II Merciajnolo ambulante
Non v'ha condizione nella vita che non abbia le sue gioie e le sue pene, le sue emozioni liete o tristi. Noi siamo, di solito , inclinati a trovar piacevole e bello tutto ciò che non ci appartiene, a desiderare ciò che non abbiamo, ad invidiare la sorte altrui, senza pensare che alla nostra volta noi pure possiamo essere giustamente invidiati.
In una sola cosa parmi siamo tutti d'accordo, nell'apprezzare, cioè, il prezioso dono della salute, nel riconoscere l'immensa differenza che esiste fra l'uomo dotato di forti muscoli e di robusti polmoni, e il disgraziato al quale la natura negò quelle fortune. Pur troppo l'uomo non ha virtù che basti a compiere quei sacrificj che sono indispensabili alla conservazione della salute, ma ciò non impedisce ch'egli ammetta che nulla vi ha di più invidiabile della salute.
Queste idee nacquero spontanee in me, osservando quel Merciajuolo ambulante, dalle membra erculee, di cui offro ai miei lettori il disegno. Chi, al vederlo, non è spinto ad invidiare la sua sorte? Egli attraversa le montagne più alte, respirando un'aria pura e salubre, fortificando le sue membra già forti, libero pienamente, lontano dalle mille preoccupazioni che tormentano l'uomo, che vive in mezzo al mondo, senza fastidi e senza bisogni. Egli sosta un istante per accendere la sua pipa, con quella voluttà che solamente i fumatori intendono, e lasciando campo a ritenere che nessun pensiero gli attraversi la mente, all'infuori della sua pipa. – Il fardello che porta è certamente pesante, ma egli non se ne avvede; egli è tanto abituato alla fatica, che trae da questa un giovamento, e non potrebbe dedicarsi al riposo senza pregiudizio della potenza de' suoi muscoli. D'altra parte quel fardello ha per lui un immenso prestigio, perchè rappresenta le sue rendite, perchè gli fornisce i mezzi di vivere una vita relativamente agiata. – Nato fra i monti, egli vive nel suo elemento , non conosce le agitazioni della città e le passioni de' suoi abitatori.
È egli dunque felice? Io non lo credo, perchè sono troppo convinto che nessuno lo [è; però dubito assai che nella sua rozzezza, egli sia più tranquillo e più felice di tanti che noi siamo usi a distinguere coll'appellativo di felici della terra, per ciò solo che vivono nell'agiatezza.