte verso il palazzo dei giura e consigli. consulti quasi all'altezza della torre dell'orologio
 
PE-n1351-scrofa-semilanuta .mm - Discussione: Palazzo della Ragione.
 
PE-n1352-scrofa-semilanuta .mm - Discussione: Scrofa semilanuta.
 
PE-n1353-scrofa-semilanuta mm - Discussione: Fondazione di Milano.
 
PE-n1354-scrofa-semilanuta mm - Discuss Origini celtiche.
 
PE-n1355-scrofa-semilanuta.mm - come questo suino sia entrato nella tradizione italiana accanto ad altre bestie iconiche cittadine,
 
PE-n1356-scrofa-semilanuta .mm - Cinghiare o maiare, che fosse il suino milanese, entra trionfalmente nell'animalistica dell'araltica italiana.
 
PE-n1357-scrofa-semilanuta .mm -  Il brano esplora la leggenda della scrofa semilanuta e la sua evoluzione nel racconto della fondazione di Milano,
 
PE-n1358-Belloveso-Celti.mm - Discussione: Belloveso e Celti. .
 
PE-n1359-scrofa-semilanuta .mm - Il brano esplora la leggenda della fondazione di Milano legata al ritrovamento di una scrofa semilanuta
 
PE-n1360-scrofa-semilanuta .mm - Milano, la leggenda della scrofa semilanuta, ovvero la fondazione di Milano.
 
PE-n1361-simbolismo-cinghiale.mm - Discuss Simbolismo cinghiale.
PE-n1362-scrofa-semilanuta .mm - Discussione: Animali sacri.
 
PE-n1363-scrofa-semilanuta .mm - Il brano esplora la leggenda della scrofa semilanuta come presunto fondamento della città di Milano, citando numerosi autori latini e storici che perpetuarono questo mito etimologico.
 
PE-n1364-scrofa-semilanuta-xxxx.mm - Milano, la leggenda della scrofa semilanuta, ovvero la fondazione di Milano.
 
PE-n1365-simbolo-riccezza.mm - Discussione: Simbolo ricchezza.
 
PE-1300-8
 
PE-n1366-aggressione-verbale.mm - Aggressione su un treno svizzero: cosa fare se qualcuno ti minaccia
 
PE-n1367-aggressione-verbale.mm - Aggressione su un treno svizzero: cosa fare se qualcuno ti minacc
 
PE-n1368-aggressione-verbale.mm - Discuss Aggressione verbale treno.
 
PE-n1369-reazione-intolleranza.mm - Discuss Reazione a intolleranza.
 
PE-n1370-norme-sicurezza.mm - Discussione: Norme svizzere sicurezza.
 
PE-n1371-propaganda-arroganza.mm - Propaganda e arroganza
 
 
PE-n1372-consigli-registrazione.mm - Discussione:  Consigli legali registrazione.
 
PE-1300-9
 
PE-n1373-chicca-Berlicca.mm - la genesi della leggenda di Chicca Berlica
 
PE-n1374-Chicca-Berlicca.mm - .mm - Le leggende di Milano e la leggenda di Chicca Berlica.
 
PE-n1375-Chicca-Berlicca.mm - Discussione: Leggende Milano.
 
PE-n1376-Chicca-Berlicca.mm - Discuss Chicca Berlicca.
 
PE-n1377-tradizione-popolare.mm - Discussione: Tradizione popolare.
 
PE-n1378-Invenzioni-Autore.mm - Discussione: Invenzioni autore
 
PE-n1379-filastrocche-leggere.mm - Discussione: Filastrocche leggere.
 
PE-1300-10
 
PE-1380-progetto-volontari.mm - Il progetto, ormai gia' avviato e destinato alla maturita'. di ottobre 2025.
 
 
PE-1300-11
 
 
PE-n1381-affreschi-SErasmo.nn - Gli affreschi dell'antico ospizio di San'Erasmo
 
PE-n1382-Bonvesin-De-a-Riva.mm - Bonvesin de Ia Riva
 
PE-n1383-Bonvesin-DeLaRiva.mm - fra bonvesin de la riva e le vigne di sant'erasmo e di san giorgio
 
PE-n1384-Santa-Lucia.mm  Santa Lucia, Natale, Epifania: le ricorrenze della tradizione
 
PE-n1385-Scuola-DeAmicis.nn - Scuola Edmondo de Amicis
 
PE-n1386-collezione-carrozze.mm - Collezione di carrozze e oggetti d'epoca che Maria Giulio Ferrario conserva con amore
 
PE-n1387-affreschi-SantErasmo.mm - Gli Affreschi di Sant'Erasmo a Legnano
 
PE-n1388-affreschi-SantErasmo.mm - Discussione: Affreschi Sant'Erasmo.
 
PE-n1389.ospizio-Carita.mm - Discussione Ospizio carità.
 
PE-n1390- controversia-demolizione.mm - Discussione: Controversia demolizione.
 
PE-n1391- ospizio-carita.mm - Discussione: Ospizio carità.
 
PE-n1392-vicende-burocratiche.mm - Discussione: Vicende burocratiche.
 
PE-n1393-carrozze-passione - Collezione Landone: Carrozze e Passione d'Epoca
 
PE-n1394-collezzione-carrozze - Discussione: Collezione carrozze.
 
PE-n1395-Naria-Giulia.mm - Discussione: Maria Giulia Landone.
 
PE-n1396-Antonio-Landone.mm - Discussione: Antonio Landone.
 
PE-n1397-storia-trasporti.mm - Discussione: Storia trasporti.
 
PE-n1398-passione-equestre.mm - Discussione: Passione equestre.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
-------------------------------------- PE-1300-1---------------------
 
PE-n1306-Legnano-biloria.mm - la storia di un cruciale punto di attraversamento ferroviario a Legnano, focalizzandosi in particolare sulla "biloria",
 
Il brano discute la storia di un cruciale punto di attraversamento ferroviario a Legnano, focalizzandosi in particolare sulla "biloria", un termine dialettale che identificava una precedente passerella ciclopedonale. Inizialmente, l'attraversamento era gestito da cancelli, ma con l'aumento della frequenza dei treni dopo l'elettrificazione e il raddoppio dei binari della linea Milano-Gallarate, il problema della sicurezza e del transito divenne urgente. Per risolvere l'annosa questione delle lunghe attese, fu costruita una funzionale, sebbene esteticamente discutibile, passerella in legno e ferro che venne soprannominata "biloria". Questa struttura fu infine sostituita nel 1940 dall'attuale sottopasso per pedoni e ciclisti, un'infrastruttura moderna che l'amministrazione comunale continua a integrare per migliorare il collegamento rapido tra Corso Italia e Piazza del Popolo.  - QGLC167-Legnano-biloria.mp3
 
(nota) - Il conte Francesco Maria elevò in affresco su un muro del castello il suo stemma, simile a quello di un sigillo suo che si riproduce. Egli fu anche console di legnado. Una nota ottavo. Il Capitano Francesco Maria Lampugnani, figlio del predetto marito di Francesca Vismara, gode il castello col fratello Conte Giuseppe dal 1638, ma egli muore presto nel 1644, lasciando due maschi sotto la tutela del fratello. Nel castello trovasi in una nicchia a muro la statua a mezzo busto di un capitano che con molta probabilità lo raffigura. Essa può essere stata eseguita da parte del Francesco Maria, ultimo detentore del castello, in onore al nonno suo, che era appunto stato capitano della fanteria dei cavalli. Questo busto potrebbe ritornare nella nicchia. Un'altra nota. Il notaio Bernardino Bossi fu Francesco. Possedevano anche una casa in Legnano, in via Gig odierna al numero du nella quale si sono trovati vari affreschi che sono tutt'ora in luogo. Lo erano. Costemma dei bossi.
 
(nota 2) - Fratelli e figli del Francesco Maria godono il castello dal 1658. Morto presto il Ferdinando, in possesso resta sino al 1683, unico e solo al conte Olrado, sposato alla Patrizia Lucrezia Cambiaga di Francesco. Gli succedono poi i figli. 11º il conte Francesco Maria II Lampugnani. Il fratello Giò Andrea II. Questo secondo fa però donazione della sua parte al fratello, il quale gode quindi da solo castello sino alla sua morte nel 1729. Questi, uomo di ingegno e di attività si pose il compito di radunare quelle parti dei beni avuti che con l'andare dei tempi si erano staccati per manovre da ogni genere. Ottenne il suo scopo del 1695, ma rimasto senza figli dalla moglie Maddalena Figini e poi vedovo, fece donazione testamentaria di tutto il castello ebbene anessi all'ospedale maggiore di Milano alla sua morte che è avvenuta nel 1729 come detto. A così Insigne donatore. L'ospedale maggiore fece tosto fare un ritratto a piena persona che è conservato della padreria dell'ospedale.
 
PE-n1307-biloria-Legnano.mm - La biloria in Legnano. L'amministrazione comunale ha programmato la costruzione di un sottopasso ciclopedonale alla ferrovia per realizzare un rapido collegamento tra il Corso Italia e piazza del popolo,
 
La biloria in Legnano. L'amministrazione comunale ha programmato la costruzione di un sottopasso ciclopedonale alla ferrovia per realizzare un rapido collegamento tra il Corso Italia e piazza del popolo, nel punto in cui una volta c'erano i cancelli che venivano chiusi a ogni passaggio del treno. L'attraversamento pedonale che aveva liberato dalla schiavitù di lunghe soste in attesa del transito dei convogli ferroviari era stato assicurato a partire dagli anni 20 da una passerella in legno con intellenature in ferro che richiamava un po' le skyway della vecchia Chicago. Con un colorito epiteto dialettale privo di un preciso significato, questa antiestetica ma funzionale passerella era stata chiamata dellanesi la A quei tempi il problema dell'attraversamento della ferrovia non era ancora grave perché i treni non transitavano con grande frequenza. Al 18 dicembre 1860 risale il passaggio dalla stazione ferrioviaria di Legnano del primo treno a vapore e nel 1901 la linea ferroviaria Milano Gallarate fu trasformata con un nuovo sistema di trazione elettrica. mediante la terza rotaia. Nello stesso anno fu inaugurato anche il doppio binario dello stesso tratto. Si incrementò così il numero dei treni in transito, il che impose all'amministrazione di occuparsi seriamente del problema dell'attraversamento della ferrovia. Nel 1940 la vecchia Biloria fu così abbattuta e sostituita da un sottopasso per pedoni e ciclisti ancora oggi esistenti, ma come è stato anche sostituito.
 
PE-n1308-amministrazione-comunale.mm - Discussione Amministrazione Comunale.
 
L'Amministrazione Comunale (Municipal Administration) viene menzionata nelle fonti principalmente in relazione alla gestione delle infrastrutture e dei problemi di attraversamento ferroviario a Legnano.
 
Azioni e Piani dell'Amministrazione Comunale a Legnano:
1. Pianificazione di un Sottopasso: L'Amministrazione Comunale ha programmato la realizzazione di un sottopasso ciclopedonale alla ferrovia. Lo scopo di tale opera era creare un collegamento rapido tra Corso Italia e Piazza del Popolo, proprio nel punto in cui un tempo si trovavano i cancelli che venivano chiusi ad ogni transito ferroviario.
2. Affrontare il Problema dell'Attraversamento: L'incremento del numero dei treni in transito (avvenuto in seguito all'inaugurazione del doppio binario e alla trasformazione della linea Milano-Gallarate con trazione elettrica nel 1901) impose all'amministrazione di occuparsi seriamente della questione dell'attraversamento della ferrovia.
3. Sostituzione della "Biloria": L'Amministrazione ha gestito la sostituzione della precedente struttura pedonale. L'attraversamento pedonale che liberò dalla "schiavitù di lunghe soste" era stato inizialmente garantito, a partire dagli anni '20, da una passerella in legno con intelaiature in ferro. Questa passerella "antiestetica ma funzionale" era chiamata dai legnanesi la "Biloria".
4. Realizzazione del Sottopasso (1940): Nel 1940, la vecchia Biloria fu abbattuta e sostituita da un sottopasso per pedoni e ciclisti tuttora esistente (sebbene sia stato a sua volta sostituito).
Ruoli Locali non Direttamente Collegati all'Amministrazione Moderna:
Sebbene non direttamente correlato alle azioni infrastrutturali di cui sopra, un membro della famiglia che in passato detenne il castello, il Conte Francesco Maria II Lampugnani (l'ultimo detentore prima della donazione all'Ospedale Maggiore), è menzionato anche per aver ricoperto il ruolo di console di Legnano. Egli godette del castello da solo fino alla sua morte nel 1729.
 
PE-n1309-sottopasso-ciclopedonale.mm - Discussione: Sottopasso ciclopedonale.
 
Il Sottopasso ciclopedonale (pedestrian and cycling underpass) è un'infrastruttura fondamentale discussa nelle fonti in relazione alla gestione dell'attraversamento ferroviario a Legnano.
Pianificazione e Obiettivo: L'Amministrazione Comunale aveva programmato la costruzione di un sottopasso ciclopedonale alla ferrovia con l'obiettivo specifico di realizzare un rapido collegamento tra Corso Italia e Piazza del Popolo.
Il sottopasso era posizionato proprio nel punto in cui, in passato, erano presenti i cancelli che venivano chiusi ad ogni transito del treno.
Contesto e Necessità: La necessità di affrontare seriamente il problema dell'attraversamento della ferrovia si era aggravata con l'incremento del numero dei treni in transito. Questo incremento avvenne dopo che la linea ferroviaria Milano-Gallarate fu trasformata con un nuovo sistema di trazione elettrica (mediante la terza rotaia) e fu inaugurato il doppio binario, entrambi nel 1901.
Sostituzione della "Biloria": L'opera fu realizzata per sostituire una precedente struttura che, a partire dagli anni '20, aveva liberato i pedoni dalla "schiavitù di lunghe soste in attesa del transito dei convogli ferroviari". Questa struttura precedente era una passerella in legno con intelaiature in ferro, soprannominata dai legnanesi la "Biloria". La Biloria era descritta come "antiestetica ma funzionale".
Realizzazione e Stato Attuale: La vecchia Biloria fu abbattuta e sostituita dal sottopasso per pedoni e ciclisti nel 1940.
Il sottopasso realizzato nel 1940 è ancora oggi esistente, sebbene sia stato a sua volta sostituito nel tempo.
 
PE-n1310-attraversamento-ferroviario.mm - Discussione: Attraversamento Ferroviario.
 
L'Attraversamento Ferroviario (Railway Crossing) a Legnano rappresenta un tema cruciale nella storia urbana della città, che ha richiesto l'intervento dell'Amministrazione Comunale per gestire l'incremento del traffico ferroviario e garantire il collegamento tra diverse aree cittadine.
Di seguito una discussione dettagliata basata sulle fonti:
1. Contesto Storico e Incremento del Traffico
Il transito ferroviario a Legnano ebbe inizio il 18 dicembre 1860, data in cui passò il primo treno a vapore dalla stazione. Inizialmente, il problema dell'attraversamento non era considerato grave, poiché i treni non transitavano con grande frequenza.
Tuttavia, all'inizio del XX secolo, la situazione mutò radicalmente:
• 1901: La linea ferroviaria Milano-Gallarate fu trasformata, introducendo un nuovo sistema di trazione elettrica (mediante la terza rotaia).
• 1901: Nello stesso anno fu inaugurato anche il doppio binario sullo stesso tratto.
Questi sviluppi portarono a un incremento del numero dei treni in transito. Tale aumento rese indispensabile per l'Amministrazione Comunale occuparsi seriamente del problema dell'attraversamento della ferrovia.
2. Le Soluzioni per l'Attraversamento
L'area di interesse principale per l'attraversamento era il punto in cui realizzare un rapido collegamento tra Corso Italia e Piazza del Popolo, dove in precedenza esistevano i cancelli che venivano chiusi a ogni passaggio del treno.
A. La "Biloria" (Passerella Pedonale)
La prima soluzione infrastrutturale per liberare i cittadini "dalla schiavitù di lunghe soste in attesa del transito dei convogli ferroviari" fu introdotta a partire dagli anni '20.
• Tipologia: Si trattava di una passerella in legno con intelaiature in ferro.
• Descrizione: Nonostante fosse definita "antiestetica ma funzionale", richiamava le skyway della vecchia Chicago.
• Nome Popolare: I legnanesi la chiamarono la "Biloria", un epiteto dialettale che non aveva un preciso significato.
B. Il Sottopasso Ciclopedonale (Sostituzione Finale)
La Biloria fu una soluzione temporanea che venne sostituita in seguito all'intervento dell'Amministrazione Comunale.
• Pianificazione: L'amministrazione aveva programmato la costruzione di un sottopasso ciclopedonale alla ferrovia per realizzare il rapido collegamento desiderato.
• Realizzazione: Nel 1940, la vecchia Biloria fu abbattuta e sostituita dal sottopasso per pedoni e ciclisti.
• Stato Attuale: Il sottopasso realizzato nel 1940 è ancora oggi esistente, sebbene sia stato a sua volta sostituito nel tempo.
 
PE-n1311-linea-ferroviaria.mm - Discussione: Linea Ferroviaria.
 
La discussione sulla Linea Ferroviaria (Railway Line) nelle fonti si concentra sul tratto passante per Legnano, evidenziandone la data di attivazione e le successive modernizzazioni che ebbero un impatto significativo sull'organizzazione urbana e sull'Amministrazione Comunale.
Storia e Trasformazioni della Linea Ferroviaria
1. Avvio e Trazione a Vapore (1860): Il passaggio del primo treno a vapore dalla stazione ferroviaria di Legnano risale al 18 dicembre 1860. In questo periodo iniziale, l'attraversamento della ferrovia non rappresentava ancora un problema grave per la città, poiché i treni non transitavano con grande frequenza.
2. Modernizzazione e Elettrificazione (1901): Una trasformazione cruciale avvenne nel 1901. La linea ferroviaria Milano-Gallarate subì importanti miglioramenti:
    ? Fu introdotto un nuovo sistema di trazione elettrica, realizzato mediante la terza rotaia.
    ? Nello stesso anno, fu inaugurato anche il doppio binario sullo stesso tratto ferroviario.
Impatto della Linea Ferroviaria sulla Città
L'introduzione della trazione elettrica e del doppio binario nel 1901 comportò un incremento del numero dei treni in transito.
Questo aumento di traffico ebbe una conseguenza diretta e significativa, in quanto impose all'amministrazione [comunale] di occuparsi seriamente del problema dell'attraversamento della ferrovia.
L'attraversamento in questione si trovava nel punto in cui, in precedenza, esistevano i cancelli che venivano chiusi a ogni passaggio del treno e dove l'Amministrazione Comunale programmò poi la costruzione di un sottopasso per realizzare un rapido collegamento tra Corso Italia e Piazza del Popolo.
Le soluzioni adottate per l'attraversamento della linea furono:
• La costruzione, a partire dagli anni '20, di una passerella in legno e ferro, soprannominata la "Biloria".
• L'abbattimento della Biloria nel 1940 e la sua sostituzione con un sottopasso per pedoni e ciclisti, che è ancora esistente (sebbene sostituito nel tempo).
 
PE-n1312-vecchia-biloria.mm - Discussione: Vecchia Biloria.
 
La Vecchia Biloria era il nome popolare di una specifica infrastruttura pedonale a Legnano, realizzata per gestire l'attraversamento ferroviario in un punto cruciale della città.
Di seguito sono riportati i dettagli sulla Biloria basati sulle fonti:
1. Funzione e Contesto Storico
La Biloria aveva lo scopo primario di liberare i pedoni e i ciclisti "dalla schiavitù di lunghe soste in attesa del transito dei convogli ferroviari".
Questa struttura si rese necessaria in seguito all'aumento del traffico sulla linea ferroviaria Milano-Gallarate.
• Il primo treno a vapore passò nel 1860, ma all'inizio la frequenza dei treni non rendeva il problema dell'attraversamento particolarmente grave.
• La situazione cambiò drasticamente nel 1901, quando la linea fu trasformata con un nuovo sistema di trazione elettrica (mediante la terza rotaia) e fu inaugurato il doppio binario, incrementando così il numero dei treni in transito.
La passerella fu installata a partire dagli anni '20.
2. Struttura e Denominazione
La Biloria era una passerella in legno con intelaiature in ferro.
• Aspetto: Veniva descritta come una struttura "antiestetica ma funzionale".
• Riferimento: La sua struttura richiamava un po' le "skyway della vecchia Chicago".
• Nome: I legnanesi le diedero il nome di "Biloria" attraverso un colorito epiteto dialettale che risultava privo di un preciso significato.
3. Sostituzione
La Biloria si trovava nel punto in cui l'Amministrazione Comunale aveva programmato di creare un rapido collegamento tra il Corso Italia e Piazza del Popolo, dove in precedenza esistevano i cancelli che venivano chiusi a ogni passaggio del treno.
La vecchia Biloria fu abbattuta nel 1940 e venne sostituita da un sottopasso per pedoni e ciclisti. Il sottopasso realizzato nel 1940 è menzionato come ancora oggi esistente, sebbene sia stato a sua volta sostituito nel tempo.
 
PE-n1313-considerazione-castello.--  Oggi facciamo un viaggio nel tempo, un approfondimento sulla storia, beh, decisamente complessa e affascinante del castello di Legnano.
 
Benvenuti. Oggi facciamo un viaggio nel tempo, un approfondimento sulla storia, beh, decisamente complessa e affascinante del castello di Legnano. Ci siamo basati su diversi documenti audio, sai? Che raccontano un po' tutto, secoli di storie, famiglie liti, insomma una trama fitta. Le fonti che abbiamo esplorato ci portano dritti dritti nelle vicende dei lampugnani. Prima di tutto le loro strategie per l'eredità. Mamma mia, che complicazioni. Poi passiamo ai cornaggia e vediamo come il castello cambia faccia, ma proprio E c'è pure un piccolo extra, una curiosità locale, la biloria. Ne parliamo dopo. L'obiettivo, beh, semplice. Vogliamo svelare un po' questa storia intricata guardando i personaggi chiave, alle svolte a come l'edificio stesso si è trasformato. Cosa ci dicono queste fonti sulla vita vera lì dentro? Ah, preparatevi perché c'è una disputa legale durata più di due secoli. Già questo fa capire molto. Pronti? Via. Allora, da dove partire se non da Lodovico? Secondo Lampugnani, una figura centrale, direi. Siamo all'inizio del 500. Lui scrive il testamento nel 1507, anche se muore solo nel 1528. La sua grande idea o forse fissazione era assicurare che tutto il patrimonio, terre, castello, tutto rimanesse alla sua discendenza. Maschile però. E per farlo usa uno strumento legale bello tosto, il fede commesso.
Esatto. Il fede commesso che, diciamo, era uno strumento giuridico pensato per durare praticamente in eterno, una specie di cassaforte per l'eredità. L'obiettivo era chiarissimo. I beni dovevano passare intatti da una generazione all'altra, ma solo e sottolineo solo per via maschile e legittima. Le regole erano ehm ferre, tutto all'erede maschio più vicino, i figli naturali esclusi a meno che non ci fossero proprio eredi legittimi e soprattutto divieto assoluto di vendere i beni vincolati. La famosa clausula trebeglianica. Il testamento parla chiaro, eh, perché voglio che i beni miei si conservino per i figli e i discendenti miei, maschi, legittimi, insomma, una volontà di ferro che voleva sfidare il tempo, ma come spesso accade, queste costruzioni così rigide, beh, hanno creato più guai che altro. È interessante vedere come cercavano di controllare il futuro, no?
Eh, decisamente. E infatti i problemi arrivano subito e belli grossi. Pensa alla nuora. di Ludovico II, Bianca Giuditta Visconti. Suo marito Ferdinando I muore nel 1533. Lei si ritrova vedova e soprattutto senza figli maschi. Secondo le regole del fede commesso questo significava, beh, rischiare di perdere tutto. Castello compreso. C'è una sua lettera al governatore, il cardinale Caracciolo. Si sente proprio l'ansia, la precarietà della sua situazione
 
Parte2
 
e qui una delle fonti usa un'espressione forte ma efficace. parla di tutta l'assurdità di una tale concezione legislativa. L'intenzione di Lodovico II, per quanto chiara, si scontra con la realtà, con la vita, la morte, senza re di maschi diretti in quel momento, chi si fa avanti? I parenti, i rami collaterali della famiglia, quelli che discendevano dai fratelli di Lodovico II, Cristoforo e Nicola. Erano stati indicati nel testamento come piano B, diciamo, e questo, beh, dà il via a una Intesa legale che definire lunga è poco.
Lunga, direi quasi eterna. Le fonte parlano chiaro, dispute durate oltre 200 anni. Riesci immaginare? Due secoli di carte bollate, avvocati, tribunali e chissà quanto veleno tra parenti. Si dice proprio rivoli di inchiostro nelle sedi legali e fiele in petto ai litiganti. Fa capire quanto contasse quel patrimonio, ma anche quanto fosse mh divisivo.
Assolutamente. Il primo tentativo di metterci una pezza, chiamiamolo accordo, arriva solo nel 1554, dopo decenni. Eh, due esponenti dei rami collaterali, Jo Bernardino e il conte Alessandro Lampugnani, ottengono il castello e gran parte delle terre, però devono cedere qualcosa. Danno quattro mulini e altre terre a Legnano alle figlie di Ferdinando I, Lucrezia e Ottavia, quelle che tecnicamente il Fede Commesso escludeva. In cambio loro ricevono proprietà Milano. Ecco, questo compromesso viene visto proprio come la prima crepa nella volontà di Lodovico. Il sistema iniziava già a scricchiolare.
È incredibile come queste dinamiche familiari e legali si intreccino. E questa saga dei lampugnani è piena di personaggi. Non possiamo citarli tutti, sarebbe lunghissimo, ma alcuni sono emblematici. C'è Oldrado I, detto il Magnifico, che ottiene il castello nel 1437, grazie a Filippo Maria Visconti, una figura di potere. Poi altri legati alla politica ducale come Oldrado II vicino a Ludovico il Moro che finisce pure in esilio. E non dimentichiamo Ferdinando I, il figlio di Lodovico II, quello la cui gestione economica viene definita, diciamo, poco oculata. Anzi, le fonti dicono che dissipò parte dei beni. Bel problema col fede commmesso attivo.
Esatto. Ogni figura ci mostra un pezzo diverso del puzzle. Il consolidamento del potere, i legami politici, le difficoltà. economiche, la gestione magari allegra, tutto ciò che poteva mettere a rischio il patrimonio nonostante il vincolo. Dopo quell'accordo del 54 c'è un breve periodo un po' confuso con la figlia di Alessandro, Isabella Rossi, che prova a tenere il castello, poi la successione passa ad altri rami e per un po' sembra stabilizzarsi seguendo la regola del maggiorasco. L'eredità va al figlio maschio maggiore. Troviamo figure come il capitano Francesco Maria primo, poi suo fratello Giuseppe come tutore Oldrado V.
Ah, a proposito del capitano Francesco Maria I, c'è un dettaglio coglioso nelle fonti. Pare che nel castello ci sia un busto murato in una nicchia che raffigura un capitano. L'ipotesi è che sia proprio lui, magari un omaggio fatto fare dal nipote, l'ultimo Francesco Maria II. È bello pensare a questi segni lasciati dagli abitanti, no?
Verissimo. E poi non c'erano solo i lampugnani lì dentro. Il castello non era solo una residen Le fonte menzionano altre persone importanti, notai come un certo Bernardino Bossi che aveva addirittura il suo studio lì, segno che era anche un centro amministrativo, un polo di affari e poi i membri di altre famiglie note, i caimi, i ricci, i crivelli, persino il prevosto di Legnano, ci dà l'idea di un luogo vivo, pulsante, non una fortezza isolata.
E così, di personaggio in personaggio arriviamo all'ultimo erede maschio della linea principale, quello vincolato dal Fede Commesso, Francesco Maria II Lampugnani. è lui che chiude il cerchio. Viene descritto come una persona in gamba. Eh, si impegna molto per recuperare i beni di famiglia che si erano dispersi negli anni e ci riesce in buona parte verso la fine del Seicento. Vive nel castello, mantiene un certo decoro, ma c'è un problema, non ha figli maschi, il destino alla fine.
 
Parte3
 
E così prende una decisione epocale che mette la parola fine a tutta la storia iniziata da Lodovico II più di due secoli prima. Col suo testamento, siamo nel 1717. stabilisce che alla sua morte, che avverrà nel 1729, tutto il patrimonio rimasto, castello incluso e un bel po' di terra, circa 729 pertiche, vada all'ospedale maggiore di Milano. Un lascito enorme. L'ospedale poi lo ricorderà con un ritratto commemorativo e lui stesso lascia il suo stemma affrescato nel castello come un ultimo sigillo. È davvero, come dice una fonte, l'inesorabile verdetto del tempo sulla famiglia Lampugnani e su quel loro complicat Fede Commesso, si chiude un'era.
È interessante però che nonostante tutti i suoi sforzi per riunire il patrimonio, Francesco Maria non riesca a risolvere un'ultima grana, quella dei quattro mulini, quelli ceduti nel 1554, ricordi, restano fuori dall'eredità principale. Passano ad altre famiglie, i cori poi i milzi.
Esatto. E la cosa curiosa è che due di questi mulini, a quanto pare, esistono ancora oggi. Sono lì quasi come testimoni silenziosi. di queste intricate vicende ereditarie, quasi oggetti da museo.
Incredibile. Comunque con la morte di Francesco Maria e il passaggio all'ospedale maggiore finisce l'epoca Lampugnani. Ma la storia del castello ovviamente non finisce lì.
No, certo. Entra in scena un'altra famiglia importante per Legnano. I Cornaggia. Erano già presenti in città da un pezzo, eh dalla fine del 5, con un certo Bartolomeo, mercante di cotone che aveva fatto fortuna. Poi un suo discendente, Carlo Cornaggia diventa addirittura marchese comprando il feudo di Castellanza nel 1748. Insomma, gente che contava.
Ed è proprio uno di loro il marchese Carlo Cristoforo Cornaggia che compra il castello e tutta la tenuta dall'ospedale maggiore. Qui le fonti sono un po' vaghe sulla data esatta. Si parla di fine 700 inizio 800, una fonte azzarda fine 800. Comunque avviene questo passaggio e il prezzo citato è notevole 124.620 lire. Mica poco per l'epoca,
no? Decisamente una bella somma. E con i Cornaggia il castello sembra vivere una sorta di seconda giovinezza. Le fonti usano l'espressione riprestinarono lo splendore, lo sistemano, lo adattano ai gusti del tempo. Diventa una dimora signorile per la villeggiatura, per passare l'estate fuori città. Apprezzano gli spazi ampi, le finestre grandi che fanno entrare luce. Insomma, corrispondeva proprio all'ideale della residenza di campagna per le famiglie benestanti dell'epoca.
Sembra quasi una favola a lieto fine, no? O almeno un ritorno a una funzione più prestigiosa dopo tutte quelle liti. Ma dura questo periodo?
Ma dura, ma non tantissimo in realtà, diciamo fino agli inizi del o più o meno. Poi sai com'è, le cose cambiano, cambiano le mode, cambiano le esigenze. Forse fare la villeggiatura in un castello del genere non era più così comodo o alla moda. La famiglia Cornaggia, pur restando proprietaria, smette di usarlo come residenza estiva. Però la tenuta aveva un grande valore. I terreni erano ottimi, irrigati bene, un capitale agricolo.
E quindi che succede al povero castello? Immagino non qualcosa di buono.
Eh no, succede una trasformazione, guarda, radicale, viene riconvertito completamente a uso agricolo. È un cambio di destinazione d'uso totale. Ci mettono dentro un grande allevamento di bovini. Le fonti parlano di fino a 100 capi. Per il latte, la riproduzione, una vera e propria azienda agricola e questo ovviamente comporta modifiche all'edificio, bisogna allargare le stalle, sistemare i fienili e la cosa che fa più impressione è che gli spazi stessi del castello, quelli che erano stati i saloni, stanze nobiliari, vengono frazionati, divisi in piccoli locali e affittati ai contadini che lavoravano le terre. Si parla di affitti bassissimi, tipo 100 lire all'anno. Immaginano stravolgimento.
 
Parte4
 
Mamma mia, posso solo immaginare le conseguenze sullo stato di conservazione dell'edificio. Se lo usi come stalla e dormitorio per contadini.
Conseguenze disastrose. Le fonti usano parole forti, eh, parlano di apparente miseria, di trascuratezza e luridume. La gestione diventa quella tipica di una grande azienda agricola, magari gestita da lontano. L'edificio storico, l'ultimo dei problemi. Si racconta che si preferiva lasciare vuoti i locali col tetto sfondato piuttosto che spendere soldi per ripararli. Pensa te. Addirittura si arriva a demolire delle parti per recuperare i mattoni da usare magari per costruire altre stalle. Un quadro di degrado veramente pesante. Fa una certa impressione pensare a quella corte che vide tanti splendori, come dice una fonte, ridotta in quello stato. Un destino davvero inglorioso.
 
PE-n1314-considerazioni-biloria-legnano.mm - c'è quella piccola parentesi sulla biloria
 
Che tristezza. Senti, prima di tirare le somme, c'è quella piccola parentesi sulla biloria che abbiamo trovato in una fonte. Sembra un dettaglio laterale, ma forse ci dice qualcosa sul contesto. Cos'era sta biloria?
Ah, sì, la Billoria era una passerella pedonale. L'hanno costruita negli anni 20 del 9, quindi proprio mentre il castello viveva la sua fase, diciamo, agricola sotto i cornaggia. Era fatta di legno e ferro e serviva per scavalcare i binari della ferrovia lì vicino alla stazione. Collegava Corso Italia con Piazza del Popolo. Il nome Billoria è dialettale, l'origine non è chiarissima, forse un po' scherzoso.
E perché serviva? Immagino per il traffico ferroviario.
Esatto. La ferrovia c'era già da un pezzo, dal 1860, ma poi l'avevano potenziata. Doppio binario, elettrificazione nel 1901, quindi passavano molti più treni. tagliava la città in due e i passaggi al livello erano un problema. Cude, pericoli. La Billoria era una soluzione moderna per far passare i pedoni in sicurezza senza aspettare. È interessante il contrasto, no? Mentre il castello veniva quasi ruralizzato e lasciato andare, la città intorno si modernizzava con infrastrutture come questa.
Capito? E che fine ha fatto poi questa passerella?
Beh, non è durata tantissimo. L'hanno demolita già nel 1940, sostituita da un passo che poi magari è stato rifatto ancora nel tempo. È un piccolo esempio di come cambia la città, no? Le esigenze cambiano, si costruisce, si demolisce, mette anche il declino del castello in una prospettiva più ampia, quella dei cambiamenti che stavano avvemendo ovunque a Legnano.
Bene, mi sembra che abbiamo fatto un bel percorso, secoli di storia condensati dai lampugnani con le loro ambizioni dinastiche e quel testamento così ingombrante, le liti infinite per le eredità, l'estinzione della linea maschile, poi la parentesi dei cornaggia, una breve rinascita signorile, ma subito seguita dalla trasformazione in fattoria e dal degrado. È una parabola davvero un po' affascinante e anche un po' malinconica, direi
decisamente. E offre un sacco di spunti di riflessione questa storia. Primo, la fragilità delle fortune familiari, anche quelle che sembrano blindate da strumenti legali rigidissimi come il fede commesso. Poi ci fa vedere come le intenzioni anche quelle che sembrano più previdenti, come quella di Ludovico II, possono portare a risultati completamente diversi, anzi possono generare conflitti che si trascinano per generazioni. E forse il punto più attuale, direi, è come ci mostra che un edificio storico non è mai una cosa statica. Cambia uso, cambia significato, cambia stato di conservazione a seconda dei tempi, delle esigenze economiche, sociali, culturali, dal simbolo del potere feudale. alla villa di campagna, alla stalla, fino all'abbandono. È un ciclo che si ripete spesso,
giusto? E questo ci porta magari a una riflessione finale, è un po' una provocazione, se vuoi. Questa storia così legata all'eredità, allo status, ma anche a questi cambi d'uso così a volte brutali, cosa ci suggerisce sul nostro modo di rapportarci oggi ai luoghi storici? Pensa al momento in cui le necessità agricole dei Cornaggia hanno avuto la meglio sulla conservazione del castello come bene storico. Oggi Noi come troviamo un equilibrio tra le esigenze pratiche del presente, che siano economiche, abitative ed infrastrutture e il desiderio o forse il dovere di preservare il nostro patrimonio? La storia del castello di Legnano ci dice che questo dilemma non è nuovo, però forse ci interroga ancora oggi. Quali priorità scegliamo? Cosa decidiamo di salvare e cosa no? È una domanda aperta su cui continuare a pensare.
 
PE-n1315-Ester-Cuttica.mm - la figura di Ester Martini Cuttica, una donna straordinaria del Rinascimento italiano originaria di Legnano, celebre per il suo ardente patriottismo risorgimentale
 
Il brano esalta la figura di Ester Martini Cuttica, una donna straordinaria del Rinascimento italiano originaria di Legnano, celebre per il suo ardente patriottismo risorgimentale. Legata da vincoli di amicizia con figure di spicco come Mazzini, ella si distinse come cospiratrice energica e intraprendente, non limitandosi a esprimere i suoi ideali, ma rischiando la propria libertà per la causa. In particolare, il testo descrive il suo ruolo cruciale nell'aprire la sua casa ai cospiratori per il fallito colpo di mano a Milano del 1853, e il suo coraggio nel organizzare la fuga di importanti capi patrioti come il Brizio. Nonostante l'arresto da parte degli austriaci e la segregazione per quattro anni nella fortezza di Mantova, ella mantenne il silenzio, proteggendo i nomi dei congiurati, e continuò in seguito a sostenere i patrioti liberati, dimostrando una dedizione incrollabile fino alla morte. QGLA236-arte-storia-6269-7145.mp3
 
PE-n1316-Ester-Cuttica.mm - Ester Martini Cuttica nell'albo del Rinascimento italiano anche Legnano ha iscritto i nomi di rilievo, per non parlare di Saule Banfi,
 
Ester Martini Cuttica nell'albo del Rinascimento italiano anche Legnano ha iscritto i nomi di rilievo, per non parlare di Saule Banfi, fervente patriota, imprigionato nel 1848 dall'Austria e che, liberato continuò a prodigarsi senza lasciarsi sorprendere, tanto da offrire suo contributo come chirurgo sul campo di battaglia in Magenta, un posto di spicco è occupato da una sua straordinaria figura. di donna Ester Martini Cuttica, animosa, cospiratrice e legata da vincoli di amicizia a Mazzini, a Maurizio Chiesa, ai Cairoli, discesa da antico e nobile casato e le andò sposa a Renaldo Cutica, pure originario di illustre famiglie, per quanto non dotate di grandi risorse economiche. Di squisita sensibilità quale emerge dalle sue lettere, Ester Cutica fu madre esemplare. donna energica intraprendente che non si limitò ad affidare i suoi sentimenti patriotici a pagine dalla sintassi contorta, ma non esitò a rischiare la rispettabilità e la libertà personale per la difesa degli ideali risorgimentali. Asidua collaboratrice dei patrioti lombardi, quando Mazzini, tramite Piolti de Bianchi, al quale era stata affidata la direzione del partito Milano, E tramite il Brizio che aveva assunto il comando delle operazioni militari, sperando nella ribellione dei soldati ungheresi che l'Austria aveva rulato di forza, organizzò un colpo di mano a Milano. Ester Cuttica non esitò ad aprire le porte della sua dimora di via Pontaccia ai cospiratori che volevano dare una fiera risposta alle forche austriache di Belore. Per quanto il piano di Preparato dal Brizio contasse su 5.000 uomini. Il 6 febbraio del 1853 solo pochi centinaia di patrioti risposero ai segnali convenuti sinché l'Austria ne ebbe facilmente ragione soffocando il tentativo con metodo di terrore. Fu allora che Ester Gottica si adoperò per condurre personalmente fuori da Milano il Brizio, nascondendolo nei suoi poderi di Legnano e farli passare poi il Ticino. Nel minore fu l'impegno dei coniugi Cuttica per la fuga del Piolti dei Bianchi. Scoperta la trama, l'Austria arrestò la donna come responsabile del colpo e l'avviò la fortezza di Mantova, dove la tenne segregata per 4 anni, senza però che i suoi carcerieri riuscissero a strapparli nomi dei congiurati e nonostante le sofferenze, le torture, la minaccia di uccisione dei suoi figli, amministata poi nel 1857, gente donna, sostenuti efficacemente quanti ritornarono dalle prigioni alle loro case, si adoperò con un gesto di delicatezza e delicata garania per un'offerta di 100 anelli raccolti tra le donne italiane a Garibaldi come segno di stima verso l'uomo che tanto aveva contribuito al patrio riscatto ed era tutt'altro che insensibile ai Voti di emancipazione della donna. Morì a Legnano nel 1898.
 
PE-n1317-Ester-Cuttica.mm - Discussione: Ester Martini Cuttica.
 
Ester Martini Cuttica è una figura straordinaria di donna e una cospiratrice animosa che ha lasciato un segno di rilievo nell'albo del Rinascimento italiano per Legnano.
Ecco i dettagli principali sulla sua vita e sul suo ruolo storico, basati sulle fonti:
 
Origini e Vita Personale
• Ester Martini Cuttica discendeva da un antico e nobile casato.
• Andò sposa a Renaldo Cuttica, anch'egli originario di famiglie illustri, sebbene non disponessero di grandi risorse economiche.
• Era una madre esemplare. Dalle sue lettere emerge una squisita sensibilità.
• Era nota per essere una donna energica e intraprendente.
Impegno nel Risorgimento e Attività Cospirativa
• Ester Cuttica fu legata da vincoli di amicizia a Mazzini, a Maurizio Chiesa e ai Cairoli.
• Fu una collaboratrice assidua dei patrioti lombardi.
• Il suo impegno patriottico andò oltre la mera espressione di sentimenti; non esitò a rischiare la sua rispettabilità e la libertà personale per difendere gli ideali risorgimentali.
• Quando Mazzini organizzò un colpo di mano a Milano (tramite Piolti de Bianchi, direttore del partito a Milano, e Brizio, comandante delle operazioni militari, sperando nella ribellione dei soldati ungheresi arruolati dall'Austria), Ester Cuttica aprì le porte della sua dimora in via Pontaccia ai cospiratori. L'obiettivo era dare una fiera risposta alle forche austriache di Belore.
 
L'Insurrezione del 1853 e la Fuga dei Cospiratori
• Il piano del Brizio, che contava su 5.000 uomini, fallì il 6 febbraio 1853, poiché solo poche centinaia di patrioti risposero ai segnali convenuti, e l'Austria lo soffocò facilmente con il terrore.
• In seguito al fallimento, Ester Cuttica si adoperò per far fuggire i leader: condusse personalmente Brizio fuori Milano, nascondendolo nei suoi poderi di Legnano, e facilitandogli poi il passaggio del Ticino.
• Anche per la fuga di Piolti dei Bianchi l'impegno dei coniugi Cuttica fu notevole.
Arresto e Prigionia
• Una volta scoperta la trama, l'Austria arrestò Ester Cuttica come responsabile del colpo.
• Fu condotta alla fortezza di Mantova, dove fu tenuta segregata per quattro anni.
• Nonostante le sofferenze, le torture e persino la minaccia di uccisione dei suoi figli, i suoi carcerieri non riuscirono a strapparle i nomi dei congiurati.
• Fu amministrata (amnistiata) nel 1857.
 
Ultimi Anni e Contributi Sociali
• Dopo la sua liberazione, sostenne efficacemente coloro che tornavano dalle prigioni alle loro case.
• Si adoperò per un gesto di delicata generosità, raccogliendo 100 anelli tra le donne italiane da offrire a Garibaldi. Questo dono era un segno di stima verso l'uomo che aveva tanto contribuito al riscatto patrio ed era sensibile ai voti di emancipazione della donna.
• Ester Martini Cuttica morì a Legnano nel 1898.
 
PE-n1318-patrioti-Lombardi.mm - Discussione: Patrioti lombardi. I "patrioti lombardi" menzionati nelle fonti sono figure che hanno giocato un ruolo cruciale nelle lotte per l'unificazione e l'indipendenza italiana, in particolare durante il Risorgimento.
 
I "patrioti lombardi" menzionati nelle fonti sono figure che hanno giocato un ruolo cruciale nelle lotte per l'unificazione e l'indipendenza italiana, in particolare durante il Risorgimento. Legnano, in Lombardia, iscrisse nell'albo del Rinascimento italiano (termine usato dalla fonte per inquadrare l'epoca) diversi nomi di rilievo legati a questa causa.
Le fonti evidenziano in particolare due figure di spicco e i loro contributi, oltre a menzionare i leader del movimento:
Saule Banfi: Il Patriota e il Chirurgo
Saule Banfi è descritto come un fervente patriota.
• Fu imprigionato dall'Austria nel 1848.
• Una volta liberato, continuò il suo impegno prodigandosi per la causa.
• Offrì il suo contributo come chirurgo sul campo di battaglia a Magenta.
Ester Martini Cuttica: La Cospiratrice
Ester Martini Cuttica, di cui si è discusso in precedenza, è definita una straordinaria figura di donna e un'animosa cospiratrice. Ella fu una collaboratrice assidua dei patrioti lombardi.
I suoi legami e le sue azioni riflettono l'organizzazione del movimento patriottico in Lombardia:
1. Connessioni con i Leader: Ester Cuttica era legata da vincoli di amicizia a figure centrali del Risorgimento come Mazzini, Maurizio Chiesa e i Cairoli.
2. L'Organizzazione del Colpo di Mano (1853): Quando Mazzini organizzò un colpo di mano a Milano per rispondere alle forche austriache di Belore, la Cuttica partecipò attivamente.
    - L'azione era diretta a Milano da Piolti de Bianchi (direttore del partito) e comandata da Brizio (operazioni militari), nella speranza di una ribellione dei soldati ungheresi arruolati forzatamente dall'Austria.
    - Ester Cuttica non esitò ad aprire le porte della sua dimora in via Pontaccia ai cospiratori.
3. Il Fallimento e la Protezione: Nonostante il piano del Brizio contasse su 5.000 uomini, solo poche centinaia di patrioti risposero il 6 febbraio del 1853, e l'Austria soffocò il tentativo con il terrore.
    - A seguito del fallimento, la Cuttica si adoperò per la fuga dei capi: condusse personalmente Brizio fuori da Milano, nascondendolo nei suoi poderi di Legnano, e facilitandogli il passaggio del Ticino.
    - L'impegno suo e del marito Renaldo Cuttica fu notevole anche per la fuga di Piolti dei Bianchi.
L'impegno di Ester Cuttica e di altri patrioti lombardi dimostra che essi non si limitavano a sentimenti patriottici, ma erano disposti a rischiare la rispettabilità e la libertà personale per la difesa degli ideali risorgimentali. Nonostante le torture e le minacce subite durante i quattro anni di segregazione nella fortezza di Mantova, Ester Cuttica non rivelò i nomi dei congiurati.
 
PE-n1319-colpo-mano.mm - Discussione: Colpo di mano. Il "colpo di mano" (raid o tentativo insurrezionale) si riferisce a un evento cruciale nel contesto delle attività cospirative dei patrioti lombardi durante il Risorgimento
 
Il "colpo di mano" (raid o tentativo insurrezionale) si riferisce a un evento cruciale nel contesto delle attività cospirative dei patrioti lombardi durante il Risorgimento. Questo evento è strettamente collegato alla figura di Ester Martini Cuttica.
Ecco i dettagli del "colpo di mano" come descritti dalle fonti:
 
Organizzazione e Motivazione
Il colpo di mano fu organizzato da Mazzini.
L'obiettivo dei cospiratori era quello di dare una "fiera risposta alle forche austriache di Belore".
La struttura operativa a Milano era così definita:
• Direzione politica: Affidata a Piolti de Bianchi, direttore del partito a Milano.
• Comando militare: Assunto da Brizio.
La strategia del piano si basava sulla speranza che i soldati ungheresi che l'Austria aveva arruolato con la forza si ribellassero.
 
Il Ruolo di Ester Martini Cuttica
Ester Martini Cuttica, assidua collaboratrice dei patrioti lombardi, fu centrale nell'organizzazione logistica:
• Ella non esitò ad aprire le porte della sua dimora in via Pontaccia ai cospiratori che stavano preparando l'azione.
• Nonostante i rischi, scelse di agire per la difesa degli ideali risorgimentali, mettendo a repentaglio la sua rispettabilità e la sua libertà personale.
 
Svolgimento e Fallimento (6 Febbraio 1853)
Il piano elaborato da Brizio era ambizioso e contava su 5.000 uomini.
Tuttavia, il tentativo fallì:
• Il 6 febbraio del 1853, risposero ai segnali convenuti solo poche centinaia di patrioti.
• L'Austria ne ebbe facilmente ragione e soffocò il tentativo con metodi di terrore.
Le Conseguenze e la Fuga
A seguito del fallimento, Ester Cuttica si prodigò per salvare i capi dell'operazione:
• Si adoperò per condurre personalmente Brizio fuori da Milano, nascondendolo nei suoi poderi di Legnano.
• Successivamente, facilitò il passaggio del Ticino per Brizio.
• Anche per la fuga di Piolti dei Bianchi, l'impegno suo e del marito Renaldo Cuttica fu notevole.
Una volta scoperta la trama, l'Austria arrestò Ester Cuttica ritenendola responsabile del colpo. Fu segregata nella fortezza di Mantova per quattro anni.
 
PE-n1320-Ester-Cuttica.mm - Discussione: Carcerazione a Mantova. - La carcerazione a Mantova si riferisce al periodo di prigionia subito da Ester Martini Cuttica a seguito del fallit
 
La carcerazione a Mantova si riferisce al periodo di prigionia subito da Ester Martini Cuttica a seguito del fallitoLa carcerazione a Mantova si riferisce al periodo di prigionia subito da Ester Martini Cuttica a seguito del fallito "colpo di mano" organizzato dai patrioti lombardi a Milano nel 1853.
Ecco i dettagli sulla sua detenzione, come riportato dalle fonti:
1. Causa dell'Arresto: Ester Martini Cuttica fu arrestata dall'Austria dopo che la trama del colpo di mano fu scoperta. Le autorità austriache la ritennero responsabile del colpo.
2. Luogo di Detenzione: Fu condotta e avviata alla fortezza di Mantova.
3. Durata: Ester Cuttica fu segregata nella fortezza per un periodo di quattro anni.
4. Resistenza e Fermezza: Nonostante le condizioni estreme, la sua fermezza rimase incrollabile:
    - I suoi carcerieri non riuscirono a strapparle i nomi dei congiurati.
    - Questa resistenza fu mantenuta nonostante le sofferenze, le torture e persino la minaccia di uccisione dei suoi figli.
5. Amnistia: Fu amministrata (amnistiata) nel 1857.
Dopo la sua liberazione, Ester Cuttica continuò il suo impegno, dedicandosi a sostenere efficacemente quanti ritornavano dalle prigioni alle loro case.
 
PE-n1321-Risorgimento-Italiano.mm - Discussione: Contributo al Risorgimento. - Il contributo al Risorgimento italiano, come evidenziato dalle fonti relative all'area di Legnano,
 
Il contributo al Risorgimento italiano, come evidenziato dalle fonti relative all'area di Legnano, fu portato avanti da diverse figure di spicco, mosse da forti ideali patriottici e disposte a sacrifici estremi per l'indipendenza nazionale.
Legnano ha iscritto nomi di rilievo nell'albo del "Rinascimento italiano" (termine utilizzato dalla fonte per inquadrare l'epoca) grazie a questi patrioti.
 
I Contributori Principali
I principali contributi menzionati riguardano Saule Banfi e, in modo preminente, Ester Martini Cuttica, i cui atti di cospirazione e resistenza sono dettagliati:
1. Saule Banfi: Il Patriota e Chirurgo
Saule Banfi è descritto come un fervente patriota.
• Fu imprigionato dall'Austria nel 1848.
• Una volta liberato, non smise di agire, continuando a prodigarsi per la causa, evitando di farsi sorprendere nuovamente.
• Il suo contributo pratico e vitale si manifestò come chirurgo sul campo di battaglia a Magenta.
2. Ester Martini Cuttica: Cospirazione e Sacrificio
Ester Martini Cuttica, definita una straordinaria figura di donna e un'animosa cospiratrice, fu una collaboratrice assidua dei patrioti lombardi.
 
Impegno Cospirativo e Logistico (1853)
• Non si limitò a esprimere sentimenti patriottici, ma non esitò a rischiare la rispettabilità e la libertà personale per difendere gli ideali risorgimentali.
• Aveva legami di amicizia con figure centrali come Mazzini, Maurizio Chiesa e i Cairoli.
• Quando Mazzini organizzò un "colpo di mano" a Milano per dare una "fiera risposta alle forche austriache di Belore", Ester Cuttica agì come fulcro logistico.
• Ella aprì le porte della sua dimora in via Pontaccia ai cospiratori. Il piano era diretto da Piolti de Bianchi e comandato da Brizio, e sperava nella ribellione dei soldati ungheresi arruolati dall'Austria.
• Dopo il fallimento del colpo di mano (6 febbraio 1853), la Cuttica si adoperò attivamente per proteggere i capi: condusse personalmente Brizio fuori da Milano, nascondendolo nei suoi poderi di Legnano, e facilitandogli il passaggio del Ticino. L'impegno suo e del marito Renaldo Cuttica fu notevole anche per la fuga di Piolti dei Bianchi.
 
Resistenza e Prigionia
• Scoperta la trama, l'Austria arrestò la donna come responsabile del colpo e la condusse alla fortezza di Mantova.
• Fu tenuta segregata per quattro anni.
• Nonostante le sofferenze, le torture e persino la minaccia di uccisione dei suoi figli, i carcerieri non riuscirono a strapparle i nomi dei congiurati.
• Fu amnistiata nel 1857.
Contributi Post-Liberazione
Dopo essere stata amministrata nel 1857, Ester Cuttica continuò a sostenere la causa del "patrio riscatto":
• Sostenne efficacemente quanti ritornavano dalle prigioni alle loro case.
• Si adoperò per un gesto di delicatezza e gratitudine, raccogliendo 100 anelli tra le donne italiane da offrire a Garibaldi. Questo gesto era inteso come un segno di stima verso Garibaldi, che aveva contribuito al riscatto patrio ed era sensibile ai voti di emancipazione della donna.
 
----------------------
 
 
 
 
PE-1300-3
 
PE-n1322-proprieta-castello.mm - storia della proprietà del Castello di Legnano,
 
Il brano descrive la complessa e secolare storia della proprietà del Castello di Legnano, incentrata inizialmente sul tentativo fallito di Oldrado II Lampugnani di assicurare il patrimonio alla sua stirpe attraverso un fidecommesso nel 1507. Questa disposizione testamentaria, volta a garantire la successione maschile legittima, generò contese civili interminabili che durarono oltre duecento anni, evidenziando l'assurdità legale di tali clausole quando il ramo principale si estinse. La disputa si concluse solo nel 1729 con la morte dell'ultimo Lampugnani, portando il castello e i beni all'Ospedale Maggiore di Milano, prima che venissero infine acquistati dai Cornaggia nel 1800, i quali trasformarono la storica dimora in una tenuta agricola e un vasto allevamento di bestiame.
 
PE-n1323-testamento-Lampugnani.mm -  testamento, contese interminabili fra parenti, cominciò a sentire le conseguenze la sua stessa nuora, bianca Giuditta Visconti,
 
Non è difficile immaginare ciò che doveva succedere in seguito ad un tal testamento, contese interminabili fra parenti, cominciò a sentire le conseguenze la sua stessa nuora, bianca Giuditta Visconti, figlia di Anton Francesco Visconti e di Margherita Cri. che abitava nel castello di Legnano, quando pochi anni dopo, nel 1533, rimase vedova del Ferdinando e priva di figli maschi per la successione sulle linee del Fide Commesso. Tutta l'assurdità di una tale concezione legislativa apparve nella sua drammatica realtà. La sua lettera al governatore cardinale Caracciolo rispecchia l'ansia del momento. Furono tuttavia pazienti i cognati e benché portassero i loro diritti al tribunale del Senato milanese, solo i rispettivi figli Joe Bernardino e Conte Alessandro entrarono in possesso dei beni e del castello di Legnano nel 1554. Per concordato intervenuto fra le figlie del Ferdinando e i successori legali del Fide Commesso, il Jo Bernardino e entrò in possesso del castello di Legnano e e col conte Alessandro ricevette 627 pertiche di terre pure a Legnano. Alle due figlie del Ferdinando predette furono concessi quattro mulini in Legnano e 730 per di terre pure in Legnano. Controcessione però del sedime da nobili che possedevano in Milano. Questo concordato segna la prima crepa nell'esecuzione delle volontà testimentarie dell'Udrado ed altre ne seguiranno, come si vede dalla tavola legata. Sarebbe infatti un assurdo che improvvisamente un beneficiario attuale del fine commesso dovesse venire espropriato per la comparsa di un ramo collaterale di un nuovo legittimo successore ai pingui beni. Il beneficiario ereditario legale sbalzato via da un altro beneficiario posteriormente procreato.
 
parte2
 
Le contese che sorsero sulla proprietà del castello e dei beni annessi ebbero le più svariate complicazioni e fecero scorrere rivoli di inchiostro nelle sedi legali e fiele in petto ai litiganti. Durarono oltre 200 anni e si chiusero con l'estinguersi della famiglia intera avvenuta nel 1729 con l'ultimo suo superstite. Questi Il conte Francesco Maria Lampugnani nel 1696 era riuscito a rimuovere gli ostacoli e raccimolare molte delle sparse unità dell'antico lotto di terre ed occupava ed abitava signormente il castello. Morendo nel 1729 senza i re di maschi, ne faceva legato all'ospedale maggiore di Milano, unitamente a 729 pertiti. di terre. Questo è un testamento del 30 settembre 1717 e questo segna l'inesorabile verdetto del tempo sulla famiglia e sul fine commesso. Non aveva però vinto il Conte Francesco, la contese elevata contro i conti Corio e Dalverme per il possesso di quattro mulini e pertiche 500 che erano stati distaccati dal ping Quelotto sin dal 1554 i quattro mulini restarono alla casa Corio e attraverso legami di sangue coi conti Melzi, siamo nel 1800, dei quali fu erede donna Barbara Melzi, fondatrice della Pia Casa Melzi in Legnano. Due d'essi che sono nel gruppo di mulini sotto il castello detto dei Melzi passarono alla casa Pia Melzi. Oggi sapia donna a Megazzi di Legnano. E al tempo che corre i mulini non hanno ancora chiuso la loro onorata esistenza, benché siano ormai considerati quasi oggetto da museo. La famiglia Cornaggia acquista il castello. I Cornaggia si erano installati in Legnano nel 1598 col Bartolomeo Cornaggia, nativo di Sedriano, e come molte altre famiglie benestanti e nobili, possedettero il loro sepolcro nella chiesetta di Sant'Angelo, andessa al convento dei frati minori. Ebbe a moglie Caterina Angela Custodi, pure appartenente a primaria famiglia residente in Legnano. Il Bartolomeo Cornaggia commerciava con importazioni di cotone e l'altro dall'estero con cui fece una discreta fortuna. Nel 1748 un discendente Carlo Cornaggia acquista dai Crivelli il feudo sulla Castellanza, la località poco a nord di Legnano. Colché il ramo suo si aggregherà il titolo di Marchesi della Castellanza. È infine del 1800 che il marchese Carlo Cristoforo Cornaggia fa acquisto dall'ospedale maggiore di Milano del Castello con tutta la grande tenuta annessa al prezzo di lire 124.620. Il cornaggia represtinò lo splendore della bella dimora portando via la famiglia durante la stagione favorevole. Le grandi sale inferiori e superiori dalle finestre monumentali da cui le aria in quantità Nei locali ad allietare i proprietari dei loro soggiorni di campagna, corrispondevano appieno al gusto dell'epoca e tale loro soggiorno durò sino al giungere del 1900, con cui nuove mode e nuove aspirazioni convertirono le usanze dei cittadini milanesi. La predominanza dei terreni irrigui della proprietà acquisita indusse tosto i cornagia all'installazione di un vasto allevamento di bovini da latte e da riproduzione che a poco a poco, in seguito anche alla rinuncia della famiglia a godere del castello come soggiorno estivo, invase tutto l'immobile e divenne la sola ragione della sua conservazione. Le stalle vennero ampliate sino a contenere 50 grossi capi di bovini, adeguati fienili sistemati e e il lo stesso ridotto a piccoli locali ceduti in affitto ai contadini al prezzo di concordato di lire 100 annue cada uno. Tutti sanno in quale condizioni si svolgono i grandi esercizi agricoli, specialmente quando il proprietario non è in luogo. Apparente miseria è la nota predominante dell'ambiente, quindi trascuratezza e luridume, assenza delle riparazioni più elementari. Si. lasciano vuoti dei locali per non fare la spesa di ripristinare il tetto che si sfascia. Si demolisce qua e là allo scopo di recuperare qualche mattone che occorre altrove. Si lascia cadere ciò che va sul retto, pur di non spendere per acquistare calci e battoni. Simile è lo stato odierno della corte del castello che vide tanti splendori.
 
PE-n1324-castello-abitanti.mm -  la successione degli abitanti del Castello di Legnano, focalizzandosi sulla famiglia Lampugnani dal XV al XVIII secolo
 
Questo brano documenta la successione degli abitanti del Castello di Legnano, focalizzandosi sulla famiglia Lampugnani dal XV al XVIII secolo. Iniziando dal 1426, il testo traccia il lignaggio dei Lampugnani, a partire da Capitano Oldrado Lampognani, detto il magnifico, che acquisì la proprietà effettiva del castello dai Visconti nel 1437. La narrazione procede attraverso le generazioni, descrivendo i ruoli di spicco dei vari conti e capitani, come i loro legami con i duchi di Milano e i vari conflitti per il possesso, culminando nella donazione testamentaria del castello all'Ospedale Maggiore di Milano da parte di Francesco Maria II Lampugnani nel 1729. Oltre ai proprietari principali, il testo menziona anche altre famiglie e funzionari, come notai e magistrati, che risiedevano nel castello, fornendo una ricca cronaca delle vicende storiche e familiari legate a questa importante proprietà. - QGLA201-
 
PE-n1325-castello-abitanti.mm - Gli abitatori pro Tempore del Castello. Dopo tutto il predetto non occorre più dire chi ha abitato Castello, furono i lampugnani.
 
Gli abitatori pro Tempore del Castello. Dopo tutto il predetto non occorre più dire chi ha abitato Castello, furono i lampugnani. La compulsazione dei documenti ci permette tuttavia di segnarli nominativamente a partire dall grrado secondo, perché prima appare pressoché è impossibile di ottenere dati storici sul possesso del castello. Ciò per le molteplici distruzioni degli archivi più antichi milanadesi. Ci limitiamo qui all'esame dal 1426 in avanti, epoca in cui Lodrado acquistò tutto il complesso di case e casupole che contornavano il fabbricato principale, il quale invece apparteneva ai visconti signori di Milano, come abbiamo detto. Gli abitatori furono dunque primo capitan Oldrado Lampognani, detto il magnifico, padrone effettivo di tutto il castello dal 1437 in seguito alla donazione della costruzione signorile trecentesca a lui fatta dal duca Filippo Maria Visconti. Lo gode sino alla sua morte 1460 in convivenza prima con il dottor Cristoforo Lampugnani fu Giovanni e poi con l'altro nipote Conte Jo Andrea fu mafiolo. Secondo Conte Giò Andrea Predetto, consigliere ducale, sposo a Lucrezia Visconti, figlia di Azzone, riceve nel 1460 il castello il lascito testamentario dallo zio Oldrado e lo gode sino alla sua morte nel 148. Terzo, capitano e conte Oltrado II Lampugnani, figlio del precedente, camerario ducale, amico e fedele seguace di Lutovic Moro, conte di Ripalta d'Anna, feudatario di Trecate, fu podestà di Porto Valaglia e di altre località, governatore di Parma, senatore nel 1499, godette il castello in proprio dal 148 al 1507, anno in cui, all'atto di partire per l'esilio di Parigi, come fedele amico e seguace di Ludovico il Moro, fece testamento a favore del figlio unico Ferdinando, era il 10 novembre del 1507. Poi egli ritornò a Milano nel 1508 dopo la morte di Ludovico, ma avvinghiato gli sforza, seguì l'agitata sorte di Massimiliano. Ebbe a moglie la Patrizia Agnese Visconti e morì nel 1528 durante il Esso suo. Nel castello erano installate diverse famiglie che dobbiamo ritenere sue come affini. Il notaio Bossi fu Francesco che vi teneva il suo ufficio notarile. Il magistrato Daniele Caimi fu Pietro pronotario. Col figlio magistro Giò Pietro pure pronotario. Ed ambo al servizio del notaio predetto, nonché il magistro Bernardo Ricci fu Lorenzo. Quarto conte Ferrando o Ferdinando I Lampugnani, figlio del predetto Oldrado. Ebbe la concessione completa del padre sin dal 1507 e godette il castello sino alla sua morte nel 1533. Ebbe a moglie Bianca Visconti, figlia di Anton Francesco, Patrizia milanese, e per la vita del Signore che condusse dissipò non solo la dote della moglie, ma parte dei beni del castello. Morto il Ferdinando nel 1628 senza figli maschi, i rami a 20 di ritto partirono alla scossa, ma la vedova potè tenere il castello e anche passarlo alle figlie quando essa sorvolò a nuove nozze. Anche durante il godimento del conte Ferrando abitava nel castello ancora il notaio Bossi, predetto, nonché due prenotai al suo servizio. Magistro Giò Andrea Crivelli fu Battista, Serrandi Crivelli fu Danesio, oltre che il prevosto Jo Antonio De Giussano e fu Francesco e Giù Antonio Crivelli, figlio del Serrandi Predetto. Quinto, abusivamente, come si è detto, le figlie del predetto Ferrando, cioè Lucrezia Lampugnani, sposatosi poi col conte Ottaviano Cusani e Ottavia, sposatasi poi con il conte Francesco del Verme, tennero possesso del castello alcun tempo, sino a che in seguito a sentenza sfavorevole sul FID commesso dovettero lasciarlo nel 1554 al collaterale legale. Sesto, il conte Alessandro Lampugnani, figlio del funicolò e marito a Lucia Gambuloita, godette il castello dal 1554 alla sua morte del 157, non senza vivaci contrasti coi parenti e pretendenti.
 
parte2
 
La sua figlia Contessa Isabella, moglie al conte Pietro Maria Rossi di San Io, restò brevemente ancora nel castello, ma morta nello stesso anno 157. Il marito ed i figli tentarono di conservarselo, ma mancato poco dopo il padre, i figli perdettero la causa contro la schiera degli aventi diritto e subentrò quindi il settimo. Il conte Ferdinando II nel 1605 lo tenne sino alla sua morte nel 1638. Questi ebbe a moglie la Patrizia Ludovica Arese. La successione del castello procede poi per qualche tempo regolarmente da padre il figlio Maggiorasco. Ottavo. Il capitano Francesco Maria Lampugnani, figlio del predetto marito di Francesca Vismara. God il castello col fratello Conte Giuseppe dal 1638, ma egli muore presto dal 1644, lasciando due maschi sotto tutela del fratello. Nono. Il conte Giuseppe Lampugnani gode il castello come tutore dei figli del predetto sino alla sua morte del 1658. Decimo, il conte Oltrado quarto e Ferdinando II. Fratelli e figli del Francesco Maria godono il castello dal 1658. Morto presto il Ferdinando, in possesso resta sino al 1683, unico e solo al conte Olrado, sposato alla Patrizia Lucrezia Cambiaga di Francesco. Gli succedono poi i figli. 11º il conte Francesco Maria II Lampugnani. Il fratello Giò Andrea II. Questo secondo fa però donazione della sua parte al fratello, il quale gode quindi da solo castello sino alla sua morte nel 1729. Questi, uomo di ingegno e di attività si pose il compito di radunare quelle parti dei beni avuti che con l'andare dei tempi si erano staccati per manovre da ogni genere. Ottenne il suo scopo del 1695, ma rimasto senza figli dalla moglie Maddalena Figini e poi vedovo, fece donazione testamentaria di tutto il castello ebbene anessi all'ospedale maggiore di Milano alla sua morte che è avvenuta nel 1729 come detto. A così Insigne donatore. L'ospedale maggiore fece tosto fare un ritratto a piena persona che è conservato della padreria dell'ospedale. Il conte Francesco Maria elevò in affresco su un muro del castello il suo stemma, simile a quello di un sigillo suo che si riproduce. Egli fu anche console di legnado. Una nota ottavo. Il Capitano Francesco Maria Lampugnani, figlio del predetto marito di Francesca Vismara, gode il castello col fratello Conte Giuseppe dal 1638, ma egli muore presto nel 1644, lasciando due maschi sotto la tutela del fratello. Nel castello trovasi in una nicchia a muro la statua a mezzo busto di un capitano che con molta probabilità lo raffigura. Essa può essere stata eseguita da parte del Francesco Maria, ultimo detentore del castello, in onore al nonno suo, che era appunto stato capitano della fanteria dei cavalli. Questo busto potrebbe ritornare nella nicchia. Un'altra nota. Il notaio Bernardino Bossi fu Francesco. Possedevano anche una casa in Legnano, in via Gig odierna al numero du nella quale si sono trovati vari affreschi che sono tutt'ora in luogo. Lo erano. Costemma dei bossi. Indice del trattato. Origini del castello di Legnano. La denominazione Castello di San Giorgio. I passaggi sotterranei verso i luoghi vicini. Descrizione del castello. Ottone, Visconti, Legnano e Castel Sepeprio. Il Lampugnano e Legnano e zona agli albori del 1400. La famiglia di Uberto e di Oldrado Lampugnani I. L'avvento della famiglia di Oldrado II a Legnano. Le altre nobili casate di Legnano. Oltrado I Lampugnani, precettore e poi capitano di Filippo Maria Visconti. Oltrado II Lampugnani e il conte di Carmagnola. Oltrado II Lampugnani e Gabrino Fondulo. Oltrado II Lampugnani è il suo segretario personale. Oltrado II Lampugnani diviene padrone del castello e lo fortifica. Attacchi al castello di Legnano. Oldrado II Lampugnani, ribelle della Repubblica Ambrosiana. Otrado II Lampugnani feudetario di Oscase. Una sposa Lampugnani del 1457. La successione dell'Oldrado Lampugnani. Io l'uccisione del duca Galeazzo Maria Sforza, la Casata Lampugnana. cade in disgrazia. Oldrado Lampugnani esiliato in Francia col duca Ludovico. La contesa civile per il possesso del castello di Legnano. Il castello acquistato dai nobili Cornaggia nel 1798 e la sua donazione all'ospedale maggiore nel 1729. Gli abitatori protempore del castello
 
PE-n1326-Carmelitane-Scalze.mm - caratteristiche artistiche della chiesa del monastero delle Carmelitane Scalze, dedicata a San Giuseppe Lavoratore, nel quartiere La Canazza di Legnano.
 
Il brano traccia la storia e le caratteristiche artistiche della chiesa del monastero delle Carmelitane Scalze, dedicata a San Giuseppe Lavoratore, nel quartiere La Canazza di Legnano. Sorta all'inizio degli anni '50 per servire sia la comunità monastica che il quartiere in rapida espansione, la sua realizzazione fu interamente finanziata dalla famiglia dell'industriale Carlo Mocchetti, su un sommario disegno iniziale tracciato dalla Priora Madre Teresa di Gesù. Il progetto formale, affidato a Carlo Pastori e Mario De Luca, risultò in una struttura sobria in mattoni a vista, ma arricchita nel tempo da importanti opere di artisti contemporanei come Achille Funi, Mauro Reggiani, Eliano Fantuzzi ed Enzo Morelli, nonostante la rimozione degli affreschi originali di Remoro Brindisi. La chiesa, benedetta nel 1952 e consacrata nel 1976, ospita anche una cripta con le tombe dei mecenati e delle monache fondatrici, sottolineando il profondo legame tra la comunità religiosa e i suoi benefattori. - QGLD411-carmelitane-scalze.mp3
 
PE-n1327-carmelitane-scalze.mm - La chiesa del monastero delle Carmelitane Scalze è dedicata a San Giuseppe Lavoratore e contiene opere d'arte di insegni artisti contemporanei.
 
All'inizio degli anni 50 il rione La Canazza aveva già assunto le caratteristiche di un quartiere destinato a popolarsi rapidamente con una serie di insediamenti abitativi nella fascia compresa tra la caserma militare di viale Cadorna e l'autostrada Milano Laghi. Lungo la strada, oggi denominata del Carmelo, esisteva dal 1949 una piccola comunità di suore di clausura dell'Ordine delle Carmelitane Scalze. L'esigenza di dare al quartiere in sviluppo una chiesa e alle stesse monache un tempio annesso al loro monastero indusse alla monifica famiglia dell'industriale legnanese Carlo Mocchetti. a finanziare tale realizzazione e contemporaneamente completare la sede della comunità religiosa. Allora era Priora Madre Teresa di Gesù, venuta dal monastero di Milano con un gruppo di monache, tra le quali suor Maria di Gesù, al secolo principessa Paternò Castello. Lei stessa si occupò di tracciare un sommario disegno della futura costruzione religiosa che potesse contemperare sia le aspettative della comunità monastica che quelle del rione esterno. Il progetto fu affidato al geometra legnanese Carlo Pastori, coadiuvato dall'ingegner Mario De Luca di Milano, i quali idearono il tempio con linee sobrie in mattoni a vista. È una facciata caratterizzata da un pronausetto da quattro colonne in granito. Il tutto completato da un imponente campanile con cella campanaria a colonne richiamanti la facciata. La chiesa iniziata nel 1950 fu benedetta nel 1952 dal vescovo di di Lodi, monsignor Talciso Benedetti e dedicata a San Giuseppe Lavoratore, mentre la consacrazione seguì nel 1976 da parte del monsignor Ferdinando Maggioni, vicario generale della diocesi di Milano. Nel frattempo era stato tim nata anche un'ala di prolungamento posteriore della chiesa per ricavarne un coro destinato alle suore, affinché potessero partecipare più agevolmente alle funzioni. A seguito della riforma liturgica era stato realizzato anche il nuovo altare in marmo in sostituzione di quello originario. In occasione di questi lavori era stato collocato un pannello in bronzo di separazione del coro, opera di indubbio del padre francescano Costantino Ruggeri di Pavia, lo stesso autore della cappella feriale del Duomo di Milano. Pregevole è anche la palla d'altare eseguita da Achille Funi, raffigurante la sacra famiglia e il sogno della Vergine. Fino al 1959 anche Pronau risultava decorato da grandiosi affreschi di remoro, brindisi raffiguranti episodi della vita del Profeta Elia, ma l'opera forse troppo ardita per una chiesetta di monaca di clausure e non compresa nella sua essenza artistica, fu eliminata s*********** gli affreschi e tinteggiando la parete. La chiesa contiene inoltre opere di altri insigni artisti contemporanei e precisamente quattro vetrate circolari di Mauro Reggiani che danno luce alla navata del tempio. Sulla tare laterale destro vi è anche un di Eliano Fantuzzi, nel quale è ritratto un saccro cuore, attorno al quale hanno trovato posto con un concetto classiche giande i ritratti dei meccenati, i mocchetti che avevano reso possibile l'edificazione della chiesa. Il dipinto dell'altare posto sul lato sinistro di chi entra, dedicato alla Madonna, è invece opera di Enzo Morelli. La porta principale della facciata del tempio a formelle di bronzo è di Bruno Calvani, mentre in rame sbalzato, opera di Nino Cassani, è la porta laterale che conduce alla cripta, dove è consacrato un crocifisso in bronzo di Francesco Messina. La cripta ospita le tombe di Orsolina Mochetti, dei suoi genitori e di tre altre moneche fondatrici del monastero. In occasione del centenario della morte della Carmelitana Santa Teresa di Gesù bambino, nota anche come Teresa di Lisieu. È stato infine collocato in questa chiesa del monastero del Carmelo un alto rilievo raffigurante la Santa, opera dello scultore Enrico Manfrini di Milano ed è stata benedetta il 20 settembre del 1997 da padre Flavio Caloi, vicario generale dell'Ordine dei cammelitani Scalzi. ?? Ah.
 
PE-n1328-chiesa-Monastero.mm - Discussione: Chiesa Monastero.
 
La discussione sulla "Chiesa Monastero" si basa sulle informazioni relative alla Chiesa del Monastero delle Carmelitane Scalze, dedicata a San Giuseppe Lavoratore, situata nel rione La Canazza.
Di seguito sono riportati i dettagli sulla sua origine, architettura e contenuto artistico:
 
Origini e Contesto
La chiesa si trova nel rione La Canazza, un'area di Legnano che all'inizio degli anni '50 stava assumendo le caratteristiche di un quartiere in rapido popolamento. La zona era caratterizzata da insediamenti abitativi tra la caserma militare di Viale Cadorna e l'autostrada Milano Laghi.
L'esigenza della costruzione era duplice: dare al quartiere in sviluppo un luogo di culto e fornire alle monache di clausura (le Carmelitane Scalze, la cui piccola comunità risiedeva lì dal 1949 lungo la strada oggi denominata del Carmelo) un tempio annesso al loro monastero.
La realizzazione fu finanziata dalla famiglia dell'industriale legnanese Carlo Mocchetti.
 
Architettura e Sviluppo
Il progetto fu affidato al geometra legnanese Carlo Pastori, coadiuvato dall'ingegner Mario De Luca di Milano.
• Inizio Lavori: La costruzione della chiesa iniziò nel 1950.
• Design: Il tempio fu ideato con linee sobrie in mattoni a vista. La facciata è caratterizzata da un pronausetto e quattro colonne in granito.
• Campanile: Un imponente campanile completa la struttura, con una cella campanaria che richiama le colonne della facciata.
• Benedizione e Consacrazione: Fu benedetta nel 1952 dal vescovo di Lodi, monsignor Tarcisio Benedetti. La consacrazione ufficiale avvenne in seguito, nel 1976, da parte del monsignor Ferdinando Maggioni, vicario generale della diocesi di Milano.
La Priora all'epoca era Madre Teresa di Gesù, giunta dal monastero di Milano. Lei stessa, insieme a suor Maria di Gesù (la principessa Paternò Castello), si occupò di tracciare un sommario disegno per la futura costruzione, cercando di contemperare le aspettative sia della comunità monastica che del rione esterno.
 
Modifiche e Strutture Annesse
A seguito della riforma liturgica e nel corso degli anni, furono realizzate diverse modifiche strutturali:
1. Coro delle Suore: Fu realizzata un'ala di prolungamento posteriore per ricavare un coro destinato alle suore, per facilitare la loro partecipazione alle funzioni.
2. Altare: Fu realizzato un nuovo altare in marmo in sostituzione di quello originario.
3. Pannello di Separazione: In occasione di questi lavori, fu collocato un pannello in bronzo per la separazione del coro, opera di Padre francescano Costantino Ruggeri di Pavia, noto anche per essere l'autore della cappella feriale del Duomo di Milano.
4. Cripta: La porta laterale (in rame sbalzato, opera di Nino Cassani) conduce alla cripta. La cripta ospita un crocifisso in bronzo di Francesco Messina e contiene le tombe di Orsolina Mocchetti, dei suoi genitori e di tre monache fondatrici del monastero.
 
Opere d'Arte Contemporanea
La chiesa è nota per contenere opere d'arte di insigni artisti contemporanei:
• Pala d'Altare: Eseguita da Achille Funi, raffigura la Sacra Famiglia e il sogno della Vergine.
• Vetrate: Quattro vetrate circolari di Mauro Reggiani illuminano la navata del tempio.
• Altare Laterale Destro: Presenta un dipinto di Eliano Fantuzzi ritraente il Sacro Cuore. Attorno al Sacro Cuore sono inseriti i ritratti dei mecenati, i Mocchetti.
• Altare Laterale Sinistro: Il dipinto, dedicato alla Madonna, è opera di Enzo Morelli.
• Porte: La porta principale della facciata, con formelle di bronzo, è di Bruno Calvani. La porta laterale (che conduce alla cripta) è in rame sbalzato, opera di Nino Cassani.
• Alto Rilievo: In occasione del centenario della morte di Santa Teresa di Gesù Bambino (Teresa di Lisieux), è stato collocato nella chiesa un alto rilievo raffigurante la Santa, opera dello scultore milanese Enrico Manfrini.
Un'Opera Eliminata
È interessante notare che fino al 1959, il pronao era decorato da grandiosi affreschi di Remo Brindisi raffiguranti episodi della vita del Profeta Elia. Quest'opera, forse ritenuta troppo ardita per una chiesetta di monache di clausura e non compresa nella sua essenza artistica, fu eliminata (intonacando gli affreschi e tinteggiando la parete).
 
PE-n1329-opere-arte.mm - Discussione Opere d'Arte.
 
Certamente. Le fonti fornite offrono numerosi dettagli sulle opere d'arte contemporanea e sulle decorazioni presenti nella Chiesa del Monastero delle Carmelitane Scalze, dedicata a San Giuseppe Lavoratore.
Di seguito una discussione completa sulle opere d'arte citate:
Opere di Artisti Contemporanei
La chiesa è nota per ospitare opere di insigni artisti contemporanei.
Achille Funi (Pala d'Altare)
Una delle opere principali è la pala d'altare. Questa è stata eseguita da Achille Funi e raffigura la Sacra Famiglia e il sogno della Vergine.
Eliano Fantuzzi (Altare Laterale Destro)
Sull'altare laterale destro della chiesa si trova un dipinto realizzato da Eliano Fantuzzi. L'opera ritrae il Sacro Cuore, attorno al quale sono stati inseriti i ritratti dei mecenati, i Mocchetti. I Mocchetti, la famiglia dell'industriale legnanese Carlo Mocchetti, avevano finanziato l'edificazione della chiesa, rendendola possibile.
Enzo Morelli (Altare Laterale Sinistro)
Il dipinto collocato sull'altare laterale sinistro, dedicato alla Madonna, è opera di Enzo Morelli.
Mauro Reggiani (Vetrate)
La navata del tempio è illuminata da quattro vetrate circolari. Queste vetrate sono opera di Mauro Reggiani.
 
Opere Scultoree (Porte e Crocifisso)
Diverse sculture e elementi in bronzo/rame arricchiscono la struttura:
1. Porta Principale: La porta principale della facciata presenta formelle di bronzo ed è stata realizzata da Bruno Calvani.
2. Porta Laterale: La porta laterale, che funge da accesso alla cripta, è in rame sbalzato, opera di Nino Cassani.
3. Crocifisso nella Cripta: All'interno della cripta è conservato un crocifisso in bronzo dello scultore Francesco Messina.
Costantino Ruggeri (Pannello di Separazione)
A seguito dei lavori per la riforma liturgica (che includevano la realizzazione di un nuovo altare in marmo e l'aggiunta di un'ala per il coro delle suore), fu collocato un pannello in bronzo di separazione del coro. Questa opera è del padre francescano Costantino Ruggeri di Pavia, lo stesso artista noto per essere l'autore della cappella feriale del Duomo di Milano.
Enrico Manfrini (Alto Rilievo)
Per celebrare il centenario della morte di Santa Teresa di Gesù Bambino (nota come Teresa di Lisieux, una Carmelitana), fu collocato nella chiesa un alto rilievo raffigurante la Santa. L'opera è dello scultore milanese Enrico Manfrini e fu benedetta il 20 settembre 1997 da padre Flavio Caloi.
 
Un'Opera Eliminata
È degno di nota un elemento decorativo che fu rimosso poco dopo la costruzione:
• Fino al 1959, il pronao della chiesa era decorato da grandiosi affreschi di Remo Brindisi.
• Gli affreschi raffiguravano episodi della vita del Profeta Elia.
• L'opera fu eliminata (tramite intonacatura e tinteggiatura della parete), forse perché ritenuta troppo ardita per una chiesetta di monache di clausura e non compresa nella sua essenza artistica.
La chiesa, quindi, oltre ad essere un luogo di culto annesso al monastero delle Carmelitane Scalze, rappresenta un significativo esempio di architettura religiosa dei primi anni '50 che ha integrato opere di spicco dell'arte italiana contemporanea.
 
PE-n1330-progetto-costruzione.mm - Discussione: Progetto Costruzione.
 
La discussione sul "Progetto Costruzione" riguarda specificamente la realizzazione della Chiesa del Monastero delle Carmelitane Scalze, dedicata a San Giuseppe Lavoratore, nel rione La Canazza.
Di seguito sono riportati i dettagli sul contesto, la concezione e l'esecuzione del progetto, come descritti nelle fonti:
Contesto e Necessità della Costruzione
All'inizio degli anni '50, il rione La Canazza a Legnano stava rapidamente popolandosi. La zona di sviluppo abitativo si estendeva nella fascia tra la caserma militare di Viale Cadorna e l'autostrada Milano Laghi.
 
L'esigenza di costruire il tempio era duplice:
1. Fornire un luogo di culto al quartiere in rapida espansione.
2. Dare alle monache di clausura dell'Ordine delle Carmelitane Scalze un tempio annesso al loro monastero. Una piccola comunità di queste suore risiedeva in quel luogo (lungo la strada oggi chiamata del Carmelo) già dal 1949.
La realizzazione della chiesa fu finanziata dalla munifica famiglia dell'industriale legnanese Carlo Mocchetti. Il finanziamento permise anche di completare la sede della comunità religiosa.
 
Progettazione e Ideazione
L'incarico di progettazione fu affidato al geometra legnanese Carlo Pastori, che fu coadiuvato dall'ingegner Mario De Luca di Milano.
La Priora all'epoca, Madre Teresa di Gesù (giunta dal monastero di Milano con altre monache, inclusa suor Maria di Gesù, al secolo principessa Paternò Castello), si occupò personalmente di tracciare un sommario disegno della futura costruzione. L'obiettivo del disegno era contemperare le aspettative sia della comunità monastica che quelle del rione esterno.
 
Caratteristiche Architettoniche Iniziali
Il tempio fu ideato con linee sobrie in mattoni a vista.
• Facciata: La facciata è caratterizzata da un pronausetto e quattro colonne in granito.
• Campanile: Un imponente campanile completa la struttura. La sua cella campanaria è caratterizzata da colonne che richiamano quelle della facciata.
Cronologia della Realizzazione
• Inizio dei lavori: La chiesa fu iniziata nel 1950.
• Benedizione: Fu benedetta nel 1952 dal vescovo di Lodi, monsignor Tarciso Benedetti.
• Consacrazione: La consacrazione ufficiale avvenne in un momento successivo, nel 1976, da parte del monsignor Ferdinando Maggioni, vicario generale della diocesi di Milano.
 
Sviluppi e Modifiche Post-Costruzione
A seguito della riforma liturgica e per necessità funzionali, il progetto subì delle modifiche e aggiunte:
• Coro delle Suore: Fu costruita un'ala di prolungamento posteriore per ricavare un coro destinato alle suore, permettendo loro di partecipare più agevolmente alle funzioni.
• Altare in Marmo: Fu realizzato un nuovo altare in marmo in sostituzione di quello originario.
• Pannello di Separazione: In occasione di questi lavori, fu installato un pannello in bronzo di separazione del coro, opera di Padre francescano Costantino Ruggeri di Pavia.
• Cripta: La porta laterale (in rame sbalzato, opera di Nino Cassani) conduce alla cripta, che ospita le tombe di Orsolina Mocchetti, dei suoi genitori, e di tre monache fondatrici del monastero.
È da notare che, sebbene non fosse parte della costruzione strutturale originaria, fino al 1959 il pronao risultava decorato da grandiosi affreschi di Remo Brindisi raffiguranti episodi della vita del Profeta Elia, un'opera che fu poi eliminata (intonacando gli affreschi e tinteggiando la parete).
 
PE-n1331-Famiglia-Mocchetti.mm - Discussione: Famiglia Mocchetti.
 
Certamente. La discussione sulla Famiglia Mocchetti si basa sul loro ruolo fondamentale nella realizzazione della Chiesa del Monastero delle Carmelitane Scalze a Legnano.
Ecco i punti chiave relativi al contributo e alla presenza della famiglia Mocchetti nelle fonti:
 
Ruolo di Mecenatismo e Finanziamento
La famiglia Mocchetti è identificata come la "munifica famiglia dell'industriale legnanese Carlo Mocchetti".
Il loro contributo fu essenziale per la costruzione della Chiesa del Monastero delle Carmelitane Scalze, dedicata a San Giuseppe Lavoratore, nel rione La Canazza. Nello specifico, la famiglia finanziò:
1. La realizzazione del tempio religioso.
2. Il completamento della sede della comunità religiosa, una piccola comunità di suore di clausura dell'Ordine delle Carmelitane Scalze che risiedeva lì dal 1949.
 
Rappresentazione Artistica
L'importanza della famiglia come mecenati è immortalata all'interno della chiesa stessa, tramite un'opera d'arte contemporanea:
• L'altare laterale destro ospita un dipinto di Eliano Fantuzzi che ritrae il Sacro Cuore.
• Attorno al Sacro Cuore, sono stati inseriti i ritratti dei mecenati, i Mocchetti, un concetto che la fonte definisce "classicheggiante". Questi ritratti sono inclusi perché la famiglia aveva "reso possibile l'edificazione della chiesa".
Presenza nella Cripta
La famiglia Mocchetti è legata in modo permanente alla chiesa anche attraverso la cripta.
La cripta, accessibile tramite una porta laterale in rame sbalzato opera di Nino Cassani, ospita le tombe di Orsolina Mocchetti, dei suoi genitori, oltre a quelle di tre monache fondatrici del monastero.
In sintesi, la famiglia Mocchetti è ricordata nelle fonti come l'elemento finanziatore cruciale per la costruzione della chiesa e del monastero, e la loro memoria è onorata sia attraverso i loro ritratti in un dipinto di Fantuzzi che attraverso le sepolture nella cripta.
 
PE-n1332-carmelitane-scalze.mm - Discussione: Artisti Contemporanei.
 
La Chiesa del Monastero delle Carmelitane Scalze, dedicata a San Giuseppe Lavoratore, è rinomata per contenere opere d'arte di insigni artisti contemporanei. L'inclusione di questi artisti testimonia l'importanza data al progetto, che fu finanziato dalla famiglia dell'industriale legnanese Carlo Mocchetti.
Di seguito sono dettagliate le principali opere e i rispettivi autori presenti nella chiesa:
 
Opere Conservate
Pala d'Altare
• L'opera principale, la pala d'altare, fu eseguita da Achille Funi.
• Raffigura la Sacra Famiglia e il sogno della Vergine.
Vetrate
• La navata del tempio è illuminata da quattro vetrate circolari.
• Queste sono opera di Mauro Reggiani.
Altari Laterali
• Altare Laterale Destro: Il dipinto su questo altare fu realizzato da Eliano Fantuzzi. L'opera ritrae il Sacro Cuore. Fantuzzi, utilizzando un "concetto classicheggiante," inserì attorno al Sacro Cuore i ritratti dei Mocchetti, i mecenati che avevano reso possibile l'edificazione della chiesa.
• Altare Laterale Sinistro: Il dipinto posto su questo lato, dedicato alla Madonna, è opera di Enzo Morelli.
 
Opere Scultoree e in Metallo
• Pannello di Separazione del Coro: Dopo la riforma liturgica, fu collocato un pannello in bronzo di separazione del coro. Quest'opera è del padre francescano Costantino Ruggeri di Pavia, noto anche per essere l'autore della cappella feriale del Duomo di Milano.
 
• Porte della Chiesa:
    ? La porta principale della facciata è realizzata con formelle di bronzo ed è opera di Bruno Calvani.
    ? La porta laterale, che conduce alla cripta, è in rame sbalzato ed è opera di Nino Cassani.
• Crocifisso nella Cripta: La cripta conserva un crocifisso in bronzo realizzato da Francesco Messina.
• Alto Rilievo di Santa Teresa di Gesù Bambino: In occasione del centenario della morte di Santa Teresa di Gesù Bambino (Teresa di Lisieux), è stato collocato nella chiesa un alto rilievo raffigurante la Santa. L'opera è dello scultore milanese Enrico Manfrini e fu benedetta nel settembre 1997.
L'Opera Eliminata
Un'opera di un altro artista di rilievo fu presente nella chiesa per un periodo, ma successivamente rimossa:
• Affreschi del Pronao: Fino al 1959, il pronao era decorato da grandiosi affreschi di Remo Brindisi.
• Questi affreschi raffiguravano episodi della vita del Profeta Elia.
• L'opera fu eliminata (gli affreschi furono intonacati e la parete tinteggiata). Le fonti suggeriscono che l'opera fu rimossa perché forse ritenuta troppo ardita per una chiesetta di monache di clausura e non compresa nella sua essenza artistica.
 
PE-n1333-Carmelitane-scalze-xxxx.mm - il patrimonio artistico della chiesa del monastero delle Carmelitane Scalze a Legnano, dedicata a San Giuseppe Lavoratore,
 
Questo audio-racconto esplora la storia e il patrimonio artistico della chiesa del monastero delle Carmelitane Scalze a Legnano, dedicata a San Giuseppe Lavoratore, evidenziando come sia sorta nel dopoguerra. La sua costruzione negli anni '50 fu resa possibile dal mecenatismo della famiglia dell'industriale tessile locale, Carlo Mocchetti, rispondendo alla doppia esigenza di una chiesa per il crescente rione e di un luogo di culto annesso al monastero di clausura. Il progetto iniziale, nato anche da un'intuizione di Suor Maria di Gesù, principessa Paternò Castello, si è evoluto in un notevole tesoro d'arte del Novecento, ospitando opere di calibro come la pala d'altare di Achille Funi, le vetrate astratte di Mauro Reggiani e i contributi scultorei di Padre Costantino Ruggeri e Francesco Messina. La narrazione tocca anche la controversa perdita degli affreschi di Remo Brindisi, considerati "troppo arditi", sollevando un'importante riflessione sul delicato dialogo tra arte contemporanea e committenza religiosa.
 
PE-n1334-Carmelitane-scalze.mm - il patrimonio artistico della chiesa del monastero delle Carmelitane Scalze a Legnano, dedicata a San Giuseppe Lavoratore,
 
Benvenuti a questa nuova esplorazione. Oggi eh ci addentriamo in un luogo forse un po' nascosto, ma pieno di storia e arte. La chiesa del monastero delle Carmelitane Scalze a Legnano.
Esatto. Dedicata a San Giuseppe Lavoratore.
Partiamo da un racconto audio che ne svela le origini, le opere. La nostra missione, diciamo, è capire com'è nata nel dopoguerra, chi l'ha voluta
e perché e soprattutto scoprire questo patrimonio artistico notevole con nomi importanti del veco. Proprio così, una storia di fede, comunità e anche direi meccenatismo. Allora, iniziamo a sviscerare questa storia.
Beh, è essenziale partire dal contesto. Pensa a Legnano nei primissimi anni 50.
Sì,
pieno dopo guerra, ricostruzione, c'è fermento. Il rione La Canazza, questa zona tra la caserma e l'autostrada. M
mh
si sta espandendo velocemente, nuove case, famiglie e lì, in via del Carmelo, c'era già dal 49 una piccola comunità di carmelitane scalze.
Ma quindi già presenti prima della Chiesa?
Sì, monache di clausura in un quartiere che stava nascendo, quindi doppia esigenza, una chiesa per il rione,
Certo.
E un luogo di culto per le monache annesso al monastero.
E come si conciliano queste due necessità? Immagino non fosse semplice.
Eh no. E qui, guarda, entra in gioco il meccenatismo. È la famiglia di un industriale tessile locale, Carlo Mocchetti, che decide di finanziare il progetto.
Un classico esempio però nel 9.
Esatto. Ma non è solo questione di soldi. Dentro il monastero c'erano figure chiave. La Priora, madre Tereva di Gesù, che veniva da Milano.
E poi una figura quasi romanzesca, Suor Maria di Gesù, al secolo principessa Paternò Castello.
Una principessa. Ma dai!
Sì, sì. E la fonte dice che fu lei, forse con una sua sensibilità artistica, a fare un primo schizzo, un'idea per unire le due cose, clausura e quartiere. Incredibile, una principessa architetto, per così dire. E poi concretamente chi ha tradotto questo schizzo in muri?
Beh, per il progetto vero e proprio si sono affidati a tecnici, un geometra di Legnano, Carlo Pastori, e un ingegnere milanese Mario De Luca.
Un team misto locale e milanese.
Esatto. E lo stile è molto dell'epoca. Linee pulite, sobrie, il mattone a vista usato in modo moderno.
Quel funzionalismo tipico della ricostruzione, immagino. Proprio quello pratico, essenziale ma dignitoso. La facciata, per esempio, è semplice. Un piccolo pronao, un portetto con quattro colonne di granito, discreto.
Mh. E accanto un campanile bello alto, anche lui in mattoni che riprende un po' le colonne della facciata in alto. C'è un dialogo.
E i tempi? Sembra un progetto partito bene con i fondi e le idee chiare.
Sì, i lavori iniziano nel 1950 e vanno spediti. Già nel 52 c'è la benedizione della chiesa. Subito operativa, quindi
sì, ufficiata da Monsignor Benedetti, vescovo di Lodi, e la dedica a San Giuseppe Lavoratore, perfetta per il quartiere.
Certo, molto simbolico,
ma la cosa curiosa è che la consacrazione vera e propria, quella ufficiale, arriva molto dopo, solo nel 1976,
addirittura, quasi 25 anni dopo.
Eh sì, con monsignor Maggioni. Questo scarto è interessante. Forse lavori da completare nel monastero, forse questioni burocratiche, chi lo Un edificio che nasce ma poi vive e si modifica. Ci sono stati cambiamenti importanti dopo l'inizio.
Assolutamente. Pensa, ve aggiunta un'ala dietro proprio per creare un coro per le monache.
 
 
parte2
 
Ah, per la clausura.
Esatto. Per partecipare alle messe separate ma presenti. E poi il cambiamento forse più grande legato al Concilio Vaticano I.
Ah, la riforma liturgica,
quella che ha cambiato tutto, l'altare.
Proprio così. Viene fatto un nuovo altare in marmo rivolto verso i fedeli versus populum, come si dice, sostituisce quello vecchio che probabilmente era contro il muro.
Un cambiamento teologico oltre che architettonico.
Esatto. E proprio questa modifica diventa l'occasione per un intervento artistico, beh, notevole.
Ecco, qui arriva l'arte. Cosa succede?
Succede che per separare il nuovo coro delle monache dalla chiesa del pubblico serve un divisorio e chiamamo a farlo, beh, un nome grosso, padre Costantino Ruggeri.
Ruggeri, il francescano artista.
Sì. della cappella feriale del Duomo di Milano. Proprio lui, un artista poliedrico, moderno, a volte discusso. Il fatto che sia qui negli anni 70 in questa chiesa ci dice che la committenza, magari le monache stesse, avevano una visione aperta.
Incredibile. Quindi non una decorazione qualsiasi, ma è l'unico nome di questo calibro.
No, no, è questo il bello. È quasi una piccola galleria d'arte del 900 nascosta. La pala d'altare principale, quella che vedi subito.
Sì,
è di Achille Fu. Funi, certo, il movimento 9 Sarfatti,
lui un protagonista. Il quadro è La sacra famiglia e il sogno della Vergine. Uno stile solido, classico, ma lirico. Avere un funi sull'altare maggiore, capisci, non è scontato.
Funi, ruggeri, eh nomi da manuale. Ma ricordo che la fonte è anche una storia un po' controversa, qualcosa che non c'è più.
Esatto. Ed è una storia un po' triste, emblematica. Riguarda il prona o il portico d'ingresso. Fino al 59 c'erano degli affreschi di Remo Brindisi.
Brindisi un altro gigante espressionista forte. Proprio lui aveva dipinto episodi della vita del profeta Elia, figura chiave per i Carmelitani, opere definite grandiose.
Ma
ma
cosa è successo? Perché togliere un brindisi? Guarda, la fonte usa parole caute, opera forse troppo ardita per una chiesetta di monache di clausura e non compresa.
Troppo ardita, cioè
lo stile,
il tema
non è chiaro, forse lo stile espressionista, crudo, forse il modo di trattare Elia. Fatto sta che questi affrischi sono stati scialbati.
Scialbati,
cioè coperti.
Sì, coperti di vernice e cancellati.
È una storia che fa pensare, sai, sul rapporto difficile tra arte d'avanguardia e committenza religiosa, specie in un luogo così particolare. Una perdita. Certo. Mamma mia, un brindisi perduto. Incredibile. Tornando dentro però, la luce che illumina funi, ruggeri da dove Viene vetrate.
Certo,
ci sono quattro grandi vetrate rotonde degli oculi.
E anche qui l'artista non è banale,
Mauro Reggiani.
Reggiani,
il maestro dell'astrattismo geometrico.
Proprio lui.
Forme pure, colori, equilibrio. La sua presenza qui con delle vetrate astratte conferma questa incredibile apertura a linguaggi diversissimi.
È vero, c'è Funi che è figurativo, Reggiani astratto, Ruggeri Materico e c'era Brindisi espressionista. Sembra quasi un programma.
Sembra proprio di sì. E non è finita. Se guardiamo gli altari laterali.
Sì,
a destra l'altare del Sacro Cuore ha un dipinto di Eliano Fantuzzi e qui c'è un dettaglio, guarda, quasi rinascimentale,
cioè
Fantuzzi inserisce nel quadro in modo classicheggiante i ridratti dei coniugi mocchetti, i meccenati.
Bile tra arte e generosità. Dice molto
affascinante. L'altro altare?
 
Parte3
 
Quello a sinistra. della Madonna ha un dipinto di Enzo Morelli. Ma non si sono fermati ai quadri, anche le porte sono state curate.
Ah, sì.
La porta principale a formelle in bronzo di Bruno Calvani e quella laterale che porta alla cripta è in rame sbalzato di Nino Cassani. C'è una cura diffusa
e questa porta laterale ci porta giù nella cripta. Cosa c'è lì? Solo tombe?
Principalmente sì, è sepulcrale. Ma anche lì c'è arte. Un crocifissio in bronzo di Francesco Messina.
Messina. Un altro nome di primo piano, famoso per il suo realismo potente.
Esatto. Immagina l'impatto in un ambiente piccolo come la cripta e poi certo le tombe c'è Orsolina Mocchetti, la benefattice con i suoi genitori e insieme a loro tre delle monache fondatrici della comunità. Quindi la cripta è anche memoria, memoria dei meccenati e memoria delle origini monastiche lì.
Quindi ogni pezzo racconta qualcosa, un artista, una storia, ma c'è stato un capitolo più recente in questa vicenda artistica.
Sì, un'aggiunta che ci porta più vicine a noi nel 1997 per il centenario della morte di Santa Teresa di Lissieux.
Ah, Teresina, figura centrale per i carmelitani.
Proprio lei hanno collocato in casa un alto rilievo che la raffigura. Opera di Enrico Manfrini, un altro specialista dell'arte sacra.
Esatto. Uno scultore con una carriera immensa in questo campo e pensa che a benedirlo venne il vicario generale dell'ordine, padre Flavio Caloi. Segno che questa chiesa, pur locale, è importante per tutto l'ordine carmelitano.
Allora, proviamo a tirare le fila. Cosa ci portiamo via da questa esplorazione? Beh, direi innanzitutto una storia esemplare di come nasce un luogo dall'incontro tra bisogni diversi, no?
Sì. Il quartiere che cresce, le monache, i meccenati mochetti e poi la grande sorpresa, questa concentrazione pazzesca di arte contemporanea di livello altissimo. Funi, Ruggeri, reggiani Messina è quasi un piccolo Bignami d'arte italiana del 900 e non dimentichiamo il fantasma di Brindisi,
giusto? E proprio quella storia lascia un po' l'amaro in bocca, il contrasto tra creato e perduto, tra arte e forse incomprensione.
Sì. E se allarghiamo lo sguardo? Questa storia ci dice molto. Ci insegna a guardare oltre le apparenze. Una chi periferia, una clausura possono nascondere tesori.
Vero. È la prova del legame forte tra fede, arte e comunità anche nel 9 e ci mostra come tutto evolve. La liturgia con l'altare nuovo, il gusto, la sensibilità, a volte con strappi, come per Brindisi, è un dialogo continuo, a volte faticoso.
Esatto. E per chi ama capire, queste storie minori sono preziose. Legnano è un caso perfetto. Un bisogno pratico diventa occasione per creare un'eredità culturale che va oltre il luogo stesso. Ci fa capire il meccenatismo moderno, la Sacra contemporanea.
Proprio così.
E proprio la vicenda di Brindisi, gli affreschi troppo arditi, non compresi, ci lascia con una domanda finale, credo.
Sì.
Considerando il luogo una chiesa vissuta da monache di clausura, dov'è il limite tra la libertà dell'artista e la sensibilità del contesto, della comunità che vive quello spazio ogni giorno?
Bella domanda.
Come si bilancia l'innovazione che può spiazzare con le esigenze spirituali? Il raccoglimento, le abitudini di chi prega lì, non ci sono risposte facili, eh
no, di certo.
Ma ci fa riflettere sul dialogo sempre delicato tra arte contemporanea e spazio sacro, un dialogo che in fondo continua ancora oggi.
 
-------------------------------------------------------------
PE-1300-5
1 PE-1300-05 PE-n1335-cotonificio-dellAcqua.mm - storia del Cotonificio dell'Acqua a Legnano, fondato nel 1871 dai               fratelli dell'Aqua e successivamente gestito da vari attori.
Nel 1904 è il cotonificio dell'acqua visto dall'Olona. C'è un'immagine del 1904 che ci mostra il cotonificio dell'acqua visto dall'olona PE-n1337- cotonificio-dellAcqua.mm - Discussione: Cotonificio dell'acqua. PE-n1338-storia-industriale.mm - Discussione: Storia industriale. PE-n1339-Legnano-Olona.mm - Discussione; Legnano Olona. PE-n1340-lavoratori-energia.mm -
Discussione: Lavoratori energia. PE-n1341-fusione-liquidazione.mm - Discussione: Fusione liquidazione. - La storia del Cotonificio dell'acqua a Legnano è segnata da due eventi finanziari e strutturali fondamentali:  PE-n1336-cotonificio-dellAcqua.mm -
 
1.1 PE-n1335-cotonificio-dellAcqua.mm - storia del Cotonificio dell'Acqua a Legnano, fondato nel 1871 dai fratelli dell'Aqua e successivamente gestito da vari attori.
1.1.1 PE-n1335-cotonificio-dellAcqua.mm - storia del Cotonificio dell'Acqua a Legnano, fondato nel 1871 dai fratelli dell'Aqua e successivamente gestito da vari attori. Il documento traccia la storia del Cotonificio dell'Acqua a Legnano, fondato nel 1871 dai fratelli dell'Aqua e successivamente gestito da vari attori. Immagini storiche del 1904 mostrano lo stabilimento che impiegava 500 operai, evidenziando l'uso della corrente del fiume Olona per azionare la palla idraulica e generare energia. Dopo essere diventato una società anonima e aver raggiunto un picco di 2000 dipendenti sotto la guida di Giulio Brusadelli, il complesso tessile fu infine portato alla liquidazione da Felice Riva. La sua area di 55.000 m² fu acquistata dal comune nel 1971 per realizzare un'area pubblica che oggi ospita il Palazzo di Giustizia, ed è interessata da lavori di sistemazione e deviazione del fiume Olona. - QGLD416-cotonificio-dellAcqua.mp3
 
1.2 PE-n1336-cotonificio-dellAcqua.mm - Nel 1904 è il cotonificio dell'acqua visto dall'Olona. C'è un'immagine del 1904 che ci mostra il cotonificio dell'acqua visto dall'olona
 
1.2.1 PE-n1336-cotonificio-dellAcqua.mm - Nel 1904 è il cotonificio dell'acqua visto dall'Olona. C'è un'immagine del 1904 che ci mostra il cotonificio dell'acqua visto dall'olona Legnano. Nel 1904 è il cotonificio dell'acqua visto dall'Olona. C'è un'immagine del 1904 che ci mostra il cotonificio dell'acqua visto dall'olona con la palla azionata dalla corrente del fiume per poter produrre dell'energia necessaria alla fabbrica. A quel tempo il cotonificio impiegava allora 500 operai con 520 telai meccanici. Un disegno prospettico rappresenta lo stesso cotonificio visto da un'altra angolatura, esattamente dal lato dell'attuale viale Mateotti. In un primo piano si vede poi anche un tram della linea Milano Legnano Gallarate che a quell'epoca aveva ancora la trazione a vapore e diventerà elettrica infatti nel 1915. Il cotonificio era stato fondato nel 18 71 dei fratelli Francesco e Faustino dell'Aqua. Quasi subito entrò nella società il cugino titolari Carlo dell'acqua. Il complesso tessile divenne poi società anonima per azioni dopo la fusione avvenuta nel 1907 con la tessitura Lissoni e Castiglioni di Bustarsizio. Negli anni 60, dopo la gestione di Giulio Brusadelli, il complesso che dava lavoro a 2000 dipendenti, era passato la guida di Felice Riva che lo porterà purtroppo alla liquidazione con un pesante passivo. Lo stabilimento sarà battuto nell'agosto del 1969 e l'area di circa 55.000 m² verrà acquistata il primo ottobre del 1971 dall'amministrazione comunale al prezzo di 485 milioni per realizzare Poi un giardino pubblico, parcheggi e il Palazzo di Giustizia. Oggi quest'area è interessata dei lavori, dalla sistemazione e della deviazione del corso dell'Olona.
 
1.3 PE-n1337-cotonificio-dellAcqua.mm - Discussione: Cotonificio dell'acqua.
1.3.1 PE-n1337-cotonificio-dellAcqua.mm - Discussione: Cotonificio dell'acqua. Il Cotonificio dell'acqua era situato a Legnano. Fondazione e Società Iniziale Il cotonificio fu fondato nel 1871 dai fratelli Francesco e Faustino dell'Aqua. Quasi subito dopo la fondazione, il cugino dei titolari, Carlo dell'acqua, entrò a far parte della società. Funzionamento e Struttura (1904) Nel 1904, un'immagine mostrava il cotonificio visto dal fiume Olona. La fabbrica utilizzava l'energia idraulica: una pala azionata dalla corrente del fiume permetteva di produrre l'energia necessaria al funzionamento dello stabilimento. A quell'epoca, il cotonificio impiegava 500 operai e gestiva 520 telai meccanici. Un disegno prospettico d'epoca raffigurava lo stabilimento da un'altra angolatura, specificamente dal lato dell'attuale viale Mateotti. In primo piano in questa rappresentazione si notava anche un tram della linea Milano-Legnano-Gallarate. Va notato che, a quel tempo, il tram aveva ancora la trazione a vapore, la quale sarebbe diventata elettrica solo nel 1915. Evoluzione Aziendale e Declino Il complesso tessile si trasformò in una società anonima per azioni in seguito alla fusione avvenuta nel 1907 con la tessitura Lissoni e Castiglioni di Busto Arsizio. Negli anni '60, dopo essere stato gestito da Giulio Brusadelli, il complesso era una realtà lavorativa molto grande, impiegando fino a 2.000 dipendenti. Successivamente, la guida passò a Felice Riva, il quale portò purtroppo il cotonificio alla liquidazione con un pesante passivo. Dismissione e Riconversione dell'Area Lo stabilimento fu messo all'asta nell'agosto del 1969. L'area complessiva, di circa 55.000 m², fu acquistata dall'amministrazione comunale il 1° ottobre 1971, al prezzo di 485 milioni. L'obiettivo dell'amministrazione comunale era quello di utilizzare lo spazio per la realizzazione di un giardino pubblico, parcheggi e il Palazzo di Giustizia. Attualmente, l'area dell'ex cotonificio è interessata da lavori che riguardano la sistemazione e la deviazione del corso del fiume Olona.
 
1.4 PE-n1338-storia-industriale.mm - Discussione: Storia industriale.
1.4.1 PE-n1337-cotonificio-dellAcqua.mm - Discussione: Cotonificio dell'acqua.
 
Il Cotonificio dell'acqua era situato a Legnano. Fondazione e Società Iniziale Il cotonificio fu fondato nel 1871 dai fratelli Francesco e Faustino dell'Aqua. Quasi subito dopo la fondazione, il cugino dei titolari, Carlo dell'acqua, entrò a far parte della società. Funzionamento e Struttura (1904) Nel 1904, un'immagine mostrava il cotonificio visto dal fiume Olona. La fabbrica utilizzava l'energia idraulica: una pala azionata dalla corrente del fiume permetteva di produrre l'energia necessaria al funzionamento dello stabilimento. A quell'epoca, il cotonificio impiegava 500 operai e gestiva 520 telai meccanici. Un disegno prospettico d'epoca raffigurava lo stabilimento da un'altra angolatura, specificamente dal lato dell'attuale viale Mateotti. In primo piano in questa rappresentazione si notava anche un tram della linea Milano-Legnano-Gallarate. Va notato che, a quel tempo, il tram aveva ancora la trazione a vapore, la quale sarebbe diventata elettrica solo nel 1915. Evoluzione Aziendale e Declino Il complesso tessile si trasformò in una società anonima per azioni in seguito alla fusione avvenuta nel 1907 con la tessitura Lissoni e Castiglioni di Busto Arsizio. Negli anni '60, dopo essere stato gestito da Giulio Brusadelli, il complesso era una realtà lavorativa molto grande, impiegando fino a 2.000 dipendenti. Successivamente, la guida passò a Felice Riva, il quale portò purtroppo il cotonificio alla liquidazione con un pesante passivo. Dismissione e Riconversione dell'Area Lo stabilimento fu messo all'asta nell'agosto del 1969. L'area complessiva, di circa 55.000 m², fu acquistata dall'amministrazione comunale il 1° ottobre 1971, al prezzo di 485 milioni. L'obiettivo dell'amministrazione comunale era quello di utilizzare lo spazio per la realizzazione di un giardino pubblico, parcheggi e il Palazzo di Giustizia. Attualmente, l'area dell'ex cotonificio è interessata da lavori che riguardano la sistemazione e la deviazione del corso del fiume Olona.
 
1.5 PE-n1339-Legnano-Olona.mm - Discussione; Legnano Olona.
1.5.1 PE-n1339-Legnano-Olona.mm - Discussione; Legnano Olona. La discussione su Legnano Olona si incentra principalmente sul ruolo del fiume Olona nello sviluppo industriale di Legnano, in particolare per quanto riguarda il Cotonificio dell'acqua. Il Ruolo del Fiume Olona per l'Industria Il fiume Olona era di fondamentale importanza per il Cotonificio dell'acqua, fondato nel 1871 a Legnano: 1. Fonte di Energia: Nel 1904, una vista del cotonificio "dall'Olona" mostrava specificamente la pala azionata dalla corrente del fiume. Questa pala permetteva di produrre l'energia necessaria al funzionamento della fabbrica. 2. Contesto Visivo: L'impianto industriale stesso era caratterizzato dalla sua vicinanza e dipendenza dal fiume. Legnano e le Infrastrutture Legnano è identificata come la località del cotonificio. Oltre alla presenza del fiume, l'area era servita da importanti infrastrutture di trasporto: • Un disegno prospettico del cotonificio, visto dal lato dell'attuale viale Mateotti, mostrava in primo piano un tram della linea Milano-Legnano-Gallarate. • Al momento della rappresentazione (intorno al 1904), il tram utilizzava ancora la trazione a vapore, che sarebbe stata sostituita dall'elettrica nel 1915. L'Olona e la Riconversione Urbana a Legnano Dopo la liquidazione del Cotonificio dell'acqua e l'acquisto dell'area da parte dell'amministrazione comunale di Legnano nel 1971, lo spazio è stato destinato alla realizzazione di un giardino pubblico, parcheggi e il Palazzo di Giustizia. Attualmente, l'area dell'ex stabilimento, pur non essendo più operativa industrialmente, è ancora significativamente legata al fiume. I lavori in corso in quell'area riguardano la sistemazione e la deviazione del corso dell'Olona.
 
1.6 PE-n1340-lavoratori-energia.mm - Discussione: Lavoratori energia.
1.6.1 PE-n1340-lavoratori-energia.mm - Discussione: Lavoratori energia. La discussione su Lavoratori energia (Workers and Energy) relativa al Cotonificio dell'acqua si concentra sul modo in cui l'opificio sfruttava le risorse naturali per la produzione e sulla conseguente necessità di manodopera per la sua operatività.
Energia Idraulica
(Fonte di Produzione) Il cotonificio, situato a Legnano, traeva l'energia necessaria al suo funzionamento direttamente dal fiume Olona. • Tecnologia: Nel 1904, un'immagine mostrava come l'energia fosse prodotta da una pala. Questa pala veniva azionata dalla corrente del fiume Olona per generare l'energia necessaria alla fabbrica. L'uso di questa fonte idraulica era cruciale per il funzionamento dello stabilimento. Lavoratori e Scala Produttiva La dimensione della forza lavoro rifletteva la capacità produttiva generata dall'energia disponibile: • Periodo Iniziale (1904): A quel tempo, quando il cotonificio era alimentato dalla pala sull'Olona, l'azienda impiegava 500 operai. Questi lavoratori gestivano un totale di 520 telai meccanici. • Periodo di Massima Espansione (Anni '60): La dimensione della forza lavoro crebbe significativamente. Negli anni '60, sotto la gestione successiva (dopo Giulio Brusadelli), il complesso era una realtà molto più grande, arrivando a dare lavoro a ben 2.000 dipendenti. Questa fase di gigantismo industriale si concluse con la liquidazione dello stabilimento.
 
1.7 PE-n1341-fusione-liquidazione.mm - Discussione: Fusione liquidazione. - La storia del Cotonificio dell'acqua a Legnano è segnata da due eventi finanziari e strutturali fondamentali:
1.7.1 PE-n1341-fusione-liquidazione.mm - Discussione: Fusione liquidazione. - La storia del Cotonificio dell'acqua a Legnano è segnata da due eventi finanziari e strutturali fondamentali: La storia del Cotonificio dell'acqua a Legnano è segnata da due eventi finanziari e strutturali fondamentali: la fusione, che ne aumentò la scala e la formalizzazione societaria, e la successiva liquidazione, che ne decretò la fine come complesso industriale.
1. La Fusione Il consolidamento del complesso tessile avvenne nel 1907. • Data e Forma Societaria: La fusione fu realizzata nel 1907. A seguito di questa operazione, il cotonificio si trasformò in una società anonima per azioni. • Controparte: La fusione avvenne con la tessitura Lissoni e Castiglioni di Bustarsizio.
 
2. La Liquidazione Dopo il periodo di consolidamento, e raggiunto il massimo impiego di forza lavoro, l'azienda affrontò una crisi che la condusse alla chiusura. • Il Periodo Critico: La fase che precedette la liquidazione si colloca negli anni '60. In quel periodo, il complesso era una realtà imponente, arrivando a dare lavoro a 2000 dipendenti, dopo essere stato gestito da Giulio Brusadelli. • Causa della Crisi: La guida del cotonificio passò a Felice Riva, il quale portò l'azienda alla liquidazione. La chiusura fu accompagnata da un pesante passivo. • Dismissione dell'Attività:
Lo stabilimento fu messo all'asta ("battuto") nell'agosto del 1969. • Riconversione dell'Area: L'area totale dell'ex cotonificio, che ammontava a circa 55.000 m², fu acquistata dall'amministrazione comunale il 1° ottobre 1971 al prezzo di 485 milioni. L'obiettivo era riconvertire questo spazio post-industriale per realizzare un giardino  pubblico, parcheggi e il Palazzo di Giustizia.
 
PE-n1342-Fontanara-Ignazio.mm - Fontanara - Questo approfondimento si concentra sul romanzo di Ignazio Silone, "Fontamara", un'opera fondamentale della letteratura italiana scritta durante il Fascismo e pubblicata inizialmente a Zurigo
 
Questo approfondimento si concentra sul romanzo di Ignazio Silone, "Fontamara", un'opera fondamentale della letteratura italiana scritta durante il Fascismo e pubblicata inizialmente a Zurigo nel 1933 per via del suo carattere antifascista e socialista. Il testo esplora la vita dei "cafoni", i contadini abruzzesi che lavorano faticosamente la fertile Piana del Fucino ma vivono in miseria atavica, simboleggiata dal villaggio immaginario di Fontamara. La narrazione svela la profonda ingiustizia e lo sfruttamento subiti da questi umili a opera di un nuovo blocco di potere costituito da proprietari terrieri (come l'Impresario e il Principe Torlonia) e l'autorità fascista, che si servono di raggiri legali, come la truffa dell'acqua e la violenza delle camicie nere. La storia del protagonista, Berardo Viola, rappresenta un punto di svolta: attraverso il suo martirio, i cafoni prendono coscienza che la loro miseria non è un destino immutabile, ma può essere superata solo con l'organizzazione e la lotta, un messaggio di speranza che si condensa nell'ultima domanda del romanzo: "Che fare?".
 
PE-n1343-Fontanara-Restelli.mm - La conferenza
 
Perché come adesso vedremo, il romanzo è abitato in Abruzzo, quindi abitano nei comuni intorno al lago prosciugato del Fucino, che sembra quasi una terra promessa perché la terra lì c'è, è tanta, è terra grassa, terra fertile, però devono scendere al piano per coltivare la terra. Quindi voleva dire che partivano quando era buio a piedi, scendevano alla Piana del Fucino, dove in squadre particolari avrebbero lavorato spaccandosi la schiena. la ore e ore e poi tornavano a casa. Tornavano a casa al momento del tramonto, tornavano a casa quando era buio. Quindi la loro vita 6 giorni su sette era questa. Ecco, Ignaz Silone, adesso parleremo di lui, della sua storia, se vogliamo, anche abbastanza travagliata a livello politico e non solamente letterario, in due momenti diversi della sua vita. Allora, vediamo dire due parole su Fontamar. È uno dei migliori romanzi italiani scritti durante il fascismo, quindi pensando un po' al ventennio del fascismo, fu pubblicato a Zurigo nel 1933 ed ebbe numerose eh traduzioni all'estero. Ecco perché Zurigo e non Milano, come si chiede? Perché oppure magari la l'Aquila Roma, perché chiaramente è un romanzo antifascista, è un romanzo socialista, è un romanzo che mette in gravi difficoltà il prepotere, la prepotenza del fascismo, ecco, nella zona in cui è ambientato il romanzo, quindi non si poteva sperare in una pubblicazione italiana. Venne pubblicato in Italia appena possibile, quindi dopo il 25 aprile del 1945. Questo avvenne nella seconda metà del 1945. È un romanzo quindi che all'estero viene molto apprezzato fin dall'inizio e poi venne apprezzato anche in Italia, soprattutto perché è un romanzo antifascista, se vogliamo anche anticapitalista come quindi contro i proprietari terrieri perché dava la voce agli umili, quindi gli umili sono protagonisti e sono i cafoni di Fontamara.
 
Oggi la parola cafone ha un significato negativo, però al tempo di Fontamara era il nome dei contadini abruzzesi e loro orgogliosamente la utilizzavano questo termine che voleva dire lavoro, voleva dire spirito di sacrificio, tenacia, quindi i cafoni di Fontamara. Certo, ad Avezzano, all'Aquila, eccetera, quando la i ricchi borghesi pensavano ai contadini, dicevano quelli sono cafoni, cafoni, ecco, nel senso nostro del termine, mentre per loro cafone era il termine giusto, ecco, così in qualche modo si chiamavano. Quindi un romanzo che parla di povertà secolare, di abus di profonde ingiustizie, ma anche della necessità di emigrare per buscarsi il pane con l'espressione verghiana che si trova in Verga, perché mentre i braccianti di Fontamara vivono all'interno del loro villaggio, quanti abruzzesi sono emigrati, ma non solamente abruzzesi, calabresi, piemontesi, veneti, eccetera. Quindi anche un romanzo che parla della dell'immigrazione da queste terre, queste terre povere che voleva dire spostare a Roma, spostarsi nelle grandi città del centro sud oppure del centro nord, oppure per i più coraggiosi, andare all'estero, andare poi finita la guerra in Belgio, in Belgio a scavare le miniere di carbone. Ricorderete tutti Marzinel 1956, 8 agosto del 1956, il disastro minerario a quasi 1000 m di profondità, 252 minatori che rimangono travolti da quello che accade. 100 50 circa la metà grosso modo erano in gran parte abruzzese, ecco, venivano dall'Abruzzo, dalle terre più povere dell'Abruzzo, poi naturalmente dal resto dell'Italia. Però non è un romanzo fatalista, ecco, come vedremo adesso esaminando, entrando poi nei particolari, non è un romanzo che la manzonianamente la ci dice che la speranza di redenzione degli umili sarà nell'altra vita, no? È un romanzo che ci dice chiaramente che la miseria dei foni e la miseria dei contadini di tutto il mondo, se vogliamo, non è eterna, potrà cambiare quando impareranno a organizzarsi, a far valere i loro interessi. E questo è uno dei messaggi, se vogliamo, da subito più importanti. Quando i cafoni di tutti i continenti, di tutto il mondo impareranno, i lavoratori a questo punto di tutto il mondo impareranno a organizzarsi, a far valere i loro interessi, a a fare in modo che i loro interessi vengano la vengono la vengano, scusate, vengano abbiano la la possibilità di vincere. Ecco, a questo punto la miseria terminerà.
 
Allora, la vita di Ignazio Silone, qualche notizia su di lui, quindi nacque a Pescina dei Marsi, naturalmente siamo in Abruzzo nell'anno 1900, proprio l'anno 1900. Il vero nome è Secondino Tranquilli, nome e cognome scienze per sé e la nome d'arte di Silone. Ecco perché. Perché nella cultura abruzzese, se vogliamo anche un po' nel folclore abruzzese tutti ricordavano la popolazione dei Marsi. 2300200 anni prima i Marsi si erano contrapposti a Roma, avevano combattuto contro Roma che Roma un certo momento si espande in tutta l'Italia, centro meridionale, arriva la Sicilia, poi Roma la si espande verso il centro nord, eccetera e ci sono tutte una serie di popolazioni italiche come i sanniti, per esempio, che cercano un po' di combattere, poi verranno sopraffatti dai romani. Quindi Silone ricorda l'antico capo, forse anche un po' leggendario dei Marsi che si chiamava Silo, quindi sceglie per sé un nome di battaglia. Nel 1915 però c'è un trauma nella vita di Silone e nel 1915 ha 15 anni esattamente perché c'è una terribile terremoto che squassa, potremmo dire, gran parte della Bruzz e dell'Italia centro meridionale e nel terremoto che colpisce da vicino la sua cittadina che Pescina dei Marsi perse il padre. Perse il padre. A questo punto per Silone le cose cambiano perché la famiglia era abbastanza benistante, quindi le prospettive di vita voleva dire scuola elementare, scuola media e poi via la situazioni migliori. Perde il padre e non ci sono in famiglia altre soluzioni. per poter sopravvivere deve adattarsi e fare lavori umili. E questo è molto importante perché Silone è una ragazzina, quindi 15 anni, però comincia a fare il bracciante, comincia a fare i 1000 lavoretti dell'artigianato dell'epoca, la cerca di di sopravvivere. Questo è molto importante perché lo mette a contatto con la gente povera, con i lavoratori dell'epoca. Si rende conto che c'è un altro mondo, ecco, che vive accanto a lui, che è il mondo dei poveri, di coloro che per guadagnare il diritto di vivere, devono lavorare duramente. Ecco, questo è Pescina dei Marsi, subito dopo il terremoto, come vedete non è rimasto nulla. Cioè, il paradosso è che sono rimaste alcune torri medievali, mentre le abitazioni dei contadini costruite così poveramente con i sassi e tutto il resto, ecco, la sono state totalmente distrutte, non solamente a Pescina di Mazzi, diciamo, in tutto l'Abruzzo, il Eh, il terremoto è tremendo.
 
Eh, intanto va avanti la vita di Silone perché ha 21 anni è tra i fondatori del Partito Comunista d'Italia che nasce a Livorno. Cioè il Partito Comunista di Togliatti, poi prima ancora di Gramsh eccetera, come sapete ha una data precisa, nasce a Livorno nel gennaio del 1921. Siamo più o meno tra la fine della Prima Guerra Mondiale 1918 e la fermazione del fascismo con la marcia su Roma 19 122. Come notate, questo è un particolare, se vogliamo, interessante per me, per quello che per i miei studi eccetera, non si chiama Partito Comunista Italiano, si chiama PCD, ovvero Partito Comunista d'Italia, sezione della terza internazionale. Cioè in questo momento il partito è stato fondato da Bordiga, Bordiga e Gramsi, soprattutto Bordiga. Ed è un partito rivoluzionario, aderisce alla terza internazionale di Lienin a Mosca ed è un partito che cerca di operare in Italia. per la rivoluzione comunista, poi verrà sconfitto dal fascismo perché i rapporti di forza erano a favore del fascismo. Quindi è un partito rivoluzionario e Silone quel giorno a Livorno era presente. Era presente, infatti poi prenderà anche la parola a nome dei giovani socialisti che però volevano aderire subito al Partito Comunista. E intanto, essendo uno dei dirigenti più importanti, Silone addirittura ha la possibilità di recarsi a Mosca e di vedere con i propri occhi i miti del comunismo. Allora, i Trosski, se vogliamo anche Stalin, infatti lui racconterà nei suoi libri la il primo giorno in cui videenin. L'ienen quindi il grande capo del bolchevismo, il grande capo del Partito Comunista russo che prende il potere nell'ottobre del 1917. Quindi sono esperienze molto importanti, stiamo parlando di un ventenne grosso modo. Nel momento in cui si afferma Stalin, sapete che Eni un certo momento muore 1924 il potere viene preso da Stalin. Stalin inaugura famosa famoso slogan il socialismo in paese solo, cioè diventa lo slogan della sua politica e lui Silone con Bordiga ed altri pochi la prende posizione addirittura contro Stalin, cioè dice che il socialismo è un paese solo è il tradimento degli ideali di Lien, di Trosski eccetera. Il comunismo doveva operare per prendere potere in tutto il mondo. la rivoluzione permanente, come diceva Trsky, e non in qualche modo arroccarsi, chiudersi all'interno di quella che diventa l'Unione Sovietica. Adesso non abbiamo tempo per cercare di capire che cosa volesse Stalin con il socialismo paese solo e Trosski. Comunque, insomma, il nostro Silone non si accoda alla maggioranza che guarda Stalin come al futuro capo onnipotente dell'Unione Sovietica, si mette con la minoranza e con la minoranza poteva essere pericoloso in quel momento. Infatti nel 1931 fu espulso dal partito, cioè dal Partito Comunista, adesso saldamente nelle mani di Togliatti. Gramishi era stato arrestato per volontà di Mussolini del fascismo negli anni precedenti. Togliatti è vicinissimo a Stalin e la politica del Partito Comunista Italiano segue da vicino la politica che Stalin ha imposto all'Unione Sovietica e a tutti i partiti comunisti presenti. nella nel mondo.
 
Chi si adeguava bene, chi dava prova di fedeltà al partito rimaneva nel partito. Chi invece si opponeva, chi invece aveva delle perplessità politiche, ideologiche, eccetera eccetera. Veniva espulso. In effetti Silone venne espulso dal Partito Comunista nel 1931. Non fu l'unico. Eh eh la ci furono altre espulsioni eccellenti, anche lo stesso Bordiga, Bordiga rivoluzionario napoletano che aveva fondato il Partito Comunista, addirittura ecco, venne espulso negli anni precedenti. E essere espulso dal partito voleva dire in molti casi il trauma, perché si tratta di persone che avevano dedicato tutta la loro vita al partito, quindi non era un provvedimento burocratico che poi finiva lì, era il tramonto di un ideale con l'idea magari di aver provocato loro l'espulsione, quindi con crisi di coscienza che in alcuni casi potevano portare anche sui suicidio. Per fortuna nel caso di Silone non c'è nulla di tutto questo. Fu espulso quando si trovava in Svizzera perché aveva lasciato l'Italia, altrimenti rischiava di finire in un carcere di Mussoline. Si trovava in Svizzera per curare la tubercolosi che allora era molto diffusa in Italia. Ecco, questo è interessante quello che poi scrisse la Silone nel momento in cui ripensò alla cacciata dal con ignominia, ecco, la cacciata dal partito eh comunista scrisse poi: "Avrei potuto difendermi, avrei potuto provare la mia buona fede, avrei potuto dimostrare la mia non appartenenza alla frazione troschista, perché Troschi in questo momento vuol dire il diavolo in persona, quindi lui viene accusato di essere un troschista". Avrei potuto quindi dimostrare che non c'entravo nulla con Trosski e le sue idee, ma non volli. In un attimo ebbi la chiarissima percezione della inanità Donifurberia, tattica, attesa e compromesso. Dopo un mese, dopo 2 anni mi sarei ritrovato da capo. Era meglio finirla una volta per sempre. Non dovevo lasciarmi sfuggire questa nuova provvidenziale occasione, quella uscita di sicurezza. Quindi dice avrebbe dovuto difendermi e magari le mie giustificazioni sarebbero valse per rimanere nel partito, però poi la l'incompatibilità con il Partito Comunista in quel momento diretto da Togliati che era la sodale vicinissimo a Stalin l'avrebbe creato magari qualche mese dopo, qualche anno dopo gli stessi problemi, quindi era meglio chiuderla, chiuderla con un partito che non poteva essere riformato dall'interno, quindi approfittare di questa uscita di sicurezza e in effetti uno dei testi più interessanti di Silone, questo non è proprio un romanzo, è un testo di riflessione politica, si chiama proprio uscita di sicurezza, in cui ragiona delle sue ragioni personali che l'hanno portato al comunismo e del la situazione che si era venuta a creare per cui era stato espulso e anche questa copertina mi sembra significativa la simbolicamente, no? Abbiamo una persona e un muro, ecco, un muro invadicabile, un muro che non si può abbattere, è il muro dello stalinismo, il muro, ecco, del comunismo in quel momento che non si prestava sicuramente la né a una revisione e neanche in qualche modo a una discussione.
 
Non si poteva discutere perché chi discuteva voleva dire che lo non era allineato, era potenzialmente un nemico. Fontamaro viene scritto nel 1930 mentre ad Avoss in un sanatorio per curare la tubercolosi. Abbiamo detto nel 31 viene espulso. Fondamaro viene scritto nel 30 da Voss, la località oggiosciistica la molto rinomata in Svizzera. Ecco, anche questo è un passo che merita di essere eletto. Credevo di non aver più molto da vivere. Chi è la tubercolosi sapev che la vita sarebbe durata poco. E allora mi mise a scrivere un racconto al quale posi il nome di Fontamara che tra parentesi non esiste in nessuna località della dell'Abruzzo se cercate come cercare donna fugata in Sicilia. Mi fabbricai da me un villaggio col materiale degli amari, ricordi e dell'immaginazione e io stesso cominciai a viverci dentro. Quindi creo un proprio villaggio che poi non è tanto distante dalla città. dove nato ne risultò un racconto abbastanza semplice, anzi con delle pagine francamente rozze, ma per l'intensa nostalgia e amore che l'animava commosse lettori di vari paesi in misura per me inattesa. Dice nacque un romanzo scritto in maniera molto semplice, infatti la voi ricorderete, insomma Pontemare non pone nessun problema di lettura. Potrebbe benissimo essere letto anche in seconda media, anche in prima media e i ragazzini capirebbero quindi Non cerchiamo in fonte chissà quale elaborazione linguistica, magari nel gatto pardo. Sì, ecco, quindi è scritto proprio semplicemente, ma in fondo parla di contadini, cioè puoi scrivere in termini letterariamente voluti parlando poi dei cafoni, parlando dei contadini, eccetera. Quindi sceglie uno stile spoglio, il più spoglio più semplice possibile. Ecco, questo è il sanatorio dove Silone è stato quindi per per cercare di curare la tubercolose. Si faceva così anche Lignano, eh sapete che il Comune ha appena ristrutturato il sanatorio lì nel Parco Ila, eccetera eccetera. Ecco, il sanatorio inaugurato nel 1924 a presenza della regina Elena, se non ricordo male, quello di Legnano. Quindi tutti cercavano di avere un sanatorio perché la malattia era indubbiamente devastante. Questo è il sanatorio ed è interessante, questo è un particolare, il fatto che Thomas Manna, la montagna incantata del 1924 ambienta questo romanzo indubbiamente difficile, però significativo per quanto riguarda la storia europea di quel periodo proprio all'interno del sanatorio di Davos.
 
Quindi diciamo che vorremmo dire che i sanatori portano bene alla letteratura. Sent da una parte chi veniva ricoverato forse non stava così tanto bene. Ecco, però almeno a giudicare Thomas Man e Silone, poi anche un altro grande scrittore che è ambientato ad Avoss però mi è scappato in per momento letto dobbiamo sempre prendere la nota perché non quindi c'è un altro grande scrittore, però lasciamo stare perché non mi ricordo. Allora, che cosa succede? Finita la guerra, Silone, che non può certamente tornare in Italia, però è attivissimo, è durante la guerra si sposta da una città all'altra, è uno degli antifascisti più la vigorosi, ecco, nell'opposizione al fascismo. Torna in Italia 1945 e milita nel Partito Socialista. La non se la sente di tornare con il partito comuniste perché è un partito l'ha togliati nel 1945 ancora legato strettamente a Sali, non può tornare poi oltretutto era stato escuso, sarebbe stato necessario un provvedimento di riammissione, ma molto sui atti non se la sentiva di riammettere potenzialmente un possibile oppositore. Quindi milita nel partito socialista accanto a Nenni, sappiamo tutti chi era, viene eletto nella costituente, ovvero in quell'assemblea che poi doveva scrivere la Costituzione, le elezioni del 46, ma nel 53 lascia la politica attiva per l'attività letteraria. In un cervento dice basta con la politica, cioè con la politica parlamentare non perché la abbandona totalmente qualunque forma di politica in senso lato. Cioè Silone come Sartra ed altri intellettuali scrittori come Orwell è attentissimo a quello che accade nel mondo. Silone fonda riviste, poi dopo un po' ne fonda altre. riviste che parlano di politica, attente a tutti i problemi del mondo, scrive articoli. Ecco, però un discorso è eh guardare il mondo, cercare di capirlo, di interpretarlo, eccetera, un discorso è militare in un partito, cioè non se la sente più, ecco, di militare in un partito. Oltretutto il Partito Socialista di Nenny in questo momento guardava un po' troppo a sinistra, guardava un po' troppo, forse per Silone ha una possibile eh duratura, alleanza con il Partito Comunista nelle elezioni del 1948, come sapete, partito Socialista, il Partito Comunista scendono insieme in campo sotto il fronte Garibaldi. Quindi, insomma, per un motivo o per l'altro lascia la politica attiva, nonostante potesse la vantare un seggio parlamentare per l'attività letteraria. E quando uscì dalla politica diede di se stesso una bella definizione. Disse di essere rimasto un socialista senza partito e un cristiano senza chiesa. Bella espressione qui. Essere socialisti nell'animo, socialisti nel comun. liberali, come volete voi. Ecco, la a livello delle proprie idee, ma non avere un partito con il quale sempre contrapporsi, la mediare, trovare un compromesso tante volte avilente. E anche un cristiano senza chiesa.
 
Ecco, anche qua vuol dire non avere fiducia nell'istituzione ecclesiale. Moltamente, insomma, guardava al Papa dell'epoca, non con particolare simpatia, però era cristiano, credeva quindi nei valori portanti del cristianesimo. Prima di iniziare a parlare del romanzo, ecco, c'è solamente una citazione che mi sembra molto bella, perché quante volte ci siamo chiesti che cos'è la libertà, qualcosa di indefinibile. Ecco, Silone ci dà la possibilità, insomma, di ripensare alla libertà. Dice la libertà è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la possibilità di cercare, di sperimentare, di dire no a una qualsiasi autorità letteraria, artistica, filosofica, religiosa sociale, anche politica. La libertà di dire no, ecco, di contrapporsi. Questa è la libertà, la possibilità anche di sbagliare, perché se uno dice no a tutto e a tutti, magari potrebbe anche sbagliare, però ecco, vedete, Silone contro i poteri costituiti, contro il Stalin, contro il Partito Comunista, contro la Democrazia Cristiana, contro la Chiesa, contro, ecco, i grandi poteri che dominano l'uomo e impediscono all'uomo di essere libero. Vedremo alcune immagini, come abbiamo fatto l'altra volta, di questo filmato che è molto bello, questo film vero e proprio di Lizzani, di Carlo Lizzani del 1977. Avete visto che c'è Michele Flacido, credo alla sua prima prova cinematografica, direi molto convincente. Questo film vero e proprio lo potete vedere su YouTube, se volete. Eh, basta scrivere su YouTube Fontamaro film e salta fuori questo. E la qualità non è tanto male, perché Alcune volte su YouTube i film sono orrendi, non si vede niente, ecco perché sgranano. Ecco, si vede bene e il ne vale la pena perché le due puntate seguono da vicino al romanzo, quello è che poi uno legge il romanzo e non si ritrova. Allora, Fontamara è nome immaginario di un piccolo villaggio abbaricato sulle montagne che sovrastano la piana del Fucino. Quindi siamo in Abruzzo, nella Marsica in particolare vicini alla città di Avezzano. Fontamaro, abbiamo detto, è simbolo della miseria. atavica dei contadini del del sud. Ecco, questa è un'immagine che ho preso da internet con un po' di credo che sia proprio piscina dei Marzi con un po' di di fantasia.
 
Ecco, uno immagina ecco la queste vie un po' brullicanti di persone, magari alla mattina quando è buio, scendevano tutti gli uomini per andare a lavorare oppure la sera. La sera chissà che ora salivano tutti tutti insieme con la loro zappa sulle spalle, con i loro attrezzi che poi pesavano per tornare a casa e mangiare un piatto di f Ecco, non di più. Ecco, l'inizio del romanzo che vediamo un po' come inizia il romanzo anche per per avere un po' un sentore di come scrive Silone. Gli strani fatti che sto per raccontare si svolsero nel corso di un'estate a Fontamar. Ho dato questo nome a un antico oscuro luogo di contadini poveri situato nella Marsica, a settentrione del prosciugato lago di Fucino, nell'interno di una valle a mezza costa tra le colline e la montagna. in seguito risaputo che il medesimo nome, in alcuni casi con piccole varianti, apparteneva già ad altri abitati dell'Italia meridionale. E fatto più grave, ho appurato che gli stessi strani avvenimenti in questo libro con fedeltà raccontati sono accaduti in più luoghi, seppure non nella stessa epoca e sequenza. Quindi dice attenzione quello che io racconto qua che è inventato è accaduto da altre parti, non è una vicenda totalmente inventata che non sta né in cielo né in terra. A me è sembrato però che queste non fossero ragioni valevoli perché la verità venisse sottaciuta. Anche certi nomi di persone come Maria, Francesco, Giovanni, Luca, eh Lucia, Antonio e tanti altri sono sei frequenti e sono comuni a ognuno i fatti veramente importanti della vita, il nascere, l'amare, il soffrire, il morire. Ma non per questo gli uomini si stancano di raccontarseli. Quindi dice Fontamara somiglia dunque per molti lati a ogni villaggio meridionale. il quale sia un po' fuorimano tra il piano e la montagna, fuori dalle vie di traffico, quindi un po' più arretrato e misero e abbandonato dagli altri. Ma Ponteamara ha pure aspetti particolari. Allo stesso modo i contadini poveri, gli uomini che fanno fruttificare la terra e soffrono la fame, i fela i culis, i peones, i mujic, i cafoni si somigliano in tutti i paesi del mondo. Sono sulla faccia della terra nazione a sé. razza a sé, Chiesa a sé. Eppure non si sono ancora visti due poveri tutti identici. Quindi dice, narrando dei caponi come se noi raccontassimo dei fellain. Fellain sono i contadini arabi palestinesi, i culis invece sono i contadini messicani, i peonis sappiamo chi sono i Mugi che sono i contadini russi, quindi insomma le vicende di Fontamar diventano vicende universali. Ecco, questo è proprio Pescina dei Marsi, se non ho visto male, non so ato, insomma, da queste da questi ruderi molto medievali, ecco, e le case di Pontamaro, magari in numero minore, però immaginiamole, ecco, così case ancora più povere, spesso ha un piano solo.
 
Ecco qua c'è una breve descrizione del villaggio. A chi sale a Fontamar dal piano del fucino, il villaggio appare disposto sul fianco della montagna grigia e brulla e arida come su una gradinata, come abbiamo visto prima. Dal piano sono ben visibili le porte e le finestre della maggior parte delle case, un centinaio di casucce, quasi tutte a un piano, irregolari, informi, annerite dal tempo e sgretolate dal vento, dalla pioggia, dagli incendi, coi tetti mal coperti di tegole e rottami d'ogni sorta. Queste sono case vecchie, che case che portano i segni, i segni della loro vetustà, potremmo dire. La maggior parte di queste catapecchie non hanno che un'apertura che serve da porta, da finestra e da camino. Quindi una sola apertura nell'interno, perlopù senza pavimento, con i muri a secco e uno pensa alla tubercolosi, abitano, dormono, mangiano, procreano talvolta nello stesso vano, gli uomini, le donne, i loro figli, le capre, le galline, i porci e gli asini. Cioè, sembra impressionante. Non è che stiamo parlando dell'Abruzzo ai tempi di Dante, stiamo parlando dell'Abruzzo 100 anni fa, no? Abbiamo detto anni 20, quindi circa 100 anni fa. Uno si chiede, ma perché i porci, gli asini insieme alle persone che intanto mangiano, che intanto magari fanno anche l'amore eccetera, perché eh nel mondo contadino c'era la paura dell'abigeato, ovvero il furto del bestiame, cioè di notte ti rubbavano tutto. Ecco, quindi era opportuno che la se il maiale era l'unica tua ricchezza, il maiale te lo tenevi dentro, così avrebbero dovuto forzare la porta. Quindi immaginate le condizioni igieniche. Ecco perché i bambini quando nascevano in queste case una parte notevole moriva. Moriva. terra la totale mancanza di condizioni igieniche. Oggi queste cose ci fanno un po' rabbrividire, però non potevano fare diversamente perché erano poveri. Se avessero potuto vivere meglio l'avrebbero fatto i caponi di Fonteamara. Il problema era che quando lavoravano nella Piana del Pucino erano sfruttatissimi e in cambio del loro lavoro ricevevano un pugno di fave, ricevevano così pochissimi soldi. Fanno eccezione una decina di case di piccoli proprietari e un antico ora disabitato. La parte superiore di Fontamar è dominata dalla chiesa col campanile e da una piazzetta terrazzo alla quale si arriva per una ripida via che attraversa l'intero abitato. A chi guarda Fontamar da lontano dal feudo del fucino, l'abitato sembra un gregge di pecore scure e il campanile un pastore. Un villaggio, insomma, come tanti altri, ma per chi vi nasce cresce il cosmo, l'intera storia universale vi si svolge nascite, morti, amori, odi, invidie, lotte e disperazione. Quindi quattro case, però è il cosmo, è l'universo. Mi viene in mente il nome russo di questi villaggi di contadini che è Mir. Mir in russo vuol dire, adesso per carità, potrei anche sbagliare, comunque vuol dire sia villaggio, ma vuol dire anche l'universo intero, perché chi nasceva in questi villaggi sperduti nella campagna russa eccetera, lì nasceva, cresceva. crescevano i propri figli e intanto moriva. Nessuno si spostava, tranne i migranti, nessuno si spostava. Quindi quello era l'universo, l'universo per tutti. Ecco, questo è un fotogramma dal film, come vedete non ha bisogno di commenti. Le pareti sono annerite. Sono annerite perché chiaramente non ci sono i soldi per la calce oppure per vivere meglio. La terra è arida, dove abitano loro, quindi mezzo La montagna, no, la montagna sopra il fuccino.
 
Mezza la montagna la terra è arida, sono tutti sassi perché oltre al lavoro nel piano del fuccino, questi contadini lavorano in un fazzoletto di terra la che dà quelle quattro zucchine, quei quattro fagioli eccetera che consentono di non morire di fame, però tutte le volte che guardano al piano vedono il piano del fucino e il piano del fucino è la terra promessa. Ecco, è una enorme spazio. Adesso vediamo qualche immagine. Enorme spazio. di terra buona coltivata, il problema che non appartiene a loro. A loro non spetta nulla, anzi a loro aspetta solamente di lavorare. Come vedete questa è un'immagine, la i vari quadrati rettangoli fanno riferimento al alle tante coltivazioni, quindi anche oggi la piana del fucino, sembra di capire è molto importante per l'agricoltura. Quindi insomma l'un la l'unica possibilità per sopravvivere è quella di andare a lavorare lì perché il fazzoletto di terra non consente di sfamare eh la moglie e di sfamare spesso anche un numero piuttosto alto di figli. In queste condizioni alla miseria si accompagna il fatalismo. Ecco, questo è interessante perché è la filosofia dei fontamaresi. Poi le cose cambiano e nel romanzo, però all'inizio così pensano i fontamaresi. In capo a tutto c'è Dio, padrone del mondo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, il proprietario vero e proprio, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe, poi vengono i cani del principe, poi nulla, poi ancora nulla, poi ancora nulla, poi vengono i caponi e si può dire che è finito. Ecco, la micidiale se vogliamo, no? Quindi prima il principe e vabbè, anzi prima Dio, il principe viene sotto, non può naturalmente paragonarsi a Dio, però viene subito sotto. Poi le guardie del principe, è meglio non scherzarci troppo. guardi del principe, poi vengono i cani del principe che naturalmente sono allevati nelle migliori condizioni. Poi nulla, poi nulla, poi nulla, poi alla fine vengono i cafoni che sono loro e al di sotto di loro non c'è più nulla. Ecco, questa è la piana della Fucino, come si può tutti intorno ci sono i vari villaggi e cittadine. Se qualcuno di voi conosce questa zona, Avezzano, Celano, Aielli, Cerchio, Pescina San Benedetto dei Marzi, Ortucchio, Luco dei Marsi e Trasacco tutto intorno. Oggi è una delle zone più belle a livello turistico, naturalmente. Allora, tutto inizia, vediamo la trama, tutto inizia quando al villaggio di Fontamaro viene tagliata la luce pubblica. Siamo proprio all'inizio, cheo terza quarta pagina, la ci sono alcuni lampioni, la luce pubblica, eh improvvisamente la luce viene tagliata perché viene tolta la luce perché i pontamaresi sono anni che non pagano le bollette. Il giorno dopo arriva il messo comunale, arriva dal comune di Avezzano e dice in sostanza è stata tagliata la luce perché voi sono anni e anni che non pagate le bollette. Comunque non preoccupatevi, mettete la firma su questo documento. Il documento è vuoto, è una pagina vuota. Ecco, voi mettete la firma, è una petizione, dice il messo furbacchione. Gli han detto di dire così, è una petizione al al governo per i diritti dei cafoni. Certo, sono eh ignoranti, analfabeti, però insomma qualcosa capiscono. Dicono "Ma dov'è il testo? Non preoccupatevi, siamo dalla vostra parte, voi mettete la firma e poi il testo lo scriviamo dopo. Prima la firma e poi il testo, visto che non si paga". Qualcuno dice la mettiamo la firma, tanto non è importante perché i contadini sono ossessionati dalle tasse, quindi pensavano mettiamo la firma e arrivano altre tasse. Il messo dice "No, no, fidatevi, non c'è nessuna tassa aggiuntiva" e loro firmano, firmano così, insomma, ecco, la pensando di fare una buona cosa. È uno dei tanti raggire, adesso vediamo architettati contro di loro, cioè non lo sapevano, non potevano sospettarlo, ma con quella firma destinano tutta l'acqua, la poca acqua che attraversa il villaggio Fontamara.
 
C'è un ruscelletto che viene dalle montagne poca acqua che appena appena basta per i campi tutti intorno, destinano con quella firma tutta l'acqua all'impresario. L'impresario che non ha un nome e cognome all'interno del romanzo è una persona che era arrivata da Roma qualche anno prima, era arrivato senza niente, però furbissimo, conoscendo la legge, poi diventa addirittura anche il podestà di Avezzano, riesce a mettere a costruire un grande patrimonio, diventa ricchissimo in sostanza. la sempre acquistando prima e vendendo dopo, acquistando nelle migliori condizioni e vendendo magari la partita di vino, di grano, quando c'era la possibilità di guadagnarci, diventa ricchissimo. Sembrava che tutto, al di là del principe Torlogna che tutto il resto appartenesse all'impresario, approfittando anche della eh dell'ingenuità dei contadini. È vero che questi contadini, come i contadini di Verga, sono legati alla roba e e Quindi sono furbi, furbissimi nella volontà di mantenere la loro roba, così proprio nel linguaggio vergano, però l'impresario ne sa più di loro e quindi riesce ad costruire questo grande patrimonio, diventa ricchissimo. Ecco, l'impresario potrebbe essere il Sedara di Fontamar. Ricorderete la scorsa settimana? Calogero Sedara, ecco il personaggio che fa capire al protagonista, al principe di Salina che il Risorgimento non è stato una finzione. Ecco che il Risorgimento vede il declino dell'aristocrazia e l'ascesa di un nuovo ceto, nuovo cetto di proprietari terrieri, ecco, che che cercano di fare solamente in maniera spietata i propri interessi. Quindi, insomma, il l'impresario potremmo dire che è l'uomo nuovo prodotto dalla dalla situazione, prodotto dal fascismo. Cioè il fascismo non è stato una rivoluzione politica vera e propria, però qualche cosa è cambio. in peg naturalmente perché è arrivata una nuova classe di profittatori che approfittando poi anche delle complicità politiche con i poteri a Roma eccetera si è installata all'interno del paese perché il nostro impresario, in Cermento, diventa podestà. Voi sapete che durante il fascismo non c'è più la figura del sindaco. Il sindaco diventa podestà, non viene eletto dai cittadini, viene imposto dall'alto. Quello vuol dire che il nostro impresario riesce ad avere a Roma le amicizie giuste per poter diventare quindi a questo punto l'impresario ha il potere economico, la terra, ma dall'altra parte anche nelle sue mani il potere politico è podestà e è a capo della milizia di dell'Aquila della di Avezzano, quindi della milizia fascista. Che cosa accade? Hanno messo la firma, no? I caffoni in Fontamara hanno messo la firma. Qualche giorno dopo arrivano gli operai del comune che deviano l'acqua. Fontamara, abbiam detto, un ruscelletto che scorre tra le case, poca acqua che poi si dividono per bagnare i campetti. Arrivano prima le donne, perché gli uomini sono tutti a lavorare, le donne si fanno valere, urlano come dannate perché vedono chiaramente che gli operai sono lì per deviare l'acqua. Deviare l'acqua verso dove? Verso i possedimenti dell'impresario. Tutti sanno che i campi di là sul fondo quasi sul piano sono della dell'impresario.
 
Gli operai dicono "Beh, fate caus, rivolgetevi al po' di stato, come magari potremmo fare noi oggi a Legnano. C'è qualcosa che non va, ci rivolgiamo al sindaco, no? Che in qualche modo ci rappresenta. Il problema è che abbiamo detto l'impresario è niente po' di meno che il podestà, quindi la protesta viene inviata alla persona che parte in causa m che sta difendendo i propri interessi. Eh, quando arrivano gli uomini decidono di andare tutti, non sono molti, tutti o quasi tutti, alla villa dell'impresario. Ecco un pranzo manzognano. Vi ricordate in Promessi Sposi quel momento in cui Frac Cristoforo, per orare di Lucia va a casa di la don Rodrigo. All'ora di pranzo chi trova il cugino Attilio che rappresenta un po' il politico, visto che il cugino Attilio nobile vive a a Poi c'è l'avvocato Azzecca Carbugli, poi ci sono altri pezzi grossi tutti lì a tavola. Qui devo dire che quello è il potere, il potere nella Milano del 1600. Quando i fontamaresi vanno a casa dell'impresario e si fanno sentire perché arrivano le urla, qui tutto trovano una serie di commensali tutti già un po' bevuti e trovano don Abbacchio, che è il prete, poi vedremo più avanti, è un soprannome, tutti hanno un soprannome, trovano il prete trovano don circostanza che sarebbe l'amico del popolo, non è l'amico del popolo, comunque è l'avvocato. Trovano il farmacista, trovano il collettore delle imposte, l'ufficiale postale e il notaio. Tutta la classe dirigente di Fontamarra riunita a casa a pranzo della dell'impresario, perché è una classe di potere, è una classe unita nella difesa dei propri interessi, perché l'avvocato fa i soldi grazie naturalmente all'impresario. Così il fa il suo lavoro difendendo l'interesse dei proprietari iterieri e così il farmacista eccetera eccetera. Quindi vanno lì e trovano tutti coloro che rappresentano il potere. È interessante Donbacchio, ecco la che peggio di Donondio, perché Donabondio, insomma, aveva i suoi limiti, però in un certo punto Don Abbacchio, leggiamo, è un soprannome prima di tutto perché gli piaceva l'abbacchio, ecco, è vero e proprio la quindi buon gusta e poi Perché la quando i fontamaresi parlavano dei loro problemi sembrava abbacchiato, sembrava un po' partecipe delle loro miserie eccetera. Era una finzione, anzi addirittura salta fuori che don Abbacchio molte volte la domenica non andava di remessa perché le elemosine alla fine della punzione erano quattro soldi, preferiva andare da un'altra parte dove alla fine la l'elemosina dei fedeli era maggiore. Quindi, insomma, donna Bacchio sta sicuramente dalla parte della dei fonteamaresi. Sì, spende buone parole, tutto il resto, ma sa benissimo che il suo punto di riferimento è l'impresario. E questo è da donna una circostanza. Già la faccia indica, insomma, un certo personaggio. Lui è molto simpatico, adesso lo vedremo in azione, molto simpatico, è l'amico del popolo, cioè è un po' il mediatore tra gli interessi i proprietari terrieri e il popolo. È molto bonario, è conosciuto per essere apparentemente dalla parte dei contadini, però ecco don circostanze perché tutte le volte che si rivolgevano a lui, questo non va, quest'altro c'è un soppruso e tutto il resto, lui accampava una serie di circostanze per cui non si poteva fare meglio. Quindi, come nel modo berghiano, tutti hanno un soprannome. Quindi quando arrivano i fondamaresi arrabbiatissimo a casa dell'impresario a mediare appunto donna circostanza. Don circostanza quando se quello che è accaduto, praticamente non è rimasta una goccia d'acqua ai fontamaresi. Dice in sostanza che avete ragione, avete sicuramente ragione, non dovete disperare, il nuovo contratto sarà equo. Vediamo che che razza di contratto viene elaborato.
 
Queste donne hanno ragione, si mise a urlare separandosi dai colleghi e venendo verso di noi. Hanno 10 volte ragione, 100 volte ragione, 1000 volte ragione. Immaginate tamaresi dicono è veramente il nostro amico. Noi allora tacemmo di colpo fiduciose, don circostanza prendeva le nostre difese e noi sapevamo che era un grande avvocato. La sua voce suscitò in noi una commozione infantile veramente inspiegabile. Alcune di noi non riuscirono a nascondere le lacrime. "Queste donne hanno ragione", continuò l'amico del popolo. "Io le ho sempre difese." e le difenderò sempre. Che cosa vogliono in fondo queste donne? Essere rispettate. È vero, interruppe Mariette, corse a baciargli le mani. Vogliono essere rispettate e noi dobbiamo rispettarle continuò Don Circostanza rivolto con un braccio minaccioso verso i notabili. Esse meritano il nostro rispetto. Queste donne non sono prepotenti. Essi sanno che la legge è purtroppo contro di loro e non vogliono andare contro la legge e se vogliono un accordo amichevole con il podestà. Este fanno appello al suo buon cuore. Esse non fanno appello al capo del comune, ma al benefattore, al filantropo, all'uomo che nella nostra povera terra ha scoperto l'America. È possibile un accordo? Intanto don circostanza va verso il notaio che deve e naturalmente l'accordo deve essere sottoscritto dall'impresario. La vera soluzione la presentò Don Circostanza. Ecco, attenzione perché qua si ride, si ride però amaramente. Queste donne pretendono che la metà del ruscello non basta per irrigare le loro terre. Esse vogliono più della metà, almeno così credo di interpretare i loro desideri. Esiste perciò un solo accomodamento possibile. Bisogna lasciare al podestà i tre quarti dell'acqua dell'uscello e i tre quarti dell'acqua che resta saranno per i pontamaresi. Tre quarti e tre/4. Così gli uni e gli altri avranno tre quarti, cioè un un po' più della metà. Capisco, aggiunse don circostanza, che la mia proposta danneggia enormemente il podestà, ma io faccio appello sul buon cuore di filantropo e di benefattore. Benefattori, invitati riavutesi dalla paura, perché quando non circostanza comincia a dire, ecco, i fontamaresi hanno ragione e voi avete torto, qualcuno si chiede "Ma da che parte sta?" Non stava dalla nostra parte. Adesso si sono riavuti dalla paura, hanno capito che sta chiaramente dalla loro parte. Si misero attorno all'impresario per supplicarlo di sacrificarsi in nostro favore. Dopo essersi fatto pregare, l'impresario finalmente cedette. Il notaio scarabocchiò sulla carta le parole dell'accomodamento e lo fece firmare all'impresario, al segretario comunale e ad circostanza come rappresentante del popolo fontamarese. Dopodiché noi ci rimettemo in cammino per tornare a casa. In realtà Nessuno di noi aveva capito in che cosa consistesse quell'accordo. Meno male che è stato gratis, ripeteva Marietta, come una litania. Meno male. Ecco, quindi tre/ar e tre/ar. Quindi, insomma, si ricorre ai raggiri più disgustosi, ecco, per imporre i propri interessi. Ecco, questo è il momento in cui la gli uomini si fanno avanti perorare la i loro interessi. Ecco, e don circostanza Ecco, in questo caso fa il suo dovere di esponente della classe dirigente. Finalmente arriva il giorno del tre/arti e tre/arti e i fontamaresi si rendono conto che è un ulteriore raggiro. Nel momento arrivano gli operai, cominciano a lavorare tutti intorno a guardare che cosa accade, perché tutti avranno più della metà. Questo la la squilibra un po', però nel momento in cui gli operai hanno terminato vedono che tutta l'acqua va verso i campi a valle e a loro non rimane nulla.
 
C'è un nutrito cordone di carabinieri che mantiene l'ordine perché quando vedo che tutta l'acqua va non rimane neanche una goccia, a questo punto le proteste la esplodono, le donne, gli uomini, però questa volta ci sono i carabinieri. Anche qua vedete lo Stato ha bisogno della forza militare, ha bisogno quindi della tutela dell'ordine pubblico. L'ordine pubblico è nelle mani della podestà e podestà I carabinieri fanno il loro dovere, se vogliamo, all'interno dello Stato, dove non sono i rappresentanti di tutto il popolo. Carabinieri in questo caso sono i rappresentanti coloro, ecco, che difendono solo un interesse di fronte alle proteste, perché i carabinieri ci sono, però in Fontamaresi, insomma, è gente tosta, eh, che potrebbe anche affrontare le baionette dei carabinieri che hanno ficili con tanto di baionette, quindi non circostanza ne invenzia un'altra delle sue. Dice che l'acqua sarà restituita agli abitanti. È giusto, è legittimo. 50 anni sono tanti, non possiamo aspettare, non possono aspettare 50 anni i poveri fontamaresi per avere la loro acqua e neanche 40 dice, e neanche 35 si infervora. Ecco come faceva. Ecco, era un attore di teatro consumato, avrebbe potuto andare a Roma e fare una grande carriera teatrale circostanza. Alla fine propone 10 lustri e poi sarebbe tornata loro. Nessuno aveva il coraggio di alzar la barba dicendo "Ma quanti sono 10 lustri per non fare brutta figura"? Nessuno degli abitanti sapeva quanto fossero 10 lustri, però tornano a casa non molto convinti, ma un po' acquietati. Sì, diciamo che si ride, si sorride un po' dell'ingenuità di Famaresi, però è un riso amaro, il nostro un sorriso amaro, perché chiaramente sono vittime di una ingiustizia profonda e non sono storie inventate, ci dice lo stesso la la Silone che queste storie sono già cadute da qualche parte, più o meno come le racconta lui. Però il romanzo è solamente all'inizio perché entra in scena il protagonista del romanzo, si chiama Berardo Viola. È lui il vero protagonista, fino adesso non ha avuto ruolo, è praticamente Michele Placido. È un cafone giovane di straordinaria vigoria fisica. Ha una grande intelligenza, nonostante fosse analfabeta come tutti gli altri. È generoso. Sì. simpatico a tutti perché sanno, ecco, che è un uomo con la testa sulle spalle ed è molto generoso. A quasi 30 anni non è sposato, cosa un po' strana, non è sposato perché non ha la terra, non ha neanche un fazzoletto di terra per permettere alla moglie e i figli di poter crescere senza rischiare di morire di fame. In queste condizioni, anche nella letteratura verghiana, nessuno si sposava, nessuno avrebbe avuto l'autorizzazione dei genitori di lei di sposarsi, anzi nessuno chiedeva di eh prendere in moglie quella ragazza se non aveva la roba al sole. Ecco un'espressione la berghiaccia, la terra illuminata dai raggi del del sole. Ecco qua. Berardo Viola, ecco, tenuto un po' freno dai carabinieri nel momento del tre quarti e tre/arti.
 
Quindi che cosa fa Berardo Viola? Fa quello che istintivamente gli dice la la sua ragione, ovvero di vendicarsi a nome dei Fontamarezzi. Brucia, cioè incendi alcune eh eh alcune proprietà del dell'impresario, cioè di notte penetra, brucia, fienile, eccetera eccetera. L'impresario non sta a guardare perché sa che sono stati i fontamaresi, magari non sa che è stato Berardo Viola, però sa che i fontamaresi possono diventare pericolosi e quindi mobilita lui Podestà una squadraccia fascista che ha compito di dare una lezione, una lezione in stile fascista agli abitanti di Pontamarra che hanno osato addirittura andare contro il potere della dell'impresario. L'assalto al paese, le camicie nera avviene con circa 200 squadristi armati che vengono dall dall'Aquila, vengono dai comuni intorno, probamente anche qualcuno da più lontano, mentre nel villaggio ci sono solamente donne e bambini perché gli uomini sono a lavorare, quindi grande coraggio, insomma, da parte della delle squadracce e si trattava in gran parte di disoccupati. Eh, il fascismo raccatta un po' il fondo della società italiana, dà uno stipendio da un po' di soldi, dà una divisa la camicia nera e questa gente abituata poi a picchiare a picchiare sodo. E la violenza che si abbatte su Fontamara è del tutto sproporzionata rispetto a quello che è successo. In fondo che cosa è successo? Qualche proprietà dell'impresario è andata a fuoco, ma qua ci sono persone che vengono uccise e molte donne vengono stuprate. Ecco, leggiamo questa pagina che è molto drammatica della romanzo che ci dà l'idea Ecco, dello squadrismo nero, ma le improvvise gride di Maria Grazia che aveva la casa proprio a fianco del campanile e subito dopo le grida disperate di Filomena Castagna, di Carracina e altre grida provenienti da case più lontane accompagnate da rumori e tonfi di mobili rovesciati, di sedie rotte. Vetri rotti ci rivelarono in un attimo quali armi cercasse quella gentaglia. Cercano le armi, però buttano per aria tutto e distruggono tutto. Maria Grazia sotto di noi. urlava come un animale che sta per essere sgozzato. Attraverso la porta spalancata vedemmo confusamente la zuffa canesca di cinque uomini contro la povera donna. Varie volte essa riuscì a divincolarsi e una volta arrivò fino alla porta, ma fu ritratta a tempo, afferrata per le gambe e le spalle, fu gettata per terra e immobilizzata, spogliata di tutto quello che aveva indosso e tenuta da quattro uomini con le braccia aperte e le gambe divaricate. in modo che il quinto potè insozzarla. Maria Grazia arrantolava come un animale scannato. Quando il primo ebbe usato di lei, il suo posto fu preso da un altro e ricominciò il martirio, finché essa cessò ogni resistenza. Il rantolo della donna era divenuto così flebile che a noi non giungeva più.
 
Ecco, raccapricciante. Però queste cose la erano quasi all'ordine del giorno nell'Italia dell'epoca. Stiamo parlando naturalmente un po' prima della marcia su Roma. e negli anni immediatamente successivi, l'ottobre del 22, ecco, questo è un disegno che ho trovato in rete e che è stato fatto dai bambini eh di Avezzano. Ecco perché è facile immaginare che in questa zona ai bambini di 3 anni già fanno leggere Fontamara, come ecco così come la ho sperimentato a Bronte dove c'è stato l'eccidio dei Garibaldini, fanno vedere il film di Sebastiano Vancini già alle elementari che anni fa ricordo avevo avuto una un uno studente Pernocchi di Bronte. Ho detto io sono proprio di Bronte. Tu conosci Bronte, il massacro? Eh, camo fatto vedere anche le elementari. Quindi ci sono film e romanzi. Uno nasce e a momenti la mamma, quindi biberon gli dà. Quindi, insomma, i bambini di questa zona conoscono bene Fontemar e hanno ben rappresentato la minaccia, quattro case, la minaccia fascista, la violenza fascista. E questo è il povero, forse un po' troppo grosso, eh, il il più il torrente oggetto poi della disputa. Quindi a questo punto che cosa fa Berardo Viola? Se rimane a Fontamare rischia di essere preso, bastonato e magari ammazzato. Decide di andare via, di andare, di emigrare Don circostanza, quando capisce che vuole emigrare dice "Vai, vai a Roma troverai occasioni di lavoro". Anzi, ti scrivo io una lettera, una lettera che ti servirà per trovare lavoro. In realtà arriva a Roma Berardo Viola, forse nella lettera c'era scritto qualcosa e il lavoro non lo trova. Non lo trova perché La don circostanza forse ha scritto qualcosa, per cui è un comunista facinoroso e tutto il resto. Quindi a Roma la vita è molto dura e lui deve trovare i soldi per vivere, per dormire, evitando di dormire sotto un ponte. A questo punto però le umiliazioni lo cambiano profondamente. Prima Berardo Viola era un uomo generoso, altruista, adesso a Roma dice: "Ma io devo badare a me stesso, devo badare alla mia vita, devo sistemarmi, ho già 30 anni, non ho una moglie, non ho i figli, non ho un lavoro. Sembra quasi che Berardo Viola la abbia cessato, ecco, di pensare agli altri e abbia deciso un po' egoisticamente di pensare a se stesso. Ma mentre a Roma sta cercando lavoro e sta mangiando in una trattoria di quarto ordine per evitare di spendere quei pochi soldi che ha, conosce uno strano personaggio, cioè alla tavola dove lui si siede un giovane che non è chiaro se è uno studente un operaio si è vestito un po' come potrebbe essere come potrebbe avvestire un operaio, ma anche un giovane studente eccetera. E questa questo giovane a tavola aveva individuato in Berardo Viola molto la persona giusta a tavola, cominciava a parlare di diritti negati, di dignità offesa dei cafoni e della necessità di organizzarsi per far valere i propri diritti. Qualche cosa che Berardo Viola sentiva dentro di sé.
 
Ecco, mentre stanno pranzando, è una un pranzo molto povero e eh questo giovane vi sta parlando di diritti dell'organizzazione eccetera, entra la polizia. La polizia eh perché stanno cercando quello che la polizia chiama il solito sconosciuto, cioè sarebbe un antifascista così bravo nel mimetizzarsi, così bravo nella propaganda che fa propaganda antifascista, ma la polizia non è in grado di arrestarlo. Quindi, mentre stanno mangiando da una mezz'oretta, entra la polizia una retata. Arrestano tutti, arrestano Berardo, arrestano anche quel giovane che è proprio lui, il solito sconosciuto e naturalmente non sanno che è il solito sconosciuto, che è l'antifascista imprendibile. Comunque vengono portati in carcere, stanno il solito sconosciuto e Berardto stanno nella stessa cella per tutta la notte non dormono, parlano di politica, parlano di diritti, parlano della necessità di fare qualche cosa contro il fascismo, la necessità quindi di recuperare quella dignità che i proprietari terrieri, prima liberali e ora fascisti hanno negato ai contadini. Al termine di questa notte insonne, Berardo è tornato quello di prima. Prima era un giovane altruista, generoso, eccetera. È tornato un giovane altruista generoso, disposto anche all'estremo sacrificio per far valere i diritti dei caponi. Ehm e La mattina dopo Verardo viene interrogato dal commissario di polizia e dice "Il solito sconosciuto sono io". Non era vero, era l'altro. Casomai. Il commissario di polizia, se volesse, potrebbe smascherare Berardo, no? Come fa a essere lui? Oltretutto è una un contadino analfabeta, mentre il solito sconosciuto ha scritto volantini, ha scritto libretti e tutto il resto, magari anche in un bella italiano, però la polizia non vedeva di mettere le mani sul solito sconosciuto e dare la notizia ai giornali che la polizia fascista era efficiente. Il commissario ci crede, quindi Berardo viene picchiato, viene torturato in cella perché se sei il solito sconosciuto, chissà quale rete di amicizia hai dietro di te, viene torturato eccetera e alla fine eh la viene ucciso, viene suicidato all'interno del carcere, come si suola dire, viene ucciso anche per evitare che magari si lasciasse scappare, che non era lui il solito sconosciuto. Ecco, questa è un'edizione tedesca di Fontamaro, molto probamente magari un'edizione per ragazzini tedeschi e qua c'è una illustrazione. Quindi alla fine i fascisti dicono sei tu sconosciuto lo uccido.
 
Poi naturalmente viene spacciato per suicidio all'interno della carcere però in realtà non è vero. Ecco, a questo punto ci chiediamo, ma qual è la logica di Berardo? Cioè, Berardo dice, "Io sono il sconosciuto attirandosi addosso la violenza della polizia, sapendo che rischiava molto, alla fine viene ucciso, quindi sembrerebbe un po' irragionevole, no? Berardo vuole diventare un martire, il primo martire dei cafoni, dimostrare a tutti i cafoni dell'Abruzzo, ai contadini di tutta Italia, eccetera, che i contadini sono capaci di lottare, sono capaci di mettere in gioco la polizia magari per mesi o addirittura per anni. Sono capaci di parlare in pubblico, sono capaci di scrivere e di farsi leggere, quindi è ora di finirla, di pensare che i cafoni siano proprio cafoni nel senso letterale della del termine. Quindi l'ha fatto in questa logica per dimostrare agli altri che i cafoni possono avere i loro eroi e devono imparare perché dai martiri la tradizione cristiana, no? Bisogna imparare dai martiri e così lui diventa il primo martire di Caffoni da cui imparare per fare di meglio. Quindi a questo punto è arrivato il tempo del riscato. E a Fonteamar, quando vengono a sapere che Berardo era il solito sconosciuto, dicono: "Ma diavolo, siamo stati capaci di fare questo, è il tempo adesso di girare pagina". Vogliono stampare un giornale perché un giornale è fondamentale, un giornale per diffondere le idee, perché se non c'è un giornale come fai? E il titolo del giornale è che fare. La prima notizia, quindi devono pubblicare qualche cosa, la prima notizia è Hanno ammazzato Berardo Viola. Scarpone fu d'accordo, citazione, ma propose un'aggiunta. Hanno ammazzato Berardo Viola. Che fare? C'è già nel titolo. Che fare? Osservò Michele. Non basta rispose Scarpone. Bisogna ripeterlo. Se non si ripete il titolo non vale nulla. Quindi non solamente commemorare Berardo, ma prendere esempio da lui e chiedersi che fare, come organizzarci, come dobbiamo rispondere alla lotta con contro il fascismo. Con quale modalità ci dobbiamo organizzare? Ci hanno tolto l'acqua, che fare? Il prete si rifiuta di seppellire i morti, che fare? No, donna Bacchio non voleva seppellire perché non c'erano soldi, preferiva seppellire da un'altra parte. Quindi che fare? In nome della legge violano le nostre donne, che fare? Don circostanze, una carogna hanno capito finalmente che fare. Allora tutti capimmoli. idea di Scarpone e fummo d'accordo con lui. Scarpone è uno dei tanti personaggi, un romanzo corale, naturalmente è un soprannome e qui sicuramente quando Silone pensa al titolo di questo giornale dei cafoni eccetera, ecco, c'è il a che fare di Lien. Abbiamo detto Silone è comunista, anche se viene espulso dal partito rimane sempre comunista, forse più comunista degli altri che rimangono all'interno del partito di Togliatti e sapeva benissimo che questo era stato un testo fondamentale di Lien 1902 che fare? È un testo la fondamentale perché 15 anni prima della presa del potere Jenin, Vladimir Uglianovicc eccetera eccetera si pone il problema che cosa dobbiamo fare noi Partito Socialdemocratico Russo per organizzare poi la rivoluzione, quindi il partito partito, la di quadri e tutto il resto. Cioè un testo fondamentale che tutti i marxisti dell'epoca avevano letto.
 
Quindi il richiamo di Silone e al chefare di Lien sicuramente. Ecco, siamo nel finale del romanzo. Il giornale prende corpo, vengono stampate alcune alcuni numeri anche nei villaggi vicini. La polizia incombe l'ova, no? La polizia oppure se non è l'ova, in ogni caso la polizia ad Avezzano incombe perché qualche coppia arriva nelle mani delle autorità. Le autorità sono allarmate come i cafoni hanno un giornale, i caponi si stanno organizzando, sono tanti. Se Tutti o quasi tutti si mettono sul terreno della lotta. Qua è terminato. Quindi a questo punto arrivano ancora le squadre fasciste, probabilmente in numero ancora maggiore rispetto a prima, perché il Fontamaro è un covo di sovversivi, è un covo di comunisti, un covo che deve essere bruciato e verrà bruciato con grande con la grande soddisfazione da parte naturalmente dei proprietari terrieri che volevano spegnere sul nascere questa forma di opposizione. E questo è il finale. Il finale. del romanzo. Nell'incrocio tra via di Fosse e quella di Fontamara ci si farò innanzi Pasquale Cipolla. Dove volete andare a Fontamara siete pazzi perché intanto c'è già l'azione dei fascisti. Noi ci mettiamo a correre dietro di lui. Ma che succede a Fontamar? Gridavo io dietro Pasquale Cipolla. Perché tutti questi spari? È la guerra, è la guerra rispose Cipolla. La guerra contro i cafoni, contro il giornale e gli altri cosa fanno? Domandai. Chi ha potuto, si è salvato. Chi ha potuto è scappato rispose Cipolla senza fermarsi. Scarpone è scappato domandò mio figlio. Pace all'anima sua rispose Cipolla facendosi segno della croce. Venerdì santo è scappato, altro soprannome pace all'anima sua hanno già ammazzato un po' di persone. Rispose Cipolla ripetendo il segno della croce. E Pilato, domandai, ha preso la via della montagna e il generale Baldissera pace all'anima sua. Un contadino era stato stato soprannominato per vari motivi generale Baldissera. E chi altro è morto? Da lontano sentimmo uno scalpitio di cavalli venire verso di noi. Potevano essere i carabinieri di Pescina che accorrevano a Pontamara. Ci buttammo perciò in mezzo i campi. Nell'oscurità perdemo di vista Pasquale Cipolla. Ne avemmo più notizie di lui. Ne abbiamo avuto più notizie degli altri, di quelli che morirono e di quelli che si salvarono, né della nostra casa, né della terra. Adesso siamo qui per me del solito sconosciuto che si era salvato, poi era uscito da carcere col suo aiuto. Siamo arrivati qui all'estero, ma è chiaro che non possiamo restarli. Che fare dopo tante pene e tanti lutti, tante lacrime e tante piaghe, tanto odio, tante ingiustizie, tanta disperazione, che fare? Quindi il romanzo si chiude proprio con questa domanda. La risposta è chiara: lottare e organizzarsi. Quindi sono arrivati all'estero, non solamente per scampare la loro vita, non solamente per sopravvisati all'estero e avranno il compito di continuare la lotta, la lotta contro il fascismo nelle circostanze per cui era possibile. Quindi, come vedete, il romanzo si chiude con una nota di speranza, quindi con il chefare, l'organizzazione si era aperto con la filosofia dei fontamaresi, vi ricordate?
 
No, sopra c'è Dio, poi principe Torlonia, poi i cani, le guardie, anzi le guardie sopra i cani, poi i cani, nulla, nulla. null nulla nulla e il quindi peggio di così dire qualunque cosa ci capiti è il destino. Adesso invece hanno preso coscienza e dicono non è il destino, è invece la lotta. Dobbiamo quindi organizzarci, dobbiamo combattere, dobbiamo abbiamo la dignità e la dignità dell'uomo si esprime nella lotta. Quindi mi sembra un romanzo, ecco, la che si chiude insomma con una nota di speranza, nel senso che è un invito non solamente i contadini 100 anni fa, eh potrebbe essere letto come un invito oggi ai lavoratori, ai lavoratori italiani, lavoratori di tutto il mondo, a organizzarsi, a darsi da fare, a stampare un giornale, a propagandare, a diffondere il proprio messaggio, di non rimanere con le mani in mano pensando che il destino è quello, è il destino immutabile. Quante volte nel mondo Ino, no, il destino. Muore il bambino appena nato. Il destino. Dio l'ha chiamato a sé. Non non è che Dio l'ha chiamato a sé. È morto il bambino perché una famiglia povera, perché la mamma non aveva il latte, oppure perché in quelle condizioni con il maiale che dorme a tanto così dal bambino è ovvio che il bambino difficilmente arriverà al primo anno di vita. Quindi non era il destino. Però ecco quanto fatalismo, quanto fatalità la la cera nel mondo contadino. Cioè Ignazzo Zilone in invece dice la miseria non è eterna, dipende dalla capacità, dalla volontà ecco, della persone, dei lavoratori di combattere. Però ci sono alcuni elementi interessanti, no? Anche per capire un po' il mondo dell'Italia fascista, cioè in sostanza, vediamo un po' se c'era qualcosa dietro, no? Questo prefetti, commissari di polizia, proprietari terrieri, camicie nere rappresentano il nuovo stato. Cilone è bravo anche nel delineare un nuovo blocco di di potere che poi è il blocco di potere dell'Italia liberale prima dell'affermazione del fascismo. Non è che le cose andavano diversamente. Prefetti, commissari polizia, proprietari terrieri. Non c'erano le camicie nere, però c'erano i guardiani armati dei proprietari terrieri, ecco, che difendevano la proprietà privata, l'ordine costituito. Ma in questo blocco di potere abbiamo il clero donna Abbacchio, abbiamo gli avvocati, abbiamo i giornalisti che sono anch'essi parte di coloro che comand Quindi, insomma, un blocco di potere unitario variegato nelle sue punioni che vive grazie al lavoro dei contadini, perché se don circostanza può vivere bene, se l'impresario può vivere in una bella villa, il lavoro, dice chiaramente Silone, è il lavoro dei contadini. Sono loro che producono ricchezza, ma invece di avere questa ricchezza hanno solamente una piccolissima parte del valore che loro producono. Ogni giorno producono lavoro, lavoro, profit spaccandosi la schiena, ma alla fine della giornata la remunerazione sono quattro spiccioli, come facile immaginare. Quindi, insomma, potremmo dire che Silone costruisce nel modo migliore un romanzo socialista, io potrei dire, nel quale la speranza di un mondo migliore non è posta manzognanamente dopo la morte nel regno di Dio, ma è sulla terra. Se noi leggiamo i Promessi Sposi eccetera, il eh Il mondo è un inferno dominato dal dal male di fronte al quale, insomma, sì, possiamo reagire eccetera, però in ogni caso le cose non andranno come la vogliamo. Quindi, mentre nel caso di Silone la speranza di liberazione non è dopo la morte, ecco, ma è su questa terra, su questa terra, nel momento in cui i lavoratori impareranno ad organizzarsi, eccetera eccetera.
 
 
Alla fine è vero, i caponi sono sconfitti, non possiamo parlare di vittorie. Se Silone li avesse visti vincenti, probabilmente avrebbe un po' esagerato, perché come facevano i Caffoni a vincere contro l'apparato di polizia, l'apparato politico fascista che si era imposto nella nell'Italia dell'epoca, sarebbe stato impossibile. Però in ogni caso combattono contro la dittatura fascista, contro gli agrariresario, ecco, che li vogliono mantenere nella loro condizione di subordinazione, di ignoranza, eccetera. Quindi, insomma, hanno capito quali sono i loro interessi e come fare per difenderli. Insomma, potremmo dire un grande romanzo, se siete d'accordo, poi adesso sentiamo voi, naturalmente, un grande affresco storico, sociale e politico, una grande opera che ci parla della dignità e del lavoro dei dei lavoratori, la contro ogniforma di oppressione. Ecco, questo ci sono alcune immagini finali. Questo è Gutuso. Gutuso che ha dipinto in molti casi la sua terra, la terra dei contadini. Ecco, questo è uno dei dipinti maggiori. Questi sono contadini siciliani che appena finita la guerra, la seconda guerra mondiale, occupano le terre, le terre in Sicilia, perché allora c'era un movimento contadino che era molto vivace in Sicilia. Infatti cosa fanno gli agrari? Portella della Ginestra. Primo maggio del 1947 i lavoratori siciliani sono a Portella della Ginestra che se non ricordo male nel centro della Sicilia più o meno. meno per celebrare il primo maggio a festa dei lavoratori e il bandito Giuliano dalle alture intorno spara sulla folla. Nessuno può difendersi. Adesso non ricordo il numero di morti, adesso non vorrei esagerare, però una quindicina di morti più feriti ci sono. Quindi vedete, 1947 l'Italia è un passo dalla Costituzione. 1948 l'Italia è una repubblica e tutto il resto, però in Sicilia si fa come durante il fascismo, si spara ai lavoratori, portella della Giness perché bandito giuliano che poi verrà ammazzato eccetera eccetera, stava dalla parte degli agrari, furbescamente sta dalla parte dei vincenti. Se si fosse messo dalla parte dei contadini l'avrebbero ammazzati. Sta dalla parte degli agrari, così come in precedenza c'erano le guardie campestri, ecco, che stavano dalla parte degli agraripevano come fare per imporre. Anche questi sono paradossi, no? Finita la guerra, l'Italia repubblicana uno pensa che i lavoratori finalmente, insomma, ecco, no, no, il Lo statuto dei lavoratori è ancora lontano. Non si contano gli episodi anche nelle grandi città in cui la polizia carabinieri sparano e uccidono. Cioè uccidere i lavoratori in sciopero durante le manifestazioni nell'Italia fine anni 40. Scelba tanto per intenderci, alla al Ministero dell'Interno, era molto facile e questo per tutti gli anni 50 e anche una parte degli anni 60 fino ad arrivare all'autunno caldo. Ecco, così hanno fatto immaginate i bambini. Abbiamo detto che Pontamar lì viene letto quando un bambino sta ancora la alimentandosi con il biberon. Quindi i bambini delle scuole hanno immaginato ecco, perché è un giornale scritto. Sì, poi magari con il ciclo stile, non so, ecco un giornale. Quindi hanno ammazzato Berardo Viola. Ecco, questo è il primo, ecco, Berardo Viola che viene rappresentato, se vedete là sopra come un uomo gigantesco, di grande forza, di forza d'animo, non solamente di muscoli. Hanno tort AT Berardo Viola e Berardo Viola è stato ucciso. Questi sono i bambini al tempo in cui era vivo. Ecco qua, vedete Silone che sfoglia la sfoglia il il giornale enorme incuriosito, ecco, di quello che i bambini e i bambini si vedono della scuola elementare di Pescina Avezzano hanno fatto, ma qui a Pescina eh, che è la città natale di eh la di Ignazio Silone hanno fatto una cosa, se vogliamo, ancora più sorprendente perché su un muro che è lunghissimo, non so quanto è lungo questo muro, comunque c'è tutto il romanzo di Silone che non è proprio non è un romanzo gigantesco, però vedete sì, i caratteri sono in questa edizione, non è un raccontino, eh, è un romanzo di una certa corposità. Hanno c'è qualcuno che la intanto la gente si dava il turno, cioè la gente di Pescina magari diceva Io sto a mezz'ora e intanto dettava e c'era una persona che messo lì. Infatti adesso vediamo. Ecco, questo è il la targa. Vediamo se riesco a leggere. Eh, realizzato in collaborazione. Superficie di 80 m², 53.839 parole, 240 pagine, oltre 3.000 caratteri e oltre 3 km di lunghezza delle righe. Cioè, credo che sia un record. Tutto il romano. Se uno si mette lì con un po' di pazienza si legge tutto il romano, poiamente torni indietro, cioè non bisogna poi perdere la la fila.
 
Sì, c'era un'altra fotografia che non ho inserito proprio di un giovane che si è messo lì non so per quanto tempo. Comunque tra un attimo terminiamo. Ecco, questa è un'altra citazione di Silona di Silona che mi sembra ecco quasi un po' di augurio, no? Perché la l'altra volta parlando del gattopardo emerge un mondo Ecco, dove qualunque nota di speranza non c'è. Ecco, c'è il declino di un mondo, ma quello che nasce Calogero Sidara è peggio del primo. Ecco, invece, insomma, Fontemare, come avete visto, è diverso e quindi il destino, il destino che nel mondo contadino voleva dire passività, ignia, sopportazione di tutti i mali, perché se un anno c'era la siccità, l'altro anno c'erano le cavallette, se non c'erano le cavallette c'erano le tasse, se non c'erano le tasse c'era la guerra, quindi insomma il destino e Silone che viene da questo mondo dice che il destino è un'invenzione della gente fiacca e rassegnata e mi sembra ecco un buon messaggio valido per tutti, anche per noi. Ecco, questa è la tomba di Silone, così ha voluto la sua tomba naturalmente a Pescina dei Marzi. È morto nel 1978, nato nell'anno 1900. Ecco, scrisse Mettando un po' le sue ultime volontà, mi piacerebbe essere sepolto così, ai piedi del vecchio campanile di San Berardo, a Pescina, con una croce di ferro appoggiata al muro e la vista del fucino in lontananza. Ecco il fucino che vuol dire molto anche per lui. Quindi, insomma, diciamo che è suggestivo. Ecco, questo Esilone negli ultimi anni della sua vita, non era la sua villa, eh, era durante un premio letterario in una delle pause del premio, ecco. è finita qua.
 
PE-n1344-Romanzo-antifascista.mm - Discussione: Romanzo antifascista. - Il romanzo antifascista è un genere ben rappresentato da Fontamara di Ignazio Silone, che viene definito come uno dei migliori romanzi italiani scritti durante il fascismo.
 
Caratteristiche e contesto di Fontamara come romanzo antifascista
Fontamara, pubblicato a Zurigo nel 1933, è chiaramente identificato come un romanzo antifascista e anche socialista e anticapitalista. A causa della sua natura politica, che metteva in grave difficoltà "il prepotere, la prepotenza del fascismo", non poteva sperare in una pubblicazione italiana. Infatti, fu pubblicato in Italia solo nella seconda metà del 1945, dopo il 25 aprile. Il romanzo fu molto apprezzato all'estero sin dall'inizio, soprattutto per il suo contenuto antifascista.
Silone, l'autore, aveva una storia politica travagliata: fu tra i fondatori del Partito Comunista d'Italia nel 1921 ma venne espulso dal partito nel 1931 per essersi opposto a Stalin e alla linea del "socialismo in un paese solo". Fontamara fu scritto nel 1930, mentre Silone si trovava ad Avos, in Svizzera, per curare la tubercolosi, dopo aver lasciato l'Italia per evitare il carcere fascista.
 
La lotta contro il blocco di potere
Il romanzo dà voce agli umili, i cafoni di Fontamara, che sono i protagonisti. Esso descrive la povertà secolare, gli abusi e le profonde ingiustizie subite dai contadini abruzzesi.
Il fascismo nel romanzo è rappresentato da un nuovo blocco di potere, che sostituisce o si allea con la vecchia classe dominante. Questo blocco è unitario e variegato, comprendente:
1. L'Impresario/Podestà: Simbolo dell'uomo nuovo prodotto dal fascismo, che arriva senza nulla e diventa ricchissimo, approfittando dell'ingenuità dei contadini. Egli detiene sia il potere economico (proprietario terriero) sia quello politico, essendo Podestà e capo della milizia fascista locale.
2. I Collaboratori: Fanno parte del blocco di potere anche il clero (come Don Abbacchio, che si schiera con l'Impresario nonostante la finzione di compassione), gli avvocati (come Don Circostanza, mediatore che con raggiri, come quello dei "tre quarti e tre quarti," tradisce gli interessi del popolo), e altri membri della classe dirigente come il farmacista e il notaio.
3. La Forza Organizzata: Le squadre fasciste (camicie nere) e i carabinieri che mantengono l'ordine a difesa degli interessi dei proprietari terrieri.
Silone mette in luce che questo blocco di potere vive sfruttando il lavoro dei contadini, i quali producono ricchezza ma ne ricevono solo una piccolissima parte.
 
Violenza e Martirio
L'opposizione dei cafoni è repressa con estrema violenza. Quando i contadini osano ribellarsi, l'Impresario mobilita una squadraccia fascista. L'assalto delle circa 200 camicie nere al villaggio di Fontamara, dove erano rimaste solo donne e bambini, è descritto come una violenza sproporzionata, che include uccisioni e lo stupro di donne.
La figura centrale della resistenza è Berardo Viola, un cafone giovane, generoso e intelligente, che decide di vendicarsi dando fuoco ad alcune proprietà dell'Impresario. Successivamente, recatosi a Roma per emigrare, egli incontra un giovane antifascista. Quando la polizia fascista entra in azione, Berardo si auto-accusa di essere "il solito sconosciuto" (l'antifascista imprendibile). Berardo viene torturato e poi ucciso in carcere, in un omicidio spacciato per suicidio.
Il sacrificio di Berardo ha una logica precisa: egli vuole diventare il primo martire dei cafoni per dimostrare ai contadini di tutta Italia che sono capaci di lottare e di avere i propri eroi.
 
Il Messaggio Finale: Che fare?
Alla fine del romanzo, i cafoni prendono coscienza del loro potenziale di lotta. Decidono di stampare un giornale il cui titolo, ispirato al testo fondamentale di Lenin del 1902, è "Che fare?".
Il giornale serve a diffondere il messaggio e a interrogarsi su come rispondere alle ingiustizie (l'acqua rubata, i soprusi, le violenze). Sebbene il romanzo si concluda con un'ulteriore repressione fascista che porta alla distruzione di Fontamara e alla fuga dei narratori all'estero, esso si chiude con una nota di speranza.
Il messaggio finale è che la miseria non è eterna; la speranza di liberazione non è da riporre in una redenzione ultraterrena (come nella visione manzoniana), ma è sulla terra, nel momento in cui i lavoratori impareranno a organizzarsi e a far valere i loro interessi. Il "destino," che nel mondo contadino significava passività e sopportazione, è definito da Silone come "un'invenzione della gente fiacca e rassegnata". Il romanzo è quindi un invito ai lavoratori di tutto il mondo a combattere l'oppressione.
 
PE-n1345-poverta-ingiustizia.mm - Discussione: Povertà e ingiustizia. - Certamente. La povertà secolare e le profonde ingiustizie sono temi centrali nel romanzo Fontamara di Ignazio.
 
Certamente. La povertà secolare e le profonde ingiustizie sono temi centrali nel romanzo Fontamara di Ignazio Silone, che ne fanno un'opera potentemente socialista e anticapitalista.
 
La Condizione di Povertà dei Cafoni
Fontamara è ambientato nei villaggi intorno al prosciugato lago del Fucino, in Abruzzo, una zona dove la terra è descritta come grassa e fertile. Tuttavia, i protagonisti del romanzo, i cafoni (termine che all'epoca era usato dai contadini abruzzesi con orgoglio per indicare lavoro, spirito di sacrificio e tenacia), vivono in una condizione di miseria atavica.
La loro vita è un ciclo estenuante di duro lavoro: per coltivare la terra fertile della Piana del Fucino, i contadini dovevano partire a piedi quando era buio, scendere al piano, lavorare in squadre "spaccandosi la schiena" per ore e ore, e tornare a casa solo al tramonto, o quando era di nuovo buio, per sei giorni su sette.
Le loro abitazioni riflettono questa estrema povertà:
• Le case di Fontamara sono un centinaio di casucce, quasi tutte a un piano, irregolari, annerite dal tempo e sgretolate dal vento e dalla pioggia.
• La maggior parte di queste catapecchie ha una sola apertura che funge da porta, finestra e camino.
• Gli interni sono perlopiù senza pavimento e con muri a secco.
• Nello stesso vano, gli uomini, le donne, i figli, le capre, le galline, i porci e gli asini dormono, mangiano e procreano. Questa usanza era dovuta alla paura dell'abigeato, ovvero il furto del bestiame, che spesso rappresentava l'unica ricchezza di una famiglia, costringendo i cafoni a tenere gli animali all'interno per proteggerli, in condizioni igieniche terribili.
A causa della povertà e delle condizioni igieniche estreme, una parte notevole dei bambini moriva appena nata.
La ricompensa per il loro lavoro estenuante nella Piana del Fucino era "un pugno di fave" o pochissimi soldi. Silone evidenzia che i contadini sono coloro che producono la ricchezza, ma ne ricevono solo una piccolissima parte, mentre il resto va al blocco di potere.
 
Il Blocco di Potere e i Soprusi
L'ingiustizia è inflitta ai cafoni da un blocco di potere unito e variegato, spesso incarnato dal nuovo potere fascista che si allea o sostituisce la vecchia classe dirigente.
Questo blocco include:
1. L'Impresario/Podestà: Simbolo dell'uomo nuovo, furbissimo e arricchitosi grazie alla legge e all'ingenuità dei contadini. Egli detiene sia il potere economico (proprietario terriero) sia il potere politico, in quanto Podestà (sostituendo il sindaco sotto il fascismo) e capo della milizia fascista locale.
2. I Professionisti e il Clero: Al servizio dell'Impresario ci sono l'avvocato Don Circostanza (l'amico del popolo che in realtà tradisce i loro interessi attraverso raggiri legali), il farmacista, il notaio, il collettore delle imposte e il prete, Don Abbacchio. Don Abbacchio, pur fingendo compassione per i cafoni, è in realtà alleato dell'Impresario e preferisce frequentare zone dove le elemosine sono maggiori, talvolta rifiutandosi persino di seppellire i morti se non ci sono soldi.
 
Ingiustizia Attraverso l'Inganno
L'ingiustizia non è solo economica, ma si manifesta attraverso l'inganno sistematico, sfruttando l'analfabetismo e l'ingenuità dei contadini.
L'esempio più lampante è il raggiiro dell'acqua:
• Quando ai fontamaresi viene tagliata la luce pubblica per bollette non pagate, il messo comunale convince gli analfabeti a firmare un documento in bianco, spacciandolo per una petizione in loro favore.
• In realtà, quella firma viene usata per destinare tutta l'acqua del ruscelletto, essenziale per i loro campi, all'Impresario.
• Quando i cafoni protestano, Don Circostanza, l'avvocato, interviene per mediare. Egli propone un accordo capzioso, affermando che verranno lasciati all'Impresario "i tre quarti dell'acqua" e i rimanenti "tre quarti dell'acqua che resta" saranno per i fontamaresi, illudendoli che entrambi avranno più della metà.
• Nonostante la sua assurdità logica, l'accordo viene firmato, e alla fine, quando gli operai deviano il flusso, ai cafoni non rimane nulla. La rabbia dei contadini è contenuta da un cordone di carabinieri, dimostrando come lo Stato utilizzi la forza per difendere gli interessi dei proprietari terrieri.
 
Il Fatalismo e la Speranza
All'inizio, la miseria e l'ingiustizia portano i fontamaresi a una filosofia fatalista:
"In capo a tutto c'è Dio, padrone del mondo. [...] Poi viene il principe Torlonia, il proprietario vero e proprio, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe, poi vengono i cani del principe, poi nulla, poi ancora nulla, poi ancora nulla, poi vengono i caponi e si può dire che è finito."
Questa visione implica passività e sopportazione, pensando che la loro condizione sia immutabile.
Tuttavia, il romanzo si impegna a contrastare questo fatalismo, affermando che la miseria non è eterna. La speranza di liberazione non è posta in una redenzione nell'aldilà (come nella visione manzoniana), ma è sulla terra. Silone afferma che il destino è "un'invenzione della gente fiacca e rassegnata".
La consapevolezza nasce dal martirio di Berardo Viola e porta i cafoni a interrogarsi su "Che fare?", richiamando l'organizzazione e la lotta come un invito rivolto a tutti i lavoratori del mondo per combattere l'oppressione e far valere i propri interessi.
 
L'Emigrazione
Un altro aspetto della povertà è la necessità di emigrare per "buscarsi il pane". Molti abruzzesi (come calabresi, piemontesi e veneti) erano costretti a spostarsi a Roma o nelle grandi città, oppure, per i più coraggiosi, a emigrare all'estero, come in Belgio a scavare nelle miniere di carbone. Anche il protagonista Berardo Viola tenta l'emigrazione a Roma per trovare lavoro, un viaggio che, sebbene fallimentare, lo porterà a compiere il suo estremo sacrificio.
 
PE-n1346-vita-Igfnazio.mm - Discussione: Vita Ignazio - Silone Ignazio Silone (nome d'arte di Secondino Tranquilli) è una figura centrale nella letteratura e nella politica italiana del Novecento, con una storia personale e politica piuttosto travagliata.
 
I
Origini e Traumi giovanili
Ignazio Silone, il cui vero nome era Secondino Tranquilli, nacque a Pescina dei Marsi, in Abruzzo, nel 1900. Scelse lo pseudonimo "Silone" per sé, un nome di battaglia che richiamava l'antico capo, forse leggendario, dei Marsi, Silo, che si era contrapposto a Roma 2200-2300 anni prima.
Un evento traumatico segnò profondamente la sua giovinezza: nel 1915, all'età di 15 anni, un terribile terremoto squassò gran parte dell'Abruzzo e dell'Italia centro-meridionale, colpendo Pescina dei Marsi e causando la perdita di suo padre.
In seguito a questa tragedia, le prospettive di vita di Silone cambiarono radicalmente. Sebbene la famiglia fosse stata precedentemente benestante, la perdita del padre lo costrinse ad abbandonare la scuola. Per sopravvivere, Silone dovette adattarsi e svolgere lavori umili, come il bracciante e vari lavoretti nell'artigianato dell'epoca. Questa esperienza lo mise a diretto contatto con la gente povera e i lavoratori, facendogli prendere coscienza del mondo dei poveri che viveva accanto a lui.
 
Carriera politica e rottura con il Comunismo
A soli 21 anni, nel 1921, Silone fu tra i fondatori del Partito Comunista d'Italia (PCD'I), nato a Livorno. Essendo uno dei dirigenti più importanti del partito, ebbe l'opportunità di recarsi a Mosca e di incontrare figure mitiche del comunismo, tra cui Lenin, Stalin e Trotsky.
La sua fedeltà al movimento internazionale, tuttavia, lo portò a una rottura drastica con il partito italiano, che era allineato con Mosca. Quando Stalin affermò lo slogan del "socialismo in un paese solo" (dopo la morte di Lenin nel 1924), Silone si schierò apertamente contro Stalin, sostenendo che tale politica tradiva gli ideali di Lenin e Trotsky per una rivoluzione permanente a livello globale.
Nel 1931, Silone venne espulso dal Partito Comunista. A quel tempo, il partito era saldamente nelle mani di Togliatti, che era molto vicino a Stalin. Silone era stato accusato di appartenere alla fazione trotskista, il che significava essere un nemico. Silone si trovava in Svizzera in quel periodo, dove aveva lasciato l'Italia per evitare il carcere fascista e per curare la tubercolosi.
Silone in seguito scrisse che avrebbe potuto difendersi dall'accusa di trotskismo, ma preferì non farlo, percependo l'inutilità di "ogni furberia, tattica, attesa e compromesso". Ritenne che fosse meglio chiudere con un partito che non poteva essere riformato dall'interno, definendo l'espulsione come una "uscita di sicurezza".
 
L'Esilio e la Letteratura
Durante il suo esilio in Svizzera, mentre era ricoverato in un sanatorio a Davos per la tubercolosi, e convinto di non avere molto tempo da vivere, Silone si dedicò alla scrittura.
Nel 1930 scrisse Fontamara, un romanzo che venne pubblicato a Zurigo nel 1933. A causa della sua natura antifascista, socialista e anticapitalista, non poteva essere pubblicato in Italia se non dopo il 25 aprile, nella seconda metà del 1945.
 
Il Ritorno in Italia e il "Socialista senza partito"
Silone tornò in Italia nel 1945. Non tornò nel Partito Comunista, ancora troppo legato a Stalin, ma militò nel Partito Socialista a fianco di Nenni. Fu eletto nell'Assemblea Costituente nel 1946.
Tuttavia, nel 1953, lasciò la politica attiva per dedicarsi completamente all'attività letteraria. Questo abbandono era motivato anche dal fatto che il Partito Socialista stava guardando troppo a sinistra, specialmente in vista dell'alleanza con il Partito Comunista nelle elezioni del 1948.
Uscito dalla politica, Silone diede di sé una celebre definizione: quella di essere rimasto "un socialista senza partito e un cristiano senza chiesa". Sebbene fosse un critico delle istituzioni (come la Chiesa), egli credeva nei valori portanti del cristianesimo.
Silone fu un intellettuale attento a ciò che accadeva nel mondo, fondando riviste e scrivendo articoli. Egli definiva la libertà come "la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la possibilità di cercare, di sperimentare, di dire no a una qualsiasi autorità letteraria, artistica, filosofica, religiosa sociale, anche politica". Inoltre, egli combatteva il fatalismo contadino, sostenendo che "il destino è un'invenzione della gente fiacca e rassegnata".
Ignazio Silone morì nel 1978. Volle essere sepolto a Pescina, ai piedi del vecchio campanile di San Berardo, con una croce di ferro e la vista del Fucino in lontananza.
 
PE-n1347-lotta-organizzazione.mm - Discussione: Lotta e organizzazione. - La lotta e l'organizzazione rappresentano il messaggio centrale e risolutivo del romanzo Fontamara, contrapponendosi al fatalismo che aveva per secoli dominato la vita dei cafoni.
 
Il Superamento del Fatalismo
Inizialmente, i cafoni di Fontamara vivevano in condizioni di miseria atavica e ingiustizia profonda. La loro filosofia era improntata a un profondo fatalismo, riassunto nella gerarchia in cui, al di sotto di Dio e del principe Torlonia, venivano le guardie, i cani, il nulla, e infine, solo alla fine, i cafoni.
Silone si oppone a questa visione manzoniana di una redenzione posta nell'aldilà. Egli afferma che la miseria non è eterna e che la speranza di liberazione è su questa terra. Il destino stesso viene definito come "un'invenzione della gente fiacca e rassegnata". La miseria dei cafoni potrà cambiare solo quando impareranno a organizzarsi, a far valere i loro interessi e a combattere.
Il Martirio come Scintilla per la Lotta
L'impulso decisivo verso la lotta e l'organizzazione è dato dal sacrificio di Berardo Viola, il giovane cafone di grande forza fisica e intelligenza.
1. Consapevolezza a Roma: Dopo le umiliazioni subite a Roma e un incontro con il "solito sconosciuto" (un antifascista) in carcere, Berardo riacquista la sua natura altruista, comprendendo la necessità di agire contro il fascismo e per la dignità dei cafoni.
2. Il Sacrificio: Berardo si autoaccusa di essere il famigerato antifascista ricercato dalla polizia fascista. Viene torturato e ucciso in carcere, ma il suo gesto non è irragionevole.
3. L'Esempio per la Lotta: Berardo voleva diventare il primo martire dei cafoni. Il suo intento era dimostrare ai contadini di tutta Italia che i cafoni sono capaci di lottare, di avere i propri eroi e di mettere in difficoltà la polizia. Il suo sacrificio doveva servire da lezione, come insegnano i martiri nella tradizione cristiana, per ispirare gli altri a fare di meglio.
L'Organizzazione e il "Che fare?"
La morte di Berardo spinge i fontamaresi a una nuova consapevolezza: "Diavolo, siamo stati capaci di fare questo, è il tempo adesso di girare pagina".
Decidono immediatamente di stampare un giornale per diffondere le idee e il messaggio. Il titolo scelto per questo giornale è "Che fare?".
Questa domanda retorica è un chiaro richiamo a "Che fare?" (1902), il testo fondamentale di Lenin che affrontava la questione di come i socialdemocratici russi dovessero organizzarsi per preparare la rivoluzione. Silone, pur essendo stato espulso dal Partito Comunista, sapeva che quel testo era essenziale per ogni marxista dell'epoca.
Il giornale e la domanda "Che fare?" servono a indirizzare la lotta:
• Non si deve solo commemorare Berardo, ma prendere esempio da lui.
• Ci si deve interrogare su come organizzarsi per rispondere a ogni singola ingiustizia, come l'acqua rubata, il prete che rifiuta di seppellire i morti per mancanza di denaro, o la violenza fascista subita dalle donne.
Repressione e l'Invito Finale
L'organizzazione dei cafoni allarma immediatamente le autorità fasciste. Il villaggio viene considerato un "covo di sovversivi" e un "covo di comunisti" che deve essere bruciato. Le squadre fasciste arrivano nuovamente, probabilmente in numero maggiore, per reprimere l'opposizione sul nascere, distruggendo Fontamara.
Il romanzo si chiude con i narratori in fuga, scampati all'estero, che si chiedono ancora: "Che fare dopo tante pene e tanti lutti... che fare?".
La risposta implicita e il messaggio finale di Silone è che, nonostante la sconfitta temporanea (poiché i cafoni non potevano vincere contro l'intero apparato fascista), il loro compito è continuare la lotta e l'organizzazione. Il romanzo è quindi un invito ai lavoratori di tutto il mondo a organizzarsi, propagandare il loro messaggio e combattere ogni forma di oppressione, rifiutando il fatalismo.
 
PE-n1348-mondo-contadino.mm - Discuss Mondo contadino. - Certamente. Il mondo contadino è l'ambiente e il soggetto principale del romanzo Fontamara di Ignazio Silone, ed è descritto con una cruda attenzione alla povertà, all'ingiustizia e al fatalismo che lo caratterizzano.
La Localizzazione e la Vita Quotidiana
Il romanzo è ambientato in Abruzzo, nei comuni che circondano il lago prosciugato del Fucino. La terra è descritta come grassa e fertile, ma i protagonisti, i cafoni (il nome che i contadini abruzzesi usavano con orgoglio, intendendo con esso lavoro, spirito di sacrificio e tenacia), vivono in una condizione di povertà secolare.
La vita dei cafoni è caratterizzata da un lavoro durissimo e senza sosta:
• Per coltivare la terra fertile della Piana del Fucino, i contadini dovevano partire a piedi quando era buio, scendere al piano e lavorare "spaccandosi la schiena" in squadre per ore e ore.
• Tornavano a casa al tramonto o quando era di nuovo buio, sei giorni su sette.
• La loro remunerazione per questo lavoro estenuante era spesso solo "un pugno di fave" o pochissimi soldi.
I contadini lavoravano anche su piccoli fazzoletti di terra in montagna, arida e sassosa, che fornivano solo quelle quattro zucchine o fagioli sufficienti per non morire di fame. Guardavano la Piana del Fucino come a una terra promessa, sapendo che quel vasto spazio di terra coltivata non apparteneva a loro, ma solo a lavorare su di essa.
Le Condizioni Abitative e Igieniche
Il villaggio di Fontamara è descritto come un "antico oscuro luogo di contadini poveri", che somiglia a ogni villaggio meridionale "fuorimano" e "misero e abbandonato". Le condizioni abitative riflettono l'estrema miseria:
• Le case, circa un centinaio, sono casucce quasi tutte a un piano, irregolari e annerite dal tempo.
• La maggior parte di queste catapecchie ha una sola apertura che funge da porta, finestra e camino.
• Gli interni sono perlopiù senza pavimento e con muri a secco.
La povertà costringeva uomini, donne, figli, capre, galline, porci e asini a dormire, mangiare e procreare nello stesso vano. Questa usanza era dettata dalla necessità di proteggere il bestiame (spesso l'unica ricchezza della famiglia) dal rischio di abigeato, ovvero il furto degli animali di notte. Le condizioni igieniche terribili erano una conseguenza diretta di questa povertà, e una parte notevole dei bambini moriva appena nata.
Fatalismo e la Lotta alla Sottomissione
La filosofia dei fontamaresi, data la loro condizione secolare di sottomissione, era il fatalismo. Essi si vedevano all'ultimo posto nella scala del potere:
"In capo a tutto c'è Dio, padrone del mondo. [...] Poi viene il principe Torlonia, il proprietario vero e proprio, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe, poi vengono i cani del principe, poi nulla, poi ancora nulla, poi ancora nulla, poi vengono i caponi e si può dire che è finito."
Questa visione significava passività, rassegnazione e sopportazione di tutti i mali. Qualunque tragedia, come la morte di un bambino, veniva attribuita al destino o alla volontà di Dio, anziché alle condizioni di vita disperate.
Silone, tuttavia, combatte questo fatalismo, affermando che "il destino è un'invenzione della gente fiacca e rassegnata". Egli sottolinea che la miseria non è eterna e che la speranza di liberazione non si trova nell'aldilà (come nel pensiero manzoniano), ma sulla terra, nel momento in cui i lavoratori impareranno a organizzarsi e a far valere i loro interessi.
Il Mondo Contadino come Universo (Mir)
Nonostante il villaggio di Fontamara sia composto solo da poche case, esso rappresenta per i suoi abitanti il "cosmo, l'intera storia universale", dove si svolgono nascite, morti, amori, odi, lotte e disperazione. Per i contadini, che raramente si spostavano (tranne per l'emigrazione), il villaggio era l'universo intero.
Inoltre, Silone universalizza la condizione dei cafoni, affermando che essi assomigliano ai fellain (contadini arabi palestinesi), ai culis (messicani), ai peones e ai mujic (contadini russi). I contadini poveri sono considerati una "nazione a sé. razza a sé, Chiesa a sé".
Il mondo contadino, pur essendo sfruttato dal nuovo blocco di potere fascista (composto da proprietari terrieri, clero e avvocati), è il luogo in cui si origina l'opposizione, come dimostra il martirio di Berardo Viola e la decisione finale di lottare e organizzare il giornale "Che fare?".
 
 
--------------------------------------------------------------------------------
 
 
PE-nxxx-xxxx-xxxx.mm -
 
c#Legnano #tradizioni #racconti #redigio #giocult -
PE-n0xxx-         .mp4 - #Legnano  #tradizionieracconti #redigio #     -
 
legnano,redigio,tradizionieracconti,giocult
  - #Legnano #tradizioni #racconti #redigio #giocult -     
-----------------------------------------------------
-----------------------------------------------------
PE-1300-7
 
PE-n1349-leggenda-milanese.mm - Storicamente, la leggenda si inserisce nella narrazione di Tito Livio sull'invasione dei Galli e la fondazione di Mediolanum,
 
PE-n1350-scrofa-semilanuta.mm - Oggi è conosciuto come il palazzo della ragione, fronte verso il palazzo dei giura e consigli. consulti quasi all'altezza della torre dell'orologio
 
PE-n1351-scrofa-semilanuta .mm - Discussione: Palazzo della Ragione.
 
PE-n1352-scrofa-semilanuta .mm - Discussione: Scrofa semilanuta.
 
PE-n1353-scrofa-semilanuta mm - Discussione: Fondazione di Milano.
 
PE-n1354-scrofa-semilanuta mm - Discussioni Origini celtiche.
 
PE-n1355-scrofa-semilanuta.mm - come questo suino sia entrato nella tradizione italiana accanto ad altre bestie iconiche cittadine,
 
PE-n1356-scrofa-semilanuta .mm - Cinghiare o maiare, che fosse il suino milanese, entra trionfalmente nell'animalistica dell'araltica italiana.
 
PE-n1357-scrofa-semilanuta .mm -  Il brano esplora la leggenda della scrofa semilanuta e la sua evoluzione nel racconto della fondazione di Milano,
 
PE-n1358-Belloveso-Celti.mm - Discussione: Belloveso e Celti. .
 
PE-n1359-scrofa-semilanuta .mm - Il brano esplora la leggenda della fondazione di Milano legata al ritrovamento di una scrofa semilanuta
 
PE-n1360-scrofa-semilanuta .mm - Milano, la leggenda della scrofa semilanuta, ovvero la fondazione di Milano.
 
PE-n1361-simbolismo-cinghiale.mm - Discuss Simbolismo cinghiale.
 
PE-n1362-scrofa-semilanuta .mm - Discussione: Animali sacri.
 
PE-n1363-scrofa-semilanuta .mm - Il brano esplora la leggenda della scrofa semilanuta come presunto fondamento della città di Milano, citando numerosi autori latini e storici che perpetuarono questo mito etimologico.
 
PE-n1364-scrofa-semilanuta-xxxx.mm - Milano, la leggenda della scrofa semilanuta, ovvero la fondazione di Milano.
 
PE-n1365-simbolo-riccezza.mm - Discussione: Simbolo ricchezza.
 
------------------------------------------------
 
PE-n1349-leggenda-milanese.mm - Storicamente, la leggenda si inserisce nella narrazione di Tito Livio sull'invasione dei Galli e la fondazione di Mediolanum,
 
Il brano esplora la leggenda della "scrofa semilanuta" come il presunto primo simbolo araldico di Milano e la sua connessione con le origini celtiche della città. Questo antico emblema, raffigurato in un consunto altorilievo sul Palazzo della Ragione (un tempo noto come Palazzo della Credenza), mostra un suino coperto per metà di setole e per metà di lana, seduto sulle zampe posteriori. Storicamente, la leggenda si inserisce nella narrazione di Tito Livio sull'invasione dei Galli e la fondazione di Mediolanum, sebbene le moderne datazioni archeologiche suggeriscano origini più antiche per l'insediamento. L'immagine della "scrofa mediolanea," il cui ritrovamento risale forse al 1233, fu incastonata in modo prominente nel porticato del palazzo come un duraturo simbolo dell'identità milanese, nonostante l'incertezza zoologica sulla precisa specie dell'animale leggendario.  - th1612-Milano-leggende-01-1.mp3
 
PE-n1350-scrofa-semilanuta.mm - Oggi è conosciuto come il palazzo della ragione, fronte verso il palazzo dei giura e consigli. consulti quasi all'altezza della torre dell'orologio
 
Milano, la leggenda della scrofa semilanuta, ovvero la fondazione di Milano. Milano, palazzo della credenza detto anche ai broletto nuovo. Oggi è conosciuto come il palazzo della ragione, fronte verso il palazzo dei giura e consigli. consulti quasi all'altezza della torre dell'orologio ed è riconoscibile sopra il pilastro del secondo arco del porticato un piccolo e consunto alto rilievo in pietra che raffigura una sorta di cinghiale o di porco selvatico, una scrofa coperta per metà di setole e per metà di lana che siede sulle zampe posteriori e si regge su quelle anteriori. Sarebbe questo in qualche modo, secondo ciò che affermano molti storici, il primo simbolo eraldico di Milano, il primo e il più antico stemma che i milanesi scelsero per la loro città. Si tratta della famosa scrofa semilanuta, detta anche scrofa mediolanea, ossia a metà la nuta, chiara omofomia, omofonia popolare nel nome di Milano e L'altro riliego nasconde anche una delle più antiche leggende milanesi, se non la più antica in assoluto, quella che parla delle origini e della fondazione della città di Ambrogio. L'immagine della scrofa, secondo la tradizione, ci riporterebbe dunque alle origini neceltiche di Milano. Per secoli, attenendosi a fonti storiche conosciute che si richiamavano soprattutto a quanto Tito Olivio aveva scritto nella sua storia di Roma, volume qu8, si era sempre pensato che i Galli avessero invaso il nord dell'Italia al tempo del regno di Tarquinio Prisco, quinto re di Roma, 616578 a.C. Poco dopo il loro arrivo, quasi al centro della pianura padana, i Gali avrebbero fondato una città alla quale dettero il nome di Mediolanum. Sulla base scientifica dello studio dei reperti archeologici ritrovati in epoca moderna, la datazione ipotetica dell'invasione dei Galli si è però spostata nel tempo. Le sembrerebbe molto più antica di quanto indicato dalla tradizione liviana. Ma torniamo all'altro rilievo del Palazzo della ragione e alla leggenda della scrofa semilanuta. A prescindere dalla vera Datazione dell'invasione dei Galli.
 
PE-n1350-scrofa-semilanuta.mm parte2
 
La scrofa mediolanea con la sua storia trova il proprio ideale punto di inserimento proprio nella narrazione liviana della fondazione di Milano. Anzi, potremmo dire che la scrofa semilanuta stia a titolivio come i Vangeli apocrifi stanno i testi dei quattro evangelisti. Occupa quindi un posto di rilievo nelle spire legendarie dell'invasione celtica, integrando con la sua leggenda le notizie di Tito Livio e altre ancora desunte da cronache successive. L'immagine della scrofa di Piazza Mercanti sembra sia da ritenersi un reperto archeologico recuperato, pare nel 1233 durante gli scavi per la costruzione del Palazzo della ragione voluto dal da milanese Oldrado da Treseno. Gli storici discussero molto sull'adattazione dell'alto rilievo classificato volontariamente e come celtico, sia come romano o è alto medievale. Lafra la scrofa doveva anche essere il simbolo proprio del quartiere che dove sta sorgendo quella nuova costruzione che nella sua composta e ostera maostosità sarebbe diventate al chiaro simbolo del prestigio cittadino. Nelle vicinanze dell'errigendo palazzo della ragione sembra infatti che si trovasse un vicolo intitolato proprio alla alla scrofa mediolanea. Ma comunque andassero le cose a quell'epoca, nonostante altri simboli araldici che l'avessero soppiantata, la scofa doveva essere ancora ritenuta un emblema milanese di un certo riguardo. Se si pensò di incastrare nel secondo arco del portico sopraelvato dei mercanti, l'alto rilievo ritrovato in modo che fosse ben visibile da parte di tutti. La cronaca circa l'esatta classificazione zoologica dell'illustre leggendario animale assurto agli onori della radica italiana è vaga e confusa. Concorda solo sul sesso della bestia, ma non si dice fosse la femmina di un cigale, di un maiale o di un porco selvatico, ovvero un incrocio tra cinghiale e maiale. Gli storici parlano alternativamente ora dell'uno, ora dell'altro, oppure scrivono direttamente di una scrofa o di una p**** o di una t**** semilanuta, senza dare altre indicazioni. In molti oggi ritengono che verosimilmente si trattasse di un Cinghiare.
 
 
PE-n1351-scrofa-semilanuta .mm - Discussione: Palazzo della Ragione.
 
Il Palazzo della Ragione è un edificio storico di Milano, noto anche con i nomi precedenti di Palazzo della Credenza o Broletto Nuovo. La sua facciata si affaccia verso il Palazzo dei Giureconsulti, situato quasi all'altezza della torre dell'orologio.
Costruzione e Simbolismo Civico: La costruzione del palazzo fu promossa dal milanese Oldrado da Tresseno. Sembra che gli scavi per la sua realizzazione risalgano al 1233, periodo in cui fu recuperato un importante reperto archeologico. Il Palazzo della Ragione, con la sua maestosità composta e austera, era destinato a diventare un chiaro simbolo del prestigio cittadino.
L'Alto Rilievo della Scrofa Semilanuta: Un elemento centrale nella discussione del palazzo, secondo le fonti, è l' alto rilievo in pietra della scrofa semilanuta incastonato nell'edificio.
1. Posizione e Aspetto: Questo rilievo è visibile e riconoscibile sopra il pilastro del secondo arco del porticato. È un pezzo piccolo e consunto. Raffigura una sorta di cinghiale o porco selvatico, ovvero una scrofa coperta per metà di setole e per metà di lana. La scrofa è rappresentata mentre siede sulle zampe posteriori e si regge su quelle anteriori.
2. Ritrovamento e Collocazione: L'immagine della scrofa (detta scrofa mediolanea) sembra essere un reperto archeologico recuperato proprio nel 1233 durante gli scavi per la costruzione del Palazzo della Ragione. Nonostante gli storici abbiano dibattuto sulla sua datazione (classificandolo alternativamente come celtico, romano o alto medievale), si decise di incastonare il reperto nel secondo arco del portico sopraelevato dei mercanti, affinché fosse ben visibile da parte di tutti.
3. Significato Araldico e Leggendario: Molti storici ritengono che la scrofa semilanuta sia il primo e più antico simbolo araldico di Milano, l'emblema scelto dai milanesi per la loro città. La scrofa doveva anche essere il simbolo specifico del quartiere in cui la nuova costruzione stava sorgendo. Sembra infatti che nelle vicinanze del nascente palazzo si trovasse un vicolo intitolato proprio alla scrofa mediolanea.
4. Connessione con la Fondazione di Milano: La figura della scrofa mediolanea nasconde anche una delle più antiche leggende milanesi, relativa alle origini e alla fondazione della città di Ambrogio. Il nome scrofa mediolanea è una chiara omofonia popolare nel nome di Milano (a metà la nuta). L'immagine, secondo la tradizione, rimanda alle origini celtiche di Milano. La leggenda della scrofa semilanuta si inserisce idealmente nella narrazione liviana (di Tito Livio) della fondazione di Mediolanum da parte dei Galli, integrando le notizie storiche con aspetti leggendari.
Sebbene la cronaca sulla classificazione zoologica esatta dell'animale sia vaga e confusa, concordando solo sul sesso ma non se fosse femmina di cinghiale, maiale o porco selvatico, essa era comunque ritenuta all'epoca della costruzione un emblema milanese di un certo riguardo. Molti oggi ritengono che l'animale raffigurato fosse verosimilmente un cinghiale.
 
PE-n1352-scrofa-semilanuta .mm - Discussione: Scrofa semilanuta.
 
La Scrofa semilanuta, nota anche come Scrofa mediolanea, è un elemento centrale delle leggende e della storia araldica di Milano.
Di seguito una discussione dettagliata basata sulle fonti fornite:
 
Descrizione Fisica e Collocazione
L'immagine della scrofa è un alto rilievo in pietra, piccolo e consunto, incastonato nel Palazzo della Ragione (o Broletto Nuovo) a Milano. Lo si può riconoscere sopra il pilastro del secondo arco del porticato.
La raffigurazione mostra una sorta di cinghiale o porco selvatico (una scrofa) che è coperta per metà di setole e per metà di lana. L'animale è rappresentato mentre siede sulle zampe posteriori e si regge su quelle anteriori.
L'alto rilievo fu intenzionalmente incastonato nel secondo arco del portico sopraelevato dei mercanti in modo che fosse ben visibile da parte di tutti.
 
Simbolo Araldico e Territoriale
Molti storici ritengono che la scrofa semilanuta sia in qualche modo il primo e più antico simbolo araldico di Milano, l'emblema che i milanesi scelsero per la loro città.
Ai tempi della costruzione del Palazzo della Ragione, la scrofa doveva essere ritenuta un emblema milanese di un certo riguardo. Inoltre, doveva essere il simbolo specifico del quartiere in cui stava sorgendo la nuova costruzione. Sembra che nelle vicinanze dell'erigendo palazzo esistesse infatti un vicolo intitolato proprio alla scrofa mediolanea.
 
Leggenda e Fondazione di Milano
L'alto rilievo nasconde una delle più antiche, se non la più antica in assoluto, leggende milanesi che narra le origini e la fondazione della città di Ambrogio.
Il nome Scrofa mediolanea racchiude una chiara omofonia popolare nel nome di Milano: a metà la nuta. Secondo la tradizione, l'immagine della scrofa riporta alle origini celtiche di Milano.
Per secoli, la fondazione di Mediolanum era stata attribuita ai Galli, che invasero il Nord Italia all'epoca di Tarquinio Prisco, come scritto da Tito Livio nella sua Storia di Roma. La leggenda della scrofa mediolanea trova il suo ideale punto di inserimento proprio nella narrazione liviana della fondazione di Milano, integrando con le sue spire leggendarie le notizie storiche sull'invasione celtica.
 
Ritrovamento e Dibattito Storico
L'immagine della scrofa di Piazza Mercanti è considerata un reperto archeologico recuperato. Pare sia stato ritrovato nel 1233 durante gli scavi per la costruzione del Palazzo della Ragione, voluto dal milanese Oldrado da Tresseno.
Gli storici hanno dibattuto a lungo sulla datazione dell'alto rilievo, classificandolo alternativamente come celtico, romano o alto medievale.
 
Il Dibattito Zoologico
La cronaca riguardante l'esatta classificazione zoologica di questo leggendario animale è vaga e confusa. L'unica certezza è che si concorda sul sesso della bestia (femmina).
Non è chiaro, secondo gli storici, se si trattasse:
1. Della femmina di un cinghiale.
2. Della femmina di un maiale.
3. Della femmina di un porco selvatico.
4. Di un incrocio tra cinghiale e maiale.
Molti oggi ritengono che l'animale raffigurato fosse verosimilmente un cinghiale.
 
 
 
 
PE-n1353-scrofa-semilanuta mm - Discussione: Fondazione di Milano.
 
La discussione sulla Fondazione di Milano si basa su una combinazione di narrazione storica tradizionale e un'antica leggenda urbana, incentrata sulla figura della Scrofa semilanuta (o Scrofa mediolanea).
 
La Tradizione Liviana e le Origini Celtiche
Per secoli, la storia delle origini di Milano si è richiamata alle fonti storiche, in particolare a quanto scritto da Tito Livio nella sua Storia di Roma (Volume VIII).
1. L'Invasione dei Galli: Secondo la tradizione liviana, i Galli invasero il nord dell'Italia all'epoca del regno di Tarquinio Prisco, il quinto re di Roma (616-578 a.C.).
2. La Fondazione di Mediolanum: Poco dopo il loro arrivo, quasi al centro della Pianura Padana, i Galli avrebbero fondato una città a cui diedero il nome di Mediolanum.
3. Datazione Alternativa: Sebbene la tradizione attribuisca l'invasione al periodo di Tarquinio Prisco, studi basati sui reperti archeologici ritrovati in epoca moderna suggeriscono che la datazione ipotetica dell'invasione dei Galli potrebbe essere in realtà molto più antica di quanto indicato da Tito Livio.
 
La Leggenda della Scrofa Semilanuta
La leggenda della scrofa è fondamentale per la narrazione delle origini milanesi, poiché si ritiene che essa parli delle origini e della fondazione della città di Ambrogio.
1. Simbolo Araldico: L'immagine della scrofa semilanuta (un alto rilievo in pietra, piccolo e consunto, visibile oggi sul Palazzo della Ragione) è considerata da molti storici il primo e più antico simbolo araldico di Milano.
2. Riferimento alle Origini: L'immagine della scrofa, secondo la tradizione, riporterebbe alle origini celtiche di Milano.
3. Il Significato del Nome: La denominazione Scrofa mediolanea racchiude una chiara omofonia popolare nel nome di Milano, che suonerebbe come a metà la nuta.
4. Funzione Integrativa: A prescindere dalla vera datazione storica dell'invasione dei Galli, la scrofa mediolanea con la sua storia trova il suo ideale punto di inserimento proprio all'interno della narrazione liviana della fondazione di Milano. Si può considerare che la scrofa semilanuta abbia un posto di rilievo nelle spire legendarie dell'invasione celtica, in quanto la sua leggenda integra le notizie storiche fornite da Tito Livio e quelle desunte da cronache successive.
Il reperto archeologico della scrofa fu recuperato, pare, nel 1233 durante gli scavi per la costruzione del Palazzo della Ragione e venne incastrato nel secondo arco del portico sopraelevato dei mercanti affinché fosse ben visibile da parte di tutti. Sebbene la classificazione zoologica dell'animale sia stata dibattuta (se fosse femmina di cinghiale, maiale o porco selvatico), essa era all'epoca ritenuta un emblema milanese di un certo riguardo.
 
 
----------------------------------------------
 
PE-n1354-scrofa-semilanuta mm - Discuss Origini celtiche.
 
La discussione sulle Origini celtiche di Milano è strettamente legata alla tradizione storiografica antica e alla leggenda della Scrofa semilanuta (Scrofa mediolanea).
 
Il Riferimento Storico (Tradizione Liviana)
Per secoli, il quadro storico di riferimento per la fondazione di Milano si è basato sulle fonti storiche conosciute, in particolare su quanto scritto da Tito Livio nella sua Storia di Roma.
1. I Galli e la Fondazione: Secondo la tradizione liviana, si pensava che i Galli avessero invaso il nord dell'Italia durante il regno di Tarquinio Prisco (quinto re di Roma, 616-578 a.C.). Poco dopo il loro arrivo, quasi al centro della Pianura Padana, i Galli avrebbero fondato una città a cui diedero il nome di Mediolanum.
2. Revisione della Datazione: Tuttavia, studi scientifici basati sull'analisi dei reperti archeologici ritrovati in epoca moderna hanno messo in discussione questa datazione. Sulla base di tali reperti, la datazione ipotetica dell'invasione dei Galli sembrerebbe molto più antica di quanto indicato dalla tradizione liviana.
 
La Leggenda Celtica della Scrofa Semilanuta
La tradizione attribuisce alla leggenda della Scrofa semilanuta un ruolo cruciale nella narrazione delle origini di Milano.
1. Connessione Diretta: L'immagine della scrofa, secondo la tradizione, riporterebbe direttamente alle origini celtiche di Milano.
2. Simbolismo: La scrofa semilanuta è spesso considerata da molti storici il primo e il più antico simbolo araldico di Milano.
3. Integrazione Leggendaria: A prescindere dalla datazione storica esatta dell'invasione dei Galli, la scrofa mediolanea e la sua storia trovano il proprio ideale punto di inserimento proprio nella narrazione liviana della fondazione di Milano. La scrofa semilanuta occupa un posto di rilievo nelle spire legendarie dell'invasione celtica, poiché la sua leggenda integra le notizie fornite da Tito Livio e quelle desunte da cronache successive.
 
Il Reperto Archeologico
Il dibattito sulle origini celtiche si estende anche all'alto rilievo stesso della scrofa, che è un reperto archeologico recuperato, pare, nel 1233 durante gli scavi per la costruzione del Palazzo della Ragione.
Gli storici hanno a lungo discusso sulla datazione di questo alto rilievo, classificandolo alternativamente, e volontariamente, come celtico, romano, o alto medievale. Il reperto raffigura un animale (verosimilmente un cinghiale, sebbene la classificazione zoologica sia vaga e confusa) coperto per metà di setole e per metà di lana.
 
 
 
PE-n1355-scrofa-semilanuta.mm - come questo suino sia entrato nella tradizione italiana accanto ad altre bestie iconiche cittadine,
 
Il brano esplora la leggenda della scrofa semilanuta come antico simbolo araldico della fondazione di Milano, narrando come questo suino sia entrato nella tradizione italiana accanto ad altre bestie iconiche cittadine, pur essendo stato in seguito sostituito dalla biscia viscontea nello stemma ufficiale. Vengono citati diversi reperti archeologici e raffigurazioni storiche, come quelle sulla Parlera e nel cimitero monumentale, che attestano l'importanza di questo animale nel passato milanese, sebbene oggi lo stemma predominante sia la Croce Rossa in Campo Bianco. Infine, il testo approfondisce le radici storiche della fondazione di Milano (Mediolanum), risalendo al racconto di Tito Livio sull'arrivo dei Galli guidati da Belloveso intorno al 600 a.C., che scelse il luogo per fondare la città come segno di buon auspicio divino. - Th1613-milano-leggende-01-2.mp3
 
 
PE-n1356-scrofa-semilanuta .mm - Cinghiare o maiare, che fosse il suino milanese, entra trionfalmente nell'animalistica dell'araltica italiana.
 
Milano, la leggenda della scrofa semilanuta, ovvero la fondazione di Milano. Cinghiare o maiare, che fosse il suino milanese, entra trionfalmente nell'animalistica dell'araltica italiana. Accanto ad altri famosi a animali simbolo quali la lupa di Roma, il Toro di Torino, il Leone di Venezia, la Pantera di Lucca, il cinghiale sannitico di Benevento, l'Aquila dell'Aquila e via dicendo. Ma a differenza di queste città che andarono sempre molto fiere delle loro bestie racchiuse nello scudo cittadino, Milano nel tempo preferì alla scrofa la biscia viscontea e lo scudo per propendere poi e definitivamente per quest'ultimo. Vari reperti archeologici, lucernette e altri oggetti antichi recono le le fige della mitica scrofa che compare anche ufficialmente come simbolo eraldico antico di Milano sulla Parlera, cioè il balcone dell'antica degli Osi in piazza Mercanti. Qui la nostra scrofa è presa per gli artigli da un'aquila imperiale e lo stesso stem anche riportato nel punto estremo dell'angolo di sinistra della medesima casa. E poco lontano da qui la scrofa compare anche in un medaglione seccentesco posto sul retro del palazzo dei Giuli Consulti sul fronte che guarda verso la via Margherita. E infine lo ritroviamo sopra l'arcata dell'al destra del famedio del cimitero monumentale inaugurato nel 1866 e in quest'ultima rappresentazione voluta dall'architetto Carlo Maciacchini la scrofa semineranuta è raffigurata in un vero stemma sovrastato dalla corona torrita e circondato da un nobilitante serto di verdura e in entrambi casi rinsegna con la scrofa si affianca alla Croce Rossa in Campo Bianco, attuale stemma milanese. Passato e presente si congiungono stampe, incisioni, stemmari e codici, come ad esempio il codice cremosano del secolo X conservato nell'Archivio di Stato di Milano, non hanno dimenticato nel tempo di illustrare la scrofa milanese che compare sempre accanto ai simboli eraldici più famosi della città che sono, come già detto, oltre allo scudo crociato, anche le figie di Sant'Ambroggio, campeggiante nello stendardo civico e gli stemmi coi simboli delle sei porte cittadine. Ma perché è proprio un suoino come simbolo di Milano?
 
Parte2
 
E la leggenda ce ne spiega le ragioni e viene da lontano. Circa 600 anni Prima della nascita di Cristo ci fu un importantissimo evento storico che sconvolse la vita dei pacifici villaggi agricoli nell'Italia settentrionale, abitati da popolazione di origini ligole e etrusche. La caduta dei Galli, oggi meglio conosciuto come Celti, popolazioni che venendo da nordest si erano stanziate nell'Europa occidentale, dalla Gaglia, attraverso le Alpi. Orde di Celti erano scese in Italia invadendo e conquistando tutte le terre incontrate sul loro cammino. Li guidava Bello Veso, loro mitico capo, seguito dai più suoi fedeli soldati. Scrive Tito Livio nel 59 al 17 prima di Cristo e dopo nella sua storia di Roma che durante il regno di Tarquigno Prisco A Roma i Celti, che erano che sono uno dei tre gruppi etnici della Galia, si trovavano sotto il dominio dei biturigi, i quali fornivano un re al popolo celtico. In quel tempo il re in carica era ambigato, uomo potentissimo per valore e ricchezza, tanto personale quanto nell'intero paese. Ambigato, continua il racconto diciamo liviano nella sua vecchiaia e vedeva che il suo popolo, ancora più che mai, necessita di espandersi verso nuove terre. Così decise che Belloveso e Segoveso, figli intraprendenti di una sua sorella, si sarebbero messi a capo di due eserciti che gli avrebbe spedito verso nuovi luoghi. Questi stessi luoghi sarebbero stati indicati loro dagli dei per me degli auguri. Le sorti videro Segoveso dirigersi verso la Germania e Belloveso invece gli dei concedevano un percorso ben più piacevole e cioè la strada verso l'Italia e con lui si mossero le tribù galliche dei biturigi, Arvenoni, Senoni, Edui, Ambarri, Carnuti e Aulerci. Baricate le Alpi dopo una battaglia contro gli eserciti etruschi presso il Ticino. Le orde celtiche penetrarono in quale regione, ma un giorno si sarebbero chiamata a Lombardia. E Tito Livio conclude scrivendo che i Galli, saputo che il punto in cui si erano accampati si chiamava territorio degli insubri, che è un nome identico a quello del cantone abitato dagli Edui, considerarono questa coincidenza un segno bene augurare del destino e fondarono in quel luogo una città che chiamarono Mediolanum. Tito, Livio e tutti coloro che per secoli si richiamavano solo alla sua storia che riteneva quella di Belloveso la prima invasione ecceltica del Nord Italia, non sapevano che alcuni secoli prima, al tempo di quella che oggi viene chiamata la civiltà di Gola Secca, i Celti avevano già fatto loro compag trai, lasciando comunque e ovunque le tracce del loro primo passaggio.
-------------------------------
 
 
 
Il brano esplora la leggenda della scrofa semilanuta e la sua evoluzione nel racconto della fondazione di Milano, originariamente attribuita PE-n1357-scrofa-semilanuta .mm -  Il brano esplora la leggenda della scrofa semilanuta e la sua evoluzione nel racconto della fondazione di Milano, ai Celti di Belloveso che interpretarono segni divini per stabilire la città. Sebbene Tito Livio avesse narrato le origini galliche di Milano, la leggenda della scrofa non era presente nel suo resoconto ma emerse in seguito, specialmente a partire dal IV secolo, quando Milano divenne capitale imperiale e sentì il bisogno di nobilitare le sue origini con un prodigio divino per competere con le radici mitiche di Roma. Questa narrazione sacra, che vedeva la scrofa come l'alter ego della lupa romana, fu successivamente formalizzata e tramandata da studiosi come Andrea Alciati, il quale nelle sue opere sintetizzò la storia della bestia lanuta che diede il nome di Mediolanum al luogo scelto per la fondazione della città.
 
Milano, la leggenda della scrofa semilanuta, ovvero la fondazione di Milano. I Celti di Belloveso al loro arrivo, sorpresi dalle analogie linguistiche e forse anche da abitudini simili che legavano a loro le genti a appena sottomesse avevano interpretato questi segni come l'indicazione che attendevano dagli dei. Proprio qui dovevano fondare una città. Nei secoli il racconto di Tito Olivio sulla Fondazione di Milano è stato ampiamente studiato, analizzato, quindi vivisezzionato con commenti spesso interessanti e suggestivi da tutti gli storici e scrittori che si sono cimentati con la storia di Milano. Aristide Calderini in un suo saggio del 1938 intitolato Storia e leggenda intorno alle origini Milano, sostiene che le pagine liviane avessero lo scopo precipuo di illustrare in ambiente gallico e milanese l'origine di Milano come città gallica. La sua fatale realizzazione come ultima e coronamento dell'impresa di guerra e di conquista voluta dagli dei celti e designato con gli auspici delle sorti e del nome e dando speciali connotati alle leggende di Belloveso egli presenta anche l'interessante pensiero formulato in proposito da altri studiosi. Qualcuno è giunto fino a supporre che si tratti del canto di una in cui ambigato rappresentasse un carlomagno preistorico belloveso e segoveso i suoi cavalieri. Il nucleo, insomma, di un poema eroico celtico di esaltazione dei pericoli e dei sacrifici durati fino a premio lungamente ambito, la fondazione e la gloria della nuova città. Nella tradizione liviana non viene detta una sola parola sulla scrofa semilanuta e tutti concorrono col dire che La sua leggenda si sarebbe affermata solo più tardi, a partire dal qu secolo. E nel quarto secolo Milano non era più l'oscuro villaggio fondato dai Celti, era diventata la nuova capitale dell'Impero Romano Occidente, come l'imperatore Massimiano aveva voluto. Inevitabile quindi la rivalità con Roma. Roma aveva la sua notissima lupa con la quale cantava le proprie origini mitiche. La Milano Imperiale si inventò un alterego in quella che diventò l'altrettanto nota, almeno in loco, scrofa semilanuta. Una città come Milano che Usonio chiamava la seconda Roma, doveva reggere pienamente il confronto con l'antica capitale, anche per quel che riguardava le origini, che non potevano essere semplici e banale come quelle di una qualsiasi altra città.
 
 
Parte2
 
Bisognava che fossero ammantate di religiosità, perse nel sacro. La sua fondazione doveva essere collegata con qualche prodigio divino. Ed ecco allora che in questo bisogno di nobilitazione di origini, che nobili non erano, prese credito dall'agenda di una scrofa che gli dei avevano messo sul cammino del mitico fondatore, perché anche le origini di Milano fossero sacre e onorabili. proprio come quella della rivale Roma. Solo a partire dal V secolo, dunque possiamo far proseguire il racconto liviano che si fonde con le gesta del suo inno milanese, il quale punto preciso della vasta pianura invasa dai galli Belloveso avrebbe dovuto costruire la sua città. A suggerirlo sarà leggenda, la leggendaria scrofa con la sua storia. A seguito della leggenda è affidato alle parole del giure consulto lombardo Andrea Alciati 1492-1559. Negli emblemata, piccoli componimenti con soggetto morale dati alle stampe nel 1548, lanciati nella lingua latina, ricorda l'antico emblema di Milano e dei suoi rerun patrie libri dati alle stampe solo nel 1625 e sintetizza in poche frasi tutte le notizie delle vicende riguardanti la mitica bestia che diventa così come scrive Emilio Galli nel 1920, la religiosa raffigurazione del divino progigio che presiedette la fondazione di Milano. Laciati aveva disunto tali notizie dalle cronache di Vale a partire dall'epoca della Milano Imperiale. Sceso Belloveso, capo dei Galli, e giunto nell'insupria, avendo determinato di fondare una città e l'estte savi che consultassero l'oracolo degli dei per sapere in quel luogo se ne dovessero con buoni auspici gettare le fondamenta e con quale nome chiamarla. La risposta dell'oracolo fu che scr ricoperta di lana, segni e principio e il nome della città. Intesa così la volontà dei numi e scoperta appunto in un certo luogo una scrofa col dorso ricoperto di lana invece che di setole e in quello stesso luogo si cominciò a fondare la città che da quel prodigio si chiamò Mediolanum, quasi mezza la la nata. Il luogo dove la scrofa venne ritrovata pare fosse una radura boscosa piena di acquitrini e circondata da corsi d'acqua. Il punto preciso sarebbe più o meno là dove oggi sorgono le piazze Cordusio e dei mercanti, nell'odierno cuore cittadino. Qui Belloeso tracciò il perimetro della sua città infondò Milano. -
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
PE-n1358-Belloveso-Celti.mm - Discussione: Belloveso e Celti. .
 
La figura di Belloveso e il ruolo dei Celti sono fondamentali nelle leggende relative alla fondazione di Milano, un racconto ampiamente studiato e tramandato, in particolare attraverso il racconto di Tito Livio.
 
Belloveso, il Capo dei Galli e l'Impresa di Conquista
Belloveso viene identificato come il capo dei Galli (capo dei Galli). La sua impresa era vista come un'opera di guerra e conquista voluta dagli dèi celti. Belloveso e i suoi Galli giunsero nell'Insubria.
Secondo la tradizione, Belloveso e i Celti al loro arrivo rimasero sorpresi dalle analogie linguistiche e dalle abitudini simili che legavano a loro le genti appena sottomesse. Questi segni furono interpretati come un'indicazione degli dèi: era proprio lì che dovevano fondare una città.
 
La Fondazione Mitica di Mediolanum
Determinato a fondare una città nell'Insubria, Belloveso inviò i suoi saggi (savi) a consultare l'oracolo degli dèi. L'obiettivo era sapere dove gettare le fondamenta con buoni auspici e quale nome dare alla nuova città.
La risposta dell'oracolo fu specifica: una scrofa ricoperta di lana (scrofa ricoperta di lana) avrebbe dovuto indicare il segno, il principio e il nome della città.
Belloveso comprese la volontà dei numi. Dopo aver scoperto una scrofa col dorso ricoperto di lana invece che di setole in un certo luogo, in quello stesso punto si iniziò la fondazione della città. La città fu chiamata Mediolanum da quel prodigio, interpretato come "mezza la lanata" (quasi mezza la la nata).
Belloveso tracciò il perimetro della sua città e fondò Milano nel luogo dove la scrofa fu ritrovata. Questo luogo era descritto come una radura boscosa piena di acquitrini, circondata da corsi d'acqua, corrispondente approssimativamente alle odierne piazze Cordusio e dei Mercanti.
 
Interpretazioni Storiche e Leggendarie
La fondazione, voluta dagli dèi celti, rappresentò la fatale realizzazione, l'ultima e il coronamento dell'impresa di guerra e conquista, designata con gli auspici delle sorti e del nome.
• Il Racconto Liviano: Il racconto di Tito Livio sulla Fondazione di Milano è stato oggetto di studio e analisi da parte di storici e scrittori.
• La Tesi di Calderini: Aristide Calderini sostenne in un saggio del 1938 che le pagine liviane avevano lo scopo principale di illustrare, nell'ambiente gallico e milanese, l'origine di Milano come città gallica.
• Poema Eroico Celtico: Alcuni studiosi hanno ipotizzato che il racconto di Belloveso sia il nucleo di un poema eroico celtico, destinato a esaltare i pericoli e i sacrifici subiti fino al raggiungimento del premio ambito: la fondazione e la gloria della nuova città. In questa ipotesi suggestiva, Belloveso potrebbe rappresentare un "Carlomagno preistorico".
 
Belloveso e la Scrofa Semilanuta (Cronologia della Leggenda)
È importante notare che, secondo la tradizione liviana, non viene menzionata la scrofa semilanuta. Molti studiosi concordano che questa leggenda si sarebbe affermata solo in un secondo momento, a partire dal IV secolo.
Quando la leggenda della scrofa si affermò, nel IV secolo, Milano non era più l'oscuro villaggio fondato dai Celti, ma era diventata la nuova capitale dell'Impero Romano d'Occidente sotto l'imperatore Massimiano.
La fusione del racconto liviano con le gesta eroiche di Belloveso e il suo inno milanese, che localizza il punto preciso della fondazione attraverso la scrofa, si fa risalire solo a partire dal V secolo. La leggenda della scrofa, dunque, rispondeva a un bisogno di nobilitazione delle origini di Milano per reggere il confronto con Roma, la quale vantava la sua lupa.
Il mito della scrofa, associato a Belloveso e al divino prodigio che presiedette la fondazione, fu poi sintetizzato e ricordato da Andrea Alciati nei suoi emblemata e negli scritti rerun patrie libri.
 
 
 
 
 
 
 
-----------
 
PE-n1359-scrofa-semilanuta .mm - Il brano esplora la leggenda della fondazione di Milano legata al ritrovamento di una scrofa semilanuta
 
Il brano esplora la leggenda della fondazione di Milano legata al ritrovamento di una scrofa semilanuta (Sus scrofa, mediolaneum, semilanuta), suggerendo che il nome antico della città, Mediolanum, derivi proprio da questo animale mitico. Questa connessione tra suini e l'origine di una nuova città non era insolita nell'antichità, come dimostrano i miti di Efeso e la fondazione di Alba Longa da parte di Ascanio, figlio di Enea, come riportato anche da Virgilio. La presenza del cinghiale nel mito milanese è strettamente correlata alla cultura celtica, che persistette a lungo dopo la conquista romana, poiché i celti consideravano il cinghiale un animale sacro, simbolo della classe sacerdotale e talvolta anche insegna guerresca. Questa simbologia positiva e religiosa del cinghiale è testimoniata da reperti artistici e si rifletteva in pratiche funerarie e nel banchetto sacrificale di Samain, un legame che sopravvisse persino nella tradizione culinaria milanese con il consumo di maiale durante la Commemorazione dei Defunti - .th1615-milano-leggende-01-4.mp3
 
 
 
PE-n1360-scrofa-semilanuta .mm - Milano, la leggenda della scrofa semilanuta, ovvero la fondazione di Milano.
 
Milano, la leggenda della scrofa semilanuta, ovvero la fondazione di Milano. Altre fonti dicono che la Scofa, al momento del suo ritrovamento, fosse intenta ad allattare i suoi piccoli e che il suo dorso non era completamente ricoperto. di lana come sostiene laziati ma era per metà l'aduto e l'altra metà pieni di setoli. Sus scrofa, mediolaneum, semilanuta. Da queste parole, dunque sarebbe venuto il nome della città fondata da Belloveso, Mediolanum. Lo stretto legame tra un suino e la fondazione di una nuova città non era però proprio una novità per i miti dell'antichità e non avrà né la leggendaria a nascita di Milano la sua unica raffigurazione. Va ricordato, infatti che secondo la mitologia classica anche la città di Efeso, per esempio, fu fondata proprio sul luogo dell'eccisione di un cinghiale. Enea, a sua volta sacrificherà una scrofa di cinghiale o di porco selvatico coi suoi porcellini sul luogo dove sorgerà l'avvino, l'antica città del Lazio, a sud di Roma. Così come gli aveva predetto Eleno, suo figlio Scanio, dal nome di una scrofa bianca come l'alba, chiamerà Alba Longa, la città della quale a sua volta sarà il fondatore e che verrà considerata la progenitrice di Roma. E di tutto ciò ci informa anche Virgilio nei libri terzo e ottavo dell'Eide. Furono incelti i primi inventori della leggenda della scrofa. Quasi sicuramente sì. Anche dopo la conquista di Milano da parte del console Marcello avvenuta nel 222 a.C. La società rimase sostanzialmente totalmente celtica per lungo tempo, sfumando poi pian piano in una inevitabile romanizzazione. La scelta del cinghiale come simbolo dei primi milanesi non doveva essere di conseguenza casuale. Cinghiari e maiali in tutte le terre dell'antica Europa legate alle presenze celtiche erano ritenuti animali sacri e nella simbologia dei celti occupavano un ruolo molto importante. Il valore altamente religioso di queste simbologie è testimoniato anche delle numerose sculture in pietra e in bronzo rappresentanti cinghiali ritrovate un po' ovunque nel continente.
 
parte2
 
Il cinghiale compare anche nei bassolilievi che decorrono alcuni monumenti antichi, come ad esempio l'arco di trionfo della città francese di Orange, costruito nel primo secolo dopo Cristo. Moccos in lingua celtica. Il cinghiale era per i celti un simbolo della classe sacerdotale. Sembra che si opponesse all'orso Artios che invece era il simbolo della classe guerriera. e dell'autorità temporale. Ma altre fonti dicono che anche il cinghiale fosse una delle varie insegne guerresche dei Celti. In molte leggende celtiche il mitico cinghiale bianco fa la sua comparsa accanto agli eroi. Reertù ne ucciderà uno dopo una lotta durata 9 giorni e nove notti, simboleggiando l'antagoniscumo tra potere spirituale e potere temporale. Carni di cinghiale venivano anche deposte nelle tombe accanto alle salme dei morti, affinché ne traessero sostentamento nel lungo viaggio dell'aldilà. Il cinghiale, assieme al porco selvatico, col quale spesso era confuso, costituiva per i celti e per i popoli assuggettati il cibo sacrificale della festa di Samain, tempo sacro di collegamento tra il mondo dei vivi e quelle defunti. Non sarà un caso che E poi per secoli il piatto tipico milanese nella sera del 2 novembre, commemorazione defunti, spariti i cinghiali delle campagne milanesi, divenne la tempia di maiale da mangiarsi con i cenci, detti nel milanese i siger. E i cenci va ricordato altresì, venivano anche essi deposti nelle tombe o presso le tombe dei romani, sempre come viatico per il viaggio verso Lade lade. Quante storie dunque che stanno nascoste dietro il simulacro della famosa scrofa milanese. Nell'antichità il simbolismo del cinghiale ha sempre espresso positività, forse richiamandosi a quella autorità spirituale che i celti legavano alla sua immagine. Il pittore grafico tedesco Albrecht Durer arrivò a immaginarsi una natività col cinghiale e al posto dei tradizionali bue e asinelle. Tracce di sopravvivenza celtiche legate ai suini si rintracciono ancora qua e là in alcune parlate lombarde. Un esempio fra tanti nel dialetto dei paesi della Valassina, oggi in provincia di Como, da sempre diocesi ambrosiana e un tempo parte del cosiddetto contado milanese, il maschio del maiale veniva chiamato John. Ora, dalla mitologia celtica prendiamo che tra le varie divinità venerate una delle più importanti era il dio Lug, il quale aveva per simbolo proprio il cinghiale. Il padre di Lug era Chan e ferito a morte e prima di morire nel tentativo di sfuggire i suoi assassini, Chan si era trasformato in maiale. Per questo, come tale, spesso egli veniva venerato incarnandosi e con confondendosi col suino, tanto da diventare sinonimo. Da Chan a Chon il viaggio deve essere stato assai breve. Se il cinghiale era sacro per i celti, non per questo veniva da loro disdegnato come cibo, anzi tutt'altro. Anche i celti, infatti, lo ricercavano per la ricchezza delle carni e lo cacciavano in vere battute, durante le quali venivano usate le picche. armi bianche costituite da robuste aste di legno da 3 m culminanti in grande punte di ferro a guzzo. Durante queste battute di caccia venivano usati i famosi cani dei celti, forti, ferocissimi e assaibili nell'inseguire e bloccare cinghiali e lupi, capaci di uccidere da soli cervi e tori. Nella caccia del cinghiale venivano usati perché con la loro ferocia stanassero e bloccassero l'animale inseguito, dopodiché l'uccisione dello stesso era compito esclusivo dei cacciatori, altrettanto abili e forti quanto i cani. Tornando direttamente alla scrofa semilanuta, responsabile per la leggenda della fondazione di Milano, abbiamo detto che la sua storia comincia a essere testimoniata nel quarto secolo dopo Cristo. Sant'Ambrogio stesso, nato e morto in questo secolo fece riferimento alla scrofa scrivendo deriva Milano il suo nome dal cinghiale che per metà nuto, si dice fosse stato trovato nel gettare le fondamenta della città.
 
 
 
PE-n1361-simbolismo-cinghiale.mm - Discuss Simbolismo cinghiale.
 
Il simbolismo del cinghiale (e del suino in generale) riveste un ruolo estremamente significativo, specialmente nel contesto celtico, ed è strettamente collegato alla leggenda della fondazione di Milano (Mediolanum).
 
Il Ruolo Sacro e Religioso nella Cultura Celtica
Nelle terre dell'antica Europa legate alla presenza celtica, i cinghiali e i maiali erano ritenuti animali sacri. Nella simbologia dei Celti, questi animali occupavano un ruolo molto importante.
Il valore altamente religioso di queste simbologie è comprovato dalle numerose sculture in pietra e in bronzo rappresentanti cinghiali, ritrovate in diverse aree del continente. Questa positività associata al cinghiale nell'antichità potrebbe richiamarsi all'autorità spirituale che i Celti legavano alla sua immagine.
 
Cinghiale come Simbolo di Classe e Divinità
Il cinghiale in lingua celtica veniva chiamato Moccos. Esso era per i Celti un simbolo della classe sacerdotale.
Sembra che il cinghiale si opponesse all'orso (Artios), il quale era invece il simbolo della classe guerriera e dell'autorità temporale. Tuttavia, altre fonti suggeriscono che il cinghiale fosse anche una delle varie insegne guerresche dei Celti.
Nelle leggende celtiche, il mitico cinghiale bianco compare spesso accanto agli eroi. Ad esempio, Re Artù ne uccide uno dopo una lotta durata nove giorni e nove notti, un atto che simboleggia l'antagonismo tra potere spirituale e potere temporale.
Inoltre, il cinghiale era il simbolo di Lug, una delle divinità più importanti venerate nella mitologia celtica. Il padre di Lug, Chan, si trasformò in un maiale prima di morire, e per questo, egli veniva spesso venerato confondendosi con il suino, tanto da diventarne sinonimo (da Chan a Chon, come rintracciato in alcune parlate lombarde).
 
Funzione Rituale e Funeraria
Il cinghiale, spesso confuso con il porco selvatico, rivestiva un ruolo essenziale nei riti celtici:
1. Cibo Sacrificale: Costituiva il cibo sacrificale per la festa di Samain (tempo sacro che connette il mondo dei vivi con quello dei defunti), celebrata dai Celti e dai popoli a loro assoggettati.
2. Viatico Funerario: Carni di cinghiale venivano deposte nelle tombe accanto alle salme dei defunti, affinché questi potessero trarne sostentamento durante il lungo viaggio nell'aldilà.
Nonostante fosse considerato sacro, i Celti non disdegnavano il cinghiale come cibo; al contrario, lo ricercavano e lo cacciavano per la ricchezza delle sue carni.
 
Il Simbolo nella Fondazione di Milano
La scelta del cinghiale come simbolo dei primi milanesi (i Celti) non doveva essere casuale, dato il suo profondo significato.
• La Scrofa Semilanuta: La leggenda della fondazione di Mediolanum ad opera di Belloveso si concentra sulla scrofa semilanuta (sus scrofa, mediolaneum, semilanuta) il cui ritrovamento avrebbe dato il nome alla città.
• Testimonianze Tarde: Sant'Ambrogio stesso, nel IV secolo, fece riferimento a questa tradizione scrivendo che Milano derivava il suo nome dal cinghiale che per metà nuto si dice fosse stato trovato durante la gettata delle fondamenta.
 
Parallelismi nel Mondo Antico
Lo stretto legame tra un suino e la fondazione di una nuova città non era esclusivo della nascita leggendaria di Milano. Tale simbolismo ricorreva anche in altri miti dell'antichità:
• La città di Efeso, secondo la mitologia classica, fu fondata sul luogo dove venne ucciso un cinghiale.
• Enea sacrificò una scrofa (di cinghiale o porco selvatico) con i suoi porcellini sul luogo dove sarebbe sorta Lavinium.
• Il figlio di Enea, Ascanio, avrebbe chiamato la città da lui fondata, Alba Longa, dal nome di una scrofa bianca come l'alba. Queste informazioni sono presenti anche nei libri terzo e ottavo dell'Eneide di Virgilio.
 
 
 
 
 
 
PE-n1362-scrofa-semilanuta .mm - Discussione: Animali sacri.
 
Il concetto di "Animali Sacri" nelle fonti fornite è strettamente legato alla simbologia del cinghiale e del maiale nel contesto della cultura celtica e della leggenda della fondazione di Milano.
I cinghiali e i maiali erano considerati animali sacri in tutte le terre dell'antica Europa legate alle presenze celtiche, e occupavano un ruolo molto importante nella loro simbologia.
 
Il Valore Religioso del Cinghiale Celtico
Il valore altamente religioso di queste simbologie è comprovato dalle numerose sculture in pietra e in bronzo rappresentanti cinghiali che sono state ritrovate in diverse aree del continente.
Il cinghiale, chiamato Moccos in lingua celtica, era per i Celti un simbolo della classe sacerdotale. Sembra che esso si opponesse all'orso (Artios), che era invece il simbolo della classe guerriera e dell'autorità temporale. Altre fonti, tuttavia, indicano che il cinghiale fosse anche una delle varie insegne guerresche dei Celti.
Nell'antichità, il simbolismo del cinghiale ha sempre espresso positività, richiamandosi forse all'autorità spirituale che i Celti legavano alla sua immagine.
 
Il Cinghiale nella Mitologia e nelle Divinità
Nella mitologia celtica, il cinghiale è strettamente associato a importanti divinità:
1. Dio Lug: Il cinghiale era il simbolo proprio di Lug, una delle divinità più importanti venerate nella mitologia celtica.
2. Chan: Il padre di Lug, Chan, si trasformò in maiale prima di morire, nel tentativo di sfuggire ai suoi assassini. Per questo motivo, Chan veniva spesso venerato confondendosi e incarnandosi con il suino, tanto da diventarne sinonimo (come testimoniato, per esempio, dalla parola Chon rintracciata in alcune parlate lombarde).
In molte leggende celtiche, il mitico cinghiale bianco compare al fianco degli eroi. Un esempio è Re Artù, che ne ucciderà uno dopo una lotta durata nove giorni e nove notti, simboleggiando l'antagonismo tra potere spirituale e potere temporale.
 
Funzioni Rituali e Funerarie
Nonostante fosse considerato sacro, i Celti ricercavano e cacciavano il cinghiale per la ricchezza delle sue carni. Inoltre, il suino aveva ruoli cruciali nei riti:
• Cibo Sacrificale: Il cinghiale, assieme al porco selvatico (con il quale era spesso confuso), costituiva il cibo sacrificale per la festa di Samain, un tempo sacro per i Celti e i popoli a loro assoggettati, che fungeva da collegamento tra il mondo dei vivi e quello dei defunti.
• Viatico Funerario: Carni di cinghiale venivano anche deposte nelle tombe accanto alle salme dei defunti, affinché questi ne traessero sostentamento nel lungo viaggio nell'aldilà. (Analogamente, i cenci venivano deposti presso le tombe dei romani come viatico).
Il Simbolo Animale nella Fondazione di Città
La scelta del cinghiale come simbolo dei primi milanesi (i Celti) non deve essere considerata casuale, dato il suo profondo significato. La leggenda della fondazione di Mediolanum da parte di Belloveso si basa infatti sul ritrovamento della scrofa semilanuta (Sus scrofa, mediolaneum, semilanuta), che diede il nome alla città. Sant'Ambrogio stesso nel IV secolo scrisse che Milano deriva il suo nome dal cinghiale che per metà nuto si dice fosse stato trovato durante la gettata delle fondamenta.
 
Il legame stretto tra un suino e la fondazione di una nuova città non era un fenomeno isolato nei miti dell'antichità:
• Efeso: Secondo la mitologia classica, fu fondata sul luogo dove venne ucciso un cinghiale.
• Lavinium: Enea sacrificò una scrofa di cinghiale o di porco selvatico con i suoi porcellini sul luogo dove sarebbe sorta Lavinium, l'antica città del Lazio.
• Alba Longa: Il figlio di Enea, Ascanio, chiamò la città da lui fondata, Alba Longa, dal nome di una scrofa bianca come l'alba. Di ciò si trova informazione anche nei libri terzo e ottavo dell'Eneide di Virgilio
 
 
 
 
 
 
PE-n1363-scrofa-semilanuta .mm - Il brano esplora la leggenda della scrofa semilanuta come presunto fondamento della città di Milano, citando numerosi autori latini e storici che perpetuarono questo mito etimologico.
 
Il brano esplora la leggenda della scrofa semilanuta come presunto fondamento della città di Milano, citando numerosi autori latini e storici che perpetuarono questo mito etimologico. Poeti come Claudio Claudiano e Sidonio Apollinare, e successivamente il vescovo San Dazio, fecero riferimento all'animale per spiegare il nome Mediolanum, suggerendo che derivasse dal ritrovamento di una scrofa ricoperta per metà di lana. Nonostante la tradizione sia stata tramandata e persino consacrata dagli eruditi, l'analisi critica ne evidenzia l'infondatezza, poiché il fondatore celtico Belloveso non parlava latino. Tuttavia, la presenza massiccia di cinghiali e suini nella zona, attestata da storici come Polibio e Strabone, suggerisce che la scrofa potesse simboleggiare la ricchezza e l'abbondanza locale, in particolare il fiorente mercato della lana, connettendo anche l'animale a leggende medievali lombarde e richiamando infine una possibile connessione con le antiche mura difensive celtiche fatte di biancospino, il cui ricordo si crede sia conservato nel nome della via degli Andegari. - th1616-milano-leggende-01-5.mp3
 
 
 
 
 
 
PE-n1364-scrofa-semilanuta-xxxx.mm - Milano, la leggenda della scrofa semilanuta, ovvero la fondazione di Milano.
 
Due letterati latini citarono la scrofa medioanea nei loro versi, il poeta Claudio Claudiano e lo scrittore Sidonio Apollinare. Il primo poeta della Corte Imperiale Milanese nel 398 aveva composto un epitalamio in onore delle nozze celebrate proprio a Milano tra l'imperatore Onorio e Maria, figlia del generale Stilicone. Nei suoi versi si riferiva a Milano e accennava alle mura dei galli edificate che ostentano pelle di lanuta scrofa. Interpretando le Veramente questi versi verrebbe da pensare che la pelle e la nuta scrofa venisse sbandierata in cima alle mura come un vessillo, quasi come una bandiera. E a questo proposito medita un cenno quel che scrive non si sa in base a quale fondamento, lo storico Pietro Grazioli, 1700-1753, bolognese di nascita di nascita milanese d'ado adzione alle scuolevolte di Milano. Nella sua opera de Pracaris Mediolani aidific edita a Milano nel 1735 e gli scrive che dopo che Milano fu conquistata da Roma, i milanesi combattendo negli eserciti romani avevano sempre con sé Vexilla Semilanuta, il ricordo delle loro origini. Mezzo secolo dopo i di Claudiano di Claudio Claudiano Sidonio Apollinare nelle lettere là dove lodava le belle città dell'Impero inneggiava Milano. Quale la Nigera dei sue nome Nabet, ovvero quella che trae il suo nome dalla nuta scrofa e sempre Sidonia Polinare nelle sue origini citava chiaramente detta Mediolanum perché si dice venisse trovata una scrofa semilanuta. Anche Sandazio, vescovo di Milano, vissuto nel V secolo, ricordava la storia della scrofa scrivendo nei suoi anales dati detti anche da Tiana storia, alla potente città di Milano aveva dato il nome una scrofa con tergo semicoperto di lanosa pelle. Ad essa di notte i boschi vicini davano rifugio e i Isidoro di Siviglia nel 560, famoso dottore della Chiesa, le cui opere quasi enciclopediche costituirono la fonte per molti scrittori medievali nel De Originibus 15 I scriveva: "Fu detto Milano perché si narra che fosse Ivi stata trovata una scrofa per metà coperta di lana e la leggenda della scrofa si era così formata alla sua misteriosa simbolica figura, come scrisse sempre Emilio Gallin nel 1920, e prese corpo e atteggiamento e vita. Il popolo le crede, i poeti la fanno propria e la cantano nei loro versi. Poi gli storici la narrano sempre con sempre più particolari dettagli. Si fa storia, è la stessa e vive allora un eroe belloveso. Vivono i sette savi i suoi ottimati. Sono essi e fondarono la città e imposero quel nome. Finalmente sopraggiungono gli eruditi che fissano questa leggenda, così sviluppatasi nei loro libri di etimologia e la consacrano come scienza.
 
 
Parte2
La leggenda della scrofa trova però in sé stessa tutti gli elementi della propria infondatezza. Belloveso al suo arrivo a Milano, non parlava latino. e non poteva dare alla città fondata il nome in una lingua che gli era sconosciuta e che in quella regione, abitata da popoli non latini non era ancora parlata. Ma per secoli, ignorando ogni logica, la scrofa Marmorea dall'alto dell'arco del Palazzo di Piazza dei Mercanti ha continuato a raccontare la sua leggenda, subito diventata cara milanesi. Certo, al di là di ogni considerazione di carattere culturale. Bisogna anche pensare che il cinghiale porc Singal, il milanese antico Purichel Sinal, oppure Sinal in antico Brianzolo e il porco selvatico, dovevano essere per Milano i suoi dintorni presenze molte familiari. Le campagne ricche di acque copiose che circondavano la città pare ne fossero letteralmente infestate e così anche le f brughiere piene di serve e di querce negli immediati contorni cittadini. E di queste presenze davvero numerose fa ampio cenno in una sua cronaca lo storico greco polibio 2011-118 aC. Egli durante il suo lungo soggiorno in Italia in un viaggio nella Valle Padana restò molto colpito e riferì la notizia come una cosa veramente insolita. E attorno a Milano poi pare che le presenze dei cinghiari da lui visti si facessero ancora più numerose. Così la scrofa semilanuta potrebbe essere collegata anche al gran numero dei porci esistenti in questa zona. Tutte queste bestie volevano dire ovviamente ricchezza di carni e lo storico, il geografo greco Strabone 63.C. e 20 dC nella sua geografia universale nei libri quinto e quarto dedicati all'Italia ricord ricorda gli insaccati che erano la vera specialità nel dentorni Milano. A proposito del granuro di sui nella campagna milanese, non bisogna dimenticare che nel corso dei secoli non sono mancati scrittori e storici che hanno voluto vedere nella scrofa semilanuta milanese significati e valenze diverse da quelle indicate nella tradizione. ufficiali.
 
 
Parte3
 
Così i sostenitori di differenti opinioni vorrebbero che l'alto rilievo della scrofa fosse stato esposto, non a caso sotto il portico dei mercanti, importante luogo di commercio, doveva solo rappresentare il simbolo della ricchezza delle mandrie e del fiorente mercato di lana della città di Milano in epoca medievale. I miti dell'antichità che avevano fatto del cinghiale una figura altamente simbolica lasceranno in eredità della bestia possente anche per tutto il Medioevo una certa nomea di leggenda, cosiché il cinghiale appare anche tra i vari altri racconti leggendari lombardi. Ciò oltre a ribadire ancora una volta la sua massiccia presenza in loco, lega e lega la sua figura a un tempo che assume per noi dei connotati magici e favoris. Sarà un cinghiale sotto le cui setole si nasconde Satana a portare il principe Longobaldo ad Elchi, sul posto dove suo padre, re desiderio, fonderà la bellissima basilica di San Pietro al Monte, sopra civate, non lontano da Lecco. E altri due enormi cinghiari infuriati, sempre animati da forze demoniache, spingeranno i santi fratelli milanesi Aimo e Vermondo Corio da Brughiere di Tolbigo fino alla Brianza, proprio nel luogo dove fonderanno il convento di San Vittore e il paese di Meda. Dal giorno in cui Belloveso scoprì la scrofa, intenta pascolare laddove oggi sta il cuore di Milano, l'oscuro villaggio celtico lentamente crebbe e prosperò sempre di più. Ma nel 222 aC, anno del quale, come ci ha detto, le truppe dei consoli Marcello e Cornelio Scipione conquistarono Mediolanum e fondarono la loro colonia in nome di Roma. Le cose stavano ancora quasi come ai tempi di Belloveso ed è ed è la scrofa della leggenda, la quale leggenda assicura che quando arrivarono in vista della città i due consoli la trovarono circondata da un'insolita cinta di mura, non fatta di pietre su pietre né di mattoni, ma solo da una grande e fiorentissima siepie di Biancospino, essenza sacra ai miti celtici. Pare che nella lingua celtica biancospino si dicesse Andeg. Ci fu chi sostenne che delle primissime mura di Milano sia rimasto il ricordo nel tempo e ancora oggi in una delle più antiche vie della città, la via degli Andegari, accanto al teatro da Scala tra via di via Manzoni e questa via altro non sarebbe che una piccola parte del leggendario tracciato della siepe fiorita dai Celti.
 
 
 
PE-n1365-simbolo-riccezza.mm - Discussione: Simbolo ricchezza.
 
Il simbolo della ricchezza è un tema strettamente collegato alla presenza abbondante degli animali da pascolo, in particolare suini e cinghiali, nella zona di Milano, e all'interpretazione successiva della leggenda della scrofa semilanuta in un contesto mercantile.
 
Ricchezza Derivante dall'Abbondanza Animale
Le numerose presenze di cinghiali e porci selvatici nei dintorni di Milano erano considerate un elemento di notevole ricchezza per la regione.
• Le campagne che circondavano la città, ricche di acque copiose, e le brughiere piene di felci e querce negli immediati contorni cittadini, pare ne fossero letteralmente infestate.
• Questa grande quantità di bestie significava, ovviamente, ricchezza di carni.
Lo storico e geografo greco Strabone (vissuto tra il 63 a.C. e il 20 d.C.), nella sua Geografia Universale, ricordava gli insaccati (salumi) che erano considerati una vera specialità nei dintorni di Milano. Anche lo storico greco Polibio (201-118 a.C.), durante un soggiorno nella Valle Padana, restò molto colpito dall'insolita abbondanza di cinghiali che vide, in particolare attorno a Milano.
 
La Scrofa come Simbolo Mercantile
Nel corso dei secoli, alcuni scrittori e storici hanno voluto attribuire alla scrofa semilanuta milanese significati e valenze diverse da quelle della tradizione ufficiale di fondazione.
In questa ottica alternativa, la scrofa divenne un esplicito simbolo di prosperità economica:
1. Luogo di Esposizione: I sostenitori di queste differenti opinioni ritenevano che l'alto rilievo della scrofa fosse stato esposto, non a caso, sotto il portico dei mercanti.
2. Valore Commerciale: Poiché il portico dei mercanti era un importante luogo di commercio, l'immagine della scrofa doveva rappresentare il simbolo della ricchezza delle mandrie.
3. Il Mercato della Lana: Inoltre, la scrofa, descritta come "lanuta" o "semilanuta", era vista come il simbolo del fiorente mercato di lana della città di Milano in epoca medievale.
 
 
---------------------------------------------------
 
 
PE-1300-8
 
PE-n1366-aggressione-verbale.mm - Aggressione su un treno svizzero: cosa fare se qualcuno ti minaccia
 
Il video analizzato documenta un’aggressione verbale su un treno svizzero ai danni di una famiglia ucraina con cittadinanza svizzera da parte di un individuo russo-lettone, spinto da odio e un presunto senso di superiorità. L'obiettivo principale del video è educativo e informativo, illustrando le strategie legali e pratiche per gestire tali episodi di intolleranza e minacce, come mantenere la calma, documentare l'accaduto e chiamare immediatamente le autorità per garantire la sicurezza. L'analisi sottolinea l'importanza di allontanarsi dal pericolo, se possibile, e mette in luce come l'aggressore mostri un'arroganza radicata nella propaganda, arrivando a minacciare fisicamente la famiglia, compresi i bambini, un comportamento che in Italia integrerebbe il reato di violenza privata. Infine, viene discussa la particolare normativa svizzera sulla legittima difesa, che sanziona la partecipazione allo scontro anche da parte della vittima se non si ritira in sicurezza.
 
PE-n1367-aggressione-verbale.mm - Aggressione su un treno svizzero: cosa fare se qualcuno ti minaccia
 
ok ragazzi il video che state per vedere mostra una discussione realmente avvenuta su un treno in Svizzera non vedrete scene di violenza fisica ma solo un confronto verbale come sempre lo scopo di questo video è educativo ed informativo cerchiamo di capire come reagire a un episodio di intolleranza oppure a un'aggressione inizialmente soltanto verbale ed evitare il peggio e come impone la legge europea il volto dell'aggressore è stato rimosso per tutelare la sua privacy perché in Europa anche i gargena che minacciano donne e bambini e godono nel bippicidio hanno i loro diritti ok ragazzi immaginatevi di essere in Svizzera su un treno svizzero e di farvi gli affari vostri con vostra moglie e i vostri figli di cui almeno uno molto piccolo che sta in braccio a sua madre che incidentalmente come ripeto è anche vostra moglie ebbene a questo punto quando venite aggrediti e minacciati prima verbalmente poi fisicamente da qualcuno che non gradisce la lingua italiana che cosa potrà mai andare storto in realtà voi e la vostra famiglia non siete esattamente italiani italiani italiani quello era per farvi immedesimare nella situazione in realtà il video che stiamo per analizzare riguarda una famiglia ura aggredita primaverbalmente poi fisicamente da un tizio che non è esattamente uno straniero generico ma è un russo cresciuto in Lettonia e poi trasferitosi in Svizzera per lavorare secondo la ricostruzione della famiglia uccraina questo tizio sentendo parlare uino ha iniziato a dare in escandescenze e naturalmente dopo le prime offese minacce la mamma ucraina ha ripreso l'accaduto il video in lingua originale ripreso da molti mass media del centro Europa dura circa 5 minuti e mezzo ed è in lingua russa io mi sono preso la libertà di doppiarlo in italiano utilizzando AGEN servizio per il quale pago regolarmente un abbonamento mensile grazie ai vostri contributi al fine di potermi concentrare sulle questioni sociali e giuridiche relative per l'appunto all'accaduto tutto ciò premesso diamoci dentro va bene chiedi scusa che farai non sei seduto in trincea eh sono uno svizzero prima regola di fronte a una persona verbalmente aggressiva che in questo caso pretende le scuse dall'interlocutore perché questi non è intrincea a massacrare i suoi connazionali mantenete sempre la calma questo padre uraino che tra l'altro è anche giovane è particolarmente bravo perché non si agita e risponde "Ho la cittadinanza svizzera o "Sono svizzero" cerca di disinnescare purtroppo per lui senza successo la spirale aggressiva attivata dal russo ecco guarda guarda sta registrando toglilo cancella elimina meglio questo video prima che finisca male per te è male a distanza di 5 secondi dal primo insulto arriva anche la prima minaccia in realtà la donna fa benissimo a registrare l'aggressione verbale perché ovviamente in questo modo si precostituisce una fonte di prova ricordatevi quando potete farlo in sicurezza documentate quello che sta avvenendo è importante farlo quando potete farlo in sicurezza non sempre comunque a ogni costo quando siete in posizione sicura vale certamente la pena farlo e precostituirsi una prova o una fonte di prova tenete presente che quelle che ho indicato sono solo due delle quattro regole per gestire al meglio una situazione del genere e più precisamente sono la terza e la quarta regola le prime due regole ben più importanti sono rispettivamente allontanarsi quanto prima quando lo si può fare in condizioni di sicurezza e chiamare immediatamente l'autorità non appena si è in condizione di sicurezza per farlo sì userò la parola sicurezza tante volte quante sono le minacce gli insulti e gli improperi pronunciati dall'aggressore perché la sicurezza è tremendamente importante e a questo proposito annotatevi il fatto che la famiglia uccraina non si sposta e non si allontana dal luogo dell'aggressione in parte questo può essere dovuto al fatto che la famiglia non può spostarsi in sicurezza tutto sommato siamo in un treno c'è un corridoio molto stretto per andarsene il capofamiglia dovrebbe uscire dal sedile per primo lasciando esposti la madre la moglie la compagna con i figli e questo potrebbe non essere il massimo d'altro canto magari semplicemente questo ragazzo ura/ svizzero molto banalmente non ritiene opportuno cedere il terreno a russo rispecchiando a pieno diritto la dinamica fra stati però ripeto annotatevi questo dettaglio perché in futuro ci tornerà utile e dovremo anche discuterci che portiere sei mostrami il tuo passaporto svizzero sono un portiere bene chi stai bene ora non voglio assolutamente generalizzare perché naturalmente esistono anche russi ben educati che vivono tra di noi si pensi per esempio alla comunità dei russi liberi che si trovano in Europa virtualmente in esilio perché nella Grande Madre Patria sarebbero perseguitati ma qui ci vedo molta molta arroganza derivante dalla propaganda russa e da 2030 anni di putinesimo qualche tempo addietro abbiamo pubblicato i risultati di un sondaggio effettuato da alcune testate russe in base alle quali il 70% dei russi crede di essere superiore rispetto alle altre nazionalità ma alla domanda perché pensi che essere russo ti renda migliore nessuno è stato in grado di dare una risposta di senso compiuto fatto è che la vere cittadinanza russa non ti conferisce il diritto di vedere i passaporti altrui o mettere in dubbio le cittadinanze altrui al contrario un comportamento del genere attraverso il quale usi violenza sebbene solo verbale e minaccia per poter controllare il passaporto o i dati del tuo interlocutore integrerebbe in Italia il reato di violenza privata che non è esattamente uno scherzo deo che razza diere sei questa è una schifezza una cosa dannata e vergognosa uscite di qui fuori da questo vagone così che nessuno vi veda chiaro e naturalmente sempre in Italia anche la pretesa di far uscire dal vagone la famiglia in questo caso uccraina integra gli estremi della violenza privata perché per l'appunto l'istanza detto fra virgolette è accompagnata dalla violenza verbale e come vedremo da altre minacce fatto sta che al posto del suo interlocutore io ne avrei approfittato per allontanarmi dalla fonte immediata di pericolo e poi non appena arrivato in un altro vagone avrei immediatamente chiamato la polizia oltretutto ragazzi vi ricordo che sui treni sono presenti dei sistemi di sicurezza sui treni svizzeri se non sbaglio dovrebbe esserci anche l'allarme per chiamare il capotreno su quelli italiani non ci metto la mano sul fuoco perché io principalmente uso la linea Milano Mortara che ha in dotazione ancora dei treni risalenti agli anni 80 se va bene ricordatevi che la priorità è mettere in sicurezza voi e i vostri familiari quindi anche se i posti fossero numerati uscite subito dopo contattate il capotreno e spiegate quello che sta succedendo tra l'altro la vostra compagna o moglie ha registrato l'episodio quindi nessuno vi può contestare niente per il fatto di esservi spostati chiaro o ti dico che ti beccherai un casino all'uscita al 100% che c'è non ci credi l'aggressore non solo è convinto per qualche misteriosa ragione probabilmente per via della nazionalità o della lingua parlata al suo interlocutore di essere in presenza di un immigrato illegale in Svizzera ma addirittura pensa di poter dettare legge in Svizzera perché te ne stai seduto lì esci di qui esci con la tua famiglia prima che tuo figlio si faccia male il russo cresciuto in Lettonia ha appena minacciato un bambino ora naturalmente come ripeto non sto dicendo che tutti i russi si comportano in questo modo ma se sventuratamente questa arroganza questo frainteso e malinteso e soprattutto immotivato senso di superiorità che arriva addirittura a minacciare la forza fisica fosse un tratto più o meno comune dettato dalla propaganda russa degli ultimi 30 anni dovreste anche comprendere i motivi per cui nei paesi baltici si cerca di rimpatriare tutti i russi che non hanno preso la cittadinanza non parlano letto né Esto né lituano e non si sono mai effettivamente integrati in quelle nazioni sostanzialmente l'idea di fondo è che persone come queste siano potenzialmente pericolose per chiunque anche su questo aspetto di questo particolare individuo torniamo fra poco hai capito traumi psicologici lena basta dove scendete a quale fermata e allora voglio parlare con te svizzero mostra il tuo passaporto svizzero lo ripeto per la seconda volta nessuno ha il dovere di interloquire con lui solo perché lui lo desidera lo mostrerà alla polizia chiamate la polizia mostrerà il passaporto svizzero alla polizia non a te ah che bella risposta bravo cosa volete la risposta è ineccepibile anche perché i poliziotti sono dei pubblici ufficiali possono vedere il documento vedono che la presenza di quella persona è regolare e l'incidente si chiude dare nelle mani il proprio passaporto la propria carta d'identità ad un tizio che manifesta un chiaro non solo disprezzo ma vero e proprio odio nei confronti di qualcun altro non è una mossa molto saggia detto fra parentesi per la privacy è sconsigliabile mostrare la faccia di questa persona che ne aggredisce altre e che a mio modesto parere rappresenta entro certi limiti un pericolo perché a quanto pare non è la prima volta che aggredisce altre persone figurarsi se tu devi dare a questo tizio i tuoi dati personali con il tuo nome cognome indirizzo di casa voglio che lei ora cancelli questo video e noi vi lasciamo in pace certo come no se cancelli il video distruggi le prove e poi il tizio continua esattamente come prima detto tra parentesi la cosa più saggia era alzarsi e andarsene abbandonare il vagone detto fra di noi voi potete registrare tutti i video che volete perché sostanzialmente la memoria del telefono è un prolungamento e un'estensione della vostra memoria l'importante è utilizzarli con criterio sostanzialmente se decidete di pubblicarli in Europa sfocate le immagini se naturalmente poi dovreste utilizzarli principalmente in sedi istituzionali tendenzialmente se andate in tribunale o dovete sporgere denuncia il video è utilissimo molto meno se pensate di pubblicarlo su novella 3000 anzi il mio suggerimento da legale è evitate di pubblicare i video a meno che non ci sia un evidente interesse pubblico alla pubblicazione e qui naturalmente le sfumature sono molteplici torneremo sull'argomento in altri video qui ci sono già le videocamere è tutto registrato non importa assolutamente nessun problema possiamo parlare in inglese senza alcun dubbio giusto o magari se preferisci possiamo anche parlare in alternativa in tedesco notate che il padre di famiglia segnala che comunque ci sono un mucchio di telecamere nel vagone e che quindi un comportamento aggressivo non dovrebbe pagare in nessun caso il problema è che l'interlocutore russo non è neanche secondo me in grado di rendersi conto di essere intorto è convinto di appartenere a un gruppo superiore e di poter fare tutto quello che vuole convinzione ovviamente errata al 110% dai meglio dirlo onestamente come stanno le cose non sei affatto uno svizzero sei solo un E giù di pregiudizio e insulti ecco tutto sì perché se adesso ci sarà qualche problema con me domani starà in trincendo te l'ho detto per qualche misteriosa ragione chi ci sfugge che non verrà mai spiegata all'interno del video questo tizio è convinto di essere in grado di poter fare il bullo e poi anche di cacciare o di far cacciare dalle autorità preposte le altre persone addirittura in questo caso è convinto di poter allontanare dalla Svizzera la famiglia di uccini e tra l'altro ragazzi noi li chiamiamo uccini ma tecnicamente parlando il ragazzo che sta subendo l'aggressione il padre di famiglia il giovane padre di famiglia dovrebbe avere anche la cittadinanza svizzera quindi di cosa stiamo parlando esattamente vai avvelena vaffanculo cazzo bastarda di merda chiaro ecco a te adesso ti filmo anch'io e giù insulti ad una donna che non aveva fatto assolutamente nulla fino a quel momento salvo documentare l'accaduto tra l'altro notate come dice "Adesso ti filmo anch'io" cioè in pratica lui sta filmando un'aggressione che sta perpetrando non è molto intelligente oppure ancora potremmo ritenere che il filmato abbia uno scopo diverso quello di registrare le immagini dei suoi interlocutori per poterne poi fare un uso improprio e ritorsivo ecco guardate cazzo guardate cazzo allora che cazzo hai da dire eh non parlo con te ma sei tu che mi hai appena minacciato segnalo sommessamente che non c'è stata alcuna minaccia eh il russo se lo sta letteralmente inventando ecco insomma questa bestia dell'ovest mi sta minacciando tecnicamente se in Italia dovesse diffondere il video basato tra l'altro su una calunnia intesa in senso a giiuridico perché giuridicamente parlando la calunnia si verifica quando denunci una persona sapendo che è innocente in questo caso sta starebbe perpetrando diffamazione perché al di là degli insulti registrati rivolti verso la persona e diffusi verso una moltitudine indefinita cioè il pubblico qui sta anche accusando quelle persone di averlo minacciato e di comportamenti illegali o quantomeno sconvenienti che non hanno mai tenuto basta si inquad e andatevene a chiaro fatto divertente la signora dovrebbe cancellare il video con le minacce ma il tizio il suo piccolo video se lo tiene ben stretto per ora vi sto solo avvertendo altrimenti non so dove finirete quando uscirete posso anche chiamarvi e giù di prospettazioni di eventi brutti cattivi e puzzoni è più forte di lui è fatto così e tra l'altro ragazzi lo dico più o meno con cognizione di causa perché dovete sapere che a seguito di questo incidente che nell'Est Europa ha avuto molto molto spazio si sono attivate alcune agenzie anche di open intelligence associazioni eccetera e sono riuscite apparentemente a identificare questo tizio parrebbe che questo tizio sia solito importunare gli uraini e non solo loro tra l'altro quindi potrebbe esserci o qualcosa di patologico oppure è decisamente per cioè o è decisamente pericoloso per scelta perché è pericoloso in tutti e due i casi come vedremo ma di questo parliamo fra un attimo siete fottuti anzi potrei anche romperti io stesso cazzo ma sì aggiungiamo altre minacce già che ci siamo facciamoci scappare una rissa io non lo so cosa che abbiamo fatto che hai perché hai contro i russi beh non per generalizzare ma dopo questa discussione che purtroppo sfocerà in aggressione una mezza idea per giustificare un'eventuale tenuta a distanza ce l'avrei battute a parte ricordo che non tutti i russi si comportano così nel caso specifico comunque eh l'Uraino non ha detto né fatto nulla sta letteralmente subendo da probabilmente 4 minuti e mezzo minacce di ogni tipo verso se stesso verso la sua signora tra l'altro anche con delle parolacce piuttosto colorite e soprattutto verso i suoi bambini io sono Russo noi vi ammazzeremo e vi finiremo fino alla fine te e tutti not che questo è letteralmente un discorso d'odio rivolto non solo verso persone adulte ma anche verso i bambini se una persona del genere dovesse comportarsi così in Italia io sinceramente chiederei la sua espulsione senza e senza ma dopo naturalmente averla fatta processare verosimilmente condannare per violazione della legge chiaramente tutto finito uscite da qui ve lo dico per il vostro bene vi avverto questo è l'ultimo sentimento a questo punto è più o meno chiaro ed evidente che cosa accadrà fra qualche minuto perché la famiglia uccraina non si sposterà di lì altrimenti ti prendo a calcio non me ne frega niente non capiscono tranne il tu nessuno capiscono che urlate noi normali il padre uccraino chiede di smetterla per garantire la tranquillità dei bambini ma ovviamente il russo è inarrestabile i bambini non capiscono tranne quello ucraino che quindi secondo i suoi parametri è più intelligente degli altri di cosa stai parlando perché mi parli in russo e lei è la tua fottuta moglie fottuta moglie uno non può fare un cazzo di niente non credo che la biputa moglie abbia intenzione di fare qualcosa molto banalmente vorrebbe spostarsi con la sua famiglia da un punto A a un punto B in tranquillità senza essere insultata minacciata e senza vedere il marito aggredito chi sei qui perché non sei lì seduto con i ragazzi un che stai facendo questa sinceramente non l'ho capita da altre inquadrature si vede perfettamente che il suo interlocutore è regolarmente seduto allo scomparto quindi o è una famiglia numerosa per cui ci sono altri bambini e ragazzini davanti o dietro oppure potrebbe esserci un equivoco un errore di traduzione e i miei ragazzi sono seduti a scopare nelle tricette sì e qui i doppi sensi e le battute potrebbero sprecarsi ora premesso che rispetto la privacy e le scelte personali dei soldati russi che sono liberi di scopare nelle trincee con chi vogliono io non ci metto becco non sono assolutamente di mentalità chiusa sono affari loro semplicemente preferisco non saperlo ok premesso questo lui è russo lettone com'è possibile che i suoi ragazzi siano nelle trincee non è che per caso in Lettonia c'è anche una comunità di russi che non si sono mai integrati tifano Russia e non vedono l'ora di fare la guerra all'Ucraina prima e all'Occidente dopo perché io ci scherzo su ma guardate che questo problema di infiltrazione per i paesi baltici è serissimo cosa ti prende quanti anni hai non dovrebbe interessarti non ho tempo per Porca miseria non so se avete contato gli insulti ma ragionevolmente siamo sopra i 35 insulti meno di 5 minuti basta con questo questa è una parola intelligente e figurati se si ferma ascolta sei intelligente l'hai affrontato in modo poco intelligente perché hai iniziato a discutere perché perché spariamo a gente come te not che qui l'intento discriminatorio e anzi l'odio nei confronti di un'altra etnia è evidente lo ammette lo dice chiaramente perché ha iniziato a discutere perché a quelli come te spariamo e ovviamente non si sta riferendo alla sua fede calcistica vedi sei venuto qui vivi qui con i sussidi non fai niente qui sì cosa fai lavori no non voglio continuare il dialogo con te e giuri i luoghi comuni al di là del fatto che se questa famiglia fosse comunque una famiglia di profughi la causa sarebbe da ricercare nel putinismo e in tutti coloro che l'hanno appoggiato tra l'altro seguendo un'invasione che ha causato più di 1.ion.000 fila perdite solo fra le file rosse questa persona cita solo ed esclusivamente luoghi comuni non sa assolutamente nulla della famiglia che ha di fronte però la giudica alla luce della sua sprezzante e malintesa superiorità presunta superiorità sottolineato e due volte ed evidenziato in tre colori diversi ovviamente non ha alcun diritto di chiedere informazioni e giustamente l'interlocutore gli dice "Non voglio parlare con te" tecnicamente queste sarebbero anche molestie non so se in Svizzera ci sia un reato equivalente ma in Italia sarebbe esattamente così lavori no lavori no tu sei riseduto fottutamente a rastrellare i fottuti soldi fottutamente dal lato in cui paghiamo le tasse ed eccolo lì a insultare certo verrebbe da rispondergli guarda che se Vladimir Putin non avesse invaso l'Ucraina lui sarebbe tranquillamente a lavorare in Ucraina ma in realtà questo ragazzo ve lo anticipo è nato in Svizzera e ha anche la cittadinanza svizzera lui in Ucraina c'è stato ma non in modo continuativo in breve le condizioni sono le seguenti spegne subito il telefono e mette via questo sì il russo è particolarmente interessato alla distruzione delle fonti di prova l'abbiamo capito e ripeto parla di cancellare il video registrato contro di lui non quello che lui ha registrato su questa famiglia che lo cancelli davanti a me adesso quello che ha appena registrato in ogni caso la polizia arriverà quale il ragazzo ha già chiamato una volta la polizia e forse l'interlocutore preso dal suo raptus di contro gli uini illegali in Svizzera non se n'è reso conto che venga pure e che venga pure e a me cosa importa ecco io nei tuoi confronti ho un passaporto svizzero ora ovviamente la questione non riguarda tutti i russi tuttavia ho notato nel corso degli anni che un numero rilevante di loro è convinto che esista qualcosa tipo un potere insito nel passaporto eh questa gente crede che se hai un passaporto russo in primis ed eventualmente di un'altra nazione quel tuo passaporto valga molto di più quegli altri per cui stranamente se tu hai quei passaporti puoi dettare leggi in quelle nazioni a spese ovviamente dei più deboli o delle persone che hanno che so un permesso di soggiorno temporaneo a tempo indeterminato sono rifugiati eh politici oppure profughi di guerra sono convinti di poter dettare legge su tutti gli altri evidentemente queste persone che ripeto per fortuna non sono tutti russi ma purtroppo una discreta quantità sì ignorano il fatto che in Europa abbiamo tutti gli stessi diritti fondamentali ecco io non avrò problemi ma tu avrai problemi e anche tu e anche tu e anche tu tornerete a casa meglio che cancelli il video sì perché quando una persona con il passaporto russo incontra una persona con il passaporto uino in Svizzera per gli uini si mette male io sinceramente non so cosa dire cancella il video dai ma sì una birretta alle 10 del mattino è proprio quello che ci vuole per partire bene con la giornata no battute a parte nell'inquadratura non si vede ma di fianco anzi di fronte al russo c'è una donna che verosimilmente è sua moglie sua moglie tra le altre cose è nata a Odessa o non spiaccica una parola per tenere il coniuge sotto controllo ed evitare che consumi reati aestro sa noi siamo sempre stati con lei perché sta chiamando perché chi stai chiamando ecco dopo 5 minuti di insulti ha realizzato che sta arrivando davvero la polizia io non lo so stai chiamando la polizia sì allora ti sistemiamo noi ed ecco che tutta l'impalcatura filo legalitaria cade all'improvviso prima dice io chiamo la polizia ti faccio cacciare di qua e di là ma quando la polizia sta per arrivare realmente il russo sa perfettamente di aver consumato dei reati e quindi si gioca l'ultima carta che gli è rimasta la violenza fisica io non lo so che non ci credi o cosa senza toglilo il resto del video non posso mostrarvelo ma detto fra di noi a Russo non finisce benissimo è un pochino un remake di quello che è successo a Vladimir Putin con l'operazione militare speciale è partito per pestare l'altro e invece è stato gonfiato come una zampogna al punto che le autorità svizzere quando sono arrivate hanno sanzionato il padre di famiglia uraino perché si è difeso forse con troppa vemenza non abbiamo molti dati a riguardo e la cosa so che ad alcuni di noi potrà sembrare strana ma è perfettamente in linea con quanto prevedono le regole svizzere infatti all'articolo 133 del loro codice viene sanzionato chi prende parte a uno scontro anche reciproco di fatto per il codice e per le leggi svizzere tu non devi ingaggiare l'avversario non devi tenere il punto se puoi farlo in sicurezza ti devi ritirare devi evitare lo scontro e poi naturalmente chiami le forze dell'ordine voi direte "Ma che norma del bippo così vincono i teppisti ni eh lo scopo è quello di evitare gli scontri diretti responsabilizzando anche la vittima nel senso che tu devi fare quello che è possibile per evitare l'uso della violenza poi naturalmente anche gli svizzeri come gli italiani prevedono la legittima difesa e addirittura in caso di eccesso di legittima difesa ti vengono incontro quando sei in stato di shock o sei sotto l'effetto panico non puoi essere condannato o la pena viene enormemente ridotta sotto questo profilo sono un pochino avanti la vedono in maniera diversa sullo scontro la legittima difesa c'è ed è valida ma solo quando puoi non farne a meno eh se sei costretto a combattere allora la legittima difesa vale ma se puoi evitare il combattimento sono bimbi tuoi quindi quando leggerete la notizia che l'ucraino è stato multato a sua volta non prendetela troppo sul personale in Svizzera vigono delle regole leggermente differenti dalle nostre in secondo luogo la cosa allarmante è che l'aggressore russo sarebbe stato identificato da agenzie che si occupano di open intelligence probabilmente anche delle associazioni senza fine di lucro e parrebbe che questo tizio sia solito insultare minacciare altra gente principalmente uccraini ma non solo quindi magari questo episodio farà in modo che le autorità svizzere si interessino a lui e prendano i dovuti provvedimenti tenete presente come sempre che è molto importante denunciare questi abusi perché ragazzi se non li denunciate queste persone continueranno a fare esattamente le stesse cose con altre a mio modesto parere se le vittime di questo tizio l'avessero denunciato sempre comunque ovunque a quest'ora gli svizzeri lo avrebbero già allontanato a meno che naturalmente non sia cittadino svizzero e non possa perdere la cittadinanza però ragazzi ricordatevi quando vi trovate in una situazione di pericolo cercate sempre comunque di ritirarvi quando potete farlo con ragionevole sicurezza se dovete esporvi a più pericoli nella ritirata allora restate lì dove siete cercate subito dopo di chiamare le forze dell'ordine e naturalmente evitate l'escalation siate un pochino orsini non è una questione personale se invece la controparte vi aggredisce ricordatevi di difendervi naturalmente in modo proporzionale che poi tra l'altro ragazzi la parte divertente di questa storia è che il tizio ha fatto tutto da solo si sentiva ed era anche decisamente più grande e grosso rispetto alla persona aggredita e la persona aggredita però l'ha sistemato a dovere io ci vedo francamente lo specchio in piccolo dello scontro fra Russia e Ucraina e voi che cosa ne pensate di questa storia come sempre fatemelo sapere lasciando scritto qualcosa qui sotto se poi vi piacciono i miei video che sono oggettivamente piuttosto particolari ricordatevi premiare il canale iscrivetevi attivate la campanellina condividete il link con gli amici e naturalmente lasciate un mi piace grande grosso qui sotto nel caso in cui non facciate assolutamente nulla di tutto questo in un futuro alternativo remoto e decisamente eventuale potreste ritrovarvi a percorrere su una serie di treni regionali da Milano a Reggio Calabria un viaggio in treno lunghissimo e avrete di fianco esattamente quel russo appena cacciato dalla Svizzera io vi ho avvisati poi fate voi
 
PE-n1368-aggressione-verbale.mm - Discuss Aggressione verbale treno.
 
La discussione sull'Aggressione verbale avvenuta su un treno in Svizzera si basa sull'analisi di un video che documenta un confronto inizialmente solo verbale tra un aggressore e una famiglia. Lo scopo dell'analisi di questo video è educativo e informativo, mirando a comprendere come reagire a episodi di intolleranza o aggressione verbale per evitare che la situazione degeneri.
 
I Contendenti e il Contesto dell'Aggressione
L'episodio ha avuto luogo su un treno svizzero e ha coinvolto una famiglia ucraina—composta da padre, madre e figli, di cui almeno uno molto piccolo—e un uomo di nazionalità russa, cresciuto in Lettonia e trasferitosi in Svizzera per lavorare.
Il padre di famiglia ucraino, che tra l'altro risulta essere anche cittadino svizzero, stava parlando ucraino, un fatto che ha scatenato la reazione aggressiva del russo. L'aggressore ha iniziato a dare in escandescenze con offese e minacce, spingendo la madre ucraina a registrare l'accaduto.
 
La Natura dell'Aggressione e la Propaganda
L'aggressione verbale si è manifestata attraverso insulti, pregiudizi e tentativi di controllo. L'aggressore ha preteso le scuse dall'interlocutore, ha messo in dubbio la cittadinanza svizzera del padre, e ha richiesto di vedere il suo passaporto. Ha anche tentato di imporre alla famiglia di uscire dal vagone, definendo la loro presenza una "schifezza".
Nel corso dell'attacco, l'aggressore ha espresso un forte senso di superiorità, che, secondo l'analisi, potrebbe derivare dalla propaganda russa e da anni di "putinesimo", citando un sondaggio in cui il 70% dei russi crede di essere superiore ad altre nazionalità. L'uomo era convinto di poter "dettare legge in Svizzera" a spese di coloro che percepiva come più deboli.
 
Aspetti particolarmente gravi dell'aggressione includevano:
• La minaccia esplicita di violenza fisica ("ti beccherai un casino all'uscita al 100%").
• La minaccia diretta a un bambino: "prima che tuo figlio si faccia male".
• Linguaggio d'odio: L'aggressore ha rivolto discorsi d'odio verso l'intera etnia ucraina, affermando: "noi vi ammazzeremo e vi finiremo fino alla fine te e tutti".
• Accuse infondate: Ha tentato di giustificare il suo comportamento inventando che il padre di famiglia lo stesse minacciando.
 
La Risposta della Vittima e i Consigli Legali
Di fronte all'aggressore, la famiglia ha adottato alcune strategie cruciali, che riflettono i consigli per la gestione di tali situazioni:
1. Mantenere la calma: Il padre ucraino, pur essendo giovane, è stato "particolarmente bravo" a non agitarsi.
2. Documentazione: La madre ha fatto benissimo a registrare l'aggressione, precostituendosi una fonte di prova. In generale, è consigliabile documentare l'accaduto, ma solo quando è possibile farlo in sicurezza.
3. Rifiuto appropriato: Il padre ha risposto in modo ineccepibile alla richiesta di mostrare il passaporto, affermando che lo avrebbe mostrato solo alla polizia, in quanto pubblici ufficiali. Dare i propri dati personali a una persona che manifesta odio e disprezzo non è una mossa saggia.
4. Chiamare le autorità: Non appena si è in condizione di sicurezza, è fondamentale chiamare immediatamente le autorità. Il ragazzo aveva già chiamato la polizia. Sui treni svizzeri (e spesso anche su quelli italiani) sono presenti sistemi di sicurezza o allarmi per chiamare il capotreno.
L'esperto consiglia come priorità assoluta di allontanarsi quanto prima quando si può farlo in condizioni di sicurezza. Nel caso specifico, allontanarsi immediatamente dal vagone poteva essere difficile per il capofamiglia, poiché avrebbe lasciato esposti la moglie e i figli in un corridoio stretto. Tuttavia, se possibile, l'abbandono del vagone e la successiva chiamata alla polizia (anche se i posti sono numerati) è la mossa più sicura.
Tentare di far cancellare il video da parte dell'aggressore è un tentativo di distruggere le prove. L'esperto sottolinea che la registrazione su telefono è un'estensione della propria memoria, ma ne sconsiglia la pubblicazione, a meno che non vi sia un evidente interesse pubblico, e consiglia di sfocare i volti in Europa per rispettare la privacy, soprattutto se il video deve essere usato in sedi istituzionali o per sporgere denuncia.
 
Implicazioni Legali e Risvolti dell'Incidente
In Italia, la pretesa di chiedere i passaporti o di far uscire qualcuno dal vagone, accompagnata da violenza (anche solo verbale e minacce), integrerebbe il reato di violenza privata. L'aggressore che accusa falsamente la vittima di averlo minacciato, se diffonde il video, starebbe commettendo diffamazione.
Quando il russo ha realizzato che la polizia stava effettivamente arrivando (dopo circa 5 minuti di insulti), ha abbandonato la sua strategia legalitaria e ha giocato la sua "ultima carta: la violenza fisica".
Esito e Legge Svizzera: L'aggressione è sfociata in un conflitto fisico in cui il russo ha avuto la peggio. Tuttavia, le autorità svizzere hanno sanzionato anche il padre di famiglia ucraino. Questo perché la legge svizzera (Articolo 133 del Codice) sanziona chi prende parte a uno scontro anche reciproco. La normativa svizzera impone al cittadino di ritirarsi ed evitare lo scontro se può farlo in sicurezza, responsabilizzando anche la vittima. La legittima difesa è prevista, ma solo quando è strettamente necessaria, se non si può evitare il combattimento.
Infine, agenzie di open intelligence avrebbero identificato l'aggressore, il quale sembrerebbe essere solito importunare ucraini e altre persone, suggerendo che potrebbe trattarsi di un comportamento patologico o una scelta deliberatamente pericolosa. È fondamentale denunciare tali abusi affinché le autorità svizzere possano prendere provvedimenti.
 
PE-n1369-reazione-intolleranza.mm - Discuss Reazione a intolleranza.
 
La reazione a un episodio di intolleranza o aggressione verbale, come quella avvenuta su un treno svizzero, deve essere gestita con l'obiettivo primario di evitare che la situazione degeneri, garantendo la sicurezza propria e dei propri familiari.
L'analisi dell'incidente offre spunti educativi e informativi su come reagire efficacemente a episodi di aggressività e minaccia.
 
Regole Fondamentali per la Reazione a Intolleranza
L'esperto legale suggerisce quattro regole principali per gestire al meglio queste situazioni, dove la sicurezza è l'elemento cruciale:
1. Allontanarsi Immediatamente (Priorità Assoluta): La prima regola è allontanarsi quanto prima quando lo si può fare in condizioni di sicurezza. Questa è la mossa più sicura. Anche se i posti sul treno fossero numerati, è consigliabile uscire subito dal vagone per mettersi in sicurezza.
2. Chiamare Immediatamente le Autorità: Non appena ci si trova in una condizione di sicurezza per farlo, è fondamentale chiamare immediatamente le autorità. Sui treni, spesso sono presenti sistemi di sicurezza o allarmi per contattare il capotreno.
3. Mantenere la Calma: È essenziale non agitarsi. Nel caso specifico, il padre ucraino è stato "particolarmente bravo" a mantenere la calma nonostante le provocazioni e le pretese dell'aggressore di ottenere scuse.
4. Documentare l'Accaduto: Quando è possibile farlo in sicurezza, è importante documentare ciò che sta accadendo, precostituendosi una fonte di prova. La registrazione tramite telefono è considerata un'estensione della propria memoria.
 
Strategie di Risposta Efficaci
Durante l'aggressione verbale, i membri della famiglia ucraina hanno messo in atto reazioni specifiche che sono state ritenute appropriate:
• Documentazione Nonostante le Minacce: La madre ha fatto "benissimo a registrare l'aggressione verbale". L'aggressore, consapevole del valore probatorio, ha ripetutamente tentato di far cancellare il video, un chiaro tentativo di "distruggere le prove".
• Risposta Ineccepibile alle Richieste Illegittime: Di fronte alla richiesta arrogante del russo di vedere il passaporto svizzero, il padre ha risposto in modo "ineccepibile" affermando che lo avrebbe mostrato solo alla polizia, in quanto pubblici ufficiali. Dare i propri dati personali a un individuo che manifesta odio e disprezzo non è saggio.
 
L'Allontanamento e l'Escalation
Sebbene l'allontanamento sia la prima regola di sicurezza, non è sempre facile applicarla. Nel caso del treno, allontanarsi subito avrebbe potuto esporre la moglie e i figli in un corridoio stretto, il che non era considerato "il massimo" in termini di sicurezza. A volte, la vittima può anche decidere di non cedere terreno all'aggressore, riflettendo una dinamica di resistenza.
Purtroppo, dopo circa cinque minuti di insulti e minacce, quando l'aggressore ha realizzato che la polizia stava effettivamente arrivando (il padre aveva già chiamato le forze dell'ordine), ha abbandonato la strategia legalitaria e ha giocato la sua "ultima carta: la violenza fisica".
 
Implicazioni Legali della Reazione in Svizzera
Nel caso dell'aggressione sul treno, la reazione è sfociata in uno scontro fisico, nel quale il russo ha avuto la peggio. Tuttavia, le autorità svizzere hanno sanzionato anche il padre di famiglia ucraino perché si è difeso, forse con troppa veemenza.
La legge svizzera (Articolo 133 del Codice) sanziona chi prende parte a uno scontro anche reciproco. La normativa impone al cittadino di ritirarsi e di evitare lo scontro se può farlo in sicurezza, "responsabilizzando anche la vittima". La legittima difesa è riconosciuta, ma è valida solo quando è strettamente necessario e il combattimento non può essere evitato.
 
L'Importanza della Denuncia
Al di là della gestione immediata dell'episodio, è fondamentale denunciare tali abusi. Se gli abusi non vengono denunciati, gli aggressori continueranno a commettere gli stessi atti con altre persone. Nel caso analizzato, pare che l'aggressore fosse solito importunare ucraini e altri individui, suggerendo che le denunce pregresse avrebbero potuto portare le autorità svizzere a prendere provvedimenti in precedenza.
 
PE-n1370-norme-sicurezza.mm - Discussione: Norme svizzere sicurezza.
 
La discussione sulle Norme svizzere di sicurezza si concentra principalmente sulle disposizioni legali relative alla gestione dei conflitti e della violenza, come evidenziato dall'episodio di aggressione verbale e fisica avvenuto su un treno.
 
Norme Legali Svizzere sulla Gestione del Conflitto
Le norme svizzere in materia di scontro fisico e difesa personale differiscono da quelle di altri paesi, inclusa l'Italia, e pongono una forte enfasi sulla prevenzione e sull'evitamento della violenza.
Articolo 133 del Codice Svizzero Secondo l'Articolo 133 del Codice svizzero, viene sanzionato chiunque prenda parte a uno scontro, anche se reciproco.
La filosofia alla base di questa normativa è quella di evitare gli scontri diretti, responsabilizzando anche la vittima. Il cittadino ha l'obbligo di fare il possibile per ritirarsi ed evitare l'uso della violenza se può farlo in sicurezza. Questo significa che, secondo la legge svizzera, si deve cercare di evitare di "ingaggiare l'avversario" o "tenere il punto".
Legittima Difesa La legittima difesa è prevista dalle leggi svizzere, ma è valida solo quando non si può fare a meno di combattere. Se si è costretti a battersi, la legittima difesa si applica.
Eccesso di Legittima Difesa Gli svizzeri sono considerati "un pochino avanti" per quanto riguarda l'eccesso di legittima difesa: se si è in stato di shock o sotto l'effetto del panico, la vittima non può essere condannata o la pena viene enormemente ridotta.
Implicazioni Pratiche nell'Incidente sul Treno A causa di queste regole, l'esito dell'aggressione sul treno ha avuto un risvolto inaspettato: il padre di famiglia ucraino (che pure si è difeso efficacemente e ha sconfitto l'aggressore russo) è stato sanzionato dalle autorità svizzere, in quanto si è difeso "forse con troppa veemenza". Le regole svizzere impongono di ritirarsi quando è possibile farlo con ragionevole sicurezza.
 
Consigli di Sicurezza Immediata sui Treni
Oltre alle disposizioni legali sul conflitto, ci sono norme di sicurezza e comportamenti consigliati da adottare sui treni in caso di aggressione:
1. Allontanarsi Immediatamente: La regola più importante è allontanarsi quanto prima quando si può farlo in condizioni di sicurezza. Anche se i posti fossero numerati, la priorità è mettere in sicurezza sé stessi e i propri familiari, uscendo subito dal vagone.
2. Chiamare le Autorità: Non appena si è in condizione di sicurezza per farlo, è fondamentale chiamare immediatamente le autorità. Sui treni svizzeri, in particolare, dovrebbe esserci anche un allarme per chiamare il capotreno.
3. Evitare l'Escalation: Si consiglia di evitare l'escalation dello scontro e di non prendere la questione come personale.
In sintesi, le norme svizzere sulla sicurezza e il conflitto mettono in guardia il cittadino sulla responsabilità di evitare lo scontro, rendendo l'opzione del ritirarsi in sicurezza la prima mossa consigliata.
 
PE-n1371-propaganda-arroganza.mm - Propaganda e arroganza
 
L'arroganza legata alla propaganda russa è un tema centrale nell'analisi dell'episodio di aggressione verbale avvenuto su un treno svizzero. L'aggressore, un russo cresciuto in Lettonia e stabilitosi in Svizzera, ha manifestato "molta molta arroganza derivante dalla propaganda russa e da 20-30 anni di putinesimo".
 
Il Senso di Superiorità Immotivato
Questa arroganza si basa su un presunto, "malinteso e soprattutto immotivato senso di superiorità". Il contesto di questa mentalità è parzialmente delineato da un sondaggio, citato dalle fonti, secondo il quale il 70% dei russi crede di essere superiore rispetto alle altre nazionalità. Nonostante questa convinzione diffusa, l'analisi rileva che, quando interrogati sul motivo di tale superiorità, "nessuno è stato in grado di dare una risposta di senso compiuto".
 
Manifestazioni dell'Arroganza sul Treno
L'arroganza dettata dalla propaganda si traduce in comportamenti aggressivi e illegittimi mirati a imporre il controllo e a sminuire la vittima:
1. Pretesa di Controllo e Giustizia Personale: L'aggressore, convinto di un potere insito nel suo passaporto, pensa di poter "dettare legge in Svizzera" a spese di coloro che percepisce come più deboli. Egli ignora il fatto che in Europa "abbiamo tutti gli stessi diritti fondamentali".
2. Richieste Illegittime di Documenti: L'uomo pretende di vedere il passaporto svizzero del capofamiglia ucraino/svizzero, mettendo in dubbio la sua cittadinanza. Egli è convinto che la cittadinanza russa gli conferisca il "diritto di vedere i passaporti altrui o mettere in dubbio le cittadinanze altrui". In Italia, questo comportamento, accompagnato da violenza verbale e minacce, integrerebbe il reato di violenza privata.
3. Linguaggio d'Odio e Pregiudizi: L'aggressore manifesta un "odio nei confronti di un'altra etnia" e si avvale esclusivamente di luoghi comuni. Giudica la famiglia alla luce della sua "sprezzante e malintesa superiorità presunta superiorità", accusandola falsamente di vivere di sussidi e di non lavorare.
4. Minacce basate sull'Odio Etnico: L'aggressore rivela un intento discriminatorio estremo, chiedendo alla vittima perché avesse iniziato a discutere: "perché a quelli come te spariamo". Inoltre, rivolge apertamente discorsi d'odio verso l'intera etnia, minacciando i bambini e le donne e affermando: "noi vi ammazzeremo e vi finiremo fino alla fine te e tutti".
L'aggressore dimostra di non essere "neanche secondo [l'esperto] in grado di rendersi conto di essere in torto", rimanendo convinto di appartenere a un gruppo superiore e di poter fare "tutto quello che vuole". Questo atteggiamento pericoloso è ritenuto non isolato, tanto che agenzie di open intelligence avrebbero identificato l'uomo, suggerendo che fosse solito "importunare gli ucraini e non solo loro".
 
PE-n1372-consigli-registraione.mm - Discussione:  Consigli legali registrazione.
 
La registrazione di un'aggressione, in particolare quella verbale come l'episodio avvenuto sul treno svizzero, costituisce uno degli elementi cruciali nella gestione di una situazione di intolleranza e minaccia.
 
La Registrazione come Fonte di Prova
La documentazione dell'accaduto, tipicamente tramite videoregistrazione, è elencata come la quarta regola fondamentale per gestire al meglio tali episodi.
Utilità della Registrazione: La donna nel caso dell'aggressione sul treno ha fatto "benissimo a registrare l'aggressione verbale" poiché in questo modo "si precostituisce una fonte di prova". La memoria del telefono che registra l'accaduto è considerata una "prolungamento e un'estensione della vostra memoria".
Valore Legale: Il video registrato è "utilissimo" se utilizzato in sedi istituzionali, come quando si va in tribunale o si deve sporgere denuncia. L'importanza probatoria della registrazione è implicitamente confermata dal comportamento dell'aggressore stesso, che ha ripetutamente preteso che il video venisse cancellato, affermando: "se cancelli il video distruggi le prove". L'aggressore russo era "particolarmente interessato alla distruzione delle fonti di prova".
 
Presupposti di Sicurezza
Sebbene la documentazione sia essenziale, l'esperto sottolinea che la priorità assoluta è la sicurezza. La regola è: "Documentate quello che sta avvenendo è importante farlo quando potete farlo in sicurezza".
Le prime due regole, ben più importanti della registrazione, rimangono:
1. Allontanarsi quanto prima quando si può farlo in condizioni di sicurezza.
2. Chiamare immediatamente l'autorità non appena si è in condizione di sicurezza per farlo.
Se non si è in una "posizione sicura", non si deve documentare "a ogni costo".
 
Consigli Legali sulla Pubblicazione
Riguardo l'uso successivo della registrazione, l'avvocato fornisce consigli specifici, soprattutto per quanto riguarda la privacy e la diffusione del materiale in Europa:
• Evitare la Pubblicazione: Il suggerimento da legale è di "evitare di pubblicare i video" a meno che non vi sia un "evidente interesse pubblico alla pubblicazione".
• Rispetto della Privacy (Sfocatura): Se si decide di pubblicare un video in Europa, è necessario "sfocare le immagini" o il volto dell'aggressore. Questo è necessario per tutelare la sua privacy, poiché in Europa "anche i gargantua che minacciano donne e bambini e godono nel bippicidio hanno i loro diritti".
• Uso Istituzionale: Se il video deve essere utilizzato principalmente in sedi istituzionali (come in tribunale), la pubblicazione è molto meno consigliata.
L'aggressore stesso, tentando di filmare a sua volta la famiglia, compie un gesto che non è "molto intelligente". Inoltre, se l'aggressore dovesse diffondere il suo filmato accusando falsamente la vittima di averlo minacciato, starebbe commettendo diffamazione.
 
 
 
 
PE-1300-9
PE-n1373-chicca-Berlicca.mm - la genesi della leggenda di Chicca Berlica
PE-n1374-Chicca-Berlicca.mm - .mm - Le leggende di Milano e la leggenda di Chicca Berlica.
PE-n1375-Chicca-Berlicca.mm - Discussione: Leggende Milano.
PE-n1376-Chicca-Berlicca.mm - Discuss Chicca Berlicca.
PE-n1377-tradizione-popolare.mm - Discussione: Tradizione popolare.
PE-n1378-Invenzioni-Autore.mm - Discussione: Invenzioni autore
PE-n1379-filastrocche-leggere.mm - Discussione: Filastrocche leggere.
 
 
PE-n1373-chicca-Berlicca.mm - la genesi della leggenda di Chicca Berlica
 
Il testo esplora come alcune leggende milanesi inventate furono erroneamente spacciate per autentica tradizione popolare, diffondendosi ampiamente tra il pubblico e persino influenzando scrittori successivi. In particolare, viene analizzata la genesi della leggenda di Chicca Berlica, che in realtà derivava da una filastrocca ottocentesca per bambini, trasformata in una complessa narrazione. Si sottolinea l'ironia che, nonostante queste storie fossero pure invenzioni d'autore, abbiano finito per essere considerate parte integrante della letteratura popolare milanese. Inoltre, il brano menziona l'editore Santo Bravetta e il suo tentativo di competere con le pubblicazioni popolari dell'epoca attraverso nuovi almanacchi, come contesto della diffusione di queste narrazioni. - th1617-Milano-leggende-17-1.mm
 
PE-n1374-Chicca-Berlicca.mm - .mm - Le leggende di Milano e la leggenda di Chicca Berlica.
 
Le leggende di Milano e la leggenda di Chicca Berlica. Gli effetti distorti prodotti delle leggende inventate che venivano spacciate per vera tradizione popolare milanese non si rinversarono solo su quei lettori che le avevano lette sulle pagine delle estrenne. credendole autentiche. Piovero poi anche sulle teste di coloro e di tutti quelli che l'avevano sentite raccontare e che a loro volta le trasmisero nuovamente ad altri come vero frutto della voce del popolo e si estesero persino alle generazioni successive. Capitò che nel 9 anche qualche inesperto o superficiale scrittore di cose milanesi che l'aveva diretta testimonianza della cultura popolare cittadina la presentasse come tali in alcune opere divulgative, continuando a perpetrare dal podio delle pagine di un libro la falsa credenza che fossero davere fossero davvero nate tra il popolo meneghino. Queste leggende veri saggi di invenzioni di autore spesso anche ben riusciti se non potevano certamente dirsi figlie della tradizione del popolo, grazie al successo che avevano avuto, erano però entrate ufficialmente a far parte della letteratura popolare milanese e solo come tali avrebbero dovuto venir presentate. Nella sua ricca già citata monografia intitolata I Busecconi, edita Milano per la famiglia menagina nel 1930, Pietro Madini, cultore delle tradizioni milanesi, parla ampliamente delle filastroche che generarono leggende, senza mai dire la cosa più importante e cioè che quelle quelle stesse cose, leggende erano invenzioni ottocentesche. Questa considerazione ci offre pretesto per parlare di una filastrocca trasformatesi in una lunghissima leggenda che proprio Almadini in sintesi, ci presenta nella sua appena citata opera. La breve filastrocca, a parte l'intradducibile e inspiegabile incipa, ma è questo Chic che stava per essere impiccato e perché lo chiamavano Berlica? È abbastanza comprensibile, senza bisogno di traduzione. Veniva usata dai bambini milanesi ancora una volta come una conta per Disignare chi debba uscire, come spiegava Madini o per indovinare cosa sono. Chicca, Berlica, la forca ti impicca. Leon speron currest indovina se le quest.
 
parte2
 
E rispondendo all'interrogativo lasciato senza risposta va subito detto che queste parole originariamente non dovevano avere un significato ben preciso. È un sensato accoppiamento fra loro. probabilmente erano legate le une alle solo dalla possibilità di fare rima. Nella stesura della trama della leggenda, invece erano diventati il nome proprio del protagonista chiamato appunto Cicca Berlicca. Cicca era una specie di capitano di ventura, uno strano incrocio tra un masnadiero, un ladrone, un guerriero e l'eroe sulla strocca regge la presenza e il profumo di isolfo del diavolo, cosa che saltava subito all'occhio di chi parlava l'autentico dialetto milanese. Barlik col suo derivato Berlick era infatti uno dei tanti nomi con i quali a Milano si chiamava Satana. E fare Barck Barlock oppure berlock, sempre milanese, significava evocare i demoni durante i riti satanici. Passati i tempi delle streghe, cadute tutte le possibilità di accusare qualcuno di maleficio, l'espressione divenne il sinonimo del verbo imbrogliare. Nel dicembre del 1839 un nuovo almanacco milanese che si era autonominato l'almanacco degli almanacchi per il 1840 si presentò ai lettori Menegghini con un contenuto che voleva chiaramente porsi in concorrenza con quello delle fortunate estrenne cittadine. Il suo editore questa volta si chiamava Santo Bravetta. Si trattava di un tipografo che era anche librao e aveva il negozio nella centralenissima contrada di Santa Margherita a due passi della Scala. L'anno prima dai torchi del Bravetta era uscita un estrenna di di successo intitolata fiori d'arte e di lettere italiane, composta da varie prose, fra le quali molte pagine dello scrittore Pietro Giordani e da qualche verso del poeta Andrea Maffei. Se il primo redore con Vincenzo Monti nella famosa biblioteca italiana era effettivamente un personaggio che non aveva bisogno di note e di riconoscimento. Il secondo più che per Selversi oggi dimenticati e per la traduzione dei classici antichi e moderni era conosciuto a Milano soprattutto per essere stato il marito un po' ignobile della famosa contessa Clara Maffei. Passata la storia per il suo celebre salotto letterario. I fiori d'arte sono state ben accolti dai lettori milanesi e l'editore sperava di replicare il successo con cosa che puntualmente si realizzò. Continua con la prossima puntata.
 
PE-n1375-Chicca-Berlicca.mm - Discussione: Leggende Milano.
 
La discussione sulle Leggende di Milano contenuta nelle fonti rivela come gran parte di ciò che era spacciato per autentica tradizione popolare milanese fosse in realtà il frutto di invenzioni d'autore.
 
La Natura e la Diffusione delle Leggende Inventate
Molte di queste leggende non potevano considerarsi figlie della vera tradizione del popolo. Erano piuttosto "veri saggi di invenzioni di autore" (spesso anche ben riusciti). Queste narrazioni venivano inizialmente diffuse attraverso le pagine delle estrenne (almanacchi o strenne).
 
La diffusione di queste invenzioni produsse effetti distorti:
1. I lettori le credevano autentiche.
2. Coloro che le sentivano raccontare le trasmettevano a loro volta ad altri come se fossero il vero frutto della voce del popolo, estendendo la falsa credenza anche alle generazioni successive.
3. Nel tempo, anche qualche scrittore inesperto o superficiale di cose milanesi le presentò in opere divulgative come se fossero nate davvero tra il popolo meneghino, nonostante avesse diretta testimonianza della cultura popolare cittadina.
Nonostante le loro origini non fossero legate alla tradizione popolare, grazie al successo ottenuto, queste narrazioni entrarono ufficialmente a far parte della letteratura popolare milanese. Avrebbero dovuto, tuttavia, essere presentate unicamente come tali (opere letterarie di successo).
 
Il Caso Esemplare di Chicca Berlica
Un esempio notevole di leggenda trasformatasi da breve composizione è la storia di Chicca Berlica, generata da una filastrocca.
Pietro Madini, cultore delle tradizioni milanesi, nella sua monografia I Busecconi (edita nel 1930), parlò ampiamente delle filastrocche che generarono leggende, ma omise di dire la cosa più importante: che quelle stesse leggende erano invenzioni ottocentesche.
 
La Filastrocca Originale
La filastrocca da cui nacque la leggenda veniva usata dai bambini milanesi come una conta (per designare chi dovesse uscire) o come indovinello, come spiegava Madini. La filastrocca era: "Chicca, Berlica, la forca ti impicca. Leon speron currest indovina se le quest".
In origine, le parole della filastrocca non dovevano avere un significato preciso o un accoppiamento sensato, ed erano probabilmente legate solo dalla possibilità di fare rima.
 
La Trasformazione in Leggenda
Nella stesura della trama della leggenda, invece, le parole divennero il nome proprio del protagonista: Cicca Berlicca.
• Cicca era descritto come una sorta di capitano di ventura, un incrocio tra un masnadiero, un ladrone, un guerriero e un eroe.
• La filastrocca originale suggeriva la presenza del diavolo (isolfo del diavolo), co
sa evidente a chi parlava l'autentico dialetto milanese.
Il Significato di Berlica
Il nome Barlik (con il suo derivato Berlick o Berlica) era uno dei tanti appellativi con cui si chiamava Satana a Milano.
Inoltre, l'espressione milanese "fare Barck Barlock" o "berlock" significava evocare i demoni durante i riti satanici. Cadute le possibilità di accusare qualcuno di maleficio, l'espressione passò a essere sinonimo del verbo imbrogliare.
 
Il Contesto Editoriale Ottocentesco
Il successo di queste invenzioni si inserisce nel contesto della produzione di almanacchi milanesi:
• Nel dicembre del 1839, un nuovo almanacco intitolato l'almanacco degli almanacchi per il 1840 fu presentato ai lettori milanesi, con l'intenzione di competere con le fortunate estrenne cittadine.
• L'editore era Santo Bravetta, un tipografo e libraio con un negozio nella centrale contrada di Santa Margherita, vicino alla Scala.
• L'anno precedente (1838), Bravetta aveva pubblicato un'altra estrenna di successo, fiori d'arte e di lettere italiane, contenente prose di Pietro Giordani e versi di Andrea Maffei. Questo successo editoriale sperato da Bravetta si realizzò puntualmente anche con le nuove pubblicazioni.
 
PE-n1376-Chicca-Berlicca.mm - Discuss Chicca Berlicca.
 
Certamente, ecco una discussione dettagliata sulla figura di Chicca Berlica (o Cicca Berlicca) e la sua evoluzione da(o Cicca Berlicca) e la sua evoluzione da filastrocca a leggenda, basata sulle informazioni fornite nelle fonti.
 
Origine e Natura della Leggenda di Chicca Berlica
La storia di Chicca Berlica è un esempio paradigmatico di come le leggende inventate (invenzioni d'autore ottocentesche) siano entrate a far parte della letteratura popolare milanese, pur non essendo figlie della vera tradizione del popolo.
La leggenda di Chicca Berlica è nata da una breve filastrocca (o stracca), trasformandosi in una narrazione molto più lunga.
• Pietro Madini, un cultore delle tradizioni milanesi, nella sua monografia I Busecconi (edita nel 1930), parla ampiamente delle filastrocche che generarono leggende, ma omette di specificare che queste leggende erano, in realtà, invenzioni ottocentesche.
 
La Filastrocca Originale
La composizione originale veniva usata dai bambini milanesi come una conta (per designare chi dovesse uscire) o come indovinello, come spiegava Madini.
La filastrocca era: "Chicca, Berlica, la forca ti impicca. Leon speron currest indovina se le quest".
È importante notare che, originariamente, queste parole non dovevano avere un significato ben preciso o un accoppiamento sensato tra loro; erano probabilmente legate solo dalla possibilità di fare rima.
 
La Trasformazione del Personaggio
Nella stesura successiva della trama della leggenda, le parole della filastrocca furono trasformate nel nome proprio del protagonista: Cicca Berlicca.
• Cicca (o Chicca) nella leggenda viene presentato come una sorta di capitano di ventura, una figura ibrida che incrociava elementi di masnadiero, ladrone, guerriero ed eroe.
 
Il Significato Profondo del Nome "Berlica"
La filastrocca originale recava con sé la presenza e il "profumo" di isolfo del diavolo, un dettaglio che era subito evidente a chi parlava l'autentico dialetto milanese.
Il nome Barlik (o il suo derivato Berlick o Berlica) era infatti uno dei tanti appellativi usati a Milano per chiamare Satana.
Inoltre, l'espressione in dialetto milanese "fare Barck Barlock" o "berlock" aveva il significato di evocare i demoni durante i riti satanici. Solo in un secondo momento, dopo che caddero le possibilità di accusare qualcuno di stregoneria o maleficio, l'espressione passò a essere sinonimo del verbo imbrogliare.
Dunque, il nome stesso del protagonista, Berlica, tradiva un'associazione diretta con il demoniaco nella cultura popolare milanese.
 
Diffusione e Falsa Autenticità
Nonostante l'origine letteraria e l'invenzione d'autore, le leggende come quella di Chicca Berlica ebbero effetti distorti sulla percezione pubblica.
1. I lettori le credevano autentiche leggende popolari, avendole lette sulle pagine delle estrenne (almanacchi).
2. Coloro che le ascoltavano le trasmettevano ad altri come se fossero il vero frutto della voce del popolo.
3. Tali false credenze si estesero alle generazioni successive.
4. Anche in epoca successiva, qualche scrittore inesperto o superficiale di cose milanesi, pur avendo testimonianza diretta della cultura popolare, presentò queste invenzioni ottocentesche come se fossero nate davvero tra il popolo meneghino, perpetuando così la falsa credenza attraverso la divulgazione.
Sebbene non fossero tradizionali, queste narrazioni, grazie al loro successo, entrarono ufficialmente a far parte della letteratura popolare milanese e avrebbero dovuto essere presentate unicamente come tali.
 
PE-n1377-tradizione-popolare.mm - Discussione: Tradizione popolare.
 
La discussione sulla Tradizione popolare milanese, così come emerge dalle fonti, è incentrata sulla cruciale distinzione tra le narrazioni genuinamente nate dal popolo e le invenzioni d'autore che venivano spacciate per autentica tradizione.
 
La Distorsione della Tradizione Popolare
Le fonti rivelano che molte delle storie diffuse come leggende di Milano erano in realtà "veri saggi di invenzioni di autore" (spesso ben riusciti), e perciò non potevano certamente dirsi figlie della tradizione del popolo.
Queste invenzioni venivano inizialmente diffuse attraverso le estrenne (almanacchi) e presentate ai lettori come se fossero il frutto della vera tradizione popolare milanese.
Questo fenomeno generò degli effetti distorti che compromisero la percezione dell'autentica tradizione:
1. Falsa Credenza nei Lettori: Coloro che leggevano le storie sulle pagine degli almanacchi le credevano autentiche.
2. Trasmissione Inautentica: Coloro che le sentivano raccontare le trasmisero nuovamente ad altri come vero frutto della voce del popolo.
3. Estensione Generazionale: La falsa credenza si estese persino alle generazioni successive.
 
Il Ruolo degli Scrittori e degli Studiosi
Nel corso del tempo, la mistificazione fu perpetrata anche da chi avrebbe dovuto tutelare la cultura popolare cittadina.
Capitò, anche nel Novecento, che qualche inesperto o superficiale scrittore di cose milanesi, pur avendo diretta testimonianza della cultura popolare cittadina, presentasse queste invenzioni ottocentesche in opere divulgative come se fossero davvero nate tra il popolo meneghino. In questo modo, veniva perpetrata dal podio delle pagine di un libro la falsa credenza.
Un esempio significativo di questo problema è offerto da Pietro Madini, un cultore delle tradizioni milanesi. Nella sua monografia I Busecconi, edita nel 1930, Madini parlò ampiamente delle filastrocche che generarono leggende (come quella di Chicca Berlica). Tuttavia, Madini omise di dire la cosa più importante: che quelle leggende erano, in realtà, invenzioni ottocentesche.
 
L'Ingresso nella Letteratura Popolare
Nonostante la loro origine non tradizionale, grazie al successo che avevano avuto, queste narrazioni erano però entrate ufficialmente a far parte della letteratura popolare milanese.
Le fonti evidenziano che, sebbene meritevoli di far parte del panorama letterario, esse avrebbero dovuto venir presentate unicamente come letteratura popolare d'autore e non come tradizione popolare genuina.
 
PE-n1378-Invenzioni-Autore.mm - Discussione: Invenzioni autore
 
Le Invenzioni d'Autore nel contesto delle leggende milanesi rappresentano narrazioni create intenzionalmente da scrittori (soprattutto nel XIX secolo) che, pur non essendo autentica tradizione popolare, sono state diffuse e percepite come tali.
 
La Natura e la Diffusione delle Invenzioni
Le fonti definiscono queste leggende come "veri saggi di invenzioni di autore". Sebbene fossero spesso anche ben riusciti, esse "non potevano certamente dirsi figlie della tradizione del popolo". Nonostante ciò, venivano "spacciate per vera tradizione popolare milanese".
Gran parte di queste leggende erano "invenzioni ottocentesche". La loro diffusione avveniva inizialmente attraverso le estrenne (almanacchi) cittadine.
Un esempio del contesto editoriale è dato dall'almanacco del dicembre 1839, l'almanacco degli almanacchi per il 1840, pubblicato da Santo Bravetta, un tipografo e libraio. Queste pubblicazioni, spesso in concorrenza con altre estrenne di successo, come fiori d'arte e di lettere italiane (uscita l'anno precedente dai torchi di Bravetta), replicavano il successo sperato con le nuove invenzioni.
 
Gli Effetti Distorti sulla Tradizione Popolare
La diffusione di queste invenzioni produsse notevoli "effetti distorti":
1. Falsa Autenticità: I lettori che leggevano le storie sulle pagine delle estrenne le credevano autentiche.
2. Trasmissione Erronea: Coloro che le sentivano raccontare le trasmettevano ad altri come se fossero il "vero frutto della voce del popolo".
3. Perpetuazione della Falsa Credenza: Tali credenze si estesero "persino alle generazioni successive".
 
Il Ruolo degli Studiosi e degli Scrittori
La percezione distorta fu mantenuta anche da figure che avrebbero dovuto conoscere la verità sulla cultura popolare cittadina.
Capitò, anche nel Novecento, che qualche "inesperto o superficiale scrittore di cose milanesi" presentasse queste invenzioni ottocentesche in opere divulgative come se fossero "davvero nate tra il popolo meneghino". Facendo ciò, lo scrittore continuava a "perpetrare dal podio delle pagine di un libro la falsa credenza".
Un esempio citato è Pietro Madini, cultore delle tradizioni milanesi. Nella sua monografia I Busecconi (1930), egli parlò ampiamente delle filastrocche che generarono leggende, ma omise di dire la cosa più importante, cioè che le leggende stesse erano "invenzioni ottocentesche".
 
L'Esempio di Chicca Berlica
La leggenda di Chicca Berlica (o Cicca Berlicca) è un caso notevole di invenzione d'autore. Nacque dalla trasformazione di una breve filastrocca usata dai bambini milanesi come conta o indovinello.
Nella stesura della leggenda, le parole della filastrocca ("Chicca, Berlica, la forca ti impicca...") divennero il nome proprio del protagonista. Cicca Berlicca fu trasformato in un capitano di ventura, un incrocio tra un masnadiero, un ladrone, un guerriero e un eroe.
 
L'Eredità Letteraria
Nonostante non fossero genuina tradizione popolare, le invenzioni d'autore, grazie al loro successo, "erano però entrate ufficialmente a far parte della letteratura popolare milanese". Le fonti sottolineano che esse avrebbero dovuto "venir presentate" unicamente come letteratura popolare d'autore.
 
PE-n1379-filastrocche-leggere.mm - Discussione: Filastrocche leggere.
 
La discussione sulle Filastrocche e Leggende milanesi nelle fonti ruota attorno al meccanismo per cui brevi composizioni orali o ludiche si sono trasformate in narrazioni lunghe, sebbene non fossero figlie della genuina tradizione popolare, bensì invenzioni d'autore.
 
La Trasformazione da Filastrocca a Leggenda
Le fonti evidenziano che alcune leggende che entrarono a far parte della letteratura popolare milanese furono generate da filastrocche.
Il caso più significativo di questa trasformazione è la leggenda di Chicca Berlica (o Cicca Berlicca), generata da una breve filastrocca che si trasformò in una lunghissima leggenda.
La Filastrocca Originale: La filastrocca veniva usata dai bambini milanesi principalmente in due modi, come spiegava Pietro Madini:
1. Come una conta, per designare chi doveva uscire.
2. Come un indovinello (per indovinare cosa sono).
Il testo della filastrocca era: "Chicca, Berlica, la forca ti impicca. Leon speron currest indovina se le quest".
In origine, le parole di questa filastrocca probabilmente non dovevano avere un significato ben preciso né un accoppiamento sensato tra loro; erano legate unicamente dalla possibilità di fare rima.
La Conversione in Trama: Nella successiva stesura della trama della leggenda, le parole della filastrocca furono riutilizzate per diventare il nome proprio del protagonista, chiamato appunto Cicca Berlicca. Nella leggenda, Cicca era rappresentato come una sorta di capitano di ventura, una figura che mescolava tratti di masnadiero, ladrone, guerriero ed eroe.
 
Il Contenuto Nascosto e Demoniaco
La filastrocca, sebbene usata nel gioco dei bambini, conteneva riferimenti che saltavano all'occhio di chi parlava l'autentico dialetto milanese:
• La strofa originale reggeva la presenza e il "profumo di isolfo del diavolo".
• Il nome Barlik (o i suoi derivati Berlick o Berlica) era infatti uno dei tanti nomi con i quali Satana veniva chiamato a Milano.
• L'espressione milanese "fare Barck Barlock" o "berlock" significava evocare i demoni durante i riti satanici. Solo successivamente, cadute le possibilità di accusare qualcuno di maleficio, l'espressione divenne sinonimo del verbo imbrogliare.
 
L'Autenticità Negata
Nonostante la loro origine in semplici rime, le leggende derivate furono in realtà invenzioni ottocentesche.
Pietro Madini, un cultore delle tradizioni milanesi, pur parlando ampiamente delle filastrocche che generarono leggende nella sua monografia I Busecconi (edita nel 1930), omise di dire la cosa più importante: che quelle leggende erano invenzioni ottocentesche.
Queste narrazioni, pur essendo "veri saggi di invenzioni di autore", grazie al loro successo, entrarono a far parte della letteratura popolare milanese, ma avrebbero dovuto essere presentate solo come tali, e non come il "vero frutto della voce del popolo".
L'accettazione di queste storie come autentica tradizione portò a effetti distorti, in quanto lettori e narratori successivi le credevano e le trasmettevano come se fossero state davvero nate tra il popolo meneghino.
 
----------------------------------------
PE-1300-10
 
PE-1380-progetto-volontari.mm - Il progetto, ormai gia' avviato e destinato alla maturita'. di ottobre 2025.
 
 
 
VOLONTARIdel progetto
Creazione gruppi di volontari per vari progetti
 
Le proposte:
 
1 - Proposta cinemino con proiezioni serali a partire da ottobre nella biblioteca di Spazio27b - ipotesi film tratti da libri -
2 - Biblioteca in tour con letture itineranti e possibilità di raggiungere quartieri/parchi/aree dove ancora non siamo conosciuti (da strutturare per la prossima primavera) -
3 - Tradizioni e racconti da raccogliere in un video o libro - ricette originali e variazioni sul tema -
4 - RSA proiezione del docufilm "regalaci la tua storia"  -
5 - letture animate in biblioteca 3-6 anni individuare un tema che faccia da filo conduttore e attivare gruppo -
6 - Musica, lavoro su dialetto e canzoni da "osteria", giochi di una volta -
7 - Buone pratiche di sostenibilità: attività di lettura o laboratorio sulle buone pratiche di educazione civica -
8 - Letture animate dallo scrittore del libro stesso (autori del gruppo volontari)
 
 
 
Proposta n. 3
 
By Redigonda Giorgio
 
Nota:
Ho tutto pronto, rodato e collaudato.
Mancano i volontari che intendono aderire.
 
 
 
Creazione di un gruppo con finalita' di creare video, testi, podcast sul tema "tradizioni e racconti popolari
"Mostra il processo elaborativo
 
Ottima idea! Creare un gruppo per produrre contenuti su tradizioni e racconti popolari è un modo fantastico per preservare e diffondere un patrimonio culturale di inestimabile valore.
Ecco una guida strutturata per avviare il vostro progetto, dalla definizione del gruppo alla creazione dei contenuti.
 
 
Progetto "Cantastorie Digitali": Guida alla Creazione di un Gruppo Creativo
L'obiettivo è creare un collettivo appassionato e organizzato. Ecco come procedere passo dopo passo.
 
Fase 1: Definizione del Progetto e Strategia (Le Fondamenta)
Prima di cercare i membri, è fondamentale avere le idee chiare.
 
1) - Nome del Gruppo/Progetto: Trovate un nome che sia evocativo e facile da ricordare. Esempi: "Voci della Tradizione", "Radici Narranti", "Cantastorie Digitali", "Italia Dimenticata".
2) - Mission e Vision:
- - Mission (Cosa fate): "Il nostro obiettivo è ricercare, documentare e condividere le tradizioni e i racconti popolari italiani attraverso video, podcast e testi per renderli accessibili a un nuovo pubblico.
- - Vision (Dove volete arrivare): "Vogliamo diventare un punto di riferimento autorevole e coinvolgente per la riscoperta del folclore italiano, creando una community di appassionati.
3) - "Identificazione della Nicchia: "Tradizioni e racconti" è un campo vasto. Per iniziare, potreste concentrarvi su:
-  - Un'area geografica: Visto che vi trovate in Lombardia, potreste iniziare con le leggende lombarde (es. la storia del drago Tarantasio, le leggende del Lago di Como, le streghe della Valcamonica) per poi espandervi.
- - Un tema specifico: Creature fantastiche (orchi, fate, folletti), leggende legate a castelli e borghi, riti e feste pagane, racconti legati a cibi e ricette, figure di santi e briganti.
 
4) - Definizione del Target: A chi vi rivolgete?
4.1) - Appassionati di storia e folclore.
4.2) - Studenti e insegnanti in cerca di materiale didattico.
4.3) - Viaggiatori e turisti interessati alla cultura locale.
4.4) - Italiani all'estero che vogliono riscoprire le proprie radici.
 
 
-------------------------------------------------------------
 
 
 
 
Fase 2: Creazione del Gruppo di Lavoro (Il Team)
Un buon team ha competenze diverse ma complementari. Non serve che una persona faccia tutto.
Ruoli Chiave da Ricoprire:
- Il Ricercatore / Lo Storyteller (Il Cuore): La persona che scova le storie, consulta libri, archivi, e magari intervista anziani del posto. È l'anima del progetto.
- Lo Sceneggiatore / Il Copywriter (La Voce): Adatta le storie grezze ai diversi formati. Scrive i testi per i video, i copioni per i podcast e gli articoli per un eventuale blog.
- Il Videomaker / Montatore (L'Occhio): Si occupa delle riprese video (che possono essere anche animazioni, riprese di luoghi, o interviste) e del montaggio.Il
- Tecnico Audio / Producer Podcast (L'Orecchio): Registra le voci, cura il sound design (musiche, effetti sonori) e monta gli episodi del podcast.
- Il Social Media Manager / Divulgatore (Il Megafono): Gestisce i canali social, pubblica i contenuti, interagisce con la community e promuove il progetto.
Come Trovare i Membri:
Cerchia di amici: Iniziate dalle persone che già conoscete.
Gruppi Facebook/Social: Cercate gruppi di videomaker, podcaster, scrittori, appassionati di storia locale della vostra zona (es. "Videomaker Lombardia", "Appassionati di storia milanese").
Associazioni Culturali: Contattate le Pro Loco, associazioni storiche o culturali del territorio. Spesso sono entusiaste di collaborare.
Scuole e Università: Studenti di Lettere, Beni Culturali, Accademie di Belle Arti o scuole di cinema potrebbero essere interessati a fare esperienza.
 
 
 
 
 
-----------------------------------------
 
 
 
 
 
 
 
Fase 3: Flusso di Lavoro e Produzione Contenuti (L'Azione)
 
Una volta formato il gruppo, definite un processo chiaro.
- Brainstorming e Calendario Editoriale:
- Decidete insieme le prime 5-10 storie da raccontare.
- Create un calendario editoriale condiviso (usando strumenti come Google Calendar, Trello o Asana) per pianificare le uscite: es. un video ogni due settimane, un podcast a settimana.
 
 
2) - Produzione dei Contenuti (Esempi Pratici):
 
VIDEO:
Formato "Documentario Breve": Raccogliete immagini dei luoghi dove è ambientata la leggenda (es. un castello, un bosco in Lombardia), unitele a illustrazioni o animazioni semplici, con una voce narrante che racconta la storia.
Formato "Intervista": Trovate un esperto locale, uno storico o un anziano del paese e intervistatelo.
Piattaforme: YouTube (per contenuti più lunghi), Instagram Reels/TikTok (per aneddoti brevi e curiosità).
PODCAST:
Formato "Narrazione Immersiva": Un narratore racconta la storia con l'aggiunta di musiche suggestive ed effetti sonori (il vento in un bosco, lo scricchiolio di una porta). È un formato molto potente per il folclore.
Formato "Tavola Rotonda": Due o tre membri del gruppo discutono di una tradizione, analizzandone le origini e i significati.
Piattaforme: Spotify, Apple Podcasts, Google Podcasts, Spreaker.
TESTI:
Blog/Newsletter: Scrivete articoli di approfondimento sulla storia, con fonti, immagini e curiosità. Questo aiuta anche a posizionarvi su Google.
Post sui Social: Create caroselli su Instagram con illustrazioni e testi brevi, o thread su X (Twitter) che riassumono una leggenda.
Piattaforme: Un blog personale (WordPress, Medium), Substack, Facebook, Instagram.
3) - Strumenti Utili:
Organizzazione: Trello, Asana, Google Drive (per condividere file).
Comunicazione: Slack, Discord o un semplice gruppo WhatsApp.
Musica e Suoni (Royalty-Free): Epidemic Sound, Artlist, YouTube Audio Library.
Grafica Semplice: Canva.
 
 
----------------------------------------------------------------------
 
 
 
Fase 4: Distribuzione e Crescita (Farsi Conoscere)
Creare ottimi contenuti è solo metà del lavoro.
Sfruttate i Social: Create profili dedicati al progetto (es. Instagram, Facebook, TikTok) e condividete non solo il contenuto finale, ma anche il "dietro le quinte" (le vostre ricerche, le sessioni di registrazione, le visite ai luoghi).
Collaborate: Contattate altri creator che trattano temi simili (storia, viaggi, mistero) per fare dirette insieme o promuovervi a vicenda.
Create una Community: Fate domande al vostro pubblico, invitateli a condividere i racconti dei loro nonni, create un hashtag per il vostro progetto (es. #CantastorieDigitali).
Contattate la Stampa Locale:
 
 
Conclusioni
Un progetto sulla riscoperta del territorio è spesso di interesse per i giornali e le radio locali.
In bocca al lupo per questa meravigliosa avventura! È un progetto con un potenziale enorme, capace di unire persone e di ridare vita a storie che meritano di non essere dimenticate.
 
-----------------------------------------------------
 
 
 
Argomenti di discussione:
 
Medioevo in Legnano - in cucina (non come riette, ma come era normalmente intesa l'alimentazionbe qupotidiana.
Personaggi storici Legnanesi-
Giochi di cortile dei bambini
Filastrocche e tiretere in dialetto
Il dialetto legnanese.
Voci ancora vive della zona.
Evoluzione del quartiere Canazza.
Milano nei secoli
Leggende milanesi
storie di cortile e di corriera.
Raconti fantastici.
Parlare e' fiato
Proverbi milanresi
Conoscere storicamente i paesi vicini.
Il Barbarossa  raccontato.
Racconta storie, non solo fatti:
Dialetto locale parlato: podcast e video
 
 
-----------------------------------------------------------------
 
 
Generatore di idee  Ciao!
Ottima idea quella di usare Mastodon per condividere la tua passione per la storia locale! Per rendere i tuoi post più coinvolgenti e raggiungere più residenti, ecco qualche spunto:
 
Racconta storie, non solo fatti: Invece di limitarti a date e nomi, cerca di narrare aneddoti, curiosità e piccoli retroscena che rendano la storia più viva e interessante per chi legge. Pensa a come la vita quotidiana delle persone è cambiata nel tempo nel tuo territorio.
 
Usa immagini e video accattivanti: Un bel video o una foto d'epoca del tuo paese possono catturare subito l'attenzione. Brevi clip dei tuoi filmati storici, magari con un piccolo commento introduttivo, sono perfetti per incuriosire.
 
Fai domande e crea interazione: Incoraggia i residenti a condividere le loro memorie, foto di famiglia o aneddoti legati ai luoghi che presenti. Potresti lanciare un "angolo dei ricordi" settimanale o chiedere "Qual è il vostro ricordo più antico di questo posto?".
 
Organizza "passeggiate virtuali nella storia": Crea dei thread in cui racconti la storia di un luogo specifico del tuo paese, magari accompagnando i tuoi post con foto attuali e d'epoca dello stesso angolo.
 
Sfrutta gli hashtag locali: Usa hashtag specifici del tuo comune o della tua zona, come #LegnanoStoria, #MemorieLegnanesi, #StoriaLocaleLombardia. Questo aiuterà le persone interessate a trovare i tuoi contenuti più facilmente.
 
Collabora con altre realtà locali: Potresti entrare in contatto con associazioni culturali, biblioteche o altri appassionati di storia locale presenti su Mastodon per promuovere a vicenda i vostri contenuti e raggiungere un pubblico più ampio.
 
Sii costante e paziente: Costruire una community richiede tempo. Pubblica regolarmente contenuti interessanti e interagisci con chi ti segue.
 
C'è qualche aspetto in particolare su cui vorresti concentrarti o hai già qualche idea che vorresti sviluppare? Fammi sapere!
 
 
 
 
Conclusioni del testo
 
Questo estratto presenta una guida dettagliata per l'iniziativa "Cantastorie Digitali", un progetto volto a preservare e rivitalizzare le tradizioni orali locali attraverso l'uso del digitale. La discussione si articola in quattro fasi cruciali: la prima enfatizza la necessità di obiettivi chiari, una mission e una vision ben definite, e la scelta di una nicchia specifica per evitare la dispersione di energie. La seconda fase si concentra sulla costruzione di un team multidisciplinare di volontari, individuando le competenze essenziali come storyteller, sceneggiatori, videomaker e gestori di social media. La terza fase descrive l'organizzazione del lavoro e la produzione di contenuti multimediali (video, podcast, testi) con l'ausilio di strumenti collaborativi e un calendario editoriale. Infine, la quarta fase sottolinea l'importanza della distribuzione e promozione attiva dei contenuti attraverso social media, collaborazioni e stampa locale, per garantire che queste storie non solo vengano create, ma anche ampiamente conosciute e apprezzate.
 
Il testo presenta un "Deep Dive" su una proposta specifica, la numero tre di Redigonda Giorgio, che mira a utilizzare il digitale per preservare e diffondere le tradizioni orali locali. L'idea centrale è creare un gruppo di "Cantastorie Digitali" che produca contenuti multimediali (video, testi, podcast) basati su racconti popolari e leggende. La discussione esplora una guida dettagliata per lanciare questo progetto, articolata in quattro fasi chiave: le fondamenta (definizione di obiettivi, missione, vision e nicchia), il team (individuazione di ruoli e competenze diverse, ricerca di volontari), l'azione (organizzazione del lavoro, brainstorming per le storie, calendario editoriale e tipologie di contenuti da creare) e la distribuzione (strategie per la diffusione dei contenuti e il coinvolgimento della comunità). L'obiettivo finale è creare un ponte tra passato e futuro, ridando vita e voce a storie locali che altrimenti rischierebbero di scomparire, e si riflette sull'impatto di tale digitalizzazione sul senso di appartenenza comunitario, specialmente tra le nuove generazioni.
 
 
 
 
 
 
 
Il  progetto raccontato
 
Benvenuti a questo nuovo Deep Dive. Oggi eh ci tufiamo in una proposta specifica nata dai biblio volontari.
Esatto.
La numero tre, quella di Redigonda Giorgio. L'idea, beh, è usare il digitale per le nostre tradizioni orali. Mi sembra molto attuale.
Sì, guarda, in pratica si tratta di mettere in piedi un gruppo, un gruppo che crei contenuti digitali, video, testi, magari podcast.
Ah, interessante.
Sulle tradizioni, sui racconti popolari locali e il documento che che abbiamo è quasi beh è una guida, una guida molto dettagliata per lanciare questi, come li chiama? Cantastorie digitali.
Cantastorie digitali. Bello. Allora, l'obiettivo di oggi è proprio capire come funziona questa guida, vero?
Sviscerare un po' la struttura, le fasi,
proprio così. Vedere come questa proposta suggerisce di partire. Ok, allora partiamo. Fase uno, le fondamenta, diciamo. Cosa dice la guida? Da dove si inizia?
Beh, la prima cosa che sottolinea e mi sembra giustissimo È prima ancora di cercare chi dà una mano, servono obiettivi chiari, una strategia,
giusto per non disperdere energie, immagino,
soprattutto se si lavora con volontari.
Esatto. Sembra banale, ma è cruciale. Quindi i passaggi chiave sono
trovare un nome, uno che funzioni, tipo Voci della tradizione
o canta storie digitali stesso che hai citato.
Sì, appunto. Poi definire bene la mission, cioè cosa vuoi fare,
ricercare, documentare, condividere queste storie.
È la vision. Dove vuoi arrivare? Magari diventare un punto di riferimento, no?
Certo.
E poi insista molto sulla nicchia, ho visto.
Perché?
Sì, questo è un punto forte della proposta. Dice partite piccoli, focalizzati o geograficamente, che so le leggende lombarde che menziona il drago Tarantasio, il lago di Como.
Ah, ok. Quindi proprio su un'area specifica, oppure tematicamente creature fantastiche, leggende legate ai castelli, ai riti. Il punto è meglio approfondire bene un argomento specifico all'inizio. piuttosto che cercare di fare tutto e male.
Proprio così. Costruisci un pubblico fedele. Eviti l'errore tipico di tanti progetti volontari che partono troppo larghi.
Nicchia definita, target identificato, appassionati, studenti, turisti, magari italiani all'estero. E poi
chi fa il lavoro?
Il team.
Esatto. Fase due, il team. Qui la guida è chiara. Servono competenze diverse che si completino. Non un esercito, eh, ma chiave
tipo,
beh, ci vuole chi cerca le storie e le sa raccontare, lo storyteller, chi le scrive bene per i vari formati, quindi sceneggiatore o copywritter,
ok?
Poi ovviamente chi fa i video, chi li monta, chi si occupa dell'audio per i podcast e fondamentale oggi chi gestisce i social e la diffusione.
Praticamente una piccola redazione multimediale. Ma sono volontari? Dove li trovi con queste competenze?
È bella domanda. La guida suggerisce di partire dalla cerchia di amici. conoscenti, ma anche molto interessante cercare in gruppi social specifici, tipo gruppi Facebook di video hacker o appassionati di storia locale,
proprio quelli o anche collaborare con associazioni culturali, le Proloco, per esempio, o coinvolgere studenti, magari da lettere, beni culturali, accademie.
Ok, chiaro. Strategia, team e poi si inizia a produrre. Fase 3, l'azione. Come si organizza il lavoro? Qui la parola chiave è organizzazione. Si suggerisce un brainstorming per scegliere le prime storie, magari 5 o 10 per iniziare e poi fondamentale un calendario editoriale condiviso. Ha quindi strumenti tipo Trello, Asana, cose così.
Sì, la guida li menziona non per burocratizzare, ma per rendere chiaro chi fa cosa e quando. Con i volontari è essenziale, sai?
Certo, per non sovrapporsi o lasciare buchi. E che tipo di contenuti si potrebbero creare concretamente?
Guarda, la guida è molto pratica qui per i video. suggerisce mini documentari, immagini dei luoghi, magari animazioni, la narrazione sotto, oppure interviste a esperti locali, anziani.
Bello. E dove pubblicarli?
YouTube.
YouTube, sì, ma anche formati più brevi per Instagram, reels, TikTok,
per catturare anche l'attenzione più veloce, no?
Giusto. E per l'audio?
Podcast.
Podcast, certo, magari narrazioni immersa, effetti sonori, oppure tavole rotonde, discussioni tra i membri del gruppo. piattaforme come Spotify, Apple Podcasts, quelle classiche
e la scrittura non la trascura, spero.
No, no, anzi,
blog o newsletter per approfondimenti, per citare le fonti, utile anche per essere trovati online e poi post sui social, magari caroselli su Instagram, thread su ex,
quindi un mix di formati
e menziona anche strumenti pratici. Sì, oltre a Trello Asana per l'organizzazione suggerisce Slack o WhatsApp per comunicare velocemente. va per fare grafiche pulite senza essere grafici professionisti e anche risorse per musica royalty free tipo epidemic sound artlist per dare un tocco pro senza problemi legali.
Sembra davvero una guida ben pensata, molto concreta, però come dicevi creare i contenuti è solo una parte, bisogna farli conoscere. Fase 4, la distribuzione.
Esatto. E la guida lo dice chiaro, la creazione è metà del lavoro, non basta pubblicare e sperare.
E quindi
che strategie suggerisce?
Un approccio attivo. Usare i social non solo per postare il contenuto finale, ma anche per far vedere il dietro le quinte, il lavoro del gruppo. Questo crea coinvolgimento. Ah, interessante. Tipo work in progress. Sì. E poi
collaborare con altri creator che parlano di temi simili, creare una community, magari con un hashtag dedicato, tipo hashag canantastorie digitali che propone la guida stessa e non sottovalutare la stampa locale che spesso è molto interessata a che valorizzano il territorio. Quindi, riassumendo, l'idea di questi cantastorie digitali è beh, è un modo strutturato e moderno per non perdere il nostro patrimonio orale, le storie locali.
Proprio così, un ponte tra passato e futuro di digitale, un progetto che può unire persone e dare, diciamo, nuova vita a storie che altrimenti rischierebbero di scomparire nel nulla.
Sì, ridare voce a queste tradizioni. Bello. E questo ci porta alla riflessione finale per chi ci ascolta, no? Direi di sì. Ecco. La domanda potrebbe essere questa: in che modo questa digitalizzazione, questa diffusione così facile dei racconti popolari locali, come potrebbe influenzare il senso di appartenenza di una comunità, la connessione con il passato, specialmente magari tra le generazioni più giovani? Bella domanda su cui riflettere.
------------------------------------------------------
 
 
 
 
PE-1300-11
 
PE-n1381-affreschi-SErasmo.nn - Gli affreschi dell'antico ospizio di San'Erasmo
 
PE-n1382-Bonvesin-De-a-Riva.mm - Bonvesin de Ia Riva
 
PE-n1383-Bonvesin-DeLaRiva.mm - fra bonvesin de la riva e le vigne di sant'erasmo e di san giorgio
 
PE-n1384-Santa-Lucia.mm  Santa Lucia, Natale, Epifania: le ricorrenze della tradizione
 
PE-n1385-Scuola-DeAmicis.nn - Scuola Edmondo de Amicis
 
PE-n1386-collezione-carrozze.mm - Collezione di carrozze e oggetti d'epoca che Maria Giulio Ferrario conserva con amore
 
PE-n1387-affreschi-SantErasmo.mm - Gli Affreschi di Sant'Erasmo a Legnano
 
PE-n1388-affreschi-SantErasmo.mm - Discussione: Affreschi Sant'Erasmo.
 
PE-n1389.ospizio-Carita.mm - Discussione Ospizio carità.
 
PE-n1390- controversia-demolizione.mm - Discussione: Controversia demolizione.
 
PE-n1391- ospizio-carita.mm - Discussione: Ospizio carità.
 
PE-n1392-vicende-burocratiche.mm - Discussione: Vicende burocratiche.
 
 
 
-----------------------------
PE-n1381-affreschi-SErasmo.nn - Gli affreschi dell'antico ospizio di San'Erasmo
 
Gli affreschi dell'antico ospizio di San'Erasmo
 
Con questo breve articolo, comunque inadeguato all’imprtanza dell’argomento, intendiamo presentare, a quanti tra i nostri soci ancora non le conoscono, tre testimonianze della storia e dell’arte legnanese, preziose per il periodo a cui risalgono e per le vicende a cui sono collegate.
Si tratta di tre affreschi, che solo dal Settembre dello scorso anno sono riuniti nel luogo di provenienza, appunto l’Ospizio di Sant’Erasmo, dopo peripezie durate quasi un secolo.
Decoravano la facciata dell’edificio, fondato forse da Bonvesin de la Riva nel lontano secolo XIII, che da allora ha svolto una fondamentale opera di cura rivolta alle fasce più deboli della popolazione: poveri, malati, bambini abbandonati, anziani.
 
Due affreschi rappresentano la vita di Sant’Erasmo: la flagellazione ed il martirio. Il terzo, pù grande, raffigura un momento importante nell’attività dell’Opera pia che gestiva l’ospizio: la distribuzione delle patenti di povertà, che consentivano ai riceventi di ottenere alimenti e altri sussidi. Vi si vede, infatti, un alto banco, al quale siedono gli arnministratori dell’Opera, in abiti eleganti, e sotto persone che porgono sacchi a uomini e donne del popolo. I colori sono caldi e la scena, con i due piani nettamente separati (sopra i donanti, sotto i riceventi) e vivace e ben costruita: un documento “di costume che testimonia le consuetudini di un ’epoca e per questo é interessante anche al di là del suo valore artistico, come aveva già puntualizzato a suo tempo la Regia Soprintendenza all’arte delle Province Lombarde.
Già, perche questi affreschi furono rnotivo di una lunga controversia che coinvolse enti schierati su posizioni divergenti: da una pane la Congregazione di carità e il Comune di Legnano, dall’altra la Soprintendenza.
La questione comincia alla ffine dell’Ottocento, quando l’Ospizio già risultava fatiscente e inadeguato alle crescenti richieste di ricovero, tanto che Congregazione e Comune assistevano vari bisognosi a domicilio o pagavano rette per loro in istituti di altre località, prevalentemente in quello di Cesano Boscone.
La Congregazione, perciò, chiese nel 1893 alla Soprintendenza Ia possibilità di demolire l’Ospizio “senza intaccarne le memorie storiche”, per costruirne uno pù idoneo. Ma non ebbe alcun riscontro.
Passarono dieci anni. Il degrado dell’edificio progredì. Perciò la Congregazione sollecitò un intenvento urgente alla Soprintendenza, che effettuò finalmente un sopralluogo, il cui risultato non fu però quello sperato dalla Congregazione. Infatti la Soprintendenza proibì “ogni, anche parziale, demolizione ” perchè gli affreschi della facciata, a suo parere cinquecenteschi ed attribuibili ai Lampugnani, erano di interesse storico. Di conseguenza, ma dopo altri dieci anni, nel 1913, il Ministero della Pubblica Istruzione notificò uni provvedimento di vincolo sull’edificio, in base alla legge 364 del 1909.
Cominciò allora una vicenda molto “italiana” di rinvii, silenzi, lungaggini burocratiche, fraintendimenti pù o meno involontari, con alla fine la tentazione del “fatto compiuto”.
Nel 1918 la Congregazione ricevette un lascito ingente da Cristoforo Borsani e decise di stringere i tempi. L’ultima ricoverata andava a raggiungere a Cesano Boscone gli oltre cinquanta legnanesi che già vi erano assistiti. Nel 1920 l’antico Ospizio era ormai vuoto. Perciò il presidente della Congregazione chiese nel 1921 un nuovo sopralluogo alla Soprintendenza, che ne incaricò l’arch. Perrone.
Questi condizionò una eventuale demolizione alla presentazione di un dettagliato progetto e alla sua approvazione da parte della Soprintendenza.
 
-----------------------------------------
PE-n1382-Bonvesin-De-a-Riva.mm - Bonvesin de Ia Riva
 
Nacque con ogni probabilita' a Milano dopo il 1240.
Doctor gramaticae, dopo un periodo di insegnamento a Legnano, é a Milano entro il 1288, anno di stesura del “De magnalibus urbis Mediolani”. 1
Frate terziario deII'Ordine degli Umiliati e decano deII'Ospedale nuovo, nei disordini cittadini si allined per prudenza coi Visconti, se é vero che i "Carmina de Mensibus" allegorizzano Ia ribellione di Napo della Torre.
Aiuté numerose istituzioni di carité, tra cui I’Ospizio Sant’Erasmo, come risulta dai due testamenti del 1304 e del 1313.
Nel 1315, Matteo \/isconti, esentando alcune istituzioni di carité da dazi e gabelle, nomina Bonvesin de la Riva come gia‘ defunto.
 
Nel 1923 mons. Gilardelli affidò al nuovo sindaco Fabio Vignati una consistente offerta, invitandolo a promuovere una sottoscrizione per l'edificazione di un nuovo ospizio. L’anno seguente, riferisce Guidi su “La voce di Legnano”, il Comune sollecitò un altro sopralluogo, ma l’ing. Bianchi, inviato dalla Soprintendenza, mitigò appena il precedente verdetto: “Se non l ’edificio, il quale all ’interno non ha niente di interessante, il tratto con la vita e la morte di Sant’Erasmo, le funzioni dell ’Ospizio e il Salvatore sopra la porta, dev’essere conservato finché si può ”.
Trascorsero altri due anni, durante i quali non sono ducumentati ulteriori contatti tra i due enti.
Poi nel 1926, un articolo del solito Guidi annuncio “ll piccone ha cominciato di Sant’Erasmo. La Commissione per la conservazione dei monumenti aveva consigliato di conservare almeno il tratto di muro coi dipinti. Ora però pare non insistano più:
Avvisato (dall’articolo?) il Direttore della Soprintendenza, Ettore Modigliani, con raccomandata rammentò alla Congregazione "l’obbligo di ottenere l ’autorizzazio0ne del Ministero della Pubblica Istruzione
Non ricevendo risposta, chiese al Sottoprefetto di Gallarate di far sospendere i lavori. Fu allora l'ufficio Tecnico del Comune di Legnano a rispondergli, con un’ampia relazione, firmata dall’Assessore ai lavori pubblici Morganti, sottolineando la necessità per la città di avere un Ospizio.
L’Opera Pia Sant’Erasmo aveva messo a disposizione un appezzamento su cui “sorgevano stalle, cascine e una serie di vetuste catapecchie... racchiudenti il così detto ospizio...
una costruzione antiestetica cui nulla aggiungono gli ormai indecifrabili affreschi della facciata, mentre la sua esistenza impedisce la sistemazione dell’0spizio e, quello che più ‘monta’, l ’attuazione del Piano Regolatore di via Sempione, arteria di grande traffico, che in quel punto ha una grossa strozzatura, mentre la demolizione dell’edificio permetterebbe un allargamento di circa due metri  Morganti si dichiarava disponibile a "tentare lo strappo di qualche particolare dell ’affresco, di nessun pregio artistico, se cio‘ sarà ancora possibile”.
 
parte2
 
La Soprintendenza impose la sospensione dei lavori e l’invio di foto del muro in questione. Il Comune cercò un appoggio nella Comrnissione edilizia, che però si pronunciò anch’essa per la conservazione del muro. In risposta Ia Soprintendenza negò anche il distacco degli affreschi: il muro doveva restate “nel luogo in cui era collocato in origine”.
S’intensificò lo scambio di lettere. Ognuno difendeva le proprie ragioni. Dopo altri sopralluoghi, Modigliani denuncio al Ministero della Pubblica Istruzione il Comune e la Congregazione “per l ’imperizia con cui han lasciato esposto alle intemperie il muro, con conseguente degradazione... Ancora una volta ci si metre di fronte ad un fatto compiuto per eludere la legge e questa Soprintendenza considera ciò intollerabile”.
Quindi il 9 Febbraio 1927 il Ministero denunciò Congregazione e Sindaco per arbitraria demolizione. Intanto il nuovo Ospizio era tenninato. Si giunse perciò ad un compromesso: demolizione del muro, ma preceduta da stacco degli affreschi e loro restauro “a cura di un restauratore onesto e abile” a spese della Congregazione. Poi conservazione nella Chiesa di Sant’Erasmo. Il Comune affidò il distacco alla ditta Fratelli Annoni di Milano, distacco che fu poi effettuato dal pittore Gersam Turri. Nel frattempo, però, Modigliani apprese che il Presidente della Congregazione era quell’Antonio Bernocchi, grazie al cui cospicuo contributo era appena stato concluso il restauro del Palazzo Brera di Milano. Perciò cercò di ritirare la denuncia, ma essendo ormai ciò impossibile, chiese alla Procura di Busto Arsizio, incaricata del processo, di accettare le giustificazioni degli imputati, che furono in effetti assolti.
Nel 1929 Modigliani visitò gli affreschi nella chiesa di Sant’Erasmo. Li trovò “in splendide condizioni ”, ma ne criticò la collocazione: “sono appesi in due cappelle ove non si possono in alcun modo godere e dove sono soggetti anche a pericolo per accatastamento di sedie ”.
Perciò uno di essi fini nella canonica della chiesa di Sant’Erasmo, dove ancora si trova; gli altri tre nell’Ospedale di Legnano, in seguito alla dismissione del quale vennero trasferiti, uno alla volta negli ultimi cinque anni, presso l’attuale Ospizio di Sant’Erasmo, nella zona di ingresso, dove ora sono visitabili.
L’ultimo vi è stato collocato grazie all’intervento del Lions Club Legnano Host; era nella palazzina dell’Amministrazione, luogo onnai abbandonato e quindi a rischio.
 
-----------------------------------
PE-n1383-Bonvesin-DeLaRiva.mm - fra bonvesin de la riva e le vigne di sant'erasmo e di san giorgio
 
PER i milanesi agiati la villeggiatura A Legnano terminava CON la vendemmia
 
“Vinee frequentes variorum generum tam dulcium quam acrium vina salubria, sapOrifera, clam, candidi, citrini, rosey aureique coloris in tanta cOpia. .. ” (Le vigne numerose producono svariati generi, sia dolci sia aspri, di vini salutari, saporiti, chiari, di colore bianco, giallo roseo e dorato, in tanta abbondanza...)‘ così si esprime Bonvesin da la Riva, terziario dell’0rdine degli Umiliati, insegnante “private” di gramrnatica latina, scrittore di prose e di versi, nato verso la seconda metà del Duecento, nelle sue celebri Meraviglie di Milano (1290 circa).
L’0pera si configura come panegirico e probabilmente tende ad esagerare coi numeri, tuttavia restituisce un’irnmagine piuttosto genuina della viticoltura nel contado di Milano; enumera la quantità di uva che si raccoglie abitualmente e la produzione delle annate straordinarie, la quantità di vino che se ne ricava, più vari sottoprodotti e coltivazioni associate.
Lo scrittore specifica che le viti vengono fatte arrampicare su alberi da frutto, i quali oltre a fungere da sostegno forniscono ulteriore alimento nonché legna combustibile. E’ un resoconto fedele delle tecniche agricole in uso nella nostra zona, da cui si percepisce che la piantumazione dei gelsi, ammesso che fossero questi i sostegni della potatura “alberata”, non avviene in concomitanza con lo sviluppo dell’industria serica, bensì la precede. Ma poteva trattarsi anche di pruni. E’ appurato che la chioma degli alberi gettasse ombra sui pémpini e i grappoli, per cui la gradazione del mosto ne risultava compromessa.
Sembra anche che il gusto del vino fosse un po’ asprigno  in quanto erano impiegate viti selvatiche. Se consideriamo che il nostro autore ha trascorso un certo lasso di tempo a Legnano, non è improbabile che abbia acquisito le sue informazioni di prima mano, andando a spasso prima mano, andando a spasso nelle campagne circostanti al borgo; e che magari abbia fatto meren da sull’aia o in qualche canonica con una fetta di bruséla e un bicchiere di vino.‘
C’era un tempo in cui i due versanti opposti della Valle dell’Olona, in corrispondenza della piana di Legnano, e cioè il territorio della Cascina di San Giorgio e quello di Legnarello, consistevano in aratori avidati; non sappiamo se le vigne fossero disposte su terrazze oin leggero declivio. La fama del vino dei colli di S. Erasmo é giunta fino ai giomi nostri, non altrettanto si puòdire del vino di S. Giorgio. Eppure la prova inconfutabile della sua e isiede in un documento tornato recentemente alla ribalta della storia locale, citato anche dal prof. Gianazza in un bell’articolo apparso sulla Martinella (n. 6, Gennaio 2001) e del quale ci auguriamo che l’illustre paleografo curi al più presto una traduzione integrale
 
 
parte2
 
Codesto documento, una comù-mutatio bonorum da parte del capitolo dei monaci agostiniani della chiesa di S. Giorgio, verso esponenti della nobiltà milanese della casata dei Torriani, datato 1261, e incluso nel cosidetto codice Della Croce. Sono molte le domande che non hanno ancora una risposta, per esempio che tipo di rapporto ci fosse fra i monaci di S. Giorgio e quelli dell'ospitale di S. Erasmo. Nella traduzione parziale che dava l’ing. Suterrneister laddove vengono precisati i confini della vasta proprietà e la tipologia dei terreni, risultano vigne a ponente del fiume Olona, verso la strada che porta a Dairago; strada che non coincide con l’attuale provinciale, ma che un tempo attraversava i paesi di S. Giorgio e Villa Cortese. Bisogna ricordare che la viticoltura, conosciuta fin dall’antichità e decaduta miseramente in seguito alla rovina delle invasioni barbariche, continuava a essere praticata dai monaci, in quanto il vino era indispensabile alla celebrazione della Messa.
Un’altra curiosità riguarda il soprannome affibbiato al praepositu degli Agostiniani, Don Ruggero delle Cinque Vie, detto Ceppo. Con questo nome si definisce anche il fusto della vite, dal quale partono i tralci.
La produzione viticola sangiorgese si affina nei secoli successivi, lasciando diverse tracce negli archivi. Del resto non vi é dubbio che la zona intorno a Legnano fosse un luogo ameno, dove i milanesi agiati, nobili e borghesi, convenivano nella bella stagione, per la villeggiatura e vi rimanevano fino al tempo della vendemmia. A codesti gentiluomini doveva essere ben gradita, per non dire ambita, la visita di un letterato del calibro di Bonvesin da la Riva, con una vasta erudizione e frequentazioni nell’alta società.
Dal canto suo il frate, in quanto insegnante privato di latino*, deve fare le sue pubbliche relazioni, e quindi accettare inviti a pranzo, anche se non può  fare a meno di deprecare i componimenti rozzi di taluni padroni di casa, come quello di insistere con troppo zelo nel far mangiare e bere l’ospite, o quello di inzuppare il pane nel bicchiere del vino, specialmente quando dallo stesso ci doveva bere lui! Naturalmente Bonvesin certe considerazioni le teneva per sé, almeno fino al momento di affidarle alla pagina scritta: difatti le Cinquanta cortesie da desco, sorta di galatéo ante litteram, risultano essere state composte proprio durante il suo soggiomo a Legnano.
 
Note
- La bruséla é una focaccia dolce con gli écini d’uva.
- citando i Vetera Humiliatorum Monumenta del Tiraboschi, ricorda ehe gli 0spedali erano normalmente gestiti da frati che pur essendo autonomi, seguivano la regola degli agostiniani.
- Duemilanni fa a Inveruno. La necropoli romana ritrovata, catalogo della mostra,  - Comune di Inveruno, 2000) parla dell’esistenza di una strada di c0ngiunzione tra il Ticino e l’Ol0na, attraverso Busto Garolfo e Legnano, “testimoniata giél in et? medievale e rinascimentale, sui documenti e sulle mappe delle visite pastorali di San Carlo Borromeo, e facilmente é il relitto di una situazione stradale precedente, che si mantiene in uso fino ad oggfl
- La ventitreesima é questa: non devi inzuppare il pane nel vino se con te nello stesso bicchiere bevesse fra Bonvesino.
 
----------------------------------------------------------
 
PE-n1384-Santa-Lucia.mm  Santa Lucia, Natale, Epifania: le ricorrenze della tradizione
 
Senza perderci in disquisizioni astronomiche troppo complicate diamo per certo che il cristianesimo “ribattezza” alcune “feste” pagane. Le maggiori cadono tra i mesi di dicembre e gennaio, caratterizzati dal solstizio d’inverno, quando nell’antica Roma si aspetta il sole (adventus solis) mentre adesso si aspetta il Natale del Signore (adventus Christi).
Durante il Medioevo, per le sfasature del computo secondo il calendario giuliano, il solstizio capita intomo al 13 dicembre, giorno di Santa Lucia (da lux, luce) che, per sfatare il detto popolare: Santa Luzia, ul di pusé curtu ca ga sia, é festeggiata con luminarie e fuochi d’artificio. Anche in Svezia e rappresentata da una fanciulla, abbigliata da una candida tunica, con una corona di sette candele accese, che va di casa in casa dispensando doni.
Con l’attuale calendario gregoriano il solstizio è spostato al 21 dicembre, ma la festa principale rimane al 25, dies Natalis solis invicti (il giomo della nascita del sole invincibile dei Romani). Infatti dopo qualche giorno, rispetto al 21, il sole che nasce si vede meglio sull’orizzonte: e il Natale del Signore per i cristiani o meglio, come recita un antico proverbio contadino delle nostre parti: Natal, ul sbavagiu d’un gal (Natale lo sbadiglio di un gallo), ovverossia la luce aumenta un poco.
Ma questi in Roma sono anche i giorni, prima, dei Saturnali, in onore di Saturno in cui si gioca con tavoletta e pedine e, poi, dei festeggiamenti d’inizio d’anno in onore della dea autoctona Strenna, durante i quali si regalano ramoscelli beneauguranti (le strenne appunto), tagliati da alberi della flora mediterranea (ulivo, alloro) di cui l’Italia abbonda. Adesso si recidono tralci di vischio da appendere in casa sotto i quali, durante la notte di San Silvestro, ci si bacia come augurio di felicità e fortuna. I sacerdoti celti, come ci testimoniano gli antichi autori, recidono il vischio con un falcetto d’oro e lo considerano prodigioso, sacro e taumaturgico poiché non ha radici.
Doni, doni, doni. Da noi, Diocesi di Milano, passa prima S. Ambrogio. I genitori fanno mettere ai bambini sul davanzale pane e acqua per il cavallo del santo. Al risveglio trovano monete di cioccolato, torroncini, noci, datteri, fichi secchi, mandarini, arance (un tempo caratteristico profumo di Natale, oggi ci sono tutto l’anno). La casa viene ornata con grossi rami d’alloro a cui si appendono agrumi profumati. Dappertutto compaiono ghirlande di sempreverdi (pino, abete) e agrifoglio, con i suoi rutilanti grappoli di bacche rosse, 0 ginepro, con coccole argentate, ritenuto portafortuna incormttibile per la sua lunga durata.
Più avanti, sulla sua slitta trainata dalle renne annunciata da festosi sonagli e campanelli, ecco, nella notte santa compare Babbo Natale (non ci é bastato il nostro genuino Sanczus Nicolaus, da Bari l’abbiamo fatto emigrare in America e poi importato come Santa Claus) con il suo vestito rosso orlato di bianca pelliccia (ben coperto come si conviene a chi arriva dal Nord e precisamente dalle lande ghiacciate sperdute tra Lapponia e Finlandia).
Meno male che abbiamo conservato almeno il presepe, per rinnovare la tradizione francescana nella natività di Grecia del 24 dicembre 1223. Da quel momento statuine di legno, terracotta, porcellana, avorio, plastica, semplicemente sbozzate e dipinte, o riccamente abbigliate, in un tripudio di angeli e di luci accompagnano i pastori alla povera grotta di Betlemme a vedere il Bambinello.
Trascorso capodanno, festa più per i grandi che per i bambini, dove tutti si affannano ad augurarsi ricchezza, denari, fortuna contro l’avarizia della sorte con quadrifogli rari, ferri di cavallo, lenticchie, uva e fiumi di spumante chiude i festeggiamenti del solstizio la Befana (corruzione popolare di Epifania). Ella compare nella misteriosa e portentosa dodicesima notte (i conti tornano se si pare da Natale). A Pifania tuti i festi a porta via, come continua a rammentarci la saggezza popolare, purtroppo e proprio l’ultima ricorrenza. Misto di strega e fata benefica con il naso bitorzoluto, il mento sporgente, un cappellaccio scuro, gli abiti sbrindellati e “le scarpe tutte rotte” a cavallo della scopa scende giù per i camini (adesso si infilerebbe dritta nelle caldaie) per riempire le calze li appese: più lunghe sono, meglio e conviene essere stati buoni per non trovarvi solamente carbone.
Se non é lei, passano almeno i Re Magi con i loro cammelli (che vanno di nuovo sfamati e abbeverati) e non lasciano oro, incenso e mirra, riservati a Gesù Bambino, ma qualche dono, qualche leccornia si per rendere più dolce l’attesa di tutto un anno e rivivere questa straordinaria, misteriosa e un po’ magica atmosfera di festività.
 
-------------------------------------------------
 
PE-n1385-Scuola-DeAmicis.nn - Scuola Edmondo de Amicis
 
Nel 1929 iniziò l'edificazione della scuola elementare Edmondo De Amicis in via Ratti (la terza costruita a Legnano, con venti aule capaci di ospitare 800 alunni. Nella prima foto, l’edificio appena realizzato e, nell’altra immagine del 1931, scolari e genitori all'ora di uscita dalla scuola.
Dirige il traffico (allora costituito più di biciclette che di auto) il noto vigile Giulio Gindàri, che era stato soprannominato “Giuli talafò”’ per un beffa subita.
Aveva sorpreso un ragazzo che pedalava in sella a una bicicletta senza fanale e contrassegno punzonato sul rnanubrio (allora obbligatorio) della tassa pagata.
Fermato dunque dal vigile Gindari per contestargli la contravvenzione, il ragazzetto, che non aveva soldi per pagare la multa, alla richiesta delle generalità, disse che il suo cognome era “Talafò”; naturalmente diede anche un indirizzo falso.
Solo quando tornò al Comando, con l'annotazione sul taccuino, Gindari si rese conto di essere stato beffato dal ragazzo, che aveva detto di chiamarsi “Talafò”; parola che corrispondeva ad una promessa: “te la faccio”, come in effetti avvenne.
All’ingenuo vigile restò da allora il soprannome di “Giuli talafò”.
 
------------------------------------------------------
PE-n1386-collezione-carrozze.mm - Collezione di carrozze e oggetti d'epoca che Maria Giulio Ferrario conserva con amore
 
I pezzi rari e unici erano stati raccolti dal marito Antonio Landone.
Incontrare Maria Giulia Ferrario Landone nella sua “Caseina S. Maria”, immersa nei Boschi Tosi (o meglio in ciò che rimane di quel polmone verde soffocato dagli insediamenti commerciali e industriali), E' stato come fare un viaggio a ritroso nel temmorose carrozze trainate da cavalli scalpitanti.
Non é pero uno scherzo, perché la signora Maria Giulia ci accompagna subito alle rimesse dove custodisce, con la cura di un’appassionata hobbista, una ricca collezione di carrozze. Su alcune di esse, seduta a cassetta a fianco del marito Antonio Landone, ha partecipato, negli anni passati, a numerose manifestazioni, sfilate e raduni di carrozze d’epoca, apprendendo dal marito la tecnica di guida a “redini lunghe”, come viene chiamato un sistema di conduzione delle carrozze. il cavallo giusto — dice il cavallo giusto — dice dà una soddisfazione molto più grande che guidare qualsiasi autovettura; sfilare poi durante i raduni e le gare di attacchi é un’esperienza di grande gratificazione, perché alla gente piace: e sia per noi che guidiamo a cassetta, sia per la folla che assiste, si ricrea un’atmosfera magica di un tempo romantico che non c'é pù».
E non ci sono solo carrozze nella cascina nei Boschi Tosi, che é stata ristrutturata per avere lo spazio per i box dei cavalli e Ie rimesse per le carrozze. In una stanza a fianco delle rimesse, sono conservati ed esposti le medaglie, le coppe, gli attestati, vinti nelle gate, molti cimeli e fotografie; dalle pareti pendono poi staffe, morsi, fnlste, selle in cuoio, finimenti vari (uno proviene dalla Casa Savoia riconoscibile dallo stemma della famiglia reale): una parata di accessori per cavalli e carrozze degna di incalliti appassionati del mondo equestre. Maria Giulia Ferrario é nata nel 1921: figlia di Pietro Ferrario, vinaio legnanese, con sede aziendale in via XXIX Maggio. Per alcuni anni ha lavorato nell’azienda paterna, poi ha sposato Antonio Landone, gestore di un distributore di benzina e di una officina meccanica con due grandi passionii competere nelle gare di motociclette da corsa e montare su cavalli e carrozze. Dal matrimonio sono nati due figli   Ferdinando e Anna.
 
“Vecchio musicante" uno degli affreschi attribuiti a Giovanni Lampugnani, che la signora Landone ha voluto tenere a ricordo della “Colombera ”
 
parte2
 
La signora ormai ottantenne, Maria Giulia Landone, ma ancora in buona fonna fisica e di spirito, casalinga ma con l’hobby anche della pittura: nei suoi quadri appesi sulle pareti di casa, paesaggi di campagna, alberi e fiori di ogni tipo, a riprova dell’amore pe ril bello, l’antico e la natura che questo nostro simpatico personaggio continua a coltivare.
Racconta la “passione” del defunto marito Antonio per i cavalli allevati e curati in cascina e per le costose carrozze d’epoca. Un interesse da lei condiviso con il coniuge, e quando una inferrnità agli occhi impedìi al partner di guidare, prese in prima persona “le redini” della situazione: si sedette a cassetta al posto di guida, briglie e frusta in mano, e via con la cavalla preferita “Rassekela”, a gareggiare nelle gimcane cui partecipava in abbigliamento d’epoca e solitamente con un coupé ottocentesco. Descrive le caratteristiche tecniche, anno e luogo di fabbricazione di ogni carrozza: si sofferma con orgoglio accanto ad un modello del 1820, l’American original, di fabbricazione inglese e proveniente dalla casa reale olandese.
<<Lo stesso modello — precisa sorridente la signora Maria Giulia — usato dal regista Fleming per le riprese del film “Via col vento ”». E poi ancora un brum cart in legno pregiato del 1800; un landau tutto nero, un coupé a due posti che si usava in città.
Alla signora Landone suggerisco di affidare la collezione di carrozze d’epoca a qualche ente che disponga di locali per esporle alla vista del pubblico, delle scolaresche in particolare, che potrebbero farsi un’idea concreta di come si viaggiava nei secoli passati pn'ma dell’arrivo dell’automobile, un contributo utile in classe alla ricostruzione della storia dei trasporti.
<<Non vorrei — sospira perplessa in risposta — che le mie amate carrozze subissero una sorta di abbandono come è accaduto per lo storico edificio della “Colombera” (la casa di caccia dei pittori Lampugnani) situata vicino alla chiesa di S. Domenico, che era di mia proprietà. Ne feci donazione all’Amministrazione comunale di Legnano nel I990, perché fosse frequentata e utilizzata dalla cittadinanza, da studiosi, da alunni ed insegnanti delle scuole del Legnanese. Dopo il restauro, però, poche persone l’hanno visitata: qualche cultore di storia dell ’arte, alcuni insegnanti, qualche curioso. L’Amministrazione l’aveva quindi concessa in afiitto al GAG (Gruppo Altomilanese Giornalisti), che per alcuni anni aveva potuto così tenere aperta e accessibile la struttura, organizzando anche visite guidate. Ora, mi riferiscono, é chiusa e in stato di abbandono, alla merce di scarafaggi e di altri insetti che la abitano».
 
---------------------------------------------------------------------------
 
PE-n1387-affreschi-SantErasmo.mm - Gli Affreschi di Sant'Erasmo a Legnano
 
Questo articolo presenta tre importanti affreschi storici e artistici provenienti dall'antico Ospizio di Sant'Erasmo a Legnano, che solo recentemente sono stati riuniti nel loro luogo d'origine dopo quasi un secolo di separazione. L'ospizio, fondato forse nel XIII secolo da Bonvesin de la Riva, svolgeva un ruolo cruciale di assistenza ai poveri e ai malati; i dipinti raffigurano episodi della vita di Sant'Erasmo e, in particolare, la distribuzione delle patenti di povertà, un documento sociale che testimonia le consuetudini dell'epoca. Il testo illustra anche la lunga e complessa controversia sorta tra la Congregazione di Carità, il Comune di Legnano e la Soprintendenza alla fine dell'Ottocento, poiché la Soprintendenza si oppose alla demolizione dell'edificio fatiscente a causa del valore storico e artistico degli affreschi, vincolando l'immobile e dando il via a decenni di lungaggini burocratiche.
 
PE-n1388-affreschi-SantErasmo.mm - Discussione: Affreschi Sant'Erasmo.
 
Gli affreschi di Sant'Erasmo costituiscono tre importanti testimonianze della storia e dell'arte legnanese. Essi decoravano originariamente la facciata dell’antico Ospizio di Sant’Erasmo, un edificio che risalirebbe forse a una fondazione di Bonvesin de la Riva nel XIII secolo e che era dedicato all'assistenza dei poveri, dei malati, dei bambini abbandonati e degli anziani.
Questi tre dipinti murali sono particolarmente significativi per il periodo a cui risalgono e per le vicende storiche che li hanno coinvolti. Solo recentemente, a partire dal Settembre dell'anno precedente la stesura dell'articolo, sono stati riuniti nel loro luogo di provenienza, l’Ospizio di Sant’Erasmo, dopo quasi un secolo di peripezie.
 
Descrizione e Soggetti
I tre affreschi si suddividono per soggetto:
1. Vita di Sant'Erasmo: Due degli affreschi rappresentano episodi della vita del santo, specificamente la flagellazione e il martirio.
2. Distribuzione delle Patenti di Povertà: Il terzo affresco, di dimensioni maggiori, raffigura un momento cruciale nell'attività dell'Opera pia che gestiva l’ospizio: la distribuzione delle patenti di povertà. Tali patenti permettevano ai riceventi di ottenere alimenti e altri sussidi necessari.
Questo affresco è un "documento 'di costume'" che testimonia le consuetudini dell'epoca, rendendolo interessante anche al di là del suo specifico valore artistico, come già aveva sottolineato la Regia Soprintendenza all'arte delle Province Lombarde.
Dettagli della scena: La composizione è vivace e ben costruita, caratterizzata da colori caldi. Vi si osserva un alto banco dove siedono gli amministratori dell’Opera in abiti eleganti. La scena presenta due piani nettamente separati: sopra si trovano i donanti (gli amministratori), e sotto si vedono persone che porgono sacchi a uomini e donne del popolo (i riceventi).
 
La Controversia e la Tutela
Gli affreschi di Sant'Erasmo sono stati al centro di una lunga controversia che coinvolse enti schierati su posizioni divergenti: la Congregazione di carità e il Comune di Legnano da una parte, e la Soprintendenza dall'altra.
La questione ebbe inizio alla fine dell’Ottocento, quando l'Ospizio si trovava in condizioni fatiscenti e non era più in grado di rispondere alle crescenti richieste di ricovero.
• Richiesta di Demolizione (1893): Nel 1893, la Congregazione chiese alla Soprintendenza la possibilità di demolire l’Ospizio per costruirne uno più idoneo, impegnandosi a non "intaccarne le memorie storiche". Tale richiesta non ebbe alcun riscontro.
• Intervento della Soprintendenza: Dopo dieci anni, il degrado dell'edificio progredì. La Soprintendenza, sollecitata, effettuò un sopralluogo. Il risultato fu inaspettato per la Congregazione, poiché la Soprintendenza proibì "ogni, anche parziale, demolizione". La motivazione era che gli affreschi della facciata erano ritenuti cinquecenteschi, attribuibili ai Lampugnani, e di interesse storico.
• Il Vincolo (1913): Dieci anni dopo tale divieto, nel 1913, il Ministero della Pubblica Istruzione notificò un provvedimento di vincolo sull’edificio, in applicazione della legge 364 del 1909.
• Sviluppi Successivi: Seguì una vicenda complessa, caratterizzata da rinvii, silenzi burocratici e la tentazione del "fatto compiuto". Nel 1918, un ingente lascito da parte di Cristoforo Borsani spinse la Congregazione ad accelerare i piani. Nel 1920 l’antico Ospizio era ormai vuoto. Nel 1921, il presidente della Congregazione chiese un nuovo sopralluogo, incaricando l’architetto Perrone, il quale pose come condizione per un’eventuale demolizione la presentazione e la successiva approvazione di un progetto dettagliato da parte della Soprintendenza.
 
PE-n1389.ospizio-Carita.mm - Discussione Ospizio carità.
 
L'Ospizio di Sant’Erasmo, noto anche come Ospizio carità per la sua funzione storica, è un edificio di fondamentale importanza nella storia legnanese, non solo per il ruolo assistenziale svolto, ma anche per le lunghe controversie legate alla sua conservazione, incentrate principalmente sugli affreschi che ne decoravano la facciata.
 
Origini e Missione Assistenziale
L'Ospizio di Sant’Erasmo è una delle più antiche istituzioni caritatevoli locali, la cui fondazione potrebbe risalire al lontano secolo XIII, forse per opera di Bonvesin de la Riva.
Da quel momento, l'istituto ha svolto una funzione essenziale di cura e assistenza, rivolgendosi alle fasce più deboli della popolazione:
• Poveri
• Malati
• Bambini abbandonati
• Anziani
L'Ospizio era gestito da un'Opera pia, un ente la cui attività più significativa era la distribuzione delle patenti di povertà. Queste patenti permettevano ai riceventi di ottenere alimenti e altri sussidi necessari per la loro sopravvivenza.
La Testimonianza Artistica
Le attività e le consuetudini dell'Ospizio sono immortalate da uno dei tre importanti affreschi che decoravano la facciata dell’edificio. Questo affresco, più grande degli altri due (che ritraggono episodi della vita di Sant'Erasmo), raffigura proprio la scena della distribuzione delle patenti di povertà.
L'affresco è un "documento 'di costume'" che riveste interesse anche al di là del suo specifico valore artistico, come riconosciuto dalla Regia Soprintendenza all'arte delle Province Lombarde. La scena è vivace e ben costruita, con colori caldi, e mostra una netta separazione tra i due piani della composizione:
• Piano superiore (i donanti): Si vede un alto banco dove siedono gli amministratori dell’Opera, vestiti elegantemente.
• Piano inferiore (i riceventi): Sotto il banco, si vedono uomini e donne del popolo ai quali vengono porre sacchi.
 
La Crisi e la Controversia sulla Demolizione
A partire dalla fine dell'Ottocento, l'antico Ospizio divenne fatiscente e inadeguato a rispondere alle crescenti richieste di ricovero. A causa di questa situazione, la Congregazione di carità (l'ente gestore) e il Comune di Legnano erano costretti ad assistere i bisognosi a domicilio o a pagare rette per il loro ricovero in istituti esterni, prevalentemente in quello di Cesano Boscone.
Questo stato di degrado diede il via a una lunga controversia, con la Congregazione di carità e il Comune di Legnano schierati contro la Soprintendenza.
• 1893 - Richiesta di Demolizione: La Congregazione chiese alla Soprintendenza l'autorizzazione a demolire l'Ospizio per erigerne uno più idoneo, con l'impegno a non intaccare le "memorie storiche". Tale richiesta non ricevette riscontro.
• 1903 ca. - Divieto della Soprintendenza: Dieci anni dopo, il degrado era progredito, e un sopralluogo sollecitato dalla Congregazione portò a una decisione inattesa: la Soprintendenza proibì "ogni, anche parziale, demolizione". La motivazione era che gli affreschi della facciata, ritenuti cinquecenteschi e attribuibili ai Lampugnani, erano di interesse storico.
• 1913 - Il Vincolo: Seguirono altri dieci anni, fino a quando, nel 1913, il Ministero della Pubblica Istruzione notificò un provvedimento di vincolo sull’edificio, in base alla legge 364 del 1909.
• Accelerazione dei Piani: La vicenda fu caratterizzata da rinvii e lungaggini burocratiche. Nel 1918, un ingente lascito da parte di Cristoforo Borsani spinse la Congregazione a stringere i tempi per la costruzione di un nuovo edificio.
• 1920 - Abbandono: L’antico Ospizio risultò vuoto nel 1920, con l’ultima ricoverata trasferita a Cesano Boscone, dove erano già assistiti oltre cinquanta legnanesi.
• 1921 - Nuove Condizioni: Nel 1921, il presidente della Congregazione chiese un nuovo sopralluogo, affidato all’architetto Perrone. Questi condizionò un’eventuale demolizione futura alla presentazione e all’approvazione di un dettagliato progetto da parte della Soprintendenza.
Attualmente, gli affreschi sono stati riuniti nel luogo di provenienza, l’Ospizio di Sant’Erasmo, dopo quasi un secolo di vicende e peripezie.
 
PE-n1390- controversia-demolizione.mm - Discussione: Controversia demolizione.
 
La "Controversia demolizione" riguarda una lunga disputa che ha coinvolto l'antico Ospizio di Sant’Erasmo a Legnano, contrapponendo la Congregazione di carità (e il Comune di Legnano) alla Soprintendenza.
Questa contesa ebbe origine alla fine dell’Ottocento, quando l’Ospizio, fondato forse nel XIII secolo da Bonvesin de la Riva, era ormai fatiscente e non più in grado di soddisfare le crescenti richieste di ricovero per poveri, malati e anziani.
 
Le Tappe della Controversia
La Congregazione di carità, l'ente che gestiva l'Ospizio, si trovava costretta ad assistere i bisognosi a domicilio o a pagare rette in istituti esterni, prevalentemente a Cesano Boscone. Per risolvere il problema di un edificio inadeguato, si mosse formalmente:
1. 1893: La Richiesta di Demolizione La Congregazione chiese alla Soprintendenza la possibilità di demolire l’Ospizio per costruirne uno più idoneo, con l'impegno di non danneggiare le "memorie storiche". Questa richiesta, tuttavia, non ebbe alcun riscontro.
2. Circa 1903: Il Veto Imprevisto Dieci anni dopo, il degrado dell’edificio era progredito, e la Congregazione sollecitò un nuovo intervento urgente. La Soprintendenza effettuò un sopralluogo, il cui esito fu inatteso: la Soprintendenza proibì "ogni, anche parziale, demolizione". Il motivo di questo divieto era il valore storico degli affreschi che decoravano la facciata. Tali affreschi, che includevano scene della Vita di Sant'Erasmo e, in particolare, la Distribuzione delle Patenti di Povertà, erano ritenuti cinquecenteschi e attribuiti ai Lampugnani. La Regia Soprintendenza aveva già puntualizzato che l'affresco della distribuzione delle patenti era un importante "documento 'di costume'".
3. 1913: Il Vincolo Legale Dopo ulteriori dieci anni di stallo, nel 1913, il Ministero della Pubblica Istruzione notificò un provvedimento di vincolo sull’edificio. Tale provvedimento si basava sulla legge 364 del 1909.
 
L'Evoluzione Burocratica
La controversia è descritta come una vicenda "molto 'italiana'" caratterizzata da rinvii, silenzi burocratici, lungaggini e fraintendimenti, con la costante "tentazione del 'fatto compiuto'".
• 1918: L'Accelerazione Un fattore che spinse la Congregazione a stringere i tempi fu un lascito ingente ricevuto da Cristoforo Borsani.
• 1920: Lo Sgombero L’antico Ospizio risultò vuoto nel 1920, poiché l'ultima ricoverata fu trasferita a Cesano Boscone, dove già ricevevano assistenza oltre cinquanta legnanesi.
• 1921: Le Condizioni per la Demolizione Nonostante l'edificio fosse vuoto, il presidente della Congregazione chiese un nuovo sopralluogo nel 1921. L’architetto Perrone, incaricato dalla Soprintendenza, pose come condizione essenziale per un'eventuale futura demolizione la presentazione e l'approvazione di un dettagliato progetto da parte della Soprintendenza.
La conclusione di questa lunga storia di peripezie è che gli affreschi, dopo quasi un secolo di vicende, sono stati riuniti nel luogo di provenienza, l’Ospizio di Sant’Erasmo, a partire dal Settembre dell'anno precedente la stesura dell'articolo.
 
PE-n1391- ospizio-carita.mm - Discussione: Ospizio carità.
 
L'Ospizio di Sant’Erasmo rappresenta una delle più importanti testimonianze della storia legnanese e un cruciale esempio di istituzione di carità. Questo antico edificio, decorato da affreschi sulla facciata, è noto per la sua lunga storia assistenziale e per la controversia che ha circondato la sua conservazione nel Novecento.
 
Origini e Missione Sociale
La fondazione dell'Ospizio di Sant'Erasmo è antica, risalendo forse al lontano secolo XIII, e talvolta attribuita a Bonvesin de la Riva.
Da allora, l’Ospizio ha svolto una fondamentale opera di cura rivolta alle fasce più vulnerabili della popolazione. La missione di carità dell'istituto si concentrava sull'assistenza di:
• Poveri
• Malati
• Bambini abbandonati
• Anziani
L’Ospizio era gestito da un’Opera pia. Una delle attività centrali di questa Opera era la distribuzione delle patenti di povertà, che permettevano ai riceventi di ottenere alimenti e altri sussidi necessari.
 
La Testimonianza Artistica della Carità
L'attività di assistenza svolta dall'Ospizio è documentata e celebrata in uno dei tre affreschi che decoravano la facciata. Questo affresco, il più grande dei tre (gli altri due raffigurano la flagellazione e il martirio di Sant'Erasmo), rappresenta specificamente la distribuzione delle patenti di povertà.
L'opera è considerata un "documento 'di costume'" che testimonia le consuetini dell’epoca, risultando per questo interessante anche al di là del suo specifico valore artistico, come sottolineato dalla Regia Soprintendenza all’arte delle Province Lombarde.
La scena è vivace e ben costruita, con colori caldi, e presenta due piani nettamente separati:
1. I Donanti (in alto): Un alto banco dove siedono gli amministratori dell’Opera, vestiti in abiti eleganti.
2. I Riceventi (in basso): Persone del popolo (uomini e donne) che porgono sacchi.
 
Degrado e Controversia sulla Demolizione
A partire dalla fine dell’Ottocento, l’Ospizio era già fatiscente e inadeguato a rispondere alle crescenti richieste di ricovero. Questo causò una lunga controversia che mise in contrasto la Congregazione di carità (l'ente gestore, supportato dal Comune di Legnano) e la Soprintendenza.
La Congregazione e il Comune dovevano assistere molti bisognosi a domicilio o pagare rette per il loro ricovero in istituti di altre località, principalmente a Cesano Boscone.
 
Le fasi salienti della controversia furono:
• 1893: La Congregazione chiese l'autorizzazione a demolire l'Ospizio per costruirne uno più idoneo. Questa richiesta non ebbe riscontro.
• Circa 1903: A seguito del progredire del degrado, la Soprintendenza, dopo un sopralluogo sollecitato dalla Congregazione, proibì "ogni, anche parziale, demolizione". Il divieto fu motivato dal fatto che gli affreschi della facciata, ritenuti cinquecenteschi e attribuibili ai Lampugnani, erano di interesse storico.
• 1913: Il Ministero della Pubblica Istruzione notificò un provvedimento di vincolo sull’edificio, in base alla legge 364 del 1909.
• 1918: Un ingente lascito di Cristoforo Borsani spinse la Congregazione a stringere i tempi per l'edilizia.
• 1920: L’antico Ospizio risultò vuoto, dopo che l’ultima ricoverata fu trasferita a Cesano Boscone, dove già erano assistiti oltre cinquanta legnanesi.
• 1921: L'architetto Perrone, incaricato di un nuovo sopralluogo dalla Soprintendenza, pose come condizione per una futura demolizione la presentazione e l’approvazione di un dettagliato progetto da parte della Soprintendenza stessa.
Nonostante queste lunghe peripezie, gli affreschi, che sono preziose testimonianze per il periodo a cui risalgono, sono stati riuniti nel loro luogo di provenienza, l’Ospizio di Sant’Erasmo, a partire dal Settembre dello scorso anno.
 
PE-n1392-vicende-burocratiche.mm - Discussione: Vicende burocratiche.
 
Le "vicende burocratiche" relative all'antico Ospizio di Sant'Erasmo a Legnano costituiscono l'elemento centrale di una lunga controversia durata quasi un secolo e descritta come una storia "molto 'italiana'".
Questa disputa vide contrapporsi la Congregazione di carità (e il Comune di Legnano), desiderosi di demolire l'edificio fatiscente per costruirne uno più idoneo, e la Soprintendenza, determinata a tutelarne il valore storico e artistico.
 
Fasi Iniziali e Mancanza di Riscontro
Il problema sorse alla fine dell’Ottocento, quando l’Ospizio, pur essendo un'istituzione storica risalente forse al XIII secolo, risultava ormai fatiscente e inadeguato alle crescenti richieste di ricovero.
1. 1893 – La Richiesta Ignorata: La Congregazione di carità chiese formalmente alla Soprintendenza la possibilità di demolire l’Ospizio per erigerne uno più idoneo, impegnandosi a non "intaccarne le memorie storiche". Tale richiesta, tuttavia, non ebbe alcun riscontro.
2. Circa 1903 – Il Veto: Dopo un decennio, con il degrado dell’edificio progredito, la Congregazione sollecitò un "intervento urgente". La Soprintendenza effettuò finalmente un sopralluogo, ma il risultato fu inatteso: la Soprintendenza proibì "ogni, anche parziale, demolizione". Il divieto fu motivato dal fatto che gli affreschi della facciata — ritenuti cinquecenteschi e attribuibili ai Lampugnani — erano di interesse storico.
 
Il Vincolo e le Lungaggini
Le procedure burocratiche proseguirono con estrema lentezza, caratterizzate da "rinvii, silenzi, lungaggini burocratiche, fraintendimenti pù o meno involontari".
1. 1913 – Il Provvedimento di Vincolo: Dopo altri dieci anni, il Ministero della Pubblica Istruzione notificò un provvedimento di vincolo sull’edificio, in applicazione della legge 364 del 1909.
2. 1918 – L'Accelerazione: La situazione si sbloccò quando la Congregazione ricevette un lascito ingente da Cristoforo Borsani, il che spinse l'ente a decidere di "stringere i tempi" per i propri piani.
3. 1920 – Il Tentativo di “Fatto Compiuto”: L’antico Ospizio fu svuotato nel 1920, con l’ultima ricoverata che raggiunse gli oltre cinquanta legnanesi già assistiti nell'istituto di Cesano Boscone. Nonostante l'edificio fosse vuoto, la controversia legale e burocratica non era terminata.
4. 1921 – La Condizione Finale: Il presidente della Congregazione chiese un nuovo sopralluogo nel 1921. L’architetto Perrone, incaricato dalla Soprintendenza, condizionò qualsiasi futura demolizione alla presentazione di un dettagliato progetto e alla successiva approvazione da parte della Soprintendenza.
Le vicende burocratiche furono dunque un lungo braccio di ferro tra la necessità assistenziale e la tutela del patrimonio artistico, culminato, dopo quasi un secolo di peripezie, con il ricongiungimento degli affreschi di Sant’Erasmo nel loro luogo di provenienza.
 
PE-n1393-carrozze-passione - Collezione Landone: Carrozze e Passione d'Epoca
 
Il testo presenta un affettuoso ritratto di Maria Giulia Ferrario Landone e della sua preziosa collezione di carrozze d’epoca, originariamente assemblata dal defunto marito Antonio Landone, all'interno della loro dimora "Caseina S. Maria". Questa narrazione sottolinea la profonda passione che la coppia condivideva per il mondo equestre, evidenziando come Maria Giulia abbia attivamente partecipato a sfilate e raduni, imparando la tecnica di guida a "redini lunghe" e assumendo le redini della collezione quando il marito fu impossibilitato. Oltre ai veicoli storici, la cascina ospita cimeli, trofei e accessori equestri, ma il racconto si conclude con la preoccupazione della signora Landone per il futuro della collezione e il timore che possa subire l'abbandono, come accaduto a una precedente donazione immobiliare.
 
PE-1394-collezzione-carrozze - Discussione: Collezione carrozze.
 
La Collezione di carrozze e oggetti d’epoca è stata raccolta da Antonio Landone, defunto marito di Maria Giulia Ferrario Landone, la quale la conserva con grande cura e amore.
 
Collocazione e Contenuto della Collezione
La collezione è ospitata presso la residenza di Maria Giulia Ferrario Landone, nota come “Caseina S. Maria”, situata nei Boschi Tosi. La cascina è stata ristrutturata appositamente per ricavare lo spazio necessario sia per i box dei cavalli sia per le rimesse dedicate alle carrozze.
La collezione non si limita ai soli veicoli d'epoca; in una stanza attigua alle rimesse, sono conservati ed esposti:
 
• Medaglie, coppe e attestati vinti nelle gare.
• Cimeli e fotografie.
• Accessori per cavalli e carrozze, inclusi staffe, morsi, fruste, selle in cuoio e finimenti vari. Un particolare finimento è riconoscibile dallo stemma della famiglia reale e proviene dalla Casa Savoia.
 
La Passione per la Guida e i Raduni
Antonio Landone, che era anche gestore di un distributore di benzina e di un’officina meccanica, aveva due grandi passioni: competere nelle gare di motociclette da corsa e montare su cavalli e carrozze.
Maria Giulia Landone ha condiviso l'interesse del marito per i cavalli allevati in cascina e le costose carrozze d’epoca. Ha appreso da lui la tecnica di guida a “redini lunghe”, un sistema specifico di conduzione delle carrozze.
• Quando un'infermità agli occhi ha impedito al marito di guidare, Maria Giulia ha preso attivamente le "redini" della situazione, sedendosi a cassetta per guidare.
• Ha partecipato a numerose manifestazioni, sfilate e raduni di carrozze d’epoca, gareggiando nelle gimcane (gare di destrezza) con la sua cavalla preferita, “Rassekela”.
• Durante le gare, si presentava spesso in abbigliamento d’epoca e utilizzava solitamente un coupé ottocentesco.
Maria Giulia Landone esprime grande gratificazione per questa attività, notando che guidare il cavallo giusto dà una soddisfazione molto superiore a quella di guidare qualsiasi autovettura, e sfilare ai raduni ricrea un’atmosfera magica di un tempo romantico.
 
Carrozze di Rilievo
Maria Giulia Landone descrive con orgoglio le caratteristiche tecniche, l'anno e il luogo di fabbricazione di ciascuna carrozza. Un pezzo degno di nota è un modello del 1820, l’American original, che è di fabbricazione inglese ed è proveniente dalla casa reale olandese.
 
Dibattito sulla Pubblicizzazione e Preoccupazioni
Alla signora Landone è stato suggerito di affidare la collezione di carrozze d'epoca a un ente che possa disporre di locali adeguati per esporla al pubblico. L'obiettivo sarebbe quello di permettere in particolare alle scolaresche di farsi un’idea concreta di come si viaggiava nei secoli passati prima dell’arrivo dell’automobile, offrendo un utile contributo alla ricostruzione della storia dei trasporti.
Tuttavia, Maria Giulia Landone ha espresso perplessità e timore in risposta al suggerimento, in quanto non vorrebbe che le sue amate carrozze subissero una sorta di abbandono. Come esempio di tale negligenza, cita lo storico edificio della “Colombera” (l'antica casa di caccia dei pittori Lampugnani) che lei aveva donato al Comune di Legnano nel 1990 affinché fosse utilizzato dalla cittadinanza, ma che, dopo il restauro, è finito chiuso e in stato di abbandono.
 
PE-1395-Naria-Giulia.mm - Discussione: Maria Giulia Landone.
 
Maria Giulia Ferrario Landone è una figura di spicco nel contesto legnanese, nota per la sua passione per il mondo equestre, la conservazione di una pregevole collezione di carrozze d’epoca e le sue azioni legate al patrimonio locale.
 
Biografia e Residenza
Maria Giulia Ferrario Landone è nata nel 1921 ed è figlia di Pietro Ferrario, un vinaio legnanese con sede aziendale in via XXIX Maggio, dove ha lavorato per alcuni anni. Ha sposato Antonio Landone, che gestiva un distributore di benzina e un’officina meccanica e nutriva due grandi passioni: le gare di motociclette da corsa e la monta di cavalli e carrozze. La coppia ha avuto due figli, Ferdinando e Anna.
Attualmente ottantenne, la signora Landone vive nella sua “Caseina S. Maria”, una cascina immersa nei Boschi Tosi (o ciò che ne rimane). La cascina è stata ristrutturata per ospitare sia i box per i cavalli che le rimesse per le carrozze. Oltre ad essere una casalinga, ha l'hobby della pittura, con quadri che raffigurano paesaggi di campagna, alberi e fiori, a riprova del suo amore per il bello, l'antico e la natura. Ha anche voluto conservare l'affresco "Vecchio musicante", attribuito a Giovanni Lampugnani, come ricordo della “Colombera”.
 
La Passione per le Carrozze d’Epoca
Maria Giulia Landone è la custode della ricca collezione di carrozze e oggetti d’epoca che era stata raccolta dal defunto marito, Antonio Landone. Lei stessa ha condiviso l'interesse del coniuge per i cavalli allevati in cascina e per le costose carrozze d’epoca.
La signora Landone è particolarmente esperta nel settore, avendo appreso dal marito la tecnica di guida a “redini lunghe”. Quando un’infermità agli occhi impedì al marito di guidare, fu Maria Giulia a prendere in prima persona "le redini" della situazione.
• Attività Competitiva: Seduta a cassetta, ha partecipato negli anni passati a numerose manifestazioni, sfilate e raduni di carrozze d’epoca. Nelle gimcane (gare di destrezza), gareggiava con la sua cavalla preferita, “Rassekela”, presentandosi in abbigliamento d’epoca e utilizzando solitamente un coupé ottocentesco.
• Soddisfazione Personale: Lei ritiene che guidare il cavallo giusto dia una soddisfazione molto superiore rispetto alla guida di qualsiasi autovettura, e sfilare ai raduni ricrea un’atmosfera magica di un tempo romantico.
• Conservazione: Custodisce la collezione con grande cura e orgoglio, descrivendo le caratteristiche tecniche, l’anno e il luogo di fabbricazione di ogni carrozza. Tra i pezzi di rilievo vi è un modello del 1820, l’American original, di fabbricazione inglese e proveniente dalla casa reale olandese. Nelle rimesse, conserva anche medaglie, coppe, attestati e accessori per cavalli, inclusi finimenti, uno dei quali proviene dalla Casa Savoia, riconoscibile dallo stemma reale.
 
Preoccupazioni sulla Tutela del Patrimonio
Alla signora Landone è stato suggerito di affidare la sua collezione di carrozze a un ente pubblico per esporla, in particolare alle scolaresche, offrendo così un contributo alla ricostruzione della storia dei trasporti.
Tuttavia, Maria Giulia Landone ha espresso perplessità e timore che le sue amate carrozze potessero subire una sorta di abbandono. A sostegno di questa preoccupazione, cita l'esempio dello storico edificio della “Colombera” (l’antica casa di caccia dei pittori Lampugnani), che era di sua proprietà.
• La Donazione della Colombera: Maria Giulia Landone donò la “Colombera” al Comune di Legnano nel 1990, con l'intento che fosse utilizzata dalla cittadinanza, da studiosi, alunni e insegnanti.
• L’Abbandono: Dopo il restauro, l'edificio fu visitato da poche persone e successivamente concesso in affitto al GAG (Gruppo Altomilanese Giornalisti), che lo tenne aperto per alcuni anni. Maria Giulia Landone riferisce che, al momento dell'articolo, la "Colombera" risultava chiusa e in stato di abbandono, abitata da scarafaggi e altri insetti.
 
PE-n1396-Antonio-Landone.mm - Discussione: Antonio Landone.
 
Antonio Landone è stato il marito defunto di Maria Giulia Ferrario Landone. È una figura centrale nella storia della collezione di carrozze d'epoca conservata presso la "Caseina S. Maria" nei Boschi Tosi, poiché fu proprio lui a raccogliere questi pezzi rari e unici.
 
Attività e Passioni
Antonio Landone aveva un profilo professionale che includeva la gestione di un distributore di benzina e di un’officina meccanica.
Tuttavia, era conosciuto per le sue due grandi passioni, entrambe legate al mondo dei motori e a quello equestre:
1. Competere nelle gare di motociclette da corsa.
2. Montare su cavalli e carrozze.
La sua profonda passione si estendeva ai cavalli che venivano allevati e curati nella cascina e alle costose carrozze d’epoca.
Ruolo nella Collezione e nella Guida
Antonio Landone è colui che ha dato vita alla collezione di carrozze e oggetti d’epoca. Sua moglie, Maria Giulia, condivideva questo interesse.
Antonio Landone insegnò alla moglie la tecnica di guida a "redini lunghe", che è il sistema specifico di conduzione delle carrozze. Negli anni precedenti, Maria Giulia aveva partecipato a numerose manifestazioni, sfilate e raduni di carrozze d’epoca seduta a cassetta al fianco del marito.
La situazione cambiò quando un'infermità agli occhi impedì ad Antonio Landone di guidare. Fu a quel punto che Maria Giulia prese attivamente "le redini" della situazione, sedendosi a cassetta al posto di guida.
Antonio Landone era sposato con Maria Giulia Ferrario (nata nel 1921), e dal loro matrimonio nacquero due figli: Ferdinando e Anna.
 
PE-n1397-storia-trasporti.mm - Discussione: Storia trasporti.
 
La discussione sulla Storia dei trasporti, basata sulle fonti fornite, si concentra sul valore storico e documentario della Collezione di carrozze d’epoca raccolta da Antonio Landone e conservata da Maria Giulia Ferrario Landone.
 
Il Valore Storico della Collezione
La collezione di carrozze rappresenta una preziosa risorsa per la ricostruzione della storia dei trasporti. I pezzi rari e unici raccolti permettono di compiere un "viaggio a ritroso nel tempo" fino all'epoca delle carrozze trainate da cavalli scalpitanti.
È stato espressamente suggerito alla signora Landone di rendere pubblica la collezione affinché potesse offrire un contributo utile in classe alla comprensione della storia dei trasporti. L'obiettivo specifico è permettere al pubblico, in particolare alle scolaresche, di farsi "un’idea concreta di come si viaggiava nei secoli passati prima dell’arrivo dell’automobile".
 
Esempi e Dettagli dei Trasporti d’Epoca
Le carrozze d'epoca conservate sono veicoli costosi e risalenti a epoche ben definite:
• Maria Giulia Landone è solita utilizzare un coupé ottocentesco quando partecipa a gare di destrezza (gimcane) e raduni.
• Un pezzo di particolare rilievo nella collezione è un modello del 1820, l’American original, di fabbricazione inglese e proveniente dalla casa reale olandese.
Oltre ai veicoli stessi, la collezione include una vasta gamma di accessori per cavalli e carrozze, come staffe, morsi, fruste, selle in cuoio e finimenti, che aiutano a comprendere la tecnologia e l'organizzazione del trasporto equestre.
 
Tecniche di Guida e Contesto Sociale
L'esperienza di guida delle carrozze d'epoca è parte integrante della storia dei trasporti. Antonio Landone insegnò alla moglie la tecnica di guida a “redini lunghe”, il sistema specifico per la conduzione delle carrozze.
Maria Giulia Landone, che ha partecipato a sfilate e raduni, sottolinea come sfilare in carrozza ricrei "un’atmosfera magica di un tempo romantico". Inoltre, confronta il piacere della guida tradizionale con quella moderna, affermando che guidare il cavallo giusto "dà una soddisfazione molto più grande che guidare qualsiasi autovettura".
È interessante notare che Antonio Landone, che collezionava e montava cavalli e carrozze, era anche un uomo d'affari legato al nuovo mondo dei trasporti, gestendo un distributore di benzina e un’officina meccanica, evidenziando il periodo di transizione tra l'era equestre e quella automobilistica.
 
PE-n1398-passione-equestre.mm - Discussione: Passione equestre.
 
La Passione equestre è un elemento centrale nella vita di Antonio Landone e di sua moglie Maria Giulia Ferrario Landone, ed è l'impulso che ha portato alla creazione e alla conservazione della ricca collezione di carrozze d'epoca e oggetti correlati nella loro residenza, la “Caseina S. Maria”, nei Boschi Tosi.
 
Le Passioni di Antonio Landone
Antonio Landone, marito di Maria Giulia, aveva due grandi passioni: competere nelle gare di motociclette da corsa e montare su cavalli e carrozze. La sua dedizione al mondo equestre includeva la cura e l'allevamento dei cavalli in cascina e la raccolta di costose carrozze d’epoca. Fu lui a radunare i pezzi rari e unici che compongono la collezione.
 
Maria Giulia Landone e l'Eredità Equestre
Maria Giulia Ferrario Landone ha condiviso l'interesse del coniuge per i cavalli e le carrozze d'epoca. È stata introdotta da Antonio alla tecnica di guida specifica delle carrozze, denominata “redini lunghe”.
La passione equestre di Maria Giulia divenne attiva quando il marito fu impossibilitato a guidare a causa di un’infermità agli occhi; fu allora che ella prese in prima persona "le redini" della situazione, sedendosi a cassetta al posto di guida, con briglie e frusta in mano.
Ella esprime profonda soddisfazione per questa attività, affermando che guidare il cavallo giusto offre una soddisfazione molto più grande che guidare qualsiasi autovettura. Inoltre, sfilare ai raduni e alle gare di attacchi è un'esperienza di grande gratificazione che ricrea un’"atmosfera magica di un tempo romantico".
 
Attività e Competizioni
Maria Giulia Landone ha partecipato negli anni passati a numerose manifestazioni, sfilate e raduni di carrozze d’epoca.
• Nelle gimcane (gare di destrezza), gareggiava con la sua cavalla preferita, “Rassekela”.
• Per le sfilate, si presentava in abbigliamento d’epoca e utilizzava solitamente un coupé ottocentesco.
La cascina “Caseina S. Maria” è stata ristrutturata appositamente per ospitare la passione equestre, ricavando spazio sia per i box dei cavalli che per le rimesse delle carrozze.
Testimonianze della Passione
La collezione stessa è una chiara testimonianza di questa intensa passione. Non sono conservate solo le carrozze d’epoca — tra cui un notevole American original del 1820 proveniente dalla casa reale olandese — ma anche un vasto assortimento di oggetti legati al mondo equestre:
 
• Medaglie, coppe e attestati vinti nelle gare.
• Cimeli e fotografie.
• Accessori per cavalli e carrozze, appesi alle pareti, tra cui staffe, morsi, fruste, selle in cuoio e finimenti vari.
• Un finimento degno di nota proviene dalla Casa Savoia, riconoscibile dal suo stemma della famiglia reale.