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RVG settimanale
Radio-video-giornale del Villaggio (vers. 2024-01-01)
 
2024
settimana da 20 a 24
+ x bis

Settimana-01

 
RVG settimana 01
 
Radio-video-giornale del Villaggio
 
Settimana-01 del 2024
 
Settimana 01       2024-01-01 -  Calendario - la settimana
01/01 - 01-001 - Lunedi
02/01 - 01-002 - Martedi
03/01 - 01-003 - Mercoledi
04/01 - 01-004 - Giovedi
05/01 - 01-005 - Venerdi
06/01 - 01-006 - Sabato
07/01 - 01-007 - Domenica
RVG-01 - da  - Radio-Fornace
 
 
01 Gennaio 2024 - lunedi - sett. 01-001
redigio.it/rvg100/rvg-01-001.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
redigio.it/rvg100/rvg-009.mp3 - Saluti di fine anno e chiusura programmi
 
previsione spese per il 2024
01/02/2024 - rata 1 - 400 + elettricita'
01/03/2024 - rata 2 - 500
01/05/2024 - rata 3 - 500
01/07/2024 - rata 4 - 500
01/09/2024 - rata 5 - 500
02/11/2024 - rata 6 - 300
       totale                  2700
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2606/QGLO576-milanesi-sidiventa-01.mp3 -
Milanesi di nasce ... e si diventa - Un dialogo in dialetto - per essere milanesi non occorre lo ius soli l'e' assee l'aria de Milan 
Notizie di RVG (Radio-Video-Giornale)
Toponimi di Cadrezzate
13) Monteggia: noto come Muntége, è una piccola altura che si incontra a nord-ovest del paese sulla strada che porta verso Brebbia. Olivieri segnala in alcune carte del XIII secolo un loco Montegia (de Brebia3). Oggi il nome è legato a quello di un ponte: è infatti noto a tutti i locali il Ponte di Monteggia. Il nome si rifà al latino monticulus per indicare una piccola altura. Il toponimo è largamente presente in tutta la Lombardia con altre forme e diverse desinenze suffissali (cfr. Montecchio -CO-, Montecchie -LO-)
14) Montelungo: in dialetto Munteslüngh, è un poggio che si estende più in lunghezza che in altezza localizzabile tra l'area del Rondegallo e quella della Baraggiola.
Il lavoro dei milanesi 3)
M: Ora si viaggia molto per il mondo ed è facile trovare italiani un po' dappertutto, e in tutte le stagioni; e i milanesi sono naturalmente tra i più numerosi, un po' per la "smania" di uscire dalla città di cui abbiamo detto, e un po' perché hanno qualche soldo in più da spendere, ma l'è vera che quand semm a l'ester gli stranier ghe sconfonden con gli altri italiani, anche se tra di noi riusciamo quasi sempre a dstinguerci, perché non parliamo più in dialetto, anche se i nostri accenti sono inconfondibili.
C: Finora abbiamo parlato di tempo libero tradizionale, ma, durante la giornata, sono diventate tante le ore che non sono impegnate dal sonno o dal lavoro o dallo studio... Me piasaria parlà de quell che fann i milanes quand stann a Milan, nella vita di tutti i giorni, durante la settimana.
M: Prima di tutto i milanesi a Milano del di lavoren, o anca de nott se hinn de turno; e chi non lavora è perché studia oppure è pensionato oppure è impegnato con la famiglia, ma ci sono anche i disoccupati - qualcuno anche per scelta... Quando non lavorano, e non sono a casa a riposare, perché anca i milanes dormen...
C:...Par però che ai grand personagg sien assee tri o quatter or de sògn, ma anche in questo caso si dice solo degli uomini, mai delle donne...
M: ...Ma lascia stare i padreterni alla Napoleone, qui parliamo di persone comuni, che di notte si fanno le loro belle dormite e che, appunto, quando non dormono... hanno la fortuna di avere a disposizione molti diversivi: cinema, teatri, musei, locali di spettacolo, impianti sportivi, luoghi vari di ritrovo, ma anche, più semplicemente, di passeggiare per la città, che è davvero un ottimo diversivo, perché ogni canton l'offriss motiv de interess: ges, cà, cort, bottegh...gh'è semper quaicoss da scoprire, anche per i milanesi con tanti anni sulle spalle, come noi due...
C: Sì, ma quando non lavoriamo stemm anca volentera a cà, soprattutto se meno giovani. Anzi, sono tanti quelli che si muovono solo per fare la spesa o per portare a spasso il cane; e la domenica, adesso, si va anche poco a messa. Ormai la TV occupa molto del nostro tempo libero; e poi il Covid ci ha anche messo del suo a cambiarci le abitudini
M: Un tempo c'erano i circoli e i salotti per persone di rango e i cortili o la via per la gente del popolo,; e per tutti c'erano i bar, le osterie, le bocciofile; e spettacolo voleva dire teatro e, diciamo dal dopoguerra, soprattutto cinema. Ma la voeuia de incontrass e de stà insemma l'è mai passada, incoeu la se ciama movida, e non è certo cosa solo milanese, anche se quando se ne parla si mostrano sempre i nostri Navigli, che sembrano diventati il simbolo stesso di questo modo di trascorrere il tempo libero, di giovani e meno giovani, nel buono e nel gramo.
C: Te m'et minga parlà di giardin: a Milano mi sembra che di verde ce ne sia tanto, ci sono dei bei parchi famosi, ma anche tanti pussee piscinitt, quasi sconduu tra una via ed un'altra o all'interno di palazzi del centro, e anche tanti viali alberati, e si approfitta di ogni spazio disponibile per piantare qualche pianta o aiola. Un tempo si passeggiava molto in ogni stagione, e ai Giardini Pubblici c'era anche lo zoo, che alle generazioni di un tempo piaceva tanto, ma che quelle nuove hanno fatto di tutto per fall sparì e ghhinn riessii.
Da Santa Lucia a Natale il passo è breve. (1/2)
Il 21 dicembre è San Tommaso e: "Comenza l'inverno, brutt, longh, malinconich per i vècc,che ai bagaj no 'l ghe fa ne cald né frecc, perchè hinn pien de sugh e de calor interno". Fra quattro giorni è Natale, festività attesa da tutti.
Alla vigilia fervono i preparativi per il cenone o, come dicono i cremonesi "per mett all'orden el disnà" senza però dimenticare che "l'è la regola che la ten in pee el convent" cioè: "bisogna fà el pass second la gamba" anche se il medico-poeta Giovanni Rajberti la pensava diversamente: "El dì de la vigilia vann tucc a fà ona visita al verzee che 'l deventa l'ottava meraviglia per virtù di pessee, cervellee, fruttiroeu o polliroeu... E cappon a monton e pollin senza fin, e on sterminni de occh, trifol, légor, salvadegh e fasan: gh'è la grazia di Dio proppi a balocch che la naspa la vista e la consola: bell fondament per i peccaa de gola!".
Per la messa di mezzanotte la chiesa è gremita di gente; nel magentino, la notte di Natale, si spruzza acqua benedetta ai quattro angoli della cucina, in camera da letto e nella stalla, dove qualcuno sosteneva che in quella notte gli animali parlassero.
Quando l'albero di Natale non era ancora di moda, i ragazzi andavano nei boschi o nei campi a cercare la tèppa (muschio) che doveva servire per il presepe. Qualcuno più intraprendente ne raccoglieva di più, lo metteva in cassette che caricava sul portapacchi della bicicletta e pedalando arrivava in città dove lo vendeva agli angoli delle strade.
La tèppa, ovvero quel particolare tipo di muschio morbido che raccolto in piccole zolle serviva per riprodurre l'erba del presepio, dalla liggéra (teppisti) era intesa in altro modo! Infatti la frase: "Voo a mett el bambin in la tèppa!" che a persone non abituate al loro linguaggio convenzionale poteva voler dire: "Alla mezzanotte della vigilia metto la statuina del Bambinello nel muschio del presepio!". Per i nostri locch (balordi), significava invece "accoppiarsi con una donna la notte della vigilia di Natale!".
Ma torniamo al pranzo di Natale, cercando almeno in questo giorno di dimenticare il proverbio pavese che dice:
"Pansa piina, pensa no par quàla voda!" ovvero: chi è sazio non pensa a chi ha fame. A Sondrio, "gran paciada de pizòcher"; a Brescia "bòse frite, pulintina, formaj vècc e vì de spina" (agnello fritto, po lentina, formaggio stagionato e vino novello), mentre in Valsassina si gustano gli scapinasc che sono ravioli giganti con ripieno di carne, uvetta e amaretti; poi come secondo piatto, cappone ripieno e frutta secca. A Casalpusterlengo stanghéti, specie di agnolotti asciutti, capòn e biancustà cun la mostarda de Cremona!
Argomenti del giorno
Notizie dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
Toponimi di Cadrezzate
Il lavoro dei milanesi 3)
Da Santa Lucia a Natale il passo è breve. (1/2)
 
       **************** fine giornata ************************
 
02 Gennaio 2024 - Martedi' - sett. 01-002
redigio.it/rvg100/rvg-01-002.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizia dal Villaggio
Il taglio del bar
Il bar è sempre stato diviso in due, la parte del bar la quale i gestori pagano l'affitto ed è una parte loro solo loro possono gestire, mentre la parte quella verso la piazza è quella comune. si intende che se un giorno i gestori del bar non aprono per giusti motivi, alla parte comune l'accesso comunque deve essere sempre garantito per quei villeggianti che vogliono ritrovarsi al caldo e tranquillamente.
Quindi come si può chiudere il bar? C'è già un certo tipo di divisione, si tratterebbe forse di fare qualche divisione mobile apribile e chiudibile in qualsiasi momento? così per avere le due parti separate e per avere anche la parte tutta in comune quando e' giustamente necessario?  Può darsi. Dividiamo in due bar
Radio-Fornace
  1. Radio fornace richiede ai villeggianti e non, se possibile avere disponibilita' di televisori vecchi da portare in discarica.
  2. Servono per il Ludico 2024?. Indispensabile la porta USB e telecomando
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2606/QGLO549-Milano-celtica-03.mp3 -
Milano celtica e la dracma padana -
Toponimi di Cadrezzate
28) Quadro del Morone: il toponimo è composto da due nomi. Il primo probabilmente fa riferimento o alla forma del campo o ad una unità di misura di estensione (cfr. Quadro località di Casteggio -PV)Il secondo è riconducibile alla voce dialettale morón "gelso" (cfr. Morona e Morone località presso Casteggio-PV-).
29) Rondegato: piccola area che si estende per pochi metri a ridosso della Baraggiola. Possiamo abbozzare soltanto delle ipotesi per questo nome. I locali infatti conoscono questa zona come Rundégal, di etimologia dubbia. E' ipotizzabile una derivazione dal termine dialettale rónden "rondine" 'per la presenza del volatile nella bella stagione.
30) Rossino: (v. Cadrezzate n. 18).
31) Sabbione: in dialetto Sabiùn. È, con molta probabilità, una piccola zona creatasi passaggio del fiume Acquanegra o con lo scorrere di altri rigagnoli minori che al fiume confluiscono. Queste zone erano caratterizzate da un terreno sabbioso e ciotoloso non adatto alla coltivazione.
Busto Grande - 170 anni fa  - Capitolo quinto B1
Ma Gallarate non paga!
Passa un altro anno e siamo al 10 marzo del '56. Busto pare che abbia pazienza da vendere ma, a quanto pare, non intende cedere e... condonare.
<< Indarno la scrivente ha fatto istanza per ottenere dalla Deputaz.e Com.le di Gallarate il rimborso delle spese sostenute fin dal 1854 per invio in quel Borgo della Macchina Idraulica Comunale onde spegnervi un incendio, invio fatto dietro richiesta dell'I. R. Tenente di Gendarm.a residente in Gallarate stesso.
<< Indarno la scrivente si è rivolta a questo I. R. Commiss.to pregando perchè volesse interessarsi onde fosse definita tale pendenza, perocchè i rapporti Deputatizi 9 marzo 1855 e 3 maggio d.o anno N. 274 ima- sero inevasi.
<< Non potendo la scrivente lasciare inesatto questo credito del Comune, prega l'I. R. Commiss.to D.le a volergli ottenere dall'Autorità Prov.le il permesso di spiegare contro la Comunità di Gallarate gli atti con- tenziosi pel titolo di cui sopra, ritornando alla scrivente gli atti trasmessi col succitato foglio 9 marzo 1855 ».
Ma Gallarate non paga!
Informata la I. R. Delegazione Provinciale di Milano, questa finalmente acconsente che la Deputazione di Busto chiami in giudizio quella di Gallarate << visto risultare infruttuose le pratiche onde ottenere il rimborso del credito pel soccorso prestatogli colla propria macchina idraulica, ecc. ».
Noi speriamo che la questione sia risolta e che Gallarate abbia finalmente pagato e possegga le relative ricevute in regola: che se non fosse, questa volta provvederemo noi, allo scadere del centenario.
Ma perchè dunque questo cattivo animo dei gallaratesi contro i bustocchi?
Bisogna convenire -se leggiamo il Crespi Castoldi che si tratta di una ruggine di vecchia data, da quando cioè e siamo al 1400 il borgo di Busto e la pieve di Olgiate Olona vengono sottratti alla giurisdizione dei magistrati del Seprio, che erano in Gallarate.
Lasciamo stare quello che dice il nostro canonico, storico provveduto di molta fantasia, sulle lotte fra guel- fi-gallaratesi e ghibellini-bustocchi: ma quell'affronto bustese e quelle suppliche ripetute per scuotere l'insof feribile giogo del borgo vicino, avevano finito col dare tremendamente ai nervi a tutti i gallaratesi, che si reputavano uomini di lettere e di legge, di certo superiori a questi rozzi battitori e fabbricatori di panni. Si arrivò anche alle mani e peggio, perfino alla guerra dichiarata e alla costruzione di due terrapieni che servivano a sorvegliare il nemico e a difenderci dai sassi e dalle saette; terrapieni che i buoni uffici del pretore Ambrogio Bossi riuscirono a far demolire, verso la fine del '500.
Ma il malanimo rimase e si accentuò. Quelli di Gallarate continuarono a credersi i tutori della dignità e del prestigio della zona; quelli di Busto, che crescevano ogni anno e lavoravano e trafficavano e giravano il mondo, a ritenersi umiliati da tanta soggezione. E così, tutte le volte che un avvenimento qualunque ne dava l'occasione, i bustocchi si impuntavano.
In questi anni, fra il '54 e il '55, per la progettata definitiva sistemazione dell'Ufficio di commisurazione delle Tasse e Rendite, che, vuoi caso, siede proprio in Busto ed opera per i distretti di Busto con Cuggiono e di Gallarate con Somma, si minaccia un trasferimento, e, orribile a dirsi, questo avverrebbe proprio a favore di Gallarate.
Da Santa Lucia a Natale il passo è breve. (2/2)
La mostarda lombarda ha origini antichissime, è una delle tante in- che utilizvenzioni casuali scaturite dall'estro della gente campagna zava la frutta in eccedenza o quella caduta acerba dagli alberi per presapore stuzzicante. parare un contorno dal
Il pranzo di Natale si può terminare secondo la tradizione più semplice con mele, arance e torta casalinga, oppure con torrone, spumante e panettone; di panettone poi qualche fetta bisogna metterla da parte in osservanza al proverbio che recita: "Panetton de Natal el ven mai poss, a mangial a San Bias el benediss la gola e el nas!".
Tante sono le versioni sulla nascita del famoso dolce milanese; io vi propongo quella che mi sembra la più poetica:
On prestinee di nome Togn o Toni, volle preparare un dolce diverso dal solito per il compleanno della sua innamorata che cadeva il 25 dicembre; lo fece talmente buono che, da allora, ogni anno, lo dovette preparare per tutti i suoi clienti dando vita al pan del Togn o pan Toni, che col passare del tempo è diventato il moderno panettone che, sia Motta che Alemagna, hanno industrializzato e fatto conoscere in tutto il mondo.
Ecco alcuni proverbi dedicati al giorno della nascita di Gesù: "L'oeuv del dì de Nadaa el fà guari el venter a chi ghe l'ha malaa!" (L'uovo fatto il giorno di Natale guarisce dal mal di pancia); "A Nadal el sbagg d'on gall!" (lo sbadiglio di un gallo), per dire che le giornate si allungano di poco; "Quell'li l'è nassuu el dì de Natal!", lo si dice di una persona fortunata ...e se qualche lettore è nato proprio in questo giorno, deve crederci perché: "I proverbi fallen mai, vist che gh'hann miss pussee de cent'ann a fai!".
Trascorse le feste natalizie, eccoci all'ultimo giorno dell'anno: San Silvestro ogni lavoro, d'ago o di uncinetto, doveva essere ultimato altrimenti non si sarebbe più potuto finirlo. Un tempo in quella notte, ogni bergamasco preparava il pane in casa propria e tutta la famiglia doveva partecipare alla panificazione traendone previsioni di prosperità o miseria a seconda della buona o cattiva riuscita della cottura.
Nel comasco, nel varesotto e nel lecchese era considerato di buon auspicio mangiare polenta prima della mezzanotte perché avrebbe fatto aumentare la futura produzione dei bozzoli.
Per le ragazze della bassa milanese invece niente veglione; prima della mezzanotte andavano in chiesa a cantare il Te Deum di ringraziamento, per tutti i benefici ricevuti durante l'anno, poi dovevano correre subito a casa altrimenti rischiavano di essere colpite da la stanga de San Sil vester che, a detta delle nonne, si aggirava per le strade del paese a bastonare le fanciulle che non si erano ancora coricate!
Argomenti del giorno
  1. Notizia dal Villaggio
  2. Radio-Fornace
  3. Cosa ascoltare oggi
  4. Toponimi di Cadrezzate
  5. Busto Grande - 170 anni fa  - Capitolo quinto B1
  6. Da Santa Lucia a Natale il passo è breve. (2/2)
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03 Gennaio 2024 - Mercoledi' - sett. 01-003
redigio.it/rvg100/rvg-01-003 .mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizia dal Villaggio
E' certo che dovremmo risparmiare denaro comune nel villaggio. Dovremmo intervenire in qualche modo e da qualche parte, c'è chi propone di chiudere il ludico quindi non si fa più niente. Benissimo ma nessuno impedisce che si possa anche chiudere anche, e nel frattempo anche la piscina che non è poco.
Una cosa però è possibile ed è doverosa e sta anche nei miei progetti.
cominciamo dalle piccole cose.  esempio sarebbe:  il ludico per la sua attività ha bisogno di ore e ore della dell'aiuto delle segretarie sia per fare i volantini, per fare le brochure, per stamparle e portano via un bel po di ore. Sse ludico si organizza bene nella sua pubblicità o informazione potrebbe evitare tutte queste ore di lavoro alle segreterie le quali possono dedicarsi a fare dell'altro a fare il loro lavoro. Che ognuno faccia il suo e completamente., non che abbia sempre bisogno di altri, perché il lavoro degli altri sembra che sia gratis e non valga nulla. Risparmiamo il lavoro anche degli altri
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2606/QGLO575-peppone-DonCamillo.mp3 -
Peppone e Don Camillo alla crociata di Stroppiana -  Aboliti nelle scuole i simboli della religione cattolica -
Toponimi di Cadrezzate
15) Motta Pianca: il toponimo ricorre in dialetto come Mööt Pianch, ma qualche parlante locale è solito citarlo anche come Bianch, termine più noto e trasparente. L'altura si trova a ridosso della più alta zona detta Motte e si colloca all'intersezione delle strade che da Cadrezzate portano a Ispra, Capronno e Travedona. Motta è nome di vari luoghi lombardi con il significato di "mucchio di terra". L'origine è sicuramente da ricercarsi nel latino volgare mutta, forse originato da una base celtica muts. Una possibile interpretazione per Pianca può essere cercata nel termine tardo latino planca (o palanca) con il significato di "superficie liscia anche in pendio" (cfr. Pianca, località sopra a Mandello -LC-, Pianca frazione di San Giovanni Bianco -BG-).
16) Motte: in dialetto Mööt, è la maggior altura di Cadrezzate e sulla sua cima si ergono la Cascina Castello e la Cascina Belvedere. Il Mööt (in dialetto la voce è maschile) è raggiungibile tramite la vecchia strada che da Cadrezzate portava a Ispra, oggi sostituita dalla Strada Provinciale. Un tempo ospitava le numerose vigne presenti in zona che venivano coltivate attraverso ampi terrazzamenti che hanno plasmato la forma del Mööt con i caratteristici gradoni, ancora oggi scorgibili nonostante l'abbandono delle vigne.
17) Novelle: strada oggi non localizzabile registrata sulle carte del Catasto Regio del 1905.
Giuan Gabèla sfrusadùi (1/2)
Ho trovato Giuàn Gabela: è qui in brughiera intento a raccoglier muschio (tèp- pa) e a sfrondar pini per fare il Presepio.
Sapete: ho i miei nipotini, che se non preparo loro il presepio mi fanno il muso lungo un metro. È meglio prender tempo, perchè se dovesse nevicare a cercar la tèppa sarebbe un bel fastidio! Mi fate ridere, Giuàn Gabèla, al pensiero che voi siate qui a cercar teppa invece che a sfrusà bricòl!
Oh, vi ricordate ancora! Quasi non mi ricordo più io. Son passati, ormai, tanti anni! E, poi, la mia, come quella di molti altri, è una fama scroccata... Noi veramente, non eravamo dei veri sfrusadùi, ma degli addetti ai trasporti. Noi non andavamo in Svizzera a contrabbandare, noi non attraversavamo la frontiera. Noi trasportavamo i bricòl già contrabbandate, da sottofrontiera a Busto. Non abbiamo mai attraversato l'Olona. I bricòl venivano fatte passare dai ponti dell'Olona di giorno, mascherate in carri di fieno o di letame, depositate poi in capanne deserte in mezzo ai boschi, dove andavamo noi di notte a prelevarle. Ecco a che cosa si riduceva la nostra funzione di contrabbandieri, dei tempi in cui il contrabbando si esercitava su larga scala. Certo che correvamo anche noi i nostri rischi. Se le guardie ci pescavano, si finiva in galera e non era un bel gusto. Accadeva, però, di rado; perchè preferivamo abbandonare la bricòla nelle mani degli inseguitori che lasciarci prendere. In questo caso perdevamo il prezzo del trasporto. Perchè non ci pagavano se non consegnavamo labricòla...
Dunque, era vostro interesse non lasciarvi prendere...
Oh, quante corse ho mai fatto! E, poi, bisognava star attenti ai ladri! Non erano tanto le guardie che ci impensierivano; ma i ladri. Sicuro, i ladri! Ci spiavano di nascosto, ci lasciavan depositare la bricòla nel nascondiglio e poi ce la rubavano! Ed in questo caso noi dovevamo rispondere, se no si era accusati di far comunella coi malandrini.
Non era un allegro mestiere, in fin dei conti !
Tutt'altro che allegro ! Tanto che son quasi quarant'anni che l'ho abbandonato. Figuratevi che io stavo di casa alla Porta Capuana, quell'immenso cascinale che hanno buttato giù da qualche anno ed i cui ruderi sono ancora lì a recare testimonianza della sua famigerata esistenza. Sapete benissimo che, ai mei tempi, alla Porta Capuana, abitavano da una parte le Guardie di Finanza e dall'altra i contrabbandieri. Guardie e contrabbandieri si spiavano e si sorvegliavano a vicenda. Le guardie si servivano delle ragazzotte, colle quali fingevano di fare all'amore, per conoscere i nostri itinerari; noi incaricavamo le lavandaie e i fornitori di viveri di darci informazioni sugli ordini di servizio. Immaginate che io quando dovevo andare per bricòl dovevo fingermi ubriaco, sentirne di tutti i colori da mia moglie, farmi portare a letto in ispalla, mettermi a russare forte e poi saltare dalla finestra che dava sull'orto e via di corsa! E la mattina presto rientrare dalla finestra nella mia camera e poi farmi svegliare ad ora tarda e fingere di alzarmi con ancora negli occhi i fumi del vino. Invece, quanti chilometri a piedi per i nascosti sentieri della brughiera! E tutto per la misera moneta di cinque lire! Roba da non dire. Quando poi ho saputo che le guardie avevan ricevuto l'ordine di sparare sui trasportatori, addio mio bello, mi sono ritirato... a vita privata! In fine, quando sono andato, dopo tanti anni, a confessarmi per Natale, ed ho sentito dalla bocca del confessore che a fare il contrabbandiere era peccato, non ne volli sapere più del tutto.
Argomenti del giorno
  1. Notizia dal Villaggio
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  3. Toponimi di Cadrezzate
  4. Giuan Gabèla sfrusadùi (1/2)
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04 Gennaio 2024 - Giovedi' - sett. 01-004
redigio.it/rvg100/rvg-01-004.mp3 - Te la racconto io la giornata
Nessuna notizia dal Villaggio
Proverbio del giorno
Nel bus che i donn gh'han sotta el venter, l'è on bel vizzi metteghel denter; dopo el gioeugh, quand el fond s'è toccàa, l'è a tirall foeura che l'è on peccàa!
Nel buco che le donne hanno sotto il ventre, è un bel vizio metterglielo dentro; dopo il gioco, quando il fondo s'è toccato, è a tirarlo fuori che è uso è costituito dalla dizione più che dal fatto in sè, dal momento che mondo è mondo ed in tutti i cinqu n peccato!
Indubbiamente il problema più grose continenti ciò avviene senza tante turbe, con buona pace per coloro che ne fanno motivo di puritaneria; da qui siamo d'accordo che ogni aggiunta è senz'altro inutile.
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2608/QGLO810-cereali-olioRicino-01.mp3 - Ma che gustosi questi cereali all'olio di ricino -
Busto Grande - 170 anni fa  - Capitolo quinto B2
I bustocchi si rivolgono alla Sua Eccellenza il Ministro delle Finanze:
« Cugionno, Somma, Saronno sono a due leghe da Busto, mentre se l'Ufficio fosse posto a Gallarate quei Capo-Distretti disterebbero da quell'Ufficio da oltre tre leghe.
<< La popolazione di Busto Arsizio ascendente a dodici mila abitanti (12.000) ed il suo esteso commercio ne fanno indubbiamente il punto più importante, mentre il vicino Gallarate non raggiunge la metà della detta popolazione.
«Se mai entra nelle attuali mire di Vostra Eccellenza la sistemazione degli Uffici Tasse, ed immediata esazione, questa rispettosa Deputazione Comunale ardisce presentarvi questo voto, questo desiderio, questo bisogno, acciò si degni prescegliere Busto Arsizio, e così questo Comune dovrà pure a Vostra Eccellenza parte di sua floridezza, mentre che la vostra determinazione avrà ben anche provveduto al maggior comodo degli altri Distretti >>.
E non basta! In una successiva supplica all'I. R. Ministero delle Finanze in Vienna, si aumenta la dose:
« A tacere della maggior centralità si osserverà che l'estimo di Busto Arsizio con Cuggiono ascende a scudi 1,905,352; mentre quello di Gallarate con Somma ascende a soli scudi 1,287,602. La diversità di quasi 700,000 scudi deve naturalmente importare maggiori operazioni, molto più attesa la maggior popolazione, la quale nel Distretto di Busto con Cuggiono presenta la cifra di 63,167 abitanti, mentre quello di Gallarate con Somma non presenta che la cifra di 44,594 abitanti.
«Se è lecito misurare il numero dei contratti dal numero di notai si osserva che nel Distretto di Busto con Cuggiono furono determinati 4 notai, mentre per quello di Gallarate con Somma non ne sono determinati che due soli.
<< Se dal numero di mercati settimanali e delle fiere annuali vuolsi vedere il movimento degli affari, nel Di- stretto di Busto con Cuggiono tengonsi tre mercati settimanali e cioè a Busto, a Castano ed a Legnano, mentre nel Distretto di Gallarate con Somma se ne tengono due; nel Distretto di Busto con Cuggiono tengonsi tre fiere annuali, cioè in Castano, Inveruno e Legnano, mentre nell'altro distretto non se ne tiene alcuna.
<< Se vuolsi giudicare della maggior floridezza dalle spese comunali compresi i carichi, il Distretto di Busto con Cuggiono presentò nel 1853 un'uscita di L. 881,764,62; mentre il Distretto di Gallarate con Somma presentò quella di L. 688,346,91.
<< In ogni ramo che comparar si voglia si presenterà sempre che Busto, sia da solo che coll'unito distretto di Cuggiono, supera di rilevante ammontare Gallarate col suo distretto.
<< Sotto il lato d'importanza commerciale non si esita a dire quasi nullo il commercio del Distretto di Gal- larate con Somma a petto di quello di Busto con Cuggiono. Nel Distretto di Busto con Cuggiono il setificio conta n. 18 filande a vapore principali, mentre quello di Gallarate con Somma non ne conta che 3. Nel solo Distretto di Busto lavorano 11 filature di cotone con oltre 50.000 fusi, mentre nessuna in quello di Gallarate con Somma.
<< Dopo tutto ciò non si può per vero che fare una domanda, come mai ritenuta anche un'eguale centralità, dati questi estremi e quelli già esposti, possa dubitarsi della preferenza. L'unico motivo sta nella consuetudine di tempi andati, nei quali Gallarate come sede della giurisdizione feudale teneva una superiorità d'importanza.
Giuan Gabèla sfrusadùi (2/3)
Vi hanno spaventato di più le fucilate delle guardie o gli ammonimenti del confessore, dite un po' sù, Giuàn Gabèla?
Lasciamola li! Volete vedere dove andavamo noi a nascondere i bricòl, per metterle al sicuro dai ladri? In quel rovaio. Punti di riferimento quella pianta di rovere e quella pianta di castano. Dall'una all'altra pianta in linea retta, cento passi. Rovi e sterpi. Sotto, c'è ancora il buco, il ricovero posticcio di bricòl. Altri venivano, senza che noi li conoscessimo, a ritirarle. Ogni servizio era fatto in segreto. In tanti anni che ho fatto il trasportatore di tabacco non ho mai conosciuto le persone degli impresari. Il Crapa soltanto noi conoscevamo, ch'era quello che ci pagava il servizio. Ad ogni modo, tempi lontani. Che Dio mi lasci vedere anche questo Natale! E poi, se mi vuol chiudere gli occhi, sia fatta la volontà sua...
Giuàn Gabèla se ne va, col suo fascio di teppa sulla groppa e con alcune ramaglie di pino sulle spalle. Procede lentamente, con molta tranquillità, da uomo che sa d'essere alla consunzione della sua giornata. Non si direbbe che quell'uo mo, ormai curvo dagli anni, ai suoi tempi abbia trottato come una gazzella, abbia scavalcato a piè pari delle siepi, saltato burroni e tenuto a bada pattuglie di Guardie di Finanza e di Carabinieri !
La caduta della neve è sempre un fatto spettacoloso, sia per i piccoli che per i grandi ed anche un pochino misterioso. La gente riesce a darsi conto della pioggia e della grandine senza grande sforzo, ma quello della neve è tal fenomeno che sempre richiede un giuoco di fantasia per immaginarlo. Infatti pioggia e grandine non hanno offerto gran che di materiale alla poesia, mentre la neve ha riempito tutte le biblioteche. Anche i grandi alla caduta della prima neve della prima neve della stagione si commuovono, ridiventano un pò bambini e rigiuocano, almeno col pensiero, a colpi di bianche pallottole compresse, come ai bei tempi lontani. La neve è tutto un nostalgico richiamo ai bei giorni di giovinezza. Ed ecco che anche il nostro anziano poeta riprende il verso per cantare << il bianco monte ed il bianco piano ».
Argomenti del giorno
Proverbio del giorno
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Busto Grande - 170 anni fa  - Capitolo quinto B2
Giuan Gabèla sfrusadùi (2/3)
 
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05 Gennaio 2024 - Venerdi' - sett. 01-005
redigio.it/rvg100/rvg-01-005.mp3 - Te la racconto io la giornata
Nessuna notizia dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2608/QGLO811-cereali-olioRicino-02.mp3 - Ma che gustosi questi cereali all'olio di ricino -
Proverbi
Di volt a s'è pussée fortunàa cont on bel cuu che on bon ragionà.
Delle volte si è più fortunati con un bel culo che un buon ragionamento.
Detto popolare significante che anche la fortuna è spesso direzionata da componenti estranee; ad esempio nell'assunzione di personale  femminile la bella presenza prevaleva sulla buona cultura e ciò poteva determinare scelte ... di parte.
Ovviamente il detto tiene debito conto anche della popolaresca attribuzione di chi è veramente fortunato per cui si dice che ha «un bel culo>>.
Il lavoro dei milanesi 4)
M: Sul verde di Milano la penso come te: i dati ufficiali dicono che ce n'è poco, ma se si sommano tutti gli spazi verdi credo che ghemm nient de invidià a città che hanno la fama di esserne particolarmente ricche. E poeu adess gh'emm anca i grattacieli con le piante, il Bosco Verticale, che stanno facendo scuola nel mondo. Quanto allo zoo, l'è dispiasuda tanto anca a mi la sua scomparsa... Se gli animalisti qualche ragione l'avevano, soprattutto per certi animali davvero sacrificati e fuori dal loro habitat, meno credo ne avessero per tanti altri, che avrebbero potuto essere lasciati in uno spazio che andava certo un po' rinnovato, per el piasè e l'interess de tanti grand e fiolitt. Ma parlando di parchi, non si può fare a meno di parlare di sicurezza, che rende sempre più difficile frequentarli, soprattutto in orari e stagioni dove c'è poca gente.
C: Ecco: la sicurezza, gran bel problema, peraltro non solo nostro, ma a Milano se gh'ha l'impression ch'el sia permiss tusscoss, soprattutto di questi ultimi tempi. Le leggi ci sono, ma non c'è nessuno che le faccia rispettare, e oggi sembrano spariti persino i vigili.
M: Un tempo non lontano, anca i noster Ghisa facevano parte della milanesità. Ma sono cresciuti enormemente i diritti, di tutti noi, senza che venisse data la giusta importanza anche ai doveri, e così sembra che ognidun el poda fa quell ch'el voeur, anche se sbagliato, con buone probabilità di non venire punito.
C: Lasciando da parte i reati più gravi, penso alle infrazioni stradali, alla "piccola" evasione fiscale, alle tante scorrettezze, cose tipiche di quella che abbiamo sempre chiamato la cultura del furbo, che emm semper criticaa in di alter, ma che gh'hoo paura la tocca anca nun.
M: Il nostro proverbio Chi vosa pussee, la vacca l'è soa ci ricorda che i furbi e i prepotenti non sono mai mancati, neppure qui, anche se, almeno per questo, non siamo famosi...
In compens, semm cognossuu per el traffic e l'inquinament. Purtroppo, infatti, escono regolarmente i dati che ci ricordano che siamo ben al di sopra della soglia dei valori consentiti e ci raccontano quanti sono morti a Milano per lo smog.
C: Anca se se dismentighen de di quanto è scesa la mortalità e, di consequenza, quanto è salita la nostra età media. Adesso sembra che gli anziani siano quasi più numerosi dei giovani, smog o non smog. E poeu, par che la nebbia la sia sparida...
M: L'è vera anca quest! La nostra Pianura Padana soffre effettivamente di un clima non particolarmente salubre, forse soprattutto per la poca ventilazione, tanto che c'è stato qualcuno che ha proposto di tagliare il colle del Turchino per fa corr l'aria del mar... E, forse, è anche per questo che ci piace andare così spesso fuori. Ora, però, le modernità della tecnologia ci permettono di stare più agevolmente in città, cont i cà ben riscaldaa d'inverno e rinfrescaa d'estaa, e con tanti servizi che distraggono giovani e anziani, palestre, piscine, aree attrezzate nei parchi, così il clima passa in secondo piano, anche se dovremmo tutti impegnarci per cercare di migliorarlo.
C: Piscine, palestre... consumano però molta energia, in sieme a quella che serve per i trasporti, alle auto in particolare, che è poi quella che contribuisce in modo decisivo sull'inquinamento... E poeu, l'energia la costa semper pussee, per cui mi pare giusto pensare di ridurre tutti questi consumi: vale per la salute ed anche per il portafoglio!
M: Ecologia, la par effettivament la "parola d'ordin" delle città moderne, a partire appunto dai consumi di energia, ma anche dalla gestione dei rifiuti, dalla mobilità di persone e cose, ma tutto questo presuppone una buona dose di senso civico e questo non so fino a che punto anca nun milanes ghe l'emm...
Giuan Gabèla sfrusadùi (3/3)
lo ho presente la scenetta graziosa di una piccola bimbetta che per la prima volta in vita sua vedeva la neve. Vieni, dicevan le sorelline più alte, a vedere la neve. La piccola appena alzata dal letto, al sentire lo strano vocabolo di << neve », sgranò gli occhi come dinnanzi ad un suono di mistero. Come vide la terra coperta di bianco ed il folleggiare dei batuffoli, indietreggiò come impaurita e fece verso di scappare. Mamma la neve!? Le sorelline ridenti e giulive, la ripresero per mano: vègn chi, preuva, l'è 'l zücar! La pupattola allungò la mano e subito la contrasse : l'è frègia! Tutti risero. Preuva a mètala in buca, l'è dulzi! Provò ad assaggiarla: l'è vèa non cha l'è dulzi, cussa l'è? Dopo qualche minuto era tutta una festa: pallottole, capitomboli, trilli, risate, paradiso di bimbi e di grandi; la neve!
Ma io non rubo il mestiere ai poeti e vi parlo per un istante della neve dal punto di vista utilitario. All'ultima nevicata, conversando con alcune giovinette mi sentii dire: Vedete quanta neve ! La si potesse conservare per quest'estate! - lo sono subito scattato: Come? La neve si è sempre conservata per l'estate! Non vi ricordate quando i macellai ed i salumieri si rubavan la neve per metterla in ghiacciaia? Le giovinette si son guardate stupefatte, come se cascassero da un mondo al disopra delle nubi: Quando mai? Aspettate: forse una trentina di anni fa! Sono scoppiate in una risata sonora e, se non si fosse trattato di giovinette gentili, dovrei dire insolente.
Trent'anni fa noi attendavamo alcuni lustri per venire al mondo! - Mi son dato un schiaffetto sulla guancia destra a punizione della mia smemorataggine: il tempo passa e tu dimentichi d'essere invecchiato!
Allora, state a sentire che vi racconto. Prima che ci fosse il ghiaccio artificiale, prima che impiantassero i frigoriferi, con che cosa si conservavano in estate gli alimenti ed in special modo le carni? Col ghiaccio naturale e con la neve agghiacciata. Il ghiaccio si raccoglieva nelle « bozze > di scarico delle acque, perchè ai tempi di cui parlo la fognatura non c'era e le piovane scaricavano in fossi e in pozze ai margini delle strade. Ma la vera cuccagna per i macellai era la neve. Quando nevicava erano a posto. Andavano a gara a segnare la neve più vicina alla loro ghiacciaia. Il Puzèn cercava di accaparrarsi la neve di piazza S. Giovanni, il Badòn quella di Prà Esili, la Ciàma quella di Prà S. Michè, il Pineta quella di Prà di Remàgi e via dicendo... Bastava mettere un palo in mezzo alla neve col nome del primo arrivato per fissare il suo diritto di prelazione. Ciò faceva piacere anche al Comune, il quale risparmiava i soldi dello sgombero. La neve, trasportata con dei carretti veniva rovesciata in speciali botole larghe, all'interno, come cantine e veniva accompagnata nella lenta caduta in botola con abbondanti secchi d'acqua, cosicchè si formava un pastone ghiacciato, che serviva per tutta l'estate a tener fresche le carni che vi si deponevan sopra. C'era poi il ghiaccio per gli ammalati, che veniva raccolto d'inverno in derivazione di acque correnti e tenuto da parte per questo speciale uso. Il servizio di fornire il ghiaccio per gli ammalati, era pure disimpegnato dai macellai. Vedete, care le mie donzelle, che non c'è nulla di mira coloso nella conservazione della neve e del ghiaccio invernali per l'estate? Passan gli anni, tutto muta o si trasforma, tu sola o poesia sei sempre viva e sempre fresca... come la neve!
Argomenti del giorno
Cosa ascoltare oggi
Proverbi
Il lavoro dei milanesi 4)
Giuan Gabèla sfrusadùi (3/3)
       **************** fine giornata ************************
 
 
06 Gennaio 2024 - sabato - sett. 01-006
redigio.it/rvg100/rvg-01-006.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizia dal Villaggio
Il bar e' aperto il 08 09 10 dicembre
Il bar e'aperto il 30/31 dicembre
il bar e' aperto il 06 07 gennaio
Il bar e' aperto il 27 28 gennaio
il bar e' aperto il 10 11 febbraio
Il bar e' aperto il 24 25 febbraio
Proverbi
Tant int el lusso quant int i miserii, l'ultem domicilii l'è el cimiterii.
Tanto nel lusso quanto nelle miserie, l'ultimo domicilio è il cimitero.
È difficile stabilire come, dove e quando sia nato questo detto; era indubbiamente una sorta di consolatoria dei più poveri, un aspetto della filosofia di chi è conscio che l'unica reale risoluzione di una vita, da povero o da ricco è il cimitero.
È poco conosciuto nella forma originale, sostituito da altri detti consimili.
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2606/QGLO536-Milano-Gottardo.mp3 - Milano Gottardo - La quieta via Custodi - Le placide atmosfere di fine Ottocento - il Gentilino
Toponimi di TERNATE (29)
Ternate: m. 281; kmq 5.05; abitanti 2.250.
Comune della provincia di Varese situato 15 Km a sud-ovest del capoluogo sulla sponda nord del Lago di Comabbio.
Il toponimo Ternate, in dialetto Ternà, è attestato per la prima volta in documenti del XII secolo come Ladernatee un secolo dopo lo troviamo come Trinate. L'oscillazione del nome già nelle prime attestazioni ci lascia molti dubbi circa l'etimologia del toponimo. Varie sono le ipotesi a riguardo. È molto difficile far risalire il nome alla voce latina trinus in riferimento alla posizione del paese tra i tre laghi. Più probabile, ma non certo, un riferimento più concreto al "terreno" etimologia supportata da altri toponimi in Lombardia (cfr. Trecella frazione di Pozzuolo Martesana -MI-). È possibile anche un'origine dal nome proprio latino Latterninus (o Latterna) se si considera plausibile la prima attestazione Ladernate a nostra disposizione.
1) Anade: su alcune carte individuato anche come Anadé. È una piccola cascina pochi metri a nord della Cascina degli Ori. Il nome è di difficile interpretazione: due sono le voci dialettali che possono essere messe in evidenza, da una parte Anàde che designa il guadagno annuo di un lavoratore, dall'altra la voce Anadè che indica il "pollaio per anatre">. Non è da escludere infine che il toponimo possa richiamare l'anatra, in dialetto Aneda, in riferimento ad un soprannome di un antico proprietario.
2) Baranchina: ampia area situata pochi chilometri a est del poggio di Santa Maria e a sud della Cascina Motte a nord del centro abitato del paese. Di dubbia origine
Busto Grande - 170 anni fa  - Capitolo quinto B3
<< Ma questo Eccelso Ministero saprà ben provvedere alle condizioni ed ai bisogni attuali dei proprii sudditi, fra i quali a nessuno inferiore in devozione e fedeltà si vanta » ...il borgo di Busto.
Ma è mai possibile che tutto questo passi senza vendetta, e che si possa impunemente lasciar dire di Gallarate che tutti i suoi meriti sono solo << nella consuetudine dei tempi andati? ».
È forse per questo che la Onorevole Deputazione di Gallarate disdegnò anche l'aiuto della « Macchina Idraulica >> chiamata a spegnere l'incendio: meglio bruciar tutto che chiedere aiuto ai bustocchi!
Se poi pensiamo che tutto questo accanimento aveva lo scopo di tenersi o di tirarsi in casa l'ufficio delle tasse, non c'è che da scrollare miseramente la testa. Oggi, forse, non succederebbe più.
Per chi volesse conoscere lo sviluppo delle vicende possiamo aggiungere che, trascinate le decisioni, fra suppliche e controsuppliche, fino al 1858, per decreto della << Inclita I. R. Prefettura delle Finanze 14 giugno n. 14442/2287, ed in relazione all'ossequiato Dispaccio di S. E. il Signor Barone Luogotenente de Bürger in temporaria rappresentanza di S. A. il Serenissimo Arciduca Governatore Generale », l'ufficio delle tasse rimase a Busto, con notevole sacrificio della Deputazione Comunale che, per un affitto annuo di Austriache Lire Duecento, aggiunse ai quattro locali già in uso, anche un quinto locale, e cioè « l'ampia sala che serviva d'ufficio alla Deputazione medesima », e ciò per conservare < l'opportunità che l'ufficio stesso venisse a trovarsi collocato nel medesimo caseggiato nel quale sono riunite I'I. R. Pretura, l'I. R. Commissario Distrettuale ed il Corpo di Gendarmeria, stazionato nel paese ».
Busto felice era dunque riuscito a tirarsi in casa quella delle tasse... per farla a Gallarate.
Mentre si rinnovano questi uffici, e anche gli I. R. Gendarmi volevano stare un po' comodi, lo spirito di iniziativa dei bustocchi non veniva meno e già si pubblicavano gli appalti per il nuovo carcere, allora ridotto praticamente ad una sola stanza, rimasta tal quale dal 1837, quando era stata affittata, per austriache lire 55 annue, alla Autorità di Polizia. A questa stanza carceraria si arrivava passando per la cucina della I. R. Gendarmeria, ed era uno stanzone buio, con due finestrelle munite di ferriate doppie e con un tavolaccio che correva lungo i muri, salvo una necessaria interruzione per far luogo ad un aggeggio che, sulle carte, è definito << col suo foro rotondo »>.
Ma si provvedeva anche ad altre novità. Si progettava la fondazione di un Asilo, costruito poi sul terreno della Scuola dei Poveri con una spesa di 40.000 lire, si sistemavano le strade, si rinnovava il piazzale fuori Porta Milano, si restaurava la Cap pella della Madonna in Veroncora, e, non ultimo, si sorvegliavano anche le donne pubbliche, le silfidi bustesi di cent'anni fa, la Rossina, la Balina, la Sgorazza, la Rosa; e vi faccio venia dei loro veri nomi, povere donne.
A stria dàa Cuntrà di RàtiMa (1/3)
L'attuale Via G. B. Bossi era una volta Cuntrà di Ràti. Case ch'eran » ratere ». Circolavano infatti i topi a frotte e a loro agio, poichè trovavan con facilità la loro pastura. In assenza di fognatura lo scarico delle piovane e delle acque di lavanderia avveniva in pozzi a fondo perdente installati nei cortili. Facili gli ingorghi e i rigurgiti poltigliati. I topi avevan di che diguazzare fra il fango e i rifiuti di cucina impolpettati di stercura. A breve distanza la < rateria» trovava il parco di passeggio e di svago. Dove c'è ora Via Antonio Pozzi con i fabbricati delle Associazioni Cattoliche c'era campagna. Solo una stradella nullaffatto sistemata, allancata e ammontagnata di sassi scaricati alla rinfusa, congiungeva Via dell'Ospedale (Via Umberto I) con Piazza del Conte (Piazza Vittorio Emanuele). In questa stradella nelle ore serali si muovevano ombre spasimanti dei due sessi, intenti ad ammazzare il chiaro di luna. Scherzosamente, fino a una trentina di anni fa, questo sganghero di strada azzoppata e guercia (non c'era illuminazione, infatti) venne chiamata Via Giardini. Parco di fantasmi infoiati e di topi giubilanti.
In una delle case di Cuntrà di Ràti aveva la sua abitazione una strega, di quelle che fanno il giuoco delle carte ed altri giuochi men puliti, per << malefiziato » della < disfare » le diavolerie di altre streghe che avevan gente. Le persone malefiziate appartenevano generalmente al sesso femminile. Si sa che quello femminile è il sesso debole per definizione, epperò meno resistente alle « malefiziazioni ». In quel tempo la strega era asse diata dalle malefiziate che ricorrevano a lei per << disfare il giuoco maligno Tanto era pressata dal lavoro da fissare un numero d'ordine alle ressanti. Giova avvertire che l'orario utile di lavoro era molto ridotto. Le ore buone strologare per < eran quelle che correvano fra le dieci di sera e mezzanotte.
Argomenti del giorno
  1. Cosa ascoltare oggi
  2. Proverbi
  3. Toponimi di TERNATE (29)
  4. Busto Grande - 170 anni fa  - Capitolo quinto B3
  5. A stria dàa Cuntrà di RàtiMa (1/3)
 
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07 Gennaio 2024 - Domenica - sett. 01-007
redigio.it/rvg100/rvg-01-007.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizia dal Villaggio
Il bar e' aperto il 08 09 10 dicembre
Il bar e'aperto il 30/31 dicembre
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Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2606/QGLO592-dialoghi-milanesi-01.mp3  - Dialogo fra due milanesi su argomenti dal 1945 al 1960 - in dialetto -
Toponimi di Ternate
3) Barass: area pianeggiante al di sotto del Roncàas a sud del paese sul confine con il comune di Comabbio (cfr. Barasso frazione di Comerio -CO-, Baradello -CO-). (v. Cadrezzate n. 1).
4) Bronzina: antica e grande cascina situata pochi metri a sud-est della località Pacit a ridosso dell'attuale linea ferroviaria che porta alla stazione di Travedona-Biandronno. La cascina è nota anche come località Bàier, come attestato dalla carta IGM di inizio '900. Entrambe le denominazioni sono oscure: forse il nome Bronzina può essere ricondotto ad un nome famigliare per la presenza accertata del casato Bronzi nella zona della basca comasca (cfr. Bronza in località Mairano -BS-),
5) Brughiera: in dialetto Brüghéra, è la zona sotto al poggio Santa Maria che collega l'altura con la località San Sepolcro più a sud (v. Cazzago Brabbia n. 2).
6) Buscior: o Bosciùr è una zona pianeggiante un tempo pratosa che si estende a nord della stazione ferroviaria in direzione del comune di Varano. Il nome è con molta probabilità da far risalire alla voce dialettale bösciol o böscior che il ha significato di "cespuglio spinoso o spina">
Fidanzati a tempo perso
Le ragazze di New York che faticano a trovare l'anima gemella o che, semplicemente, non hanno né il tempo né la voglia di imbarcarsi in una relazione seria, hanno scoperto i <<sometimes boyfriends», vale a dire i «<fidanzati qualche volta>>. Compagni part-time, qualcosa meno dei fidanzati veri, qualcosa più dei partner di sesso. Ci si esce a cena, si chiacchiera, si fa un giro in libreria e naturalmente si fa l'amore. Non è necessario vederli spesso, sentirli al telefono tutti i giorni, spedire e-mail o sms né trascorrere insieme i fine settimana. Le ragazze li chiamano quando hanno voglia di sentirsi fidanzate, il resto del tempo si possono tranquillamente considerare single. Un <<sometimes boyfriend» può essere il frutto di un incontro occasionale avvenuto in vacanza: ci si conosce, ci si piace, ma si scopre che si abita in due città molto distanti tra loro. Se non si vuole perdere di vista una persona con cui c'è un buon feeling, ma allo stesso tempo non si vuole instaurare un'impegnativa storia a distanza, non resta che fidanzarsi a tempo perso. Meglio che stare sole...
Il lavoro dei milanesi 5)
C: Ecco, appunto, a proposito di senso civico penso agli animali in città: ce ne sono moltissimi, ma si vedono soprattutto i cani in giro, che sono spesso molto belli ed espressivi e indubbiamente fanno ormai parte di tante famiglie e tengono compagnia anche alle persone sole, ma... minga semper i sò padroni se comporten come se dev...
M: Ma l'è minga necessari avegh i animai per mettere in mostra lo scarso senso civico: l'è assee vede se se troeva per terra, dai mocc a ogni tipo di spazzatura lasciata in de per tutt i canton. È la solita storia che riguarda un po' tutti noi italiani, che appena fuori di casa consideriamo tutto quello che ci circonda come qualcosa di estraneo, da trattare senza alcun riguardo, tanto... non è roba nostra. Invece, l'è propi robba nostra. Anca nun milanes gh'emm tanto de imparà al riguard.
C: Ma la città è forse più "vissuta" da chi non di Milano, dai turisti, da chi del dì el ven chi lavorà e de nott a per divertiss... e chi pensi che ghe sia tanto de di.
M: Le grandi città hanno più o meno tutte gli stessi problemi ed effettivamente chi ghe viv spess el cognoss pocch o nient de quell che succed foeura di sò ambient, soprattutto di notte. Ma qui credo che la milanesità c'entri poco, se non il grado di tolleranza che le nostre autorità sono disposte a concedere, e forse concedono troppo.
C: Questo el var però per la città che se ved, ma gh'è anca quella che se ved nò, nei quartieri più problematici, dove si mescola gente di ogni tipo, e anche da qui può uscire una forma di milanesità.
M: Certo, a chi vede Milano solo come un luogo per trasgredire non interessa parlare di appartenenza o meno alla città, ma i trasgressivi sono sempre una minoranza, anca se l'è quella che la se fa sentì e la fa pussee fracass, mentre la maggioranza vuole a tutti gli effetti sentirsi milanese. E sempre più spesso vengono proprio da quei quartieri più problematici, come li hai chiamati tu, esempi di nuove espressioni di milanesità.
C: Già, non c'è solo il mondo della moda, della finanza, del design... ci sono gli influencer, i rapper, gli sportivi... e anca se se ciamen in ingles vegnen quasi semper da la periferia e sono di origini spesso molto lontane.
M: "Milano, a place to be": anca quest l'è minga milanes, ma l'è ona bella reclam! Come abbiamo già detto, negli ultimi anni Milano è diventata una città apprezzata, un luogo meritevole di essere visitato anche per scoprire i suoi tesori culturali e per stare bene. Sono davvero tanti i turisti che troviamo in giro tutti i giorni, ormai in ogni stagione: ma lo sai che oggi hanno persino già superato in numero quelli di prima del Covid?
C: Ciombia! Ma forse veden minga i tanti magagn che gh'hinn ancamò. Finora abbiamo detto forse anche troppo delle CO se belle e buone di Milano, ma gh'è ancamò tanto de fa per migliorare la qualità della vita, le periferie, le aree dismesse, il verde, la mobilità, la capacità di attrarre investimenti e cervelli, oltre che braccia.
M: Gh'è minga dubbi... Ma per quanto riguarda il verde, oltre a quello che abbiamo già ricordato, vorrei aggiungere che sono poche le grandi città europee che possono vanta re un parco così vasto e vivo come il nostro Parco Agricolo Sud, e nessuno o quasi ne tiene mai conto, salvo i tanti ciclisti che, sempre più numerosi, lo percorrono in lungo e in largo.
C: Le statistiche ancora lo ignorano, ma guarda che il paesaggio dei nostri campi, con le sue cascine e i Navigli sono in tanti ad apprezzarlo, non solo i ciclisti... Le nostre risaie, per esempio: se ti capita di arrivare con l'aereo a Linate in del mes de magg, quando sono allagate, all'imbrunire, è un spettacolo straordinario. E da lì in mezz'ora sei in centro!
Proverbi
Inutel vantass d'on bon usell quand che se sa che l'è tutta pell!
Inutile vantarsi di un buon uccello quando si sa che è tutta pelle!
Detto alquanto corrosivo ed allusivo, usato nei confronti di coloro che vantano virilità, ma in realtà sono frolli e nel caso specifico ricorrono ad una vera e propria millanteria.
Argomenti del giorno
  1. Cosa ascoltare oggi
  2. Proverbi
  3. Toponimi di TERNATE (29)
  4. Fidanzati a tempo perso
  5. Il lavoro dei milanesi 5)
 
 
 
 
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Settimana-02

 
 
RVG settimana 02
 
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Settimana-02 del 2024
 
Settimana 02       2024-02-08  - Calendario - la settimana
08/02 - 02-008 - Lunedi
09/02 - 02-009 - Martedi
10/02 - 02-010 - Mercoledi
11/02 - 02-011 - Giovedi
12/02 - 02-012 - Venerdi
13/02 - 02-013 - Sabato
14/02 - 02-014 - Domenica
RVG-02 - da  - Radio-Fornace
 
 
 
08 Gennaio 2024 - lunedi - sett. 02-008
redigio.it/rvg100/rvg-02-008.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
redigio.it/rvg100/rvg-008.mp3 - Una diretta a proposito della musica del bar in occasione del 31 dicembre.
Toponimi di Cadrezzate
18) Padolette: strada che continuava un tempo il Rossino. Entrambi i toponimi oggi non sono più conosciuti. Le voci sono tratte dalle carte del Catasto Regio del 1905.
19) Passeraccio: zona boschiva che si inserisce tra la strada che porta verso Ispra e la strada che gira verso il limitrofo comune di Capronno. Il nome sembra essere trasparente e potrebbe suggerire un antico luogo di caccia agli uccelli (v. Comabbio n. 30).
20) Pauretta: strada di incerta localizzazione, forse da individuare nella zona est del paese in un'area adiacente al lago. Il nome potrebbe risalire alla voce dialettale pau "palude" con la presenza del suffisso di diminutivo -èta in dialetto e -etta in italiano. Notiamo anche in questa voce il rotacismo della laterale. Un'altra difficile ipotesi etimologica fa risalire la voce al nome pauràt che in dialetto sembra designare "il conoscitore e frequentatore della palude"
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2608/QGLO813-Luisin-tassista-01.mp3 - Milano e il Luisin tassista -
A stria dàa Cuntrà di RàtiMa (2/3)
Calate le tenebre, nelle strade pressochè deserte ed abbuiate, due donne infazzolettate di nero, come due penitenti che nascondono il volto agli umani sguardi, camminano a passo lesto scantonando furtive. Persona che le vedesse direbbe : vanno in cerca del prete per un moribondo oppure della levatrice per un nascituro; lasciamole in pace senza curiosare, chè starebbe male. La donna più giovane (la malefiziata) non osa volgere la testa indietro, tuttavia ha il tremore nelle ossa. Se fosse possibile penetrare lo sguardo oltre il fazzolettone che le copre il volto si potrebbero scorgere sulla fronte delle goccie di sudore. Sudor freddo della paura di esere spiata e scoperta, nel qual caso il giuoco » non potrebbe essere disfatto »>. Supplisce la vecchia (manutengola della strega) con delle sterzate di capo, quasi volesse scacciare delle mosche noiose, a scopo esplorativo. Accertatasi che nessun'anima viva le pedina, bisbiglia all'orecchio della giovane: «Nessuno ». Automaticamente l'andatura si accelera. Cuntrà di Ràti: ci siamo, appena due passi ancora. Il cuore batte in petto alla donna giovane e trema. Indugia ad alzare il piede per scavalcare il rialzo dello sportello che immette nel cortile. La vecchia la spinge con una manata, poi rinchiude lo sportello battendo i tre colpi di prescrizione, affinchè la strega sappia chi arriva e prepari il ricevimento con le dovute convenienze. Venti gradini sgangherati da salire e siamo sulla ringhiera tremolante. Si apre un uscio a mezzanta e le due donne (la giovane e la vecchia) precipitano da tre gradini nella camera buia, appena solcata da una striscia chiara prodotta da un lumino agonizzante nell'ultima goccia d'olio. L'aria è appestata dal lezzo dello stoppino insecchito. La strega si leva lo scialle dalle spalle incurvate un po' dagli anni, un po' dalla posa necessaria. Incomincia a lamentarsi : «Sono malandata e stanca. Sentite che tosse! Se non fosse per un riguardo a voi Marianna, cara amica mia, questa sera non avrei ricevuto nessuno. Il gatto in un angolo fa le fusa e non si disturba per i topi che gli saltellano attorno. Son di casa ormai ! C'è della brage di carbonella nella scaldina dal coperchio forato. La strega alza il coperchio della scaldina e lascia cadere sulla brage una polverina che, abbruciando, diffonde un odore indefinibile, ma serve a far girar la testa a chi non vi è assuefatto. La giovane donna impallidisce ed ha qual che strappo di vomito. Capito, le fa male l'incenso ! La scaldina vien tolta dalla camera e posta sul corridoio. Qua un goccio di scacciamali ». È forte a prendersi, ma fa passar subito. Giù, giù, ecco fatto! Un momentino solo e il malessere sarà passato. Ecco che già si rianima in volto. Guarita da questo male! Ora veniamo all'altro. << Disturbi, dolori di stomaco, mal di capo, vomito, insonnia, sogni paurosi tremendi, mi par sempre di dover morire da un momento all'altro. Ogni tanto mi manca il respiro, par che ci sia una mano che mi strozzi la gola. Che tremendo, che tremendo! I medici dicono che non ho nulla: nervoso, fissazioni... Non capiscono niente. Temo di essere stregata! > Ah, ah, ah!!
I segreti della chiesa della Purificazione - 2
Tra XIII e XIV secolo dovremmo immaginare la c ostruzione come una cappella campestre al di là dell’Olona, utilizzata dagli abitanti di quella contrada. Il nome, ad ogni modo, rimane inalterato tanto è vero che, qualche secolo più tardi, possiamo leggerlo in un Instrumento di Cambio factum tra R.P. Jacobum Rettorem S(anc)te Marie loci Legnarelli et Melchior et Ambrosium fratres de Crespis, rogato da Bartolomeo Formenzan anno 1597. In breve i fratelli Crespi e il canonico di Santa Maria, di comune accordo, fanno uno scambio di terreni. Una chiesa, dunque, con buona probabilità, esiste dalla seconda metà del 1500 ed è circondata da acque, pascoli, campi.
Difficile trovare in loco documenti antecedenti al 1584.
In quell’anno, infatti, il 7 di agosto San Carlo fa trasferire la prepositura da Parabiago a Legnano presso la chiesa dei Santi Salvatore e Magno. Poiché qui i canonicati sono due, entrambi posseduti dal Reverendo Padre Battista Crespi, li erige in due canonicati coadiutoriali: uno in San Magno, l’altro presso la chiesa di Santa Maria nella contrada di Legnarello.
Questo avviene per comodità, o meglio per necessità, dal momento che il fiume Olona, scorrendo tra le due parti del borgo, spesso con le sue inondazioni, impedisce il transito. Oltre la chiesa vengono assegnati casa, giardino e beni. La faccenda suscita mugugni e ricorsi se il papa Gregorio XIII si vede costretto a far intervenire il vescovo di Cremona Cardinal Sfrondati (in seguito sarà papa Gregorio XIV) per dirimere la questione.
(lettera del 18 luglio 1586).
Proviamo ora a domandarci come mai dedicare un luogo sacro alla purificazione e cosa mai debba purificare la Madonna. L’intitolazione vuole sottolineare l’importanza della maternità. Come leggiamo nelle sacre scritture risale alla tradizione ebraica la celebrazione di due riti che avvengono quaranta giorni dopo la nascita di un bambino.
Il primo è la presentazione al tempio. Ecco il passo dell’Antico Testamento (Pentateuco Esodo 13) “Il Signore disse a Mosè:
Consegnami ogni essere che esce per primo dal seno materno tra gli israeliti: ogni primogenito di uomini o di animali appartiene a me”. In seguito il bambino sarà riscattato dai genitori con il pagamento di 5 sicli d’argento. (circa 50 grammi)
Il secondo è la purificazione della madre. Si basa, sempre, sull’Antico testamento (Pentateuco Levitico 12) “Il Signore parlò a Mosè e disse: Parla agli Israeliti dicendo:
Se una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà impura per sette giorni; sarà impura come nel tempo delle sue mestruazioni…Poi ella resterà ancora 33 giorni a purificarsi del suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione. Ma se partorisce una femmina sarà impura due settimane come durante le sue mestruazioni; resterà 66 giorni a purificarsi del suo sangue”.
Insomma non siamo in regime di parità: 40 giorni contro 80, le femmine sono sempre un problema!
Il ritorno alla comunità implica l’offerta al tempio di un agnello e di un colombo, o due tortore se la famiglia è povera.
L’usanza della festa passa al cristianesimo e, in origine, viene fissata nel giorno 15 febbraio. Secondo il calendario romano questo è l’ultimo mese dell’anno nel quale si svolgono le Februalia , cioè le feste di purificazione religiosa dei vivi, in onore di Iuno Februata (Giunone Purificata) perché fa uscire dopo il parto la placenta e quindi purifica la madre la quale, a suo tempo ha già invocato la dea Iuno Lucina (Giunone dea della luce) perché porti alla luce, appunto, il nascituro. Ma in questa data viene a coincidere con gli antichi riti romani e pagani dei Lupercalia.
 
 
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09 Gennaio 2024 - Martedi' - sett. 02-009
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Toponimi di Cadrezzate
21) Persico: strada oggi non ben localizzabile e documentata in carte notarili di fine Ottocento, che si presuppone congiungesse il centro del paese al Lago di Monate. Il pesce persico, insieme alla tinca e al cosiddetto lavarello, è la risorsa principale per i pescatori della zona.
22) Peverascia: è il nome di un prato non molto esteso a sud-est del centro del paese che ospitava forse un tempo la peverascia, in italiano nota come "centonchio": erba infestante che fiorisce spontaneamente durante tutto l'anno per lo più accanto ai muri e nelle strade non selciate. (cfr. Peveranza frazione di Cairate -VA-).
23) Piaggiolo: area pianeggiante a ridosso del Lago di Monate. Il nome può essere ricondotto al latino plaga "pianura""" continuato in dialetto prima e in italiano poi con un diminutivo (cfr. Piaghedo, frazione di Gravedona -CO-)
Busto Grande - 170 anni fa  - capitolo sesto (1/4)
Aprile 1859: primavera in fiore e rumore di tempesta. Nel vicolo Crespi, da poco tempo ingoiato da un palazzone moderno tutto vetri luccicanti e biancore di marmi, addentrato nell'agglomerato di casupole che si addossano alla basilica di San Giovanni, il signor Giuseppe Lualdi ha impiantato da tempo, in un fabbricato di sua proprietà, ai numeri civici 173 e 174, una novità guardata con grande sospetto. Si tratta di una infernale << macchina a vapore », che deve servire a non si sa quale specifico lavoro, per quanto ci sembri facile indovinarlo; sarà stato, anche lui, come tanti, un preparatore di tessuti o un tintore di cotone. Fatto sta che la macchina funziona senza riposo.
Da una parte, il prevosto Piazza arriccia il naso e scuote la testa; dall'altra i canonici Ajroldi e Todeschini fanno brutti commenti. All'intorno, i proprietari di case (le abbiamo viste demolire in questi giorni e, oh Dio, non avevano tutti i torti!) sono preoccupati al vedere tutto quel fuoco e quel fumo che avvolge i loro fienili e le loro catapecchie.
Ma il signor Giuseppe Lualdi è un pioniere. Non si cura degli umori dei canonici, nè di quello dei vicini; come trascura le velate minaccie di buona parte del popolo che guarda di malocchio le macchine, questi arnesi costruiti per togliere il pane di bocca agli artigiani, o, come si diceva allora, agli artisti.
Fatto sta che un brutto giorno di questo aprile in fiore, la macchina a vapore, a furia di ingoiar carbone e vomitar fumo, saltò in aria con un tremendo boato che riempì di terrore tutto il borgo e fece tremare i vetri della chiesa, della casa del prevosto e dei canonici, e appiccò il fuoco alle case circostanti.
Arrivò la << Macchina Idraulica » coi brentatori, i facchini, il codazzo dei volontari faccendoni e, fra tanti, anche il Direttore e il Custode. Il fuoco venne spento, non senza gravi danni che, per quanto coperti dall'assicurazione, impressionarono notevolmente i bustocchi.
Ma passata la prima paura si tirarono dei gran respiri di sollievo, mentre nella offelleria del Magnaghi, che stava quasi in faccia al luogo della macchina, si riprendevano le discussioni politiche, con tutte le cau- tele che la dominazione austriaca imponeva. Della macchina a vapore, dopo il gran discorrere dei primi giorni << aveva fatta ormai la sua logica fine », dicevano i meglio informati del paese - nessuno se ne ricordò più, e i più accaniti nemici si fregavano le mani soddisfatti: - lo dicevamo, noi, che non durava! ; e perciò nes suno si curò di fare i conti col Lualdi.
Costui lasciò calmare le acque o, per essere più precisi, le lasciò intorbidare di tutto quel che bolliva in pentola in quei mesi. E, mentre gli animi erano rivolti alla guerra, a Magenta, al generale Urban, alla Guardia Nazionale, il Lualdi si dava da fare in gran silenzio e macchinava nuovi piani.
Quale non fu la costernazione dei vicini quando trapelò la notizia che il Lualdi, forte della legge che permetteva tali inaudite novità, stava di nuovo impiantando la « macchina a vapore ».
La Madonna accoltellata (1/2)
Chi ha mai giocato a zara? Qualche accanito giocatore o qualche esperto del settore sa di che cosa si tratta, ma per la maggior parte di noi è un mistero. Eppure nel Medioevo era un gioco d'azzardo assai di moda nonché un ottimo sistema per rovinarsi, come anche Dante conferma (Purgatorio, VI, I):
Quando si parte il gioco della zara, colui che perde si riman dolente, repetendo le volte, e tristo impara.
<<Si giocava con tre dadi, e contavano negativamente le somme dei punti inferiori al sette e superiori al quattordici. (...) Dall'ara- bo zahr, dado» (Gabrielli). Si intendeva "zara" come "zero"; vien da lì anche il termine di azzardo. Nell'Ottocento milanese, decaduto il gioco, quella parola in milanese significava "rischio".
Tanta antiquata erudizione a che pro? Per ambientare un'altra leggenda che riguarda ancora una volta la Madonna, o meglio una delle sue immagini diffuse un tempo agli angoli di molte strade milanesi, prima dello sfratto in massa per opera di "illuminati" assortiti. Questa volta ci troviamo nel 1242 (il 25 marzo, preci sa qualcuno), quando un tabernacolo con l'immagine sacra della Madonna col Bambino ancora si trovava esposto nella contrada del Falcone, una delle strade più anguste del centro cittadino che prendeva nome da una rinomata locanda. Nel crocicchio di fianco a San Satiro c'era un po' di tutto e naturalmente negli angoli vi si giocava, senza badare agli editti cittadini che vietavano il gioco d'azzardo. Uno di questi giocatori di zara s'era intestardito, anche se la giornata non gli appariva in nulla favorevole, al punto da giocarsi se non la camicia almeno la casacca. Càpita ancora oggi. Imbestialito dalla sfortuna, non potendo prendersela con nessuno se non con sé stesso, estrasse il pugnale e con quello vibrò una tremenda coltellata all'immagine della Madonna dipinta sul muro, bestemmiando e gridando: «To', prendi!» come se Maria Santissima c'entrasse in qualcosa con le sue perdite ai dadi. Secondo altre fonti, le avrebbe tirato un sasso; secondo altre ancora, la pugnalata fu diretta al Bambino. La precisione, è questo il bello delle leggende.
Parole milanesi
Diàvul, diàul = diavolo. Catii 'mè 'l diàul = Lett. "cattivo come il diavolo", tuttavia il vero significato è "os- sesso, indemoniato" derivando dal latino "captivus diaboli", prigionie ro del diavolo, poi storpiato nella dizione dialettale. Cussè diàul süccéed? = che diavolo succede? La farina dul diàul la va tüta in crüsca = la farina del diavolo va tutta in crusca. L'è 'l diàul ca sa peccéna ra cùa (ul ciu) = lett. "è il diavolo che si pettina la coda (il deretano)", locuzione usata per indicare le ultime scariche.di tuoni dopo che il temporale è ormai cessato. Lè 'n bun diàul è un brav'uomo. Ul diàvul al fa i pignatt ma mia i cuèrc = il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Un póar diàul un poveraccio. Vegh 'doss ul diàul = essere agitato, in continuo movimento o, anche, essere cattivo, maligno. Diavuléri = diavolio, gran quantità di persone, gran trambusto. Diavulétt, diaulétt = diavoletto, usato anche come vezzeggiativo per un bimbo: che bell diaulétt! = che bel diavoletto!
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10 Gennaio - Mercoledi' - sett. 02-010
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A stria dàa Cuntrà di RàtiMa (3/3)
Vediamo. Le carte diranno loro. Io non so nulla. Sono le carte che di cono. L'importante è di saperle leggere. Io ho imparato a leggerle dalla mia povera nonna, una santa donna e Dio l'ha certamente in gloria. Ve- diamo. Le carte vengono stese a quattro a quattro sul capace grembiule tenuto aperto dalle gambe triangolate. Un momento, ci siamo! Questa donna ha una brutta ghigna ed è seguìta da un ceffo di fante, il che è peggio. Però c'è un rimedio. Se dopo questo sette gira l'asse di... quadri...
ecco che è venuta ! Salva, ma ci vorrà del tempo... Veniamo al secondo esperimento, al controllo: Piripipiri, piripipò giò, giò, giooò! Le catene del focolare oscillano, saltellano e sbattono contro la cappa del camino. Da uno spioncino sbuca una tortorella gentile che, dopo aver svolazzato sul capo delle donne, va a posarsi su di un cuscino. La malefiziata sviene. Si provvede con una spruzzata di aceto forte a farla rinvenire.
Non è il caso di spaventarsi. Sono innocenti scherzi di spiriti beffardi. Anzi, la loro presenza è stata la sua fortuna, cara la mia donna ! Ha visto dove s'è posata la tortorella? Sul cuscino. Vada a casa, tolga la fodera del cuscino sul quale lei poggia il capo quando dorme, levi la piuma ed esamini bene. Se trova per caso un ago, una stringa, un ciuffo di capelli, un nastrino, lo tolga e lo porti a me. Ciò è indispensabile per << disfare il giuoco del malefizio..
A Stria dàa Cuntrà di Ràti conosceva bene il suo mestiere. Era molto riservata, sapeva mantenere il segreto e non dava confidenza ad alcuno. In chiesa teneva la sedia e si appostava misteriosa all'ombra incerta delle pareti del confessionale. Non si fermava mai per strada a chiaccherare, filava diritto, il volto seminascosto. Ogni tanto si inoltrava in Cuntrà di Rati qualche vettura padronale. La strega vi saliva frettolosa. La vettura partiva veloce. La gente spalancava gli occhi e rimaneva confusa. Pensava: cer- tamente c'è di mezzo qualche stregoneria di grande importanza !
La strega non si confessava mai a Busto. Si sapeva che andava a Verghera, almeno la strega lo lasciava credere. E tutti sanno che Verghera era molto rinomata per i convegni di stregozzi. Questo fatto contribuiva a circondare la strega di prestigio e di soggezione. Una donna che, inconsaputamente, aveva affittato dei locali nel cortile della strega, venutane a conoscenza, credette opportuno di chieder consiglio al suo confessore, al quale certamente doveva aver fatto scuola don Abbondio, se così rispose: Ai strji beugna credighi non, a bòn coentu l'è mèi lassài in dul sò breudu. Sa sà mai... Dèghi ul bòn giurnu e stè in sü àa vostra...
Più sopra abbiamo dato un'idea delle sedute della strega. Le malefiziate, prima di uscire dal loro tormento, dovevano far ritorno più volte dalla strega colle mani ingombre. Una volta una gallina, un'altra le uova, un'altra il coniglio. La strega non voleva essere pagata. Si degnava semplice- Madonna delle grazie ». Col mente di accettare delle offerte, come una suggerimento della complice della strega, le malefiziate arrivavano ad offrire orecchini, spille, anelli d'oro. Una bazza!
La polizia aveva già avuto sentore d'un qualche cosa di poco pulito e sorvegliava. A far scoppiare la bomba concorse una imperdonabile imprudenza della strega. Ad una malefiziata azzardò indicare la vecchia ma trigna come autrice del malefizio. Fu il finimondo. La malefiziata si confidò col marito, il quale se la prese con la matrigna della moglie e voleva <inforcarla » con un tridente. Sollevamento dei famigliari ed intervento dei carabinieri. La conclusione fu che la strega finì in gattabuia a meditare sulle sue < balossate ».
Dopo i carabinieri vennero i picconieri. Il fabbricato che ospitava la strega venne abbattuto. Sorsero le scuole comunali Giosuè Carducci, che attualmente ospitano il Liceo-Ginnasio. Quanto cammino in breve volger di anni!
Che cosa ne pensa la malefiziata ch'è sempre al mondo: sana, robusta e gioviale, ancorchè vecchiotta, circondata di figli e di nipoti?
A quante panzane si credeva una volta...
Busto Grande - 170 anni fa  - capitolo sesto (2/4)
Leggiamolo:
<< Inclita Deputazione Comunale di Busto Arsizio. << È giunta notizia, a noi sottoscritti, che nella casa Lualdi sig. Giuseppe al Comunale n. 173-74 si allestisca tuttavia quella macchina a vapore, la quale, tre mesi or sono, arrecandoci l'incendio nelle nostre case coloniche circonvicine, apportò tanto danno, a noi ed all'assicurazione degli incendi, e quel che è peggio ai poveri contadini ed artisti attigui i quali si dichiarano sin d'ora impotenti a riparare un altro danno futuro futuribile, dando il proprio obolo all'assicurazione medesima de gl'incendi.
<< Noi sottosegnati, non per far onta alla legge, la quale (ci si riferisce) sanziona tali macchinismi anche di mezzo all'abitato, bensì per esplicitamente il nostro sentimento manifestare all'autorità competente, in cui abbiamo riposto ogni nostra fiducia, sottoponiamo a quest'inclito Questore i nostri riflessi, pregandolo in pari tempo a prenderli in considerazione: 1° L'incendio è prossimo a temersi per la nuova costruzione della macchina a vapore, locata nel medesimo luogo, perchè parecchi fenili necessari ai contadini la circuiscono. 2° L'incendio è prossimo a temersi perchè tanta è la contrarietà a tali macchine nel rozzo popolo artista del Borgo, che sembra a noi, quasi sempre sulle mosse per clandestinamente arrecare danno alla macchina stessa. Le informazioni che quest'inclita Deputazione potrà desumere in paese, chiariranno il nostro timore. 3° L'incendio è prossimo... e già l'assicurazione degli incendi quasi prevedendolo, avvisa i suoi assicurati, che ne diano avviso, sotto comminatoria di non averli per assicurati, qualora venisse rimpiantata la macchina a vapore nel luogo della recente rovina.
<< Con tutto il rispetto, noi subordiniamo le presenti avvertenze a quest'inclito ufficio, fiduciosi di non essere al tutto posti in cale, giacchè se la Legge permette tali costruzioni di mezzo agli abitanti, con altrettanti disposizioni savvissime tutelerà al certo gli opponenti in base a dichiarati argomenti.
« Bartolomeo Piazza, Prevosto; C.te Luigi Ajroldi Can. Curato Anziano; Carlo Todeschini; Aquilino Crespi; Giuseppe Crespi detto Bonino; Maria Marcora ved. Pellegatta; Madalena Pellegatta.
<< Busto, 28 luglio 1859 ».
Parole milanesi
Di = dire. Digh adré a quaivun = parlar male di qualcuno. Disi bè mi... voglio ben dire... Di da si o dì da nò = dire di sì o dire di no. Di sul = racconta, dai! parla. Fagala di (a qual vün) spuntarla contro qualcuno (sia in una controversia, sia in una semplice discussione). Ga n'ha dij un sacch o ga n'ha dij da tücc i cultur= glie ne ha dette un sacco o di tutti i colori. Ch'è pocch da di= vi è poco da dire. I uraziun da di ul di di Mort = le orazioni prescritte per il giorno dei Morti. Mia par dì ma... = non per dire ma... Truvà da dì = trovar da ridire. Vegh un bel dì... = aver un bel dire... Vegh da dì = aver da dire. Usato anche nel senso di "se" = a dì ca 'l fasess bell sa pudaria lassà a cà l'umbrèll = se fosse bel tempo si potrebbe lasciare a casa l'ombrello.
Il rattin - (Galleria Vittorio Emanuele II)
Il 13 settembre 1877, quando venne inaugurata la Galleria Vittorio Emanuele II, era già attivo un sistema di illuminazione a gas per quello che ben presto sarebbe stato ribatezzato il salotto di Milano»: lampade a candelabro con fiammelle venivano accese ogni sera dai lampeè, gli operai addetti all'accensione dei lampioni pubblici - l'elettricità, infatti, arriverà soltanto a partire dal 1885. L'unica parte della Galleria che non poteva essere raggiunta facilmente era la cupola, alta più di cinquanta metri dal suolo. Per ovviare al problema, l'architetto Giuseppe Mengoni, progettista del capolavoro in ferro, inventò un ingegnoso marchingegno caricato a molla, simile a un topolino, che correva su una rotaia posta sulla circonferenza della cupola, a pochi centimetri da un sistema di ugelli a gas per l'illuminazione. Il piccolo carrellino, detto appunto rattin, era munito di un tampone imbevuto di liquido infiammabile e, una volta acceso, propagava la fiamma lungo tutti i lumi della cupola, producendo anche uno spettacolo suggestivo per il pubblico che vi assisteva ogni sera. Oggi, il rattin è custodito a Palazzo Morandi.
 
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11 Gennaio Giovedi' - sett. 02-011
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  2. La Befana
Viene, viene la befana
Viene, viene la Befana
vien dai monti, è notte fonda;
com'è stanca e la circonda
neve, gelo e tramontana, viene, viene la Befana.
Ha le mani al petto in croce e la neve è il suo fardello, il gelo il suo mantello ed il vento la sua voce;
ha le mani al petto in croce.
Lei si accosta piano piano alla villa e al casolare,
a guardare e ad osservare, or più presso,
or più lontano,
piano, piano, piano, piano.
Che c'è dentro questa villa?
Guarda, guarda,
tre lettini
con tre bimbi a nanna buoni.
Guarda, guarda,
ai capitoni c'è tre calze lunghe e fini,
oh tre calze e tre lettini.
Un lumino brilla e sale
e ne scricchiolan le scale, il lumino brilla e scende
e ne palpitan le tende.
Chi mai sale e chi mai scende?
Coi suoi doni mamma è scesa,
sale con il suo sorriso
e il lumino le arde in viso
come lampada da chiesa.
Coi suoi doni mamma è scesa.
Ma che c'è nel casolare?
Guarda, guarda
tre strapunti
con tre bimbi a nanna buoni
tra la cenere e i carboni,
c'è tre zoccoli consunti;
oh, tre scarpe e tre strapunti!
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  1. Busto Grande - 170 anni fa  - capitolo sesto (3/4)
La protesta è un capolavoro: lusinghe e minaccie vi ricorrono con abilità, contro la legge « che sanziona tali macchinismi anche di mezzo all'abitato ». Ma è un capolavoro inutile.
La Deputazione è visibilmente preoccupata e il 6 settembre chiama il Lualdi, « per cose che lo riguardano >>. Il Lualdi si presenta subito, << dichiara di non potere per alcuni giorni comparire ad intrattenersi sul- l'argomento della istanza 27 agosto p.p. e prega perchè gli sia comunicato copia della istanza stessa onde potere dare quelle risposte che valgano ad evadere la istanza stessa e dar base al giudizio da pronunciarsi dalla Deputazione »><.
La risposta del Lualdi e la difesa della « macchina a vapore » non si sono trovate. È un peccato. Sembra però che non siano state molto pronte, se il 14 settembre la Deputazione lo diffida a voler dare notizia:
prima di intraprendere le operazioni necessarie per riattivare quella macchina a vapore che vi esisteva anteced.te all'incendio avvenuto il giorno 11 p.p. aprile, vorrà compiacersi il sig. Lualdi di darne notizia alla scrivente Deputazione ond'ella possa preventivamente esaurire quelle pratiche che in proposito le incumberebbero a sensi dei veglianti regolamenti »>.
Cosa se ne sarà fatto? Oggi, dopo cento anni, i macchinismi a vapore non impressionano più: ormai siamo all'atomica.
Che ne sarà di noi, fra cento altri anni, quando i nostri nipoti leggeranno le nostre vicende?
Mentre il Lualdi dunque rimetteva la macchina in funzione, ben altre preoccupazioni assillavano i bustocchi e facevano ormai la spesa dei discorsi.
Il 30 aprile del 1859, avvicinandosi all'orizzonte grossi nuvoloni di tempesta che si scaricarono, un mese dopo, con quelle conseguenze che tutti sanno, a Magenta, l'Imperial Regio Commissario Distrettuale di Busto Arsizio, Crivelli, «< in esecuzione di ordini superiori e per norma di chiunque avesse interesse » avvisò, con lettera 2267 di protocollo, la Deputazione Comunale del luogo, che il Comandante della II Armata sospendeva immediatamente tutte le corse della strada ferrata per Magenta e « in generale il confine verso il Piemonte » che doveva in ogni caso << essere chiuso e segregato da ogni comunicazione, essendo questa misura già stata adottata nel limitrofo stato Piemontese da quel Governo ».
San Bernardino 11 - I miracoli
Data la grande fama del Santo, numerosissimi sono gli eventi straordinari a lui attribuiti. Qui ci limiteremo a citarne alcuni di quelli suffragati dall'opera di artisti antichi o di quelli più vicini a noi, ben consapevoli di dimenticarne, strada facendo, una miriade. Alle leggende scaturite e diffuse dalla intensa fede popolare dobbiamo aggiungere le numerose testimonianze capaci, lungo tutta la penisola, di fermare questo o quell’attimo straordinario, che ha avuto come protagonista frate Bernardino. In questa sede non possiamo certo citarle tutte, quasi ogni paese, chiesa, oratorio, edicola, come vedremo, ha un riferimento al passaggio o alla vita del santo Intanto iniziamo dalla credenza popolare che aleggia nel Mantovano. Ecco il fatto storico:
nel 1421 Bernardino è chiamato a Mantova da Paola Malatesta, moglie di Gianfrancesco Gonzaga, per predicare in occasione della quaresima.
E fin qui nulla di strano, ma arriva a Mantova via lago con un discepolo, galleggiando sulle acque del Mincio sopra il suo mantello a mo’ di tappeto volante.
La vicenda è illustrata, tra le altre, nell'attuale chiesa di San Bernardino a Salò su una delle quattro tele di Giovanni Andrea Bertanza, ciclo databile tra 1616 e 1619 circa .A Scurcola Marsicana, 1438, dopo aver predicato come suo solito per alcuni giorni, vuole ringraziare la popolazione, ma da povero francescano quale è, non possedendo nulla, lascia il bastone di ferro sul quale si appoggia per camminare. Ancora oggi "la bastoncella” oggetto di devozione non è custodita in un luogo sacro ma, poiché è stata donata alla gente, è conservata dalla confraternita di San Bernardino da Siena.
Sempre nel 1438, sul piazzale della basilica di Collemaggio Bernardino predica per dodici giorni che precedono la festa dell’Assunta. Il popolo al termine di una predica sulla Madonna, paragonata ad una stella, a mezzogiorno vede una stella luminosissima, che si posa sulla testa del santo.
Lungo l’itinerario da Massa Marittima all’Aquila "… ad Aquilam missus sum” durante le soste predica e a Spoleto guarisce molti malati con il segno della croce 8, 9, 10 maggio. Il 16 maggio arrivano in vista di Sella di Corno fa un caldo torrido. Bernardino arso da febbre alta chiede acqua.
Nessuno sa che fare, Bernardino indica a fatica con la mano un punto. Fra’ Bartolomeo corre in quel luogo e vi trova una sorgente miracolosamente scaturita. Ancora oggi è chiamata fontana di San Bernardino.
Ma l'ultimo miracolo avviene quando il santo è ormai scomparso. Nemmeno la morte pone fine ai miracoli. Bernardino come apostolo della pace, capace di riconciliare i cuori della gente, è chiamato dal vescovo per mediare l’amicizia tra due famiglie rivali dell’Aquila. Parte da Massa marittima con quattro compagni ed attraversa l’Umbria alla volta del Molise.
Siamo alla fine di aprile del 1444. Di lì a non molto però le sue condizioni di salute si aggravano e i frati sono costretti a trasportarlo in barella fino all’Aquila. Quando finalmente vi giunge, tra il 17 e 18 di maggio non è in grado di predicare e, ospitato nel convento di San Franceso, muore nel pomeriggio del giorno 20. Gli aquilani espongono in chiesa il suo corpo che attira innumerevoli persone.
Intanto le lotte tra famiglie nemiche proseguono. I testimoni narrano che da morto, dentro la bara il suo corpo versa sangue. La notizia si sparge per la città e tutti accorrono meravigliati per vedere e si riappacificano.
Solo in questo momento, quando le opposte fazioni cittadine smettono di lottare, il flusso si arresta. Questa è considerata la sua ultima predica la cosiddetta predica del sangue.
Gennaio
La suddivisione del tempo racchiusa in mesi e anni subì nei secoli periodiche modifiche, al fine di ovviare alle imprecisioni che di volta in volta venivano riscontrate.
Il calendario romano comprendeva inizialmente 10 mesi, da marzo a dicembre, per un totale di 304 giorni; successivamente passò a 355 giorni, divisi in 12 mesi, con l'aggiunta di gennaio e febbraio.
Gennaio, in latino "ianuarius", era sacro a Giano, il dio che proteggeva tutto ciò che si andava a iniziare.
Sotto Giulio Cesare, nel 46 a.C., si adottò l'anno solare di 365 giorni e si introdusse l'anno bisestile ogni quattro.
Oggi il calendario ufficiale, nella maggior parte del mondo, viene chiamato Gregoriano e prende il nome da papa Gregorio XIII, che lo introdusse nel 1582. Si basa sul ciclo delle stagioni, è sempre composto da 12 mesi, ma con durate diverse (da 28 a 31 giorni) per un totale di 365 o 366 giorni. L'anno di 366 giorni è detto bisestile e ricorre ogni quattro anni, con alcune eccezioni.
Molti proverbi contadini per il mese di gennaio prendono spunto dai campi, dalla volta celeste e dalle ricorrenze religiose. Il gelido mese viene ricordato con "Il freddo di gennaio riempie il granaio e povertà in pollaio" oppure, se c'è scarsità di precipitazioni, "Con gennaio asciutto, grano dappertutto". A ricordo di quando le condizioni igieniche erano precarie, ecco il meno conosciuto: "Chi uccide le pulci a gennaio, ne uccide un centinaio"; infine, il più famoso (almeno la prima parte): "A gennaio l'Epifania tutte le feste le porta via, poi arriva San Benedetto che ne riporta un bel sacchetto!".
 
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12 Gennaio 2024 - Venerdi' - sett. 02-012
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  2. Busto Grande - 170 anni fa  - capitolo sesto (4/4)
Sta di fatto che in quel Busto, questa, ed altre misure del genere, lasciavano il tempo che trovavano. Chiudere il confine ai bustocchi detti << trapananti >> per la loro abilità di trapanare tutti i confini, in particolare quello svizzero con le bricolle di tabacco, voleva dire continuare esattamente come prima. Tutti sapevano che la Imperial II Armata stava schierandosi, fronte a nord, lungo la riva sinistra del Ticino, pronta a ricacciare i Franco-Sardi nel fiume; e uno dei punti principali, quello più atteso, era il passaggio di Lonate Pozzolo, passaggio, questo, ormai famoso. Qui infatti, il giovane Angelo Travelli, studente a Pavia, unico figlio maschio del notaio Gio. Donato, condannato al domicilio coatto per aver partecipato alla manifestazione milanese per Felice Orsini, aveva preso il volo per Torino, ove si era arruolato nei bersaglieri; qui avevano trovato la strada per il Piemonte non uno ma cento patrioti aiutati, consigliati, e guidati dai nostri popolani. Lo racconta anche il Visconti-Venosta, con una prosa gustosissima, nelle sue memorie.
Il 30 maggio, il « Sargente » dell'Imperial Regio Reggimento Ajroldi, « quondam Magni Giovanni »>, si  presenta alla Deputazione Comunale accompagnato da due gendarmi e chiede l'assistenza della sopradetta per rintracciare tre bustesi fuggiaschi. Si tratta di tre carrettieri: Giuseppe Tosi, Giovanni Crespi e Luigi Pozzi. Costoro, mobilitati al servizio logistico dell'Armata, con carro e cavallo, ed assegnati al magazzeno distrettuale di Binasco preferiscono abbandonare il posto e darsi alla macchia.
(Dice il Comandini che il 28 aprile tutti i cavalli mobilitati vennero radunati in Piazza d'Armi a Milano per essere assegnati alle varie residenze. Fin da allora i ragazzi avvicinavano i conducenti incitandoli a disertare o, quanto meno, dicevano loro: << va adasi! ». I tre bustocchi preferirono non andare del tutto!).
« La loro ricerca, capitanata dal << Sargente » coi due Gendarmi di rinforzo, venne effettuata dai cursori (guardie comunali) Pietro Crespi e Angelo Lualdi, con una perquisizione a domicilio, che rimase infruttuosa. A Busto si raccontò poi che in tutte e tre le case si trovarono i letti caldi. (Quanti ricorsi...! Pochi anni fa gli sbirri repubblichini non sapevano capacitarsi di trovare il letto caldo al posto di un filosofo che, in camicia e mutande attraversava al volo la Piazza Santa Maria!). Il << Sargente » non rimase contento: voleva altri carri ed altri cavalli e la Deputazione « procedette alla ricerca di altri individui che si prestassero al servizio, ma questo tornò impossibile ». Si stese allora un verbale che giustificasse Deputazione e << Sargente » davanti al le « Superiorità »; ma si vede che il verbale non venne tenuto in grande considerazione se, il 1° maggio, il borgo fu sottoposto ad una prequisizione generale... sempre con lo stesso risultato. E pensare che un mese prima il Maresciallo Gyülai aveva minacciato di mettere a ferro e a fuoco «< con centomila baionette », i paesi ribelli; e i bustocchi cantavano << Guarda Gyulai ch'al vegn da primavera ta mettom in capponera a canta chichirichì»; chichirichì che i bustocchi per non so qual riposto motivo, hanno sempre trasformato in << cu- carechü » che vuol dire tutt'altra cosa che il canto del galletto.
I segreti della chiesa della Purificazione - 3 (1/2)
Il dies festus a Roma ricorda Faunus o Lupercus protettore dei pastori, divinità essenziale per un’economia di agricoltori e allevatori di bestiame. Il nome di derivazione complessa è legato al termine latino Lupus ( greco lukoV ) per ricordare i gemelli Romolo e Remo allattati dalla lupa, ma anche al Mons Lycaeus, cima dell’Arcadia dove secondo il mito sarebbero nati sia Giove sia Pan, dio delle montagne e della vita agreste, a cui sono intitolati un santuario ed un bosco sacro.
L’inno omerico, a lui dedicato, narra di uno strano bambino con corna, barba e piedi di capra, abile nel suonare la siringa, amante della danza e della musica, motivo di divertimento per gli dei. Insomma, che il culto sia greco o latino, Luperco o Fauno sta per distruttore dei lupi e quindi difensore delle greggi, e contemporaneamente lupo lui stesso in una insanabile ambivalenza. Il dato certo è che ai Romani i Lupercali (Lupercalia)piacciono molto, sarà per le corse dei giovani intorno al Palatino e forse anche per quel pizzico di follia o licenziosità che portano con sé dopo le abbondanti libagioni. Se poi aggiungiamo che la festa inizia all’ombra del fico dove, secondo la leggenda, sono stati trovati i gemelli sani e salvi si capisce come mai sia una tradizione fra le più dure da estirpare. Un bel problema in epoca cristiana avere un dio capretta con gli attributi del diavolo e tutto ciò che ne consegue! sta di fatto che dopo aver stabilito la Natività il 25 dicembre la purificazione viene fissata per il 2 di febbraio. Anche se secondo il calendario astronomico questo è il giorno in cui termina l’inverno buio ed inizia la primavera luce (latino lux; greco lukh notare come sono simili le pronunce e il suono di lùcos lupo e lùcheluce) e dove si svolgono comunque feste in occasione delle ricorrenze legate alla natura solstizi, equinozi, cambio stagioni… Il passaggio alla bella stagione, il sole che ritorna, la natura e la vita che si risvegliano, sono celebrate dalle donne mentre girano per le strade con ceri e fiaccole accese.
La Madonna accoltellata (2/2)
Uno sfogo di rabbia come tanti e del tutto inutile: ma questa volta qualcosa accadde: dall'immagine sacra sgorgò il sangue. Il crocicchio era frequentato e molti furono testimoni del miracolo. L'accoltellatore era rimasto paralizzato, pallido, e sembra ci sia voluto un bel po' prima di riaversi dallo stupore. Dopo corse a confessarsi e cambiò vita da un istante all'altro, profondamente pentito del suo gesto. Si dice che, come il fra Cristoforo manzoniano, si sia dato a una vita di penitenza morendo a tempo debito non soltanto in grazia di Dio ma addirittura in fama di sant'uomo: si chiamava Massanzio da Vigonzone.
Dopo la metà del Quattrocento la venerata immagine fu staccata e trasferita all'interno della nuova Santa Maria presso San Satiro dove ancora si trova presso l'altar maggiore, al centro della sorprendente prospettiva del finto presbiterio ideata dal Bramante. Le due figure ai lati dovrebbero essere quelle dei signori che hanno voluto lo spostamento della sacra immagine dalla strada alla chiesa: Gian Galeazzo Sforza e Bona di Savoia. Nel 1817 il pittore Agostino Comerio dipinse sulla vicina lunetta la storia del miracolo: leggenda, realtà? Soltanto la Fede può dare una risposta. Una leggenda assai simile - con un sasso al posto del pugnale - si racconta per l'oratorio di Santa Maria del Sasso in via Magolfa, al Ticinese: ma oggi la chiesetta è uno spazio privato e non visitabile, quindi bisogna tenersi ogni curiosità o soddisfarla coi vecchi libri.
CADREZZATE   e i suoi toponimi
Cadrezzate: m. 281; kmq 5.00; abitanti 1570.
Comune della provincia di Varese, situato 18 km a sud-ovest di Varese sulla sponda occidentale del Lago di Monate.
Il nome è attestato per la prima volta in alcuni documenti nell'anno 999 come Cadregiate. L'origine del toponimo è dubbia e si potrebbe far risalire ad un antroponimo del tipo *Catricius o Catrinius. Un'ipotesi più datata riconosce in Cadrezzate l'antroponimo Quadratius attestato in vari documenti.
1) Baraggiola: in dialetto Barigiöre. È una piccola area nei pressi del centro del paese, un tempo adibita a rimessa per gli attrezzi dei campi, ma anche utilizzata come piccolo spazio di terra per coltivare verdure ad uso domestico. Il nome è diffuso in più luoghi lombardi anche in varie altre forme (cfr. Baraggia nel comune di Vimercate -MI-, Barazzina nei pressi di Lodi). Il toponimo deriva dal'appellativo dialettale lombardo e piemontese baragia che significa "landa", "luogo incolto". E' possibile una connessione con la voce friulana baràzz "rovo". Alcuni vi scorgono una radice gallica *barros "roveto, sterpeto">
2) Barnée: toponimo di difficile localizzazione odierna e registrato nelle carte del Cessato Catasto Lombardo del 1860. Il nome potrebbe derivare dalla forma lunga e stretta del terreno che richiama la forma del bernàsc, paletta di ferro utilizzata per raccogliere la cenere nel camino o focolare. Bernàsc deriva dal latino pruna "carbone ardente" più il suffisso -aceu(m) (cfr. località Bernàs a Cernobbio -CO-) 37. Ha maggior pertinenza fonetica, però, l'etimologia che porta alle voce latina prunetum "insieme di prugni".
3) Belvedere: località che un tempo presentava una cascina, mentre oggi l'area è occupata da una grande casa famigliare. Il Belvedere è situato sul Mööt e divide la Motta dalla Cascina Castello. Dal Belvedere si può avere la visione completa della zona che da Cadrezzate porta ad Ispra, sul Lago Maggiore: da qui il suo nome.
 
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13 Gennaio 2024 - sabato - sett. 02-013
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Notizia dal Villaggio
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Toponimi di Ternate
7) Campi Grandi: vasta area a nord del paese che lambiva il comune di Biandronno. Un tempo adibita a grandi coltivazioni, agli inizi degli anni '30 del Novecento è stata completamente riqualificata ed edificata per la costruzione della grande industria Ignis poi diventata stabilimento Whirlpool.
8) Colombera: nota anche come Colombara. Piccola località a sud-est del paese caratterizzata oggi da fitte case a schiera. Il toponimo è frequentissimo in tutta la Lombardia con vari suffissi finali (es. Colombarola, Colombaro, Colombirola, Colombarolo, etc...) e probabilmente si riferisce ad antichi allevamenti di colombi e piccioni o comunque alla loro presenza
9) Deserto: voce registrata in un atto notarile dell' XI secolo per una località oggi non più nota agli abitanti di Ternate . Il toponimo è molto frequente in Lombardia e indica un terreno non ospitale alla coltivazione (cfr. Deserto frazione di Paderno -CR- e Deserto frazione di Cuasso al Monte -VA-)146.
10) Fenegrò: voce registrata in un atto notarile dell'XI secolo, è oggi non più localizzabile all'interno del comune. Con buona certezza riflette una forma latina classica fenuculum poi passata nel latino tardo come feniculum/*feniculatum che indica il "finocchio" (attestato nel 998 un loco fenegrao vicino a Como). La pianta cresce anche selvaticamente nei campi e produce fiori gialli usati un tempo per calmare disturbi di stomaco
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GIOEUBIA
T'àn fé brüta o t'àn féi bela... ta se' lì.
Cul sedazu ch'al pendi'n foeua! Ul gerletu pien da barlafüsi e lüganeghitipai giuan, vigi, grandi e pisciniti... Cont'ul nasu ca pisa in buca. Ul panétu ch'al tegn coldu'l co. Ul scusà e a scua sempar pronti pai faci da cà.
L'é un pò curiusa, l'é un pò lapéta... L'é 'na gioeubia... l'é 'na gran lauadua... Ma la gh'à indossu di mal qualità: Malmustusa e disèm anca... "marucheta".
Noeugn da Büsti, sti rosti chi, àn voeuam mia. Noeugn ma piasi ridi e magai scherzà... Cadreghen da boeugiu e tüci i ma' Féman un fagot e brüsèmai via.
A sto mondu bei robi gh'à voeui e legria! Le par chèl che a Bustoca la và spécia pa'l risotu e lüganiga. Poeu, a fa quatar salti in cumpagnia cui viuliti, a ghitara, ul tambui, ul piano e a cantà cont'a müsica noeua e müsica végia, da brai parson e non lüganeghiti.
Eccoci, dunque, ad un'altra tradizione bustocca: il Festival del Sabato grasso. Anche un tempo si sapeva ridere e scherzare, proprio come oggi se non più di oggi ed in questa occasione così rara e pertanto preziosa ci si poteva concedere qualche... licenza, fare qualche strappo alla regola nell'austero clima del tempo.
Il "Festival" veniva costruito nei giorni di Carnevale in piazza Santa Maria e la sua prima apparizione rimonta al 1884.
L'idea di questa bizzarra costruzione, sorta forse nelle serate invernali, attorno a qualche tavolino del caffè Cordini o Verani, aveva trovato in Luigi Crespi, disegnatore abilissimo e vero animo di artista, chi la seppe davvero realizzare. Egli ne tracciò i disegni e ne seguì la costruzione.
Ogni anno il Festival variava di forma. Se ne crearono a foggia di pagoda cinese, di tempio, di giardino. La illuminazione serale, poi, era ottenuta con fiammelline a gas, accese con maestria lungo tubi di ferro, forati a brevi intervalli, che rincorrevano il disegno della costruzione, almeno finché non intervenne la luce elettrica a dare le più fantasiose attrazioni a questo pubblico ballo, tanto caro ai bustocchi, cessato dopo il 1905.
In effetti, il Festival costituiva il massimo dei divertimenti.
Per la povera gente il carnevale era contenuto nello spazio di poche ore in un anno, per cui era atteso con la massima aspettativa.
Come il panettone si mangiava una sola volta all'anno, così quattro salti si facevano solamente il sabato grasso.
Allora non avevano ancora inventato la "permanente": le ragazze si pettinavano l'una con l'altra senza alcuna spesa, chi con le trecce, chi col "scignon". Non mancava un nastrino nei capelli e un pezzo di pizzo sul collo del "corsetto".
Nella loro semplicità, le ragazze di allora erano molto belle.
Al Festival venivano accompagnate dalla mamma o dalla sorella maggiore: non erano mai sole.
Nel Festival si dava sfogo all'entusiasmo. I giovanotti, la sera del sabato grasso, mangiavano fuori casa e ballavano a suon di fisarmonica. Tutti gli altri sedevano al desco familiare con qualche piatto casalingo di circostanza.
Generalmente, prima di dar vita al Festival, si incolonnava una fitta schiera di carri allegorici mascherati, con lancio di fiori e di dolci. Ciò era immensa gioia dei bambini.
Oggi è Carnevale tutto l'anno e forse per questo, perduto il piacere di qualcosa di diverso, ci si abbandona ad eccessi di cattivo gusto.
I segreti della chiesa della Purificazione - 3 (2/2)
Questa è un’antica usanza che si sposa bene con la fede. Così papa Gelasio I, episcopato tra 492-496, ottiene dal senato l’abolizione della festa pagana. La devozione popolare, conservando usi e costumi stratificati ab antiquo, sostituisce il fuoco con le candele. Nel VI secolo Giustiniano ne fissa la data attuale. Il festum candelarumdiventa la Candelora. Fin dal VII-VIII secolo a Roma si svolge una processione con candele e benedizione di ceri a significare “la luce” che ciascuno di noi deve portare nella propria vita.
Anche oggi sono utilizzate a San Biagio per benedire la gola. Ecco in maniera un po’ rocambolesca come Giunone, Pan, Fauno e le candele sono legate tra di loro e soprattutto, a torto o a ragione, cosa si è stratificato nel corso dei secoli.
Ma torniamo alla nostra chiesa della Purificazione. Intanto il luogo non è cambiato: prati, vigne, vignoli, bocche d’acqua come si legge nella raccolta di carte del 1600.
Nella Storia delle chiese di Legnano il Prevosto Agostino Pozzo nel 1650 scrive: «…questo luogo di Legnano è diviso in due parti dal fiume Olona e la parte minore si chiama Lignarello, una contrada lunga un’archibugiata. Nel medesimo luogo vi è una chiesa sotto il titolo della Purificatione della Beata Vergine, già cappellania a beneficio semplice, ora unito ad un canonicato coadiutoriale, nella quale si celebra ogni festa dal canonico che abita nella casa della medesima chiesa e vi conserva il SS. Sacramento…».
Il primo prevosto di Legnano Padre Giovanni Battista Specio, attivo dal 1584 per ben 43 anni, lascia nel 1627. Gli subentra nella prepositura legnanese, nel 1628, Agostino Pozzo il quale fa collocare i reliquiari di Legnanello nelle casse costruite dall’artigiano Giovanni Paolo Rossetti.
Toponimi  di Cadrezzate
4) Bösch di Ströligh: piccola zona boschiva che si incontra a est del paese in direzione Brebbia. Questo bosco è detto Ströligh, letteralmente "astrologo", che era il termine utilizzato dai locali per designare gli zingari (l'astrologia messa in relazione con la cartomanzia praticata in alcuni casi dalle donne zingare). Gli abitanti del luogo più anziani ricordano che già da inizio Novecento gruppi di nomadi si insediavano per brevi periodi in questo bosco ed erano un elemento di forte disturbo e di timore per la comunità, poiché additati come rapitori e mangiatori di bambini.
5) Canèe: zona detta anche Canét. Nel toponimo scorgiamo la presenza del suffisso -etum di collettivo frequente nei toponimi che hanno come base il nome di una pianta o vegetale . Questo sito costeggia il Lago di Monate ed è limitrofo al Piaggiolo. Il nome si rifà inequivocabilmente alle canne, ancora oggi abbondanti e rigogliose, che spuntano dalle rive del lago. La località è rinomata, perché è un importante sito archeologico ove sono ubicati resti di palafitte che testimoniano antichissimi insediamenti preistorici.
6) Casa dei Ladri: toponimo non più riconosciuto oggi. È attestato nelle carte del Cessato Catasto Lombardo del 1860.
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14 Gennaio 2024 - Domenica - sett. 02-014
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Notizia dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2606/QGLO515-Milano-SanGottardo-06.mp3 - Milano San Gottardo e oltre - ancora Corso Gottardo e altre linghere - dove venne girata una scena della priovra
Toponimi di Cadrezzate
24) Porà: toponimo registrato sia nelle carte del Cessato Catasto Lombardo del 1860 sia nelle carte del Catasto Regio del 1905. Oggi se ne ignora la localizzazione. L'etimologia del termine è incerta: potrebbe valere o "poroso", come riferimento al terreno, o "piantato a porri" (cfr. Porè -LC-)51 per il tipo di coltivazione in esso praticata
25) Prada: toponimo frequente che continua il plurale del latino pratum. La voce è presente in molti luoghi della Lombardia con suffissi differenti (cfr. Pradazzo -CR-, Pradella -CR- Pradera -SO-).
26) Prati Grassi: il toponimo riferisce delle qualità ottimali per la coltivazione di quel  terreno. L'aggettivo "grassi" infatti è riconducibile al termine "grasso" apposto a molti toponimi in Lombardia (cfr. Abbiategrasso -MI-, Bulgarograsso -CO-
27) Preda del Vassallo: toponimo che designava con molta probabilità una grande masso (préda "pietra" dal latino petra attraverso la forma metatetica *preta) presente in un terreno dato in custodia ad un vassallo. Non è da escludere la possibilità che "vassallo" si riferisca ad un cognome o soprannome di un antico proprietario.
Cosa preparo oggi
ALTRE VERSIONI DELLA GIOEUBIA
Da quale paese venga la Gioeubia, proprio non si sa. Si parla della Turchia, del lontanto Oriente, dell'India addirittura, ma non si è sicuri. Ha gusti troppo casalinghi, per venire da tanto lontano: così, qualcuno ha azzardato l'ipotesi che, al congiungersi degli astri di gennaio, la Gioeubia nasca dall'aria. Un soffio, un piccolo vortice, una nuvola ed è fatta. Nasce in quota, come si dice, e si abbassa sui paesi, sulle case, sui camini. Che abbia una scopa, lo diciamo e lo immaginiamo noi. Dicono, quelli che hanno avuto la sfortuna di vederla, che d'improvviso scende una gamba dal camino, una gamba rossa che si allunga sempre più (la Gioeubia non è tale se non porta una gonna corta e le calze rosse); una folata di vento caldo e una "sguriàa" di caligine nera, che finisce nella padella: è il ghigno della Gioeubia.
"Dònn, dònn 'ndé à durmi
ch'a l'é ura de muri
e sa credì che Diu lu manda
guardé in l'aria ch'a vegn giù 'na gamba..."
Un lampo, un tuono, la donna cade a terra tramortita, i figli piangono, la "mama granda" sgrana rapidamente il rosario; il "regiù", se comanda, si attacca alla grappa. In verità, è successo solo rarissime volte, forse anche una volta sola da noi, ma tutti ci credono e tramandano la storia. Il modo di salvarsi c'è: il risotto.
Col risotto, la Gioeubia assaggia, controlla, si calma e passa via; ma, se il camino non fuma e il profumo non si sente, sono guai.
Per gli uomini ormai provati dall'inverno, il fuoco e il banchetto hanno il potere di far apparire l'avvenire sereno e gioioso.
Parole milanesi
Tóma (pl.tómm) = caduta, capitombolo. L'ha fai 'na brüta tóma = ha fatto una brutta caduta. Ciapà Roma par tólett. prender Roma per toma, ovvero prender lucciole per lanterne.
Tòni = pagliaccio del circo. Nel nostro dialetto significa inoltre stupidotto, babbeo. Tòni mòll = dicesi di persona impacciata, timorosa. È così chiamata anche la tuta da lavoro che, in bello, rassomiglia all'abito del pagliaccio.
Tòniga = tonaca, abito talare. Tòpia pergolato, specialmente a viti. Rent a la cà dul Bianchi farée, in via Cimarosa a Varés, gh'è anmò 'na tòpia da 'mericàna ca la créss fö du l'asfalt sulla facciata della casa del Bianchi fabbro ferraio, in via Cimarosa a Varese, vi è ancora oggi un pergolato d'uva americana che nasce dall'asfalto.
Tòpoli (giügà a) = giocare a nascondino. Toor toro. Menà ra vàca al toor condurre la vacca alla monta. Tajàgh ra testa ar tòor = tagliar la testa al toro, prendere una decisione drastica. Tòrc torchio, frantoio.
Torototèla - antichissimo rozzo strumento musicale monocorde con cassa armonica costituita da una ve- scica gonfia d'aria. Un tempo usato anche dagli arabi (da loro chiamato Arabebbàh) per intonare canti erotici. Andò in disuso agli inizi del secolo quando ancora lo impiegavano certi cantastorie ambulanti che, nei mercati e specialmente sui barconi che facevano servizio passeggeri sui navigli milanesi (da Milano a Gaggiano, Boffalora e Abbiategrasso), improvvisavano rime strampalate, spesso a scherno del volgo uditore, terminando queste rime sempre col ritornello "torotèla, torototà". Il bosino usa questo termine per indicare un tipo d'uomo senza carattere e voltagabbana.
Il primo caffè espresso
Angelo Moriondo, Luigi Bezzera, Desiderio Pavoni, Pier Teresio Arduino, Giovanni Achille Gaggia, sono i nomi che hanno fatto la storia del caffè espresso.
Nel 1884, all'Esposizione Generale di Torino, a quel tempo capitale d'Italia, Moriondo, padrone dell'American Bar situato nel centro della città, presentò una macchina per produrre il caffè istantaneo. in più tazze contemporaneamente. Nella "caffettiera" l'acqua veniva portata a ebollizione e, attraverso un sistema di serpentine, fatta passare fino a raggiungere il contenitore del caffè torrefatto. L'invenzione fu poi brevettata a Parigi il 23 ottobre 1885. Tuttavia, la macchina per il caffè istantaneo preparava un caffè poco consistente, non cremoso, molto amaro e soprattutto caratterizzato dal sapore di bruciato.
Nel 1901 Bezzera, nella sua officina di via Volta, nel centro di Milano, brevettò una macchina che adottava per prima la maniglia portafiltro singola, cioè per una sola tazza, soluzione da allora mai abbandonata.
Nel 1902 il brevetto venne poi acquistato da Pavoni, che intuì la grande potenzialità del prodotto, e ne sviluppò la commercializzazione nei locali pubblici.
Nel 1910 il torinese Arduino costruì una macchina che assicurava facilità di esercizio, velocità di mescita e dimensioni contenute, che chiamò "La Victoria". Iniziò una battaglia tecnica e commerciale tra Pavoni e Arduino, a colpi di brevetti, che nel 1913 arrivarono a ventidue! Finita la guerra, la competizione tra i diversi marchi ripartì. -
 
El caffettee del "caffe del Genæucc" in piazza del Duomo, in una fotografia d'epoca. Non è chiaro perché venisse chiamato così: forse perché si beveva alla buona, all'aperto, seduti sul marciapiede appoggiando la tazza sulle ginocchia, soprattutto la mattina presto, oppure, più probabilmente, perché per servirsi dal rubinetto della piccola caldaia montata su un carrettino bisognava abbassarsi, piegando un ginocchio, poiché era quasi raso-terra. Era il "caffè dei poveri", che resistette fino all'inizio della Prima guerra mondiale: una bevanda acida, bruciata (nella caldaia ribollivano i fondi raccolti nei ristoranti vicini), ma calda.
 
Nel 1938 Gaggia, barista milanese, rivoluzionò completamente la preparazione del caffe, superando l'utilizzo del vapore, tecnologia propria delle macchine prodotte fino a quell'epoca, introducendo un sistema di pistoni che spingevano acqua ad alta temperatura attraverso la polvere di caffè. Lavorando nell'azienda di famiglia, il caffe Achille in viale Premuda, si accorse che i gusti dei clienti stavano diventando sempre più esigenti, e cercò di cambiare quel troppo amaro che egli definì simile a «camminare in una Milano nebbiosa». La ricerca venne portata avanti in parallelo a quella di Antonio Cremonese, titolare di un bar in via Torino. Entrambi consapevoli del potenziale del caffè, per loro non sufficientemente sfruttato fino a quel momento, erano alla ricerca, appunto, di una tecnica produttiva in grado di trasferire nella bevanda le caratteristiche organolettiche della materia prima. Cremonese depositò nel 1936 il brevetto no 343 230 con la certificazione del metodo detto "rubinetto a stantuffo per macchina da caffè espresso". Fu questo il primo brevetto in assoluto di una macchina per fare il caffè che chiamò "espresso" il suo prodotto. Nello stesso anno Cremonese morì maturamente. Achille Gaggia acquistò il brevetto, e, nel 1938, depositò il n° 365 726, per la nascita di una macchina che chiamò "Lampo", che produceva un morbido strato di "crema naturale", presentato alla Fiera Campionaria. Tuttavia, il nuovo sistema non ebbe molto successo commerciale, perché doveva sostituirsi alle macchine già in uso nei locali. Nel 1947 Gaggia registrò un secondo brevetto con l'introduzione del pistone e la sostituzione del sistema a torchio con una leva che spingeva a 9/10 atmosfere l'acqua nel caffe macinato. L'acqua a quel livello di pressione riuscì a estrarre quegli aromi che finalmente regalarono la tipica pienezza al gusto e le componenti che diedero origine alla crema. Era così nato il caffè che si assapora oggi, denso, cremoso, consistente, persistente nel gusto e con aroma intenso, unico in ogni sua caratteristica e che non aveva precedenti.
Nel 1948, la sua ditta, a Robecco sul Naviglio, iniziò la produzione in serie e la prima macchina, denominata "Tipo Classico", venne istallata al bar Motta & Biffi in Galleria. Questa macchina assommava contemporaneamente una rivoluzione tecnologica ed estetica: sviluppata orizzontalmente, slogan e logo inconfondibili, con bellissime leve, faceva sembrare il barista un vero artista sul palco. Fu subito coda, decretando il velocissimo successo della "crema caffe espresso", che diventerà uno dei simboli più famosi del made in Italy. A Binasco si trova il Mumac, Museo della Macchina per Caffe, che ha da poco compiuto dieci anni. All'interno di un palazzo rosso, dalle forme sinuose, un'esposizione di oltre cento macchine, che  cambiano a rotazione.
 
 
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Settimana-03

 
 
 
RVG settimana 03-2024
 
Radio-video-giornale del Villaggio
 
Settimana-03 del 2024
 
Settimana 03       2024-01-15-  - Calendario - la settimana
15/01 - 03-015 - Lunedi
16/01 - 03-016 - Martedi
17/01 - 03-017 - Mercoledi
18/01 - 03-018 - Giovedi
19/01 - 03-019 - Venerdi
20/01 - 03-020 - Sabato
21/01 - 03-021 - Domenica
RVG-03 - da  - Radio-Fornace
 
15 Gennaio 2024 - lunedi - sett. 03-015
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Notizie dal Villaggio
Una città, le sue origini, la sua storia”: a Legnano tornano i “Giovedì del museo” nel segno del centenario
Primo appuntamento con i "Giovedì del museo" l'11 gennaio con "Legnano prima della storia. Alle radici del territorio"
EventiGiovedì del museo Legnano
giovedì del museo 2024 a legnano
“Giovedì del museo” nel segno del centenario di Legnano Città quelli che prenderanno il via l’11 gennaio a Palazzo Leone da Perego. È, infatti, “Una città, le sue origini, la sua storia” il filo conduttore dell’edizione 2024 del ciclo di quattro conferenze organizzato da assessorato alla Cultura e museo civico “Sutermeister” in collaborazione con gli Amici del museo e la Famiglia Legnanese. Nelle conferenze si andranno ad affrontare fasi significative del passato e le diverse culture espresse dal territorio nel tempo facendo memoria delle popolazioni che hanno abitato i luoghi in cui è sorta Legnano per comprendere meglio la sua evoluzione nel tempo.
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«Nell’anno del centenario del riconoscimento a Legnano del rango di Città non saranno soltanto organizzate manifestazioni specifiche per celebrare la ricorrenza – spiega Guido Bragato, assessore alla Cultura -; il nostro intento, quando possibile, è di connotare gli eventi che già si svolgono in città alla luce del centenario, quindi con una particolare attenzione alla parabola storica di Legnano. Nel ciclo dei “Giovedì del museo” saranno quattro i periodi presi in esame per guardare al nostro territorio, quello dell’età del bronzo, quello della civiltà celtica, per continuare con la fase romana e terminare con un balzo nell’Alto Medioevo e nel Rinascimento. Le conferenze cominciano, quindi, da un argomento che è oggetto della mostra allestita a Palazzo Leone da Perego, quello della cultura di Canegrate, e con il curatore stesso dell’esposizione, Tommaso Quirino, nel ruolo di relatore; un’occasione per comprendere e apprezzare meglio i reperti di un’epoca lontana circa 3.300 anni da noi, ma che ha ancora qualcosa da dirci».
 
 
Il programma dei Giovedì del museo
Si parte giovedì 11 gennaio con “Legnano prima della storia. Alle radici del territorio”, incontro che avrà come relatore Tommaso Quirino. Giovedì 8 febbraio, poi, toccherà a “Questioni di identità. Essere Celti nel territorio di Legnano nella fase della romanizzazione”, con relatrice Marta Rapi.
 
Giovedì 7 marzo sarà la volta di “Case per i vivi, case per i morti. Abitati e necropoli di epoca romana nel Legnanese”, incontro che vedrà come relatrici Ilaria Calabrese e Giulia Tremolada, per concludere giovedì 4 aprile con “Un volgo disperso repente si desta. Il borgo di Legnano tra Alto Medioevo e Rinascimento” con  relatrici Federica Barbaglia e Miriam Romagnolo.
 
Tutti gli incontri avranno inizio alle 21 e sono a ingresso libero.
 
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Tornano i “Pomeriggi musicali” a Legnano: all’auditorium delle Tosi il trio di fiati dell’Orchestra Haydn
I prossimi concerti dei "Pomeriggi musicali" saranno domenica 11 febbraio nella chiesa di San Pietro e domenica 10 marzo all'auditorium delle scuole Bonvesin
EventiWeekend Legnano
Avarie
Terzo appuntamento domenica 7 gennaio alle 16 con i “Pomeriggi musicali”, la rassegna musicale ad ingresso libero organizzata dall’amministrazione comunale nei vari quartieri della città: a esibirsi nell’auditorium della scuola media Franco Tosi, in via Santa Teresa, sarà il trio di fiati dell’Orchestra Città di Legnano Haydn, composto da Danilo Zaffaroni (fagotto), Claudio Andrea Balletti (oboe) e Pier Angelo Prandoni (flauto).
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Cinque i brani in programma: Trio in sol minore di Antonio Vivaldi, la trascrizione d’arie d’opera di Wolfgang Amadeus Mozart, la trascrizione da pezzi per pianoforte di Edvard Grieg, Affabulando (Una favola di Esopo con musica e narrazione) di Danilo Zaffaroni e la trascrizione d’arie “Nessun dorma” e “Un bel dì vedremo” di Giacomo Puccini.
 
 
I prossimi concerti dei “Pomeriggi musicali” saranno domenica 11 febbraio alle 16 nella chiesa di San Pietro, dove si esbirià il quartetto d’archi dell’Accademia Concertante di Milano con la partecipazione straordinaria del Maestro Lorenzo Meraviglia con musiche di Mozart, Haydn e altri, e domenica 10 marzo alle 16 all’auditorium delle scuole Bonvesin, con protagonista il quartetto di arpe “Arpe Diem” con Davide Burani, Federica Sainaghi, Donata Mattei e Morgana Rudan che suoneranno musiche di Giuseppe Verdi, Antonio Vivaldi, Peter Ilijtsch Tschaikowsky, Ernesto Lecuona e Georges Bizet.
 
Gli esecutori
Danilo Zaffaroni ha conseguito i diplomi di Fagotto (1987, classe M.o L. Brandolini), Composizione (1994, classe M. o U. Rotondi) e Musica elettronica (1998, classe M.o R. Sinigaglia) al Conservatorio di musica di Milano “G. Verdi”. In qualità di strumentista ha collaborato con orchestre quali Angelicum e RAI di Milano, “Meditteranean Symphonic” Orchestra e Orchestra “Stabile” di Como tenendo diversi concerti sinfonici e cameristici oltre che in Italia anche in Europa. Come autore ha avuto esecuzioni di propri lavori sia in Italia sia all’estero.
 
Claudio Andrea Balletti ha compiuto gli studi musicali al Conservatorio “G.Verdi” di Milano, diplomandosi brillantemente in Oboe nel 1990, per poi proseguiew gli studi all’Accademia Europea di Musica di Erba. Tra il 2009 e il 2011 ha fatto parte stabilmente dell’orchestra del musical La Bella e la Bestia, spettacolo prodotto da Stage Entertainment e rappresentato nei teatri Nazionale di Milano e Brancaccio di Roma, riscuotendo un enorme successo di critica e pubblico. Ha compiuto, inoltre, gli studi di Composizione e nel novembre 2016 ha partecipato al corso di “Tecnica di Composizione Musicale per il Cinema”.
 
Pier Angelo Prandoni è diplomato in flauto traverso e didattica della musica a Milano. Si è specializzato successivamente nel repertorio barocco con strumenti originali. Da diversi anni fa parte del gruppo di musica Klezmer Agorà Ensemble e collabora con il coro Kol Hashorim. Suona regolarmente, utilizzando sia il flauto che l’ottavino, con le orchestre F.J. Haydn di Legnano, Microkosmos e Amadeus.
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2606/QGLO516-Milano-SanGottardo-07.mp3 - Milano San Gottardo e oltre - rievocando Demetrio Pianelli - una incredibile sequenza di cortili -
Mostra: La necropoli di Canegrate
I tre filmati
redigio.it/rvg-100/box-64-Canegrate1.mp4  - resoconto della visita della Mostra "Necropoli di Canegrate"
redigio.it/rvg-100/box-65-Canegrate2.mp4  - resoconto della visita della Mostra "Necropoli di Canegrate"
redigio.it/rvg-100/box-66-Canegrate3.mp4  - resoconto della visita della Mostra "Necropoli di Canegrate"
Canegrate - necropoli dell'età del bronzo di Canegrate 1
70 anni fa iniziava lo scavo di una delle necropoli preistoriche più estese dell'Italia nord occidentale la necropoli dell'età del bronzo di Canegrate 
Un ritrovamento così significativo che spinse gli studiosi dell'epoca ad utilizzare il nome di questa localita' per definire convenzionalmente una intera cultura sviluppatesi in questo territorio nel tredicesimo secolo.
Questa storia risale a qualche decina di anni prima quando nel 1926 l'ingegner Guido Sutermeister scoprì le prime urne ed allora e fino agli scavi  Ferrante Rittatore Vonwiller 1953 1956 vigilò con passione costanza su quel sito che rimane tuttora uno degli e più importanti della  Lombardia occidentale
La mostra vuole riportare all'attenzione del pubblico questa importante scoperta cercando di raccontare quali erano i costumi le attività e la società di una popolazione che ci riporta alle radici del nostro territorio
In questo racconto le storie antiche delle persone che vennero sepolti più di 3000 anni fa Canegrate e si intrecciano con quelle più recenti degli studiosi e dei ricercatori che hanno permesso di riportarla alla luce personaggi straordinari del mondo della cultura della ricerca dell'archeologia
Oltre ai corredi rinvenuti a canegrate trovano spazio anche altri oggetti provenienti dal medesimo areale geografico ma riferibili alla cultura immediatamente precedente detta cultura della Scamuzzina Monza e materiali coevi ma rinvenuti in altre località oggetti frutto di ritrovamenti ottocenteschi e di recentissima scoperta esposti per la prima volta in associazione tra loro oggetti che parlano di mobilità e di relazioni con altre culture anche molto distanti.
Oggetti che rivelano gesti e riti di un mondo lontano un mondo prima di noi.
Gennaio (1/2)
Inizia un nuovo anno con tanto di auguri e offerta di taccuini (dall'arabo taquim), come recita questa filastrocca: "Auguri per l'ann noeuv, con figh, tàccoin e oeuv! Gh'è el Rustegh Induvin o El gran Ciaravallin, col gir di quarant'or e della luna, e fior de terni al lott per fà fortuna! Vun véd bianch e l'alter negher; se Tizi el dis: pìangii; Semproni el dis: stì allegher!”. Nel mantovano, a proposito di taccuini o lunari, citano questo proverbio: "G'avessia, Fusia e Magari i era tri coion ch'a stampava i lunari!" (Se avessi, se fossi e magari, erano tre babbei che stampavano i lunari).
Se proviamo a sfogliare un virtuale abecedario, troveremo che i principali momenti calendariali di gennaio comprendono la famosa tradizione della Ghirlanda, la Conversione di San Paolo, le quattro stagioni e i giorni della Merla. Il significato della Ghirlanda era quello di pronosticare, dal primo al dodici di gennaio e dal tredici al ventiquattro, l'andamento meteorologico dei dodici mesi dell'anno. Nella prima dozzina si susseguono i mesi in ascesa: uno gennaio, due febbraio ecc., nella seconda si va a ritroso: tredici per dicembre, quattordici per novembre e così via, fino a ritornare da capo a gennaio. Ogni giorno si riferisce alla metà del mese cui è accoppiato e il rito consiste nel mettere del sale fino in un mezzo guscio di noce, precedentemente svuotato dal gheriglio, e dopo aver lasciato il vassoio, con i ventiquattro mezzi gusci messi in circolo (da qui il nome di Ghirlanda), per una notte in un angolo della casa, al mattino seguente si traggono auspici sul tempo: se il sale di un guscio è umido, si preannuncia cattivo tempo nel mese a lui assegnato, se invece rimane asciutto sarà bel tempo. Ad esempio, se nel decimo guscio il sale è umido, la prima metà di ottobre sarà piovosa, se nel quindicesimo il sale è asciutto l'altra metà di ottobre sarà bella. Questa tradizione era diffusa in tutta la Lombardia fino alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, ed era tramandata solo oralmente in alcuni nuclei familiari, nei quali non erano ancora giunti o erano rifiutati gli effetti del consumismo. Da 40 anni, a Isola Dovarese (CR) Ornella continua la tradizione della Ghirlanda e tutto il paese segue i suoi responsi.
Il primo gennaio, il calendario ricorda la Circoncisione di Gesù Cristo, detta anche Festa dell'ottava di Natale. Agli inizi del cristianesimo i giudeo-cristiani imponevano la circoncisione ai neo-convertiti; questa pratica andò avanti fino a quando il Concilio di Gerusalemme, stabili la non obbligatorietà della circoncisione, praticata ancora ai nostri giorni dai cristiani della chiesa etiopica. Molti pittori, fino al XIX secolo, illustrarono questo soggetto; tra i più famosi vi è il quadro di Andrea Mantegna, esposto agli Uffizi di Firenze.
Parole milanesi
Patina = presina. Fig. al plurale pa- tìnn indica orecchie piuttosto grandi: t'he vist che dó patìnn? = hai visto che due orecchie a sventola?
Patóia, patuiùn = patóia ha lo stesso significato di pàta (vedi) comprendendo tuttavia anche il cavallo dei pantaloni, ma viene usato quasi solo in senso ironico, scherzoso: sàra si la patoia! = chiudi la pàta! Patóia, come pure patuiùn, è inoltre un epiteto che si affibbia a persona trasandata, trascurata nel vestire o con le brache sempre cascanti. I due termini si usano anche per indicare persona impacciata, tarda, imbelle.
Patóna = specie di copertina, composta di panni sovrapposti, trapuntati o imbottiti, su cui si appoggiava il neonato per cambiargli le fasce ed i pannolini, oppure che veniva posta nel letto sia dei bimbi che dei vecchi, fra il lenzuolo ed il materasso, a salvaguardia dello stesso dalle emissioni di pipì. Indica anche la stuoia trapuntata, coltrone, posta a chiusura di porte con molto passaggio, ad esempio le entrate secondarie delle chiese, quando ancora non esistevano i dispositivi di chiusura automatica.
Toponimi di Cadrezzate
32) Storta: cascina ubicata su un piccolo poggio al di sotto delle Motte sulla strada che porta verso Capronno. In dialetto è detta Stórte. Una possibile interpretazione del nome è da riferirsi al tipo di costruzione che un tempo veniva eseguita senza il filo a piombo, per cui spesso venivano eretti muri non ben allineati (cfr. la Storta micro toponimo nel comune di Rancate nel distretto di Mendrisio)58. La Cascina Storta oggi non pare avere questa particolarità, ma a Cadrezzate sono presenti almeno due strutture che hanno questa caratteristica.
33) Tajadaccio: località non ben individuabile all'interno del comune e registrata solo nelle carte del Cessato Catasto Lombardo del 1860. Il nome è da riferirsi al termine dialettale taiàda che significa "taglio del bosco" o "disboscamento». Il suffisso -accio è forse una spia di una patina toscaneggiante posta sul nome nel momento della registrazione su carte ufficiali: in dialetto milanese possiamo supporre che il suffisso fosse -àse che poteva indicare un qualcosa di poco valore o di ormai abbandonato, trascurato.
34) Valcanée: il nome è forse da intendere va al canée "strada che porta al canèe" (v. Cadrezzate n. 5).
I segreti della chiesa della Purificazione
IIn loro onore si organizza una ocessione nel 1634 a cui partecipano in corteo anche gli scolari della chiesa di Legnanello con lo stendardo del SS. Sacramento. Nella chiesa della Purificazione si va ogni anno il giorno della medesima festa a cantare il primo vespro e il secondo con la messa.
Il titolare (il primo con il nome di Canonico Coadiutore è stato padre Francesco Bracello) abita nelle stanze presso la chiesa ed ha come carico di celebrare le feste a cui si aggiungono tre celebrazioni alla settimana, come si vede nelle ordinazioni fatte da Federico Borromeo nel 1617 in atto di visita. Deve adempiere ai legati sia del notaio Fumagalli del 1615 sia dell’Instrumento rogato da Luca Lampugnani nel 1591. La rendita di un prato di venti pertiche vicino al mulino serve, dal 1642, a far celebrare due messe la settimana per Giuseppe Lampugnani, morto di peste dopo la moglie e i figli.
Nella chiesa della Purificazione risiedono gli scolari del SS. Sacramento che, durante le feste, intervengono alle processioni e dicono l’ufficio della Beata Vergine. Ogni terza domenica con l’abito rosso di tela portano le torce all’elevazione e, dopo il vespro, alla processione che si fa intorno alla piazza. (La Confraternita del SS. Sacramento odierna, esistente presso la chiesa della Madonnina, durante le cerimonie indossa mozzette rosse).
Per tutto il Settecento, come si può vedere anche dalle mappe del catasto Teresiano, il luogo è sempre caratterizzato da acqua, campi arati, vigne, prati, rogge, gelsi, proprietà di nobili e comunità religiose.
Tra qualche casa e qualche orto la Purificazione è denominata chiesa Parrocchiale di Legnanello.
Nel Libro mastro della Chiesa della Purificazione eretta nella contrada di Legnarello che annota con grande cura e precisione entrate, uscite e legati dal 1759 al 1808, leggiamo che abitanti di Legnano e Rescaldina hanno in affitto  vigne, campi da arare, piante di vite e pagano i canoni alla suddetta chiesa. Anche i cittadini illustri, che possiedono capitali, o la veneranda scuola dei Santi Magi, tutti sono contribuenti da un minimo di lire 52 ad un massimo di lire 136.
Questo implica una grande attenzione non solo ai conti, ma anche ai terreni e alle acque.
Il tutto è ribadito nell’elenco stilato, dopo la visita generale lungo il corso del fiume Olona, nel 1772, dall’ing. Gaetano Raggi nel tratto tra Legnano e Vedano di bocche, doppiere, bocchelli, molini, fontanili necessari per i prati e l’agricoltura. Interessante anche la convocazione dei Deputati dell’Estimo unitamente al Parroco, Priori, Fabbricieri, Amministratori con le copie dei conti in ordine per esaminare i bilanci delle istituzioni religiose.
1776 In un successivo documento del 1793 si fa menzione di un orologio posto sulla torre della chiesa di Legnarello “solamente tre anni or sono” (1790) perché prima per le ore era sufficiente il tocco della campana.
E intanto, senza alcun sospetto dell’influenza che avrà sulla nostra storia, nasce a Verona il primo marzo 1774, da famiglia nobile e facoltosa, Maddalena di Canossa.
 
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16 Gennaio 2024  - Martedi' - sett. 03-016
redigio.it/rvg100/rvg-03-016.mp3 - Te la racconto io la giornata
Nessuna notizia dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2608/QGLO807-milano-CaOreggia.mp3 - Siamo in Milano presso la Ca della Ureggia -
Biandronno (1/2)
Biandronno: m. 261; kmq 8.37; abitanti 3.100
Comune della provincia di Varese situato 14 km a ovest del capoluogo, lungo la sponda sud-ovest del Lago di Varese.
Il nome del comune è attestato fin dall'anno 828 come Blandaronno o Blanderonno. L'origine del toponimo Biandronno, in dialetto Biandròn, è quasi sicuramente da far risalire all'antroponimo celtico Blandiro, attestato in una iscrizione a Como (cfr. anche Biandrate -NO-). Il suffisso -onno, molto diffuso nei toponimi lombardi, è forse una alterazione del derivato onomastico -onis/-one
1) Baserga: vecchio e originario nucleo di case di Biandronno, situato circa 500 metri a nord dalla piazza cittadina. Ora la località è attraversata dalla strada provinciale. Il nome è da far risalire al termine dialettale basèlga "basilica" (più spesso utilizzato nell'accezione di "edicola","cella" o "piccolo oratorio") con rotacismo per arrivare alla forma attestata.
2) Cascina del Barbucci: località sita tra la frazione di Cassinetta Rizzone e il comune di Travedona-Monate in una zona pianeggiante lungo un piccolo scoscendimento del terreno. È curioso notare come quest'area non abbia mai ospitato una cascina, ma fosse costituita da semplici terreni coltivati di proprietà della famiglia Lucchini, soprannominata Barbuc.
3) Cascina Giulia: località nota anche come Canööf (v. Travedona-Monate n. 14). Questa zona, poco a nord rispetto alla Cassinetta sulla direttiva che porta a Bregano, era caratterizzata da una cascina che oggi è ristrutturata e ospita un centro residenziale.
4) Cassinetta Rizzone: località quasi 5 km a sud del centro abitato, al confine con il comune di Ternate. Non abbiamo registrato alcuna forma dialettale per il toponimo. È l'unica frazione del comune. Questa località ospita oggi la sede italiana della famosa azienda di elettrodomestici Whirlpool (un tempo Ignis): per questa presenza ormai decennale il territorio della Cassinetta si è sviluppato sia demograficamente che urbanisticamente tanto da superare come numero di abitanti il resto del comune di Biandronno. Cassinetta è toponimo frequentissimo anche con varie oscillazioni (cfr. Cascinetta, località di Gallarate -VA-) e deriva dal termine dialettale lombardo cassina "cascina" che designa un "gruppo di case per famiglie di contadini". Lo specifico Rizzone, aggiunto nel Novecento per distinguere il toponimo da altri simili, è scarsamente utilizzato dagli abitanti della zona. L'etimologia non è ben definita: due possono essere le ipotesi. La prima è che il nome faccia riferimento ad un vecchio proprietario che poteva avere un soprannome del tipo Rizzit o simili (v. Comabbio n. 5 e Osmate n. 17). Altra possibilità interpretativa può essere ricercata nel termine dialettale rizàda "boccia di pietra", materiale con il quale era costituito il pavimento della prima originaria cascina sorta in questa località.
Gennaio (2/2)
Un'antichissima consuetudine, che nessuno ricorda più, stabiliva di non fare nessun contratto il secondo giorno di gennaio, perché momento sfavorevole a questo tipo di operazioni.
Sei gennaio: Epifania del Signore (la Pasquetta lombarda). A Milano grande affluenza di forestieri e stanziali alla tomba dei Re Magi, in ricordo della festa che si svolgeva nella basilica di S. Eustorgio, prima che Federico Barbarossa trafugasse i corpi dei Magi portandoli a Colonia "Insigne era la maniera con cui i Santi Re venivano esposti alla pubblica venerazione. Si estraevano dalla loro cassa, e vestiti colle insegne reali, ritti in piedi, coronati nel capo, si collocavano sull'altare maggiore". Anche quando l'arca, rimase vuota, ogni anno i milanesi continuarono a venerarla, finché nel 1336, Giovanni Visconti, signore di Milano, istituì una grandiosa processione che rievocava il viaggio dei Magi a Betlemme, come ci testimonia il cronista domenicano Galvano Fiamma: "Si scelsero tre uomini di bella corporatura che si vestirono con le insegne reali, e accompagnati da grande equipaggio di servi, cavalli e cammelli, riempivano gran tratto della strada con tale comitiva. Precedeva una stella di oro sfavillante, con tale artificio sostenuta in aria, che sembrava si muovesse da se stessa. Alle colonne di S. Lorenzo, su d'un trono assai elevato, sedeva Erode attorniato da scribi e sapienti del regno. Quivi si fermavano a ricercare dove fosse nato il Re dei Giudei. Poi si avviavano alla basilica di S. Eustorgio a suon di trombe e di tamburi tra lo schiamazzo del popolo. Nella basilica si vedeva la spelonca di Betlemme, dove Maria teneva in braccio il Divin Bambino. Entravano nella sacra spelonca i tre Re, offrendo i loro preziosi doni, ed esprimendo con devota imitazione il rimanente della storia dei Santi Re Magi. Tanto fu il giubilo dei cittadini, che fu decretato che, ogni anno, si rinnovasse".
Grazie al Beato Cardinale Andrea Carlo Ferrari "El Cardinal de Milan", una modesta parte dei resti dei Santi Re vennero restituiti nel 1903, ed attualmente sono di nuovo custoditi nella basilica di S. Eustorgio di Milano.
"Pasqua, Pasquetta, che la ven tre volt a l'ann, mama mia me maridaroo quest'ann?"... Questa filastrocca veniva sussurrata dalle ragazze mentre si avvicinavano alla mamma con finta indifferenza; recitata la filastrocca si mettevano a parlare di varie cose e se la "regiora", che non doveva accorgersi di nulla, durante il dialogo pronunciava qualche "St", entro l'anno si sarebbero sicuramente sposate. Poi per conoscere la condizione economica del futuro marito la giovane prendeva tre fagioli e dopo averne sbucciato uno per intero, il secondo a metà e il terzo lasciato con tutta la buccia, li metteva sotto il cuscino e ci dormiva sopra. Al mattino, appena sveglia e ancora al buio, la fanciulla metteva la mano sotto al cuscino prendeva un fagiolo a caso e lo gettava in mezzo alla stanza; poi si alzava, apriva le imposte e correva a cercarlo: se era completamente sbucciato lo sposo era indigente; se sbucciato a metà, ne ricco ne povero; se invece era quello con l'intera buccia allora era facoltoso!
"An de néf, an de ben, an de fén!"... a proposito di neve voglio regalarvi una piccola curiosità che ho trovato su una rivista scientifica: mai vi capiterà di vedere un fiocco di neve incontrarsi con un altro, perché ciascuno, con eguale ritmo, percorre la propria strada dal cielo alla terra. Per chi ama sciare la neve è motivo di gioia, ma questo sport non è ben visto ne dai mandriani ne dai contadini perché il continuo andare su e giù per la montagna, il calpestarla continuamente, impedisce alla terra di riposarsi e riprendersi, come ben sa la sapienza di noster vècc: "A cunt di sciador i nost montagn, gh'hann pù l'inverna per pezzass pagn!"
Il "ponte dei Morti" - via Francesco Sforza ang. via San Barnaba
Da un portale secondario dell'Ospedale (Cà Granda) che si affacciava sull'omonimo Naviglio (rimasto scoperto fino agli anni Trenta), per secoli, uscirono i morti poveri trasportati nudi su un carro, oltre il "ponte dei Morti", in casse apribili sul davanti per agevolarne lo scivolamento nella foppa del cimitero del nosocomio, la Rotonda della Besana. I ricchi venivano invece sepolti nelle chiese.
La Cà Granda è stato il primo ospedale laico del mondo occidentale. All'inizio, venne gestito da un "governatore de li granari", disponeva di due "primari", di quattro "fisici" (medici), di quattro "ciroici" (chirurghi), di un farmacista e di quattro specialisti, rispettivamente per il morbo gallico (la sifilide, portata in Italia dalle truppe di Carlo VIII), per la tigna, per i calcoli renali e per l'ernia. I criteri per la salvaguardia dell'igiene erano innovativi per i tempi, ma non prevedevano una separazione per tipo di malattia e due malati potevano giacere nello stesso letto. Nelle corsie becchettavano le galline e giravano i venditori ambulanti. Un visitatore straniero dell'epoca annotò: "Esso spedale nutre giornalmente 1600 persone oltre gli ammalati, giacché stanno ivi contabili, scrivani, barbieri, sarti, calzolai, dimodocché il contabile novera ogni anno allo spedaliere 30000 ducati milanesi".
 
 
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17 Gennaio 2024 - Mercoledi' - sett. 03-017
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redigio.it/dati2608/QGLO808-ripostiglio-Ranza.mp3 Milano: il ripostiglio di cascina Ranza
Toponimi di Cadrezzate
35) Vallaghe: anche questo toponimo, localizzato nella zona sud del paese verso la sponda nord del lago, può essere visto come una contrazione della locuzione va al lagh "strada (sottointeso) che va verso il lago".
36) Veste: strada che un tempo conduceva dalla zona delle Motte ad un imprecisato bosco. Oggi il toponimo è sconosciuto e non localizzato. La voce è registrata nelle carte del Catasto Regio del 1905. L'origine è incerta: in dialetto troviamo due voci che possiamo collegare con il toponimo, vestàse "avvallamento" e vestèe "madia" (cfr. monte Vesta a Toscolano -BS-)
37) Vigane: nome frequentissimo in toponomastica. La voce prende le mosse dal latino vicanum, che indicava il "diritto di proprietà comune"utilizzata prevalentemente in epoca tardo latina. Spesso la voce dialettale è stata italianizzata sulle carte più recenti come Vigano o Vigane (cfr. Vigana frazione di Massalengo -PV-, Vigano frazione di Gaggiano -MI-).
Gennaio (3/4)
Un tempo, quando non potevano disporre di televisione, computer o gio chi elettronici, il divertimento dei bimbi consisteva nel fà su l'omin de nev o nel scivolare su di un sentiero ghiacciato tracciato nella neve, come racconta questa testimonianza che ci arriva dal lodigiano: "In invèrn quand èra fiucàd (quei i èru fiucàd! Fiucàd d'anteguera), i se divertivu a tìràs i bal de nou; poeu indue el giàs de qualche pucia el diventèva bèl dur, se ciapèva la rincursa e se fèva la sguiàrola,cun di culatàd che t'la fevu 'gni rus invernighent!" (In inverno quando era nevicato, quelle erano nevicate, nevicate d'anteguerra, ci si divertiva a tirarsi le palle di neve; poi dove il ghiaccio di qualche pozzanghera diventava bel duro, si prendeva la rincorsa e vi si scivolava sopra, prendendo a volte delle sederate che ti facevano diventare le natiche rosse come la brace!).
Una tradizione inverunese ricorda che: "Ul derset de chèl mes chi, chl'è S. Antoni, se feeva i falò in tucc i curt e cuntrà par brusà la barba al Toni".
Nelle nostre campagne si dà grande importanza a questo giorno e i contadini si augurano che l'anno nuovo porti prosperità alle loro colture e alle loro mandrie e greggi e, siccome: "Chi stà vesin al campanin, ghe manca mai ne 'l pan, ne 'l vin!", il sacerdote è condotto nei granai e nelle stalle a benedire ogni cosa con spruzzi di Acqua Santa.
Lo accompagna un chierico e un portaceste, poiché è di rito la distribuzione dei panini di S. Antonio, che si daranno poi da mangiare alle bestie per preservarle da ogni male. L'usanza nacque perché al santo eremita egiziano è da sempre affidata la protezione del bestiame come testimonia la sua immagine, presente in ogni stalla, nell'atto di benedire gli animali domestici. Nel cremonese è anche attribuito al santo il potere di far ritrovare gli oggetti smarriti: "S. Antòni da la bàarba bìàanca, fame truà chèl che me manca". Provate, in caso di bisogno, ad invocarlo anche voi, chissà mai che funzioni davvero...!
"El di de la Conversion de San Paol, chi comanda l'è el diavol, on poo fa bell on poo fa brutt, in quel dì lì succed de tutt!".
Anche in Lombardia, la Conversione di San Paolo è legata alla credenza secondo cui il santo divenne cristiano proprio il 25 gennaio e il calendario dedica questa giornata al ricordo della conversione di Saulo di Tarso, avvenuta nel 34 d. C., sulla via di Damasco. I meteorologi e i contadini concordano nell'indicare questo giorno come quello in cui gli eventi atmosferici si alternano disordinatamente, con prevalenza al cattivo tempo. Secondo testimonianze raccolte nel cremonese (Soresina e circondario), il 25 gennaio si andava a battere con lunghi bastoni gli alberi da frutto del proprio campo, recitando una formula rituale o una preghiera, perché era convinzione che così facendo il raccolto sarebbe stato abbondante. L'atto di percuotere, gli alberi viene accomunato alla cacciata del Zenerù (Gennaio) e con esso del freddo e del cattivo tempo, preconizzando l'avvento della primavera.
Altra tradizione di gennaio è la Giubianna, antichissima festa che si svolge nell'ultimo giovedì del mese; un fantoccio di paglia, che simula la figura di una vecchia, viene portato in giro per il paese e poi bruciato sulla piazza, al canto di: "Giubianna, giubianna, una quarta de luganega; giubianna, giubianna, una quarta de luganeghin!".
Canegrate - La storia delle ricerche. Verso lo scavo scientifico
Sono passati 70 anni dall'inizio degli scavi ma si può ricostruire la storia delle ricerche intrecciando documenti, immagini e testimonianze che, tra le righe, hanno ancora molto da raccontare.
Maggio 1952 - Un'altra straordinaria scoperta
Durante gli scavi per la costruzione dell'abitazione del signor Mario Colombo, nell'attuale via Bramante, a ovest dei ritrovamenti precedenti, vennero rinvenute, aca. 60cm di profondità, delle nuovetombe. Alcune andarono distrutte, mentre altre furono recuperate, grazie all'attenta opera di sorveglianza di G. Sutermeister che capì subito l'importanza di questo ulteriore ritrovamento e la necessità di estendere la ricerca.
Marzo 1953 - I sopralluoghi e l'affidamento della direzione delle ricerche
Grazie alla segnalazione dell'ingegnere, il professor Ferrante Rittatore si recò a Canegrate e insieme effettuarono un sopralluogo. In seguito Rittatore scrisse: << Fin dalla prima volta in cui vidi i pochi resti che allora si conoscevano di tali tombe ebbi la netta impressione che ci si trovasse di fronte ad una facies ben definita e ben differente da quella di Golasecca».
Considerato il rischio che i proprietari proseguissero nei lavori, Sutermeister pregò Rittatore di insistere presso la Soprintendenza alle Antichità della Lombardia affinché venisse eseguito uno scavo regolare. Così il 19 marzo 1953 il Soprintendente, Nevio Degrassi, accompagnato da Rittatore, andò sul posto e si rese conto dell'importanza del ritrovamento, affidando al professore la direzione delle ricerche.
Il Lazzaretto e la peste (fondazione 1488) -  via San Gregorio 5
Si decise la costruzione del Lazzaretto per l'intensificarsi delle epidemie di peste. Nel corso di tre secoli la città venne colpita almeno dieci volte. Secondo stime approssimative la malattia uccise, com- prendendo il contado, 30.000 persone nel 1451, 100.000 nel 1485- 90, 100.000 nel 1524-29, 70.000 nel 1576 al tempo di Carlo Borromeo arcivescovo. La peggiore fu quella del 1630-32 (la peste de I promessi sposi), quando nel Milanese morirono più di 2.000 persone al giorno, fino al totale di 150.000.
Di fronte a cifre così imponenti il Lazzaretto risultò subito insufficiente, anche se arrivò a contenere 16.210 appestati!
Le 288 celle avevano un camino, una finestra con inferriata, il pavimento lievemente inclinato per facilitare pulizia e scarico dei rifiuti in un apposito canale che circondava l'edificio. La struttura era quadrata, con lati di 375 metri, tre dei quali porticati in un elegante stile rinascimentale-lombardo, con al centro una chiesetta aperta su tutti i lati in modo da poter far seguire la messa da ogni cella. Finito il periodo delle epidemie il Lazzaretto venne utilizzato come prigione per soldati francesi, accampamento di truppe tedesche, scuola veterinaria, sede dei festeggiamenti per la neonata Repubblica Cisalpina. Dal 1812 fu destinato a umili abitazioni e piccole attività artigianali. Nel 1881 venne acquistato dalla Banca di Credito Italiano, che finì col demolirlo.
Ne rimane un frammento in via San Gregorio 5, ora sede della chiesa russo-ortodossa di San Nicola. I nomi delle strade vicine richiamano personaggi legati alla sua storia: il medico Lodovico Settala, il cappuccino direttore del Lazzaretto Felice Casati. La chiesetta, modificata nel tempo, si trova all'incrocio tra viale Tunisia e via Lecco.
Il tempo, le stagioni e il calendario
Santa Lucia
Santa Lucia bella dei bimbi sei la stella pel mondo vieni e vai e non ti fermi mai.
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I Santi di dicembre
Ai tredici Santa Lucia,
ai ventuno San Tommaso canta,
ai venticinque la nascita Santa,
ai ventisei Santo Stefano, che fu lapidato,
ai ventisette San Giovanni chiamato,
ai ventotto i martiri innocentini,
ai trentuno finito l'anno, finiti i quattrini.
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La notte di Natale
La notte di Natale è nato un bel bambino,
bianco, ross0, tutto ricciolino.
Maria lavava, Giuseppe stendeva, il bimbo piangeva per il freddo che aveva.
Non piangere figlio che adesso ti piglio, pane non ho, ma latte ti dò. Suonava il campanello, il bue e l'asinello, Giuseppe e Maria che bella compagnia.
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Natale
Per Santa Lucia e per Natale
il contadino ammazza il maiale.
Chi per Natale non ammazza il porco, tutto l'anno resta col muso storto.
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18 Gennaio 2024 - Giovedi' - sett. 03-018
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Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati2608/QGLO812-cattive-preghiere.mp3 - Cattive preghiere - La Madonnina - la portinara vigliacca - la ciciarone e lo student - 
Toponimi di Biandronno
9) Gesiolo: o Gesiöör, è una piccola cappella a sud del centro del paese sulla strada che dal Montesé porta al Roncato. In dialetto la gésa è la "chiesa". Il nome della cappella quindi non è altro che il termine generico dialettale con la presenza del suffisso diminutivo -öl, passato ad -ör per il fenomeno del rotacismo. La voce è molto frequente nei microtoponimi lombardi con numerose varianti.
10) Isola Virginia: detta anche Isulin "isolino". Triangolo di terra che si erge all'interno del Lago di Varese separato dalla costa da uno stretto canale chiamato Ticinello. L'isola, di circa 0.9 kmq, è ricoperta da una fitta vegetazione composta da salici, querce, ontani neri e canneti. Nell'antichità nota come Isola di San Biagio, venne acquistata nel 1822 dal duca Litta che la volle chiamare come la moglie Camilla. Nel 1878 l'isola cambiò nuovamente proprietario passando nelle mani di Andrea Ponti che subito la ribattezzò come la sua consorte, la marchesa Virginia Ponti Pigna, da cui il nome attuale di Isola Virginia. Dal 1962 l'isola è di proprietà del comune di Varese per gentile concessione del marchese Gian Felice Ponti. Attualmente l'isola ospita un museo dedicato alla famiglia Ponti e un bar-ristorante
* Si pensa che in cima a questa altura fosse collocata una torre di avvistamento romana poi utilizzata e fortificata anche dal Barbarossa. Ciò perché da questa posizione la visuale su tutto il Lago di Varese era perfetta ed era possibile vedere (anche a tutt'oggi) la torre di avvistamento romana più nota e documentata situata nel comune di Velate, paese sulla sponda nord del Lago di Varese.
La storia delle ricerche. La necropoli torna alla luce
Primavera/estate 1953 - Prima campagna di scavo
Come attestato dai documenti, nei mesi di aprile e maggio vennero realizzati diversi saggi di scavo ad opera della Soprintendenza che, in seguito, comunicò al proprietario della casa la data dell'inizio degli scavi: lunedì 13 luglio 1953.
Nel corso della primavera-estate, in tre riprese, per un totale di circa sei settimane, il professor Ferrante Rittatore intervenne dapprima sull'area interessata dai lavori e poi allargò lo scavo. La ricerca venne condotta esplorando la zona con trincee successive di circa 1 m di profondità, rinvenendo 97 tombe. La Soprintendenza alle Antichità diede pieno appoggio, inviando sul posto nei primi giorni il signor Antonielli e, durante tutta la campagna di scavo, il sig. Minardo. L'ingegner Sutermeister spesso presenziò agli scavi "in cordiale collaborazione" e partecipò ai lavori anche lo stradino del comune di Canegrate, il signor Massagrandi. Diversi quotidiani pubblicarono la notizia e, durante lo scavo, vennero in Italia studiosi svizzeri e tedeschi che poterono osservare i ritrovamenti e "tutti furono concordi nel mostrare il loro profondo interessamento per questa nuova scoperta".
Agosto 1954 - Un altro interessante ritrovamento casuale
A circa 700 m dal luogo del ritrovamento della necropoli, nel cortile della scuola dell'infanzia Gajo, a 90 cm di profondità, venne trovata un'altra tomba, ma i saggi effettuati nelle vicinanze ebbero esito negativo.
1954-1956 - Seconda campagna di scavo
Grazie ai fondi messi a disposizione dell'Amministrazione civica di Milano, a Canegrate continuarono le ricerche. Gli scavi, che portarono alla luce altre 67 tombe, vennero eseguiti in tre periodi successivi, dal 22 settembre 1954 all'autunno 1956, attorno all'area dello scavo 1953 e furono estesi con l'obiettivo di individuare l'intera necropoli.
I benefici psicofisici della vacanza (anche se mini)
Il viaggio è una porta attraverso la quale si esce dalla realtà nota e si entra in un'altra realtà inesplorata, che somiglia al sogno. (Guy de Maupassant)
Il viaggio è una porta attraverso la quale si es realtà inesplorata, che somiglia al sogno. (Guy
Nella terza estate dopo la pandemia, sono aumentate le prenotazioni per una vacanza, più o meno lontano da casa. Questa è una buona notizia perché persino la scienza ha dimostrato che viaggiare porta tanti benefici anche per viaggi brevi, come può essere un fine settimana.
Il benessere inizia già durante la fase di programmazione di un viaggio perché porta ad una sorta di piacere anticipatorio che aiuta a vivere meglio il quotidiano in attesa del "premio" rappresentato dalla vacanza. Secondo lo psicologo Adam Galinsky, andare in giro per il mondo aiuta il cervello a funzionare meglio e rende più creativi.
Viaggiare, uscire di casa propria vuol dire mettersi in discussione, lasciare la routine quotidiana e le relazioni usuali, ci si confronta con altre abitudini, altre persone. Questo porta ad arricchirci come esseri umani e vedere la nostra vita sotto un'altra luce.
Galinsky afferma: "la chiave sta proprio nell'immergersi in ciò che non si conosce, nell'adattarsi e confrontarsi con il diverso ".
Per un benessere fisico e un equilibrio mentale è importante sapersi allontanare dalle responsabilità quotidiane e per questo è importante il viaggio. Prendersi una vacanza stando a casa non è certo la stessa cosa: non si riesce ad uscire dalla routine ed avere tutti i benefici che un viaggio può dare.
Occorre quindi prendersi delle pause al di fuori delle proprie mura di casa; non sono necessari viaggi lontani e lunghi, bastano anche uscite brevi vicino a casa. Non è importante neppure la modalità scelta per il viaggio, può essere un tour, una crociera oppure una semplice vacanza organizzata in autonomia.
L'importante è cambiare un poco l'orizzonte e dedicare più tempo alle attività preferite perché anche queste, quando si è stanchi, aiutano il recupero psicologico.
Fare una vacanza fa bene anche alla salute: è stato dimostrato che viaggiare un paio di volte durante l'anno riduce il rischio di malattie cardiovascolari e ha un effetto antidepressivo.
La Cà Granda (fondazione 1456) -  via Festa del Perdono
Francesco Sforza fece sua l'idea, nata durante la breve Repubblica, di concentrare in un unico complesso, più facile da gestire, tutti i vecchi ospedali della città. Chiamò per costruirla il fiorentino Averulino, detto il Filarete (a cui seguirono Solari e Amadeo).
Questa prima parte venne terminata nel 1497. Il Vasari, in visita a Milano, scrisse: "tanto ben fatto e ordinato che simile non credo sia altro in Europa". La seconda, quella centrale, venne edificata con la donazione del 1624 di Gian Pietro Carcano, ricchissimo commerciante tessile, mantenendo i moduli architettonici quattrocenteschi. Anche l'ultimo ampliamento, che venne eseguito tra 1798 e 1804 grazie al lascito del notaio Giuseppe Macchio, seguì sostanzialmente il progetto originario.
Al termine dei lavori il complesso era formato da due blocchi divisi dal grande cortile, ogni blocco con al centro una crociera che rava quattro settori, ognuno con un piccolo cortile porticato. L'ospedale funzionò per cinque secoli, per poi venire trasferito a Niguarda nel 1939. Nonostante i pesanti bombardamenti dell'agosto 1943, il complesso è rinato grazie a una ricomposizione dove possibile e a una ricostruzione in chiave moderna attenta a non dimenticare l'antica impostazione. Ora è sede dell'università Statale. Nella crociera quattrocentesca (con ingresso dal cortile maggiore, dove è stata ricavata una sala di lettura, sono ancora ben riconoscibili le nicchie-armadietto e i corridoi di servizio.
Gesù bambino
Gesù bambino,
stammi vicino stendi la mano,
fa' che sia sano.
Proteggi sempre babbo e mammina veglia dal cielo la mia casina.
Fa' che sia docile, tranquillo e buono ai miei capricci dammi il perdono. Mattina e sera accogli tu la mia preghiera bambin Gesù!
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È' dicembre
È dicembre,
freddo e gelo,
fischia il vento giù dai monti, l'acqua è ghiaccia nelle fonti, ma se il tempo è così freddo cosa importa?
Fra gli alari, negli sperduti casolari,
brilla il fuoco,
lietamente tutti aspettano il Natale.
Una grande luce s'accende ed annuncia al mondo intero che Gesù bambino è nato, tanti doni ci ha portato.
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19 Gennaio 2024 - Venerdi' - sett. 03-019
redigio.it/rvg100/rvg-03-019.mp3 - Te la racconto io la giornata
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Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati2606/QGLO517-Milano-SanGottardo-08.mp3 - Milano San Gottardo e oltre - un palazzo dei quartieri alti - la quieta via Custodi - le placide atmosfere di fine Ottocento -
I segreti della chiesa della Purificazione
Si sono di recente conclusi i lavori di manutenzione riguardanti le proprietà delle suore Canossiane. Dopo un positivo e promettente inizio l’attività è stata estesa ad altri edifici insistenti sulla via Melzi. Noi desideriamo descrivere quelli che si affacciano su corso Sempione che sono sotto gli occhi di tutti.
Prima di intervenire, con l’ok della soprintendenza, sono stati eseguiti saggi di pulitura per verificare lo stato attuale e pianificare le necessarie fasi operative.
Non solo gli agenti atmosferici, con l’alternarsi di sole e pioggia causano danni alle pareti, ma anche il continuo passaggio di automobili in una via così nevralgica per il traffico e i relativi scarichi, le emissioni degli impianti di riscaldamento, e non ultima l’umidità di risalita macchiano, anneriscono, gonfiano gli intonaci e li sfarinano.
Mi fa piacere sottolineare che un team di professioniste ha lavorato in sintonia nel rispetto dei dettami imposti dalla Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio per la Città metropolitana di Milano: il progetto nonché la direzione dei lavori si devono all’arch. Anna Croci Candiani, la responsabilità dell’istruttoria all’arch. Federica Cavalleri, l’opera delle restauratrici dott. Maria Chiara Angellotti Zampollo e dott. Stefania Gatti ha completato il raggiungimento degli obiettivi.
Sono stati rimossi chiodi, zanche, rappezzi precedenti, consolidati i distacchi di intonaco, pulite e tinteggiate le superfici, rinforzate stuccature e sigillature. Sotto i vari strati di pittura si è trovata la tinta presumibilmente originale: l’ocra in un paio di tonalità, le lesene hanno ripreso il loro antico aspetto e le colonne hanno nuovamente rivelato il granito rosa. Interessante il lavoro eseguito sullo stemma di famiglia costituito da calce e polvere di marmo.
Ha riportato alla luce i particolari dell’aquila gentilizia con la corona, le ali spiegate nonostante le numerose sovrapposizioni. Sulla facciata della chiesa il finestrone centrale affiancato dai due tondi laterali, i capitelli delle lesene e il monogramma della Madonna sono adorni di festoni a stucco (trionfi di nastri, frutta, foglie d’acanto) che spiccano sul bianco crema, mentre un bel dentello corre sopra le arcate dell’ingresso. Dimenticato il precedente color terracotta, ora gli edifici color ocra, ravvivati da un fregio decorativo costeggiano il marciapiede del Sempione.
Ripristinare il degrado rispettando la storicità e il vissuto del monumento è quello che è stato fatto e ci dà modo di poterlo narrare. Andare indietro nel tempo a cercare le origini di questo luogo di culto è per noi un itinerario affascinante.
Infatti la chiesa, comunemente detta della Barbara Melzi, oggi cappella privata appartenente alle suore Canossiane, ha una storia antica. Compare già nel Liber notitiae sanctorum mediolani (Libro della conoscenza dei Santi di Milano) di Goffredo da Bussero (XIV sec.) a proposito dei luoghi sacri dedicati alla Madonna. Nel reparto “Memoria ecclesiarum sancte dei genetricis Mariae” ( Notizia delle chiese di Maria santa madre di Dio ) troviamo specificato il nome di “Santa Maria ecclesia sancte Mariae ad Legnianello” (chiesa di Santa Maria presso Legnanello) . Chi ha un po’ di dimestichezza con la lingua dei Romani antichi si sarà accorto che qua e là sono spariti i dittonghi, in compenso sono entrati lemmi di nuovo conio.
Gennaio (4/4)
Giubianna, nell'antico brianzolo, oltre che giovedì, significa anche fantasma; era la festa delle donne non più giovani, che si radunavano per festeggiare la fine della seminagione e in allegria giubbianaven, perché giubianna è anche civettare e pettegolare, ovvero: giubbianà! - Per i più piccini la Giubianna è una vecchia strega che la notte dell'ultimo giovedì di gennaio gira per le nostre campagne, entra nei paesi e si avvicina alle porte delle case per spaventare i bambini disubbidienti e, se quel giorno si è stati un poco discoli, c'è il pericolo di sentire lo scalpiccio dei suoi zoccoli, di udire la sua voce rauca che da una fessura della porta, dice le temute parole: "Usc... usc... senti odor de cristianusc!". L'unico rimedio contro la fattucchiera è il risotto con la luganega; bisogna pregare la mamma di prepararlo e mangiare il risotto fumante, intorno al quale devono arrivare i primi moscerini chiamati per l'appunto i moschitt de la Giubianna e se, mentre lo state mangiando, sentite all'uscio di casa un lamentoso: "Usc... usc... senti odor de cristianusc", rispondete sicuri: "No! L'è l'odor del risott che la m'ha fà la mia mamma, e a ti te ne doo nanca on ciccin!". Così dicendo, avrete vinto perché, piena di rabbia, la Giubianna se ne andrà zoccolando per le vie del paese in cerca di un altro bambino ribelle da spaventare!
Dal 26 al 29 gennaio con solo quattro mezzi gusci, tornava il rituale della Ghirlanda: con lei si pronosticava l'andamento delle stagioni: la primavera, l'estate, l'autunno e l'inverno. Più che il bello o il cattivo tempo, per le quattro stagioni il riferimento era ciò, che le caratterizzava e cioè: raccolto, semina, quantità e qualità dei prodotti e la Ghirlanda aveva la funzione di far conoscere in anticipo fatti o eventi con la speranza di poterli prevenire.
Narra una leggenda che quando Gennaio aveva solo ventotto giorni, durante una partita a dadi con Febbraio, lo ridusse sul lastrico; non sapendo come pagare i debiti, il povero Febbraio offrì al vincitore, Gennaio, i primi tre giorni del suo mese, così Febbraio restò lui con ventotto giorni. Fin dall'antichità questi tre giorni, considerati i più freddi dell'anno, vennero chiamati i giorni della Merla e tra le varie ipotesi c'è chi identifica il nome Merla con moron (gelso), le cui foglie servivano da alimento al baco da seta. La Merla veniva cantata davanti alla chiesa del paese come augurio al bel tempo, affinché il gelso facesse foglie grandi e belle per nutrire bene i bachi.
La voce solista, sempre una donna, saliva su un cumulo di fascine poste sul sagrato (per questo veniva chiamata la fasinera) e dava "il la" ai vari gruppi che iniziavano a cantare: "Trà la rocca in mezz a l'era, che se gh'è nivolven el seren, trallallera, trallallera, trallallera, trallallà!".
Finito il canto le fascine venivano bruciate e la cenere sparsa nei campi a propiziare un buon raccolto, oppure mescolata alle foglie del gelso date in nutrimento ai cavalèr; se però la Merla non era cantata bene, con una perfetta intesa tra le voci dei vari gruppi, la produzione del baco rischiava di andare perduta. Per la famiglia contadina l'allevamento dei cavalèr era molto importante, perché la vendita dei bozzoli costituiva il primo guadagno dell'annata.
Ora che l'allevamento dei bachi è quasi scomparso, in alcuni luoghi la Merla si canta ancora, è un momento di folclore molto sentito, ma il suo vero significato è andato perduto.
l'Intelligenza Artificiale (IA)
Cos'ha a che fare l'Intelligenza Artificiale (IA) con un "pappagallo stocastico"? Sappiamo fino a che punto essa pervade la nostra vita quotidiana?
Se pensiamo a un assistente virtuale come Siri o facciamo una qualunque ricerca su Google, non solo stiamo usando l'intelligenza artificiale come se fosse uno strumento tra altri, ma stiamo inconsapevolmente contribuendo ad addestrarla. L'IA non nasce infatti come Minerva armata dalla testa di Giove, ma presuppone un enorme lavorio di selezione e inserimento di inimmaginabili quantità di dati, al quale ognuno di noi contribuisce inconsapevolmente ma attivamente, con criteri il più delle volte oscuri e viziati da una fitta rete di scelte, filtri e pregiudizi impossibile da ricostruire a posteriori. Dati e sequenze linguistiche che, nell'elaborazione dei "modelli di linguaggio" su cui si basa e con cui opera, l'IA ripete a caso come un pappagallo, sulla base di combinazioni probabilistiche, senza comprenderne il significato.
È nell'ambito sanitario che l'IA mostra tutta la sua potenza e insieme i rischi a cui ci espone.
Se in ambito diagnostico i risultati raggiunti da strumenti e tecnologie d'avanguardia sono stupefacenti, non bisogna sorvolare su criticità e rischi altrettanto evidenti.
Due sono i problemi che l'uso dell'IA incontra: la "esplicabilità" (explainability), ovvero il fatto che l'opacità dell'operato dell'IA rende molto complicato fugare l'eventualità di diagnosi errate o di trattamenti inappropriati a scapito del paziente, e l'effetto "scatola nera" (black box), per il quale i modelli di apprendimento utilizzati dalla IA rendono non trasparenti le decisioni diagnostiche della macchina.
Siamo dunque ben lontani dall'immaginare macchine che sostituiscano i processi cognitivi ed emotivi umani. L'IA è profondamente interconnessa con l'elemento umano, ma proprio questa consapevolezza ci obbliga a chiarirne le dinamiche e i processi, anche sul piano etico e giuridico.
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20 Gennaio 2024 - sabato - sett. 03-020
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Notizia dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
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Toponimi di OSMATE (1/2)
Osmate: m. 333; kmq 3.43; abitanti 445
Comune della provincia di Varese 19 Km a sud-ovest del capoluogo, situato sulla sponda sud occidentale del Lago di Monate
Il toponimo, in dialetto Usmà, è attestato a partire dal XIII secolo come Usmate (cfr. Usmate -MZ-)123 e con molta probabilità è un prediale derivante dal nome latino Auximus o Ocimus 124 (il secondo attestato in una lapide a Milano) -
Albini: cascina tutt'ora esistente situata nella zona di Provesci. La cascina è forse la più antica del paese e prende il nome dalla famiglia che l'ha costruita. La famiglia Albini è ritenuta da tutti gli abitanti di Osmate una delle più facoltose che per prime si insediarono nel paese.
2) Bettola: nel dialetto locale definita Béture. Complesso di case con al centro la vecchia cascina situata nella zona pianeggiante opposta all'ormai abbandonato stabilimento di tessitura (v. Mercallo n. 2).
3) Biis: area molto limitata situata alle spalle dell'antico stabilimento di tessitura caratterizzata un tempo da un piccolo bosco che era stato in parte eliminato per far spazio ad alcune colture. Oggi quest'area è stata abbandonata ed è ritornata interamente boschiva. L'origine del toponimo è incerta ed è forse da far risalire ad una voce dialettale bis "bigio" da intendere come "terreno o zona scura'
4) Bufalöre: altro nome con cui si designava un tempo l'area che sulle carte è denominata Fino al 1970 il comune di Osmate era unito amministrativamente a quello di Lentate, piccolo paese di circa 170 abitanti, poco più a sud. Ora Lentate è denominata sulle carte come Lentate Verbano ed è una località del comune di Sesto Calende, E' fantasioso il tentativo di far risalire il toponimo Osmate ad una antica divinità pagana dei boschi chiamata Oscio Mater. Paiétt. In italiano è frequente il toponimo Boffalora. E' largamente condiviso il modo di intendere il nome come composto di boffa "sbuffo, soffio" più l'óra "vento" con il significato quindi di "soffia il vento". In generale i luoghi che portano questo nome sono zone rialzate poco protette ed esposte ai venti
5) Campagna: ampia area che ospita tutt'ora una cascina definita appunto Cascina Campagna. Quest'area si snoda a sud del Runch nella zona che da Osmate porta a Lentate Verbano, nei pressi della quale troviamo anche la Cascina Pometta. L'area denominata dai locali la Campagn ospitava antiche coltivazioni di grano e mais e alcune aree erano adibite alla coltivazione dell'uva, da cui anche il nome Vignöö attribuito ad alcune di esse.
6) Colla: cascina esistente ancora oggi su una piccola spianata al confine con il comune di Comabbio, un tempo zona prevalentemente boschiva, oggi in parte recuperata ed edificata con un residence. In dialetto la zona è nota come Ca' Cól. L'italianizzazione con il termine "colla" quindi non pare felice. L'interpretazione del nome dialettale può forse essere ricondotta al dialettale cola "colle, altura"(cfr. Cola frazione di Novate Mezzola -SO-, Cöla monte sopra Ballabio -LC-)128.
7) Funcurune: riva sud del Lago di Monate dove il pendio del Moncucco si immette nel lago. In quest'area la sponda lacustre è molto profonda creando quindi un fondale unico nel panorama dei laghi prealpini di origine glaciale. Il lago infatti è il più profondo (più di 40 metri di profondità massima) tra i piccoli laghi di origine glaciale della Lombardia. Alcuni locali interpretano il nome come una forma contratta del sintagma "fund cur düüne" traducibile in italiano come "fondo con le dune".
8) Läägh de Furmich: riva lacustre a sud della località Bettola poco distante dalle paludi e torbiere di Osmate. L'area prendeva questo nome perché nei periodi di ritiro del lago diventava zona secca e arida dando spesso casa a numerose formiche. La zona non era quindi molto amata dai locali per la balneazione.
9) Monteggi: noto come Muntéc. La localizzazione del toponimo è incerta (v. Cadrezzate n. 13).
Immagini, documenti e testimonianze.
I protagonisti raccontano le scoperte
Questa importante scoperta archeologica fu possibile grazie agli interventi di tutela e segnalazione dell'inge- gner Guido Sutermeister e all'opera di ricerca e di divulgazione del professor Ferrante Rittatore, ma soprattutto alla loro passione per l'archeologia.
Così li ricordò il professor Mario Mirabella Roberti in una testimonianza: «Quando nell'ottobre del 1953 mi è stato affidato l'incarico di reggere la Soprintendenza alle Antichità della Lombardia, ho assai presto incontrato Rittatore e il primo contatto è stato su di un arido terreno fra le case in un paesotto dell'alto Milanese, Canegrate, sotto Legnano. L'ing. Guido Sutermeister, ispettore onorario, vi aveva scoperto delle tombe e si era rivolto a Rittatore per saperne di più. E lui vi aveva riconosciuto non una consueta necropoli, ma un "campo d'urne", di un tipo sconosciuto in Lombardia e quindi la presenza di una nuova "cultura"».
Parole e immagini di 70 anni fa sono state "catturate" grazie ai documenti conservati negli archivi della Soprintendenza e del Comune di Canegrate, ma soprattutto alle fotografie, come quelle scattate dal signor Renato Colombo, figlio del proprietario della casa, durante la costruzione della quale emerse il nucleo principale della necropoli.
- II Sanatorio Regina Elena
Il Sanatorio Regina Elena di Savoia, inizialmente "Istituzione di assistenza ai tubercolotici di Legnano", fu realizzato a Legnano tra il 1921 e il 1924, e inaugurato il 19 giugno 1924, alla presenza della Regina Margherita, con una iniziale capacità ricettiva di 104 letti, successivamente ampliata.
I primi progetti risalgono al 1917, ma solo nel 1921 il Comitato istitutivo affidò l'incarico per la realizzazione all'ingegnere Carlo Jucker, a suo tempo direttore del Cotonificio Cantoni.
Il complesso, una leggiadra costruzione dalle linee sobrie ed eleganti, vivace nelle decorazioni e nelle movenze architettoniche, era composto da un corpo centrale a due piani e da due padiglioni laterali ad un piano, con verande ed ampie vetrate per le cure elioterapiche. Nella parte posteriore erano situati i locali per le visite mediche, la radioscopia, i laboratori e gli uffici amministrativi. Nei sotterranei, luminosissimi, erano disposti tutti i servizi: cucina, dispensa, locali di disinfezione e sterilizzazione... I due bracci, il destro per le donne, il sinistro per gli uomini, comprendevano camere accoglienti, dipinte con colori pastello e motivi floreali, munite di tutti i confort e di uno speciale impianto di aerazione.
Accanto alla struttura vi erano due solarium in stile liberty anch'essi separati, il destro per le donne, il sinistro per gli uomini, costruiti in legno e calcestruzzo, con forma ad arco rivolta a mezzogiorno per permettere la doppia esposizione al sole, invernale ed estiva. Partendo da un basamento rialzato, erano ornati con strutture lignee di pilastrini e pareti intelaiate. In questi spazi si trovavano sedie a sdraio assegnate ad ogni singolo malato e numerate progressivamente. Scorrevano su binari e potevano essere ricoverate agevolmente ogni sera in un corridoio centrale, per preservarle dall'umidità o dalla pioggia. Purtroppo queste strutture, significative per efficienza ed eleganza, furono abbandonate al degrado e all'incuria amministrativa per decenni, e risultano ad oggi irrimediabilmente perdute.
Immerso in un magnifico parco, sistemato in parte a pineta con diverse centinaia di conifere e in parte a giardino all'inglese, il sanatorio era una costruzione modernissima, nella quale furono adottati metodi terapici per l'epoca molto progrediti, "in modo che l'ammalato non avesse l'impressione di trovarsi in un luogo di dolore".
 
 
 
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21 Gennaio 2024 - Domenica - sett. 03-021
redigio.it/rvg100/rvg-03-021.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizia dal Villaggio
Cosa ascoltare oggi
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Toponimi di Cadrezzate
38) Vignaccia: zona collocabile sul pendio sud delle Motte. La voce è da far risalire al latino vinea "vigna, vigneto". Il termine è molto produttivo e registrato con vari suffissi in quasi tutti i comuni studiati. Questo tipo di coltura è stata largamente impiegata dai locali in conseguenza delle numerose zone collinari ben soleggiate durante l'anno.
39) Vignola: area un tempo coltivata che si trovava a sud del paese nella zona che porta verso il comune di Brabbia
40) Vignolo Vassallo: località di incerta individuazione sul territorio comunale registrata solamente nelle carte del Cessato Catasto Lombardo del 1860
San Bernardino - L’interpretazione degli artisti
Ribadito il concetto che sono i i francescani a veicolare il culto del santo in lungo e in largo per l’Europa, vediamo cosa succede nelle nostre vicinanze.
A Brescia rimane, anche se alquanto ammalorato, un notevole ciclo pittorico nel secondo chiostro del complesso monastico di San Giuseppe. Sono più di trenta lunette, risalenti al Seicento, affrescate con altrettanti episodi della vita del santo. Il metodo pastorale di Bernardino è stato molto apprezzato da papa Giovanni XXIII come modello da seguire tanto che lo ha riconosciuto come “Dottore della chiesa”. Le qualità taumaturgiche inoltre hanno ispirato la costruzione del primo grande ospedale di Brescia ed ora il nome di Bernardino è ricordato negli ospedali di Santo Spirito e San Luca della Misericordia in città.
Tutti avranno visto o almeno sentito parlare della Pala di Brera, ma forse non tutti sanno che prima di trovarsi in Accademia è stata presente, fino al 1810, nella chiesa francescana di San Bernardino ad Urbino. Il committente Federico da Montefeltro fa erigere l’edificio sacro come mausoleo ducale, tra il 1482 e il 1491 circa, su progetto di Francesco di Giorgio Martini e con la direzione dei lavori affidata ad un giovane Donato Bramante. All’interno si può leggere in alto, lungo tutto il perimetro, un’iscrizione in latino per lodare il santo, che tradotta suona così “O splendore di pudicizia, pieno di zelo per la povertà, amatore dell’innocenza, cultore della verginità, percorritore della sapienza, protettore della verità, davanti al trono fulgido dell’eterna maestà, prepara per noi l’ingresso della divina pietà implora per noi la grazia o beato Bernardino”.
Nella pala Federico, il duca di Urbino, compare in primo piano in ginocchio a mani giunte rivestito dall’armatura.
La Madonna è posizionata al centro di fronte e guarda il figlio disteso sulle ginocchia. Ha i capelli raccolti in una cuffia ed è coperta dal manto blu bordato da un nastro. Ai lati tre santi a sinistra di chi guarda, Bernardino che spunta tra Giovanni e Girolamo; tre a destra Giovanni evangelista, Francesco, Pietro. Dietro quattro angeli assistono alla scena come muti testimoni. Piero della Francesca ambienta l’insieme in un’abside dalla volta a botte ricoperta da un soffitto a cassettoni, sorretta da lesene scolpite che uniscono in maniera indissolubile architettura e personaggi.
Svariati sono i particolari simbolici: il corallo di Gesù bambino, oltre a rappresentare l’amuleto che protegge i neonati, con il suo colore anticipa il sangue vale a dire la morte in croce; l’uovo che pende dalla conchiglia al centro sta a significare la perfezione e la rinascita quindi la resurrezione di Cristo.
Ma a Brera è presente un altro quadro di autore famoso dedicato al santo vale a dire il San Bernardino e angeli di Andrea Mantegna La tela databile al 1469 presenta un grande arco riccamente ornato da festoni di frutta sormontato da cherubini che curiosano dall’alto.
In primo piano spicca il Santo a piedi nudi, rivestito di un saio con una semplice corda annodata intorno alla vita.
In mano reca il trigramma, suo segno distintivo, e sotto il braccio un grosso volume. La sua essenziale povertà contrasta fortemente con l’opulenza dell’ambientazione ed il ricco abbigliamento dei due angeli che lo affiancano.
Un esplicito omaggio al modo di predicare bernardiniano è la scritta latina che corre sull’architrave “Huius lingua salus hominum” (la lingua di questo «è» salvezza degli uomini o, più liberamente, la sua parola «è» salvezza degli uomini). (14 - continua)
Parole milanesi
Patt =i patt di zòcur = le strisce di pelle o tessuto inchiodate al legno degli zoccoli.
Patun = sberlone, cazzotto. Patüsc, patell = pannolino. Paüra, pagüra = paura. Pagüra mia, ga pensi mi! = non temere, ci penso io!
Pe, pée = piede, piedi. Andà a pè = camminare a piedi. Ciapà pè = prender piede. Dà un pée in dur cüü =
pée = nelle famiglie numerose i bambini, per ragioni di spazio, venivano talvolta messi a dormire in due nello stesso letto, uno con il capo rivolto alla testata e l'altro col capo rivolto alla pediera del letto. Durmì in pée dormire in piedi, essere tardo di riflessi. Fài cunt i pée = fatto coi piedi, malfatto. Fài in sü i düü pée = lett. fatto sui due piedi cioè subito, all'istante. In punta da pée = in punta di piedi. I pè piàtt i piedi piatti. Levàss in pée = alzarsi in piedi. Mett in pée, trà in pée = mettere in piedi, approntare, allestire, avere iniziative. 'Nà fö di pée = andarsene. 'Nà a pè 'n tèra = andare a piedi nudi. Netà i pée = nettar- si le suole delle scarpe sullo stuoino. Paré un mort in pée = sembrare un morto in piedi. Piantà in pée un gar- büi = provocare una lite, disordine. Picà i pée = spazientirsi, mordere il freno, scalpitare. Puntà i pée = puntar i piedi, impuntarsi. Tegnì in pée = sostenere. Vegh mia frécc i pée = lett. non aver freddi i piedi, detto riferito a chi ha, o maneggia tanti soldi. Pecàa peccato. Brütt 'me 'l pecàa brutto come il peccato. Pecàa cunfessàa l'è mèzz perdunàa = peccato confessato è mezzo perdonato. Pécc = capezzolo, mammella, riferito in particolare al bestiame. Quando la mungitura veniva effettuata a mano, prima di iniziarla sa lavava i pécc d'ra vàca si provvedeva a lavare i capezzoli della vacca. Vàca cun ligàa ur pécc = mucca con le mammelle poco sviluppate perciò di difficile mungitura. Avégh vün pa 'l pécc = avere in pugno una persona. Pécc significa inoltre straccio, indumento consunto, fuori uso.
Soprannomi ed epiteti Suranómm e titul (1/2)
Molti di questi epiteti e soprannomi sono raccolti nel Parolario o in questo volume, con la traduzione e/o il significato. Per molti altri non esiste il corrispettivo nella lingua italiana, in quanto non hanno alcun senso particolare ma soltanto lo scopo di identificare le persone cui erano dedicati.
Specie nei paesi, rilevante era il numero di famiglie che portavano lo stesso cognome: è significativo, ad esempio, il caso di Brinzio, dove la gran parte delle famiglie portava i cognomi di Vanini e Piccinelli.
Per quanto riguarda i nomi non v'era certo la grande varietà attuale essendo questi limitati ai più tradizionali quali Carlo, Giovanni, Giuseppe, Antonio e non molti altri.
Era poi consuetudine di attribuire al primogenito il nome del nonno paterno, ragion per la quale ogni due generazioni si trovavano persone con l'identico cognome ma anche con lo stesso nome per cui era assai facile qualche confusione.
Era perciò giocoforza ricorrere ad aggiustamenti del nome in base alle caratteristiche dei singoli, così che il nome di Carlo diventava Carlùn se questi era grande e grosso, Carlin se era minuto, oppure Carlètu o Carlo. Lo stesso dicesi per gli altri nomi: Giüsepp, Giusepìn, Giusepùn, Pepp, Pepin, Pepùn, Pepòta, Pepinét ecc..
Esaurito questo repertorio si ricorreva ai mestieri ed allora si trovava il Pepin bagàtt (se faceva il calzolaio), il Giüsèpp di böö (se possedeva buoi), il Giusepp farée (se faceva il fabbro), il Giusepp marussée (se faceva il sensale); oppure ai soprannomi, più o meno gradevoli, attribuiti in base a caratteristiche fisiche od altro della persona: cò da pan gialdìn, se era biondo; cò da binìis, se aveva la testa allungata; cò d'oss, se era completamente calvo; cò güzz, se la testa era un po'appuntita; gambéta o zupétt, se era claudicante; dundìna, se aveva una andatura ciondolante, e così via.
Così che, se in un paese si andava a cercare il sig. Giuseppe Tal dei Tali, era assai difficile ottenere corrette informazioni, ma se si era a conoscenza che colui era il Güsepp di böö chiunque sapeva indicarlo.
Molti soprannomi o epiteti non erano però attribuiti per necessità, ma, talvolta, derivavano perlopiù da osservazioni critiche riguardanti l'aspetto, le abitudini ed i comportamenti della persona.
 
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Settimana-04

 
RVG settimana 04
 
Ra  dio-video-giornale del Villaggio
 
Settimana-04 del 2024
 
Settimana 04       2024-01-22 -  - Calendario - la settimana
22/01 - 04-022 - Lunedi
23/01 - 04-023 - Martedi
24/01 - 04-024 - Mercoledi
25/01 - 04-025 - Giovedi
26/01 - 04-026 - Venerdi
27/01 - 04-027 - Sabato
28/01 - 04-028 - Domenica
RVG-04 - da  - Radio-Fornace
 
22 Gennaio 2024 - lunedi - sett. 04-022
redigio.it/rvg100/rvg-04-022.mp3 - Te la racconto io la giornata
Cosa ascoltare oggi.
redigio.it/dati1901/QGLF073-territorio.Comabbio.mp3 - Vita nei dintorni di Comabbio - 5,43 - rvg
Toponimi di Biandronno
11) Laghet: piccolo specchio d'acqua all'interno della zona acquitrinosa a nord-ovest del Lago di Varese, creatosi a causa della cava costituita per estrarre il materiale utilizzato per la produzione di mattoni nella fornace a sud del paese.
12) Montége: zona ora pianeggiante un tempo caratterizzata da una masseria in cui avveniva la monta taurina e costituita da campi coltivati a mais. Oggi quest'area è tagliata in due dalla stazione ferroviaria di Travedona-Biandronno a sud-est del centro cittadino (per l'etimo v. Cadrezzate n. 13).
13) Montesé: piccola zona pianeggiante al di sopra di un leggero poggio che dal centro del paese porta alla Fornace a sud-est di Biandronno. Toponimo di non semplice interpretazione, forse da intendere come "monticello", legato indubbiamente al termine "monte", vista anche la sua collocazione geografica (v. Cadrezzate n. 13).
14) Nüstrin: piccola area pianeggiante che collega il Gesiolo alla Fornace. Alla fine degli anni '90 del Novecento, durante alcuni lavori di ricerca, sono stati trovati reperti e materiali che fanno presupporre l'antica presenza di un cimitero pagano. Di etimo incerto, forse da ricondurre ad una voce ticinese nèstula che significa "laccio" o "stringa" che si potrebbe riferire alla forma del terreno31.
OSMATE (2/2)
10) Murinasc: zona di Osmate che si affaccia sul lago adiacente al punto in cui il Valun si immette nel Lago di Monate. Il nome forse segnala l'antica presenza di un mulino in dialetto detto mulin o murin.
11) Paiét: terreno poco esteso situato su un piccolo crinale adiacente alla Casa San Giorgio. L'origine del nome è incerta. Forse si può far derivare dal termine paièta "loglierella" o riferito ad altri tipi di erba palustre diffusi in quest'area , oppure direttamente da paia "paglia, erba" tramite il suffisso -etum
12) Poleggetti: o Poleggette, in dialetto definito come Pulegèt, designa due luoghi distinti di Osmate. Una prima area così denominata si estende sopra l'odierno cimitero comunale di poco a est dalle Fontanazze di Comabbio, luogo che segna il confine tra i due comuni. Un'altra zona nominata Pulegèt è situata sulle rive del Lago di Monate ed era un tempo zona balneabile e utilizzata dai locali perché una delle poche spiagge basse e sabbiose che il lago offrisse. Il nome è forse da far risalire al termine dialettale polee "pollaio"con il suffisso finale da intendersi come diminutivo. Oppure possiamo ipotizzare una derivazione dalla voce dialettale pulèc "finocchio, cumino dei prati"
13) Pometta: attestato in alcune carte anche come Pomette, dai locali definito come Pumèt. E' una cascina tutt'ora esistente che si trova a sud-ovest del centro abitato tra il Montecucco e il Monte Calvo sulla strada che porta verso Lentate. L'origine forse può essere trovata nel termine latino pomum "frutto", continuato poi nel dialettale póm. Il toponimo presenta un suffisso di diminutivo che forse non è da intendere come "piccolo albero da frutto" ma come un luogo nato in un secondo tempo rispetto ad una realtà ben più conosciuta e anteriore.
14) Pramaggioli: in dialetto meglio noti come Primigiöö. La zona che definisce quest'area è incerta ma senza dubbio si riferisce ad alcuni campi un tempo coltivati. Il toponimo è di difficile comprensione ma vi si potrebbe leggere un Pra Mag "prati magri" come attestato anche in un terreno del comune ticinese di Rencate noto come Pramág o Pramaggio 133 (v. Cadrezzate n. 26). Non è da escludere però una interpretazione che si riferisca a "i primi campi coltivati" partendo da un ipotetico *primic(u)lum poi passato a *primig con l'aggiunta, infine, di un suffisso di diminutivo.
Soprannomi ed epiteti Suranómm e titul (2/2)
Così, ad esempio, una persona pia e assidua frequentatrice della Chiesa era qualificata come basabanchitt o basabalaüstar o pateraveglòria o mangiasignùur; un assiduo frequentatore delle osterie con conseguenti frequenti sbronze era ciucàtt, ciuchina, ciucatun, sborniafissa ecc.; se un tale aveva il vizio di grattarsi il didietro era gratificato di gratacüü e se invece si grattava il davanti era gratapàta; uno alto di statura: canela, perteghéta, cudeghéta, anima lunga, pirlùnga; se era anche un po'tardo grand e cióla; se malvestito: spuentapassàr, e chi più ne aveva più ne metteva.
Anche le donne avevano ovviamente la loro parte, ad esempio quelle che eufemisticamente diremmo un po' loquaci: betoniga, bucascia, lenguascia, slapetòna, sabèta, mentre per quelle di facili costumi: baltroca, ciapabigul, pelànda, pelàscia, pelegrina, peltréra, penàgia, pelòzza, slàndra.
I nostri antenati non difettavano di fantasia e di senso dell'umorismo nell'inventare appellativi ed epiteti: un salumiere che non portava il grembiale e si puliva le mani unte sul davanti dei pantaloni era diventato ul patavùncia; un tizio che portava pantaloni un po' bassi di cavallo era il patamòla; quando, usciti dall'osteria ad ora tarda, si fermavano ad orinare sui muri, quel tale che la faceva un po'di traverso era diventato il pissastòrt; quel contadino che, con la bùnza sul carro, svuotava i pozzi neri per ingrassare i prati, onde accertarsi che il "materiale" fosse di ottima qualità e non troppo allungato con acqua, vi ficcava dentro un dito e se lo passava sulla lingua (sic), era diventato il sagiamèrda.
Il vino nostrano, detto grimèll, era di gradazione piuttosto bassa e 'l faséva dumà pissà. Il buon consumatore di questo vino era pertanto costretto a dislazzà la pàta assai di frequente e poi riallacciarla. Di conseguenza l'allacciatura dei pantaloni era sottoposta a notevole usura. Da qui il nome di strasciapàta, attribuito in questo caso non a persona ma al vino.
L'argomento offrirebbe il destro di continuare ancora per molto ma, poiché pensiamo e speriamo di aver chiarito i concetti, ci fermiamo.
Busto Arsizio - cap. 7 (1/4)
Piove, piove da gran tempo. La campagna è tutta un pantano, le strade sono impossibili e il destino vuole che non passino che truppe. Austriaci dappertutto, che impiantano i pali telegrafici della linea Milano-Gallarate, che perquisiscono, che cercano armi « legalmente e illegalmente possedute», che incollano proclami sui muri, che cercano alloggi; e quando gli alloggi non si trovano, perchè ben pochi vorrebbero avere un tedesco in casa, requisiscono l'albergo della Giulietta Turati vedova Marcora e quello del Giuseppe Tosi Giandalén, al quale portano via, per un certo tempo, assieme a due cavalli anche la diligenza, altrimenti detta « ul ve lòciu», da usare per il servizio della Armata, restituendola poi in stato tale che il Tosi avanza al Comune la richiesta di 18 marenghi per danni, peraltro non pa- gati.
L'atmosfera del borgo va facendosi di giorno in giorno più pesante. Il 12 maggio del 1859, una notifi cazione del Governatore del Lombardo-Veneto deferisce ai consigli di guerra quelli che cantano in pubblico le << canzoni rivoluzionarie ». Per chi non lo sapesse, si cantava da pochi mesi « La bella Gigogin », « Richetta Richettina », e « A Castellanza a catà i bei fiori »; e le cantavano le tessitrivi della « Privilegiata Fabbrica Pietro Candiani » e della «Privilegiata Francesco Turati » che da alcuni anni faceva battere 1400 telai di cui 30 a Jacquard, e dava lavoro a 3500 operai per undici o dodici ore al giorno, e, in qualche caso, anche quattordici.
A Castellanza a catà i bei fiori,
A Castellanza a catà i bei fiori, viva l'amore, viva l'amore,
viva l'amore e chi lo sa fa.
Se questa era la rivoluzione, non possiamo far altro che sottoscriverla.
Ma il 23 di maggio e la notizia arriva come una bomba - Garibaldi attraversa il Ticino a Sesto Calende, e a mezzanotte, per la strada di Corgeno e sotto una pioggia sempre dirotta, raggiunge Varese, mentre a Busto, per prudenza, gli austriaci si ritirano e si raccolgono a Castellanza e a Legnano. Il 24 mezza Busto si riversa a Gallarate dove si dice passano i garibaldini, mentre il Tenente Maresciallo Urban, che è in villa Cantoni alla Castellanza, ripreso animo, si porta verso Como con le sue brigate alla ricerca del nemico e, non trovatolo, ritorna su Varese ove, il 26, viene battuto, e suoi croati si buttano in fuga sulle nostre campagne, ritirandosi tanto lestamente dicono le cronache da far persino credere a una manovra. Ripreso coraggio, l'Urban è di nuovo, il 30 maggio, a Castellanza con le brigate Rupprecht, Schaffgoste e Augustin e gli ussari pieni di paura. La notte, in un bivacco stabilito lungo la strada, tutti i croati sono in allarme: giungono da Castellanza dei sinistri rimbombi. Gli austriaci gridano come forsennati: « garibalda, garibalda! »; e invece sono gli sbiancatori della Garottola che battono le pezze.
 
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23 Gennaio 2024 - martedi - sett. 04/023
redigio.it/rvg100/rvg-04-023.mp3 - Te la racconto io la giornata
Cosa ascoltare oggi.
redigio.it/dati1901/QGLF072-storia-comabbio.mp3 - La storia dai romani - 3,53 - #36 #32
Toponimi di Biandronno
15) Ponte della Brabbia: piccolo ponticello in ferro situato sulla strada che da Comabbio porta a Varese e che sovrasta il fiume Brabbia, dialettalmente noto come Bràbie, confine naturale tra Biandronno e Cazzago Brabbia (v. Cazzago Brabbia n. 1).
16) Roggia Gatto: nota anche come Rùngia. Piccolo corso d'acqua che unisce il Laghèt al Lago di Varese e taglia latitudinalmente il comune passando al di sotto della strada provinciale che da Biandronno porta a Bardello. Il nome è da far risalire con tutta probabilità alla voce dialettale gat "canale di scolo" ben attestata nelle aree del piacentino e della Lombardia meridionale.
17) Roncato: o Runcàar è la zona che porta dal Gesiolo fino al comune di Travedona tramite una leggera salita. Il toponimo è dei più frequenti in tutta la Lombardia ed è un derivato dal latino runcare "sarchiare, dissodare". La voce dialettale ha un suffisso diverso dalla forma ufficiale, forse da far risalire all'aggettivo latino runcalem "relativo al ronco"
18) Rööch: monticello a sud-est del paese che ospita l'attuale acquedotto di Biandronno. Il nome con tutta probabilità è da far derivare dal termine "roca" o "rocca" con il significato di "promontorio"
19) Sötcà: piccola area al di sotto della Baserga verso il Lago di Varese un tempo zona di campi coltivati, ora area residenziale. Il nome è con tutta probabilità un composto di "sotto" e "casa" con riferimento appunto al nucleo abitativo in zona Baserga.
Agricoltura e mondo contadino
A camp tempestaa no var benedizion. Quando cade la grandine su un campo non c'è benedizione che valga.
Acqua de fevree, l'impieniss el granee. L'acqua di febbraio riempie il granaio.
A pientà i fav de s'genee se fà on bell favee. Le fave piantate a gennaio riescono bene.
April ghe n'ha trenta, e se piovess trentun, fa mal a nissun. - Aprile ha trenta giorni, ma se piovesse per trentun giorni non farebbe male alla campagna.
A san Barnabà, taja el praa. - A san Barnaba taglia il prato.
A san Gall, se somenna al pian e al vall. Per san Gallo si semina in pianura e in valle.
In temp de segarìa no se dis né pater, né avemaria. Quando è tempo di mietitura non c'è tempo per dire le orazioni.
A san Giorg la spiga in l'orz. - A san Giorgio l'orzo ha la spiga.
Chi gh'ha la vigna sova, in tra marz e april le brova. Chi ha una vigna la pota tra marzo e aprile.
El ris el nass in l'acqua e el mour in del vin. Il riso nasce nell'acqua e muore nel vino.
Giugn streng el pugn. - In giugno si stringe la falce in pugno.
L'acqua a sant'Anna l'è mej de la manna. - La pioggia il giorno di sant'Anna è più gradita della manna.
L'acqua dopo san Bartolamee l'è bonna de lavà i pee. La pioggia dopo san Bartolomeo non serve più a nulla.
O bagnaa o sutt, per san Luca somenna tutt. Che sia un'annata bagnata o siccitosa, entro il giorno di san Luca bisogna seminare tutto.
Per san Martin tutt el móst l'è vin. Entro san Martino tutto il mosto diventa vino.
Busto Arsizio - cap. 7 (2/4)
Il giorno dopo, verso sera, l'Urban spediva a Busto una squadriglia di cacciatori tirolesi per requisirvi dei viveri.
<< Era la truppa all'ingresso del Borgo, allorchè le campane della Parrocchiale suonando i segni della benedizione spaventarono quei soldati in guisa che incontratisi a caso in un giovane tessitore lo arrestarono e colla bajonetta alla gola il trasferirono tosto frammezzo alla colonna che accampava sulla strada poco lungi dal paese ».
<< Colpito da tanta sì improvvisa sventura il padre dell'arrestato trovò questo ascoltante della Pretura, marchese Leopoldo Corio, che generoso si assunse l'incarico di presentarlo al Comandante Austriaco onde ottenere la liberazione dell'innocente suo figlio.
<< Ma tutto fu indarno, anzi maggior male che il padre ed il nobile suo protettore furono essi pure posti in arresto, e solo il Corio, dopo aver fatta conoscere la propria qualifica e protestato pegli indegni trattamenti sofferti dalla soldataglia, venne lasciato libero e potè nell'oscurità della notte con evidente pericolo della vita evadersi pej campi.
<< Ma non bastava ancora che il padre ed il figlio Crespi senza alcuna colpa fossero barbaramente caricati di catene, ma un terzo individuo, certo Fagnani di questa borgata che per curiosità erasi recato sulla strada veniva arrestato ed insieme cogli altri due trascinato via dalle Truppe Austriache.
<< Questo doloroso fatto accadeva come si disse, la sera del giorno 30 maggio e d'allora in poi nulla più si seppe della sorte toccata a que' disgraziati ».
Questa lettera « all'Eccelso Governo Generale per la Lombardia in Milano »>, da parte della Deputazione Comunale di Busto, il 12 luglio 1859, non pare abbia avuto risposta.
< Ora che venne stabilito un armistizio fra le Truppe Alleate e quelle dell'Austria diceva la lettera la scrivente credesi in dovere di portare la cosa a cognizione di cod. Eccelso Governo Generale perchè coi mezzi che stanno a sua disposizione si degni di verificare se esistano tuttavia i prenominati individui ed in caso affermativo provocarne il rinvio alle loro famiglie che vivono già da tanto tempo desolate e trepidanti per la vita degli sventurati loro parenti ».
Le carte dell'archivio di Busto non ne dicono niente. Come sarà finita per i Crespi e il Fagnani, tradotti fino a Verona, vittime della isterica paura degli austriaci, in quei giorni?
Il 2 giugno, mentre il Garibaldi da Laveno per Induno e Arcisate si buttava su Como, i Franco-Sardi passano il Ticino a Turbigo, e l'Urban ritorna di nuovo da Varese su Busto, con 3000 uomini, per tamponare la falla. I primi bagliori della guerra si sentono già a Busto il giorno dopo, quando i turcos affrontano gli austriaci per le strade di Robecchetto e di Turbigo fino a Malvaglio, e sopra, fino a Castano, dove battono i battaglioni del reggimento Principe Wasta.
La zona intorno al borgo è un solo formicaio di soldati. Voci su voci corrono su tutte le bocche: Napoleone III è a Turbigo, Vittorio Emanuele II a Galliate, Garibaldi pare dappertutto, l'Urban non si sa.
Il 4, finalmente, non si capisce più niente.
Cave canem/1 - (9-10 marzo 1876)
leri mattina in piazza del Duomo l'accalappiacani voleva, secondo il suo dovere, portar via un cagnolino perché non aveva la museruola. Il padrone del cane, che probabilmente è uno di quelli che chiamano indipendenza la violazione della legge, piuttosto che consegnare il cane, lo sbatté replicatamente in terra e l'uccise senza rispetto alcuno all'idea di decoro e umanità. Quel brutale fu arrestato.
 
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24 Gennaio 2024 - mercoledi - sett. 04/024
redigio.it/rvg100/rvg-04-024.mp3 - Te la racconto io la giornata
Cosa ascoltare oggi.
redigio.it/dati1901/QGLF071-battaglia-corneliane.mp3 - 218 ac. romani e barbari - 6,59 - #36 #32 rvg
Il Coperto dei Figini - (Piazza del Duomo)
Racconta Bonvesin de la Riva che già nel XIII secolo Milano contava più di sessanta <<Coperti»>, ovvero edifici porticati con botteghe. Il più famoso fu certamente il Coperto dei Figini, in piazza Duomo, antico luogo dello shopping dei milanesi. La piazza, prima del restauro finale del 1863, su progetto dell'architetto Giuseppe Mengoni (lo stesso della Galleria), presentava un assetto diverso, con il popolare rione del Robecchino a destra del Duomo e il Coperto dei Figini a sinistra. Quest'ultimo era un palazzo rinascimentale porticato costruito, su commissione di Pietro Figino da Guiniforte Solari, sull'area prima occupata dall'antica Basilica di Santa Tecla, della quale vennero riutilizzate le colonne e il muro perimetrale per dar vita a un elegante edificio a più piani che divenne il cuore commerciale dei milanesi. Il Coperto ospitava botteghe di abbigliamento, passamaneria, telerie, oreficerie e molti bar, tra cui il Campari, tutti con le vetrine sotto i portici. Rimase attivo fino al 1864, quando fu domilito per far posto alla costruzione della Galleria Vittorio Emanuele II.
MEDICINE FATTE IN CASA - Decott da Bisii
Medicine fatte in casa. Le materie prima erano a portata di mano: il fuoco del focolare, un po' di acqua, un po' di zucchero, e 'l padelott. Mezz'ora un ora di cottura. Far raffreddare il tutto, 'l culen, una scudelòna o tazinòna da due litri da riempire di liquido che in genere aveva colorazione e riflessi dorati, più o meno come il tè. Ul decott da bisìi è quello che ricordo con più vivezza perché ne ho bevuto un vasèll, una botticella. Ragazzo, ero debul da pulmòn, e dovevo specialmente d'inverno ricorrere allo sciroppo Famèl. Vuoi perché costava soldi, vuoi perché a furia di berlo si ottenevano, per assuefazione, scarsi risultati (la penicillina era ancora da scoprire) si ricorreva a quelle medicine casalinghe che si conoscevano da tempo immemorabile e che, nei casi di tutti i giorni non gravi né pericolosi, si usavano in tante famiglie. Cùstan nient. Un pù da temp a catàj. Un po' da zúcar e da fogh. Fa mà, i fan ma nò. A me hanno sempre fatto bene e devo dire che bevevo con un certo piacere quegli intrugli zuccherati, forse perché mi sono sempre piaciuti i cibi e le bevande dolcificate. Servivano per la tosse, per purificare il sangue, per eliminare l'infesciadùra, per vincere la stitichezza, per rinforzare i reni ai bambini che ancora grandicelli mollavano la pipì a letto, per vincere l'infiammazione degli occhi o della bocca, perfino erbe da mettere nelle orecchie per calmare il dolore dei denti.
Decott da malva, da scigull e da àji, impacc da camamèla, aqua buìa di ratt muigiò par rinfurzà i reni, barbìs da furmenton, fiur da sambugh, buter par fa egnì a cò i bugnon, impacc da pìsa, (sì, impacchi di pipì per calmare o meglio annullare in brevissimo tempo il dolore acuto dovuto a storte o distorsioni articolari). La pel da bera per guarire gli orecchioni, i ragnèe (ragnatele) per disinfettare le ferite da taglio e le abrasioni. La povertà e il fabbisogno aguzzano l'ingegno. I buoni risultati e la convenienza (costi minimi) sono motivi sufficienti per far continuare sulla stessa strada. I bisìi, le ortiche, sono erbe cattive perché le loro punture irritano la pelle arrossendola e producendo vescichette dolorose, ma sono utili come medicamento e buonissime e gustose cotte nella minestra. MEDICUS CURAT, NATURA SANAT. E' un latino così facile che non ha bisogno di traduzione.
Mi viene in mente proprio adesso un altro decotto: decott da gramègna. Erbaccia difficile da estirpare totalmente (basta una radicetta dimenticata o sfuggita alla ripulitura per dar vita in pochissimo tempo a una rigogliosa nuova colonia) che si faceva bollire e il decotto ottenuto si usava, ma per cosa? E poi si faceva bollire davvero la gramigna? Mah. Quando una persona era attaccaticcia, noiosa, insistente, veniva definita peg du la gramègna.
Toponini di CADREZZATE
7) Cascina Castello: vecchia cascina oggi ristrutturata e abitata situata nel punto più alto del paese, sul poggio detto Motte. Il nome forse indica l'antica presenza di una fortificazione (castèl da latino castellum, derivato di castrum) che sempre veniva costruita nel punto più alto così da garantire protezione e difesa per tutta la popolazione . Non sono rimaste tracce di questa possibile fortificazione.
8) Galletto: antica cascina, ora non più esistente, che forse era situata sulla vecchia strada che da Cadrezzate porta a Osmate. Il nome potrebbe rifarsi alla famiglia Galetto, ancora oggi abitante ad Osmate.
9) Gesiolo: piccola cappella campestre situata sulla strada che porta verso Brebbia. Un tempo queste strutture avevano la funzione di riparare i contadini nei campi durante le improvvisi piogge ed erano anche il luogo dove si pregava per la buona riuscita del raccolto e si benedicevano buoi e asini utilizzati per l'agricoltura e l'allevamento (v. Biandronno n. 9).
10) Martinello: strada consorziale oggi non più individuabile attestata nelle carte del Catasto Regio del 1905.
11) Mogno: in dialetto noto come Mügn. È una zona pianeggiante che porta verso Monate, ora area residenziale. L'etimologia del termine è dubbia ma si possono riconoscere due forme di riferimento. Il termine mògn nei dialetti alto milanesi può voler dire "umido", ma indica anche "un tipo di foraggio scadente". In milanese esiste, però, anche il termine mognon "salice" e la presenza di questa pianta in area lacustre è da sempre significativa per le comunità locali.
Ferrante Rittatore Vonwiller. Appassionato ricercatore, innovatore e entusiasmante divulgatore
Ferrante Rittatore (1919-1976, solo nel 1953 aggiunse il cognome materno Vonwiller) nacque a Milano il 2 febbraio 1919 e fin da bambino mostrò un'innata passione per l'archeologia. Si laureò a Firenze nel 1942 e fu Medaglia d'argento a El-Alamein e medaglia di bronzo nella Guerra di liberazione.
Dal 1946 fu assistente alla cattedra di Paletnologia dell'Università di Milano, dal 1952 libero docente e quindi incaricato di Paletnologia prima nella Facoltà di Scienze, poi in quella di Lettere dal 1966. Direttore del Museo Civico Archeologico "P. Giovio" di Como dal 1962 al 1976, ispettore onorario per la preistoria in Lombardia, condusse numerosissime ricerche su tutto il territorio nazionale (in Veneto, Emilia Romagna, Piemonte, Toscana, nel Lazio e nel Gargano).
Rittatore condusse lo scavo della necropoli di Canegrate con estrema passione e competenza in un momento storico in cui l'archeologia stava muovendo i primi passi verso lo sviluppo di una metodologia scientifica.
Lo scavo scientifico e in estensione, la documentazione, lo studio e la ricerca furono condotti con metodologie d'avanguardia per quei tempi.
Inoltre riconobbe l'importanza di questo ritrovamento e propose di chiamare la facies archeologica, fino ad allora sconosciuta, "cultura di Canegrate", divulgandone la conoscenza con pubblicazioni scientifiche anche a livello internazionale. Affermò infatti: «Canegrate è molto più importante dei precedenti ritrovamenti per il numero e la ricchezza delle tombe rinvenute, tanto che si può proporre di chiamare cultura di Canegrate questa facies la cui esistenza non era stata fin'ora conosciuta>>.
Fu un appassionato divulgatore, capace di stimolare la curiosità, e si dedicò con entusiasmo, per tutta la vita, alla ricerca e alla valorizzazione. Ne sono testimonianza non solo le numerose pubblicazioni scientifiche, anche a livello internazionale, dedicate a questa importante scoperta, ma anche le conferenze organizzate per i cittadini.
 
 
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25 Gennaio 2024 - giovedi - sett. 04/025
redigio.it/rvg100/rvg-04-025.mp3 - Te la racconto io la giornata
Cosa ascoltare oggi.
redigio.it/dati1901/QGLF070-villa-comabbio.mp3 - Una villa romana nei dintorni del lago di Comabbio - 8,22
Storie di Milano - El nost Milan in casa Merini
Non si può immaginare Milano senza l'irriverente ironia della sua lingua che non ha risparmiato nemmeno luoghi e avvenimenti
Una caratteristica di Alda Merini era la capacità di trasfigurare la tragedia in commedia. L'aiutava il dialetto milanese: quando era arrabbiata le veniva ancora meglio. Ho lavorato quasi quindici anni al suo fianco e come gli altri amici che l'hanno conosciuta bene, insieme alla poesia, che le era stata donata dal Cielo e di cui era portatrice naturale, Alda era un genio comico. In pochi istanti riusciva a guardare e a far vedere agli altri una situazione effettivamente tragica, che lei trasformava in qualcosa che poteva far ridere fino alle lacrime. Il dialetto milanese, con la sua ironia e il suo humour, l'aiutava a trasformare quello che la affliggeva in qualcosa di allegro. Ricordo un giorno con lei molto cupo. Alda sul letto, fuori pioveva. Un silenzio angoscioso nella stanza, finché Alda iniziò improvvisamente un monologo che sembrava uscito da El nost Milan: protagonista un ubriaco, che aveva scambiato un palo della luce per una signora. Un'improvvisazione di oltre mezz'ora.
lda impersonificava l'ubriaco che in dialetto milanese tentava di comunicare con l'immaginaria signora, che era il palo della luce. Così la giornata si trasformava. La pioggia e la cupezza erano diventati elementi necessari per il monologo, perché l'ubriaco si trovava effettivamente di notte, da solo, sotto una pioggia scrosciante, cercando di intravvedere il viso della signora che non rispondeva mai.
Ricordo le lunghe telefonate nelle quali Alda mi dettava poesie sublimi, per passare poco dopo a una bar- zelletta: poi ridendo metteva giù il telefono. Così era: pura poesia e pura allegria. Un giorno Alda chiamò il suo grande amico Alberto Casiragy. Era disperata: <<Ier sera seri dre' a pensàa de mazzam...».
Alberto le rispose: «Ma Alda, non hai appena man giato? Ma scrivi una poesia e lasciamo perdere, perché la vita è più forte della morte».
E l'Alda iniziò a dettare: «Quando cade una rosa / e viene riassorbita dalla terra / e la sua carne di fiore diventa spirito, / la terra piange per questa sua morte. / Così io piango perché tu sei caduto / nel mio grembo, inaspettatamente».
Così la poesia, insieme all'innata allegria e alla voglia di vivere, erano le sue misteriose forze. Con il dialetto sempre accanto.
MANGIARE, PER TENERE IN VITA IL CERVELLO (1/2)
Non c'era penuria di cibo, ma solo penuria di soldi. Pochi erano i soldi, molto pochi, e bisognava tirare la cinghia. Però non ho mai sentito dire che qualcuno fosse morto di fame. Magari si viveva di uova (per chi aveva le galline) di galline quando finiva la stagione produttiva delle uova (galina vegia fà bon brod) e di patate come è capitato a me. No la fame non l'ho mai patita. A volte un pasto (e non qualche volta solamente) consisteva in una scodellona da due litri colma di minestrone. E che minestrone: gambe di sedano, fagioli, carote, patate, foglie di verza intere, riso o pasta a piacere, qualche volta ne' riso ne' pasta, ma solo verdura. Cotta e ricotta ma mai frullata.
Il condimento consisteva in un po' d'olio, un pizzico di burro, e una bella fettona di lardo dalla larga e viva vena rossa.
La carne si comperava solo una volta la settimana per il brodo del risotto della domenica. Quanti piatti di risotto ci sono nella mia vita, tanti quante le stelle della via lattea: coi fegatini, con la luganiga, con i ossbus, coi bruscitt, con lo zafferano, coi funghi, ul ris in cagnon, ul risott in padela (coi fagioli e le patate). Quel riso che in tempo di guerra andavamo a barattare, in bicicletta, fino a Cameri, a Trecate, a Cerano.
Cotto in bianco con un goccio d'olio e con un po' di burro, o con un cucchiaio di salsa o di pesto, cotto col latte e con le rape, o compresso in polpette.
E la "buseca" (trippa), mangiare popolare, ma gustoso con quei fagioli borlotti o di Spagna che mi ricordavano sempre quel verso dantesco che dice: "ed elli avea del cul fatto trombetta" e la "cazola" che mia mamma preparava il giorno prima cuocendo per delle ore di fila le foglie delle verze che alla fine si riducevano a un decimo del volume iniziale.
Toponini di CADREZZATE
12) Moncalvo: altura di circa 300 metri a sud del paese al confine con i comuni di Osmate e Capronno, che i locali chiamano Muntcalv. Il toponimo è frequente anche in altre zone della Lombardia e d'Italia (cfr. Moncalvo località di Versiggia -PV-)42. Il nome, con tutta probabilità, richiama le caratteristiche di un monte poco ricoperto da alberi e arbusti (v. Comabbio n. 19).
13) Monteggia: noto come Muntége, è una piccola altura che si incontra a nord-ovest del paese sulla strada che porta verso Brebbia. Olivieri segnala in alcune carte del XIII secolo un loco Montegia (de Brebia3). Oggi il nome è legato a quello di un ponte: è infatti noto a tutti i locali il Ponte di Monteggia. Il nome si rifà al latino monticulus per indicare una piccola altura. Il toponimo è largamente presente in tutta la Lombardia con altre forme e diverse desinenze suffissali (cfr. Montecchio -CO-, Montecchie -LO-)44.
14) Montelungo: in dialetto Munteslüngh, è un poggio che si estende più in lunghezza che in altezza localizzabile tra l'area del Rondegallo e quella della Baraggiola.
15) Motta Pianca: il toponimo ricorre in dialetto come Mööt Pianch, ma qualche parlante locale è solito citarlo anche come Bianch, termine più noto e trasparente. L'altura si trova a ridosso della più alta zona detta Motte e si colloca all'intersezione delle strade che da Cadrezzate portano a Ispra, Capronno e Travedona. Motta è nome di vari luoghi lombardi con il significato di "mucchio di terra". L'origine è sicuramente da ricercarsi nel latino volgare mutta, forse originato da una base celtica muts. Una possibile interpretazione per Pianca può essere cercata nel termine tardo latino planca (o palanca) con il significato di "superficie liscia anche in pendio" (cfr. Pianca, località sopra a Mandello -LC-, Pianca frazione di San Giovanni Bianco -BG-)46.
L'organizzazione della necropoli
Non è possibile definire con precisione l'estensione della necropoli di Canegrate, il numero di tombe e la loro precisa disposizione. Al momento delle campagne di scavo, infatti, alcune zone del sepolcreto erano precluse all'indagine per la presenza di edifici o già intaccate dalle attività di cava.
L'area indagata da Ferrante Rittatore dal 1953 al 1956 è una fascia di 42 m in senso ovest-est e di 19 m in senso sud-nord, per un totale 680 mq. Tuttavia, tenendo conto delle scoperte iniziali documentate dall'ing. Sutermeister nella cava Morganti e nella proprietà Rimoldi, è probabile che la necropoli si estendesse per 65 m in senso ovest-est e occupasse oltre 1200 mq.
A non grande distanza, inoltre, vi erano forse anche altre aree di sepoltura: ad esempio la tomba rinvenuta 600 m a sud, presso la scuola dell'infanzia, nel 1954, può appartenere a un diverso nucleo di tombe.
Il numero di sepolture rinvenute tra 1953 e 1956 è di 164. Questo valore però non è realistico: nell'area della casa Colombo potrebbero esservi state circa 50 tombe, altre decine potrebbero essere state distrutte nella zona orientale della necropoli, fortemente intaccata dalla cava Morganti. È verosimile che le tombe fossero almeno 300.
Osservando la planimetria di scavo, la disposizione delle sepolture appare a tratti più rada, a tratti invece abbastanza fitta. Si riconoscono infatti zone di maggiore densità, in cui le tombe risultano anche a contatto e potrebbero suggerire legami familiari. In questo caso è plausibile che vi fossero segnacoli o elementi per distinguere i vari nuclei.
Durante lo scavo sono state individuate anche alcune aree carboniose, a volte caratterizzate dalla presenza di cocci e ossa combuste, che Rittatore interpretò come aree di cremazione (ustring).
Rituale funerario e strutture tombali
Il rituale funerario della cultura di Canegrate è la cremazione esclusiva. È questa la pratica funeraria prevalente nella tarda età del Bronzo (dal XIII secolo a.C. circa) anche in Italia nord-orientale e in ampie aree a nord delle Alpi dove, data la presenza di estese necropoli a cremazione, si è parlato di cultura dei Campi di Urne.
Le tombe sono costituite da un pozzetto in cui è deposta l'urna cineraria e che è colmato, nella maggior parte di casi, con la terra carboniosa del rogo. Si tratta quasi sempre di pozzetti in nuda terra, talora con una pietra sul fondo e una a copertura. Fanno eccezione alcune tombe con ciottoli a rivestimento delle pareti (t. 75, t. 98) o disposti a formare una specie di cista litica a protezione dell'urna (t. 9), nonché prive di cinerario, con le ceneri coperte da qualche frammento ceramico.
Le tombe di norma sono singole e contengono una sola urna, priva di ciotola- coperchio. Vi sono tuttavia pozzetti utilizzati per più ossuari e pozzetti con un solo ossuario ma contenente deposizioni multiple. Ad esempio, nell'urna della t. 9 erano sepolti 5 individui subadulti, di età tra 1 e 10 anni, mentre l'urna della t. 25, bisoma, conteneva un adulto di genere non specificato e un bambino. Situazioni di questo genere sono solitamente riferite a decessi simultanei e a individui con un legame di parentela o affettivo.
Un aspetto caratteristico del rituale consiste nella posizione capovolta dell'urna, cioè con la bocca rivolta verso il basso, che a Canegrate riguarda quasi la metà delle tombe analizzabili. Il fenomeno è stato ricondotto al genere del defunto, poiché i corredi con elementi segnatamente maschili, come le armi, hanno l'urna capovolta, mentre quelli femminili hanno l'urna dritta. Urne capovolte sono documentate anche in altri contesti della cultura di Canegrate, come a S. Jorio di Locarno e ad Appiano Gentile (CO).
Si parla di "orientamento bipolare secondo il genere"; spesso le comunità protostoriche regolavano l'uso dei sepolcreti - e talora anche l'accesso - secondo parametri legati al sesso, come sembra in questo caso, all'età, al lignaggio e ad altre condizioni significative per i codici che ne definivano l'articolazione sociale.
 
 
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26 Gennaio 2024 - venerdi - sett. 04/026
redigio.it/rvg100/rvg-04-026.mp3 - Te la racconto io la giornata
Cosa ascoltare oggi.
redigio.it/dati1901/QGLF069 -lago-comabbio.mp3 - Cenni storici sul Lago di Comabbio - 5,06 - rvg
La colonna del diavolo (Basilica di Sant'Ambrogio)
Milano anche il diavolo ci ha messo lo zampino, anzi, le corna. E le ha lasciate impresse in maniera indelebile nella colonna romana posta a sinistra dell'ingresso della Basilica di Sant'Ambrogio, dove a circa un metro di altezza dal suolo sono visibili due fori perfettamente rotondi. Secondo un'antica leggenda, il diavolo avrebbe tentato il vescovo Ambrogio in persona, per farlo vacillare dalla sua fede, ma in cambio avrebbe ottenuto solo un fortissimo calcio, finendo per piantare le corna contro la colonna, prima di sfuggire al vescono dileguandosi attraverso i due fori. La colonna in questione è un resto dell'antico palazzo imperiale fatto erigere da Massimiano nel III secolo, quando l'antica Mediolanum era capitale dell'Impero romano d 'Occidente. In ricordo di questo avvenimento, si dice che talvolta dalla colonna escano effluvi solforosi, e che la domenica che precede la Pasqua il diavolo faccia ancora la sua comparsa alla guida di un carro che carica le anime dei dannati da portare all'Inferno.
MANGIARE, PER TENERE IN VITA IL CERVELLO (2/2)
E le cotiche belle grasse con qualche pelo refrattario alle raschiate del "salamat" e le costine non spolpate, ricche di carne. E l'odorino che usciva invisibile ma stuzzichevole in cortile e arrivava fino in piazza. La cottura era lunga e meticolosa. "Ul fa bon" delle cotiche e delle costine doveva impregnare le verze che prendevano una colorazione quasi bruno-bluastra.
Ut unum sint. Davvero verze, brodo, cotenne e costine dovevano diventare una cosa sola.
L'insalata "di patati e fasoeu" con un po' d'aglio e abbondanza di prezzemolo; olio, sale, lardo venato o pancetta, con una presa di sale; polenta bergamasca coi bruscitt o col merluzzo cotto nel latte: castagne cotte mangiate col latte appena riscaldato; pan cotto col "pane giallo" che si faceva cuocere nel forno comunale che c'era in piazza e che doveva durare una settimana intera.
Insieme si cuoceva anche il pane uvetta (con l'uva secca e dolce: uva sultanina) e fichi; la "paciarota" (avanzi di minestra con pane giallo), la quagiàa: latte cagliato che si raccoglieva in un grande tovagliolo perché ne sgocciolasse l'acqua e che mangiavamo zuccherata: quel che restava era la "furmagina" che si gustava in tante maniere diverse: al naturale, sulla insalata verde o insaporita col sale e pepe. E 'I "sancarlin"? E' proprio una fortuna non essermi mai mancato l'appetito e che stomaco e fegato abbiano sempre funzionato a meraviglia! I disnà da spus, i banchetti annuali dei coscritti, le commemorazioni solenni di feste speciali, dei trentesimi o quarantesimi di matrimonio erano vere e proprie "cerimonie mangiatorie", e duravano ore e ore. Durante il loro svolgimento capitava di tutto: cantare, ballare, mangiare, e ancora mangiare, ballare e cantare: pareva che non dovesse finire mai. E bere, bere, bere: vini corposi di alta gradazione (non conoscevamo la birra).
Vini pugliesi pigiati nelle cantine della cooperativa che si spillavano addirittura dalla botte. Quando si metteva mano al vino prodotto in loco, nostro orgoglio e vanto enologico, (ul strasciapata) i bevitori perdevano subito la trebisonda, provavano difficoltà non solo a camminare, ma perfino a stare in piedi.
Ah, che vino: si diventava subito brilli e che potere diuretico, aveva! (ecco il perché dello "strasciapata").
E per finire: chi a Verghera mangia ancora la rusumàa? Bianco d'uovo sbattuto a neve, latte tiepido appena munto e vino rosso: un miscuglio che per uno stomaco delicato era come mangiare qualcosa di indigeribile.
Era forte la rusumàa e pesante, difficile sì da digerire, ma aveva un profumo tutto particolare, una delicatezza da non dire e una bontà da nettare degli dei.
Che vita beata quando eravamo poveri e semplici !
Toponini di CADREZZATE
16) Motte: in dialetto Mööt, è la maggior altura di Cadrezzate e sulla sua cima si ergono la Cascina Castello e la Cascina Belvedere. Il Mööt (in dialetto la voce è maschile) è raggiungibile tramite la vecchia strada che da Cadrezzate portava a Ispra, oggi sostituita dalla Strada Provinciale. Un tempo ospitava le numerose vigne presenti in zona che venivano coltivate attraverso ampi terrazzamenti che hanno plasmato la forma del Mööt con i caratteristici gradoni, ancora oggi scorgibili nonostante l'abbandono delle vigne.
17) Novelle: strada oggi non localizzabile registrata sulle carte del Catasto Regio del 1905.
18) Padolette: strada che continuava un tempo il Rossino. Entrambi i toponimi oggi non sono più conosciuti. Le voci sono tratte dalle carte del Catasto Regio del 1905.
19) Passeraccio: zona boschiva che si inserisce tra la strada che porta verso Ispra e la strada che gira verso il limitrofo comune di Capronno. Il nome sembra essere trasparente e potrebbe suggerire un antico luogo di caccia agli uccelli (v. Comabbio n. 30).
20) Pauretta: strada di incerta localizzazione, forse da individuare nella zona est del paese in un'area adiacente al lago. Il nome potrebbe risalire alla voce dialettale pau "palude" con la presenza del suffisso di diminutivo -èta in dialetto e -etta in italiano. Notiamo anche in questa voce il rotacismo della laterale. Un'altra difficile ipotesi etimologica fa risalire la voce al nome pauràt che in dialetto sembra designare "il conoscitore e frequentatore della palude"47
21) Persico: strada oggi non ben localizzabile e documentata in carte notarili di fine Ottocento, che si presuppone congiungesse il centro del paese al Lago di Monate. Il pesce persico, insieme alla tinca e al cosiddetto lavarello, è la risorsa principale per i pescatori della zona.
1. Le prime civiltà della pianura padana
I primi sicuri segni della presenza dell'uomo nel nostro territorio risalgono al secondo millennio avanti Cristo, quel periodo che va sotto il nome di età neolitica e che ha come centri principali, a noi vicini, l'Isolino del Lago di Varese e la Lagozza di Besnate. Erano villaggi di palafitte, con economia agricola e pastorale. Dai reperti conservati nei musei di Milano, Varese, Gallarate e Legnano, possiamo capire che già vi si lavoravano il lino e la lana.
L'epoca successiva (tarda età del bronzo) è caratterizzata dalla "cultura" di Canegrate, che prende nome da una necropoli ritrovata nei pressi di quella cittadina, vicino a Legnano. Ceramiche, bronzi, armi, spille e collane testimoniano di una civiltà più evoluta, che, dai confronti effettuati dagli archeologi, rivela sorprendenti somiglianze con usi e costumi di popoli d'Oltralpe dello stesso periodo.
All'età del bronzo segui l'età del ferro, che vide la fioritura, nel nostro territorio, dell'importante civiltà di Golasecca, protrattasi nel tempo dall'800 fino al 400 a.C.. La necropoli (località non troppo distante dall'abitato, ove si seppellivano i morti), il cui primo scavo sistematico risale alla fine del secolo scorso, ci ha mostrato i notevoli progressi nella tecnica e nell'arte compiuti dagli abitatori, sicuramente di stirpe ligure, di Golasecca, collocata poco a Sud di Sesto Calende, cosi da dominare la via di comunicazione naturale del Ticino.
Proprio lungo e attraverso il fiume, Golasecca commerciò con popolazioni anche lontane e sicuramente più evolute, come gli Etruschi; questi le trasmisero, fra l'altro, l'alfabeto come ci rivela la stele di Vergiateora al Museo Archeologico di Milano che è senza dubbio la più antica testimonianza dell'uso della scrittura nella nostra zona.
Ai Liguri di Golasecca si sovrapposero nel V secolo a. C. popolazioni celtiche, tra le quali gli Insubri, che la tradizione vuole fondatori di Milano. Queste nuove popolazioni non cancellarono la civiltà precedente, ma imposero unicamente la loro superiorità militare, che tuttavia crollò nel momento in cui Roma conquistò la pianura padana, dopo la battaglia di Clastidium - l'odierna Casteggio, presso Pavia - nel 222 a.C..
Cosa e' il rotacismo
Il rotacismo nella lingua lombarda
Nella variante milanese della lingua lombarda, la -l- intervocalica era comunemente sostituita da -r-, mentre nel dialetto moderno questa caratteristica tende a scomparire.
Nei dialetti della Lombardia occidentale il rotacismo è in generale arretramento, in particolare nella città di Milano: qui sopravvivono comunque forme come vorè (volere), varè (valere), dorì (dolere), cortèll (coltello), scarogna (scalogna), pures (pulce), sciresa (ciliegia), carisna (caligine), regolizia o regorizia (liquirizia), mentre risultano scomparse forme come ara (ala), candira (candela), sprendor (splendore), gorà (volare), gora (gola), Miran (Milano) e scœura (scuola); [2] Queste ultime forme sono ancora rintracciabili nella periferia milanese e nelle altre province lombarde, in particolare nelle aree montane e rurali.
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27 Gennaio 2024 - sabato - sett. 04/027
redigio.it/rvg100/rvg-04-027.mp3 - Te la racconto io la giornata
Cosa ascoltare oggi.
redigio.it/dati1901/QGLF048-comabbio-telefono.mp3 - Nei nostri paesi intorno al Lago di Comabio, arrivo' il telefono - 3,12 - #36 #48 rvg
La scrofa semilanuta - (piazza dei Mercanti, palazzo del Broletto Nuovo)
La piazza dei Mercanti è uno dei luoghi più antichi di di Milano. Un tempo era il centro da cui si poteva accedere alle sei vie dedicate alle corporazioni di arti e mestieri della città: Armorari, Orefici, Cappellari, Spadari, Speronari e Fustagnari, alcune dell e quali sopravvissute nella toponomastica della città moderna. Con la splendida Loggia degli Osii, risalente a oltre settecento anni fa, l'antico pozzo e il Broletto Nuovo, la piazza custodisce anche il più antico simbolo della città: la scrofa semilanuta, visibile nel bassorilievo de l secondo arco del Broletto Nuovo e tra le zampe dell'aquila che è posta sul balconcino della Loggia. La leggenda narra che questo animale dall'aspetto poco familiare sia stato il simbolo della città prima dell'età comunale e del biscione, e sia ricollegabile alla fondazione di origine celtica - narrata anche da Tito Livio nelle sue Historiae - ad opera di Belloveso, il quale, interrogati gli oracoli in merito al sito dove far sorgere le fondamenta della città, ebbe questa risposta: «Una porca di lana ricoperta segni il principio alla cittade e il nome». Ed ecco sorgere Mediolanum.
Olì da merluzz
Questo era invece il ricostituente per eccellenza. Quando andavo ancora all'asilo prima del pranzo del mezzogiorno, la suora Davida ci metteva tutti in fila indiana, e dalla bottiglietta di ciascuno, ci metteva in bocca una cucchiaiata del liquido grasso e incolore e subito dopo, direttamente nella bocca ancora spalancata, un bombon dolcificante. Ciascuno possedeva la sua bottiglietta da oli da merluzz e aveva il cucchiaio personale. Poiché siamo all'asilo, restiamoci. Quando era di turno la minestra noi bambini ci divertivamo a togliere tutti i fagioli che mettevamo nel fazzoletto e schiacciavamo sulla fronte ricavandone una specie  di focaccetta che divoravamo come se fosse stato cibo degli dei. Era la figascèta. Ciascuno di noi aveva anche in dotazione il flacone dello sciroppo Famèl specifico contro la tosse e la bronchite leggera. Per detti disturbi ci facevano bere decotti ottenuti bollendo i bisìi (le ortiche) i barbìs dul frumenton (le barbe del granoturco) i fiur dul sambùg (i fiori del sambuco): se le affezioni erano di lieve entità. La farmacopea contadina era ricca di risorse che costavano poco o niente ed era facile trovare un po' dappertutto. Malattie e medicine: senza volerlo il pensiero corre al dottor PURGONE di Molière.
Toponini di CADREZZATE
22) Peverascia: è il nome di un prato non molto esteso a sud-est del centro del paese che ospitava forse un tempo la peverascia, in italiano nota come "centonchio": erba infestante che fiorisce spontaneamente durante tutto l'anno per lo più accanto ai muri e nelle strade non selciate. (cfr. Peveranza frazione di Cairate -VA-)48.
23) Piaggiolo: area pianeggiante a ridosso del Lago di Monate. Il nome può essere ricondotto al latino plaga "pianura""" continuato in dialetto prima e in italiano poi con un diminutivo (cfr. Piaghedo, frazione di Gravedona -CO-)50.
24) Porà: toponimo registrato sia nelle carte del Cessato Catasto Lombardo del 1860 sia nelle carte del Catasto Regio del 1905. Oggi se ne ignora la localizzazione. L'etimologia del termine è incerta: potrebbe valere o "poroso", come riferimento al terreno, o "piantato a porri" (cfr. Porè -LC-)51 per il tipo di coltivazione in esso praticata 2 (cfr.
25) Prada: toponimo frequente che continua il plurale del latino pratum. La voce è presente in molti luoghi della Lombardia con suffissi differenti (cfr. Pradazzo -CR-, Pradella -CR- Pradera -SO-)53.
26) Prati Grassi: il toponimo riferisce delle qualità ottimali per la coltivazione di quel terreno. L'aggettivo "grassi" infatti è riconducibile al termine "grasso" apposto a molti toponimi in Lombardia (cfr. Abbiategrasso -MI-, Bulgarograsso -CO-)54
27) Preda del Vassallo: toponimo che designava con molta probabilità una grande masso (préda "pietra" dal latino petra attraverso la forma metatetica *preta) presente in un terreno dato in custodia ad un vassallo. Non è da escludere la possibilità che "vassallo" si riferisca ad un cognome o soprannome di un antico proprietario.
28) Quadro del Morone: il toponimo è composto da due nomi. Il primo probabilmente fa riferimento o alla forma del campo o ad una unità di misura di estensione (cfr. Quadro località di Casteggio -PV)55. Il secondo è riconducibile alla voce dialettale morón "gelso" (cfr. Morona e Morone località presso Casteggio-PV-)56.
Busto Arsizio - cap. 7 (3/4)
Si vedono da lontano guizzi di luce (lo ha racconato un testimone oculare), si sente sempre più insistente il rombo del cannone. Mezza Busto, che durante la notte si era riversata a Lonate Pozzolo per vedere la 2° divisione sarda che aveva passato il Ticino e puntato su Castano, il mattino del 4 si riversa a Castano e a Vanzaghello dove dicono siano arrivati i bersaglieri, che invece sono a Corbetta. Altri si spingono anche più avanti, verso Cuggiono e Magenta: sono l'avvocato Travelli, un Antonio Ballarati e certo Bruschetti.
Questi spostamenti frenetici di torme di gente « che vuol vedere » sono incredibili. Mentre le strade sono ingombre di cariaggi di ogni sorta che ostacolano la marcia delle divisioni, al punto che più volte i soldati sono costretti ad abbandonare le strade per buttarsi attraverso i campi incontro al nemico, i popolani si muovono, a frotte di invasati e di curiosi che saltano siepi e traversano i terreni coltivati, e si trovano più volte nel pieno della confusione di una battaglia che, come questa di Magenta, ancora a tarda sera, non si riesce a capire chi l'abbia vinta.
È notte alta, il cannone non ha ancora smesso di brontolare di lontano, e già passano in Busto, mentre tutti vegliano e sono per le strade, i primi fuggiaschi e i primi feriti. Sono gli austriaci - formidabili vecchi soldati che hanno disperatamente tentato di salvare l'onore; sono i turcos, soldati marocchini, abilissimi maneggiatori di coltello (hanno sempre combattuto solo alla baionetta, e andavano contro il nemico con furia incredibile, spaventosamente trasformati in ossessi, urlando, saltando, agitandosi per stordire e impaurire gli avversari); sono i bersaglieri del 9° battaglione del generale Fanti, che hanno combattuto a Marcallo. Cercano acqua e pane e bende, e gli ussari dell'Urban non sono più i prepotenti di prima.
L'Urban, che viene da Abbiategrasso, dopo aver perso, in questi giorni, tempo prezioso intorno a Busto (e una parte della colpa della disfatta è stata proprio attribuita al suo mancato intervento) nell'inoltrato pomeriggio del 4, con grande spavento degli abitanti, è di nuovo in paese con 3000 uomini; fa legare le campane per paura di sommosse, mette tutto a soqquadro, perquisisce, si fa consegnare scorte di viveri e, il mattino del 5, è sulla Piazza Santa Maria, vuole tutta la posta, apre ogni lettera e butta a terra quelle che non lo interessano; poi, improvvisamente ordina la partenza. Si racconta che, in questo momento, davanti agli occhi stupefatti dei bustesi, butta sul banco dell'Albergo d'Italia una moneta da venti franchi con l'effige di Napoleone, e dice: « il vostro amico sarà qui a momenti ».
Una singolare avventura aspetta i tre bustesi che, dopo aver passato la notte per i campi fra il tuonare e il lampeggiare furioso della battaglia di Magenta, il mattino, mentre si aggirano ancora fra le campagne biancheggianti dei nastrini delle cartucce strappati coi denti, in mezzo a feriti che urlano e ai morti che ingombrano strade e fossati, vengono avvicinati da due generali che arrivano a cavallo, seguiti da uno stuolo di ufficiali. Uno di essi li interroga, e risponde per tutti l'avvocato Travelli. Riferisce che l'Urban è ormai partito da Busto coi diecimila uomini della sua divisione, in ritirata verso Legnano. Il generale gli chiede come sappia che gli uomini dell'Urban siano proprio diecimila e il Travelli risponde di saperlo per avere egli controllate, proprio in quei giorni, le note relative alla requisizione del pane. Il generale, che è il Mac-Mahon, da pochi minuti duca di Magenta, si volta all'altro per riferirgli ed i nostri si accorgono esterefatti che si tratta di Napoleone, Imperatore dei Francesi.
Gli uomini che intanto sopravvengono da Busto e dai paesi, non sanno ancora rendersi esatto conto di quel che è successo durante la notte. I primi che passano per Castano si vedono intimare l'alt da una sentinella del Saluzzo che, sentito della fuga dell'Urban si mette a saltare dalla gioia. Poi, man mano che si avvicinano a Magenta, i morti e i feriti, che si trovano dappertutto, inducono molti dei nostri ad arruolarsi per la raccolta e per la sepoltura.
 
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28 Gennaio 2024 - domenica - sett. 04/028
redigio.it/rvg100/rvg-04-028.mp3 - Te la racconto io la giornata
Cosa ascoltare oggi.
redigio.it/dati1901/QGLF046-stanghe-asini.mp3 - Stanghe e asini nei paesi del lago di Comabbio - 4,30 #36 #48 rvg
La Foca barbisa - (Il tram per la pulizia delle strade)
Il nome riecheggia ancora nella memoria di molti milanesi, ma forse si è persa traccia della sua origine, e dunque la Foca barbisa sembra appartenere alla schiera degli animali mitologici. Al contrario, si tratta dell'ennesimo esempio di efficienza ambrosiana. All'inizio del Novecento, infatti, per mantenere pulite le strade polverose della città, in gran parte ancora in terra battuta, l'amministrazione comunale decise di riadattare alcuni tram installando sulle carrozze - per l'occasione dipinte di grigio, per distinguerle da quelle adibite al trasporto dei passeggeri - delle capienti cisterne d'acqua che alimentavano due potenti getti situati nella parte anteriore della vettura. Al suo passaggio, il tram grigio sputava fiotti d'acqua ai due lati e pareva veramente una foca con i baffi. Ma non fu l'unico tram a meritare un divertente soprannome: prima di lui c'era già stato il Gamba de legn, e più tardi arriveranno le Gioconde, i tram funebri che portavano le salme al camposanto.
UL CAMP DI CENT PERTIGH
Non si finisce mai di sudare e soffrire in quel campo immenso, senza fine, che è il simbolo della vita. Semm sempar da capp: sempre da capo. 'Na olta la caazaia, 'na olta prima da rià nanca a metà, 'na olta un po' prima da ria in fond. In principio, a metà, in fondo. In fondo, a metà, in principio. Si capovolge il ruolo dell'operare, cambiano i momenti. Ma è sempre la stessa favola antica. Avant e indre e po' sa turna dal fond a la caazaia.
O Madona l'è '1 camp di cent pertigh, era questa, immancabile, l'esclamazione di rammarico, quando si doveva incominciare a tagliare il prato, a mietere il frumento, a cogliere il granoturco o cavare le patate, nel campo grande quello riservato alle coltivazioni più importanti.
Al finiss pù: non finiva mai. Si incominciava col fresco, di buon'ora. Ma man mano che il sole saliva alto nel cielo e si facevano sempre più sentire e il caldo e la fatica: o Signur sem chi ancamò in principi. Incò a emm a cà pù. A sera si andava si, a casa. Stanchi e soddisfatti. Era la schiena il punto dolente. Stanchi morti noi bambini. Ma soddisfatti i vecchi perché quel giorno i ean riàa in fond al camp di cent pertigh. Ora che la vita volge al tramonto illuminata da vespero, la stella della sera, ora che è il momento, come diceva il mio professore del liceo, di tirare i remi in barca, di fare un po' di conti, mi pare di essere ancora curvo a raccogliere nel cavagno le patate di una annata lontana, proprio lì dove comincia la caazaia. Mi pare di non essermi mai mosso da quel posto. Guardo in giro: frumento, gelsi, siepi, la strà Casta la stradicciola che portava a Castano Primo e ul camp di cent pertigh, cioè la nostra vita dove ognuno di noi ha avuto, anche se non vista, la sua stella cometa.
ALL'OMBRA DEL CAMPANILE - Le campane   (1/2)
Nel 1680 il nostro campanile aveva solo due piccole campane ; una venne venduta e portata a Turbigo (20 febbraio 1688), l'altra, venduta e mandata a Milano, due mesi dopo.
All'inizio del XVIII secolo, sul campanile di Verghera erano installate tre piccole campane. I fedeli si lamentavano per la pochezza delle campane e il parroco don Lepori pensò bene di indire, nei primi di gennaio del 1785, una sottoscrizione tra le poche famiglie che contava la comunità per poter dotare il campanile di campane più grandi e sonore.
Capitò proprio allora l'occasione di acquistare le tre campane del monastero delle suore di S. Michele di Gallarate appena soppresso. L'acquisto "costò" ai vergheresi la bella cifra (per quei tempi, naturalmente) di £. 2982 e se ne incaricò Giuseppe Locarno, con l'assistenza del suo parroco.
Dunque campane più grandi e sonore che, con buona pace dei vergheresi, andarono a sostituire quelle precedenti, vendute a loro volta ai cittadini di Lonate Pozzolo.
Ma col passare del tempo non soddisferà più l'ambizione dei fedeli nemmeno l'ultimo "lotto di bronzi" acquistato. I paesi vicini vantavano campane più rispettabili: non erano motivi di carattere religioso alla base del mal contento, ma di orgoglio municipale ferito e umiliato, era pura e semplice invidia.
Aumentava la popolazione della ex cascina (800 anime in tutto) e aumentava anche il benessere; in mezzo al popolo dei contadini si facevano strada i mercanti, gli esercenti, i negozianti. Ed ecco che nel 1884 il parroco don Luigi Brambilla dovette capitolare: fece togliere dal campanile le campane in attività, furono spezzate e fuse nel nuovo concerto di cinque campane" che ancora oggi, dalla cella campanaria, guarda dall'alto il paese di Verghera che cresce sempre più in uomini, in case e in ricchezza (e in sapienza?),
E adesso seguiamo le varie peripezie cui si dovette sottostare per la realizzazione, il trasporto, la messa in opera e la benedizione delle campane e il corteo dei carri (14) che le portarono nella loro nuova dimora; lasciamo la parola al maggior protagonista di questa vicenda "canora", cioè al parroco di allora Don Luigi Brambilla. Dovette essere una manifestazione davvero unica e suggestiva.
Parla il parroco: "Il peso complessivo delle tre campane esistenti era di Kg. 830, fuse nel 1771 dalla rinomata ditta Comerio (di Busto Arsizio?). Nel 1884, essendo il castello delle campane in completo disfacimento, si pensò di rinnovarlo costruendo un cupolino che rialzasse e desse ornamento al campanile, e istallando un nuovo concerto di cinque campane.
Fu nominata una commissione per realizzare detta opera. Venne scelta la ditta Barigozzi di Milano e il concerto fu stabilito in mi-bemolle. Le tre vecchie campane vennero inviate a questa ditta e venne fissato il 25 Settembre 1884 come giorno per la fusione.
La mattina del 25 Settembre, alla presenza di una rappresentanza di vergheresi, che passò la notte precedente vigilando il forno di fusione nel quale erano già state messe le campane vecchie ridotte a pezzi, ebbe inizio l'importante operazione della fusione, che riuscì ottimamente.
Ul nom da batesim
Ambra, Giada, Ivan: modernità. Carlo, Mario, Giovanni, Giuseppe, Francesco, Luigi: addio, nomi di una volta. Ambrogio? A Milano è quasi più facile trovare un Gennaro o un Salvatore nato da milanesi che un Ambròs, frutto di amore meneghino. Càmbia tuscoss. Il nome non è più nome tradizionale di famiglia, omaggio alla memoria del nonno o del genitore morto, ricordo e rinnovo di un passato famigliare da non dimenticare, eredità ricevuta e da trasmettere. Qui parlo del nome, ma non si tratta solo del nome. Svaniscono, si rarefanno, sbiadiscono i connotati di un paese come quelli di una famiglia. Donne e buoi, paesi tuoi: non tanto nel senso che uno di Verghera debba sposare per forza una di Verghera, ma nel senso soprattutto di affinità di sentimenti, di abitudini, di tradizioni. Il contatto di civiltà diverse non sempre dà luogo a civiltà migliore. E' più facile accogliere a volte il negativo, più del positivo e il sovrapporsi di usi e di costumi nuovi cancella e mortifica tradizioni e modi di vita che sarebbe bene restassero vivi e sempre presenti.
Ma torniamo ai nomi. Guai se mio padre non avesse imposto al suo primo figlio il nome di suo padre. Se io fossi nata femmina avrei dovuto chiamarmi Caterina, nome della mia nonna materna. Formalità? Non direi. Pensando le "cose" in questi termini tutta la vita sarebbe o dovrebbe essere una continua e inutile formalità. Luisò Sen, Luisen, Luis, Carleto, Carleten, Carlò, Carlèn, Cèco, Cecò, Cechèn, Ciaschèn, Cech, Marièta, Marietina, Marion, Mieta, Mietèn, Mariùcia, Mariucina, e via, via. Ambra e Giada. Nomi freddi e senza vita come le pietre di cui portano il nome.
 
 
       **************** fine giornata ************************
 
 
 
 
La lista degli argomenti della settimana 04
Agricoltura e mondo contadino
All'ombra del campanile - Le campane   (1/2)
Busto Arsizio - cap. 7 (1/4)
Busto Arsizio - cap. 7 (2/4)
Busto Arsizio - cap. 7 (3/4)
Cave canem/1 - (9-10 marzo 1876)
Cosa ascoltare oggi.
Cosa e' il rotacismo
Ferrante Rittatore Vonwiller. Appassionato ricercatore, innovatore e entusiasmante divulgatore
Il Coperto dei Figini - (Piazza del Duomo)
L'organizzazione della necropoli
La colonna del diavolo (Basilica di Sant'Ambrogio)
La Foca barbisa - (Il tram per la pulizia delle strade)
La scrofa semilanuta - (piazza dei Mercanti, palazzo del Broletto Nuovo)
Le prime civiltà della pianura padana
Mangiare, per tenere in vita il cervello (1/2)
Mangiare, per tenere in vita il cervello (2/2)
Medicine fatte in casa - Decott da Bisii
Olì da merluzz
Osmate (2/2)
Rituale funerario e strutture tombali
Soprannomi ed epiteti Suranómm e titul (2/2)
Storie di Milano - El nost Milan in casa Merini
Te la racconto io la giornata
Toponimi di Biandronno
Toponini di cadrezzate
Ul camp di cent pertigh
Ul nom da batesim
Sommario
 
Le dirette
Nessuna diretta
Pensiero della settimana
Quand che i donn tacchen a fa i sabett,  fan descors che fan’anda’ gio’ i calzett.
Tra il dire e il fare c'è di mezzo "e il"
Partire è un po' morire, ma morire è partire un po' troppo
 
 
 
ù

Settimana-05

 
RVG settimana 05
 
Radio-video-giornale del Villaggio
 
Settimana-05 del 2024
 
Settimana 05       2024-01-20 -  - Calendario - la settimana
29/01 - 05-029 - Lunedi
30/01 - 05-030 - Martedi
31/01 - 05-031 - Mercoledi
01/02 - 05-032 - Giovedi
02/02 - 05-033 - Venerdi
03/02 - 05-034 - Sabato
04/02 - 05-035 - Domenica
RVG-05 - da  - Radio-Fornace
 
 
 
29 Gennaio 2024 - lunedi - sett. 05/029
redigio.it/rvg100/rvg-05-029.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
redigio.it/rvg100/rvg-009.mp3 - Come funziona Radio Fornace 2024-01-04
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati1901/QGLF034-carettieri-delpaese.mp3 - I carrettieri di paese - Zona Comabbio - 6,01 - #50 #36 #48 #32a rvg
Toponini di CADREZZATE
29) Rondegato: piccola area che si estende per pochi metri a ridosso della Baraggiola. Possiamo abbozzare soltanto delle ipotesi per questo nome. I locali infatti conoscono questa zona come Rundégal, di etimologia dubbia. E' ipotizzabile una derivazione dal termine dialettale rónden "rondine" 'per la presenza del volatile nella bella stagione.
30) Rossino: (v. Cadrezzate n. 18).
31) Sabbione: in dialetto Sabiùn. È, con molta probabilità, una piccola zona creatasi passaggio del fiume Acquanegra o con lo scorrere di altri rigagnoli minori che al fiume confluiscono. Queste zone erano caratterizzate da un terreno sabbioso e ciotoloso non adatto alla coltivazione.
32) Storta: cascina ubicata su un piccolo poggio al di sotto delle Motte sulla strada che porta verso Capronno. In dialetto è detta Stórte. Una possibile interpretazione del nome è da riferirsi al tipo di costruzione che un tempo veniva eseguita senza il filo a piombo, per cui spesso venivano eretti muri non ben allineati (cfr. la Storta micro toponimo nel comune di Rancate nel distretto di Mendrisio). La Cascina Storta oggi non pare avere questa particolarità, ma a Cadrezzate sono presenti almeno due strutture che hanno questa caratteristica.
33) Tajadaccio: località non ben individuabile all'interno del comune e registrata solo nelle carte del Cessato Catasto Lombardo del 1860. Il nome è da riferirsi al termine dialettale taiàda che significa "taglio del bosco" o "disboscamento». Il suffisso -accio è forse una spia di una patina toscaneggiante posta sul nome nel momento della registrazione su carte ufficiali: in dialetto milanese possiamo supporre che il suffisso fosse -àse che poteva indicare un qualcosa di poco valore o di ormai abbandonato, trascurato.
Parole milanesi
Finta finta. Fà finta da... fingere di... Con finta si intende inoltre un striscia di tela, generalmente ben ricamata, che si usa come copricuscini per maggior abbellimento del letto. È inoltre la parte dell'abito atta a co- prire occhielli e/o a far da finitura alle tasche e/o a simularle. Fintun = simulatore.
Fiö = figlio, figliolo. Fiö da téta = lattante. Fiö magiùur = primogenito. Vegh nè fiö nè cagno essere completamente solo. Car ul mè fiö = figliolo mio caro (espressione paternamente affettuosa generalmente usata dall'anziano che si rivolge al giovane). Fa mia 'l fiö! = non comportarti da bambino. Ogni fiö 'l porta adré 'l so cavagnö = ogni figlio che nasce porta con sè l'aiuto della provvidenza. Fiö tropp carezzàa l'è mal levàa = un figlio troppo coccolato cresce male. Riis e fasö minestra da fiö, rìis e bagiann minestra da tusànn = lett. riso e fagioli minestra da ragazzi, riso e fave minestra da ragazze, antico detto scherzoso sulla separazione dei sessi. Vultà ul fiö in ra cùna = lett. rigirare il bimbo nella culla, ovvero cambiar le carte in tavola. Vegnì si inséma fin da fiö = crescere insieme fin da bambini. Vess tegnüü 'mè 'l fiö d'ra serva = non essere tenuto in alcuna considerazione.
Fiòca, née, néev = neve. Aria da fiòca = aria di neve. Fà via ra fiòca = spalare la neve. Na sbrufadina da fiòca = una spolveratina di neve. Sta nocc ghè gnùi gió un lezaa da fioca = stanotte è caduta moltissima neve. Fiòca è anche usato nel significato di fioca: vah che tocch da fiòca! = guarda che pezzo di ..., ad indicare una ragazza bella e sexy.
Busto Arsizio - cap. 7 (4/4)
Hanno combattuto in quel giorno, oltre centomila uomini, e diecimila sono rimasti sul terreno.
Pochi giorni dopo, Busto è già per le strade ad acclamare il Commissario Reale La Farina e a cantare le prime strofe... politiche:
Giülay l'é 'ndei a Magenta, con tütta aa so Armaa,
e cand l'é vanzà là,
l'ha trovà nagutt da fà. Va là, va là Gilay,
s'é pür un Ré dul aj.
Nel frattempo non si resta inoperosi: si dispone per il ricovero dei feriti nel nostro nuovo ospedale; arrivano i primi carabinieri ed una compagnia di bersaglieri; si organizza la Guardia Nazionale; si corre in massa a Nerviano ad assistere al passaggio di Vittorio Emanuele II e del generale Fanti; le donne raccolgono 400 lire che vengono offerte alla famiglia di un bersagliere ferito a Magenta e che muore nel nostro ospedale. Un comitato raccoglie 80 materassi per i feriti di San Martino e Solferino. Un altro comitato provvede alla raccolta dei fondi per la sottoscrizione del milione di fucili.
Ma vi sono anche le preoccupazioni. Armi ne saltan fuori dappertutto e non vengono consegnate alle autorità. Bisogna farlo dire in chiesa, con una lettera della Deputazione al Prevosto, perchè ne faccia parte alla popolazione « nei modi più adatti ».
Il 24 giugno i deputati municipali avvisano il Comando dei Reali Carabinieri che « essendo in questo momento riferito alla Deputazione che alla Cascina Rajnoldi al n. 482 trovasi uno sconosciuto individuo che diffonde voci allarmanti, la prego a procedere tosto al di lui arresto onde si possa verificare se mai il tristo sia un agente austriaco incaricato di sovvertire e sparger timori nel popolo ». E il 26 giugno la Deputazione proclama: << gli autori di notizie allarmanti che possono favorire la causa dell'Austria, quelli che cercano di scemare gli spontanei effetti del risorgimento italiano sia in pubblico che in privato saranno posti fuori della legge e trattati come traditori del proprio paese ». Il 1° dicembre la Deputazione, a firma dell'Ing. Crespi, avvisa la Regia Questura Distrettuale di Busto Arsizio che < assunte accurate informazioni ecc. si ha il pregio di riferire essere infatti corsa voce della comparsa in paese di un manifesto manoscritto di tenore repubblicano, che però scomparve tosto, nè fu possibile constatare da chi e da qual luogo fosse provvenente. Un altro manifesto a stampa, intitolato " Garibaldi e la sua spada ", circolò del pari in paese e questo si vuole portato da Milano ma ignorasi per opera di chi. Del resto nè il primo proclama repubblicano, nè il secondo risguardante l'Italia Centrale e di tenore per nulla soddisfacente fecero alcun senso nella popolazione, che in generale è ben contenta dell'attuale stato di cose e soprattutto aborre da idee repubblicane ».
Vinta la guerra la Questura Regia era già alla caccia di quelli che volevano la repubblica.
LA CUCINA (1/3)
Chissà quando anche su un naviglio giapponese troveremo el risott giald del Brambilla...
M: Speriamo che, insieme ai grattacieli e alle piste ciclabili, qualcuno inizi presto a pensare anche agli impianti sportivi... Ma, tornando al nostro maratoneta campione olimpionico mancato, oggi per arrivare ad Atene ghe voeuren on para d'or e si viaggia facilmente in tutto il mondo, virus e guerre permettendo, e, come abbiamo già detto, l'è minga difficil trovà di italian in de per tutt i canton e in ogni stagion. Anche i posti più lontani sono alla portata di tutti, o quasi, e, naturalmente, i milanesi sono in prima fila. E abbiamo anche già detto che, quando siamo all'estero, non ci distinguono dagli altri italiani, anche se, tra di noi, riusciamo sempre a riconoscerci. Ciappa, a esempi, la cusinna: quasi tutti gli italiani cercano i ristoranti dove si mangia la pasta asciutta o la pizza, mentre, al contrario, sono pochi i milanesi che non sono curiosi di provare la cucina del luogo. Magari ciappen on bidon, ma a noi piace conoscere le usanze di dove andiamo.
C: Parli di cucina, un altro argomento dove, anca chi, a vialter omm ve pias comandà, cont i voster "chef" che par che abbien inventaa lor el mangià, quando si sa che è dal principio del mondo che, a far da mangiare, sono sempre state le donne! Ma non voglio entrare in polemica... Rimaniamo a quello che vuol dire la cucina per i milanesi. Mi sembra che la cucina italiana sia un po' centrata sul territorio, anzi, proprio per quello che hai detto, qui a Milano abbiamo uno straordinario assortimento di ristoranti che offrono la cucina di ogni parte d'Italia, e del mondo, ma hinn pocch quei che offrissen i "noster" piatt. Per non dire di fuori, sia all'estero che nelle altre Regioni d'Italia: ricordi minga d'avè mai vist un ristorante di cucina milanese, nanca per el noster glorios risott... Forse trovi la cotoletta, ma poi dicono che non è milanese e nel menu te la propongono col nome tedesco, anzi austriaco...
M: In effetti, a girà per el mond te troeuvet minga ona città che la gh'abbia tanti ristorant con la varietà e la qualità di quelli che abbiamo a Milano, mentre i nostri piatti non sono conosciuti come meriterebbero; e semm nun milanesi primm a mettei quasi in d'on canton, perché quando usciamo a mangiare anche qui in città raramente cerchiamo la nostra cucina. Eppure el risott - quello vero! - è ineguagliabile. E l'oss bus e la cassoeula gh'i emm domà nun! Ma 'ste voeuret, sembra quasi che troviamo un certo compiacimento per quello che abbiamo in negativo, dal clima alle canzonette, al mare che non c'è alla cucina, appunto, e così ci vantiamo di avere i migliori ristoranti di ogni Regione d'Italia puttost de quei che offrissen la nostra cusinna.
 
 
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30 Gennaio 2024 - martedi - sett. 05/030
redigio.it/rvg100/rvg-05-030.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
redigio.it/rvg100/rvg-010.mp3 -  qualche parola sul funzionamento della Radio Fornace 2024-01-04
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati1901/QGLF035-cacciatori-delpaese.mp3 - Cacciatori del paese - Zona Comabbio - 8,07  - #50 #36 #48 rvg
Toponini di CADREZZATE
34) Valcanée: il nome è forse da intendere va al canée "strada che porta al canèe" (v. Cadrezzate n. 5).
35) Vallaghe: anche questo toponimo, localizzato nella zona sud del paese verso la sponda nord del lago, può essere visto come una contrazione della locuzione va al lagh "strada (sottointeso) che va verso il lago".
36) Veste: strada che un tempo conduceva dalla zona delle Motte ad un imprecisato bosco. Oggi il toponimo è sconosciuto e non localizzato. La voce è registrata nelle carte del Catasto Regio del 1905. L'origine è incerta: in dialetto troviamo due voci che possiamo collegare con il toponimo, vestàse "avvallamento" e vestèe "madia" (cfr. monte Vesta a Toscolano -BS-)
37) Vigane: nome frequentissimo in toponomastica. La voce prende le mosse dal latino vicanum, che indicava il "diritto di proprietà comune "utilizzata prevalentemente in epoca tardo latina. Spesso la voce dialettale è stata italianizzata sulle carte più recenti come Vigano o Vigane (cfr. Vigana frazione di Massalengo -PV-, Vigano frazione di Gaggiano -MI-).
38) Vignaccia: zona collocabile sul pendio sud delle Motte. La voce è da far risalire al latino vinea "vigna, vigneto">. Il termine è molto produttivo e registrato con vari suffissi in quasi tutti i comuni studiati. Questo tipo di coltura è stata largamente impiegata dai locali in conseguenza delle numerose zone collinari ben soleggiate durante l'anno.
39) Vignola: area un tempo coltivata che si trovava a sud del paese nella zona che porta verso il comune di Brabbia (cfr. Cadrezzate n. 38).
40) Vignolo Vassallo: località di incerta individuazione sul territorio comunale registrata solamente nelle carte del Cessato Catasto Lombardo del 1860 (cfr. Cadrezzate n. 27).
Parole milanesi
Fiòcch = fiocco. 'Na roba cunt i fiocch = una cosa coi fiocchi, eccellente. Nell'antica nomenclatura, riferita al bestiame, il termine i fiòcch stà ad indicare i fiocchi di peli nelle orecchie dei bovini caratteristico delle razze svizzere pregiate, mentre i fiocch in boca sono due denti di latte che anch'essi attestano la buona qualità della bestia.
Fìra, fila = fila. Fira da muntàgn = catena di monti. Fìra da piant = fila di piante. Fira da vidùur = filare di viti. L'ha cuntàa si 'na fila da busij = ha raccontato una fila di bugie.
Firàgn, firàgna = filare, vedi filàgn. Firas = felce, felci. (Polypodium vulgare e Driopteris filixmas). Il secondo è il felce maschio il cui estratto etereo è tuttora ottimo rimedio contro la tenia (Tenia solium). Firigàgn = poco, scarso detto di giovane esile, smilzo. Firlafùrla trapano. Termine di chiara derivazione onomatopeica, sopratutto quando si riferisce ai vecchi trapani a mano per legno od oreficeria, azionati dallo svolgersi e riavvolgersi di una cordicella lungo uno stelo rotante, dotato di volano, su cui è fissata la punta perforante. Indica inoltre l'altro tipo di succhiello da falegname detto in dialetto anche girabachin ed in lingua "menaruola".
La schiscetta (1/2)
Schiscetta, schiscèta in dialetto milanese, da schiscià, che vuol dire schiacciare. È un termine che ispira simpatia, perché è senza pretese, sa di umiltà, di casereccio, muove tenerezza. Per i pochi milanesi che non la conoscono, è un contenitore, di solito in alluminio, a volte diviso in comparti, a chiusura ermetica, che serve per il trasporto e il consumo di vivande, di solito schiacciate per riempirlo al massimo. Un giorno dell'immediato dopoguerra, siamo nel 1949, Renato Caimi stava raggiungendo Milano in tram da Nova Milanese, affollato di lavoratori. Molti con il pasto da consumare durante la sosta di mezzogiorno, preparato dalle madri o dalle mogli, dentro contenitori di ogni tipo tenuti insieme con lo spago, legati alla bell'e meglio. A una brusca frenata, un passeggero perse l'equilibrio, gli cadde di mano un pentolino pieno di minestra che andò a finire su un povero malcapitato. Caimi lavorava nel settore automobilistico, e gli venne da pensare a un contenitore in alluminio da chiudere ermeti- camente con un sistema mutuato dalle balestre.
Così, nel 1952, nacque la schiscetta classica, titolata "La 2000", prodotta dalla Pentolux, che stava per diventare un simbolo, una piccola icona che avrebbe segnato la storia del lavoro nel periodo del boom economico. Il fatto che la schiscetta sia stata prodotta industrialmente per un grande serbatoio d'utenza, con la conseguente diffusione di massa, l'ha fatta entrare nel linguaggio comune italiano. I sinonimi dialettali, tutti per significare contenitori per portare il cibo sul luogo di studio o lavoro, sono numerosi: caccavella, fagottaro, maren na, baracchin, tecietta, gaungiu, scutedd, cumpanaggio, gamella, gluppa.
In Marcovaldo ovvero Le stagioni in città, Italo Calvino la chiama "pietanziera", dedicandole l'omonimo racconto: «Le gioie di quel recipiente tondo e piatto chiamato pietanziera consistono innanzitutto nell'essere svitabile. Già il movimento di svitare il coperchio richiama l'acquolina in bocca, specie se uno non sa ancora quello che c'è dentro, perché ad esempio è sua moglie che gli prepara la pietanziera ogni mattina. Scoperchiata la pietanziera, si vede il mangiare li pigiato: salamini e lenticchie, o uova sode e barbabietole, oppure polenta e stoccafisso, tutto ben assestato in quell'area di circonferenza come i continenti e i mari nelle carte del globo, e anche se è poca roba fa l'effetto di qualcosa di sostanzioso e di compatto. Il coperchio, una volta svi tato, fa da piatto, e così si hanno due recipienti e si può cominciare a smistare il contenuto».
Invito a Gesù bambino
Invito a Gesù bambino
Vieni, vieni Gesù bambino,
a riposare il tuo capino sul guanciale del mio lettino; vieni vieni, che t'aspetto;
vieni vieni, non tardare senza te non posso stare.
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È arrivata la befana
È arrivata la Befana,
non è quella degli altri anni, ha mutato vesti e panni
e s'è messa la barbantana.
Regalateci qualcosa non ci fate più aspettare, i compagni che sono avanti ce la vogliono levare.
È arrivata la Befana! È arrivata la Befana!
Qui giungemmo preparati con i canti e con i suoni, gentilissimi signori
a voi tutti siamo grati! Vi ringrazia la Befana
che l'avete favorita,
Dio vi lasci una lunga vita, buona gente state sana!
arrivata la Befanal
E arrivata la Befana!
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Anno nuovo
Anno nuovo, benvenuto!
lo ti porgo il mio saluto un saluto piccolino ed un poco birichino.
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La befana
La befana vien di notte con le scarpe tutte rotte con le toppe alla sottana viva viva la befanal
Purtà i oli sant
Portare l'olio santo, cioè l'estrema unzione. Solo per i moribondi. Stessa la processione, i componenti, l'abbigliamento. Il sacerdote con una teca colma di olio santo col quale si segnava, con una croce, i cinque sensi del moribondo oltre le mani e i piedi; Sacrista Col Baldacchino; chierichetto col campanello per avvertire i passanti di raccogliersi in preghiera al prossimo passaggio del sacerdote.
Oggi giorno le cose si sono semplificate. La gente non ha più né il rispetto né la fede di una volta e, scene simili non succedono più. Ancora trent'anni fa tutti i negozi davanti ai quali passava un funerale, abbassavano le saracinesche come segno di compartecipazione al lutto mentre i passanti ai margini della strada si soffermavano in rispettoso raccoglimento. Oggi invece irriverenza, fretta, poco rispetto per il dolore degli altri, desiderio che tutto finisca il più presto possibile.
Purtà '1 Santissim
Portare il Santo Sacramento ai malati gravi o ai moribondi. Il prete, con la cotta bianca e la stola viola, porta in una scatoletta dorata la sacra particola. Il sacrista tiene sospeso sul capo del sacerdote una specie di ombrello a baldacchino. Il chierichetto in cotta bianca e in sottanella nera, col campanello che ha in una mano, avverte i passanti del passaggio divino. E' suggestiva e surreale la breve processione se avviene di sera per la cattiva illuminazione stradale. Intorno al letto i parenti più stretti, in commovente raccoglimento, fanno corona al moribondo che, come dicevano i nostri vecchi, vedono in quel momento aprirsi le porte del paradiso.
 
 
************* fine giornata ************************
 
 
31 Gennaio 2024 - mercoledi - sett. 05/31
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Febbraio (1/6)
"Per vendicass che i dì hinn domà vintott, febrar l'è el pussee balandran di ballarott!".
Questo mese porta ancora il segno de l'inverno e il gelo ricopre la terra, anche se le energie in essa contenute si preparano al risveglio primaverile.
Nel linguaggio dei fiori, febbraio e affidato all'anemone, un fiore soli tario dal colore rosso o violaceo che simboleggia la semplicità e l'amore.
"Quand al sol la nef indòra: nef, nef e nef ancora!". Per la bianca neve, qualcuno ha creato una poetica leggenda; narra di una dolce e bella principessa longobarda che, sebbene innamorata del pretendente al trono di un vicino regno, non voleva convolare a nozze nella nebbiosa e fredda stagione invernale, ma preferiva attendere la primavera. Il principe però, volendo al più presto presentare ai suoi sudditi la loro futura regina, ruppe ogni indugio e una mattina, tipicamente invernale, andò da lei con rinnovate proposte d'amore deciso a sposarla subito. La giovane, per amore, acconsentì, ma da quel giorno divenne malinconica come il paesaggio che la circondava! Quando il corteo nuziale mosse verso la chiesa, il suo angelo custode, provocò un evento straordinario: dal cielo caddero soffici fiocchi bianchi che ben presto ricoprirono ogni cosa, cambiando il grigio paesaggio in qualcosa di gioioso e poetico che fece tornare il sorriso sul volto della sua protetta. I sudditi presenti, assistendo per la prima volta a questo avvenimento imprevisto, pensarono ad un miracolo e poiché la principessa si chiamava Neve da quel giorno il suo nome passò ad indicare la bianca coltre appena caduta. A ricordo di quell'episodio, puntualmente ogni anno nei mesi invernali, il fatto si ripete.
"La nev l'ingrassa i campagn!". La neve rende fertile la campagna e siccome in questi giorni ci si prepara al prossimi lavori campestri, forza che: "Barba insaònada, lé mèsa cavada!" cioè: chi ben comincia è a metà dell'opera.
"Quando senti nominar Maria, non domandar che vigilia sia". Questo proverbio è ormai caduto in disuso, perché il digiuno della vigilia non è più osservato, ma il nome di Maria ricorre subito in questo mese, come possiamo verificare dando uno sguardo al calendario: due febbraio, purificazione di Maria Vergine.
Toponimi di Biandronno
5) Castèl: località nota anche come Castelvetro (presumibilmente derivante da un forma latina castellum veterum "castello vecchio"). È la parte più alta del paese situata di fronte alla piazza cittadina e rivolta a strapiombo sul Lago di Varese, a sud della Chiesa di San Lorenzo26
6) Custèra: cresta che si estende longitudinalmente tra il Laghèt e il comune di Bardello che confina a nord con Biandronno. Questo rialzo del terreno è così denominato nella parte ovest. La parte est invece, verso il lago, è nota come Runchìt. Il nome Custèra è da far risalire al termine costa con l'accezione di "pendio, parte rialzata" con l'aggiunta del suffisso -era.
7) Fornace: in dialetto noto come Furnàas. Costruzione realizzata nei primi anni venti del secolo scorso e che ha rifornito di mattoni e laterizi il comune di Biandronno e i limitrofi fino agli anni '60. Il sito è ubicato a sud della strada comunale che da Biandronno porta al limitrofo comune di Bregano.
8) Gefe Pagàn: località posta a circa 200 metri di fronte al Nüstrin, caratterizzata dalla presenza di un pozzo nel quale alla fine del XIX secolo Giuseppe Quaglia ha rinvenuto ossa presumibilmente umane che hanno fatto pensare ad un luogo utilizzato in epoca romana per compiere rituali pagani anche legati a sacrifici umani (Chiesa pagana). Forte è quindi il suo collegamento con la località adiacente del Nüstrin
La schiscetta (2/2)
Ne parla anche Erri De Luca, scrittore con un passato da operaio specializzato: «Era un oggetto sacro e un intervallo liturgico, quello di pranzo. (...) Sulle chiacchiere nostre batteva un rumore di metallo raschiato e si spandeva odore di cucine buie. Chi aveva una donna a casa, si trovava il pranzo cucinato da lei alzatasi prima di lui. Chi non aveva nessuno, doveva pensarci la sera a cucinare in più per il giorno dopo. L'apertura del coperchio era solenne. Saliva al cielo un profumo che si univa a quello degli altri».
Essendo le schiscette tutte uguali, gli operai incidevano sull'acciaio del coperchio il nome e il cognome o, più spesso, solo le iniziali, altri personalizzavano il manico, rivestendolo con un filo metallico colorato o contrassegnandolo con una piccola medaglietta. La schiscetta veniva infilata in una borsa di finta pelle scura, insieme con un pezzo pane, un frutto, un fiaschetto di vino.
Grazie alla schiscetta venne fatta conoscere ai settentrionali la cucina mediterranea, propagandata involontariamente dagli emigrati siciliani, calabresi e pugliesi, che offrivano maccheroni al sugo di pomodoro, frittata di pasta, orecchiette con cime di rapa.
Ma gli Anni Settanta hanno segnato la fine di un'epoca. Nelle grandi fabbriche del Nord ci si batté per ottenere il diritto alla pausa-pranzo nelle mense, poi arriveranno i buoni pasto. Tuttavia, dopo un dilagare di ripetitive mense aziendali, di anonime tavole calde, di piatti surgelati serviti al bar, e soprattutto grazie a una nuova coscienza alimentare, la schiscetta sta tornando a essere protagonista. La usano soprattutto i più giovani: li si vede nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro, anche se non è più "La 2000" dei loro nonni e dei loro padri, sostituita da eleganti lunch-box, leggeri, termici, colorati, a più scompartimenti. Secondo quanto emerge da un'analisi Coldiretti del 2018, sono infatti circa dieci milioni gli italiani che oggi pranzano coi piatti preparati in casa sotto la spinta di una svolta salutista che porta a scegliere con cura i cibi da consumare. Leggerezza, semplicità e praticità sono gli elementi della schiscetta perfetta nell'era della sostenibilità alimentare. Negli uffici, su un tavolo comune, il pasto diventa un momento di allegria, di scambi gastronomici. Magari, se è una bella giornata, perché non andare a mangiare nei giardini di sotto?
Il 15 luglio 2021 la delegazione di Museimpresa in visita al Quirinale, in occasione del ventennale dell'associazione, ha donato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella una schiscetta originale del 1952 come <<simbolo del lavoro, dell'impegno di uomini e di donne nella rinascita post-bellica, oggetto della memoria che, scandendo un momento della giornata, quello dedicato al pasto in fabbrica, racconta quel fare impresa che fin da allora è innovazione, creatività e inclusione sociale».
LA CUCINA (2/3)
C: E a proposito di mare, si dice infatti che il miglior pesce d'Italia, quello più fresco, el se mangia a Milan, e il pesce non è certo un nostro prodotto tipico. E lo stesso vale per molti fra i prodotti più rinomati e, naturalmente, più costosi ed esclusivi.
M: I milanes, quand vann a mangià, hinn minga tanto de bocca bonna: ghe piasen i robb de qualità. E i produttori lo sanno, così la roba "migliore" arriva sempre prima qui, dove sanno di spuntare dei prezzi migliori. E poi, inevitabilmente, il conto sale...
C: Mi viene in mente quel nostro detto, com'è che dice? Cinq ghei pussee... ma ross. Purché sia "quello bello", insomma, anche a prezzo più alto. E questo vale un po' per tutto, anche per un bel vestito colorato de quai bella tosa. Ma ci siamo anche quasi tutti dimenticati che, attorno a Milano, grazie ai nostri antenati, abbiamo una Pianura Padana che ci sa dare ogni ben di Dio e della migliore qualità: latte, carne, verdure, salumi, formaggi...
M: E hinn pocch quei che sann che l'è a Milan che l'è staa inventaa el Grana, anca s'el ciamen Parmigiano, e poeu el risott... Pensa che il riso è probabilmente l'alimento più consumato nel mondo, ma dovunque lo mangiano come se fosse qualcosa ch'el serviss domà a impienì la panscia a bon mercaa, ma è solo qui da noi che siamo stati capaci di fare del riso un qualcosa di davvero speciale, che da solo meriterebbe a dare gloria alla cucina milanese. Per minga di del Panetton, con la P maiuscola, altro nostro grande vanto. Ma non voglio con questo sminuire tutte le bontà di tutte le altre cucine, domà che nun milanes semm quasi i unich a distinguess per parlà mei de la robba di alter che nò de la nostra.
C: Anca questa l'è milanesità, anca se on po a l'incontrari... Ma forse è un pregio, perché significa che siamo capaci di riconoscere le cose e dare loro il giusto valore, anche se non sono farina del nostro sacco. Oltre al cibo, comunque,, ci facciamo notare anche per le nostre abitudini in campo "alimentare": per esempio, la colazione in piedi al bancone del bar, il pranzo ridotto ad un panino o poco più, la cena non più tardi delle 20. E per i nostri negozi di gastronomia e pasticceria, che costen car, ma gh'è de la robba che l'è el mei che se poda avè! pussee
M: E, infatti, si sono fatti conoscere in altre città, anca in del mond. Ma il nome di Milano è noto, da tempo, anche nel campo degli alcolici, coi famosi bitter, amari, fernet, nati qui nell'Ottocento e tuttora diffusi e apprezzati ovunque.
 
       **************** fine giornata ************************
 
01 Febbraio 2024 - giovedi - sett. 05/032
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Febbraio (2/6)
Nel milanese la festa è comunemente detta "Madonna della Ceriola" e a Milano l'Arcivescovo con tutto il Clero, convenivano in S. Maria Beltrade dove, dopo aver benedetto l'incenso e cantato gli Inni e i Salmi, avviavano una processione detta della Idea, rappresentata in una famosa scultura in rilievo ora conservata al Castello Sforzesco. Dal 1589, questa manifestazione si fa all'interno del Duomo recando in processione un quadro di Michelino da Besozzo che raffigura la Purificazione e la Divina Maternità della Madonna.
Era anche la festa dei brugnon (come il popolino chiamava gli osti) celebrata con sfarzo fino ai primi decenni del secolo scorso; con nastri e fiori nel cappello e col grembiule ricamato d'oro, gli osti, percorrevano le vie cittadine offrendo tazze di vino e raccogliendo offerte che in parte poi devolvevano al parroco di S. Stefano.
"A San Bias ga gea a guta sot'ul nas!" (A San Biagio gela la goccia sotto il naso) recita un proverbio di Arconate, un paese in provincia di Milano, dove lo storico locale, Claudio Amoni, ci fa sapere che il 3 febbraio i fedeli andavano in chiesa di buon mattino con del pane bianco, pan d'anice e qualche biscotto che il prete benediva in modo che, consumandolo, la famiglia veniva preservata dal mal di gola per tutto l'anno.
Non venivano dimenticate le bestie della stalla e per loro si benediceva una ruota di pane giallo. Poi il capo famiglia andava a Magenta, dove San Biagio è venerato, per ricevere una benedizione speciale dopo aver baciato due ceri, benedetti il giorno della Candelora; prima di tornare al paese comprava alla fiera locale on firon de castegn che avrebbe mangiato con tutta la famiglia.
"Tutt i sant voren la soa candela" dicono nel lodigiano dove, sia a Codogno che a Salerano sul Lambro, il 3 febbraio si tiene la sagra in onore di S. Biagio, col rito della benedizione della gola con le candele benedette.
Le nonne offrono ai loro nipotini una fetta di panettone raffermo messo da parte il giorno di Natale in omaggio al proverbio che recita: "El dì de S. Bias se benediss la gola e el nas".
Le giornate cominciano ad allungarsi e la sapienza dei nostri vecchi lo conferma: "A San Bias, dò or ras!".
Un tempo nel lecchese, ai primi di febbraio, un corteo di ragazzi e ragazze andava nei prati attorno ai paesi, suonando campanacci e battendo fra loro dei ferri; era la cerimonia del "ciamà l'erba" per propiziare una felice stagione agricola.
Parole milanesi
Destrügà = distruggere, sciupare, consumare totalmente.
Destrügùn = sciupone, distruggitore.
Detà = dettare. Detà léeg dettar legge.
Detàa = dettato, adatto. Quell vistì lì l'è propi detàa pa' ra festa = quel vestito è proprio adatto per la festa. Devòtt = devoto.
Di = giorno. Ai mè dì = ai miei tempi. Al dì d'incöö = al giorno d'oggi. Da dì in dì = di giorno in giorno. Dà i vott dì = licenziare un dipendente o, anche, licenziarsi dando gli otto giorni di preavviso. Dì da festa, dì d'laù = giorno festivo, feriale. Ul dì adré = il giorno. Dul dì = di giorno. L'alt dì = l'altro ieri. Tucci di na passa vun = lett. tutti i giorni ne passa uno, ovvero tutti i giorni si invecchia. Tücc i dì sa na imprend vuna nova tutti i giorni si apprende qualcosa di nuovo. Hinn 'me 'l dì e la nocc = lett. sono come il giorno e la notte, ovvero sono diversissimi.
El risott giald - (1/4)
400 g de ris superfin; - - 1,2 l de broeud de boeu e boscin;
50 g de formagg de grana grattaa; - 50 g de panera fresca;
- 50 g di scigolla triada;
- 25 g de midolla de boscin triada; - 0,2 g de safran.
Fà palpà in d'ona cassiroeula la midolla e la scigolla triada. Giontà el ris, fal tostà ben per 2 mignuu, versà el primm cazzuu de broeud bujent e rurà adasi. Segutà a rurà e a mett dent broeud man a man ch el se succia. Pena primma de tirà via el risott del foeugh, giontà el safran, rurà ben, tirà via del foeugh, mantecà cont la panera e cont el formagg grattaa. El risott el và tegnuu a l'onda: i gran de ris gh'han de vess ben staccaa, ma ligaa tra de lor d'ona bella cremina. (Libera traduzione in milanese da La cuciniera che insegna a cucinare alla casalinga, almanacco del 1809)
Il risotto alla milanese è un'icona gastronomica della città. Che cosa vuol dire? Che così viene chiamato e riconosciuto su tutti i menu italiani e stranieri, inconfondibile per il giallo-oro dei chicchi.
Anche la paella valenciana è un'icona gastronomica, e i due piatti hanno come ingrediente comune lo zafferano. Il nome deriva dall'arabo zaafaran, una pianta il cui fiore, di un colore che varia da lilla chiaro a viola purpureo, contiene tre fili rossi, da cui si ricava la caratteristica polvere, usata nell'industria dei liquori, come condimento, ma anche come digestivo e stimolante nervoso, e i cui paesi d'origine sono la Persia e l'India. La sua diffusione è seguita all'invasione della Spagna da parte degli Arabi, nel 756, che cominciarono a commerciarlo con gli altri Paesi che si affacciavano sul Mediterraneo. In particolare, in Sicilia, loro terra di conquista, dove ancora oggi viene utilizzato in alcune ricette, come la pasta con le sarde. Essendo ancora una spezia rara e pregiata, leggi molto rigide vietavano l'esportazione dei bulbi dalla Spagna, che così ne mantenne il monopolio commerciale, fino a quando, sotto il regno di Filippo II (1527-98), un padre domenicano, tal Santucci, riuscì a sottrarne piccole quantità che portò nella sua terra d'origine, l'Abruzzo, che a tutt'oggi è la regione che continua a produrlo.
2. La dominazione romana
Da questo momento il nostro territorio rimase sotto il dominio romano, del quale tuttavia non abbiamo dati e reperti archeologici particolarmente interessati. Si deve giungere al I e al II secolo dopo Cristo, perchè i ritrovamenti si facciano abbondanti e significativi; è il periodo in cui la regione risentiva delle ricchezze di Milano, ormai grande centro dell'Impero Romano: ne è una testimonianza eloquente <<la patera» di Parabiago, piatto argenteo, ritrovato in una tomba, sul quale sono eseguite a rilievo scene mitologiche.
Ritornando alla nostra città, dobbiamo notare che si sono ritrovate solo poche e frammentarie tracce del periodo romano, come del resto per le precedenti età. Tuttavia, a giustificare l'origine e la presenza della civiltà latina in Busto, stanno alcuni segni molto precisi: anzitutto il nome, che deriva quasi certamente dal termine latino <<bustum», cioè bruciato, con riferimento quindi alla aridità del terreno, di cui si è già detto in precedenza. Anche in Arsizio («<arsiccio») è facile riconoscere lo stesso concetto: terra arsa, bruciata, arida.
Qualche studioso poi ha creduto di poter vedere nell'antica forma della città alcune caratteristiche, che si ricollegano alla pianta delle città costruite dai Romani: la forma quadrata, infatti, deriverebbe da quella tipica dell'accampamento militare romano. Se il confronto può sembrare suggestivo e per certi aspetti verificabile come puoi constatare osservando la cartina d'altra parte bisogna anche ricordare che nessun ritrovamento ha finora confermato questa supposizione.
La topografia, dunque, cioè la pianta della città, e la toponimia, cioè lo studio del nome della città, potrebbero essere i due indizi più importanti dell'origine latina di Busto Arsizio.
Toponimi di Osmate OSMATE (2/2)
15) Provesci: in dialetto Pruèsc. È una piccola area collinare adiacente ai Poleggetti. Il termine è di origine dubbia. Nei dialetti lombardi esiste una voce prova "proda" che sta a siginficare un "tratto di terra prativo sul dosso di un monte o di un argine" (cfr. Provezze frazione di Provaglio Iseo -BS-)134.
16) Riale: nota su alcune carte anche con il semplice termine Roggia, è denominata dai locali Valun "vallone"(v. Mercallo n.24). Il toponimo deriva dal termine latino ri(v)us "ruscello"135. È un piccolissimo corso d'acqua che scorre internamente al comune di Osmate. Nasce da una sorgente sotterranea nella zona boschiva dove è situata la Casa San Giorgio e si getta dopo poche centinaia di metri nel Lago di Monate.
17) Rizzit: zona adiacente alla Cascina Bettola probabilmente utilizzata come terreno coltivabile. Il nome del terreno dovrebbe derivare da quello del proprietario che era soprannominato a Osmate Riz "ricciolo". Questa persona possedeva e abitava fino ai primi anni del Novecento la Cascina Bettola
18) Runch: in italiano Ronco (v. Biandronno n. 17). Vasta area che si estendeva al di sopra dalla Cascina Pomette caratterizzata da un terreno sassoso particolarmente adatto per la coltura di vigneti. L'area si estendeva fino al comune di Lentate per lasciare poi spazio alle zone boschive più a sud e più basse dal punto di vista altimetrico.
 
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02 Febbraio 2024 - venerdi - sett. 05/033
redigio.it/rvg100/rvg-05-033.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
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Cosa ascoltare oggi
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Febbraio (3/6)
Finito il giro passavano, di casa in casa, a ricevere per lo più qualche castagna, tanto che in alcune località la manifestazione invece de "ciamà l'erba" venne chiamata "ciamà castegn"; finito il giro le castagne buone venivano messe ad essiccare al caldo su di una grata (grée) mentre quelle guaste (i carcai) si gettavano sui prati per concimarli, come ci ricorda una filastrocca di Premana. "I castegn su per la grée e i carcai foeu per i prée: castegn, castegn, castegn!".
Nel 1740 nel suo Viaggio in Italia l'inglese John Georgie Keysler, scriveva: "II lago Maggiore è circondato da ogni parte di colline coperte di vigneti. Al di sopra dei vigneti ci sono boschi di castagni, i cui frutti vengono consumati in quantità tale che, quando le castagne sono molto abbondanti, il prezzo del grano cade. Esse rimangono verdi e fresche fino a Natale: arrostite e immerse nel vino rosso, sono una leccornia non trascurabile".
Nella seconda settimana di febbraio si festeggia il maggior numero di santi e sante legati alla tradizione popolare e contadina della nostra Lombardia. Ve li presento, in ordine di entrata, come si usa in teatro per i personaggi di una commedia, cioè come sono elencati nel calendario: Cinque febbraio, S. Agata, le nutrici l'hanno eletta loro protettrice. E invocata anche contro la carestia, il fuoco e l'inondazione. "Per S. Agata la tèra arfiada e l'ortolan semna la salada". È in questo periodo che negli orti incominciano le prime semine delle verdure primaticce; è anche tempo di trapiantare le cipolle e i “gugellin" ovvero le piantine appena spuntate dalla terra. Dopo S. Agata ecco l'Abate San Romualdo (7 febbraio), fondatore sul Campo di Maldolo, nell'alto Casentino, del monastero di Camaldoli (Ar) dal quale l'Ordine dei Camaldolesi prese il nome.
S. Romualdo è detto "il santo rurale" perché dettò le prime norme di legislazione forestale. S. Onorato (8 febbraio) è invocato prò e contro la pioggia e se diamo ascolto alla sapienza dei nostri vecchi, questo santo non poteva che essere "onorato" in questo mese, perché: "Febbrar l'è fioeu d'ona ferlòca, o che el pioeuv o che el fioca!".
"Genee e fevree la nev ai pee!". In questo mese, soprattutto se alla Madonna della Candelora il tempo non è stato bello, non è raro trovarsi nel bel mezzo di una nevicata: "A Sant'Apùlonia a fiucà al gh'ha no vargònia!" (A S. Apollonia, 9 febbraio, una nevicata è più che naturale).
Per il martirio che subì ad Alessandria d'Egitto, nel giorno a lei dedicato, si va in chiesa a ricevere la benedizione e ad implorare la grazia di tener lontano il mal di denti. A Cantù, per Santa Apollonia, si celebra una grande festa con giostre, bancarelle, dolciumi e zucchero filato per la gioia dei bimbi; si vendono anche le ormai quasi introvabili castagne infilate con lo spago: "i firun". Un tempo era così tanto l'afflusso dei devoti della santa che raggiungevano Cantù sia a piedi, sia coi carri o in bicicletta che i "fironatt", per paura di non trovare il posto dove esporre la merce, arrivavano tre giorni prima, dormendo di notte sulle ceste delle castagne.
El risott giald - (2/4)
La leggenda vuole che il celebre risotto abbia un anno di nascita, il 1574. Lo zafferano aveva già fatto la sua comparsa un secolo prima, negli eleganti banchetti degli Sforza, dove, tra l'altro, era diffusa l'usanza di ricoprire con una sottile foglia d'oro le vivande servite a tavola. Secondo un manoscritto che oggi si trova alla Biblioteca Trivulziana presso il Castello Sforzesco, un famoso mastro vetraio, Valerio di Fiandra, che all'epoca lavorava alle vetrate di Sant'Elena del Duomo, era aiutato da un assistente che aveva soprannominato Zafferano, o più probabilmente Zafranon, per la sua mania di aggiungere un po' di giallo in qualunque mescola usasse. Per scherzare, un giorno il maestro gli disse che, continuando così, avrebbe finito per mettere del giallo anche nel risotto. Il giovane lo prese in parola e il giorno delle nozze della figlia di mastro Valerio si accordò con il cuoco incaricato del banchetto e fece aggiungere dello zafferano al riso, di solito condito con il solo burro. Il piatto ebbe un gran successo, grazie al gusto, nuovo e saporito, ma anche al colore, che ricordava l'oro. La sintetica ricetta in dialetto riportata in apertura è corretta, ma dà per scontati gli accorgimenti, la scelta degli ingredienti, i piccoli trucchi, le giuste tempistiche, cose che fanno la differenza tra normalità ed eccellenza.
Fra le tante, diamo qui preferenza alla divertente ma anche competente versione di Carlo Emilio Gadda, in un articolo apparso sulla rivista aziendale dell'ENI, "Il gatto selvatico", nell'ottobre del 1959.
«L'approntamento di un buon risotto alla milanese domanda riso di qualità, come il tipo Vialone, dal chicco grosso e relativamente più tozzo del chicco tipo Caterina, che ha forma allungata, quasi di fuso. Un riso non interamente "sbramato", cioè non interamente spogliato del pericarpo, incontra il favore degli intendenti piemontesi e lombardi, dei coltivatori diretti, per la loro privata cucina. Il chicco, a guardarlo bene, si palesa qua e là coperto dai residui sbrani d'una pellicola, il pericarpo, come da una lacera veste color noce o color cuoio, ma esilissima: cucinato a regola, dà luogo a risotti eccellenti, nutrienti, ricchi di quelle vitamine che rendono insigni i frumenti teneri, i semi, e le loro bucce velari. Il risotto alla paesana riesce da detti risi particolarmente squisito, ma anche il risotto alla milanese: un po' più scuro, è vero, dopo l'aurato battesimo dello zafferano.
3. Il Medioevo (1/2)
Dopo la caduta dell'Impero Roano d'Occidente (476 d.C.), Busto segui le vicende della Lombardia e del Seprio in un periodo storico par ticolarmente tormentato, del quale niente possiamo sapere con precisione.
Con il nome di Seprio veniva indicata in quei secoli quella fascia di territorio lombardo, fra l'Olona ed il Ticino, che faceva capo a <<Sibrium»>, l'odierna Castelseprio. Il centro, già fiorente negli ultimi tempi dell'impero romano, conobbe un periodo di notevole splendore dopo le invasioni barbariche e i Longo- bardi, a partire dal VI secolo d. C., ne fecero la roccaforte più importante della regione a nord di Mila- no. Un'altra notevole traccia della presenza longobarda nelle immediate vicinanze di Busto è il monastero che Maniconda, una dama della corte del re Liutprando, fondò nel 735 a Cairate, centro in prossimità della più famosa Sibrium.
Per trovare notizie che riguardano più propriamente Busto Arsizio, si deve giungere fino al 922 anno in cui il nome del borgo viene citato in alcuni documenti di notai; ma solo dopo l'anno 1000 possiamo intuire l'importanza del borgo medievale attraverso i suoi <<capitani>>.
I capitani, forti del possesso di un feudo, situato nei paesi intorno a Milano, godevano di notevole influenza politica ed economica, tanto da essere chiamati dall'arcivescovo di Milano a partecipare al governo della città. Ed anche i capitani di Busto intervennero nella vita politica milanese e nella formazione di questo Comune.
Quando scoppiò la lotta tra i comuni lombardi e l'imperatore Federico Barbarossa, il borgo vide svolgersi nelle campagne vicine la battaglia passata alla storia come la battaglia di Legnano, dopo la quale le sorti di Busto si legarono, ancor più strettamente a quelle di Milano.
Il secolo XII fu caratterizzato dalla crescita del borgo, che vedeva svolgersi al suo interno un fenomeno comune a buona parte dell'Italia: venne formandosi, infatti, in quegli anni un gruppo sociale, quello dei borghesi, cioè gli abitanti del borgo, che forte della sua condizione economica, voleva partecipare attivamente alla vita cittadina. Erano mercanti, proprietari di terreni agricoli e case, che si affiancarono ai nobili nella formazione del. <<comune».
 
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03 Febbraio 2024 - sabato - sett. 05/034
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Febbraio (4/6)
A Lovere, nel Santuario gestito dalla congregazione delle suore di Carità, dette di Maria Bambina. fondato da Santa Bartolomea Capitanio, vi è una cappella con dipinta l'immagine di S. Apollonia, patrona dei dentisti e protettrice dei loro pazienti.
A Vigano (LC) il 9 febbraio è festa grande in onore S. Apollonia loro patrona.
A Precasaglio (BS), a 1584 m. di altitudine, il 9 febbraio si festeggia la Santa e potete trovare la sua immaginetta con la preghiera da recitare. Anche in Duomo a Milano, a fianco dell'altare dedicato a S. Agata (primo a destra entrando), è situata la statua della Santa; curiosamente sul piedistallo vi è inciso non S. Apollonia, ma "Appolonia" con due "p" e una "elle"! Ho cercato una sua immaginetta sia in sagrestia che al bookshop, al Museo del Duomo e alla libreria dell'Arcivescovado, senza poterla trovare. Posso pubblicare, per i miei lettori, la preghiera dedicata alla santa solo grazie ad una impiegata del Comune di Milano, la signora Teresa, che, mi ha regalato la preziosa immaginetta che porto sempre con me:
"Per quell'acutissimo dolore che voi soffriste, o gloriosa santa Apollonia, quando per ordine del tiranno vi furono strappati i denti, otteneteci dal Signore la grazia di essere liberati da ogni molestia relativa a que sto male, o perlomeno soffrirlo con imperturbabile rassegnazione".
Un tempo si usava prendere il dente che ci si era appena fatto estrarre e lo si gettava sul fuoco del camino, non senza aver prima invocato la santa: "Foeugh, damen vun noeuv, damen vun stagn, che el me dura cent'ann!".
"Acqua de fevree la par on letamee"
(L'acqua di febbraio è come concime e riempie il granaio). In questo mese si alternano freddo e pioggerelline intermittenti che sono magari fastidiose per l'uomo ma salutari per il terreno che sta per riaprirsi alla vita dopo il letargo invernale, come ben sa la sapienza di noster vécc: "Se a febbrar fa no brutt, nass l'erba da par tutt!".
Nel mantovano dicono: "Al vent, l'ultim giòrn ad carnval, l'impregna la ròar” (sugli alberi, l'ultimo giorno di carnevale, che di solito è a metà mese, nascono i germogli), come ci ricorda una nota poesia di Giovanni Pascoli scritta per San Valentino: "Oh, Valentino vestito di nuovo come le brocche dei biancospini...".
El risott giald - (3/4)
Recipiente classico per la cottura del risotto alla milanese è la casseruola rotonda, ma anche ovale, di rame stagnato, con manico di ferro: la vecchia e pesante casseruola di cui da un certo momento in poi non si sono più avute notizie: prezioso arredo della vecchia, della. vasta cucina: faceva parte come numero essenziale del "rame" o dei “rami” di cucina, se un vecchio poeta, il Bussano, non ha trascurato di noverarla nei suoi poetici "interni", ove i lucidi rami più d'una volta figurano sull'ammattonato, a captare e a rimandare un raggio del sole che, digerito il pranzo, decade. Rapitoci il vecchio rame, non rimane che aver fede nel sostituto: l'alluminio.
La casseruola, tenuta al fuoco pel manico o per una presa di feltro con la sinistra mano, riceva degli spicchi o dei minimi pezzi di cipolla tenera, e un quarto di ramaiolo di brodo, preferibilmente di manzo: e burro lodigiano di classe.
Burro, quantum prodest, udito il numero de' commensali. Al primo soffriggere di codesto modico apporto, butirroso-cipollino, per piccoli reiterati versamenti, sarà buttato il riso: a poco a poco, fino a rag- giungere un totale di due tre pugni a persona, secondo l'appetito prevedibile degli attavolati: né il poco brodo vorrà dare inizio per sé solo a un processo di bollitura del riso: il mestolo (di legno, ora) ci avrà che fare tuttavia: gira e rigira. I chicchi dovranno pertanto rosolarsi e a momenti indurarsi contro il fondo stagnato, ardente, in codesta fase del rituale, mantenendo ognuno la propria "personalità": impastarsi e neppure aggrumarsi.
: non Burro, quantum sufficit, non più, ve ne prego; non deve far bagna, o intingolo sozzo: deve untare ogni chicco, non annegarlo. Il riso ha da indurarsi, ho detto, sul fondo stagnato. Poi a poco a poco si rigonfia, e cuoce, per l'aggiungervi a mano a mano del brodo, in che vorrete esser cauti, e solerti: aggiungete un po' per volta del brodo, a principiare da due mezze ramaiolate di quello attinto da una scodella "marginale", che avrete in pronto. In essa sarà stato disciolto lo zafferano in polvere, vivace, incomparabile stimolante del gastrico, venutoci dai pistilli disseccati e poi debitamente macinati del fiore. Per otto persone due cucchiaini da caffè. Il brodo zafferanato dovrà aver attinto un color giallo mandarino: talché il risotto, a cottura perfetta, venti-ventidue minuti, abbia a risultare giallo-arancio: per gli stomaci timorati basterà un po' meno, due cucchiaini rasi, e non colmi: e ne verrà fuori un giallo chiaro canarino.
3. Il Medioevo (2/2)
Il nuovo governo del borgo provvedeva alla manutenzione delle strade che raggiungevano le località vicine e Milano, alla conservazione delle mura e del fossato di difesa, alla piazza dove si tenevano le assemblee, al pozzo, importante per il rifornimento di acqua al borgo, e ad un <<pratum», piazza erbosa situata in ogni contrada, dove i notai svolgevano le loro mansioni.
Un cronista del 1600, Pietro An tonio Crespi Castoldi, ci ricorda la suddivisione del borgo medioevale in quattro contrade: Basilica, il quartiere attorno alla chiesa di San Giovanni; Piscina, così detto dalla vasca dove gli abitanti portavano gli animali ad abbeverarsi; Sciornago, il quartiere più ricco; e infine Sanovico, la contrada forse più salubre, come ci suggerisce il nome e che nel dialetto dei vecchi è ancor oggi chiamata <<Savigu», l'odierna via Montebello.
A indicare l'importanza del borgo e a testimoniare la crescita della popolazione - anche se, purtroppo, non possediamo dati precisi - Busto, in questo periodo, poteva vantare ben tre chiese, San Giovanni San Michele, la cui origine risaliva al periodo longobardo, e Santa Maria, probabilmente la più antica, posta com'è nel cuore del borgo medioevale.
Oltre a queste chiese va citata la presenza in Busto del convento delle Umiliate, situato nella contrada di Basilica, dove le monache praticavano, tra l'altro, la tessitura della lana, una attività che, secondo i documenti, era già fiorente alla metà del XIII secolo: è un segno della presenza già nel borgo medioevale di una prima attività tessile, tuttavia di limitata produzione. Sappiamo pure dai documenti che nel borgo fiorivano numerose altre lavorazioni artigianali, attorno alle quali prosperavano anche i commerci, poichè alcuni bustesi vendevano a Milano e nel ducato i fustagni e le «bombasine>>> prodotti nel borgo.
Il secolo XV è per la Lombardia un periodo particolarmente tormentato: la regione passa dal dominio dei Visconti a quello degli Sforza, attraverso guerre, devastazioni e saccheggi, accompagnati da carestie e pestilenze, da cui non si salva neppure Busto.
Pure in un momento così difficile va ricordata l'istituzione del primo tribunale (1440, con la concessione al podestà del potere di «<dirimere qualsiasi questione o lite civile e criminale, somma o valore e di sentenziare e di applicare pene pecuniarie e corporali fino all'estremo supplizio compreso» (Bondioli). E a confermare l'importanza crescente del borgo, Busto venne elevata a contea nel 1488.
Con il riconoscimento giuridico ed amministrativo e con la crescita delle attività artigianali, si venne formando, verso la fine del secolo, un ambiente culturale umanistico sull'esempio della corte sforzesca di Milano.
 
 
 
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04 Febbraio 2024 - domenica - sett. 05/035
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Febbraio (5/6)
San Valentino è il santo protettore degli innamorati; si festeggia il 14 febbraio, giorno in cui fu martirizzato a Roma per ordine dell'Impera tore Claudio il Gotico. Il patrono dell'amore nacque a Terni, in Umbria, nel 170 d.C., fu ordinato sacerdote a vent'anni e divenne Vescovo a trenta. Leggende sulla sua vita ve ne sono tantissime; una di queste vuole che Valentino fosse specializzato in problemi di cuore e a lui si rivolgessero sia i fidanzati che le coppie in crisi. Bastava fare quattro chiacchiere con lui perché l'amore, come d'incanto, rifiorisse; alle coppie riappacificate il santo regalava un fiore che pare non appassisse mai. La festività ebbe un certo risalto a cominciare dal Medioevo e poiché si diceva che il 14 febbraio, all'annunciarsi della primavera, gli uccelli cominciavano ad accoppiarsi, la festa di San Valentino segnava l'annuale risvegliarsi della natura e dell'amore.
In questo periodo il carnevale finisce ovunque, tranne che a Milano, dove inizia il carnevalone ambrosiano che dura fino al sabato seguente, chiamato sabato grasso. Fino ai primi del 1900, in questo giorno, in piazza Duomo, aveva luogo la fiera degli organetti di Barberia, chiamati in dialetto vertical; tutti quelli presenti a Milano si trovavano là ed iníziavano le trattative per soddisfare le numerose richieste dei circoli ricreativi e delle osterie dove alla domenica si ballava. Ricorda lo storico Raffaele Bagnoli: "Allora el vertical l'era il Re del Carneval!".
Al milanese Enrico Mangili si deve l'invenzione delle stelle filanti; intuizione che ebbe un giorno in cui si trovò per caso davanti ad un apparecchio telegrafico dal quale usciva, allungandosi man mano sul tavolino, una strisciolina di carta...
Verso la fine del mese la temperatura si fa più mite e la neve comincia a sciogliersi, infatti: "A San Mattia (24 febbraio) la nev la va via!" e nei nostri laghi inizia la pesca di lavarelli e lucci: "A San Mattia el pès el se invia".
Un occhio di riguardo va alle nostre rane pescate nei laghetti alpini di notte, quando l'acqua sta per sgelare, oppure catturate lungo i torrenti; Pietro Pensa, memoria storica del lecchese, ricorda che da secoli erano celebri le rane del lago di Losa di Premana, che portate a Milano venivano donate all'Arcivescovo... le nostre belle rane, piccole e gustose, consumate in umido, fritte, con il risotto o in frittata; basta che non siano quelle di allevamento, provenienti dal Giappone o da qualche paese asiatico, senza sapore e tanto grosse da sembrare rospi, che molti ristoratori al giorno d'oggi tentano di propinarci!
...A proposito di rane, riporto un aneddoto raccontatomi da Giorgio Caprotti, medico, poeta, studioso delle nostre tradizioni e cultore della milanesità.
El risott giald - (4/4)
Quel che più importa è adibire al rito un animo timorato degli dèi e reverente del reverendo Esculapio o per dir meglio Asclepio, e immettere nel sacro "risotto alla milanese" ingredienti di prima (qualità): il suddetto Vialone con la suddetta veste lacera, il suddetto Lodi (Laus Pompeia), le suddette cipolline; per il brodo, un lesso di manzo con carote-sedani, venuti tutti e tre dalla pianura padana, non un toro pensionato, di animo e di corna balcaniche; per lo zafferano consiglio Carlo Erba Milano in boccette sigillate: si tratterà di dieci dodici, al massimo quindici, lire a persona: mezza sigaretta. Non ingannare gli dèi, non obliare Asclepio, non tradire i familiari, né gli ospiti che Giove Xenio protegge, per contendere alla Carlo Erba il suo ragionevole guadagno. No! Per il burro, in mancanza di Lodi potranno sovvenire Melegnano, Casalbuttano, Soresina, Melzo, Casalpusterlengo, tutta la bassa milanese al disotto della zona delle risorgive, dal Ticino all'Adda e insino a Crema e Cremona. Alla margarina dico no! E al burro che ha il sapore delle saponette: no! Tra le aggiunte pensabili, anzi consigliate o richieste dagli iperintendenti e ipertecnici, figurano le midolle di osso (di bue) previamente accantonate e delicatamente serbate a tanto impiego in altra marginale scodella. Si sogliono deporre sul riso dopo metà cottura all'incirca: una almeno per ogni commensale: e verranno rimestate e travolte dal mestolo (di legno, ora) con cui si adempia all'ultimo ufficio risottiero. Le midolle conferiscono al risotto, non più che il misuratissimo burro, una sobria untuosità: e assecondano, pare, la funzione ematopoietica delle nostre proprie midolle. Due o più cucchiai di vin rosso e corposo (Piemonte) non discendono da prescrizione obbligativa, ma, chi gli piace, conferiranno alla vivanda quel gusto aromatico che ne accelera e ne favorisce la digestione.
Il risotto alla milanese non deve essere scotto, ohibò, no! solo un po' più che al dente sul piatto: il chicco intriso ed enfiato de' suddetti succhi, ma chicco individuo, non appiccicato ai compagni, non ammollato in una melma, in una bagna che riuscirebbe schifenza. Del parmigiano grattuggiato è appena ammesso, dai buoni risottai; è una banalizzazione della sobrietà e dell'eleganza milanesi. Alle prime acquate di settembre, funghi freschi nella casseruola; o, dopo S. Martino, scaglie asciutte di tartufo dallo speciale arnese affetto-trifole potranno decedere sul piatto, cioè sul risotto servito, a opera di premuroso tavolante, debitamente remunerato a cose fatte, a festa consunta. Né la soluzione funghi, né la soluzione tartufo, arrivano a pervertire il profondo, il vitale, nobile significato del risotto alla milanese».
Buon appetito!
LA CUCINA (3/3)
C: Un po' meno nel campo dei vini, che in provincia di Milano si producono solo a San Colombano... Comunque, per i vini i milanesi hinn semper staa de bocca bonna, con i rossi dell'Oltrepò, poi affiancati dai più robusti pugliesi, tanto diffusi in città agli inizi del Novecento da aver reso il nome di trani sinonimo di osteria.
M: Anche nei vini ci siamo evoluti: così come a Milano ci sono ristoranti di ogni Regione d'Italia (lasciando da parte gli esteri), così al supermercato e in enoteca - la bottiglieria de ona volta - troviamo una vasta selezione non solo di vini lombardi ma anche di rossi e bianchi di ogni provenienza, cosa ben più rara nelle altre Regioni, dove a tavola si consuma quasi do mà el vin del loeugh. E poi non dimentichiamo il caffe so, per il quale Milano è famosa non tanto per il prodotto quanto per le macchine che lo fanno e che, infatti, portano il nome della città in moltissimi bar d'Italia e del mondo.
C: E sì, l'espresso al bancone del bar è nato qui e non è un caso che nella fabbrica forse più nota ci sia oggi anche il museo di queste macchine. Ma allora... saria pussee giust ciamall caffè espresso "alla milanese".
M: Se l'è per quest, el nomm de Milan el gh'era anca sulla miscela Leone e sulla cicoria Frank, i surrogati del caffè al tempo dell'autarchia, che si fabbricavano dove ora c'è il museo di Armani. Ma mi piace concludere l'argomento cucina con un aneddoto che risale addirittura ai tempi degli antichi romani, quando i legionari che arrivarono a Mediolanum al seguito di Giulio Cesare scoprirono il burro e si meravigliarono, restando anche un po' inorriditi, del fatto che i locali lo mangiassero, al posto dell'olio d'oliva, quando loro lo usavano tutt'al più per lubrificare armi e armature. Ma per evitare quello che sarebbe suonato come un incidente diplomatico, Giulio Cesare se ne uscì con quella che sarebbe poi diventata una frase proverbiale: De gustibus non est disputandum.
C: Interessante! D'altra part, se pò di che el buttér el faga part della cultura centroeuropea, mentre l'olio d'oliva appartiene a quella mediterranea. E, se vogliamo farci conoscere per la nostra cucina, è proprio il burro che non dobbiamo farci mai mancare!
 
 
 
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Settimana-06

RVG settimana 06
 
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Settimana-06 del 2024
 
 
RVG-06 - da  - Radio-Fornace
 
Settimana 06       2024-02-05 -  Febbraio - Calendario - la settimana
05/02 - 06-036 - Lunedi
06/02 - 06-037 - Martedi
07/02 - 06-038 - Mercoledi
08/02 - 06-039 - Giovedi
09/02 - 06-040 - Venerdi
10/02 - 06-041 - Sabato
11/02 - 06-042 - Domenica
 
 
05 Febbraio 2024 - lunedi - sett. 06/036
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Febbraio (6/6)
L'amico Giò, sempre alla ricerca di cose genuine, aveva scovato una vecchia trattoria, situata all'interno di una cascina, nella verde campagna briantea. Dopo aver ordinato un piatto di cassocula, in attesa che fosse pronta, curiosando all'interno della cascina, vide un'anziana signora seduta all'ombra del fienile con accanto un mastello pieno di acqua in cui sguazzavano rane; prendendone una alla volta, con con- sumata perizia, toglieva loro la pelle, le passava in un secchio pieno di farina e le gettava ancora vive in una pentola di olio bollente. Abbastanza scioccato, Giò chiese alla donna se non pensasse mai alla sofferenza delle povere ranocchie al contatto con l'olio bollente. Serena la contadina rispose: "Tant hinn suéffaa!" (Tanto sono assuefatte!).
In questo periodo di fine febbraio vanno ultimati i lavori nei campi: negli orti la coltivazione degli erbaggi è affidata alle donne, che meglio di chiunque conoscono i piccoli segreti della seminagione, in omaggio al proverbio che recita: "Chi g'ha on bon ort el g'ha on second porch!" perché l'orto, se ben curato, è la seconda dispensa della casa!
"Febbràr, febbrarett, curt e maledett", si dice così perché può esserci un ritorno del freddo quando ormai tutti sperano nella fine dell'inverno.
Per "indovinare" se il tempo sarebbe stato bello o brutto, ogni località aveva il suo proverbio che basandosi sulla formazione delle nuvole, dal cambiar del vento o dal colore del cielo, prevedeva le condizioni meteorologiche; eccone alcuni raccolti un po' in tutta la Lombardia: "Valtellina ciara tutt el mond la masara, Valtellina scura tutt el mond la sgura!".
Nel lecchese: "Quand la Grigna la g'ha el capell, punda la ranza e ciapa el restell!".
Nel milanese: "Quand el ciel l'è a fett de pan, se pioeuv minga incoeu, pioverà doman!".
Nel mantovano: "Quand al nivol al va al Po, s'at vo dl'acqua, t'an darò!".
Nel magentino: "Se el temporal el ven da Bià, ciapa la sapa e scapa a cà, s'al vegn da la montagna, ciapa la sapa e va in campagna!" (Se il temporale arriva da sud ovest, verso Abbiategrasso, occorre ripararsi dall'imminente pioggia; se invece arriva dalla parte delle montagne si può tranquillamente restare a lavorare in campagna).
Nel bergamasco perfino il comportamento dei bambini suggeriva previsioni: "Quand i putei i stà chièt, l'è segn de brött temp!".
Concludo questa carrellata con un proverbio che può sembrare irriverente: "El temp l'è come el cû, perché el fà come el voeur lù!"... liquidando così tutti gli improvvisati "Bernacca" che credono di saper prevedere che tempo farà.
Toponimi di Ternate
11) Fornace: in dialetto Furnàas. Piccola zona a pochi metri a est del centro del paese dove sorgeva la fornace alimentata da una piccola cava di argilla nelle vicinanze.
12) Gattè: un tempo zona che ospitava una cascina ora il nome designa una vasta area a nord del paese che confina con Travedona e Biandronno (v. Mercallo n.19).
13) Gravitè: area che si sviluppa in lunghezza ad ovest della palude Brabbia che lambisce ilcomune per un lungo tratto e lo divide da Varano Borghi. Il nome è forse riconducibile a grava "greto alluvionale" oppure al tipo di terreno (cfr. Gravedona -CO-)14.
14) Longheria: area detta anche Longhino. Piccolo terreno di forma allungata che si sviluppa a sud del paese e confina ad est con la Baranchina L'etimo del toponimo è probabilmente da ricondurre alla forma del terreno lungo e stretto (cfr. Longhena località di Mairano-BS-, Longane -CO-)149..
15) Malpaga: ampia area di confine con il comune di Varano Borghi a nord-est del paese. La zona, un tempo coltivata con mais, è dagli anni '60 del secolo scorso diventata la principale area residenziale anche grazie all'impulso dell'industria Whirlpool sorta a pochi chilometri nel comune di Biandronno. Il toponimo è attestato in molte aree della Lombardia. In dialetto malpaga designa il "cattivo pagatore". Il nome si può interpretare o come un terreno poco produttivo che induce ad avere pochi guadagni e quindi ad essere spesso insolvente o più direttamente come un terreno che "ripaga male" gli sforzi di una giornata di un contadino.
16) Mercanteggia: strada nota anche come del Mercanteggio. È la prima strada interamente battuta costruita all'interno del comune che partiva dal comune di Comabbio fino a toccare il comune di Biandronno. Oggi ne è rimasto solo un piccolo tratto che passa proprio nel centro del paese. Il nome è da far risalire probabilmente alla funzione che aveva questa strada, cioè quella di collegare diversi paesi per favorire il passaggio di merci.
LA CASA (1/6)
Io, abitare fuori dai Bastioni, mai! Ma poi i Bastioni i hann traa giò...
M: Bene, cominciamo dalla casa. Ma proprio a proposito di case, fammi ricordare che il Meneghino di un tempo (cioè io, diciamo 200 anni fa) è servo, non padrone, ma vive in pieno centro, in di tanti cà de ringhera che stann fianc a fianc cont i grand palazzi di sciori, con i cortili che fervono di attività di ogni genere, dall'artigiano alla fabbrichetta; e, soprattutto, parla lo stesso dialetto dei signori, anche se sue certe espressioni fanno storcere il naso a qualche vicino di casa cont on po de spuzza sott el nas.
C: Oggi, però, è molto cambiato: il centro è considerato quello che sta dentro la circonvallazione dei Bastioni, dove sono concentrate le case di livello più elevato, dai grandi palazzi importanti vecchi di secoli, alle grandi case signorili dei primi del Novecento, e dove vive ancora la tradizionale borghesia milanese, tanto è vero che si dice che i milanesi più genuini se senten minga tai se stann minga denter 'sto serc.
M: Voraria minga ch'el fudess compagn d'on giron del Dante... ma è vero che i milanesi in generale, non solo i benestanti, chiamano "periferia" tutto quello che è fuori dalla terza circonvallazione, quella della 90-91 (uno dei mezzi simbolo di Milano, l'affollatissimo filobus che percorre la circonvallazione esterna, appunto). Anzi, se tornom indree on cicinin, si fermavano alla seconda, quella di Bastion spagnoeu e della storica linea tranviaria 29-30, per arrivare infine alla prima, la Cerchia dei Navigli, che oggi sono coperti ma racchiudono comunque il "vero" centro storico di Milano. Ora in questo centro ci abitano in pochi, quasi tutti di alto rango, per il resto sono uffici e botteghe di lusso. La borghesia che hai citato, che è poi quella che si può dire abbia fatto le fortune di Milano, la troviamo, appunto, nella seconda fascia, dove gh'hinn forse i cà pussee bei della città, costruite perlopiù nei primi vent'anni del Novecento.
Nella terza fascia troviamo on po de tusscoss, case popolari e quartieri eleganti e di qualità, spesso intercalati con spazi verdi, piccoli ma numerosi. E anche tante cascine, coi loro campi, rogge, canali che hanno però fatto perdere quasi del tutto le loro tracce. È qui che i borghesi delle prime fasce avevano le loro fabbriche, che fino a non molti anni fa occupavano la gran parte dello spazio, spesso affiancati dalle case d'abitazione degli operai che cercavano di stare vicino ai luoghi di lavoro. Gran parte di queste case erano case di ringhiera, che erano una specie di simbolo della Milano opero sa. Adess i fabbrich gh'hinn pu e le case di ringhiera, almeno quelle poche rimaste, sono diventate abitazioni "alla moda", tanto apprezzate ed adeguatamente rivalutate, mentre le fabbriche sono spesso diventate dei musei o anche residenze sofisticate che chiamano loft. E sono rimasti anche alcuni borghi e quartieri della vecchia Milano, come el Borg di formaggiatt (corso San Gottardo e dintorni) o el Borg di scigolatt (via Canonica e dintorni)...
 
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06 Febbraio 2024 - martedi - sett. 06/037
redigio.it/rvg100/rvg-06-037.mp3 - Te la racconto io la giornata
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redigio.it/dati1/QGL406-le-palafitte.mp3  - Il lago di Comabbio e le sue palafitte - #32a - 6,26 - #50 rvg
redigio.it/dati2601/QGLO014-Angera-SanMartino-01.mp3 - Il monte di San martino in Monte in Angera - 6,19 rvg
Toponimi di Ternate
17) Moccio: in dialetto Mööc. Area molto piccola che si estende a nord del paese e confinava un tempo con la cascina Trinità, oggi non più esistente. Si può far derivare il nome dalla voce milanese moce "tronco", forse per indicare una strada chiusa o interrotta da un tronco d'albero o simili
18) Ori: cascina ancora oggi presente situata al confine est con il Canale Brabbia e a nord del confine con il comune di Varano Borghi. Ori può essere fatto risalire alla voce dialettale ör dal significato di "colle o ciglione" (cfr. Oria frazione di Valsolda -CO-)152
19) Pacit: una delle più antiche località di Ternate situata a nord del paese al confine con Travedona e Cascinetta Rizzone che comprende la Cascina Gattè. L'etimologia del nome è oscura. Il suffisso finale-it in potrebbe essere letto come plurale della forma singolare -in che designa un nome personale o famigliare. Più semplicemente si potrebbe pensare ad un cognome Pacini largamente diffuso .
20) Palù: cascina oggi nota come Cascina Palude, situata pochi chilometri a nord della Cascina Ori. Il nome non è altro che il termine dialettale palude.
21) Paurascio: sulle carte si può trovare anche come Paurdascio. Piccola area a nord del paese al confine con il comune di Varano. Questa zona un tempo ospitava l'importante attività industriale detta Industriale Calce che produceva calce per tutto il territorio circostante. L'attività è stata in funzione fino alla metà del Novecento ed era alimentata anche dalla Cava del limitrofo comune di Travedona-Monate (v. Travedona-Monate n. 19). Il nome si dovrebbe ricollegare ai derivati della voce dialettale pau "palude" o paurèt "colui che lavora nella palude"(v. Cadrezzate n. 20). L'area però nella quale è situata questa zona è molto distante dalla Palude Brabbia e quindi non si riesce a giustificare pienamente questa voce.
22) Pozzone: cascina situata a pochi metri a nord del centro del paese. Il nome è dovuto alla costruzione sorta su un grande pozzo per il rifornimento di acqua (v. Cazzago Brabbia n. 18).
23) Roncass: (Roncàas) zona scoscesa a sud del paese verso Comabbio che finisce il suo declivio sulla piana che ospita il centro del paese (v. Biandronno n. 17).
24) San Sepolcro: primo centro d'insediamento del paese a sud dell'attuale centro abitato elevato su un leggero poggio. Il nome dovrebbe rifarsi ad un antico monastero locale, ora non più esistente, che aveva tale nome
LA CASA (2/6)
C: ...Quell che adess l'è el quartier cines!
M: Sì, altri nuovi milanesi che hinn quasi cent'ann che hann cominciaa a vegni chi; e adesso pare che il cognome più diffuso in città sia proprio cinese, Hu. Ma bisogna anche ricordare altri quartieri che si possono definire storici, come l'Isola, la Bovisa, il Giambellino, Lorenteggio; e poi quelli attorno alle Porte altrettanto storiche, Ticinese, Comasina, Vercellina, Orientale eccetera. E, ancora, i vecchi Comuni autonomi inglobati a Milano nel 1923, Lambrate, Dergano, Musocco, Crescenzago eccetera, che forse conservano ancora una quota maggiore di autentici meneghini, anche se un tempo erano considerati "ariosi".
C: Qualche decennio fa però pareva che i milanes voreven stà in città, soprattutto i nuovi benestanti del boom, e così sono nati dei quartieri esterni come San Felice, Milano 2, Milano 3, che volevano rassomigliare a villaggi esclusivi riservati a gente con buone disponibilità.
M: E, in effetti, par che el Comun pussee scior d'Italia sia quello di Basiglio, dove appunto sorge Milano 3, ma ci sono anche zone periferiche della città che ospitano quartieri di lusso, come ad esempio San Siro, che però se troeuven spess taccaa cont i cà popolar, anca on po malfamaa. Bisogna poi considerare che il territorio del Comune di Milano l'è piscinin (poco meno di 182 km2) e appenna foeura gh'è quell che ciamom l'hinterland, con tanti Comuni attaccati alla città che però sono indipendenti, e così è nata la cosiddetta Città Metropolitana, una specie di istituzione a metà tra il Comune allargato e la Provincia ridotta, che dovrebbe comprendere appunto il territorio che è tutt'uno con Milano. Incoeu però se capiss minga nancamò se l'è che tocca al Comun, alla Provincia, a la Region...
C: Forse bisognerebbe spostare il nuovo limite alla Tangenziale, che la par giamò ona quarta circonvallazion. Comunque, in questi ultimi anni c'è stato un gran ritorno della città, che trova la sua maggiore espressione nei nuovi quartieri di CityLife, dove c'era la vecchia Fiera, di Porta Nuova, lasciata in stato pietoso per più di 50 anni dopo la guerra, e delle fabbriche dismesse ora diventate zone alla moda.
M: Debon on cambiament notevol, reso ancora più signifi cativo dalla qualità degli edifici che stanno disegnando un nuovo profilo della città, ma che fanno anche costare sempre più care le case, per cui si torna a cercare fuori, e non più villaggi esclusivi ma abitazioni dai costi più accessibili. Peraltro, si sta ancora modificando il volto di tante altre zone, in particolare dove c'erano i grandi scali ferroviari
Porta Romana, Porta Vittoria, via Farini. Ma non si sente ancora tanto parlare delle caserme mezze abbandonate e del famigerato carcere di San Vittore, un vero e proprio anacronismo nel centro di una città moderna. Intant però par che se semm dismentegaa delle periferie, tirate su male con i casermoni degli anni Sessanta/Settanta, che hanno dato vita a quartieri non proprio modello, come Gratosoglio, Quarto Oggiaro, Gallaratese e che oggi sono molto deperiti, con grossi problemi di vivibiltà, soprattutto nelle case popolari di proprietà pubblica, dove succed de tusscoss e spess minga tanto de bon. E lì abita ormai moltissima gente che l'ha gh'ha el diritt de ciamass milanes, ma che fatica ad identificarsi con l'idea che si ha di noi.
El vicol di lavandee - » vicolo dei Lavandai ang. alzaia Naviglio Grande
Del tipico lavatoio ne è rimasto solo qualche esempio. La lavandaia (lavandera) appoggiava sulla pietra inclinata (preja) un asse di legno a tre sponde con impugnatura (brellin), su cui fregava i panni utilizzando come solvente el palton. Esisteva la lavandera de color, de bianch, de gròss, de fin.
A inizio '800 ci si ingegnava con mestieri per strada: el magnan stagnava le pentole, el strascee ritirava panni usati, el rottamatt ritirava ferri vecchi, el ciaparatt cacciava topi, el moletta era l'arrotino, el cadreghee l'impagliatore di sedie, el trombee l'idraulico. Quando non esisteva il sostantivo specifico si usava il pronome quèll e l'oggetto: quèll del zuccher filaa, de la riffa (venditore di dolciumi a scommessa), de la scimbietta (scimmietta) e de l'orghenin, del lott, di rann (delle rane), di cuni che vendeva le castagne di Cuneo infilate a collana, di pericotti (pere cotte), de la gnaccia (castagnaccio) che veniva dalla Toscana.
Per strada era facile incontrare le piscinine (apprendiste) che consegnavano a domicilio grandi scatoloni coi vestiti delle signore, ma in troppe poi avviate alla prostituzione. A fine '800 in migliaia trovarono lavoro nelle fabbriche. Le condizioni erano dure, fino a 14 ore di lavoro al giorno, senza ferie, senza mutua per le malattie né pensione per la vecchiaia. Per donne e bambini tre e sei ore di lavoro per un chilo di pane, rispettivamente.
 
 
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07 Febbraio 2024 - mercoledi - sett. 06/038
redigio.it/rvg100/rvg-06-038.mp3 - Te la racconto io la giornata
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redigio.it/rvg100/rvg-xxx.mp3 -  qualche parola sull'
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  1. redigio.it/dati1/QGL407-reperti-storici.mp3  - I reperti preistorici a Cuirone - #32 - 2,00 -  rvg
Le urne, il corredo e l'immagine del defunto
Come urne sono utilizzati sia recipienti specifici, in argilla fine con superficie liscia e decorata a solcature sottili e a coppelle, sia vasellame d'impasto più grossolano e d'uso domestico, ben documentato negli abitati di questo gruppo culturale. Tipiche della produzione più fine sono le urne biconico-lenticolari, di piccole dimensioni e numericamente prevalenti, e le urne più grandi biconiche e ovoidali; la produzione più grossolana si esprime invece in piccoli contenitori a imboccatura aperta, ovoidali o troncoconici. Le piccole urne biconico-lenticolari a Canegrate sono nei 2/3 dei casi associate a bambini, per il resto ad adulti; quelle grandi sono per adulti o per le tombe plurime.
Nelle urne si trova il corredo personale e, in rari casi, un vasetto accessorio. Altri elementi del corredo possono trovarsi nel riempimento del pozzetto. Sono oggetti per lo più alterati dal calore del rogo, a volte anche spezzati intenzionalmente e resi inutilizzabili, "sacrificati" per accompagnare per sempre il defunto. Non manca l'offerta di manufatti deposti integri o nuovi, come il pugnaletto della t. 75, una sepoltura femminile particolarmente ricca.
Attraverso gli oggetti di corredo possiamo dare una immagine ai defunti. Comprendiamo che indossavano abiti fermati da spilloni di bronzo, per gli uomini in un solo esemplare e per le donne in numero maggiore, goliere a tortiglione o a sezione circolare e bracciali a capi aperti in bronzo. Goliere e bracciali sembrano essere stati portati sia da maschi che da femmine e, in virtù della loro frequenza, possono essere considerati rappresentativi del costume della cultura di Canegrate. Meno frequenti sono i bracciali in osso decorati a cerchielli incisi, le perle di vetro, i pendagli e gli orecchini di bronzo. Di pertinenza femminile, a parte le fusarole, sembrano gli orecchini, le perle di vetro per i pendagli e per la decorazione della testa degli spilloni e pugnaletti con foro per la sospensione. D'appannaggio maschile sono considerate le armi: spade, cuspidi di lancia, pugnali e coltelli.
Le basiliche ambrosiane -  piazza del Duomo
Ambrogio volle Milano sotto la protezione divina. Progettò così quattro basiliche al di fuori della cinta muraria, ai quattro punti cardinali, e alla loro intersezione il battistero, ottagonale poiché l'ottavo giorno è quello della Resurrezione, della nascita dell'uomo nuovo rigenerato dal Battesimo.
Le strisce sul sagrato del Duomo riproducono il perimetro del battistero voluto da Ambrogio nel 378, poi demolito per far posto alla cattedrale. Quattro metri sotto il livello della piazza sono visitabili le fondamenta e la fonte battesimale [ v. foto sopra]. Qui, la notte di Pasqua del 387, Ambrogio battezzò il futuro Sant'Agostino. Costui era arrivato a Milano tre anni prima: rètore, laico, dopo aver sentito parlare il vescovo prese "subito ad amarlo" (scrisse nelle Confessioni). A sud-est la basilica Apostolorum, che venne poi dedicata a San Nazaro perché Ambrogio la arricchì del corpo del santo scoperto dodici anni dopo nel campo dei Tre Mori.
A ovest la basilica Martyrum (oggi Sant'Ambrogio), dedicata a chi aveva pagato col supplizio il credo per la nuova fede, contenente reliquie dei martiri Gervasio e Protasio, e dove è sepolto Ambrogio. A nord-ovest la basilica Virginum (oggi San Simpliciano), dedicata alle giovani che votavano l'esistenza a Dio. A quei tempi la donna era considerata res, cioè proprietà, e quindi ufficializzare lei la possibilità di una scelta autonoma consacrandosi al Sifu un'idea rivoluzionaria.
A nord-est la basilica Prophetarum o del Salvatore, poi San Dionigi, dedicata a chi tutto precedeva e riepilogava (demolita per fare posto ai bastioni di Porta Venezia). La sua grande fonte battesimale in porfido sarà trasferita in Duomo.
CI SI VEDE PER IL... "CAFFÈ"? (1/3)
Non si sa se sia vero, ma qualcuno ha messo in giro la voce che, quando il grande re di Polonia Jan Sobieski salva letteralmente l'Austria e di conseguenza l'intera Europa sbaragliando i Turchi a Vienna nel 1683, gli vengono portati dei sacchi ripieni di misteriosi "fagioli verdi" recuperati nell'accampamento ottomano abbandonato in tutta fretta: ma lui, avendo sul momento ben altri pensieri per la testa, pensa bene di girarli a un tale Jerzy Franciszek Kulczycki, uno dei suoi ufficiali veterani che l'ha seguito in tante imprese.
Orbene, quando questo Jerzy, polacco, realizza di averne proprio piene le tasche di guerre e decide di prendersi il meritato riposo con la liquidazione corrispostagli dal sovrano, pensa bene di sistemarsi a Vienna, visto che è già lì, e di aprire un suo localino. Quando parliamo però di localino non stiamo parlando ancora di un baretto, che allora non si usava, stiamo parlando di un "caffe".
Jerzy non lo sa ma, con la fortuna dei principianti, ha imboccato il filone giusto perché, giusto qualche anno dopo, arriva il Settecento, l'âge d'or per il caffè in tutta Europa, non più solo, quindi, un appannaggio dell'Oriente, da dove un secolo prima arrivava raramente, giungendo nei nostri porti sotto forma di erba me- dicinale, a prezzi altissimi e non certo conosciuto come bevanda normale.
Il caffè si chiama così dalla regione montuosa in Etiopia denominata Kaffà, e si era presto diffuso nel mondo musulmano, che vieta il consumo di alcool, ed era quindi definito "il vino d'Ara- bia". A dir il vero non è che fosse molto ben visto dalle autorità religiose locali, per il suo potere eccitante, per cui, tanto per cambiare, si pensa bene di vietarne assolutamente il consumo alle donne; e anche per quanto riguarda gli uomini viene spesso demonizzato e indicato quale pretesto per non frequentare la moschea.
La stessa avversione, guarda caso, si registrerà, almeno agli inizi, da parte della Chiesa, che arriva a definirlo addirittura "bevanda. del Diavolo" sempre per il suo carattere eccitante.
A un certo punto anche da noi comincia a dilagare l'abitudine di consumarla in un nuovo tipo di locale che in pochi anni spopola, un posto che si caratterizza per esser ben diverso sia da osterie e birrerie, roba da plebaglia, che dagli esclusivi club aristocratici.
Un posto da borghesi, da commercianti, da capitalisti, da illuministi, un posto dove contrattare, dove confrontarsi, dove discutere, dove leggere di tutto, un posto di nuove curiosità e di nuove libertà, di idee anche un po' sovversive per l'epoca, perché uno dei motivi che contribuirà al successo di tutto ciò sarà il fatto di andare di pari passo con l'affermarsi delle nuove idee e all'interesse rinnovato per quel mondo esotico dell'oriente: basti pensare alle Lettere persiane di Montesquieu e alla fortuna di certi romanzi che evocano atmosfere di velato erotismo.
 
 
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08 Febbraio 2024 - giovedi - sett. 06/039
redigio.it/rvg100/rvg-06-039.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
redigio.it/rvg100/rvg-xxx.mp3 -  qualche parola sull'
Cosa ascoltare oggi
  1. redigio.it/dati16/QGLC674-comabbio.pdf - una serie di fotografie del lago e dintorni - #32
Toponimi di Ternate
25) Santa Maria: altura principale  del comune di Ternate che si sviluppa tutta all'interno del paese. Il rilievo di circa 270 metri è a nord-ovest rispetto al centro del paese e alle sue pendici si sono formate le prime abitazioni che hanno dato vita poi al comune vero e proprio di Ternate. Insieme alla località San Sepolcro (posta sullo stesso asse in direzione sud rispetto al poggio) la località Santa Maria e il Pacit formano il nucleo storico e più antico del paese.
26) Selva Spagnoi: un tempo piccola radura che si estendeva a nord del paese e fungeva da confine naturale con la località Cassinetta Rizzone di Biandronno. Lo specifico Spagnoi è voce oscura. È pensabile il riferimento ad un cognome ampiamente diffuso come Spagnoli, oppure è ipotizzabile il riferimento alla voce dialettale Spagnöö che si riferisce al Moròn "gelso"155.
27) Trinità: antica cascina oggi non più esistente edificata sul terreno un tempo noto come Campi Grandi (v. Ternate n. 7). Questo toponimo quindi non è più conosciuto dagli abitanti ternatesi e resta registrato solo nelle carte catastali di inizio secolo.
28) Verago: voce registrata in un atto notarile del 1027. Oggi la località non è più nota agli abitanti di Ternate 156. La voce è da considerarsi un prediale poiché continua un nome gentilizio del tipo Verius o Varius (cfr. Verate -CO-e Verano Brianza -MI-)157.
29) Vignasecca: località attigua al terreno Malpaga. Nome trasparente che si riferisce ad un terreno piantato un tempo a vigna. Designa probabilmente un terreno predisposto alla coltivazione dell'uva ma poco produttivo (v. Cadrezzate n. 38).
Dalle ceneri al laboratorio, uno sguardo preliminare sulla necropoli di Canegrate
A differenza di quanto si pensi, la cremazione non provoca la polverizzazione completa di un corpo, ma altera le ossa, in forma, colore e dimensione, restituendo dei frammenti analizzabili, seppur con qualche difficoltà. Questi cambiano a seconda della temperatura raggiunta dalle fiamme o dal tempo di esposizione al fuoco. Le ossa provenienti dalla pira possono essere sottoposte a rituali diversi, come ad esempio lo spargimento in campo aperto, la raccolta in un contenitore o la sepoltura con tutta la struttura funeraria.
Nonostante questa sfida, anche gli individui cremati possono ancora raccontarci le loro storie, accrescendo la nostra capacità di ricostruzione del passato; non va dimenticato che anche il reperto più piccolo può contenere informazioni preziose. Il sepolcreto a incinerazione di Canegrate si configura come un sito nevralgico per l'indagine della popolazione che ha vissuto in Italia settentrionale in questo periodo storico. Le analisi, tuttora in corso, mostrano una necropoli varia, composta da uomini, donnee bambini. Data la scarsità dei materiali, spesso è difficile diagnosticare con certezza il sesso o stimare con precisione l'età; nonostante ciò, si comincia a percepire una popolazione attiva, che viveva e soffriva, sforzando sovente il proprio corpo e subendo disagi dovuti a eventi accidentali. Solo quando si avrà una visione complessiva di tutta la popolazione si potrà meglio identificare chi fossero e che vita abbiano condotto.
La tomba 121, qui esposta, appartiene a un bambino di circa sei anni, il cui corpo non ha ancora sviluppato i caratteri sessuali (1). Le ossa mostrano le tracce di una malattia che lo affliggeva da lungo tempo, viste le evidenti reazioni infiammatorie (2) su più ossa del corpo, più probabilmente di origine gastrointestinale o polmonare.
PERCHÉ NON POSSIAMO DIRCI SVIZZERI...
Finita l'era degli Sforza, Milano è ormai saldamente e inesorabilmente sotto i Francesi, che impongono come governatore della città lo spregiudicato condottiero Gian Giacomo Trivulzio, ormai divenuto la loro longa manus in Italia e che, per ringraziamento per i servigi resi, viene nominato addirittura maresciallo di Francia dopo aver sconfitto Venezia nella battaglia di Agnadello e gli Svizzeri nella cruentissima battaglia di Marignano (l'attuale Melegnano).
La famosa "battaglia dei Giganti" del 1515, come la definì proprio il Trivulzio per la carneficina che avverrà sul campo, si parla di 10 o 15.000 morti, fu combattuta fra gli Svizzeri alleati dell'ultimo degli Sforza, Massimiliano, e i Francesi che si era cercato l'ennesima volta di scacciare da Milano.
Il Massimiliano di cui qui si parla è il figlio di Beatrice d'Este e di Ludovico, anche se il ritratto che ci è pervenuto di lui è ben diverso da quello del Moro: non solo perché lui è biondo e con gli occhi azzurri (eredità della madre, come tutti gli Este bionda e di carnagione chiara), ma, soprattutto, sarà magari stato il trauma di essersi visto sparire nel giro di pochi anni entrambi i genitori, certo è che da loro non ha ereditato alcun talento.
Da subito si rivela niente di più che un pupazzo che gli Svizzeri, già al soldo del padre, mettono formalmente alla guida di ciò che resta del Ducato di Milano con l'intento nemmeno troppo celato di annetterselo al più presto; e che non sia certo un cuor di leone lo dimostrerà quando, dopo la sconfitta, si presenterà a Francesco I col cappello in mano per cedergli tutti i diritti sul Ducato in cambio di una più che discreta pensione vitalizia e della promessa di adattarsi a vivere fino alla morte in Francia da semplice cit tadino sotto stretta sorveglianza della polizia.
Come recita il motto "ex clade salus" (dalla sconfitta la salvezza) che fa bella mostra di sé davanti alla chiesetta su una grande lastra di granito che la Svizzera vi fece portare qualche anno fa dalle sue montagne, fin dal quel 1515 gli Svizzeri, come comunità, mostrarono di avere la capacità di metabolizzare quella carneficina e, sulla spinta dell'onda emotiva che ne era seguita, decisero proprio da quel momento che la Confederazione sarebbe rimasta neutrale nei secoli a venire, tranne che nel caso di violazione dei propri confini. Decisione non da poco per quei tempi, se si considera che, pro- prio per la coesione in battaglia che ne caratterizzava le truppe, rigorosamente raggruppate su base cantonale, il loro esercito aveva sempre dato del filo da torcere in ogni conflitto di cui era stato protagonista fino ad allora.
CAOS URBANISTICO (1/2)
Nella città agli albori del 1700 gli spazi son quelli che sono. Milano presenta ancora un nucleo a troppo alta densità abitativa all'interno della storica Cerchia dei Navigli di viscontea memoria e uno, fortunatamente meno densamente abitato perché inframmezzato qua e là da orti e piccoli terreni coltivati a uso privato in un'ottica di sussistenza familiare, all'interno delle mura spagnole volute da don Ferrante.
Comunque la si giri, la città appare come il brutto prodotto sorto per vari processi succedutisi nel tempo in modo del tutto casuale. Gli spazi che offrono quelle poche piazze, se di piazze si può parlare, non sono più che slarghi di impronta del tutto occasionale, sorti dove certe vie finiscono con l'incrociarsi o che si aprono di fronte a palazzi patrizi con maggiori pretese o a certi grandi monasteri.
All'interno della Cerchia dei Navigli le strade sono strette e gli spazi risicati, basti pensare a quelle viuzze oggi così ambite intorno al fashion district o alla zona della Borsa.
Se oggi ogni abitazione ha il suo numero civico, a contraddistinguerla, in precedenza ci si affidava solo al nome della via cioè della contrada, magari facendo riferimento a quel palazzo dove risiedeva quella tal famiglia patrizia o a quella corporazione artigiana che vi operava o, ancora, a quella chiesa o a quel monastero che vi sorgeva.
Ma poi arriverà Maria Theresia con quei suoi numeri civici, appunto, "teresiani", così stranamente lunghi che, ancora oggi, da qualche parte, fanno capolino.
Bisognerà attendere la fine del 1800, con l'avvento del Regno d'Italia, perché quei numeri civici, a Milano, si adeguino a una nuova, ora uniforme disposizione: i numeri devono esser bianchi su fondo nero e, girando le spalle al Duomo, dovranno essere rigorosamente pari a destra, se dispari a sinistra.
Quanto alle architetture private che si incontrano nelle vie, la velleità di apparire non si addice più di tanto al patriziato cittadino. In città, non sempre, ma spesso, per le facciate dei loro palazzi, i ricchi optano più per il low profile, anche se all'epoca non si parla ancora di sequestri per estorsione. Poi, varcati quegli impenetrabili portoni, si apre tutta un'altra storia.
Non è un caso, del resto, se proprio a Milano è nato quel vecchio adagio che così suona: "el de denter l'è per i padron, el de foeura l'è per i minciòn".
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09 Febbraio 2024 - venerdi - sett. 06/040
redigio.it/rvg100/rvg-06-040.mp3 - Te la racconto io la giornata
Notizie dal Villaggio
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Cosa ascoltare oggi
redigio.it/dati1901/QGLF033-memorie-nostalgie.mp3 - Operazioni di tutti i giorni tanti anni fa nei luoghi vicini al lago di Comabbio - 5,21 - #50 #36 #48 - RVG
Toponimi di Cazzago Brabbia
7) Ciappera: lungo tratto di riva che va dall'inizio del fiume Brabbia alla strada detta Stravéla, "stradetta". In dialetto troviamo due nomi per questo luogo: Cipéra e Ciàpa. Il nome sarebbe facilmente spiegabile facendolo risalire al termine tardo latino clappa che significa "lastra di pietra piatta". Il riferimento a questi terreni però non è molto pertinente, perché la zona vicina al lago è più umida che arida e pietrosa. Un' altra possibile interpretazione attribuisce al termine latino clappa il significato di modus agri cioè "'unità di misura per un appezzamento di terreno ".
8) Conserva: in dialetto cunsèrt o giazèr, è il luogo adibito alla conservazione del cibo, indispensabile per gestire risorse alimentari anche nei periodi di siccità e carestia. Questa zona era caratterizzata da tre ghiacciaie costruite sul finire del Settecento nelle vicinanze della contrada Brabbia nella parte nord del paese. La pratica di costruire piccole strutture in mattoni, riempite con ghiaccio e neve nei periodi invernali, in cui riporre pesce e carne per la loro conservazione, si è protratta fino agli anni '40 del Novecento, sostituita poi dalla moderne tecniche di rifrigerazione e conservazione del cibo'. Il nome dialettale cunsèrt è stato italianizzato in "conserva" per la prima volta nell'atto notarile del 1922, che prevedeva l'acquisto dei diritti di pesca della Cooperativa dei Pescatori dalla allora proprietà della famiglia Ponti.
9) Cuèt: in italiano traducibile come "codina", "codine" o "codino". Difficile capire se la voce sia il plurale del termine dialettale cuéta "codina" o il singolare con la particolare caduta della -a finale, fenomeno riscontrato già in alcuni toponimi di queste zone. Si direbbe comunque essere il diminutivo plurale della voce cùa "coda" che continua il latino cauda. Il toponimo si riferisce probabilmente ad una piccola striscia di terra simile nella forma ad una coda.
10) Fòssüra: piccola cresta che porta alle sponde del Lago di Varese. Il nome sembra essere un diminutivo con rotacismo del nome dialettale fòs "fosso""". Il toponimo dovrebbe indicare il "luogo in cui è presente un fosso", di cui però oggi non c'è traccia alcuna.
ANTICHE AMICIZIE
Siamo diventati grandi insieme. Certo che lo conosco. Abbiamo scaldato insieme i banchi di scuola, giocato insieme alla palla in piazza, insieme abbiamo fatto qualche volta a cazzotti, giocato alla gibulèa, a ladri e carabinieri, ci siamo scambiati i primi libri. Io Salgari lui Verne, io London, lui Stevenson, poi Conrad fino a Pirandello, fino a Thomas Mann. Si chiama, questo vecchio amico, Gino Stefani figlio di genitori profughi di Feltre durante la prima guerra mondiale. Abitava a sinistra della metà di Via Bolzano, nella cascina - la cà rusa circondata da almeno duecento pertiche di terreno coltivato. C'erano a dir poco una cinquantina di filari d'uva che aiutavo anch'io a cogliere e a pigiare nel tino di sedicimila litri posto in mezzo al cortile. Gino da giovane era un eccellente clarinettista jazz. Aveva suonato un po' dappertutto, nelle più famose orchestre del momento. Abbandonò l'attività musicale per entrare nei Gesuiti all'Aloisianum di Gallarate. Regalava tutto quanto sua madre gli comperava per il corredo: maglie, camicie, pullover, vestiti. Abbandonò anche i Gesuiti e si trasferì a Bologna dove, tuttora, insegna al conservatorio musicale. Quante passeggiate a piedi e quanto chiacchierare, discorrere, discutere, abbiamo fatto insieme. Una domenica ero andato a Milano per assistere a una partita di calcio, un derby. Venne un diluvio di pioggia e così dovetti rinunciare alla partita. Andai in un locale dove sapevo che lo avrei trovato con la sua orchestra. Passai un pomeriggio eccellente anche se il jazz non mi era molto famigliare. Caro Gino, come va? Ti ricordi quando mi hai prestato da leggere "il borgo" di William Faulkner e io a te "il diavolo al Pontelungo" di Riccardo Bacchelli?
Una quindicina di giorni fa, mentre passavo in rassegna i miei libri, che non ho più posto dove metterli da tanti che sono diventati (mi capita spesso di fermarmi in contemplazione di qualche volume che mi ha particolarmente entusiasmato) ho rivisto la copertina celeste- cenere del "Ritratto di Signora" scritto nel 1879 da HENRY JAMES (1843-1916) scrittore statunitense, uno dei tanti capolavori della collana Narratori Stranieri tradotti,
Non puoi averlo dimenticato tanto ci esaltò la scoperta del nuovo scrittore. L'ho riletto, da allora, ancora due volte. L'entusiasmo è immutato, come quello di cinquanta anni fa. Forse un poco di più. Ciao Gino, a domenica prossima, verso le dieci, al solito posto, sull'angolo davanti alla casa, del Giucumèn Calzulàr. Ci vediamo.
Dai dati antropologici e archeologici alla ricostruzione di uno spaccato della società
Secondo l'analisi antropologica eseguita negli anni '50 dal prof. Luigi Cardini ed ora in corso di approfondimento da parte dell'équipe della prof.ssa Cristina Cattaneo, il gruppo umano che la necropoli di Canegrate restituisce appare rappresentativo dell'intera comunità: è presente una maggioranza di sub-adulti, compresi i giovanissimi e i perinatali, che corrisponde alle percentuali attese in società a mortalità naturale, cioè non modificata dall'introduzione di antibiotici e vaccini. Diversamente da quanto si registra presso le contemporanee comunità dell'Italia nord-orientale (esclusione dalla sepoltura nella necropoli e dal rito crematorio fino ai 2-3 anni), a Canegrate non sono poste limitazioni di uso della necropoli per i soggetti più giovani, che vengono deposti con corredo e oggetti di prestigio, al pari degli adulti.
I materiali di corredo che accompagnano i defunti probabilmente non riflettono l'immagine degli individui in una dimensione quotidiana, ma rispecchiano l'identità sociale che si voleva affermare nel momento della cerimonia funebre.
I corredi comprendono solo due categorie di oggetti - elementi dell'abbigliamento e dell'ornamento personale e armi - che sembrano enfatizzare una differenziazione tra individui basata essenzialmente sul principio di genere; anche la modalità di sepoltura con orientamento bipolare delle urne si inserisce in questa tendenza. Chi sarebbero allora le "signore" e i "guerrieri" che ci mostra il costume? Il fatto che alcuni dei portatori di spada siano ancora dei bambini (t. 6, t. 9, t. 92), ci porta a ritenerli i membri di una élite che si connota attraverso il possesso degli attributi guerrieri, a prescindere dalla classe di età e dall'effettivo esercizio delle armi, nel quadro di una società che si va segmentando sulla base di articolazioni socio-economiche acquisite su base ereditaria.
 
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10 Febbraio 2024 - sabato - sett. 06/041
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CAZZAGO BRABBIA (30) - Cazzago Brabbia: m. 265; kmq 3.86; abitanti 785.
Comune della provincia di Varese situato 11 km a ovest del capoluogo sulla sponda meridionale del Lago di Varese.
Il toponimo Cazzago sembra risalire a un più antico Cagazago attestato nell'anno 840. Per questo lo si potrebbe ricondurre ad un nome personale Cacatius con l'aggiunta del suffiso -acu. Lo specifico Brabbia, aggiunto in epoca unitaria per meglio differenziarlo da altri Cazzago presenti in Lombardia, (cfr. Cazzago San Martino -BS-) ha una etimologia dubbia. Si potrebbe pensare al celtico barros "cespuglio"".
1) Brabbia: fiume che crea un confine naturale tra i comuni di Cazzago Brabbia e Biandronno. Il corso d'acqua (1,3 km) è un emissario del Lago di Comabbio e si getta alla fine della sua corsa nel Lago di Varese, in località denominata dai locali Imbóch "imbocco". Il suo corso è molto lento e irregolare nel tratto finale, quello che bagna il comune di Cazzago Brabbia, mentre la parte che porta al Lago di Comabbio è più lineare in quanto ben tenuta e adibita alla navigazione fino alla fine dell'Ottocento per volere di alcuni facoltosi possidenti locali. Il nome del fiume, che fornisce lo specifico al Comune di Cazzago ed è noto localmente come "canale", è di dubbia derivazione. È possibile vedere nel nome una derivazione dalla voce celtica bar/barros "cespuglio" oppure dal termine tardo latino *plebula diminutivo di plebs "pieve" (cfr. Brebbia -VA-)67. Per motivi fonetici è più difficile far risalire il toponimo alla voce longobarda braida "podere, campi pianeggianti", che ha dato luogo a vari toponimi in tutta la Lombardia (cfr. Brera, località in Milano) e al termine breda usato in bresciano e cremonese con il valore di "campo".
2) Brüghet: la zona che sovrasta la Ciapéra. Il termine è sicuramente un diminutivo di brügh "brugo, erica" e deriva dal celtico brucus "pietraia", terreno magro e poco produttivo dove cresce l'erica.
La Darsena e i navigli (secolo XII-XIX) - viale Gorizia ang. ripa di Porta Ticinese
È il "porto" di Milano. Vi convergono 3 canali: il Naviglio Grande, il Naviglio Pavese e il Naviglio Interno. Essi furono costruiti allo scopo di portare acqua alla città per migliorare la difesa militare, le attività commerciali e artigianali, la salute pubblica. Il Naviglio Grande fu il primo a essere costruito. Pochi anni dopo la distruzione della città da parte dell'imperatore Federico I detto il Barbarossa, nel 1179 i Milanesi iniziarono i lavori per portare fin qui le acque del lago Maggiore e del Ticino, con un percorso di 50 km. Il Naviglio Interno, costruito nel '400, attraversava la città con un sistema di conche, ma è stato coperto negli anni Trenta per facilitare i trasporti su terra. Esso portava qui, attraverso il canale della Martesana, le acque provenienti dal lago di Como e dall'Adda. Il Naviglio Pavese fu completato nel 1819 e, in deflusso, si riallaccia al Ticino nella sua parte navigabile e quindi al Po e al mare. La Darsena fu costruita ai primi del '600 sotto il governatore spagnolo Pedro de Acevedo conte di Fuentes. In Darsena arrivavano chiatte trainate controcorrente da cavalli (poi motorizzate), cariche soprattutto di sabbia e ghiaia, ma anche di legname e persone. Attraverso il Naviglio Grande fu trasportato il marmo per il Duomo, che arrivava dalla cava di Candoglia lungo il fiume Toce e poi il lago Maggiore.
Abbazia di Chiaravalle (fondazione 1135) -  via Sant'Arialdo 102
L'abbazia fu fondata da San Bernardo di Clairvaux, venuto a pacificare la città con papa Innocenzo II. Bernardo fu pregato dai Milanesi di fondare un monastero a somiglianza del suo in Francia (i Cistercensi erano famosi per le conoscenze in opere di bonifica agricola). Bernardo accettò in dono una estesa zona acquitrinosa infestata dalla malaria e chiamò alcuni dei suoi monaci.
Con sapienti opere irrigue essi riuscirono a ottenere tre sfalci annuali, ponendo le premesse per un allevamento bovino assai redditizio. In seguito le proprietà vennero affittate a famiglie contadine cui era data la possibilità di risiedere nelle "grange" monastiche. Venne così proposto un modello di sviluppo alternativo rispetto ai vincoli del sistema feudale, offrendo alla plebe una possibilità di affrancarsi dalla povertà con il lavoro.
Sulla scorta del loro insegnamento molte terre a sud di Milano vennero riorganizzate. L'opera di recupero agricolo portò alla prosperità, che permise l'erezione del monumentale complesso architettonico, seppure pensato privo di ogni ostentazione. I Cistercensi furono anche abili diplomatici e agirono spesso come mediatori nei trattati di armistizio e di pace.
Nel cimitero dell'abbazia vollero essere sepolti Pagano, Jacopo, Martino e Filippo della Torre.
Nel convento si ritirò a morire l'arcivescovo Ottone Visconti. Con lui, vittorioso nella sanguinosa battaglia di Desio (1277) contro la famiglia dei Torriani, iniziò la dinastia dei Visconti e la fine dell'epoca comunale. Fu il primo morso de "la vipera che il Milanese accampa", come scrisse Dante. Napo Torriani, il vinto, fu lasciato a penzolare in una gabbia, dove morì diciotto mesi dopo. L'abbazia decadde sotto gli Spagnoli e l'ordine venne abolito da Napoleone nel 1796. Il complesso divenne caserma, un'intera ala che era opera bramantesca venne rasa al suolo, la ferrovia fu costruita proprio a ridosso delle mura. Nel dopoguerra si iniziarono i lavori di recupero. Nel 1952 sono tornati i monaci.
La caratteristica torre nolare (detta Ciribiciaccola) dell'abbazia di Chiaravalle, che a lungo fu lo svettante punto di riferimento per l'ampio circondario. È curioso ricordare che non era prevista nel progetto iniziale; solo a meta del XIV secolo, quando il rigore cistercense si era alquanto rilassato, consentendo maggiori concessioni agli aspetti decorativi, fu deciso di innalzarla. Oltre a non essere precisa la data di costruzione, non è del tutto certo l'autore, benché gli studiosi oggi siano propensi a ritenere che sia Francesco Pecorari, al quale si deve anche il campanile della chiesa di San Gottardo in Corte a Milano.
Carne malata - (13-14 marzo 1876)
Vorremmo poter notare con nota indelebile di vergogna quei commercianti di commestibili che non si fanno scrupolo di vendere generi guasti e alterati, senza alcun riguardo alla sa lute pubblica. Molte malattie hanno la loro sorgente nella schifosa cupidigia di questi signori. Uno di essi è Vincenzo de Micheli, pizzicagnolo nel sobborgo di Porta Tenaglia al num. 80, al quale vennero sequestrati ieri, a cura del delegato civico signor Crespi, 125 chilogrammi di carni salate, riconosciute nocive, e che pure quel bravo uomo cercava di vendere.
Promesse, promesse (7-8 aprile 1876)
Un fattorino di studio è mandato dalla ditta Fumagalli e Roveda, commissionari in chincaglierie, a pagare una cambiale di duemila lire.
Come! disse fra sé il fattorino per via, che cominciava a provare tutta la verità di quel proverbio l'occasione fa l'uomo ladro. - Come! dovrò io pagare la cambiale? - Fossi matto! In quel momento pensò alla Svizzera: e già ne vagheggiava il fido asilo e i monti insuperabili. Andò nella Svizzera: ma una notte assalito dai più atroci rimorsi, scrisse, tremando, e mandò ai suoi padroni un simile bigliettino: «Cari padroni! lo vi ho rubato 2000 lire, confesso il mio delitto, e me ne pento, ma vi prometto, sul mio onore, di restituirvele a pronta cassa, appena avrò fatto fortuna in America dove intendo salpare. Addio». La cosa è comica, ma la ditta Fumagalli e Roveda ha denunciato la truffa, e già la giustizia procede a sensi di legge contro il disonesto fattorino.
 
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11 Febbraio 2024 - domenica - sett. 06/042
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Toponimi di Cazzago Brabbia
3) Bonze: in dialetto Bunž. E' il nome dato ad una botte ovale utilizzata per il trasporto del pozzo nero. Prima dalla costruzione della rete fognaria moderna, la pratica di riversare i liquami in un buco fatto nel terreno era di larghissima diffusione, così come l'utilizzo periodico della bonza per svuotarlo. Il termine è forse derivato dal tardo latino bicongius, che designava una misura per liquidi". La bonza di Cazzago era situata lontana dal centro del paese in una zona compresa tra il fiumiciattolo del Riale e le sponde del Lago di Varese.
4) Ca dür läägh: letteralmente "casa del lago", situata a est della Funtana. Era un piccola costruzione, oggi non più esistente, in muratura, usata dai pescatori per riporre i loro attrezzi e per svolgere piccoli lavori di manutenzione sulle reti e sul materiale della pesca. Nei periodi di epidemie era usata come casa per ospitare i malati (es. durante il colera nel 1867).
5) Castèl: è il nome del luogo più alto di Cazzago Brabbia. Si trova nel centro del paese, poco a sud della Chiesa (cfr. Cadrezzate n. 7). Oggi non ci sono tracce di tale fortificazione, ma i pescatori chiamano ancora questa zona come Ca valta "casa alta" e la usano per orientarsi mentre navigano nel lago per la pesca.
6) Chignoli: piccolo terreno a forma triangolare che si inserisce in un'ansa del Riale a metà del suo percorso verso il Lago di Varese. In dialetto il chignöö o cügnöö designa la "bietta" o il "cuneo". Si tratta di una metafora geomorfica molto comune.
CI SI VEDE PER IL... "CAFFÈ"? (2/3)
Per la cronaca, pare che Voltaire sia stato per tutta la vita un consumatore compulsivo di caffè.
Un vero e proprio boom, se uno passeggia per Londra o per Parigi, che da sola, sul finire del XVIII secolo, di caffè ne conta 700! Un boom che ben presto si registra, in misura in parte differente, anche qua da noi, dove quel tipo di locale è frequentato perfino da esponenti della vecchia nobiltà; per rendersene conto basta camminare per le calli di Venezia, che col solito intuito penserà subito di applicarci una regolare tassa, ma anche per le vie di Roma, di Padova, di Torino... e di Milano.
Un curiosità. A Firenze esiste un locale chiamato il "Caffè dei ritti" perché lì il caffè lo si consuma rigorosamente in piedi al bancone, proprio come al bar dei giorni nostri!
Si tratta ormai di un fenomeno sociale che non può di certo sfuggire al fiuto di quell'avvocato borghese, Carlo Goldoni, che nel tempo libero già da un po' si diletta a mettere in scena piccole, all'apparenza banali storie di tutti i giorni, storie popolari, in antitesi rispetto alla consolidata moda del celebrato teatro aulico. In laguna passa certe mattinate libere da impegni legali divertendosi ad andare a zonzo (a Parigi, dove pure approderà in seguito, lo definirebbero un flâneur) per le calli, avendo cura di guardarsi intorno, da curiosone impenitente qual è, e ovviamente di tanto in tanto ci scappa un caffè, dove non disdegna certo di fermarsi, affascinato dalle conversazioni a volte molto erudite fra appassionati seguaci di nuove idee spesso anche un po' pericolose, dai rapporti fra i borghesi emergenti e i nobili ormai inesorabilmente decaduti e da quegli avventurieri senza scrupoli sempre in cerca del colpo di fortuna che li possa mantenere, gente alla Casanova, giusto per non far nomi.
Poi la sera, quando è in vena, comincia a buttar giù quelle battute che, forse lui nemmeno se lo immagina, così banali non devono poi proprio essere se, come è vero, entreranno addirittura nella storia del teatro europeo... le battute de La bottega del caffè. Sul modello di certe riviste londinesi che hanno origine in questi locali, un certo conte Pietro Verri da Milano fonda qui da noi un foglio che si limita a chiamare "Il Caffè", su cui scrive anche lui e nel quale trasferisce tutto il suo entusiasmo per quelle idee che arrivano sempre più prepotentemente da Oltralpe.
Le definiscono, quelle idee, con un neologismo creato ad hoc, "illuministe", perché sono il prodotto di un pensiero che mira a "illuminare" la mente dell'uomo, finora vittima di ignoranza e superstizione, con le semplici armi della pura ragione, della critica, della scienza.
Roba che non sarebbe certo dispiaciuta a certi nostri illustri esponenti del Rinascimento.
Dopo gli studi di impronta filosofica ma anche economica fatti, tanto per cambiare, dai Gesuiti del Collegio di Brera e dopo una breve parentesi in guerra, il Verri si ferma a Vienna e, sotto il governo teresiano, entra a far parte della schiera dei funzionari asburgici.
Ma poi decide di tornare a Milano e su invito del fratello Alessandro prende a frequentare quella che si potrebbe proprio definire una gran bella compagnia, una compagnia di quelle che, come suol dirsi, ti formano nella vita: un Beccaria, un Porro Lambertenghi, un Secchi, un Longo, un Carli.
Un bel giorno, questi buontemponi, stanchi di continuare a far notte con le loro discussioni nei caffè e poi per strada, quando il gestore del caffè li sbatte fuori perché la mattina dopo deve svegliarsi di buon'ora, hanno questa pensata: visto che ormai si può dire che noi si sia una redazione bella e buona, perché non si fon da un nostro giornale?
Dunque, vediamo: un quotidiano? No, troppa fatica!
Un settimanale? Sarebbe lo stesso! Allora un mensile? No, troppo intervallo tra un numero e l'altro, chi se lo ricorda più!
Macinato canaglia - (27-28 luglio 1878)
leri il nostro tribunale correzionale condannava alla multa di cinquanta lire l'ingegnere Uglietti per ingiurie. Ed ecco perché. Nello scorso febbraio il signor Uglietti entrava in un mulino per fare collocare una ruota da macina, quando s'imbatté in certo Gruppi, revisore del macinato. Fra una parola e l'altra vennero a questo dialogo: «Ah lei è del macinato, eh?». «Sicuro!...». «Caspiterina, che fior di galantuomini lor signori». E voltegli le spalle si intratteneva con altri dicendo: «canaglia, birboni!».
Il Gruppi, «pel decoro de corpo», come disse all'udienza, sporse, alla sordina, querela contro l'Uglietti.
Pane e bilancia - (16-17 agosto 1878)
Nel sobborgo di Porta Tenaglia ricorreva ieri la festa della Bovisa. Il fornaio Menni, che ha bottega alla Fontana, nel sobborgo di Porta Garibaldi, pensò che il pubblico tutto intento nella celebrazione di quella festa, si sarebbe di legge rilasciato gabbare. Mandò, perciò, nel sobborgo di Porta Tenaglia i suoi rivenditori, con pani calanti di peso di sessanta grammi per ogni mezza libbra. I vigili urbani sequestrarono quel pane, che oggi si è distribuito ai poveri di quel luogo. Il sor Menni dovrà rispondere all'autorità giudiziaria, beninteso, per questa sua poco onesta marachella.
Gatto matto - (11-12 febbraio 1885)
Nello stallazzo del Cavalletto, in via Ospedale, v'era un grosso gatto. In questi giorni il bell'animale scomparve, e lo stalliere Carlo Grassi, d'anni 24, ebbe sospetto che il gatto fosse stato ucciso dai facchini della sostra di legna di B. Caramella, che è precisamente di contro allo stallazzo. leri mattina il Grassi, veduti i sostrai Carlo Perego e Luigi Turioni, che stavano aprendo la bottega, andò a lamentarsi, con parole un po' vive, della sparizione del gatto, dimenando una frusta che aveva in mano. Il Perego ed il Turioni gli saltarono addosso e lo buttarono in terra, producendogli quattro ferite lacero contuse alla testa. Il brutto fatto fu deferito all'autorità giudiziaria.
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Proverbi della tradizione meneghina
Ci sono temi e insegnamenti sempre attuali che riconoscono il valore dell'impegno e dell'intraprendenza contro la rinuncia e il pessimismo
El milanes del dì d'incoeu
Tralasciando le origini celtiche, etrusche e latine e i molteplici contributi delle occupazioni lon gobarda, franca e teutonica nel Medioevo e di quelle ispaniche, austriache e francesi dal 1600 al 1800 (dopo la fine del periodo delle signorie), si usa prendere come fonte primigenia del dialetto milanese il testo Varon milanes de la lengua de Milan, stampato a Milano nel 1750 da Gian Giacomo Como insieme a El Prissian de Milan de la parnonzia milanesa, i cui autori sono rispettivamente l'ossolano Giovanni Capis e Giovanni Ambrogio Biffi.
La lingua comunica informazioni, sentimenti, concetti, bontà, cattiverie, carattere dei popoli ed emozioni attraverso il teatro, o la canzone, fatta di testi e musica. La lingua evolve con la mescolanza di culture, con le migrazioni dei popoli, con le occupazioni militari e con le attività economiche dell'uomo, che mutano con nuove invenzioni e con esigenze sociali, politiche e civili.
L'italiano casalingo a Milano era, fino al primo Novecento, infarcito di milanesismi (è questo, per esempio, il motivo per cui Alessandro Manzoni sentì come necessaria la proverbiale «risciacquatura in Arno» dei suoi <<panni>>). Con le migrazioni interne, il milanese si è arricchito di tanti neologismi dialettali generando così una lingua sui generis, una sorta di italo-milanese con cadenze e assonanze che prendono in prestito parlate di altre regioni, specie del Sud Italia. Nella seconda metà del Novecento hanno avuto influenza sulla parlata milanese molti autori, cantanti, attori come Dario Fo, Nanni Svampa e i Gufi, Piero Mazzarella, e molti altri, spesso usciti da quella fucina di comici che fu il Derby Club.
Hanno dato il loro contributo in merito anche alcuni attori di teatro dialettale milanese che hanno militato tra le file della Famiglia Meneghina, spesso collocandosi sulle tracce dei repertori dei grandi autori e attori della altrettanto grande stagione del teatro milanese (quella che tra il 1870 e il 1900 vide protagonisti Edoardo Ferravilla, Edoardo Giraud, Gaetano Sbodio, Dina Galli e tanti altri): stiamo parlando di Maria Pia Arcangeli, Liliana Feldmann, Evelina Sironi, Enza Pria, Angelo Fusar Poli, che hanno interpretato e valorizzato un milanese prevalentemente popolare ma lessicalmente molto rigoroso.
Anche questa collana di libri, che fa seguito a quella dei tre già pubblicati nel maggio 2021, sembra aver fatto affiorare un fiume carsico, che è andato via via ingrossandosi, portando a conoscenza di molti milanesi un patrimonio ricco e sconosciuto che, a tutti gli effetti, appartiene a loro, formato da lessico, proverbi, detti, mestieri, storie e leggende.
Non possiamo dimenticare un fenomeno attualissimo e straordinario rappresentato da un intraprendente giovanotto milanese, Valerio Saccà, che con la sua Compagnia Burattini Aldrighi gira il mondo mettendo in scena i burattini che lui stesso crea, utilizzando un milanese italianizzato.
In conclusione, ritengo che oggi possiamo essere moderatamente ottimisti circa la riscoperta, il risveglio, o la rinascita (comunque la si voglia chiamare) del milanese, in particolare di una parlata milanese che, come ho detto nel titolo di questo mio contributo, è quella del dì d'incoeu, cioè una miscela arricchita di molti lemmi provenienti da culture diverse. E non li dobbiamo guardare con il severo occhio critico del purista o del cruscante, ma prenderne atto con la schiettezza che è tipica del milanese, come si fa con ogni nuovo fenomeno.
La cultura di Canegrate. Territorio e cronologia
Rittatore propone di utilizzare i ritrovamenti e il toponimo di Canegrate per definire un'intera cultura. Ma cosa si intende per cultura? Nella letteratura archeologica, e in particolare nello studio delle popolazioni preistoriche, questo termine o quello più generico di facies archeologica definiscono un specifico complesso di resti - tipologie di manufatti, utensili e ornamenti; abitazioni e riti funerari - costantemente associati a un'area geografica limitata.
Le caratteristiche delineate per la necropoli di Canegrate trovano diffusione in un areale che comprende la Lombardia occidentale, la provincia di Novara e parte di quella di Vercelli, con una particolare concentrazione lungo l'asse del Ticino e del lago Maggiore. Necropoli e gruppi di tombe della cultura di Canegrate sono stati scoperti anche in Canton Ticino, nel Sottoceneri, a Locarno e nei dintorni di Bellinzona. Rispetto alla precedente cultura della Scamozzina, ampiamente diffusa nella media e bassa pianura, quella di Canegrate sembra prediligere l'alta pianura e l'area prealpina e alpina.
Dal punto di vista cronologico si colloca nella fase convenzionalmente definita come Bronzo Recente, che corrisponde grossomodo al XIII secolo a.C. e in Italia settentrionale coincide con l'ultimo periodo di vita delle palafitte del lago di Garda e delle terramare (villaggi arginati caratterizzati da abitazioni su impalcato ligneo, ma all'asciutto).
Se da una parte non sono ancora chiare le origini di questo gruppo culturale, dall'altra appare evidente che il territorio da esso occupato non subisce con il passare dei secoli estesi fenomeni di spopolamento. Nel passaggio dal Bronzo Recente al Bronzo Finale (XII-X secolo a.C.) non si registrano cesure nella documentazione archeologica, ma si ravvisano al contrario elementi di continuità: la più antica ceramica del Bronzo Finale presenta una stretta parentela con quella di Canegrate, da cui sembra derivare per un processo graduale e senza interruzioni. La medesima continuità si registra anche a livello geografico, poiché l'areale di distribuzione di questi elementi prefigura quelle che saranno la provincia occidentale e la provincia alpina della futura cultura di Golasecca.
Si può dire anzi che Canegrate mostra alcuni caratteri di celticità, elemento poi distintivo dei Golasecchiani.
VI RAVVISO O LUOGHI AMENI... - Ul lazarett
In antico: ospedale dei lebbrosi, appestati e colerosi, luogo di quarantena. Famosi i lazzaretti rievocati nelle pagine dei Promessi Sposi. Il lazzaretto di Verghera è luogo di sepoltura dei morti delle varie epidemie di peste succedutesi verso la metà del 1600.
Il posto è squallido e negletto. Si trova a fianco del lato maggiore sud del nuovo campo sportivo di via di Vittorio. Tre cipressi posti agli apici di un ideale triangolo simbolo forse della divina Trinità ricordano la sacralità del luogo di sepoltura dei nostri antenati morti di peste. Perché è sempre restato misconosciuto? Perché non vi si è costruito un piccolo altare di pietra? Perché non sono mai state riesumate le ossa gettate nella fossa comune alla rinfusa dando loro una onorevole sepoltura? Quando ero bambino i nostri vecchi parlavano del luogo con molta riverenza. Passandovi davanti si scoprivano con religiosa deferenza il capo e, mormorando una preghiera, si facevano il segno della croce.
Nei momenti di maggiore difficoltà i nostri nonni si rivolgevano, nelle preghiere quotidiane ai morti del Lazzaretto per chiedere aiuto e protezione. Ricordo anche che quand'ero bambino nel mezzo del terreno racchiuso dai tre cipressi c'era una croce di ferro alta due metri e più, molto simile a quelle della via della casìna dul pred.
Il pugnale alfieriano - (21-22 agosto 1876)
Lo scalpellino Dom... Vincenzo ieri depose gli scalpelli e afferrò litri e bevve e bevve fino a quel punto in cui la ragione fa viaggio. Gridò, tempestiò, e armato d'un pugnale alfieriano si mise a minacciare come un ebbro eroe da scena i suoi spettatori che anziché applaudirlo, ridevano a vederlo. Lo scalpellino si avventò d'improvviso contro un avventore dell'osteria accusandolo di avergli rubato del denaro; ma ubbriaco fracido com'era, il pugnale gli si infisse nei ginocchi. Fu arrestato e trasportato nell'infermeria delle carceri criminali: e ciò va bene.
Ladro di lenti - (5-6 marzo 1877)
Da qualche tempo le famiglie degli estinti non potevano più collocare sulle croci e sulle tombe dei cimiteri le fotografie dei loro cari defunti, perché i ladri sacrileghi le rapivano colle lenti, che servivano ad ingrandirne le sembianze. Nel Cimitero di Porta Venezia si stabilì alla fine una speciale sorveglianza, e ieri si colse il marmista Giovanni Monti nel punto che stava distaccando lenti e ritratti da un monumento. Fu perquisito, e in tasca gli furono trovate parecchie lenti rapite ad altre tombe. Fu arrestato e sarà punito.
 
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13 febbraio 2024 - martedi - sett. 07/044
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Toponimi di Cazzago Brabbia
11) Funtana: zona nei pressi del Lago di Varese che un tempo ospitava un lavatoio al coperto, utilizzato soprattutto nella stagione invernale, alimentato da una fonte naturale. da cui il suo nome.
12) Gaggiette: area a est rispetto al centro del paese, bagnata da un fiumiciattolo detto Riale. Il toponimo, con formazioni diverse, è largamente attestato in tutta l'area alto-milanese (cfr. Gaggiolo frazione di Cantello -VA-, Gazzada -VA-)78. L'origine del nome è da ricerarsi presumibilmente nel termine gajum del latino medievale che continuava a sua volta il longobardo gahagi con il significato di "bosco chiuso da una siepe o da un recinto ". Nel dialetto locale è detto gäsg. Da notare come anche in Valcamonica il gas indichi il bosco.
13) Goré: attestato anche come Gurée. Dovrebbe indicare un luogo con una fitta presenza di salici, da *gorra "salice" più il suffisso di collettivo -etum (cfr. Gorreto -GE)Non è da escludere la possibilità che il toponimo derivi dal latino gaurus "fosso, acquitrino' passato poi al latino medioevale goretus, propriamente il luogo dove crescono i giunchi. Il terreno si colloca a sud ovest del paese tra il Fosso di Mezzo e il fiume Brabbia
14) Laghetto della Fornace: piccolo spechio d'acqua che si staglia nel centro della palude e che è alimentato dal Fosso di Mezzo. Questo laghetto era un tempo la cava dove avveniva l'estrazione dell'argilla utilizzata nella vicina Fornace per la realizzazione di mattoni. Una volta dismessa la cava, le acque piovane e i rigagnoli circostanti l'hanno riempita dando vita al Laghetto.
15) Mottarello: in dialetto è detto Mütarèl (v. Cadrezzate n. 15). Il termine designava un monticello ora non più presente a causa di una spianata effettuata negli anni '50 del secolo scorso, per agevolare la costruzione della strada che costeggia a sud il Lago di Varese.
16) Paludi di Mara: vasta zona inserita nella palude Brabbia dove da sempre si estrae torba. Mara è la storpiatura cancelleresca del termine dialettale Mar di probabile derivazione celtica, infatti mara in celtico è la "palude" (cfr. longobardo marisk "palude"). Nei pressi troviamo anche il toponimo Marèl che ne è il diminutivo (piccola palude).
Proverbi - Commercio, risparmio ed economia
A comprà s'impara a spend, e anca a vend. Comprando si impara a spendere, ma anche a vendere. - A pagà e morì s'è semper i n temp. - A pagare e a morire si è sempre in tempo.
A pagà prima s'è mai servii.
Se si paga in anticipo non si è mai serviti. - A vend per el besogn se ghe perd semper. Se si vende per necessità ci si rimette sempre.
Besogna vardass del bon mercaa per no restà bolgiraa. Bisogna guardarsi dal vil prezzo per non essere frodati.
Chi gh'ha soci, gh'ha padron. Chi ha soci ha padroni.
Chi impresta, perd la vesta. - Chi presta perde anche l'abito.
Chi ha imprestaa, va a fraa. - Prestando si rischia di diventare poverelli come un frate.
Chi mangia la gaina di olter, impegna la soa. Chi mangia la gallina altrui impegna la propria.
Chi paga el debit, perd el credit. Chi paga il debito perde il credito.
Chi paga subet, paga doppi. - Chi paga subito paga il doppio.
Debit de massee, investidura de patron. - Il mezzadro indebitato con il padrone è sicuro di non essere licenziato.
Mè pader e mè missee barbetta, m'han lassaa per testament, de dà mai nagott a cretta. Mio padre e mio nonno mi hanno lasciato per testamento di non dar mai nulla a credito.
El bon mercaa el strascia la borsa. - Il poco prezzo rovina la borsa.
El primm guadagn l'è comprà ben. - Il primo guadagno è comperare a buon prezzo.
Negozzi squaiaa, l'è mezz sassinaa. Un affare divulgato è mezzo rovinato.
Dove vivevano? - Gli abitati dell'età del Bronzo Recente
La documentazione principale riferibile alla cultura di Canegrate proviene dalla scoperta di tombe e necropoli, mentre sono rari gli abitati finora identificati, nessuno dei quali oggetto di scavi scientifici. I dati a disposizione sono dunque molto lacunosi e mancano informazioni precise sulle strutture abitative, sull'estensione dei villaggi e sull'economia primaria (agricoltura, allevamento, attività mineraria).
Una delle poche testimonianze riferibili a un insediamento si colloca proprio a Legnano, in località Gabinella, tra via per Castellanza e la prosecuzione di via Roma. Nel corso degli anni Ottanta sono stati effettuati alcuni piccoli saggi di scavo che hanno permesso di identificare strutture in ciottoli, interpretate come supporti per l'essiccamento dei vasi prima della cottura e quindi associate ad attività artigianali, e un muretto di ciottoli a secco che poteva costituire una recinzione.
Presumibilmente, le abitazioni erano costruite in materiale deperibile, legno, argilla e paglia. Resti dicapanne sono stati individuati a Garlasco (PV), in località Boffalora, a Ponzana (NO) e Lumellogno (NO), ma troppo scarsi per proporre una ricostruzione. Si conservano frammenti di intonaco d'argilla con tracce del tavolato ligneo del pavimento o delle ramaglie con cui erano fabbricate le pareti.
Tracce di un abitato, ovvero buche di palo o semplici aree con dispersione di materiale ceramico, sono state individuate in località Bosco del Monte a Castelletto Ticino (NO) e a Vedano Olona (VA). Materiale sporadico è stato recentemente recuperato in superficie a Solaro (MI).
Anche nel Canton Ticino i dati relativi agli insediamenti sono piuttosto rari: provengono da uno scavo effettuato negli anni Quaranta al Castello di Tegna in Valmaggia e da alcuni ritrovamenti più recenti in Val Mesolcina, sul pianoro di S. Maria di Castello e lungo il versante settentrionale (Grotto) e meridionale (Cugias).
I tre crus e la cà squaràa
Le tre croci e la casa crollata. Croci di ferro alte due metri poste a distanza di cinquecento metri una dall'altra sulla via, che passato il cimitero, porta alla casìna dul pred ora cascina Tangitt. La prima croce è ancora intatta e visibile all'incrocio segnato da due pietre miliari con l'indicazione della direzione di marcia. Su una le freccie indicano la direzione Busto e Arconate, sull'altra di Verghera e Gallarate. La seconda croce era un po' prima della curva e la terza un po' dopo la curva che il sentiero faceva in prossimità della cà squaràa di proprietà dei Tonetti Rumana. Detto cascinale di campagna era servito per il rifornimento di materiale da costruzione per una casa che i Rumana poi costruito altro posto. Quell'appezzamento era stato per lungo tempo lavorato dal Pàcio Bonardi nativo del paese bergamasco da dove veniva anche mia madre. Era un tipo molto singolare di contadino timorato e di galantuomo. Amava, con schiettezza un buon bicchiere di vino e qualche volta stracimava, lasciandosi prendere la mano dall'affetto un po' esagerato per Bacco. Era astemio in maniera assoluta per tutto il periodo della Quaresima; non toccava vino anche se la tentazione  fosse venuta dal capo dei diavoli in persona. Il posto dove stavano erette le croci era luogo di culto e di preghiera. Il giorno di San Marco, 25 aprile, tutti gli anni una processione partendo dalla chiesa arrivava fino alla terza croce dopo aver sostato in preghiera davanti alle altre due. Era la processione che si effettuava ogni principio di primavera per impetrare dal cielo un anno di messi feconde, per invocare principalmente l'acqua necessaria alle nostre campagne, prive di irrigazione, per la loro prosperità. La processione usciva dalla chiesa alle sei del mattino e il concorso della folla era strabocchevole. I vergheresi lavoravano sì, nelle industrie, ma l'agricoltura era pur sempre una specie di lavoro aggiunto, necessario per arrotondare la paga e consolidare la loro situazione economica. Ad petendam pluviam era la motivazione che informava lo spirito religioso della spontanea manifestazione popolare: per chiedere acqua.
 
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14 febbraio 2024 - mercoledi - sett. 07/045
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LE NOSTRE MALATTIE INFETTIVE
Cominciamo cun i uregiuni
Infiammazione delle ghiandole parotidi con tumefazione della parte esterna dell'orecchio. Orecchioni. Malattia infettiva per colpa della quale non eravamo ammessi alle lezioni scolastiche. Parotite. Dietro l'orecchio i nostri genitori ci disegnavano una grande croce nera con l'inchiostro e coprivano la zona infiammata con un quadratino di pelle di pecora per tenere al caldo la zona colpita.
I felz
Era una febbre eruttiva, contagiosa, epidemica propria dell'infanzia tipo rosolia, scarlattina, morbillo. La pelle si copriva tutta di piccole macchie rosse. Proibito uscire di casa e prendere freddo.
Terizia
Dovuta ad un travaso di bile e conseguente assorbimento della bile da parte del corpo. Colore giallognolo - verdiccio che si manifesta prima nella sclerotica, alle tempie e al collo e poi in tutto l'organismo. Itterizia Verd da terìzia: verde per l'itterizia.
Tusasnina
Pertosse. Tosse canina, ferina o asinina. Malattia infettiva localizzata negli organi respiratori con tosse forte e insistente e con frequenti conati di vomito. Propria dei bambini che venivano portati alla mattina molto presto in bicicletta nei boschi della zona per respirare aria pura e fresca.
Màa grupp
Si trattava di una violenta infezione alla gola (difterite) con conseguente difficoltà respiratorie. Era propria dei bambini di meno di dieci anni di età. Spesso era mortale. I giovani malati tra spasimi atroci morivano per soffocamento.
La quarta malatìa
Non meglio identificata. Veniva dopo il morbillo, la scarlattina e la rosolia ma non era né l'una né l'altra né l'altra. Malattia infettiva anch'essa che colorava la pelle di un rosa tenue e la punteggiava con macchioline rosse. Niente scuola e niente freddo. Ci voleva pazienza per queste malattie che non erano pericolose e che colpivano tutti i bambini di età scolare. Lo sfogo era parabolico: sempre accentuato fino al massimo, poi lenta e costante discesa delle manifestazioni cutanee.
Oli da rìcin
Era la purga classica e infallibile degli anni trenta. Un cucchiaio da tavola da ingoiare tra mille smorfie e boccacce e dopo, per accomodare il sapore infame che restava in bocca una caramellina. In quelle giornate attraversavamo il cortile per andare ai servizi quattro o cinque volte, con la mano già pronta per slacciare i pantaloni.
Del nome del borgo di Busto e della sua etimologia (1/2)
Milano, capitale e metropoli dell'Insubria, (1) è circondata da così gran numero di borghi, che non si può vedere niente di più notevole altrove; inoltre potendo questi borghi con facili provvedimenti essere ridotti a città e muniti di presidi, essa, se se ne offrisse l'occasione, potrebbe innalzarsi a fortissimo e sicurissimo regno.
Fra questi borghi serba un posto non ultimo Busto Arsizio di cui io ho intrapreso a narrare gli inizi e lo svolgimento. È questo un antichissimo borgo della Insubria, e da esso trasse origine la famiglia dei Busti (2).
(1) Nome antichissimo della Lombardia derivato dagli Umbri del nord o Ins-Umbri, uno dei primi popoli che vi abitarono.
(2) È noto che nel Medio Evo le famiglie nobili trassero il cognome dal luogo di origine, cognome che rimase ai loro membri anche quando si trasferirono altrove. Il Crespi asserisce recisamen te che i Busti o de Bustis sono originari del nostro borgo. Il Ferrario nelle sue Notizie storico statistiche lo conferma e aggiunge che questa famiglia nei tempi più antichi "vi alternava la dimora con la città, dove fin dal sec. XII esercitava cospicue cariche,. Così un de Bustis è menzionato dal cronista Fiamma tra i capitani e valvassori che seguivano il partito dei nobili. Un Amizone de Busti fu delegato della parte dei capitani e valvassori nel capitolato stabilito nel 1258, conosciuto con il nome di Pace di Sant'Ambrogio. Altri dello stesso cognome mi fu dato incontrare qua e là, tra cui basti citare frate Bernardino de Busti celebre predicatore e autore di opere religiose, di cui una, la Corona o Thesauro spirituale, ristampata nel 1925 in Roma da Riccardo Pascucci; e Agostino Busti detto il Bambaja, per il quale rimando il lettore alla monografia di Giorgio Nicodemi, edita nel 1925.
Ma poichè quattrocento anni fa il borgo era chiamato Busti Arsizio (1) o Busto Arsizio, alcuni hanno preteso di chiamarlo Busto Arso o Bustaccio.
Ora si usa chiamarlo piuttosto col nome di Busto Grande che con qualsiasi altra determinazione.
Diamante Marinoni, patrizio e Senatore Milanese, dice che la causa di questo cambiamento del nome fu il bisogno di distinguere il nostro borgo dall'altro che è chiamato Busto Piccolo o Busto Garolfo, e sorge a non più di 5 miglia di distanza, e il medesimo. storico aggiunge che il nome di Busto derivò al luogo. dai cadaveri abbruciati dei caduti nella battaglia vittoriosa dei Galli contro gli Etruschi. Ciò afferma nel suo trattato intorno all'origine, antichità e nobiltà delle famiglie milanesi e con lui s'accorda Bonaventura Castiglioni nel suo libro intorno alle sedi dei Galli Insubri.
L'Arnèta
Torrente che nasce dalle Prealpi Varesine e che attraversando Gallarate, passa a fianco di Verghera, e si perde, scomparendo dopo aver formato una palude di acque stagnanti con alte piante pietrificate, nelle campagne di S. Antonino. Paesaggio lunare che merita di essere visitato. Poverissimo d'acqua d'estate, con acqua quasi abbondante nelle stagioni più ricche di pioggia, straripava più di due o tre volte in primavera e in autunno. L'acqua colmava la conca che circondava il ponte di Cardano al termine di via Adriatico e il cavo dei Piciòtt, subito dopo il ponte, a destra. L'acqua dello straripamento a volte raggiungeva Piazza Volta. Torrente collettore degli scarichi fognari e industriali dei paesi che attraversava aveva sempre l'acqua nera come il carbone. La zona del gallaratese era ricca di tessiture e di filature e di conseguenza di tintorie e di stamperie di tessuti. Tessuti da tingere in nero utilizzati per confezionare grembiuli neri da lavoro. I resti delle operazioni di tintoria finivano nell'Arnetta come nell'Arnetta finivano i rifiuti liquidi e solidi dell'ospedale. Non era luogo da giocarci, ma noi ragazzi, non andavamo troppo per il sottile. Se le nostre mamme si accorgevano della disubbidienza erano botte sacrosante.
Il nero dell'acqua si depositava sul fondo del letto, i ciottoli erano ricoperti da una scivolosa melma nero-verde, il fondo era disseminato di pezzi di vetro e di culi di bottiglie. Sopra il livello dell'acqua, sulle rive erano visibili le tane dei topi di chiavica, topi grossi come gattini di tre o quattro mesi. Attraversavano l'Arnetta a nuoto e si vedevano benissimo gli incisivi luccicare bianchi e appuntiti e la coda lunga e grossa, remigare nella corrente. Due o tre ore prima che scoppiasse il temporale abbandonavano le loro tane scavate al livello dell'acqua e si disperdevano nelle campagne vicine. Le piene inevitabili e frequenti di una volta non si ripetevano più per la dispersione che si opera prima di Gallarate con la rottura degli argini che lungo il percorso sono stati provvidenzialmente rinforzati in diversi punti.
Passando il Rubicone Cesare è diventato nemico di Roma. Passando l'Arnetta, cioè traversando il torrente teatro inimitabile delle nostre scorribande e avventure giovanili, termine di confine tra il nostro paese il comune di Cardano, andandocene per sempre, lasciamo alle nostre spalle le vie, le case, gli orti, i giardini di Verghera, i giorni beati e tristi della nostra vita passata. Una parte di noi stessi. Il nostro cuore di allora. Ci portiamo via solo le nostre memorie. Al par nanca vera, ma l'e propi inscì. Mia mamma, che pure aveva abbandonato il suo paese natale da bambina, parlava della sua Brignàa che era vicina a Careàss (Brignano Gera d'Adda vicina a Caravaggio) almeno una volta al giorno. Sempre e solo per fare paragoni. E il paragone era sempre a favore della sua Brignano. Non morirei tranquillo se nell'aldilà non fossi sicuro di trovare - stèsa precisa - una Verghea in dùa a fa ben nun ghe manèa. Proprio così, anche in Paradiso. Se no, che malinconia e che monotonia. Con la piazza allagata dopo il temporale, con l'osteria Bellaria, cul giustaoss e i quatar Purisej du la mùra, ul buzòn e la muntagnèta, e ul Lazaret con un'arca noa par i mort du la pest, e 'l Carlen dul Piciott chal canta i filastrocc in dul bel mezz du la piaza.
 
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15 febbraio 2024 - giovedi - sett. 07/046
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Toponimi di Cazzago Brabbia
17) Piàn: breve spianata che costeggia il Lago di Varese a pochi metri dalla Funtana.
18) Póz: zona poco a nord del Runch. Un tempo venivano create delle piccole buche nel terreno per la macerazione della canapa. Questa attività era favorita dal terreno particolarmente umido e argilloso che dava agio nella lavorazione della pianta. Il toponimo si rifà al latino puteum "buca, fosso", da cui l'italiano "pozzo".
19) Pregòss: piccola distesa pianeggiante a nord del Marèl, a sud del centro del paese. Il nome è forse un composto di pra "prati" e gròs "grossi" toponimo ricorrente in tutta l'area.
20) Riale: in dialetto denominato Riää dal nome generico latino rivus. Il breve torrentello nasce e muore all'interno del comune di Cazzago Brabbia partendo da alcune sorgenti sotterranee vicine al centro cittadino nei pressi di una pietra miliare detta Segnääl "segnale" e sfocia poi nel Lago di Varese 83. È un affluente del Canale Brabbia.
21) Rogorée: o Riguré è il nome dialettale per indicare un insieme di querce, dal termine dialettale rùgura "quercia". L'etimologia è da ricercarsi nel latino robur "quercia". Quest'area molto piccola si trova a est del Laghetto della Fornace e confina con la zona delle Gaggiette.
22) Runch: zona nei pressi delle sorgenti che danno vita al Riale (v. Biandronno n. 17).
18) Ruscàl: terreno vicino al nuovo cimitero comunale. Il toponimo potrebbe derivare dall'appellativo dialettale rüsca che dovrebbe riflettere una voce celtica che significa letteralmente "scorza o corteccia di rovere ". Il termine dialettale, poi, è usato e attestato per indicare un lavoro particolarmente faticoso. Il toponimo, quindi, potrebbe indicare un luogo dove si praticava un mestiere.
24) Sciarèe: piccola striscia di terra che si sviluppa in lunghezza anch'essa a cavallo del Riale. Il toponimo è attestato anche come Sceréa. Con tutta probabilità il nome deriva dal latino cerretum "cerro", specie di quercia che cresce soprattutto nei terreni sassosi. Il toponimo è largamente attestato in tutta la Lombardia sia come Cerro e Cerreto (cfr.. Cerro Maggiore -MI-), sia nella forma Sciarè/Scerèa (cfr. Sciarè zona di Gallarate -VA- ).
IL LAVORO DEI CAMPI
A quei tempi (anteriori alla seconda guerra mondiale) i paesani di giorno lavoravano nella fabbrica e prima che calasse la sera trovavano qualche ora da dedicare al lavoro dei campi: seminare e coltivare verdure, zappare, mietere, dissotterrare patate, cogliere granoturco. Con la carriola si trasportava qualsiasi genere di prodotto della terra che non fosse stato il grano. Era sempre stracarica: quanti viaggi, quante sudate, avanti e indietro; non pochi chilometri dal sorgere al tramontare del sole per ogni giornata.
Era dura e ingrata la vita del contadino: non c'era anno in cui tutto filasse liscio: estati asciutte senza pioggia, temporali improvvisi e violenti, grandinate.
E se non pioveva da tempo, arrivava il vento ad asciugare ancora di più la terra già morta di sete.
Non pochi erano gli anni in cui non si riusciva a ricuperare nemmeno i soldi delle sementi; senza contare il lavoro e tanta fatica sprecati. In quegli anni si lavorava solo per prendere caldo. Il granoturco raccolto veniva scaricato tutto in cortile davanti alla casa del proprietario. Di sera i vicini davano una mano a "sfogliare" o a scartocciare le pannocchie che venivano poi portate sul granaio nei "cavagni" di vimini. Su e giù, sulla scala a gradini di sasso, un centinaio di volte. Una delle donne presenti, in genere la padrona, aveva il compito di raccontare le favole ("esèmpi") al fine di tener desta l'attenzione degli aiutanti, specialmente i bambini.
Era un lavoro divertente: si cantava anche, si scherzava, si raccontavano i fatti degli altri, le novità del paese.
Il grano, raccolto invece verso la fine di giugno o in principio di luglio, si portava sul granaio dove restava in attesa di essere trebbiato, fino alla metà di agosto.
Si ricaricava covone dopo covone, fino a quando si arrivava all'ultimo strato. A questo punto cominciava il divertimento: iniziava la caccia ai topi che avevano nidificato e procreato in tutti gli angoli del granaio. I ragazzi si armavano di bastoni, i gatti (tutti quelli del cortile) disponevano di artigli uncinati ed acuminati tanto che alla preda sarebbe stato impossibile liberarsi.
I gatti allora, i topi se li mangiavano e come! Essendo molto prolifici e avendo a disposizione una quantità per loro enorme di grano, erano diventati una tribù molto numerosa e ben pasciuta. Era una vera e propria carneficina. Lo spettacolo ripagava così delle tante spighe private dei loro chicchi dagli ingordi e invadenti animaletti.
Dal Piemonte veniva a Verghera la trebbiatrice. Sullo spiazzo di via San Bernardo (zona chiamata "la màchina") carro dopo carro, dall'alba a sera inoltrata, in mezzo a un frastuono da non dire e avvolti da una perenne nuvola di polvere, si procedeva (che divertimento per tutti i bambini!) alla trebbiatura.
In mezzo al granoturco, per tenerlo al riparo dai malandrini, (allora c'erano oltre ai ladri di verdura, i ladri di galline e i ladri di biciclette) si "piantava" una specie di orto: insalata, finocchi, cavoli, carote, prezzemolo, sedano, pomodori e coste (i erbètt.).
Mio zio che aveva la campagna a cento metri dall'Arnetta, ci mandava con la carriola carica di una damigiana a prendere l'acqua da metter nel buco dove si interravano le piantine di cavoli, comperate al mercato
SUI BANCHI DI SCUOLA (1/2)
In piazza e nelle strade si svolgeva la maggior parte della nostra libera vita di ragazzi. La piazza e le strade furono la prima grande scuola dove imparammo molte cose, anche troppe, senza l'aiuto dei libri e dei maestri.
Ricordo che l'insegnante della prima classe elementare (Argia Miglioli Lazio, vecchissima d'aspetto "la vegèta" che a guardarla bene, almeno nel mio ricordo, assomigliava più ad una strega che ad una persona normale) era autoritaria, non tollerava in classe né disattenzione né svogliatezza, soffocava sul nascere qualsiasi tipo di insubordinazione, era acerrima nemica di ogni baccano. Una specie di spaventa bambini.
Ricorreva spesso ai castighi corporali. Il più comune era quello di farci metter le mani sul banco a palme in giù e con una lunghissima canna di bambù, restando seduta sulla cattedra, batteva sulle nostre dita con furore e con stizza. E gli alunni guai a lamentarsi, perché era sempre portata a rincarare la dose. Con bontà tutta materna e femminile! Dopo le percosse, sempre per castigo, ci mandava dietro la lavagna, o in corridoio a farci deridere dagli alunni delle altre classi, quasi fossimo piccoli delinquenti da mettere alla gogna.
Era dura e inflessibile: la sua più grande soddisfazione la provava quando, a mezzogiorno, per castigarci di avere detto solo una parola in più al compagno di banco, o risposto male a una interrogazione o per essere stati disattenti, ci proibiva di tornare a casa, facendoci così saltare il pasto di mezzogiorno.
Lo sa il cielo con quante bacchettate mi obbligò a scrivere con la destra, io che ero mancino naturale! Che differenza tra l'accanimento di allora e il permissivismo d'oggigiorno. "In medio stat virtus", né troppo a destra, né troppo a sinistra.
Molto diversa, dolce per natura, materna, la mia seconda maestra ha lasciato nel mio cuore un così vivo ricordo che, dopo sessant'anni, il tempo non è riuscito a cancellare.
Ha avuto una grande influenza sul mio animo e nella formazione del mio carattere. Ci incitava a leggere, portava a scuola riproduzioni a colori di quadri celebri, vidi allora per la prima volta gli affreschi della cappella degli Scrovegni, ci leggeva poesie del Pascoli (la prima: "Il sole e la lucerna", dai Canti di Castelvecchio, la imparammo a memoria) e poesie di Ada Negri, la maestrina lodigiana da lei tanto amata. Ci parlava spesso dei metodi di insegnamento di Maria Montessori e ci insegnava a vivere parlandoci di lealtà, di coraggio, di libertà. Noi, attenti, seri come piccoli ometti, pendevamo ansiosi dalle sue labbra. Non si sarebbe sentita volare una mosca, in quei momenti.
 
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16 febbraio 2024 - venerdi - sett. 07/047
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Notizie dal Villaggio
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LA  PASTASUCIA E LA CUMÀ
(LA PASTASCIUTTA E LA LEVATRICE) (1/2)
25 Novembre 1925. Ore sei del mattino. Gianin, l'è un Purisell. Sul grandissimo camino della nostra immensa cucina era acceso un fuoco vigoroso e scoppiettante, alimentato da legna di fascina, sul quale era posto un caldaio colmo di acqua bollente: un po' doveva servire per la levatrice (la cumà) e un po' era riservata alla cottura della pasta per la fatidica "pastasùcia" se il nascituro sarebbe stato maschio. Alle sei del mattino? E perché no? Pastasciutta sacrosanta, una specie di incoronazione famigliare.
Si era già cucinato pastasùcia quand'era nato il mio fratello maggiore (maschio e primogenito); altrettanto si sarebbe fatto, qualche anno dopo, per il mio fratello minore. Prorompeva la gioia per la nascita di un figlio e maschio per di più. Tre maschi aveva avuto mio padre: quale soddisfazione paterna e orgoglio maschile. Il maschio era l'erede del nome e il continuatore della stirpe. La nostra "casa" godeva in Verghera di una lunghissima continuità e di una meritata stima: documentata dal 1300! Un bel po' di storia.
Puricelli è la contrazione della frase latina “puri ut coeli", cioè puri come i cieli (quando sono sereni).
Il parroco di Samarate nel 1390 circa era un De Purisellis; un De Purisellis l'inviato speciale al vescovo di Milano per richiedere l'autorizzazione per le Cassine de Verghera all'autonomia parrocchiale; di casa nostra uno dei primi medici del paese; lustro e fama sopra ogni altro ci venne dalla vita santa ed esemplare della Beata Giuliana Puricelli, cofondatrice della comunità religiosa del Sacro Monte sopra Varese.
Tra i Puricelli illustri, Gian Pietro Puricelli (1589-1659), Monsignore, Prefetto agli Studi di Milano, studioso di fama, insigne storico. Durante il periodo napoleonico, visse nel gallaratese un Puricelli giurista, dotato di qualità di diplomatico sagace ed accorto: fu al servizio delle potenze continentali coalizzate contro Bonaparte.
Ci fu anche un Giuseppe Puricelli, nato a Gallarate nel 1825 e morto nel 1894, pittore di buone qualità che studiò all'Accademia di Brera sotto la guida dell'Hajez e del Sogni, e fece esposizioni a Torino e a Napoli.
Tra le pecore nere, invece, della famiglia, Carlo Purisello, giustiziato a Gallarate per omicidio nel 1637, e Carlo Puricello detto Filippino, arrotato (sottoposto cioè al supplizio della ruota con altri) nel 1747, sempre a Gallarate.
Quanti poi i Puricelli che si sono sparsi nella provincia di Varese e oltre?
Il maschio era anche la salvaguardia e la garanzia per la conservazione del patrimonio: terreni, case e bestiame. Tutto restava della famiglia. Una figlia, sposando, avrebbe cambiato nome e avrebbe “portato via” dalla casa dei vecchi avi la dote (la schirpa). Aveva un significato particolare la nascita del figlio maschio, specialmente se era il primo nato. Per lui in casa si mettevano in atto tutti i privilegi. Era il beniamino, il favorito, il protetto. L'istruzione era riservata soprattutto a lui; i vestiti più belli erano i suoi, godeva della considerazione e del rispetto dei fratelli minori: era una specie di piccolo padre.
A destra e sinistra della tenda
E' risaputo che fino alla seconda guerra mondiale scoppiata nel quaranta, nella navata della nostra chiesa le donne (solo le donne!) stavano nella parte sinistra, mentre nella parte destra stavano solo gli uomini. I figli piccoli erano custoditi dai papà, le figlie piccole dalle madri. C'era il gruppo degli anziani, il gruppo giovani, il gruppo fanciulli e ogni gruppo aveva il suo istruttore di dottrina e di catechismo.
Alcuni insegnanti da quei "bravi analfabeti" che erano, non sapevano né leggere né scrivere né parlare in italiano. Si esprimevano e insegnavano in dialetto, facendosi capire benissimo. Forse era più facile spiegare i misteri della fede e anche più facile capirli. Tre gruppi anche per le donne. E tre insegnanti. Per evitare che la tentazione spingesse gli sguardi degli uomini verso il luogo dove stavano le donne e viceversa, (il demonio era sempre in agguato, anche nelle chiese) una lunghissima tenda divideva la navata in due navate più piccole: la navata riservata (strettamente riservata) al genere femminile e la navata riservata (strettamente riservata) al genere maschile. L'istruttrice di noi bambini era la suor Prudenzia che, piuttosto piccola di statura, per farsi vedere e per vedere meglio saliva sul posapiedi di una panca. Lei parlava in italiano e qualche volta, agli ascoltatori più disattenti, tirava le orecchie.
L'organo suonato dal Romeo, il mantice girato qualche domenica anche da me, le cappelle immerse sempre in una penombra surreale, la balaustra così bella, di marmo color rosa antico, la tenda separasessi alla cui ombra vegetava la mia piccola dubbiosa fede: tutto finito, tutto Scomparso. Che pena per il cuore che non può vivere che di ricordi di sessant'anni fa.
Del nome del borgo di Busto
e della sua etimologia (2/3)
Livio nel libro Vo delle Storie scrive che in Roma presso l'Equimelio (?) esistettero i Busta Gallica, che così si chiamavano perchè ivi i Galli avevano bruciato i corpi dei loro morti di pestilenza; Cicerone nel libro III del De Legibus chiama Bustum il sepolcro; alla stessa maniera questo borgo fu chiamato Busto perchè qui, dopo la vittoria dei Galli contro gli Etruschi, i corpi dei morti furono cremati e sepolti (2). Quindi il nome del borgo nient'altro significa che cremazione di morti, incendio di sepolcri o sepolcro incendiato.
Io credo che sia avvenuto per ignoranza del volgo che Busto si trovi qua e là con la terminazione in i ma che invece il nome sia venuto per derivazione e che Bustum sia detto per sincope invece di Bustorum; così che si dovrebbe dire Arsizio dei busti, e incendio dei busti, non Busto incendiato.
(1) La denominazione medievale del borgo pare quella di Busti Arsizo. Il Ferrario (o. c.) ne adduce a prova una pergamena del 28 Febbraio 1171 ove leggesi tale nome.
(2) L'opinione del Crespi potrebbe essere accettata se anche i Galli Celti come i Romani avessero usato chiamare bustum il sepolcro o il cadavere cremato; ma ciò non risulta. Bisognerà perciò cercare un'altra spiegazione o rinunciare all'origine gallica.
Ciò è confermato e dall'antico linguaggio e dallo stemma del borgo. Infatti fu costume degli antichi chiamare questo borgo Busti Arsizio e quelli che qui nacquero furono chiamati non di Busto Arsizio ma di Busti Arsizio quasi dall' incendio del Busto o sepolcro.
Così pure lo stemma del borgo, contrassegnato da un duplice B, il secondo dei quali ha dipinto sotto una fiamma, mostra che si deve dire Busti, in numero plurale, non Busto in singolare, a guisa dei Busti che sono a Roma. Cosicchè diciamo Busto Arsizio invece di Bustorum Arsizio e incendio dei busti, poichè la fiamma dipinta sotto il B significa incendio e il doppio B significa pluralità. Nè questa nostra interpretazione discorda dall'uso degli scrittori più recenti, poichè anche i maestri del giure quando menzionano nello scrivere parecchie leggi usano la sigla LL; quando invece si richiamano a una sola legge scrivono un'unica L.
 
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17 febbraio 2024 - sabato - sett. 07/048
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Toponimi di Cazzago Brabbia
25) Streccione: in dialetto streciùn. È l'accrescitivo di stréc, dal latino strictus "stretto". Così sono chiamati questi appezzamenti di terreno lunghi e stretti che congiungono la palude Brabbia al Fosso di Mezzo.
26) Tarompa: in dialetto Tarumpa. Piccola zona a nord-est del centro del paese. Il nome è di dubbia interpretazione: una spiegazione potrebbe venire dall'elemento celtico tar diffuso nella toponomastica italiana (cfr. fiume Taro in Emilia affluende del Po). La voce tar è riconducibile all'indoeuropeo *tor/tar che copre l'area semantica del termine "veloce
27) Trébia: zona sul confine con il comune di Biandronno che si sviluppa longitudinalmente lungo il corso della Brebbia. La trebbia è un'erba magra utilizzata un tempo come cibo per alimentare il bestiame. Il nome "trebbia" potrebbe derivare dal latino tribula "erba spinosa", che forse continua una voce celtica
28) Turiùn: zona nel centro del paese a pochi passi dalla Chiesa cittadina. Il nome richiamava forse l'antica presenza di una torre oggi del tutto scomparsa. Turiun dal dialetto fùrr che continua a sua volta il latino turris "torre".
29) Vignicurin: piccolo appezzamento di terreno al confine tra l'antica suddivisione tra campagna e centro del paese. Il toponimo riflette con tutta probabilità la presenza di una vigna (v. Cadrezzate n. 38) ed è un nome doppiamente composto da due diminutivi, -icul (poi passato a -icur per rotacismo) e -in.
30) Volta d'Amore: la zona che prende questo nome è un piccolo terreno che si affaccia sul Lago di Varese bagnato dal lago tramite una piccola insenatura da cui il termine "volta" (dal latino volvere, "girare" in italiano, cfr. "golfo"). Il termine di specificazione "d'Amore" è di dubbia origine ed è segnalato nelle carte del Catasto Regio del 1905. In dialetto infatti troviamo il nome mur. Secondo Stadera murr è da intendere con la u breve quindi con il significato di "mora, frutto del rovo". In dialetto muur "amore" è pronunciato con la u lunga. È possibile che cartografi senza nessuna conoscenza del dialetto locale avessero frainteso il nome da indicare sulla carta e lo abbiano adattato romanticamente secondo la propria interpretazione
LA PASTASUCIA E LA CUMÀ
(LA PASTASCIUTTA E LA LEVATRICE) (2/2)
Per le femmine pochi riguardi: lavoro domestico, apprendistato dalla sarta del paese, niente istruzione, che per loro veniva considerata una spesa superflua e quindi inutile.
I bambini venivano portati al fonte battesimale dopo otto o dieci giorni dalla loro nascita. I genitori temevano di lasciare il piccino nelle mani del peccato originale, di cui, mi sia concesso dirlo, non avevano colpa alcuna. La cerimonia del battesimo era solenne e di carattere fortemente religioso. Motivo per riunire la parentela e rinsaldare così i vincoli di affetto che allora erano molto più sentiti. C'era poi "l'immissione" nel novero dei credenti di una nuova anima innocente.
Niente banchetti milionari, pellicce milionarie, fuoriserie milionarie: ci si comportava come dettava la semplicità e lo stato economico- sociale della stragrande maggioranza dei vergheresi (i quali non si vergognavano della loro onesta povertà). Le puerpere, da parte loro, si facevano un dovere sacrosanto di allattare la loro prole. Vivevano prigioniere, per quaranta giorni, della tradizione che le considerava donne "speciali" che non potevano (non ho mai capito e saputo per quale motivo) attraversare o uscire dal cortile fino a quando la benedizione del parroco toglieva il divieto e le reintegrava nella vita normale. Che cosa c'era che non andava nell'aver dato la vita a un nuovo mortale? Non è un comando divino il moltiplicatevi? E il fantolino, l'innocenza fatta persona, che non aveva chiesto a nessuno di nascere, che, aperti gli occhi, non aveva fatto altro che piangere, dormire e succhiare il latte dal seno materno? Cosa c'entravo io coi peccati di Adamo ed Eva che, forse, non sono mai esistiti e con la fantasia malata e assurda di teologi disoccupati?
Il peccato originale: illogicità che non ho mai compreso.
Al principio di questo capitoletto ho parlato della levatrice, la nostra "cumà". Nel servizio sanitario affiancava il medico condotto: aveva cognizioni di scienza e arte medica, ma era soprattutto preposta alla nascita dei piccoli vergheresi.
La nostra Rosa Righini, madre del dottor Colombo, ha assolto con maestria ed umanità il suo compito per quasi mezzo secolo: dal principio degli anni venti fino alla fine degli anni sessanta.
Di carattere cordiale, estroversa, pronta a qualsiasi chiamata, durante il giorno o durante la notte, col buono o il cattivo tempo, ha fatto vedere la luce a molti nati prima e dopo di me. Era larga di consigli, rincuorando infondeva fiducia e dava, anche se non richiesti, aiuti materiali a chi si trovava in condizioni economiche precarie. Quando mi capita di vedere un bambino nato da poco, riappare sempre nella memoria la tua faccia bonaria e gentile, indimenticabile sciùra Rosa.
Le strane statue del Duomo - (Duomo di Milano)
Non tutte le statue del Duomo di Milano hanno avuto la stessa fama della Madonnina, protagonista di detti popolari e celebri canzoni. Tuttavia, il Duomo nasconde parecchie sorprese per chi abbia la voglia di cercarle tra le sue terrazze. Si comincia con due lottatori: Primo Carnera, l'italiano che conquistò il titolo dei pesi massimi nel 1933, e Erminio Spalla, attore in molti film, tra cui Miracolo a Milano. Poi il leggendario drago Tarantasio, che terrorizzò gli abitanti dell'antico lago Gerundo, dal fondo del quale emanava lingue di fuoco e odori pestilenziali. E ancora, l'antesignana della celebre Statua della Libertà di New York: una signora con fiaccola e corona posta sulla facciata del Duomo, sopra al portone centrale. Tra le guglie si nascondono anche Dante, Toscanini, una statua del Duce ampiamente ritoccata nel Dopoguerra e persino un tributo a un piccione. Non manca, infine, una nutrita varietà di attrezzi sportivi: racchette da tennis, palloni da rugby, piccozze, insomma, un mondo oltre a quello dei santi, tributo alla vita laica della città.
LA FESTA PATRONALE (1/2)
Era divisa in quattro parti la festa patronale, che cade all'otto settembre, giorno della natività di Maria Vergine, ma festeggiato la prima Domenica antecedente o posteriore a tale data.
1a parte: quella di carattere religioso: la messa, la comunione, visita, in paese, alle cappelle e agli archi trionfali;
2a parte: la brugheràa: pranzo e divertimenti in un bosco poco lontano dall'abitato; non più di un quarto d'ora a piedi con andatura turistica.
3a parte: in prima serata la processione per le vie cittadine; preannunciata in precedenza per dare modo agli abitanti del luogo di addobbare convenientemente cancelli, porte e finestre.
4a parte: dopo le nove concerto in piazza. Musica operistica e operettistica, qualche vecchia canzone romantica.
Era orgoglio di ogni cortile di mettersi in gara per allestire la cappella migliore con statue di santi e animali, getti d'acqua, laghetti, montagnole coi castelli sulla sommità, giochi di luci colorate, festoni intrecciati di fronde di sempreverdi guarnite da una infinita varietà di fiori, naturali e finti.
Festoni di fiori dunque e di carte colorate; "sandaline" bianche e rosse, appese sulla cima di pali piantati la settimana prima della festa in posti fissi, tese nel bel mezzo e lungo i lati della piazza, da muro a muro, lungo le vie principali e le vie della periferia.
Sulla piazzetta della chiesa o in piazza grande erano allineate bancarelle di dolciumi, di palloni multicolori, di trombette e fischietti. Era un continuo andare e venire di gente a piedi che spingeva a mano le biciclette un mare di gente che arrivava dai paesi vicini: colori, spari di mortaretti, suoni di ogni sorta, vociare continuo. Ricordo che, prima della guerra, mischiati coi venditori ambulanti, c'erano anche i cinesi col fascio delle cravatte appese al braccio sinistro: "Signoli, merce pella, costa poco". Avevano una vocettina femminile, dolce e delicata, erano rispettosi e discreti.
La tensione durava tutta la mattina. Per noi bambini si trattava di alta tensione.
Verso mezzogiorno il paese si spopolava: silenzio e solitudine si impossessavano di tutte le vie. I forestieri tornavano ai loro paesi; i vergheresi invece si preparavano per andare al buscc dul frà per la brughierata.
 
       **************** fine giornata ************************
 
18 febbraio 2024 - domenica - sett. 07/049
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BALÓN E AQUILONI
Altro momento storico della mia prima fanciullezza, molto vivo nella mia memoria, ricordo più che chiaro non appena una qualsiasi occasione me lo richiama dalle ombre del passato. Chi conta più o meno i miei anni ricorda ancora quelle piccole mongolfiere o palloni dalle forme più strane che il vento, nei giorni del lancio, spingeva da Gallarate verso le campagne e le case del nostro paese, e che tenevamo sott'occhio per delle ore intere nel timore che il vento, cambiando d'improvviso direzione, le spingesse o verso la collinetta di Cardano o verso i boschi di Busto?
Si restava trepidanti col naso in aria, si sollecitava, col cuore in gola, il momento in cui incominciava, tra molti tentennamenti, il lento digradare, con sbandamenti, con riprese improvvise, discese, risalite, sbalzi. Volevamo a tutti i costi, essere i primi a mettere le mani sul piccolo aerostato; per noi era titolo di orgoglio portare a casa nostra, in mostra per chi volesse vederli, i resti ambiti della incerta trasvolata. Anche noi di Verghera, per qualche anno, con non troppa fortuna in verità, abbiamo copiato e tentato di imitare i brusa balon da Galarà. Ma vuoi per la imperfetta costruzione dell'aeromobile, o per la dinamica irrazionale o per il fuoco di spinta insufficiente e non sempre tenuto costante, se era possibile effettuarne il lancio, non era possibile tenerlo in volo per più di dieci minuti, con nostro grande disappunto. Ma se non ci andava bene come "brusa balon" eravamo invece provetti lanciatori e navigatori nello spazio, con vento di brezza appena accennato, degli aquiloni. Azzurri, neri, rossi, a righe vistose gialle e verdi, con stecche rubate nottetempo alle stuoie delle finestre di casa nostra o delle vicine, con carta speciale che garriva come fosse vela di vascello in tempestosa traversata, leggera e forte ad un tempo, con code formate o da una striscia continua o con code ad anelli concatenati, uniche attaccate all'apice inferiore del corpo fatto a rombo, o doppie pendenti spigoli laterali o addirittura a tre code, lenti e maestosi come fortezze volanti.
Seduti sulle balze erbose della montagnetta, dietro al cimitero vecchio, li seguivamo, in trepidazione costante quando prendevano quota, lentamente ma progressivamente, minuto dopo minuto. Che delizia, che ansia, che voglia di azzurri spazi infiniti.
Il nostro cuore saliva con gli aquiloni sugli altopiani. Il tempo si fermava immobile fintanto che durava l'incanto. Magia degli anni trenta. Eravamo appena decenni. La bellezza dei sogni fatti di niente, dell'azzurro del cielo, dei raggi del sole, del verde e dei colori dei fiori. Prima uno, poi due, tre, fino a cinque, fino a dieci: aquiloni in contemporanea libera uscita, in competizione con passeri, rondini, piccioni, diventavano quasi uccelli essi stessi, le nostre grida che li seguivano, che li incitavano, che si spezzavano quasi terrorizzate quando un colpo improvviso di vento li faceva ondeggiare come se andassero alla deriva, come se stessero per precipitare, il respiro di sollievo quando tutto si ricomponeva e il volo ridiventava tranquillo. Mentre scrivo, col cuore colmo di tristezza, mi domando con angoscia dove si è dissolta la mia fanciullezza, dove sono andati a finire gli aquiloni, dove sono volate le oche che spingevo al pascolo nei giorni spensierati delle vacanze estive, dove è svanita la gioventù beata dei primi pantaloni lunghi.
In questo momento di malinconico stupore "io vivo altrove e sento che intorno sono nate viole"!
Non terroni, ma milanesi
Erano gli anni Cinquanta. Io ero una ragazzina del liceo e abitavo non lontana dal quartiere Isola. Li i dialetti di tutt'Italia milanese compreso - si mescolavano allegramente, e tutti si capivano. Tra vie e viuzze piene di botteghe di ogni tipo c'era un frequentatissimo «trani» (il cui nome derivava dall'omonima città della Puglia da cui erano emigrati molti pugliesi che commerciavano vino, frutta e verdura). dove capitai un giorno per comprare del vino sfuso per la mia famiglia. Solito brusio e chiacchiericcio degli avventori, seduti ai tavoli a bere e a giocare a carte, poi di colpo scoppia un diverbio con urla tra i clienti. Improvvisamente, uno di questi si alza e con voce irata dice al suo interlocutore: «Fa no el bauscia!». Alla strascicata parlata pugliese si era sostituita con chiarezza e incisività irresistibile la <<lingua>> milanese, che meglio sembrava esprimere i sentimenti di chi l'aveva pronunciata. In quel momento mi è venuto un dubbio: che i «terroni> fossero spariti, che non ci fossero più?
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Per vangà e zappà no besogna degiunà. Per vangare e zappare non bisogna digiunare.
S'el piœuv a san March o a san Grigou l'uga la va tutta in cavricu. - Se piove a san Marco o a san Gregorio, l'uva va tutta in pampini.
Someneri desembrin el var nanca trii quattrin.  - Seminare in dicembre rende ben poco.
Tajadura malfada, pianta ruinada. - La potatura fatta male rovina la pianta.
Vendembia temporida, de spess la va fallida. - La vendemmia fatta troppo presto è spesso disastrosa.
Del nome del borgo di Busto e della sua etimologia (3/3)
Nè è da meravigliarsi che nessuno prima d'ora abbia posto mente a ciò perchè anche coloro che sono istruiti nelle umane lettere, seguendo l'uso comune considerazione alcuna degli antichi monumenti, che per noi devono essere un fortissimo argomento, hanno qua e là adoperato il nome Busto Arsizio al singolare. Più impropriamente uno scrittore (1) volle inventare il nome Busto Artitio derivandolo dalle molte arti che nel borgo in ogni tempo furono esercitate, perchè le antiche tavole fanno fede che il borgo non si chiamò Artitio ma Arsizio da " ardere, (2).
E tuttavia non nego che se, abbandonato il prisco linguaggio, fosse concesso di trovare un nuovo vocabolo, questo di Artitio ben si addirebbe a questo borgo, perchè non v'è quasi nessun altro luogo del territorio milanese che possa con ragione esser paragonato a Busto per la molteplicità delle arti
Infatti non v'è casa quasi in cui non sia esercitato qualche mestiere. Ai giorni nostri sono aperte cento- quaranta officine e sessanta si possono ancora vedere chiuse, le quali si deve credere siano servite non ad uso di botteghe ma di laboratori.
Per questa ragione colui che disse che il nome di Busto Arsizio deriva dall'esercizio delle arti, ha la sua parte di merito.
(1) Non mi è stato dato di trovare chi sia questo scrittore. Forse qui il Crespi allude ad Alberto Bossi o al Gallazzi. (vedi prefazione).
(2) Secondo il Rampoldi: Corografia d'Italia, l'appellativo Arsizio rimonterebbe al sec. IX e sarebbe dovuto a un grave incendio che in quel tempo avrebbe distrutto interamente il borgo; cosa non improbabile dato il materiale, legno e paglia, con cui erano allora fabbricate le case.
LA FESTA PATRONALE (2/2)
Col fagotto dei cibi sotto il braccio, incominciava l'esodo verso il bosco. Lunghe file di persone, a gruppi "per famiglia", parlando del più o del meno, cantando canzoni popolari, in un clima di forte eccitazione. Nel bosco, dove era già stata posta nel bel mezzo di uno spiazzo erboso una botte capace, colma del miglior vino nero, c'era anche il banco di mescita con bottiglie dei liquori più vari.
Si mangiava seduti sull'erba: polli arrosto, bistecche, salamini. La gente vuoi per il caldo, vuoi per il cibo, vuoi per il vino, arrivava subito alla "pressione" giusta. Pressione che raggiungeva il culmine, quando, venuto il momento più sospirato, un distaccamento della banda musicale (per lo più clarinetti) attaccava con brio e foga valzer, polche e mazurche.
Aveva inizio il ballo preannunciato da tre formidabili colpi di cembali. Apriti cielo. Giovani, anziani, vecchi, uomini e donne, tutti facevano a gara a chi era più originale, più resistente, più bravo.
L'improvvisata jazz-band non si risparmiava; non si risparmiavano i ballerini; nemmeno quelli che assistevano ai bordi della pista si risparmiavano incitando e acclamando. Un motivo più sfrenato dell'altro: la riserva di fiato dei musicanti e dei ballerini era inesauribile, Bacco permettendo. Avanti tutta fino al crepuscolo, perché ormai era giunta l'ora del ritorno. Di stelle era palpitante la volta celeste. Nel cuore c'erano tanti rimpianti e tanta malinconia. La processione serale col simulacro della Vergine cambiava itinerario ogni anno ed era sempre suggestiva per le luci che i partecipanti recavano in mano, gli stendardi, il baldacchino dell'officiante, le ali di folla assiepata lungo le vie del percorso. E dulcis in fundo, a coronamento della giornata, la banda cittadina teneva in piazza grande, il concerto strumentale: ouvertures, intermezzi, preludi e pot- pourri di opere e operette celebri.
Durante l'esecuzione dei vari brani il silenzio era totale e generale era l'attenzione degli astanti che non lesinavano battimani e consensi. Qualcuno accompagnava canticchiando sottovoce o fischiettando allegro e spensierato.
La festa del paese era sentita e goduta come una giornata speciale, tutta dei vergheresi, seconda solo al Natale. O forse, per l'allegria e l'eccitazione, anche più del Natale.
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Settimana-08

RVG settimana 08
 
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Settimana-08 del 2024
 
 
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Settimana 08       2024-02-19 -  Febbraio - Calendario - la settimana
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19 Febbraio 2024 - lunedi - sett. 08/050
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Milano-Galleria -Il parto - Una gestazione travagliata  (1/2)
Al compimento della prima fase dei lavori, cioè del completamento della Galleria vera e propria, con esclusione degli ingressi monumentali e di qualche particolare interno, la grandiosa opera nata dal progetto mengoniano fu con rapidità, senza esitazioni, adottata con grande affetto dal popolo ambrosiano. Da tutto il popolo ambrosiano, senza distinzione di condizione sociale o intellettuale.
A nessuno poteva sfuggire l'opportunità di disporre, in pieno centro, di un ampio spazio coperto entro il quale, al riparo dalle bizze del tempo, passeggiare, soffermarsi a chiacchierare, oltre, naturalmente, a sfuttarne il breve e comodo percorso per giungere con maggior rapidità da piazza del Duomo a piazza della Scala. I milanesi ne fecero prontamente il loro "salotto" definizione affettuosa rimasta nell'uso comune ancora oggi, il vero centro della vita sociale e mondana della città, fiore all'occhiello e simbolo, insieme con il Duomo e la Madonnina, della metropoli lombarda.
Ma poiché, come recita il proverbio, << non c'è rosa senza spine», anche il lungo iter progettuale e realizzativo di questo "fiore all'occhiello" non era stato privo di ostacoli, difficoltà, perplessità, giudizi negativi. Né di disavventure economiche.
Il primo atto dell'amministrazione presieduta da Antonio Beretta, non appena insediata, fu quello di far realizzare un rilievo in scala 1:1000 della piazza del Duomo e sue adiacenze, da esporre in pubblico affinché chiunque potesse esprimere idee e suggerimenti per la sistemazione della piazza e la costruzione della "via", o "bazar”, da intitolare a Sua Maestà il Padre della Patria.
Il 3 aprile 1860 tutto era pronto. L'iniziativa comunale era resa nota alla popolazione tramite un manifesto in cui si leggeva: « [...] A tale scopo la Giunta municipale fece appositamente rilevare una esatta pianta della parte centrale della città, e ne tiene disposto buon numero di copie litografate in iscala 1:1000. I cultori quindi dell'edilizia e dell'arte che intendessero interessarsi dell'argomento, sono invitati a presentarsi a questi uffici municipali, ove potranno ottenere queste copie per farne oggetto di studio. Quelli che intendessero presentare dei progetti, vorranno tracciare, anche solo in semplici linee iconografiche, il perimetro della nuova piazza del Duomo, e il piano di sistemazione delle corsie e delle piazze vicine, anche mediante nuove vie. I disegni dovranno essere corredati da scritti o memorie.
Dal 1945 al 1960 (1/13)
(milanoeuvcentquarantacinq - milanoeuvcentsessanta)
C: El fascismo finalment l'era finìi, ma me par ch'éren minga tucc d'accord a fà andà i ròbb a la stessa manéra; socialisti, comunisti, democristian, che staven insèmma quand faseven i partigian, adèss che gh'era pu el nemis fascista hann subit cominciàa a taccà lit e gh'hoo sentìi dì che sérom quasi adrée a fà on'altra guèrra civil tra quei che voreven stà cont i american e quei cont i russi. Se l'ha vorsu dì tutt sto gibilée per Milan?
M: Minga domà per Milan, ma per tutt el mond, che i paés che hann vinciuu s'eren miss d'accord per spartiss, soratutt America e Russia, e per fortuna, disi mi, l'Italia l'è toccada ai american....... Ma gh'è minga dubbi che la part pussée attiva de la Resistenza l'era fada de comunisti e de socialisti e 'sti chi tegniven per la Russia e se quai caporion i avariss minga tegnu a fren, eren pront a tirà foeura di cantinn e di sorée i armi che tegniven ancamò, sconduu per l'evenienza. Tra l'alter gh'è anca de dì che gh'era giamò on governo italian da pussée d'on ann che l'aveva in quai manera miss d'accord comunisti e democristian, e poeu bisogna minga desmentegass che quasi tutta l'amministrazion pubblica l'era ancamò quella fascista, e sarìa stàa praticament impossibil cambialla tutta senza fà andà tusscoss a gamb all'aria, anca se éren minga pocch quei che voréven ona bèlla epurazion. E inscì la gh'è stada ona amnistia general che l'ha vorsuu tiràgh sora ona riga decisa e fà desmentegà quell che gh'era success in di ultim vint'ann. La stessa ròbba l'è succeduda tra quei che in de la guèrra eren stàa i peggior nemis; per esempi, già dopo nanca 5 o 6 (cinq - ses) ann, in di vacanz al mar, i mei client di pension de Rimini éren i todesch, magari cont el visin de ombrellon inglés, e sa Dio se gh'era anca quaighedun de quei che aveven fa i guardian o pégg in di camp de stermini, o gh'aveven partecipàa a di terribil massacri, o che gh'aveven trà giò cont i sò bomb mèzza Italia. Difficil per tanta gent de mètt ona preia sura, ma la voeuia de tornà a viv l'è stada pussée forta, anca se bisogna mai desmentegass de tutt el mal che gh'è stàa fàa.
C: Adèss semm tucc europei, ona ròbba che per i nòster vèce la saria paruda de minga créd, ma la gh'ha portàa ormai pussée de 75 (settantacinq) ann de pas, anca se par che sien minga tuce inscì content, vist che seguita a crèss l'insofferenza de tanti Region che voeuren fà in de per lór e vèss indipendent, e nun chi a Milan ne savèmm quaicoss, cont la nostra Lega. Ma tornèmm a la nostra Milan e a quei ann lì del dopoguerra.
SUI BANCHI DI SCUOLA (2/2)
In terza, allevammo in classe i bachi da seta (i bugatt). Allora c'erano ancora molti gelsi (i muròn) nelle nostre campagne in lunghi filari. Chi componeva i pensierini più belli o risolveva per primo il problema di aritmetica, riceveva, come premio, l'incarico di fare il rifornimento delle foglie di gelso, nutrimento indispensabile di quegli insetti preziosi. Si chiamava, la mia maestra, Ida Comuni, milanese, ed era, qualche anno fa, ormai più che novantenne, ancora viva. Ci spiegava che differenza c'era tra cimitero (parola greca che vuol dire dormitorio) e camposanto, voleva che dicessimo rosolacci e non papaveri e che la corte era quella dei re, la nostra, invece, (la mè curt) luogo di abitazione di noi povera gente, era il cortile. L'ho rivista qualche anno fa nella sua abitazione milanese di via Mecenate, ancora di animo giovanile, di spirito vivace e di grande umanità. Non c'era negli anni trenta la quinta elementare a Verghera, così che si doveva andare, per il compimento del ciclo, a Samarate o in qualche altro comune vicino. Si andava a scuola tutto il giorno mattina e pomeriggio; il sabato: lezioni manuali la mattina, il pomeriggio esercitazioni premilitari. A dieci anni! Giorno di vacanza era il giovedì. La quinta l'ho frequentata a Gallarate nelle vecchie scuole di via Seprio, ora demolite. Il mio maestro si chiamava Colombo; era di Cedrate e per farci imparare come si componevano i temi, ci suggeriva prima di scrivere in dialetto e di farne poi la traduzione italiana. Quant'acqua e neve, vento e nebbia; quanto freddo ai piedi e alle mani. Avevo in dotazione una cartella di cuoio che fu prima del mio fratello maggiore e dopo, del mio fratello minore. Resistentissima e molto larga, tanto larga che oltre ai libri ci stava comodo lo Zingarelli che contava duemila pagine. Anche la bicicletta, detta "sbarcela", passò nelle mani di tutti e tre. Tanto la cartella che la bicicletta, la usarono poi nostri giovani parenti. Esse, cartella e bicicletta, si comportarono sempre con grande dignità, senza vergognarsi mai della loro veneranda età.
Cave canem/2 - (20-21 giugno 1878)
Sono dunque avvisati i padroni di cani: i cani senza museruola saranno accalappiati ed inesorabilmente uccisi. Non si potrà più riscattarli nelle quarantott'ore, come fu permesso finora. Tutti i cani che vengono cacciati nel carretto dell'accalappiacani sono de' condannati che vanno alla morte. I cani accalappiati vengono trasportati al canile annesso alla Scuola superiore di veterinaria. Ci capitano talora de' cani di gran prezzo, cagnolini microscopici, cani del San Bernardo, cani di Terranova, cani da caccia delle migliori razze. Quando non vengono riscattati dai propri padroni, nessuno può salvarli. Debbono essere annegati. D'ora innanzi non saranno più annegati dopo quarantott'ore, ma appena giunti al canile.
 
       **************** fine giornata ************************
 
 
 
20 Febbraio 2024 - martedi - sett. 08/051
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Milano-Galleria -Il parto - Una gestazione travagliata  (2/2)
Questi lavori dovranno essere consegnati entro il mese di giugno al Protocollo del Municipio di Milano, che ne rilascerà ricevuta; passato questo termine verranno esposti al pubblico, perché l'opinione e la stampa li possano discutere; il Consiglio comunale sarà poi chiamato a deliberare in proposito [...] ».
Il Consiglio comunale ne avrebbe discusso per i successivi sei anni. Benché non si trattasse di un vero e proprio concorso, l'<< argomento », come l'aveva definito la giunta Beretta, suscitò notevole interesse. Duecentoventi furono i progetti presentati da centoventi soggetti diversi (architetti, ingegneri, artisti e altri non meglio qualificati), per l'esame dei quali fu istituita un'apposita commissione che, come nella migliore tradizione italica, non conseguì alcun risultato effettivo. L'anno successivo, la lotteria organizzata allo scopo di raggranellare fondi per la costruenda piazza, nonostante l'interesse della popolazione per i destini del loro centro storico andasse aumentando, ebbe scarso successo.
Il Comune decise dunque di bandire un vero e proprio concorso, al quale parteciparono diciotto progetti che una nuova commissionegiuria, presieduta dal sindaco Beretta, poté esaminare dal giugno 1862. Nessuna delle proposte fu ritenuta meritevole di vittoria.
La commissione ritenne però che un progetto, firmato con lo pseudonimo "Dante" (sotto al quale si celava l'architetto bolognese Giuseppe Mengoni), fosse degno di approfondimento. Avviò dunque un nuovo complesso meccanismo di gara che prevedeva l'affidamento agli autori dei tre progetti più interessanti (quello, citato, del Mengoni, più quelli di Carlo Pestagalli e Nicola Matas) della stesura di un nuovo progetto collegiale per la Galleria e di tre distinti progetti per la piazza. Il risultato di questa gara fu che Matas si ritirò, a causa di precedenti impegni, e Mengoni e Pestagalli presentarono due nuove proposte. Per quanto riguarda la Galleria fu accettato il progetto Mengoni, mentre in relazione alla piazza fu indetta una ulteriore gara tra i due architetti. In una riunione del settembre 1863 il Consiglio comunale si rese però conto dell'assurdità di un simile concorso che, se portato a compimento, avrebbe potuto, in caso di vittoria del Pestagalli, minacciare l'unità del disegno del complesso piazza-Galleria e adiacenze. Si decise dunque di affidare a Giuseppe Mengoni la stesura di un progetto complessivo.
Dal 1945 al 1960 (2/13)
M: Del '45 (quarantacinq) t'hoo giamò di quell che gh'è success, de l'agonia del fascismo in di primm quatter més, ai disordin che gh'hinn seguitàa, a la cunta di dagn e finalment al principi de la ricostruzion de tusscoss, di fabbrich, palazzi, monument, ma anca di co di milanes, che domà Dio sa quanti de lór fina a ier se vesti ven cont la camisa e adèss vann in gir cont la bandera rossa. Gh'emm inscì de ricordass la storia bòna de quei che gh'hann subit cominciàa a risvoltass i mànigh e a tirà su Milan, e quella grama di opportunisti che in mezz al disordin gh'hann trovàa de fà i sò interess, magari profitand di disgrazi de tanta pòvera gent che viv l'ha dovuu svend quell pocch che 'l gh'aveva. I ann dopo hinn stàa come ona gran valanga, che però invece de portà alter dagn, per nostra fortuna l'ha miss in moviment i mei qualità di milanes e l'ha fàa vegnì foeura la voeuia de vèss ancamò el motor de l'Italia. Certo, éren minga tucc ròs e fior, ma in 'sti 5 (cinq) ann del primm sindich de la repubblica, gh'è de recordass tanti ròbb in positiv; giamò nel '46 (quarantases) s'hinn dervì la Féra e la Scala, dò di glori mondiai de Milan, on para d'ann dopo on'altra gloria, questa noeuva, gh'è nassuu el Piccolo Teatro, e poeu hinn stàa i ann di fabbrich giustàa, Pirelli, Breda. Falk, ma anca de quei noeuv, la Innocenti cont la Lambretta, la Ignis cont i frigorifer, la Candy, cont i lavatris che tanto hann cambiàa la vita a vialter donn, e poeu tanti fabbrich pussée piscinitt, ma che hann vorsuu di tanto per quell che la saria poeu stada Milan in di ann a seguì; e gh'è stàa anca el temp per mètt ona noeuva porta del Dòmm. E s'è tornada a dervì la Rinascente, che la s'era trasferida in del palazzi de la Reson, in piazza Mercanti. Comunque 'sti ann '40 gh'hann pocch de bon de fass ricordàa, prima cont la guèrra e poeu cont tanta miseria, e anca cont di disgrazi, come quella del Turin, la squadra de calcio, che anca se l'era nò de Milan l'era ben vorsuda anca chi, e che nel magg del '49 (quarantanoeuv) la s'è sfracellada cont l'aeroplano contra la Basilica de Superga.
C: Me ricordi, l'è stada debon ona ròbba che l'ha fàa piang on po tutta l'Italia. Ma in mezz ai disgrazi, gh'emm de considerass fortunàa che sia i todesch che scappaven, sia i american e i partigian che rivàven, hann minga trà giò anca quell che l'era restàa in pée, anzi me par che i famigerati palazzi simbol del ventennio hinn stàa dopràa dai noeuv governant. Meno mal che el bon sens el gh'ha avuu el sopravvent sora la voeuia de fa sparì tutt quell ch'el ricordava la dittatura.
VITA E MORTE DI ANIMALI (1/4)
Mi ha invogliato a scrivere sugli animali la domanda che mi ha rivolto una signora, mentre in biblioteca, pochi giorni prima del Natale, si parlava del più e del meno. Come si fa ad uccidere un bue? ('1 manzò). Come si fa adesso, non lo so. Quando ero un ragazzino si uccidevano sparando loro nella testa un colpo di pistola (soprattutto per i tori); oppure conficcando con forza un martello a forma di cono nel cervello della bestia che veniva preventivamente bendata. In tutti e due i casi la morte era istantanea.
Il maiale, la pecora e la capra si sgozzavano. Al coniglio preso per i piedi posteriori veniva inferto un fortissimo fendente col bordo della mano tra capo e collo, dietro le orecchie. Alla gallina si ficcava la punta della forbice nell'occhio o le si tirava, con forza, il collo. Le oche erano dure a morire. Mia mamma stendeva il loro collo sotto il manico della scopa su cui poggiava i piedi e tirava per le gambe la malcapitata che qualche volta, se il collo non era stato tirato a dovere, vagava, ma per poco, come una sonnambula intorno al cortile, stramazzando dopo una decina di passi percorsi barcollando.
Il sangue delle vittime veniva raccolto in recipienti e si usava per farne speciali frittelle o si utilizzava per confezionare, soprattutto col sangue dei maiali, squisiti sanguinacci.
Le galline erano la nostra carne della domenica. I manzi uccisi dai macellai del paese venivano per lo più allevati nelle nostre stalle, erano quindi eccellenti come carne. Che brodi e che risotti! E che bistecche: niente acqua misteriosa e niente gonfiature dovute agli estrogeni; risultavano tenere e saporite da leccarsi le dita. Poiché molte famiglie allevavano animali, quando arrivava per loro il momento buono, venivano condotti per essere fecondati dal Coppe che stava di "stalla" nelle campagne tra Verghera e Busto, dopo la cascina del Prete. Questo accadeva per le pecore e le capre, allevate soprattutto per il latte, la riproduzione e le pelli che, conciate, si stendevano sui letti per scaldare d'inverno i piedi infreddoliti. Le mucche, invece, le portavano alla stazione di monta taurina regolarmente autorizzata e famosa nella zona per il vigore e la infallibilità dei "tori di servizio". Noi ragazzini venivamo spesso colti in flagrante come guardoni, mentre, attaccati alle inferriate della finestra, adocchiavamo un po' ignari e molto stupiti il fenomenale, inspiegabile evento. Il sacro mistero (e poi dicono che allora non c'era niente di bello da vedere!) si recitava in via Eusebio Pastori sul lato destro della strada appena dopo il prestino del Pietro Macchi. Ho ancora nelle orecchie i muggiti lamentosi e prolungati di quelle povere bestie.
LA PIA
Non "ricordati di me che son la Pia", del purgatorio dantesco ma la Pia natalizia che era con frequenza suonata durante le feste della natività dall'organo della vecchia chiesa. Chi ricorda i pastori d'Abruzzo che passavano di casa in casa, per i cortili e le strade del paese, poco dopo la metà di dicembre e che come le rondini tornavano tutti gli anni? Due uomini anziani e un ragazzo di non più di dieci anni. Uno suonava la zampogna, il secondo dava voce acuta a un piffero di legno e nello stesso tempo, azionando col piede una mazza legata a un filo batteva ritmicamente su di una specie di grancassa che portava sulle spalle. Il ragazzino, con un piattino di metallo in mano e sull'altra un pappagallo e i foglietti colorati della buona ventura, passava di uscio in uscio a raccogliere l'obolo della gente. Restavano in paese una mezza giornata e per tutte quelle ore si sentiva, proveniente dalle parti della chiesa, dalla via san Bernardo da via Indipendenza o dalla via Eusebio Pastori l'ansimare roco e stanco della zampogna e gli striduli piagnistei del piffero. Mia mamma, che non mancava mai di trarre insegnamenti dagli eventi e dai fatti che tutti i giorni ci capitano sotto gli occhi, metteva in rilievo la fatica del vagabondare quotidiano del povero ragazzo vestito di stracci e forse affamato, con la nostra vita di perdigiorno. Viòltar - ci diceva si nasùu cun la camìsa. Noi che eravamo nati secondo mia madre cun la camisa vivevamo di minestrone e di patate. Come si vede 'na camisa un po' tropp strència. Ma alla sera, rimbeccava mia mamma, non avevano un letto in cui dormire e un po' di fuoco con cui scaldarsi. Suonavano, gli zampognari, canzoni e filastrocche delle loro regioni e, di quando in quando, il brano della Piva che mi restava nelle orecchie, anche quando nel dormiveglia che precedeva il sonno, stavo volando, con ali fatate, verso il mondo dorato dei sogni.
 
 
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21 Febbraio 2024 - mercol edi - sett. 08/052
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Milano Galleria - Demolire per ricostruire
Nell'evolversi delle vicende succintamente narrate, l'opinione pubblica, intanto, a mano a mano che le proposte si rendevano note, non mancò di prendere posizioni. Che erano in gran parte avverse ai faraonici disegni del Mengoni che la Giunta aveva fatto propri.
Erano molti i milanesi che non vedevano di buon occhio sventramenti e demolizioni che l'amministrazione andava progettando e attuando (non soltanto in merito alla costruenda nuova piazza del Duomo) in nome di un allineamento di Milano con le altre grandi capitali europee, affinché «< in un avvenire più sollecito e vicino, abbiano a sorgere tra di noi quegli istituti di utile pubblico, che in mezzo a' suoi agi ancora invoca la nostra città », come aveva precisato il manifesto comunale del 3 aprile 1860.
Così si esprimeva Cesare Correnti (1815 - 1888), milanese DOC, patriota, politico e scrittore, poi senatore e ministro del Regno, in una famosa lettera alla contessa Clara Maffei: << Quest'Italia nuova Dio la benedica! ma fin qui è un corpo che non ha ancora trovato un'anima. E intanto l'anima della nostra vecchia Milano se ne va. Forse mi farà cieco il dolore, forse, avendo finito io, mi par che molte cose, le quali mi furono sante e dilette, minaccino di finire! ». E così la pensava una buona percentuale della gente milanese. La stampa, ovvero gli intellettuali, era divisa tra chi sosteneva a gran voce le istanze di rinnovamento invocate dagli amministratori e coloro che, al contrario, profondamente abbarbicati alle loro radici, respingevano a priori qualsiasi progetto di ammodernamento di un tessuto cittadino che, a onor del vero, necessitava, in molti suoi settori, di una operazione di "ripulitura" dal secolare sovrapporsi di brutture edilizie e storture urbanistiche.
Il buonsenso avrebbe potuto consigliare di trovare una ragionevole via di mezzo tra la conservazione totale e la demolizione radicale. Purtroppo l'ansia di fare presto qualche volta in buona nel cercare di fede; troppo spesso imposta dalla speculazione dare a Milano un volto nuovo, più consono al nuovo status di metropoli (risultato poi vieppiù ottenuto con l'annessione dei Corpi Santi al territorio del Comune di Milano, nel 1873), provocò, nei fatti, la distruzione di una grande parte della Milano storica, con la conseguente perdita di un ingente patrimonio artistico e architettonico.
Una tendenza all'incontrollata ri forma dell'ordito urbano che, peraltro, diverrà una costante di tutte le amministrazioni ambrosiane che si avvicenderanno, dall'indomani dell'annessione alla corona sabauda, per oltre un secolo.
Per rimanere nel solo àmbito delle proposte per un nuovo complesso piazza del Duomo via (o galleria) da dedicarsi a S. M. il re Vittorio Emanuele II-e adiacenze, numerose e di rilievo erano le demolizioni prospettate; tra le più deprecate dai tradizionalisti, vanno segnalate quelle del cosiddetto "coperto dei Figini", rinascimentale, e dell'isolato del Rebecchino, di poco posteriore al precedente, entrambi antistanti la cattedrale, e la eliminazione del reticolo di antiche vie e viuzze a settentrione della cattedrale stessa, non senza la distruzione di edifici di pregio.
Non ultimo in ordine di importanza era anche il problema della disponibilità economica. Il popolo non era così sprovveduto da non rendersi conto che opere di tale mole avrebbero finito con il pesare in misura notevole, forse insostenibile, sulle sue già povere tasche.
VITA E MORTE DI ANIMALI (2/4)
Il tenutario della casa a luci rosse per animali con licenza di procreare, era un gigante che aveva moglie figli e figlie giganti come lui, di nome Carlèn dul Piciott, mutilato per una inguaribile ferita rimediata in una gamba durante la prima guerra mondiale. Col cuore in mano, allegro, sempre festoso, scanzonato, amante (con troppo vigore, direbbe Dante) del dio Bacco, cordialissimo con chicchessia, era dicitore finissimo di filastrocche che erano la delizia di noi bambini che ascoltavamo rapiti e a bocca aperta: "O Dio, c'è tanta polvere perché non piove più, io ho tanti debiti perché non pago più: vado dal fornaio e incontro il macellaio, vado dal salumaio e incontro il calzolaio... oppure:
"che cosa importa a me se non son bella, mi g'ho l'amante mio che fa il pittore, se mi dipingerà come una stella, che cosa importa a me se non son bella, e ancora, alzando sempre di più la voce che diventava roca: che cosa importa a me se il pan l'è caro, mi g'ho l'amante mio che fa il fornaro ecc.,
finché, seccatagli la gola per il gran declamare, non sentiva l'urgentissimo bisogno di un rinfrescante bicchiere di squinzano. Se ne andava alla chetichella lasciando di stucco l'uditorio che ignorava il motivo della repentina partenza.
Chi non aveva per casa un gatto, aveva certamente un cane. Non c'era casa che non avesse la gabbia col canarino e non fosse allietata dai trilli e dai gorgheggi dei piccoli cantori.
D'inverno ci si divertiva (divertimento crudele) a nascondere sotto la neve, le trappole con infisse sull'asticciola dello scatto, un granello di mais per catturare passeri e fringuelli.
Per le festività natalizie, le baldorie di fine anno, i banchetti propiziatori dell'anno nuovo, le massaie usavano per le bestie (ruspanti garantite) predestinate alle "paciate", un trattamento speciale, un sistema di "ingrassaggio" davvero doc. Dovevano arrivare al traguardo finale grasse a puntino per onorare degnamente la tavola sulla quale si riservava loro l'onore di comparire.
L'altro giorno passando in via Adriatico sull'angolo che fa con via Monte Bianco ho rivisto, come del resto tutte le volte quando ci passo a piedi o in bicicletta, la vecchia casa del Locarno Galdèn e, oltre che di lui (piccolo e magro, un quinto rispetto alla sua compagna, dall'aria furba, che a fischiare era più bravo di un merlo) mi sono ricordato di sua moglie senza riuscire, dopo tanto pensare, a tirare in mente il suo nome. Ho chiesto ad amici della mia stessa età, ma nessuno se ne ricordava più. Così, poiché ero deciso di venirne a capo, la mattina di Natale, ho girato e rigirato nel cimitero in cerca della tomba della famiglia di Galdino Locarno e dopo una mezz'ora buona l'ho finalmente trovata. Quante volte sono andato da lei coi galletti legati per le zampe, come Renzo Tramaglino quando va dal Dottor Azzeccagarbugli, per farli "capunàa"?
COM'ERA IL MIO PAESE (1930 CIRCA) - (1/3)
Sono confusi i ricordi di com'era il mio paese quand'ero fanciullo. Case demolite, alberi spariti, a volte basta un tetto rifatto, le imposte e una porta nuova per farci sembrare diversa una abitazione. In mezzo alla piazza c'era un pozzo: vi si andava ad attingere acqua, quando la rete per la distribuzione dell'acqua a domicilio era di là da venire. Dalla piazza iniziava la via Palazzo: via che finiva in un cortile dove era stata costruita la casa più alta del paese: tre piani! Sul lato sud della piazza c'era e c'è il monumento alla Beata Giuliana, benedicente, unica gloria della modesta storia paesana. La statua, alta tre metri circa, era stata voluta dalla popolazione (i tardi nepoti, come dice l'iscrizione) i primi anni del nostro secolo.
Sul principio della via Mazzini, a destra, c'era il forno pubblico, dove, ogni giorno e a turno, si cuoceva il pane: "i roo da pangiàld". Il forno era riscaldato con fuoco di fascine ed era attivo tutti i giorni feriali. Le ruote, così croccanti il primo giorno, diventavano sempre più rafferme col passare dei giorni. La provvista doveva durare una settimana intera per una famiglia che in media contava da quattro a sei persone. La piazza e le vie che vi immettevano erano acciottolate: mi tornano alla mente i selciatori intenti al lavoro con zappettine, seduti su seggiolini rotondi di legno dotati di una corta gamba per l'appoggio sul terreno. Venivano continuamente riforniti di selci e di sabbia; erano molto veloci nel lavoro, attenti e precisi.
Nelle giornate di temporale, soprattutto quand'erano violenti, tutte le vie che sboccavano nella piazza, vi portavano torrenti d'acqua piovana riempiendola nel giro di cinque minuti. Noi ragazzi, a piedi scalzi, vi scorrazzavamo in lungo e in largo, spruzzando getti d'acqua da tutte le parti e ci divertivamo un mondo.
Divertirci non era complicato come oggi e costava molto poco, a volte niente, come fare salti e giravolte in un qualsiasi posto della piazza nell'acqua alta che la allagava.
L'acqua che si raccoglieva in piazza durante il temporale, andava poi a riversarsi nel buzòn, nel "burrone", il cavo di via S. Bernardo che si trovava, a sinistra andando verso il cimitero, poco prima di arrivare alla chiesetta di S. Bernardo e che è stato colmato di terra su cui sono state costruite alcune case. Un altro cavo, ma di dimensioni più piccole, era stato aperto sull'angolo di via Mazzini con via della Vittoria che prima della seconda Guerra Mondiale era strada regolare per i primi cinquanta metri. Per il resto, fino allo stradone era una carreggiata stretta ed erbosa. Anche questo cavo, che fronteggiava sul lato della via Mazzini l'oratorio maschile, fu ricoperto di terra e vi si costruì sopra un condominio (via Mazzini, numeri 36-42).
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22 Febbraio 2024 - giovedi - sett. 08/053
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ALL'OMBRA DEL CAMPANILE - Le campane   (2/2)
Il 6 ottobre Don Guerrino Arnelli, fondatore della scuola S.Cecilia di Milano, provati i toni, dichiarò il concerto eccellentemente riuscito. Nel frattempo si completò il cupolino si sovrappose il parafulmine, mettendo anche in opera parte del castello.
Sabato 18 ottobre 1884: le cinque campane arrivarono a Gallarate e per la domenica seguente, si programmò di portarle a Verghera. All'occasione partecipò anche la "novella" società filarmonica del paese composta da venticinque giovani operai tessitori. Si addobbarono a festa anche i carri per il trasporto. Ne arrivarono quattordici. Si formò un lungo corteo: precedevano alcuni a cavallo, poi la commissione, poi la banda, indi i carri preceduti, fiancheggiati, e seguiti dalla popolazione plaudente, commossa di quella commozione che fa ridere e piangere nello stesso tempo, soprattutto sorpresa di vedere campane così grosse.
Giunti sul sagrato della Chiesa, le campane furono sospese sotto un elegante padiglione, pronte per la benedizione che ebbe luogo nel pomeriggio della stessa domenica 19 ottobre, impartita dal prevosto Gallarate don Federico Velloresi, delegato dall'Arcivescovo. campane secondo la consuetudine ebbero i loro padrini:
la prima campana dedicata a Maria Nascente, del peso di Kg. 1014 con tonalità "mi-bemolle", ebbe come padrino il sig. Locarno Giovanni negoziante;
la seconda, dedicata a S. Carlo, in memoria nel 3° centenario della morte, del peso di Kg. 691, con tonalità "fa", ebbe come padrino il Sig. Bianchi Angelo di Milano, generoso benefattore;
la terza, dedicata a S. Bernardo, del peso di Kg. 470, con tonalità "sol" ebbe per padrino il Sig. Puricelli Carlo fu Pietro, quale rappresentante della commissione;
- la quarta, dedicata a S. Anna, del peso di Kg. 373, di tonalità "la- bemolle", padrino il sig. Provasoli Francesco, esercente;
- la quinta, dedicata alla Beata Giuliana, del peso di Kg. 276, di tonalità "si bemolle", ebbe per padrino il Sig. Puricelli Giuseppe quale rappresentante la fabbriceria che scelse questa, nutrendo la speranza essere tra i discendenti della Beata.
Il peso complessivo delle campane è di Kg. 2825, e il prezzo oltre che delle campane, anche del cupolino, della riparazione dell'orologio, dell'imbiancatura del campanile e delle spese della festa, fu di circa Lire 9.000.
VITA E MORTE DI ANIMALI (4/4)
Ho avuto anche una gattina nera che combatteva alla pari con i topi di chiavica (i ratt da curmegna) così grossi che parevano essi stessi altrettanti gatti. Quando doveva entrare in casa, si aggrappava alla maniglia della porta, facendola, scattare e aprendo così il battente. Dormiva sempre accoccolata sui miei piedi e considerando il gelo che stazionava di continuo nella nostra camera, fungeva da graditissimo scaldino. Aveva il debole di essere spietata cacciatrice di uccelli, ma questo faceva piacere a mia madre che dagli uccelli si vedeva sempre sconvolte le aiuole appena seminate.
Per chiudere il capitoletto degli animali ricorderò come mio fratello Gianfranco allevò una covata di usignoli composta di cinque fratellini. Si sa che è molto difficile tenere in vita i piccoli appena nati. Non bisogna assolutamente dimenticarsi di loro neppure una volta sola, potrebbe essere la loro fine. Gli usignoli sono carnivori ed era necessario quindi, tagliuzzare il fegato, i lombrichi e la carne in genere, in minutissime particole adatte al becco, alla gola e allo stomaco degli uccellini che erano sempre lì con la gola spalancata in attesa del cibo. Sembrava sempre che fossero morti di fame, che non mangiassero chissà da quanto tempo. Mio fratello lavorava a turno alla manifattura di Rivoli, in via Matteotti, a Gallarate. Una settimana cominciava alle sei del mattino, una settimana alle due del pomeriggio. Ne conseguiva che distribuiva il primo pasto alle cinque del mattino e l'ultimo alle undici di sera, a seconda dei turni. Era una meraviglia e una grande soddisfazione vederli crescere tutti e cinque insieme. E crebbero e crebbero fino a che divennero grandi, capaci di volare. Mio fratello tenne il più bello e intelligente per sé, gli altri li regalò ad amici.
L'usignolo che allietò per vari anni col suo canto spiegato e brillante la cucina della nostra casa era un maestro cantore. L'Alfredo Milani - l'operaio maratoneta che ogni santo giorno, a piedi, andava fino a Crenna a lavorare - restava incantato sotto la gabbia a sentirlo modulare, in un crescendo travolgente, note dopo note, senza stancarsi mai. Lo paragonava a Tamagno, grande tenore morto a Varese, e degno antagonista di Caruso. Quando la sera tornava dal lavoro stanco per il tanto camminare e per la lunga giornata di fatiche, non andava direttamente a casa sua, ma si fermava davanti alla gabbia dell'usignolo. E l'usignolo, consapevole dell'onore che gli si tributava, apriva subito il becco per lasciare uscire una cascata irrefrenabile di gorgheggi. E come dice D'Annunzio "il cantore si inebriava del suo canto". L'è propi Tamagno, affermava l'Alfredo Milani che il canto aveva come riposato dalle fatiche della lunga giornata. Ma una volta - maledetta quella volta - mio fratello, mentre apriva lo sportelletto della gabbia per cambiargli l'acqua, lo lasciò scappare. Volò subito via l'usignolo con un volo basso e incerto fino a dove stava pensierosa la gattina nera che, appena lo vide, con un balzo degno del più bravo portiere del mondo, lo abbrancò a volo con stupefacente precisione e prontezza. Mio fratello pianse e la cucina restò muta fino a quando comprammo un canarino arz rosso e giallo, lui pure un maestro cantore. Anche lui chiamammo Tamagno. Si dimostrò degno della successione e del nome.
Ul paschè
E' il sagrato della chiesa. Questa parola la pronuncia sempre mia moglie bustocca. Qualche volta la parola l'ho sentita pronunciare anche dai nostri vecchi.
Era luogo sacro perché nei secoli scorsi vi si seppellivano i morti. PASCHE' è la contrazione e la pronuncia popolare delle parole latine PAX EIS, pace a loro. Che i fedeli pronunciavano come invocazione e preghiera, nell'atto di attraversare il territorio prima di entrare in chiesa, REQUIEM AETERNAM DONA EIS, DOMINE: a loro, dona o Signore, la pace eterna. Sul PASCHE' DU LA GESA, da bambini, giocavamo ai quattro cantoni. Senza saperlo, le nostre esclamazioni di gioia, tenevano compagnia alle anime dei morti che erano stati sepolti, tanti anni fa sotto i nostri piedi.
Qualcuno di loro era stato il nonno del nonno, del nonno di mio padre e quindi un mio antenato.
PASCHE', cioè, PAX TIBI, nonnino.
Il Pudore nascosto (8-9 ottobre 1877)
Erano dieci ore e mezzo d'ieri sera e in via del Pesce, vicino a una casa, dove la statua del Pudore è coperta con tanto di lenzuolo, successe un diavolio spaventoso. Che note acute! Che bassi profondi! Che accompagnamento di calci e pugni. Un tal M... Carlo, che non ostante sia macellaio, ha un cuor tenero tenero, e non può veder di cattivo umore neanche una mosca, voleva ristabilire i buoni accordi tra quelle furie, ma una di quelle lo percosse con un bastone, lo contuse, e un'altra gli rubò l'orologio!
Cenci in questura - (22-23 ottobre 1877)
L'autorità ha disposto che gli ubbriachi raccolti come cenci per istrada dai vigili urbani e dalle guardie di Pubblica Sicu rezza, in luogo di essere condotti tutti all'Ospedale Maggiore come si fece finora, sieno portati alla questura, mandan do all'ospedale solamente quelli che presentassero urgente bisogno di cura medica o chirurgica. Il vedersi condotti come ladri alla questura, potrà frenare i fervidi continuari di Noè dalle loro eccessive libazioni?
 
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23 Febbraio 2024 - venerdi - sett. 08/054
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La chiesetta
Piccina era, modesta, immersa sempre, anche nelle vivide giornate estive, in una penombra crepuscolare che era garanzia di pace e un invito costante alla preghiera.
Il coro dietro l'altare, l'organo a mantice sopra la porta d'entrata, il battistero nella cappella a sinistra dell'ingresso, il pulpito, le cappelle dei santi rivedo, come se stessi ancora in piedi nel bel mezzo della sua navata, a guardare felice e sereno, intorno a me, le ombre suscitate dal ricordo della mia fanciullezza.
Piccola chiesa dove era facile il raccoglimento e la meditazione, così simile, anche se più vasta, alla cameretta dove Gesù raccomandava di rinchiudersi a pregare.
Sul sagrato, dove secoli prima venivano sepolti i defunti, c'erano, disposti a quadrato, quattro paracarri, che servivano ai ragazzi che attendevano di entrare in chiesa per assistere alle funzioni, per giocare ai quattro cantoni.
Sulle pareti laterali dell'altare erano raffigurati a fresco il sacrificio di Isacco e la nascita di Maria Vergine, sopra la porta della sacristia, a sinistra, pendeva la campanella che annunziava con allegria argentina l'inizio delle funzioni, mentre a destra una porticina immetteva nella cella riservata alle corde delle campane, e da dove si saliva per mezzo di una scala a pioli, nella cella campanaria da cui si godeva una vista stupenda: le alpi dominate dal Monte Rosa, le Prealpi Varesine col Sacro Monte e il Campo dei Fiori, le Prealpi comasche con le Grigne e il Resegone, e le piane di Busto e di Gallarate coi boschi della cascina del Prete.
Quante ore della mia infanzia e della mia giovinezza sono trascorse sui banchi della chiesa, quante figure di parroci, di coadiutori, di suore, di gente ho visto genuflessa a pregare o a meditare ai piedi della bella balaustra di marmo rosso.
Vivissimo è il ricordo della morte, avvenuta sull'altare maggiore, mentre esponeva il Santissimo all'adorazione dei fedeli, del coadiutore don Francesco Rebuzzini, sessantacinque anni fa, quando avevo sei o sette anni.
Sugli otto nove anni sono stato chierichetto; ma la sottanina nera o rossa che fosse mi andava sempre stretta. Allora mi dava già fastidio, ma non come adesso, il fumo delle candele.
Il più vivo dei ricordi legati alla chiesa è quello che mi riporta alla memoria la figura di Idelfonso Schuster, arcivescovo di Milano, dal quale sono stato cresimato.
Noi bambini lo guardavamo, attoniti e felici, mentre segnava con l'olio santo le nostre fronti ancora innocenti del segno della croce. Ci stupiva, che il santo Cardinale, vivesse con due uova al giorno. Domenica 12 maggio 1996 ho assistito, in piazza S. Pietro, alla sua beatificazione. Il colonnato era stupendo a vedersi nella sua geometrica perfezione, e la cupola grandiosa dorata dal sole e percorsa dalle ombre che il movimento delle nuvole rinnovava continuamente, mi richiamavano alla memoria il volto esangue e dolce, quasi trasfigurato, del piccolo fragile Cardinale che aveva illuminato di splendida luce uno dei giorni più puri della mia giovane esistenza.
Dal 1945 al 1960 (3/13)
M: In effett, se se esclud el fatto che hinn stàa trà giò tutt i simbol del fascismo, come appunto i fasci e i fras del duce che gh'eren scrivuu in de per tutt i canton, tucc i "casa del fascio" hinn diventàa séd de quai istituzion pubblica, sindacàa, carabinier, polizia, menter i alter hann continuàa a fà quell che faséven,
come el tribunal, la borsa, l'ospedal de Niguarda, anca se éren stàa bombardàa anca lór e magari gh'aveven bisogn de vèss giustàa. Subit poeu, hinn stàa cambiàa i nomm ai strad, on po cont quei che gh'aveven Prima del fascismo, on po cont quei di partigian e alter personagg che hann fàa on po la storia de l'antifascismo, semper però cont la bònna abitudin de mètt la soa bèlla targa de marmo a ogni in- cros di strad.
C: Gh'hoo sentì dì che i fascisti in di ultim dì aveven cambiàa i cartèi di strad per sconfond i inglés e american e fagh sbaglià strada. L'è vera?
M: On po l'è vera, soratutt foeura de Milan, ma i alleàa gh'aveven giamò pensàa in de per lor, cont di sò cartei scrivuu in inglés. Ma i american hinn stàa chi pocch, anca se gh'hann lassàa per quai temp di commissari che ghe ricordaven chi l'era che aveva vinciuu la guèrra e che el comandava.
C: Fidàss l'è ben... ma gh'aveven minga tutt i tort, vist che l'Italia la pareva giamò vorè divìdess ancamò: quei che voreven stà cont i american e quelli che ghe piaseva la Russia.
M: L'emm giamò dì, meno mal che semm restàa de la part giusta, e inscì la vita a Milan l'ha comincià a riprend cont el sò bon e el SÒ gramm. Per la cronaca bisogna però ricordass di ròbb che gh'hann fàa pussée rumor; nel '46 (quarantases), on ann dopo che l'hann taccàa su, hann trafugà la salma del duce che la stava a Musocch, trovada poeu on més dopo a la Certosa de Pavia; semper nel '46 (quarantases) la gh'è stada la rivolta a San Vittor organizzada su istigazion del bandito Barbieri, che l'era appèna stàa miss in galera dopo che per on ann l'aveva terrorizzàa mezza Milan cont la soa banda de l'isola; e poeu a la fin de november, el delitt de Rina Fort, definida la "belva de via San Gregori", che l'ha mazzà la mié del sò moros e i sò tri fioeu. Ma de fioeu ghe n'è poeu mort 45 (quarantacinq), negàa a Albenga nel lui '47 (quaranta- sett); éren quasi tucc orfanei de guèrra che éren lì in ona colonia estiva del Comun. Semper nel '47 (quarantasett) hinn poeu con tinuàa i delitt politic, e anca la voeuia di comunisti de fà la rivoluzion, tanto che ciàppen el pretest del cambi del prefett per occupà la prefettura de cors Monfort cont di squader armàa tra i quai gh'era anca la famigerada Volante Rossa, ona compagnia de esaltàa che la se scondeva dedrée ona casa del popolo e che l'è stada smontada dopo on para d'ann. Hinn stàa però duu dì che pareva che comunisti e militar se sarien poduu sparà addoss. Ma par che quando el Pajetta, che el comandava 'sti rivoluzionari, l'ha annunciàa trionfant al capo di comunisti Togliatti: «Semm padron de la Prefettura de Milan», la risposta l'è stada: «E adèss, s'te 'te n fee?». E inscì s'è subit smontàa tusscoss.
LA PESTE DEL 1576-77 E DEL 1630-31
E' sempre don Luigi Brambilla che scrive: "Pure dai registri parrocchiali rilevò che anche qui fuvvi la peste detta del cardinale Federico nell'anno 1631, poiché nel registro dei nati trovo nell'agosto e nel Settembre di quell'anno che non si portavano i bambini alla chiesa ma si battezzavano in casa per paura del contagio.
Se tale contagio abbia fatto qui (cioè a Verghera) numerose vittime o meno non lo si può sapere, mancando il registro dei morti di quel tempo, e se dobbiamo indurre per analogia, dobbiamo dire che ci deve essere stato un discreto numero di morti, poiché ad Arnate (paesino posto tra Verghera e Gallarate) dove furono conservati i registri, oltre che un buon numero di parrocchiani, morirono "de peste" anche due parroci.
Nell'epidemia del 1637 o in quella anteriore di San Carlo (1576-77) è certo che di peste ne morirono non pochi e ne fa fede il Lazzaretto, tuttora esistente, dove dura la tradizione che là furono seppelliti i morti della peste".
Cave canem/3 - (20-21 giugno 1878)
leri furono accalappiati cinquantun cani. Vennero tutti uccisi.
Cave canem/4 (27-28 luglio 1878) Se i lettori credono che i cani abbiano fatto giudizio, s'ingannano. I cani mordono sempre rabbiosamente. Anche ieri ci furono nuovi morsi e nuovi morsicati. Un abbonato ci domanda quante furono le persone cauterizzate all'Ospedale Maggiore dal primo gennaio al primo luglio. Ecco: furono centoundici persone. Nel mese corrente, il numero delle morsicature è più grande di quello dei mesi scorsi, e perciò molti i cauterizzati. Ora è difatti penetrata in tutti la persua sione che quando si è morsi, bisogna farsi cauterizzare, alfine di preservarsi dall'idrofobia. A Milano, tre furono quest'anno gl'infelici morti di idrofobia!
 
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24 Febbraio 2024 - sabato - sett. 08/055
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Aquasantèn e segn du la crus (1/2)
Acquasantiere in marmo rosa di Verona, dello stesso materiale della balaustra dell'altare della vecchia chiesa parroccchiale ora demolita. Distrutte o vendute? Alte di stelo e con la conca ampia e capace, erano poste a destra e a sinistra del corridoio centrale appena dopo l'entrata. Ne ho viste due uguali per forma ed altezza nella chiesa di Olgia (Valle Vigezzo) ma scolpite nel sarizzo.
A Pasqua era uso abituale delle nostre donne di andare in chiesa e di fare "provvista" di acqua santa che doveva bastare fino alla settimana della passione dell'anno successivo.
Venivano sistemati, ai piedi delle pile, due mastelli colmi di acqua benedetta, dai quali veniva attinta la quantità necessaria da portare per chi ne aveva necessità o piacere alla propria abitazione.
Appena varcata la soglia la massaia, per prima cosa, provvedeva ad aspergere con l'acqua benedetta i quattro angoli di ogni locale per purificarlo dagli spiriti del male. Simile benedizione era riservata anche alla stalla e al fienile. Si teneva sempre in casa una certa quantità di acqua benedetta come antidoto al malvolere del demonio, come salvaguardia dal malocchio, dalla superstizione, dagli intrighi delle fattucchiere.
Nella camera da letto, appena varcata la soglia, appesa al muro, c'era la pilèta du l'aqua Santa o aquasantèn nel cui cavo si poteva trovare, in ogni giorno dell'anno, l'acqua benedetta per segnarsi.
Tutte le sere, difatti, prima di coricarsi, dopo di aver recitato le orazioni di ringraziamento per la giornata felicemente trascorsa, si sostava davanti a l'aquasantèn per recitare in fretta, in fretta, mezz indurmentàa, cul cò pesant da sogn e stracch da dì nò, un requiem aeternam par tucc i nòstar poar mort par tègnat la man sul cò. Di maiolica o di ceramica, bianca con fregi in oro e la figura in azzurro dell'Angelo custode o in bruno del Battista battezzante, l'aquasanten era una specie di reliquia da considerare sacra per la pace, la serenità e la protezione della casa immersa nel meritato riposo serale. Per usare l'aquasantiera non mancava mai l'occasione. Ste ori ghe sempar chi ma or mà e po' a druåla né la custa né la fa dagn ul puse l'e avegh fed. Nessuno ufficialmente credeva alle assurdità della superstizione, ma, sotto sotto, non si sa mai.
VITA E MORTE DI ANIMALI (3/4)
I galletti altezzosi e ignari che la moglie del Galdèn Giuseppina Uslenghi, madre di suor Gertrude e di un emigrato morto in America, la cui figura maestosa e solenne (un quintale e mezzo?) ho viva davanti agli occhi e che stava seduta con molta fatica su una seggiolina che la reggeva appena appena - aveva operato, tagliando con una forbice comune, ricucendo con un ago e del refe, e disinfettato con cenere prelevata dal focolare spento, per renderli "capponi", formavano l'orgoglio dei contadini grossi e grassi com'erano, da sembrare perfino "pompati" ed "estrogeneizzati". La chirurga riuniva poi in un pacchetto tutti i testicoli asportati, che io portavo a casa e che la mia mamma utilizzava (che bontà!) per impreziosire e insaporire il risotto della domenica. Dei galletti resi eunuchi ne sopravviveva la maggior parte. Gli sfortunati finivano, con l'acqua, il condimento e le verdure adatte, nel "padelòtt" riservato al brodo e al risotto insieme ai "requisiti" asportati della loro mascolinità.
Pilon era il protagonista del romanzo "Pian della Tortilla" di John Steinbeck (se ne ricavò il film Gente Allegra, attore principale Spencer Tracy). Mi aveva da poco entusiasmato la lettura del racconto dove si narrano le gesta di un gruppo di paisanos di Monterrey, quando venni in possesso, non ricordo come, di un piccolo cane bastardo di stirpe volpina bianco e nocciola, con una coda fioccosa e bellissima. Gli occhi erano parlanti. Gli mettemmo nome Pilon, e il cane, di rara intelligenza, fu per noi fratelli il fratello più piccolo, il più coccolato, il più amato.
Custodiva la nostra casa come un carabiniere, con vigile e instancabile attenzione, proteggeva le nostre galline, le oche, i tacchini, le anitre, con la solerzia interessata di un padrone. Si usava ancora, allora, rubare nei pollai, affumicando i volatili, per non farli schiamazzare. Ma al Pilon nessuno era in grado di farla. Capiva tutto questo la chioccia americana (la mericanela) che andava a porsi sotto la sua protezione con tutta la covata, a ridosso della sua cuccia. Memorabile fu quando ci diede la possibilità di catturare una sera, il porcospino maschio e, la sera dopo, il porcospino femmina, voraci divoratori di pulcini appena nati. Riuscì a rompere la catena e a porsi tra la chioccia e l'assalitore tenendolo a bada e abbaiando in maniera forsennata per richiamare la nostra attenzione.
Ci fu rubato da un invalido che passava, di casa in casa, a cercare l'elemosina su una carrozzella trainata da cani. Da quel giorno, nonostante le nostre appassionate ricerche, non lo vedemmo più. La sua cuccia vuota mi faceva venire il magone ancora un anno dopo la sua scomparsa.
AL PONTE DI OLEGGIO
Andà al Tisèn a tò l'aqua Quando da bambini vedevamo le nuvole grigie e nere correre inquiete nel cielo che minacciava tempesta e volevamo conoscere il perché di tanta fretta, i nostri genitori ci spiegavano che le nuvole stavano correndo verso il Ticino a caricarsi d'acqua da rovesciare sulle nostre campagne e sulle nostre case. I vann giò al Tisen a caregàss d'aqua. E se il cielo era proprio nero, di piombo, con nuvolette leggere e grigie impazienti, nuvolette che presagivano grandine e bufera di vento, aggiungevano facendosi il segno della croce, sperèm ch'ai pèrdan la stràa. Qualche volta perdevano la strada, qualche volta invece ritornavano sicure per la stessa strada seminando torrenti d'acqua misti a grandine, sospinti da forte vento di tramontana.
Nonostante l'ulivo benedetto della domenica delle Palme acceso nel bel mezzo del cortile per permettere al fumo di salire in alto nel cielo ad esorcizzare le nuvole incombenti, nere e minacciose, e le campane avessero suonato a rumm per un quar  to d'ora di fila e il prete con la stola viola della penitenza in piedi sul cimitòri avesse imperterrito, benedìi '1 temp. Mi è sempre piaciuta l'immagine delle nuvole che vanno verso il Ticino a riempire d'acqua i secchi da rovesciare sui tetti delle nostre case e sulle vie polverose del nostro paese. E qualche volta mi vedevo, piccolo cavaliere dell'apocalisse, a cavalcioni su una di esse. Mia mamma capiva benissimo il mio stato d'animo e, scrollandomi un poco mi diceva all'orecchio: vegn in cà. S'al cumència a piòo sé bagni tutt. E il sogno finiva risvegliato da un'assordante bordata di tuoni. Anche ora quando il mio cuore ha bisogno d'acqua per annaffiare i fiori che la mia fantasia coltiva nel suo camp di cent pertigh, vado anch'io a tò l'aqua al pont da Uleg. E i fiori, di cento colori diversi hanno vita lunghissima. Alcuni sono sbocciati quando avevo quindici anni e mi recano ancora il profumo ineffabile della perduta giovinezza.
Curiosità storiche sulla Beata Giuliana
In margine a quanto detto sopra rileviamo che non è stato ancora stabilito con sicurezza e forse non lo sarà mai, se il luogo di nascita della Beata Giuliana sia appartenuto al territorio di Busto Arsizio o di Verghera. Nei primi anni del secolo ci furono contestazioni e screzi tra le due comunità che volevano attribuirsi la concittadinanza della Beata.
La venerabile Biumi precisa che il padre della "romita" staera (cioè stava) a una certa abitazione tra Busto e Gallarate, dicta Verghera (località Cascina de li poveri).
Fu beatificata da Lorenzo Ganganelli, papa Clemente XIV, il cui pontificato durò dal 1769 al 1774. Il corpo della beata sepolto in un primo tempo dentro il monastero venne in seguito, dopo circa un quarantennio, collocato nel coro delle monache. Nel 1612 per decreto del Cardinale Federico Borromeo fu dapprima traslato vicino al Capitolo; nel 1650 deposto nell'Oratorio delle Sante Reliquie per essere poi riportato nel Comunicatorio delle Suore. Finalmente nella prima metà del 18° secolo il corpo della Beata Giuliana e quello della Beata Caterina furono collocati definitivamente nell'oratorio delle Reliquie a fianco del Santuario, ove ancor oggi si possono venerare. Nel 1903 fu tolto alla Beata Giuliana l'avambraccio sinistro, per esaudire la preghiera espressa dal parroco di Verghera don Luigi Brambilla il quale voleva avere, per i suoi fedeli, una reliquia della concittadina da venerare.
 
 
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25 Febbraio 2024 - domenica - sett. 08/56
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Aquasantèn e segn du la crus (2/2)
Tanto cosa costa spargere un po' di acqua santa? Nella pila di marmo rosa che sembrava un fungo gigante con la "cappella" capovolta, lucente, levigata e fredda, era sempre possibile trovare, gratuitamente, acqua benedetta. Mi piacevano le pile immobili che nella penombra odorosa d'incenso sembravano due sentinelle, ma disarmate, che montavano instancabili la guardia perenne alla porta della chiesa per impedire al genio del male di avere libero accesso nella casa del Signore, rifugio dei poveri peccatori. Richiama fatalmente '1 segn du la crus. Si l'Acqua santa richiama fatalmente 'I segn du la crus. Si faceva un po' dappertutto. Entrando, uscendo, passando davanti alla chiesa o al camposanto, quando per strada si incontrava il sacerdote che recava il viatico o l'estrema unzione a qualche moribondo o quando iniziava o finiva la giornata, all'inizio del pranzo o della cena. Una veneranda vecchia del mio cortile si segnava sulla bocca ogni qualvolta sbadigliava e sulla fronte quando, così confessava con candore e innocenza, l'assaliva qualche cattivo pensiero o desiderio peccaminoso. Ma segnea da noce ricordava spesso, nei percorsi oscuri delle strade del paese non ancora illuminate dalla luce elettrica. Era - 'I segn du la crus l'arma segreta che vinceva paure, timori, indecisioni.
Una specie di medicina salutare per scacciare o disperdere le ombre inquietanti del nostro misterioso e incomprensibile subcosciente. Segnas: gesto abituale, compiuto a volte con scarsa se non senza partecipazione, ma sempre gesto liberatorio e propiziatorio.
Te fai ul segn du la crus? Te di i urazion? Le stesse domande ripetute per tanti anni, per una infinità di giorni, tutte le mattine, da mia madre ai suoi tre bambini. Si mama era la bugia immancabile di quasi tutte le risposte.
O'perché, addormentati ancora, non si aveva avuto il momento di pensarci o perché l'ansia di correre subito a giocare, non ci lasciava né il tempo né la voglia di recitarle, le preghiere, o di accennare al benché minimo segno di croce. Segnàs, i urazion, te fai ul segn du la crus? Tempi lontanissimi.
Altro mondo, tempi e mondo trapassatoremoti.
SUNÀ RUMM
Si è persa l'usanza, al sorgere dell'alba del giorno di San Marco, di andare in processione fino alla seconda croce, sulla strada che alla cascina del Prete, per impetrare la grazia della pioggia, così necessaria per i campi ridestati alla vita dal ritorno della primavera. E nemmeno si usa più, quando il cielo si oscura di neri e minacciosi nuvoloni, carichi di grandine, attaccarsi al campanone (tonalità mi- bemolle) a "sunà rumm" per scongiurare il furore della tempesta in arrivo.
Minaccia grave per il povero contadino che intuiva il pericolo di vedersi distruggere il paziente e duro lavoro di una annata di sacrifici. Mi pare di vedere come se fosse ieri, uscire dalla chiesa e fermarsi sul sagrato, il parroco, in cotta bianca e stola viola, affiancato dal chierichetto, che tiene in mano il secchiello e l'aspersorio già intinto nell'acqua benedetta per la benedizione propiziatoria.
Il campanone continua a suonare con rintocchi gravi, solenni, come per un mortorio.
Il parroco con l'aspersorio nella mano traccia segni di croce verso i quattro punti cardinali. L'operazione viene ripetuta più volte. Bisogna vincere la caparbia volontà di male del maligno.
Trepidanti e timorose le donne bruciano, nei cortili, ramoscelli di ulivo benedetto. I contadini hanno abbandonato il lavoro nei campi e tornano alle loro case con le zappe in spalla. E' evidente che il temporale viene dal Monferrato e può essere pericoloso non essere protetti da un riparo.
Quando nelle notti fredde d'inverno stavamo seduti intorno al focolare dell'immensa cucina a scaldarci, i vecchi raccontavano come don Luigi Brambilla, in un fosco pomeriggio da tregenda, avesse piegato il malvolere del tempo, costringendolo a scaricare tutta la grandine di cui era portatore in un piccolo campo non coltivato, fuori del paese. Se le nuvole cariche di distruzione passavano sopra le nostre case e campagne senza recare alcun danno, il merito era tutto da attribuire alla benedizione del parroco e al grido delle campane. La fede popolare era ancora grande e tutti erano soddisfatti di sentire sul loro capo e sul loro paese, la protezione della mano di Dio. Ed erano appagati dalla protezione che sopra di loro esercitava il loro parroco, uomo di Dio e àncora sicura nelle tribolazioni e nelle traversie giornaliere della vita a volte ingrata e ingiusta capace di combattere, ad armi pari, con le forze della natura. Era per loro un sant'uomo. E come tale lo piansero alla sua morte
LA CASA (3/6)
C: Par che ghe sia l'ambizione di avere i 15 minuti come tempo massimo per raggiungere il centro da tutte le periferie: lodevole e forse anche fattibile, viste le dimensioni della nostra città, ma poeu a dormi se va semper in periferia...
M: Certo, l'importante però è che la città sia disponibile in misura più equilibrata e, soprattutto, messa in condizioni di vivibilità migliori, in termini di sicurezza e servizi di vicinato; e forse podarien vess i abitant medesim a dagh valor ai sò sitt. Penso ai piccoli centri della provincia, ma anche a quelli che ora fanno parte di Milano, dove ancora si è conservato un tessuto abitativo che nelle periferie inventate non c'è, e si riesce anche ad avvertire un senso della milanesità ancora genuino.
C: Ma ormai tutti questi rioni e paesi sono abitati in buona parte da stranieri: tanti si sono integrati, ma tanti altri non so quando mai si potranno definire milanesi, e par che i pussee giovin, anca se nassuu chi, preferissan sentiss stranier de proposit, quasi in senso di sfida con il luogo che li sta ospitando.
M: L'è on bell problema, compagn del rest a tucc i grand città, che tendono sempre di più ad allargarsi e ad ospitare gente proveniente da tutti i continenti e talvolta, com'è inevitabile, anche poco raccomandabile. Ma chi vegn foeura quella che è una specie di caratteristica di Milano, difficile da definire, che riesce a far diventare tutti, o quasi, milanesi e in tempi neanche tanto lunghi. A Milan anca i moron fann l'uga, dice un vecchio proverbio, ed è sperabile che anche coloro che d'aspetto ci assomigliano di meno fra non molto si sentiranno milanesi, inscì come l'è semper success a tucc quei rivaa chi d'ogni part.
C: M'hinn semper piasuu quei noster amis "terroni" (detto con grande simpatia) che si sforzavano di parlare in dialetto, anca se per lor el milanes l'è difficil cont i sò "o" e "u"... e ormai lo sento sempre più spesso fare anche da cinesi, africani, sudamericani, che d'altra parte sono ormai una bella fetta degli abitanti di Milano. Certo, l'è minga assee el dialett, anche perché sono i milanesi i primi ad averlo dimenticato, ma qui c'è da sperare che i piccoli centri della provincia dove ancora lo si parla, seppur "arioso", riescano meglio allo scopo, poiché vi abitano genti che, oltre al dialetto, conservano ancora molte delle tradizioni che l'è propi on peccaa perd.
M: A proposito di tradizioni, mi piace ritornare ai palazzi del centro, quelli dove abitano i grandi signori, o forse meglio, i grandi ricchi (in dialetto, fra l'altro, sono chiamati allo stesso modo: sciori), magari non più intestati alle persone ma alle società (a volte con sede in Paesi dove si pagano meno tasse...). Quei palazzi vecchi anche di 3-400 anni, con i bellissimi cortili che un tempo ospitavano le scuderie dei cavalli e delle carrozze e oggi garage e palestre, e che sono ancora il massimo dell'ambizione di chi vive a Milano e vuole sentirsi un vero milanese.
 
 
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